Gli arabi via o privi di ogni diritto: così il ministro Bezalel Smotrich immaginava la Palestina già nel 2017

Il documento in questione fu stilato dall’attuale ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, esponente di punta di Sionismo religioso, partito radicale dell’estrema destra: si tratta del cosiddetto «piano decisivo per Israele», intitolato Una speranza, reso pubblico nel 2017. Quella che proponiamo è una lettura critica, che potrebbe risultare utile per comprendere come nella filosofia portata avanti da diversi esponenti dell’attuale esecutivo, alcuni punti fermi – dal diniego verso qualunque prospettiva di autodeterminazione della popolazione araba, sino al corollario dell’annessione dell’intera Cisgiordania, chiamata Giudea e Samaria – non sono mai cambiati. E non finisce qui, visto che nei contenuti si evoca esplicitamente una sorta di gerarchia su base etnica – istituzionalizzata con la legge sulla patria ebraica del 2018 – e un regime giuridico differenziato, ovviamente a danno della componente araba.
Il punto di partenza, e qui citiamo testualmente, è l’affermazione secondo la quale “in questa terra non sorgerà mai uno Stato arabo”, visto che a Ovest del fiume Giordano l’unica autodeterminazione ammissibile è quella ebraica. Per garantire questo risultato si parla esplicitamente del “trasferimento” di centinaia di migliaia di coloni, così da renderne irreversibile il controllo israeliano. Solo questo passaggio si esporrebbe a innumerevoli critiche, che il documento ignora totalmente: dalla patente violazione del diritto internazionale e delle risoluzioni delle Nazioni Unite, a un modello chiaramente ispirato a garantire diritti e libertà esclusivamente su base etnica.
In questo scenario, agli arabi non resterebbe che rinunciare per sempre a qualunque aspirazione nazionale, per poi operare una scelta secca: accettare di restare in una posizione di sostanziale subordinazione, o emigrare, magari con qualche incentivo di tipo economico (chiamato “contributo di separazione”). In sostanza, si tratterebbe di una sorta di emigrazione forzata – a voler essere generosi indotta – che andrebbe contro ogni principio giuridico, a cominciare da quello della libera autodeterminazione dei popoli, sancito dalla Carta delle Nazioni Unite.
Per coloro che “scegliessero” di restare, il piano immaginava sei circoscrizioni municipali arabe – Hebron, Betlemme, Ramallah, Gerico, Nablus, Jenin – alle quali sarebbero conferite funzioni amministrative, ma nessuna reale sovranità. Il diritto di voto in una prima fase – difficile ipotizzarne tempi ed evoluzione, si parlava di dieci anni – sarebbe escluso per le elezioni politiche per la Knesset. A chi contestasse che in tal modo si violerebbero i principi della democrazia rappresentativa, basata sul suffragio universale, non veniva opposta alcuna solida argomentazione.
Per Smotrich cancellando la possibilità di uno stato palestinese si rimuoverebbe per sempre il pericolo del terrorismo, perché a suo dire sarebbe proprio questa “speranza” a dare vita al fenomeno, dimostrando così una totale ignoranza circa alcune delle cause strutturali, come il regime di occupazione e la privazione dei diritti per gli abitanti della Cisgiordania.
A giustificare la sovranità ebraica basterebbe la legittimazione su base biblica, alla quale dovrebbe essere indotta a cedere la comunità internazionale. E pure su questo punto la violazione del diritto internazionale è talmente plateale da non richiedere ulteriori commenti.
In ultima analisi un piano ammantato di giustificazioni inconsistenti sotto il profilo giuridico e del diritto umanitario, che lungi dal determinare una maggiore sicurezza per tutti, finirebbe per acutizzare quei fenomeni terroristici che si vorrebbero prevenire, oltre che accrescere l’isolamento e il danno all’immagine dello stato ebraico, che i fatti di Gaza hanno già compromesso in modo forse irreparabile. A non voler dire che l’adozione di un approccio di tipo radicale non farebbe che rafforzare le analoghe fazioni dall’altro lato della barricata.
Per la verità, per quanto suoni paradossale, forse esiste un punto sul quale Smotrich potrebbe aver avuto ragione: quando sostiene l’impossibilità della costituzione di uno Stato arabo alla luce delle circostanze storiche. Quello che il ministro trascura è che le ragioni alla base di questa conclusione sono molto diverse, per non dire opposte, a quelle proposte nel documento.
In tal senso sorprende sentire ripetere incessantemente la formula “due popoli per due stati”. Delle due l’una: o c’è mala fede, o c’è ignoranza, ed è difficile dire quale delle due opzioni sia la peggiore. E il documento che abbiamo sommariamente illustrato sta lì a dimostrarlo.
L'articolo Gli arabi via o privi di ogni diritto: così il ministro Bezalel Smotrich immaginava la Palestina già nel 2017 proviene da InsideOver.