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L’affannosa ricerca di Netanyahu di una nuova guerra

L'affannosa ricerca di Netanyahu di una nuova guerra

Su Haaretz, l’ironico e intelligente articolo di Zvi Bar’el sull’affanno di Netanyahu, alla disperata ricerca di una nuova guerra che gli consenta di vincere o annullare le elezioni israeliane: “Il tempo stringe: a Benjamin Netanyahu restano meno di due settimane per lanciare una nuova guerra che potrebbe garantirgli la rielezione”.

As the Election Clock Ticks Down, Netanyahu Is Running Out of Wars to Win

“Il presidente americano Donald Trump lo tiene in una morsa da Est, rimandando la ripresa della guerra con l’Iran. Anche il Libano non è più un fronte interessante, dopo che il nostro amico americano vi ha riversato la sua forza distruttiva, limitando le nostre operazioni [che però proseguono, pur se meno massive ndr.]. La Siria parla di accordi di sicurezza [con Israele] e intona canti di pace. Gaza continua a mietere vittime ogni giorno, ma la salvezza elettorale non arriverà dalla Striscia. Né ci si può fidare degli Houthi dello Yemen. Quei bastardi stanno mantenendo la promessa fatta a Trump di non attaccare obiettivi israeliani”.

“Persino i palestinesi della Cisgiordania si sono addormentati sul più bello. Invece di lanciare un’intifada, una rivolta armata contro i pogrom perpetrati ai loro danni da bande criminali di coloni appoggiate dalla maggioranza ‘normale e pacifica’ [del Paese], si lamentano sui media. Per un momento, si era quasi sperato che gli agenti della polizia palestinese potessero puntare le armi contro soldati e civili israeliani, dando al primo ministro e al ministro della Difesa la guerra che tanto desideravano. Ma anche in questo caso, ‘l’Autorità Palestinese terroristica’ si è dimostrata incapace di mantenere le promesse”.

“In sintesi, gli arabi stanno ancora una volta perdendo l’opportunità di costruire un rapporto di fiducia con il governo, dimostrando che nei momenti difficili non ci si può fidare di loro. Peggio ancora, il loro rifiuto di fornire a Israele un pretesto per aprire un nuovo fronte equivale a una palese interferenza nelle nostre elezioni, rivelando una chiara inclinazione di sinistra e un aperto sostegno a Gadi Eisenkot [il competitor di Netanyahu ndr.]”.

“Un nuovo slogan è già in circolazione sulla stampa, che intona con gioia che ‘da Riad a Ramallah, tutti sono con Eisenkot’. Non c’è bisogno di sottolineare la ‘partnership’ di Eisenkot con gli arabi israeliani quando gli Houthi, i gazawi, i siriani e i libanesi ballano tutti al ritmo delle sue canzoni”.

Anche l’Arabia Saudita è della partita, prosegue Bar’el, dal momento che il principe ereditario Mohamed bin Salman (Mbs) ha rifiutato le avances di Netanyahu, pronto a impelagarsi nel conflitto yemenita a fianco di Riad e contro gli Houti pur di ottenere la sospirata guerra.

Gli è andata male anche su questo fronte, con il principe che gli ha risposto picche: senza uno Stato palestinese, ha risposto, non gli è possibile accettare la partnership militare né aderire agli accordi di Abramo, sviluppo implicito nell’offerta di Bibi.

Tale rifiuto, secondo Bar’el, sarebbe motivato dal fatto che il principe è uomo di principi. In realtà, al principe poco importa della sorte dei palestinesi, ma molto della sua, che nel caso avesse accettato gli avrebbe riservato l’impiccagione sulla pubblica piazza da parte del suo popolo o, alternativa ancora più realistica, di essere spodestato da un golpe simile a quello che “pose fine alla monarchia irachena e uccise ogni singolo membro della famiglia regnante Husseini il 14 luglio 1958”.

Uno scenario evocato da Edward Luttwak, uno dei tanti portavoce dello Stato profondo americano, che in una nota recente ha dettagliato la crisi che attanaglia il Regno, dove l’accentramento del potere avvenuto sotto la reggenza del pargolo della Casa Saud ha creato malumori sempre più diffusi e profondi (sul malumore delle tribù saudite rimandiamo a un articolo di Piccolenote).

Il cenno di Luttwak è stato ripreso da Alastair Crooke sul sito del Ron Paul Institute, che lo ha commentato così: “Il timore di MbS è che un pilota di F-15, al di fuori della ristretta cerchia degli stipendiati della famiglia reale, possa scegliere di attaccare uno dei palazzi principeschi del Regno (invece di colpire un obiettivo di AnsarAllah) come preludio a una vera e propria rivolta militare. Non si tratta di una minaccia fantasiosa: un saudita navigato ha ricordato di aver sentito di recente un giovane ufficiale saudita minacciare proprio questo”.

Mohammed bin Salman is more at risk internally than from AnsarAllah attacks

La ricerca affannosa di una nuova guerra da parte di Netanyahu non nasce da un’ispirazione improvvisa né serve solo a eludere la ghigliottina delle elezioni (alla quale, però, può ancora scampare dal momento che la sconfitta non è scontata). Infatti, appartiene al suo armamentario ideologico, che ha in Sparta un modello ideale al quale Israele deve aspirare, come ebbe a dire in un ispirato discorso che ebbe vasta eco nel mondo, ricordato oggi da Uri Misgav su Haaretz.

Bibi's Supporters Must Hope He Loses

Un discorso, un ideale, che ha suscitato perplessità e aspre critiche in ambito ebraico. Tanto che qualcuno ha sommessamente ricordato l’elogio di Sparta fatto da Hitler nel suo Zweites Buch (“Secondo libro”), scritto dopo il Mein Kampf. Non solo l’esaltazione dell’eugenetica, anche la legittimazione dell’oppressione dei pochi eletti sulle moltitudini (e tanto altro). Citiamo: “Il dominio di seimila Spartani su trecentocinquantamila Iloti era pensabile solo come conseguenza dell’alto valore razziale degli Spartani. Ma questo era il risultato di una sistematica preservazione della razza; per questo Sparta deve essere considerata come il primo Stato völkisch (razziale)”. Possibile che nell’entourage di Netanyahu nessuno si sia accorto della tragica, evocativa, gaffe?

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Deepfake, social e stampa: l’IA “entra” nel codice penale. 

«Chi è senza deepfake scagli la prima pietra». Si potrebbe adeguare così il precetto evangelico, ma la legge non punta il dito contro ogni contenuto artificiale: il confine penale si supera quando la diffusione non consensuale di un falso credibile provoca un danno ingiusto alla persona coinvolta.

È questo il punto di partenza per leggere il nuovo art. 612-quater c.p., introdotto dall’art. 26 della legge 23 settembre 2025, n. 132. La norma si inserisce in una realtà nella quale immagini, video e voci possono essere alterati con l’intelligenza artificiale e passare, in pochi minuti, da una chat privata a una platea molto più ampia. Proprio per questo, la responsabilità non può essere ricavata automaticamente né dalla sola esistenza del deepfake né dal semplice fatto che qualcuno lo abbia condiviso.

Ma cosa si intende per deepfake? Stiamo parlando di un’immagine, un contenuto audio o un video generato o manipolato mediante intelligenza artificiale che riproduce persone, oggetti, luoghi, entità o eventi esistenti e che può apparire, a chi lo osserva, falsamente autentico o veritiero. In pratica, la tecnologia può ricreare realisticamente il volto, i movimenti o la voce di una persona, facendo sembrare che abbia detto o fatto qualcosa che non è mai avvenuto; esempi tipici sono il face swapping e il voice cloning.

La nuova regola

L’art. 612-quater c.p. prende in considerazione la condotta di chi, senza il consenso della persona rappresentata, cede, pubblica o altrimenti diffonde immagini, video o voci falsificati o alterati mediante sistemi di intelligenza artificiale, idonei a indurre in inganno sulla loro genuinità, cagionando un danno ingiusto.

La fattispecie richiede dunque una valutazione complessiva. Devono venire in rilievo l’impiego dell’intelligenza artificiale, l’idoneità del contenuto a sembrare genuino, l’assenza di un consenso rilevante nel contesto e la produzione di un danno ingiusto alla persona rappresentata. La mera circolazione di un contenuto manipolato, senza la verifica degli altri elementi e della concreta condotta del diffusore, non consente di concludere automaticamente per la responsabilità penale.

L’espressione «idoneo a indurre in inganno sulla loro genuinità» è quella utilizzata dalla legge. In pratica, per comprendere se il contenuto abbia questa caratteristica, si potrà considerare anche quanto appaia plausibile a un osservatore medio: non è però una formula testuale della disposizione, ma un possibile criterio di lettura. Anche il danno ingiusto deve essere valutato in concreto, tenendo conto della persona coinvolta, del contenuto e delle conseguenze della diffusione.

Quando l’IA rende il fatto più grave

La legge n. 132/2025 non si è limitata a introdurre il reato sui deepfake. Ha previsto anche un’aggravante comune, all’art. 61, primo comma, n. 11-undecies, c.p., per i fatti commessi mediante sistemi di intelligenza artificiale. Il semplice ricorso alla tecnologia, tuttavia, non basta: l’aggravante può rilevare quando il sistema, per la sua natura o per le modalità di utilizzo, costituisca un mezzo insidioso, ostacoli la pubblica o privata difesa oppure aggravi le conseguenze del reato.

Nel caso dell’art. 612-quater, l’impiego dell’IA è già un elemento costitutivo della fattispecie. L’aggravante non va quindi presentata come automatica conseguenza del deepfake: occorre verificare, caso per caso, un’ulteriore e concreta maggiore offensività nelle modalità del fatto.

Social, chat e repost

Post, reel, storie, thread, messaggi con allegati manipolati, audio clonati e condivisioni su WhatsApp o Telegram sono alcune delle forme nelle quali un deepfake può circolare. Anche l’inoltro o la ripubblicazione possono assumere rilievo, ma non per il solo fatto di aver rilanciato un contenuto: bisogna verificare se, nella concreta condotta del diffusore, ricorrano tutti gli elementi della fattispecie.

Lo stesso vale per chat e gruppi chiusi. La diffusione in un ambiente non aperto al pubblico può essere valutata alla luce delle modalità dell’invio, dell’ampiezza della cerchia dei destinatari, del contenuto e delle conseguenze prodotte. Non è dunque corretto considerare ogni condivisione privata automaticamente irrilevante, ma neppure ogni inoltro automaticamente punibile.

Per utenti, creator e gestori di pagine, la cautela consiste nel fermarsi prima del rilancio, soprattutto quando il materiale riguarda persone riconoscibili, dichiarazioni apparentemente autentiche o voci ottenute mediante clonazione. A seconda dei fatti, possono venire in rilievo anche la diffamazione, la disciplina sulla protezione dei dati personali, le norme sul cyberbullismo o altre tutele civili e penali. La loro applicazione, però, deve essere verificata caso per caso e non discende automaticamente dalla sola presenza di un deepfake.

La procedibilità è, in via ordinaria, a querela della persona offesa. La legge prevede tuttavia alcuni casi di procedibilità d’ufficio: quando il fatto è connesso con un delitto per il quale si deve procedere d’ufficio, quando la persona offesa è incapace per età o per infermità e quando il fatto è commesso nei confronti di una pubblica autorità a causa delle funzioni esercitate.

Quest’ultima ipotesi richiede particolare attenzione. Non basta che il contenuto riguardi genericamente un politico, un magistrato o un appartenente alle forze dell’ordine. Occorre verificare se la condotta sia stata realizzata nei confronti di una pubblica autorità e proprio a causa delle funzioni esercitate, secondo la condizione indicata dalla norma.

Il tema delle testate online

La logica della norma non si arresta ai confini dei social personali. Poiché l’art. 612-quater c.p. menziona la pubblicazione e la diffusione e si rivolge a «chiunque», il tema riguarda anche chi opera professionalmente nell’informazione. Per una testata online, incorporare, embeddare o ripubblicare un video, una fotografia o un audio proveniente da una fonte terza può porre un problema se il materiale è stato alterato con IA, appare idoneo a ingannare, manca il consenso e produce un danno ingiusto.

Questo non significa che ogni errore editoriale si trasformi in reato, né che la responsabilità del direttore, dell’editore o del responsabile digitale sia automatica. Eventuali profili penali devono essere accertati in concreto, considerando la condotta individuale, il contributo effettivamente prestato, le informazioni disponibili e l’elemento soggettivo richiesto dalla fattispecie. Dall’art. 612-quater non discende una generale posizione di garanzia riferibile indistintamente a tutti i ruoli della redazione.

Anche l’interesse pubblico della notizia e il diritto di cronaca non costituiscono un’esenzione automatica. La pubblicazione richiede di esaminare il quadro complessivo del caso: la natura del contenuto, le modalità di acquisizione e presentazione, la sua attendibilità, il consenso, il danno prospettato e tutti gli altri elementi giuridicamente rilevanti. In questa prospettiva, il dovere giornalistico di verificare le fonti assume un peso particolare quando il materiale è virale, sorprendente o destinato a incidere sulla reputazione di una persona.

La velocità della pubblicazione può rendere più difficile questo controllo, ma non sostituisce la verifica dei presupposti del reato. Una redazione che utilizza materiale prodotto da terzi si trova quindi davanti a un problema di metodo prima ancora che di tecnologia: capire da dove proviene il contenuto, quanto è verificabile e quale significato assume nel contesto in cui viene pubblicato.

Verifiche, tracciabilità e trasparenza

Controllare la fonte originaria, chiedere il file originale, confrontare versioni e metadati quando disponibili, conservare la documentazione delle verifiche e predisporre una procedura rapida per gestire contestazioni o richieste di rettifica sono buone pratiche di compliance editoriale. Possono ridurre il rischio di errori e aiutare a ricostruire il percorso seguito dal contenuto, ma non sono obblighi imposti direttamente dall’art. 612-quater e non eliminano da soli eventuali responsabilità.

È utile distinguere questo piano organizzativo dagli obblighi di trasparenza previsti dal regolamento (UE) 2024/1689, l’AI Act. L’art. 50, paragrafo 4, richiede al deployer che genera o manipola un deepfake di rendere noto che il contenuto è stato artificialmente generato o manipolato, secondo le modalità previste dal regolamento.

La stessa disposizione disciplina separatamente i testi generati o manipolati e pubblicati con lo scopo di informare il pubblico su questioni di interesse pubblico. Per questi contenuti, l’obbligo di disclosure non si applica quando il testo è stato sottoposto a revisione umana o controllo editoriale e una persona fisica o giuridica detiene la responsabilità editoriale della pubblicazione. Questa previsione non costituisce, invece, un’esenzione generale per i deepfake audiovisivi diffusi dalle testate.

Anche quando il regolamento modula gli obblighi informativi per opere manifestamente artistiche, creative, satiriche o fittizie, ciò non equivale a un’immunità penale. Restano da valutare la condotta concreta, il contenuto, il consenso, il danno e le altre regole applicabili al caso.

La verifica prima della viralità

L’art. 612-quater c.p. non considera illecito ogni contenuto sintetico e non trasforma ogni condivisione in una responsabilità già definita. Chiede piuttosto di misurarsi con una combinazione di fattori — IA, ingannevolezza, assenza di consenso, danno ingiusto e condotta di diffusione — che può cambiare a seconda delle circostanze.

Per gli utenti, la cautela riguarda il momento del repost. Per le testate, riguarda anche la qualità della verifica prima della pubblicazione e la capacità di documentare le scelte compiute. La velocità e l’interesse della notizia possono spiegare la corsa alla condivisione, ma non sostituiscono l’accertamento dei presupposti: prima della viralità, resta decisivo capire che cosa si sta diffondendo, con quale consenso e con quali possibili conseguenze.

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Archive Genocide, un sito per raccogliere le prove del genocidio a Gaza e spedirle alla Corte Penale Internazionale

Video, fotografie e testimonianze raccolti da una rete internazionale di volontari per documentare il genocidio a Gaza e preservarne le prove. Il progetto si chiama Archive Genocide e da pochi giorni, oltre a un sito, ha ora anche una mappa interattiva che permette di localizzare oltre 35mila immagini e 200.000 documentazioni, ricostruire gli attacchi e mettere i materiali a disposizione di giornalisti, ricercatori e organismi giudiziari.

La storia di migliaia di bambini uccisi da Israele, migliaia di donne e uomini sono tutte archiviate su Archive Genocide.
È una piattaforma digitale nata per raccogliere, catalogare e preservare le testimonianze del genocidio a Gaza.

Nel sito si trovano le immagini di bambini feriti, affamati, allo stremo e in molti casi uccisi, le testimonianze dei medici, i filmati di ospedali bombardati, le immagini di giornalisti uccisi mentre stavano lavorando e i video di migliaia di civili in fila per ricevere del cibo. Documenti che raccontano quanto accaduto nella Striscia a partire dal 7 ottobre 2023, attraverso ciò che è stato registrato da chi si trovava sul posto.

Israel opens fire for no reason at tents daily.

Today they murdered a 6 year old boy.

Yesterday they murdered a 8 year old girl. pic.twitter.com/oa5oMiFvFU

— Israel Exposed (@xIsraelExposedx) October 11, 2026

A tre anni dal 7 ottobre 2023, Archive Genocide è diventato uno dei più vasti progetti indipendenti di documentazione del genocidio a Gaza. All’inizio di ottobre 2026 i suoi responsabili hanno annunciato di aver superato i 200mila documenti tra video, fotografie e altri materiali, raccolti da fonti differenti: giornalisti, operatori sanitari, civili palestinesi, organizzazioni umanitarie, soldati israeliani e utenti dei social network.

L’obiettivo dichiarato è conservare una documentazione che possa essere consultata anche in futuro, quando le immagini avranno smesso di circolare sui social e l’attenzione internazionale si sarà spostata altrove.

Il progetto è legato al collettivo Israel Exposed, attivo sui social con l’account @xIsraelExposedx. Le persone che ne coordinano il lavoro preferiscono restare anonime, soprattutto per ragioni di sicurezza e per il timore di possibili ritorsioni da parte di Israele.

Intervistati dal quotidiano israeliano Haaretz, i responsabili hanno spiegato che una delle ragioni alla base dell’iniziativa è stata la progressiva scomparsa di fotografie e filmati dalle piattaforme digitali. Secondo il loro racconto, numerosi account personali, alcuni appartenenti a persone che avevano documentato bombardamenti e uccisioni, venivano cancellati insieme ai contenuti che avevano pubblicato.

Yesterday @X suspended Mo Hamzah's account. He didn't have the biggest audience here, but is well known on IG and other platforms – and does great work showing people the truth about Israel. He doesn't deserve to be censored

Please follow his backup @ayamollah while @Safety… pic.twitter.com/J0h5Enffkn

— Israel Exposed (@xIsraelExposedx) September 24, 2026

La rimozione di un video, in questi casi, può significare la perdita di una testimonianza difficilmente recuperabile. Molte delle persone che hanno registrato quelle immagini sono morte, sono state sfollate oppure non hanno più accesso ai propri dispositivi e profili.

Archivegenocide has crossed 400 million web requests in it's 13th week. We are launching a campaign to plaster posters/stickers and grafitti art in public areas showing the truth to people. This is especially important with the mid-terms coming up.

Use #archivegenocide to tag… pic.twitter.com/J0pZPDORXj

— Israel Exposed (@xIsraelExposedx) October 9, 2026

All’inizio di ottobre 2026 il collettivo ha presentato uno degli sviluppi più importanti del progetto: una mappa interattiva della Striscia di Gaza sulla quale sono stati collocati oltre 35.200 video e fotografie. La nuova funzione, disponibile all’indirizzo archivegenocide.com/geolocation, consente di esplorare il territorio e individuare i luoghi associati alle registrazioni conservate nell’archivio.

Chi consulta la mappa può cercare una località, selezionare un periodo oppure utilizzare filtri relativi alla tipologia di attacco e al grado di precisione della geolocalizzazione. Per i contenuti sono previsti collegamenti alle fonti e alle pubblicazioni originali del documento che si sta consultando, quando disponibili.

Un’altra funzione presentata dal progetto è Iris, un assistente basato sull’intelligenza artificiale integrato nel sito. L’obiettivo è rendere più semplice la consultazione di una raccolta ormai troppo estesa per essere esplorata manualmente. Attraverso richieste gli utenti possono cercare filmati relativi a determinati luoghi, persone, bombardamenti o periodi del genocidio a Gaza. Iris è stata integrata anche nella mappa geografica, dove può aiutare a individuare registrazioni e informazioni associate a una specifica area.

La particolarità di Archive Genocide è la quantità di materiale audiovisivo e il tentativo di collegare ogni documento ad altri elementi utili a ricostruirne la storia. Un filmato pubblicato su un social può essere ritrovato attraverso il luogo in cui è stato girato, confrontato con altre registrazioni e associato a testimonianze o rapporti riguardanti lo stesso episodio. Inoltre, ogni video o fotografia contengono un pannello in cui si cerca di fornire più informazioni possibili come data e ora, luogo dell’incidente, altri account coinvolti in modo che, chi ha bisogno di utilizzare quella prova, abbia più informazioni possibili a disposizione.

QR codes: pic.twitter.com/2k2J9ymQBz

— Israel Exposed (@xIsraelExposedx) October 9, 2026

Tutti possono raccogliere e inviare le prove del genocidio

Archive Genocide permette anche agli utenti di contribuire direttamente alla raccolta delle prove attraverso Submit, una funzione pensata per chi possiede video che documentano il genocidio a Gaza o possibili crimini commessi nella Striscia e in Cisgiordania.

Il procedimento richiede pochi passaggi. Dalla sezione Submit Footage del sito è possibile accedere a un gruppo Telegram dedicato e caricare il proprio filmato nel canale denominato War Crimes. Chi invia il materiale è invitato a fornire tutte le informazioni disponibili, soprattutto la data, il luogo della registrazione e la fonte originale.

La scelta di Telegram, spiegano i responsabili, è legata alla possibilità di conservare la qualità originale dei file e i relativi metadati, informazioni che possono risultare importanti per stabilire quando e dove un video sia stato registrato.

Una volta ricevuto, il filmato viene sottoposto al processo di verifica del team di Archive Genocide. I ricercatori esaminano il materiale prima di decidere se inserirlo nell’archivio. Quando è possibile determinarne la posizione geografica, il video può essere associato a un punto della mappa interattiva, diventando così consultabile insieme alle altre testimonianze raccolte nella stessa area.

Ma la funzione Submit ha anche una finalità giudiziaria. Secondo quanto dichiarato sul sito, i materiali esaminati e acquisiti vengono inoltrati ai gruppi legali che lavorano sulle responsabilità per i crimini commessi a Gaza: la Corte penale internazionale (CPI), la Hind Rajab Foundation e il team legale sudafricano impegnato nel procedimento per genocidio contro Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia.

Fonti

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Cina, il volo dell’export e la sfida commerciale di Pechino

L’export cinese continua a volare e i dati consolidati sui primi nove mesi del 2026 danno Pechino pienamente in linea per battere il record di oltre 1.200 miliardi di dollari di surplus commerciale registrato nel 2025. I dati dell’Amministrazione generale delle dogane per i primi tre quarti dell’anno in corso parlano chiaro: il surplus cumulato da gennaio a settembre è cresciuto del 7,2%, da 875,1 a 938,1 miliardi di dollari, sullo stesso periodo del 2025 e la crescita del 36,3% dell’export a settembre.

L’export record della Cina

I dati ripresi dal Financial Times sottolineano che la crescita delle esportazioni sopravanza anche un contesto che vede per Pechino un boom dell’import: +31% nel solo mese di settembre, con un impatto trainante dei costi energetici.

Il quotidiano della City di Londra ricorda che nella crescita dell’export gioca un ruolo sempre più solido l’industria tecnologica: il FT scrive che i suoi calcoli hanno ricostruito che “le due categorie di prodotti legate all’intelligenza artificiale – chip e macchine e componenti per l’elaborazione automatica dei dati – hanno rappresentato il 17,9% delle esportazioni totali della Cina a settembre contribuendo per 13 punti percentuali alla crescita delle esportazioni rispetto agli 11,3 punti percentuali di agosto”.

Finbarr Bermingham, corrispondente europeo del South China Morning Post, ha sottolineato come il boom dell’export e del surplus commerciale cinese verso l’Unione Europea sia stato considerevole, analizzando in una lunga analisi su X qui di seguito riportata l’aumento del 52% del surplus commerciale di Pechino sui Ventisette a settembre. Questo trend conferma un sentiero di espansione dell’export e del surplus commerciale cinese a scapito di economie tradizionalmente competitive come quella tedesca (o, in Asia, giapponese) in settori che i Paesi di stampo occidentale ritenevano loro prerogativa maggioritaria.

I spent ages this morning doing my sums on China's September's trade data but kept having to redo them because I thought – surely they can't be right?

China's trade surplus with Germany grew 201.7% in Sept alone (vs Sept 2025)

With EU up 52.3%

With France up 251.8%

Crazy! pic.twitter.com/TxsUHfrYuw

— Finbarr Bermingham (@fbermingham) October 14, 2026

Il secondo “China Shock”

Numeri alla mano, si manifesta l’ampiezza di quello che è definibile come il secondo shock cinese dell’era globalizzata. Il primo, a cavallo tra Anni Novanta e primi Duemila, vide emergere la “fabbrica del mondo” nel quadro dell’interconnessione economica trainata dalla globalizzazione neoliberista che spostava il centro manifatturiero del mondo verso l’Estremo Oriente e che fu coronata dall’ingresso della Cina nel Wto nel 2001. Tale “shock” colpì duramente molti produttori occidentali ma fece, a livello aggregato, le fortune dell’interconnessione commerciale internazionale in un’era di espansione degli scambi, tanto da portare la Repubblica Popolare ad essere salutata come un attore capace di riequilibrare le problematiche economiche globali con gli investimenti anticiclici dopo la Grande Recessione del 2008.

Prima che il differente percorso intrapreso da Pechino sul piano strategico e la volontà cinese di saldare la connettività euroasiatica con le Nuove Via della Seta emergessero, a Washington questo fu salutato come un rilancio del progetto di globalizzazione a guida statunitense. A dire il vero, però, la Cina mirava soprattutto a costruire una propria via autonoma usando l’interconnessione come cinghia di trasmissione del suo export. Vera e propria forza trainante della sua economia.

Oggi, il secondo “shock cinese” differisce notevolmente dal primo per entità, mole e profondità strategica. Sull’onda lunga di programmi varati nello scorso decennio dal presidente Xi JinpingPechino ha riorientato buona parte della sua industria su beni ad alto valore aggiunto, prodotti ad alta intensità tecnologica, settori dove la Cina miete i frutti di un raccolto irrigato con cospicui investimenti a trazione pubblica e sta da tempo erodendo i margini di partner e rivali commerciali nei settori trainanti dell’innovazione e dello sviluppo produttivo. In un contesto caratterizzato da problematiche che Pechino deve comunque tenere in considerazione, come la necessità di stimolare la domanda interna all’economia, questo ha prodotto un tumultuoso aumento dell’export che ha sfidato politiche tariffarie, conflitti economici e ricerche di alternative da parte dei concorrenti e oggi rappresenta una sfida strutturale.

La sovracapacità industriale della Cina

Nel 2024 Filippo Fasulo per Ispi notava che “la differenza con vent’anni fa sono il tipo di merci cinesi – basso valore aggiunto nei primi anni Duemila, leadership tecnologica oggi – e il fatto che l’economia cinese non sia in grado di assorbire almeno parte di questa crescita industriale”.

Fasulo sottolineava inoltre la necessità per la Cina di scaricare un surplus produttivo interno sui mercati internazionali. La cosiddetta overcapacity, sottolineava la sua analisi, si inseriva in un contesto in cui “Pechino non interpreta l’eccesso di capacità produttiva come un segno di debolezza e perché Xi Jinping non sembra incline a rivedere in tempi brevi il modello di sviluppo economico cinese”.

La necessità cinese di scaricare all’esterno la sovracapacità produttiva industriale è ritenuta un driver importante del boom dell’export e di recente, a tal proposito, a riguardo è stata sviluppata una ricerca della Banca d’Italia “il 75% della crescita dell’export cinese” dalla fine del 2023 “può essere spiegato da fattori domestici”, in un contesto in cui da un lato il boost statale è stato importante e dall’altro la crisi dell’edilizia ha portato “le istituzioni finanziarie statali a reindirizzare le risorse dalle costruzioni alla manifattura, espandendo ulteriormente la capacità produttiva”. Però la ricerca della Banca d’Italia ricorda che “nell’ultimo decennio la Cina ha investito pesantemente nella qualità dei prodotti, nell’efficienza della produzione, nella sofisticazione delle catene del valore e nella capacità di muoversi in settori complessi e ad alto valore aggiunto”.

Il peso cinese nell’IA

La sovracapacità che inonda i mercati mondiali, insomma, è una sovracapacità di beni ben rodati qualitativamente e strutturalmente capaci di essere all’altezza dei concorrenti occidentali anche giocando in trasferta e, magari, affrontando le Forche Caudine dei dazi in diversi settori e contesti nazionali. Il caso dell’automotive, paradigma della nuova ondata di export cinese e al centro del recente accordo negoziale Cina-Ue per il contenimento dell’export di ibride cinesi, è stato a lungo emblematico.

A questo contesto si aggiunge oggi il super-ciclo dell’intelligenza artificiale che vede nella Cina uno dei due principali polmoni globali, assieme agli Usa, e in cui l’export di Pechino potrebbe concentrarsi soprattutto nell’alimentare i progetti abilitatori dell’IA e delle tecnologie di frontiera nel Sud Globale. A tal proposito, il rapporto tra Cina e Paesi in via di sviluppo in questo settorer è stato indicato come un obiettivo strategico in un articolo di Xinhua, agenzia d’informazione ufficiale di Pechino, del 6 agosto scorso che proponeva come obiettivi chiave quelli di “potenziare il Sud Globale attraverso l’IA” e di sviluppare una “cooperazione inclusiva sull’IA”, in un contesto che vede la competizione globale sull’intelligenza artificiale sedimentarsi attorno alla sfida tra il modello dei grandi LLM statunitensi e quello dei modelli “a pesi aperti” di Pechino. E mentre la partita per gli algoritmi prosegue, quella per l’infrastruttura IA, ad alto valore aggiunto vista l’alta domanda industriale, può essere un boost ulteriore per la produzione cinese e, come dimostrano i dati, pesa sempre di più su un export in continuo aumento.

Per la Cina la sfida sarà trovare un bilanciamento tra nuove componenti della sua bilancia commerciale e il rischio che in settori già rodati la sovracapacità, inondando il resto del mondo, finisca paradossalmente per frenare i mercati di sbocco e alimenti tendenze alla reazione e al contrasto economico all’ascesa di Pechino. Il prospetto di un 2026 da record, in tal senso, deve invitare Pechino a capire come consolidare tali risultati e non è detto che sia un’ulteriore espansione del surplus la via maestra. Alla politica e alla dialettica commerciale il compito di capire come strutturare la risposta a questi dilemmi.

Fonti

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