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Mondiale Usa 2026, l’importante è non partecipare

mondiale usa 2026

E poi cominciano le partite e il fascino del gioco fa dimenticare molte cose. Ma non tutto. Il gigantismo del Mondiale di calcio americano targato Donald Trump-Gianni Infantino, con il suo finto multipolarismo (per la prima volta nella storia 48 squadre al via, in pratica chiunque riesca a mettere insieme una Nazionale) costruito per celebrare le smanie di grandezza della Casa Bianca, sembra il frutto del delirio di un pubblicitario a caccia di nuovo pubblico: la simpatia totale per Capo Verde e Curacao, debuttanti assolute a un Mondiale, non può nascondere il fatto che le due nazioni sono al 69° e 82° posto della classifica Fifa, mentre altre Nazionali assai meglio piazzate (e sì, diciamolo, l’Italia in classifica al 12° posto) sono state tagliate fuori, anche se per colpa loro.

Volendo, potremmo anche tirare in ballo il calo costante, tra le partecipanti, delle squadre inquadrate nell’Uefa (Union of European Football Association), la federazione europea, fenomeno che peraltro procede dal 1988, primo Mondiale a 32 squadre e primo Mondiale con le squadre europee sotto la quota del 50%. Ma alla fin fine, smaltita la delusione per la terza mancata qualificazione consecutiva, e fatto salvo il piacere di vedere la palla che rotola, la realtà è che a questo Mondiale è meglio non esserci.

Intanto perché è impossibile capire, per esempio, perché la Uefa continui a bandire i calciatori russi dalle competizioni internazionali ma spedisce tranquillamente i suoi affiliati a esibirsi negli Stati Uniti. Siamo forse tutti d’accordo nel condannare come una porcheria politica l’invasione russa dell’Ucraina ma pronti ad assolvere gli Usa per l’attacco (cominciato con un negoziato in corso) contro l’Iran? A parte la fine (speriamo che sia davvero finita) ingloriosa della spedizione americana, non raccontiamoci balle: la storia che l’Iran stava per avere la bomba atomica (che, per esser chiari, non dovrebbe mai avere) era, appunto, una storia, anzi una storiella. Come quella del 2003, quando George Bush andava mentendo sulle armi di distruzione di massa dell’Iraq, poi infatti attaccato, con centinaia di migliaia di morti civili.  

Ma la gente non si arrende

Già questo sarebbe bastato. Perché noi non ci badiamo e ci sentiamo furbi, ma il resto del mondo ci fa caso eccome. E il caso dell’Iran dimostra che nemmeno le bombe, ormai, bastano a fargli cambiare idea. Ma poi basta vedere quel che è già successo in questi primi giorni. L’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan, considerato il migliore della Confederazione africana, che peraltro viaggiava con passaporto diplomatico, fermato in aeroporto e rispedito a casa perché “ritenuto inammissibile a causa di problemi di verifica e gli è stato negato l’ingresso“, formula che di fatto significa: perché non mi va. La Somalia, peraltro, è uno dei 39 Paesi colpiti dal divieto di viaggio deciso dall’amministrazione Trump, provvedimento che fa il paio, ma in grande, con il muslim man che lo stesso Trump aveva deciso ai danni di Somalia, Sudan, Iran, Iraq, Siria, Yemen e Libia. Considerato che in pratica tutti quei Paesi erano stati prima o poi colpiti dagli Usa e giudicando alla luce dell’oggi il fatto che nel 2018 lo stesso Trump diede disdetta all’accoro sul nucleare iraniano firmato da Barack Obama, possiamo serenamente constatare che errare è umano ma perseverare è davvero idiota.

L’arbitro Artan, però, non bastava. Un giocatore iracheno, Ayman Hussein, interrogato per sette ore in aeroporto. I giocatori di Senegal e Uzbekistan perquisiti a lungo anche con i cani anti-droga. La nazionale dell’Iran costretta a entrare negli Usa, rimanerci giusto il tempo della partita e poi obbligata a tornare in Messico. Anche il Belgio ha ricevuto un trattamento non proprio di riguardo. Insomma, sembra che l’organizzazione di questo Mondiale sia stata affidata all’ICE (Immigration and Customs Enforcement), il corpo di polizia anti-migranti che a suo tempo diede così buona prova di sé in Minnesota. E pensare che nel dicembre scorso Infantino, presidente della Federazione mondiale del calcio, consegnò a Trump un tronfio Premio della pace…

Quello che ci consola, rispetto allo scempio che la politica sta facendo di quella stupenda fabbrica di storie e di miti che chiamiamo calcio, è che la gente non si arrende. I tifosi della Bosnia-Herzegovina che sulla strada dello stadio scandiscono in mondovisione”Palestina! Palestina!”, e poi la partita contro i padroni di casa del Canada andrà come deve andare, sono stati il vero spettacolo. Le famiglie dei desaparecidos (135 mila!) del Messico, che hanno trasformato in un commovente memoriale lo stadio dell’esordio della loro, più che mai loro Nazionale contro il Sudafrica, una lezione per il mondo. InsideOver ne ha parlato qui. E siamo convinti che non finirà qui, aspettiamo con una certa curiosità le tappe del Mondiale negli Usa. Come dice una stupenda canzone sul calcio: “Quando Gigi Riva tornerà/Torneremo tutti in serie A/Dopo tanti calci di rigore/Troveremo insieme l’umiltà/Per ricominciare con più cuore/Quando Gigi Riva tornerà”.

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