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Umidità killer e ondate di calore, l’Asia meridionale soffre. E ci mancava solo lo Stretto di Hormuz…

Per gran parte dell’Asia meridionale, dal punto di vista climatico questo è probabilmente il periodo peggiore dell’anno. Le temperature raggiungono infatti il picco prima che l’arrivo del monsone provveda a rinfrescare il clima. Da una manciata di anni la situazione è però letteralmente fuori controllo. Lo scorso aprile, un’ondata di caldo intenso e prolungato si è abbattuta su India e Pakistan. Il termometro ha sfondato i 46°C in molte località, con valori superiori di 5-8°C rispetto alla media stagionale. Nuova Delhi sta ancora fronteggiando un’estate torrida con effetti drammatici.

Secondo le stime della rivista Frontiers in Environmental Health, cinque giorni di caldo particolarmente asfissiante avrebbero provocato quasi 30.000 decessi in eccesso rispetto alla media. Detto altrimenti, una sola giornata di caldo estremo in India potrebbe costare la vita a circa 3.400 persone. All’ombra del Taj Mahal, le stime ufficiali dei decessi causati dalle ondate di calore oscillano tra le 500 e le 1.500 unità all’anno, anche se gli esperti avvertono che si tratta di una cifra ampiamente sottostimata, in parte per via della mancanza di un sistema di monitoraggio uniforme e in parte per la mancata considerazione degli impatti indiretti (come l’aggravamento di patologie preesistenti).

L’Asia meridionale alle prese con il caldo estremo

L’Organizzazione Meteorologica Mondiale (Omm) ha fatto sapere che gli ultimi 11 anni sono stati i più caldi mai registrati. Ha anche avvisato del fatto che simili ondate di calore stanno, non solo diventando più frequenti, ma anche più lunghe e intense a causa dei cambiamenti climatici in corso.

Come ha spiegato il quotidiano bengalese The Daily Star, uno dei motivi per cui la situazione quest’anno è stata così grave è coinciso con la persistenza di sistemi meteorologici di alta pressione. Cosa significa? Che quando questi sistemi rimangono stazionari aumentano la probabilità di ondate di calore, limitando la formazione di nuvole e riducendo le possibilità di piogge rinfrescanti. L’aria calda rimane intrappolata vicino alla superficie e le temperature possono aumentare per molti giorni consecutivi.

Si innesca così un effetto domino perverso: con meno pioggia, aumenta la temperatura al livello del suolo, il terreno si secca e cresce anche l’umidità. Le grandi metropoli si trasformano in vere e proprie trappole di calore, visto che il cemento e l’asfalto assorbono calore durante il giorno e lo rilasciano lentamente durante la notte, aumentando i rischi per la salute delle persone che non hanno accesso a sistemi di raffreddamento.

Attenzione però, perché i gradi Celsius sono solo una parte della minaccia. Quella ancora più letale chiama in causa l’umidità, la stessa che caratterizza svariate zone dell’India e del Pakistan.

Lo shock energetico e le trappole di calore

Una soluzione, almeno parziale, al caldo estremo ci sarebbe: l’aria condizionata. Peccato che questo strumento, una comune fonte di sollievo dalle temperature torride e dall’umidità soffocante, sia diventato limitato o addirittura inaccessibile. Colpa della guerra in Iran e delle conseguente del conflitto in Medio Oriente. L’Asia meridionale dipende fortemente dalle importazioni di petrolio e gas dalla regione e i locali Paesi a basso e medio reddito sono vulnerabili agli shock energetici e alle interruzioni delle forniture.

Nel frattempo, tornando in India, epicentro del fenomeno che stiamo raccontando, uno studio del Centre for Science and Environment (Cse) ha rilevato che la capacità di Delhi di raffreddarsi durante la notte è diminuita del 9% nel corso dell’ultimo decennio. Il motivo? In gran parte a causa della riduzione della copertura verde e dell’espansione urbana. Per la cronaca, il centro città si raffredda di 3,8 °C in meno rispetto alle aree miste rurali e urbane.

Un altro importante studio del 2024, condotto dall’Iit Bhubaneshwar, ha invece constatao che l’urbanizzazione è responsabile del 60% dell’aumento del riscaldamento nelle metropoli indiane, mentre il cambiamento climatico, causato principalmente dai combustibili fossili, contribuisce per il restante 40%: un vero e proprio mix letale.

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Il “regalo nucleare” di Xi a Kim: così la Cina ha incoronato la Corea del Nord

L’ultimo vertice tra Xi Jinping e Kim Jong Un non è stato come tutti gli altri. Dal 2018 a oggi i presidenti di Cina e Corea del Nord si sono incontrati sette volte. Non era però mai successo che il loro rapporto raggiungesse un equilibrio, o addirittura, secondo alcuni analisti, che si sbilanciasse così tanto in favore di Kim come è invece accaduto a Pyongyang durante l’ultimo meeting.

Fin qui era infatti sempre stato Xi a dettare i ritmi del rapporto bilaterale da un’evidente posizione di forza. Adesso la situazione sembrerebbe essere cambiata. Merito della crescita politica e militare di Kim, ma anche della scommessa nordcoreana – fin qui vinta a pieno titolo – di rafforzare le relazioni con la Russia di Vladimir Putin ed esplorare nuove amicizie (come quella con la Bielorussia di Aleksander Lukashenko).

Uno dei risultati più importanti della trasferta di Xi in Corea del Nord è coinciso con l’impegno cinese di rafforzare i legami con il vicino, continuando a sostenere Pyongyang e a salvaguardare i loro comuni interessi strategici, indipendentemente dai cambiamenti nel panorama internazionale. Non solo: il presidente cinese non ha minimamente toccato il dossier nucleare, avallando implicitamente lo status nucleare di Pyongyang e regalando a Kim un jolly da poter giocare con gli Stati Uniti.

Il regalo nucleare di Xi a Kim

Fino al definitivo fallimento dei colloqui sul disarmo nel 2019, Stati Uniti e Cina hanno a lungo lavorato insieme per persuadere la Corea del Nord ad abbandonare le sue ambizioni nucleari in cambio di aiuti e riconoscimento politico. Pechino era solita invocare il concetto di “denuclearizzazione“, mentre Washington, Seoul e Tokyo speravano che l’influenza cinese su Pyongyang potesse risolvere il rebus.

Ecco: la recente visita di Xi ci dice che questa situazione potrebbe essere cambiata per sempre. Come ha spiegato l’Associated Press, il silenzio di Xi sul tema potrebbe essere un riconoscimento dei progressi compiuti dal programma nucleare nordcoreano, e anche dell’improbabilità che la diplomazia cinese possa indurre la Corea del Nord a rinunciare ai suoi sogni.

Nel 2019, nel precedente viaggio di Xi oltre il 38esimo parallelo, i toni erano ben diversi. I media cinesi hanno a lungo riportato le dichiarazioni del loro presidente che affermava urbi et orbi che Pechino avrebbe svolto un ruolo costruttivo nella denuclearizzazione della penisola coreana. Negli ultimi mesi, al contrario, il Dragone ha segnalato di voler dare priorità alla stabilizzazione della situazione nella penisola, ponendo il discorso sulla denuclearizzazione come secondo ed eventuale obiettivo (un obiettivo che include però la denuclearizzazione dell’intera penisola coreana e non solo del lato Nord).

L’ennesima vittoria della Corea del Nord

Inutile far finta di niente: agli occhi di Kim, la mancanza di menzioni pubbliche o critiche da parte di Xi in merito alle sue bombe nucleari rappresenta una vittoria. Da anni, infatti, il presidente nordcoreano chiede il riconoscimento internazionale del suo Paese come potenza nucleare, un passaggio particolarmente delicato che potrebbe portare alla revoca delle sanzioni delle Nazioni Unite.

Altro che l’impegno comune di Cina e Usa per denuclearizzare la Corea del Nord: nel vis a vis con Kim, Xi si sarebbe concentrato sul “fermo impegno della Cina a salvaguardare gli interessi comuni dei due Paesi e a preservare un ambiente strategico favorevole”.

Pessima notizia per la Corea del Sud, dove il presidente Lee Jae Myung ha dichiarato che i nordcoreani sono ormai in grado di produrre annualmente combustibile nucleare sufficiente per realizzare circa 10-20 bombe, e che sono prossimi a perfezionare la loro tecnologia missilistica balistica intercontinentale (che potrebbe trasportare una bomba nucleare fino al territorio continentale degli Stati Uniti).

Kim, dal canto suo, continua a ripetere che le armi nucleari sono una parte essenziale dell’identità nazionale nordcoreana e ha sancito lo status nucleare del suo Paese nella costituzione. Il silenzio di Xi è un assist che il Grande Leader vuole sfruttare al meglio.

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Perché gli Usa muovono guerra alle Big Tech cinesi?

Gli Stati Uniti hanno inserito quattro importanti aziende cinesi in lista contenente oltre 100 società d’oltre Muraglia ritenute avere legami più o meno diretti con l’apparato militare di Pechino.

L’elenco, che adesso ha raggiunto quota 188 entità, comprende anche il gigante dell’e-commerce Alibaba, il fornitore di servizi di ricerca su interner Baidu, nonché le insospettabili case automobilistiche Byd e Nio. Chi fa parte di questo gruppo, a detta del Pentagono, giocherebbe un ruolo rilevante nella modernizzazione dell’Esercito Popolare di Liberazione (Pla) cinese.

La mossa di Washington arriva a meno di un mese dall’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping, al termine del quale i presidenti di Usa e Cina avevano stabilito di porre una tregua alle loro diatribe commerciali. Quasi come un fulmine a ciel sereno, il Dipartimento della Difesa americano ha pubblicato una versione aggiornata della “1260H list”, il citato elenco di aziende che il Pentagono considera essere affiliate alla base industriale militare del Dragone.

L’inserimento di queste società nella lista non impone esplicitamente sanzioni. Significa tuttavia che gli Stati Uniti non potranno stipulare contratti con le suddette entità a partire dalla fine di questo mese, né potranno acquistare i loro prodotti o servizi tramite terzi a partire da giugno 2027.

L’attacco Usa alle Big Tech cinesi

La mossa degli Usa non è affatto piaciuta alla Cina. Il ministero degli Esteri di Pechino ha dichiarato che la lista statunitense è discriminatoria e che “danneggia ingiustificatamente” le aziende cinesi, esortando Washington a “correggere le proprie pratiche errate”.

La situazione è quasi paradossale, perché se da un lato è vero che Trump ha dato l’impressione di voler dialogare con Xi, dall’altro la sua amministrazione ha inserito nella 1260H list alcune tra le principali aziende hi-tech cinesi. Nel frattempo, sottolineano i media Usa, le American Depositary Receipts (Adr) di Baidu sono calate del 2,1%, quelle di Alibaba dello 0,8% e quelle di Byd dello 0,8%.

Nella lista sono finite anche Cxmt e Ymtc, ossia due tra i principali produttori di chip di memoria del Dragone, l’azienda biotecnologica WuXi AppTec, la società di robotica basata sull’intelligenza artificiale RoboSense Technology e il produttore di robot umanoidi e quadrupedi Unitree.

Ymtc ha dichiarato a Reuters di essere delusa da questa mossa, soprattutto dopo “anni di collaborazione con le autorità statunitensi, sforzi per affrontare le problematiche e un impegno dimostrato per la conformità”. Ancora più assurda la situazione di Unitree, visto che soltanto pochi giorni fa Nvidia aveva dichiarato di voler collaborare con lei per costruire robot destinati ai ricercatori.

La sensazione, spiegano diversi funzionari delle big-tech del Dragone, è che la decisione degli Stati Uniti sia più motivata da intenti anti concorrenziali che non da serie preoccupazioni per la sicurezza nazionale.

A cosa punta Washington

La reazione delle aziende cinesi colpite non è mancata. Byd, il più grande produttore mondiale di veicoli elettrici, ha fatto sapere in un comunicato di opporsi all’essere etichettato come azienda militare e che utilizzerà tutti i “mezzi amministrativi e legali possibili” per tutelare i propri diritti e interessi, aggiungendo che la mossa di Washington ha danneggiato “i suoi successi nello sviluppo negli Stati Uniti”.

Sulla stessa lunghezza d’onda le altre Big Tech d’oltre Muraglia, con Alibaba in testa, che a sua volta ha dichiarato in un comunicato che non vi è “alcun fondamento” per la sua inclusione nella lista. “Alibaba non è un’azienda militare cinese né fa parte di alcuna strategia di fusione civile-militare. Intraprenderemo tutte le azioni legali disponibili contro i tentativi di travisare la nostra azienda”, ha affermato il conglomerato di e-commerce e tecnologia.

Considerando tutte queste società, otteniamo un fatturato complessivo di oltre 2,6 miliardi di yuan (quasi 388 miliardi di dollari) e una capitalizzazione aggregata di otre 5 trilioni di yuan (750 miliardi di dollari).

Chiara l’intenzione degli Usa, ormai convinti che le aziende tecnologiche civili cinesi siano legate a doppia mandata alle priorità militari del Partito Comunista Cinese, ma presumibilmente ancor più preoccupati che i loro continui exploit internazionali possano offrire a Pechino un vantaggio decisivo nello scontro tecnologico tra grandi potenze. Potrebbe però ormai essere troppo tardi per intervenire in maniera efficace.


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