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L’ultima verità di Tulsi Gabbard: la rete segreta di 120 biolab finanziati dagli Usa in 30 Paesi, Ucraina compresa

biolab Usa

L’America di Trump ha deciso di tirare fuori uno scheletro che per anni l’establishment politico-sanitario ha cercato di tenere chiuso nell’armadio. E non è uno qualunque. La (dimissionaria) direttrice dell’Intelligence Nazionale, Tulsi Gabbard, ha annunciato venerdì la desecretazione di documenti inediti che confermano l’esistenza di una rete globale di 120 biolaboratori finanziati dal governo statunitense, distribuiti in oltre 30 Paesi – tra cui l’Ucraina. Lo riporta Just the News, citando l’annuncio ufficiale.

Per anni, l’amministrazione Biden e figure come il dottor Anthony Fauci avevano negato o minimizzato. Ora, Gabbard – ex democratica diventata indipendente e approdata nell’esecutivo repubblicano e ora pronta a lasciare – rovescia il tavolo. «Politici, sedicenti esperti sanitari ed entità del team di sicurezza nazionale di Biden hanno mentito agli americani sull’esistenza di questi biolaboratori, e hanno minacciato chi tentava di esporre la verità», ha dichiarato senza mezzi termini.

Today, I’m releasing never before seen intelligence revealing new evidence of past US government funding for more than 120 biolabs in over 30 countries, including Ukraine.

In support of President Trump‘s Executive Order to end federal funding of dangerous gain of function… pic.twitter.com/RkPHnAbka9

— DNI Tulsi Gabbard (@DNIGabbard) June 12, 2026

L’ombra del “gain-of-function”

Il timing non è casuale. L’annuncio arriva in attuazione di un ordine esecutivo firmato da Donald Trump che vieta i finanziamenti federali per la ricerca gain-of-function considerata pericolosa, imponendo al contempo trasparenza totale. Secondo il report dell’ODNI, molti dei 120 laboratori hanno condotto proprio questo tipo di studi – quelli che rendono un virus più trasmissibile o letale – con una sorveglianza inadeguata o inesistente. Perché si tratta di una ricerca pericolosa? Perché se un virus potenziato sfugge (per errore umano, guasto, o contaminazione), potrebbe scatenare un’epidemia o pandemia;

«Nonostante il potenziale di impatto catastrofico globale, ci hanno mentito», ha ribadito Gabbard su X, spiegando che la comunità dell’Intelligence aveva già avvertito in passato che un biolab Usa in Ucraina conteneva patogeni pericolosi. Oggi, con la guerra in corso, quelle strutture sono un bersaglio vulnerabile: attacchi russi, incursioni o danni accidentali potrebbero trasformarle in una bomba epidemiologica.

Ucraina, il nodo che nessuno voleva toccare

Proprio l’Ucraina è il punto più caldo della vicenda. Da anni circolano teorie (spesso strumentalizzate dalla propaganda di parte) su laboratori segreti finanziati dal Dipartimento della Difesa Usa. Ora arriva una conferma da fonte ufficiale americana, ma con una narrazione diversa: non si tratterebbe di armi biologiche offensive, bensì di progetti di «cooperazione scientifica» per la sorveglianza di patogeni – finiti però sotto la lente per la mancanza di controlli. In buona sostanza, i misteriosi biolab esistono ma non avrebbero – secondo Washington – scopi militari.

Come riporta un documento ufficiale del Dipartimento della Guerra, dal 2005, il Pentagono, attraverso il Cooperative Threat Reduction Program, ha investito circa 200 milioni di dollari in Ucraina per sostenere 46 laboratori, strutture sanitarie e siti diagnostici ucraini. L’obiettivo principale di questi interventi è migliorare la biosicurezza, la biosicurezza e la sorveglianza delle malattie umane e animali, al fine di ridurre i rischi derivanti dai patogeni residui del vecchio programma sovietico di armi biologiche illegale. Tutti i laboratori, almeno secondo Washington, sono di proprietà e sotto la gestione esclusiva del governo ucraino, non del Dipartimento della Guerra.

Gabbard promette che l’ODNI continuerà a lavorare con altre agenzie per censire ogni laboratorio, ogni ceppo virale e ogni linea di ricerca. «Identificheremo dove si trovano, quali patogeni contengono e cosa diavolo ci fanno».

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Cisgiordania, il governo israeliano finanzia 61 nuovi insediamenti illegali: pronti 350 milioni di dollari

Israele Cigiordania

Mentre l’attenzione dell’opinione pubblica è focalizzata sull’escalation nel Golfo Persico tra Usa e Iran, il governo di Benjamin Netanyahu si prepara a varare una delle mosse più significative degli ultimi decenni nei territori occupati della Cisgiordania. Secondo una bozza di decisione governativa ottenuta da Barak Ravid, giornalista di Axios ed ex ufficiale delle Forze di Difesa israeliane noto per la sua vicinanza agli ambienti del governo di Tel Aviv, giovedì prossimo l’esecutivo dovrebbe approvare un piano per finanziare la creazione di fatto di 61 nuovi insediamenti illegali in Cisgiordania.

Smotrich l’artefice del piano

Non si tratta di una semplice ratifica formale. Il progetto prevede uno stanziamento superiore a 350 milioni di dollari distribuiti su più anni, destinati a trasformare sulla carta decine di comunità in realtà operative. «Il governo – spiega una fonte a conoscenza della proposta, riportata da Ravid su X – finanzierà compound residenziali temporanei, edifici pubblici e infrastrutture, anche prima del completamento delle procedure formali di pianificazione».

🚨🇮🇱🇵🇸 While the Trump administration – along with governments across Europe and the Middle East – is focused on the escalating crisis with Iran, the Israeli cabinet is expected to approve on Thursday a plan to fund the de facto establishment of 61 new settlements in the occupied…

— Barak Ravid (@BarakRavid) June 11, 2026

L’artefice del piano è il ministro delle Finanze di estrema destra Bezalel Smotrich, da sempre sostenitore dell’espansione dei coloni. Il tempismo non è casuale: l’esecutivo cerca di blindare il budget prima di un’eventuale votazione per lo scioglimento della Knesset e l’indizione di nuove elezioni. Un passaggio che renderebbe molto più complesso approvare stanziamenti di questa portata.

Aree strategiche e continuità territoriale

Gran parte degli insediamenti inclusi nella bozza si trovano in zone altamente sensibili: lungo l’autostrada 90 nella Valle del Giordano, nelle colline di Hebron sud e in località progettate per creare una continuità territoriale tra insediamenti esistenti. Secondo gli analisti, una simile operazione mina ulteriormente qualsiasi prospettiva futura di uno Stato palestinese.

La novità più importante, sottolinea Ravid, è che il governo non si limita a riconoscere ufficialmente i nuovi insediamenti, ma inizia subito a finanziarli concretamente. In pratica, per decine di comunità verranno allestiti dei siti temporanei con case mobili, strutture comuni e allacciamenti per acqua, luce e servizi, anche mentre le pratiche burocratiche e i piani urbanistici sono ancora in corso. Si tratta del metodo classico usato per creare «fatti compiuti sul territorio», come spiega il giornalista: si costruisce sul posto in modo che, una volta fatte le cose, sia molto difficile tornare indietro e quegli insediamenti diventino permanenti.

Il provvedimento segue un’altra decisione del gabinetto della scorsa settimana, che aveva già stanziato circa 35 milioni di dollari per lavori di pianificazione e regolamentazione sugli stessi siti. Ora si passa alla fase esecutiva.

Il contesto

L’iniziativa del governo di Tel Aviv rientra in uno sforzo più ampio del governo per rafforzare il controllo sull’Area C della Cisgiordania – la zona sotto piena giurisdizione militare e civile di Israele – e accelerare l’espansione coloniale. Negli ultimi dodici mesi, il gabinetto ha autorizzato decine di nuovi insediamenti.

Come riportato lo scorso marzo da Human Rights Watch, mentre l’attenzione del mondo è concentrata sul conflitto tra Israele, gli Stati Uniti e l’Iran, nella Cisgiordania occupata la violenza, gli sfollamenti e la pulizia etnica stanno subendo un’allarmante escalation. Ogni giorno, come documentato proprio da Human Rights Watch, coloni israeliani armati invadono le comunità palestinesi, sparano munizioni vere, incendiano case e automobili e attaccano le famiglie direttamente nelle loro abitazioni. Sebbene queste atrocità non siano un fenomeno nuovo, la loro portata e frequenza sono inedite.

L’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din ha documentato, lo scorso marzo, 170 distinti episodi di violenza da parte dei coloni contro i palestinesi in Cisgiordania. Il 2026 è già sulla buona strada per superare il 2025, un anno che aveva già visto la violenza dei coloni israeliani raggiungere il suo punto più alto in due decenni. Human Rights Watch sottolinea come questa violenza non sia da attribuire ad una manciata di «mele marce», ma sia anzi sistematica, agevolata e resa possibile dallo stesso governo israeliano, che omette sistematicamente di perseguire penalmente i responsabili. Parallelamente, «Israele continua ad approvare e finanziare la crescita di insediamenti illegali», in un tentativo esplicito di «frammentare ulteriormente le comunità palestinesi e portare avanti la loro progressiva espropriazione».

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InsideUsa – Cnn, in pole per la direzione c’è Bari Weiss: un terremoto mediatico

Carissime lettrici, cari lettori,

Benvenuti a una nuova edizione di #InsideUsa, la vostra guida settimanale per esplorare i retroscena politici e culturali che stanno plasmando il presente e il futuro degli Stati Uniti. Io sono Roberto Vivaldelli e, come ogni giovedì, vi porto direttamente nel cuore delle dinamiche della superpotenza americana. Pronti? Partiamo!

Questa settimana vi parliamo di un possibile e imminente terremoto mediatico. Secondo alcune indiscrezioni riportate da Axios e dal New York Post, Bari Weiss – ex editorialista del New York Times e attuale capo di Cbs News – potrebbe estendere la sua supervisione editoriale anche alla Cnn se l’acquisizione di Warner Bros. Discovery da parte di Paramount Skydance andrà in porto (prevista per il terzo trimestre del 2026).

Weiss, nota per le sue posizioni marcatamente filo-israeliane e anti-woke, imprimerebbe alla celebre rete via cavo una linea ancora più radicale a favore di Israele, dopo che la sua gestione di Cbs News è già stata caratterizzata da licenziamenti controversi e critiche. Qualora andasse in porto, l’operazione farebbe confluire due dei maggiori network americani sotto un unico ombrello editoriale, vedrebbe Weiss affiancata da un manager operativo e di business, mentre crescono i legami tra la giornalista e David Ellison (CEO di Paramount Skydance), figlio di Larry Ellison, noto donatore pro-Israele e amico di Benjamin Netanyahu.

Per questa settimana, è tutto, abbonatevi e alla prossima con #InsideUsa

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