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Sardegna, 53enne accoltellato e dato alle fiamme in un parco a Carbonia: si cerca il killer

Erano intervenuti dopo essere stati chiamati per spegnere un incendio nel Parco Rosmarino di Carbonia, in Sardegna. Non immaginavano che sotto al rogo di sterpaglie si nascondesse un cadavere. Proprio in questo modo, invece, i vigili del fuoco scoperto il corpo di Giovanni Musu, disoccupato 53enne, con alcuni precedenti penali. Le fiamme avevano raggiunto il cadavere alle gambe. Secondo quanto emerso finora, Musu sarebbe stato colpito ripetutamente con un’arma da taglio: una delle ferite, inferta alla gola, potrebbe essere stata mortale. Musu è stato ritrovato sanguinante e con le gambe avvolte dalle fiamme. L’incendio sarebbe un tentativo di cancellare le tracce.

Erano le 4 del mattino. Sul posto sono arrivati i carabinieri della Compagnia di Carbonia insieme al nucleo investigativo di Cagliari e poi anche il Ris. A coordinare le indagini il pm della procura del capoluogo sardo Danilo Tronci. La zona del ritrovamento è stata delimitata e sul corpo del 53enne è stato eseguito un primo esame dal medico legale, in attesa della dell’autopsia, disposta dallo stesso pm.

L’indagine si muove negli ambienti dello spaccio e del consumo di droga. Gli investigatori stanno cercando di ricostruire gli ultimi mesi di vita dell’uomo e la rete di relazioni. L’ipotesi è che il delitto possa essere maturato al termine di un litigio degenerato o come conseguenza di contrasti legati a dinamiche criminali, anche se al momento nessuna pista viene esclusa. Sono già stati ascoltati numerosi testimoni e sono scattate diverse perquisizioni. I controlli hanno riguardato l’abitazione della vittima e le case di persone ritenute potenzialmente coinvolte, nel tentativo di raccogliere elementi utili a individuare il responsabile.

Da capire se l’aggressione sia avvenuta nel parco o in un luogo esterno. Le indagini si concentrano – oltre che sui motivi dell’omicidio e sulla ricerca del colpevole – anche sul passato recente di Musu. Non si esclude una possibile assunzione di droghe prima di essere ucciso, dato il ritrovamento di alcune siringhe – che sembrerebbero confermare anche la pista legata al mondo delle sostanze stupefacenti.

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“Governo inadempiente col Pnrr, rischio collasso della giustizia italiana”: l’Anm vuole essere audita alla Commissione Ue

L’Associazione nazionale magistrati ha chiesto di essere audita dalla Commissione europea. Il motivo? Il sindacato delle toghe vuole illustrare la “situazione allarmante“, dovuta al “rischio di collasso della Giustizia italiana per l’inadempimento del governo italiano agli impegni assunti in sede europea con riguardo all’Ufficio per il processo“. Mentre infuria lo scontro tra magistratura ed esecutivo in vista del referendum sulla separazione delle carriere, c’è un altro fronte che si apre tra toghe e politica: quello dell’attuazione del Pnrr in tema di giustizia. La richiesta di audizione è contenuta nel documento approvato dal Consiglio direttivo centrale dell’Associazione nazionale dei magistrati.

“Il personale sta lasciando gli uffici”

Ricordando che l’Ufficio per il processo è stato “incluso nel Pnrr quale misura di natura strutturale, destinata a modificare in modo permanente l’organizzazione del lavoro degli uffici giudiziari e dei giudici italiani”, l’Anm sottolinea che “a gennaio 2026 a meno di sei mesi dal termine del progetto, nessun bando è stato pubblicato o reso noto per la stabilizzazione dei funzionari addetti all’Ufficio per il processo, che nel frattempo stanno lasciando gli uffici giudiziari per altre opportunità di lavoro”. Eppure nel rendiconto al 31 ottobre scorso dell’Unità di missione del ministero della Giustizia sull’attuazione degli interventi del Pnrr, il governo ha dato atto “che la misura sull’Ufficio per il processo e Capitale Umano prevede l’assunzione e la permanenza in servizio di 10mila unità di personale Pnrr (addetti all’Ufficio per il Processo e personale tecnico-amministrativo), con l’obiettivo di creare un vero e proprio staff di supporto al magistrato e alla giurisdizione – con compiti di studio, ricerca, redazione di bozze di provvedimenti – e pone, altresì, le fondamenta di una struttura al servizio dell’intero Ufficio giudiziario, con funzioni di raccordo con le cancellerie e le segreterie, anche con mansioni tipicamente amministrative quale naturale preparazione e completamento dell’attività giurisdizionale, di assistenza al capo dell’ufficio ed ai presidenti di sezione indirizzi giurisprudenziali e di banca datì”.

“Nessun bando pubblicato per assumere funzionari”

Eppure, aggiunge il sindacato della toghe,”la stessa relazione riferisce che al 31 ottobre 2025, il personale effettivamente in servizio si era ridotto a 8.930 unità. È infatti accaduto che in assenza di qualsivoglia progetto concreto di stabilizzazione del personale assunto con i fondi del Pnrr, oltre mille funzionari, tra i più capaci, appositamente formati ed inseriti nei progetti dell’Ufficio per il processo, abbiano lasciato l’amministrazione della Giustizia per altre opportunità di lavoro”. “L’11 agosto del 2025 – prosegue l’Anm – il ministero della Giustizia ha annunciato che entro il mese di ottobre avrebbe avviato una procedura comparativa per la stabilizzazione dei funzionari addetti all’Ufficio per il processo. A gennaio 2026, a meno di sei mesi dal termine del progetto, nessun bando è stato pubblicato o reso noto per la stabilizzazione dei funzionari Addetti all’Ufficio per il processo”.

Rischio per processi su diritto di asilo

Dunque, sottolinea il sindacato dei magistrati, “il governo non ha stanziato i fondi necessari a reclutare 10mila unità di funzionari” previsti dal progetto del Pnrr in cui il governo italiano si è impegnato verso l’Unione europea. Quindi, è l’allarme, si rischia così “di disperdere risorse e progettualità, di essere costretti ad abbandonare un ormai consolidato metodo di lavoro in team e di dissipare, in breve tempo i progressi raggiunti nell’attuazione del Pnrr”. Il sindacato delle toghe specifica che “la situazione è particolarmente grave nelle Sezioni specializzate per la protezione internazionale che sono chiamate ad attuare il sistema comune europeo dell’asilo e nelle quali un team di supporto al giudice è indispensabile per assicurare le funzioni minime del processo in materia di asilo”. L’Associazione ricorda che la stessa relazione dell’Unità di Missione per il Pnrr per la Giustizia evidenzi come i tribunali e le corti italiani abbiano “raggiunto con ampio anticipo rispetto al termine del progetto (30 giugno 2026) il target della riduzione del 25% del Disposition Time (rispetto alla baseline del 2019) dei processi penali nei tre gradi di giudizio e sono prossimi a raggiungere nei tempi concordati l’abbattimento dell’arretrato dei procedimenti civili di durata ultra-triennale”. A questo punto, dunque, resta “invece incerta la possibilità di raggiungere l’ultimo target, ossia la riduzione del 40% del Disposition Time (rispetto alla baseline del 2019) dei processi civili nei tre gradi di giudizio”.

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Studente ucciso a La Spezia, la protesta di parenti e amici: “La scuola dovrebbe essere un posto sicuro”

Parenti, amici e compagni di Abanoub Youssef, lo studente ucciso venerdì scorso in un istituto professionale di La Spezia, hanno dato vita una protesta spontanea questa mattina di fronte all’obitorio dell’ospedale cittadino. Un centinaio di persone ha occupato il marciapiede e la sede stradale esponendo cartelli per chiedere il massimo della pena nei confronti dell’assassino e l’impegno delle istituzioni nel rendere sicure le scuole. “La scuola è complice“, “Giustizia per Abu”, “Vogliamo una giustizia veloce”, “Abbiamo paura a tornare a scuola” alcune delle frase scritte sui cartelli mostrati dai manifestanti. Nessun momento di tensione, ma piuttosto di commozione per i parenti straziati dal dolore. La manifestazione poi si è spostata in prefettura.

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Perde una mano a Capodanno per l’esplosione di un petardo artigianale: muore dopo 18 giorni a Vercelli

Aveva perso la mano sinistra a causa dello scoppio di un petardo artigianale durante la notte di Capodanno e da allora era ricoverato in gravissime condizioni al Sant’Andrea di Vercelli. È morto questa mattina Bruno Savoia, 43 anni. A riportare la notizia è il quotidiano La Stampa. Troppo gravi le ferite ricevute a seguito dell’esplosione del botto – autoprodotto – che lo aveva colpito anche all’addome. Sul corpo dell’uomo erano presenti diverse ustioni.

Savoia abitava a Vercelli, in via Leopardi 11. Viveva assieme alla compagna Grazia, che la notte dell’incidente ha subito raggiunto l’uomo, ferito. E che oggi denuncia: “ho chiamato l’ambulanza 18 volte, non arrivava mai”. La Notte di San Silvestro la coppia ha trascorso il veglione con degli amici. Dopo la mezzanotte, Savoia era sceso con loro nel cortile del palazzo e aveva acceso il petardo. Il rumore dell’esplosione era stato forte, tanto da aver attirato l’attenzione di tutti gli inquilini dello stabile.

Immediatamente trasportato al pronto soccorso da un’auto della compagnia, le sue condizioni erano immediatamente apparse gravi tanto che i medici non erano riusciti a ricostruire l’arto nonostante un delicato intervento chirurgico. Le indagini dei carabinieri di Vercelli intanto proseguono, ed è possibile che verrà disposta un’autopsia.

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Minacce a Tescaroli, trovato un proiettile dove il magistrato ha presentato il suo libro: indagano i carabinieri

Un proiettile calibro 9, sparato da una pistola. È quello che hanno trovato i carabinieri nei pressi dell’ingresso del Palazzo di Città a Fasano, in provincia di Brindisi, la mattina di domenica 18 gennaio. Un ritrovamento inquietante, visto che in quel luogo sarebbe passato dopo pochi momenti Luca Tescaroli, procuratore capo di Prato. Il magistrato era atteso per la presentazione del suo libro, Il biennio di sangue, edito da Paperfirst, prevista per le ore 11. I militari hanno subito collegato il ritrovamento del proiettile all’arrivo del magistrato, chiedendo l’immediato intervento degli artificieri.

Le indagini, affidate ai carabinieri della compagnia di Fasano e a quelli del comando provinciale di Brindisi, sono in corso. Gli investigatori stanno verificando la presenza di telecamere sul luogo del ritrovamento, per capire chi ha abbandonato il proiettile nel luogo dove Tescaroli era atteso. L’altra ipotesi è che qualcuno abbia esploso il colpo di pistola nei pressi del Palazzo di Città. La presentazione del libro del magistrato si è comunque svolta come da programma.

Tescaroli vive sotto scorta da molti anni, a causa delle minacce ricevute in passato. “Ti faremo saltare con il tritolo. Finiremo quello che abbiamo iniziato”, c’era scritto in una lettera di minacce spedita al magistrato nel luglio del 2024. L’anno precedente, invece, un pacco sospetto era stato ritrovato davanti casa di Tescaroli a Firenze: conteneva un pacco batterie per la ricarica di microcar elettriche da cui fuoriuscivano fili neri. Già giovannissimo pm a Caltanissetta e poi procuratore aggiunto a Roma e a Firenze, negli anni il magistrato ha indagato – tra le altre cose – sulla strage di Capaci e su quella di via d’Amelio, sull’omicidio del banchiere Roberto Calvi, su Mafia Capitale e sulle bombe del 1993. Nell’esperienza da aggiunto della città toscana ha coordinato l’inchiesta su Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi (fino alla sua morte), indagati per concorso nelle stragi di Firenze, Roma e Milano. Da quando è stato nominato al vertice della procura di Prato, invece, Tescaroli ha puntato i riflettori sulle faide interne ai clan cinesi: una spirale di violenza fatta di omicidi, pestaggi e incendi.

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Allarme chimico nelle crocchette per cani Eurospin: “Livelli di aflatossina superiori ai limiti”. Ecco il lotto ritirato dal Ministero della Salute

Scatta l’allarme per le crocchette per cani della marca Radames, commercializzata nei supermercati Eurospin. Il Ministero della Salute ha disposto il richiamo del prodotto venduto nel pacco da 10 chili, con lotto di produzione 5286 e con scadenza datata 13 aprile 2027 (le crocchette in questione sono prodotte da Gheda Mangimi S.r.l., presso la sede stabilimento Ostiglia -Mantova, Via Comuna Santuario, 1). Nel cibo, infatti, è stata rilevata la presenza di “aflatossina B1” oltre i limiti della legge. L’avviso è stato pubblicato lo scorso 9 gennaio sul portale del Ministero, che ha specificato che coloro che hanno acquistato il prodotto sono tenuti a non consumarlo e a riconsegnarlo presso il punto vendita.

Crediti: Eurospin

Che cos’è l’aflatossina? Si tratta di un agente chimico prodotto dalla muffa Aspergillus flavus, che prolifera sui cereali spesso utilizzati come ingredienti per i mangimi degli animali domestici. È bene sottolineare che l’aflatossina è un componente presente in maniera naturale all’interno dei cibi composti da cereali. Tuttavia, come nel caso delle crocchette di Radames, se la quantità della tossina supera i limiti di legge il cibo non deve essere ingerito. L’assunzione di livelli elevati di aflatossina può provocare vomito, diarrea, perdita di appetito, ittero e, nei casi più estremi, la morte dell’animale. I nostri amici a quattro zampe sono più vulnerabili a questo agente chimico perché, a differenza degli esseri umani che seguono una dieta variegata, si nutrono degli stessi alimenti per lunghi periodi.

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Iran, una ong smentisce Israele sulla notizia della morte di Erfan Soltani: “È vivo”. Ancora accesso filtrato di internet

Mentre dentro e fuori l’Iran la tensione rimane altissima, lo scontro è anche sulle informazioni che arrivano da un Paese dove le comunicazioni sono ancora molto complicate dopo il blackout imposto dal regime. Nelle scorse ore, l’ong Hengaw, specializzata in difesa dei diritti umani, ha smentito la notizia diffusa da Israele sulla morte di Erfan Soltani, giovane diventato un simbolo delle ultime proteste contro gli ayatollah. L’organizzazione umanitaria infatti, ha diffuso su X un comunicato con la foto del ragazzo dove si dice che alla famiglia “è stata concessa una breve visita di persona oggi” e si conferma “che è attualmente vivo e in condizioni fisiche stabili”. L’aggiornamento arriva dopo che un account ufficiale su X del governo israeliano in farsi aveva reso noto che secondo alcune fonti Soltani sarebbe stato “brutalmente ucciso mentre era in custodia della Repubblica islamica”.

Accesso “fortemente filtrato” a internet

Intanto, secondo i media locali, le autorità iraniane stanno valutando di ripristinare “gradualmente” l’accesso a internet dopo il blocco delle comunicazioni. L’agenzia Afp ha anche fatto sapere di esser riuscita a connettersi a internet dall’ufficio di Teheran, sebbene la maggioranza dei provider web e mobili restino interrotti. I dati sul traffico indicano un ritorno significativo di alcuni servizi online, tra cui Google, il che suggerisce che sia stato abilitato un accesso fortemente filtrato, a conferma delle segnalazioni degli utenti su un ripristino parziale” della rete, ha spiegato NetBlocks in un post sui social. Le chiamate internazionali sono possibili da martedì 13 e la messaggistica di testo è stata ripristinata ieri 17 gennaio. L’Iran avvierà il ripristino “graduale” dell’accesso a Internet, bloccato dall’8 gennaio 2026 a causa delle proteste nazionali iniziate il 28 dicembre, ha riferito all’Ansa una fonte informata. Anche i social network Instagram, Telegram, X, Facebook e YouTube erano stati vietati in Iran alcuni anni fa, spingendo gli utenti a utilizzare le Vpn, ma anche le Vpn sono state vietate dall’8 gennaio.

Media: “Potrebbero essere più di 16mila i morti”

Secondo un rapporto redatto da medici iraniani e citato dal Sunday Times, “le vittime nella repressione delle proteste in Iran supererebbe i 16.500 morti”. Il rapporto afferma nello specifico che la maggior parte delle vittime sono giovani sotto i 30 anni e che altre 330.000 persone sono rimaste ferite, con gran parte delle uccisioni avvenute nell’arco di due giorni. “Questo è un livello di brutalità completamente nuovo”, ha dichiarato al Times il professor Amir Parasta, chirurgo oculista iraniano-tedesco che ha contribuito a creare la rete di medici che ha messo a punto il documento. “Questa volta stanno usando armi di livello militare e quello che stiamo vedendo sono ferite da arma da fuoco e da schegge alla testa, al collo e al torace”. Il rapporto afferma che i dati sono stati raccolti dal personale di otto importanti ospedali oculistici e 16 pronto soccorso in tutto l’Iran. Afferma che i medici sono stati in grado di comunicare utilizzando la tecnologia vietata Starlink durante il blocco di Internet. Il rapporto segnala anche un elevato numero di lesioni agli occhi: le forze di sicurezza avrebbero fatto ricorso anche a fucili da caccia, con almeno 700 persone che hanno perso la vista.

EXCLUSIVE – Hengaw

Hengaw has learned that the family of Erfan Soltani has been granted a brief in-person visit with him today, Sunday, January 18, 2026, and has confirmed that he is currently alive and in stable physical condition.

This development comes after days of extreme… pic.twitter.com/kwcSHVeVMG

— Hengaw Organization for Human Rights (@Hengaw_English) January 18, 2026

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Federica Brignone iscritta al gigante di Plan de Corones: “Deciderà al mattino se gareggiare o meno”

Si avvicina il rientro di Federica Brignone, ferma dallo scorso aprile per il grave infortunio rimediato alla gamba – frattura del piatto tibiale e del perone e lesione del legamento crociato anteriore – durante i campionati italiani. L’azzurra infatti risulta iscritta al gigante di Coppa del Mondo di sci in programma martedì a Plan de Corones e dovrebbe quindi tornare a gareggiare a poco più di due settimane dall’inizio delle Olimpiadi di Milano Cortina.

“La detentrice della sfera di cristallo prenderà parte alla sciata in pista del mattino e poi deciderà se gareggiare o meno – fa sapere la Fisi – Per lei si tratterebbe del rientro agonistico a distanza di 292 giorni dal terribile infortunio occorsole lo scorso 3 aprile in Val di Fassa”. La gara altoatesina vedrà al via per l’Italia anche Sofia Goggia, Lara Della Mea, Asja Zenere, Ilaria Ghisalberti, Giorgia Collomb, Ambra Pomarè, Alice Pazzaglia e Anna Tocker. La prima manche sulla pista Erta è in programma alle 10.30, la seconda alle 13.30.

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L’indignazione del comitato per il Nobel dopo che Machado ha consegnato la medaglia a Trump: “Non si può condividere il premio”

“Un vincitore del Premio Nobel per la Pace non può condividere il premio con altri, né trasferirlo una volta annunciato”. Il Comitato per il Premio Nobel per la Pace ha espresso forte indignazione in merito al gesto di María Corina Machado, che ha consegnato la sua medaglia a Donald Trump, definendo l’atto come una violazione delle norme che regolano il premio. La dichiarazione ufficiale del Comitato ha sottolineato con fermezza che un vincitore del Premio Nobel non può trasferire il premio ad altre persone né condividerlo, e che una volta che il premio è stato assegnato, esso non può essere revocato. Nonostante non abbia fatto riferimento esplicito né a Machado né a Trump, il Comitato ha ribadito che la decisione è definitiva e non può essere modificata dalle azioni del vincitore. Il 3 gennaio il blitz Usa, voluto da Trump, ha portato alla cattura di Nicola Maduro.

Il Comitato ha poi specificato che la medaglia, il diploma e il premio in denaro che accompagnano il Nobel sono simboli che appartengono al vincitore, ma che, sebbene questi oggetti possano essere donati o venduti, l’identità del destinatario del premio rimane immutata nella storia. Tra i vari esempi, il comitato ha citato il caso di Kofi Annan, che ha donato la propria medaglia all’Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra, e quello del giornalista Dmitry Muratov, che ha venduto la propria medaglia per sostenere i bambini ucraini. Gesti molto diversi da quelli dell’attivista e con un valore totalmente differente.

Il gesto di Machado, leader dell’opposizione venezuelana, è stato visto come un “momento emozionante” e simbolico, in quanto, secondo le sue parole, ha deciso di donare la medaglia a Trump per riconoscere il suo impegno a favore della libertà in Venezuela e in tutta la regione. Tuttavia, la sua spiegazione non ha placato le polemiche. Donald Trump, dal canto suo, ha espresso un tono di rispetto nei confronti di Machado, definendola una “donna molto gentile” e sottolineando che l’atto di ricevere la medaglia è stato per lui un “gesto molto carino”. Il presidente statunitense – che più volte ha sostenuto di meritare il premio (che Barack Obama ottenne “sulla fiducia” nel 2009, ndr) ha affermato di essere rimasto colpito dal suo impegno e ha voluto esternare la sua gratitudine per aver ricevuto il premio.

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“Certe cose non sono coincidenze”: la moglie defunta perse la fede nuziale in un campo di ulivi, dopo 50 anni degli sconosciuti la ritrovano e gliela restituiscono

“Certe cose non sono coincidenze, sono abbracci che attraversano il cielo”. Una fede nuziale persa 50 anni fa in un campo di ulivi è tornata tra le mani del proprietario. Il Corriere di Arezzo ha riportato la vicenda accaduta tra Antria e San Polo, a pochi chilometri da Arezzo. A ritrovare l’anello è stata l’associazione di Subbiano “Quelli della Karin”, specializzata nella perlustrazione dei campi locali alla ricerca di reperti bellici. La zona è nota per i ritrovamenti di ordigni e piastrine di riconoscimento dei soldati della Seconda guerra mondiale ma, questa volta, la scoperta è stata ben diversa. La fede, ritrovata a circa dieci centimetri di profondità grazie a un metal detector, aveva al suo interno un’incisione: Alfiero 5-4-1970.

Il dettaglio ha colpito uno dei membri dell’associazione impegnato nella ricerca sul campo. L’uomo, originario della zona, ha collegato il nome inciso sull’anello al proprietario dell’oliveto ed è andato a bussare alla sua porta di casa, non lontana dal luogo del ritrovamento. Come raccontato dal Corriere di Arezzo, il signor Alfiero, proprietario dell’anello, si è emozionato alla vista dell’oggetto. L’anziano ha raccontato di aver infilato l’anello alla moglie il 5 aprile del 1970. Oggi, la coniuge non c’è più. La donna, infatti, è morta nel 2022. La restituzione della fede è diventata un momento di gioia collettiva.

“Quando abbiamo bussato alla sua porta per restituirgliela, il tempo si è fermato. Lacrime, emozione pura e mani che tremavano”, hanno dichiarato i membri dell’associazione, come riferisce Fanpage. “Siamo certi che sua moglie, da lassù, abbia guidato quel metal detector esattamente nel punto giusto. Perché certe cose non sono coincidenze”, hanno concluso dall’associazione.

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Cuba, l’omaggio dell’Avana ai 32 militari uccisi nel raid Usa in Venezuela: decine di migliaia in marcia sul lungomare

Decine di migliaia di cubani hanno partecipato alla lunga marcia per rendere omaggio ai 32 militari uccisi in Venezuela durante l’operazione militare degli Usa e per mandare un messaggio alla Casa Bianca e al presidente Donald Trump. È avvenuto venerdì 16 gennaio all’Avana, in un corteo organizzato in “difesa della sovranità di Cuba e della Rivoluzione”. “Honor y gloria”, lo slogan scelto per chiamare le persone a raccolta nella “Marcia del popolo combattente”, snodatasi dalla Tribuna Antimperialista lungo il Malecón, il lungomare avanero.

I cittadini hanno cominciato a riempire le strade della città sin dalle prime ore del mattino. Il palco della manifestazione è stato montato in un luogo simbolico: alle spalle all’ambasciata statunitense. Da qui il presidente della Repubblica e segretario generale del Partito comunista cubano Miguel Díaz-Canel Bermúdez, nella classica tenuta verde oliva, si è scagliato contro “l’aggressione terrorista” compiuta a Caracas lo scorso 3 gennaio dalle forze speciali Usa. “Cuba è terra di pace” ha detto. “Non minaccia né sfida, ma se aggrediti siamo in milioni disposti a
combattere con la stessa fierezza dei nostri compatrioti caduti”.

In prima fila i 32 cartelli con impressi i nomi e i volti dei soldati impegnati nel Paese bolivariano alleato dell’Avana, tumulati nelle varie province di provenienza, dove si sono svolte altrettante celebrazioni di massa nei giorni scorsi. Un discorso pronunciato sotto un cielo grigio, tra gli applausi e le risposte corali dei presenti. Fra loro militari, studenti, lavoratori, cittadini comuni, giovani e anziani. Alcuni “spinti” dal Partito comunista che controlla il Paese, altri sinceramente fedeli al socialismo e alla Revolución, nonostante la grave crisi economica che attanaglia l’isola ormai da molti anni. “Qui non si arrende nessuno”, il grido ripetuto durante il corteo, quando il serpentone umano stretto tra i cordoni di sicurezza ha riempito il lungomare di bandiere cubane e venezuelane. Qualcuno ha il vessillo rosso con la falce e il martello, altri il volto di Fidel Castro, accostato a José Martí (eroe della Patria cubana nella lotta d’indipendenza contro gli spagnoli) e a Hugo Chávez, alla cui figura risale il legame venticinquennale tra il socialismo cubano e quello venezuelano.

Tra gli obiettivi principali degli slogan scanditi dai manifestanti ci sono Trump e soprattutto Rubio, figlio di cubani dal dente particolarmente avvelenato nei confronti del governo dell’isola. “Cuba è sovrana e
decide da sola il proprio destino“, è il concetto gridato al passaggio davanti all’ambasciata Usa, riaperta nell’era Obama in un clima di speranza e tornata oggi cupa sede dell’imperialismo “Yanqui”, come viene definito qui.

Volti seri, corrucciati ma anche sorridenti, tra tamburi e cori di scherno. Come quello di Mijaín López, pentacampione olimpico di lotta greco-romana che ha salutato il corteo al fianco del presidente, stringendo
mani e regalando selfie. Dopotutto per molti la manifestazione, scioltasi tra le strade verdi del Vedado, è stata anche una festa.

Nonostante il clima di tensione che ha spinto le autorità dell’isola ad attivare esercitazioni militari, la vita in questi giorni scorre in modo tranquillo, con le difficoltà ormai croniche dettate da una crisi che non accenna a dare tregua. Carenze energetiche in primis. Una situazione deflagrata con lo scoppio della pandemia, che ha falcidiato l’economia cubana, già colpita da centinaia di sanzioni statunitensi. Una lotta quotidiana imposta a buona parte della popolazione, divisa tra difesa della bandiera e una ricerca di ossigeno che spinge anche a emigrare.

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L’autostrada ostaggio degli ultras: guerriglia tra tifosi di Fiorentina e Roma sull’A1, auto danneggiate

L’autostrada diventa il nuovo terreno di battaglia degli ultras. Oggi poco dopo le ore 12.30 gruppi organizzati delle tifoserie di Fiorentina e Roma si sono scontrati sulla corsia d’emergenza dell’A1 a Casalecchio di Reno, alle porte di Bologna, poche ore prima del fischio d’inizio del match tra i rossoblu e i viola, valido per la Serie A.

Circa 200 persone, con cappucci e con i volti coperti, sono scese dalle macchine in autostrada e si sono fronteggiate con caschi e spranghe, mentre gli altri veicoli hanno rischiato incidenti per evitarli. Alcune auto sono rimaste danneggiate nel corso dei tafferugli. I tifosi della Fiorentina erano appunto diretti a Bologna, mentre quelli della Roma a Torino per l’altro match di Serie A, in programma alle ore 18.

La polizia di Bologna è al lavoro per identificare i responsabili: sono al vaglio le immagini delle videocamere anche per ricostruire quanto è accaduto. Tutto sarebbe cominciato al vicino autogrill del Cantagallo, dove un gruppo di tifosi della Fiorentina (diretti a Bologna per la partita del Dall’Ara) hanno incontrato un gruppo di romanisti che stavano andando a Torino per la partita con i granata in programma alle 18. Gli scontri sono avvenuti qualche chilometro dopo, dove molte auto e alcuni minibus si sono fermati nella corsia d’emergenza e nelle piazzole. I tifosi sono scesi dalle auto e si sono affrontati con mazze, martelli, spranghe e caschi. Il tutto è durato pochi minuti, poi le auto sono ripartite, prima dell’intervento delle forze di polizia, avvertite dalle auto in transito.

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A fuoco gli addobbi sul soffitto per le candele pirotecniche: chiusa discoteca a Crema. Stop anche a un locale di Cremona

Due discoteche di Crema e Cremona sono state chiuse temporaneamente a seguito di alcune violazioni in materia di sicurezza e ordine pubblico. Il provvedimento è stato disposto dal questore di Cremona, Carlo Ambra, che sulla base dell’articolo 100 del TULPS ha attuato due sospensioni di licenza. I locali coinvolti sono il “Moma Club” di Crema (chiuso per 8 giorni) la discoteca “Juliette” di Cremona (chiusa per 15 giorni). I controlli sono stati eseguiti nei primi giorni di gennaio, e si inseriscono in una tipologia di controlli resi necessari probabilmente anche in reazione alla strage di Crans-Montana e al rinnovato interesse pubblico sulla questione sicurezza nei luoghi chiusi. Proprio domenica da Roma è arrivata la notizia, invece, del sequestro preventivo del Piper club di Roma.

Tra gli episodi contestati spiccano due avvenimenti: il 6 gennaio scorso, nella discoteca di Cremona, un giovane è stato aggredito alla gola con la lama di un taglierino. La ferita, fortunatamente superficiale, ha richiesto comunque l’intervento sanitario. Nella discoteca Moma Club, invece, nei giorni scorsi si è verificato un principio d’incendio di alcuni addobbi posizionati sul soffitto del locale causato dalle fontane pirotecniche installate sulle bottiglie. Una dinamica che ricorda fortemente quanto avvenuto in Svizzera la notte di Capodanno. Il locale è intervenuto su Facebook per precisare che “l’episodio relativo a un principio di incendio di alcuni addobbi natalizi, causati dai flambé, è avvenuto antecedentemente alla tragedia successa in Svizzera. Mettere in relazione i due eventi è scorretto, fuorviante e falso”. E, continua ancora la nota, dopo quanto avvenuto e dopo i fatti di Crans-Montana “i flambé sono stati completamente eliminati”.

Oltre a questi due avvenimenti, sono stati segnalati sia ripetuti episodi violenti – all’interno e all’esterno dei locali – sia la somministrazione di bevande alcoliche ai minorenni. I controlli sono stati effettuati a Cremona il 16 gennaio e a Crema il 17 e sono stati compiuti dalla Polizia di Stato con la collaborazione dei Vigili del Fuoco, della Polizia Locale, dell’ATS Valpadana e dell’Ispettorato del Lavoro.

Tra le criticità del locale “Juliette” si segnalano: mancato documento di valutazione rischi, irregolarità nella licenza, presenza di materiali non ignifughi nei pressi delle fonti di calore e mancata omologazione – sempre rispetto alla reazione al fuoco – di alcuni arredamenti. Inoltre, assente la documentazione relativa alla formazione dei lavoratori e preoccupanti le condizioni delle uscite di sicurezza – bloccate o per lo meno compromesse da tavolini e sedie.

Nel “Moma Club” invece il controllo ha fatto emergere, oltre al già citato principio di incendio, anomalie come la presenza di minorenni in serate esclusive ai maggiorenni, la mancata verifica dei documenti d’identità e l’occultamento delle – anche qui – due uscite di sicurezza, coperte da delle tende. Inoltre, come nelle discoteca Juliette è stata riscontrata la presenza di materiali non classificati alla reazione al fuoco. Nel corso dell’ispezione sono stati infine individuati dieci lavoratori in nero, il mancato aggiornamento del documento di valutazione dei rischi e la presenza di soli due operatori antincendio rispetto ai quattro previsti.

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Pavimento crolla durante la festa di compleanno a Parigi: evacuati tre edifici e almeno 20 feriti

Una festa nel quinto piano di un edificio dell’XI arrondissement di Parigi è finita nel panico quando il pavimento della casa è crollato, probabilmente a causa del peso a cui era sottoposto per via delle presenza di 50 persone. Gli avventori, in casa per una festa, sono stati evacuati e nel crollo sono rimaste ferite 20 persone. Una donna, soccorsa dai pompieri sotto le macerie, era in arresto cardiaco e le sue condizioni sono considerate gravi. Il suo cuore ha ripreso a battere, ma non sarebbe considerata ancora fuori pericolo.

L’episodio è avvenuto dopo la mezzanotte al 34 bis di rue Amelot, vicino piazza della Bastiglia, zona della movida parigina ancora affollata a quell’ora del sabato sera. Le vie sottostanti sono state teatro di alcune scene di tensione per la fuga dei presenti. Sul posto è intervenuta una carovana di soccorsi formata da 125 pompieri, una quarantina di camion dei vigili del fuoco e una decina di ambulanze. Fonti della polizia francese confermano come l’edificio sia “un residenziale senza precedenti noti di problemi ”

L’architetto Antoine Cardon, in qualità di esperto accorso sul posto, parlando con Franceinfo ha fornito dettagli sul crollo che dovrebbe essere strutturale: “Abbiamo osservato che un pavimento era stato indebolito dall’acqua infiltrata da un balcone. L’infiltrazione ha portato al deterioramento del pavimento, che ha causato una reazione a catena di crolli su tutto il piano”. Oltre all’intero edificio, di sei piani, sono stati evacuate le due strutture adiacenti. I residenti hanno fatto rientro nelle loro abitazioni durante la notte, verso le ore 04:00.

La procura di Parigi ha aperto un’indagine sulle cause delle lesioni e del crollo e sono in corso aggiornamenti. All’interno dell’edificio era in corso una festa, come racconta uno degli invitati a LCL: “Eravamo tutti riuniti per festeggiare il 60esimo compleanno di un’amica. Proprio mentre stavamo iniziando a farle gli auguri ed eravamo tutti riuniti intorno a lei, il pavimento è crollato. Siamo caduti dal quinto al quarto piano. È successo così velocemente che non riesco nemmeno a descriverlo, ti senti solo scivolare“.

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Referendum, Alessandro Barbero spiega perché voterà No: “Si rischiano magistrati agli ordini del governo. Peso della politica superiore nei Csm”

“Ci ho messo un po’ a decidere di girare questo video in cui spiego le ragioni per cui voterò no”. Inizia così l’intervento con cui Alessandro Barbero spiega pubblicamente le ragioni del suo voto no al referendum sulla separazione delle carriere. Sono 4 minuti e mezzo di video, inviato dallo storico al Comitato “Società civile per il no”, guidato da Giovanni Bachelet, che lo ha pubblicato sul suo canale Youtube. Barbero mette in fila i motivi che lo hanno spinto a schierarsi contro la riforma del ministro Carlo Nordio. Parte da un elemento: “Il referendum non è sulla separazione delle carriere fra pubblici ministeri e giudic. La separazione di fatto c’è già. Già adesso il magistrato che prende servizio decide in quale dei due ruoli lavorare e può cambiare una sola volta nella vita e pochissimi lo fanno”, spiega lo storico, riferendosi al fatto che oggi i passaggi di ruolo tra pm e giudici avvengano con percentuali da prefisso telefonico (Nel 2023 8giudici su 6.665, lo 0,12%, diventati pm. Ventisei pm su 2.186, l’1,19%, diventati giudici).

E infatti il cuore della questione, dice il professore, è un altro. Al centro della riforma “c’è la distruzione del Consiglio superiore della magistratura, così come era stato voluto dall’assemblea Costituente. E allora spieghiamoci: il Csm è l’organo di autogoverno dei magistrati con funzioni anche disciplinari, cioè fa qualcosa che prima sotto il regime fascista faceva il ministro della Giustizia. Quindi, era il governo, cioè la politica, che sorvegliava la magistratura e che nel caso la sanzionava”. Con il suo inconfondibile tono, reso celebre da centinaia di puntate di podcast storici, Barbero improvvisa una lezione di storia costituente: “I padri costituenti vedevano benissimo che la separazione dei poteri è una garanzia indispensabile di democrazia, che il cittadino non è sicuro se si trova davanti inquirenti e giudici che prendono ordini dal governo e che possono essere puniti dal governo. Per questo la Costituzione prevede che il Csm sia composto per due terzi da magistrati ordinari eletti dai colleghi e per un terzo da professori di giurisprudenza e avvocati di grande esperienza, i cosiddetti membri laici eletti dal Parlamento”. Il Csm, dunque, “è la garanzia che la magistratura sarà sì in contatto col potere politico, ascolterà le ragioni del governo, ma sarà libera nelle sue scelte, non dovrà obbedire agli ordini”.

Se passerà il Sì, avverte Barbero, la riforma indebolirà il Csm con il rischio di una deriva autoritaria. “Intanto perché prevede che sia sdoppiato, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, e che al di sopra dei Csm ci sia un altro organo disciplinare separato, anch’esso composto da rappresentanti dei magistrati e da membri di nomina politica. Ma soprattutto la riforma prevede che in tutti questi organi i membri togati, cioè quelli che rappresentano i magistrati e che finora erano eletti dai colleghi, siano tirati a sorte. La giustificazione di questa misura pazzesca che non si usa in nessun organo di grande responsabilità, è che la magistratura e politicizzata, cosa considerata orribile, e che quando vota la magistratura elegge i rappresentanti delle sue diverse correnti e questo si vorrebbe evitarlo”. Il vero nodo, dunque, è rappresentato dal sorteggio ibrido: puro per i componenti togati dei Csm, cioè i rappresentanti dei magistrati, temperato per i laici, gli esponenti della politica, che saranno sorteggiati sulla base di un elenco compilato dal Parlamento. Solo che di questa lista non si è ancora specificata la consistenza numerica, che potrà essere di poco superiore (o addirittura identica) al numero di posti da coprire. Di fatto quindi la politica – a differenza della magistratura – continuerà a scegliere in qualche modo i propri rappresentanti al Consiglio superiore. Dunque avremo due Csm “dove i membri magistrati sono tirati a sorte mentre il governo continua a scegliere quelli che nomina lui“, sintetizza Barbero. “A me sembra che questi organismi saranno per forza di cose organismi dove il peso della componente politica sarà molto superiore. Dove di fatto il governo potrà di nuovo, come in uno stato autoritario, dare ordini ai magistrati e minacciarli di sanzioni. Ora, naturalmente, chi è favorevole alla riforma può benissimo dire, come infatti molti dicono, che va bene così. È proprio questo che vogliamo. Uno stato moderno ed efficiente deve funzionare così. Io la penso diversamente e per questo voterò no. E alla fine ho deciso che poteva aver senso che provassi a spiegare pubblicamente le ragioni per cui lo farò”.

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Bologna-Fiorentina, l’omaggio a Rocco Commisso. De Gea: “Come se fosse qui con noi”

Momenti di commozione al Dall’Ara prima del match della 21esima giornata di Serie A tra Bologna e Fiorentina. Dopo l’inno usuale, le squadre in campo hanno osservato il minuto di silenzio per la morte di Rocco Commisso: i Viola giocano con il lutto al braccio e in fase di riscaldamento hanno indossato una maglia celebrativa con “Grazie Rocco” sul petto e una foto del presidente scomparso a 76 anni che palleggia. Sulla schiena invece il numero 1 e la scritta Rocco al posto del proprio cognome.

I funerali di Commisso saranno celebrati a New York mercoledì prossimo, nella cattedrale di San Patrizio. “Vorrei mandare un grande abbraccio alla famiglia Commisso da parte di tutta la squadra e la società e ringraziarli per quello che hanno fatto per la Fiorentina e per il calcio. Oggi anche lui è qui con noi in partita“, ha detto il capitano viola David De Gea ai microfoni di Dazn ricordando Rocco Commisso, scomparso ieri all’età di 76 anni. “Abbiamo una responsabilità ancora più grande nel fare qualcosa di importante quest’anno – ha aggiunto – Sappiamo qual è l’obiettivo, si parte da oggi, vero che abbiamo fatto buoni risultati nelle ultime partite, dobbiamo dare continuità“.

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Macron torna a minacciare l’uso dello “Strumento anti-coercizione” contro i dazi di Trump: che cos’è

E un’opzione mai sperimentata ed è sta ribattezzata, nei corridoi di Bruxelles, il “bazooka” delle misure commerciali. Il suo obiettivo primario è la deterrenza, prevenendo l’uso stesso dello strumento: ecco perché spesso viene definita come “l’opzione nucleare” dell’Ue. Lo Strumento anti-coercizione (Aci) torna oggi ad essere rievocato dal presidente francese Emmanuel Macron, dopo l’annuncio da parte di Donald Trump di imporre dazi al 10% dal primo febbraio agli 8 Paesi europei che hanno inviato militari in Groenlandia. “Dal primo giugno 2026 queste tariffe saliranno al 25%“, ha minacciato il presidente Usa sottolineando che riguarderanno tutte le merci spedite negli Stati Uniti e saranno in vigore fino a quando “non sarà raggiunto un accordo per l’acquisto completo e totale della Groenlandia“.

Macron aveva evocato l’utilizzo dello strumento già lo scorso luglio in piena guerra dei dazi da parte degli Usa. Arma disinnescata poco dopo, quando l’Ue ha raggiunto l’intesa con Trump. Adesso però l’opzione torna sul tavolo. Macron, che sarà “in contatto con i suoi omologhi europei per tutto il giorno”, chiederàl’attivazione dello strumento anti-coercizione Ue” se le minacce di dazi per la Groenlandia brandite da Donald Trump saranno attuate, fanno sapere fonti dell’entourage del presidente francese. Inoltre, aggiungono le fonti, le minacce commerciali americane “sollevano la questione della validità dell’accordo” sui dazi doganali raggiunto lo scorso luglio tra Stati Uniti e Unione Europea.

L’Anti-Coercion Instrument – la cui attuazione richiede una maggioranza qualificata dei Paesi della Ue – consiste in una risposta dell’Unione europea alla coercizione economica da parte di Paesi terzi, ovvero ad interferenze indebite tramite misure o minacce che colpiscono il commercio o gli investimenti per condizionare scelte politiche. È stato approvato dalle istituzioni europee nel 2023 come arma di deterrenza nei confronti della Cina che aveva “punito” con restrizioni commerciali la Lituania colpevole di aver rafforzato i legami con Taiwan.

Le contromisure economiche sono considerate solo come ultima risorsa, soggette a condizioni di necessità e proporzionalità. Sono progettate per essere mirate, temporanee e con impatto minimo sull’economia dell’Ue. La gamma di opzioni è ampia. Una volta attivato, quello strumento pensato per “scoraggiare l’intimidazione economica” consentirebbe di adottare misure che vanno ben oltre i contro-dazi. Per esempio si potrebbe limitare l’accesso dei gruppi Usa ai mercati finanziari europei, escluderli da appalti pubblici, revocare loro licenze di importazione e persino introdurre restrizioni sui diritti di proprietà intellettuale. Bruxelles potrebbe – potenzialmente – arrivare a vietare ai gruppi statunitensi di monetizzare in Europa servizi digitali come le piattaforme di streaming o l’utilizzo di software. Divieti e limiti possono colpire un intero Paese ma anche singoli individui o aziende.

La fase di determinazione di un atto di coercizione spetta al Consiglio, che agisce su proposta della Commissione. La successiva adozione di misure di risposta è di competenza della Commissione, assistita da un comitato di Stati membri. In specifici casi (per esempio norme di origine) si utilizzano atti delegati, coinvolgendo anche il Parlamento Europeo. Il processo prevede il coinvolgimento delle parti interessate per valutare l’impatto delle misure e un obbligo di informazione costante del Parlamento e del Consiglio.

Le possibili misure da mettere in campo sono pertanto tante e molto potenti, per questo l’Aci è considerata un’opzione estrema. E bisogna considerare i rischi. Oltre alle eventuali reazioni del Paese terzo (in questo caso gli Usa) c’è il timore che a pagare siano i consumatori e le imprese Ue. In primis con una riduzione dei servizi, considerato che quasi tutti i gruppi che li offrono sono statunitensi, o un aumento dei costi. C’è poi l’aspetto politico. Per attivarlo su proposta della Commissione – che deve attestare l’esistenza di un tentativo di “coercizione economica” – serve un voto a maggioranza qualificata in Consiglio: devono esprimersi a favore 15 Paesi su 27, che rappresentino almeno il 65% della popolazione dell’Unione. Quindi serve la convergenza tra le principali capitali europee, cosa ovviamente non scontata.

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Crans Montana, “Jacques Moretti condannato in Svizzera nel 2016 per lavoro nero”

Jacques Moretti, proprietario del bar Le Constellation di Crans-Montana e ora in carcere, “è stato condannato nel 2016 in Svizzera per aver impiegato lavoratori illegalmente”. La notizia viene riportata dal quotidiano NZZ am Sonntag. Il passato di Moretti e di sua moglie da ormai due settimane viene scandagliato dai cronisti, che hanno puntato i fari sul business e sull’ascesa finanziaria della coppia. Questo episodio – riportato dal quotidiano tedesco che ha una versione svizzera – ha sollevato interrogativi sull’opportunità di concedergli un permesso per la gestione di un’attività commerciale, considerando la legge vallesana che limita tali permessi a chi ha precedenti.

Tuttavia, il passato di Jacques Moretti è segnato da altri inciampi con la giustizia. Nel 2008, infatti, era stato condannato a dodici mesi di carcere in Francia per sfruttamento della prostituzione, legato a un centro massaggi a Ginevra. L’indagine, avviata dalla polizia francese dopo una segnalazione su giovani donne reclutate in Francia, aveva portato alla sua condanna. Nonostante Moretti avesse sempre respinto le accuse, sostenendo di aver gestito il locale solo per pochi mesi e di non aver costretto le lavoratrici, la pena fu sospesa grazie alla condizionale.

Nel 2015, Moretti, insieme alla moglie Jessica, ha preso in gestione il bar Le Constellation, che in breve tempo è diventato uno dei punti di riferimento della vita notturna di Crans-Montana. Nel 2022, la coppia ha acquisito l’immobile del locale per oltre 1,5 milioni di franchi svizzeri, come riportato dai cronisti di insideparadeplatz.ch. Ma tra ipoteche e mancati introiti dovuti alla chiusura degli altri locali della coppia i Moretti sarebbero “senza redditi”. Tanto che, tra le polemiche, la cauzione fissata per la libertà è stata fissata in poco più di 400mila franchi svizzeri.

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“Inviteremo Valentino al matrimonio, ma sarà impegnato. L’altra figlia a 28 anni chiede ancora l’assegno di mantenimento”: le accuse di Ambra Arpino, compagna di Graziano Rossi

“Apriremo le porte a tutti i parenti, a partire da Valentino”. Ambra Arpino sceglie la provocazione per rompere il silenzio sulla vicenda che la vede al centro della denuncia presentata da Valentino Rossi per circonvenzione d’incapace. La compagna di Graziano Rossi, 54enne dirigente di un ente pubblico e legata all’ex pilota da oltre quindici anni, intervistata da Il Resto del Carlino respinge ogni accusa e rivendica il proprio ruolo accanto a Graziano, compresa la decisione sul matrimonio ormai imminente: “Dalla famiglia di Graziano mi sono sentita umiliata e offesa, ho subìto episodi gravissimi. Eppure sono la compagna del papà di Valentino da quasi vent’anni”. E aggiunge: “Purtroppo per loro sono una donna vera, sana, trasparente”.

Sul nodo dei circa 200mila euro finiti al centro della denuncia, la donna fornisce la sua versione. I primi 100mila euro sarebbero legati al mutuo della sua abitazione: “Graziano mi ha detto che voleva aiutarmi a pagare il mutuo residuo pari a 100mila euro. Così mi ha versato due bonifici da 50mila euro come prestito infruttifero”. Gli altri 100mila, secondo Arpino, sarebbero invece transitati da una carta di credito ottenuta da Valentino Rossi quando era amministratore di sostegno del padre: “Sono soldi serviti a gestire le spese della casa e di tutto quello che riguarda il mio compagno. Ogni uscita è documentata”.

La compagna di Graziano parla apertamente di un clima ostile e collega la denuncia alle imminenti nozze: “Ci sposiamo e lo faremo entro pochissimo tempo. Temono che possa sconvolgere l’asse ereditario”. Difficile crederlo, almeno per quanto riguarda Valentino Rossi, che di certo non ha problemi economici e che anzi ha contribuito direttamente alle ricchezze del padre. Ambra Arpino difende anche le condizioni di salute del compagno, sostenendo che i problemi sarebbero stati causati da terapie sbagliate: “Le medicine che gli erano state prescritte gli facevano danni gravissimi. Io mi sono assunta la responsabilità di bloccarle”.

Il passaggio più duro riguarda però la famiglia di Graziano Rossi. Arpino afferma che nessuno, a parte lei, si sarebbe preso cura dell’ex pilota: “Valentino non è mai venuto a verificare le condizioni del padre. Come lui tutti gli altri, compresa l’altra figlia che a 28 anni chiede ancora l’assegno di mantenimento. Quando Graziano è stato ricoverato c’ero io vicino al suo letto, non altri”. Un’affermazione che viene però smentita da fonti vicine alla famiglia Rossi, secondo le quali Clara Rossi, la figlia 28enne di Graziano avuta dal secondo matrimonio, sarebbe stata a lungo presente in ospedale accanto al padre durante i ricoveri. Clara, che mantiene rapporti stretti con Valentino, oggi non vedrebbe più il padre, come confermato dallo stesso Graziano e dalla compagna, che appunto ha sottolineato nell’intervista la volontà del suo futuro marito di togliere l’assegno di mantenimento.

Nell’intervista, Arpino conferma infine i preparativi per il matrimonio e lancia un invito che suona come una provocazione: “Apriremo le porte a tutti i parenti, a partire da Valentino. Ma sono convinta che sarà molto impegnato e non riuscirà ad esserci”. Intanto l’indagine della procura di Pesaro va avanti e dovrà chiarire se i movimenti di denaro siano stati frutto di una libera scelta di Graziano Rossi o se, come sostiene il figlio Valentino, qualcuno abbia approfittato di una sua condizione di fragilità.

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“Ornella senza fine”, tutti gli ospiti dello speciale sul Nove dedicato a Vanoni. Fazio: “Sento il bisogno di ascoltare la sua voce”

Un appuntamento, proprio come quello che lei cantava. Senza parole d’attesa e disillusione, come nel brano. Solo con amore vero. Quello della famiglia, degli amici e dei colleghi artisti che stasera 18 gennaio, alle 20.30 in diretta sul canale Nove (e in streaming su Discovery +) con una puntata speciale di Che tempo che fa, ricorderanno Ornella Vanoni. “Vuole essere una festa. O almeno ci proviamo, perché ci manca tantissimo”, ha dichiarato a Repubblica Fabio Fazio, che condurrà l’evento insieme a Luciana Littizzetto. Saranno presenti il figlio dell’artista Cristiano Ardenzi, persona molto riservata (“ai funerali non ha detto una parola”), e i nipoti Camilla – che aveva omaggiato la nonna su Tik Tok cantando “Senza fine” – e Matteo. Ospiti di “Ornella senza fine” e interpreti della sua musica saranno anche Gianni Morandi, Fiorella Mannoia, Marco Mengoni, Toquinho, Loredana Bertè, Virginia Raffaele, Diodato, Elisa, Emma, Mahmood, Annalisa, Arisa, Noemi, Giuliano Sangiorgi, Francesco Gabbani e Malika Ayane. Un cast messo insieme dal padrone di casa Fazio: “Erano tutti felici e disponibili. Le canzoni le ho attribuite io, ho cercato di abbinare le voci ai brani”. Ancora, interverranno Vincenzo Mollica, Pacifico, Filippa Lagerbäck, Mara Maionchi, Mario Lavezzi e il sindaco di Milano Giuseppe Sala.

Un’artista amata da tutti

Le dediche, canzoni e ricordi, saranno tutti per la grande artista, scomparsa lo scorso 21 novembre a 91 anni. In un giorno, la domenica, che “mi fa sempre una gran tristezza”, raccontava lei. Ma che aveva imparato ad apprezzare proprio diventando ospite fissa di Che tempo che fa, dove aveva il suo spazio e parlava senza filtri di quello che voleva. Sempre elegante, spiritosa, pungente. A volte spiazzante. E leggera, anche se “le sembrava ingiusto parlare di cose leggere quando succedevano le tragedie – ha raccontato Fazio sempre al quotidiano fondato da Eugenio Scalfari –. Provavamo a convincerla che quella leggerezza era un dono”. Amata in studio (“le sue foto sono appese nei corridoi”) e dai più adulti, la Vanoni era riuscita a costruire un ponte con le nuove generazioni. A farsi amare anche dai giovani. “In Ornella hanno trovato l’originalità, l’anticonformismo. Noi da ragazzi eravamo omologati dalla tv, voleva dire avere una finestra comune, ovunque fossimo potevamo parlare di tutto. Ora ci sono i social, i ragazzi ascoltano le stesse cose, si scambiano gli stessi meme e filmati – ha spiegato ancora Fazio –. Ornella non era omologata e oggi è un lusso: era un contenuto dei social, non era social”.

Il ricordo di Fabio Fazio

Negli ultimi anni era diventata una star della tv e del web, ma prima ancora Ornella Vanoni era amata esponente di una generazione di artisti che traeva ispirazione “dalla poesia dei primi del ‘900: la Liguria da una parte e Trieste dall’altra con Endrigo”, ha sottolineato Fazio. Che ha ricordato anche il suo rapporto con la sua amica e ospite fissa. Fatto di consigli, dialogo, prese in giro: “È stata più importante di quello che pensassi. Mi trovo a cercare Ornella quotidianamente, sento il bisogno di ascoltare la sua voce”.

La dedica dell’aiuola

Questa sera, durante l’evento a lei dedicato, ci sarà anche l’occasione per intitolarle un’aiuola nella sua città. “Devo dire grazie, per l’impegno e la velocità, al sindaco di Milano Beppe Sala e all’Assessore alla Cultura Tommaso Sacchi, perché riusciremo a esaudire il desiderio che Ornella aveva manifestato e cioè che le venisse intitolata un’aiuola nella sua Milano – ha specificato Fazio in un video pubblicato sui profili social di Che tempo che fa – Non vi dico dov’è, ma è in un posto perfetto di cui sono sicuro sarebbe orgogliosa”.

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“Mio figlio ha tentato il suicidio in carcere bevendo sette bottiglie di metadone. Sono stati periodi difficili”: così Martina Colombari a “Verissimo”

“Sono sempre positiva, cerco sempre di avere un sorriso sul volto, a volte vero, altre forzato” ha raccontato Martina Colombari, ospite di Silvia Toffanin a “Verissimo”. L’attrice si è soffermata sul figlio Achille Costacurta. Il ragazzo soffre di problemi neuro degenerativi, diagnosticati dopo 7 Tso. Il giovane, figlio di Martina e Alessandro Costacurta, ha scontato oltre un anno di carcere per spaccio di droga: lì, Achille ha tentato il suicidio bevendo 7 bottiglie di metadone. Colombari ha parlato del periodo complicato: “Sono stati periodi difficili, non sono una madre coraggio. Ho fatto ciò che ogni madre avrebbe fatto, ho cercato di tenerlo per mano”. E ancora: “L’obiettivo è mettere tuo figlio in sicurezza, fortunatamente è stato bloccato in questo modo. Rischiava di farsi male e farlo agli altri. È stato un periodo duro”. Attualmente, tra madre e figlio c’è un bel rapporto, come svelato da Colombari: “Il nostro rapporto è migliorato, sono orgogliosa di essere la sua mamma“.

Nelle difficoltà, Martina Colombari ha potuto contare sull’appoggio del marito Alessandro. A breve i due festeggeranno i 30 anni di relazione. L’ex Miss Italia ha raccontato così il loro amore: “Siamo molto diversi, ma se duriamo c’è amore. C’è stata una crisi al settimo anno, ci siamo allontanati, ma siamo tornati insieme. La vita di coppia va coltivata. Certo, se due persone non sono felici insieme fanno bene a separarsi. Noi non abbiamo mai dovuto affrontare questo tema. Le difficoltà di Achille ci hanno unito, in quel momento siamo stati l’uno il supporto dell’altro”. Colombari ha concluso facendo un augurio a sé stessa: “Mi auguro di avere il sorriso sul volto, un viso che sorride conta tanto. Ognuno nella vita merita almeno un periodo di serenità. La vita è tutta una sorpresa, e forse anche questo è il bello”.

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Prima il dito rotto, ora il furto da mezzo milione: il difficile inizio di Füllkrug al Milan

Disavventura per Niclas Füllkrug, la nuova punta del Milan. Mentre era in trasferta a Como con i compagni l’attaccante tedesco ha subito un furto da mezzo milione di euro.

L’ambientamento del tedesco, ex Borussia Dortumund e West Ham, è stato più difficile del previsto. Arrivato da poco, l’esperto numero 9 non ha ancora trovato una sistemazione fissa e si è dovuto temporaneamente “accontentare” di una stanza nell’albergo Hotel Melià in Zona Fiera, vicino San Siro. Il 13 gennaio Füllkrug si rompe un dito del piede in uno dei primi allenamenti in maglia rossonera. In casa Milan c’è emergenza, l’attaccante parte comunque a Como per dare manforte alla squadra nel recupero del 15 gennaio della sedicesima giornata. Il Milan vincerà 3 a 1 e il tedesco giocherà mezz’ora, guadagnandosi i complimenti dell’allenatore.

“È venuto con un mezzo dito infrazionato, è voluto venire per forza e si è messo a disposizione. Giocatori così trascinano anche gli altri” aveva detto Allegri su di lui a fine partita. Peccato che mentre lui era nel capoluogo lariano, nella sua camera gli scassinatori agivano sottraendo, dalla cassaforte, diversi oggetti di valore per una somma di circa 500mila euro. In particolare, gioielli e orologi di lusso. Il furto è avvenuto verosimilmente nella giornata del 15 gennaio, ma è stato scoperto solo nella giornata di ieri, sabato 17 gennaio, durante la mattina.

Sul posto sono intervenuti gli agenti di polizia e della Scientifica della questura di Milano: le indagini sono in corso. La denuncia è arrivata, su delega del nazionale tedesco, da un dirigente del Milan. Oggi Füllkrug sarà in panchina contro il Lecce perché ancora dolorante al dito, sperando di entrare e cambiare – magari con un gol – la sua (per ora sfortunata) avventura milanese.

Primo acquisto del calciomercato invernale, il classe 1993 è arrivato alla corte di Allegri per sopperire alla fragilità dei centravanti e delle ali rossonere che – quasi a rotazione – sono state interessate da settembre da diversi infortuni: Pulisic, Leao, Nkunku per non parlare del lungodegente Gimenez. Il numero 9 è arrivato in prestito oneroso fino al termine della stagione con diritto di riscatto fissato a 5 milioni di euro.

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Quando Zouhair Atif disse “mi piacerebbe uccidere una persona”. Il padre: “Voglio chiedere scusa, il coltello non lo ha preso a casa”

L’omicidio di Abanoub Youssef, il 18enne accoltellato da un compagno di scuola all’interno di un istituto professionale della Spezia, ha sollevato non solo un acceso dibattito politico sulla sicurezza nelle scuole, ma anche perplessità su una frase espressa dall’accoltellatore. Ai giornalisti viene riferito un episodio che coinvolge un’insegnante dell’istituto accusata di aver ignorato una dichiarazione di Zouhair Atif, mesi prima delle coltellate.

Secondo quanto riferito da alcuni compagni di scuola e testimoni, l’insegnante avrebbe chiesto agli studenti di esprimere un sogno durante un incontro in classe. Quando fu il turno di Zouhair, l’adolescente avrebbe pronunciato una frase che ha lasciato tutti senza parole: “Mi piacerebbe vedere che emozione si prova a uccidere una persona“. La dichiarazione, definita disturbante da chi era presente, non avrebbe suscitato, secondo alcuni, reazioni adeguate da parte dell’insegnante, che non avrebbe intrapreso alcuna azione per segnalare l’incidente o per affrontare il tema con il giovane.

Le polemiche sulla gestione della sicurezza e la reazione delle istituzioni

Questo nuovo particolare, che getta luce su un episodio preoccupante mai affrontato a dovere, si aggiunge alla già complessa situazione riguardante la gestione della sicurezza nelle scuole. Se da un lato le forze politiche e i sindaci si confrontano sull’approccio giusto per prevenire simili tragedie, dall’altro emergono interrogativi sulle modalità con cui le istituzioni scolastiche affrontano la crescita del disagio giovanile. La sindaca di Genova, Silvia Salis, in una intervista, ha accusato il governo di ridurre il fenomeno della violenza giovanile a semplici slogan, proponendo misure punitive che non risolvono le problematiche profonde. “Cosa risolvi con multe alle famiglie in difficoltà?“, ha dichiarato, sollecitando un approccio più integrato, che includa politiche sociali e di sostegno psicologico, piuttosto che punizioni generiche.

Il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha invece elogiato il coraggio dell’insegnante che ha affrontato l’aggressore, ma ha anche fatto un passo indietro rispetto all’uso esclusivo di misure repressive come metal detector nelle scuole. “Serve una rivoluzione culturale“, ha affermato, indicando che la violenza non può essere fermata solo con il controllo fisico, ma richiede un cambiamento nelle mentalità degli studenti e nelle dinamiche scolastiche.

Le scuse

“Io sono padre e penso ad un altro padre che ha perso suo figlio. Voglio chiedere scusa a lui, alle sorelle del ragazzo, a tutta la sua famiglia. Proprio perché padre capisco il loro dolore. Mi dispiace tantissimo per quello che è successo – dice in un’intervista al Corriere della Sera Boulkhir Atif, il padre del 19enne – Per noi era un ragazzo tranquillo. Ogni mattina si alzava, prendeva l’autobus, andava a scuola. Poi il sabato e la domenica ma anche durante l’estate, prendeva nuovamente il pullman, per andare a Lerici dove faceva il cameriere. Lo faceva per portare i soldi a casa e una parte poi li dava alla sua mamma”. In merito al coltello usato dal figlio, Boulkhir Atif spiega: “Noi in casa abbiamo solo questo per tagliare il pane e poi altri più piccoli per mangiare. Non ci sono altri coltelli in giro. Se lui lo ha portato a scuola sicuramente non lo ha preso qui in casa. Forse l’ha comprato da qualche altra parte. Giuro che io non l’ho mai visto con un coltello in mano in casa. Me ne sarei sicuramente accorto. Questa è una casa piccola. Dove poteva andarlo a nascondere? Qui in casa di coltelli non ne ha mai avuti. Questo è sicuro”.

La protesta

Parenti, amici e compagni della vittima hanno inscenato una protesta spontanea domenica mattina di fronte all’obitorio dell’ospedale cittadino. Un centinaio di persone ha occupato il marciapiede e la sede stradale esponendo cartelli per chiedere il massimo della pena nei confronti dell’assassino e l’impegno delle istituzioni nel rendere sicure le scuole. “La scuola è complice”, “Giustizia per Abu”, “Vogliamo una giustizia veloce”, “Abbiamo paura a tornare a scuola” si legge su alcuni dei cartelli mostrati dai manifestanti. Nessun momento di tensione, ma piuttosto di commozione per i parenti straziati dal dolore.

oggi è intervenuta anche la ragazza che frequentava Zouhair Atif: “Chiederei di non inventare gossip scherzando sulla morte di un ragazzo che tra l’altro ho fatto il possibile per evitare litigi fra i due. Non sono mai entrata in tribunale a difendere il mio ragazzo anzi non gli ho rivolto parola (come giusto che sia) sono stata sottoposta ad altro [il riferimento sarebbe ad un interrogatorio della polizia – ndr]. È stato sconvolgente anche per me. Chi ha visto parli, chi sa mi scriva, ogni testimonianza è importante. Sentirò tutti appena posso, sono l’unica che può fare qualcosa, e combatterò fino all’ultimo per lui e la sua famiglia. Le mie più grandi condoglianze alla famiglia, che cercherò di contattare al più presto“.

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“Una storia molto brutta, mio figlio ha fatto di tutto per riallacciare i rapporti con Graziano”: parla la mamma di Valentino Rossi

“Se Graziano avesse fatto il falegname, Ambra sicuramente non era lì”. Dopo l’iniziale silenzio, nella vicenda che vede contrapposti Valentino Rossi e il padre Graziano interviene anche Stefania Palma, mamma del nove volte campione del mondo ed ex moglie di Rossi senior. Le sue parole, riportate da Il Resto del Carlino, aggiungono un nuovo tassello a una storia familiare diventata ormai di dominio pubblico: “Una storia molto brutta e devo dire che mio figlio ha fatto di tutto per riallacciare i rapporti con il padre”.

La madre di Valentino insiste soprattutto sul tema della frattura familiare, che a suo dire non esisteva fino a pochi anni fa: “Per Natale ci si è sempre visti tutti quanti assieme a tavola. Tutto questo è terminato quando quella donna è entrata in casa di Graziano”, dice riferendosi alla compagna dell’ex pilota, la 54enne Ambra Arpino, oggi al centro della denuncia per circonvenzione d’incapace presentata da Valentino Rossi.

Un passaggio che rafforza la linea già raccontata dal campione di Tavullia, che ha parlato di una rottura improvvisa e inspiegabile con il padre. Stefania Palma sottolinea anche il legame costante con il figlio: “Se sento Valentino? Certamente e tutti i giorni”, spiegando di condividere il suo dolore: “Di questa vicenda dico che la trovo veramente molto brutta”. Alla domanda se questa sia “una storia dove le donne dettano legge”, Palma chiude con una risposta netta: “Questa è una domanda che dovete rivolgere ad Ambra”.

Le sue parole arrivano mentre la procura di Pesaro valuta se archiviare l’indagine sulla compagna di Graziano Rossi. Intanto, il fronte familiare appare sempre più compatto attorno a Valentino: oltre alla notizia del matrimonio tra Graziano Rossi e la compagna Ambra Arpino, infatti, è diventata di dominio pubblico anche la volontà del padre di interrompere l’assegno di mantenimento che attualmente versa all’altra figlia, la 28enne Clara Rossi, avuta in secondo nozze. La ragazza è in ottimi rapporti con Valentino Rossi. Anche lei, però, non vede più il padre, come hanno confermato lo stesso 71enne e la compagna.

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Meloni ufficializza la presenza dell’Italia nel Board per Gaza: “Siamo stati invitati”

“Siamo stati invitati anche noi a farne parte. Penso che l’Italia possa giocare un ruolo di primo piano, siamo pronti a fare la nostra pace nella costruzione del piano di pace”. Lo ha detto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ai giornalisti riuniti per il punto stampa a Seul ha confermato l’invito dell’Italia a far parte del Board of peace per Gaza. La notizia era stata anticipata già ieri da diversi giornali ma la premier aveva sottolineato come mancasse ancora l’ufficialità. “Mi pare” che l’Italia, ha aggiunto Meloni, sia “un attore molto attivo nella regione, in buoni rapporti con tutti gli altri attori regionali, e quindi siamo contenti e faremo del nostro meglio per dare il nostro contributo, che pensiamo possa fare la differenza”

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Organizzare un viaggio a gennaio costa meno rispetto agli altri mesi: cos’è e come funziona la tecnica “early bird”, prima prenoti e meno spendi

Gennaio è il mese perfetto per prenotare una vacanza. L’influenza del Blue Monday (il giorno più triste dell’anno) spinge le persone a iniziare a programmare i viaggi estivi. Nel settore del turismo è radicata la promozione “early bird”, che permette di organizzare una vacanza a prezzi vantaggiosi. Dunque, prima prenoti e meno spendi. Tale promozione, pensata per stimolare la domanda in un periodo di bassa attività, incoraggia ad agire tempestivamente per ottenere vantaggi sul prezzo. Il modello soddisfa tanto i viaggiatori, che possono risparmiare, quanto i tour operator, che hanno modo di organizzarsi in anticipo e di ridurre il rischio di posti invenduti.

La tecnica dell’early bird non riguarda, però, solo i viaggi. Tra i tour operator che offrono più vantaggi ci sono WeRoad e la compagnia aerea Turkish Airlines, che propongono sconti fino a 300 euro se si prenota in anticipo la propria vacanza estiva. Alla compagnia turca si aggiunge Ryanair, che propone importanti sconti per volare nelle principali città europee. Il meccanismo è stato copiato anche dalla Biennale di Venezia, che ha appena messo in vendita i biglietti per la Biennale Arte del 2026.

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Proteste in Iran, un testimone all’Afp: “Un inferno, ho visto migliaia di corpi senza vita”

La testimonianza raccolta dall’Afp di Kiarash, 44 anni. L’uomo ora si trova in Germania, dove vive ed è tornato all’inizio di questa settimana, dopo aver assistito, racconta, alla violenta repressione delle proteste in Iran.”È stato il momento più drammatico della mia vita”, ricorda, descrivendolo come “un inferno”. Una mossa sbagliata, dice, e sarebbe morto, quando un uomo armato ha aperto il fuoco su di lui e una folla di manifestanti a Teheran, durante un’ondata di proteste, repressa con violenza. Il sangue ha ricoperto la strada dopo che una persona che indossava un velo integrale, comunemente indossato dalle donne religiose in Iran, ha aperto il fuoco su una grande folla radunata nel nord di Teheran sabato scorso. La protesta si era formata nel mezzo di crescenti manifestazioni antigovernative, innescate dalle difficoltà economiche in aumento di dimensioni e intensità dall’8 gennaio. “Ho sentito pop pop”, ha detto Kiarash. “E ho visto, con i miei occhi, tre persone crollare contemporaneamente“.

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Diego Baroni scomparso da Verona. Il telefono del 14enne agganciato a Milano e i video su TikTok

Di Diego Baroni, 14 anni, non si hanno notizie da lunedì. L’adolescente, studente dell’istituto tecnico Giorgi di Verona e scomparso ormai da sei giorni, è originario di San Giovanni Lupatoto – nel Veronese – ma a seguito di alcune segnalazioni le ricerche del giovane si stanno concentrando anche su Milano. Le ricerche sono condotte dal nucleo operativo di Verona in contatto con i colleghi del comune veneto e di quello meneghino, anche se per il momento la scomparsa di Baroni è avvolta nel più totale mistero.

Il telefono

Il cellulare del ragazzino ha agganciato due volte un’antenna nel centro del capoluogo lombardo, ma il dispositivo – a quanto riferiscono gli agenti – non è acceso da lunedì. Un avvistamento importante è quello avvenuto lo stesso giorno nella stazione di Porta Nuova di Verona, dove Diego, prima di partire, avrebbe confessato a due ex compagne della scuola media incontrate casualmente di star prendendo un treno per Milano. Quella mattina del 12 gennaio il ragazzo ha quindi saltato scuola, ha preso regolarmente il bus delle 6.45 che ogni mattina lo portava nel plesso, poco distante dal centro cittadino.

La descrizione

Per adesso, le ipotesi degli investigatori vanno verso la direzione della fuga volontaria. Diego è alto un metro e ottanta, gioca a basket, ha i capelli corti e castani e indossava – almeno quando è uscito di casa lunedì – un berretto di lana scuro, un giubbino blu con il cappuccio, pantaloni scuri di tuta e scarpe sportive nere. Dalle parole della madre – Sara Agnolin, che ha postato appelli condivisi anche da Luca Zaia – Diego avrebbe condiviso dopo la scomparsa tre video su TikTok. Che farebbero pensare all’utilizzo di un altro dispositivo dal suo o l’accensione a intermittenza del suo cellulare, forse in modalità aereo.

Proprio sullo stesso social intanto aumentano i contenuti dei suoi amici e coetanei, preoccupati per la potenziale fuga del giovanissimo. Possibili testimoni o amici informati sono monitorati dall’Arma per avere anche un minimo dettaglio che possa aiutare le indagini. La famiglia Baroni intanto afferma che – dalle loro informazioni – il ragazzo non avrebbe contatti a Milano. Questo rende le indagini ancora più complesse, in mancanza di un qualsiasi punto di riferimento dal quale partire. Intanto la prefettura di Verona ha diffuso a livello nazionale il protocollo di ricerca avviato mercoledì, mentre la Procura dello stesso comune ha aperto un fascicolo d’indagine ad ora senza ipotesi di reato.

L’angoscia della famiglia

I genitori, che vivono al momento grandi momenti di angoscia, affermano: “è stato un fulmine a ciel sereno”. La madre Sara ha scritto su Facebook: “Non ho più notizie di mio figlio Diego da lunedì, non è andato a scuola e il telefono risulta spento, ho già fatto denuncia dai carabinieri. Ho bisogno di aiuto per ritrovarlo. Contattatemi se l’avete visto o condividete”. Anche il comune di San Giovanni Lupatoto si è unito alla preoccupazione degli ultimi giorni, e ha annunciato che “chiunque possa fornire informazioni utili è invitato a rivolgersi alle Forze dell’Ordine: ogni segnalazione può essere determinante per il ritrovamento del ragazzo. L’Amministrazione comunale esprime la propria vicinanza alla famiglia e ringrazia tutti coloro che stanno collaborando con responsabilità e senso civico”.

Appelli condivisi anche da molte pagine sportive dedicate al basket. Il ragazzo, cestista e grande appassionato, milita nella squadra dei Sangio Wolves. Intanto lunedì 19 gennaio nell’orario serale è prevista una camminata silenziosa e di preghiera da parte della comunità cittadina di San Giovanni e della famiglia di Diego. Il ritrovo è davanti al campo da calcio Battistoni, e il corteo proseguirà lungo via XXIV Maggio fino alla chiesa di Pozzo. Qui vi sarà un momento di raccoglimento guidato dal parroco Don Michele Zampieri.

Il sindaco Attilio Gastaldello afferma che “l’auspicio è che Diego possa tornare a casa prima, e che questo momento diventi un’occasione di ringraziamento per il suo ritrovamento ma – aggiunge – qualora così non fosse, oltre alla preghiera rivolta al Cielo, l’incontro vuole mantenere alta l’attenzione sulla sua scomparsa e testimoniare la vicinanza della comunità alla famiglia”.

Foto diffusa dal comune di San Giovanni Lupatoto con l’invito di collaborazione

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Paolo De Chiesa: “La mia ex mi ha sparato in faccia, sono vivo per miracolo. Ho mentito per coprire tutti e per tre anni ho vissuto nell’incubo”

Un anno dopo aver rotto un silenzio durato più di quarant’anni, Paolo De Chiesa torna a raccontare lo sparo che gli ha cambiato la vita. Se dodici mesi fa, al Corriere del Trentino, l’ex campione di sci e storico commentatore Rai aveva ammesso di aver “insabbiato tutto e coperto tutti”, oggi, in una lunga intervista al Corriere della Sera, ricostruisce nei dettagli quella notte dell’ottobre 1978 che interruppe bruscamente la sua carriera agonistica.

All’epoca De Chiesa aveva 22 anni ed era uno dei talenti più brillanti dello sci mondiale. “Ero fidanzato da quattro anni con una ragazza di Cortina, ma il nostro amore stava finendo. Scoprii solo dopo che aveva una storia con un pilota di motocross”, racconta. La sera dello sparo si trovavano a cena a casa di amici, vicino a Busto Arsizio. “Avevo deciso di chiudere, aspettavo la fine della serata per dirglielo. A tavola c’era un tizio che non conoscevo, che a un certo punto tirò fuori una pistola e la mise sul tavolo”. Un’arma vera, carica. “Era una Smith & Wesson calibro 38, un’arma devastante. Gli dissi di non fare lo stupido e di metterla via. Solo dopo scoprii che era il fratello di quel pilota di motocross”. De Chiesa, allora nella Guardia di Finanza, capì subito il pericolo. “Conoscevo le armi, ci stavo attento. Ma la mia ragazza prese in mano la pistola e mi disse: ‘Che, hai paura?’”.

Un attimo dopo, lo sparo. “La padrona di casa mi chiamò, io mi girai, e quel piccolo spostamento mi ha salvato la vita. Perché la mia ragazza mi ha sparato in faccia”. La pallottola gli attraversò il lato sinistro del collo, sfiorando punti vitali. “Era passata a quindici millimetri dalla carotide e a quattordici dalla spina dorsale. Sono vivo per miracolo”. Il ricordo di quei minuti è ancora vivido: “Portai la mano sinistra alla nuca e la ritirai sporca di sangue. Mi accasciai a terra, realizzai che avevo un foro nel collo. Mi si fermò il respiro e pensai: sto morendo”. Fu lui stesso a mettersi in macchina per raggiungere l’ospedale di Gallarate. “Entrai al pronto soccorso urlando: ‘Aiutatemi, mi hanno sparato, sto morendo!’”.

Come già raccontato un anno fa, De Chiesa scelse di coprire tutto. Al poliziotto che lo interrogò al risveglio disse che “era partito un colpo mentre stavo pulendo la pistola”. Una versione che nessuno approfondì davvero: “Mi rispose: ‘Sono convinto che qualcuno le abbia sparato e lei ora lo voglia coprire. Ma siccome dall’alto arriva l’ordine di chiudere il caso, faccio finta di non capire’”.

Da quel momento iniziò una discesa lunga e dolorosa. “La versione ufficiale parlava di un esaurimento nervoso. E io stavo male davvero. Non riuscivo più a parlare, a studiare, a dormire; figuriamoci ad allenarmi”. Perse dodici chili e si allontanò dalle gare di sci. “Il momento peggiore era la notte: incubi, angoscia, emicranie. Ti giri e ti rigiri fino a entrare in una specie di limbo. Poi il dolore torna, lacera, toglie il respiro”. Una condizione che oggi De Chiesa chiama senza esitazioni con il suo nome: “Si chiama sindrome da stress post-traumatico. Parli e ti sembra che stia parlando un altro. Ti isoli dal mondo. Ero ridotto a una larva d’uomo”. Per tre anni visse con una paura che non conosceva: “Mi ritrovavo a pensare: meglio morire che vivere così”.

La risalita fu lenta: “Nessuno sapeva cosa mi era capitato, non volevo che pensassero che fossi finito”. Nel dicembre 1981, più di tre anni dopo lo sparo, arrivò il ritorno sul podio in una gara di Coppa del Mondo di sci: terzo a Madonna di Campiglio, alle spalle di Stenmark e Phil Mahre: “Sul podio mi sciolsi in un pianto liberatorio, tra le braccia di Piero Gros”. Un anno dopo aver raccontato per la prima volta quella vicenda, Paolo De Chiesa aggiunge nuovi dettagli a una storia rimasta troppo a lungo sepolta. E ribadisce il peso di una scelta che ancora oggi lo accompagna: “Non feci denuncia, non volli rovinarle la vita. Ma quella notte ha rovinato la mia”.

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“48 ore prima dell’ennesimo referto medico, la mia mente vaga verso scenari negativi”: Giovanni Allevi confida ai fan l’ansia per la malattia

Un corridoio d’ospedale, una risonanza magnetica da affrontare, l’attesa di un referto. Giovanni Allevi torna a mostrarsi sui social con uno scatto che lo ritrae poco prima di un nuovo esame diagnostico e affida a poche righe un aggiornamento sul momento che sta vivendo. Il pianista, 56 anni, convive infatti dal 2022 con un mieloma multiplo. Da allora ha scelto di rendere pubblico il suo percorso, alternando periodi di silenzio a momenti di condivisione molto personale, nei quali racconta terapie, pause forzate e il peso emotivo dei controlli clinici. Anche questa volta il post pubblicato su Instagram nasce in un momento di attesa. “48 ore prima dell’ennesimo referto medico, tutti i muscoli del mio corpo si irrigidiscono, il respiro si fa affannoso, il dolore si intensifica e la mia mente vaga verso scenari negativi”, scrive Allevi, descrivendo in modo puntuale l’ansia che precede ogni esame. Parole che restituiscono la dimensione quotidiana della malattia, fatta non solo di cure ma anche di tensione psicologica.

Subito dopo, il musicista spiega come cerca di reagire a quello stato di allarme: “Per riprendere il controllo, mi ripeto: ‘La sofferenza è la nuvola, ma io sono il cielo’”. Una frase che negli ultimi anni è diventata una sorta di riferimento costante nel suo modo di raccontare la malattia, non come negazione del dolore, ma come tentativo di non lasciarsene definire. Nella foto condivisa, Allevi appare visibilmente dimagrito, il volto segnato dalle terapie, ma il sorriso è smagliante: l’immagine è stata scattata, come lui stesso spiega, poco prima di sottoporsi a una nuova risonanza magnetica, uno degli esami chiave nel monitoraggio della patologia.

Sotto al post, nel giro di poche ore, sono arrivati migliaia di messaggi. Fan, colleghi e semplici utenti hanno espresso vicinanza e incoraggiamento, commentando le sue parole più che l’immagine. Un sostegno che Allevi ha spesso riconosciuto come parte importante del suo percorso, insieme alla musica, che negli ultimi mesi è tornato a portare sul palco nonostante le difficoltà fisiche.

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“Vogliamo solo giustizia, 9 anni tragici e logoranti”. La madre di una vittima nel giorno della commemorazione per la tragedia di Rigopiano

Il 18 gennaio 2017, una valanga di circa 120.000 tonnellate travolse e distrusse l‘hotel Rigopiano, un resort situato a 1.200 metri di altitudine nel versante pescarese del Gran Sasso. Il disastro provocò la morte di 29 persone, tra cui 28 ospiti e 12 dipendenti, mentre solo 11 riuscirono a salvarsi. Oggi, a distanza di nove anni, la memoria di quella tragedia è ancora viva e i familiari delle vittime tornano sul luogo della sciagura per ricordare i propri cari.

Ma, a nove anni dalla tragedia, il percorso giudiziario legato a questa vicenda non è ancora concluso. Il prossimo 11 febbraio si attende la sentenza dell’appello bis. In primo grado, il tribunale di Pescara aveva inflitto cinque condanne e 25 assoluzioni, mentre in appello, ad Aquila, le condanne erano salite a otto. Tuttavia, la Cassazione aveva annullato quelle condanne e riaperto le posizioni di sei dirigenti regionali accusati di disastro colposo per non aver predisposto la Carta valanghe, un documento che avrebbe potuto, forse, prevenire la tragedia.

L’appello bis

Il procuratore generale di Perugia, Paolo Barlucchi, lo scorso novembre, ha chiesto di confermare le condanne a 3 anni e 4 mesi per due dirigenti della Provincia di Pescara, Paolo D’Incecco e Mauro Di Blasio, e di 2 anni e 8 mesi per l’allora sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta, e per il tecnico comunale Enrico Colangeli. Questi imputati sono accusati di lesioni e omicidio colposo, reati che secondo la Cassazione sono già prescritti. Tuttavia, il procuratore ha avanzato l’ipotesi che i termini della prescrizione possano essere rideterminati in aumento, facendo riferimento a quelli previsti per i reati dolosi. In questo contesto, la conclusione del processo appare ancora lontana: la sentenza di appello potrebbe infatti essere impugnata e portare la vicenda di nuovo in Cassazione. Per i dirigenti regionali, la richiesta è di una condanna di 3 anni e 10 mesi.

Il 2 febbraio ci sarà una nuova udienza, seguita, probabilmente, da un’altra, il 5 febbraio. Poi la sentenza. “Siamo fiduciosi, dobbiamo esserlo per forza – avevano detto i rappresentanti del comitato vittime di Rigopiano – Abbiamo ascoltato le difese, abbiamo assistito al solito scaricabarile. Noi abbiamo sempre sostenuto che la Regione avesse delle responsabilità. Ora la parola passa al giudice”.

La valanga

L’hotel Rigopiano di Farindola (Pescara) il 18 gennaio 2017 fu travolto e distrutto da una valanga poche ore dopo il terremoto che si registro in Centro Italia. L’indagine fu molto complessa: si indagò sulle responsabilità di Comune e provincia e Regione, sull’omessa pianificazione territoriale di una Legge del 1992 e la carta valanghe approntata in ritardo. Accertamenti sulla strada provinciale n.8 che non era stata liberata dalla neve impedendo agli ospiti dell’hotel, che avrebbero avuto la possibilità di lasciarlo dopo le scosse di terremoto, di andare via perché era rotta una turbina spazzaneve. Si indagò sull’allarme dato in ritardo e quello che era stato ignorato. Secondo gli ermellini sarebbe stato possibile prevenire il disastro. Le 29 vittime vittime erano ospiti della struttura e dipendenti, undici i superstiti tirati fuori dalla neve e dalle “macerie” della struttura dai soccorritori che lavorarono giorno e notte per salvare più persone possibile, mentre l’Italia teneva il fiato sospeso. Sul nuovo processo, il cui verdetto potrebbe essere nuovamente impugnato davanti alla Suprema corte, incombe la prescrizione.

La madre di una vittima

“Vogliamo solo giustizia, io la voglio, speriamo che questa volta sia così perché nove anni sono stati veramente tragici e logoranti: ce la devono dare perché non hanno fatto nulla per salvare quei ragazzi che hanno telefonato fino all’ultimo momento” dice Loredana Lazzari, la madre di Dino Di Michelangelo, il poliziotto morto nove anni fa con la moglie Marina Serraiocco nel crollo dell’hotel Rigopiano, tragedia dalla quale si salvò il figlio della coppia, Samuel. I due, originari di Chieti, risiedevano a Osimo. “Ci spero ancora nella giustizia – ha aggiunto Lazzari – però la voglio come anche le altre mamme: c’erano delle turbine libere, per una competenza non le hanno volute perché la turbina era dell’Anas, ne erano due, li avrebbero salvati tutti. L’Anas sarebbe andata, una era a Penne, è tutto accertato”.

“Penso che la verità su quanto accaduto quel tragico pomeriggio di nove anni fa sia emersa, in questi anni, dalle varie aule di tribunale – ha sottolineato Alessandro Di Michelangelo – le responsabilità sono state individuate e i giudici di Cassazione hanno evidenziato che più di una catastrofe naturale, a causare la tragedia è stata la negligenza di molti su vari livelli. Ora spetta ai giudici di Perugia scrivere la parola fine. Accertata la verità ora ci aspettiamo giustizia per le 29 vittime e per tutte le altre che in questi anni ci hanno lasciato, penso a mio padre fino al povero Gianni Colangeli. La giustizia è per loro oltre che per noi, per me. Spero di chiudere presto il cerchio di questa vita che ci è stata cambiata radicalmente nove anni fa. Il mio pensiero alle mamme e ai papà delle vittime di Crans Montana, solo chi ha vissuto questo dolore può capire e dare loro forza per sopravvivere a tutto ciò che dovranno vivere da adesso in poi. Un grazie alla Polizia di Stato , la mia seconda famiglia e penso che senza di essa non mi sarei mai più rialzato”.

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“Sono una di quelle persone che pensa che dopo il vaccino ci sentiamo tutti un po’ così…”. Le parole di Belen fanno infuriare Bassetti: “Chi fa spettacolo si occupi di quello”

Tre giorni a letto, febbre alta e tosse persistente. È da qui che nasce il botta e risposta tra Belen Rodriguez e Matteo Bassetti, esploso dopo un racconto affidato ai social dalla showgirl argentina e la successiva replica del medico all’Adnkronos Salute. Rodriguez ha spiegato di aver appena superato una forma influenzale particolarmente intensa. “Ora mi sono ripresa, ma sono stata completamente ko, con 39 di febbre e tosse”, ha raccontato ai suoi follower. Nel messaggio, però, ha aggiunto un’osservazione che ha attirato l’attenzione: “Molti miei amici stanno passando la stessa cosa. Sono una di quelle persone che pensa che dopo il vaccino ci sentiamo tutti un po’ così…”. Un riferimento lasciato volutamente generico, senza specificare se parlasse del vaccino antinfluenzale o di quello anti-Covid.

A intervenire è stato Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie Infettive dell’ospedale San Martino di Genova, che all’Adnkronos Salute ha risposto in modo diretto. “Chi fa spettacolo si occupi di quello e lasci a medici e sanitari le questioni sanitarie”, ha detto l’infettivologo. Poi ha aggiunto un passaggio netto sul piano pratico: “Se Belen avesse fatto il vaccino dell’influenza, probabilmente avrebbe avuto meno problemi”. L’infettivologo ha poi affrontato il punto più delicato, chiarendo il tema dei vaccini anti-Covid. “Se si riferisce a quello, quando parla di vaccini, è un’uscita infelice”, ha spiegato, sottolineando che “è dimostrato che il vaccino anti-Covid ha cambiato in meglio la vita di tutti noi, senza nessun aumento di patologie”.

Il medico ha comunque voluto distinguere il piano personale da quello del messaggio pubblico: “Sono da sempre un estimatore di Belen, una donna molto capace e anche intelligente. Spero che le sia semplicemente scappata questa affermazione”, ha precisato. Ma il richiamo finale resta fermo: “In un momento come questo non si devono confondere le idee alle persone, altrimenti si ottengono risultati al contrario”.

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“Hanno guadagnato più di 250 mila euro su Onlyfans senza dichiararli al Fisco”: due influencer italiane nel mirino della Finanza

OnlyFans promette guadagni facili e immediati, spesso lontani dai circuiti tradizionali del lavoro. Ma quando i compensi crescono e diventano continui, anche il fisco entra in gioco. È quanto emerge dall’indagine conclusa dalla Guardia di Finanza di Lodi su due creator italiane, entrambe poco più che ventenni, diventate popolari sulla piattaforma di contenuti per adulti. Secondo gli accertamenti delle Fiamme Gialle, le due influencer avrebbero incassato complessivamente oltre 250 mila euro tra il 2021 e il 2025 senza mai dichiararli. I soldi arrivavano dagli abbonamenti mensili pagati dai follower per accedere ai contenuti e da ulteriori somme versate come “donazioni”, accreditate direttamente sui conti correnti personali tramite bonifico.

I finanzieri del Gruppo di Lodi sono riusciti a ricostruire nel dettaglio i flussi di denaro, mettendo in evidenza quella che viene definita una condotta “totalmente evasiva”: entrate regolari e consistenti, ma nessuna traccia nelle dichiarazioni dei redditi. Per questo sono state contestate violazioni relative alle imposte dirette e all’Iva. Non solo. Nell’ambito dei controlli è stata applicata anche la cosiddetta “ethic tax”, un’addizionale introdotta nel 2006 che prevede un aumento del 25% delle imposte sui redditi per chi produce, distribuisce o vende materiale pornografico, anche se questa attività non è svolta in modo esclusivo. Secondo la Guardia di Finanza, i contenuti pubblicati su OnlyFans dalle due ragazze rientrano pienamente in questa categoria.

Le verifiche fanno parte di un filone sempre più frequente di controlli sulle attività digitali e sui redditi generati online, un settore in forte crescita ma spesso percepito, soprattutto dai più giovani, come distante dagli obblighi fiscali tradizionali. In questo caso, spiegano gli investigatori, l’analisi dei movimenti bancari è stata decisiva per ricostruire con precisione i guadagni accumulati in cinque anni.

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Federica Pellegrini criticata sui social per gli allenamenti in palestra al settimo mese di gravidanza, lei replica: “Li faccio tenendo conto di 3 cose specifiche”

Hanno fatto discutere le immagini di Federica Pellegrini che si allena in palestra al settimo mese di gravidanza. La campionessa olimpica è a pochi mesi dal parto della seconda genita. Il sesso della nascitura è già noto (sarà una femmina), mentre Federica e il marito Matteo Giunta non hanno ancora rivelato il nome della bimba. Nell’attesa della nascita, Pellegrini continua a tenersi in forma con gli allenamenti in palestra. La sportiva ha condiviso un video su Instagram, attirando critiche e scatenando il dibattito nei commenti. Un utente ha scritto: “Non esagerare, puoi fare qualcosa di più leggero”, mentre un altro ha commentato così: “Concordo con l attività fisica, ma alcuni esercizi personalmente non li farei in gravidanza”.

Tanto che la Divina ha deciso di replicare, spiegando di aver concordato gli esercizi con un personal trainer che le ha indicato come allenarsi senza correre rischi. In una storia di Instagram Pellegrini ha chiarito: “Bisogna tenere conto di tre specifiche molto importanti. La prima: cosa è stato abituato a fare il corpo della donna in passato, la seconda è la tipologia di parto che si andrà a fare e la terza è la situazione corrente a livello ginecologico e fisiologico della donna in gravidanza. Quindi, tenendo conto di questi tre aspetti, abbiamo impostato un determinato tipo di preparazione atletica“. Insomma, la nuotatrice ha assicurato di allenarsi in completa sicurezza.

L’annuncio della gravidanza

Lo scorso dicembre, Federica Pellegrini ha annunciato sui social la seconda gravidanza. La campionessa olimpica ha postato una foto della pancia, stretta tra le mani del marito Matteo Giunta e della prima figlia Matilde, insieme alla frase: “Inaspettata come le cose più belle. Ti aspettiamo piccolina”.

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Massimo Cacciari si è sposato a 81 anni: le nozze segrete con Chiara Patriarca dopo 30 anni insieme

Massimo Cacciari si è sposato. Il filosofo, 81 anni, ha pronunciato il suo sì nella prima metà di dicembre, a Milano, con Chiara Patriarca, 52 anni, compagna di una relazione lunga oltre trent’anni. La notizia, confermata in questi giorni, è stata tenuta volutamente lontana da qualsiasi esposizione pubblica: non è noto se la cerimonia sia stata religiosa o civile, né il luogo preciso delle nozze. A riportare i dettagli è il Corriere della Sera, che ricostruisce una love story rimasta a lungo fuori dalla cronaca. Fino a poche settimane fa infatti, lo stesso Cacciari aveva smentito l’esistenza di un matrimonio, nonostante a fine ottobre fosse comparso online un atto di pubblicazione nei registri dei Comuni di Venezia e Milano. “Fake news”, aveva liquidato la questione. Oggi, invece, arriva la conferma che quelle pubblicazioni corrispondevano a una scelta reale, maturata nel massimo riserbo.

Cacciari e Patriarca si sono conosciuti a Venezia negli anni Novanta, quando lei era studentessa di Filosofia e lui già professore di Estetica allo Iuav, oltre che figura centrale del dibattito culturale italiano. Secondo quanto ricostruito dal Corriere, la loro relazione è iniziata in quel contesto accademico e si è sviluppata nel tempo senza mai diventare pubblica. Patriarca, descritta da chi l’ha conosciuta come una studentessa molto rigorosa e oggi come una donna di grande cultura, ha sempre mantenuto un profilo lontano dai riflettori. La relazione ha attraversato fasi diverse, ma non si è mai interrotta. La svolta sarebbe arrivata durante la pandemia, quando i due hanno iniziato a convivere stabilmente a Milano. Secondo persone a loro vicine, sarebbe stata la prima convivenza della vita di Cacciari. Da allora il legame si è rafforzato fino alla decisione di sposarsi.

Patriarca, originaria di Trieste e figlia di un medico noto in città, dopo gli studi veneziani si è trasferita a Milano, dove oggi lavora nel settore della formazione cooperativa. Non ha una presenza pubblica né sui social, scelta coerente con l’estrema riservatezza che ha sempre caratterizzato il rapporto con il filosofo. Due volte sindaco di Venezia, intellettuale di riferimento e presenza fissa nei talk politici, Cacciari ha sempre difeso la propria vita privata da indiscrezioni e voci, arrivando a smentire pubblicamente relazioni mai esistite.

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“Buen camino” di Zalone è il film che ha incassato di più nella storia del cinema italiano ma non è quello più visto, anzi: ecco come stanno davvero i numeri al box office

Buen camino è il film che ha incassato di più nella storia del cinema italiano (ma non è quello più visto, anzi). L’ultimo balzo per la ditta Zalone/Nunziante è stato quello di sabato 17 gennaio 2026 con un altro milione e 325mila e rotti euro messi in cassa. Cifretta mica da ridere, a quasi un mese dall’uscita del film, che ha permesso a Buen Camino di raggiungere 68milioni 823mila 069 euro e superare definitivamente Avatar (2009). Il film evento mondiale in 3D di James Cameron con i suoi 68milioni 675mila 722 euro è rimasto imbattuto di fronte a più attacchi zaloniani per quasi vent’anni: Quo Vado? (2016) che ha incassato 65.365.722 euro; Sole a catinelle (2013) con 51.936.318 euro; e il povero Tolo Tolo (2020) il film più “complesso” e riuscito di Zalone che si fermò addirittura a 46milioni208mila 356 euro.

Saranno contenti i produttori di Indiana Production (Marco Cohen, Benedetto Habib, Fabrizio Convito, Daniel Capos Pavoncelli) che hanno raccolto il testimone della Taodue di Pietro Valsecchi, colui che ha inventato e puntato sulla comicità zaloniana al cinema per poi scansarsi proprio in quest’ultima trionfale tornata nelle sale, recuperando Luca Medici da quello che sembrava il binario morto di Tolo Tolo. Vanno comunque rimarcati un paio di dati, come del resto stiamo facendo da quasi un mese, ovvero fin dai giorni di Natale quando Buen Camino è uscito. Per un evidente aumento del prezzo del biglietto del cinema, spesso ad hoc – in alcune sale vedere Buen Camino costa anche 15 euro – quest’ultimo titolo di Zalone non è il film più visto della storia del cinema italiano.

Ad ora, battuto il record d’incassi assoluto, Buen Camino veleggia sugli 8 milioni e mezzo di spettatori. Numero che supera gli 8 milioni e duecentomila di Avatar (con gli occhialini 3D all’epoca il prezzo del biglietto era maggiorato rispetto alla media ndr) ma ancora lontano dai quasi 10 milioni di Quo Vado? e da oltre altri 60 titoli (da Trinità con Bud Spencer e Terence Hill al Decameron di Pasolini, dai film di Leone a quelli di Bertolucci) che nella classifica SIAE sopravanzano Buen Camino di parecchi milioni di spettatori. Se anche solo, vista la media ancora robusta di spettatori dopo un mese di programmazione, Buen Camino registrasse, stando larghissimi, altri due milioni di paganti si posizionerebbe al 30esimo posto sui 10 milioni e mezzo di spettatori tra ET di Spielberg (1982) e Serafino (1968) di Germi con Adriano Celentano. Nelle ore del trionfo di Buen Camino va anche registrato, in proporzione, il notevole risultato di La Grazia di Paolo Sorrentino che raccoglie quasi un milione e 900mila euro per quasi 230mila spettatori, piazzandosi al secondo posto nella classifica di sabato 17 gennaio davanti ad Avatar 3.

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“Mio papà soffriva di depressione, è una cosa che temo molto. Mia mamma invece era molto ansiosa e mi ha trasmesso l’ansia”: le confessioni di Nicola Savino a Ciao Maschio

“Ho una vena di malinconia che tengo a bada”. Nicola Savino parte da qui per raccontarsi a Ciao Maschio, ospite di Nunzia De Girolamo nella puntata andata in onda sabato 17 gennaio su Rai 1. L’attore spiega la sua storia familiare: “Avendo avuto un papà che ha sofferto di depressione, è una cosa che temo molto”. E aggiunge un altro tassello: “Avevo una mamma molto ansiosa. Quell’ansia me l’ha trasmessa”.

Il racconto si sposta poi all’infanzia, che definisce “solitaria“, trascorsa spesso da solo, tra giochi e costruzioni: “Stavo in cameretta, con i Lego”, ricorda. Il motivo principale era l’assenza del padre, legata al lavoro: “Mio papà era un ingegnere, lavorava sui pozzi petroliferi”, racconta. Un impiego che comportava però lunghi periodi lontano da casa: “Io ero sempre senza il papà”. Alla domanda diretta di De Girolamo — quindi avevi un papà assente? — Savino risponde senza polemica: “Diciamo di sì. Per motivi di lavoro. Una cosa che un bambino capisce poco“.

Uno dei passaggi più significativi dell’intervista riguarda gli ultimi momenti di dialogo con il padre. Savino ricorda una domanda che gli fu rivolta poco prima della morte: “Sono stato un buon padre?”. La risposta, racconta, fu immediata e senza esitazioni: “No, tu sei stato un padre meraviglioso“. Un confronto che per Savino ha avuto un valore decisivo: “È importante dirsi le cose”, sottolinea, lasciando intendere quanto quel dialogo abbia chiuso un capitolo rimasto aperto per anni. Nel racconto trova spazio anche il lato più leggero, quando Savino parla degli anni da dj e smonta uno stereotipo diffuso: “Ho avuto poche, pochissime donne. Sono stato un dj atipico“, dice. E con un sorriso aggiunge: “Un bravo guaglione. O almeno mi dipingo così”.

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Groenlandia, Meloni: “L’aumento dei dazi Usa è un errore. Ho sentito Trump, va evitata una escalation. Incomprensione sull’invio di militari”

Aumentare i dazi sarebbe “un errore“, ma tra Washington e Bruxelles c’è stato “un problema di comprensione e comunicazione“. La premier Giorgia Meloni torna a intervenire sul tema della Groenlandia e parlando coi giornalisti a Seul spiega di avere sentito Donald Trump proprio in queste ore, ovvero dopo l’annuncio da parte del presidente Usa di voler introdurre dazi al 10% per i Paesi europei che hanno deciso di inviare militari nell’Artico. Sull’argomento la stessa presidente del Consiglio ieri era rimasta tiepida: “Valutiamo la nostra presenza insieme agli alleati della Nato“. Mentre le altre cancellerie europee hanno risposto duramente a Trump: “Non ci faremo intimidire”, il messaggio di Berlino, Parigi e Stoccolma. Oggi è convocata una riunione di emergenza degli ambasciatori dei 27 Paesi dell’Unione Europea (l’inizio è previsto per le 17) proprio sul tema dell’isola danese e sulle sanzioni di Trump. Il governo italiano prova a mediare e già dal ministro della Difesa Guido Crosetto era arrivato un invito al dialogo e alla cautela.

È la linea ribadita stamani da Meloni. La premier precisa: “La previsione di un aumento di dazi nei confronti di quelle nazioni che hanno scelto di contribuire alla sicurezza della Groenlandia è un errore e non la condivido“. A suo avviso, c’è stato “un problema di comprensione e comunicazione” sull’iniziativa di alcuni Paesi Ue che non va letta in chiave “anti-americana“. Ma, avverte Meloni, bisogna “riprendere il dialogo ed evitare una escalation“. Da qui la sua telefonata a Washington. “Ho sentito il presidente Usa Donald Trump, gli ho detto quello che penso e mi pare fosse interessato ad ascoltare. E il segretario della Nato, Mark Rutte, che mi conferma che un lavoro che l’Alleanza sta iniziando a fare”, spiega la premier.

Meloni poi sottolinea: “Chiaramente nel corso della giornata sentirò anche i leader europei. Credo che in questa fase sia molto importante parlarsi ed evitare una escalation perché si può lavorare insieme per raggiungere un obiettivo che è utile e necessario“. Ma le tensioni tra Stati Uniti ed Europa restano alte, tanto che fonti informate vicine alla presidenza francese riferiscono come il presidente Emmanuel Macron sia pronto a chiedere l’attivazione dello strumento anticoercitivo dell’Ue in caso di nuovi dazi statunitensi. Macron è “mobilitato per coordinare la risposta europea alle minacce tariffarie inaccettabili formulate dal presidente Trump”, si apprende dall’entourage del presidente. Le stesse fonti precisano che Macron “sarà tutto il giorno in contatto con i suoi omologhi europei e chiederà, a nome della Francia, l’attivazione dello strumento anticoercitivo“. Secondo i più stretti collaboratori del presidente, “l’approccio americano pone la questione della validità dell’accordo sulle tariffe concluso l’estate scorsa dall’Unione europea con gli Stati Uniti”.

L’incomprensione tra Usa e Ue secondo Meloni

Ma a cosa sarebbe dovuta questa incomprensione tra le due sponde dell’Atlantico? “Condivido l’attenzione che la presidenza americana attribuisce, come ho detto molte volte, alla Groenlandia e in generale all’Artico, che è una zona strategica nella quale chiaramente va evitata una eccessiva ingerenza di attori che possono essere ostili“, spiega Meloni. Che però aggiunge: “Ma credo che in questo senso andasse letta la volontà di alcuni paesi europei di inviare le truppe, di partecipare, a una maggiore sicurezza, non nel senso di un’iniziativa fatta nei confronti degli Stati Uniti, ma semmai nei confronti di altri attori“. “Chiaramente – prosegue – mi pare che su questo ci sia stato un problema di comprensione e di comunicazione, per quello che mi riguarda continuo a insistere sul ruolo della Nato e la Nato è il luogo nel quale noi dobbiamo cercare di organizzare insieme strumenti di deterrenza verso ingerenze che possono essere ostili in un territorio che è chiaramente strategico”.

Se la premier Meloni ha definito comunque “un errore” i dazi annunciati ieri da Trump, diversa è stata la posizione di una parte della maggioranza di centrodestra. Nello specifico la Lega, che in una nota ha parlato di “deboli d’Europa” che hanno la “smania” di inviare soldati e raccolgono i loro “frutti amari“, ovvero le sanzioni americane. A una domanda sull’argomento, Meloni ha minimizzato: “Non c’è un problema politico con la Lega su questo punto”.

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“Controllate le etichette dei cibi e fate attenzione a queste sostanze ‘invisibili’ nascoste in moltissimi alimenti: aumentano il rischio di cancro e diabete”: l’allarme in due nuovi studi

In moltissimi alimenti che consumiamo quotidianamente si celano sostanze “invisibili”, il cui consumo prolungato può aumentare il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2 e alcune forme di cancro. Si tratta di alcuni conservanti alimentari, ingredienti comuni nelle nostre dispense che permettono agli alimenti di sopravvivere per periodi di tempo più o meno lunghi. Si identificano sulle etichette degli alimenti con sigle alfanumeriche che sembrano codici fiscali, ma pur essendo fondamentali nella conservazione di alcuni alimenti, possono essere pericolosi per la salute sul lungo periodo. A evidenziare l’impatto due studi appena pubblicati sulle riviste Nature Communications e BMJ.

Sebbene siano necessari ulteriori approfondimenti, secondo i ricercatori, i risultati dovrebbero portare a una rivalutazione delle normative che regolano l’uso di conservanti da parte delle aziende in prodotti come gli alimenti ultra-processati, in modo da migliorare la tutela dei consumatori in tutto il mondo. Già precedenti studi sperimentali hanno dimostrato che alcuni conservanti possono danneggiare le cellule e il Dna, ma le prove concrete che colleghino i conservanti al diabete di tipo 2 o al rischio di cancro sono ancora scarse. In entrambi gli studi, i ricercatori si sono prefissati di esaminare l’associazione tra l’esposizione ai conservanti e il rischio di diabete di tipo 2 e cancro negli adulti, utilizzando dati su dieta e salute relativi a un periodo che va dal 2009 al 2023. I risultati si basano su oltre 100.000 francesi arruolati nello studio NutriNet-Santé. Oltre all’effetto complessivo dei conservanti, sono stati analizzati 17 additivi singolarmente.

Lo studio sul cancro: l’effetto dei conservanti

Nello studio sul cancro pubblicato sul BMJ, dei 17 conservanti studiati, 11 non sono stati associati all’incidenza della malattia e non è stato trovato alcun collegamento tra i conservanti in generale e il cancro. Tuttavia, i maggiori consumatori di diversi conservanti sono risultati avere un rischio più alto di cancro rispetto ai non consumatori o ai consumatori più bassi. Ad esempio, il sorbato di potassio è stato associato a un aumento del 14% del rischio di cancro in generale e del 26% del rischio di tumore al seno, mentre i solfiti sono stati associati a un aumento del 12% del rischio di cancro in generale. Il nitrito di sodio, invece, è stato associato a un aumento del 32% del rischio di cancro alla prostata, mentre il nitrato di potassio è stato associato a un aumento del rischio di cancro in generale (13%) e di tumore al seno (22%). Gli acetati totali sono stati associati a un aumento del rischio di cancro in generale (15%) e di tumore al seno (25%), mentre l’acido acetico è stato associato a un aumento del rischio di cancro in generale del 12%.

Sebbene siano necessari ulteriori studi per comprendere meglio questi potenziali pericoli, i ricercatori hanno osservato che molti di questi composti potrebbero alterare i percorsi immunitari e infiammatori, innescando potenzialmente lo sviluppo del tumore. Si è trattato di uno studio osservazionale, quindi non è stato possibile trarre conclusioni definitive su un rapporto di causa ed effetto. I ricercatori non hanno potuto escludere la possibilità che altri fattori non misurati potessero aver influenzato i loro risultati. Tuttavia, si è trattato di uno studio di ampia portata basato su registri dietetici dettagliati collegati a database alimentari nell’arco di 14 anni e i risultati sono coerenti con i dati sperimentali esistenti che suggeriscono effetti avversi di molti di questi composti sul cancro. “Questo studio fornisce nuove informazioni per la futura rivalutazione della sicurezza di questi additivi alimentari da parte delle agenzie sanitarie, considerando il rapporto tra benefici e rischi per la conservazione degli alimenti e il cancro”, hanno scritto i ricercatori. Nel frattempo, gli scienziati hanno invitato i produttori a limitare l’uso di conservanti non necessari e raccomandano alle persone di consumare alimenti freschi e minimamente lavorati.

Il diabete di tipo 2: quali conservanti temere

Nello studio sul diabete di tipo 2 pubblicato su Nature Communications, un maggiore consumo complessivo di conservanti, di conservanti non antiossidanti e di additivi antiossidanti è stato associato a un aumento dell’incidenza del diabete di tipo 2, rispettivamente del 47%, 49% e 40%, rispetto ai livelli più bassi di consumo. Dei 17 conservanti studiati singolarmente, un consumo maggiore di 12 di essi è stato associato a un aumento del rischio di diabete di tipo 2. “Questo è il primo studio al mondo sui legami tra additivi conservanti e incidenza del diabete di tipo 2”, sottolinea Mathilde Touvier, coordinatrice della ricerca. “Sebbene i risultati debbano essere confermati, sono coerenti con i dati sperimentali che suggeriscono gli effetti nocivi di molti di questi composti”, conclude.

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“Attenzione agli effetti silenziosi del sale, soprattutto quello ‘travestito’: è come mangiare 22 pacchetti di patatine al giorno”: l’allarme della British Heart Foundation

In Inghilterra l’allarme è ormai ufficiale: secondo la British Heart Foundation, gli adulti consumano ogni giorno una quantità di sale pari a quella contenuta in 22 pacchetti di patatine. Un numero che fa notizia, ma che rischia di essere liquidato come l’ennesima stranezza d’Oltremanica. In realtà, avverte il professor Pierluigi Rossi, docente di Scienza dell’alimentazione all’Università di Siena, medico specialista in Igiene e medicina preventiva, il problema è molto più vicino di quanto si pensi e riguarda anche l’Italia: “La vera questione non è quanto sale aggiungiamo a tavola, ma quanto sodio ingeriamo senza saperlo attraverso alimenti apparentemente innocui”.

Un problema europeo, non britannico
Trasferire automaticamente i dati inglesi all’Italia sarebbe scorretto, ma ignorare il trend sarebbe ingenuo. Anche nel nostro Paese il consumo medio di sale resta intorno ai 10 g al giorno, circa il doppio rispetto alle raccomandazioni. Più della metà del sodio introdotto non viene dalla cucina domestica, ma da pane, prodotti da forno, formaggi, salumi, piatti pronti e ristorazione collettiva. Alimenti che fanno parte della quotidianità e che raramente percepiamo come “salati”.

Il sodio come disturbatore sistemico
Ridurre il problema alla sola ipertensione significa perdere di vista il quadro complessivo. “Il sodio in eccesso trattiene liquidi, aumenta il volume del sangue e restringe i vasi, mettendo sotto stress cuore e reni – sottolinea Rossi -. Ma agisce anche su altri fronti: rallenta lo svuotamento dello stomaco, favorendo reflusso e disturbi digestivi; ostacola l’assorbimento del calcio, con effetti progressivi su ossa e rischio di osteoporosi; altera l’equilibrio elettrolitico, aumentando l’eliminazione di potassio e magnesio”.

Effetti silenziosi e “sale travestito”

Effetti silenziosi su cervello e metabolismo
Nel tempo, questo squilibrio può tradursi in insonnia, stanchezza cronica, ridotta tolleranza allo sforzo. Studi recenti suggeriscono anche un legame tra consumo elevato di sodio e aumento del rischio di diabete e declino cognitivo. “Il sodio – sottolinea il nostro esperto – entra nel sangue, nei tessuti, perfino nel cervello, creando un disordine biochimico che spesso non avvertiamo subito”.

Perché l’industria ama il sale
Il punto chiave resta l’industria alimentare. Il sodio è un potente stimolatore dell’appetito: rende i cibi più desiderabili, riduce il senso di sazietà e spinge a mangiare di più. È uno strumento commerciale formidabile. Non a caso è onnipresente nei prodotti ultraprocessati. Un indicatore pratico? “Più l’etichetta è lunga – osserva Rossi – più il cibo è artificiale. E il contenuto di sale è spesso il primo segnale di junk food”.

Il sale che non riconosciamo
Il problema è aggravato dal cosiddetto “sale travestito”. Non compare solo come cloruro di sodio, ma come glutammato monosodico, bicarbonato, fosfati, nitriti, alginati, benzoati. Nomi tecnici che sfuggono al consumatore, ma che contribuiscono in modo sostanziale al carico quotidiano di sodio. Saper leggere le etichette diventa quindi una competenza di salute pubblica, non un dettaglio da specialisti.

I bambini e il sale: quale rischio corrono?

Piccoli gesti, grandi effetti
Ridurre il sale, in ogni caso, non significa mangiare triste. Significa cambiare abitudini. Togliere la saliera dalla tavola, non superare i 5 grammi di sale al giorno, “usare erbe aromatiche, spezie, aceto o limone per insaporire. Il palato si rieduca nel giro di poche settimane, anche se con l’età tende a richiedere dosi maggiori per ottenere la stessa gratificazione. Proprio per questo intervenire prima è decisivo”, sottolinea Rossi.

Educazione precoce e scelte collettive
Un capitolo a parte riguarda i bambini. “Il gusto per il salato non è innato: si forma nei primi mesi di vita”, ci ricorda il professor Rossi. Abituare fin da subito a sapori meno salati significa investire in salute futura. Ma la responsabilità non può essere solo individuale. Etichette chiare, limiti al contenuto di sale nei prodotti industriali e nella ristorazione collettiva incidono sulla salute pubblica molto più delle singole scelte isolate”. In definitiva, il sale non è un nemico da demonizzare. L’eccesso quotidiano sì. E oggi il vero problema non è quello che aggiungiamo consapevolmente al piatto, ma quello che ingeriamo ogni giorno senza accorgercene, convinti di mangiare “normale”.

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Federica Torzullo, trovato un cadavere nell’azienda del marito: riaffiorata una mano durante gli scavi. L’uomo sotto interrogatorio

Gli investigatori, che indagano per omicidio dopo la scomparsa della 41enne Federica Torzullo, hanno trovato un corpo nell’azienda del marito che è indagato. La donna è scomparsa ad Anguillara Sabazia, vicino Roma, l’8 gennaio. I carabinieri sono all’interno della sede operativa della ditta. Dalle prime informazioni, al momento, emergerebbe solo il ritrovamento di una parte del cadavere. Sabato la procura di Civitavecchia aveva diffuso una nota in cui si informava che erano state trovate tracce di sangue ovunque: sui vestiti, sul luogo di lavoro e sulla macchina di Claudio Agostino Carlomagno. L’uomo, che aveva denunciato la scomparsa della moglie, era stato sentito dagli inquirenti ma le sue dichiarazioni erano apparse subito contraddittorie.

L’uomo si trova nella caserma dei carabinieri. Gli investigatori sono tornati nell’azienda dell’uomo ad Anguillara e si è iniziato a scavare in un determinato punto. Quando è affiorata una mano sono state interrotte le operazioni in attesta dell’arrivo degli esperti del Ris per i rilievi tecnico-scientifici. Intanto un’ambulanza a sirene spiegate è arrivata a via Caduti di Nassirya, dove ha sede la caserma dei carabinieri di Anguillara Sabazia. L’intervento è stato reso necessario per il malore di un carabiniere.

Le immagini e le incongruenze

Dalle verifiche effettuate sui sistemi di videosorveglianza, che presidiano anche la villetta della coppia, era emerso che Federica Torzullo non risultava uscire di casa dalle 19.30 dell’8 gennaio, né vi erano segnali che il suo telefono cellulare si fosse mosso al di fuori dell’abitazione. La sua auto era ancora parcheggiata nei pressi di casa e all’interno dell’abitazione non risultava mancare nulla, ad eccezione della borsa e del cellulare. Diversa la situazione del marito, che la mattina di venerdì 9 gennaio era uscito di casa intorno alle 7.30 per andare al lavoro. Proprio sulla ricostruzione dei suoi spostamenti e sui rapporti con la moglie, secondo la Procura, emergono “divergenze allo stato insanabili” tra la versione fornita dall’uomo e quanto accertato dagli investigatori e dalle persone informate sui fatti. Contraddizioni giudicate tali da rendere necessaria la sua iscrizione nel registro degli indagati.

I sequestri e le tracce di sangue

Le indagini, condotte dai carabinieri di Anguillara Sabazia e dal Nucleo investigativo di Ostia, con il supporto del RIS di Roma, hanno portato al sequestro dell’abitazione, delle autovetture di entrambi i coniugi e dell’azienda di movimento terra riconducibile a Carlomagno. Secondo quanto comunicato dalla Procura, sono state repertate tracce di sangue: all’interno della casa dei coniugi; sugli abiti da lavoro dell’indagato; all’interno della sua auto; in una cava; su un mezzo meccanico utilizzato nell’azienda familiare. Sugli oggetti e sui materiali sequestrati sono in corso accertamenti tecnici irripetibili finalizzati all’individuazione del DNA. Gli esiti, fa sapere la Procura, dovrebbero essere disponibili a breve e rappresentano un passaggio decisivo per chiarire quanto accaduto.

Un’inchiesta ancora aperta

L’ultimo messaggio apparentemente riconducibile alla donna risale alla mattina di venerdì 9 gennaio ed è uno scambio di sms con la madre. Da allora, nessuna traccia. “Le indagini proseguono – sottolineava nella nota il procuratore Liguori – per riscontrare le dichiarazioni rese, ricostruire integralmente la vicenda, individuare il movente ed eventuali responsabilità di altre persone”. Alcuni testimoni avevano visto nelle settimane precedenti litigare la coppia che era in via di separazione, tanto che era stata già fissata l’udienza davanti al giudice. La donna aveva una nuova relazione e gli investigatori avevano raccolto immediatamente anche la sua testimonianza. “L’invito” è “a chi si è reso responsabile del grave fatto, di rivolgersi” a carabinieri e procura “e collaborare per porre fine, innanzitutto, allo strazio di parenti e amici che vivono appesi alla speranza di ritrovare Federica e anche per fruire di futuri trattamenti sanzionatori più miti previsti dalla legge” aveva detto il procuratore di Civitavecchia Alberto Liguori. La Procura di Civitavecchia “coglie l’occasione per sensibilizzare chiunque abbia notizie utili sulla vicenda a fornirle ai Carabinieri di Anguillara Sabazia e di Ostia” .

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Rogo di Crans-Montana: i “caschi” e i travestimenti dello staff. I testimoni: “È stata Jessica a mandarci a prendere i travestimenti”

Mentre i coniugi Moretti attendono – tra le polemiche – che un “amico misterioso” versi la cauzione di 430.000 euro per garantirne la liberazione, fissata dalla procura di Sion, continuano a emergere contraddizioni significative tra la loro versione dei fatti e quella dei testimoni del devastante incendio che, nella notte di Capodanno, ha causato la morte di 40 persone e il ferimento di 116. L’indagine della procura elvetica si concentra soprattutto sui momenti che hanno preceduto il rogo, scatenato dalle scintille delle candele accese sulle bottiglie di champagne.

Le dichiarazioni discordanti

Durante uno degli interrogatori, Jessica Moretti aveva accusato lo staff del Constellation, e in particolare Cyane Panin, la “ragazza con il casco” apparsa in un video mentre veniva portata sulle spalle da un collega e che ha perso la vita nell’incendio, di aver organizzato l’uscita “pirotecnica” delle bottiglie, con l’intento di creare un’atmosfera speciale. “Per il servizio quella sera, il team aveva voglia di fare spettacolo, e quindi i caschi. Ci prendono la mano”, ha dichiarato la Moretti.

Tuttavia, la versione dei camerieri e delle altre persone coinvolte nella vicenda sembra contrastare nettamente con quella fornita dai titolari del locale. Louise Leguistin, una delle cameriere in servizio quella notte, ha raccontato agli inquirenti che, contrariamente a quanto detto dalla Moretti, fu proprio Jessica a ordinare lo staff di indossare i travestimenti. “È stata Jessica a mandarci a prendere i travestimenti“, ha affermato. Una discordanza che non può essere interpretata come una semplice coincidenza o distrazione.

La testimonianza di Jessica Moretti

La stessa indagat, nel corso del suo interrogatorio, ha ammesso di essere stata presente con il suo staff durante l’uscita delle bottiglie. “Ero con loro, e ho filmato”, ha confermato la titolare del Constellation. Le testimonianze di Leguistin e degli altri camerieri sembrano dunque rivelare una versione dei fatti che mette in discussione le dichiarazioni dei coniugi Moretti. Poco prima che scoppiasse l’incendio, infatti, secondo i racconti dello staff, la titolare sembrava già in fuga, diretta verso l’uscita, mentre i dipendenti cercavano di salvare i clienti. “Sono corsa dai miei figli”, ha dichiarato la stessa Jessica, giustificando il suo allontanamento improvviso dal locale. Allontanamento avvenuto con i soldi incassati durante la serata.

Le indagini

Il tragico incidente di Crans-Montana ha avuto una forte eco anche in Italia, dove si sono intensificati i controlli sulla sicurezza nei locali pubblici. E che oggi hanno portato al sequestro del Piper di Roma. Le indagini vallesane sono focalizzate su un possibile inquinamento delle prove e sulle responsabilità legate alla gestione del locale. Oltre ai gravi errori strutturali, emerge il dubbio sull’effettiva preparazione dello staff e sulla consapevolezza della pericolosità delle scelte fatte quella sera, tra cui l’uso delle candele accese su bottiglie di champagne, un gesto che in un ambiente affollato e con scarse misure di sicurezza si è rivelato fatale.

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“Mi sono scelto questo mestiere per evitare la profondità. Non la riesco a gestire”: Stefano De Martino si commuove a “C’è posta per te” per la storia di Francesco e Chiara, orfani di padre e con la mamma malata

Stefano De Martino non è riuscito a trattenere le lacrime durante la puntata di C’è posta per te”, andata in onda ieri, 17 gennaio. Il conduttore e ballerino è stato invitato da Maria De Filippi per fare una sorpresa a Francesco e Chiara. I due giovani hanno accettato l’invito della madre Antonietta, che ha voluto regalare un momento di spensieratezza ai figli. Nel 2023, la vita della famiglia si è spezzata. In appena due settimane, i ragazzi hanno affrontato la morte del papà Paolo, stroncato da un infarto, e la notizia del tumore della mamma. Antonietta ha parlato dei suoi limiti emotivi, promettendo ai figli di cambiare per loro. La signora ha detto: “Il mio carattere mi limita, ma per voi voglio cambiare, perché siete tutta la mia vita”. La donna ha aggiunto di non essere spaventata dalla morte, ma dal pensiero di lasciare soli Francesco e Chiara.

A sorpresa, è entrato in studio Stefano De Martino, amatissimo dai due ragazzi. Il conduttore di “Affari Tuoi” ha parlato con la voce rotta, ammettendo le sue difficoltà nel gestire le emozioni. Il presentatore ha detto: “Per me è una faticata venire qui ogni anno, perché io mi sono scelto questo mestiere per evitare la profondità. Non la riesco a gestire“. De Martino ha aggiunto di essere certo di conoscere Paolo, il padre dei ragazzi, dopo tutti i racconti ascoltati durante la serata. Stefano ha dichiarato: “Sono sicuro di conoscere vostro padre dopo tutti i racconti di stasera. Io sono un figlio e provo a fare il papà nel migliore dei modi. Dietro certi abbracci e certi gesti so cosa si spera di ottenere. Guardando voi tre insieme, mi sembra che abbia fatto un ottimo lavoro”. Infine, il ballerino ha consegnato a Francesco e Chiara alcuni regali: al ragazzo una macchina fotografica in vista del suo viaggio in Lapponia, mentre alla giovane un casco e un corso di equitazione. I due hanno deciso di aprire la busta e hanno abbracciato la mamma.

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La madre di uno dei figli di Elon Musk fa causa a Gork: “L’intelligenza artificiale ha creato mie foto fake seminuda, ho provato dolore e disagio mentale”

La madre di un figlio di Elon Musk fa causa alla IA di X per le immagini deepfake di Grok. Ashley St Clair, madre del figlio di Musk, Romulus, ha querelato X per “dolore e disagio mentale” causate dalle false immagini di intelligenza artificiale generate dal chatbot Grok, in quanto avrebbe permesso agli utenti di generare immagini deepfake a scopo di sfruttamento sessuale che la ritraevano seminuda, causandole umiliazione e sofferenza emotiva. Come riporta Al Jazeera, la causa è stata intentata poco prima che il procuratore generale della California Rob Bonta inviasse una lettera di diffida alla società AI di Musk, chiedendole di interrompere la creazione e la distribuzione di immagini sessualizzate non consensuali generate da Grok.

“La valanga di segnalazioni che descrivono dettagliatamente questo materiale, che a volte raffigura donne e bambini coinvolti in attività sessuali, è scioccante e, come ha stabilito il mio ufficio, potenzialmente illegale”, ha affermato Bonta poche ore fa parlando con la stampa USA. Secondo quanto riportato dai legali della donna, i responsabili della piattaforma hanno risposto che le immagini non violavano le propria policy, ma St.Clair ha ribattuto che non avrebbe consentito l’utilizzo o la modifica di immagini che la ritraevano senza il suo consenso. A quel punto la piattaforma social ha reagito rimuovendo il suo abbonamento premium X e il segno di spunta di verifica, continuando quindi a consentire la pubblicazione di immagini false e degradanti che la ritraevano. “Ho sofferto e continuo a soffrire di gravi dolori e disagio mentale a causa del ruolo di xAI nella creazione e distribuzione di queste immagini alterate digitalmente di me”, ha sottolineato St Clair.

In un’intervista rilasciata ai media statunitensi all’inizio di questa settimana, la donna ha ricordato che la sua battaglia con Grok “non riguardava solo me”. “Si tratta di costruire sistemi, sistemi di intelligenza artificiale in grado di produrre, su larga scala, e abusare di donne e bambini senza ripercussioni. E non ci sono davvero conseguenze per quello che sta succedendo in questo momento”.

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Sequestro preventivo per il Piper di Roma: irregolarità nella sicurezza e modifiche strutturali non autorizzate

Il Piper, uno dei locali storici della vita notturna della Capitale, è stato sottoposto a sequestro preventivo. Il provvedimento, che dovrà essere convalidato dall’autorità giudiziaria, arriva al termine di una serie di controlli accurati e in seguito a irregolarità riscontrate nelle strutture del locale di via Tagliamento.

Secondo quanto riferito dalle forze dell’ordine, all’interno della discoteca sono state trovate gravi carenze sotto il profilo della sicurezza. Tra le principali problematiche, gli agenti hanno segnalato modifiche non autorizzate all’impianto strutturale del locale, che potrebbero compromettere l’incolumità dei frequentatori in caso di emergenza. Le irregolarità riscontrate riguardano anche il sistema di evacuazione, che sarebbe insufficiente per garantire un’uscita sicura in caso di necessità. Inoltre, sono emerse carenze legate alla mancanza di certificazioni obbligatorie e la presenza di un numero di persone superiore rispetto a quello consentito per la capienza del locale.

Il sequestro preventivo è stato effettuato nell’ambito di un’operazione che si inserisce in un più ampio piano di verifica e monitoraggio della sicurezza nei locali pubblici di Roma. I controlli, infatti, sono stati intensificati dalla Questura dopo Crans-Montana, ma già da mesi l’attenzione era alta sulle norme di sicurezza dei locali.

All’interno della discoteca sarebbero state riscontrate anche pessime condizioni igienico-sanitarie. La struttura è sottoposta a sequestro preventivo, che quindi necessita di convalida dell’autorità giudiziaria. I controlli della Questura nei locali vanno avanti da tempo e proseguiranno in una logica di continuità. Lo scorso anno sono stati chiusi circa 60 esercizi commerciali. Negli ultimi mesi, infatti, la Questura ha intensificato i controlli in tutta la città dopo una serie di incidenti e il crescente allarme legato alla sicurezza nei luoghi di aggregazione. Oltre agli aspetti strutturali e alla gestione delle emergenze, le forze dell’ordine stanno monitorando anche il rispetto delle normative sul numero di persone ammesse all’interno e sulle condizioni igieniche dei locali.

L’incidente di Crans-Montana, che ha messo in luce le gravi lacune nei controlli di sicurezza dei locali pubblici, ha avuto un forte impatto anche sulle istituzioni italiane, spingendo le autorità a una maggiore vigilanza. Con l’entrata in vigore di nuove disposizioni e controlli più stringenti, le discoteche e i locali pubblici di Roma dovranno adeguarsi a standard sempre più elevati per garantire la sicurezza e la protezione dei propri clienti. Per quanto riguarda il Piper i sigilli della polizia, in passato, sono scattati già più volte: nel novembre del 2024 questore aveva decretato la sospensione della licenza a causa di “criticità riscontrate sotto il profilo dell’ordine e della sicurezza pubblica”.

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Oroscopo, le previsioni segno per segno: “Vergine, è il momento di sistemare le questioni lavorative in sospeso. Cancro: le relazioni diventano un banco di prova”

Gennaio inizia con un ritmo lento ma deciso, che invita alla consapevolezza, alla scelta ponderata, alla costruzione di basi solide. La prima parte del mese è attivata dall’energia del Capricorno e dalla Luna Nuova del 18 gennaio, che apre un nuovo ciclo concreto e realistico. Dal 20, il Sole passa in Acquario, si guarda verso il futuro: idee, relazioni e progetti iniziano a prendere una direzione più libera e innovativa. Con Giove e Urano retrogradi per tutto il mese, la crescita passa attraverso una revisione emotiva e dei valori di sicurezza. Il 26 gennaio, l’ingresso di Nettuno in Ariete segna l’avvio di una fase più dinamica, in cui i sogni chiedono di essere tradotti in azione.

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Cacciari sul Nove: “Trump sta smantellando ogni ordine: l’ingiustizia trionfa ovunque e si sfascia tutto”

“Giustificare l’omicidio di una persona perché ‘radicale’? Neanche nei momenti peggiori del fascismo“. Così Massimo Cacciari ad Accordi&Disaccordi, il talk condotto da Luca Sommi ogni sabato sul Nove con la partecipazione di Marco Travaglio e Andrea Scanzi, ha commentato le parole del presidente Trump su Renee Good, freddata da un agente dell’Ice a Minneapolis lo scorso 7 gennaio. Perché non solo il presidente americano, ma anche il vicepresidente JD Vance e altri esponenti di spicco dell’amministrazione Trump hanno definito la donna di Minneapolis una “violenta”, “radicale”, persino “terrorista”, giustificando l’operato dell’agente dell’Ice che ha subito ottenuto l’immunità federale. Secondo Cacciari “dal punto di vista del diritto, prendere un oppositore, metterlo in galera, processarlo, magari anche impiccarlo dopo un processo farsa è una cosa diversa da quello che sta accadendo negli Stati Uniti, dove Trump sta smantellando ogni ordine“. Il risultato? “È l’ingiustizia che trionfa in ogni campo. Si sfascia tutto“, secondo l’ex sindaco di Venezia.

Il filosofo ha proseguito: “Fintanto che dall’altra parte c’è un’autorità che non opera secondo il diritto e la giustizia, ma ha un ordine logico suo, organizzare una forma politica di opposizione è assai più semplice che trovarsi di fronte a battute o personaggi come quelli che abbiamo appena visto, che dicono: ‘Ha sparato in faccia a una persona, che vuoi che sia, è radicale!’. Cosa dici a una persona del genere? Cosa fai, le spari? Se la logica è che chi domina è il più forte, i dominati faranno di tutto per diventare loro i più forti e così si innescano meccanismi di conflitto sociale che alla fine diventano ingovernabili. Con personaggi come Trump, con politiche come quelle che stanno facendo gli europei, si accendono focolai, correnti, processi di conflitto sociale e culturale che diventano ingovernabili”, ha concluso Cacciari.

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“Se mi togli il lavoro sono un vecchietto che accompagna in giro il cane. La fine del matrimonio con Sebastiano? È sciocco rimanere ancorati a una idea, si crepa”: parla Filippo Timi

La paura della solitudine, il matrimonio finito con lo scrittore Sebastiano Lombardi, il sogno di recitare con Sabrina Ferilli diretto a Pedro Almodóvar. Filippo Timi concede poche interviste ma quando lo fa si apre a cuore aperto, raccontandosi tra lavoro e vita privata, inclusi inquietudini e graffi più profondi, rivelando al Corriere della Sera di essere in fondo ancora quel bambino super sensibile, un “animaletto brado” che non amava essere catalogato. Anche oggi che è un uomo, un artista affermato e continua a conquistare il pubblico con I delitti del BarLume, la serie di Sky tratta dai gialli di Malvaldi.

FILIPPO TIMI, TRA IL SUCCESSO E LA PAURA DELLA SOLITUDINE

Mentre sogna un film con Sabrina Ferilli – “Vorrei lavorare con lei e Miguel Bosé diretti da Almodòvar” –, di essere diretto da Paolo Sorrentino e di debuttare come regista, Filippo Timi si divide tra tv e teatro. Mentre sta per terminare la nuova stagione de I delitti del BarLume, si prepara a tornare in scena al Franco Parenti di Milano con Amleto². Ed è proprio con il teatro, ammette, che è riuscito a superare i suoi limiti e i suoi mostri. Tutti, o quasi, tranne la solitudine. “Prima pensavo: quando diventerò famoso non mi sentirò più solo. Non è così. Anzi, a volte è peggio quando succede e sei in mezzo a una folla che ti apprezza, perché comunque torni a casa e non hai un affetto, una famiglia, per l’aver sacrificato tutto per il tuo lavoro”, ammette a cuore aperto. Però, secondo Timi, il gioco vale la candela. Tanto da sentirsi obbligato a fare arte: “Se mi levi l’arte mi trasformo in un vecchietto che accompagna in giro il cane. Che va anche bene, ma i miei lavori, i miei film, sono i miei figli, le mie propaggini”.

QUANDO INTERPRETÒ MUSSOLINI

Tra i suoi lavori più celebri c’è Vincere, il film di Marco Bellocchio che lo scelte per interpretare Benito Mussolini. “Ero giovane, avevo 34 anni. Come il giovane Mussolini avevo quella fame, quella spregiudicatezza. Poi io, ringraziando l’universo, sono sempre stato spontaneamente buono. Dissi a Bellocchio che vedevo Mussolini come uno attraversato da un fiume nero”, spiega al Corriere. Ma oltre a Bellocchio, ringrazia “tutti quei registi che mi hanno fatto lavorare anche senza che io avessi fatto una scuola. Ci fu un insegnate di canto, in particolare, che mi vide e riconobbe che forse avevo qualcosa, così mi propose di partecipare ai suoi laboratori gratis. Una roba incredibile per me ragazzo”. Per questo, rivela che da quando ha cominciato a fare laboratori di recitazione ha voluto fossero tutti gratis: “Con me non paghi mai”.

LA RVELAZIONE SUL MATRIMONIO FINITO CON SEBASTIANO LOMBARDI

Nella lunga intervista al Corriere c’è anche spazio per un’incursione nella sua vita privata, in particolare quando parla del matrimonio finito con il scrittore Sebastiano Lombardi (rivelò la fine dell’unione civile proprio a FqMagazine, nel 2022). Confessa che quando si sposò credeva nel “per sempre”, poi le cose andarono diversamente:“Ci credevo tantissimo, mi sembrava un sogno. Poi le cose evolvono ed è sciocco rimanere ancorati a una idea: lì è la volta buona che si crepa. La vita è movimento. La differenza è come reagisci al cambiamento”.

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Crans Montana, i pc dei Moretti sequestrati solo il 14 gennaio. Gli avvocati di parti civili e i dubbi sull’amico garante per la cauzione

I dubbi dei legali delle famiglie delle vittime dello spaventoso rogo di Crans-Montana, con i suoi 40 morti e con i tantissimi feriti ricoverati in condizioni gravissime, si moltiplicano e diventano sempre più pesanti man mano che emergono nuovi atti dell’inchiesta. A partire da una circostanza che gli avvocati definiscono “sconcertante”: il sequestro di cellulari e computer dei coniugi Moretti – considerati senza redditi dai pm – avvenuto molti giorni dopo l’incendio del Constellation. Un dettaglio che, per chi rappresenta le famiglie delle vittime, riporta al centro la questione del potenziale inquinamento delle prove. Su questo punto l’avvocato Sébastien Fanti, che difende le famiglie di sette vittime, specifica che i computer di Jacques e Jessica Morreti, i titolare del bra indagati, sono stati sequestrati il 14 gennaio e il telefonino della donna solo al termine del suo interrogatorio, il 9 gennaio. Peraltro su richiesta di un altro avvocato di un gruppo di vittime, Romain Jordan.

Le mancate autopsie

Il tema dei sequestri eseguiti a distanza di molti giorni dal disastro è solo uno dei numerosi punti messi sotto accusa dai legali delle famiglie, che stanno inondando la Procura cantonale vallesana di istanze e richieste. Tra queste figura anche la contestazione per la mancata esecuzione delle autopsie. Un insieme di elementi che, secondo i difensori delle vittime, rafforza i timori legati alla conservazione e alla genuinità delle prove. Gli inquirenti di Roma hanno disposto gli esami per le viNel frattempo, negli studi legali continuano ad arrivare segnalazioni di ogni tipo.

Ogni giorno persone offrono aiuto, informazioni, mezzi. A partire da un miliardario che ha messo a disposizione delle famiglie il proprio aereo personale per la spola casa-ospedali. C’è anche chi insiste per dare un contributo diretto alle indagini: gente che dice di aver visto, saputo, sentito, o che afferma di essere in possesso di documenti e prove su presunti illeciti o reticenze che riguarderebbero Jacques Moretti o il Comune di Crans-Montana.

Una di queste email, per esempio, arriva da una persona con nome e cognome reali, che giura di avere documenti in grado di provare una disponibilità economica di Jacques Moretti pari a diversi milioni di franchi, attraverso conti che finora non sarebbero stati individuati dagli inquirenti. “Quando avrò verificato presenterò tutto in Procura”, promette l’avvocato che ha ricevuto la segnalazione.

La polemica sulla cauzione

È in questo contesto che si inserisce la polemica sulla cauzione e sulle misure alternative alla detenzione. Una soluzione che non convince gli avvocati delle famiglie delle vittime, anche perché – sottolineano – la procura non avrebbe mai preso seriamente in considerazione il pericolo di inquinamento delle prove. In un commento che riassume il punto centrale della loro posizione, un legale della parte civile afferma: “La giurisprudenza esige che i legami con l’amico garante e la situazione finanziaria siano rigorosamente istruiti. Immagino che sia stato così. A quanto pare, il rischio di inquinamento delle prove non è ancora stato trattato. Non si sa quali misure, oltre al segreto, siano state adottate. È preoccupante!”.

A difesa del radicamento della famiglia a Crans-Montana è intervenuta anche Jessica Moretti, che ha raccontato ai magistrati la storia della sua relazione con il marito, iniziata nel 2013, e il percorso di vita che li ha portati a stabilirsi nel Vallese. “Mio marito ha avuto un’infanzia caotica, è finito per strada all’età di 14 anni. Ha conosciuto la fame. Quando ci siamo incontrati, abbiamo desiderato fin da subito la stabilità». Una stabilità cercata proprio scegliendo Crans-Montana: “Abbiamo fondato qui la nostra famiglia. I nostri figli sono nati qui e il nostro nucleo è “radicato in questo luogo. I miei migliori amici sono qui, così come quelli di mio marito”.

La posizione della procura

La posizione della Procura resta però ferma. Per la procuratrice aggiunta del Vallese Catherine Seppey, titolare dell’inchiesta sulla strage del Constellation, i 400mila franchi di cauzione – 200mila ciascuno per i due indagati – non sono affatto una cifra modesta. L’importo, si legge negli atti, “deve essere sufficientemente elevato da dissuadere l’imputato dal darsi alla fuga”, dal momento che Jacques Moretti presenterebbe “un rischio concreto di fuggire dalla Svizzera per sottrarsi alla procedura e alla sanzione prevedibile”, anche perché “allo stato attuale, non sembra avere alcuno sbocco per il futuro nel Canton Vallese”.

Secondo la procura, l’improvviso azzeramento degli introiti dei tre locali dei coniugi, il mutuo da 1,3 milioni di franchi sull’abitazione e le ipoteche che gravano sui ristoranti rendono la cauzione un deterrente reale. La somma è stata nel frattempo versata da un anonimo amico sul conto dell’avvocato Patrick Michod, pronta a essere utilizzata nel caso in cui il Tribunale delle misure coercitive decidesse di liberare Jacques Moretti, mentre cresce l’attesa per la decisione del tribunale sulla congruità della cauzione fissata per i due indagati.

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Travaglio sul Nove: “Trump misura la democrazia in barili di petrolio. Venezuela e Iran gli interessano solo per quello”

Trump misura la democrazia in barili di petrolio. Il Venezuela e l’Iran gli interessano per quello, non certo per la democrazia. Chi invoca un intervento armato in Iran è un beota”. Così Marco Travaglio ad Accordi&Disaccordi, il talk condotto da Luca Sommi in onda ogni sabato sul Nove con la partecipazione di Andrea Scanzi, ha commentato le ultime gesta del presidente Usa in materia di politica estera. “Se noi andiamo a vedere i Paesi di cui parla, i Paesi di cui si interessa e andiamo a vedere la lista dei principali produttori ed estrattori di petrolio e di gas, scopriamo che le due liste coincidono. – ha premesso il direttore del Fatto Quotidiano – E’ questa la cosa davanti alla quale ci pone. Non ci mette davanti degli schermi per dire che ‘purtroppo in Venezuela non c’è la democrazia, adesso arriviamo noi’, ha preso il dittatore, l’ha rapito con delle accuse farlocche, ha messo su la vice dittatrice. Il regime madurista è identico a quello di prima, semplicemente c’è la vice del dittatore (Delcy Rodriguez, ndr) invece del dittatore, però i barili arrivano e questo fa la differenza“.

Poi Travaglio ha attaccato quanti sostengono un intervento armato degli americani in Iran: “Noi siamo un Paese di beoti che tifano per l’intervento pensando veramente che a Trump freghi qualcosa del fatto che in Iran arrivi o meno una democrazia. Ma lo sa anche lui che quello è un impero, l’Impero persiano, più o meno negli stessi confini dura da tre millenni. Ma di che cosa stiamo parlando? – ha proseguito il giornalista – Forse gliel’hanno spiegato anche a lui che c’è un sentimento nazionalista fortissimo, che non vogliono essere liberati né da Israele, né degli Stati Uniti, né da Israele e dagli Stati Uniti insieme, né vogliono farsi torturare dallo Scià anziché farsi torturare dagli ayatollah. Non è per questo che stanno protestando. Non stanno protestando nemmeno per la democrazia. Stanno protestando perché c’è un’inflazione spaventosa dovuta a un governo e a un regime inefficiente, colpito da 46 anni di sanzioni economiche”.

Oltretutto “adesso c’è qualche genio che dice di aumentare le sanzioni così li affamiamo di più, oppure li bombardiamo dall’alto senza porci minimamente il problema di quello che succederà dopo, che è esattamente quello che hanno sempre fatto gli americani, che vanno a fare guerre in paesi di cui non sanno niente e spesso non sanno nemmeno dove stanno sulla cartina geografica, come quelli che dicono alla flottiglia di andare in Iran. L’Iran però non è sul Mediterraneo, devi passare dal canale di Suez, circumnavigare la penisola arabica o paracadutare le barche sul Mar Caspio. Cioè non sanno che cosa dicono. In più, come ricordava Cacciari, non è che l’Iran è lì, solitario, è strano, eccentrico rispetto al resto del Medio Oriente, ma è vicino a un altro impero che è la Turchia. E poi è pieno di satrapie arabe che non hanno nessuna intenzione di veder scoppiare una rivolta di successo, che butta giù una satrapia, perché poi temono il contagio”.

Perché, secondo Travaglio “le primavere arabe di 15 anni fa hanno terrorizzato tutte le satrapie e le hanno spente. Abbiamo visto come ha funzionato in Egitto. La primavera araba ha portato le elezioni, alle elezioni hanno vinto i Fratelli musulmani, noi abbiamo deciso che non ce li potevamo permettere e abbiamo patrocinato un colpo di Stato per mettere il generale Al Sisi. Trump si occupa di Iran a proposito del petrolio. Probabilmente gli hanno spiegato che è complicato bombardare dall’alto e cambiare un regime che è stratificato. Non c’è solo Khamenei che ha 87 anni e che probabilmente c’è già il successore. Se ammazzano Khamenei probabilmente cambia poco. C’è un regime molto consolidato che dura da 46 anni, dove ci sono i Pasdaran, la polizia morale, la polizia politica, la polizia ordinaria, l’esercito, una parte del popolo, che non è tutto contro gli Ayatollah. C’è una parte occidentalizzata e c’è una parte che invece non vuole minimamente il salto nel buio, il ritorno all’indietro”.

Il giornalista ha concluso: “Bisogna conoscerli i Paesi, oltre a conoscere il contesto. Probabilmente fino a questo momento, ma non sappiamo con Trump quanto duri, qualcuno gli ha portato una cartina per fargli vedere dov’è l’Iran e qualcuno che gli ha fatto un Bignami, perché la sua soglia d’attenzione dura pochi secondi, con dieci righe per spiegargli che razza di ginepraio è quella zona lì e che vaso di Pandora rischi di scoperchiare con un intervento dall’alto”.

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“Ho un buco nello stomaco”: l’incubo di Cobolli agli Australian Open, è subito fuori. Sorride solo Paolini

La prima e unica partita di Flavio Cobolli agli Australian Open 2026 è stata semplicemente un incubo. I problemi intestinali, uniti al caldo e poi al nervosismo, hanno messo ko il 23enne azzurro, eliminato a sorpresa già al primo turno dal britannico Arthur Fery, numero 186 del mondo, con il punteggio di 7-6 (1), 6-4, 6-1 in due ore e quattrordici minuti di gioco. “Il mio avversario ha meritato la vittoria, ma se fossi stato in altre condizioni sarebbe stata una partita diversa”, ha commentato Cobolli in conferenza stampa, confessando di aver iniziato a perdere liquidi già prima del match.

“Ho un buco nello stomaco”, ha urlato Cobolli durante il terzo set, quando la sua partita era ormai compromessa. Un problema intestinale è praticamente impossibile da superare agli Australian Open, dove ci pensa già il caldo a provocare disidratazioni. L’azzurro ha provato a lottare per due set, ma poi è crollato. “Durante il riscaldamento stavo bene, ma poco prima della partita ho iniziato a sentirmi male. Ho perso molti liquidi e la situazione è andata peggiorando”, ha spiegato lo stesso Cobolli.

Il sorriso di Jasmine Paolini

Tutto liscio invece per Jasmine Paolini al primo turno degli Australian Open. La tennista azzurra ha superato la russa Aljaksandra Sasnovich in due set con il risultato netto di 6-1, 6-2 in appena un’ora e dieci minuti dominando il match di fin dal primo game e piazzando un game dopo l’altro, senza concedere mai all’avversaria la possibilità di entrare in partita. Paolini, reduce dal trionfo con l’Italia in Billie Jean King Cup ma anche dall’eliminazione nella fase a gironi delle Wta Finals di Riad, riesce così a iniziare la stagione con una vittoria, che le permette di volare al secondo turno con grande fiducia. L’azzurra, numero sette del mondo, sfiderà ora la vincente del match tra la slovena Veronika Erjavec e la polacca Magdalena Frech.

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“È morto all’improvviso a 58 anni. Ha avuto incidente, ha sbattuto la testa e la caduta è stata fatale. Sarà per sempre l’uomo più importante della mia vita”: il dolore di Roberta Capua a Verissimo

“È stato l’uomo più importante della mia vita”. Con queste parole Roberta Capua ha raccontato a Verissimo il dolore per la scomparsa dell’ex marito Stefano Cassoli, morto improvvisamente nel 2025. Un lutto che, come ha spiegato la conduttrice, ha colpito profondamente lei e il figlio Leonardo, nonostante la separazione avvenuta due anni prima. Ospite del programma, Capua ha ricostruito quanto accaduto, soffermandosi soprattutto sull’impatto emotivo della perdita. “Bisogna andare avanti, la vita ci fa degli scherzi”, ha detto. “Nel 2023 ho perso mamma e papà. E nel 2025 ho perso il papà di Leonardo. Ci ha lasciato senza fiato”.

La morte di Cassoli, 58 anni, è stata improvvisa: “È accaduto tutto all’improvviso, ed è stato davvero difficile da accettare“, ha spiegato Capua. “Aveva avuto un malore, poi un incidente: cadendo ha sbattuto la testa. La caduta è stata fatale“. L’uomo è rimasto in coma per alcuni giorni prima di morire. “Nessuno era preparato a una cosa del genere”, ha aggiunto. “Era giovanissimo. Questo lutto ha sconvolto le nostre vite”.

Capua e Cassoli erano stati sposati dal 2011 al 2024 e, nonostante la separazione, avevano mantenuto un rapporto costante. “Le separazioni sono sempre conflittuali, ma noi ci siamo sempre sentiti e visti”, ha raccontato. “Sarà sempre il papà di Leo e l’uomo più importante della mia vita”. Un legame che, ha sottolineato, non si è mai spezzato nemmeno dopo la fine del matrimonio. Nel corso dell’intervista, la conduttrice ha parlato anche del percorso condiviso come genitori: “Io e lui siamo riusciti a coronare il sogno di nostro figlio, farlo studiare all’estero”, ha spiegato. Leonardo oggi vive in Spagna, dove ha iniziato una nuova fase della sua vita. “Adesso vive lì, ha iniziato una nuova vita. È più maturo”.

Alla domanda su come il figlio stia affrontando il lutto, Capua ha risposto con cautela ma lucidità: “Vive all’estero, studia in Spagna, e forse il fatto di essere andato via lo sta aiutando un pochino a superare il dolore”. Una distanza che, in questo momento, sembra offrire a Leonardo uno spazio di elaborazione personale. Capua ha concluso tornando sul significato che questa perdita ha avuto per lei: “Questo mi ha fatto capire che la vita va vissuta a pieno, perché è un attimo”, ha detto. “Devi essere felice anche per le piccole cose”.

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Australian Open 2026, notte da big a Melbourne: Gauff, Swiatek e Djokovic. In campo anche Arnaldi, Bellucci e Maestrelli | Orari e dove vedere

La seconda giornata degli Australian Open 2026 entra subito nel vivo con un programma ricchissimo nella notte italiana tra domenica e lunedì 19 gennaio. Sul Centrale di Melbourne scendono in campo Coco Gauff, poi Iga Swiatek e Novak Djokovic nella night session. Tra gli italiani, riflettori puntati soprattutto su Matteo Arnaldi e Mattia Bellucci, impegnati contro due avversari di altissimo livello come Rublev e Ruud, mentre il qualificato Maestrelli proverà a regalarsi un sogno al suo debutto nel tabellone principale di uno Slam. Spicca anche la presenza di Stan Wawrinka, tornato in campo grazie a una wild card. Per vedere in campo Jannik Sinner e Lorenzo Musetti, ma anche gli altri azzurri, bisognerà invece aspettare l’alba di martedì e gli incontri che chiuderanno il primo turno degli Australian Open nel Day 3.

Australian Open 2026, gli italiani in campo oggi

Dopo un Day 1 con due presenze azzurre (vittoria di Paolini, sconfitta di Cobolli), nella seconda giornata di Melbourne aumentano gli italiani protagonisti nel primo turno. Sono tre quelli inseriti nel programma del Day 2: Matteo Arnaldi, Mattia Bellucci e Francesco Maestrelli. Arnaldi sarà impegnato in un match durissimo contro Andrey Rublev, mentre Bellucci se la vedrà con Casper Ruud. Maestrelli invece entra in scena contro il francese Atmane, 24enne numero 64 al mondo: proverà a sfruttare l’occasione.

Ore 1:00: Matteo Arnaldi (ITA) – Andrey Rublev [13]
Ore 9:00: Mattia Bellucci (ITA) – Casper Ruud [12]
Ore 1:00: [Q] Francesco Maestrelli (ITA) – Térence Atmane (FRA)

Il programma completo del secondo giorno di Australian Open

ROD LAVER ARENA – dalle 1:30

Coco Gauff [3] (USA) – Kamilla Rakhimova
non prima delle 3:30
Mackenzie McDonald – Alex de Minaur [6] (AUS)
non prima delle 9:00
Yue Yuan – Iga Swiatek [2] (POL)
a seguire
Pedro Martinez – Novak Djokovic [4] (SRB)

MARGARET COURT ARENA – dalle 1:30

Daniil Medvedev [11] – Jesper de Jong
Simona Waltert – Amanda Anisimova [4]
non prima delle 9:00
Donna Vekic – Mirra Andreeva [8]
a seguire
Mattia Bellucci (ITA) – Casper Ruud [12]

JOHN CAIN ARENA – dalle 1:00

Nuno Borges – Felix Auger-Aliassime [7]
Jessica Pegula [6] – Anastasia Zakharova
non prima delle 7:00
Yuliia Starodubtseva – Ajla Tomljanovic
non prima delle 8:30
Alexei Popyrin – Alexandre Muller

KIA ARENA – dalle 1:00

Storm Hunter – Jessica Bouzas Maneiro
Matteo Arnaldi (ITA) – Andrey Rublev [13]
Laslo Djere – Stan Wawrinka (WC)
Barbora Krejcikova – Diana Shnaider [23]

1573 ARENA – dalle 1:00

Magda Linette – Emma Navarro [15]
Juan Manuel Cerundolo – Jordan Thompson (WC)
Victoria Mboko – Emerson Jones (WC)
Jiri Lehecka [17] – Adrian Gea (Q)

ANZ ARENA – dalle 1:00

Sofia Kenin [27] – Peyton Stearns
Priscilla Hon (WC) – Marina Stakusic (Q)
Thiago Tirante – Aleksandar Vukic
Denis Shapovalov [21] – Yunchaokete Bu (WC)

Altri campi: le sfide da tenere d’occhio

Francesco Maestrelli contro Térence Atmane | Court 14

Paula Badosa [25] contro Diyas (WC)

Tomas Paul [19] contro Kovacevic

Karolina Muchova [19] contro Cristian

Roberto Bautista Agut contro Shang

Marin Cilic contro Altmaier

Dove vedere in streaming gli Australian Open 2026

Il torneo è un’esclusiva di Warner Bros e non ha una copertura tv in chiaro o sul satellite: l’Australian Open è visibile integralmente in streaming, abbonandosi alle piattaforme discovery+ e HBO Max. I canali Eurosport, dove si vedono tutte le principali partite, sono disponibili in streaming anche su Dazn, TimVision e Prime Video Channels.

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Coppa d’Africa, il Marocco sogna con Diaz: oggi contro il Senegal una finalissima di livello mondiale

In Marocco dicono grazie ai bisnonni di Brahim Diaz: è merito della loro storia di emigrazione se il bisnipote, giocatore del Real Madrid e capocannoniere della Coppa d’Africa con 5 reti, indossa la maglia dei Leoni dell’Atlante. Diaz è nato a Malaga, parla solo spagnolo e non mastica né arabo, né francese, le due principali lingue del Marocco. Conosce poco anche del paese, scelto nel calcio dopo essere stato snobbato dalla Roja. Ma in Marocco badano al sodo e sono pazzi di lui: è la grande speranza di rivedere la nazionale campione d’Africa 50 anni dopo l’unico successo nel torneo continentale, nel lontano 1976. La realizzazione del sogno e la giustificazione di investimenti pesanti, che hanno privato di risorse importanti altri settori vitali, passano attraverso la finale di oggi (Rabat, ore 20) contro il Senegal. Un ultimo atto di assoluto livello: il ranking Fifa certifica che si tratta delle migliori nazionali africane. Il Marocco è , il Senegal 14°.

Tremila chilometri la distanza via auto, tra le rispettive capitali, Rabat e Dakar. Bisogna attraversare tutto il Marocco fino all’estremità meridionale, poi il Sahara Occidentale – conteso tra Marocco e la popolazione locale dei Saharawi -, poi ancora la Mauritania. È un passaggio simbolico tra una nazione che guarda all’Europa e il paese più occidentale del continente, uno dei più stabili nella tormentata realtà africana. Due nazioni in cui il calcio scorre nelle vene della cultura moderna. Quella senegalese è stata la prima nazionale a raggiungere i quarti mondiali, nel 2002. Quella marocchina, nel 2022, la prima ad approdare in semifinale.

Diaz e l’ex Liverpool Sadio Mané, decisivo con il gol rifilato all’Egitto nella semifinale del 14 gennaio, sono gli uomini copertina. Mancherà una vecchia conoscenza del nostro calcio, l’ex difensore napoletano Koulibaly, squalificato e uscito per infortunio nel match contro i Faraoni. Non è l’unica assenza pesante del Senegal: fuori, sempre per squalifica, anche il capitano, Habib Diarra. I sostituti dovrebbero essere il centrale Mamadou Sarr dello Strasburgo e Lamine Camara del Monaco. Il Marocco non ha problemi di formazione e la crescita di forma di Hakimi, tornato a pieno regime dopo l’infortunio in Champions, è un valore aggiunto a una squadra che fa dell’equilibrio complessivo e della solidità difensiva i suoi punti di forza.

La vigilia è stata segnata dai timori del Senegal sul versante della sicurezza, espressi dalla federazione di Dakar. I giocatori sono arrivati in treno a Rabat e sono stati assaliti dai tifosi per i selfie, senza il filtro di un cordone di polizia. “Quello che è accaduto non è normale. I miei giocatori avrebbero potuto essere in pericolo. Queste cose non dovrebbero accadere tra due paesi fratelli”, le parole del commissario tecnico del Senegal, Pape Thiaw. La FSF si è lamentata anche dell’hotel, del numero di biglietti riservati ai propri tifosi e del campo di allenamento. L’altro tema caldo in casa Senegal, campione d’Africa nel 2021, è il futuro di Mané. L’attaccante ha annunciato l’addio al torneo continentale dopo l’1-0 sull’Egitto in semifinale. Mané, con 52 gol in 123 gare, è il miglior bomber all time della nazionale di Dakar. “Penso che abbia preso questa decisione a caldo, ma il Senegal non è d’accordo. Anche io, come responsabile della nazionale, non lo sono – ha detto Thiaw -. La decisione non spetta solo a Sadio. C’è un intero popolo dietro di lui e vorrebbe vederlo continuare”.

Il suo collega marocchino, Walid Regragui, ha messo in guardia i suoi: “IL Senegal ha giocato quattro finali di Coppa d’Africa e ha un’enorme esperienza in questo tipo di partite. Sarà una sfida bellissima e speriamo di essere all’altezza del compito. Dobbiamo essere bravi a reggere la pressione perché giochiamo in casa, affrontiamo una squadra fortissima e abbiamo alle spalle una nazione che reclama questa vittoria”.

I cancelli dello stadio Principe Moulay Abdellah di Rabat apriranno cinque ore prima il calcio d’inizio per favorire l’afflusso dei tifosi ed evitare pericolosi assembramenti. Un sicuro trionfatore del torneo è il business: ha generato il più elevato numero di profitti della storia del calcio africano. La Confederazione Africana di Calcio (CAF) ha spiegato che la performance è stata prodotta da una serie di fattori chiave: aumento degli sponsor, crescita dei ricavi derivanti dai diritti di trasmissione televisiva e apertura a nuovi mercati. A livello tv, il torneo ha riscosso successo in Cina, Giappone e Brasile: una platea di 1,752 miliardi di spettatori. Sul fronte degli sponsor, dai 17 dell’edizione 2023 si è saliti a quota 23. Le tasche del calcio continuano a ingrossarsi, anche in Africa.

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“Il divorzio da Gisele Bündchen mi ha messo alla prova, è stato difficile”: lo sfogo di Tom Brady

“Il divorzio da Gisele Bündchen mi ha messo alla prova, è stato difficile. Ora voglio dedicarmi ai miei figli”. È il grande campione di football americano Tom Brady ha confessato difficoltà e patimenti del post separazione dalla ex moglie. Il 48enne ha divorziato dalla ex top model brasiliana nel 2022. Nello stesso anno, dopo 7 Super Bowl vinti, dopo essere diventato leggenda della NFL, Brady si è anche ritirato dallo sport attivo. “La mia ultima stagione è stata dura”, ha spiegato a MLFootball. “Avevo molti problemi in famiglia. Ed è stata una sfida, mi ha messo molto alla prova”.

Dopo venti stagioni giocate con i New England Patriots e infine l’ultima fase della carriera con i Tampa Bay Buccaneer, Brady ha giocato fino ai 45 anni. “Avevo alle spalle 23 anni di carriera, ho pensato che ritirandomi non avrei perso nulla. Volevo passare del tempo con i miei figli, è arrivato il momento di assistere alle loro partite, loro hanno sempre assistito alle mie”. Il campione di football ha tre figli: i due avuti durante il matrimonio con Giselle Bundchen (Benjamin e Vivian) e un figlio precedente, l’oramai 18enne Jack, avuto dall’ex fidanzata, l’attrice Bridget Moynahan.

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Una svolta per l’alfa-sarcoglicanopatia: una ricerca tutta italiana apre alla prima terapia mirata

Per anni è rimasta una diagnosi senza risposte. Una di quelle malattie rare che colpiscono soprattutto i bambini, progrediscono rapidamente e lasciano famiglie e medici senza armi terapeutiche reali. Ora, però, una ricerca italiana pubblicata su Brain apre uno spiraglio concreto: per le forme più gravi di alfa-sarcoglicanopatia potrebbe esistere, per la prima volta, una strategia farmacologica in grado di rallentare la malattia e migliorare la qualità della vita.

La notizia arriva da uno studio tutto italiano. La ricerca, la più ampia mai condotta sull’alfa-sarcoglicanopatia, è stata coordinata da Lizzia Raffaghello, responsabile del Laboratorio di Oncologia Molecolare e Angiogenesi dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova, e da Claudio Bruno, responsabile del Centro Traslazionale di Miologia e Patologie Neurodegenerative dell’IRCCS Istituto Giannina Gaslini, con la collaborazione di Adriana Amaro, ricercatrice del Laboratorio della Regolazione dell’Espressione Genica dell’IRCCS San Martino, per le analisi genomiche e bioinformatiche. La ricerca ha coinvolto ricercatori e clinici di nove centri italiani, un francese e un tedesco e ha permesso di raccogliere i dati di 16 pazienti con alfa-sarcoglicanopatia.

L’alfa-sarcoglicanopatia è una rara distrofia muscolare a trasmissione genetica recessiva, caratterizzata da esordio precoce, spesso in età infantile, e da una progressione rapida che porta alla perdita dell’autonomia motoria. Nei casi più severi, il danno muscolare coinvolge anche la respirazione, compromettendo in modo significativo la qualità e l’aspettativa di vita. Fino a oggi, però, non esisteva alcuna terapia mirata: solo interventi riabilitativi e di supporto.

“L’alfa-sarcoglicanopatia è una distrofia muscolare rara, a trasmissione genetica recessiva, che appartiene a un gruppo molto eterogeneo di distrofie muscolari che coinvolgono i muscoli dei cingoli pelvico e scapolare. Queste distrofie possono però intaccare anche muscoli differenti, andando a colpire la muscolatura respiratoria – spiega Claudio Bruno, responsabile clinico –. Nello specifico, l’alfa-sarcoglicanopatia è causata dal difetto della proteina sarcoglicano di tipo alfa, che si trova nella membrana della cellula muscolare e il cui ruolo è quello di conferirle stabilità e protezione dai danni che si sviluppano durante la contrazione muscolare. Quando questa proteina viene a mancare, la membrana diventa fragile e basta poco per romperla e attivare il sistema immunitario, scatenando l’infiammazione”.

Proprio sull’infiammazione si concentra lo studio. Analizzando le biopsie muscolari dei 16 pazienti tramite sequenziamento genomico e analisi bioinformatiche – curate da Adriana Amaro, ricercatrice dell’IRCCS San Martino – il team ha osservato una netta differenza tra forme lievi e forme gravi della patologia. Nei casi più severi emerge una forte attivazione di geni legati ai processi infiammatori, con un’elevata presenza di cellule immunitarie pro-infiammatorie.

“È la prima caratterizzazione molecolare così approfondita dell’infiammazione nell’alfa-sarcoglicanopatia”, sottolinea Lizzia Raffaghello. “Nelle distrofie muscolari l’infiammazione è un motore fondamentale della progressione della malattia, ma finora questo aspetto non era mai stato studiato in modo sistematico nelle sarcoglicanopatie. Il nostro lavoro colma questo vuoto”. Il dato più rilevante emerge dal confronto con altre patologie neuromuscolari: il profilo genetico delle forme gravi di alfa-sarcoglicanopatia risulta sorprendentemente simile a quello della distrofia muscolare di Duchenne, per la quale da anni si utilizzano corticosteroidi come terapia di riferimento. Al contrario, i pazienti con forme lievi mostrano una firma molecolare simile a quella di soggetti sani.

Questa somiglianza consente “di considerare – aggiunge Raffaghello – una terapia antinfiammatoria per le forme gravi di alfa-sarcoglicanopatia simile a quella di riferimento per la Duchenne, basata su corticosteroidi, che potrebbe aiutare a rallentare la progressione della malattia. Inoltre, aver identificato dei biomarcatori che distinguano le forme gravi da quelle lievi permette anche di personalizzare meglio le terapie e suggerire il trattamento solo ai pazienti con forma grave ed escludere invece quelli con manifestazioni moderate, che non ne trarrebbero beneficio”.

Un ulteriore risultato riguarda l’identificazione di biomarcatori capaci di distinguere con precisione le forme gravi da quelle lievi. Un passaggio cruciale per una medicina personalizzata: “Aver identificato dei biomarcatori che distinguano le forme gravi da quelle lievi permette anche di personalizzare meglio le terapie e suggerire il trattamento solo ai pazienti con forma grave ed escludere invece quelli con manifestazioni moderate, che non ne trarrebbero beneficio”, aggiunge Raffaghello.

Ad oggi, le alternative terapeutiche sono state limitate. “È una distrofia su cui sono stati svolti pochi studi e che ad oggi non ha un protocollo terapeutico specifico. Esistono solamente trattamenti riabilitativi volti a evitare i danni più gravi associati alla malattia, ma che non curano la malattia. Sono stati condotti tre trial clinici, ad oggi tutti terminati, che hanno studiato come limitare la progressione della malattia inserendo il gene dell’alfa-sarcoglicano in vettori adenovirali per reintrodurre il gene mancante e ripristinarlo, ma mancano ancora i dati completi sull’efficacia e sulla sicurezza – afferma Bruno –. Il nostro lavoro rappresenta dunque il primo passo per un possibile trattamento farmacologico dell’alfa-sarcoglicanopatia, che potrebbe rallentare la progressione della malattia dei pazienti, molto spesso bambini. Per raggiungere questo importante risultato è stata determinante la stretta collaborazione tra clinici, biologi cellulari e molecolari e bioinformatici, nonché la disponibilità di tutti i centri collaboranti di fornire prezioso materiale bioptico”.

Lo studio

Valentina Arcovio

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“In Olanda ho trovato lavoro a 40 anni, pentito di non essere partito prima. Qui senso di civiltà e gentilezza che in Italia mancano”

“In questi anni ho visto tanti italiani venire qui in Olanda con l’idea di trasferirsi o con buoni propositi. Non mi sento di consigliare un Paese in particolare, ma sono sicuro che in nord Europa ci siano grandi opportunità”. Quando guarda indietro, tira il fiato e capisce come si è realizzato in Olanda, dove Mauro è arrivato a 40 anni e per questo spesso si rammarica di “non esser partito prima”. Dopo dieci anni ad Amsterdam il confronto è inevitabile: “Mi fa tristezza vedere il nostro come un Paese che regredisce. Forse avremmo bisogno di un bagno di umiltà”.

Originario di Pescara, Mauro Rizzello inizia la sua storia lavorativa nel ‘97, con quella che lui definisce, un’occasione unica: il primo impiego, da neodiplomato, come perito tecnico industriale in un’azienda farmaceutica della città, che aveva appena concluso una joint venture con un una multinazionale Usa. “Ero giovane, i turni non erano un problema, anzi, mi concedevano molto tempo libero”, ricorda. I primi cinque anni passano senza problemi e, grazie all’ottimo contratto e stipendio, a 25 anni compra casa. Le cose cambiano il sesto anno, quando, tra turni rimescolati, concorrenza globale e colleghi disperati per l’ambiente sempre più teso, Mauro decide di dare le dimissioni: lascia quello che tutti i suoi amici vedono come un lavoro sicuro, una miniera d’oro, per cambiare vita. È il 2009 quando parte per il Canada. “Avevo 35 anni, età massima per accedere al working holiday visa di sei mesi – racconta –. Un’esperienza che mi segnò profondamente”.

Quando rientra in Italia allo scadere del visto, a Mauro sembra di tornare indietro nel tempo. L’idea era quella di affrontare la scalata burocratica che lo avrebbe riportato in Canada ma, grazie a un amico che gli segnala un nuovo progetto a Brescia si apre subito una porta interessante come responsabile di magazzino per la privatizzazione delle cucine all’interno agli Spedali civili di Brescia. “Era la prima struttura al mondo, in un centro grandi cotture, a sperimentare la cucina sottovuoto”. Un’ottima posizione con molti benefici a seguito. Eppure, nei cinque anni di lavoro a Brescia per Mauro il pensiero per il Canada non viene mai meno. “Mi mancava quel senso di civiltà, quell’integrazione sociale, quella gentilezza delle persone che in Italia mi sembravano lontane anni luce”. Così nel 2015 arriva la decisione di lasciare l’Italia nuovamente: partendo da Brescia con “la macchina carica”, a dicembre, a 40 anni, Mauro è ad Amsterdam.

La capitale olandese è una città “multiculturale” e lui si sentire subito a casa. “Certo, all’inizio non è stato facile, su questo devo essere onesto”, ricorda. “La carenza di abitazioni in Olanda è il problema più grande, ma dopo un anno e mezzo avevo già comprato casa”. Dopo essersi iscritto a una scuola ROC (l’equivalente del “nostro istituto professionale”), Mauro comincia a studiare l’olandese; contestualmente, i funzionari statali lo aiutano a inserirsi nel mondo del lavoro con la traduzione del curriculum e, “fondamentale qui in Olanda”, con la creazione del profilo su Linkedin. Nel settore tecnico sicuramente questo “è il mezzo migliore per trovare lavoro – continua Mauro –. Ricevo proposte quasi ogni giorno”. Ed è proprio grazie alla piattaforma che Mauro approda in un brand di automotive particolarmente innovativo: “Sono stati loro a trovarmi”, racconta. I primi cinque anni lavorando come servizio tecnico sono “incredibili”: “Dopo un mese ho potuto comprare casa, a 7 minuti di bici dalla sede di lavoro e con un bonus di 90 euro al mese come incentivo a utilizzare la bicicletta”. Dopo tre anni è accettata la richiesta di lavorare quattro giorni alla settimana invece di cinque.

In Olanda è cosa piuttosto normale poter scegliere quante ore lavorare, aggiunge. “Ho sempre trovato grande rispetto negli ambienti lavorativi, avvertendo la volontà di creare spazi multiculturali e piacevoli. Una cosa che, paradossalmente, mi ha messo in difficoltà è rispondere alla fatidica domanda ‘qual è la tua richiesta di stipendio?’, oltre che abituarmi a un confronto aperto o all’avanzare delle richieste all’azienda”.

Certo, il costo della vita in Olanda può sembrare più caro, ma vanno fatte le dovute proporzioni. In primis, il Paese produce ed esporta energia, quindi utilizzare l’elettrico “conviene molto rispetto al gas”. In Olanda, inoltre, continua, “non esistono canone TV, bollo auto, pedaggio autostradale e tassa sui passaggi di proprietà”. I datori di lavoro spesso coprono le spese di viaggio e se usi la bici si riducono notevolmente. Ma la vera differenza sono gli stipendi che “qui sono decisamente più alti e ogni anno c’è l’aumento in base all’inflazione”.

Oltre all’arricchimento delle conoscenze, lavorare per la multinazionale di automotive è stata anche un’opportunità economica considerando che l’azienda rilascia azioni ai suoi dipendenti in diverse momenti dell’anno. “Avevo 44 anni: spesso pensavo che in Italia a quell’età ero fuori dal mercato del lavoro già da tempo. Mi sembrava di aver fatto un balzo nel futuro”. Poi, visto il coinvolgimento politico del fondatore, cresce il malcontento in azienda, e Mauro si dimette come molti atri suoi colleghi. La decisione di lasciare non è stata molto difficile. “Continuavo a ricevere giornalmente proposte molto interessanti e Bianca, (la sua compagna, recruiter), mi faceva notare come fosse normale qui in Olanda rimettersi in gioco a qualsiasi età”. Oggi, a 51 anni, Mauro lavora per un’azienda giovane che si occupa di trasformare barche e veicoli industriali da diesel a elettrico. L’ambiente è disteso, rilassato, “ci divertiamo molto”, diversi investitori “si sono recentemente avvicinati”. Insomma, nessun pensiero di cambiare aria.

In Italia ci torna volentieri in vacanza. Anzi, il prossimo anno lui e Bianca si sposeranno in Puglia, a Polignano a Mare. Ma ogni volta che torna, spiega Mauro, non riesce a non far caso ai problemi, alle strade piene di buche, alla sporcizia, alla maleducazione. “Bisogna prendere atto che non siamo più i migliori produttori di auto e moto, non siamo più i migliori nel campo della moda, non siamo più i grandi costruttori dell’antica Roma. L’Olanda – conclude – mi ha cambiato molto: dopo dieci anni, oggi credo di sentirmi più olandese che italiano”.

Sei una italiana o un italiano che ha deciso di andare all’estero per lavoro o per cercare una migliore qualità di vita? Se vuoi segnalaci la tua storia a fattocervelli@gmail.com

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Sepoltura per i cittadini musulmani, ancora ostacoli in Italia. E in assenza di aree resta solo il rimpatrio della salma

Morire e non essere sepolti. I corpi adagiati in una cella frigorifera, in un obitorio o su una barella che nessun Comune sa dove collocare. Succede oggi, in Italia, soprattutto ai cittadini di fede islamica, per i quali il diritto alla sepoltura dipende dal luogo in cui si muore, dalla disponibilità di un sindaco o da una deroga concessa all’ultimo momento. Negli ultimi giorni del 2025, il decesso di tre persone ha riportato alla luce un tema che da anni resta ai margini della cronaca. La Regione non è competente. I Comuni sono autonomi. Lo Stato si limita a fissare le regole generali. Nel mezzo, il problema resta: i morti di fede islamica non trovano un luogo dove essere sepolti, mentre le istituzioni si rimpallano le responsabilità.

L’ultimo rimpallo di responsabilità si registra in Lombardia. Dopo l’appello lanciato nei mesi scorsi da Abdullah Badinjki, assessore del Comune di Paullo, l’ufficio del presidente Attilio Fontana, interpellato da ilfattoquotidiano.it, ha risposto tramite la Direzione generale Welfare: Il riferimento è al DPR 285 del 1990, regolamento nazionale di polizia mortuaria. “La norma assegna ai Comuni la responsabilità della costruzione dei cimiteri attraverso i piani cimiteriali. La regione Lombardia non ha contezza degli spazi dedicati alle sepolture, perché parte integrante dei piani comunali definiti autonomamente dai sindaci”. Una risposta formalmente corretta, ma politicamente elusiva. La legge italiana prevede infatti che una persona possa essere sepolta esclusivamente nel Comune di residenza o in quello in cui è avvenuto il decesso. L’Islam, inoltre, vieta la cremazione e la tumulazione: il corpo deve essere inumato, con il volto rivolto verso la Mecca. Quando mancano aree dedicate, l’unica alternativa diventa il rimpatrio della salma. Anche quando la volontà del defunto e della famiglia è opposta.

È da qui che nasce l’appello di Badinjki, che non contesta la norma statale, ma il suo effetto concreto. “Il richiamo al DPR 285/1990 è corretto, ma va collocato nel suo perimetro reale. Il regolamento individua nei Comuni i soggetti attuatori, ma non esaurisce il ruolo delle Regioni, che possono integrare la disciplina attraverso indirizzo, coordinamento e programmazione”, replica l’assessore. “La sepoltura non è un servizio tecnico: è un diritto fondamentale che la Regione è chiamata a garantire, intervenendo dove c’è una mancanza dei comuni. Questa non è una battaglia politica né ideologica”. Secondo Badinjki, ridurre la questione a un problema di competenze significa ignorare il nodo politico: “Affermare che la Regione non abbia responsabilità perché i piani cimiteriali sono comunali significa trasformare il DPR in una norma di esclusione. Quando emerge una criticità strutturale, il governo del sistema impone un’assunzione di responsabilità, non un arretramento”.

Il dibattito istituzionale, però, ha conseguenze molto concrete. Negli ultimi giorni dello scorso anno, nel Sud-Est milanese, tre cittadini musulmani sono morti senza che fosse immediatamente disponibile un luogo di sepoltura. In un caso, la salma è stata rimpatriata solo grazie a una colletta della comunità, che ha raccolto tra i cinque e i seimila euro necessari. In un secondo caso, la sepoltura è avvenuta a San Donato Milanese esclusivamente perché il decesso è avvenuto nell’ospedale del Comune, uno dei pochi dell’area metropolitana di Milano ad aver adeguato il piano cimiteriale. Nel terzo caso, la salma è rimasta ferma per giorni prima di trovare posto a Bergamo, grazie a una deroga. “È inaccettabile che la morte diventi un problema logistico”, denuncia Badinjki. “Il diritto alla sepoltura non può dipendere dalla casualità di un ricovero o dal Comune in cui si muore”.

Il problema non riguarda solo la Lombardia. Secondo i dati di Fondazione ISMU, in Italia vivono circa 1,7 milioni di musulmani; 368mila risiedono in Lombardia, pari al 26% e il problema è diffuso da nord a sud. “Parliamo di seconde e terze generazioni”, sottolinea Badinjki. “Continuare a considerare il rimpatrio come soluzione ordinaria è semplicemente irreale. A livello nazionale lo conferma Yassine Baradai, presidente dell’Ucoii. “Abbiamo casi di salme ferme nelle celle frigorifere da venti giorni, tra gli ultimi uno di questi giorni in provincia di Padova, perché non si sa dove seppellirle. Succede in tutta Italia”, racconta. “Non è una questione religiosa o ideologica: è il diritto al lutto. Un figlio deve poter piangere suo padre vicino a casa”. Il quadro normativo, osserva Baradai, già consentirebbe soluzioni: “Il DPR del 1990 prevede la possibilità di individuare spazi per i defunti di altre confessioni. I requisiti sono minimi, non servono lavori né costi aggiuntivi. Spesso manca solo la volontà politica”.

La richiesta è sostenuta anche da una petizione pubblica, lanciata nel 2022 sempre da Badinjki , “Musulmani, la fatica di morire ed essere seppelliti in Italia”, che ha raccolto quasi 15 mila firme. Voci che non sembrano essere riconosciute. “Questo tema viene rimosso dal dibattito pubblico perché non porta consenso”, conclude Badinjki. “Ma è destinato a diventare esplosivo. Le seconde e terze generazioni sono già qui. Continuare a ignorarlo significa accettare che, nel 2026, in Italia si possa ancora morire senza sapere dove essere sepolti”. Un segnale che la domanda sociale esiste. Resta la risposta delle istituzioni. Per ora affidata a un rimpallo di competenze che, mentre si discute di chi deve fare cosa, continua a lasciare qualcuno senza un posto dove essere sepolto.

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Denunciò in una intervista le difficili condizioni delle carceri, agente sospeso per sei mesi. Ma il Tar sospende il provvedimento

Sospeso per sei mesi dal servizio e dallo stipendio per aver rilasciato un’intervista in cui denunciava le difficili condizioni di lavoro in carcere. È quanto accaduto a un agente di polizia penitenziaria in servizio nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino: lo si apprende dall’ordinanza con cui il Tar ha sospeso l’efficacia della sanzione disciplinare, accogliendo il suo ricorso cautelare in attesa del giudizio di merito. Per i giudici potrebbe trattarsi di un caso di whistleblowing, perché l’agente ha segnalato “violazioni di disposizioni normative nazionali o dell’Unione europea che ledono l’interesse pubblico o l’integrità dell’amministrazione pubblica”.

La vicenda parte ad agosto 2024, quando l’agente scelto rilascia al TG5 un’intervista con il volto oscurato (per garantirsi l’anonimato), in cui ripercorre i disordini avvenuti in carcere dall’inizio dell’anno, denunciando la cronica carenza di unità nel personale penitenziario e il sovraffollamento dell’istituto. Sono i giorni immediatamente successivi alle rivolte scoppiate in simultanea nel carcere delle Vallette e nel penitenziario minorile Ferrante Aporti, quest’ultimo messo a ferro e fuoco da una decina di detenuti, poi condannati a pene fino a 4 anni e 8 mesi per devastazione, saccheggio, violenza e resistenza a pubblico ufficiale.

Alla fine ci sono sei poliziotti feriti, arredi danneggiati e interi padiglioni dichiarati inagibili. Il servizio va in onda il 7 agosto e di lì a poco il Dap avvia un procedimento disciplinare nei confronti dell’intervistato, dopo averlo identificato. Come? “L’Amministrazione – si legge nel provvedimento – è stata messa in condizione di riconoscere il dipendente a seguito dell’invio, da parte dell’emittente televisiva, del video in forma integrale (senza alterazione della voce), nel corso del quale il ricorrente, seppur per un breve istante, mostra il volto”.

Nella missiva inviata alla redazione per chiedere il filmato, il Dap accampa “esigenze di rito”. Al termine dell’iter, al poliziotto viene inflitta la sospensione nel massimo previsto (il range va da 1 a 6 mesi), nonostante fosse alla prima contestazione in diversi anni di carriera. Inoltre, secondo il suo avvocato, Maria Immacolata Amoroso, l’Amministrazione non avrebbe nemmeno tenuto conto delle condizioni di salute dell’agente, che al momento delle rivolte e dell’intervista era da poco tornato in servizio dopo un lungo periodo di malattia per problemi cardiaci da stress lavoro-correlato.

Ora la decisione del Dap è andata incontro a una prima censura, sebbene prudenziale. Esulta l’Osapp, sindacato che da tempo denuncia il sovraffollamento, la carenza di organico, i rischi per l’incolumità e le mancate manutenzioni nelle carceri. “La pronuncia costituisce un passaggio significativo nel rafforzamento delle tutele per i lavoratori pubblici che, nell’interesse collettivo, scelgono di segnalare disfunzioni e situazioni di rischio all’interno dell’amministrazione, anche mediante forme di divulgazione pubblica, in assenza di riscontri adeguati dai canali istituzionali”, si legge in una nota. L’avvocato dell’agente (che assiste anche l’Osapp), dal canto suo, ha espresso “soddisfazione per il provvedimento adottato, che rappresenta un’importante affermazione del principio di legalità, trasparenza e responsabilità nel pubblico impiego, nonché una garanzia fondamentale per la libertà e la dignità dei dipendenti pubblici”. Interpellata da ilfattoquotidiano.it, aggiunge: “Il Dap ha agito anche in malafede, acquisendo un video che non avrebbe mai potuto acquisire senza un provvedimento dell’autorità giudiziaria. È inammissibile”. Nel 2025 al Lorusso e Cutugno di Torino si sono verificati quattro suicidi, il tasso di sovraffollamento è attestato intorno al 130% e l’ultimo bilancio parla di una quarantina di agenti feriti a seguito di aggressioni o disordini.

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“Per i ragazzi oggi avere una lama in tasca è normale come prima la sigaretta. È un completamento disfunzionale della maschilità”

“Non si era mai vista così tanta violenza prima d’ora tra i ragazzi. È venuta a mancare la percezione del senso del limite oltre ad esserci un vuoto etico spaventoso. Oggi avere una lama in tasca è normale e glamour”. A parlare, dopo gli ultimi episodi di aggressioni che hanno coinvolto dei giovani è Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta, uno dei maggiori esperti del mondo adolescenziale in Italia. Da oltre vent’anni si occupa di ragazzi, di famiglie, dell’età evolutiva. Basti citare i titoli di alcuni suoi libri: “La vita accade. Una storia che fa luce sulle emozioni maschili”; “Allenare alla vita. I dieci principi per ridiventare genitori autorevoli” e l’ultimo “Pronti per il grande salto. Come vivere la scuola media e gestire ansia, emozioni e nuove sfide” (tutti Mondadori). Di fronte all’omicidio per accoltellamento del 18enne in una scuola a La Spezia, al ferimento di un 17enne a Sora davanti al liceo artistico e al 16enne colpito con un’accetta da un coetaneo a Perugia, Pellai analizza le radici del fenomeno.

Siamo davvero di fronte a un nuovo fenomeno che deve preoccuparci o è solo la reiterazione di un atteggiamento che gli adolescenti hanno sempre avuto, amplificato dai media?
La violenza è sempre stata un canale di espressione, di affermazione disfunzionale di sé ma oggi ci sono modalità mai viste. C’è una normalizzazione dell’uso delle armi bianche che non abbiamo mai registrato negli ultimi quarant’anni. Tempo fa per una ragazza si faceva a botte non si adoperava un coltello per ammazzare.

A cosa è dovuto questo smoderato uso di armi da taglio? Tutta colpa delle serie televisive, dei social?
Dobbiamo riflettere sul fatto che le lame sono tutte in mano ai maschi. Possedere una lama è una prosecuzione o un completamento chiaramente disfunzionale della propria maschilità. Ma chi gliel’ha insegnato? Dove hanno imparato che mettere una lama nello zaino è normale o persino desiderabile? Il cosiddetto “ferro” così raccontato nelle serie TV è un concetto che è entrato a far parte degli adolescenti. Altro aspetto da considerare: quando un ragazzo mette un coltello nello zaino non lo fa pensando che lo userà ma quella lama è una protesi come un tempo lo era la sigaretta in bocca. Quando penso che in tre secondi, un giovane scarica tutta la sua rabbia trasformando la sua esistenza in anni di galera, credo che oggi vi sia una crescita dove l’emozione diventa azione senza alcun filtro valoriale, etico. Manca un lavoro sulla significazione, sulla riflessione intorno alle implicazioni e alle conseguenze dei propri gesti.

Quei coltelli li hanno con sé per difendersi, perché hanno paura o per attaccare, per aggredire?
La lama è solo un costruttore di significati. Vale sempre la pena di citare tre processi importanti: la desensibilizzazione, la normalizzazione, la glamourizzazione. La sensibilità fisiologica, la paura di un coltello è il primo fattore di protezione. Se non c’è più questa sensibilità diventa normale avere un’arma bianca in tasca. Non solo. E’ così comune da diventare desiderabile, glamour. A questo punto nessuno più urla al mondo se un compagno di classe ha un coltello con sé. Dovremmo davvero fare un profondo lavoro sulla cultura associata ai ruoli di genere tra i maschi.

Manca anche la percezione delle regole e delle conseguenze del non rispetto di esse?
È così, non c’è più il senso del limite e c’è un vuoto etico spaventoso. Un tempo quel comandamento “Non uccidere” seppur non lo sceglievi ti veniva imposto, entrava nella psiche. Prima di togliere la vita a qualcuno c’era una barriera tra la pulsione e l’azione. Ora per alcuni sottogruppi tutto ciò non esiste più.

Il governo è pronto a mettere in campo un pacchetto sulla sicurezza che prevede tolleranza zero sui coltelli. Può bastare?
Quella è la prevenzione secondaria o terziaria: un lavoro sul soggetto ad alto rischio. Serve anche l’educazione emotiva, affettiva, civica, etica, valoriale, empatica. E’ urgente un’educazione preventiva che renda la competenza più appetibile della prepotenza.

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Garlasco – “L’aggressione di Chiara Poggi in cucina”, l’ipotesi della parte civile grazie alla rimasterizzazione delle immagini

L’aggressione a Chiara Poggi potrebbe essere iniziata in cucina e non sull’ingresso della villetta di via Pascoli a Garlasco. È questa la conclusione preliminare di una nuova consulenza tecnica commissionata dalla famiglia della giovane uccisa il 13 agosto 2007 e destinata a incidere su uno dei casi giudiziari più controversi degli ultimi vent’anni e sull’inchiesta condotta dalla procura di Pavia nel tentativo di riscrivere il delitto. Un’ipotesi quello dell’assalto alla giovane su cui il team legale, che da sempre assiste la famiglia della 26enne, aveva già formulato nel 2009. Quando era ancora lontana la sentenza definitiva ad Alberto Stasi, l’allora fidanzato della vittima.

L’elaborato, che sarà consegnato la prossima settimana agli avvocati Gian Luigi Tizzoni e Francesco Compagna, legali di madre, padre e fratello della vittima, è stato realizzato da Dario Redaelli, ex poliziotto ed esperto di analisi della scena del crimine. La consulenza ribadisce una tesi sostenuta dalla parte civile fin dal primo processo ad Alberto Stasi, celebrato nel 2009: il litigio culminato nell’omicidio non sarebbe avvenuto sull’uscio dell’abitazione, come ricostruito all’epoca dal Ris dei carabinieri, ma all’interno della cucina. Lì dove è stato recuperato un sacchetto della spazzatura con rifiuti di una colazione che non erano stati analizzati prima. I test genetici, condotti dalla perita Denise Albani nominata dalla giudice per le indagini preliminari, hanno confermato che su quei resti c’è il Dna di Chiara e di Alberto Stasi, in particolare sulla cannuccia del brick dell’Estathé.

La rimasterizzazione

Il lavoro di Redaelli si fonda su una nuova analisi Bpa (Bloodstain Pattern Analysis) delle macchie e degli schizzi di sangue presenti sulla scena del crimine, rianalizzata nella nuova indagine ancora dai carabinieri. L’elemento di novità risiede nella cosiddetta “rimasterizzazione” delle immagini: fotografie scattate nel 2007 sono state rielaborate con software di ultima generazione, in grado di migliorare la definizione e la leggibilità dei dettagli.

Questi dati sono stati poi incrociati con alcuni elementi emersi nel corso dell’incidente probatorio genetico e dattiloscopico disposto dalla gip di Pavia Daniela Garlaschelli e svoltosi tra maggio e dicembre scorsi. Incidente probatorio che ha concluso, per quanto riguarda il materiale sulle unghie, per una compatibilità con la linea maschile della famiglia Sempio. Un “aplotipo parziale misto, degradato e di bassa intensità” il cui risultato “non è consolidato” e che per la difesa del 37enne indagato “vale zero”.

Colazione con l’assassino

Gli inquirenti pavesi ritenevano già da mesi i rifiuti, non analizzati precedentemente, i resti della colazione fatta da Chiara con l’assassino: la colazione della mattina del delitto e non alla sera precedente o ai giorni prima, quando Chiara Poggi e Stasi avevano consumato due pizze d’asporto. Nei verbali del 2007, Stasi aveva dichiarato di aver bevuto una birra portata da casa, poi ritrovata ancora parzialmente piena nel frigorifero.

Un altro filone di approfondimento riguarda i gioielli indossati da Chiara Poggi il giorno dell’omicidio. Si tratta di quattro braccialetti, due orecchini con perla, una collana con ciondolo, una cavigliera e un orologio, restituiti alla famiglia solo nel 2019, dodici anni dopo il delitto, su disposizione della Corte d’assise d’appello di Milano. Anche su questi oggetti la famiglia Poggi ha commissionato specifiche analisi, nel tentativo di chiarire ulteriormente la dinamica dell’aggressione. Gli esiti della nuova consulenza, per ora preliminari, non sono stati ancora depositati. I legali Tizzoni e Compagna valuteranno in una fase successiva se produrli formalmente alla conclusione delle indagini preliminari su Andrea Sempio, i cui termini scadono il 24 gennaio, salvo eventuale richiesta di proroga da parte della Procura di Pavia. In alternativa, il materiale potrebbe confluire in una eventuale istanza di revisione del processo che la difesa di Alberto Stasi – condannato in via definitiva a 16 anni di carcere per l’omicidio – potrebbe presentare nei prossimi mesi alla Corte d’appello di Brescia.

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“Veline, speculazioni e il record di indagini su Sempio. Ma le sentenze su Stasi non sono state scalfite, il Dna sulla cannuccia di Estathè è una prova ulteriore”

“Le sentenze su Alberto Stasi rimangono granitiche, non sono state scalfite dall’incidente probatorio, non sono scalfite dal processo mediatico che non si limita a metterle in discussione ma mira a demolirle, non sono scalfite, anche se attendo il deposito delle indagini, dalle illazioni che, in qualche modo, attribuiscono alla Procura di Pavia determinati risultati, determinate indagini”. A pochi giorni dall’attesa chiusura delle indagini sul delitto di Garlasco che vede iscritto nel registro degli indagati Andrea Sempio, l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, legale di parte civile della famiglia Poggi, risponde alle domande del FattoQuotidiano.it sulle fasi finali dell’inchiesta penale più mediaticamente seguita degli ultimi anni.

In questa intervista, l’avvocato ripercorre i momenti cruciali dell’inchiesta, analizza l’impatto dell’incidente probatorio e riflette sulla gestione del caso da parte delle istituzioni, sottolineando la solitudine della famiglia Poggi di fronte a un sistema giudiziario che, secondo lui, ha spesso ceduto alla pressione pubblica. Un giudizio durissimo quello del legale sugli ultimi mesi: “Si è preferito, quindi, la via breve del ‘golpe giudiziario per via mediatica‘, golpe nel senso che si preferisce sovvertire le istituzioni, ma non passando per le strada che l’istituzione stessa ha tracciato con delle procedure ben chiare e rigide”.

Avvocato, in vista della fase finale dell’indagine bis su Andrea Sempio, cosa vi aspettate in relazione all’incidente probatorio?
Ci riserviamo di fare ulteriori considerazioni, ma ci sembra di capire che, purtroppo, la Procura di Pavia stia ancora cercando di mettere in discussione la sentenza di condanna di Stasi, nonostante sia passata in giudicato. Il lavoro della Procura, che sta andando avanti da oltre tre anni e mezzo, ha dato l’impressione di cercare un percorso alternativo rispetto alla responsabilità di Stasi, incentrato sulla figura di Andrea Sempio. Quest’ultimo, ricordiamolo, fu indagato e archiviato nel 2017, nel 2020 citato in altra indagine a carico di ignoti pure archiviata. Dico questo per dire che sostanzialmente il signor Sempio è sotto l’occhio della Procura Pavese dal dicembre del 2016 ad oggi. Tutto sommato un record per quanto riguarda l’indagine su un singolo soggetto per un delitto per il quale lo Stato ha già accertato il colpevole. Ricordiamo poi che la Corte d’Appello di Brescia ha sostanzialmente sempre respinto le istanze di revisione di Stasi e nel secondo caso, nel 2020-21, anche la Cassazione.

La parte civile come procederà?
A fronte di tutto ciò, noi non possiamo fare altro che fare riferimento agli elementi concreti che emergono dall’incidente probatorio. Non abbiamo alcuna visibilità diretta su come la Procura di Pavia stia gestendo il caso, ma, da quanto emerge dalle dichiarazioni pubbliche e dalle veline, è evidente che ci sia una sorta di incomprensione della posizione della famiglia Poggi, che ha sempre sostenuto la colpevolezza di Alberto Stasi sulla base di elementi concreti. Non sono mai stati messi in discussione i tre pilastri a carico di Stasi, cioè l’impronta sul dispenser portasapone, la bicicletta e le tracce di DNA di Chiara Poggi sui pedali scambiati e il falso racconto di Stasi quale scopritore del corpo della fidanzata. Gli elementi a carico di Stasi rimangono immutati, solidi e assolutamente non messi in discussione.

Il tema dei pedali e del falso racconto dello scopritore sono stati cruciali.
Il tema dei pedali, sì. Si capisce che la difesa Stasi e i media non hanno, ancora una volta, saputo aggirare questo pilastro che porta Stasi alla sua condanna, ma soprattutto ogni volta sorrido perché nessuno menziona mai un dato statistico, cioè lo 0,000002% di probabilità che avrebbe avuto Stasi di attraversare la scena del crimine ed in particolare la zona vicino alla scala che conduce in cantina senza lasciare le tracce della scarpa Lacoste.

Ha fatto riferimento a “veline”: cosa intende?
Si è assistito in maniera assolutamente inusitata da marzo a oggi a una sistematica fuga di notizie che vanno dall’aver annunciato al TG1 la famosa impronta 33 (data per insanguinata, ma che non lo è, ndr) fino all’altro giorno: ancora il TG1 che diceva che gli investigatori avrebbero fatto delle verifiche sul computer di Chiara Poggi avvedendosi dell’inserimento di una password. Come abbiamo più volte denunciato si cerca impropriamente di riabilitare l’assassino mettendo alla gogna la famiglia della vittima, senza alcuna considerazione delle prove che sono già state raccolte nel processo a seguito della prima sentenza della Cassazione. Per questo motivo abbiamo ritenuto di fare chiarezza anche sulle false notizie diffuse in questi mesi sollecitando un ulteriore approfondimento informatico, dal quale è emerso che la sera prima di essere uccisa, Chiara aveva fatto accesso proprio alla cartella del PC di Stasi in cui erano stati catalogati – per genere – i numerosi file pornografici già esaminati all’epoca. Qualora la Procura di Pavia lo riterrà opportuno, questo dato potrà essere verificato anche in contraddittorio mediante apposito incidente probatorio, come già successo per l’Estathè rinvenuto sulla scena del delitto e risultato a sua volta riferibile ad Alberto Stasi. Da parte nostra continueremo ad approfondire celermente ogni ulteriore elemento utile ad una ricostruzione ancor più dettagliata dei fatti, nell’interesse della verità e della giustizia.

In merito alla consulenza sulla scena del crimine, come si sposa la vostra teoria secondo cui l’aggressione sarebbe iniziata in cucina, e cosa ne pensate dei risultati genetici riguardanti Alberto Stasi?
Già nel 2009, quando ci siamo occupati del caso, avevamo ipotizzato che l’aggressione fosse iniziata in cucina e poi si fosse spostata nel breve corridoio che conduce alla scala dove Chiara è stata scaraventata. La scena del crimine, secondo noi, ha avuto uno sviluppo in questo modo e il DNA di Stasi sulla cannuccia di Estathè è una prova ulteriore che colloca Stasi nella casa quella mattina. Per quanto riguarda i risultati genetici, i dati sono chiari. Non si tratta di un’ipotesi, ma di una certezza processuale. Il DNA di Stasi è stato trovato sulla cannuccia dell’Estathè, confermando che era presente la mattina del 13 agosto 2007 nel luogo del crimine e non si tratta di una fantasia. L’elemento più significativo dell’incidente probatorio è proprio questo. Allegheremo intercettazioni, fotografie, riscontri documentali. Siamo quindi di fronte a un ulteriore elemento che conferma la veridicità della sentenza di condanna, nonostante quanto detto nei media e nelle varie trasmissioni.

Come si sente la famiglia Poggi in questo momento, alla fine dell’incidente probatorio e in vista di una possibile richiesta di rinvio a giudizio?
La famiglia Poggi si trova in una situazione complessa. Dopo tanti anni di battaglie legali, la fine dell’incidente probatorio non porta a una vera e propria ‘chiusura’, ma segna un momento decisivo. La famiglia è ovviamente sollevata dal fatto che i principali indizi contro Stasi restino solidi e inconfutabili, ma anche amareggiata per come sono andate le cose. Nonostante l’incidente probatorio abbia confermato molte delle evidenze già emerse, la famiglia non può fare a meno di sentirsi delusa dal modo in cui la giustizia è stata gestita, soprattutto in relazione alle fughe di notizie e al continuo accavallarsi di voci non verificate. Quello che però ha sempre sorpreso in questa vicenda è che la Procura di Pavia abbia in più occasioni voluto rappresentare come non comprensibile la posizione procedurale della famiglia Poggi, dimenticando che le sentenze su Stasi sono passate in giudicato, che sono state emesse in nome del popolo italiano, e che non sono state minimamente scalfite dall’incidente probatorio e neanche dalle rivelazioni giornalistiche.

Infine, una riflessione generale: come valuta la gestione della giustizia in questo caso, anche alla luce della pressione mediatica che ha accompagnato l’intero processo?
La giustizia in questo caso ne esce malissimo. È stato preferito dare in pasto al pubblico l’idea di un’indagine, che per sua natura dovrebbe essere segreta, filtrata tramite veline, suggerimenti e illazioni. La Procura di Pavia, ha scelto di non contrastare la strada della visibilità mediatica, limitandosi a pochi comunicati stampa, contribuendo così a distorcere la percezione della verità. In tutto questo si inserisce anche l’assiduo intervento mediatico del Giudice Vitelli che assolse Stasi in primo grado. Il dottor Vitelli ha diritto di difendere la sua sentenza di assoluzione. I Poggi hanno il diritto, ma anche il dovere quali cittadini di difendere le sentenze di condanna perché sono definitive e emesse dopo un giusto processo come anche riconosciuto dalla CEDU. Triste constatare che lo Stato abbia lasciato da soli i Poggi in questa difesa che è anche la difesa del principio della “vincolatività del giudicato”. Purtroppo, all’opinione pubblica è stato lasciato credere che sia preferibile o sarebbe preferibile, anzi sarebbe addirittura doveroso per la famiglia Poggi, credere a un’indagine che per definizione dovrebbe essere segreta e secretata o a quella che è l’opinione che viene espressa da vari commentatori sui media.

Cosa intende?
La verità giudiziaria è quella che emerge dalle sentenze e dai dati processuali, non quella creata dai media. Eppure, ci siamo trovati a fronteggiare continue speculazioni, come quelle del comico Lino Banfi, che parlava di una possibile colpevolezza femminile, o quelle dell’avvocata Bernardini De Pace, che ha indicato Sempio come il colpevole. E non parliamo delle trasmissioni televisive, come quella delle Iene, che hanno alimentato teorie senza alcuna base concreta. Questo è un vulnus, perché ci si è allontanati dalla giustizia, preferendo fare affidamento sulle opinioni espresse dai media piuttosto che sulle prove processuali. Sarebbe stato molto più utile rispettare le procedure legali e lasciare che la Corte di Appello di Brescia e la Cassazione affrontassero correttamente le richieste di revisione, senza intervenire attraverso il filtro dei media. La giustizia non può essere determinata dai commenti di persone che non hanno avuto accesso alle aule di tribunale e non hanno letto le 40.000 pagine del fascicolo, ma solo dalle evidenze che emergono dal processo e dal lavoro dei periti e dei giudici.

Fatti, prove, sentenze non opinioni
Questo, secondo me, è un vulnus, nel senso che ci sarebbe dovuti aspettare in primis dalle istituzioni la pretesa della protezione di una sentenza emessa in nome del popolo italiano che può e deve, se nel caso, essere messa in discussione, ma nelle opportune sedi, che sono quelle della Corte di Appello di Brescia, quale organo preposto per affrontare le richieste di revisione delle sentenze emesse nel distretto della Corte di Appello di Milano. Tutto questo non è avvenuto, si è preferito, quindi, la via breve del “golpe giudiziario per via mediatica”, golpe nel senso che si preferisce sovvertire le istituzioni, ma non passando per le strada che l’istituzione stessa ha tracciato con delle procedure ben chiare e rigide. Per quanto ci riguarda le sentenze su Stasi rimangono granitiche, non sono state minimamente scalfite da quelle che sono le attività dell’incidente probatorio, non sono scalfite dal processo mediatico che non le ha sapute mettere in discussione, non sono scalfite, anche se attendo il deposito delle indagini, dalle illazioni che in qualche modo attribuiscono alla Procura della pubblica di Pavia determinati risultati e determinate indagini.

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Bragagna: “Volevo chiudere con Milano-Cortina, le Olimpiadi a casa mia: non mi è stato concesso. Con Tortu non un bel rapporto, Tamberi è uno vero”

Sessanta discipline commentate, 17 edizioni dei Giochi Olimpici totali, tra estive e invernali. Dal primo gennaio 2026 Franco Bragagna – storica voce Rai dell’atletica e di tanti altri sport – è in pensione. “Mi sarebbe piaciuto fare i mondiali di atletica di Tokyo per chiudere un cerchio o le Olimpiadi di Milano-Cortina, che saranno praticamente a casa mia”, ha dichiarato in una lunga intervista a ilfattoquotidiano.it. Parole che nascondono amarezza e delusione per un epilogo che sperava fosse diverso dopo i tanti successi storici commentati.

Dal trionfo di Fabrizio Mori ai mondiali di Siviglia del 1999 (“la mia gara preferita”) fino a quelli di Jacobs e Tamberi alle Olimpiadi di Tokyo 2021 (“con Bizzotto capimmo subito che Jacobs avrebbe potuto vincere”), sono tanti i momenti storici dello sport italiano accompagnati dalla sua voce. E dopo la pensione non vuole fermarsi: “Mi rivedrete in tv, ora in qualche modo voglio raccontare le Olimpiadi di MilanoCortina, sarebbe da sciocco non farlo”. E nel corso della sua carriera non sono mancati attriti con sportivi come Fiona May e Alex Schwazer (“era un amico, poi ha abbandonato tutte le sue vecchie conoscenze”), ma anche bei rapporti costruiti nel tempo con altri atleti come Massimo Stano e Gianmarco Tamberi (“ho capito fosse un uomo vero a Pechino 2015”).

Come sta?
Diciamo che uno se ne fa una ragione. Sai per tempo di arrivare vicino ai 67 anni che sono il capolinea. Poi sono uno sempre molto ottimista, per cui sostanzialmente va bene. La cosa che mi sarebbe piaciuta sarebbe stata quella di arrivare fino a Milano-Cortina con la possibilità di fare il mio mestiere. I Giochi sono dietro casa mia. Non riuscire a farla mi dà proprio un po’ di malinconia, ma insomma passa in fretta.

È stata una scelta quella di lasciare prima delle Olimpiadi?
Mi sono ritrovato ad avere una mia popolarità che non pensavo di avere, anche perché io non sono un grande cultore della mia personalità e anche la petizione popolare per chiedere di farmi commentare i campionati mondiali di atletica mi ha un po’ imbarazzato, intimamente mi ha fatto un piacere mostruoso. Finire con i mondiali di atletica o le Olimpiadi invernali sarebbe stata per me la ciliegina sulla torta. E poi mi piaceva anche l’idea di chiudere il cerchio da Tokyo a Tokyo, dove c’è stato il punto più alto dell’atletica italiana. Non l’hanno consentito, amen. Faccio in fretta a farmene una ragione. Certo, mi sarebbe piaciuto finire così.

Ok, quindi non è stata una scelta.
Il 31 dicembre è nato da tutta una serie di cose. Ma è stata una presa in giro. A un certo punto ho pensato: “Cosa sto qui a fare? A continuare a fare le ferie?”. Almeno questa parte di ferie che non faccio fino a luglio credo che mi verrà pagata. Ma non tanto perché sto qui a fare calcoli, perché uno che rinuncia alle ferie non sta a farli. Ma mi sembrava sostanzialmente una continua presa in giro.

Anche su Milano-Cortina era nell’aria l’ipotesi di partecipare a trasmissioni come opinionista, ma io ho detto “sono dipendente Rai, sono telecronista, questo è il mio mestiere”. Ciò non toglie che io all’interno delle mie trasmissioni abbia sempre fatto anche un po’ l’opinionista dell’evento che commentavo. Ma ho detto “se torno in servizio, devo farlo facendo le cose che facevo prima”. Su questa cosa ci siamo lasciati un po’ così, ma mi è stato segnalato da fonti interne che chi ha in mano l’organizzazione dell’evento Rai per i Giochi Olimpici deve mettersi al petto una coccarda per ragioni del partito di riferimento. È chiaro che se ci fosse stato Bragagna a fare la cerimonia di apertura o la cerimonia di chiusura avrebbe fatto un po’ d’ombra.

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Nuova piramide alimentare made in Usa: cosa dice davvero la scienza su carne, grassi e cereali

Negli Stati Uniti è stata recentemente pubblicata una rivoluzione nelle linee guida nutrizionali federali che capovolge il tradizionale modello dietetico, ponendo le proteine e gli alimenti ricchi di nutrienti al centro dei pasti e relegando i cereali integrali “in fondo” alla vecchia piramide alimentare. E’ importante valutare criticamente i messaggi positivi e le possibili criticità di questo cambiamento.

I ‘pro’ delle nuove indicazioni

– Ridurre gli alimenti ultraprocessati è un obiettivo salutare. Molti studi scientifici concordano che un consumo elevato di alimenti ultraprocessati (ossia prodotti industriali ricchi di additivi, zuccheri e grassi poco salutari) si associa a un aumento del rischio di obesità, diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari. Invitare la popolazione a preferire cibi “veri”, preparati in casa, con ingredienti freschi, è un messaggio coerente con la promozione di una dieta salutare basata su alimenti minimamente lavorati.

– Valorizzare frutta, verdura e grassi “buoni”. Le linee guida mantengono il consiglio di includere 5 porzioni di frutta e verdura al giorno, insieme a grassi insaturi da olio d’oliva, avocado, frutti di mare e frutta secca. Indicazioni solide supportate da molte evidenze epidemiologiche.

– Moderazione degli zuccheri aggiunti. Ridurre lo zucchero aggiunto e le bevande zuccherate è un punto condivisibile e utile per contrastare le patologie metaboliche diffuse.

I ‘contro’ delle nuove indicazioni

– Ruolo eccessivo attribuito alla carne rossa e ai latticini interi. Posizionare in cima alla piramide alimentare bistecche, formaggi e latte intero senza distinguere chiaramente tra qualità e quantità può inviare messaggi fuorvianti. La ricerca suggerisce che un consumo elevato di carne rossa lavorata, ad esempio, è associato a un aumento del rischio di alcune malattie croniche. È fondamentale bilanciare le fonti proteiche, privilegiando anche pesce, legumi e carni bianche, e mantenere i grassi saturi sotto controllo. Chiara mano tesa nei confronti dei grandi produttori americani di carne rossa, latticini e formaggi.

– Ridimensionare i cereali integrali può non essere vantaggioso. Posizionare i cereali integrali “in fondo” è un cambiamento discutibile: cereali integrali ben scelti (come farro, avena, riso integrale) sono fonti importanti di fibre, micronutrienti e sostengono la salute intestinale e cardiometabolica. La loro marginalizzazione rischia di indebolire uno degli aspetti più solidi delle raccomandazioni nutrizionali basate sull’evidenza.

– Interpretazione dei grassi saturi e dei grassi “sani”. La nuova guida sembra promuovere grassi saturi (come il burro) a favore di alcuni oli di semi. Tuttavia, la comunità scientifica internazionale raccomanda di privilegiare grassi insaturi (olio d’oliva, frutta secca) per il benessere cardiovascolare, pur mantenendo i grassi saturi sotto una soglia moderata.

– Controversie sull’applicabilità e l’evidenza scientifica. Alcuni esperti nutrizionisti hanno sollevato dubbi sulla solidità scientifica di certe raccomandazioni, soprattutto quelle legate all’attribuzione di “peso” ai macronutrienti (proteine, grassi, carboidrati) senza un chiaro consenso internazionale. È fondamentale che le linee guida siano radicate su evidenze robuste e non su ideologie o pressioni politiche.

Le nuove linee guida americane contengono intuizioni valide, soprattutto nella lotta contro gli alimenti ultraprocessati e nel promuovere alimenti freschi e nutrienti. Tuttavia, alcune prescrizioni, come la centralità delle proteine animali e il minor ruolo attribuito ai cereali integrali, devono essere interpretate con cautela e adattate alle esigenze individuali e ai principi di una dieta equilibrata. Per chi si ispira alla dieta mediterranea, la chiave resta sempre la varietà, la qualità delle scelte alimentari e l’equilibrio tra nutrienti, piuttosto che l’adesione a modelli troppo rigidi.

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È Andrea Iervolino il capro espiatorio degli scandali sul tax credit cine-televisivo?

Il sistema mediale italiano sta vivendo una brutta fase: la vicenda della cessione delle maggiori testate giornalistiche del Gruppo Gedi (la Repubblica in primis) al gruppo greco Antenna della famiglia Kyriakou (nel cui capitale c’è al 30 % anche Mbc Group, il principale broadcaster del Medio Oriente) conferma quanto ormai la stampa quotidiana non sia ritenuta – da gruppi finanziari e industriali come Exor (controllato dalla famiglia Agnelli) – granché rilevante, nel nuovo ecosistema della comunicazione, ormai dominato da TikTok e piattaforme analoghe… E che dire delle nuove notizie relative all’uso ed abuso dello strumento del “tax credit” a favore del cinema e della fiction televisiva, mentre è iniziato a Montecitorio l’iter per una ipotetica nuova legge di settore?!

Grande effervescenza e grande confusione, ma al tempo stesso grande assenza di vera “politica culturale” (e mediale).

In questo scenario, emerge come emblematica la figura controversa del giovane produttore italo-canadese Andrea Iervolino, che spazia dal cinema all’editoria: ha sottoposto a Gedi una proposta di acquisto per il quotidiano La Stampa (che non interessa il gruppo greco Antenna), con un’offerta di 22,5 milioni di euro, confermando l’intenzione di entrare in modo deciso nel business della stampa, nel quale sta per affacciarsi anche attraverso un nuovo quotidiano affidato alla direzione di Rocco Casalino, il cui lancio in edicola era previsto per metà gennaio, ma slitta di qualche settimana…

Martedì 13 gennaio Andrea Iervolino ha ricevuto un’altra brutta sorpresa: il Direttore Generale del Cinema e Audiovisivo del Ministero della Cultura Giorgio Carlo Brugnoni ha firmato un decreto che esclude la Sipario Movies spa dai contributi del Mic per 5 anni (cinque), invocando la norma secondo la quale, in caso di “dichiarazioni mendaci” in sede di richiesta del credito di imposta, la società viene esclusa dai contributi pubblici per cinque anni.

Si tratta di una vicenda intricata che si trascina da quasi due anni. A fine aprile 2024 il Ministero della Cultura ha chiesto a Iervolino documenti su 38 produzioni tra il 2018 e il 2022, ed in quei mesi scoppiava una guerra interna alla società, con un furente scontro tra Iervolino e la sua allora socia Monika Bacardi nella Iervolino Lady Bacardi Entertainment (Ilbe), poi divenuta Sipario… Il 14 luglio 2025 il caso esplode: la Guardia di Finanza invia al pm romano Antonino Di Maio una informativa su Ilbe/Sipario e nelle stesse ore l’allora Direttore Generale Cinema del Mic, Nicola Borrelli, dimissionario, firma la revoca di 66 milioni di euro di “tax credit” a Sipario. E sempre lo stesso giorno la Sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni annunciava la mossa del Mic a mo’ di azione esemplare. Come scrivevano allora Nicola Borzi e Thomas Mackinson su il Fatto: “una tempistica che tradisce la logica politica: mostrarsi inflessibili dopo il caso di Francis Kaufmann, il killer di villa Pamphili che ha ricevuto 860mila euro di tax credit per film mai prodotti, usando Iervolino come capro espiatorio”…

A distanza di mesi, il Ministero continua a mantenere congelati i crediti di Iervolino, anche se, allo stato attuale dei fatti, sono soltanto in corso delle indagini, non esiste certo alcuna condanna, ma soltanto una contestazione dell’Agenzia delle Entrate nell’ordine di 744mila euro, ovvero una somma ben lontana da quei 66 milioni di euro della revoca integrale. Il Ministero ha invece deciso di rinnovare il blocco di tutti i crediti di Iervolino. Presunzione di innocenza? Bye bye. Certezza del diritto? Addio. Resta senza risposta anche l’interrogazione parlamentare Atto Camera A.C. n. 4/06603 di Alfredo Antoniozzi (Fratelli d’Italia).

In verità, secondo alcuni analisti Andrea Iervolino è di fatto divenuto il “capro espiatorio” dei non pochi produttori che hanno approfittato della gestione del “tax credit” non adeguatamente sottoposta a controlli: organizzando una grancassa su Iervolino, l’attenzione mediatica non è andata a verificare tante altre anomalie, a cominciare da quanto abbiano beneficiato del “tax credit” molte società di produzione controllate da multinazionali straniere, in primis la Fremantle del gruppo tedesco-lussemburghese Rtl ovvero Bertelsmann… In sostanza, il “caso Iervolino” ha consentito di alzare una cortina fumogena sulle tante magagne del credito d’imposta, sulle quali sta peraltro indagando la Procura di Roma attraverso più indagini.

La domanda che sorge spontanea è: perché soltanto Iervolino è stato “attenzionato”? E come commentare alcune notizie degli ultimi giorni: è stato il quotidiano La Verità (diretto da Maurizio Belpietro) ad aver acceso i riflettori su anomalie come gli 800mila euro di credito d’imposta concessi dal Mic per la produzione della serie tv Netflix “Io sono notizia” sul “giornalista” (pregiudicato) Fabrizio Corona? E sono stato io a porre per primo – su questo blog – il quesito se ha un senso (di politica culturale) la concessione di ben 8 milioni di euro di “tax credit” al film di Checco Zalone, “Buen Camino”.

La questione di fondo resta il deficit di un (buon) governo della “politica culturale” italiana: alle carenze di adeguati controlli amministrativi nelle procedure ministeriali, si associa la totale assenza di valutazioni di impatto (culturali e socio-economiche), che consentano di comprendere i risultati dell’intervento dello Stato… Martedì 13 in Commissione VII della Camera (presieduta da Federico Mollicone, FdI) è iniziato l’iter per una prospettata nuova legge sul cinema e l’audiovisivo: ad essere audite per prime – non a caso – le lobby grandi e piccole della produzione (Anica, Apa, Cna, Agici, Itaca…), ognuna delle quali ha implorato che lo Stato non riduca il proprio intervento.

Nessuno ha avuto il coraggio di chiedere (pretendere) analisi e studi e valutazioni… perché, se questa strumentazione tecnica venisse finalmente attivata, si andrebbero a scoprire tanti altarini e tante (altre) magagne, nella gestione di quei 700 milioni di euro di danari pubblici che lo Stato ha messo a disposizione nel 2025, pur ridotti a 610 milioni per l’anno 2026. Il problema vero non è il “quantum” dell’intervento dello Stato nel settore, ma il “come”.

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Il pontificato di Prevost comincia adesso, finito il Giubileo

Il pontificato di Prevost comincia adesso. Chiusa la Porta Santa, e senza più la pletora degli appuntamenti giubilari, Leone XIV può dedicarsi ai grandi obiettivi del suo governo: il rilancio della curia nel suo ruolo di istituzione-guida di una realtà molto variegata comprendente un miliardo e quattrocento milioni di fedeli, la razionalizzazione delle riforme di papa Francesco, la ricucitura delle spaccature prodottesi durante la lunga guerra civile scatenata dagli ultraconservatori anti-Bergoglio, l’impegno a far sì che il cattolicesimo mantenga una capacità “attrattiva” (copyright Benedetto XIV) in un mondo in rapidissima trasformazione tecnologica, sociale e culturale.

Nei mesi passati Leone ha preso alcune decisioni importanti. Ha nominato a capo della commissione vaticana sugli abusi una personalità rigorosa come il vescovo Thibault Verny, già responsabile del medesimo organismo in Francia. Ha scelto come prefetto del dicastero dei Vescovi l’arcivescovo Filippo Iannone con una solida esperienza giuridica e gestionale: esprimendo la volontà di procedere con grande cura alla nomina dei futuri vescovi. Infine Prevost ha nominato suor Tiziana Merletti segretario del dicastero per i Religiosi (Istituti di vita consacrata), proseguendo la linea di Francesco: donne in funzioni apicali nella curia romana.

Non c’è dubbio che ora inizia la fase in cui Prevost comincerà gradualmente a scegliere la sua squadra ai vertici della curia. In cima ai suoi pensieri sta tuttavia l’urgenza di modellare una comunità ecclesiale capace di muoversi con convinzione e senza estreme divisioni nell’epoca attuale.

Il 6 gennaio è terminato il Giubileo, il 7 e l’8 gennaio Leone XIV ha riunito i cardinali di tutto il mondo in un concistoro straordinario, una “riunione di lavoro” che d’ora in poi avrà carattere annuale potendo anche durare tre-quattro giorni. L’iniziativa nasce da una precisa richiesta emersa durante le riunioni precedenti il conclave del maggio scorso. Proprio perché Francesco aveva ampliato in maniera considerevole il ventaglio dei paesi da cui provengono i porporati, costoro avevano domandato di partecipare di più alle scelte dei pontefici rimediando alla conduzione verticistica di Bergoglio.

La cosa notevole è che i temi scelti direttamente dai 170 cardinali presenti sono stati “Evangelizzazione e missionarietà della Chiesa” e “Sinodo e sinodalità”. In altre parole due temi fondamentali del pontificato bergogliano con un esplicito e insistito riferimento (sia da parte dei porporati sia da parte di Leone) al primo documento di indirizzo del governo di Francesco: l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium. Mai era accaduto nei pontificati del passato che un nuovo papa ponesse in maniera così esplicita come base programmatica del suo governo un documento del predecessore. Segno che il progetto di una “Chiesa in uscita”, inclusiva, non clericale e fortemente partecipativa – quale è stato posto sul tavolo da Francesco – corrispondeva e corrisponde alle esigenze dei tempi.

Lo stesso vale per le tematiche relative a “Sinodo e sinodalità”, termini certamente ostici per l’uomo della strada ma che esprimono l’esigenza di trasformare la Chiesa cattolica da organismo centralizzato di tipo autoritario, quasi militaresco, in una comunità in cui decisioni e indirizzi e governo non vengono affidati esclusivamente a papi-monarchi e vescovi-principi ma sono frutto di un impegno comunitario a cui partecipano tutte le componenti del “popolo di Dio”: sacerdoti e religiosi, diaconi e laici, uomini e donne.

Che papa Leone imposti il suo pontificato su questo progetto, destinato a culminare nel 2028 (come auspicava Francesco) in una Assemblea ecclesiale mondiale è il segno più evidente della sconfitta in conclave delle forze conservatrici, che oggi annaspano in mancanza di valide idee-guida e di “rimproveri” da poter scagliare contro Leone, che nel suo agire rivela una forte spiritualità, un forte senso delle istituzioni, un forte desiderio di lavoro collegiale superando polarizzazioni. “Sono qui per ascoltare e per imparare a lavorare insieme”, ha detto Prevost aprendo il concistoro straordinario. Difficile quindi accusare il papa (come accadeva ai tempi di Bergoglio) di procedere “per strappi” e prendendo decisioni solitarie.

Una nuova riunione generale dei cardinali di tutto il mondo è già stata programmata per il 27-28 giugno. Probabilmente lo strumento andrà affinato. Questa volta è stato seguito il metodo degli ultimi sinodi. Venti tavoli a cui erano seduti i porporati (11 tavoli di cardinali non elettori, 9 tavoli di cardinali elettori). Tre minuti concessi ad ognuno per un intervento iniziale e altri tre minuti per un intervento di ritorno. Un’ottima maniera per conoscersi e per esprimersi tutti quanti, un metodo valido per setacciare i problemi ed arrivare ad una prima cernita, ma che non può sostituire la dinamica assembleare. La parola Chiesa viene dal greco “ekklesia”, l’assemblea, e sinodi e i grandi concili – a partire da quello di Nicea – sono stati il frutto di un dibattito, anche rovente, di fronte alla platea riunita dei votanti.

E’ una prima critica emersa nel mondo cattolico. Insieme alla richiesta che i documenti dei gruppi di lavoro siano resi pubblici. “Sinodo” è un’altra parola greca, significa camminare insieme e sempre più nel laicato cattolico è diffusa la richiesta di “conoscere insieme” ciò di cui si discute agli alti livelli.

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Deglobalizzazione? No, è solo una riorganizzazione: ecco come cambiano le catene produttive

Negli ultimi anni la parola deglobalizzazione è diventata una scorciatoia narrativa tanto comoda quanto pericolosa: l’idea che il mondo stia tornando indietro verso economie chiuse e catene produttive domestiche. Ma, a guardare bene, questa lettura è fuorviante: non stiamo assistendo alla fine della globalizzazione, bensì a una sua ricomposizione, ossia un riassetto delle interdipendenze, guidato soprattutto dalla distribuzione globalizzata delle catene del valore (Global Value Chains, GVC) e dall’impossibilità economica, tecnica e politica di riportarle principalmente dentro i confini nazionali.

Se la deglobalizzazione fosse un processo reale e strutturale, vedremmo almeno tre segnali robusti e persistenti: contrazione durevole del commercio internazionale, non solo rallentamenti ciclici; ritiro stabile degli investimenti transfrontalieri in attività produttive (non solo riallocazioni); accorciamento generalizzato delle filiere, con sostituzione domestica degli input e riduzione delle reti fornitrici.

Certo, è ancora presto per questo, ma intanto i dati e le analisi convenzionali più recenti raccontano altro: il commercio globale mostra capacità di resistenza e di adattamento rispetto ai terremoti politici in atto. Questo non significa che le multinazionali e i relativi investimenti non stiano subendo conseguenze, ma la reazione non è la “chiusura”, ovvero il “ritiro”, bensì una riorganizzazione e diversificazione delle filiere su larga scala.

L’Unctad descrive il 2024 come un anno di espansione record del commercio mondiale, trainato dai servizi. Riguardo agli Investimenti Diretti Esteri, sebbene l’Unctad sempre nello stesso anno ne segnali un calo, questo non indica un “ritorno all’autarchia” quanto una riorganizzazione e ricomposizione per aree e settori, con divergenze regionali.

In altri termini, le imprese e gli Stati non stanno abbandonando le filiere internazionali ma cercano di ridurre rischi (concentrazione, dipendenze critiche, vulnerabilità geopolitiche) reindirizzando flussi e investimenti verso paesi “affini” o più vicini.

Basti pensare che le catene produttive moderne sono il frutto di decenni di specializzazione, standardizzazione, logistica avanzata e divisione internazionale del lavoro. In moltissimi settori gli input critici sono prodotti in pochi paesi, la manifattura è modulare e distribuita, la progettazione, il software e la proprietà intellettuale viaggiano separati dall’assemblaggio, il valore è “scomposto” tra più giurisdizioni e società (con effetti anche fiscali e regolatori). Ragione per cui dati ancor più recenti, in particolare quelli relativi al primo semestre del 2025, mostrano non solo diversi segni negativi sugli Investimenti Diretti Esteri ma anche andamenti contrastanti che non consentono di trarre delle conclusioni più o meno significative per un fenomeno nel pieno della sua manifestazione, spinto anche dalle trasformazioni indotte dalla nuova industria tecnologica dell’IA.

Ciascuna potenza mondiale sta giocando le proprie carte, mosse e contromosse sono in corso di evoluzione e la riallocazione del capitale privato dipende e dipenderà principalmente da questo.

Ciò che deve preoccupare è che tanto maggiore è l’eterogeneità degli interventi dei governi, tanto maggiore è il rischio che un riassetto delle catene di produzione globale produca crisi sistemiche, paradossalmente non soltanto nei paesi meno “accomodanti”.

Le scelte dei governi saranno probabilmente, o meglio necessariamente, sempre più polarizzate. Da un lato verso un maggiore controllo pubblico dell’economia e un ridimensionamento del potere del capitale straniero come sta accadendo in Cina, basti pensare alla riforma del 2020 sul controllo delle holding nei settori strategici pur mantenendo l’apertura agli investimenti esteri. Il governo Usa sta invece seguendo la direzione di un allentamento dei vincoli regolatori sull’economia interna, mentre riguardo al commercio estero tenta di favorire gli interessi statunitensi non interferendo direttamente sulla proprietà privata ma con leve strategiche “esterne” come i dazi.

Questa polarizzazione sta mettendo a dura prova la governance politica europea. Negli ultimi anni i burocrati di Bruxelles hanno lavorato – si potrebbe dire ossessivamente – per portare a regime un sistema di regole molto dettagliato sul funzionamento e sul controllo delle grandi aziende, con la previsione di sistemi di monitoraggio dall’enorme valore politico. A ciò si aggiungano le regole sull’IA, che non piacciono per nulla agli Usa, oppure quelle sul lavoro nelle piattaforme tecnologiche, stavolta in un’ottica di maggiore tutela per i lavoratori.

In pratica, rispetto alle polarizzazioni in atto, l’Ue si trova a dovere fare i conti con un faticoso equilibrismo, che ancor prima di essere regolatorio è ideologico: se si vuol istituire un sistema di controllo pubblico sui movimenti di capitale e una maggiore difesa del lavoro, significa ammettere che l’approccio neoliberista seguito sino a ora sia stato fallimentare.

Ci sono tutti i presupposti per una tempesta perfetta, insomma.

Senza uno studio rigoroso sul reale funzionamento delle catene di produzione globale, ovvero delle multinazionali, il riassetto in corso della globalizzazione rischia di tradursi in una crisi sociale e politica profonda, perché i nuovi equilibri verranno decisi dalle filiere e dalle strategie societarie orientate a difendere i propri profitti, non dalle istituzioni.

Credo che il mio studio sulle multinazionali possa essere decisivo per leggere questo riassetto: gli indicatori oggi utilizzati—produttività, valore aggiunto, profitti, flussi commerciali—non colgono il funzionamento reale delle catene infragruppo e delle filiere globali, e senza nuovi indicatori capaci di misurare dove si formano davvero ricchezza e rischio, continueremo a scambiare per “crescita” ciò che può invece portare a una crisi.

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Il riarmo per l’Italia equivale a prepararsi ad una guerra sociale

di Francesca Carone*

Dopo il conflitto tra Russia e Ucraina e il sangue sparso su Gaza, ora l’America attacca il Venezuela. E il cerchio (forse) si chiude.
Nella narrazione corrente ci sono aggressori e aggrediti. In quella filosofico-religiosa di matrice cristiana ci sono buoni e cattivi, potenti e deboli che prosperano o soccombono (a seconda del lignaggio, della ricchezza, del ruolo sociale o semplicemente di pura fortuna) nelle democrazie e nelle moderne dittature e “democrature”.

Si dice tutto e il contrario di tutto. Putin e Zelensky sono i due attori bellici “interscambiabili”: nel gergo metaforico più elementare, sono “double face”: aggressori (russi) per alcuni, aggrediti (ucraini) per altri e viceversa, a seconda della narrazione filorussa o filoucraina. Poi ci sono alcune autorevoli voci che, attraverso fondate e incontrovertibili argomentazioni storiche, hanno osato illustrare le radici del conflitto russo-ucraino e l’affossamento dei negoziati, misteriosamente delegittimati ancora prima di nascere.

La democratura russa di Putin rimane tale nel panorama politico mondiale. Le mosse belliche dello zar sull’Ucraina sono tuttavia il risultato di azioni pregresse di natura storico-territoriale in cui è coinvolta anche l’Ucraina. A fronte della guerra intestina russo-ucraina, costellata da azioni di forza da entrambe le parti, l’unica soluzione rimanevano i cosiddetti negoziati per scongiurare una guerra che da diversi anni continua a mietere un numero altissimo di vittime innocenti.

Se nella narrazione cosiddetta filorussa la parola chiave è negoziato, nella narrazione filo-ucraina la parola chiave è riarmo: protagonista di questa propaganda bellico/difensiva il famoso slogan sdoganato dall’Europa (della Von der Leyen, della Kallas e di Mertz ): “Se l’Europa vuole evitare la guerra, deve prepararsi alla guerra”.

Ma prepararsi ad una guerra da scongiurare anche in un lontanissimo “Futuro”, per molte nazioni come l’Italia, significa prepararsi ad una guerra sociale in cui si riapre in modo inesorabile la forbice delle disuguaglianze, della povertà, del malessere e di una pericolosa instabilità generazionale collettiva che declina sempre più verso il disinteresse politico, verso la non partecipazione e quindi verso la perdita della “libertà”, come affermava Giorgio Gaber nel suo celebre brano, “Libertà è partecipazione”.

In Italia il numero di persone in povertà si è portato a livelli record. L’Italia, così come la Grecia, è l’unico Paese ad avere un segno rosso rispetto alla crescita degli stipendi; il reddito reale delle famiglie risulta in calo rispetto a vent’anni fa, con un impatto diretto sul potere d’acquisto. Nel 2024, quasi un italiano su 10 ha rinunciato a cure necessarie. Nel “Rapporto annuale 2025” dell’Istat, è il dato più alto degli ultimi anni: si passa infatti dal 6,3% nel 2019 al 9,9% di oggi con un balzo di oltre due punti nell’ultimo anno. Le cause sono le liste d’attesa lunghe e costi proibitivi, che colpiscono in modo diseguale a seconda del reddito, del territorio e del genere.

I dati relativi alla disoccupazione sono ancora fiacchi, soprattutto per il Mezzogiorno. Accanto alla disoccupazione cresce un fenomeno sempre più diffuso: “il lavoro povero”: secondo i dati dell’Istat del 2023, esiste “un’elevata percentuale di lavoratori che, nonostante siano occupati, rischiano di cadere in povertà a causa di retribuzioni orarie troppo basse, o perché svolgono lavori precari o a tempo parziale”. Sono i cosiddetti working poor: la Caritas conferma che a chiedere aiuto è “quasi un beneficiario su quattro” appartenente alla categoria del “lavoro povero”. A decretarne la diffusione è la stagnazione dei salari.

Il cosiddetto riarmo progettato e attuato dall’Europa e il corposo supporto economico elargito all’Ucraina dall’Italia definiscono le nuove priorità del nostro Paese. L’Italia, una nazione a vocazione democratica che sostiene l’uguaglianza e la partecipazione. E celebra il lavoro nel primo articolo della Costituzione può e deve restituire dignità, libertà e voce a tutti coloro che la stessa Costituzione difende e tutela nei sui articoli.

*Insegnante

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L’autorità della resistenza comincia sempre dai no: la lezione su gloria e potere dal Vangelo secondo Matteo

Nel Vangelo secondo Matteo si racconta una delle tentazioni alla quale sarebbe stato sottoposto Cristo. Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: “Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai”. I regni del mondo con la loro gloria. Il potere e la gloria non è solo il titolo del noto e straordinario romanzo dello scrittore inglese Graham Greene ma anche la cifra della storia umana contemporanea. Il potere del popolo per il popolo e con il popolo sono momenti particolari, squarci, feritoie di un mondo che passa in fretta di moda. Persino papa Leone, tutt’altro che scevro di potere, ha recentemente ricordato agli ambasciatori riuniti in Vaticano che anche “la guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando”. Tutto gira attorno a due elementi citati, il potere e la gloria.

Se prostrandoti mi adorerai, afferma perentoriamente il diavolo, simbolo della divisione e della menzogna. Il potere adora la gloria e la gloria il potere. Uno cammina con l’altro da buoni compagni di destino o meglio di strategia. Proporre questo abbinamento è interpretato dal Vangelo come ‘demoniaco’ e cioè potenzialmente menzognero e divisivo. Sappiamo per esperienza personale e storica quanto il potere in realtà possieda chi l’esercita. Coloro che vivono nel e del potere e la gloria sono dei ‘posseduti’. Capiamo anche perché, nella gestione politica del potere, da ogni parte e con modalità differenti, si è sempre cercato di limitare o ‘controllare’ il potere. Non è vero che il potere logora solo chi non ce l’ha, come disse un noto politico. Il potere sempre corrompe e quello senza argini corrompe ‘assolutamente’. Sarebbe sufficiente pensare alle dittature, civili o militari.

Ciò succede perché si opera una scissione tra chi ha l’autorità, intesa come autorevolezza, legittimità e capacità di far crescere e migliorare gli altri e potere, definito come capacità di determinare la condotta di altri e ottenerne l’obbedienza. Lo slittamento o tentazione di tradurlo in dominazione di matrice necrofila appare fin troppo evidente e di fatto conseguente.

Se prostrandoti mi adorerai, afferma il divisore e menzognero simbolo del potere. Il potere è infatti tentato di prostrarsi ai demoni della gloria, dell’effimero impero del denaro o del successo di cui i cimiteri sono perenne testimonianza. Quando l’autorità si istituzionalizza diventa a sua volta espressione del potere. Lo stato, le religioni, l’amministrazione pubblica, i partiti, i sindacati, la scuola e financo la famiglia possono trasformarsi in potere e dunque attuare come mero strumento per dominare i ‘sudditi’.

Dal Vangelo citato conosciamo pure la risposta al tentatore. Dai segni del potere al potere dei segni. Solo Dio adorerai, risponde Cristo secondo la spiritualità biblica. Ciò significa ed esprime la scelta di non piegare le ginocchia davanti a nessun altro che non sia l’origine e la fonte della vita. Solo l’appartenenza alla gratuità radicale del trascendente assicura e libera da ogni sottomissione al potere della gloria. Non casualmente il Cristo dei vangeli non si è piegato dinnanzi a nessuna forma di potere, sociale, economico, politico e religioso. Erano infatti un tutt’uno con l’impero romano dominante. Etienne de La Boétie avrebbe forse evitato di scrivere il suo ‘Discorso sulla servitù volontaria’.

Possono prosperare tiranni, dittatori e furfanti resi ebbri dall’arroganza del potere solo perché c’è gente che piega le ginocchia davanti alla loro finta gloria. L’autorità della resistenza incomincia sempre dai no.

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In Edicola sul Fatto Quotidiano del 18 Gennaio: Balle sul Ponte militare: smentiti Salvini e

Il documento

Ponte sullo Stretto, ecco il documento in cui Crosetto smentì le balle di Salvini sull’opera militare

Fantasie. “Riduce gli attacchi? Ponti colpiti per primi”

Indietro, marsch! di Marco Travaglio

Alla manifestazione per gli iraniani repressi dal regime hanno partecipato Conte, Bonelli, Fratoianni e Schlein, cioè i leader accusati di non partecipare a manifestazioni per gli iraniani repressi dal regime, mentre quelli che li accusavano di non partecipare a manifestazioni per gli iraniani repressi dal regime non hanno partecipato. Comunque mi hanno convinto. Ora ne […]

Mire americane

Proteste danesi e canti inuit Gli Usa replicano con i dazi

In migliaia nelle piazze di Copenaghen e Nuuk, ma il tycoon punisce “chi ha inviato i soldati in Groenlandia”

Privacy nei guai authority in crisi

Inchiesta sul Garante, Scorza si dimette: “Serve credibilità”

Salta l’unico che non votò la multa a Report: “Non ho colpe, ma è giusto così. I colleghi volevano che restassi”

Rottura con Israele

Gaza, con il “Board” Trump liquida l’Onu e s’incorona re

Invitati nel nuovo Consiglio anche Erdogan, Fidan e Al Sisi Netanyahu: “Contro di noi”. Haaretz: “Bibi sapeva tutto, protesta per l’immagine”

di fq
Destra

Referendum giustizia, il comitato del “Sì” cerca influencer: ora punta a Fedez

Il rapper “Non dirò nulla per interposta persona”

Soldi e politici

Il pio Angelucci leva l’ipoteca. Le ville ritornano ai Verdini

L’editore presta 10 milioni a Denis, allora coordinatore del Pdl, garantiti da un’ipoteca su un immobile di 1.000 mq. Nel maggio 2023 la cancellazione

Il dossier

Ice senza freni 6.852 arresti e 31 morti in sette mesi

Indagini aperte contro governatore e sindaco di Minnesota e Minneapolis “per aver ostacolato l’azione degli agenti federali”

Olimpiadi invernali

Boldi rimosso dai tedofori: “Mi sono pentito sulla figa”

L’attore escluso dai Giochi dopo l’intervista al Fatto e le battute sulla sua passione (poco) sportiva. “Sono pronto a chiedere scusa”

La Spezia

“Atif veniva in aula armato Noi ragazzi lo sapevamo”

Ammissione “È vero, l’ho colpito, ma non volevo ucciderlo”

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Dimissioni di Guido Scorza, ecco il discorso di addio: “Preziose l’inchiesta giornalistica e giudiziaria, non il sensazionalismo”

Dopo aver interloquito con i suoi colleghi e funzionari del Garante, Guido Scorza affida a un video sulla sua pagina Facebook il racconto delle motivazioni per cui la sera del 17 gennaio si è dimesso dal suo incarico dopo cinque anni. Motivazione che vanno dall’assunzione di responsabilità verso l’istituzione, ma negando di averne rispetto alle accuse che gli vengono mosse. Pur riconoscendo l’importanza delle inchieste giornalistiche e del lavoro della magistratura, chiama in causa non chi fa le inchieste ma “quelli che le raccontano in maniera acritica e sensazionalistica a caccia di lettori e di visualizzazioni, degli algoritmi dei social network che amplificano i messaggi più radicali e sacrificano l’audience di quelli più ponderati e di una parte della politica, quella con la P minuscola, più a caccia di facile visibilità e di consenso che di riflessioni e idee per migliorare la vita delle persone e le condizioni del paese”.

Il testo integrale del discorso e le ragioni del “passo indietro”

“Prima la notizia e poi le motivazioni e i commenti. Ho appena trasmesso al presidente, al segretario generale del garante per la protezione dei dati personali le mie dimissioni irrevocabili da componente del collegio. Ho deciso di fare un passo indietro. Credo si tratti di una decisione giusta e necessaria nell’interesse dell’istituzione. Non ho nessuna remora, né imbarazzo nel confessare che è stata una delle decisioni più sofferte della mia vita. Lascio, ne sono convinto, uno dei lavori più belli che a una persona possa capitare. Lascio un lavoro che ho fatto con più determinazione e passione di qualsiasi altro fatto sin qui. Lascio un lavoro che non ho mai considerato tale, ma invece una missione civile prima che professionale e istituzionale.

Un’occasione unica di fare nel mio piccolo la mia parte per promuovere e difendere un diritto che non è mai stato tanto centrale e irrinunciabile nella vita delle persone e della società. Una missione alla quale ho dedicato ogni giorno degli ultimi 5 anni. Lascio un incarico che per me ha sempre rappresentato anche un modo per restituire almeno parte di ciò che mi ha dato ad un paese che mi ha dato tantissimo, consentendomi di acquisire competenze ed esperienze importanti, di realizzarmi nella dimensione personale e professionale e di credere in un futuro migliore del passato da lasciare alle mie figlie. Lascio un incarico che avevo sognato da quando 30 anni fa incontrai per la prima volta Stefano Rodotà e Giovanni Buttarelli che stavano lavorando a quella che sarebbe diventata la prima legge italiana sulla protezione dei dati personali.

Lascio e vengo alle motivazioni di una scelta così tanto difficile, principalmente per rispetto di quel sogno, quello di Stefano e quello di Giovanni, ma anche delle tante donne, dei tanti uomini che con loro hanno dato vita a quello che sarebbe poi diventato il garante per la protezione dei dati personali. Un sogno che negli anni, ben prima di essere eletto, è diventato anche il mio Pendere forte un diritto fragile e garbato come il diritto alla privacy, un sogno reso possibile anche grazie al lavoro svolto da un’autorità indipendente e autorevole, capace di garantirne promozione e protezione. Quell’autorità che all’epoca muoveva i primi passi, poi cresciuta e diventata una delle più prestigiose e rispettate autorità di protezione dei dati personali al mondo, sta vivendo oggi uno dei momenti più difficili della sua trentennale esistenza.

Un giorno che purtroppo non è oggi e non è vicino, ci si renderà conto e si capirà che questo momento difficile dell’autorità non è dovuto ad errori o omissioni di chi ci ha lavorato, di chi ci lavora, di chi continuerà a lavorarci e non è dovuto per quel che mi riguarda a ciò che ho fatto o non ho fatto, fermo restando naturalmente che fare meglio e fare di più è sempre possibile, ma è dovuto a fattori estranei all’autorità e a patologie e derive di un sistema che, dobbiamo dircelo, non ha ancora trovato un punto di equilibrio sostenibile tra diritti, libertà e poteri tutti egualmente centrali e irrinunciabili nella vita democratica del nostro paese. Ma proprio perché quel giorno non è oggi ed è lontano, non lo si può sfortunatamente aspettare oltre.

Il Paese ha bisogno oggi di un garante per la protezione dei dati personali che prima di avere autorità, abbia autorevolezza non solo effettiva ma anche percepita. E le persone, a cominciare dal personale del garante hanno bisogno e diritto a che niente sia lasciato di intentato, perché il garante riconquisti il prima possibile quella fiducia percepita, senza la quale un diritto già fragile, perché poco noto, poco noto nel suo valore ai più deboli e invece in viso ai più forti è pressoché impossibile da promuovere e proteggere. È per questo, è solo per questo che oggi ho deciso di fare un passo indietro. Lascio nell’assoluta certezza di non avere, come ho già spiegato ieri in un video al quale mi limito a rinviare, nessuna responsabilità in relazione alle contestazioni che mi vengono mosse, anche se non c’è dubbio che restare sarebbe stata la scelta eisticamente migliore, quella più comoda, forse quella più saggia, sarebbe anche stata una scelta incompatibile con ciò in cui credo, con la mia storia, con il mio modo di essere, di rispettare le istituzioni. Sono cresciuto in una famiglia dove ho imparato che il senso dello Stato non si dichiara solo a parole, ma si dimostra i fatti e io voglio poter insegnare anche con la forza dell’esempio gli stessi principi e gli stessi valori alle mie figlie.

Il garante l’istituzione che ho servito negli ultimi 5 anni e mezzo e alla quale sono visceralmente legato, viene prima di me e dei miei interessi. Benché sino ieri abbia detto il contrario, la calma che segue anche da vicino, talvolta la concitazione degli eventi oggi mi ha suggerito questa scelta in maniera definitiva, ma se queste sono le motivazioni delle mie dimissioni, credo sia importante condividere con la stessa trasparenza anche quelle che mi hanno dato la forza di arrivare sin qui, di vederla diversamente qui. Ho detto e ho scritto decine di volte dall’inizio di questa vicenda che considero giuste, considero utili, considero democraticamente preziose sia l’inchiesta giornalistica che quella giudiziaria che hanno interessato ed interessano il Garante e ne resto convinto e però in tutta sincerità io non credo che in un sistema democratico sano, solido, maturo, delle legittime inchieste giornalistiche e giudiziarie debbano poter compromettere fino a questo punto, prima che qualsivoglia specifica responsabilità sia accertata, il buon funzionamento di un’autorità indipendente chiamata a promuovere e proteggere un diritto fondamentale, pietra angolare della nostra democrazia e la responsabilità non credo onestamente sia né dei giornalisti che fanno le inchieste né tantomeno dei giudici che fanno il loro lavoro e adempiono ai loro doveri e alla legge, ma è nostra e delle persone, dell’opinione pubblica, della società, di una parte dei media, non quelli che fanno le inchieste, ma quelli che le raccontano in maniera critica e sensazionalistica a caccia di lettori e di visualizzazioni, degli algoritmi dei social network che amplificano i messaggi più radicali e sacrificano l’audience di quelli più pagati e ponderati e di una parte della politica, quella con la P minuscola, più a caccia di facile visibilità e di consenso che di riflessioni e idee per migliorare la vita delle persone e le condizioni del paese.

Confesso che questo a me pare un enorme elemento di fragilità del nostro sistema democratico che trascende evidentemente questa vicenda, ma sul quale credo sia necessario interrogarsi con urgenza. Mi fermo qui, ma non prima di alcuni necessari ringraziamenti. Il primo va alle donne e agli uomini dell’autorità, senza i quali nulla del poco che spero di aver fatto sarebbe stato possibile. Grazie poi alla mia segreteria, una squadra unica che auguro a chiunque di avere a fianco. Un ringraziamento alla comunità internazionale dei garanti, delle autorità di protezione dei dati personali, ai colleghi dello European Data Protection Board, a quelli dello European Data Protection Supervisor, a quelli della Global Privacy Assembly. Senza questa rete internazionale difendere la privacy nella società globale nella quale viviamo sarebbe semplicemente impossibile. Grazie ai colleghi del collegio, quali va il mio in bocca al lupo per la prosecuzione del lavoro e a tutti i rappresentanti delle istituzioni della società civile e dell’industria con i quali ho avuto il privilegio di lavorare.

L’ultimo ringraziamento alla mia famiglia che ha pagato il prezzo più alto prima della mia scelta di vivere il mio incarico come una missione per le mie essenze e poi negli ultimi mesi per la sofferenza che le inchieste gi e l’indagine della magistratura hanno loro inevitabilmente arrecato. Grazie per la pazienza, grazie per la vicinanza, grazie per l’affetto. Arrivederci dalla stessa parte, quella dei diritti, quella delle libertà, quella della democrazia, anche se con ruoli e con responsabilità diversa”.

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Groenlandia – Parigi, Berlino e Stoccolma contro i nuovi dazi di Trump: “Non ci faremo intimidire”. Ue: “Spirale discendente”

Le nuove minacce di dazi annunciate dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump in relazione alla Groenlandia aprono un nuovo fronte di tensione tra Washington e l’Europa, intrecciando commercio, sicurezza e sovranità territoriale, nel giorno in cui in Danimarca e nella stessa capitale del territorio preteso dal tycoon della Casa Bianca migliaia di manifestanti sono scesi in piazza. Al centro dello scontro c’è sempre l’isola artica, territorio autonomo del Regno di Danimarca, da settimane al centro delle dichiarazioni aggressive del leader americano, che torna a evocare l’ipotesi di una sua acquisizione da parte degli Stati Uniti. Trump ha annunciato l’introduzione, a partire dal 1° febbraio, di dazi del 10% contro otto Paesi europei – Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Olanda e Finlandia – accusati di aver “osato” inviare contingenti militari in Groenlandia. Le tariffe, secondo quanto scritto dal presidente su Truth, resteranno in vigore fino a quando non verrà raggiunto un accordo per «l’acquisto completo e totale della Groenlandia”. Bruxelles parla di “pericolosa spirale discendente”, Parigi, Berlino, Londra e gli paesi protestano.

La reazione della Francia e l’unità europea

Parole definite “inaccettabili” dal presidente francese Emmanuel Macron, che ha affidato a X una dura replica. “Le minacce tariffarie non hanno alcun posto in questo contesto – ha scritto –. Gli europei risponderanno in modo unito e coordinato se saranno confermate. Garantiremo il rispetto della sovranità europea”. Macron ha ribadito che la decisione francese di partecipare all’esercitazione militare avviata dalla Danimarca in Groenlandia resta ferma, perché “è in gioco la sicurezza nell’Artico e ai confini della nostra Europa”. Il capo dell’Eliseo ha collegato la vicenda groenlandese alla più ampia difesa del principio di sovranità nazionale, lo stesso che guida, ha ricordato, il sostegno all’Ucraina contro l’aggressione russa. “Nessuna intimidazione o minaccia può influenzarci”, ha concluso.

Svezia e Germania: “Non ci lasceremo intimidire”

Anche dalla Svezia è arrivata una risposta netta. Il premier Ulf Kristersson ha respinto ogni pressione americana, sottolineando che “solo Danimarca e Groenlandia decidono le questioni che le riguardano” e definendo la vicenda “una questione europea”. “Non ci lasceremo intimidire”, ha dichiarato. Più prudente, ma sulla stessa linea di coordinamento comunitario, la posizione della Germania. Il governo federale, ha fatto sapere il portavoce della cancelleria Stefan Kornelius, “è in stretto contatto con i partner europei” e valuterà insieme a loro “le risposte adeguate al momento opportuno”.

La minaccia del presidente Usa Donald Trump di imporre dazi alle nazioni europee che non gli permetteranno di acquisire la Groenlandia “arriva come una sorpresa“, ha detto il ministro degli Esteri danese, Lars Lokke Rasmussen, in una dichiarazione inviata all’Afp. “Lo scopo della maggiore presenza militare in Groenlandia, a cui fa riferimento il presidente, è proprio quello di migliorare la sicurezza nell’Artico”, ha detto Rasmussen. “Siamo in stretto contatto con la Commissione Europea e gli altri nostri partner sulla questione”, ha aggiunto. Pochi giorni fa Rasmussen ha partecipato a colloqui alla Casa Bianca sulla Groenlandia.

L’Ue: “Dialogo rimane essenziale”

“L’integrità territoriale e la sovranità sono principi fondamentali del diritto internazionale. Sono essenziali per l’Europa e per la comunità internazionale nel suo complesso. I dazi doganali comprometterebbero le relazioni transatlantiche e rischierebbero di innescare una pericolosa spirale discendente. L’Europa rimarrà unita, coordinata e impegnata a difendere la propria sovranità” dichiarano in una nota congiunta Antonio Costa e Ursula von der Leyen. “Abbiamo costantemente sottolineato il nostro interesse transatlantico condiviso per la pace e la sicurezza nell’Artico, anche attraverso la Nato. L’esercitazione danese pre-coordinata, condotta con gli alleati, risponde alla necessità di rafforzare la sicurezza nell’Artico e non rappresenta una minaccia per nessuno. L’Ue è pienamente solidale con la Danimarca e il popolo della Groenlandia. Il dialogo rimane essenziale e siamo impegnati a portare avanti il processo avviato già la scorsa settimana tra il Regno di Danimarca e gli Stati Uniti”. “Il Ppe è favorevole all’accordo commerciale UE-USA, ma, viste le minacce di Donald Trump sulla Groenlandia, l’approvazione non è possibile in questa fase. I dazi dello 0% sui prodotti statunitensi devono essere sospesi” scrive su X il presidente del gruppo Ppe al Parlamento europeo, Manfred Weber.

La Gran Bretagna: “Completamente sbagliati”

Il premier britannico Keir Starmer ha definito “completamente sbagliati” i dazi ribadendo che l’isola artica “fa parte del Regno di Danimarca” e che “il suo futuro riguarda i groenlandesi e i danesi”. “La nostra posizione sulla Groenlandia è molto chiara – ha dichiarato Starmer, sottolineando che la sicurezza dell’Artico – è una questione che riguarda l’intera Nato” e che gli alleati “devono fare di più insieme per affrontare la minaccia russa nelle diverse aree della regione”. Secondo il premier, “imporre dazi agli alleati per il perseguimento della sicurezza collettiva della Nato è completamente sbagliato”, assicurando che Londra “affronterà direttamente la questione con l’amministrazione Usa”.

L’Italia: cautela e invito al dialogo

L’Italia, pur avendo firmato la dichiarazione europea a sostegno della sovranità danese, non figura tra i Paesi colpiti dalle tariffe. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha chiarito che Roma si muoverà esclusivamente in ambito Nato. Sul fronte interno, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha espresso preoccupazione per l’escalation, criticando l’idea di “fare il tifo” per l’indebolimento economico degli alleati. “In un mondo che torna alla logica dell’ognuno per sé o della potenza militare – ha scritto su X – noi non siamo un vaso di ferro. Serve dialogo e buon senso”. Il riferimento è alla dichiarazione del senatore della Lega, Claudio BorghI “Vado a festeggiare i dazi di Trump alla Francia e alla Germania”.

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“Tracce di sangue in casa, su abiti e auto del marito. Atteso esito Dna”. La nota dei pm sulla scomparsa di Federica Torzullo

Tracce di sangue in casa e sui mezzi del marito. La Procura di Civitavecchia, che procede per omicidio nella vicenda della scomparsa di Federica Torzullo, 41 anni, sparita dalla sera dell’8 gennaio dalla sua abitazione di Anguillara Sabazia, in provincia di Roma, in una nota fa sapere che sono attesi gli esiti del Dna. Nel registro degli indagati è stato iscritto, subito la sparizione nel nulla, il marito da cui la donna si stava separando. Gli accertamenti disposti dall’autorità giudiziaria hanno portato a una “copiosa repertazione di tracce ematiche” rinvenute in più luoghi riconducibili al marito della donna, Claudio Agostino Carlomagno.

Il procuratore di Civitavecchia Alberto Liguori, in una lunga, nota ricostruisce le tappe dell’indagine e spiega come i primi elementi raccolti abbiano “varcato la soglia della gravità indiziaria” nei confronti del coniuge, pur ribadendo che la sua responsabilità resta da accertare e che vale la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.

La denuncia e le ultime ore di Federica

La scomparsa viene denunciata venerdì 9 gennaio, nel primo pomeriggio. È il marito a rivolgersi ai carabinieri dopo essere stato contattato dai colleghi della moglie, impiegata presso l’ufficio di smistamento delle Poste all’aeroporto di Fiumicino, che non l’avevano vista presentarsi al lavoro. L’uomo riferisce di aver visto Federica per l’ultima volta intorno alle 23 di giovedì 8 gennaio, dopo una cena consumata in casa insieme al figlio. Il bambino, secondo quanto dichiarato, era stato poi accompagnato dai nonni materni. Carlomagno racconta anche che la moglie aveva preparato una valigia perché il giorno successivo avrebbe dovuto partire con il figlio e i genitori verso la Basilicata, per partecipare a un evento religioso, viaggio al quale lui non avrebbe preso parte. Nella denuncia parla inoltre di “normali problemi di coppia” e riferisce che quella notte i due coniugi non avevano dormito insieme.

Le immagini e le incongruenze

Dalle verifiche effettuate sui sistemi di videosorveglianza che presidiano anche la villetta della coppia era emerso che Federica Torzullo non risultava uscire di casa dalle 19.30 dell’8 gennaio, né vi erano segnali che il suo telefono cellulare si fosse mosso al di fuori dell’abitazione. La sua auto era ancora parcheggiata nei pressi di casa e all’interno dell’abitazione non risultava mancare nulla, ad eccezione della borsa e del cellulare. Diversa la situazione del marito, che la mattina di venerdì 9 gennaio era uscito di casa intorno alle 7.30 per andare al lavoro. Proprio sulla ricostruzione dei suoi spostamenti e sui rapporti con la moglie, secondo la Procura, emergono “divergenze allo stato insanabili” tra la versione fornita dall’uomo e quanto accertato dagli investigatori e dalle persone informate sui fatti. Contraddizioni giudicate tali da rendere necessaria la sua iscrizione nel registro degli indagati.

I sequestri e le tracce di sangue

Le indagini, condotte dai carabinieri di Anguillara Sabazia e dal Nucleo investigativo di Ostia, con il supporto del RIS di Roma, hanno portato al sequestro dell’abitazione, delle autovetture di entrambi i coniugi e dell’azienda di movimento terra riconducibile a Carlomagno. Secondo quanto comunicato dalla Procura, sono state repertate tracce di sangue: all’interno della casa dei coniugi; sugli abiti da lavoro dell’indagato; all’interno della sua auto; in una cava; su un mezzo meccanico utilizzato nell’azienda familiare. Sugli oggetti e sui materiali sequestrati sono in corso accertamenti tecnici irripetibili finalizzati all’individuazione del DNA. Gli esiti, fa sapere la Procura, dovrebbero essere disponibili a breve e rappresentano un passaggio decisivo per chiarire quanto accaduto.

Un’inchiesta ancora aperta

Federica Torzullo, al momento, non è stata ritrovata. L’ultimo messaggio apparentemente riconducibile a lei risale alla mattina di venerdì 9 gennaio ed è uno scambio di sms con la madre. Da allora, nessuna traccia. “Le indagini proseguono – sottolinea il procuratore Liguori – per riscontrare le dichiarazioni rese, ricostruire integralmente la vicenda, individuare il movente ed eventuali responsabilità di altre persone”.

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Garante della Privacy, Guido Scorza si è dimesso. Gli altri tre restano invece al loro posto

Si è dimesso Guido Scorza, il componente del collegio del Garante della Privacy indagato insieme agli altri tre membri del collegio con l’accusa di peculato e corruzione. Scorza avrebbe comunicato al Presidente, ai colleghi e al segretario generale Luigi Montuori la sua decisione.

Scorza era stato nominato nel 2020 su indicazione dei Cinque Stelle, fu l’unico membro del Collegio a non votare la famosa multa a Report da 150mila euro, da cui è partita la slavina delle inchieste giornalistiche condotte da Report e dal Fatto. E tuttavia è stato travolto lo stesso per la sospetta contiguità tra il suo ruolo di Garante e lo studio legale E-Lex che lui stesso aveva fondato, per via di pratiche e istruttorie per reclami di clienti dello studio presso il quale lavora ancora la moglie.

“Ho deciso di fare un passo indietro – scrive sulla bacheca Fb – nell’interesse dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali. Sono stati cinque anni e mezzo bellissimi dalla parte giusta del mondo. Per ora grazie a tutte e a tutti ma arrivederci dalla stessa parte, quella dei diritti, delle libertà e della democrazia. In questo video le ragioni di una scelta difficile e sofferta”.

Da regolamento il Collegio può operare anche con tre soli membri, ma già lunedì il presidente Stanzione e il segretario Montuori dovranno notificare ai presidenti di Camera e Senato per avviare le dimissioni di Scorza e per avviare l’iter per la nomina di un quarto membro da integrare al suo posto. E dunque, cosa faranno gli altri?

Da quanto apprende il Fatto, Scorza prima dell’annuncio e delle comunicazioni ufficiali aveva avvertito telefonicamente tutti i colleghi della sua decisione, ma alla sua comunicazione non sono seguite analoghe decisioni. E questo vuol dire che probabilmente non si dimetteranno, non a breve.

E questo dipenderà molto dalle strategie suggerite nelle scorse ore dai rispettivi legali, che hanno tentato rapidamente di valutare le accuse e se rispetto a queste sono più tutelati rimanendo nell’incarico o lasciando. I legali della vice presidente Cerrina Feroni, contattati a caldo da Fatto, dicono che “allo stato non è cambiato nulla” e che ne parleranno nei prossimi giorni.

Nel suo discorso di dimissioni, Scorza descrive la scelta di fare un passo indietro come “giusta e necessaria nell’interesse dell’istituzione”, pur ammettendo senza remore che si tratta di una delle decisioni “più sofferte della mia vita”. La motivazione principale “è la necessità di preservare la credibilità dell’Ente”. Scorza afferma che il Paese ha bisogno di un Garante che possieda “autorevolezza non solo effettiva ma anche percepita” e che, senza questa “fiducia percepita”, diventa impossibile promuovere e proteggere un diritto fragile come la privacy,,,. Dichiara esplicitamente: “L’istituzione… viene prima di me e dei miei interessi”.

Scorza ci tiene a precisare che lascia l’incarico nell’assoluta certezza di non avere… nessuna responsabilità in relazione alle contestazioni che mi vengono mosse”. Una scelta etica: “Rimanere al suo posto sarebbe stata la scelta egoisticamente migliore, più comoda e forse più saggia, ma incompatibile con la sua storia, i suoi valori e il suo senso dello Stato, che impone di dimostrare il rispetto per le istituzioni con i fatti e non solo a parole”.

Attribuisce il momento difficile dell’Autorità non a errori interni, ma a “fattori estranei” e a “patologie e derive di un sistema”. Pur definendo le inchieste giornalistiche e giudiziarie “giuste, utili, democraticamente preziose”, lamenta il fatto che in questo sistema “esse possano compromettere il funzionamento di un’autorità indipendente prima ancora che venga accertata una responsabilità”. La colpa di ciò, secondo Scorza, ricade su un “circuito mediatico sensazionalistico, sugli algoritmi social e su una “politica con la P minuscola” a caccia di visibilità”.

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Artemis 2, dopo 50 anni l’uomo torna a orbitare attorno alla Luna

Con la missione Artemis 2 il genere umano si prepara a tornare, dopo mezzo secolo, nell’orbita della Luna. Non si tratterà ancora di un allunaggio, ma di un passaggio storico: per la prima volta dall’epoca delle missioni Apollo, astronauti viaggeranno oltre l’orbita terrestre bassa e raggiungeranno il sistema Terra-Luna, inaugurando una nuova fase dell’esplorazione spaziale umana.

La Nasa ha avviato il percorso di avvicinamento al lancio di Artemis 2, primo volo con equipaggio del programma Artemis. Il 17 gennaio è previsto il trasferimento del razzo Space Launch System (Sls) e della navetta Orion verso la rampa di lancio 39B del Kennedy Space Center, in Florida. La prima finestra utile per il decollo è fissata a partire dal 6 febbraio, anche se la data definitiva dipenderà dall’esito dei test ancora da completare. “Abbiamo ancora importanti passi da compiere nel nostro percorso verso il lancio, e la sicurezza dell’equipaggio rimarrà la nostra massima priorità in ogni fase”, ha dichiarato Lori Glaze, amministratore associato facente funzione per il Direttorato per lo sviluppo di missioni di esplorazione della Nasa, presentando la tabella di marcia della missione.

Il trasferimento del razzo verso la rampa rappresenta una tappa cruciale. L’intero sistema di lancio sarà spostato in posizione verticale per circa 6,4 chilometri dall’edificio di assemblaggio Vab (Vehicle Assembly Building) utilizzando il Crawler-Transporter 2, un mezzo speciale progettato per trasportare carichi di dimensioni e peso eccezionali. L’operazione potrà richiedere fino a 12 ore e segnerà l’inizio di una fase intensa di verifiche.

Tra i test più importanti figura la cosiddetta “prova generale bagnata”, durante la quale verranno caricati nei serbatoi del razzo circa 2,65 milioni di litri di propellente criogenico. Questa simulazione consentirà di verificare il comportamento dell’intero sistema in condizioni il più possibile simili a quelle reali del lancio. Le prove includeranno anche la simulazione completa della sequenza di decollo e, in alcune fasi, la presenza degli astronauti a bordo della capsula Orion.

La missione Artemis 2 avrà una durata complessiva di circa dieci giorni. A bordo voleranno Reid Wiseman e Victor Glover per la Nasa, insieme a Christina Koch (Nasa) e all’astronauta canadese Jeremy Hansen, dell’Agenzia Spaziale Canadese. L’equipaggio compirà un sorvolo della Luna, entrando in orbita lunare prima di fare ritorno sulla Terra. L’obiettivo non è l’atterraggio, ma la validazione dei sistemi di supporto vitale, di navigazione e di comunicazione necessari per le future missioni che porteranno nuovamente l’uomo sul suolo lunare.

Dal punto di vista orbitale, il lancio di Artemis 2 è vincolato a finestre temporali molto precise. La traiettoria è stata progettata per ottimizzare i consumi di carburante sia nel viaggio di andata sia in quello di ritorno, limitando così i margini di flessibilità. Le opportunità di lancio sono concentrate in pochi giorni all’interno di tre periodi compresi tra il 31 gennaio e il 10 aprile. Il primo intervallo utile prevede date possibili il 6, 7, 8, 10 e 11 febbraio; in caso di rinvio, la successiva finestra si aprirebbe non prima del 6 marzo.

Con Artemis 2, dunque, l’umanità tornerà a spingersi oltre l’orbita terrestre, riaffacciandosi sullo spazio cislunare. È un passaggio intermedio ma fondamentale: un ritorno intorno alla Luna che segna il ponte tra le imprese dell’era Apollo e le ambizioni future di una presenza umana sostenuta sul nostro satellite e, più avanti, su Marte.

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“Tutto per colpa della frase sulla f**a”, Massimo Boldi rimosso dalla lista dei tedofori delle Olimpiadi dopo l’intervista al Fatto Quotidiano

Il Comitato organizzatore di Milano Cortina 2026 ha deciso di rimuovere l’attore Massimo Boldi dalla lista dei tedofori della staffetta olimpica. La scelta, annunciata in un comunicato ufficiale, arriva in seguito a un’intervista pubblicata oggi su il Fatto Quotidiano, nella quale Boldi ha espresso opinioni “giudicate incompatibili con i valori del Movimento Olimpico”. Il comico – con la sua verve – si è definito “un grande atleta” della “figa”. Una battuta, uno scherzo da attore comico, che è andato di traverso ai componenti della Fondazione. Boldi ha anche dichiarato di non essere propriamente uno sportivo ma di amare moltissimo Cortina.

Secondo quanto spiegato dalla Fondazione Milano Cortina 2026, la decisione non riguarda il profilo artistico dell’attore, ma il ruolo simbolico che accompagna il gesto di portare la Fiamma Olimpica. “Portare la Fiamma Olimpica rappresenta un privilegio e una responsabilità”, sottolinea il Comitato, ricordando che i tedofori sono chiamati a incarnare e promuovere principi come rispetto, unità e inclusione, considerati fondamenti irrinunciabili dello spirito olimpico.

La staffetta della Torcia non è infatti solo un evento cerimoniale, ma uno dei momenti più identitari dei Giochi, pensato per unire territori, comunità e persone diverse attorno a un messaggio universale. Proprio per questo, spiega la nota, le opinioni espresse da Boldi nell’intervista “sono state ritenute non in linea con i valori che il Comitato organizzatore intende rappresentare nel percorso verso i Giochi invernali del 2026″

Nel comunicato viene anche chiarito che la nomina dei tedofori può avvenire attraverso diversi canali: dalla Fondazione Milano Cortina 2026 alle città di tappa, dagli sponsor del progetto olimpico ai Comitati olimpici regionali, fino agli enti territoriali e al Comitato Olimpico Internazionale. Si tratta quindi di un processo ampio e condiviso, ma sempre subordinato al rispetto dei principi etici che guidano l’organizzazione dell’evento.

Con un amico l’artista si è sfogato: “Tutto per colpa della frase sulla figa. Mi dispiace moltissimo. Io volevo fare il tedoforo. Ovviamente scherzavo. Mi hanno chiamato in mille per quell’intervista. È scoppiato un gran casino.
Ora bisogna metterci assolutamente una pezza perché io il tedoforo lo volevo proprio fare“.

In serata Boldi “ha dichiarato di aver fatto una battuta che, nelle sue intenzioni, voleva essere leggera e ironica, ma che si è rivelata inopportuna e offensiva nei confronti delle donne e non in linea con i principi di rispetto e inclusione che ispirano il movimento olimpico. Per questo ha voluto chiedere scusa a tutte le persone che si sono sentite ferite e al Comitato Organizzatore”. Boldi ribadisce oggi la sua stima per l’evento e per il suo significato di unità e condivisione, auspicando che le sue “scuse possano contribuire a chiudere una vicenda che lo ha profondamente amareggiato. L’artista conferma il proprio impegno a promuovere messaggi di rispetto e sensibilità, riconoscendo l’importanza del ruolo pubblico e della responsabilità che ne deriva”.

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Sbatte con la minimoto e precipita da 4 metri: grave un 11enne a Napoli

Un bambino di 11 anni è in prognosi riservata dopo essere precipitato da un’altezza di 4 metri con la sua piccola moto da cross. L’incidente è avvenuto nel primo pomeriggio di oggi 17 gennaio, a seguito dell’impatto contro un parapetto al secondo piano del parcheggio del centro commerciale La Birreria, a Miano, in provincia di Napoli.

Il ragazzino guidava il suo LEM, piccola moto da cross a scoppio, ed è ora ricoverato in prognosi riservata presso l’ospedale Santobono: non si hanno ancora notizie precise sulla gravità delle sue condizioni. A intervenire sul posto i carabinieri della compagnia Stella, che ora indagano sulla dinamica precisa dell’incidente e cercano di stabilire possibili responsabilità esterne.

Foto d’archivio

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Trump annuncia dazi al 10% per i Paesi europei che hanno inviato militari in Groenlandia: “Da loro gioco pericoloso”

Prima la minaccia, adesso arriva l’annuncio. Donald Trump conferma che dal primo febbraio gli Stati Uniti imporranno dazi del 10% a Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda e Finlandia per tutte le merci spedite negli Usa. “Potrei imporre dazi doganali ai paesi ostili” al piano americano sulla Groenlandia, aveva anticipato ieri Trump. E oggi passa ai fatti. “Si sono recati” sull’isola “per scopi ignoti“, scrive su Truth social il presidente Usa facendo riferimento all’invio di personale militare da parte di diversi Paesi europei: “Stanno giocando a questo gioco molto pericoloso. Hanno messo in gioco un livello di rischio che non è sostenibile“, avverte. Tra i Paesi europei citati da Trump non c’è l’Italia che non ha inviato nessun militare: opzione non esclusa ma solo se prevista in ambito Nato, ha sottolineato la premier Giorgia Meloni.

“Dazi fino a quando non acquisteremo la Groenlandia”

“Dal primo giugno 2026 queste tariffe saliranno al 25%“, rimarca Trump sottolineando che i dazi “saranno dovuti e pagabili fino al momento in cui sarà raggiunto un accordo per l’acquisto completo e totale della Groenlandia“. “Gli Stati Uniti cercano di concludere questa transazione da oltre 150 anni“, continua il tycoon: “Molti presidenti ci hanno provato, e per buoni motivi, ma la Danimarca ha sempre rifiutato. Ora, a causa della Cupola Dorata e dei moderni sistemi d’arma, sia offensivi che difensivi, la necessità di acquisirla è particolarmente importante”.

Costa: “Sto coordinando risposta comune dei 27”

“Oggi siamo in Paraguay in un momento storico, felice e importante. Siamo qui non solo per firmare l’accordo per la più grande zona economica del mondo ma anche per lanciare un messaggio chiaro: non servono conflitti ma pace e cooperazione. Per quanto riguarda l’annuncio di Trump, posso dire che l’Ue sarà sempre molto ferma nella difesa del diritto internazionale, ovunque a ancor di più nel suo territorio. A questo proposito sto coordinando una risposta congiunta degli Stati membri su questo tema”, ha replicato il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa.

“La Danimarca ricambi il favore”

Il presidente Usa si rivolge anche direttamente alle autorità di Copenaghen, dove oggi sono scesi in piazza contro Trump migliaia di cittadini (così come nella stessa Groenlandia): “Abbiamo sovvenzionato la Danimarca, e tutti i Paesi dell’Unione Europea e altri ancora, per molti anni, non applicando dazi o altre forme di remunerazione. Ora, dopo secoli, è tempo che la Danimarca ricambi il favore: è in gioco la pace mondiale“. Secondo Trump, “Cina e Russia vogliono la Groenlandia e non c’è nulla che la Danimarca possa fare al riguardo”. Il presidente Usa ha ribadito inoltre che l’isola dispone attualmente di “due slitte trainate da cani come protezione, una delle quali è stata aggiunta di recente”. “Solo gli Stati Uniti d’America, sotto la guida del presidente Donald J. Trump, possono partecipare a questo gioco, e con grande successo”, ha proseguito il capo della Casa Bianca, aggiungendo che “nessuno toccherà questo sacro pezzo di terra“, soprattutto perché “è in gioco la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e del mondo intero”.

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Ha 2 stelle Michelin, ma solo una su cinque per le condizioni igieniche: il ristorante Ynyshir diventa un caso. Il proprietario ammette: “Forse non hanno tutti i torti…”

In Galles ha fatto scalpore una segnalazione contro il famoso ristorante Ynyshir, primo e unico locale nella storia della ristorazione gallese premiato con una doppia stella Michelin. La prestigiosa cucina (dove il prezzo per una cena parte da 540 euro) è, però, al centro di un caso. Lo scorso 5 novembre, il locale è stato ispezionato dalla Food Standards Agency (Fsa), l’ente che esegue controlli sulla pulizia dei ristoranti. Ynyshir ha ricevuto una stella su cinque, un risultato che stride con il doppio riconoscimento Michelin. Lo chef e proprietario del ristorante, Gareth Ward, ha respinto ogni accusa. Alla Bbc, l’uomo ha dichiarato: “Ho 27 anni di esperienza in questo lavoro. La cucina è a vista, tutti possono vedere tutto, il locale è impeccabile“. Secondo il report della Fsa, il ristorante richiederebbe importanti miglioramenti tanto nella gestione della sicurezza alimentare, quanto nella pulizia e nelle condizioni delle strutture e dell’edificio.

In particolare, l’ente si è detto scettico sul trattamento del sashimi. A riguardo, Ward ha risposto così: “Acquisto pesce di qualità sashimi dal Giappone e loro si chiedono: ‘Non conosciamo quelle acque, quindi come facciamo a sapere che è davvero sashimi grade?’ “. La Fsa ha giudicato negativamente il ristorante per i piatti a base di pesce crudo. Lo chef ha replicato dicendo: “Questo pesce viene consumato crudo in tutto il mondo e solo perché le nostre regole non coincidono con le loro, lo mettono in discussione”. Il cuoco ha respinto ogni accusa, dichiarando di essere stato punito per aver “cercato di fare qualcosa di diverso” rispetto agli altri locali. Ward, ex concorrente di “MasterChef: The Professionals” ha sottolineato che il ristorante dispone di un congelatore da 50 mila sterline in grado di raggiungere la temperatura di -80 gradi, per conservare nella maniera più opportuna il cibo. Il pesce utilizzato da Ynyshir è stato sottoposto a esami in laboratorio, che hanno dato esito completamente negativo a qualsiasi criticità.

L’ammissione di colpa

Gareth Ward ha ammesso alcuni errori. Alla Bbc lo chef ha detto che la Fsa “non aveva torto al cento per cento”. A seguito del controllo, il ristorante ha apportato alcune migliorie. In primis è stata installata una postazione aggiuntiva per il lavaggio delle mani nell’area di preparazione del pesce. Il proprietario ha anche riconosciuto alcuni errori e mancanze nei documenti del locale. Ward ha dichiarato: “Parte della nostra burocrazia non era corretta, ed è colpa nostra. Avrei bisogno di una persona in ufficio a tempo pieno solo per la burocrazia per essere perfetti ogni volta”. Nonostante la valutazione di una stella su cinque per l’igiene, il cuoco ha detto di restare fiducioso. “Non sono turbato, le persone che pensano fuori dagli schemi devono sempre affrontare questo tipo di situazioni” ha concluso chef Ward.

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Macron all’Eliseo con gli occhiali da sole per un problema alla vista: “Mi scuso, dovrò indossarli per un po’”

“Vedete i miei occhiali da sole scuri, ho avuto un piccolo problema alla vista. Vi prego di scusarmi per gli occhiali da sole, ma dovrò indossarli per un po’”. Lo ha detto il presidente francese Emmanuel Macron, che si è presentato con gli occhiali scuri ai colloqui al Palazzo dell’Eliseo con la presidente dell’Assemblea Nazionale Yael Braun-Pivet, il presidente del Senato Gérard Larcher e i rappresentanti di diversi gruppi politici del Congresso della Nuova Caledonia. Già nei giorni scorsi, al discorso di inizio anno con le forza armate Macron aveva parlato del suo occhio arrossato

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Trovato il cadavere di una donna in un edificio abbandonato di Monza

Il cadavere di una donna è stato ritrovato a Monza, poggiato su di un materasso nei pressi della sede (abbandonata da anni) dell’ex Enel in via Galvani. La vittima aveva 31 anni ed era una cittadina ucraina senza fissa dimora, con precedenti per droga e reati contro il patrimonio. A scoprire il corpo un passante, l’8 gennaio scorso.

Il personale paramedico, dopo la segnalazione del ritrovamento, è intervenuto, inviato dall’Agenzia Emergenza Urgenza insieme a una pattuglia della polizia. A nulla però sono servite le cure prestate dai medici, che hanno constatato la morte della 31enne.

Sul viso della donna, rannicchiata sul materasso in un giaciglio di fortuna, sono state ritrovate alcune ferite e alcuni segni. Potrebbero essere riconducibili – dato lo stato del luogo e alla corrispondenza morfologica – a morsi di animali selvatici. L’opzione non è stata esclusa dall’autopsia, disposta dal pubblico ministero.

La zona, intanto, è stata circoscritta e diversi rilievi sono stati effettuati dal personale della Questura di Monza e della Brianza. A condurre le indagini la Squadra Mobile, coordinata dall’autorità giudiziaria e in attesa di ottenere novità sulle cause della morte della donna. Sono ancora attesi ulteriori esami per stabilire con precisione le cause del decesso.

Foto di archivio

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Su ChatGpt arriva la pubblicità: al via le prime sperimentazioni. Ecco quanto bisogna pagare per non averla

La pubblicità arriva anche su ChatGpt. L’azienda madre, OpenAi, ha presentato il suo piano mensile economico che prevede l’introduzione di inserzioni pubblicitarie, finalizzate a sostenere l’accesso all’intelligenza artificiale. Al momento, la novità riguarda solo ChatGpt Go. Progressivamente anche gli utenti che utilizzano ChatGpt in versione gratuita saranno raggiunti dai banner pubblicitari. Quindi, chi si salva dai pop-up che compariranno sulla schermata? Le inserzioni non saranno introdotte nelle versioni Plus, Entreprise, Pro e Business. Open Ai ha dichiarato che gli annunci saranno guidati dai cosiddetti “principi pubblicitari”, presentati dall’azienda all’introduzione di ChatGpt. Come sottolineato da Open Ai, uno dei principi cardine è quello di garantire che l’intelligenza artificiale sia accessibile e vantaggiosa per tutta l’umanità.

L’azienda di Sam Altman ha dichiarato che gli annunci non influenzeranno le risposte fornite dal chatbot. Inoltre, l’introduzione della pubblicità non cambia le politiche di protezione della privacy. Open Ai ha sottolineato che le conversazioni rimarranno private e che i dati non saranno né visualizzabili né vendibili agli inserzionisti. La pubblicità arriverà nelle prossime settimane. I primi a visualizzare i banner saranno gli adulti registrati negli Stati Uniti a un piano gratuito o che hanno sottoscritto un piano ChatGpt Go. In questa prima fase, le pubblicità saranno in fondo alle risposte e gli annunci saranno pertinenti alla conversazione. Le inserzioni non compariranno al termine delle risposte che riguardano la salute o sulla politica. I minorenni saranno esclusi dai piani pubblicitari.

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“Make Fiorentina Great Again”: il pensiero stupendo di Rocco Commisso e quella poltrona d’onore nella storia viola

Quando non tornava a Firenze da mesi, la sua assenza si sentiva. Soprattutto nei momenti difficili della squadra o se c’era un giocatore un po’ troppo “chiacchierato” sul mercato. Poi arrivava l’annuncio: “Domani arriva Rocco”. E tutto sembrava calmarsi, tornare alla normalità, se può davvero esistere una “normalità” a Firenze quando si parla di calcio. Arrivava dagli Stati Uniti (la sua vera casa), rassicurava e incoraggiava la squadra, allenatori e dirigenti. Stimolava la Fiesole facendo sognare i tifosi: coppe da vincere, obiettivo Champions, perfino scudetto. E tutto rientrava, tutto l’ambiente ne giovava. Anche nei momenti più difficili, come la terribile scomparsa di suo “fratello” Joe Barone, vera anima della nuova proprietà a stelle e strisce, e del capitano Davide Astori.

In questi 7 anni, Rocco Commisso è stato una guida fondamentale per i tifosi della Fiorentina. Così importante che, con la sua assenza per la malattia, in pochi mesi la società è sprofondata nel baratro: cacciati allenatori e direttore sportivo, squadra dritta verso la serie B. Eppure, non si è mai dato per vinto, nonostante la distanza. Ha respinto le voci (sempre più insistenti) di voler vendere, ha continuato a investire sul mercato e non ha mollato il suo progetto – seppur totalmente rivisto – del nuovo stadio. Avrebbe voluto ancora di più. Avrebbe voluto puntare ancora più in alto. Più del Viola Park, tanto bistrattato da alcuni tifosi, ma diventato il gioiellino della sua proprietà: il centro sportivo più innovativo d’Europa, dicono.

“Chiamatemi Rocco”, disse nell’estate 2019, appena sbarcato a Firenze con quel sorriso sornione e il suo tipico “okay” da americano a Roma. E questo bastò a far tornare a sognare i tifosi, ormai sfibrati da un rapporto logoro con la famiglia Della Valle. Capì subito quali tasti toccare: il nuovo stadio, il viscerale odio per la Juventus (“Sono già più bravi di noi, non hanno bisogno degli aiuti arbitrali. Sono disgustato”, gridò a favore di telecamere nel 2020), i grandi acquisti (Ribery, Nico Gonzalez, Kean, De Gea). Poi arrivarono i risultati: dopo i primi due anni travagliati, il triennio di Italiano, le notti europee, le tre finali (perse), una squadra sempre tra le prime sette del campionato e che, soprattutto, faceva divertire anche con il suo successore Raffaele Palladino. Fino alla malattia, all’assenza e allo sfacelo degli ultimi mesi.

Sapeva anche farsi sentire (il sindaco Dario Nardella ne sa qualcosa, sullo stadio) e non gli ho mai perdonato – in evidente conflitto d’interessi, lo so – gli attacchi ai giornalisti che osavano (rarità) criticare la squadra e la società quando i risultati non arrivavano. Chi lo faceva veniva considerato da Rocco un “anti fiorentino”. Un errore di cui voglio credere si sia pentito quando, negli ultimi mesi, gli mancava tanto fare una pesseggiata sul Lungarno o mangiare una fiorentina ai 13 gobbi.

Commisso in 7 anni ha avuto un solo obiettivo, a suo modo trumpiano (senza averne i difetti): “Make Fiorentina Great Again”. La città, che ormai è rassegnata, in un brutto incubo, a subire un lutto all’anno, glielo riconoscerà ad agosto, quando celebrerà il centenario della nascita della Fiorentina. Questa grande storia viola, caro Rocco, è anche tua. E te ne saremo sempre grati.

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La “Pompei gallese”? In realtà è una villa romana ma è una “scoperta straordinaria”

Gli inglesi – o meglio, i britannici – l’hanno già ribattezzata “la Pompei gallese”. Un entusiasmo comprensibile, ma che fa sorridere chi ricorda che Pompei non è una villa, bensì un’intera città romana che fu sconvolta e seppellita con i suoi abitanti sotto la cenere dal Vesuvio. Eppure, sotto appena un metro di terreno in un parco storico del Galles, gli archeologi hanno effettivamente individuato qualcosa di notevole: quella che potrebbe essere la più grande villa romana mai scoperta nella regione.

Il ritrovamento, come ha raccontato la BBC, è avvenuto nel quartiere di Margam, a Port Talbot, grazie al progetto ArchaeoMargam, una collaborazione tra l’Università di Swansea, il Consiglio di Neath Port Talbot e la Chiesa dell’Abbazia di Margam. Niente scavi spettacolari con affreschi riemersi alla luce del sole, almeno per ora: a svelare la presenza del complesso sono stati sofisticati strumenti di rilevamento geofisico, che hanno permesso di “vedere” sotto il terreno senza muovere una zolla.

Secondo i ricercatori, le immagini restituiscono un complesso romano di dimensioni e stato di conservazione eccezionali per l’area. “È una scoperta straordinaria”, ha dichiarato Alex Langlands, coordinatore del progetto e docente all’Università di Swansea. “Sapevamo che avremmo trovato tracce del periodo romano-britannico, ma non ci aspettavamo un complesso così ben definito”.

La villa, sempre secondo le ricostruzioni, misura circa 572 metri quadrati. Nella parte anteriore si distinguono sei stanze principali, collegate tramite due corridoi a un’area posteriore con altre otto stanze. L’edificio principale è racchiuso in un’area murata di circa 43 per 55 metri, che potrebbe riutilizzare strutture difensive risalenti all’età del ferro. Accanto alla villa emerge inoltre un edificio a navata, probabilmente destinato a funzioni collettive: un magazzino, una sala di rappresentanza o di riunione. La posizione esatta del sito, per ora, resta segreta, per proteggerlo da curiosi e tombaroli.

Intervistato dalla Bbc, Langlands ha ipotizzato che la villa appartenesse a un personaggio di rango elevato. “Probabilmente ospitava un dignitario locale – ha spiegato – Come centro di un grande fondo agricolo, doveva essere un luogo molto frequentato”. È ancora presto per stabilire con precisione la datazione, lo stile architettonico o l’identità dei costruttori, ma già dai rilievi geofisici – assicurano gli studiosi – si intuisce l’importanza del sito e il ruolo che Margam potrebbe aver avuto nello sviluppo sociale, culturale ed economico del Galles nel primo millennio.

Margam, del resto, non è nuova alle sorprese archeologiche. L’area è ricca di testimonianze preistoriche, dai tumuli funerari dell’età del bronzo ai forti dell’età del ferro, e vanta anche un patrimonio medievale significativo, come le pietre iscritte del VI secolo conservate nel Margam Stones Museum e i resti dell’abbazia del XII secolo. La presenza romana, invece, finora sembrava marginale: solo pochi reperti sparsi, tra cui un miglio romano dedicato all’imperatore Postumo, oggi esposto al National Museum of Wales di Cardiff. Ora, però, lo scenario potrebbe cambiare. Con una battuta che tradisce l’entusiasmo del momento, Langlands ha definito il sito “la Pompei di Port Talbot”, aggiungendo che la villa potrebbe essere soltanto la punta dell’iceberg. “Dove ci sono ville come questa – ha spiegato – è quasi certo che esistano anche altri edifici: strade romane, terme, centri commerciali, piccoli insediamenti agricoli”. Insomma, magari non una Pompei – con buona pace del Vesuvio e dei manuali di storia – ma una scoperta che promette di riscrivere, questa sì, una parte importante del passato romano del Galles.

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Graziano Rossi risponde a Valentino: “Mi ha fatto firmare un foglio, mi sono fidato. Io e Ambra abbiamo deciso di sposarci”

La battaglia legale tra Valentino Rossi e il padre Graziano si trasforma in un botta e risposta a mezzo stampa. Raggiunto dal Corriere della Sera, il campione delle moto aveva espresso tutta la sua preoccupazione per le condizioni del padre, raccontando i suoi timori e le motivazioni dietro la sua scelta di arrivare alla denuncia verso la compagna. Graziano Rossi, oggi 71 anni, ha risposto con una serie di accuse, raccolte in un’intervista a Il Resto del Carlino. La principale: il figlio Valentino gli avrebbe fatto firmare un foglio a tradimento: sarebbe questo il modo in cui era diventato amministratore di sostegno, fino alla revoca disposta dal tribunale nel marzo scorso.

“Non ci vediamo spesso, ma spero che faccia un passo verso di me per colmare questa distanza”. Il fatto che il rapporto tra Valentino e Graziano sia ormai inesistente è l’unica cosa in comune nelle versioni dei due Rossi. Perché per il resto, i padre racconta la sua versione: “Valentino e i suoi collaboratori mi hanno convocato per farmi firmare un foglio, dicendomi che era una cosa che facevano tutti e non avrebbe avuto nessuna conseguenza. Uscivo da quattro ricoveri e due operazioni e fidandomi di mio figlio firmai senza sapere quali sarebbero state le conseguenze”. Così Graziano Rossi avrebbe fatto diventare il figlio suo amministratore di sostegno: “Valentino si è presentato qui, a casa mia, con altre persone. Ha presentato il foglio ed io ho firmato”.

Valentino Rossi ha invece spiegato: “La sua relazione sentimentale ha portato a una frattura totale con la famiglia. Niente, tagliati fuori, tutti, come se fossimo portatori di chissà quale minaccia”. “Un atteggiamento, se penso al mio babbo, che non riesco a spiegare e che mi porta a cercare di sapere come sta, che è successo per arrivare sino a questo punto”, ha proseguito il campione di Tavullia, giustificando così il suo tentativo di rimanere amministratore di sostegno. Dopo la revoca, è arrivata quindi la denuncia della compagna del padre, Ambra Arpino, per circonvenzione d’incapace.

Graziano Rossi invece difende la sua compagna e accusa gli altri familiari: “Nessuno della mia famiglia mi è stato mai di supporto. L’unica persona che si è preso cura di me è sempre solo stata la mia compagna Ambra”. E quindi l’annuncio: “Sì, abbiamo deciso di sposarci, non abbiamo ancora fissato il giorno ma sarà prima dell’estate. Io inviterò tutti, e spero che vengano a far festa”. Un invito che sa di provocazione. Anche perché poi arriva un’altra accusa: “A mio avviso la denuncia è maturata dal fatto che la mia famiglia, sempre assente con me, si sarebbe vista limitare le aspettative ereditarie”. Una circostanza che Valentino Rossi, stando alla sua versione, nega: “Il denaro, in questa storia, non ha alcuna rilevanza, per fortuna mia e anche di Graziano. Questa è una vicenda dettata dall’amore, non da altro. Una situazione che rende me, tutti noi, molto tristi“.

Il padre Graziano però tiene il punto, anche rispetto ai soldi usciti dal suo conto corrente, sarebbero 176mila euro: “Non devo assolutamente giustificare se ho contribuito al pagamento di una parte del mutuo della casa della mia compagna nella quale spesso vivo. Oggi con fiducia attendo che la magistratura possa valutare i fatti con serenità e completezza facendo emergere la verità”.

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Ritorno dei vitalizi in Basilicata, i cittadini chiedono il referendum: “È un privilegio inaccettabile”

I cittadini della Basilicata di mobilitano per cancellare i vitalizi, reintrodotti con un emendamento approvato dal Consiglio regionale a pochi giorni dal Natale. Prima sono state lanciate due petizioni online, adesso è nato un comitato – composto anche da sindacati e associazioni – per avviare formalmente l’iter per richiedere il referendum abrogativo contro quello che definiscono “un privilegio inaccettabile“. “A decidere saranno i cittadini”, assicurano i promotori anche se, al momento, ci sono alcuni problemi di carattere giuridico che impedirebbero l’attivazione di un percorso referendario in Basilicata.

Come anticipato dal Fatto Quotidiano, il Consiglio regionale ha modificato il trattamento previdenziale dei suoi ex componenti introducendo una pensione da circa 600 euro al mese, al compimento dei 65 anni, a fronte del versamento di 570 euro di contributi al mese per i 5 anni di mandato. E le somme arriveranno dal fondo di solidarietà introdotto nel 2017 (finanziato con la decurtazione del 10% della indennità dei consiglieri) che era destinato però a finalità sociali. È stata chiamata “indennità differita” e il provvedimento è stato approvato dalla maggioranza di centrodestra, col voto contrario del Movimento 5 stelle e dei civici cattolici di Basilicata casa comune. Astenuto il consigliere di Avs mentre non hanno partecipato al voto i consiglieri del Pd.

“Con un atto grave, opaco e moralmente inaccettabile – si legge nella nota diffusa dai firmatari della proposta di referendum – il Consiglio regionale della Basilicata ha reintrodotto i vitalizi mascherandoli sotto un nuovo nome: indennità differita. Lo ha fatto nel silenzio delle festività natalizie, attingendo persino a fondi destinati alla beneficenza. Un privilegio dal costo enorme, mentre migliaia di famiglie lucane faticano ad arrivare alla fine del mese. È una scelta irresponsabile – continuano – che colpisce al cuore il patto di fiducia tra istituzioni e cittadini. Chi lavora per tutta la vita lo fa per costruire la propria pensione, non per garantire rendite anticipate e privilegiate a una classe politica già ampiamente tutelata”. L’obiettivo è abrogare gli articoli 16 e 17 della legge regionale 30 dicembre 2025, n. 57. “Sarà una grande mobilitazione della società civile contro il ritorno di una politica che vorrebbe farsi casta. La Basilicata merita di più. E questa volta, a decidere, saranno i cittadini”, rimarcano i promotori.

Secondo quanto previsto dallo Statuto della Regione Basilicata, servono almeno 5mila firme di elettori per richiedere il referendum. Se ammessa, la consultazione popolare è valida se partecipa alla votazione almeno il 33 per cento degli aventi diritto e diventa efficace se raggiunge la maggioranza dei voti validamente espressi. Il problema, come spiegano le due consigliere regionali del Movimento 5 stelle, Alessia Araneo e Viviana Verri, è che “al momento non esistono le condizioni giuridiche per attivare un percorso referendario”. La consultazione popolare è sì prevista ma non è normata. “Nei mesi scorsi, insieme a tutte le forze di opposizione, abbiamo presentato una proposta di legge per disciplinare gli istituti di partecipazione democratica previsti dallo Statuto regionale ma di fatto ancora inattuabili”, spiega a ilfattoquotidiano.it la consigliere Araneo. Il testo è stato approvato in commissione ma adesso deve essere integrato con le indicazioni arrivate dalla Consulta di garanzia statutaria. Solo dopo la proposta potrà approdare in Consiglio regionale.

Proprio per questo le consigliere regionali del M5s annunciano che si apprestano “a depositare una proposta di legge per l’abrogazione dei vitalizi”, la cui introduzione “ha generato un’ondata di indignazione diffusa e trasversale, che attraversa territori, famiglie, lavoratori, amministratori locali, associazioni”. “Non si tratta”, spiegano, “di una polemica di parte, ma di una reazione collettiva a una decisione percepita come distante, ingiusta e moralmente inaccettabile. Questa scelta arriva mentre la Regione è alle prese con crisi industriali drammatiche, licenziamenti, un sistema sanitario sempre più fragile, uno spopolamento che svuota intere comunità e un’emergenza idrica che mette a rischio diritti fondamentali. In questo contesto, il messaggio che passa è devastante: mentre ai cittadini si chiedono sacrifici, la politica si garantisce tutele e benefici”. “Per questo abbiamo votato contro quella norma” e “rifiutiamo di aderire all’indennità differita“, sottolineano Araneo e Verri. “In queste ore – continuano – emerge con forza una richiesta di partecipazione democratica: molti cittadini invocano strumenti come il referendum, segno evidente di una distanza che non può più essere ignorata. Anche se al momento non esistono le condizioni giuridiche per attivare un percorso referendario, la politica ha il dovere di intercettare questa domanda di coinvolgimento e trasformarla in un’azione concreta“.

Dopo che i suoi consiglieri non hanno partecipato al voto, anche il Partito democratico contesta la decisione. Per il senatore Daniele Manca, commissario regionale del Pd Basilicata, “questa maggioranza ha smarrito il senso di marcia, guarda esclusivamente al potere e introduce misure utili agli eletti anziché alle famiglie e alle imprese. Una vergogna che chiediamo al governo di rimuovere”. Per l’esponente dem l’emendamento “presenta molte difformità rispetto al contesto costituzionale a partire dall’utilizzo parziale di un fondo istituito per finalità sociali. Anche la retroattività è insostenibile e priva di conformità costituzionale”. Per questo chiede al governo “di impugnare la norma e rimuovere un provvedimento truffaldino sotto il profilo della trasparenza e del metodo legislativo, sostenuto dal presidente Bardi e dalla sua maggioranza”.

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Il latitante “dimenticato” in Turchia rientra in Italia: Luciano Camporesi atteso a Fiumicino

Sta rientrando in Italia il latitante Luciano Camporesi, dopo aver trascorso mesi in un centro di accoglienza in Turchia in attesa del rilascio, da parte delle competenti autorità consolari, di un valido documento di identità. È il suo avvocato Gioacchino Genchi ad annunciare che Camporesi, accompagnato dalla polizia turca, è stato imbarcato a Istanbul in un volo per l’Italia e atterrerà oggi a Fiumicino dove sarà preso in consegna dalla polizia italiana.

Qualcosa, evidentemente, si è mosso dalle parti del ministero degli Esteri e del ministero della Giustizia. Nei giorni scorsi la vicenda è stata raccontata dal Fatto Quotidiano: l’Italia si è “dimenticata” di estradare Camporesi, rimasto bloccato in Turchia senza documenti, libero ma in “confinamento amministrativo”. Nato 51 anni fa a Rimini, era ricercato dal 2018 quando è sfuggito all’operazione “Pollino” dove, su richiesta della Dda di Reggio Calabria, il gip aveva disposto un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per traffico internazionale di droga gestito dalle cosche della Locride. Condannato in primo grado a 22 anni e 9 mesi di carcere, Camporesi deve adesso essere processato in secondo grado. La sua posizione è stata stralciata da quella degli altri imputati coinvolti nella maxi-inchiesta antidroga.

Durante la sua latitanza, il presunto trafficante di droga era stato arrestato in Turchia perché trovato in possesso di un documento di identità falso. Scontato un anno e mezzo di carcere, nel penitenziario di massima sicurezza ad Ankara, è stato trasferito in un centro per migranti irregolari, prima ad Antalya e poi di nuovo ad Ankara.
Mentre in Italia, la Dda di Reggio Calabria lo aspettava per processarlo, Camporesi è stato per 14 mesi l’unico italiano recluso in una delle 82 strutture per migranti finanziate dall’Unione Europea, pagate anche dalla collettività italiana.

Il tutto “in attesa del rilascio, da parte delle competenti autorità consolari, di un valido documento di identità”, ha spiegato il suo legale Genchi in una memoria inviata nelle settimane scorse alla Procura generale di Reggio Calabria, anticipando l’intenzione del suo assistito di costituirsi. Cosa che dovrebbe avvenire da qui a poco. Quando Camporesi scenderà dall’aereo, sarà arrestato dalla polizia di stato e accompagnato in carcere.

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Mattarella: “Preoccupa il ritorno di strategie predatorie. Cultura è strumento di dialogo e pace”

“L’immenso valore della cultura risalta ancor di più in questo periodo storico che ci porta molteplici motivi di preoccupazione, dove strategie predatorie sono riapparse con il loro carico di morte e devastazione. La cultura è strumento principe di dialogo e quindi di pace“. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla cerimonia di inaugurazione dell’Aquila capitale italiana della cultura 2026

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Referendum, Renzi evita le domande: “Ho già risposto”. Poi ai suoi dà “libertà totale” e dice: “Oggi governano le toghe brune”

A Milano Matteo Renzi apre l’assemblea nazionale di Italia Viva con un discorso di settanta minuti che spazia dall’Iran all’economia. Ma prova a tenersi lontano dal tema della giustizia e del referendum. Almeno fino a quando dalla platea, uno dei suoi sostenitori, invoca una parola sull’argomento. “Libertà totale sul referendum. C’è già chi ha preso posizione e chi no” spiega Renzi che nei giorni scorsi aveva dichiarato che annuncerà la sua scelta a una settimana dal voto. E si innervosisce quando glielo si chiede in qualità di “esperto di referendum costituzionali”. “Vuoi uno schemino? Parliamo d’altro, di Milano”, dice a ilfattoquotidiano.it. Dal palco però, il leader di Italia Viva non può sottrarsi allo stimolo del suo sostenitore e torna all’attacco: “Finché noi abbiamo un sistema in cui prima ancora di ragionare di separazione di carriere tra pm e giudici, noi abbiamo un governo governato dai magistrati, da Mantovano dalla dottoressa Bartolozzi – spiega Renzi – ci sono le toghe brune che stanno governando, la prima separazione delle carriere è quella tra il del potere politico da quello giudiziario”.

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“Hanno ritrovato mio papà, sono devastata. Questo è il viaggio più difficile che abbia mai fatto”: Helena Prestes vola dal papà disperso dopo un incidente in Brasile

Helena Prestes ha ritrovato il padre, dato per disperso dopo un incidente in Brasile. L’ex concorrente del Grande Fratello ha raccontato la storia su Instagram. L’uomo ha avuto un incidente ed è stato trasportato in ospedale. Tuttavia, non avendo i documenti con sé, lo staff medico e le autorità brasiliane non hanno avuto modo di identificarlo. La svolta è arrivata grazie a un cugino di Helena, che ha visto su un giornale locale, il Jornal Butantã, la foto dello zio in barella e con un collare cervicale. Il signor Prestes è caduto davanti a una macelleria di San Carlos e ha perso i sensi. Il cugino di Helena si è recato in ospedale dove ha confermato l’identità dello zio.

Non appena ricevuta la notizia, la 36enne ha fatto la valigia e ha acquistato un biglietto aereo per San Paolo, in Brasile. L’ex gieffina ha postato una foto su Instagram dall’aeroporto, accompagnata dalla scritta: “Io amo viaggiare, ma questo viaggio è in assoluto il più difficile che abbia mai fatto”. La donna ha ringraziato i followers per il sostegno durante i giorni difficili. Helena ha scritto: “Ringrazio tantissimo tutti. Il vostro aiuto è stato importante“. La showgirl è tornata in Brasile per assistere il padre, le cui condizioni sono ancora sconosciute. Sempre su Instagram, Prestes aveva dichiarato: “Sono devastata, abbiamo la speranza che sia in chirurgia perché è stato l’unico entrato senza documenti nell’ospedale”. La ragazza si è finalmente ricongiunta col padre. Nell’ultima foto postata tra le Stories di Instagram, si vede Helena che stringe la mano dell’uomo.

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“Malen è uno forte, fondamentale il ruolo di Ryan Friedkin”: dietro le parole di Gasperini le tensioni in casa Roma

C’è un Gasperini finalmente soddisfatto. E lo è, davvero, per Malen. L’attaccante arrivato a Roma solo venerdì, sarà con ogni probabilità già impegnato contro il Torino: “Abbiamo preso uno forte e lo abbiamo preso subito. È stato fondamentale il ruolo di Ryan Friedkin”, ha detto l’allenatore nella conferenza di presentazione della gara di campionato contro i granata (appuntamento domenica alle 18). Stona qualcosa? Forse. Perché dietro la soddisfazione, che con Gasperini non è sempre di casa (pubblicamente, sia chiaro), c’è anche un piccolo segnale di come, in realtà, proprio tutto in casa Roma non sia risolto.

Prosegue la conferenza. “Con Raspadori non ho mai parlato, con Malen sì. E in tre giorni abbiamo chiuso. Io non partecipo alle trattative”. E ancora: “Malen era un’opportunità importante e l’abbiamo colta, quando invece le operazioni diventano lunghe sono difficili da realizzare”. Manca ancora qualcosa? “Parlate con chi opera sul mercato, che per fortuna non è il mio settore. Nel mercato nascono e finiscono opportunità nel giro di un’ora. Io sono un uomo di campo e credo che servano cose veloci”.

Emergono tempi, emergono prospettive. Ma non i nomi. Non un nome, anzi. Quello di Frederic Massara, direttore sportivo dei giallorossi che già nelle scorse settimane era stato oggetto di uno scontro non proprio leggero con il suo allenatore. Gasperini, allora, aveva chiesto un confronto con Ranieri e soprattutto delle rassicurazioni su un mercato che alla fine ha portato due investimenti per complessivi 50 milioni di euro (Robinio Vaz e Malen, tra prestiti e diritti) ma non nei tempi che avrebbe sperato l’ex Atalanta.

Che comunque qualche rinforzo lo aspetta ancora. Cosa manca? Forse Zirkzee, che non è stato convocato dal Manchester United (e c’è il mercato dietro, con la Roma che resta alla finestra nonostante gli arrivi), forse un esterno offensivo, forse un difensore (per Fortini della Fiorentina è stata presentata un’offerta, già rifiutata, di 7 milioni, ma si tornerà alla carica).

Ma il punto è un altro. Non citare Massara in conferenza stampa, o ringraziare solo la famiglia Friedkin, è un altro segnale di come la scollatura sia presente, ma non per forza irrisolvibile. Anzi. In casa giallorossa c’è tutta l’intenzione di crescere in maniera progressiva e armonica, in tutte le componenti. Dando a Gasperini le chiavi di una squadra che può continuare a fare bene in campionato, anche nell’ottica di riconquistare quella Champions League che manca dal 2019. Tanto, troppo tempo.

Un obiettivo che può essere alla portata e che sarà ancora più chiaro dopo il calciomercato. Quando il nervosismo, forse, sarà un po’ di meno. E ci si potrà concentrare solo e soltanto sul campo.

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Il sindaco de L’Aquila Biondi (FdI): “Io antifascista? No, al massimo anti-juventino”. Poi se la prende con il giornalista

“Io antifascista? Dico semplicemente che mi conformo ai valori della Costituzione, non sono fascista, non sono anti-nulla, neanche anti-comunista“. Così il sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi, di Fratelli d”Italia ha risposto alle domande di alcuni giornalisti a margine della cerimonia di inaugurazione di L’Aquila Capitale cultura 2026. Il riferimento è a un’intervista rilasciata dal sindaco al Centro di ieri in cui si è definito ‘anti-juventino‘ ma non ‘anti-fascista’. “Penso – ha aggiunto il sindaco – che sia importante confrontarsi con le ideologie con la serenità di chi non è un manicheo. E io non sono un manicheo, sono un laico nonostante la mia formazione, come è noto a tutti, sia stata fatta per intero nelle fila della destra italiana”. Alla domanda di un giornalista, il primo cittadino ha risposto infastidito: “Non ha capito la battuta ironica, mi dispiace per lei”. “Un giornalista – ha detto – deve essere più attento a certe sfumature altrimenti non capisce la complessità della vita. Quindi magari la prossima volta gliela rispiego con calma in privato”. Il sindaco si è confrontato anche sulla partecipazione a eventi legati a commemorazioni legate all’estrema destra. “Lo dico liberamente – ha sottolineato – che delle persone che si riuniscono per celebrare delle vittime di cui tra l’altro non si conoscono gli assassini abbiano tutto il diritto di farlo nei limiti delle leggi e della convivenza pacifica”. Infine, una domanda sulla possibilità di togliere il simbolo della fiamma dal logo dei Fratelli d’Italia. “Non sono d’accordo“, ha concluso

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Clamoroso a Manchester: lo United affidato a Carrick stende il City di Guardiola

Dopo tre pareggi e una cocente eliminazione in FA Cup, il Manchester United risorge improvvisamente in un pomeriggio di metà gennaio all’Old Trafford: la banda dei Red Devils, affidata ad interim a Michael Carrick, batte 2 a 0 il City di Pep Guardiola nel derby. Un risultato sorprendente anche per come è maturato: lo United, pur lasciando il possesso palla ai rivali, ha di fatto dominato in quanto a produzione offensiva, con 7 tiri in porta a 1 e addirittura altri tre gol annullati per fuorigioco ravvisato dal Var. Con questo successo, la squadra di Carrick si rilancia nella lotta al quarto posto. Soprattutto, però, il City rischia di dire definitivamente addio alle ambizioni di titolo: l’Arsenal pare ormai troppo distante.

A decidere il derby di Manchester sono stati nella ripresa i gol di Mbeumo e di Dorgu (ex Lecce) al 65esimo al 76esimo. Già nel primo tempo, però, lo United aveva fatto capire di sapersi difendere con ordine ed essere pericoloso in contropiede, come dimostrano i due gol annullati a Diallo e Bruno Fernandes. Nella ripresa poi il copione di Carrick – al suo secondo debutto sulla panchina della United – ha funzionato alla perfezione, mentre le trame di Guardiola si confermano ancora sterili, come troppo volte accade al City anche in questa stagione.

Dopo l’esonero choc di Amorim a inizio anno, la stagione del Manchester United sembrava destinata a un altro tracollo. Ha salutato le due coppe nazionali, FA Cup e quella di Lega, al primo turno: non succedeva dal 1981-82. Non che la situazione sia ora cambiata drasticamente: fuori dall’Europa, è condannato a una stagione in cui l’unico obiettivo possibile è il ritorno in Champions. In questo senso, il risultato del derby è quanto meno una boccata d’ossigeno e un segnale di vita incoraggiante.

Carrick, che aveva già allenato il club per tre partite nel 2021 dopo l’esonero di Ole Solskjaer, è un ex molto amato dal popolo United. Ex centrocampista, tra i simboli dell’era-Ferguson, 44 anni, ha giocato 464 gare in tutte le competizioni con i Red Devils tra il 2006 e il 2018. Era senza lavoro da quando è stato licenziato dal Middlesbrough, club di Championship, lo scorso giugno, dopo due anni e mezzo alla guida del Boro. Ora ha l’occasione d’oro: se dovesse centrare il quarto posto, chissà che non possa essere confermato alla guida dei Red Devils.

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Crans-Montana, un 16enne ricoverato al Niguarda esce dal coma. Nel bar Costellation trovati anche petardi illegali

Esce dal coma farmacologico dopo due settimane, il sedicenne romano rimasto gravemente ferito nell’incendio scoppiato la notte di Capodanno nel bar Le Constellation di Crans-Montana, in Svizzera. Ricoverato all’ospedale Niguarda di Milano insieme ad altri giovani coinvolti nella tragedia, il ragazzo è stato estubato, ha lasciato la terapia intensiva ed è stato trasferito nel centro grandi ustioni. Un passaggio clinico delicato ma fondamentale, che apre uno spiraglio di speranza dopo giorni di grande apprensione.

Al risveglio, il giovane ha pronunciato poche frasi: “Posso andare in gita con la scuola? E i miei amici dove sono?” ha mormorato ai genitori. Parole che raccontano una ripresa graduale dello stato di coscienza e che, come spiega il padre, fanno intravedere “una luce in fondo al tunnel, ma ancora con un’enorme cautela”. La prima preoccupazione del ragazzo è stata proprio per i compagni di classe: ricordava che in questi giorni era prevista una gita scolastica a Milano sui luoghi manzoniani, alla quale desiderava partecipare. Proprio durante quella trasferta, i suoi compagni hanno incontrato i genitori al Niguarda per portare il loro sostegno e consegnare messaggi e pensieri per Manfredi. “Ci ha chiesto anche dei nonni e di suo fratello” racconta ancora il padre.

Sul fronte medico, resta alta l’attenzione per il rischio di infezioni, una delle principali complicanze nei pazienti con ustioni gravi, soprattutto quando sono coinvolte le vie respiratorie per l’inalazione di fumi tossici. La Regione Lombardia si è attivata per garantire ai feriti una terapia antibiotica altamente specialistica come ha annunciato l’assessore regionale al Welfare Guido Bertolaso, spiegando che gli specialisti hanno individuato la necessità di utilizzare un antibiotico di ultima generazione che associa sulbactam e durlobactam, un farmaco non di uso comune. “Regione Lombardia si è mossa immediatamente per assicurare l’importazione del medicinale dall’estero”, ha chiarito Bertolaso, aggiungendo che, in attesa dell’arrivo, è stato avviato anche il reperimento sul territorio nazionale. Humanitas ha fornito una prima disponibilità immediata, mentre ulteriori dosi sono arrivate dall’ospedale San Martino di Genova grazie a un trasporto coordinato da AREU. L’assessore ha ringraziato la direzione di Humanitas, l’assessore ligure alla Sanità Massimo Nicolò e il professor Matteo Bassetti per la collaborazione rapida ed efficace.

Intanto, sul versante investigativo, emergono elementi sempre più inquietanti sulle cause e sulla dinamica dell’incendio che ha provocato 40 morti e oltre 100 feriti. Un primo rapporto degli inquirenti svizzeri riferisce del ritrovamento, all’interno del locale distrutto dalle fiamme, di una grande quantità di materiale pirotecnico. Tra le macerie sono state rinvenute 25 fontane pirotecniche, mentre altre 100 erano stoccate e pronte per l’utilizzo. Si tratta di dispositivi che producono scintille e fiamme con effetti anche acustici, descritti nel rapporto come involucri non metallici contenenti composizioni pirotecniche ad alto potenziale di rischio in ambienti chiusi. Nel locale sarebbero stati trovati anche petardi illegali, un dettaglio che rafforza i sospetti su una gestione estremamente pericolosa della serata di Capodanno. Le autorità stanno ora valutando il ruolo che questi materiali potrebbero aver avuto nello sviluppo e nella rapidità dell’incendio, mentre l’inchiesta procede per accertare responsabilità penali e violazioni delle norme di sicurezza.

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Iran, Renzi contro Renzi: prima critica chi organizza le manifestazioni “per posizionamento di politica interna”. E 30 secondi dopo lancia la sua

Prima critica chi organizza manifestazioni per l’Iran per “meccanismi di posizionamento politico”. Ma nemmeno trenta secondi dopo lancia un flash mob di fronte all’ambasciata iraniana. Dal palco dell’assemblea nazionale di Italia Viva di Milano, Matteo Renzi torna a parlare della crisi in Iran e delle manifestazioni contro il regime di Teheran di questi giorni e lancia un’iniziativa. “Una cosa semplice, martedì alle 18.30 a Roma davanti all’ambasciata e in tutta Italia, portatevi una sigaretta, senza chiamare gli altri partiti e senza chiamare i giornalisti” spiega dal palco mentre il suo discorso viene trasmesso in streaming in diretta e viene ripreso dalla agenzie stampa nazionale presenti. “Date fuoco a quell’immagine, dieci minuti, vi fate una foto – conclude Renzi – noi vi seguiremo in diretta su radio Leopolda”.

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