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Trump licenzia la portavoce della Casa Bianca dopo appena 5 giorni dal suo insiediamento (pieni di gaffe)

Katie Zacharia, portavoce della Casa Bianca, è stata licenziata dal presidente Trump dopo appena cinque giorni dal suo insediamento. Il presidente degli Stati Uniti, infatti, ha detto ai giornalisti di averle chiesto questa mattina di “ripensare” al proprio ruolo all’interno dell’amministrazione americana. “Katie, ne hai davvero bisogno? Non credo che tu ne abbia bisogno”, ha riferito di averle detto. Il tycoon ha affermato che i due ne avrebbero ridiscusso al suo rientro alla Casa Bianca e di voler comunque lasciare a lei la decisione finale; il New York Times e la Cnn, però, riferiscono che il licenziamento è già avvenuto.

Il profilo di Katie Zacharia ha attirato polemiche fin dalla sua nomina: Trump l’aveva definita “avvocata” durante la sua presentazione, ma i giornali americani avevano sollevato dubbi a riguardo dato che il suo nome non figurava negli albi professionali. Il Wall Street Journal poi, ha fatto emergere che la qualifica, effettivamente, non esisteva. La donna era già nota negli Stati Uniti e aveva già lavorato per Trump come consulente del gruppo che gestisce il profilo Truth del presidente. Zacharia poi era stata al centro del dibattito americano in seguito ad una conferenza stampa in cui si era mostrata molto incerta, pronunciando male delle parole e incappando in lapsus e inesattezze più di una volta.

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“Un petomane fantasma mette in fuga i giornalisti in attesa di Zelensky”: il racconto di Politico dalla sala stampa del Consiglio europeo

Fuggiti dalla sala stampa del Consiglio europeo. Ma non per colpa di un allarme bomba. I giornalisti in attesa del presidente ucraino Zelensky sono stati costretti a scappare per colpa del cattivo odore. Sembra, infatti, che un cronista da qualche giorno sia alle prese con problemi di flatulenza: come riporta la giornalista di Politico Zoya Sheftalovich, nascosto tra i media in attesa del leader ucraino c’era un “petomane fantasma” e anche ieri sera la puzza nella stanza aveva messo a dura prova i giornalisti presenti durante un briefing diplomatico. Una notizia del genere non può che infiammare la fantasia dei social: su X gli utenti si sono sbizzarriti, provando anche a ipotizzare il colpevole. Per esempio, Nicholas Lut scrive “She who smelt it, dealt it“, traducibile con “Chi la sente, ne è parente”: che la “petomane fantasma” non sia la stessa Shenftalovich?

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No Meloni Day, oltre 400mila studenti in piazza da Nord a Sud: “Vogliamo più aule e meno bombe”. E avvertono: “La nostra sarà una mobilitazione permanente. Se ci togliete il futuro, vi blocchiamo il presente”

Torino, Milano, Genova, Padova, Bologna, Roma, Napoli, Cagliari, Firenze, Venezia. Ci vorrebbe troppo spazio per scrivere l’elenco completo di tutte le città nelle quali gli studenti italiani sono scesi in piazza venerdì, per il “No Meloni Day“. Da Nord a Sud, secondo gli organizzatori sono stati oltre 400mila, tutti con lo stesso obiettivo: urlare al governo che la scuola italiana cade a pezzi e che studiare in questo Paese è sempre più difficile. Per il costo della vita, per il caro affitti e per il clima di repressione politica e culturale che si respira. Centinaia di migliaia di studenti hanno cantato e sfilato per le strade di tutta Italia per far capire alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, e a tutto il suo esecutivo, che non appoggiano le sue scelte. Che vogliono “più aule e meno bombe“. Perché, come spiega a ilfattoquotidiano.it Angela Verdecchia, coordinatrice nazionale della Rete degli Studenti Medi, non sono disposti ad accettare che la sicurezza, il diritto allo studio e il benessere di studenti e studentesse vengano trattati come “questioni secondarie”: “Vogliamo essere protagonisti del cambiamento, non spettatori di riforme calate dall’alto”.

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Sciopero degli studenti, il corteo a Torino

Student demonstration in Turin, Northwestern Italy, under the slogan "do like in France." The mobilization, which began in early October with the first high school occupations, continues to involve both secondary school and university students. The march takes place on the same day Fridays for Future called for the "climate strike."- Friday, October 16, 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse)

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Sciopero degli studenti, il corteo a Torino

Student demonstration in Turin, Northwestern Italy, under the slogan "do like in France." The mobilization, which began in early October with the first high school occupations, continues to involve both secondary school and university students. The march takes place on the same day Fridays for Future called for the "climate strike."- Friday, October 16, 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse)

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Sciopero degli studenti, il corteo a Bologna

Corteo Studentesco No Meloni Day Tafferugli con le forze dell’ordine davanti alla stazione di Bologna Bologna (Italia) 16 Ottobre 2026 (Photo Guido Calamosca/LaPresse) "No Meloni Day" Student Protest Skirmishes with law enforcement in front of Bologna station Oct 16, 2026 - Bologna - Italia (Guido Calamosca/LaPresse )

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Sciopero degli studenti, il corteo a Milano

Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero degli studenti, il corteo a Bologna

Corteo Studentesco No Meloni Day Tafferugli con le forze dell’ordine davanti alla stazione di Bologna Bologna (Italia) 16 Ottobre 2026 (Photo Guido Calamosca/LaPresse) "No Meloni Day" Student Protest Skirmishes with law enforcement in front of Bologna station Oct 16, 2026 - Bologna - Italia (Guido Calamosca/LaPresse )

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++ Corteo studenti Torino, lancio di sassi contro gli agenti ++

Il corteo degli studenti a Torino è arrivato in piazza Castello, dove alcune centinaia di manifestanti si sono staccati dal resto dei ragazzi, si sono coperti il volto e hanno lanciato sassi e torce di segnalazione verso le forze dell'ordine, 16 ottobre 2026. Le forze dell'ordine stanno rispondendo mettendo in azione gli idranti e con alcuni lacrimogeni. ANSA / Tino Romano ++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++The student march in Turin reached Piazza Castello, where several hundred protesters broke away from the main group, covered their faces, and threw stones and flares at law enforcement officers, October 16, 2026. Police are responding by deploying water cannons and some tear gas. ANSA / Tino Romano

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++ Corteo studenti Torino, lancio di sassi contro gli agenti ++

Il corteo degli studenti a Torino è arrivato in piazza Castello, dove alcune centinaia di manifestanti si sono staccati dal resto dei ragazzi, si sono coperti il volto e hanno lanciato sassi e torce di segnalazione verso le forze dell'ordine, 16 ottobre 2026. Le forze dell'ordine stanno rispondendo mettendo in azione gli idranti e con alcuni lacrimogeni. ANSA / Tino Romano ++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++The student march in Turin reached Piazza Castello, where several hundred protesters broke away from the main group, covered their faces, and threw stones and flares at law enforcement officers, October 16, 2026. Police are responding by deploying water cannons and some tear gas. ANSA / Tino Romano

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++ Corteo studenti Torino, lancio di sassi contro gli agenti ++

Il corteo degli studenti a Torino è arrivato in piazza Castello, dove alcune centinaia di manifestanti si sono staccati dal resto dei ragazzi, si sono coperti il volto e hanno lanciato sassi e torce di segnalazione verso le forze dell'ordine, 16 ottobre 2026. Le forze dell'ordine stanno rispondendo mettendo in azione gli idranti e con alcuni lacrimogeni. ANSA / Tino Romano ++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++The student march in Turin reached Piazza Castello, where several hundred protesters broke away from the main group, covered their faces, and threw stones and flares at law enforcement officers, October 16, 2026. Police are responding by deploying water cannons and some tear gas. ANSA / Tino Romano

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++ Corteo studenti Torino, lancio di sassi contro gli agenti ++

Il corteo degli studenti a Torino è arrivato in piazza Castello, dove alcune centinaia di manifestanti si sono staccati dal resto dei ragazzi, si sono coperti il volto e hanno lanciato sassi e torce di segnalazione verso le forze dell'ordine, 16 ottobre 2026. Le forze dell'ordine stanno rispondendo mettendo in azione gli idranti e con alcuni lacrimogeni. ANSA / Tino Romano ++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++The student march in Turin reached Piazza Castello, where several hundred protesters broke away from the main group, covered their faces, and threw stones and flares at law enforcement officers, October 16, 2026. Police are responding by deploying water cannons and some tear gas. ANSA / Tino Romano

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Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero degli studenti, il corteo a Milano

Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero degli studenti, il corteo a Milano

Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero degli studenti, il corteo a Milano

Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero degli studenti, il corteo a Milano

Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero degli studenti, il corteo a Milano

Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero degli studenti, il corteo a Milano

Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero degli studenti, il corteo a Bologna

Corteo Studentesco No Meloni Day Tafferugli con le forze dell’ordine davanti alla stazione di Bologna Bologna (Italia) 16 Ottobre 2026 (Photo Guido Calamosca/LaPresse) "No Meloni Day" Student Protest Skirmishes with law enforcement in front of Bologna station Oct 16, 2026 - Bologna - Italia (Guido Calamosca/LaPresse )

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Sciopero degli studenti, il corteo a Bologna

Corteo Studentesco No Meloni Day Tafferugli con le forze dell’ordine davanti alla stazione di Bologna Bologna (Italia) 16 Ottobre 2026 (Photo Guido Calamosca/LaPresse) "No Meloni Day" Student Protest Skirmishes with law enforcement in front of Bologna station Oct 16, 2026 - Bologna - Italia (Guido Calamosca/LaPresse )

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Sciopero degli studenti, il corteo a Bologna

Corteo Studentesco No Meloni Day Tafferugli con le forze dell’ordine davanti alla stazione di Bologna Bologna (Italia) 16 Ottobre 2026 (Photo Guido Calamosca/LaPresse) "No Meloni Day" Student Protest Skirmishes with law enforcement in front of Bologna station Oct 16, 2026 - Bologna - Italia (Guido Calamosca/LaPresse )

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Studenti su monumento a Vittorio Emanuele II, slogan contro Vannacci

Gli insegnanti a sostegno deI corteo contro il cambiamento climatico dei ragazzi di Friday for Future e deli studenti contro il degrado della scuola. Torino 16 ottobre 2026 ANSA/TINO ROMANO ++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ Teachers supporting the march against climate change organized by the "Fridays for Future" youth movement, and students protesting against the deterioration of schools. Turin, October 16, 2026. ANSA/TINO ROMANO

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Studenti su monumento a Vittorio Emanuele II, slogan contro Vannacci

Gli insegnanti a sostegno deI corteo contro il cambiamento climatico dei ragazzi di Friday for Future e deli studenti contro il degrado della scuola. Torino 16 ottobre 2026 ANSA/TINO ROMANO ++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ Teachers supporting the march against climate change organized by the "Fridays for Future" youth movement, and students protesting against the deterioration of schools. Turin, October 16, 2026. ANSA/TINO ROMANO

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Studenti in corteo verso il centro di Torino

Il corteo contro il cambiamento climatico dei ragazzi di Friday for Future e gli studenti contro il degrado della scuola in corteo per il centro di Torino, 16 ottobre 2026 ANSA/TINO ROMANO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++A march against climate change by the "Fridays for Future" group, alongside students protesting the deterioration of their schools, moves through the center of Turin, October 16, 2026. ANSA/TINO ROMANO

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Sciopero degli studenti, il corteo a Bologna

Corteo Studentesco No Meloni Day Tafferugli con le forze dell’ordine davanti alla stazione di Bologna Bologna (Italia) 16 Ottobre 2026 (Photo Guido Calamosca/LaPresse) "No Meloni Day" Student Protest Skirmishes with law enforcement in front of Bologna station Oct 16, 2026 - Bologna - Italia (Guido Calamosca/LaPresse )

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Sciopero degli studenti, il corteo a Bologna

Corteo Studentesco No Meloni Day Tafferugli con le forze dell’ordine davanti alla stazione di Bologna Bologna (Italia) 16 Ottobre 2026 (Photo Guido Calamosca/LaPresse) "No Meloni Day" Student Protest Skirmishes with law enforcement in front of Bologna station Oct 16, 2026 - Bologna - Italia (Guido Calamosca/LaPresse )

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Studenti su monumento a Vittorio Emanuele II, slogan contro Vannacci

Momenti di tensione al corteo contro il cambiamento climatico dei ragazzi di Friday for Future e degli studenti contro il degrado della scuola. Torino 16 ottobre 2026 ANSA/TINO ROMANO-- Moments of tension during a protest against climate change, organized by the Fridays for Future movement and students speaking out against the deterioration of schools. Turin, October 16, 2026. ANSA/TINO ROMANO

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Sciopero degli studenti, il corteo a Torino

Student demonstration in Turin, Northwestern Italy, under the slogan "do like in France." The mobilization, which began in early October with the first high school occupations, continues to involve both secondary school and university students. The march takes place on the same day Fridays for Future called for the "climate strike."- Friday, October 16, 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse)

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Studenti su monumento a Vittorio Emanuele II, slogan contro Vannacci

Il corteo contro il cambiamento climatico dei ragazzi di Friday for Future e degli studenti contro il degrado della scuola, Torino 16 ottobre 2026 ANSA/TINO ROMANO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++--- A march against climate change by the Fridays for Future group and students protesting against the deterioration of schools, Turin, October 16, 2026. ANSA/TINO ROMANO

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Sciopero degli studenti, il corteo a Torino

Student demonstration in Turin, Northwestern Italy, under the slogan "do like in France." The mobilization, which began in early October with the first high school occupations, continues to involve both secondary school and university students. The march takes place on the same day Fridays for Future called for the "climate strike."- Friday, October 16, 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse)

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Sciopero degli studenti, il corteo a Torino

Student demonstration in Turin, Northwestern Italy, under the slogan "do like in France." The mobilization, which began in early October with the first high school occupations, continues to involve both secondary school and university students. The march takes place on the same day Fridays for Future called for the "climate strike."- Friday, October 16, 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse)

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'No Meloni Day' a Cagliari, 600 studenti in corteo 'scuola non si tocca'

Il corteo di circa 600 studenti del 'No Meloni Day' a Cagliari, al motto di 'la scuola non si tocca', 16 ottobre 2026 ANSA / Francesca Melis +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA++

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Dopo occupazione licei, manifestazione studenti in centro a Genova

Un momento della manifestazione degli studenti delle scuole superiori genovesi partiti da piazza De Ferrari. Genova, 16 ottobre 2026 ANSA/LUCA ZENNARO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ A scene from the demonstration by high school students in Genoa, who set off from Piazza De Ferrari. Genoa, October 16, 2026 ANSA/LUCA ZENNARO

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Dopo occupazione licei, manifestazione studenti in centro a Genova

Un momento della manifestazione degli studenti delle scuole superiori genovesi partiti da piazza De Ferrari. Genova, 16 ottobre 2026 ANSA/LUCA ZENNARO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ A scene from the demonstration by high school students in Genoa, who set off from Piazza De Ferrari. Genoa, October 16, 2026 ANSA/LUCA ZENNARO

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Dopo occupazione licei, manifestazione studenti in centro a Genova

Un momento della manifestazione degli studenti delle scuole superiori genovesi partiti da piazza De Ferrari. Genova, 16 ottobre 2026 ANSA/LUCA ZENNARO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ A scene from the demonstration by high school students in Genoa, who set off from Piazza De Ferrari. Genoa, October 16, 2026 ANSA/LUCA ZENNARO

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Dopo occupazione licei, manifestazione studenti in centro a Genova

Un momento della manifestazione degli studenti delle scuole superiori genovesi partiti da piazza De Ferrari. Genova, 16 ottobre 2026 ANSA/LUCA ZENNARO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ A scene from the demonstration by high school students in Genoa, who set off from Piazza De Ferrari. Genoa, October 16, 2026 ANSA/LUCA ZENNARO

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Dopo occupazione licei, manifestazione studenti in centro a Genova

Un momento della manifestazione degli studenti delle scuole superiori genovesi partiti da piazza De Ferrari. Genova, 16 ottobre 2026 ANSA/LUCA ZENNARO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ A scene from the demonstration by high school students in Genoa, who set off from Piazza De Ferrari. Genoa, October 16, 2026 ANSA/LUCA ZENNARO

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Studenti in corteo verso il centro di Torino

Il corteo contro il cambiamento climatico dei ragazzi di Friday for Future e gli studenti contro il degrado della scuola in corteo per il centro di Torino, 16 ottobre 2026 ANSA/TINO ROMANO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++A march against climate change by the "Fridays for Future" group, alongside students protesting the deterioration of their schools, moves through the center of Turin, October 16, 2026. ANSA/TINO ROMANO

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Dopo occupazione licei, manifestazione studenti in centro a Genova

Un momento della manifestazione degli studenti delle scuole superiori genovesi partiti da piazza De Ferrari. Genova, 16 ottobre 2026 ANSA/LUCA ZENNARO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ A scene from the demonstration by high school students in Genoa, who set off from Piazza De Ferrari. Genoa, October 16, 2026 ANSA/LUCA ZENNARO

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Dopo occupazione licei, manifestazione studenti in centro a Genova

Un momento della manifestazione degli studenti delle scuole superiori genovesi partiti da piazza De Ferrari. Genova, 16 ottobre 2026 ANSA/LUCA ZENNARO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ A scene from the demonstration by high school students in Genoa, who set off from Piazza De Ferrari. Genoa, October 16, 2026 ANSA/LUCA ZENNARO

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Dopo occupazione licei, manifestazione studenti in centro a Genova

Un momento della manifestazione degli studenti delle scuole superiori genovesi partiti da piazza De Ferrari. Genova, 16 ottobre 2026 ANSA/LUCA ZENNARO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ A scene from the demonstration by high school students in Genoa, who set off from Piazza De Ferrari. Genoa, October 16, 2026 ANSA/LUCA ZENNARO

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Dopo occupazione licei, manifestazione studenti in centro a Genova

Un momento della manifestazione degli studenti delle scuole superiori genovesi partiti da piazza De Ferrari. Genova, 16 ottobre 2026 ANSA/LUCA ZENNARO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ A scene from the demonstration by high school students in Genoa, who set off from Piazza De Ferrari. Genoa, October 16, 2026 ANSA/LUCA ZENNARO

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Dopo occupazione licei, manifestazione studenti in centro a Genova

Un momento della manifestazione degli studenti delle scuole superiori genovesi partiti da piazza De Ferrari. Genova, 16 ottobre 2026 ANSA/LUCA ZENNARO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ A scene from the demonstration by high school students in Genoa, who set off from Piazza De Ferrari. Genoa, October 16, 2026 ANSA/LUCA ZENNARO

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Dopo occupazione licei, manifestazione studenti in centro a Genova

Un momento della manifestazione degli studenti delle scuole superiori genovesi partiti da piazza De Ferrari. Genova, 16 ottobre 2026 ANSA/LUCA ZENNARO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ A scene from the demonstration by high school students in Genoa, who set off from Piazza De Ferrari. Genoa, October 16, 2026 ANSA/LUCA ZENNARO

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Liceali in corteo a Roma, 'siamo 20mila'

Il corteo degli studenti in centro a Roma, arriva la Colosseo e punta a raggiungere la sede del ministero dell'Istruzione a viale Trastevere, 16 ottobre 2026 +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ Gli studenti scandiscono cori antifascisti, ma anche slogan contro il Pd e la Cgil. Uno striscione dà appuntamento al 30 ottobre per lo sciopero generale. ANSA / Fabio Cimaglia --- A student march in the center of Rome reaches the Colosseum, heading toward the Ministry of Education headquarters on Viale Trastevere, October 16, 2026. The students are chanting anti-fascist slogans, as well as slogans directed against the Democratic Party (PD) and the CGIL trade union. A banner calls for participation in a general strike on October 30. ANSA / Fabio Cimaglia

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Liceali in corteo a Roma, 'siamo 20mila'

Il corteo degli studenti in centro a Roma, arriva la Colosseo e punta a raggiungere la sede del ministero dell'Istruzione a viale Trastevere, 16 ottobre 2026 +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ Gli studenti scandiscono cori antifascisti, ma anche slogan contro il Pd e la Cgil. Uno striscione dà appuntamento al 30 ottobre per lo sciopero generale. ANSA / Fabio Cimaglia --- A student march in the center of Rome reaches the Colosseum, heading toward the Ministry of Education headquarters on Viale Trastevere, October 16, 2026. The students are chanting anti-fascist slogans, as well as slogans directed against the Democratic Party (PD) and the CGIL trade union. A banner calls for participation in a general strike on October 30. ANSA / Fabio Cimaglia

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Liceali in corteo a Roma, 'siamo 20mila'

Il corteo degli studenti in centro a Roma, arriva la Colosseo e punta a raggiungere la sede del ministero dell'Istruzione a viale Trastevere, 16 ottobre 2026 +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ Gli studenti scandiscono cori antifascisti, ma anche slogan contro il Pd e la Cgil. Uno striscione dà appuntamento al 30 ottobre per lo sciopero generale. ANSA / Fabio Cimaglia --- A student march in the center of Rome reaches the Colosseum, heading toward the Ministry of Education headquarters on Viale Trastevere, October 16, 2026. The students are chanting anti-fascist slogans, as well as slogans directed against the Democratic Party (PD) and the CGIL trade union. A banner calls for participation in a general strike on October 30. ANSA / Fabio Cimaglia

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Dopo occupazione licei, manifestazione studenti in centro a Genova

Un momento della manifestazione degli studenti delle scuole superiori genovesi partiti da piazza De Ferrari. Genova, 16 ottobre 2026 ANSA/LUCA ZENNARO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ A scene from the demonstration by high school students in Genoa, who set off from Piazza De Ferrari. Genoa, October 16, 2026 ANSA/LUCA ZENNARO

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Dopo occupazione licei, manifestazione studenti in centro a Genova

Un momento della manifestazione degli studenti delle scuole superiori genovesi partiti da piazza De Ferrari. Genova, 16 ottobre 2026 ANSA/LUCA ZENNARO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ A scene from the demonstration by high school students in Genoa, who set off from Piazza De Ferrari. Genoa, October 16, 2026 ANSA/LUCA ZENNARO

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Liceali in corteo a Roma, 'siamo 20mila'

Il corteo degli studenti in centro a Roma, arriva la Colosseo e punta a raggiungere la sede del ministero dell'Istruzione a viale Trastevere, 16 ottobre 2026 +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ Gli studenti scandiscono cori antifascisti, ma anche slogan contro il Pd e la Cgil. Uno striscione dà appuntamento al 30 ottobre per lo sciopero generale. ANSA / Fabio Cimaglia --- A student march in the center of Rome reaches the Colosseum, heading toward the Ministry of Education headquarters on Viale Trastevere, October 16, 2026. The students are chanting anti-fascist slogans, as well as slogans directed against the Democratic Party (PD) and the CGIL trade union. A banner calls for participation in a general strike on October 30. ANSA / Fabio Cimaglia

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Liceali in corteo a Roma, 'siamo 20mila'

Il corteo degli studenti in centro a Roma, arriva la Colosseo e punta a raggiungere la sede del ministero dell'Istruzione a viale Trastevere, 16 ottobre 2026 +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ Gli studenti scandiscono cori antifascisti, ma anche slogan contro il Pd e la Cgil. Uno striscione dà appuntamento al 30 ottobre per lo sciopero generale. ANSA / Fabio Cimaglia --- A student march in the center of Rome reaches the Colosseum, heading toward the Ministry of Education headquarters on Viale Trastevere, October 16, 2026. The students are chanting anti-fascist slogans, as well as slogans directed against the Democratic Party (PD) and the CGIL trade union. A banner calls for participation in a general strike on October 30. ANSA / Fabio Cimaglia

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Dopo occupazione licei, manifestazione studenti in centro a Genova

Un momento della manifestazione degli studenti delle scuole superiori genovesi partiti da piazza De Ferrari. Genova, 16 ottobre 2026 ANSA/LUCA ZENNARO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ A scene from the demonstration by high school students in Genoa, who set off from Piazza De Ferrari. Genoa, October 16, 2026 ANSA/LUCA ZENNARO

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Sciopero degli studenti, il corteo a Torino

Student demonstration in Turin, Northwestern Italy, under the slogan "do like in France." The mobilization, which began in early October with the first high school occupations, continues to involve both secondary school and university students. The march takes place on the same day Fridays for Future called for the "climate strike."- Friday, October 16, 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse)

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Sciopero degli studenti, il corteo a Torino

Student demonstration in Turin, Northwestern Italy, under the slogan "do like in France." The mobilization, which began in early October with the first high school occupations, continues to involve both secondary school and university students. The march takes place on the same day Fridays for Future called for the "climate strike."- Friday, October 16, 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse)

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Studenti in corteo verso il centro di Torino

Il corteo contro il cambiamento climatico dei ragazzi di Friday for Future e gli studenti contro il degrado della scuola in corteo per il centro di Torino, 16 ottobre 2026 ANSA/TINO ROMANO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ ++FOTO DIFFUSA DAGLI STUDENTI ++ USARE SOLO PER ILLUSTRARE OGGI LA NOTIZIA INDICATA NEL TITOLO - NON ARCHIVIARE FOTO NON IN VENDITA - DA USARE SOLO PER FINI GIORNALISTICI - NPK+++ --- A march against climate change by the "Fridays for Future" group, alongside students protesting the deterioration of their schools, moves through the center of Turin, October 16, 2026. ANSA/TINO ROMANO

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Studenti in corteo verso il centro di Torino

Il corteo contro il cambiamento climatico dei ragazzi di Friday for Future e gli studenti contro il degrado della scuola in corteo per il centro di Torino, 16 ottobre 2026 ANSA/TINO ROMANO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ ++FOTO DIFFUSA DAGLI STUDENTI ++ USARE SOLO PER ILLUSTRARE OGGI LA NOTIZIA INDICATA NEL TITOLO - NON ARCHIVIARE FOTO NON IN VENDITA - DA USARE SOLO PER FINI GIORNALISTICI - NPK+++ --- A march against climate change by the "Fridays for Future" group, alongside students protesting the deterioration of their schools, moves through the center of Turin, October 16, 2026. ANSA/TINO ROMANO

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Sciopero degli studenti, il corteo a Torino

Student demonstration in Turin, Northwestern Italy, under the slogan "do like in France." The mobilization, which began in early October with the first high school occupations, continues to involve both secondary school and university students. The march takes place on the same day Fridays for Future called for the "climate strike."- Friday, October 16, 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse)

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Sciopero degli studenti, il corteo a Torino

Student demonstration in Turin, Northwestern Italy, under the slogan "do like in France." The mobilization, which began in early October with the first high school occupations, continues to involve both secondary school and university students. The march takes place on the same day Fridays for Future called for the "climate strike."- Friday, October 16, 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse)

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Studenti in corteo verso il centro di Torino

Il corteo contro il cambiamento climatico dei ragazzi di Friday for Future e gli studenti contro il degrado della scuola in corteo per il centro di Torino, 16 ottobre 2026 ANSA/TINO ROMANO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ ++FOTO DIFFUSA DAGLI STUDENTI ++ USARE SOLO PER ILLUSTRARE OGGI LA NOTIZIA INDICATA NEL TITOLO - NON ARCHIVIARE FOTO NON IN VENDITA - DA USARE SOLO PER FINI GIORNALISTICI - NPK+++ --- A march against climate change by the "Fridays for Future" group, alongside students protesting the deterioration of their schools, moves through the center of Turin, October 16, 2026. ANSA/TINO ROMANO

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Studenti in corteo verso il centro di Torino

Il corteo contro il cambiamento climatico dei ragazzi di Friday for Future e gli studenti contro il degrado della scuola in corteo per il centro di Torino, 16 ottobre 2026 ANSA/TINO ROMANO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ ++FOTO DIFFUSA DAGLI STUDENTI ++ USARE SOLO PER ILLUSTRARE OGGI LA NOTIZIA INDICATA NEL TITOLO - NON ARCHIVIARE FOTO NON IN VENDITA - DA USARE SOLO PER FINI GIORNALISTICI - NPK+++ --- A march against climate change by the "Fridays for Future" group, alongside students protesting the deterioration of their schools, moves through the center of Turin, October 16, 2026. ANSA/TINO ROMANO

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Studenti in corteo verso il centro di Torino

Il corteo contro il cambiamento climatico dei ragazzi di Friday for Future e gli studenti contro il degrado della scuola in corteo per il centro di Torino, 16 ottobre 2026 ANSA/TINO ROMANO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ ++FOTO DIFFUSA DAGLI STUDENTI ++ USARE SOLO PER ILLUSTRARE OGGI LA NOTIZIA INDICATA NEL TITOLO - NON ARCHIVIARE FOTO NON IN VENDITA - DA USARE SOLO PER FINI GIORNALISTICI - NPK+++ --- A march against climate change by the "Fridays for Future" group, alongside students protesting the deterioration of their schools, moves through the center of Turin, October 16, 2026. ANSA/TINO ROMANO

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Studenti in corteo verso il centro di Torino

Il corteo contro il cambiamento climatico dei ragazzi di Friday for Future e gli studenti contro il degrado della scuola in corteo per il centro di Torino, 16 ottobre 2026 ANSA/TINO ROMANO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ ++FOTO DIFFUSA DAGLI STUDENTI ++ USARE SOLO PER ILLUSTRARE OGGI LA NOTIZIA INDICATA NEL TITOLO - NON ARCHIVIARE FOTO NON IN VENDITA - DA USARE SOLO PER FINI GIORNALISTICI - NPK+++ --- A march against climate change by the "Fridays for Future" group, alongside students protesting the deterioration of their schools, moves through the center of Turin, October 16, 2026. ANSA/TINO ROMANO

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Sciopero degli studenti, il corteo a Torino

Student demonstration in Turin, Northwestern Italy, under the slogan "do like in France." The mobilization, which began in early October with the first high school occupations, continues to involve both secondary school and university students. The march takes place on the same day Fridays for Future called for the "climate strike."- Friday, October 16, 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse)

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Sciopero degli studenti, il corteo a Torino

Student demonstration in Turin, Northwestern Italy, under the slogan "do like in France." The mobilization, which began in early October with the first high school occupations, continues to involve both secondary school and university students. The march takes place on the same day Fridays for Future called for the "climate strike."- Friday, October 16, 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse)

“La scuola non è un privilegio – prosegue Verdecchia -. Pretendiamo che questo principio si traduca in scelte e investimenti concreti”. Le richieste degli studenti, così come i problemi della scuola, sono tante: edifici sicuri, più personale scolastico, maggiori tutele per chi studia e lavora negli istituti e misure per contrastare il caro studio e il carovita, che rendono sempre più difficile proseguire il proprio percorso formativo. Ma c’è anche la contestazione delle politiche del governo, dal decreto Scuola al Ddl di Giuseppe Valditara, fino alla scelta di destinare miliardi alle spese militari anziché all’istruzione pubblica. Una mobilitazione che guarda anche oltre i confini italiani, sull’onda delle proteste dei coetanei in Francia e Spagna, e che rivendica il diritto dei ragazzi a partecipare alle decisioni sul proprio futuro. Perché, come recitava uno striscione esposto al corteo di Firenze: “Se ci togliete il futuro noi vi blocchiamo il presente”.

A Roma, dove secondo gli organizzatori sono scesi in piazza 20mila studenti, il corteo è partito dall’Esquilino e ha attraversato il centro fino a raggiungere il ministero dell’Istruzione, in viale Trastevere. Tra bandiere palestinesi, cartelli e cori contro il governo e il riarmo. A Milano, migliaia di ragazzi hanno sfilato dietro lo slogan “Nessuno è straniero”. A Firenze, almeno duemila studenti di una quindicina di istituti superiori si sono ritrovati in piazza San Marco, con striscioni contro i tagli alla scuola e le misure sugli alunni stranieri. Mobilitazioni anche in Veneto, con cortei a Padova, Venezia, Treviso e Vicenza, mentre a Bari centinaia di studenti hanno attraversato il centro cittadino per denunciare il carovita e le condizioni degli edifici scolastici. Ma la protesta ha coinvolto anche Torino, Genova, Bologna, Napoli e Cagliari, con cortei, striscioni e iniziative di contestazione. Davanti alla sede di Confindustria del capoluogo ligure è stato bruciato un carro armato di cartone. A Milano, invece, due immagini raffiguranti la premier e Valditara sono state appese a testa in giù vicino ad alcuni cassonetti e colpite con delle uova.

La maggior parte delle manifestazioni si è svolta pacificamente, con qualche momento di tensione, soprattutto a Torino e Roma. Nel capoluogo piemontese, in piazza Castello, alcuni manifestanti si sono staccati dal corteo, coprendosi il volto e lanciando pietre e altri oggetti contro le forze dell’ordine. La polizia ha caricato i giovani e usato gli idranti, costringendo i partecipanti ad allontanarsi verso via Po. Durante gli scontri, alcuni docenti e genitori hanno formato un cordone tra gli studenti e gli agenti. Il bilancio è di tre minorenni arrestati per resistenza aggravata a pubblico ufficiale e oltre 50 manifestanti identificati. A Roma, davanti al ministero dell’Istruzione, sono stati lanciati petardi e altri oggetti, provocando la reazione del ministro Valditara, che ha parlato di “aggressione alle istituzioni e teppismo politico”. Secondo i sindacati di polizia, nel corso della giornata una decina di agenti è rimasta ferita.

Da Bruxelles, Meloni ha commentato solo gli episodi di violenza, accusando i leader delle opposizioni di non averli condannati. “Sono sempre contenta quando c’è la mobilitazione. Cosa diversa è la violenza, sono le bombe carta, è aggredire le forze dell’ordine”, ha dichiarato la premier. Immediata la replica della segretaria del Pd Elly Schlein: “Non è colpa degli studenti che protestano se non riescono a pagare gli affitti e le scuole cadono a pezzi. Il governo si occupi degli italiani, anziché prendersela con loro”. Anche Giuseppe Conte ha criticato l’esecutivo per la mancata risposta alle emergenze sociali: “Quattro anni di nulla, solo 14 miliardi extra in armi e difesa”, ha commentato il leader del Movimento 5 Stelle. Mentre Angelo Bonelli ha ribadito la condanna di ogni forma di violenza, chiedendo però alla premier di “chiedere scusa agli studenti e agli insegnanti italiani”.

La mobilitazione degli studenti proseguirà ben oltre il “No Meloni Day”. La Rete degli Studenti Medi ha lanciato la campagna nazionale “Generazione Fuoriclasse”, con l’obiettivo di dare continuità alle proteste nelle scuole e nelle piazze. Il prossimo appuntamento è già fissato per sabato 17 ottobre a Roma, dove gli studenti confluiranno nella manifestazione della Via Maestra. E le iniziative proseguiranno fino al 20 novembre. “Le criticità della scuola non sono problemi individuali: sono questioni politiche e collettive, che richiedono risposte strutturali”, spiega ancora Verdecchia. L’obiettivo è costruire una mobilitazione permanente, perché “le decisioni sulla scuola non possono essere prese senza ascoltare chi la attraversa ogni giorno”, conclude la coordinatrice nazionale.

L'articolo No Meloni Day, oltre 400mila studenti in piazza da Nord a Sud: “Vogliamo più aule e meno bombe”. E avvertono: “La nostra sarà una mobilitazione permanente. Se ci togliete il futuro, vi blocchiamo il presente” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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No Meloni Day, la polizia “difende” la prefettura con l’idrante azionato sui manifestanti – Video

Momenti di tensione a Torino quando il corteo degli studenti ha raggiunto Piazza Castello, dove ha trovato gli agenti di polizia a presidio della Prefettura. La polizia ha azionato l’idrante a più riprese contro i manifestanti. Contro le forze dell’ordine poste a protezione dell’edificio sono stati lanciati bastoni, pietre, uova e bottiglie a cui i reparti hanno risposto con l’utilizzo a più riprese di un idrante, qualche carica di alleggerimento e il lancio di qualche lacrimogeno. Al termine delle manifestazioni la questura ha dato notizia dell’arresto di tre minorenni per resistenza a pubblico ufficiale e l’identificazione di altri 50 giovani.

Dopo il movimento dell’idrante e il lancio di lacrimogeni si è verificata anche una carica di alleggerimento della polizia; il gruppo è stato allontanato e si dirige verso il Po. Proseguono alcuni lanci di bottiglie verso le forze dell’ordine. Tra i manifestanti e la polizia un gruppo di insegnanti per mano ha creato una catena umana per impedire ulteriori contatti.

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Trump smentisce Musk: “Non siamo stati noi a depotenziare Starlink all’Ucraina”

Diventa un mistero la decisione di depotenziare il sistema Starlink necessario all’Ucraina per avere comunicazioni tempestive anche sulla linea del fronte e riuscire a intercettare in tempo gli attacchi lanciati dalla Russia. L’esercito e i vertici del governo, nei giorni scorsi, avevano denunciato il funzionamento parziale del sistema che si è protratto per giornate intere lasciando il Paese sotto il tiro dei missili e dei droni di Mosca. Inizialmente, si era pensato a una scelta presa da Elon Musk, che nelle stesse ore stava attaccando il presidente ucraino su X, ma poi il miliardario americano aveva smentito dicendo che la responsabilità era da attribuire completamente al Pentagono. Dopo giorni di comunicazioni a singhiozzo, il nuovo colpo di scena: Trump, scrive Axios, ha detto che gli Stati Uniti non sono coinvolti nel depotenziamento dei servizi Starlink in Ucraina.

Come detto, Musk è stato il primo ‘indiziato’ per la decisione di penalizzare le comunicazioni ucraine tramite il sistema satellitare di SpaceX, essendone il fondatore e avendo espresso, nelle stesse ore, considerazioni critiche nei confronti di Zelensky, dicendo ad esempio che “è andato troppo oltre” e, più chiaramente, che “deve dimettersi“. Ma era stato lui stesso a spiegare che il funzionamento del sistema implica che solo l’esercito Usa possa disporre un depotenziamento del genere. La versione militare di Starlink è infatti Starshield, un sistema progettato e sviluppato sempre da Starlink, ma di proprietà e gestione esclusiva del Pentagono. Ed è quindi solo il Dipartimento della Guerra Usa a decidere se e quali limiti imporre, tenendo conto che è quella la tecnologia in uso all’esercito di Kiev.

Nella serata di venerdì, però, è arrivata la smentita direttamente dal presidente Trump. Una smentita che alimenta il mistero dietro allo sgambetto all’esercito di Zelensky.

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Proteste studentesche, Meloni commenta solo le violenze: “Le opposizioni le condannino”. La replica: “Sì, ma lei pensi agli italiani anziché prendersela con loro”

“Non è colpa degli studenti che protestano se non riescono a pagare gli affitti e le scuole cadono a pezzi. Il governo si occupi di dare risposte concrete, questo dovrebbe fare un governo”. È la risposta della segretaria del Partito democratico, Elly Schlein, alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che da Bruxelles ha accusato i leader dell’opposizione di non aver condannato le violenze durante le proteste studentesche. “Sono sempre contenta quando c’è la mobilitazione. Cosa diversa è la violenza, sono le bombe carta, è aggredire le forze dell’ordine”, ha dichiarato la premier, chiedendo a tutte le forze politiche di fare un appello affinché le manifestazioni si svolgano senza violenza. Schlein ha quindi collegato le proteste degli studenti a quelle degli agricoltori e degli autotrasportatori: “Non è colpa di chi protesta se i prezzi della benzina sono insostenibili”. E ha concluso: “Ci sono le nostre proposte concrete sul tavolo, Meloni pensi agli italiani anziché prendersela con loro”.

Anche il presidente del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha attaccato la premier, accusandola di non occuparsi delle proteste in corso in Italia. “La presidente Meloni ci aggiorna: a margine del Consiglio europeo ha messo sul tavolo della discussione i fatti di Ceuta. Ma Ceuta dista 700 miglia nautiche dall’Italia. Non ci ha detto nulla, invece, sulle gravi emergenze che stanno esplodendo sul nostro territorio”, ha scritto sui social. Conte ha quindi chiesto al governo di dare risposte “alla disperazione di migliaia di autotrasportatori, agricoltori e lavoratori travolti da rincari, carocarburante e tasse”, richiamando anche le difficoltà dei cittadini e le proteste degli studenti. “Se non se ne è accorta le mandiamo qualche immagine dai presidi nel Paese in cui stiamo ascoltando persone allo stremo”, ha aggiunto, concludendo: “La risposta non possono essere l’indifferenza dopo 4 anni di nulla e 14 miliardi extra in armi e difesa”.

Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e co-portavoce di Europa Verde, ha replicato alla premier condannando “senza ambiguità ogni forma di violenza”. Ma la presidente del consiglio, ha aggiunto, “dovrebbe chiedere scusa agli studenti e agli insegnanti italiani”. Bonelli ha quindi attaccato le scelte del governo sull’istruzione: “Mentre le scuole cadono a pezzi, gli edifici scolastici sono insicuri e i nostri docenti sono tra i meno pagati d’Europa, il suo governo ha scelto di destinare miliardi al riarmo anziché investire nell’istruzione pubblica”. E ha aggiunto: “La scuola ha bisogno di risorse, sicurezza e dignità, non di essere sacrificata sull’altare delle spese militari”.

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Decreto Bollette, primo passo verso l’intesa con Bruxelles: come funziona il tetto al gas e perché l’Ets resta fuori

Dopo mesi di braccio di ferro, il governo Meloni e la Commissione europea hanno raggiunto un’intesa preliminare sul decreto Bollette. Il via libera definitivo non c’è ancora: Roma dovrà presentare a Bruxelles un nuovo testo delle misure per ridurre il costo dell’elettricità, che dovrà passare al vaglio sugli aiuti di Stato. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin parla di “un primo passo importante” e annuncia che “a breve notificheremo alla Commissione Ue un nuovo testo della norma”, coerente con il quadro temporaneo di aiuti per la crisi in Medio Oriente, il Metsaf. “È stata una trattativa lunga, ma costruttiva, che ha portato a un risultato importante”, ha commentato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che si è detta “molto contenta” dell’accordo che aprirebbe la strada a una soluzione simile alla cosiddetta “eccezione iberica”, quella accordata a Spagna e Portogallo nel 2022 proprio per limitare l’effetto del costo del gas sul prezzo dell’elettricità.

Per capire la posta in gioco tocca partire dal prezzo dell’elettricità e da come viene calcolato. In Italia viene prodotta con rinnovabili: solare, eolico, idroelettrico. Ma anche con il gas. E nel mercato all’ingrosso il prezzo viene spesso determinato dall’ultima centrale necessaria a soddisfare la domanda, che generalmente è quella alimentata a gas. Se per esempio eolico e fotovoltaico non bastano a coprire il fabbisogno e serve anche una centrale a gas, con costi più elevati, il prezzo di mercato viene fissato in base a quest’ultima e riconosciuto anche agli altri produttori. Così, quando rincara il gas, l’aumento può ricadere su tutto il mercato, anche sull’elettricità prodotta con le rinnovabili.

Per attenuare questo effetto, tra le ipotesi negoziate dal governo c’è un tetto convenzionale al costo del gas utilizzato dalle centrali elettriche, e compensazioni pubbliche, finanziate attraverso un meccanismo da definire, a copertura della differenza con il costo effettivo del combustibile. Il tetto permetterebbe così di abbassare il prezzo all’ingrosso dell’elettricità, compresa quella prodotta dalle rinnovabili. I dettagli del meccanismo, però, non sono ancora confermati e andranno verificati sul nuovo testo. Bisogna infatti rispettare le regole europee sulla concorrenza ed evitare che le centrali destinatarie delle compensazioni ottengano un vantaggio ingiustificato rispetto agli operatori di altri Paesi europei.

Resta invece fuori dall’intesa la compensazione dei costi dell’Emission Trading System (Ets), il sistema europeo che obbliga le centrali a pagare per le emissioni di anidride carbonica. Anche questa spesa contribuisce ad aumentare il prezzo dell’elettricità, ma Bruxelles ha chiarito che i rimborsi potranno coprire soltanto il rincaro del gas, non il costo delle emissioni. La Commissione vuole infatti evitare che le compensazioni annullino il costo delle emissioni, pensato proprio per scoraggiare l’uso dei combustibili fossili e incentivare le fonti rinnovabili. La Commissione precisa inoltre che le compensazioni saranno temporanee, finanziate solo dai consumatori che ne beneficeranno e dovranno tradursi interamente in una riduzione dei prezzi per gli utenti finali. Resta da conoscere il contenuto definitivo del decreto che l’Italia invierà a Bruxelles, il costo delle compensazioni e in quale misura, una volta approvato, il meccanismo riuscirà a trasferire i benefici alle bollette. “Sono molto contenta dell’accordo Ue, le abbasserà“, assicura Meloni. L’intesa politica è raggiunta, l’autorizzazione europea deve arrivare.

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Barbacetto: “A Milano è in corso una mutazione genetica, 400mila persone hanno lasciato la città per colpa dei costi”

C’è un dato che racconta meglio di altri la mutazione “genetica e sociologica” che sta vivendo la città di Milano. “Negli ultimi anni quattrocentomila milanesi hanno dovuto lasciare la città perché non ce la facevano più a vivere qui” racconta Gianni Barbacetto, giornalista de Il Fatto Quotidiano che ha promosso insieme ad Altreconomia il convegno “Modello Milano, Anatomia di un sistema-città” ospitato nel salone milanese dell’Acli. Due giorni di incontri e riflessioni con studiosi, docenti universitari e scrittori per provare a raccontare come Milano è diventata la città “più cara d’Italia”. Il cosiddetto “modello Milano” è all’opera da almeno una quindicina d’anni, secondo Barbacetto” e si è basato “sulla crescita edilizia, sullo sviluppo immobiliare, sulla cosiddetta rigenerazione urbana con l’obiettivo dichiarato di rendere la città internazionale e attrattiva”. Un obiettivo che è stato raggiunto. “Milano è diventata la città prima in Europa per investimenti immobiliari, soprattutto provenienti dai fondi immobiliari internazionali”. Ma come si è arrivati a questo obiettivo? “Primo, abbassando le quote di prelievo pubblico sulle attività edilizie con gli oneri di costruzione più bassi d’Europa e con monetizzazioni degli standard generalizzate e concesse a prezzi bassissimi – spiega Barbacetto – secondo, abbassando la soglia delle regole urbanistiche, per esempio dilatando il concetto di ristrutturazione usandolo anche per le nuove costruzioni”. I fondi internazionali sono arrivati a Milano per investire “perché costruire qui era più facile e meno costoso”.

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Il modello Milano? Per urbanisti e ricercatori “sta distruggendo le regole, è dilagato in tutta Italia”

“Il modello Milano ha distrutto ogni regola liberale di governo del territorio non solo qui ma in tutta Italia, perché è ormai dilagato in tutto il paese”. L’allarme arriva dall’urbanista Paolo Berdini nel corso del convegno “Modello Milano, Anatomia di un sistema-città” promosso da Il Fatto Quotidiano e da Altreconomia nel salone milanese dell’Acli. Due giorni di incontri e riflessioni con studiosi, docenti universitari e scrittori per provare a raccontare come Milano è diventata la città “più cara d’Italia”. “Il modello Milano ha indubitabilmente estratto risorse della collettività pubbliche – spiega il direttore di Altreconomia Duccio Facchini – e l’urbanistica da questo punto di vista è una cartina al tornasole perfetta per concentrarle nelle poche mani di grandi operatori privati, non solo dei tanto chiacchierati fondi in investimento stranieri ma in realtà anche di operatori italianissimi che hanno approfittato di una situazione totalmente sregolata sotto il profilo delle regole urbanistiche”. Una trasformazione che ha avuto un’accelerazione dopo Expo 2015.

“Dopo il grande evento, Milano diventa da tutti i punti di vista una global city – spiega lo storico economico Luca Mocarelli – e quello che succede a tutte le global city è che aumentano i prezzi, aumenta la sperequazione del reddito e quindi ovviamente si crea una situazione dove molti hanno tanto, ma ci sono anche tanti che hanno poco e quindi questa cosa qui per la tenuta sociale di Milano è un problema”. E in questo contesto le amministrazioni pubbliche che si sono succedute, secondo il giornalista de Il Fatto Quotidiano Gianni Barbacetto, “hanno via via ridotto il peso del loro intervento di regolazione della dinamica di sviluppo, hanno rinunciato a guidare le trasformazioni consegnando di fatto la regia agli operatori privati e arrendendosi ai processi di finanziarizzazione dell’abitare e della città”. Ma che cosa si intende per finanziarizzazione? “Siamo parlando della trasformazione dei beni immobili in prodotti finanziari” racconta Alberto Bortolotti, Politecnico di Milano. Un processo che non riguarda solo il settore privato. “Questa finanziarizzazione sta passando soprattutto attraverso l’edilizia sociale – avverte la ricercatrice indipendente Sarah Gainsforth – e l’housing sociale sta diventando appunto il cavallo di Troia per l’ingresso del mondo della finanza e dei fondi immobiliari”. Che fare dunque? “stiamo in un momento decisivo nel senso che è intervenuta la magistratura – spiega l’urbanista Berdini – ci sono sentenze anche favorevoli, qualcuna no, però c’è un nuovo percorso da costruire in cui la parte che ha a cuore la città come bene comune può riprendere a pensare a una città che non è solo la valorizzazione ma è la valorizzazione sociale, la valorizzazione umana”. Serve un cambio di passo. “Noi vogliamo che la trasformazione materiale di questa città venga rivolta in un altro senso – conclude la ricercatrice indipendente Lucia Tozzi – a favore dei cittadini e non a favore di chi transita”.

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“Alcaraz si è infortunato perché voleva copiare Djokovic”: la strana teoria di Stubbs

L’infortunio al polso che ha condizionato Carlos Alcaraz per diversi mesi continua a far discutere. Sulle cause dello stop dello spagnolo sono state avanzate diverse ipotesi, ma tra le spiegazioni emerse ce n’è una che chiama direttamente in causa Novak Djokovic. A sostenerla è Rennae Stubbs, ex tennista australiana ed ex allenatrice di Serena Williams, oggi protagonista di un podcast molto seguito, secondo la quale il tentativo di riprodurre alcuni movimenti del servizio del campione serbo potrebbe aver contribuito ai problemi fisici del numero uno spagnolo. “Ho una mia idea sul problema di Carlos e secondo me non è così semplice come possa apparire in superficie“, ha spiegato Stubbs, introducendo la propria teoria sulle origini del problema.

Il periodo lontano dai campi è stato particolarmente lungo per Alcaraz, costretto a fermarsi per quasi cinque mesi, da Barcellona fino agli US Open. Un’assenza pesante, durante la quale il polso ha rappresentato un ostacolo importante per il suo ritorno alla piena condizione. Secondo Stubbs, alla base dei problemi potrebbe esserci stato un cambiamento tecnico legato proprio al servizio. “Carlos ha provato a servire come fa Djokovic, si è allenato tantissimo per copiarlo e alla fine si è rovinato il polso“, è la spiegazione proposta dall’australiana.

L’ex tennista ritiene che il legame tra i due giocatori possa essere più stretto di quanto si pensi, almeno dal punto di vista tecnico. Alcaraz ha sempre manifestato grande ammirazione per il servizio di Djokovic e, secondo Stubbs, avrebbe cercato di riprodurne alcuni aspetti, arrivando a modificare il proprio movimento. “Le battute di Carlos e Nole sono quasi sovrapponibili, hanno un movimento del corpo molto fluido e bello da vedere ma il problema di Carlos, che ha sempre ammirato molto il servizio del collega, è che a forza di imitarlo, ha finito per infortunarsi”.

Nell’analisi dell’australiana, il punto critico sarebbe rappresentato dagli aggiustamenti introdotti nel movimento del polso durante il servizio. Interventi tecnici che, secondo la sua interpretazione, avrebbero finito per compromettere la funzionalità dell’articolazione e influenzare il rendimento dello spagnolo. “Modificare così il lavoro del polso nel servizio gli ha creato problemi evidenti. Ha utilizzato quel piccolo movimento verso il basso che, sul modello di Novak, gli ha distrutto la mobilità. Penso che questi cambiamenti e questi aggiustamenti abbiano avuto ripercussioni sul suo polso. Credo che continuerà ad avere qualche difficoltà anche in futuro, purtroppo”.

Stubbs aveva già espresso le proprie perplessità in occasione degli US Open, quando Alcaraz aveva disputato il doppio misto insieme a Serena Williams. In quella circostanza, secondo l’ex allenatrice della campionessa statunitense, il servizio dello spagnolo era apparso meno incisivo rispetto al solito, un segnale che avrebbe ricondotto proprio ai problemi fisici accusati nei mesi precedenti. Per Stubbs, dunque, il recupero del servizio rappresenterà uno degli aspetti fondamentali su cui Alcaraz dovrà lavorare per tornare al massimo livello. “Lo avevo già detto agli US Open, quando ha giocato il doppio misto con Serena Williams: il suo servizio non aveva la solita potenza e questo è dovuto proprio al problema che ha al polso. Carlos deve assolutamente migliorare il servizio, per lui sarà cruciale se vorrà mettere sotto pressione Jannik Sinner“, ha concluso Stubbs.

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Giornalista chiede a Zelensky: “Si sente il capro espiatorio dei problemi di Trump?”. Lui rimane zitto, poi ride: “Ecco la mia risposta”| Video

Il tradimento di Trump nei confronti di Zelensky rischia di cambiare le sorti del conflitto russo-ucraino, con conseguenze dirette anche in Unione europea. Così, alla prima occasione utile, i giornalisti del Vecchio Continente hanno voluto chiedere al leader di Kiev quali fossero le sue impressioni dopo l’accordo sul gasolio tra Washington e Mosca e la richiesta del tycoon di un cambio al vertice nel suo Paese. Così, un reporter presente alla conferenza stampa a margine del Consiglio europeo di Bruxelles glielo ha chiesto direttamente: “Il presidente Trump si appresta ad affrontare delle difficili elezioni di midterm. La sua popolarità è molto bassa, i prezzi molto alti e la guerra iniziata in Medio Oriente non sta andando come lui voleva. Crede di essere stato trattato come capro espiatorio dei suoi problemi?”. A questo punto Zelensky tiene lo sguardo basso qualche secondo, poi lo alza, guarda i giornalisti e accenna una risatina, con la sala che scoppia a ridere. “Questa è la mia risposta“, ha concluso il presidente ucraino.

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Festa del cinema di Roma 2026: Pif con “Il Ministero dell’Amore” riesce a far ridere, ma l’amalgama non c’è

Si ride molto, e ci stupirebbe il contrario. Ma non in maniera organica. Il motivo potrebbe essere che la comicità diretta ed esplosiva di Ciarrapico/Vendruscolo non si sposa perfettamente con quella ironico-sentimentale e nostalgica di Pif. Naturalmente, sotto esame è Il Ministero dell’Amore, passato oggi nel Grand Public alla 21esima Festa del Cinema di Roma e in arrivo direttamente su Prime Video dal prossimo 18 dicembre, dunque il film di Natale di Amazon.

Ispirato alla pièce teatrale Stare meglio oggi del 2013 di Giacomo Ciarrapico, il film mette al centro un giornalista parlamentare che pensa di vivere guidato da un “governo interno”, strutturato con tanto di parlamento, segreterie e così via. Insomma, Aldo – questo il suo nome, interpretato da Pif – traduce nella propria personalità il funzionamento dell’oggetto del suo lavoro. Il suo personalissimo governo è composto da uno squadrone di personaggi grotteschi, capitanati dal presidente del Consiglio, a cui Corrado Guzzanti presta la propria comicità irresistibile. Tra i ministri figurano alcuni dei sodali del cinema dell’ex trio magico di Boris e Ogni maledetto Natale (2014), oggi ridotto al duo Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo, purtroppo orfani del compianto Mattia Torre, a partire da Pietro Sermonti e Carlo De Ruggieri. New entry molto ben inserita è Anna Finocchiaro, nei panni della leader dell’opposizione che, dopo le elezioni, passa all’esecutivo, dando vita al tipico rimpasto di governo all’italiana. Anche la partner femminile di Pif è un volto noto del cinema del “duo”, Alessandra Mastronardi.

L’attrice è Claudia, compagna da anni di Aldo, che inspiegabilmente entra in una fase di crisi e chiede la classica pausa di riflessione. Le certezze di Aldo crollano e, di conseguenza, si apre una crisi del suo governo interno. Il film procede saltando dalla vita del cronista a quella della sua psiche, tra siparietti irresistibili e momenti di malinconia stampati sulla maschera di Pif. Il rimando è certamente alla saga Pixar di Inside Out, ma il dato interessante è che il film d’animazione è del 2015, dunque successivo alla brillante e originale idea contenuta nella pièce di Ciarrapico che è appunto del 2013. Il problema è che, visto oggi, non si può che pensare a un adattamento italiano – con ovvia satira politica – del capolavoro dei geni della lampada. Come si diceva, tuttavia, il film non offre la fluidità attesa: distanti e non sempre felicemente conciliabili sono l’universo di Pif, con i suoi riconoscibili alter ego, e il registro di potente sberleffo ai difetti della specie umana (anzi, italiana!) tipico dei maestri di Boris. Ad ogni modo, il pubblico non potrà che divertirsi e – probabilmente – perdonare al film ogni debolezza.

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La Francia offre “deterrenza nucleare” in difesa dell’Europa, i Paesi Bassi accettano: conclusi i primi colloqui ufficiali

“La guerra di aggressione russa contro l’Ucraina ha peggiorato in modo sostanziale la situazione della sicurezza in Europa. Ciò richiede una maggiore responsabilità per la sicurezza dell’Europa stessa. L’offerta francese è in linea con questa esigenza. Il Consiglio dei ministri sottolinea che la cooperazione prevista con la Francia è un complemento, e non una sostituzione, della difesa collettiva e della deterrenza della Nato”. Con questa nota ufficiale, i Paesi Bassi hanno confermato il primo dialogo con la Francia del nuovo Gruppo direttivo nucleare bilaterale sul tema: come le forze nucleari di Parigi e quelle convenzionali europee potrebbero agire per scoraggiare attacchi contro l’Europa. Il confronto tra i funzionari del ministero della difesa olandese e quelli del governo francese è avvenuto sulla base della proposta avanzata dal presidente Macron il 2 marzo, durante il suo discorso nella base di Ile Longue, in Bretagna, dove si trovano i sottomarini nucleari.

In quell’occasione il capo dell’Eliseo ha parlato di “deterrenza nucleare avanzata”, una “importante evoluzione” della strategia militare francese rivolta a otto paesi, tra cui – oltre all’Olanda – Regno Unito, Germania, Polonia, Belgio, Danimarca, Svezia e Portogallo. In questo contesto, Macron ha sostenuto che durante una eventuale attacco ad un Paese amico, la Francia si riserverà il diritto di lanciare un “ultimo avvertimento nucleare” per dare un preciso avvertimento all’avversario. La strategia di deterrenza avanzata presume anche la possibilità che la Francia possa schierare propri contingenti in nazioni alleate: “Questo complicherà i calcoli dei nostri avversari e conferirà a questa deterrenza avanzata un grande valore per noi”; e questa scelta fornirà alle forze francesi “una nuova profondità strategica, in linea con le sfide alla sicurezza in Europa”. Per Macron, il punto centrale è questo: “Nessun avversario, o gruppo di avversari, può contemplare la possibilità di colpire la Francia senza la certezza di subire danni dai quali non si riprenderebbe mai”, ha affermato Macron.

Non è un caso che i Paesi Bassi abbiano avviato colloqui per passare a una fase concreta e partecipare alla strategia francese, nel momento in cui gli Stati Uniti del presidente Trump segnalano ormai da tempo una insofferenza per l’Europa in diversi contesti, e una scarsa volontà di proseguire il sostegno all’Ucraina nella guerra che dura ormai dal febbraio 2022, in seguito all’invasione russa. Nell’incontro avvenuto il 14 ottobre, funzionari dei Paesi Bassi e francesi hanno sottolineato che la collaborazione non entra in conflitto con le regole dell’Alleanza Atlantica, che resta come punto di riferimento per tutti i Paesi che fanno parte della Nato.

Secondo i dati dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) Parigi può contare su 280 testate, più una decina di riserva. Potenza nucleare dal 1960, la Francia ha testato la prima bomba atomica nel Sahara, e una bomba all’idrogeno nel 1968 sull’isola di Mururoa, nella Polinesia francese. Sul piano della modernizzazione degli arsenali, allo sviluppo del missile balistico russo Oreshnik a duplice funzione – convenzionale e nucleare – con una gittata fino a 5.500 chilometri, Parigi si attrezza con il nuovo missile Asn4g e i nuovi missili M51.3, armati sui sottomarini. Il Bulletin of the Atomic Scientist ritiene che quest’arma possa avere una gittata fino a 9.500 chilometri.

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Ai lettori

Care lettrici e cari lettori,

la settimana scorsa, quando abbiamo dato la notizia dell’indagine della Procura di Napoli su Unipegaso e sui suoi rapporti con il mondo della pubblicità e dell’informazione, vi avevo promesso che vi avrei tenuti aggiornati. Anche perché nella vicenda risulto coinvolto anch’io, insieme a numerosi altri direttori e amministratori di giornali.

Come sapete, il giorno successivo il Fatto e un solo altro quotidiano, il Domani, hanno pubblicato il contenuto di un decreto di perquisizione eseguito nei confronti di alcuni manager dell’università online, della società che la controlla e di un’importante società di lobbying e pubbliche relazioni. Nell’atto sono riportate anche diverse conversazioni telefoniche tra il numero uno di Multiversity, Fabio Vaccarono, direttori di giornali, manager e collaboratori. Comprese, come avevamo già scritto, alcune telefonate con me. Oggi, dopo aver fatto le necessarie verifiche, ho deciso di raccontarvi come sono andate le cose, almeno per quanto ricordo. Lo faccio qui, come ho già fatto durante una riunione di redazione trasmessa in diretta su YouTube.

La storia comincia nell’autunno del 2025. La Seif, la società editrice del Fatto, entra in contatto con Vaccarono. La nostra amministratrice delegata Cinzia Monteverdi e la società sono interessate al mondo dei corsi di formazione online, un settore che potrebbe portare nuovi ricavi. Il Fatto, in quel periodo, non naviga in buone acque. I bilanci sono in perdita, le vendite in edicola calano come le edicole, come per tutti i quotidiani, gli abbonamenti digitali hanno cominciato a crescere, ma non sono ancora decollati. La nostra società ha però fatto una scelta precisa: resistere. Non licenziare nessuno, non dichiarare lo stato di crisi, non ridurre gli orari e gli stipendi dei giornalisti.
Nel frattempo, la Scuola del Fatto sta cominciando a dare buoni risultati. E dimostra che la formazione online, una strada già percorsa da altre testate, potrebbe essere una delle chiavi per fornire un buon servizio alla collettività e per rimettere in ordine i conti.

È in questo scenario che arriva Multiversity. La nostra società si informa su Vaccarono. Ne ricava un profilo di manager stimato, che ha ricoperto incarichi di vertice in Google Italia e nel gruppo Repubblica. A differenza di altri potenziali partner, che avevano già bussato alla nostra porta, non risulta aver avuto problemi con la giustizia. Negli incontri, Vaccarono racconta che nel mondo delle università online ha trovato di tutto. Ma aggiunge che, da quando Multiversity è stata acquisita interamente da un fondo americano, ha avviato una profonda e difficile opera di pulizia. Sostiene anche che a Napoli, all’Unipegaso, la situazione era diventata talmente complicata da fargli temere persino per la propria incolumità.

Cinzia Monteverdi decide allora di presentarlo alla direzione del giornale, di cui faccio parte. L’incontro avviene tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026. Vaccarono fa una buona impressione a tutti. Dice di essere un lettore del Fatto, racconta che sua madre ne è una grande appassionata, propone una partnership nel campo della formazione e spiega come la sua esperienza in Google e nella pubblicità dei grandi quotidiani possa esserci utile. Con la società avvia inoltre un discorso per entrare in futuro e a titolo personale nel capitale del giornale. E soprattutto torna più volte su un punto: la sua missione, ripete, è fare pulizia nelle università online controllate da Multiversity e dal fondo americano.

Nei mesi successivi la società comincia a lavorare per concretizzare gli accordi. Io, condirettore del Fatto e direttore del sito, in quel periodo frequento meno la redazione romana. Sono tornato a vivere a Milano e scendo a Roma quasi esclusivamente per i miei impegni televisivi. Cinzia Monteverdi mi tiene però informato, nelle linee generali, sull’evoluzione dei rapporti con Multiversity.

Arriviamo all’8 giugno. Quel giorno le agenzie battono la notizia che Maria Rosaria Boccia è indagata per una presunta falsa laurea conseguita all’Unipegaso. Al Fatto, intanto, siamo alle prese con il caso Minetti, arrivato alla fase delle spropositate richieste di risarcimento. Io non sono in redazione. Verso le ore 20 Monteverdi mi chiede di parlare con Vaccarono, che vuole far conoscere la posizione della sua società sulle notizie riguardanti l’indagine sulla università online. Notizie che peraltro conoscevo poco proprio perché non ero al lavoro.
Vaccarono mi inoltra un comunicato stampa. Telefono a Roma per informarmi. E gli faccio sapere che verrà pubblicato un articolo di circa duemila battute, nel quale sarà poi riportata, com’era giusto e normale che sia, anche la posizione di Multiversity. Che in sostanza dice: siamo stati noi a denunciare le irregolarità, siamo noi a voler fare pulizia e così via.

L’articolo (che io non ho letto prima) verrà pubblicato sul quotidiano cartaceo, sul pdf del giornale e in automatico da mezzanotte in una sezione del sito riservata agli abbonati digitali, dove finisce la grande maggioranza dei pezzi senza passare dalla homepage. Il titolo, però, è piuttosto duro. Forse da querela. Accosta a Unipegaso e alla parola “cricca” il nome del precedente proprietario, Danilo Iervolino, già perquisito nell’ambito di un’indagine per associazione per delinquere. Solo leggendo successivamente le conversazioni riportate nel decreto scoprirò quanto quel titolo abbia irritato i vertici di Multiversity.

La mattina seguente, Vaccarono mi telefona. Mi chiede se sia possibile non mettere online l’articolo (che in realtà c’è già da alcune ore). Per me, in quel momento, anche alla luce del pezzo che abbiamo pubblicato, Vaccarono è il manager che ha denunciato le irregolarità, che si considera parte lesa e che sta cercando di ripulire la società. Insomma, ai miei occhi è il “buono” della situazione. Non ricordo esattamente le parole che mi disse in quella telefonata, immagino molto breve. Dal decreto apprendo ora che gli risposi “assolutamente” e gli dissi “non esce”. In realtà la prima cosa che faccio è un’altra. Decido di modificare il titolo, dando maggiore evidenza alle denunce della nuova gestione e al caso Boccia. L’articolo resta pubblicato per ore là dov’era, cioè nella sezione del sito riservata agli abbonati. Chiedo inoltre che venga deindicizzato dai motori di ricerca: un procedimento che però non produce effetti immediati.

Vaccarono, intanto, continua a pregare che l’articolo venga tolto. Scrive che hanno fatto pulizia e che, passate 48 ore, si parlerà solo di futuro; ricorda che hanno già denunciato molte persone. Tutti concetti che, a quanto leggo, sono già contenuti nell’articolo. Il manager però appare preoccupato perché sui social stanno arrivando commenti negativi. In effetti chi legge quei commenti non può conoscere la posizione della nuova proprietà, perché l’articolo, come ogni pezzo del giornale cartaceo, è riservato ai soli abbonati. Ma non basta, perché l’articolo, pur spiegando che la nuova Multiversity-Pegaso si dice parte offesa e che l’inchiesta è nata proprio dalle sue denunce, rischia di danneggiare anche noi che con Multiversity abbiamo avviato una partnership nel settore della formazione online.
Così, verso mezzogiorno, decido di chiudere la questione. Sapendo che il pdf del giornale contenente il pezzo resta comunque a disposizione degli abbonati e che a quell’ora molti di loro lo hanno già letto pure in versione nativa, lo faccio togliere dal sito. Anche, lo ammetto, per levarmi Vaccarono di torno. Poi avverto la direzione di Roma. In quel momento mi sembra la scelta più sensata, che ci evita anche il rischio di eventuali querele per l’uso della parola “cricca”.

C’è però una cosa che né io né i colleghi di Roma in quel momento sappiamo. 
Nell’articolo è stato citato un altro manager, perquisito insieme con Iervolino e altre persone. Un professionista che la Procura di Napoli considera un anello di congiunzione tra la vecchia gestione e quella nuova, guidata da Vaccarono e Multiversity. È un particolare importante. E credo che proprio da qui nasca tutta questa vicenda, almeno per quanto mi riguarda: dal non aver colto un’informazione che avrebbe potuto indurci già in quel momento a fare altre valutazioni, a porci ulteriori domande e forse a prendere decisioni societarie diverse.

Nel decreto di perquisizione della scorsa settimana si parla però anche di altro. I pm ipotizzano che tutti i giornali coinvolti (compreso quindi il Fatto) abbiano silenziato per un mese una notizia su un’altra perquisizione legata a Unipegaso avvenuta a inizio maggio. Il Fatto però, stando a quanto ho potuto verificare in questi giorni, di quella perquisizione avvenuta a Napoli non sapeva niente. Il nostro corrispondente dalla Campania l’ha scoperta solo l’8 giugno, quando ne ha scritto.

Per il resto, ho poco da aggiungere. Credo di aver risentito Vaccarono una sola volta, nel mese di luglio, e di averlo poi rivisto a settembre sul palco alla festa del nostro giornale alla Versiliana. A luglio mi telefonò per dirmi che il loro ufficio legale aveva ricevuto chiamate da colleghi del Fatto. Bastò una verifica per capire che non era vero. Ricordo che in redazione ipotizzammo persino che quella voce fosse stata messa in circolazione, assieme ad altre notizie, da qualche concorrente interessato a far saltare i nostri accordi con Multiversity.

Naturalmente quella che vi ho raccontato è una ricostruzione sintetica, fatta senza conoscere gli atti a cui il decreto di perquisizione della scorsa settimana rimanda, ma sufficiente per farvi capire come sono andate davvero le cose dal mio punto di vista.

Detto questo, continuo a pensare che quando emergono ipotesi di reato, i pubblici ministeri abbiano non soltanto il diritto, ma anche il dovere di indagare su chiunque. Anche su di me. E chi dirige un giornale, proprio perché ogni giorno pretende trasparenza dagli altri, deve essere pronto a offrirla quando le domande riguardano lui.

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“Saronni? Gli ha dato di volta il cervello, si è messo a fare dichiarazioni di ogni tipo ed è sempre polemico”: così Francesco Moser

“Se andiamo più d’accordo io e Saronni oppure Elly Schlein e Giuseppe Conte? Noi non siamo mai andati d’accordo e continuiamo a non andarci nemmeno oggi, perché Saronni è sempre polemico”. Francesco Moser, uno dei ciclisti italiani più noti di sempre, si è raccontato oggi a ‘Un Giorno da Pecora’, su Rai Radio1, a partire dallo sport che lo ha visto trionfare tante volte passando per la politica e non solo.

“Io veramente – ha detto Moser a proposito di Saronni – l’ho anche invitato a casa, abbiamo fatto dei pranzi e pedalato insieme. Poi, improvvisamente, non so se gli ha dato di volta il cervello ma si è messo a fare dichiarazioni di ogni tipo. Ha detto che gli ho rubato un Giro d’Italia, ma le classifiche mica le faccio io”. La rivalità tra Francesco Moser e Giuseppe “Beppe” Saronni ha infatti segnato l’età d’oro del ciclismo italiano tra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta (1978–1986). Poi, qualche battuta sulla politica: “Che ciclisti potrebbero essere Schlein e Meloni? Schlein è capace solo di andare contro, quando c’erano loro al governo non mi pare abbiano fatto meglio dell’esecutivo attuale.

Moser ha poi detto la sua su Vannacci e Meloni: “Sono posizioni completamente diverse, la Meloni ha tante cose a cui pensare, Vannacci gioca sulle cose che non vanno. Se tirerei ‘la volata’ alla premier? Sì, certamente”. In chiusura, Moser ha parlato della sua quotidianità: “Oggi vado con la bici elettrica, il mio fisico l’ho già strapazzato abbastanza. Troppo comoda? Credetemi, si può faticare anche così. Ho appena fatto il monte Bondone, 18km di salita, sono andato su in prima, se la fai con la bici normale arrivi su che non riconosci nemmeno più chi hai intorno. Così vai in bici senza impiccarti“.

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“Così l’Ugl ha difeso l’azienda per salvare il suo delegato”: l’inchiesta di “Mi Manda Rai Tre” su Autogrill

Dopo il servizio di Far West, andato in onda un anno fa su Rai3, che faceva luce sulle condizioni igieniche e di lavoro all’interno di Autogrill, il sindacato Ugl difese subito l’azienda e definì “piangenti in anonimato” i dipendenti intervistati. Oggi, a un anno di distanza, viene fuori un audio privato in cui il segretario generale di Ugl Terziario dice di avere usato quel comunicato, da lui firmato, come una sorta di merce di scambio per evitare il licenziamento di un loro delegato, che in quel periodo rischiava di essere messo alla porta dal colosso della ristorazione. A scoprire la traccia è la trasmissione Mi Manda Rai Tre, che andrà in onda domani mattina alle 8 con il servizio completo.

Riepiloghiamo. A ottobre 2025, il giornalista Andrea Sceresini ha raccolto una serie di testimonianze a volto coperto da parte di lavoratori Autogrill: questi raccontavano turni estenuanti, continua pressione da parte dei capi, timori per la sicurezza soprattutto nelle ore notturne e anche una serie di falle nelle pulizie. C’era chi ammetteva di fare ricorso a psicofarmaci per poter sopportare lo stress a cui si è sottoposti svolgendo questo lavoro, chi sosteneva di non sentirsi tranquillo quando, di notte, si è da soli a gestire l’intero ristorante. Dopo l’uscita di questo servizio dalla durata di oltre otto minuti, l’Ugl Terziario rispose con un comunicato dal titolo surreale: “Il Far West della disinformazione”. E poi una serie di valutazioni: “Ci rendiamo conto – scriveva – che i lavoratori Autogrill in versione ‘pentiti di mafia’ facciano maggiore audience ma, con il massimo rispetto per gli anonimi intervistati, c’era una strada più semplice”.

Perché l’Ugl volle minimizzare queste testimonianze che raccontavano di lavoratori sull’orlo della disperazione, le stesse persone che i sindacati dovrebbero difendere e rappresentare? Una parte della risposta è nel servizio che i telespettatori potranno vedere domani su Mi Manda Rai Tre. La registrazione esclusiva riguarda una riunione a cui partecipava proprio Luigi Giulio De Mitri Pugno, segretario Ugl Terziario. Dalla sua stessa voce sembra emergere che il comunicato era stato quantomeno preannunciato a un dirigente di Autogrill e, infatti, De Mitri Pugno racconta di un manager che lo aveva ringraziato per la solidarietà e lui aveva risposto “ma che grazie per la solidarietà, mi devi fare un bonifico”. Quel bonifico era una metafora, non si trattava di soldi ma del salvataggio del delegato a rischio licenziamento. Mi Manda Rai Tre ha sentito De Mitri Pugno che ha escluso di aver concordato con l’azienda il comunicato, ha persino ipotizzato che l’audio sia stato creato con l’intelligenza artificiale per poi rivendicare di aver evitato un licenziamento.

L’Ugl è un sindacato vicino al centrodestra nel quale ha militato a lungo l’attuale sottosegretario leghista al Lavoro, Claudio Durigon. In questi anni, soprattutto Durigon ha spesso proposto norme per rompere il “monopolio” di Cgil, Cisl e Uil per favorire le altre sigle, tra le quali la stessa Ugl. Sebbene in diverse situazioni sia a fianco dei tre confederali, negli scorsi anni l’Ugl ha fatto parlare di sé anche per essere stato l’unico sindacato disposto a firmare il contratto dei rider accettando le condizioni volute dalle piattaforme del food delivery.

Tutte le puntate de Lo Stato delle Cose sono su Raiplay.it

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Il Garante multa chi spia le mail dei dipendenti. L’Authority ci aveva provato con i suoi

Due chiavette Usb criptate, in una busta antieffrazione, in un armadio chiuso a chiave. Dentro c’è la posta di tre ex dipendenti di Michael Page, colosso della selezione del personale, usciti nel 2021 e passati a un concorrente. L’azienda ha tenuto in vita le loro caselle fino al 25 settembre 2023, per due di loro oltre due anni e mezzo. Dice di averle setacciate per parole chiave, ma il Garante non se la beve e annota che non ne ha dato prova. Ha girato ai vecchi capi le mail che continuavano ad arrivare, poi ha mandato dentro un consulente informatico forense. Niente risposta automatica, e il motivo l’azienda l’ha messo nero su bianco: altrimenti gli ex “si sarebbero accorti dell’inattività delle proprie caselle di posta elettronica e sarebbero riusciti ad occultare i propri comportamenti”. Per il Garante della privacy non si fa. Con il provvedimento n. 583 del 6 agosto 2026, pubblicato a inizio ottobre, ha inflitto a Michael Page International Italia una sanzione di 225 mila euro.

Il cuore della decisione sta in poche parole: la società ha conservato la posta e ci è entrata “a ritroso”, “a prescindere dal formarsi di qualunque sospetto”. I controlli difensivi ammessi dalla Cassazione valgono solo per i dati raccolti dopo che il sospetto è nato. Bocciate anche la conservazione delle mail per dieci anni e la regola che imponeva ai dipendenti di consegnare, su richiesta, la password al superiore. La posta, scrive l’Autorità, è corrispondenza “assistita da garanzie di segretezza tutelate anche costituzionalmente”. Chi può aprirla al posto del lavoratore “non può essere il superiore gerarchico né, più in generale, il datore di lavoro”. Michael Page aveva chiesto che il provvedimento non fosse pubblicato, perché i concorrenti avrebbero potuto usarlo per screditarla. Richiesta respinta. Davanti all’Autorità la società si era difesa parlando di indagini difensive contro la concorrenza sleale dell’ex personale; contro la multa può ricorrere al tribunale. Non è un caso isolato, è una linea.

Il 18 dicembre 2025, con il provvedimento n. 754, il Garante ha multato per 40 mila euro la LTL spa, lenti oftalmiche a San Vito al Tagliamento. Aveva tenuto aperta per circa due mesi la casella del suo ex amministratore delegato, mandato via il 2 agosto 2023. Lui ci inoltra per errore, dall’account della compagna, la bozza dell’impugnazione del licenziamento. Alle 18.23 di quel 21 settembre arriva la “risposta” dell’avvocato dell’azienda a una lettera che nessuno gli aveva spedito. Il 18 giugno 2026 è toccato a Piaggio: 460 mila euro per le mail di due ex dipendenti, conservate per tutto il rapporto più altri cinque anni e acquisite, scrive il Garante, prima “dell’insorgere del sospetto”. Quel provvedimento però oggi sul sito dell’Autorità non c’è più. È stato rimosso in ottemperanza a un’ordinanza cautelare del Tribunale di Pisa del 22 settembre, e l’opposizione è pendente. Il messaggio alle aziende, insomma, è chiaro. Il problema sono i tempi.

I tre ex di Michael Page hanno presentato reclamo il 15 settembre 2022 e la decisione è arrivata quasi quattro anni dopo. L’articolo 143 del Codice privacy chiede di decidere entro nove mesi, dodici se servono approfondimenti. Per la LTL il reclamo era del 30 ottobre 2023: oltre due anni. Il Fatto ne aveva raccontato lo stallo a metà novembre 2025, e la sanzione è arrivata un mese dopo. La Cassazione, con la sentenza 22791 di quest’anno, ha stabilito che il ritardo non fa decadere il potere di sanzionare. Chi aspetta giustizia per la posta violata, però, aspetta lo stesso.

Gli uffici, del resto, lavorano sotto un Collegio ridotto a tre da gennaio, quando si è dimesso Guido Scorza per effetto delle inchieste di Report e del Fatto. Pasquale Stanzione, Ginevra Cerrina Feroni e Agostino Ghiglia sono rimasti al loro posto nonostante l’inchiesta della Procura di Roma che dovrebbe essere prossima a chiusura. Ed è qui che la frase sulle ricerche “a ritroso” fa un certo effetto. Il 4 novembre 2025, due giorni dopo una puntata di Report sull’Autorità, l’allora segretario generale Angelo Fanizza chiese al direttore dei sistemi informativi di estrarre “urgentemente” mail, accessi Vpn e cartelle condivise dei dipendenti del Garante, per trovare chi passava notizie al Fatto e a Report. Il direttore dei sistemi IT contestò la richiesta. Quando la vicenda divenne pubblica Fanizza si dimise, e il Collegio si dichiarò estraneo. Michael Page almeno frugava nella posta di tre persone. Al Garante si voleva frugare in quella di tutti.

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Accordo Francia-Germania “per garantire il futuro dell’auto europea”. Ma con meno vincoli si rischia di rallentare gli investimenti nell’elettrico

Francia e Germania si accordano su un “approccio comune volto a garantire il futuro dell’industria automobilistica europea“. E provano a trascinare gli altri Paesi europei sulla loro linea. Il compromesso raggiunto da Emmanuel Macron e Friedrich Merz punta ufficialmente a conciliare due obiettivi: concedere più “flessibilità” alle case automobilistiche nella transizione dai motori a combustione e rafforzare la produzione industriale europea. Di fatto, Berlino ottiene un allentamento degli obiettivi climatici, Parigi punta a legare più strettamente il sostegno pubblico alla produzione nell’Unione. Stellantis festeggia: “Accogliamo con favore l’accordo come un passo importante verso la finalizzazione del pacchetto europeo per il settore automobilistico. Insieme alle discussioni in corso al Parlamento europeo e alle posizioni già espresse da diversi Stati membri, riteniamo che possa contribuire a concludere rapidamente il processo, garantendo al nostro settore le flessibilità e la chiarezza di cui ha bisogno, affinché possa concentrarsi su ciò che sa fare meglio: innovare e offrire soluzioni ai propri clienti”.

È “approccio equilibrato” che permetterà all’Ue di perseguire i suoi obiettivi climatici e, in parallelo, rafforzare la sovranità tecnologica, la base industriale e la competitività internazionale della sua industria automobilistica, rivendica la dichiarazione diffusa dall’Eliseo. La Germania, che ospita big come Volkswagen, Bmw e Mercedes, vuole ridurre la pressione su un settore messo alle strette dalla concorrenza cinese, i costi industriali e una domanda di auto elettriche inferiore alle attese. La Francia vuole evitare che il mercato europeo diventi uno sbocco per veicoli e componenti prodotti prevalentemente all’estero. Il compromesso scambia dunque flessibilità normativa con protezione industriale. Ma per Transport & Environment (T&E), organizzazione europea che si occupa di trasporti sostenibili, si tratta di “un errore storico”: l’accordo rischia di essere un boomerang e finirà per rallentare gli investimenti nelle tecnologie del futuro. Secondo le sue stime, con regole meno stringenti la quota di veicoli elettrici nell’offerta delle case automobilistiche nel 2030 scenderebbe dal 57% previsto con gli obiettivi attuali al 43%.

La normativa europea ora in vigore prevede dal 2035 una riduzione del 100% delle emissioni medie di CO₂ allo scarico delle nuove auto e dei nuovi furgoni rispetto ai valori di riferimento del 2021. La Commissione ha proposto di annacquarla passando a un taglio del 90% mentre il restante 10% verrebbe compensato attraverso l’utilizzo di acciaio a basse emissioni di carbonio prodotto nell’Unione o da combustibili sintetici e biocarburanti. L’intesa franco-tedesca va oltre: secondo quanto illustrato da Merz, l’obiettivo sarebbe una riduzione del 90% dal 2035, senza obbligo di compensare il restante 10%. Resteranno vincoli sulle emissioni medie delle flotte e le condizioni dovranno essere definite dalla normativa europea. Il cambiamento sostanziale è che verrebbe abbandonato l’obiettivo di azzerare le emissioni allo scarico delle nuove auto, lasciando maggiore spazio a tecnologie diverse dall’elettrico puro. Francia e Germania ribadiscono comunque l’obiettivo di sviluppare e produrre in Europa la prossima generazione di veicoli elettrici. La tesi è che la transizione debba proseguire senza imporre una traiettoria tecnologica troppo rigida a un’industria che attraversa una fase difficile.

L’altro pilastro dell’intesa è il rafforzamento della produzione europea. Il principio è utilizzare incentivi pubblici, appalti e altri strumenti di sostegno per favorire gli investimenti nell’Unione, anziché alimentare le filiere dei concorrenti extraeuropei. Ma stabilire che cosa significhi prodotto in Europa non è semplice visto che molte componenti arrivano da oltre confine. È il caso delle batterie, destinate ad avere un peso crescente nel valore delle auto elettriche.

Transport & Environment critica proprio i requisiti prospettati per il contenuto europeo delle batterie, almeno il 10% nel biennio 2028-2029 e il 20% nel 2030-2031. Secondo l’organizzazione, le soglie sono insufficienti a proteggere gli investimenti europei, considerando che nel 2025 oltre il 50% delle celle impiegate nelle auto elettriche vendute nell’Ue era già prodotto in Europa. Il rischio è che un’auto assemblata nell’Unione possa beneficiare della qualifica di prodotto europeo pur utilizzando batterie cinesi. L’organizzazione avverte che questi vincoli potrebbero compromettere gli investimenti nelle gigafactory europee, mettendo a rischio una capacità produttiva stimata in 164 GWh nel 2027 e 254 GWh nel 2030. “Germania e Francia stanno commettendo un errore storico”, dice Andrea Boraschi, direttore di T&E Italia.

Il ragionamento è che se gli obiettivi climatici diventano meno impegnativi, i costruttori possono avere meno necessità di accelerare lo sviluppo e la commercializzazione dei modelli elettrici. Nel breve periodo questo potrebbe aiutare a contenere i costi e difendere i margini delle auto tradizionali. Nel lungo periodo, però, rischia di ritardare gli investimenti nelle tecnologie che stanno trasformando il mercato mondiale. Allo stesso modo la maggiore gradualità potrebbe proteggere temporaneamente i posti di lavoro legati ai motori tradizionali e alla componentistica, ma non garantisce la creazione di nuove attività nelle batterie, nell’elettronica e nel software. Se queste filiere si sviluppassero soprattutto fuori dall’Europa, la difesa delle lavorazioni esistenti non sarebbe sufficiente a salvaguardare la competitività futura.

In ogni caso l’intesa a due ha davanti una lunga strada prima di tradursi eventualmente in una modifica delle regole europee. Sarà necessario trovare un’intesa con gli altri Stati membri e con il Parlamento europeo, dove restano differenze sulle modalità e sui tempi della transizione. Parigi e Berlino si dicono “determinate” a “lavorare rapidamente con i partner europei” per giungere a un accordo. “Abbiamo una responsabilità nei confronti dei nostri lavoratori, delle nostre industrie e dei nostri cittadini: far sì che l’Europa resti un attore di primo piano nella trasformazione globale dell’industria automobilistica”, concludono, ribadendo l’obiettivo di creare “un’industria automobilistica europea competitiva, innovativa e decarbonizzata, che produca in Europa e crei i posti di lavoro di domani”. Secondo Merz, l’Italia è “ampiamente d’accordo”. Anche se non è stata invitata a partecipare.

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Manovra, ai magistrati quasi 100mila euro a testa tra arretrati e aumenti

Con la prossima legge di bilancio sono in arrivo fino a 100mila euro a testa per i magistrati. Secondo il Sole 24 ore, nelle tabelle del Documento programmatico di bilancio inviato a Bruxelles c’è un “fondo sentenze” da 1,9 miliardi. In particolare, a disposizione delle toghe ci sono 970 milioni di euro, che diventano costi lordi a carico dello Stato, divisi in arretrati una tantum (circa 70mila euro a testa) e aumento fisso in busta paga (20mila euro l’anno). A incassare di più saranno gli oltre 10mila magistrati in servizio già dal 2018, anche se tutti, in modo proporzionale, riceveranno qualcosa.

La misura si spiega andando a vedere il meccanismo di calcolo dei trattamenti economici, utilizzati dall’Istat per far crescere le buste paga dei lavoratori non contrattualizzati. Il sistema fino ad ora utilizzato è stato bocciato dal Consiglio di Stato: per la categoria dei magistrati erano state escluse indennità che invece sarebbero dovute essere pagate. Gli stipendi dei magistrati, infatti, per legge non vengono contrattati anno per anno bensì ogni tre anni e, a partire dal 2018, gli aumenti di stipendio non sono stati calcolati in modo consono. La prossima legge di bilancio, quindi, conterrà i decreti che adeguano le retribuzioni per la magistratura dal 2018 al 2023. Per farlo, il ministro Giorgetti sta rinunciando ai tagli Irpef per il ceto medio e alla detassazione delle tredicesime.

In bilico rimangono le retribuzioni del triennio 2024-26, che potrebbero in futuro essere oggetto di revisione e successiva compensazione. Interessati a questo pagamento ritardato sono pure professori universitari e militari: anche loro fanno parte della categoria “personale di diritto pubblico“, e anche per loro il calcolo dell’Istat potrebbe essere stato sbagliato. I sindacati di ricercatori e docenti si sono già messi in moto per un ricorso collettivo.

“Le somme indicate sono il frutto di una stima priva di fondamento: gli importi effettivi sono di gran lunga inferiori a quelli riportati dal quotidiano: si parla per un magistrato con 20 anni di esperienza di una cifra che non arriva a un quarto di quanto scritto dal quotidiano”, ha spiegato all’Adnkronos l’Associazione nazionale magistrati (Anm) in merito a quanto pubblicato dal ‘Sole 24 Ore’ secondo cui ai magistrati italiani con la legge di bilancio 2027 potrebbero arrivare quasi 100mila euro a testa, in media, tra arretrati e aumenti di stipendio.

La misura nasce dall’obbligo di dare attuazione a una serie di sentenze del Consiglio di Stato relative alla modalità di calcolo dell’indicatore per l’adeguamento triennale di stipendi e indennità del personale di magistratura ed equiparati. “Si tratta, peraltro, di componenti stipendiali dovute per legge, che l’amministrazione ha omesso per anni di corrispondere – osserva l’Anm – Il loro ammontare è la diretta conseguenza dei ritardi accumulati nel pagamento”.

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Btp Valore, offerta al via da lunedì: meglio “tradizionale” o con “maxi-cedola”? Ecco quanto possono rendere

Due titoli di Stato, entrambi della durata di cinque anni, ma con una differenza fondamentale: incassare gli interessi ogni tre mesi oppure riceverli tutti insieme alla scadenza, nell’ottobre 2031. Da lunedì 19 a venerdì 23 ottobre il ministero dell’Economia e delle Finanze offre la doppia possibilità di investimento: il Btp Valore tradizionale e il nuovo Btp Valore Insieme. I tassi minimi garantiti sono già stati fissati: fino al 4,7% annuo per il primo, il 22,25% complessivo per il secondo. Ma quanto rendono concretamente? E quale conviene scegliere?

Il Btp Valore tradizionale paga una cedola, cioè gli interessi maturati, ogni tre mesi. Il tasso annuo lordo è del 3,7% per i primi due anni, sale al 4,1% per i successivi due e arriva al 4,7% nell’ultimo. Investendo 10mila euro, si incassano complessivamente 2.030 euro lordi, che diventano 1.776,25 euro dopo la tassazione del 12,5%. Alla scadenza, ovviamente, viene restituito anche il capitale iniziale.

Il Btp Valore Insieme funziona diversamente: non paga nulla durante i cinque anni, ma riconosce un’unica maxi-cedola finale del 22,25%. Con gli stessi 10mila euro, gli interessi lordi sono 2.225 euro, pari a 1.946,88 euro netti. I calcoli non comprendono eventuali costi e imposta di bollo.

Quale conviene? Dipende dalle esigenze. Il tradizionale è indicato per chi vuole disporre periodicamente degli interessi, anche per reinvestirli. Insieme si rivolge invece a chi può attendere, rinunciando agli incassi intermedi e preferendo accumulare una somma per obiettivi futuri. Attenzione però: il 22,25% finale non significa necessariamente un rendimento finanziario superiore. Come spiega Davide Iacovoni, direttore del Debito pubblico, i due titoli hanno lo stesso rendimento all’emissione: cambia il momento in cui si ricevono gli interessi. Il confronto tra gli incassi complessivi, del resto, non considera la possibilità di reinvestire le cedole trimestrali.

Inoltre, è possibile acquistarli entrambi, anche contemporaneamente, con un investimento minimo di mille euro per ciascuno. Basta rivolgersi alla propria banca o all’ufficio postale, disponendo di un conto corrente e di un deposito titoli, oppure utilizzare l’home banking abilitato agli investimenti. Il collocamento termina alle 13 del 23 ottobre, salvo chiusura anticipata. I tassi annunciati sono minimi garantiti, che significa che il Tesoro potrà modificarli soltanto al rialzo alla conclusione dell’offerta. Quella che inizia lunedì 19 è l’ultima emissione del 2026 riservata ai piccoli risparmiatori.

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Proteste degli studenti a Torino, genitori e docenti fanno da scudo ai ragazzi: “La polizia ha provocato, noi ci siamo messi in mezzo”

“C’è stato un momento di tensione in cui la polizia ha provocato gli studenti, mentre li stava seguendo in tenuta antisommossa. Noi ci siamo interposti tra i ragazzi e gli agenti”, a parlare è Daniela Albano, una delle docenti che, insieme ad alcuni genitori, ha creato uno scudo per proteggere gli studenti durante la manifestazione di protesta a Torino.

“Le forze dell’ordine stavano avanzando, inseguendo un corteo che neanche esisteva più. Gli studenti ormai erano dispersi ma gli agenti hanno continuato ad avanzare con il loro fare repressivo che a Torino conosciamo benissimo. Oggi con tanto di idranti e lacrimogeni, con angoli di lancio che non rispettano i criteri europei”, ha aggiunto Sara Diena, consigliera comunale di Sinistra Ecologista-Avs, dopo che la polizia ha caricato la folla di studenti con le camionette e con gli idranti, costringendo il corteo ad allontanarsi da Piazza Castello. Una parte dei partecipanti si è dispersa, mentre i manifestanti rimasti si sono ritrovati davanti a Palazzo Nuovo.

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Mattarella contro l’eccesso di ‘giornate nazionali’: lo stesso discorso andrebbe esteso ai festival

La sortita del Presidente Mattarella rispetto all’esigenza di contenere la proliferazione delle “giornate nazionali”, per ridurre il rischio di deriva inflattiva che determina la sostanziale inefficacia delle stesse, stimola una riflessione in coloro che credono (ancora) in uno Stato che sappia sviluppare una sana politica culturale.

Il nostro Presidente si è mai posto un quesito “simile”, rispetto alla gran quantità di festival che durante l’anno si svolgono in tutta Italia?! Senza dubbio, si tratta di una ricchezza del nostro territorio, e in alcuni casi sono anche veri e propri preziosi presidi culturali sopravvivenziali, in zone del nostro Paese che soffrono di una tremenda desertificazione (ci sono migliaia di comuni nei quali non ci sono più teatri, non ci sono più cinematografi, non ci sono più nemmeno edicole!). Un monitoraggio curato da alcuni anni dal centro di ricerca indipendente che presiedo, IsiCult, ha censito oltre 4mila festival in tutto il Paese, e crescono di decine e decine ogni anno (e altrettanti muoiono, quasi sempre a causa di deficit di sostegno pubblico).

Si tratta dell’iniziativa “Italia dei Festival” (www.italiadeifestival.it), che beneficia di un modesto contributo della Direzione Cinema e Audiovisivo come “progetto speciale” (per l’anno 2024 e per l’anno 2025).

Spesso si tratta di piccole iniziative, che potrebbero ben svilupparsi con sovvenzioni di poche decine di migliaia di euro, ma la macchina burocratica del Ministero della Cultura attribuisce sostegni ad una minima parte del totale dei festival italiani. Si tratta indicativamente di circa 600 festival l’anno, su un totale di oltre 4mila. Quelli non “premiati” dal Mic riescono a vivere (spesso soltanto a sopravvivere) grazie a contributi delle Regioni, dei Comuni, delle fondazioni ex bancarie, di sponsor privati.

IsICult sta cercando di costruire una mappatura dei festival anche dal punto di vista economico-finanziario, con grande difficoltà perché i livelli di trasparenza non sono sempre eccellenti. In verità, questo dataset dovrebbe essere costruito dallo stesso MiC, ma pare che, nel corso dei decenni, nessuno ci abbia pensato…

Nell’economia festivaliera italica, emergono poi i “big”, ovvero una ventina di festival che sono classificati come nazionali e speciali – con criteri spesso misteriosi – che beneficiano di sovvenzioni a botte di milioni di euro, con una quantificazione sganciata da criteri oggettivi, ma determinata dalla discrezionalità del Principe di turno: tra questi, uno di quelli che spicca è senza dubbio il Festival del Cinema di Roma, che si sta svolgendo in questi giorni.

Qualcuno si è mai preso la briga di comprendere se questo festival (che ha un budget di 8 milioni di euro) determina reali ricadute concrete nel sistema cinematografico nazionale?! Esattamente come per Venezia, si pone come simpatica vetrina per cinefili, con red carpet integrato, ma poco più di sostanziale, considerando che la gran parte dei film che propone non hanno poi alcuno sbocco nel mercato cinematografico. Si tratta di festival che costano molti milioni di euro di danaro del contribuente, danno certamente lavoro a decine e centinaia di persone, ma che non modificano l’audience cinematografica in modo sostanziale.

La questione riguarda ovviamente anche la stessa Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia: contribuisce – al di là del red carpet appunto – a promuovere realmente la fruizione di cinema (e magari di cinema nazionale), o si tratta di una grande “macchina burocratico-culturale” autoriferita ed autoreferenziale?! Altresì dicasi per il David di Donatello… Quanti piccoli festival potrebbero essere sostenuti con una parte del sostegno pubblico assegnato a grandi kermesse come Venezia e Roma e poche altre dell’eletta schera?!

Queste patologie riguarda le “giornate nazionali” così come i… “comitati nazionali”, ai quali il Presidente della Repubblica non ha ancora (non ancora?!) dedicato attenzione. In sostanza, così come a livello nazionale non si dispone di vere “valutazioni di impatto” (né per il cinema e l’audiovisivo, né per lo spettacolo dal vivo, che complessivamente assorbono oltre 1 miliardo di sovvenzioni da parte del MiC), a livello territoriale lo Stato non dispone di strumentazione adeguata per ben valutare il senso delle iniziative culturali.

Il discorso va ben oltre lo specifico festivaliero. Senza dimenticare la gran quantità di danari che il MiC assegna direttamente a Cinecittà s.p.a. con assoluta discrezionalità, senza rendere conto a nessuno, per i cosiddetti “progetti speciali”: basti pensare alle decine di milioni di euro ogni anno di una incerta campagna promozionale – con zero trasparenza – tanto cara alla Sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni, qual è “Cinema Revolution”, oppure al misterioso progetto “Rambaldi”, gestito dal “Comitato Nazionale per le Celebrazioni del 100° anniversario della nascita di Carlo Rambaldi”.

Trattasi di 1,6 milioni di euro (perché non 2 o 3?!), con un “Comitato Nazionale” la cui presidenza è stata affidata (non si sa bene da chi) a Chiara Sbarigia, Presidente da anni dell’Associazione Produttori Audiovisivi (Apa), già Presidente di Cinecittà, nonché ancora oggi consigliere di fiducia della Sottosegretaria Borgonzoni…

E che dire – ancora? – dei 2,2 milioni (perché non 3 o 4?!) di euro che Cinecittà ha concesso graziosamente all’Italian Global Series Festival per l’edizione 2025. Iniziativa anch’essa promossa dall’Apa presieduta da Chiara Sbarigia… L’elenco completo sarebbe troppo lungo. E sconfortante. E nel frattempo, sul territorio centinaia e centinaia di piccoli festival boccheggiano.

Giochi di palazzo, capitale relazionale, conventicole e lobby, amichettismi diffusi e trasversali… A nessuno sembra interessare la verifica della reale efficacia (ovvero inefficacia) del sostegno pubblico alla cultura. Prevale discrezionalità ed opacità. E sempre latente è il rischio di clientelismo, di asimmetrie: sostanzialmente di ingiustizie. Con buona pace della tanto decantata meritocrazia e – in fondo – della democrazia culturale.

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“Controsoffitti crollati, aule allagate: non possiamo concepire che i soldi vadano a bombe e missili”: le voci degli studenti dal corteo di Roma

“Non possiamo continuare a concepire che ci siano i soldi per le navi cargo, gli aerei militari, le bombe e i missili e non ci sono invece per l’istruzione pubblica”. Così Leonardo Giorgetti, studente dell’Istituto Renzo Rossi di Roma e militante di Opposizione studentesca d’alternativa (Osa), riassume i motivi per cui migliaia di studenti sono scesi in piazza venerdì 16 ottobre a Roma, come in altre città d’Italia. Moltissime le testimonianze di ragazze e ragazzi che raccontano edifici scolastici fatiscenti, in cui piove all’interno, mezzi inagibili e quindi inutilizzabili.

“Al Manara (liceo classico nel quartiere Monteverde) le aule non sono sufficienti – racconta una ragazza – per questo le classi sono costrette a fare una rotazione negli spazi che hanno e cambiare posto ogni ora“. “Noi abbiamo metà scuola abbandonata e inutilizzabile – le fa eco un altro studente – i controsoffitti sono crollati e l’aula magna è parzialmente allagata“. Durante il corteo, partito da via Cavour e diretto al Ministero dell’Istruzione di viale Trastevere, sono stati bruciati due cartoni raffiguranti le bandiere di Israele e degli Stati Uniti.

“Chiediamo il ritiro del decreto Scuola – spiega Laura Teresi di Osa e studentessa del liceo Cavour, primo edificio scolastico ad essere occupato nella Capitale – perché impone il 30% di tetto per gli studenti stranieri, chiediamo l’abolizione della riforma degli istituti tecnici e professionali, dove aumentano le ore di alternanza scuola e lavoro e soprattutto vogliamo che i 13 miliardi di euro stanziati dal governo Meloni per il riarmo siano indirizzati nella scuola”. Per questo gli studenti lanciano il prossimo appuntamento di piazza: lo sciopero generale indetto da Usb per il 30 ottobre.

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Strutture fatiscenti? Continuità didattica assente? Libertà limitata e censura? Se sei un insegnante, uno studente o un genitore raccontaci la tua storia scrivendo a redazioneweb@ilfattoquotidiano.it

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Il futuro non si arma, si insegna! – La petizione del Fatto

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Bufera su Tebas: attacca il Real Madrid paragonandolo al nazismo. La furia del club: “Dimissioni immediate”

Il Real Madrid ha chiesto le “dimissioni immediate” del presidente della Liga Javier Tebas dopo che quest’ultimo ha paragonato le strategie comunicative della dirigenza madridista a quelle di Joseph Goebbels, ministro della Propaganda della Germania nazista. In una lunga nota ufficiale, il Real Madrid ha definito le dichiarazioni di Tebas “profondamente offensive” e “moralmente ripugnanti“, sostenendo che il suo comportamento sia incompatibile con gli incarichi istituzionali che ricopre. La società ha quindi invitato il dirigente a lasciare sia la presidenza della Liga sia la vicepresidenza della Federazione calcistica spagnola.

“La condotta ripetuta di Javier Tebas dimostra una mancanza di neutralità, rispetto e imparzialità incompatibile con le sue responsabilità istituzionali”, si legge nel comunicato del club. “I suoi continui attacchi al Real Madrid e a coloro che chiedono trasparenza e riforme costituiscono, a nostro avviso, una vera piaga per il calcio spagnolo“. La polemica è esplosa venerdì, quando Tebas ha pubblicato un lungo messaggio su X nel quale ha criticato duramente il modo in cui il Real Madrid comunica le proprie posizioni, chiamando in causa anche il canale televisivo ufficiale del club.

“La dirigenza del Real Madrid dirige un’orchestra di portavoce e Real Madrid TV ne dirige il coro“, ha scritto il presidente della Liga. Secondo Tebas, il club seguirebbe una strategia comunicativa basata sulla ripetizione delle proprie accuse, sull’alimentazione dei sospetti e sull’individuazione di avversari contro cui indirizzare le critiche. “Questo metodo richiama i meccanismi di propaganda sfruttati da Goebbels, ministro della propaganda della Germania nazista: ripetizione sistematica, costruzione di un nemico e subordinazione dei fatti alla narrazione”, ha aggiunto.

Il dirigente ha poi precisato che il paragone riguardava esclusivamente le tecniche di comunicazione, non l’ideologia nazista. Una precisazione che, tuttavia, non è bastata a placare la reazione del Real Madrid. Nella propria risposta, il club ha sostenuto che il chiarimento fornito da Tebas non fosse sufficiente a ridimensionare la gravità delle sue parole, definite incompatibili con il ruolo istituzionale del presidente della Liga. “Il Real Madrid ritiene che le ripetute dichiarazioni e il comportamento di Javier Tebas sarebbero inaccettabili in qualsiasi istituzione sportiva europea governata da principi di rispetto, neutralità e integrità, e che lo squalifichino istituzionalmente dal continuare a ricoprire le posizioni che occupa”, si legge ancora nella nota.

Il comunicato si inserisce in una contrapposizione che va avanti da anni. Il mese scorso, Tebas aveva accusato il Real Madrid di alimentare una “cospirazione permanente” dopo le ripetute proteste del club contro alcune decisioni arbitrali nelle partite di campionato. In quell’occasione, la società aveva replicato definendo le parole del presidente della Liga “intollerabili, inappropriate e irresponsabili“, sostenendo che il campionato avesse bisogno di una guida in grado di gestirlo con maggiore equilibrio. Le tensioni erano aumentate anche dopo la sconfitta per 2-1 contro l’Atletico Madrid, quando l’allenatore del Real, José Mourinho, si era presentato in conferenza stampa mostrando alcune immagini di interventi dei propri giocatori che, a suo giudizio, avrebbero meritato un cartellino rosso.

Le divergenze tra Tebas e Florentino Pérez, presidente del Real Madrid, non riguardano soltanto l’arbitraggio. I due si sono scontrati ripetutamente su diversi temi centrali per il futuro del calcio spagnolo ed europeo. Il Real Madrid si è opposto al progetto della Liga di disputare una partita di campionato ogni anno negli Stati Uniti, mentre Tebas è stato uno dei principali oppositori della Superlega europea promossa da Pérez. Le loro posizioni sono risultate distanti anche sulle questioni relative ai diritti televisivi e alla gestione commerciale del campionato. L’ultimo episodio ha quindi riacceso una rivalità che coinvolge da tempo i vertici del calcio spagnolo.

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Strage di Kharkiv, arrestato soldato russo. I servizi di Kiev: “Ha ucciso senza motivo”

“Li ho uccisi“. Questo Leonid Ryzhikov ha raccontato agli uomini del Servizio di sicurezza ucraino (SBU) parlando della strage avvenuta il 13 ottobre nella regione di Kharkiv. L’uomo, 36 anni, russo, originario di San Pietroburgo, avrebbe ucciso cinque soldati ucraini che si trovavano in una casa privata mentre non erano in combattimento e, secondo la procura, disarmati e in abiti civili. Alcuni addirittura dormivano. Nello stesso giorno, secondo l’accusa, Ryzhikov aveva ammazzato a sangue freddo anche un pescatore di 60 anni. Arrestato il 14 ottobre, l’uomo è accusato di crimini di guerra: ora rischia l’ergastolo. Ma nella ricostruzione restano ancora diversi punti oscuri.

La ricostruzione della SBU parte dalla storia personale del sospettato. Soprannominato “Yula”, Ryzhikov era stato mobilitato nell’esercito russo alla fine di luglio, dopo aver scontato otto anni di carcere per lesioni personali gravi e furto. Era stato assegnato al secondo battaglione del 1009° reggimento fucilieri motorizzati, appartenente alla 68ª divisione della fanteria motorizzata della 6ª armata russa. Tra il 5 e il 6 ottobre, riferiscono ancora i servizi, si trovava nelle posizioni russe nei pressi di Starytsia, nel distretto di Chuhuiv, quando era finito sotto il fuoco degli ucraini. A quel punto era scappato e, armato di un fucile automatico AK-74, si era diretto a piedi verso Kharkiv, nascondendosi nelle fasce boschive. Durante la fuga era entrato in una casa privata abbandonata, nella quale aveva rubato alcuni abiti civili.

Il 13 ottobre, vicino al villaggio di Mykhailivka, Ryzhikov avrebbe incontrato un uomo impegnato a pescare lungo un canale. La SBU sostiene che gli ha sparato senza alcuna ragione e poi ha spinto il corpo nell’acqua. “Avevo paura che mi denunciasse, tutto qui. L’ho ucciso e me ne sono andato”, ha raccontato Yula durante un interrogatorio del quale la Procura generale ha pubblicato un breve estratto video. “Se me ne fossi andato, lui avrebbe chiamato qualcuno dei militari e mi avrebbero preso”, ha aggiunto. L’uomo ha confermato anche di aver spinto il corpo nel canale dopo lo sparo.

La seconda parte del racconto è più oscura. Secondo la SBU, lo stesso giorno Ryzhikov è entrato in una proprietà privata a Momotove, dove si trovavano i cinque militari ucraini che “non stavano partecipando a operazioni di combattimento, non erano armati e indossavano abiti civili”. In quelle condizioni, sostiene l’intelligence di Kiev, erano protetti dalla Convenzione di Ginevra sulla protezione dei civili in tempo di guerra.

Nell’interrogatorio, Ryzhikov ha confermato di essere “entrato nel cottage” e di aver sentito che una persona era scappata. “Poi ha cominciato a tornare indietro, mentre io ero nel cottage in cui viveva. A quel punto non ho fatto niente. L’ho semplicemente ucciso”, ha raccontato, per poi aggiungere subito dopo: “L’ho ucciso, sono tornato indietro. Lì c’erano altri tre militari. Li ho uccisi, ho preso in fretta alcune cose”. A quel punto un altro militare gli avrebbe intimato di fermarsi. “Ho sparato e sono scappato”, ha proseguito l’uomo. “All’interno della casa c’era equipaggiamento militare?”, domanda un investigatore. “C’era – risponde Yula -. Dotazione tattica, munizioni“, ma anche “armi, giubbotti antiproiettile, elmetti e roba simile”. “Hai preso tutto?”. “Ho preso solo le cartucce che c’erano, ma il resto non l’ho toccato”.

Alla domanda su che cosa abbia fatto dopo gli omicidi, Ryzhikov ha risposto di aver proseguito verso Kharkiv. Gli agenti della sicurezza lo hanno arrestato nel quartiere di Saltivka e hanno rinvenuto l’AK-74. Rimangono senza risposta alcune domande, due in particolare: perché è entrato proprio in quella casa? E perché ha ucciso i cinque militari? Né la ricostruzione della SBU (che nel comunicato ufficiale scrive: “Senza alcun motivo, Ryzhikov sparò senza pietà a queste persone, alcune delle quali stavano semplicemente dormendo”), né lui lo spiega nello spezzone di video pubblicato. Non dice di essere stato attaccato, minacciato o riconosciuto, né descrive un confronto che possa spiegare l’inizio della sparatoria.

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Giornalista del Washington Post aggredita da coloni israeliani: presa a calci e derubata, ha ferite e diverse fratture

“Sono stata brutalmente aggredita, buttata a terra. Continuavano a prendermi a calci, tipo una cinquantina di volte. Per fortuna avevo il giubbotto protettivo e l’elmetto, altrimenti probabilmente non sarei qui”. Heidi Levine, 63 anni, giornalista del Washington Post aggredita dai coloni israeliani nel villaggio di Abu Falah, a nord di Ramallah, si trovava in Cisgiordania per seguire la raccolta delle olive. Indossava il giubbotto con la scritta “Press” ben visibile davanti e dietro, ma questo non l’ha salvata dai calci e dalle bastonate degli occupanti israeliani illegali.

Come raccontato dalla fotoreporter, diversi testimoni hanno affermato di aver visto decine di uomini vestiti di nero e incappucciati scendere da un insediamento in cima alla collina vicina al villaggio dove la donna si trovava. A dare credito alle testimonianze c’è anche un video dell’episodio. La giornalista racconta di essere stata derubata dell’attrezzatura, picchiata, scaraventata a terra, rialzata a forza e poi di nuovo sbattuta a terra con violenza. A salvarla sono stati i colleghi palestinesi e il servizio medico, che l’ha fatta salire su un’ambulanza: in ospedale le sono state riscontrate “ferite e diverse fratture“, come riportato su X dal medico e deputato palestinese Mustafa Barghouti. “Mio figlio Michael mi ha sempre detto che la sua più grande paura era quella che sua madre venisse uccisa dai coloni. Ne abbiamo parlato proprio ieri. Non so quale genitore possa aver cresciuto mostri come loro”, ha detto Levine riferendosi ai suoi aggressori.

Sulla questione è intervenuto anche Matt Murray, direttore esecutivo del Washington Post, chiedendo un’indagine approfondita sull’aggressione: “Indossava dei segni distintivi ben visibili che la identificavano chiaramente come giornalista. Siamo indignati per questo attacco ingiustificato contro una giornalista che stava svolgendo il suo lavoro e sollecitiamo un’indagine approfondita e un seguito concreto da parte delle autorità”. Le IDF fanno sapere di aver aperto un’inchiesta sull’aggressione. Ferma anche la condanna dell’ambasciata Usa a Gerusalemme. L’episodio violento nei confronti della fotoreporter americana segue, tra l’altro, un altro attacco avvenuto ai danni di un giornalista appena dieci giorni fa: si tratta di Jaafar Ashtiyeh, fotografo dell’Agence France-Presse, aggredito con i calci dei fucili nel villaggio di Aqraba, nella Cisgiordania settentrionale.

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Francesco Guccini, ritrovata dopo quasi trent’anni un’intervista dimenticata in uno scatolone: il libro che racconta il suo legame con l’Emilia e il ricordo di Beppe Carletti – L’ESTRATTO IN ESCLUSIVA

Sono trascorsi già due mesi dalla scomparsa di Francesco Guccini, nella sua casa di Pavana, dove viveva da tempo.

Ottantasei anni, emiliano di Modena, vissuto per oltre cinquant’anni a Bologna, il Maestrone è stato celebrato e ricordato con grande affetto dai colleghi, dalla stampa e dal suo pubblico, una vera e propria “comunità intergenerazionale”.

Ma c’è un piccolo libro, uscito da qualche giorno in libreria, che ci racconta di quel legame con la sua terra, l’Emilia, e con la musica che lì è nata. Si intitola “La locomotiva della memoria. L’intervista ritrovata”. Scritto dall’editore Francesco Aliberti, il volume ci restituisce un piccolo pezzo di storia, dove il cantautore modenese si racconta a un giovane novellarese fresco di laurea (Aliberti, appunto) nel 1998.

Una conversazione sulla lingua, i dialetti, la musica, il futuro e i computer, ma soprattutto sulla memoria, rimasta tanti anni sepolta in uno scatolone e ora tornata alla luce accompagnata dalla prefazione di Beppe Carletti – il Nomade che conobbe Guccini quando tutto poteva ancora accadere – e i contributi di Alessandro Di Nuzzo, Alessandro Scillitani, e Stefano Ferrari.

Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo in esclusiva il contributo di Alessandro Di Nuzzo:

Se qualcuno ha mai pensato che il Guc­cio, con il suo carattere da burbero buono, capace di essere estroverso e giovialone tanto quanto di chiudersi in sé stesso in un silenzio impenetrabile e oscuro, sia stato un emiliano anomalo, allora ha capito poco o nulla dell’emilianità.

Perché si sa che la gentilezza, la dispo­nibilità e quella che oggi chiamiamo l’etica orizzontale (definizione sulla quale proba­bilmente il Guccio avrebbe molto da ironiz­zare) sono virtù per le quali un gesto vale più di molte parole. Ed è noto che, finché Guccini visse a Bologna, si poteva tranquil­lamente suonare al campanello di via Paolo Fabbri 43 (meglio, però, non la mattina) ed essere accolti in casa da Francesco pur es­sendo perfetti sconosciuti e solo desiderosi di stringergli la mano.

Ed è proprio all’emilianità non ano­mala ma profonda ed essenziale del Guc­cio che è dedicato questo volume, l’o­maggio al Maestro da una casa editrice emiliana che con le sue canzoni-poesie è cresciuta e che da lui ha imparato tanto. La locomotiva della memoria è una lunga in­tervista che Guccini concesse a Francesco Aliberti nel 1998 per una piccola rivista, «Il Sicomoro», poi ripresa dal «Fatto Quo­tidiano» molti anni dopo. È una riflessione lucida e puntuale sulle radici, sull’identità geografica, linguistica (la grande passione del Guccio), culturale e perché no politica di uno degli autori-chiave della cultura “popo­lare” del dopoguerra italiano. Modena, Bo­logna, Carpi: la loro memoria si mescola in queste pagine ai luoghi fantastici di Borges, ai paesi e ai mari del Sud di Pavese, al Ve­neto di Meneghello, a Gadda. Si conferma una volta di più che quella di Guccini è una voce colta, come diceva Umberto Eco: però mai saccente o accademica. Erudita sì, ma il giusto: perché l’erudizione, la filologia non è altro che una forma d’amore per la cultu­ra, forse alla fine la più sincera, la più fedele. Per completare un volume sull’emilianità di Guccini, ci voleva un ricordo dell’emiliano (novellarese come la casa editrice) che ha vissuto gli anni cruciali della carriera arti­stica sua e del suo gruppo, i Nomadi, insie­me al primo, folgorante, non sempre com­preso Guccini. Beppe Carletti, che ci offre un ritratto pieno di memoria e affetto, con qualche punta di umanissimo rimpianto. E poi le testimonianze di altri due emiliani-gucciniani, il giornalista Stefano Ferrari e il regista Alessandro Scillitani. Tutti concordi nell’affermare che, da oggi, Guccini è con­segnato definitivamente, senza bisogno di consacrazioni, alla cultura italiana oltre che alla musica popolare: e che, se già la sua voce poetica compare nelle antologie sco­lastiche, nei prossimi anni lo sarà ancora di più, a maggior gloria sua e per il maggior beneficio delle generazioni, che non hanno mai smesso di ascoltarla e sempre la ascol­teranno.

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“Lady Diana di sera si metteva a guidare per dare soldi alle prostitute, ma anche per passare e vedere come se la cavavano i senzatetto”: lo rivela l’ex addetto stampa

“Mi chiedo perché la gente non riesca a lasciare che Diana riposi in pace. Sono quasi 30 anni che sentiamo ripetere sempre le stesse cose. Non c’è niente di nuovo da dire” è quello che sostiene Dickie Arbiter, ex addetto stampa della famiglia reale, che sta ora dando alle stampe il libro “On Duty with the Royals: The Inside Story of the Modern Monarchy”, nel quale ripercorre la storia dei Windsor. Vedendo quanto, però, lui stesso ha dichiarato a “Palace Confidantial” del Daily Mail il primo a cadere nella trappola è stato lui stesso.

Infatti le dichiarazioni che hanno fatto maggior rumore tra quelle pronunciate da Arbiter nel corso della sua chiacchierata con il giornalista Luke Blackall sono proprio quelle che riguardano la principessa Diana.

“Tutto ciò che aveva era un telefono per chiamare gli amici. I suoi amici erano riluttanti a superare i controlli di sicurezza. Doveva fornire alla sicurezza i nomi, gli indirizzi, le targhe delle loro auto, l’orario di arrivo e di partenza. Era estenuante come una maratona. Intratteneva gli ospiti a pranzo, ma non a cena, quindi era sempre alla disperata ricerca di qualcosa da fare” ha raccontato a propito di Lady D.

Fra i passatempi serali preferiti dalla principessa in particolare ce n’era qualcuno sicuramente particolare, come quello di andare per strada a dare soldi alle prostitute.

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Manovra senza risorse, Tajani spera nella “card per le spese sanitarie degli anziani”. Tramonta (di nuovo) la detassazione delle tredicesime

“Abbiamo scritto soltanto i titoli, adesso bisogna svolgere il tema”. Antonio Tajani, vicepremier e leader di Forza Italia, mette le mani avanti sulla prossima manovra e ammette che il confronto sulle misure è ancora tutto da fare. La lunga lista di proposte della maggioranza, a partire dal taglio dell’Irpef per il “ceto medio”, si scontra con la mancanza di risorse: per “misure fiscali” ci sono stando al Documento programmatico di bilancio solo 2,1 miliardi, insufficienti per finanziare l’allargamento a 60mila euro dello scaglione Irpef con aliquota al 33% che al momento arriva fino a 50mila.

A disposizione, se si escludono i 14 miliardi di deficit da utilizzare per difesa e sicurezza energetica, restano meno di 10 miliardi. Di cui peraltro 5 attesi da un nuovo contributo da banche e assicurazioni che lo stesso Tajani non vuole, anzi sostiene “non esistere” a meno che non si tratti di “una scelta concordata e non una scelta imposta”. Di non concordato al momento non c’è nulla: l’Abi ha fatto sapere che la notizia è arrivata senza preavviso. Il “dialogo forte, concreto con tutto il mondo finanziario e con quei settori che possono dare un contributo volontario” sognato dal forzista è tutto da avviare. Ma il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti conferma che l’intervento ci sarà eccome perché “riteniamo che il sistema finanziarlo possa sostenerlo” e “credo che non morirà nessuno“. Del resto, “tenere sotto controllo lo spread è nell’interesse di tutti”, anche delle banche che hanno a bilancio miliardi di euro di Btp il cui valore diminuisce quando i rendimenti salgono.

Tajani quell’intervento non l’ha mai voluto, visto che tra gli interessati c’è anche la Mediolanum che fa capo al gruppo della famiglia Berlusconi. Ma sull’allargamento della seconda aliquota fa mostra di non demordere: “Pensiamo all’abbassamento dell’Irpef, pensiamo anche a far sì che il nostro sistema possa avere una complessiva riduzione della pressione fiscale”. E in aggiunta propone di allargare l’esenzione dal bollo (al momento in vigore solo per il 2027, va ricordato) a tutte le prime auto, oltre a “dare libertà sull’utilizzo nei primi anni del Tfr”.

“Un altro tema importante per noi è la sanità”, aggiunge. “Come sapete, oggi si possono detrarre le spese sanitarie nell’anno successivo a quello nelle quali vengono effettuate. Noi diciamo di anticipare nell’anno stesso, vediamo in quale forma: ci può essere per esempio una card che permette magari agli anziani di poter avere una somma a disposizione per effettuare spese sanitarie, penso alle cure dentali, alle cure oculistiche, quelle che sono fuori dal Servizio sanitario nazionale, o l’acquisto di medicine particolarmente costose”. Nei giorni scorsi era emerso il tentativo di cercare di anticipare le detrazioni Irpef per le spese sanitarie o un bonus a forfait che vada anche a chi non ha capienza fiscale.

Ma intanto dal libro dei sogni di Tajani esce per l’ennesima volta, come da attese, la detassazione delle tredicesime: “Questo rimane sul tavolo ma sarà per una prossima manovra vista la situazione economica”. E chi vivrà vedrà. Visto che “abbiamo ottenuto flessibilità per due tipi di spesa, quella per il risparmio energetico – e lì ci saranno provvedimenti anche a favore delle famiglie e delle imprese – e per la sicurezza”, tocca accontentarsi di “un tema molto importante che riguarda la previdenza dedicata ai militari”.

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“Io sono uno che rimuove il passato, invece ora mi hanno costretto a guardarlo. Mi rendo conto che sto diventando come il mio babbo, penso ai silenzi di mia mamma…”: Jovanotti racconta il film sulla sua vita

Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti. Si chiama così il film presentato oggi alla Festa del Cinema di Roma. Protagonista, naturalmente, Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti. Alla regia Dario Zonta e Carlo Zoratti. Il film ripercorre la sua vita dall’infanzia in poi, con la musica sempre presente, ma senza fermarsi alla carriera. Dentro c’è anche la parte più intima: la famiglia, i ricordi, l’incidente in bicicletta a Santo Domingo nel 2023 e il lungo percorso per rimettersi in piedi.

“Ho fatto solo il primo passo: ho dato a loro le chiavi di casa. Non volevo il controllo di questo film, perché sarebbe diventata la solita cosa mia, dove ho sempre il controllo del prodotto finale”, ha raccontato Jovanotti in conferenza stampa riferendosi ai due registi. E quando ha visto il risultato? “Mi sono commosso, divertito e anche stupito. Mi sono sorpreso della mia sorpresa. Stavolta ero io il pubblico”. Un viaggio nella propria vita che, ha spiegato Lorenzo Cherubini, lo ha anche “inquietato, disturbato nel senso migliore del termine, perché ho sentito che metteva anche un punto. E a me non piacciono i punti, mi piacciono i due punti, le virgole, i puntini di sospensione”. Quel punto riguarda la fine di “quel Jovanotti lì”. Una conclusione che però non sembra spaventarlo, anzi: lo porta a chiedersi semplicemente “e ora?”.

Tra le immagini recuperate per il documentario ci sono anche i Super8 girati dal padre e dalla madre. Ed è proprio lì che il film lo costringe a fare qualcosa che, racconta, tende normalmente a evitare: guardare indietro. “Io sono uno che rimuove il passato, invece ora mi hanno costretto a guardarlo e ci devo fare i conti (…). Ti rendi conto che stai diventando tuo babbo, emergono pensieri rispetto alla tua mamma, ai suoi silenzi, che quando sei giovane non fai”. Alla fine, per Lorenzo Cherubini, questo film è anche un modo di conoscersi meglio: “È un po’ come andare in analisi senza esserci mai andato”. E chiude con una riflessione che sembra riassumere il senso del documentario: “Se questo film può essere utile a qualcuno, è tornare alla nostra infanzia, riconnettersi con quel bambino, perché lì c’è il tesoro”.

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Dramma nel rugby: Hyron Andrews trovato morto nel bagno dell’hotel prima del match di Champions

Una notizia drammatica scuote il mondo del rugby proprio nelle ore che precedono il ritorno delle grandi sfide europee. Hyron Andrews, seconda linea sudafricana di 31 anni, è stato trovato senza vita nella camera d’albergo in cui soggiornava a La Rochelle insieme ai compagni dei Lions, squadra sudafricana impegnata nelle competizioni europee. Il ritrovamento è avvenuto alla vigilia della partita d’esordio in Champions Cup contro la formazione francese, in programma sabato alle 18.30. Al momento non è ancora arrivata una comunicazione ufficiale sul rinvio, che però salvo clamorose decisioni avverrà.

Stando alle prime ricostruzioni, Andrews sarebbe stato trovato privo di vita nella doccia del bagno della sua stanza. Tra le ipotesi al vaglio c’è quella di un arresto cardiaco, seguito da una caduta. Le circostanze della morte, tuttavia, non sono ancora state confermate ufficialmente. La notizia ha iniziato a circolare nelle prime ore del pomeriggio attraverso i media sudafricani, raggiungendo successivamente anche la stampa europea. In un primo momento, l’identità del giocatore non era stata resa nota. È stata poi la stessa federazione sudafricana a confermare il nome di Andrews, dopo aver espresso le proprie condoglianze alla famiglia.

Il rugbista lascia la moglie Maighlin. Nel corso della sua carriera aveva vestito le maglie di diverse squadre, tra cui i KZN Sharks in Sudafrica e i Sale Sharks in Inghilterra. Nel 2015 aveva inoltre rappresentato il Sudafrica con la nazionale Under 20, nel ruolo di seconda linea. Un percorso che gli aveva permesso di guadagnarsi rispetto e considerazione all’interno dell’ambiente rugbistico del suo Paese. La scomparsa di Andrews ha provocato profonda commozione nella comunità del rugby. A esprimere il cordoglio della federazione è stato il presidente Mark Alexander, che ha voluto rivolgere un pensiero alla famiglia del giocatore e a tutta la squadra dei Lions.

“È una notizia terribile e sconvolgente; il nostro pensiero va alla famiglia di Hyron e a tutta la comunità rugbistica dei Lions” ha dichiarato Mark Alexander, presidente della Federazione Sudafricana: “Non ci sono parole adeguate per esprimere il nostro shock e la profondità della solidarietà che proviamo per sua moglie Maighlin, per la sua famiglia allargata, per gli amici, i compagni di squadra e tutte le persone a lui care in questo momento di immenso dolore. Hyron era un membro rispettato della comunità rugbistica, e il suo contributo al gioco e l’impatto che ha avuto su chi gli stava intorno saranno ricordati con grande affetto. La sua scomparsa prematura è una perdita devastante e condividiamo il dolore di tutti coloro che lo conoscevano e gli volevano bene. I pensieri e le preghiere dell’intera famiglia del rugby sudafricano sono con Maighlin e con tutte le persone che piangono la sua scomparsa. Possano trovare forza, conforto e pace nei ricordi condivisi con lui e nel sostegno di chi è loro vicino”.

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”Mi dispiace per la decisione di Diego di lasciare questa avventura cominciata insieme più di 40 anni fa. Cos’è successo? Lui non ve lo dirà, lo faccio io”: il post di Vasco Rossi sull’addio del suo storico manager del palco

Si chiude un sodalizio musicale lungo più di quarant’anni. Diego Spagnoli, storico manager di palco di Vasco Rossi, ha deciso di lasciare il team del rocker di Zocca alla vigilia di uno degli appuntamenti più attesi della sua carriera: i dieci concerti di giugno 2027 a Roma, per i cinquant’anni di musica del cantautore, presentati come la più grande residency mai realizzata in Italia. Il Giubileo di Vasco.

A rendere pubblica la separazione è stato lo stesso Rossi, con un messaggio in cui si dice dispiaciuto per la scelta. Ha ringraziato Spagnoli per “la gioia, la professionalità” e gli anni condivisi, definendolo “il mio complice sul palco” e ricordando di averlo voluto al suo fianco dal primo giorno: “Guido si occupò dell’assunzione, io della scelta”.

Sulle ragioni dell’addio, Vasco ha parlato apertamente: durante le prove ci sarebbe stata una discussione sul palco, davanti a due persone: “Ero nervoso e teso, ma non è una giustificazione. Gli ho detto quello che pensavo e lui si è sentito offeso. Mi dispiace“. Spagnoli, ha aggiunto, ha comunque portato a termine il tour con grande professionalità e, dopo l’ultima data, gli ha inviato un video per spiegare le proprie ragioni. “Diego non è sostituibile. Diego è Diego”, ha concluso Rossi, assicurando però che si troverà una soluzione per proseguire: “La rotta continua… E ci vediamo a Roma!”.

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La pace in Ucraina dipenderà dal riconoscimento dell’esigenza di sicurezza di entrambi i belligeranti

di Gerardo Ongaro

Il terzo (penultimo) anno, l’Università di Edimburgo ci mandò un anno accademico presso un’università russa. Io scelsi l’Università Linguistica di Mosca. L’occidente era un miraggio per una parte della popolazione che credeva ancora nelle “nostre” bugie. Questa atmosfera di entusiasmo si respirava specialmente tra i giovani negli alloggi universitari, dove risiedevo.

Fare amicizie era facile. Il bisogno degli studenti russi di parlare altre lingue facilitava la cosa. Con una studentessa, di quelle della Russia profonda, ebbi una relazione. Studiava tedesco, non sapeva l’inglese, dunque con lei dovevo parlare russo per forza: situazione ideale. Altre ragazze che studiavano inglese mi cercavano spesso, per amicizia e per praticare la lingua. Si capiva che molte di loro sognavano un futuro diverso dai loro genitori.

Io ero povero, ma le poche sterline che avevo in tasca valevano una montagna di rubli. Tuttavia, per aggiungere qualcosina al mio misero bilancio, davo lezioni private di italiano. Così, attraversavo quotidianamente Mosca in lungo e in largo, imparando a conoscere la città in tutti i suoi aspetti. La visione era devastante.

Era il periodo del presidente Yeltsin, della “Shock Therapy” (terapia d’urto) di Gaidar, una politica economica adottata per rendere la rivoluzione liberista irreversibile. Il popolo russo era sprofondato nella miseria. File di disperati, giovani e vecchi, affollavano i quartieri. Davanti ai loro piedi c’erano piatti, bicchieri, posate, oggetti di vario genere appartenuti alla famiglia nei secoli. Una volta, da una vecchietta comprai due piatti per pochi rubli. Vedevo in lei mia nonna Maria Rosa, conosciuta come la Mamma dei Partigiani durante la Resistenza; avrei voluto colmarla di baci, e di rubli, ma temevo di offenderla: lei non stava chiedendo la carità, stava vendendo le sue cose con dignità.

Intanto, mentre il popolo soffriva, non era raro vedere in una via del centro una giovane rock star scendere da una splendida limousine per inaugurare una boutique. Il contrasto era devastante. Questo fu il primo impatto del popolo russo con la nostra “democrazia”.

All’esperienza economica devastante di quegli anni, va aggiunta quella della minaccia militare. Quando studiavo presso l’Università Linguistica di Mosca, si vociferava dell’allargamento della Nato ai paesi dell’ex Patto di Varsavia. Ricordo il professore di scienze politiche esprimere preoccupazione, ma anche certezza che questo non sarebbe avvenuto. Per lui, e per il popolo russo, non sembrava logico, visto che la Russia si era ritirata dall’Europa dell’est e che con il presidente Yeltin la Russia era diventata amica dell’Occidente.

Quando alla fine del primo anno l’Università di Edimburgo ci mandò a Pietroburgo per un mese, ci fece alloggiare presso famiglie russe. La mia era composta da genitori, nonna e figlia. Chiacchieravo spesso con Бабушка (la nonna). Mi raccontò di lei bambina durante la Seconda Guerra Mondiale, nell’assediata Leningrado. Mi raccontò della paura, delle sofferenze…

Ancora vivida tra i russi è la memoria storica delle invasioni occidentali, l’ultima delle quali costò loro più di 20 milioni di morti, più della metà civili. Ancora vive sono alcune persone che hanno vissuto la tragedia. Nelle case russe, ci sono ancora le foto appese al muro dei loro parenti morti a causa dell’invasione nazista. L’avvicinamento ai loro confini della più grande potenza militare occidentale della storia, la Nato, richiama ricordi terrificanti. Vedere il governo ucraino costruire monumenti a ricordo di personaggi di quel paese che si unirono ai nazisti contro il popolo russo, vedere i resti di quei personaggi accolti come eroi, li fa rabbrividire.

La tragedia economica liberista della Shock Therapy e la minaccia militare occidentale hanno prodotto Putin. Per il popolo russo, lui ha ridato dignità al paese. Le trattative per la pace non possono prescindere dal riconoscimento dell’esigenza di sicurezza di entrambi i belligeranti.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

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La furia di Sarri: “Calendario assurdo, illogico e i giocatori si fanno male. Fate un esposto”. Cairo risponde: “Se pensiamo al tennis…”

“Fate un esposto alla Uefa e alla Fifa, ci sono troppe partite per tutti, non solo per noi“. Con queste parole – al termine di Atalanta–Pafos, dopo l’infortunio di Giacomo Raspadori – l’allenatore dei bergamaschi Maurizio Sarri ha rivolto critiche alle istituzioni calcistiche, puntando il dito contro un calendario sempre più fitto di impegni e difficile da sostenere per i giocatori. “I giocatori sono sottoposti a un calendario assurdo, illogico, e ne pagano tutti le conseguenze: ho letto di diverse situazioni in questi tre giorni europei. È un rischio che purtroppo si corre, e quando si torna dalle nazionali è un rischio in più”, ha tuonato Sarri, che per l’ennesima volta ha denunciato un calendario molto fitto. “Scalvini si è fatto male appena rientrato dalla nazionale, e anche Raspadori era appena tornato dalla nazionale. Questo è il calendario. La cosa che mi meraviglia di più è che l’associazione calciatori non dica niente su questa storia”.

A distanza di qualche ora è arrivata la replica del presidente del Torino Urbano Cairo. “Si gioca troppo? Se pensiamo al tennis… Guardate voi”, ha spiegato il numero 1 del Torino a margine dell’assemblea odierna riferendosi alle polemiche per un calendario che non lascia tregua ai calciatori. Spazio anche alla due giorni negativa delle italiane in Champions: “È stata una giornata un po’ difficile. La Roma stava per vincere, anche bene, purtroppo ha perso. È un percorso lungo, c’è ancora tempo per recuperare”. Sul calo di ascolti della Serie A: “Sono scesi ma nemmeno di molto, direi lievemente, sono numeri piccolissimi. C’è un calcio molto più divertente, le partite durano di più, un solo 0-0, secondo me recupereremo. Malagó? Quando ero in assemblea io non ne abbiamo parlato mai”, ha concluso.

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Scontro tra la presidente delle associazioni Italia-Israele e Fratoianni. “A Gaza nessun genocidio”. “Ma lei non si vergogna?”. Su La7

Scontro durissimo a Piazzapulita, su La7, tra Celeste Vichi, presidente dell’Unione Associazioni Italia-Israele, e Nicola Fratoianni, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e segretario di Sinistra Italiana.
A dare fuoco alle polveri è una frase di Vichi, che afferma: “Se i genitori dei bambini di Hamas fossero stati nelle loro case e avessero continuato a svolgere la vita precedente, forse tante persone successivamente non sarebbero morte“.
Il conduttore Corrado Formigli interviene immediatamente: “Ma questa è la legge del taglione“.

La polemica si riaccende quando la presidente dell’Uaii accusa Fratoianni e il suo partito di aver diffuso notizie false sulle vittime palestinesi: “Per mesi lei e quelli del suo partito ci avete raccontato che a Gaza ci sono stati 70mila morti”.
“Lo hanno detto tutte le organizzazioni internazionali“, replica Fratoianni.
L’avvocata ribatte: “Sì, organizzazioni internazionali come il Ministero della Sanità di Hamas, chiaramente”.
Il parlamentare le chiede allora se ritenga inventate anche le altre denunce sulla condotta israeliana: “Quindi la sua tesi è che è tutto inventato. Che a Gaza non c’è stato un genocidio, che non ci sono 75mila morti, che non ci sono 20mila bambini ammazzati, che in questo momento in Cisgiordania non c’è la pulizia etnica e che magari Israele non pratica l’apartheid“.
“A Gaza non c’è stato nessun genocidio – replica Vichi – e non c’è nessun apartheid, perché il 20% della sua popolazione è araba”.
Fratoianni commenta sarcastico: “Certo, Israele è una democrazia compiuta e tutto va benissimo”.

La presidente dell’Uaii afferma poi che la parola “genocidio” è nata proprio per “identificare quello che è stata la Shoah”. A insorgere stavolta è la storica Michela Ponzani: “Sta dicendo una cosa che non è vera storicamente”. Il termine, infatti, coniato dal giurista Raphael Lemkin nel 1944, venne codificato dalla Convenzione delle Nazioni Unite del 1948 e non riguarda esclusivamente lo sterminio degli ebrei, ma anche la distruzione intenzionale, totale o parziale, di altri gruppi nazionali, etnici, razziali o religiosi.

Particolarmente acceso il passaggio dedicato ai giornalisti uccisi a Gaza. Vichi sostiene che nella Striscia non siano entrati reporter stranieri “per motivi di sicurezza”. Fratoianni replica: “Nel senso che gli israeliani gli sparavano uno a uno, quindi li volevano proteggere, perché sapevano che i loro militari li puntavano alla testa. Infatti ne hanno ammazzati centinaia, lei lo sa, no?”.
“No, quelli erano terroristi che si facevano passare per giornalisti“, risponde Vichi.
Il confronto torna quindi sulla qualificazione giuridica delle operazioni militari israeliane. Il politico rilancia: “Lei è d’accordo con me che ci sono crimini di guerra?”.
Ancora una volta Vichi nega: “No, perché i crimini di guerra non sono stati ancora accertati. È gravissimo che un onorevole, un deputato, un rappresentante di un partito italiano dica questo”..

Il segretario di Sinistra Italiana, continuamente interrotto, sbotta: “Avvocata, impari a stare zitta un minuto e mi faccia concludere. È tutta la sera che lei ci sta spiegando che non c’è niente di accertato, non ci sono stati 75mila morti, 20mila bambini uccisi, crimini di guerra. Benjamin Netanyahu ha un mandato d’arresto per crimini di guerra, lei lo sa, no?“.
Fratoianni denuncia quindi “lo scempio del diritto internazionale” e richiama la situazione in Cisgiordania, affllitta dall’occupazione israeliana.

Vichi lo scimmiotta durante l’intervento.
“Per lei è legale l’occupazione? Le colonie sono legali?”, le chiede il deputato.
“Lei non conosce la risoluzione 142 del ’67?”, replica l’avvocata.
“Ma che c’entra con le colonie illegali? Lei non sa di cosa parla”, risponde Fratoianni.
“Lei invece sta dicendo il falso sapendo di dire il falso”, contrattacca Vichi.
La tensione non si attenua neppure in chiusura. Quando si parla del film-documentario Naza, la presidente dell’Uaii osserva: “È un film sicuramente molto suggestivo“.
Fratoianni reagisce con un’ultima stoccata: “Niente, lei non si vergogna neanche a fine trasmissione”.

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“La mia patologia, l’idrocefalo normoteso, influisce sull’equilibrio, sulla memoria, sulla vista e sull’udito. Non è così grave ma ora non posso esibirimi”: le parole di Billy Joel

“Influisce sull’equilibrio, sulla memoria, sulla vista e sull’udito. Ma sto bene. È una patologia cerebrale, ma non è così grave”. Così Billy Joel ha parlato delle sue condizioni di salute con The Hollywood Reporter, a pochi giorni da un’asta pubblica in cui saranno vendute oltre 70 motociclette della sua collezione privata. Il cantante ha anche precisato che, al momento, non può guidare né esibirsi.

Joel, però, non perde la speranza e guarda al futuro con ottimismo: “Devono sottopormi ad altri esami per capire se potrò tornare a esibirmi, cosa che mi piacerebbe riuscire a fare”. La diagnosi di idrocefalo normoteso era stata resa pubblica nel maggio del 2025 e, in quell’occasione, il musicista aveva cancellato i concerti già programmati. “Questa condizione è stata aggravata dalle recenti esibizioni dal vivo, provocando problemi all’udito, alla vista e all’equilibrio”, si leggeva nella nota diffusa allora. “Su indicazione dei medici, Billy si sta sottoponendo a una specifica terapia fisica e gli è stato consigliato di non esibirsi durante il periodo di recupero”.

In seguito Joel ha raccontato di essersi sottoposto anche a un intervento chirurgico, durante il quale i medici gli hanno inserito uno shunt nel cervello per favorire il drenaggio del liquido in eccesso. “La memoria è migliorata, l’equilibrio è migliorato un po’ e anche la mia capacità di funzionare è migliorata”, aveva spiegato a The Billy Joel Channel su SiriusXM.

Il musicista aveva anche raccontato che i medici gli avevano spiegato come, nel suo caso, i concerti molto rumorosi potessero sottoporre il cervello a uno stress paragonabile a “qualcosa di simile a una commozione cerebrale ogni volta che facevo uno show”. Da qui la decisione di fermarsi e continuare con fisioterapia, controlli ed esami prima di valutare un ritorno sul palco.

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Sposa scoppia in lacrime quando i nonni le fanno una sorpresa al matrimonio, dopo un viaggio di 30 ore: “L’ultima volta che li ho visti è stato a Natale 2025”

Il giorno del suo matrimonio in Grecia, Danielle Monteleone, 24 anni, ha vissuto un momento indimenticabile che le ha tolto il respiro. Convinta che i suoi nonni, Carmel, 80 anni, e Reg Monteleone, 84 anni, residenti in Australia, non avrebbero potuto affrontare un viaggio così lungo e impegnativo, la giovane sposa non si aspettava di vederli tra gli invitati alla cerimonia.

Eppure, all’insaputa di tutti, i due anziani coniugi avevano organizzato in gran segreto il lungo viaggio intercontinentale pur di essere presenti nel giorno più importante della vita della loro nipote. Quando Danielle si è trovata davanti i suoi nonni, è rimasta letteralmente senza parole, travolta da un’ondata di stupore e commozione.

Sei mesi prima del grande giorno, Reg e Carmel avevano prenotato il viaggio in gran segreto, accordandosi con il resto della famiglia per mantenere il riserbo. Dato che in passato avevano avuto problemi di salute, Danielle dava per scontato che non sarebbero riusciti a intraprendere un tragitto tanto impegnativo.

“Sono rimasta completamente senza parole – ha raccontato a SWNS Danielle -. Mi sono subito commossa. Non riuscivo a credere che fossero venuti. Sono la prima dei sette nipoti a sposarmi, quindi per loro essere presenti e far parte di questo importante evento familiare ha significato moltissimo”.

E infine: “L’ultima volta che ho visto i miei nonni è stato a Natale del 2025; quindi, non solo è stato meraviglioso che fossero presenti al mio matrimonio, ma ero anche felicissima di rivederli! Sono rimasti in Grecia con noi per un paio di giorni dopo le nozze, così abbiamo potuto trascorrere un po’ di tempo di qualità insieme a loro”.

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“Sono arrabbiato, triste e spaventato. Mi fa malissimo pensare che tutto possa essere cambiato in un istante”: lo sfogo di Luca Duffrè dopo l’incidente

“Psicologicamente sono a terra”. A rivelarlo è Luca Duffrè, che si mostra su Instragram direttamente dal letto di ospedale in cui si trova in seguito a un incidente fatto in motorino. A raccontare cosa gli è successo e come sta affrontando ora questa situazione è proprio l’ex corteggiatore di “Uomini e Donne”, che nel 2022 partecipò anche a “L’Isola dei Famosi”.

“Una macchina mi ha urtato improvvisamente mentre ero in motorino. Un attimo. È bastato un attimo perché tutto quello che stavo vivendo, costruendo e sognando si fermasse” ha spiegato nel suo post Duffrè.

L’incidente, che ha comportato la rottura del tendine rotuleo e la necessità di ricucire la gamba, costringe ora l’ex protagonista di “Uomini e Donne” a prendere una pausa dagli allenamenti di Hyrox, la disciplina che combina corsa e prove funzionali, che stava conducendo negli ultimi tempi.

Duffrè sente di aver perso non solo una serie di allenamenti che lo tenevano in forma fisicamente, ma anche un punto di equilibrio importante nella sua vita: “Stavo imparando a conoscermi in un modo diverso. A mettermi alla prova, a superare i miei limiti, a essere costante anche quando era difficile. Avevo iniziato a sognare in grande, a pormi obiettivi che fino a poco tempo prima mi sarebbero sembrati impossibili”.

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“Le telecamere del sistema di sorveglianza erano misteriosamente fuori uso in quel momento”: ladri svaligiano la casa di Massimo Gramellini a Trevignano Romano

Un cancello forzato, le stanze sistematicamente messe a soqquadro e un impianto di videosorveglianza misteriosamente fuori uso al momento dell’irruzione. È la dinamica del furto subito da Massimo Gramellini, la cui abitazione a Trevignano Romano, comune alle porte della Capitale, è stata svaligiata da ignoti nella giornata di mercoledì.

Come appreso e riportato dall’agenzia Adnkronos, i malviventi sono riusciti a penetrare all’interno della proprietà forzando il cancello d’ingresso. Una volta all’interno, hanno avuto il tempo di rovistare in diverse stanze dell’abitazione, asportando tutto ciò che di prezioso hanno potuto recuperare. Il colpo è avvenuto in totale “sicurezza” per i ladri, dal momento che il giornalista ed editorialista del Corriere della Sera non era presente nella residenza, trovandosi in quelle ore a Roma.

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Come sta Papa Leone? I medici: “Miglioramento delle condizioni generali”. Domenica sarà presente all’Angelus

Procede bene il recupero di Papa Leone XIV dopo l’operazione di pochi giorni fa, quando gli è stato rimosso un tumore maligno dal polmone. I progressi sono tali che domenica il pontefice all’Angelus “ci sarà” fa sapere Matteo Bruni, portavoce della sala stampa della Santa Sede. La radiografia al torace e gli esami del sangue di questa mattina hanno evidenziato un “costante miglioramento delle condizioni generali” spiegano i medici Luigi Carbone e Stefano Margaritora. “Sono proseguite le sedute di fisioterapia respiratoria. Il recupero post operatorio permette di svolgere le normali attività quotidiane in completa autonomia” hanno aggiunto gli specialisti del Policlinico Gemelli di Roma. Ed infatti il pontefice oggi ha potuto anche celebrare messa: presenti “personale medico e infermieristico dell’ospedale, in quel momento libero dal servizio, e del Corpo della Gendarmeria dello Stato della Città del Vaticano” fa sapere l’ufficio stampa del Vaticano. Il Papa, nell’omelia, ha voluto ringraziare tutto il personale per il lavoro che ha fatto per lui e nel prendersi cura dei malati e delle loro fragilità.

Intanto, anche dall’ospedale romano, prosegue il lavoro amministrativo proprio del pontificato: la sala stampa vaticana fa sapere che questa mattina il pontefice, nonostante il ricovero, ha proceduto con la nomina di due vescovi: il reverendo Fernando Murga Gómez e il reverendo Andrés Martínez Esteban, nominati vescovi ausiliari dell’arcidiocesi di Madrid. Il grande tema è però il viaggio in America Latina previsto per il 6 novembre. Ieri il cardinale Pietro Parolin aveva predicato cautela, sottolineando lo sforzo fisico che implica uno spostamento del genere; oggi è uscita la lista dei media ammessi al volo papale. Questo, tuttavia, non dà la certezza che il viaggio si terrà per certo: sarà l’evoluzione del quadro medico del pontefice a definire la fattibilità o meno della visita in America Latina.

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“C’era sangue a terra, fumo e tutti urlavano. Dopo lo scoppio delle bombe ci fu un boato assurdo”: Merino racconta l’attentato a Dortmund del 2017

Mikel Merino, centrocampista dell’Arsenal, è tornato a raccontare uno degli episodi più drammatici della sua vita, quando nel 2017 vestiva la maglia del Borussia Dortmund. Un attentato contro il pullman della squadra, diretto allo stadio per una partita di Champions League, avrebbe potuto avere conseguenze ben più tragiche. A distanza di anni, il calciatore è tornato su quell’episodio. “Credo di avere un angelo custode. In fondo, sono fortunato a essere ancora vivo”, ha raccontato Merino in un’intervista pubblicata su The Players’ Tribune, ripercorrendo quei momenti di paura.

Era il 2017 e il Borussia Dortmund stava raggiungendo il Westfalenstadion per disputare l’andata dei quarti di finale di Champions League. Durante il tragitto, tre ordigni esplosivi artigianali esplodono accanto al pullman della squadra, mandando in frantumi i finestrini e facendo perdere stabilità al mezzo, che rischiò di ribaltarsi. Nell’attacco rimase ferito il difensore Marc Bartra, che riportò una profonda lesione al polso e dovette essere trasportato in ospedale.

Merino, che all’epoca aveva appena vent’anni, ricorda ancora con lucidità la violenza dell’esplosione e il caos che seguì. “Giocavo nel Borussia Dortmund quando tre bombe artigianali esplosero proprio accanto al nostro autobus, mentre stavamo andando a una partita di Champions League. Forse oggi molti ragazzi più giovani non immaginano nemmeno quanto sia stato grave quello che è successo, ma quell’esperienza ha lasciato un segno profondo in tutti noi”.

Il centrocampista ha descritto quei momenti come una sequenza di immagini difficili da dimenticare. “Ci fu un boato assordante, poi ricordo che il pullman quasi si ribaltò. Mi voltai e vidi del sangue sul pavimento. C’erano fumo e urla ovunque“. Quella stessa notte, Merino si ritrovò in ospedale in attesa di notizie sulle condizioni di Bartra, preoccupato per il compagno di squadra. Fu proprio dopo l’attentato che il calciatore venne a conoscenza di un dettaglio che lo colpì profondamente. Un grosso frammento di scheggia si era conficcato nel poggiatesta del sedile accanto a quello occupato da Bartra, proprio il posto in cui Merino era solito sedersi durante gli spostamenti della squadra.

Quel giorno, però, aveva deciso di cambiare posto. “Il mio solito sedile era libero, ma avevo le gambe un po’ indolenzite e i sedili davanti si potevano reclinare. Per questo mi sistemai in un altro posto. Forse è stata proprio quella scelta a salvarmi la vita. Per questo sono convinto che le cose accadano per una ragione“, ha concluso il centrocampista dell’Arsenal.

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L’oca Gastone spalanca le ali e la signora scivola per terra: il paese si divide nel dibattito. La Lav interviene: “Comportamenti naturali, senza alcuna connotazione aggressiva”

Una scivolata, una signora a terra, un’oca con le ali spalancate. Bastano pochi secondi a Fiume Veneto (Pordenone) per far scattare l’allarme degli animalisti, che temono per la sorte dell’oca Gastone, il palmipede diventato da anni la mascotte del centro. Lo riporta Il Gazzettino.

Qualche giorno fa la donna si è imbattuta nell’animale mentre cercava cibo lungo la sponda del fiume. Gastone ha aperto le ali, come fanno abitualmente gli acquatici. Un gesto che la signora avrebbe letto come una minaccia. Nessun contatto, nessun beccata: la paura, però, le ha fatto perdere l’equilibrio ed è finita per terra.

Un episodio senza conseguenze gravi, ma sufficiente a mettere in allerta la Lav di Pordenone. Il timore è che si ripeta lo schema già visto con la cornacchia di Pordenone, finita nel mirino e a rischio abbattimento.

Gastone, del resto, in paese è un habitué. Da anni risale la sponda del fiume per farsi rifocillare dai passanti e dai commercianti della zona, che non gli hanno mai fatto mancare il pasto. Tanto da diventare una presenza familiare per l’intera comunità.

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Bankitalia: “Con forti rincari delle materie prime e aumento dell’inflazione nel 2027 e 2028 sarà recessione”

La Banca d’Italia conferma le stime sul Pil diffuse nei giorni scorsi in Parlamento, riviste al rialzo rispetto a giugno, ma avvisa della forte incertezza che in caso di scenario avverso e un nuovo balzo del greggio potrebbe ridurre la crescita a zero quest’anno e portarla in negativo nei due successivi. Nelle proiezioni macroeconomiche per l’Italia nel triennio 2026-28 la crescita del pil prevista per il 2026 è a +1%, che si ferma a +0,9% tenendo conto delle variazioni stimate su dati trimestrali destagionalizzati e corretti per il numero di giornate lavorative. Per il 2027 la previsione è di +0,7 e 0,8%. Ma, spiega il bollettino economico, in caso di “rincari particolarmente marcati delle materie prime” e di un aumento dell’inflazione la recessione sarebbe alle porte, con il pil in calo di 0,3% in entrambi gli anni.

Rispetto alle proiezioni di giugno di Palazzo Koch le stime di crescita sono riviste al rialzo per 0,4 punti percentuali nel 2026 e 0,3 punti nel 2027. La revisione per l’anno in corso è riconducibile a un impatto della crisi energetica meno marcato delle attese e al buon andamento degli investimenti connessi con la transizione digitale ed energetica e, nel trimestre estivo, del turismo. All’andamento del pil nel 2027 contribuiscono anche le ipotizzate misure di aumento di spesa per la difesa e la sicurezza energetica. I maggiori tassi di interesse agiscono in direzione opposta, frenando l’attività e compensando gli impulsi espansivi nel 2028. Le proiezioni di inflazione sono riviste al rialzo nel 2026 e 2027, rispettivamente per 0,1 e 0,4 punti percentuali, e al ribasso nel 2028, per 0,2 punti percentuali. Dipende soprattutto dal nuovo profilo ipotizzato per i prezzi dei beni energetici, più elevato in particolare per il gas.

”L’andamento dell’attività economica e dell’inflazione dipenderà in misura rilevante dagli sviluppi del conflitto in Medio Oriente e dalle conseguenti ripercussioni sui prezzi delle materie prime energetiche: il perdurare di quotazioni elevate potrebbe determinare un’inflazione ancora più alta e persistente e comprimere la crescita”, sottolinea Via Nazionale. Che ha esaminato una serie di scenari ipotetici sull’evoluzione della crisi mediorientale, caratterizzati da andamenti diversi dei prezzi delle materie prime, definiti in linea con la metodologia utilizzata dalla Bce per gli scenari riferiti all’area dell’euro. In uno scenario “severo”, con “rincari particolarmente marcati delle materie prime, la crescita del Pil è inferiore a quella dello scenario di base per quasi 2 punti percentuali cumulativamente nel triennio di previsione” mentre “l’inflazione è più elevata per oltre 3 punti percentuali, concentrati soprattutto nel 2027”.

In uno scenario avverso ma meno estremo, “gli effetti sull’attività economica e l’inflazione sarebbero qualitativamente analoghi, ma più contenuti” mentre in un’ipotesi più favorevole, “in cui l’andamento dei prezzi energetici sarebbe più moderato che nello scenario di base, la crescita è più elevata, per 0,4 punti percentuali cumulativamente nel triennio” e “l’inflazione scendere di circa mezzo punto percentuale”.

“L’attività economica globale ha mostrato una tenuta superiore alle attese, nonostante il protrarsi delle tensioni geopolitiche”, si legge. “La crescita ha continuato a beneficiare degli investimenti connessi con l’intelligenza artificiale (IA), che hanno contribuito ad attenuare gli effetti del rincaro dei prodotti energetici, seppure in misura diversa tra i principali paesi. La domanda interna rimane robusta negli Stati Uniti, mentre in Cina la crescita è sostenuta dagli scambi con l’estero. Al netto dei prodotti energetici la dinamica del commercio si sarebbe mantenuta solida, alimentata dalla domanda di beni per l’IA”.

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Caos voli, Wizz Air offre la possibilità di “riprenotare gratuitamente il volo o ottenere un rimborso”

A seguito dei disagi che questa mattina hanno interessato numerosi aeroporti italiani, dovuti, secondo l’Enav (Ente Nazionale di Assistenza al Volo), a un guasto alla rete di trasmissione dati a supporto dei servizi di controllo, Wizz Air in una nota annuncia che ai passeggeri con voli cancellati sarà offerta la possibilità di “riprenotare gratuitamente il volo oppure di ottenere un rimborso“.

Tuttavia, a causa dell’elevato numero di prenotazioni cancellate, “potrebbe non essere possibile organizzare tempestivamente una sistemazione per la notte in tutte le località”: alcuni passeggeri, dunque, dovranno trovare autonomamente una sistemazione, con Wizz Air che procederà a rimborsare “le spese ragionevoli sostenute” per alloggio, pasti e trasferimenti tra aeroporto e strutture ricettive, previa presentazione di “ricevute dettagliate” che la stessa compagnia aerea invita a conservare. Le richieste di rimborso dovranno essere presentate nella sezione apposita del sito di Wizz Air.

“Siamo consapevoli di quanto questa interruzione sia frustrante e stressante per i nostri passeggeri e ci dispiace per le ripercussioni sui loro viaggi. Sebbene il guasto ai sistemi di controllo del traffico aereo esuli dal nostro controllo, assistere i nostri passeggeri rimane una nostra responsabilità“, afferma il chief commercial officer di Wizz Air, Ian Malin.

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“Non ci sono clausole per la morte”: lo sposo muore sette mesi prima delle nozze, la location trattiene quasi 16 mila dollari e fa causa alla fidanzata

Diego Hernandez è morto a 25 anni, sette mesi prima del suo matrimonio. Lui e la fidanzata avevano già scelto la location per la cerimonia e versato 15.909,28 dollari. Ora Posey Meadows, a San Marcos, in Texas, ha presentato una controcausa alla famiglia Hernandez per inadempimento contrattuale.

Ma come si è arrivati a questo punto? Tutto è iniziato con una richiesta di rimborso respinta. La motivazione? Nel contratto non ci sarebbero clausole che prevedono la restituzione delle somme versate in caso di morte di uno dei clienti. La responsabile della location, Julie Campbell, avrebbe inoltre suggerito alla famiglia di spostare la prenotazione a una data successiva oppure di utilizzare la cifra già versata per un altro evento. È quanto emerge dalle email ottenute dall’emittente KSAT e ora finite agli atti.

“Dov’è la loro morale? Dove sono i loro principi morali? Non abbiamo più la forza di combattere. Siamo emotivamente distrutti”, ha detto a KSAT Lucy Hernandez, madre di Diego. A quel punto la fidanzata del 25enne ha presentato una causa, alla fine di luglio. La risposta della struttura è arrivata sotto forma di una controcausa, con la quale Posey Meadows ha chiesto anche il pagamento del saldo restante e ha sostenuto che non fosse stata fornita alcuna prova della morte di Hernandez.

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“Volete emergere tra centinaia di curriculum partoriti dall’intelligenza artificiale? Puntate sul fattore umano”: i consigli dell’esperto alla Generazione Z

Il curriculum perfetto nell’era dell’intelligenza artificiale? “Il segreto è il tocco umano”. Parola di Sho Dewan, esperto di orientamento professionale. Con la crescente diffusione dei curriculum generati dall’intelligenza artificiale, distinguersi dalla massa è diventata una sfida sempre più ardua per chi è alla ricerca di un impiego. Lo riporta People.

Il consiglio dell’esperto è di “aprire il proprio curriculum con un breve riassunto personalizzato, capace di illustrare in modo chiaro e diretto come le proprie competenze si adattino allo specifico ruolo per cui ci si candida”.

Un dettaglio che, in apparenza banale, “può fare la differenza in un mercato del lavoro sempre più dominato da contenuti standardizzati e generati automaticamente”.

I numeri parlano chiaro: i selezionatori dedicano mediamente appena sei secondi all’esame di un curriculum prima di decidere se approfondirne la lettura. Conquistare l’attenzione di un responsabile delle assunzioni in così poco tempo rappresenta dunque il primo, decisivo passo verso l’obiettivo finale. E la soluzione, secondo Dewan, potrebbe essere molto più alla portata di tutti di quanto si possa immaginare.

“Soprattutto nel 2026, tutti usano l’intelligenza artificiale per scrivere i propri curriculum – ha dichiarato Dewan -. E se tutti vanno in una direzione, io ti suggerisco di andare nella direzione opposta. Direi che, al momento, il vero valore aggiunto è proprio una maggiore umanità“.

Secondo l’esperto, infondere questa “umanità” nel proprio curriculum può aiutare a catturare l’attenzione di un maggior numero di selezionatori, aumentando così le probabilità di porre fine alla tanto temuta ricerca di un impiego.

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Toyota avverte Bruxelles: “Non siamo ospiti in Europa”. E chiede di cambiare le regole sull’auto

Toyota invita Bruxelles a correggere il tiro sulle regole che guideranno il futuro dell’auto europea. Il messaggio del costruttore giapponese è chiaro: difendere l’industria del Vecchio Continente è necessario, ma senza alzare muri contro i partner commerciali né imporre una transizione elettrica che, almeno per ora, procede più lentamente del previsto. Da qui la proposta di sostituire al tradizionale Made in Europe un più inclusivo Made with Europe, accompagnato da una serie di richieste concrete sulle emissioni e sulle politiche industriali.

“Toyota non è un ospite in Europa. Siamo un produttore europeo e vogliamo che l’industria automobilistica europea abbia successo”, ha dichiarato Yoshihiro Nakata, presidente e CEO di Toyota Motor Europe. Parole che riassumono il senso della proposta e introducono una questione tutt’altro che secondaria: perché escludere Paesi come Giappone, Regno Unito e Turchia, che da decenni partecipano alla produzione automobilistica europea? Secondo Toyota, le nuove regole sui componenti di origine locale dovrebbero tenere conto anche di queste realtà. La Casa propone una quota del 70%, da raggiungere nell’arco di tre anni e senza obblighi sostanziali prima del 2030. Una richiesta che nasce dalla volontà di mantenere aperti gli scambi, ma anche da interessi ben precisi: Toyota dispone di una rete produttiva internazionale che potrebbe risentire di norme troppo restrittive.

Il capitolo più delicato resta però quello delle emissioni, dove i numeri raccontano bene la distanza tra gli obiettivi fissati da Bruxelles e le previsioni del gruppo giapponese. Nel 2030, secondo Toyota, le auto elettriche rappresenteranno circa il 45% delle nuove immatricolazioni europee, mentre per rispettare gli attuali vincoli sulle emissioni servirebbe superare il 55%. Un divario ch si dovrebbe colmare concedendo più tempo ai costruttori, attraverso un sistema di calcolo delle emissioni distribuito su cinque anni, dal 2028 al 2032.

Lo sguardo si spinge poi al 2035, la data simbolo dello stop europeo alle nuove auto con emissioni di CO₂ allo scarico. Toyota propone di fermare l’asticella a una riduzione del 90% anziché del 100%, lasciando spazio anche ai carburanti rinnovabili. Per i veicoli commerciali leggeri chiede obiettivi meno impegnativi: -35% nel 2030 e -80% nel 2035. Del resto, per chi utilizza un furgone ogni giorno, autonomia, tempi di ricarica e capacità di carico non sono dettagli secondari.

Dietro queste richieste c’è una strategia (potremmo definirla multienergia) che Toyota porta avanti da anni: non puntare tutto su una sola tecnologia, ma lasciare convivere elettrico, ibrido, idrogeno e carburanti alternativi. Una strada che oggi incontra le posizioni di diversi costruttori europei, alle prese con una domanda di elettriche inferiore alle attese, costi elevati e concorrenti asiatici sempre più aggressivi.

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La “formula magica” di Ghalibaf: chi controlla gli Stretti cambia i tassi d’interesse

di Giacomo Gabellini

Nei giorni scorsi, il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha pubblicato un post sul suo profilo X in cui presentava versione opportunamente ritoccata dell’equazione elaborata nel 1993 dall’economista di Stanford John Taylor e affermatasi rapidamente come una delle formule di riferimento per le Banche Centrali in materia di determinazione dei tassi di interesse.

Nello specifico, l’equazione mette in relazione il tasso di interesse sui titoli di Stato a dieci anni con l’andamento dell’inflazione e l’output gap, raccomandando di innalzare i tassi di interesse quando l’inflazione supera l’obiettivo del 2% e/o la produzione economica eccede il suo potenziale.

Straits Taylor Rule:

i = r* + π* + 1.5(π−π*) + 0.5(y−y*) + α(SOH−SOH*) + β(BEM−BEM*), α,β > 0

Let’s see if a hike could open SOH or produce a single barrel :)

You can’t 25bp a chokepoint and r* isn’t neutral. It’s SOH risk premium, and We set it.

Stay unanchored !

— محمدباقر قالیباف | MB Ghalibaf (@mb_ghalibaf) September 16, 2026

La logica è elementare: tassi di interesse più alti rendono più costoso indebitarsi. Quando il costo del credito aumenta, privati ​​e aziende riducono la propria propensione all’indebitamento e riducono la spesa, raffreddando così la dinamica dei prezzi. Ghalibaf ha integrato a questi aspetti già considerati nell’equazione di Taylor due nuove variabili, rappresentate dallo Stretto di Hormuz (denominato “SOH”) e da quello di Bab el-Mandeb (denominato “BM”). Nella “Stratis Taylor Rule” coniata da Ghalibaf, i tassi di interesse statunitensi crescono proporzionalmente alla gravità dell’interruzione dei traffici di idrocarburi in questi due nevralgici punti di strozzatura. Alla formula, il presidente del Parlamento iraniano ha aggiunto un commento: “non si possono risolvere i problemi di un punto di strozzatura con 25 punti base in più”.

Tradotto: un innalzamento dei tassi di interesse ad opera della Federal Reserve non garantisce la riapertura dei due Stretti, né l’aumento dell’offerta di petrolio. In compenso, chi controlla Hormuz e Bab el-Mandeb influisce indirettamente sulla determinazione dei tassi di interesse negli Stati Uniti in quanto titolare della prerogativa di dettare tempi e modi del traffico marittimo. E, quindi, di aumentare discrezionalmente i prezzi petroliferi. Ovvero di far lievitare l’inflazione.

Le dinamiche belliche che hanno interessato la regione del Golfo Persico negli ultimi tempi avvalorano la tesi di Ghalibaf. Nei dieci giorni antecedenti al 16 settembre, data in cui il direttivo della Federal Reserve si è riunito per deliberare in materia di tassi, gli iraniani hanno preso di mira alcune petroliere nei pressi dello Stretto di Hormuz, mentre Ansarallah ha bersagliato la raffineria saudita di Jizan e assunto il controllo della costa prospiciente lo stretto di Bab el-Mandeb. Parallelamente, uno sciame di droni lanciato dalle milizie sciite irachene ha colpito l’oleodotto East-West, sospingendo il prezzo del petrolio al di sopra della soglia critica dei 100 dollari per barile. Un copione sostanzialmente analogo era andato in scena poche ore prima della riunione del board della Federal Reserve di fine luglio, quando alcuni missili lanciati da Ansarallah avevano centrato due petroliere saudite facendo anche in quel caso salire il prezzo petrolio sopra i 100 dollari.

Il prossimo vertice del direttivo della Federal Reserve è previsto per il 28 ottobre. Si tratta di una data da tenere d’occhio, visti i precedenti.

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Roma, migliaia di studenti al corteo “No Meloni Day”: cassonetti per strada e lancio di oggetti contro il ministero dell’Istruzione

Tensioni al corteo degli studenti a Roma organizzato contro le politiche del governo Meloni in tema di istruzione. Circa un’ora e mezza dopo la partenza, all’altezza di via Marmorata, una ventina di manifestanti, incappucciati e vestiti di nero, hanno spostato due cassonetti spingendoli in mezzo alla strada. Dopo averli riposti ai lati del marciapiede, hanno proseguito il percorso lanciando fuochi d’artificio e bombe carta contro il cordone della polizia posizionato più avanti.

Momenti di tensione ci sono stati anche davanti al ministero dell’Istruzione, in viale Trastevere, dove i manifestanti hanno lanciato bottiglie, uova, bombe carta e hanno svuotato un estintore verso la scalinata che porta all’ingresso dell’edificio, dove era presente la polizia in assetto antisommossa.

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Milan scrive la storia a Shanghai: prima il record del mondo, poi l’oro. Ganna vince il bronzo: abbraccio e commozione tra i due

Show dell’Italia ai Mondiali su pista di Shanghai: nell’inseguimento individuale Jonathan Milan vince la medaglia d’oro mentre Pippo Ganna conquista il bronzo. Milan, che nelle qualificazioni aveva stabilito il nuovo record del mondo con 3’58″850, abbattendo il muro dei 3’59” e migliorando di 303 millesimi il precedente primato, sempre suo, stabilito il 18 ottobre 2024 a Copenaghen, nella finale per il titolo iridato riesce a spuntarla sul danese Frederik Madsen: 4’00″769 il crono dell’azzurro che rifila oltre cinque secondi al rivale (4’06″038). L’altra sfida Italia-Danimarca nella finale per il terzo posto premia ancora gli azzurri, con Ganna che chiude in 4’02″275 e si prende il bronzo a spese di Rasmus Pedersen.

Italia che così conquista l’oro nell’inseguimento individuale, dopo esser stata battuta in quello a squadre ieri dalla Danimarca. Per Milan è il secondo titolo iridato in carriera dopo quello di due anni fa a Ballerup, è nettamente il più forte al mondo di questa disciplina. Anche in finale, dopo l’impresa di qualche ora prima, nei primi due chilometri Milan ha viaggiato sotto il record del mondo stabilito in mattinata. Poi ha deciso di controllare la gara chiudendo alla grande una stagione che lo ha visto trionfare per 12 volte pure su strada, compreso il titolo italiano e l’ultima tappa del Giro a Roma.

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Ucraina, chiusa l’inchiesta sull’ex premier Stefanishyna: “Arricchimento illecito per 276 mila euro e beni nascosti”. Rischia il processo

Arricchimento illecito per 13,9 milioni di grivne (276 mila euro) e falso nella dichiarazione dei redditi e dei patrimoni. Olha Stefanishyna, ex vicepremier ucraina ed ex ministro della Giustizia , dovrà rispondere a queste due accuse mosse dall’Autorità nazionale anti-corruzione (Nabu), che ha chiuso le indagini a suo carico. Il 5 agosto, giorno in cui era stata raggiunta dall’avviso di garanzia, Volodymyr Zelensky l’aveva rimossa dall’ultimo incarico affidatole nel 2025, quello di ambasciatrice negli Stati Uniti.

Secondo i magistrati Stefanishyna possedeva due appartamenti nel complesso residenziale “Faina Town“, registrati a nome di un’amica, del valore di quasi 11 milioni di grivne (218 mila euro). Inoltre, in diversi periodi, ha avuto in uso altri beni intestati a persone a lei vicine, tra cui un appartamento registrato a nome della madre nel complesso residenziale “Lvivska Ploshcha” a Kiev. L’ex vicepremier non ha dichiarato nessuno di questi beni nella E-deklaratsiya, la “Dichiarazione Patrimoniale Elettronica dei Funzionari Pubblici” (lo strumento utilizzato per il controllo preventivo della corruzione nel quale tutti i politici e gli alti funzionari devono dichiarare ogni anno non solo quanto guadagnano, ma tutto ciò che possiedono, usano o spendono), omissione che per il codice penale ucraino costituisce reato.

I pm anti-corruzione sostengono inoltre che Stefanishyna “stava trattando l’acquisto di una casa vicino a Kiev del valore di 550 mila dollari” (circa 490 mila euro). Secondo i magistrati, 250 mila dollari sarebbero dovuti essere pagati in contanti, il resto cedendo al venditore i due appartamenti di “Fayia Town”. La donna avrebbe rinunciato all’affare probabilmente a causa della sua nomina ad ambasciatrice a Washington, ma i redditi dichiarati non le avrebbero permesse di acquistare nessuno di questi beni. Tra l’inizio del 2024 e la metà del 2025, hanno ricostruito i pubblici ministeri, Stefanishyna ha guadagnato circa 3,7 milioni di grivne (73 mila euro) ma nello stesso periodo solo dai suoi conti bancari sono stati spesi circa 4,2 milioni di grivne (83 mila euro).

Oggi l’ex vicepremier è in libertà vigilata (deve presentarsi se convocata dai magistrati, comunicare tempestivamente ogni cambio di residenza o domicilio e non può comunicare con i testimoni o le persone indicate nell’ordinanza del giudice), dopo che a metà agosto uno studio legale per cui lavorava ha pagato la cauzione di 6 milioni di grivne (circa 116 mila euro) fissata dall’Alta Corte anti-corruzione, che ora dovrà decidere del suo rinvio a giudizio. Nel caso si andasse a processo, per la contestazione di dichiarazione patrimoniale non veritiera Stefanishyna rischierebbe fino a 2 anni di reclusione, mentre l’accusa di arricchimento illecito prevede una pena da 5 a 10 anni.

Per anni Stefanishyna è stata una fedelissima del presidente Zelensky e una una figura chiave nella sua amministrazione. Dal 2020 al 2025 è stata vicepremier con delega all’Integrazione Europea ed Euro-atlantica, aveva guidato i negoziati per l’ingresso di Kiev nell’Ue e nella Nato, e poi ha assunto anche la carica di ministro della Giustizia. Il presidente l’aveva rimossa il 17 luglio 2025, il giorno dopo che la Procura speciale anti-corruzione aveva reso noto di aver aperto un’inchiesta sulla gestione di quattro importanti beni sequestrati affidati all’Arma (l’agenzia incaricata di amministrare i patrimoni confiscati) in cui era coinvolto il suo ex marito e il 27 agosto l’aveva nominata ambasciatrice negli Stati Uniti, ruolo cruciale per il paese in tempo di guerra. Con l’arrivo dell’avviso di garanzia, Zelensky le ha tolto anche questa carica.

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Alessandro Basciano va a processo, è accusato di stalking ai danni dell’ex compagna Sophie Codegoni. La Procura: “Atteggiamenti di prevaricazione e aggressività verbale”

Il deejay Alessandro Basciano sarà processato con l’accusa di stalking nei confronti dell’ex compagna Sophie Codegoni. La decisione è stata presa dalla giudice per le indagini preliminari di Milano, Lorenza Pasquinelli, che ha fissato la prima udienza al 20 gennaio 2027 davanti all’undicesima sezione del Tribunale.

L’ex concorrente del Grande Fratello Vip, denunciato dalla donna con cui aveva intrapreso una relazione durante il celebre reality televisivo, era già stato arrestato lo scorso novembre, per poi essere rilasciato in breve tempo. Successivamente era stato sottoposto a un divieto di avvicinamento con braccialetto elettronico, provvedimento revocato nel marzo 2026.

Entrambi i protagonisti della vicenda erano presenti in aula durante l’udienza preliminare, ma né Basciano né la modella hanno rilasciato dichiarazioni, mantenendo il silenzio sia all’interno dell’aula che all’esterno del Palazzo di giustizia.

Per la Procura di Milano non c’è nessun dubbio sul racconto fornito da Codegoni contro l’ex compagno. “Atteggiamenti di prevaricazione e aggressività verbale” del deejay da un milione di follower si sarebbero tradotti, per gli inquirenti, in un “crescente controllo e invasività” nella vita dell’influencer. Un’escalation che si è trasformata, a dire del pubblico ministero Antonio Pansa, in “messaggi vocali ingiuriosi e minatori” rivolti anche agli amici. Pedinamenti, insulti che sarebbero diventati sempre più violenti. Nel provvedimento di chiusura indagine emerge che Basciano “la controllava con continue telefonate e video chiamate nell’ordine di 50-60 chiamate al giorno a cui a volte non rispondeva”; il 27 settembre 2024, in occasione di un tentativo di riconciliazione a Parigi, “nel corso di una discussione dai toni violenti le cingeva il collo”.

Accuse che l’indagato ha sempre respinto e che ora è pronto a dimostrare in aula. “La gup Pasquinelli si è mostrata molto professionale e umana. Siamo convinti che nel processo, dove sentiremo tutti i testimoni, emergerà la verità. Speriamo che non si trasformi in un processo mediatico e che entrambe le parti possano continuare nella ricerca del proprio equilibrio familiare e lavorativo” spiega l’avvocato Leonardo D’Erasmo che difende il deejay Basciano.

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Sette chili in tre settimane pagando 2.500 dollari ogni sette giorni: Wanda Nara mostra i risultati sul suo corpo della “dieta dei ricchi” lanciata da Kim Kardashian

Un top bianco, uno slip nero molto sgambato e uno specchio per certificare davanti a 17 milioni di follower una trasformazione fisica lampo: sette chili persi in sole tre settimane. Wanda Nara, 39 anni e reduce dal burrascoso divorzio da Mauro Icardi (conclusosi di recente con la bocciatura giudiziaria della sua richiesta di un assegno di mantenimento da 100mila euro al mese), ha deciso di documentare sui social il suo repentino ritorno al peso forma. Una necessità nata dopo aver dovuto prendere 10 chili per esigenze di copione, al fine di interpretare il personaggio di Lucía nel film “Quién quiere ser mi hijo?” al fianco dell’attore Agustín Bernasconi.

Per smaltire l’aumento di peso, l’influencer sudamericana ha optato per un regime d’urto noto nello star system come “dieta dei ricchi” o “dieta Kardashian”. A svelarne i retroscena in patria è stato Mariano de la Canal, noto alla televisione argentina per essere “il fan di Wanda”: “Ha fatto un sacrificio enorme per questo ruolo. Non soltanto dal punto di vista dell’interpretazione, ma anche perché ha dovuto prendere 10 chili”.

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La caduta in diretta di Valeria Marini e Carmen Di Pietro fa il giro del mondo e raggiunge 18 milioni di visualizzazioni in poche ore: cosa è successo

La cosa più rilevante del Grande Fratello Vip, almeno fino a oggi e dal punto di vista social, è una caduta. Il capitombolo di Valeria Marini e Carmen Di Pietro in diretta è diventato virale ben oltre i confini italiani.

Che cosa è successo, per chi non si fosse ancora imbattuto nella clip? Prima di tutto, la pace tra le due showgirl, che sono tra i veri motori di questa edizione. Ilary Blasi le chiama in studio per mettere una pietra sopra alle loro scaramucce e la riconciliazione arriva. Di Pietro si lancia quindi in un abbraccio, ma l’entusiasmo è tale che le due perdono l’equilibrio e finiscono a terra. Una gag preparata? A giudicare dalla reazione di Marini, decisamente no. La showgirl si rialza lamentando dolore al volto e chiede l’intervento di un medico. Nessuna conseguenza seria, per fortuna, e così il momento si trasforma rapidamente in materiale perfetto per i social.

A rilanciare la clip è anche l’influencer spagnola Mery Folgar e, come spesso accade quando un video prende velocità, arrivano anche siti e giornali. Ne scrive IWMBuzz in India, mentre in Turchia il video viene ripreso da Milliyet. Gira di qua, gira di là, il conteggio arriva a circa 18 milioni di visualizzazioni.

Ed ecco il piccolo paradosso. In televisione il reality condotto da Ilary Blasi viaggia finora su una media di circa 1,76 milioni di spettatori e il 16,3% di share, con l’ultima puntata del 12 ottobre salita al 17,5%. Numeri che raccontano un programma seguito, ma lontano dalle platee monstre delle prime stagioni del format. Sul web, invece, a superare ogni confine non è stata una nomination, una lite o una storia d’amore, ma un caro vecchio capitombolo messo in scena involontariamente da due veterane dei reality.

Ma a cosa abbiamo appena assistito?! ???? #GFVIP https://t.co/wuOwyyaBP2

— Grande Fratello (@GrandeFratello) October 12, 2026

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Sequestrati beni per oltre 9 milioni di euro agli eredi del broker Massimo Bochicchio

Sequestrati beni mobili e immobili in Italia e all’estero per un valore complessivo di oltre 9 milioni di euro appartenuti a Massimo Bochicchio. L’ex broker, che, come riporta Il Messaggero, era accusato dalla procura di Roma di truffa ed esercizio abusivo dell’attività finanziaria, è morto nel 2022: la misura cautelare è, dunque, scattata ai danni degli eredi.

Secondo la procura, la frode milionaria portata avanti da Bochicchio, almeno dal 1999 al 2022, era basata sul cosiddetto schema Ponzi (in cui i guadagni dei primi investitori sono pagati dagli investimenti dei nuovi aderenti e non da attività economiche redditizie) e si appoggiava su alcune società di diritto inglesi. Tra le persone raggirate, ci sono anche professionisti noti di vari settori e personaggi dello sport come il calciatore del Genoa Stephan El Shaarawy e l’ex ct della nazionale Antonio Conte.

Il G.I.C.O. (Gruppo d’Investigazione sulla Criminalità Organizzata) del nucleo di Polizia economica – finanziaria di Roma, che aveva realizzato le indagini economico-patrimoniali, ha fatto scattare i sigilli per due appartamenti a Miami e Londra, per le quote sociali e il patrimonio aziendale di otto società italiane e di diritto estero. Sequestrati inoltre sculture e dipinti attribuiti a Andy Warhol, Mario Schifano e Giacomo Balla.

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“Io antipatica? Mi reputo molto carina, molto intelligente, sto con un figo, sto bene, ho due figli uno più bello dell’altro, non posso non stare sul ca**o”: così Cristina Marino

“Mi reputo molto carina, molto intelligente, più intelligente che carina, sto con un figo, sto bene, ho due figli uno più bello dell’altro, non posso non stare sul ca**o. Io mi starei sul ca**o”. Replica così Cristina Marino a chi le chiede conto dell’etichetta di “antipatica” che spesso le viene cucita addosso. Una consapevolezza del proprio carattere, a tratti poco accogliente, che – come si legge su Fanpage – le permette di fronteggiare frontalmente i pregiudizi, amplificati oggi dal suo ingresso nella quarta stagione della fiction televisiva “Doc – Nelle tue mani“, dove recita accanto al marito e protagonista della serie, Luca Argentero.

L’arrivo nel medical drama nei panni della dottoressa Lidia Morganti non è nato da una dinamica familiare, bensì da una precisa richiesta della produzione. È stato Luca Bernabei, produttore della Lux Vide (società con cui Marino aveva già lavorato ampiamente in passato), a volerla nel cast, contattando inizialmente Argentero. L’attore, tuttavia, le aveva riportato la proposta in modo asettico, per non influenzarla. “Devo essere sincera, non me l’ha detto con grande entusiasmo, quindi non è che mi sono mossa”, ha svelato l’attrice con ironia.

Di fronte alla successiva insistenza di Bernabei, Argentero si è limitato a invitarla a riflettere attentamente sull’esposizione mediatica, avvertendola che la sua presenza avrebbe inevitabilmente innescato il pregiudizio di chi la giudica esclusivamente come “la moglie di”.

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“Abbiamo visto con la coda dell’occhio un passeggino finire in acqua. Abbiamo mollato le canne da pesca e siamo corsi lì”: due fratelli salvano una nonna e i due nipotini

Eroi per un giorno Grant e Maddox Larger, due fratelli dell’Indiana, rispettivamente di quattordici e quindici anni, che lunedì 12 ottobre hanno messo in salvo una nonna e i suoi due nipotini, che stavano rischiando di rimanere annegati.

I due ragazzi stavano pescando nelle vicinanze del loro quartiere, a Carmel, quando Maddox si è reso conto di qualcosa di insolito: “Ho visto con la coda dell’occhio un passeggino finire in acqua. Non so bene come, ma ho subito lasciato cadere la canna da pesca e sono corso lì”.

Quando i due fratelli Larger sono accorsi, hanno visto che il passeggino era caduto giù nel bacino di ritenzione idrica. I due fratelli non sapevano però che nel passeggino si trovavano due bambini.

Così dopo aver aiutato a uscire dall’acqua il bambino più grande, di quattro anni, insieme alla nonna, non si erano ancora resi conto che il più piccolo, di soli due anni, era rimasto in acqua, non essendosi uscito a liberare dal passeggino.

Quando Maddox è riuscito a portare fuori dall’acqua anche il più piccolo dei due fratellini, si è però accorto che il bambino non stava respirando, ma aveva ancora il battito cardiaco. Così il giovane quindicenne ha potuto mettere in atto gli insegnamenti appresi a un corso di rianimazione cardiopolmonare che aveva svolto ai tempi delle scuole medie.

“La mia maestra ci ha insegnato che quando qualcuno sta quasi annegando, bisogna tenerlo capovolto e dargli delle pacche sulla schiena. Questo può aiutare a far uscire un po’ d’acqua e a fargliela espellere con la tosse. Dopo un paio di volte, ha funzionato” ha raccontato Maddox.

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“Scegli o me o tua madre”: RJ Mitte prima di morire avrebbe ricevuto un ultimatum dalla fidanzata Kennedy Suarez

Secondo quanto riferito da TMZ, la vita privata dell’attore RJ Mitte – trovato senza vita lunedì 12 ottobre – sarebbe stata caratterizzata, negli ultimi tempi, da profonde tensioni sentimentali. Fonti vicine all’entourage familiare riferiscono che la sua compagna, Kennedy Suarez, avrebbe manifestato una crescente insofferenza nei confronti del rapporto tra l’attore e la madre, Dyna, arrivando a porgli un ultimatum: scegliere tra lei e la figura materna.

Stando sempre alle medesime fonti, i rapporti tra Kennedy e Dyna sarebbero stati tutt’altro che sereni, con la giovane convinta che la suocera interferisse nelle dinamiche di coppia. RJ Mitte, tuttavia, era profondamente legato sia alla madre sia alla sorella Lacianne, e non era disposto a rinunciare a nessuno dei due affetti. Una situazione che, nel tempo, avrebbe generato contrasti sempre più difficili da gestire.

I due si conoscevano da dieci anni come amici prima di diventare una coppia, nel 2020, e si erano fidanzati ufficialmente il 10 ottobre 2025, esattamente un anno prima della morte dell’attore.

Una settimana prima del decesso risultavano ancora insieme, ma non è chiaro se si siano lasciati negli ultimi giorni. Chi gli stava vicino lo descrive come molto provato dalla situazione.

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Se hai bisogno di aiuto o conosci qualcuno che potrebbe averne bisogno, ricordati che esiste Telefono amico Italia (0223272327), un servizio di ascolto attivo ogni giorno dalle 10 alle 24 da contattare in caso di solitudine, angoscia, tristezza, sconforto e rabbia. Per ricevere aiuto si può chiamare anche il 112, numero unico di emergenza. O contattare i volontari della onlus Samaritans allo 0677208977 (operativi tutti i giorni dalle ore 13 alle 22).

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Peter Gomez torna su Rai 3 con “L’Elefante”: Maurizio Landini ospite dopo la manifestazione sindacale, in studio anche Ascanio Celestini e Tiziana Ferrario

Il dibattito sui diritti, le trasformazioni sociali e il mondo del lavoro guida la nuova puntata de “L’Elefante”, il nuovo programma condotto da Peter Gomez in onda il sabato alle 20.15 su Rai 3 e in streaming su RaiPlay. Il fulcro dell’appuntamento ruota attorno all’intervista a Maurizio Landini: il segretario generale della Cgil interverrà nello studio televisivo poche ore dopo aver partecipato alla manifestazione sindacale “La via maestra”, in programma nel pomeriggio. Ad arricchire la riflessione sui medesimi temi contribuirà Ascanio Celestini, attore, autore e voce storica del panorama culturale italiano, da sempre attento alle dinamiche lavorative del Paese. Il quadro degli ospiti si completa con la presenza e le analisi dei giornalisti Tiziana Ferrario e Mario Sechi.

La puntata segna un rinnovamento nella struttura della trasmissione: ad affiancare Peter Gomez nel ruolo di “compagno di viaggio” debutta ufficialmente Alessandro Campi, politologo ed economista. Accanto a lui, il format si avvale della consueta presenza di Chiara Francini e Dario Vergassola. L’attrice proporrà una delle sue storie dal territorio, andando alla scoperta di realtà e personaggi capaci di raccontare l’Italia da angolazioni inattese. A Vergassola è affidato il compito di accompagnare il dibattito con le sue classiche incursioni: osservazioni surreali, ironia e punti di vista imprevedibili chiamati a spezzare il ritmo della stretta attualità.

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Smontata la propaganda di Meloni: nell’anno di abolizione del reddito di cittadinanza +145mila lavoratori in nero. Da quando c’è lei a Chigi +300mila

Sorpresa: abolire il reddito di cittadinanza non ha ridotto il lavoro nero. Anzi, nell’anno in cui il governo Meloni ha abrogato il sussidio anti povertà sostituendolo con misure meno generose e selettive le unità di lavoro irregolari sono aumentate, e non di poco. Nel 2024, calcola l’Istat nel report sull’economia non osservata, quell’aggregato statistico che traduce le ore lavorate in lavoratori a tempo pieno è salito del 4,6% toccando quota 3,27 milioni, oltre 145mila in più rispetto al 2023. Mentre la crescita del lavoro regolare si è fermata a +1,6% (sono cresciuti i dipendenti regolari ma diminuiti gli autonomi). Rispetto al 2022, quando la leader di Fratelli d’Italia è arrivata a Palazzo Chigi, si contano 298mila irregolari in più e il tasso di nero è passato dal 12,5% al 13,1%: più di uno su otto è fuori dalle regole. La narrazione della maggioranza di destra sulle cause della ripresa dell’occupazione con il superamento – da luglio 2024 – dei 24 milioni di persone al lavoro ne esce decisamente ammaccata.

Il Reddito “ha fatto proliferare il nero”, sosteneva nel marzo 2023 Meloni, rivendicando la decisione di cancellare la misura universale di contrasto alla povertà che era stata introdotta nel 2019 e evocando tra le righe una futura emersione del sommerso. Ma la presidente del Consiglio era evidentemente ben consapevole del fatto che, propaganda a parte, fare tabula rasa di quell’aiuto non sarebbe servito per ridurre il fenomeno: non a caso alla fine dello stesso anno, rinegoziando il Pnrr con Bruxelles, il governo ha chiesto e ottenuto la cancellazione dell’impegno a diminuire di 2 punti percentuali la quota di lavoro nero rispetto al dato 2020, sostituendolo con impegni su ispezioni, potenziamento dei centri per l’impiego e attivazione di un portale nazionale ad hoc. L’obiettivo sarebbe stato in effetti ampiamente mancato.

Tornando ai dati, i dipendenti irregolari – per responsabilità dei datori di lavoro – sono arrivati nel 2024 a 2,39 milioni, +121.800 in un anno (+5,4%), e gli autonomi a 881mila, 23.400 in più sull’anno prima (+2,7%). Il confronto con gli anni precedenti è impietoso e imbarazzante per il governo. Nel 2021 le unità di lavoro irregolari erano 2,98 milioni e nel 2022 erano rimaste stabili. Poi, nel primo anno pieno di Giorgia Meloni a palazzo Chigi, è arrivata l’inversione: 3,13 milioni nel 2023 e oltre 3,27 milioni del 2024. I numeri ovviamente non dimostrano un rapporto causale con l’abolizione del Rdc, ma di sicuro bastano per smentire la causalità inversa che la maggioranza dava per sicura.

L’aumento riguarda quasi tutti i settori, ma è particolarmente evidente in agricoltura, dove il tasso di irregolarità sale dal 17,6% al 18,4%, e nelle costruzioni, dove passa al 13,6%, +0,8 punti. Nei servizi alla persona, che comprendono il lavoro domestico, raggiunge il 41,4%, in crescita di 0,9 punti. Nel commercio, nei trasporti, negli alberghi e nella ristorazione arriva al 15,5%, mezzo punto in più rispetto al 2023.

In parallelo il valore aggiunto legato al lavoro irregolare è salito a 80,3 miliardi di euro: 3,1 miliardi in più. Mentre la componente legata alla sotto-dichiarazione, cioè i ricavi non dichiarati o costi sovrastimati dalle imprese per ridurre il reddito dichiarato al fisco, è scesa da 108,2 a 107,6 miliardi.

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“Ho commesso l’errore di ignorare i consigli delle persone del luogo e ci sono andata comunque in bicicletta”: così la donna inseguita da un uomo con un bastone in Kenya

Negli scorsi giorni sui social è diventato virale un video che mostra una donna in bicicletta inseguita da un uomo che sembra avere tra le mani un machete. Il video ha destato molto clamore e così anche la stessa autrice di quelle immmagini ha deciso di commentare l’accaduto.

La protagonista di questa storia è Meryem Belkihel, nota sui social come MeghyLost. Nel 2023 la trentenne marocchina ha intrapreso un viaggio in bici lungo tutta l’Africa, che l’ha portata a visitare in tre anni ben 33 paesi, percorrendo oltre 34.000 chilometri, tutti fatti sulla sua bici.

Provengono proprio da questo lunghissimo viaggio, le immagini diventate negli ultimi giorni virali. Il luogo in cui si svolge quanto si vede nel video è il Kenya e in particolare in quel momento Belkihel si trovava nella regione di Samburu, nel nord del paese.

“Ho affrontato sfide, commesso errori, corso rischi e incontrato persone incredibili. È parte dell’essere una avventuriera. Esci dalla tua zona di comfort, ti adatti quando le cose non vanno come previsto e impari lungo la strada” ha spiegato in un post la content creator, che vanta un seguito di ben 229.000 persone sulla propria pagina Instragram.

A proposito di quello che mostrano le immagini del video divenuto virale, la donna ha voluto precisare che “l’uomo tiene in mano un bastone tradizionale Samburu“. Non si tratterebbe quindi di un machete come in molti avevano pensato vedendo il video.

突发,惊魂时刻!
一位女生在环球旅途中路过肯尼亚时,竟被当地人持砍刀抢劫!为了逃脱险境,她骑着自行车飞速狂奔,恨不得自己长了翅膀!最后有惊无险地脱离了险境! https://t.co/8PJDsBsrLv

— 热点速递 (@TheXWorldGlobal) October 13, 2026

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Inflazione ai massimi da tre anni: 4,2% a settembre. Dalle bollette alla spesa, i dati degli aumenti record

L’inflazione in Italia sale al 4,2% a settembre, ai massimi da tre anni. A spingerla sono soprattutto i rincari dell’energia e degli alimentari freschi. L’Istat conferma così la sua stima preliminare, con l’indice nazionale dei prezzi al consumo aumenta dello 0,7% rispetto ad agosto, mentre su base annua la crescita sale dal 3,3% al 4,2%. Ad essere colpite sono soprattutto le famiglie con minori disponibilità: nel terzo trimestre 2026 i prezzi sono aumentati del 4,4% per i nuclei con bassi livelli di spesa, contro il 2,9% di quelli con i livelli più alti.

I prezzi dei beni energetici, principali responsabili dell’impennata, salgono del 22,6% su base annua, contro il 17,1% di agosto. Ancora più marcati gli aumenti degli energetici regolamentati, come luce e gas quando a stabilire il prezzo è un’autorità pubblica e non il mercato, passati dal 18,6% al 25,8%, mentre quelli non regolamentati accelerano dal 17% al 22,5%. Su base mensile i rincari sono rispettivamente del 5,8% e del 4,6%. La dinamica investe anche gli alimentari, con una crescita annua che passa dall’1% all’1,7%, interamente dovuta ai prodotti non lavorati, saliti dal 3,8% al 5,5%. Il cosiddetto “carrello della spesa” accelera dallo 0,9% all’1,5%, mentre i prodotti acquistati più frequentemente registrano rincari del 5,2%, contro il 4,3% di agosto. Aumentano anche i servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+2,9%) e quelli relativi ai trasporti (+1,6%).

Particolarmente pesanti i rincari di frutta e verdura. Secondo le elaborazioni di Adusbef, su base annua i carciofi aumentano del 28%, le fragole del 27,2%, i pomodori del 19,3%, cavolfiori e broccoli del 18,7%. L’Unione Nazionale Consumatori segnala che, nel solo mese di settembre, i pomodori sono rincarati del 21,1%, le zucchine del 16,7% e i cetrioli del 14,8%. Per le associazioni, a pesare sono i maggiori costi dell’energia, dei carburanti e dei trasporti, oltre ai fattori climatici. Le associazioni dei consumatori parlano di “una batosta per i consumatori”, secondo il Codacons, che stima una maggiore spesa di 1.389 euro a famiglia, mentre per l’Unione Nazionale Consumatori si tratta di 1.116 euro. Per il presidente Massimiliano Dona “siamo solo all’inizio”, avvertendo del rischio di ulteriori rincari con l’arrivo delle bollette invernali.

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Audi A6 Allroad, la prova de Il Fatto.it – Sei anime, una missione: il piacere di guidare – FOTO

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audi a6 allroad

Volete un’auto del secolo scorso che ha saputo rinnovarsi fino ai giorni nostri? Cercate una vettura capace di creare un segmento per poi abitarlo quasi da sola? Non potreste fare a meno di una macchina che si guida in sei modi diversi, tutti terribilmente appaganti? Eccola.

È l’Audi A6 allroad, che dopo 27 anni e cinque generazioni si ripresenta quatta quatta per la sesta occasione. Anzi, verrebbe da dire acquattata, visto che la novità più evidente è nelle proporzioni. Per la prima volta l’allroad è più larga della vettura da cui deriva, l’Audi A6 Avant: oltre 11 centimetri in più (11,1 per la precisione). È cresciuta inoltre di 8,4 centimetri rispetto alla generazione precedente. La carreggiata anteriore è aumentata di 7,4 centimetri in confronto con l’Avant e di 5,5 centimetri rispetto al vecchio modello, quella posteriore di 7 centimetri. Ne deriva una presenza scenica notevole, sottolineata dalle protezioni e dagli elementi a contrasto del look all terrain, dai blister quattro e dalle inedite feritoie alle spalle dei passaruota anteriori, di derivazione Audi Sport.

Le dimensioni parlano chiaro: 5,02 metri di lunghezza (+6,5 cm), 1,99 di larghezza, 1,51 di altezza, con un passo di 2,93 metri che favorisce l’abitabilità posteriore. L’altezza minima da terra è superiore di 3,4 centimetri rispetto all’Avant.

Al lancio la gamma offre una doppia scelta. Il V6 3.0 Tdi mild-hybrid plus a 48 Volt eroga 299 Cv 580 Nm, con 0-100 km/h in 5,4 secondi; il cuore della tecnologia Mhev plus è il powertrain generator, che può contribuire alla marcia con fino a 24 CV e 230 Nm e, in decelerazione, agisce da alternatore abilitando la frenata elettroidraulica.

Per la prima volta nella storia dell’A6 allroad arriva però anche il plug-in hybrid: 367 Cv e 500 Nm, motore 2.0 TFSI a ciclo Miller più propulsore elettrico sincrono a magneti permanenti integrato nel cambio S tronic a 7 rapporti, 0-100 in 5,5 secondi. La batteria da 25,9 kWh nominali (20,7 effettivi) garantisce fino a 102 km di autonomia elettrica WLTP, con ricarica a 11 kW in AC in 2,5 ore.

Di serie ci sono lo sterzo integrale, che a bassa velocità favorisce l’agilità e ad alta rinforza il rigore direzionale, la trazione quattro ultra, che attiva la coppia al retrotreno solo quando serve secondo una strategia predittiva, e le sospensioni pneumatiche adattive allroad, con escursione di 55 millimetri: da -20 mm fino a +35 mm rispetto allo standard.

Premesso che nel 2026 si fa grande fatica a trovare un’auto piena di difetti, qui sull’A6 allroad c’è il problema di individuarne anche uno solo. E, al volante, la ricerca diventa difficilissima. Le sei modalità di guida sono marcatamente diverse, con altrettante disponibilità per affrontare asfalto e sterrato in base a esigenze e sensazioni. Carico volante, corsa dei pedali, risposta delle sospensioni: tutto è tarato in modo ineccepibile.

Sulla statale del Casentino da Poppi a Firenze, smanettando sui set del V6 Tdi le centinaia di curve scorrono via senza problemi, in puro godimento di guida, con dynamic che ammansisce il rollio e fa pure la voce grossa, comfort che segue la strada in culla o efficency che veleggia e risparmia carburante.

Nella fase di accelerazione dalle marce basse si avverte quella specie di lamento-motore del diesel accoppiato al cambio Dsg: non che crei problemi, ma rende meno fluido al (nostro) orecchio il passaggio ai regimi successivi. Più oggettivo, invece, è un altro neo della A6 allroad: per liberare spazio sul tunnel molti comandi fisici sono stati spostati sul bracciolo della portiera lato guidatore. Se ne contano 14, alcuni dei quali (fendinebbia, per esempio) possono essere azionati anche in marcia, intralciando momentaneamente il focus visivo.

I prezzi, infine, partono da 82.350 euro per la V6 3.0 Tdi quattro 299 Cv S tronic e da 88.650 euro per la 2.0 e-hybrid quattro 367 Cv S tronic. Il mix atteso per i powertrain è 65% diesel e 35% e-hybrid, mentre sul totale della gamma A6 si prevede il 25% di allroad.

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“Era una cosa grossa”: risolve una congettura matematica, ma ChatGPT pubblica la stessa dimostrazione quattro ore prima di lui. Scienziato se ne accorge ad una festa e va su tutte le furie

La sera del 6 ottobre, durante la festa di inizio anno accademico della School of Mathematics all’Institute for Advanced Study (IAS) di Princeton, OpenAI ha pubblicato online 722 preprint contenenti 372 risultati di matematica avanzata. Constantin Kogler, giovane ricercatore dell’IAS, ha esaminato i documenti dal proprio smartphone durante il ricevimento, scoprendovi la dimostrazione della congettura sugli “exact overlaps”, un principio fondamentale in informatica e bioinformatica. Kogler e un collega avevano risolto il medesimo problema appena dieci giorni prima e ne stavano ultimando la stesura.

“Era una cosa grossa”, ha dichiarato il ricercatore alla rivista Science, “direi una svolta importante nel campo”. Rientrato a casa, Kogler ha pubblicato immediatamente il proprio studio, uscito con sole quattro ore di ritardo rispetto ai documenti generati dall’algoritmo.

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Sanremo, 13enne cosparge di benzina un senza fissa dimora e gli dà fuoco: lo voleva derubare

Lo ha cosparso di benzina, poi gli ha dato fuoco. La vittima è un senza fissa dimora che stava dormendo al porto vecchio di Sanremo e il fatto è avvenuto nella notte tra il 7 e l’8 ottobre. Ad aggredirlo da quanto si apprende, è stato un ragazzino di 13 anni. L’uomo, che ha riportato ustioni alle gambe, è stato ricoverato due giorni all’ospedale Borea di Sanremo e poi dimesso. Sull’accaduto sono in corso gli accertamenti da parte dei carabinieri.

Subito dopo la violenza, sono intervenuti i carabinieri e il personale della Capitaneria di porto. Per risalire all’identità dell’aggressore, le forze dell’ordine hanno visionato le immagini delle telecamere di videosorveglianza. Stando alle ricostruzioni, il 13enne voleva rubare lo zaino al senza fissa dimora. Testimoni hanno anche raccontato i momenti subito precedenti: il ragazzo sarebbe stato visto riempire una bottiglia di liquido infiammabile gettarlo addosso al senzatetto dandogli il fuoco con un fiammifero. Poi nel momento più atroce gli avrebbe sottratto lo zaino nel quale il quarantenne teneva tutti i suoi averi.

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Perché spostare i migranti con contratto regolare senza motivo? Succede al CPA di Monastir

di Roberta Mocci

È possibile prelevare delle persone da un centro di accoglienza e spostarle altrove nonostante un contratto di lavoro regolare? Il fatto che si tratta di migranti ci autorizza a calpestare completamente i loro diritti?

Questo è quello che sta accadendo al CPA di Monastir in provincia di Cagliari dove i richiedenti protezione internazionale vivono, come si sa da anni, in condizioni disumane a causa dell’assenza di spazi adeguati. La maggior parte di loro, dopo la richiesta di protezione internazionale, ha ottenuto un permesso provvisorio che dopo 60 giorni permette loro di lavorare. Queste domande spesso non vengono esaminate per anni, lasciando questi ragazzi in un limbo, sospesi tra la regolarità e l’irregolarità, con i comprensibili timori dei datori di lavoro. Inutile dire che di questa forza lavoro abbiamo enormemente bisogno e molti di loro trovano impiego nelle aziende agricole del Campidano. La loro disponibilità a lavorare senza badare troppo a orari e condizioni di lavoro li rende inoltre particolarmente “interessanti” agli occhi delle aziende. Nonostante questa giungla fatta di incertezze, alcuni di loro ottengono regolari contratti di lavoro, spesso stagionali, ma nel settore la stagionalità significa semplicemente cambiare raccolto e quindi spesso sono impegnati per la maggior parte dell’anno.

Ma arriviamo ai fatti.

Ultimamente si sono verificati numerosi disordini all’interno e fuori dal CPA: vorrei ben vedere come si fa a vivere sereni, in condizioni di sovraffollamento, di scarsa igiene, ragazzi con un passato difficile, un presente complesso e un futuro ancora più incerto e non ci vuole molto a capire che alcuni di loro avrebbero bisogno di un aiuto psicologico. È assolutamente comprensibile la preoccupazione degli abitanti dei paesi vicini, ne hanno tutto il diritto, ma anche qua la percezione di pericolo è superiore alla realtà in seguito alla propaganda anti migranti del nostro lungimirante governo e portata avanti con convinzione da alcuni giornali locali. E siccome investire nell’integrazione non è considerata un’opzione, si è scelto di operare diversamente e di spostare i migranti verso altri centri, dove non si sa.

Bene direte voi, si alleggerisce il carico, saranno stati utilizzati dei criteri per lo spostamento di queste persone, l’obiettivo sarà il loro benessere. E invece pare proprio di no, perché molti di loro erano in possesso di regolare contratto di lavoro. Cioè, proprio coloro che avevano più diritto a restare e avevano iniziato un percorso di integrazione che, non ci vuole molto a capire, inizia proprio dal lavoro, vengono mandati via. E chi in tutto ciò non vede lesi i diritti fondamentali dei migranti pensi ai datori di lavoro agricoli che hanno visto scomparire da un giorno all’altro i loro lavoratori sui quali contavano.

Ma in fondo, a noi cosa cambia? Non lo so, forse nulla, le aziende troveranno un altro disperato disponibile a lavorare dall’alba al tramonto. Ma io mi sono sentita offesa come essere umano. Vedo il realizzarsi di quei sani principi anticostituzionali che tanto piacciono ultimamente ai nostri politici e non solo. Ho paura, che a poco a poco ci si spinga sempre oltre. Che qualcosa sfugga di mano. Perché la storia ci insegna, ma noi non abbiamo imparato.

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“Lady Gaga è una mamma premurosa, protettiva e ama cantare per la figlia Rose. Le dedica spesso ‘La Vie en Rose’ e le ninne nanne ogni sera”: l’indiscrezione

Lady Gaga vive la gioia della maternità insieme alla figlia Rose Bean, nata il 9 giugno scorso, e al fidanzato Michael Polansky. Secondo quanto rivelato da una fonte a People, la celebre cantante sente di aver finalmente formato un “nucleo familiare completo”.

Il nome della piccola sarebbe stato scelto in omaggio al celebre brano “La Vie en Rose”, uno dei pezzi più iconici nel repertorio di Edith Piaf. Lady Gaga starebbe già dedicando alla neonata momenti speciali, cantandole alcuni dei suoi brani preferiti. L’artista trascorre attualmente la maggior parte del suo tempo con la famiglia, godendosi appieno questo nuovo e prezioso capitolo della sua vita.

“Gaga si è calata nel ruolo di madre in modo naturale – racconta la fonte -. È premurosa, protettiva e ama cantare per Rose. Le canta spesso ‘La Vie en Rose’ e le dedica delle ninne nanne ogni sera”.

E ancora: “Si sentono un nucleo familiare completo ed entrambi si illuminano quando parlano di come sta crescendo Rose”, afferma la fonte riguardo alla coppia di neo-genitori.

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Violenze sulla Flotilla, non solo Ben-Gvir: indagato anche il ministro della Difesa Katz

Sono una dozzina gli indagati dalla Procura di Roma nell’ambito delle indagine sulle due missioni della Global Sumud Flotilla. Nel procedimento è indagata la catena di comando delle autorità israeliane. Oltre al ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, risulta iscritto anche quello della Difesa Israel Katz. I fatti fanno riferimento al periodo di settembre-ottobre 2025 e aprile-maggio 2026: acclarati diversi reati dopo l’esposto di 50 cittadini italiani, partecipanti alle missioni della Global Sumud Flotilla e finalizzate all’accertamento dei reati di tortura, sequestro di persona, lesione personale, rapina e danneggiamento seguito da naufragio del Codice penale.

La Procura di Roma ha raccolto le denunce e le testimonianze dei cittadini italiani che hanno partecipato alla prima missione per Gaza e sono stati fermati dalle autorità israeliane. Dalle indagini è emerso che le imbarcazioni sono state abbordate in acque internazionali, in violazione del diritto internazionale. Durante le operazioni sono stati distrutti i dispositivi utilizzati per le dirette streaming e sequestrati i telefoni e gli altri apparecchi elettronici dei partecipanti. Le testimonianze hanno inoltre evidenziato maltrattamenti durante la detenzione, tra cui percosse, lesioni, minacce di morte, insulti e accuse di terrorismo. Sono state ricostruite tutte le fasi del fermo, dal trasferimento al porto di Ashdod fino all’arrivo nel carcere di Kzi’ot e al successivo rilascio con il rientro in Italia.

Secondo quanto ricostruito, i partecipanti sono stati anche privati di cibo, di assistenza medica, oltre a essere in condizioni igieniche precarie e privati del sonno. Infine, sarebbe stata riscontrata una grave carenza di assistenza legale e la difficoltà di comunicare tempestivamente con le rappresentanze diplomatiche italiane e con i propri avvocati. Nel complesso, gli elementi raccolti dalla Procura delineano un quadro di violazioni dei diritti fondamentali e del diritto internazionale, che dovranno essere valutate nelle indagini.

La Procura di Roma ha esteso le indagini anche alla seconda missione della Global Sumud Flotilla per Gaza, svoltasi tra aprile e maggio 2026. Anche in questo caso, le testimonianze degli italiani fermati dalle autorità israeliane hanno documentato episodi simili a quelli della prima missione, ma caratterizzati da metodi ancora più violenti, tra cui percosse al buio, uso di taser e spari con proiettili di gomma contro i partecipanti. Nel giugno 2026, la Procura ha richiesto a Israele assistenza giudiziaria internazionale per ottenere informazioni utili a ricostruire i fatti e individuare eventuali responsabilità.

Per quanto riguarda la prima missione, tra gli indicati c’è appunto anche la catena di comando militare per le operazioni in mare comprende il capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane (Idf), generale Eyal Zamir, il comandante in capo della Marina dal 2 settembre 2021 al 24 dicembre 2025, vice ammiraglio David Saar Salama, il capo di Stato maggiore Tal Politis, il comandante dello Shayetet 13, colonnello Eldad Borochovich, e il responsabile della base navale di Ashdod, colonnello Eitan Paz. Per le operazioni di terra risultano invece coinvolti il capo della Polizia israeliana Daniel Levy, il comandante del servizio penitenziario israeliano (Ips) Kobi Yaakobi, il responsabile della polizia penitenziaria del carcere di Ktzi’ot Menachen Bibas, il comandante della Nahshon, unità operativa di intervento e scorta dell’Ips, Assaf Zagori, e il comandante del Magav Berik Yitzchak.

Per la seconda missione della Flotilla, viene evidenziata una sostanziale identità delle catene di comando rispetto alla precedente spedizione. Le differenze riguardano la componente navale, con l’indicazione del vice ammiraglio Eyal Harel quale comandante in capo della Marina e del maggiore generale Guy Levy nel ruolo di capo di Stato maggiore. Nell’ambito delle attività investigative, viene inoltre evidenziata l’esistenza di analoghe indagini sulle due spedizioni della Global Sumud Flotilla in diversi Paesi europei.

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“Aspettate un attimo, è un attacco di tachicardia. Posso consigliarti di fare una camminata?”: Giorgia nel backstage di X Factor 2026 aiuta la cantante (poi eliminata) Kora

Attimi di preoccupazione dietro le quinte di X Factor 2026, che ieri 15 ottobre ha incoronato ufficialmente i dodici concorrenti che si esibiranno sul palco delle Live giovedì prossimo 28 ottobre, in diretta su Sky e in streaming su Now. Giorgia ha soccorso la cantante Kora, poi eliminata, perché l’ha vista particolarmente agitata, prima della sua esibizione.

“Mi sta battendo veramente forte il cuore”, ha detto Kora. E per questo la conduttrice ha spiegato: “Vorrei che si calmasse solo un attimo”. Poi ha aggiunto: “Aspettate un attimo, è un attacco di tachicardia. Posso consigliarti di fare una camminata, uscire fuori e poi rientrare? Se senti di non farcela, lo dirai”.

Poi Kora è rientrata in scena e ha tranquillizzato tutti: “Devo essere molto sincera, ho avuto un attimo di tachicardia qui dietro”.

Giorgia ha dimostrato di avere una grande empatia e di essersi dunque esposta prima come essere umano che come conduttrice, cercando di tranquillizzare la concorrente, in preda ad un comprensibile momento di tensione pre esibizione.

Negli ascolti, le selezioni dello show Sky Original prodotto da Fremantle si chiudono con Total Audience complessiva di 858mila spettatori, con il 4,2% di share per il primo passaggio su Sky Uno, in linea rispetto alla stessa serata della scorsa edizione.

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Porsche Mission S, la concept che anticipa le supersportive del futuro – FOTO

Porsche ha presentato a New York la Mission S, concept car che anticipa l’evoluzione del design del marchio e una nuova famiglia di supersportive a motore centrale, destinata a posizionarsi al di sopra della 911. Il debutto è avvenuto nel quartiere Queens, nello stesso luogo dove nel 1953 furono fotografati i primi esemplari della 550 Spyder.

La Mission S riprende diversi elementi della tradizione Porsche, reinterpretandoli attraverso proporzioni ribassate e superfici essenziali. I parafanghi pronunciati e i fari circolari richiamano la 911, mentre il frontale si ispira alla GT1 e la linea del tetto alla 959. Al posteriore trovano posto un alettone attivo integrato e una ventola di raffreddamento ispirata alla 917. I cerchi riprendono invece il disegno caratteristico della 928.

L’abitacolo privilegia l’interazione diretta con il conducente, combinando comandi fisici e strumenti digitali. Dietro il volante trovano posto cinque indicatori circolari, con contagiri analogico centrale e configurazione variabile in funzione della modalità di guida. Assenti gli schermi fissi al centro della plancia e davanti al passeggero: per la navigazione e le informazioni di bordo è previsto un supporto retrattile per smartphone con tecnologia MagSafe.

Il prototipo rientra nel piano strategico Sportwagenschmiede ’35, attraverso il quale Porsche intende come detto sviluppare una nuova piattaforma per supersportive. Non si tratterà dunque di un modello unico, ma di una gamma articolata in più varianti. La Casa di Stoccarda non ha ancora comunicato caratteristiche meccaniche, prestazioni, prezzi o tempistiche di commercializzazione.

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“Aveva lamentato dolori al petto e al braccio, la moglie aveva suggerito di andare in ospedale. Lui è voluto rimanere a casa”: novità sulla morte di Robert Kelker-Kelly

Nuovi e inquietanti dettagli sono emersi sulle ultime ore di vita di Robert Kelker-Kelly, celebre per il suo ruolo nella soap opera americana “Days of Our Lives”, morto il 3 ottobre all’età di 62 anni.

Secondo quanto riportato da un documento ufficiale del dipartimento di polizia di St. Peters, ottenuto dalla rivista People, nelle ore precedenti al decesso l’attore aveva accusato forti dolori al petto e al braccio, sintomi che avrebbero dovuto destare immediata preoccupazione.

Di fronte alle condizioni del marito, la moglie gli aveva proposto di recarsi immediatamente in ospedale, ma Kelker-Kelly aveva rifiutato qualsiasi assistenza medica, scegliendo di tornare a casa per riposare.

Una decisione che si sarebbe rivelata fatale: poco dopo, la donna lo ha ritrovato privo di sensi, senza che vi fosse più nulla da fare per salvarlo.

Infatti stando al rapporto, la moglie dell’attore, Allison Kelly, ha contattato la polizia dopo aver trovato il marito privo di sensi a letto. La donna ha riferito alle autorità di aver tentato la rianimazione cardiopolmonare, non appena si è accorta della situazione.

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“Caos voli? Salvini subito in Aula, è gravissimo”. Pd e M5s contro il ministro dei Trasporti. Renzi: “Non è capace”. E il leader della Lega se la prende con Tim

Gli aeroporti italiani, da Nord a Sud, sono nel caos, con migliaia di passeggeri rimasti a terra o che devono attendere ore prima di imbarcarsi. Mentre non è ancora chiaro che cosa abbia causato le anomalie alla rete di trasmissione dati a supporto dei servizi di controllo, benché Enav abbia escluso un attacco hacker, le opposizioni attaccano il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini. “Venga subito a riferire in Parlamento” dicono gli esponenti di Pd e Movimento 5 stelle.

In una nota del Mit si legge che “il ministro delle Infrastrutture sta seguendo con la massima attenzione i rallentamenti che stanno interessando il traffico aereo nazionale. Fin dalle prime ore della mattina, il ministero è in contatto con Enav per approfondire le cause tecniche delle anomalie riscontrate” e “le conseguenti limitazioni operative. Il ministro continua a seguire da vicino l’evolversi della situazione, con particolare attenzione alla sicurezza delle operazioni, alla necessità di contenere i disagi per i passeggeri e all’obiettivo di un rapido ritorno alla piena operatività”. In tarda mattinata il leader della Lega ha scaricato la colpa su Tim: “Le opposizioni mi convocano in Parlamento da questa mattina. Il problema non è di Salvini, c’è il blocco della rete di trasmissione dati di Enav gestito da Tim, per cui chiedo che i tecnici Tim facciano il massimo per tornare alla normalità”. A ancora: “Se questo disagio andrà oltre non vorrei essere costretto a chiedere a Tim di rispondere dei danni causati oggi a tanti viaggiatori”.

Matteo Renzi scrive nella sua enews: “Mi sono trovato su un treno Roma-Firenze con 105 minuti di ritardo. Voi direte: ‘Vabbè, poveraccio, non è colpa sua. Non deve controllare lui i treni’. E infatti oggi è in tilt il trasporto aereo. Diciamo così: o non è capace o porta sfiga. Ognuno scelga la risposta che preferisce. Unica regola: vietato rispondere ‘tutte e due'”.

Per il Partito democratico è il responsabile Infrastrutture della segreteria nazionale, Antonio Misiani, a intervenire: “Migliaia di passeggeri, lavoratori e imprese stanno pagando il prezzo di una situazione gravissima, inaccettabile in un Paese del G7. Non ci basta sapere che non si tratta di un attacco hacker o di sabotaggio”. A maggior ragione “questo aspetto è ancora più preoccupante: significa che la rete di trasmissione dati che sostiene l’intero controllo del traffico aereo nazionale ha ceduto da sola. Un’infrastruttura strategica, sulla quale si regge la sicurezza del volo, non può andare in crisi per un’anomalia tecnica e restare fuori uso per ore, con i sistemi di contingency che reggono solo fino all’alba. Su quanto sta accadendo pretendiamo risposte immediate. Che cosa è successo davvero? Perché la ridondanza non ha funzionato? Quanto durerà il disservizio? Quali investimenti sono stati fatti, e quali rinviati, sulla manutenzione e sull’ammodernamento delle reti? Chi risarcirà i passeggeri e come verranno tutelati i lavoratori del settore? Per questo chiediamo che i vertici di Enav e il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini vengano il prima possibile a riferire in Parlamento. Presenteremo immediatamente gli atti di sindacato ispettivo necessari e chiederemo un’informativa urgente nelle Aule di Camera e Senato”. La conclusione è che “il governo non può limitarsi a seguire l’emergenza dai comunicati: ha il dovere di assumersi la responsabilità politica di ciò che accade nelle infrastrutture strategiche del Paese. L’Italia non può permettersi di restare a terra per un guasto. Servono verità, trasparenza e un piano straordinario per mettere in sicurezza la rete”.

Anthony Barbagallo, sempre dei dem, ha annunciato la presentazione di un’interrogazione parlamentare: “Il governo spieghi cosa sta accadendo alla rete di trasmissione dati che supporta il controllo del traffico aereo. Salvini dov’è? In questi anni il ministro sembra essersi distratto troppo a lungo rispetto ai problemi strutturali del settore. Ora i nodi vengono al pettine. Vogliamo sapere quali siano le cause delle anomalie, quali interventi siano stati attivati e quali garanzie il governo sia in grado di offrire sulla sicurezza e sulla resilienza della rete nazionale di gestione e trasmissione dei dati. Non bastano rassicurazioni: servono risposte chiare e trasparenza su quanto sta accadendo”. Per la capogruppo in commissione Trasporti del M5s, Gabriella Di Girolamo, “con Salvini collassa pure il trasporto aereo. La cosa più grave? Nessun attacco hacker, solo l’incredibile cedimento strutturale della rete dati che gestisce la sicurezza dei cieli italiani. È vergognoso che un segmento tanto strategico del settore dei trasporti vada in tilt per ore nel silenzio totale del Ministero. Dove sono finiti i fondi per la manutenzione e l’ammodernamento dei sistemi? Perché i meccanismi di riserva non hanno funzionato? Salvini smetta di vendere fumo. E quanto a Meloni, in attesa di capire a chi darà la colpa stavolta, provi una tantum a mettere la faccia su uno dei tanti disastri del suo vice e riferisca alle Camere. I cittadini pretendono chiarezza, garanzie per la sicurezza e risarcimenti immediati per i danni subiti. Il Paese non può restare in ostaggio del suo menefreghismo”.

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Céline Dion torna agli Oscar del 1997 (ma a Parigi): l’abito Chanel da 1.380 ore di lavoro e 6.000 gioielli

Mentre la prima tranche della sua residency parigina alla La Défense Arena si avvia verso la chiusura, Céline Dion ha riportato in scena un pezzo di storia degli Oscar: un abito Chanel su misura ispirato al modello di Karl Lagerfeld indossato alla cerimonia del 1997.

Il nuovo capo è un’opera di alta sartoria. Secondo Vogue, l’abito conta 6.000 gioielli e 5.000 perline, per 1.380 ore di lavoro dei couturier della maison. Chanel precisa che è stato realizzato negli atelier parigini di rue Cambon 31. A disegnarlo è Matthieu Blazy, direttore creativo della maison. La silhouette ha un bustier a corsetto con vita molto segnata e uno scollo a cuore in rafia. Il ricamo sul corpetto riprende la sfumatura di colore dell’originale. La gonna in seta ha uno spacco alto sul davanti.

Il riferimento è alla 69esima edizione degli Academy Awards, il 24 marzo 1997. Dion si presentò con una creazione dell’alta moda Chanel primavera/estate 1997, disegnata da Lagerfeld. Nel suo abito argentato con scollatura profonda, divenne la prima artista a eseguire due brani nella stessa serata sul palco degli Oscar. Il vestito di allora era più scivolato e sinuoso, quello di oggi più scultoreo.

Anche la collana ha una storia. È una reinterpretazione della Comète: una stella cadente in oro bianco e diamanti, con 1.080 pietre per oltre 67 carati. Il motivo richiama una collezione di alta gioielleria del 1932, l’unica creata da Gabrielle Chanel.

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Torna Miveg a Milano: due giorni di festival vegan tra cibo, santuari e attivismo

di Roberta Parazzani

Il 24 e 25 ottobre torna Miveg, l’undicesima edizione del festival vegan più importante d’Italia che mette insieme liberazione animale, cultura, attivismo, buon cibo e voglia di stare insieme.

C’è chi arriva per una conferenza, chi per incontrare la Rete dei Santuari o le tante altre associazioni presenti, chi per curiosare tra gli stand e chi, diciamolo, ha già in mente cosa mangiare prima di varcare l’ingresso. A Miveg c’è posto per tutti. Ed è proprio questo il bello: persone diverse, interessi diversi, un’occasione per incontrarsi, scoprire qualcosa di nuovo e tornare a casa con qualche certezza in meno e qualche idea in più.

Miveg torna con un messaggio che è anche una dichiarazione d’intenti: “Un altro mondo è già qui”.
Non si tratta soltanto di immaginare un futuro migliore, ma di mostrare quello che esiste già. Santuari, associazioni, attiviste e attivisti, imprese e progetti che ogni giorno costruiscono relazioni diverse con gli altri animali e con il pianeta. Un mondo di cui la Rete dei Santuari di Animali Liberi è parte concreta, attraverso luoghi in cui gli animali sottratti allo sfruttamento possono finalmente vivere per se stessi. Per due giorni tutto questo si incontra, si racconta e, perché no, fa festa.

Miveg, del resto, non nasce intorno al veganismo inteso soltanto come scelta alimentare, ma alla liberazione animale. Per questo conferenze e workshop sono una parte centrale del festival. Oltre 40 appuntamenti dedicati all’antispecismo e alla condizione degli animali, ma anche incontri che incrociano ambiente, società, diritti e attivismo. Accanto alle conferenze avremo momenti più pratici e partecipativi, perché Miveg deve essere anche un posto dove si sperimenta e si impara qualcosa.

Cerchiamo ogni anno di tenere insieme approfondimento e divulgazione: parlare a chi è già dentro questi temi da anni senza dimenticare chi entra a Miveg per curiosità e incontra certe questioni per la prima volta. Se riusciamo a far dialogare queste due persone, abbiamo già fatto una cosa importante.

Ma tra una riflessione e l’altra ci sarà parecchio da fare. E soprattutto da assaggiare. Il cibo sarà ancora una volta uno dei grandi protagonisti, con un’offerta capace di mettere in difficoltà anche le persone più decise. Lasagne, fritti, polenta, panini, pizza, pita, sushi, dolci e tante altre proposte: il vero problema sarà trovare abbastanza spazio nello stomaco.

Anche quest’anno, ogni corner gastronomico gestito dai volontari Miveg sarà legato a una famiglia di animali del santuario Porcikomodi di Vitadacani. Un modo per ricordare che dietro ogni scelta alimentare ci sono delle vite.

Torna anche il Tattoo Circus, dove tatuatrici e tatuatori metteranno a disposizione i propri flash per sostenere i 150 animali del gregge di Porcikomodi. Ci si porta a casa un tatuaggio e, contemporaneamente, si contribuisce a pagare fieno, cibo e cure veterinarie. Un segno sulla pelle che lascia un segno anche altrove.

E poi ci sono gli oltre 150 stand di associazioni, santuari, artigiani, aziende e progetti provenienti da tutta Italia. Un grande spazio da esplorare, tra prodotti, idee, incontri e storie. Ovviamente ci saranno anche i santuari della Rete, luoghi di resistenza e cambiamento che mettono al centro gli animali e il loro diritto a vivere liberi. Perché Miveg è anche il piacere di fermarsi a parlare, scoprire qualcosa che non si conosceva e incontrare persone con cui magari nasceranno collaborazioni destinate a durare ben oltre il festival.

Tutto questo è possibile grazie a una grande squadra di volontarie e volontari che mette a disposizione tempo, energie e competenze. Chiunque può dare una mano, prima e durante l’evento. E chi volesse continuare anche dopo troverà in Vitadacani, Porcikomodi e nei santuari della Rete tante possibilità per partecipare, sostenere i rifugi, adottare a distanza o contribuire ai progetti. Perché Miveg dura due giorni, ma gli animali hanno bisogno di noi gli altri 363.

Non serve essere vegan, antispecisti o attivisti per partecipare. Basta avere voglia di esserci, di lasciarsi incuriosire, di ascoltare, incontrare, assaggiare. Magari si arriva soltanto per un panino e si torna a casa con una storia che non si dimentica. O con un tatuaggio. O con entrambi.

Il mondo che vorremmo è ancora lontano, ma ogni volta che qualcuno sceglie di prendersi cura invece di sfruttare, di liberare invece di imprigionare, diventa un po’ più reale. E a Miveg, per due giorni, possiamo vedere quanto sia già grande. Possibilmente con qualcosa di buono in mano.

L’appuntamento è per il 24 e 25 ottobre 2026. East End Studios – Events Point, Studio 90, Milano, Via Mecenate 88/A. L’ingresso è gratuito, ma è richiesta la prenotazione del biglietto su www.miveg.org. Un altro mondo è già qui. E vi aspetta!

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“Dopo l’amputazione del colon, il mio peso è crollato. Ho perso un totale di 27 kg nelle due settimane post intervento”: Joe Manganiello ricorda la sua malattia autoimmune

Joe Manganiello ha deciso di mostrare ai suoi follower com’è stata davvero la sua malattia immune. La policy di protezione ha, di fatto, “bloccato” però la visione delle foto, che però hanno fatto il giro del Web.

L’attore ha condiviso uno scatto in cui è seduto nella sua stanza d’ospedale, collegato a una serie di macchinari e visibilmente dimagrito. Nella didascalia spiega di aver perso circa 27 chili nelle due settimane successive all’intervento, e fa notare che guardando bene si intravede una parte della sacca per stomia.

La foto successiva è piuttosto cruda: mostra le cicatrici sull’addome dopo la rimozione della sacca e la ricostruzione del tratto digerente. Chi è impressionabile farebbe meglio a saltarla, perché si vede la ferita ancora aperta e sanguinante sulla pancia.

L’ultima immagine è un primo piano del suo volto coperto di macchie rosse. Joe racconta di aver sofferto, nei 7 anni di malattia, di “una moltitudine di problemi della pelle. La mia pelle, un organo immunitario, è stata colpita da quasi ogni patologia conosciuta, spesso in combinazione”.

Come si sa, nel suo nuovo libro “Bloodlines” l’attore ha rivelato di essere stato vicino alla morte a causa di questa misteriosa malattia.

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“Ebbi un infarto a Sky, crollai a terra. Rizzica mi salvò e ci provò anche Guido Meda, ma con lui la mia pelle diventava grigia”: così Riccardo Magrini

“Nel 2017 ho avuto un arresto cardiaco negli studi di Sky: era il giorno di riposo della Vuelta e Giovanni Bruno mi aveva chiamato per commentare quanto stava accadendo nella corsa. Sono improvvisamente crollato a terra“. Inizia così il racconto di Riccardo Magrini, storica voce del ciclismo e volto delle telecronache di Eurosport e Discovery Plus insieme a Luca Gregorio, che ha ripercorso uno dei momenti più drammatici della sua vita durante il vodcast “Campioni di Salute – Sport, Salute & Territorio”, promosso da Regione Lombardia.

Intervistato da Giovanni Bruno, Magrini è tornato con la memoria al grave problema cardiaco che lo colpì nove anni fa, raccontando anche le abitudini che, a suo giudizio, contribuirono a mettere a rischio la sua salute. “Un po’ di responsabilità è anche mia: avevo smesso di andare in bicicletta con la frequenza di un tempo, ero aumentato di peso e, prima dell’arresto cardiaco del 2017, avevo già avuto due piccoli infarti“.

La sua vita aveva preso una direzione diversa da quella degli anni trascorsi da sportivo. “Dal 2005 avevo cominciato a occuparmi delle telecronache su Eurosport. Trascorrevo tantissime ore a commentare le gare e, poco alla volta, ero diventato sempre più sedentario“, ha spiegato Magrini, ripercorrendo le circostanze dell’emergenza. Quel giorno, negli studi Sky, la sua fortuna fu trovarsi accanto a persone preparate a intervenire. Il giornalista Lucio Rizzica, presente insieme a Bruno, mise in pratica le manovre di primo soccorso apprese durante i corsi organizzati dall’emittente. A fare la differenza fu anche la presenza di un defibrillatore nella struttura. “Lucio mi ha salvato la vita grazie a quello che aveva imparato. Sono rimasto quasi quattro minuti senza attività cardiaca”.

Dopo l’arresto cardiaco, Magrini venne ricoverato all’ospedale San Raffaele e si risvegliò in seguito a un periodo di coma indotto, con la sensazione di trovarsi in una dimensione quasi irreale. I medici gli impiantarono un defibrillatore e iniziò un percorso che gli avrebbe permesso di tornare gradualmente alla quotidianità. “Sono stato davvero fortunato. Oggi, a distanza di nove anni, posso raccontare quello che mi è successo, ho perso peso, sono tornato a pedalare e continuo a lavorare per Eurosport”.

Durante i soccorsi il traffico rallentò l’arrivo dell’ambulanza e chi stava praticando le manovre salvavita cominciò ad accusare la stanchezza. “A un certo punto Lucio aveva bisogno che qualcuno lo sostituisse, perché non riusciva più a continuare. Ci provò anche Guido Meda, ma con lui il colore della mia pelle passava dal roseo al grigio“, ha raccontato scherzando. Un modo per sdrammatizzare un momento drammatico: “Ma devo ringraziare Guido, oltre naturalmente a Lucio”.

L’esperienza in ospedale ha rappresentato per Magrini un punto di svolta, imponendogli di rivedere le proprie abitudini e prestare maggiore attenzione alla salute. “È stato come un’esplosione che ha cambiato tutto. Da allora non ho più avuto attacchi e sono riuscito a riportare il mio peso quasi alla normalità, anche se la pigrizia continua a farsi sentire”. Per tornare a pedalare senza rinunciare alla sicurezza, oggi utilizza una bicicletta a pedalata assistita, che gli consente di mantenersi attivo e godersi le uscite. Fondamentale anche la disciplina maturata negli anni in cui praticava sport a livello agonistico. “Aver avuto un passato da sportivo aiuta a rispettare le regole. Prendere ogni giorno le nove pasticche prescritte non mi pesa affatto. Adesso sto bene”.

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Neonato morto a Cecina in un sacchetto, procura dispone l’autopsia: aperta un’inchiesta

Un neonato senza vita in un sacchetto: così ieri mattina una coppia di 30enni si è presentata al pronto soccorso dell’ospedale di Cecina, comune della provincia di Livorno. La Procura del capoluogo toscano ha aperto un’inchiesta ordinando l’autopsia per chiarire le circostanze del decesso e stabilire se il bambino sia morto prima o dopo il parto. La madre avrebbe raccontato ai medici di non essersi accorta della gravidanza.

Secondo il racconto della donna riferito dal quotidiano locale Il Tirreno, era in casa con il compagno quando ha iniziato ad avvertire dei malesseri. Convinta fosse un disturbo della digestione, sarebbe andata in bagno, dove avrebbe partorito senza essersi resa conto di essere incinta. Dopo il parto, la coppia ha raggiunto in auto il Pronto soccorso dell’ospedale di Cecina, consegnando ai medici il neonato nel sacchetto. Ma per il piccolo non c’è stato nulla da fare ed è stato constatato il decesso.

La madre è stata ricoverata per accertamenti, ma in buone condizioni di salute. Come da prassi in casi simili, l’ospedale ha informato le forze dell’ordine. Poi il sopralluogo della polizia di Cecina, con la raccolto delle prime informazioni dal personale sanitario e dai genitori. Stando alle prime informazioni, il bambino sarebbe nato prematuro, con età gestazionale tra le 30 e le 32 settimane: una stima da verificare con gli accertamenti medico-legali. Le indagini sono coordinate dal pubblico ministero della Procura di Livorno, Ezia Mancusi, che ha disposto l’esame autoptico per contribuire a stabilire le cause del decesso e la sequenza degli eventi. Al momento non è stato possibile determinare se il neonato fosse già morto prima della nascita o se il decesso sia avvenuto subito dopo il parto. La salma si trova all’ospedale di Cecina, a disposizione dell’autorità giudiziaria.

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“Amava gli animali. Se vedeva una rana in giardino la prendeva… Il modo era così delicato, non le avrebbe mai fatto male. Mi sto emozionando, era davvero speciale”: Paul McCartney si commuove ricordando Linda

L’intervista di Paul McCartney nel podcast Good Hang di Amy Poehler è diventata virale grazie a numerose clip. Tra queste, il momento in cui l’ex Beatle racconta quale sia stata la prima persona famosa capace di emozionarlo davvero e alla quale avrebbe chiesto volentieri un autografo. Sir Paul non ha dubbi: “La regina Elisabetta”. Per poi aggiungere: “Ma non avrebbe mai fatto autografi. Era fantastica, io amavo la regina”.

Quando Elisabetta salì al trono, McCartney aveva appena 10 anni e la fascinazione per la giovane sovrana fu immediata. “Era bellissima. Avrà avuto 23 anni o qualcosa del genere”, racconta. In realtà Elisabetta aveva 27 anni al momento dell’incoronazione, nel giugno del 1953. “Pensavamo tutti: ‘Wow, è incredibile’. Non abbiamo un re ma abbiamo questa ragazza, questa bellissima ragazza. Quindi ci piaceva anche in modi in cui forse non avremmo dovuto”, ricorda l’ex Beatle. Quando poi ebbe modo di incontrarla, racconta McCartney, fu un momento “speciale”. E qui entra in scena la sua attuale moglie, Nancy Shevell, convinta che Elisabetta avesse un debole per lui: “Nancy, mia moglie, mi ha detto: ‘Le piacevi’. Ora, non c’è modo di sapere se ci sia qualcosa di vero”. Amy Poehler lo asseconda: “Facciamo finta che sia vero. Penso che lei si sarebbe divertita molto a sentirlo”. E Sir Paul replica: “Beh, era una persona divertente. Aveva un grande senso dell’umorismo”.

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Bilancio Ue 2028-34, scontro sui tagli da 140 miliardi. Costa cerca la mediazione sulle “risorse proprie”

I negoziati sul prossimo bilancio europeo si svolgono all’insegna delle divisioni, con i leader dell’Ue chiamati a mediare tra visioni opposte sul futuro finanziario dell’Unione. Il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa, dopo aver ascoltato le posizioni di tutti gli Stati membri sull’Mff 2028-34, il Quadro Finanziario Pluriennale dell’Ue, presenterà una sua “negobox” (Negotiating Box), una proposta base per il negoziato, nelle prossime settimane. Per discutere del prossimo Qfp i leader avranno altre tre occasioni: il Consiglio Europeo informale in Irlanda del 13 novembre, che non sarà centrato sul bilancio, lo straordinario del 26 e 27 novembre a Bruxelles e il summit di dicembre, che saranno entrambi principalmente dedicati all’Mff 2028-34. Quella di Costa sarà la terza negobox, dopo quella della presidenza cipriota e quella della presidenza irlandese.

Un ruolo fondamentale nella nuova proposta negoziale sarà svolto dalle nuove risorse proprie, ovvero le entrate autonome che finanziano direttamente il bilancio dell’Unione (come dazi doganali, quote IVA, contributi sulla plastica non riciclata o la Risorsa basata sul Reddito Nazionale Lordo) permettendole di coprire le spese senza dipendere esclusivamente dai singoli Stati. Tali risorse sono considerate indispensabili per evitare una lievitazione eccessiva dei contributi nazionali, mantenendo un sufficiente livello di ambizione a livello di ammontare complessivo. Costa lavorerà anche per rendere il bilancio pluriennale sufficientemente flessibile da potersi adattare a circostanze impreviste: la ridotta flessibilità è uno degli aspetti che sono stati maggiormente criticati nella “negobox” irlandese.

Proprio in merito a questa proposta, durante i lavori del Consiglio è emerso un paradosso: da un lato si chiedono tagli, dall’altro ci si lamenta del loro impatto su politiche fondamentali, comprese quelle legate alla competitività. Per la Francia è chiaro che, sebbene il negoziato sul bilancio debba proseguire, un taglio di 140 miliardi rende molto difficile raggiungere un accordo; se la discussione sul compromesso della presidenza irlandese si concentra esclusivamente sulla spesa, un’intesa diventa quasi impossibile.

Le conclusioni sull’Mff 2028-34 sono state comunque approvate: “A seguito della presentazione, da parte della presidenza irlandese, di una bozza aggiornata del quadro negoziale (Negotiating Box) – si legge – il Consiglio Europeo ha discusso gli elementi chiave necessari per un compromesso equilibrato sul prossimo quadro finanziario pluriennale”. Il Consiglio Europeo “invita il proprio presidente a portare avanti i negoziati, nell’ottica di giungere a un accordo tempestivo. Un’intesa entro la fine del 2026 consentirebbe l’adozione degli atti legislativi nel 2027, passaggio necessario per garantire che i finanziamenti dell’Ue raggiungano i beneficiari senza interruzioni a partire da gennaio 2028″.

Durante la discussione sul bilancio, ha spiegato un alto funzionario Ue, gli interventi dei leader sono stati “molto sostanziali e dettagliati“, cosa che denota un vero “impegno” nei negoziati. Costa, in linea con la posizione emersa nelle consultazioni, continua a ritenere “assolutamente essenziale” il lavoro sulle risorse proprie per sbloccare l’accordo entro dicembre e ha fatto appello agli Stati membri affinché si assumano le loro responsabilità.

La discussione ha evidenziato l’importanza di mantenere i contributi nazionali entro “limiti ragionevoli” e di “preservare il livello di ambizione” del bilancio. Le risorse proprie svolgeranno un ruolo “decisivo” sotto questo profilo, pertanto Costa lavorerà con la Commissione ad un pacchetto “aggiornato” di risorse proprie, da includere nella nuova negobox. Secondo una fonte diplomatica europea, è possibile che la proposta tassazione delle imprese in base al giro d’affari si trasformi in qualcosa di diverso. Come detto, anche la “flessibilità” del bilancio, affinché si possa adattare ad eventi imprevisti, giocherà un ruolo chiave per superare lo stallo attuale.

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Stelvio di cemento: arriva un hotel da 15mila metri cubi nel cuore del Parco. Ricorso degli ambientalisti al Tar per fermare la costruzione in mezzo ai boschi

“Rispetta la montagna”. La leggenda racconta che un giorno il padrone del maso di Stallwies, il più alto della Val Martello, prese il fucile e seguì il sentiero per la montagna. Andava dietro a un cervo bianco per cacciarlo, ma quello non la smetteva di salire e l’uomo dietro di lui. Su per valli, canaloni, precipizi. Finché a un certo punto il cacciatore capì che doveva fermarsi. Imparò la lezione: “Rispetta la montagna”, appunto. Chissà se tra sindaci e consiglieri della Val Martello qualcuno ricorda la leggenda che si tramandavano i loro antenati. Siamo ai piedi dell’Ortles, in Alto Adige, nel cuore del Parco dello Stelvio. Proprio qui si trova la zona chiamata Gallenmahd: sono boschi e prati a perdita d’occhio. Eppure il comune di Martello il 25 giugno scorso ha dato il via libera alla realizzazione di un nuovo albergo quattro stelle: 15.650 metri cubi (cioè oltre 5mila metri quadrati di superficie che sarà coperta di cemento) per 120/140 letti e 70 stanze. Senza contare una ‘diga’ anti valanghe lunga 150 metri, larga alla base 40 e alta 12. Non esattamente una costruzione che possa passare inosservata. Siamo a 1.665 metri, persi nei boschi di conifere, e il paese più vicino è a oltre sei chilometri di distanza.

Così nei giorni scorsi un gruppo di associazioni (Mountain Wilderness Italia, Federazione Ambientalisti Alto Adige, Heimatpflegeverband Südtirol, Umweltschutzgruppe Vinschgau e CAI Alto Adige) ha presentato ricorso al Tar. Il punto, dopo l’approvazione da parte del Comune, non è tanto se l’albergo si possa costruire. “La Val Martello – dicono le associazioni – promuove l’immagine di un luogo ancora in gran parte incontaminato, che punta sul turismo dolce. È proprio questo patrimonio che un grande albergo mette a rischio. La domanda non è se a Gallenmahd si possa costruire, ma se sia opportuno farlo”. Ma per portare la questione davanti al Tar serviva un appiglio giuridico. Ed ecco il nodo: “L’area dove si vuole costruire ricade in piena zona rossa per pericolo di valanghe, dove non è possibile edificare”. Ma allora come è stato possibile ottenere il via libera? “Si è prevista la costruzione di un grande vallo che proteggerà dalle valanghe”. Qui si scontrano le diverse tesi giuridiche: le associazioni che hanno proposto il ricorso sostengono che la diga anti valanghe sia in fondo opera accessoria all’albergo.

Qualcuno, intanto, fa notare che non molto lontano nel 1952 era già stato costruito un altro albergo, il Grand Hotel Paradiso della famiglia Fuchs, quella proprietaria della Birra Forst. L’edificio, firmato nientemeno che dal genio dell’architettura Giò Ponti, è da tempo abbandonato e in rovina. Ora l’ultima parola spetta ai giudici amministrativi. Però le stesse associazioni che hanno presentato ricorso ci tengono a precisare: “Noi non ci opponiamo allo sviluppo turistico di Martello. Un comune del parco nazionale ha bisogno di uno sviluppo adeguato alla propria realtà: di piccola scala, nell’esistente, con un reale beneficio locale”. Il punto è che Martello ha tutto il territorio compreso nel Parco, quindi pianificare è difficile. Soprattutto in assenza del famoso Piano del Parco che, fanno notare le associazioni, sarebbe compito della Provincia di Bolzano e che invece non arriva mai. Il sindaco Georg Altstatter spiega: “La possibilità di costruire è prevista nel piano urbanistico del 2000. Quando abbiamo votato il via libera al progetto c’è stata l’unanimità. Capisco le cautele degli ambientalisti, ma abbiamo 15mila ettari di territorio, siamo tra i comuni più grandi dell’Alto Adige, e appena 60mila prenotazioni l’anno. Selva di Val Gardena e l’Alta Badia sono sopra il milione. E io devo pensare ai 900 abitanti del mio paese, devo dare loro lavoro e non devo farli andare via. Oggi si basa tutto sull’agricoltura – le famose fragole – e l’artigianato”.

L’albergo della Val Martello, però, non è l’unico progetto che ha suscitato polemiche in Alto Adige. A Bressanone c’è il progetto per la costruzione del maxi hotel del gruppo Athesia sulla Plose: parliamo di 124 camere, cinque torri per 398 posti letto. A Riscone, ai piedi di Plan de Corones (Brunico) è stato dato il via libera all’ampliamento e alla costruzione di hotel a 5 stelle, tra cui l’hotel Heinz, che passerà da 70 a 142 posti letto. Il comproprietario della struttura, racconta Il Dolomiti, è il sindaco di Brunico, Bruno Wolf. La questione del cemento e degli alberghi da tempo divide l’Alto Adige, una provincia che ha fatto della cura del territorio una delle sue bandiere e delle sue ragioni d’orgoglio. Qui ogni balcone è ornato da gerani, ma negli ultimi decenni si è costruito, e non poco. In provincia di Bolzano viene promosso il turismo di lusso, con tutti gli impatti ambientali, energetici e di risorse naturali che comporta. È la cosiddetta battaglia per i letti freddi, quelli cioè destinati ai turisti e non agli abitanti. In alcuni paesi delle Alpi, soprattutto in Piemonte, si arriva fino al 90 per cento del totale. In Alto Adige si era deciso di porre un tetto, ma dal 2019 la corsa non si è fermata: si è passati da 230mila a 240mila posti letto in strutture ricettive (con 38 milioni di pernottamenti complessivi all’anno nella sola provincia di Bolzano).

Insomma, in discussione c’è l’intero modello economico. È il tema del turismo che porta da vivere, ma rischia di soffocare la stessa montagna che lo attira. L’equilibrio è molto fragile e non riguarda soltanto il cemento. Proprio sabato a Trento si terrà un convegno sullo sviluppo di nuove vie ferrate. E anche qui si confrontano opinioni opposte, tra chi chiede di realizzarne di nuove e chi invece sostiene che aprirne di altre renderebbe ancora più massiccio l’assalto alla montagna. Forse la vecchia leggenda raccontata in Val Martello sul padrone del maso di Stallwies che insegue il cervo bianco è stata dimenticata.

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Comuni da manicomio: si sfilano e rinunciano ad assumere i vincitori del “loro” concorso. “Pensavano che gli stipendi li coprisse il Pnrr”

La scena è difficile da immaginare, tanto è fantozziana. Partecipi a un concorso pubblico da funzionario, sostieni la prova a fine luglio, nel pieno della calura estiva, magari facendo centinaia di chilometri per arrivare alla sede indicata. Lo vinci e procedi a indicare il Comune che dovrebbe assumerti, solo che, a un metro dal traguardo, o anche poco prima, il Comune si sfila e sostiene che si era sbagliato, in realtà non ha le risorse per pagarti e quindi non se ne fa nulla. Sembra una barzelletta ma è quello che sta accadendo al concorso Ripam per funzionari nei piccoli comuni, quelli cioè sotto i 5mila abitanti.

Parliamo di personale da inquadrare tra quelli “a elevata qualificazione”, con quattro profili: giuridico, economico, digitale e tecnico. E’ ovviamente richiesta la laurea. Al bando, che è nazionale, rispondono un certo numero di Comuni e i posti a disposizione arrivano a poco meno di 180. Il procedimento parte ma a quel punto inizia una corsa al contrario, alcuni Comuni si sfilano perché , anche se avrebbero estremo bisogno di personale, non hanno i soldi per assumere. La fuga riguarda quasi un terzo del totale, alcuni peraltro lo fanno a pochi giorni dalle prove selettive di fine luglio. I posti a bando quindi calano a 124. Alle prove si presentano migliaia di persone, con un’età media, pare, tra i 30 e i 35 anni con punte minime e massime che vanno dai 25 a gli oltre 50 anni. Alla fine gli “idonei” saranno oltre 1700. A metà settembre finiscono anche le prove asincrone, cioè quelle per chi aveva ottenuto un rinvio per motivi di salute. Si può quindi procedere con le chiamate e le assunzioni, e invece inizia la tragicommedia.

Diversi Comuni, infatti, scrivono al ministero della Pubblica amministrazione per dire che non possono procedere alle assunzioni perché non hanno i soldi. Il Comune di Alimena (Palermo), per dire, scrive di aver prima “manifestato il proprio fabbisogno di personale e richiesto l’inserimento dei relativi profili professionali. Successivamente, tuttavia, sono intervenute condizioni di natura finanziaria e contabile che non consentono allo Stato attuale all’Ente di procedere alle conseguenti assunzioni”.Un altro comune dell’area, Trappeto, parla di “sopravvenute e mutate esigenze organizzative, nonché delle valtuazioni interne relative alla sostenibilità economico-finanziaria”. Le assunzioni sono pochissime. Nei giorni scorsi la Fp Cgil – che aveva già segnalato il problema a settembre – ha inviato una nuova lettera allarmata al ministero guidato da Paolo Zangrillo (FI) chiedendo di verificare subito la situazione, garantire che nessun vincitore perda l’assegnazione e “assumere le iniziative conseguenti nei confronti degli enti inadempienti”, visto che si erano formalmente impegnati ad assumere e “una rinuncia può trovare giustificazione in un impedimento concreto, sopravvenuto e documentato”. Il sindacato segnala almeno quattro amministrazioni comunali (una delle quali addirittura commissariata) che avrebbero formalizzato la rinuncia a procedere con le assunzioni, altre due che avrebbero l’avrebbero comunicata direttamente al vincitore e altrettante che l’avrebbero fatto “informalmente”.

Com’è possibile che un Comune si impegni per mettere a bando dei posti da funzionario e poi scopra di non avere i soldi per poagarlo? Nessuno si azzarda a metterlo per iscritto, ma da quanto filtra buona parte delle amministrazioni avrebbe, per così dire, mal interpretato i termini del bando, nella convinzione che i fondi stanziati dal Pnrr non coprissero solo i costi delle procedure ma pure gli stipendi, magari a vita, qualcosa che non si è mai visto con nessuna risorsa proveniente da fondi europei. E infatti una situazione del genere non si era mai verificata.

Dal ministero fanno sapere che nel bando era scritto chiaramente che il costo degli stipendi era a carico del Comune e assicurano di star cercando una soluzione, magari dirottando altrove le assunzioni. Al momento risultano 14 comuni rinunciatari su 57 aderenti al bando, sparsi tra Campania, Calabria, Sicilia, Sardegna e Marche, per un totale di 36 posti saltati, ma i numeri sembrano destinati a crescere visto che le assunzioni procedono a lumicino. “E’ incredibile quello che sta accadendo – spiega Danilo Colacino, del comitato dei partecipanti al concorso – il bando era chiaro e i Comuni non possono tirarsi indietro come se nulla forse. Molti dovranno sostenere spese legali e attendere chissà quanto per versi riconosciute le proprie ragioni. E questo senza considerare migliaia di idonei”. “La vicenda è surreale, parliamo di piccole amministrazioni che hanno un bisogno disperato di personale, posti dove magari non c’è più la Posta, la banca e i presidi territoriali dello Stato. Comuni con una manciata di funzionali che senza nuove assunzioni farebbero fatica a operare – spiega Tatiana Cazzaniga, responsabile Funzioni locali della Fp Cgil – Il ministero deve intervenire, dirottare altrove le graduatorie non può bastare se vìola i diritti diei vincitori”.

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“Dopo il divorzio, due tumori in famiglia e 13 coinquiline ho lasciato l’America. Con 800 euro al mese di pensione vivo in Francia, in un villaggio dove non c’è nemmeno il panettiere”: la storia di Karen Anderson

Karen Anderson ha 57 anni, è californiana e per anni ha risposto alle chiamate di emergenza come operatrice del 911 per un dipartimento di polizia. Nel 2011 ha sposato un inglese e si è trasferita con lui nel Regno Unito, poi ha comprato una casa in Francia per 45mila euro.

Nel 2021 è tornata negli Stati Uniti per assistere la madre malata di cancro, e dopo essersi sottoposta a uno screening ha scoperto di essere malata anche lei. Poi il divorzio, durato tre anni, e un tentativo fallito di rifarsi una vita in America: prima un lavoro da Amazon, poi quello da assistente di volo con Frontier Airlines, con un letto singolo in una casa condivisa con altre 13 donne.

Oggi Karen Anderson vive a Saint-Servais, villaggio bretone di circa 400 abitanti, in una casa di pietra da 59.100 euro (66.159 dollari) che si è comprata da sola, e con una pensione da 900 dollari al mese riesce a pagare mutuo e bollette. Ecco la sua storia raccontata da Business Insider.

“Nel 2021 sono tornata negli Stati Uniti per assistere mia madre, a cui era stato diagnosticato un cancro. – ha detto Anderson – Dopo essermi sottoposta anch’io a uno screening, mi è stata diagnosticata la stessa malattia, così sono rimasta negli Stati Uniti per circa un anno per le cure

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Ex-Ilva di Taranto, rimosso il blocco davanti all’Eni. Restano disagi in Calabria, Puglia e Sicilia per le proteste degli autotrasportatori. Ed è caos carburanti

Quinto giorno di sciopero e di mobilitazione all’ex Ilva di Taranto dei lavoratori dello stabilimento siderurgico di Acciaierie d’Italia, sia quelli diretti che dell’indotto, nell’ambito delle proteste per l’avvio dello spegnimento dell’area a caldo e conseguente blocco della produzione. Dopo la convocazione a Palazzo Chigi per il 27 ottobre e il documento condiviso ieri con Regione, Comune e Provincia di Taranto, questa mattina si è tenuta un’assemblea sulla statale 7 Appia Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm Uil e Usb hanno proclamato lo sciopero fino a questa sera alle 23. Allo stesso tempo hanno deciso di rimuovere i blocchi sulla statale 106 davanti alla raffineria Eni e quello sulla statale 7, senza attendere la fine dello sciopero.

Proteste in Puglia: blocco sulla tangenziale di Andria

Dopo il documento comune con la Regione Puglia di ieri, l’appuntamento è quindi per la convocazione a Palazzo Chigi del 27 ottobre. “Dobbiamo pensare a riempire gli autobus – ha detto all’assemblea Biagio Prisciano, segretario territoriale della Fim Cisl Taranto-Brindisi – perché la tappa di Roma del 27 ottobre sarà importante. Se il governo non vorrà addivenire a quelle che sono le nostre rivendicazioni, dobbiamo continuare a far sentire la nostra voce”.

Rimane però il caos in gran parte del sud Italia. Poco fa è stato messo in atto un blocco degli autotrasportatori contro il prezzo della benzina sulla tangenziale di Andria all’altezza di una rotatoria nei pressi di un distributore di carburanti. La sindaca di Andria Giovanna Bruno si è recata sul posto e ha incontrato i manifestanti. Oggi sulla statale 96 in direzione Bari si procede regolarmente, mentre code si registrano in direzione Altamura. I mezzi pesanti sono parcheggiati su una corsia laterale. Proteste degli olivicoltori a Corato, dove ieri sera un corteo di trattori e camion ha attraversato l’estramurale e il corso, fino al Comune. La mobilitazione è ripresa alle prime ore di questa mattina all’ingresso della città.

Il sindaco di Bari, Vito Leccese, ha espresso “particolare preoccupazione”. In riferimento al caro-carburanti, quando il costo dei rifornimenti “diventa insostenibile, a pagare il conto sono i lavoratori, le imprese e, alla fine, i cittadini”, dichiara il sindaco in una nota. Allarme anche sul piano degli approvvigionamenti: “La sospensione dei blocchi stradali (rimossi, come detto, dagli operai ex Ilva a Taranto dopo quattro giorni di mobilitazione, ndr) non arresta l’emergenza. La crisi degli approvvigionamenti di questi ultimi giorni è la dimostrazione di una situazione ancora critica”. Da qui l’allerta: “I cantieri pubblici potrebbero fermarsi. Le imprese faticano a sostenere i costi e anche i servizi essenziali sono concretamente a rischio. Per fare un esempio, nella nostra città abbiamo meno di una settimana di autonomia per la raccolta dei rifiuti e appena cinque o sei giorni per il trasporto pubblico locale. Nell’area metropolitana ci sono già Comuni nei quali le società incaricate della raccolta dei rifiuti hanno comunicato di non essere nelle condizioni di garantire la regolarità del servizio”. Il sindaco di Bari sottolinea di non poter “attendere il prossimo 27 ottobre per i tavoli di confronto (convocati dal Mit, ndr). Undici giorni sono un’eternità per chi rischia di dover interrompere servizi indispensabili nel giro di poche ore”. Da qui la richiesta al governo affinché “intervenga immediatamente, individuando soluzioni che consentano di ripristinare gli approvvigionamenti e garantire la continuità dei servizi essenziali”.

Venti presidi in Calabria, mobilitazione anche degli agricoltori

Proteste contro il caro carburante anche in Calabria dove la Fedralog, la Federazione regionale della logistica, ha promosso la mobilitazione degli autotrasportatori a partire da oggi e fino al 20 ottobre, insieme alle federazioni omologhe di Puglia, Sicilia e Basilicata. Dalle prime ore del mattino sono circa 20 i presìdi dei tir attivi in tutte le province della Calabria: tra gli altri, lo svincolo autostradale di Falerna, l’area dell’aeroporto di Lamezia Terme, Marcellinara, la raffineria di Vibo Valentia, Pizzo, Sant’Onofrio, Passovecchio, nel Crotonese, il porto di Gioia Tauro, vari punti della Ss 18 lungo il Tirreno cosentino, gli svincoli di Sibari, Frascineto, Castrovillari, San Marco Argentano.

La mobilitazione degli autotrasportatori si aggiunge a quella degli agricoltori, che va avanti da oltre dieci giorni. “Dal mese di marzo a oggi abbiamo speso in media duemila euro in più di gasolio per mezzo di trasporto – spiega all’Adnkronos Domenico Notaro, portavoce per la Calabria della Fedralog – Moltiplicando questa cifra per il numero di mezzi complessivo di ciascuna ditta, si può ben comprende come le aziende abbiano subìto perdite di fatturato drastiche, che non sono state compensate in altro modo”. La Fedralog lamenta, inoltre, il mancato ascolto da parte del governo centrale e delle associazioni di categoria. Anche la Regione Calabria, pur avendo aperto uno spiraglio minimo al dialogo, non avrebbe fatto abbastanza per fronteggiare la crisi: a parere della Federazione, i 15 milioni di euro stanziati contro il caro carburanti, di cui 5 per le imprese del comparto agricolo e 10 per il settore dell’autotrasporto trasporto, sono un intervento ‘tamponè, che “non risolve il problema, lo rimanda soltanto”.

Insieme ai lavoratori del settore della logistica, si fermano e si aggiungono ai presìdi anche agricoltori, allevatori e pescatori calabresi: “Ci siamo uniti per avere un appoggio maggiore e far arrivare le nostre istanze al governo centrale, da cui aspettiamo un cenno da più di due settimane – dichiara Matteo Talarico, referente del Movimento Territorio e Agricoltura -. Chiediamo una misura straordinaria e un ristoro imminente per fronteggiare la crisi ma, in generale, chiediamo una riforma complessiva del comparto agricolo per il prezzo minimo e per risolvere i problemi strutturali che ci portiamo dietro dal 2022. I costi di produzione sono arrivati alle stelle e noi non possiamo più permetterci di lavorare sotto costo”, aggiunge Talarico.

Tir e camion fermi in Sicilia

In Sicilia tir e camion sono fermi nei porti e non scaricano le navi e nei piazzali delle ditte. Alla protesta non aderiscono le imprese di Confindustria Catania che in un primo momento aveva annunciato lo sciopero dei tir dal 16 al 22 ottobre. “L’adesione è totale – dice Salvatore Bella, coordinatore del comitato che stamane terrà una conferenza stampa – In Sicilia non circolano mezzi pesanti. Non capiamo perché il ministro Salvini abbia convocato le sigle che non scioperano lasciando fuori dal confronto quelle che scioperano. E’ inaudito lasciare fuori gli autotrasportatori siciliani”. Intanto da ieri notte, a Gela (Caltanissetta), al presidio allestito dagli agricoltori per protestare sui prezzi dei carburanti, sono fermi anche decine di tir e camion. Gli autotrasportatori che hanno fermato i loro mezzi lungo la rotonda stradale di ingresso a Gela dicono di non riuscire più a sostenere i rincari, “Ottomila euro in più all’anno per ogni veicolo che percorre 100 mila chilometri e un prezzo del gasolio salito a oltre 2,16 euro al litro, con un rincaro di 0,35 euro rispetto a febbraio”, dicono. Questa mattina, un nuovo corteo di mezzi agricoli e trattori ha percorso un tratto della strada statale Gela-Catania.

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“Era seduta, vigile, e sembrava illesa, mentre forse si chiedeva cosa fosse tutto quel trambusto per la valanga”: dopo 50 ore ritrovata in Alaska una cagnolina dispersa

Ha tracorso 50 ore nella neve, senza che nessuno avesse notizie di lei, se non la sua posizione che era fornita dall’Apple AirTag, che le era stato applicato. Eppure, dopo più di due giorni trascorsi a basse temperature e in piena solitudine, LouLou, una cagnolina di quattro anni, incrocio tra barboncino e husky, è stata ritrovata nel Chugach State Park, in Alaska.

Le ricerche della cagnolina si sono attivate dopo che una frana lo scorso 10 ottobre ha travolto due escursionisti, trascinandoli per oltre 150 metri. Mentre i due uomini hanno riportato gravi ferite e fratture e sono stati condotti al Providence Alaska Medical Center di Anchorage, la cagnolina, in seguito alla frana, risultava dispersa.

Così, Lauren Padawer, la fidanzata di uno degli escursionisti, che era all’estero quando ha appreso la notizia, dopo aver appurato che le condizioni del propio compagno erano stabili, ha dato avvio a una campagna per ricercare la sua cagnolina LouLou, dispersa tra la neve.

La donna ha immediatamente condiviso un appello di aiuto su numerosi gruppi locali e si è ben presto sollevata attorno a lei una grande ondata di solidarietà per aiutarla a ritrovare il suo cane.

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La Juve vince, ma Conceiçao impazzisce: pugni alla panchina. Spalletti lo gela: “Si arrabbi con sé stesso”

La luce è il risultato: vincere di rimonta e con i gol dei suoi due attaccanti è un segnale perfetto per Luciano Spalletti. Che dopo la vittoria a Vigo contro il Celta era sicuramente contento, l’ha detto ai suoi giocatori e alla stampa. Ma le luci di quel 2-1 non riescono a nascondere le ombre che ancora attanagliano questa Juventus che resta under construction. Gli errori difensivi, le difficoltà di Koopmeiners e soprattutto la furia di Conceiçao, uscito dal campo tirando pugni alla panchina.

Però gli aspetti positivi ci sono ed è giusto sottolinearli. Il primo: i bianconeri sono riusciti a vincere in rimonta dopo la doccia gelata di una rete subita per una serie di errori difensivi troppo brutti per essere veri. E non era facile. Il secondo: la rete del pareggio arriva con un gol di rapina, vecchia maniera, di Woltemade, che si fa trovare al posto giusto al momento giusto, sfruttando anche lui un errore di un avversario. Era l’osservato speciale, il tedesco, dopo un avvio di campionato veramente troppo sottotono. Segnare così dà fiducia a lui e a Spalletti, che si aspettava un segnale dall’attaccante arrivato a fine mercato per riempire quella casella lasciata vuota da Vlahovic. Il terzo: la rete della rimonta è arrivata con Kolo Muani, che a Cagliari ha segnato all’81’ mentre in Spagna ha dovuto aspettare il 91’. Ma non importa: la rete, di testa, indica che il francese c’è e si sta riprendendo la Juventus. E che le due punte, insieme, funzionano.

Non funzionano invece altre cose. La catena difensiva, per esempio, che ha commesso una serie di errori piuttosto marchiani nel gol del vantaggio del Celta. Ma anche i singoli. Koopmeiners ancora non ha inciso, Spalletti l’ha difeso nel post partita ma è stato chiaro: “Pensavo che in Europa League, lontano, potesse fare bene. Non ci è riuscito”, ha ammesso candidamente.

Mentre su Conceiçao, uscito dal campo particolarmente irritato, è stato anche più secco. Preambolo: il portoghese è stato sostituito da Nico Gonzalez, è andato in panchina, ha preso a pugni una poltrona ed è subito andato negli spogliatoi a cambiarsi. È ritornato poco dopo, con la testa bassa. “Fa meglio a essere arrabbiato con sé stesso” ha chiosato Spalletti. “Con me, comunque, non ha litigato”. Come a dire: problemi suoi.

Ma i problemi, in questo caso, sono anche della Juve, che aspetta ancora che emerga l’esterno portoghese, così come molti altri singoli. Alajbegovic è in potenza molto forte, ma ancora non incisivo; Boga deve ritrovare la forma e sarà presto a disposizione; Nico Gonzalez è, come McKennie, il giocatore multifunzione che però deve ancora trovare la giusta continuità.

Spalletti ha chiaro il quadro. Sorride, ma tra le rughe della fronte riflette anche. La sua Juventus in Europa League vince la seconda partita su due e si proietta oltre la League Phase. Ma deve essere più convincente e concreta. Ancora non lo è.

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Tesla Roadster, l’auto volante di Elon Musk tra tecnologia e promesse – FOTO e VIDEO

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Annunciata nel 2017, promessa ai clienti per il 2020 e ora attesa non prima del 2028. La seconda generazione della Tesla Roadster ha accumulato quasi un decennio di rinvii, ma nel frattempo ha imparato a volare. O almeno a sollevarsi da terra, compiere evoluzioni in aria e atterrare sulle quattro ruote. Elon Musk ha scelto il centro prove di SpaceX a McGregor, in Texas, per presentare la nuova sportiva elettrica. Una dimostrazione spettacolare, che lascia però aperti molti interrogativi sulla futura produzione di serie.

La scena più sorprendente si è svolta su una gigantesca rampa curva. Grazie a un sistema di ventole che genera una forte depressione sotto la carrozzeria, la Roadster ha risalito la struttura fino a fermarsi capovolta, per poi staccarsi dalla superficie, ruotare in aria e tornare a terra. In un’altra prova ha sorvolato una fila di veicoli Tesla. A rendere possibili queste manovre sono i micropropulsori a gas freddo sviluppati con SpaceX, capaci di controllare l’assetto della vettura attraverso getti regolabili. Il sistema di aspirazione, secondo il costruttore, può generare una forza equivalente a due volte quella di gravità.

Durante la presentazione, Tesla ha mostrato un test nel quale il prototipo accelera da 0 a 96 km/h in appena 0,81 secondi, grazie anche alla spinta dei propulsori posteriori. Una prestazione dichiarata dal costruttore, ancora priva di verifiche indipendenti, che Musk sostiene possa essere ulteriormente migliorata sulla versione definitiva L’autonomia annunciata supera i 480 chilometri, mentre la velocità massima dovrebbe oltrepassare i 370 km/h. Mancano tuttavia informazioni essenziali: Tesla non ha comunicato la capacità della batteria, il numero dei motori elettrici e il peso della vettura.

La gamma dovrebbe articolarsi in tre versioni, con configurazioni progressivamente più sofisticate fino alla Rocket, dotata del sistema completo di propulsione per le manovre aeree. Anche sul fronte commerciale restano diverse incognite, a cominciare dai prezzi definitivi e dalle procedure di omologazione. Perché un conto è far volare un prototipo in un ambiente controllato, un altro è trasformarlo in un’automobile utilizzabile e commercializzabile.

La Roadster arriva inoltre in una fase particolare per Tesla, sempre più concentrata sulla guida autonoma e sulla robotica. Una sportiva estrema, pensata per esaltare il piacere della guida, sembra muoversi in direzione opposta. Ma il suo ruolo potrebbe essere soprattutto quello di rilanciare l’immagine tecnologica del marchio, più che contribuire significativamente ai volumi di vendita.

Resta il peso di nove anni di attesa. E soprattutto una domanda: quanta parte dello spettacolo visto in Texas arriverà davvero nelle mani dei clienti? La risposta, salvo ulteriori rinvii, è attesa nel 2028.

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Padellaro, Mieli, Carofiglio, Ainis e Veludo ospiti di Sommi ad Accordi&Disaccordi sabato 17 ottobre. Con Travaglio e Scanzi

Il racconto dell’attualità è protagonista il sabato in prima serata sul Nove con il talk di confronto, discussione e approfondimento “Accordi & Disaccordi”, condotto da Luca Sommi.

Sabato 17 ottobre alle 21:30 sono ospiti i giornalisti Paolo Mieli e Antonio Padellaro, lo scrittore Gianrico Carofiglio, il costituzionalista Michele Ainis e l’autrice Virginia Veludo.

Tra i temi della conversazione il Consiglio europeo a cui Giorgia Meloni ha partecipato dopo essere stata ascoltata dal Parlamento italiano e gli scenari internazionali.

Nel corso di ogni puntata, come da tradizione, gli interventi del direttore de Il Fatto Quotidiano Marco Travaglio e del giornalista Andrea Scanzi, per analizzare cronaca, potere e società.

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Papa Leone: “Risorse dell’industria bellica da riconvertire alla ricerca agricola. È un imperativo etico urgente”

Papa Leone XIV, in degenza dopo l’operazione per il tumore al polmone, invita a servire gli interessi dell’umanità, con le nuove tecnologie, non l’industria militare. Al primo posto delle priorità, il pontefice pone la fame nel mondo e l’agricoltura: “È essenziale un nuovo ordine alimentare globale, in cui l’innovazione tecnologica sia incondizionatamente subordinata al rispetto della dignità umana donata da Dio e al bene comune universale. Inoltre, esiste un imperativo etico urgente di riconvertire le risorse investite nell’industria bellica verso la ricerca agricola sostenibile e la rigenerazione dei terreni degradati”.

Lo scrive il successore di Bergoglio nel messaggio inviato al direttore generale della Fao, Qu Dongyu, in occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione 2026. “Il domani – aggiunge il Papa – non è un arco di tempo astratto che ci attende passivamente; è piuttosto il raccolto di ciò che seminiamo oggi attraverso le nostre decisioni. Se seminiamo un’innovazione non etica, basata sul desiderio di dominare la terra ed escludere i deboli, raccoglieremo aridità e conflitti. Se invece l’innovazione scaturisce dal rispetto per l’ordine naturale e dalla giustizia verso chi ha fame, il domani porterà una tavola imbandita per il sostentamento dell’umanità”.

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Millennium Expo, a Roma tornano protagoniste le auto e moto d’epoca

Il rinnovato Ippodromo Capannelle di Roma si prepara ad accogliere la quarantatreesima edizione del Millennium Expo, la più grande e importante manifestazione dedicata ad auto, moto e ricambi d’epoca del Centro-Sud Italia. L’appuntamento è fissato per il 17 e 18 ottobre prossimi, in una cornice che dal 1999 ospita stabilmente l’evento. Restituito alla sua originaria bellezza, l’impianto romano offrirà un programma ancora più ricco, confermandosi come riferimento importante per il motorismo storico nazionale.

All’interno del Parco di Capannelle troveranno spazio club ed espositori di veicoli storici, affiancati da un settore completo e ricco di ricambi e accessori per auto e moto, modellismo d’epoca e memorabilia. La manifestazione proporrà numerose iniziative speciali pensate per celebrare importanti ricorrenze e anniversari del mondo dei motori e della cultura. Tra queste spiccano gli 80 anni della Piaggio Vespa, festeggiati con il Vespa Village, un’area interamente riservata allo scooter più famoso al mondo, e con una sfilata delle versioni più rappresentative e importanti dal 1946 a oggi.

Festa pure per i 120 anni di Lancia, celebrati attraverso un concorso di eleganza monomarca riservato a 12 vetture della casa torinese prodotte dagli anni Trenta agli anni Novanta: dalla splendida Astura alla Appia, passando per la Gamma, che festeggia i 50 anni, fino alla celebre Thema Ferrari. Il motociclismo storico troverà espressione nell’Heritage Motorcycle District, un grande spazio dedicato alle due ruote con la partecipazione dei principali motoclub e dei marchi più rappresentativi, come Moto Guzzi, Ducati, MV Agusta e Honda.

Gli appassionati del fuoristrada potranno invece cimentarsi nel circuito off-road con prove su veicoli d’epoca aperte a tutti, curate direttamente dalla Federazione Italiana Fuoristrada. Il programma comprende inoltre un seminario della scuola di restauro e il convegno Motostoria, ospitati all’interno della Club House. Anche quest’anno si rinnoverà la convenzione per tutti i club federati, con un parcheggio riservato e gratuito all’interno della mostra per i proprietari di veicoli d’epoca.

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Caro carburante, in Sicilia è iniziato lo sciopero degli autotrasportatori

Questa mattina, un nuovo corteo di mezzi agricoli e trattori ha percorso un tratto della strada statale Gela-Catania. È cominciato lo sciopero degli autotrasportatori siciliani annunciato nei giorni scorsi per il caro carburante. Alla protesta non aderiscono le imprese di Confindustria Catania che in un primo momento aveva annunciato lo sciopero dei tir dal 16 al 22 ottobre. “L’adesione è totale – dice Salvatore Bella coordinatore del comitato che stamane terrà una conferenza stampa – In Sicilia non circolano mezzi pesanti. Non capiamo perchè il ministro Salvini abbia convocato le sigle che non scioperano lasciando fuori dal confronto quelle che scioperano. È inaudito lasciare fuori gli autotrasportatori siciliani“.

Intanto da ieri notte, a Gela (Caltanissetta), al presidio allestito dagli agricoltori per protestare sui prezzi dei carburanti, sono fermi anche decine di tir e camion. Gli autotrasportatori che hanno fermato i loro mezzi lungo la rotonda stradale di ingresso a Gela dicono di non riuscire più a sostenere i rincari, “Ottomila euro in più all’anno per ogni veicolo che percorre 100 mila chilometri e un prezzo del gasolio salito a oltre 2,16 euro al litro, con un rincaro di 0,35 euro rispetto a febbraio”, dicono. Intanto tir e camion degli aderenti al comitato trasporto siciliano sono fermi nei porti e non scaricano le navi e nei piazzali delle ditte.

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“Se i ragazzi tornano a vivere con i genitori significa che non trovano lavoro e non hanno abbastanza soldi per l’affitto. Mi dispiace lasciare ai miei figli un mondo in questo stato”: così Sophie Marceau

Ha scelto di tornare a quel personaggio, anche se non considera Il tempo di Anne un vero sequel de Il tempo dell’amore, film del 2008. Sophie Marceau, che compirà 60 anni a novembre, torna al cinema nei panni di una madre alle prese con figli ormai adulti, nuove relazioni e una vita sentimentale che passa anche attraverso social e app di dating.

A Vanity Fair spiega: “Se avessimo voluto fare un sequel ci avremmo pensato a distanza di pochi anni, tanto più che era stato un successo. E credo che riprendere quel personaggio dopo una pausa così lunga sia più interessante perché ti permette di raccontare un vero cambiamento. I figli di Anne hanno ormai quasi 30 anni, sono in quella fase che segna il passaggio all’età adulta vera e propria”.

Il film finisce inevitabilmente per incrociare anche la sua vita privata. Nel racconto, la figlia della protagonista torna a casa: come reagirebbe Marceau se accadesse lo stesso con i suoi figli, Vincent, 32 anni, e Juliette, 24? La risposta tiene insieme due sentimenti diversi. Da una parte “fa sempre piacere essere un punto di riferimento. La famiglia dovrebbe rappresentare un rifugio, un posto dove puoi tornare quando le cose non vanno bene”. Dall’altra, però, “se le ragazze e i ragazzi tornano a vivere con i genitori, significa che non riescono a trovare un lavoro e che non hanno abbastanza soldi per pagare l’affitto. Non è un buon segnale”.

Ed è proprio da qui che il discorso si allarga alle difficoltà delle nuove generazioni e alle proteste che hanno portato migliaia di ragazzi in piazza in Francia. Per Marceau non si tratta soltanto di una questione francese, ma di un clima più generale, segnato dal disincanto e dalla sensazione che il futuro sia diventato più incerto. “È evidente che non andrà bene per niente. Un tempo era più facile trovare un lavoro, avere abbastanza soldi per vivere e, in un certo senso, c’era molta più libertà. E anche più ignoranza. Voglio dire, più informazioni ricevi più diventi ansioso e più ti senti in colpa per non essere in grado di fare nulla“.

Poi il pensiero va direttamente ai suoi figli e a ciò che la sua generazione lascia a quella successiva: “Io ormai sono una vecchia ragazza e mi dico: ‘La mia vita appartiene più al passato che al futuro’, ma mi dispiace lasciare ai giovani, ai miei figli, un mondo in questo stato. Non voglio sembrare troppo pessimista, però. Ho fiducia nelle nuove generazioni”.

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Il difensore del Livorno Samuele Regazzetti operato per un tumore, l’annuncio dopo i commenti beceri: “Perché lo abbiamo comprato?”

Samuele Regazzetti “è stato operato lunedì scorso in day-hospital, sta bene e martedì era già al campo per salutare il resto del gruppo”. Con queste parole martedì sera il ds del Livorno, Alessandro Lucarelli, ha spiegato che il giovane difensore è stato sottoposto a un intervento perché gli è stato diagnosticato un tumore al testicolo.

Una conferenza stampa, quella convocata dal direttore sportivo alla vigilia del derby di Serie C con il Grosseto (in programma questa sera), resa necessaria per via delle conseguenze del comunicato stampa diffuso nei giorni scorsi proprio su Regazzetti. Alcuni tifosi, infatti, leggendo solamente di un “intervento chirurgico programmato”, avevano commentato senza pietà, accusando il club di aver comprato un giocatore “rotto, infortunato”. E ancora: “Sapevano che si sarebbe operato a ottobre e l’hanno preso comunque”.

Messaggi beceri apparsi sulla pagina Facebook del Livorno calcio, a cui Alessandro Lucarelli ha voluto rispondere in prima persona: “A volte bisognerebbe collegare il cervello, soprattutto quando non sappiamo le cose“. Chiaramente, i tifosi non sapevano della diagnosi di un tumore per Regazzetti, ma non hanno esitato a scatenarsi con critiche e commenti durissimi pur senza conoscere le condizioni di salute del terzino destro.

Anche su questo punto, Alessandro Lucarelli ha voluto fare chiarezza: “Samuele ha scoperto di avere il tumore quindici giorni fa. Nonostante una diagnosi del genere, ha deciso comunque di allenarsi e ha giocato due partite prima di sottoporsi all’intervento per la rimozione”. Il difensore 22enne è arrivato a Livorno quest’estate e ha già giocato 9 partite fra Serie C e Coppa Italia di categoria.

Il club amaranto resta ovviamente al fianco di Regazzetti, auspicando un suo ritorno in campo: “Speriamo al 99% di aver risolto il problema. Naturalmente i tempi di recupero passano in ultimo piano, oggi conta solo che guarisca. Noi siamo e saremo qui ad aspettarlo”, ha concluso Alessandro Lucarelli.

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Roma, tensioni al ghetto ebraico: Anpi allontanata. Partigiani: “Dicono che siamo pro-Pal”. Fladlun: “Noi cacciati il 25 aprile”

Tensioni al ghetto di Roma dove è in programma la cerimonia per l’anniversario del rastrellamento degli ebrei: alcuni componenti della comunità romana hanno iniziato a urlare e insultare la delegazione dell’Anpi. “Ve ne dovete andare”, “fuori, fuori”, “vergognatevi” hanno urlato verso l’associazione dei partigiani. La delegazione dell’Anpi è stata è stata allontanata dalla spazio dedicato alle celebrazioni e sistemata dietro “alcune transenne”, come ha spiegato la presidente provinciale Marina Pierlorenzi. “Siamo stati attaccati – ha detto Pierlorenzi – non vogliono l’Anpi, dicendoci che siamo pro pal e che non possiamo stare in questa piazza”. Altre associazioni, in segno di solidarietà, hanno seguito i partigiani e si sono schierate al loro fianco. Tra queste l’Aned (Associazione Nazionale Ex Deportati nei Campi Nazisti), la Fiap (Federazione Italiana associazioni Partigiane) e l’associazione nazionale vittime di guerra.

Il presidente della comunità ebraica romana: “Questione di pudore, avevamo chiesto di non presenziare”

Nei giorni scorsi il presidente della comunità ebraica romana Victor Fladlun aveva chiesto all’Anpi di non partecipare. Oggi Fladlun ha ribadito le motivazioni, dopo le tensioni tra alcuni componenti della comunità e dell’Anpi: “Oggi è una questione di pudore. Noi abbiamo chiesto all’Anpi di non presenziare per una questione di rispetto. Abbiamo un profondo rispetto per la storia della lotta partigiana, che è la nostra storia. Ricordo che il 5% degli ebrei italiani ha combattuto nella resistenza quando la media nazionale è 10 volte inferiore”, ha dichiarato il presidente della comunità romana. Ricordando l’episodio che ha lasciato il segno: “Noi siamo rimasti profondamente feriti nel vedere la brigata ebraica cacciata dal corteo del 25 aprile e siamo rimasti di nuovo profondamente feriti nel vedere la condiscendenza dell’Anpi nei confronti delle piazze pro-Pal. E pensiamo che l’Anpi non debba assolvere al ruolo di partito politico, non debba fare politica ma debba tornare al suo ruolo di preservare la memoria della lotta partigiana della resistenza”. “Siamo contro qualsiasi forma di violenza anche solo verbale – ha precisato Fladlun. E alla domanda se fosse stato un errore invitare l’Anpi, commesso da Roma Capitale, Fadlun ha risposto: “Penso che il 16 ottobre sia un lutto profondo per la nostra comunità. Ci sono parenti diretti di coloro che sono stati deportati. E quindi ci vuole sensibilità e rispetto”.

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Ambrogini d’Oro, presentate 307 candidature: ci sono anche le vittime di Crans Montana, Fiano e lo stadio San Siro

Le due vittime milanesi di Crans Montana, il Centro ustioni dell’ospedale Niguarda e poi anche Roberto Bezzi, responsabile dell’area educativa del carcere di Bollate. E ancora lo stadio San Siro e Walter Zenga. Queste sono sono alcune delle 307 candidature depositate entro il termine di ieri, 15 ottobre, a mezzogiorno dai consiglieri comunali di maggioranza e opposizione per gli Ambrogini d’Oro 2026, nell’ultima cerimonia della consiliatura, che come sempre si terrà il 7 dicembre, in occasione del santo patrono di Milano. 36 sono di persone fisiche, di cui 43 donne e 93 uomini (quattro candidature di coppia); 27 alla memoria, di cui sette donne e 21 uomini (una candidatura di coppia); 144 le proposte per soggetti collettivi (associazioni, imprese, gruppi).

A metà novembre sarà convocata la Commissione composta dall’ufficio di presidenza e dai capigruppo che deciderà a chi assegnare le benemerenze. Tanti anche i nomi di politici avanzati: in primis quello dello storico consigliere dei Verdi, morto lo scorso aprile, Carlo Monguzzi, a cui lo stesso ufficio di presidenza ha proposto di conferire l’Ambrogino d’Oro alla Memoria, dopo le polemiche per la mancata iscrizione al Famedio. Una candidatura ribadita oggi anche dagli ‘Amici di Carlo’, che hanno raccolto oltre cento sottoscrizioni e l’adesione di tante realtà, dall’Anpi provinciale alla Cgil Lombardia. Il consigliere di Azione, Daniele Nahum, fa il nome di Emanuele Fiano, una “figura che rappresenta un punto di riferimento morale, politico e civile in un tempo segnato da polarizzazioni, rigurgiti d’odio e smarrimento della memoria”. Per la civica benemerenza il gruppo di Forza Italia avanza in modo unitario la candidatura dell’ex sindaco di centrodestra, Gabriele Albertini. Una proposta a cui se ne affiancano tante, fatte dai singoli consiglieri: il capogruppo e assessore regionale Gianluca Comazzi candida, tra gli altri, lo stadio di San Siro – “simbolo storico e sportivo di Milano, che nel 2026 celebra il centenario” – lo storico portiere di Inter e Nazionale Walter Zenga e il comitato ‘Famiglie sospese‘, che riunisce i proprietari delle case finite nelle inchieste sull’Urbanistica della Procura di Milano.

Dalla consigliera Pd Simonetta D’Amico arriva la proposta, sottoscritta dagli altri gruppi, di conferire l’Ambrogino alla Memoria a Chiara Costanzo e Achille Barosi, i due ragazzi milanesi morti nell’incendio del locale Le Constellation di Crans Montana. Alla strage di Capodanno guarda anche la candidatura avanzata dalla candidata sindaco della Lega Silvia Sardone del Centro ustioni dell’ospedale Niguarda, dove per mesi sono stati ricoverati i superstiti del rogo. “Per Milano, avere nel proprio territorio un Centro capace di affrontare le grandi ustioni significa disporre di una risorsa sanitaria essenziale non soltanto per i cittadini milanesi, ma per pazienti provenienti dall’intera Lombardia e da altre parti del Paese”, evidenzia Sardone nella candidatura, precisando che il riconoscimento è per “l’intera équipe medica, infermieristica, riabilitativa e a tutti i professionisti che, quotidianamente, dedicano competenza, professionalità e umanità alla cura delle persone colpite da gravi ustioni”. Il capogruppo di Fratelli d’Italia, Riccardo Truppo, candida insieme ai colleghi Alessandro Giungi (Pd) e Daniele Nahum (Azione) per la civica benemerenza fa il nome del responsabile dell’area educativa del carcere di Bollate, Roberto Bezzi. “Una persona che da oltre vent’anni gestisce il cuore di un istituto penitenziario, ritenuto un modello nazionale e internazionale“, spiega Truppo, che apprezza il fatto che “tre gruppi politici trasversali abbiano avuto questa sensibilità”. Il capogruppo ha candidato l’associazione anche Art & Music Insiem, mentre il collega di partito Marco Cagnolati tra le nove candidature avanzate propone i lavoratori di Atm, Amsa e Comune di Milano e il Commissariato di Polizia Garibaldi-Venezia.

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Voli nel caos: se non è un attacco hacker, allora è peggio

Cancellazioni e ritardi: gli aeroporti sono nella totale baraonda per un problema di natura informatica. Si parla di anomalie alla rete di trasmissione dati e la conseguenza percettibile anche chi non è esperto di voli o di computer – è la riduzione del traffico aereo del 50 per cento. Un dramma se si fosse in un Paese serio, la normalità se invece c’è sempre una scusa buona da tirar fuori dal cassetto delle più patetiche giustificazioni.

Alle sei di stamattina la giornata si profila come “complicata” e quando con il passare delle ore la situazione non migliora, comincia a serpeggiare il sospetto che si sia bersaglio di un attacco hacker. Enav, cui compete la gestione del delicato panorama degli spostamenti nei nostri cieli, si affretta a dichiarare che non è in corso alcuna aggressione da parte dei pirati informatici. Lo scopo è forse quello di tranquillizzare tutti garantendo che non è uno dei tanto temuti episodi di guerra ibrida che la Russia ha promesso di regalare all’antipatica Europa. Se qualcuno pensa di tirare un sospiro di sollievo, mi permetto di suggerire di frenare le espressioni di gioia e consolazione. Nel caso in cui i temuti hacker siano estranei a quanto sta verificandosi, la preoccupazione non deve diminuire ma invece prendere maggior spazio nel nostro cuore.

Un atto vandalico può ovviamente arrecare danni o disagi e a limitarne l’impatto dovrebbero intervenire le precauzioni, che cominciano da un valido assetto di sicurezza informatica ed organizzativa per arrivare ad un piano di ripristino delle condizioni di normalità. Nel caso in cui si esclude una pugnalata dei criminali hi-tech, il verificarsi di “guasti” di questo genere è indizio di una fragilità ben peggiore dell’esser vittima di un efferato arrembaggio telematico. In parole povere si ha l’impressione che i sistemi informatici su cui poggia il traffico aereo non siano affidabili e, fino a prova contraria, se lo fossero non ci si ritroverebbe a duellare per rimettere ordine nella bolgia di cancellazioni, rinvii, ritardi e modifiche che dimostrano che qualcosa non ha funzionato e continua a non funzionare.

In questi casi bisognerà spiegare a chi oggi si improvvisa esperto di sicurezza informatica (palesando una profonda carenza attitudinale oltre alla vacuità di esperienze pregresse) che gli hacker non tirano soltanto fucilate sincrone alla constatazione dell’esser stati colpiti. Chi è vecchio del mestiere ricorda che i malintenzionati del secolo scorso amavano “minare” il terreno avversario per far saltare per aria chi in un momento successivo poggiasse improvvisamente il piede nel posto sbagliato. Le si chiamava “logic bomb” e “time bomb”. Erano istruzioni malevole inserite nelle procedure automatizzate di una organizzazione e la distinzione tra loro era legata alla differente tipologia di innesco.

Questi codici “velenosi”, infilati qua e là nei programmi e ben nascosti tra le tante righe del software, erano destinati ad entrare in funzione al verificarsi di una certa condizione (logic bomb) come una specifica azione di qualche operatore oppure (ed è il caso della time bomb) al raggiungimento di una determinata data.

Le grandi organizzazioni si avvalgono di fornitori e questi, a loro volta, di una catena di subfornitori che pescano le risorse necessarie senza troppe selezioni e controlli. Programmatori e assemblatori non di rado vengono sottopagati e vivono con l’incubo di perdere il lavoro. Qualcuno di loro matura un gran desiderio di vendetta e organizza (la storia, per chi la conosce, ha migliaia di esempi) un tiro mancino destinato ad andare a segno nel caso aspettative e prospettive personali non vadano a buon fine.

Ma non è solo il malcontento a inquinare i programmi informatici. Se qualcuno vuole colpire il concorrente o il nemico, sa che la miglior cosa è colpire a basso livello e con la massima calma.

“Low and slow” dicono gli addetti ai lavori. Nessuna mossa eclatante. La vendetta è un piatto che si consuma freddo e anche la guerra ibrida non ha fretta di andare a segno.

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“Sei venuta da me in sogno, un sogno febbrile. Dopo 18 ore di travaglio e il tuo battito cardiaco che rallentava, un cesareo d’urgenza era l’unica opzione”: Madonna ricorda la nascita della figlia Lourdes

Il 14 ottobre 1996 Madonna partoriva la sua primogenita, Lourdes Maria Ciccone Leon, che quindi solo alcuni giorni fa ha compiuto 30 anni. La popstar, proprio nel giorno del compleanno della figlia, ha deciso di celebrarla con un post sui propri social, nel quale ha messo per iscritto parole piene di tenerezza e affetto.

“Buon compleanno, mia Lolita! Sei venuta da me in sogno, un sogno febbrile, un sogno chiamato vita. Se provassi a metterlo per iscritto, piangerei un fiume di lacrime” ha esordito Madonna, che ha poi ricordato le difficoltà che hanno accompagnato il parto della sua primogenita: “Il tuo mento era rivolto verso l’alto nel mio canale del parto, stavi cercando le stelle, eri bloccata. Dopo 18 ore di travaglio e il tuo battito cardiaco che rallentava, un cesareo d’urgenza era l’unica opzione“.

“Il tuo parto è stato drammatico. Come le nostre vite. La nostra connessione – è biblica. Quando chiedo a Dio di spiegarmelo, mi dice: Guarda allo specchio!” ha scritto Madonna, cercando di descrivere il legame che la lega a sua figlia Lourdes. “Siamo due lati della stessa moneta. Se ciò che rischiamo rivela ciò che a cui teniamo, allora rischerei tutto per te” ha aggiunto poi la cantante.

Madonna, infine, ha voluto concludere il suo messaggio con uno speciale augurio per la figlia: “Piccola Stella, che brilla più di tutte le stelle nel cielo. Non dimenticare mai come sognare, farfalla. Non dimenticare mai da dove vieni. Da Amore“.

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Cambio dell’ora, risoluzione alla Camera per rendere l’ora legale permanente: la battaglia in Ue, i benefici e gli svantaggi

Torna in Parlamento la battaglia per abolire il cambio dell’ora. Proprio mentre si avvicina il nuovo passaggio all’ora solare (tra sabato 24 e domenica 25 ottobre le lancette andranno spostate indietro di 60 minuti), alla Camera è stata presentata una risoluzione che, se approvata, impegnerebbe l’Italia a essere in prima fila in Europa per rendere l’ora legale permanente. In altre parole, abolire il cambio dell’ora per due volte l’anno. Un tema di cui si dibatte da anni e che divide gli esperti, tra chi ritiene che siano maggiori i benefici e chi mette l’accento sugli svantaggi.

L’iter parlamentare era cominciato a marzo scorso con l’avvio di di un’indagine conoscitiva dedicata agli effetti dell’abolizione del cambio dell’ora, su impulso della Società italiana di medicina ambientale (Sima), di Consumerismo No profit e del deputato Andrea Barabotti (Lega), che aveva presentato la proposta un anno fa. Il documento conclusivo è stato approvato all’unanimità il primo ottobre: il risultato, in sintesi, propende per l’abolizione del cambio dell’ora, ma non sulla soluzione da adottare. Ora legale tutto l’anno oppure ora solare per 365 giorni?

L’ora legale permanente potrebbe garantire un risparmio energetico annuo complessivo di circa 462 milioni di kilowattora, rispetto ai 302 milioni attuali, e favorire il commercio, la ristorazione, il turismo, la frequentazione degli spazi pubblici e l’attività fisica grazie a un’ora di luce in più nel tardo pomeriggio. Tra il 2004 e il 2025, l’ora legale ha già consentito all’Italia di risparmiare oltre 12 miliardi di kilowattora, pari a circa 2,3 miliardi di euro, sebbene i benefici energetici si siano ridotti con la diffusione di tecnologie più efficienti e le stime future restino incerte.

D’altra parte, mantenere l’ora legale in inverno ritarderebbe l’alba, che al solstizio invernale arriverebbe alle 9.04 a Torino, alle 9 a Milano, alle 8.34 a Roma e alle 8.23 a Napoli, costringendo molti studenti e lavoratori a iniziare la giornata al buio. L’ora solare permanente, invece, garantirebbe maggiore luminosità al mattino, favorendo la sincronizzazione dell’orologio biologico e potenzialmente il benessere del sonno e dei ritmi circadiani, mentre comporterebbe meno luce naturale nel tardo pomeriggio, limitando le opportunità per attività ricreative e sociali all’aperto.

La politica però ha preso la sua decisione: la risoluzione infatti chiede al Governo di impegnarsi in Europa per promuovere l’estensione dell’ora legale permanente in tutta l’Ue. Qui però si arriva al secondo nodo della faccenda. La discussione sul cambio dell’ora in Europa ha origine dalla consultazione pubblica promossa dalla Commissione europea nel 2018, alla quale parteciparono 4,6 milioni di cittadini: l’84% si espresse a favore dell’abolizione. L’anno successivo il Parlamento europeo approvò una proposta per lasciare ai singoli Stati la scelta tra ora solare o legale permanente, ma il processo si è fermato tra pandemia e divisioni tra i Paesi membri.

La scelta dell’ora infatti spetta agli Stati, ma deve essere coordinata: se ognuno decidesse in autonomia, si rischierebbe infatti un fuso orario a macchia di leopardo in Europa. Il dossier quindi per il momento resta bloccato a Bruxelles. Quindi, anche se l’Italia decidesse di sposare la battaglia per l’ora legale permanente – magari con una maggioranza bipartisan – in ogni caso l’abolizione del cambio dell’ora non potrà mai essere un processo rapido. Per il momento, il rito notturno del giro di lancetta continuerà a scandire la primavera e l’autunno degli italiani.

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L’economia sommersa e illegale vale oltre 218 miliardi nel 2024: 107,6 di redditi non dichiarati. I lavoratori irregolari salgono a 3,27 milioni, +4,6%

Oltre 218 miliardi di euro, quasi un decimo del Pil italiano. È il valore (aggiornato al 2024) dell’economia non osservata, che comprende il sommerso e le attività illegali. Il fenomeno, secondo le stime diffuse dall’Istat, si allarga in valori assoluti dai 217,6 miliardi del 2023 ma rallenta lievemente in rapporto al pil: l’incidenza sul prodotto interno lordo è scesa al 9,9% dal 10,2% del 2023. Continua però ad allargarsi il fronte del lavoro irregolare. Nel 2024 le unità di lavoro non regolari sono state 3 milioni e 277mila, oltre 145mila in più rispetto all’anno precedente, con un aumento del 4,6%. Il tasso di irregolarità, calcolato sul totale delle unità di lavoro, è salito così dal 12,7% al 13,1%: più di un’unità di lavoro su otto è irregolare.

L’economia sommersa, al netto delle attività illegali, si attesta a 198,4 miliardi di euro, 800 milioni in più rispetto al 2023. La sua incidenza sul Pil torna al 9%, dal 9,2% dell’anno precedente, interrompendo la crescita registrata nel biennio precedente. Ma all’interno del sommerso le componenti si muovono in direzioni opposte. La sotto-dichiarazione, vale a dire i redditi non dichiarati al fisco dalle imprese attraverso comunicazioni intenzionalmente errate di fatturato e costi, resta la voce più consistente: vale 107,6 miliardi, contro i 108,2 miliardi del 2023, con una flessione dello 0,6%.

Al contrario, il valore aggiunto generato dall’impiego di lavoro irregolare sale a 80,3 miliardi, dai 77,2 miliardi dell’anno precedente: 3,1 miliardi in più, pari a una crescita del 3,9%. Il lavoro irregolare pesa così per il 36,8% sul valore dell’intera economia non osservata, contro il 35,5% del 2023. La quota riconducibile alla sotto-dichiarazione scende invece dal 49,7% al 49,3%. Si riducono anche le componenti residuali del sommerso, che comprendono tra l’altro fitti e mance non dichiarati: da 12,2 a 10,6 miliardi, con una contrazione del 13,1%.

Anche le attività illegali, che comprendono il traffico di stupefacenti, i servizi di prostituzione e il contrabbando di tabacco, arretrano leggermente, passando da circa 20 miliardi a 19,8 miliardi, lo 0,9% in meno, pari allo 0,9% del Pil. Il valore aggiunto del traffico di droga scende da 15,3 a 14,9 miliardi, mentre quello dei servizi di prostituzione sale da 4,1 a 4,2 miliardi.

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“Non avrei mai pensato che un giorno sarei stato costretto a fare una cosa simile. Erano 5, poi ne sono sparite 2”: stelle alpine chiuse in gabbia, la soluzione estrema del Rifugio Verdelli contro i turisti cafoni

Una griglia di metallo imbullonata tra le rocce per difendere i petali di una pianta. A quasi duemila metri di altitudine, la convivenza tra l’ecosistema d’alta quota e il turismo di massa ha prodotto un’immagine paradossale: le stelle alpine costrette a crescere dietro le sbarre di una gabbia. Succede negli spazi esterni del Rifugio Vandelli, la storica struttura che si affaccia sulle acque del Lago di Sorapis, nel territorio di Cortina d’Ampezzo. Qui, per proteggere una specie botanica rara e rigorosamente tutelata dalla legge, si è resa necessaria l’installazione di una barriera fisica contro le mani dei visitatori.

A spiegare le ragioni di questa drastica misura al Corriere della Sera è Emilio Pais Bianco, storico gestore della struttura ampezzana. “Il Rifugio Vandelli ormai è come casa mia. Ci vivo e ci lavoro in estate da ventisette anni e queste stelle alpine mi fanno compagnia da quindici“, racconta l’uomo. “Fino alla scorsa primavera erano cinque, poi ne sono sparite due. Per questo ho deciso di proteggerle con una gabbia metallica”.

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Banda minicar, il fratello di uno dei due ragazzi: “Li avevamo divisi, perché insieme erano esplosivi. Ha sbagliato, ora è giusto che paghi”

Dopo la mamma, parla anche il fratello del 16enne a bordo della minicar la notte tra il 4 e il 5 ottobre: “Sei, sette mesi fa ci eravamo messi d’accordo tra famiglie, avevamo deciso che loro due non si sarebbero dovuti più incontrare perché insieme diventano esplosivi. Adesso che è successo tutto questo, è giusto che mio fratello paghi”, ha dichiarato il 26enne Matteo a Repubblica. Suo fratello, insieme all’amico di 17 anni (figlio di un carabiniere) ha aggredito sei persone nel quartiere Monteverde di Roma, stando alle loro confessioni. L’attore Davide Iacopini è ancora in terapia intensiva. Il motivo delle gesta criminali? Un antidoto contro la noia, divertirsi festeggiando il compleanno di uno dei due. Entrambi sono stati rintracciato dopo le indagini condotte dalla procura di Roma e grazie alla testimonianza del meccanico che aveva reso la macchina inconfondibile, con adesivi e led.

Matteo, il fratello del 16enne, ora non si nasconde: “L’altro ragazzo ha messo in moto la macchinetta? Allora la colpa è al cinquanta per cento”. Anche Matteo, operaio con moglie e figlio, ha avuto i suoi trascorsi con la giustizia. Il fratello 16enne ha un precedente per furto commesso proprio con l’amico del tandem “esplosivo”. “Sei o sette mesi fa – ha detto Matteo alla testata romana – anche se non è un reato grave, avevano preso delle cose da una macchinetta”. Chiarendo l’ammissione di responsabilità: “Ha sbagliato, ha fatto un infamità, è giusto che paghi. Solo pagando il conto con la giustizia può crescere. Ma il fratello ha difeso il contributo educativo suo e della madre: “In famiglia abbiamo fatto di tutto per fargli capire che non doveva fare cose sbagliate, ma non siamo onnipotenti, non puoi controllarlo 24 ore su 24. Se ti fai la doccia e tuo figlio esce di casa, o se esce dalle tre del mattino mentre dormi, tu che puoi fare?”.

Ieri la madre del 16enne, sulle pagine del quotidiano diretto da Stefano Cappellini, si era scusata con la vittima che rischia la vita all’ospedale al San Camillo di Roma, ammettendo le colpe del figlio: “Mio figlio dovrà assumersi le sue responsabilità, ma non è un mostro. Vorrei parlare con la mamma di Davide Iacopini e chiederle scusa”. Anche lei, come suo figlio maggiore, ha difeso l’operato genitoriale, invitando a riflettere sugli insegnamenti che gli adolescente ricavano inevitabilmente dalla società, fuori dal contesto famigliare. Il mio è “un figlio della società di oggi, dei cellulari, dei social – ha raccontato la donna – Ho cresciuto lui e suo fratello affrontando difficoltà enormi, cercando di trasmettere loro dei valori. La mattina esco alle 5 per andare a lavorare ma sono stata presente, li ho ripresi, ho combattuto contro i loro errori, anche quando sarebbe stato più semplice voltarmi dall’altra parte. Non sono una madre perfetta e non pretendo di esserlo. Ma non accetto l’idea che ogni errore di un figlio sia automaticamente la prova del fallimento dei suoi genitori. I nostri figli crescono dentro una società, non soltanto dentro una famiglia. E tutti dovremmo interrogarci sul mondo che stiamo consegnando loro”.

Il padre del 16enne è morto nel 2016, dieci anni fa. Matteo nega che l’assenza paterna abbia influito sulle scelte sbagliate sue e di fratello: “Abbiamo avuto le nostre difficoltà, ma ci siamo ripresi. Anche io ho avuto un problema con la legge, ho pagato, mi sono ripreso”. Il 26 enne ora rivendica la sua vita onesta, con famiglia e un lavoro da traslocatore. E commenta così le scelte e la vita del fratello: “Non è una questione famigliare. Mio fratello è cresciuto male, abbiamo fatto tutto quello che si poteva, Ma le battaglie contro i mulini a vento non puoi vincerle.
Anche se sono suo fratello penso quello che pensano tutti, deve pagare e basta”. A Repubblica, consegna una postilla: ““L’altro ragazzo è figlio di un carabiniere? La minicar è la sua? L’ha messa in moto, giusto? Allora pure lui ha sbagliato. La colpa è al cinquanta per cento”.

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Scontro al Consiglio Ue sul sistema delle quote di emissione. Poi il compromesso: “Valutare gli impatti dell’applicazione a edifici e trasporti”

Dopo una giornata di stallo e scontri, nella notte i Ventisette leader della Ue hanno trovato un compromesso sul sistema europeo di scambio delle quote di emissione (Ets), ma senza accogliere la richiesta di rinviare il nuovo mercato del carbonio per edifici e trasporti. Nelle conclusioni del Consiglio europeo entra, su pressione dell’Italia e dei Paesi del gruppo Visegrad, l’invito alla Commissione a rivalutare tutti gli impatti dell’Ets2, con particolare attenzione alla struttura del sistema e alle misure di salvaguardia. Un risultato politico per Giorgia Meloni, che però non cambia la tabella di marcia: l’allargamento del meccanismo a case e trasporti resta previsto dal 2028. La partita, del resto, va oltre il mercato delle emissioni. Al centro c’è il conflitto tra la richiesta di alleggerire i costi della transizione per famiglie e imprese e la difesa di una politica climatica che una parte dei governi considera indispensabile anche per ridurre la dipendenza europea dai combustibili fossili.

La mediazione raggiunta nella notte mostra tutti i limiti della strategia italiana. Roma ha fatto asse con i Paesi del gruppo Visegrad per chiedere correttivi al sistema, ma non ha trovato una sponda sufficiente per ottenere il rinvio dell’Ets2 che farà pagare un prezzo alle emissioni di anidride carbonica generate dai combustibili utilizzati per riscaldare gli edifici e alimentare i trasporti. Il nuovo sistema dovrebbe partire nel 2028.

Il testo delle conclusioni chiede un mercato del carbonio più trasparente e prevedibile, una riduzione della volatilità dei prezzi e misure per attenuare le ricadute sulle bollette elettriche. Ma ribadisce anche il ruolo dell’Ets nella transizione energetica e climatica, attraverso un prezzo delle emissioni capace di orientare investimenti e innovazione. La revisione, dunque, non mette in discussione il principio del sistema, ma apre alla possibilità di intervenire sul suo funzionamento. “Il Consiglio europeo invita la Commissione Ue ad aggiornare la valutazione di tutti gli impatti dell’Ets2, in particolare per quanto riguarda la sua struttura e le sue misure di salvaguardia”, si legge. Il testo “ribadisce la necessità di garantire con urgenza un mercato del carbonio ben funzionante, trasparente e prevedibile, di ridurre la volatilità del prezzo del carbonio e di mitigarne l’impatto sui prezzi dell’energia elettrica, preservando al contempo il ruolo essenziale dell’Ets”.

La richiesta italiana di correggere gli effetti delle politiche climatiche si scontra con i governi nordici, contrari a indebolire la transizione, e con la posizione di Commissione, Germania e Francia. Proprio Berlino e Parigi stanno cercando una convergenza sul futuro dell’industria automobilistica europea, un dossier destinato a pesare sulle prossime decisioni comunitarie. Per Meloni, la strada potrebbe essere quella di chiedere deroghe temporanee nazionali, sul modello dell’eccezione concessa nel 2023 a Spagna e Portogallo per contenere il prezzo dell’elettricità. Ma per ora è un’ipotesi, non un risultato del Consiglio.

Meloni ha portato al vertice anche il tema della flessibilità delle regole fiscali di fronte al caro energia, chiedendo di considerare l’aumento dei prezzi come un fattore esterno determinante. Su questo punto, il sostegno è stato limitato: soltanto la Grecia si è schierata apertamente con Roma. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha ribadito la necessità di prudenza sui conti pubblici, indicando nella possibile proroga del regime degli aiuti di Stato per la crisi energetica una delle poche leve disponibili nel brevissimo periodo.

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“Ho chiamato Passaparola il programma di Corrado Formigli… Diranno che è una gaffe freudiana perché voglio tornare a Mediaset. Tutte queste stupidaggini”: Enrico Mentana e la battuta sul telemercato

Una semplice gaffe può fornire diverse chiavi di lettura se al centro della scena c’è il telemercato. Lo sa bene Enrico Mentana, il direttore del TgLa7, come da abitudine, alla fine del notiziario ha ricordato la programmazione dell’access e del prime time della rete di Urbano Cairo: “Dopo il Tg, c’è Otto e mezzo con Lilli Gruber. E dato che è giovedì, c’è Passaparola con Corrado Formigli”.

Un lapsus che ha “colpito” il talk di Formigli diventato improvvisamente lo storico game show di Canale 5 condotto da Gerry Scotti. Al rientro in studio dopo il break pubblicitario, Mentana ha precisato: “Mi hanno detto di un lapsus di cui non mi sono minimamente accordo. Ho chiamato Passaparola il programma di Corrado Formigli, non merita questo lapsus. Me ne scuso”. Il giornalista ha scherzato sulle possibili chiavi di lettura dopo il suo errore: “Diranno che l’ho fatto apposta o che è una gaffe freudiana perché voglio tornare a Mediaset. Tutte queste stupidaggini. Mi scuso, è solo un innocente lapsus”, ha concluso Mentana.

L’innocente lapsus di Enrico Mentana tra Piazzapulita e Passaparola.

dal Tg La7 del 15 ottobre 2026 https://t.co/0IZd0afw05

— LALLERO (@see_lallero) October 15, 2026

Il futuro televisivo del giornalista continua però a tenere banco. Il suo contratto con La7, com’è noto, scadrà a dicembre 2026 ma le sue dichiarazioni pubbliche e le voci dal telemercato hanno contribuito a creare un piccolo giallo televisivo. “Vado a Mediaset o in Rai? Dove vi piace? Ho parlato con i dirigenti della Rai”, aveva dichiarato il direttore del TgLa7 nei giorni scorsi a “Il Foglio“. Il giornalista Carmelo Caruso lo aveva incalzato: “Resti o no a La7? ‘Sto portando via tutto quello che avevo in stanza’. Dunque, vai a Mediaset? ‘Mediaset? E perché no?‘. E con Mauro Crippa, direttore dell’Informazione, sei compatibile? ‘Io faccio il mio. Vi saluto'”. Poche parole che non avevano chiarito la situazione, non svelando la tappa futura della sua carriera.

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“Attenzione, il ghiacciaio dell’Apocalisse si sta sciogliendo più velocemente del previsto, rischia di saltare il ‘tappo’ antartico”: l’allarme degli scienziati

Un colosso di ghiaccio grande quanto la Florida che, collassando, potrebbe innalzare il livello degli oceani inabissando le comunità costiere dell’intero pianeta, da Miami a Manila. Da lontano, nelle fotografie aeree, appare come un gigantesco panettone bianco, ma la stragrande maggioranza della sua massa si nasconde sotto il livello del mare, dove si sta consumando a un ritmo devastante. È il ghiacciaio Thwaites, situato in Antartide occidentale e ribattezzato “ghiacciaio dell’Apocalisse” per l’enorme ruolo che gioca nell’ecosistema globale. E ora i dati confermano il peggiore degli scenari: “Il ghiacciaio dell’Apocalisse si sta sciogliendo più velocemente del previsto”.

A tracciare l’aggiornamento fattuale del collasso è uno studio pubblicato sulla rivista Nature Communications e ripreso dalla CNN. La ricerca, condotta da un gruppo di glaciologi dell’Università della California a Irvine (UC Irvine) e del Jet Propulsion Laboratory della NASA, dimostra che questo vulnerabile sistema glaciale ha accelerato la sua ritirata “ad un ritmo più aggressivo di prima”. Un arretramento che, da solo, contribuisce già per circa il 4% all’attuale innalzamento del livello globale del mare.

Thwaites Glacier in West Antarctica, the planet’s widest and most unpredictable glacier, is melting “more aggressively” than previously projected, meaning its impacts on global sea level rise could be double current estimates. https://t.co/AtsKwZBd7x https://t.co/xpt7YUsaT5

— CNN (@CNN) October 15, 2026

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“Giorno dopo giorno sono sola. Avere il cuore spezzato alla mia età è qualcosa che ha a che fare con la tenerezza. Sono libera e liberata”: la rinascita di Elisa in “Kintsugi… e sono la mia opera”

Ci sono dischi che si ascoltano e dischi che, a un certo punto, chiedono di essere guardati. Per Elisa, “Kintsugi” è entrato nella seconda categoria prima ancora di uscire. Accanto all’album, in arrivo il 27 novembre, nasce infatti un mediometraggio che porta lo stesso titolo e un sottotitolo che suona come una dichiarazione d’intenti: “Kintsugi… e sono la mia opera”.

Il film, diretto da Ludovico Boccianti, sarà presentato venerdì 23 ottobre alle 18.30 al Teatro Olimpico Acea, nella sezione Special Screenings della 21esima Festa del Cinema di Roma. Intanto sono online le prime immagini ufficiali, con il trailer.

Chi si aspetta il classico dietro le quinte, il “making of” con il musicista in studio e la tazza di caffè, resterà spiazzato. Il mediometraggio è nato in parallelo alla lavorazione dell’album e ne è, più che il contorno, un prolungamento. Elisa è protagonista e voce narrante, e guida lo spettatore in un viaggio introspettivo che alterna realtà e dimensione onirica. Spazi teatrali, paesaggi interiori, luoghi dell’anima: ogni canzone funziona come una soglia da attraversare, un passaggio verso una parte di sé diversa dalla precedente.

Le parole della cantautrice risuonano sincere e immediate, specie dopo aver ufficializzato la separazione dal musicista Andrea Rigonat dopo 18 anni insieme e due figli: Emma Cecile (nata nel 2009) e Sebastian (nato nel 2013).

“Questo posto dove sono ora mi ha scrutato dentro. – dice Elisa nel trailer – Mi ha messa davanti a una verità emersa lentamente tra il mondo ondoso. Giorno dopo giorno, che sono sola”.

E ancora: “Avere il cuore spezzato alla mia età è qualcosa che ha cose ha a che fare con la tenerezza. E questi lacrimoni grossi, da bambino, che mirigano le guance, che scendono da soli come cerbiati dalla montagna, io li accolgo nel mio cuore e ne sento il calore”.

Infine ha detto: “Penso all’anima, l’unica che può ribellarsi, l’unica in grado di generare amore e arte. Sono in uno stato totalmente rivoluzionario che è il mio cuore. Sono libera e liberata e sono la mia opera”.

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“Se mi vedete gonfia, sono gonfia. Ho fatto un laser bello forte per le macchie e i brufoli che mi sono venuti con la pillola anticoncezionale”: Elettra Lamborghini racconta la sua esperienza

“Zio manganello prima con la pillola anticoncezionale non piangevo da almeno 8 mesi… mo che l’ho smessa è bellissimo sento tutto… ma piango per qualsiasi cosa, mi emoziono se vedo un ape che si poggia su un fiore… stavo guardando un film ma ogni scena mi faceva piangere, allora ho smesso però poi ho guardato la mia cagnolina bellissima e mi sono emozionata… na via di mezzo no?! Che periodo ragazzi…”.

Con una Instagram Story Elettra Lamborghini racconta ancora una volta la sua esperienza con la pillola anticoncezionale. Non è la prima volta che affronta l’argomento: in passato aveva spiegato di aver iniziato ad assumerla per attenuare i forti dolori mestruali e di aver poi deciso di interromperla perché, secondo il suo racconto, le provocava una sorta di stato d’animo depressivo.

Ma Lamborghini non ha parlato soltanto dell’umore. Anche la pelle, sostiene, avrebbe risentito dell’anticoncezionale, con la comparsa di macchie e brufoli. Per questo si è sottoposta a un trattamento laser e ha mostrato su Instagram il viso arrossato e leggermente gonfio: “Se mi vedete gonfia sono gonfia, ho fatto un laser bello forte l’altro giorno per le macchie e i brufoli che mi sono venute a causa della pillola anticoncezionale. Io manco lo sapevo, quindi se vi sono uscite macchie probabilmente è perché avete iniziato la pillola”.

Si tratta naturalmente dell’esperienza personale di Lamborghini: eventuali effetti collaterali e la scelta di iniziare, cambiare o interrompere una terapia anticoncezionale vanno valutati con il medico in base al singolo caso.

Intanto Elettra Lamborghini è una delle due new entry nella giuria di Tale e Quale Show, insieme ad Alessandro Siani. Alla vigilia del programma, Cristiano Malgioglio, giurato storico dello show condotto da Carlo Conti, aveva scherzato: “Non sa cantare, non sa ballare e non capisco come possa giudicare gli artisti”.

Da parte della diretta interessata nessuna reazione e così il paroliere aveva rincarato la dose, sempre con la sua consueta ironia: “La mia era una battuta, le ho mandato un messaggio di scuse e non ho ricevuto nessuna risposta. Non so però se il numero di cellulare era giusto”.

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L’Italia proroga di altri sette giorni lo stop a Schengen con la Spagna: si va verso una soluzione alternativa

I controlli alla frontiera per chi arriva dalla Spagna potrebbero presto essere rimossi e sostituiti da misure alternative. Palazzo Chigi ha annunciato infatti una mini proroga di sette giorni dello stop a Schengen, deciso dopo la crisi migratoria di Ceuta, in modo da allinearsi alla scadenza delle misure imposte da Madrid. Una settimana in cui i rispettivi ministri dell’Interno si confronteranno per concordare misure di cooperazione sostitutive. Lo hanno confermato anche fonti della delegazione spagnola che si trova a Bruxelles per il Consiglio Europeo: “I ministri lavoreranno nei prossimi giorni per procedere all’eliminazione dei controlli Schengen” istituiti reciprocamente dai due Paesi.

Il primo stop a Schengen, con le restrizioni alla libera circolazione in stazioni e aeroporti, era stato imposto dall’Italia il 31 luglio, dopo l’arrivo a Ceuta di decine di migliaia di persone in pochi giorni. Nonostante non esistano confini terrestri diretti tra l’Italia e la Spagna e tantomeno con Ceuta (l’exclave è interamente circondata Marocco), il Viminale aveva deciso di sospendere l’accordo di libera circolazione per un mese. Un blocco rinnovato poi per due settimane e poi di 15 giorni in 15 giorni, aggravando la crisi diplomatica tra Roma e Madrid. Un mese fa il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares aveva accusato Tajani e Meloni di usare il tema a scopi elettorali, per alimentare la propria agenda interna. E in una durissima dichiarazione li aveva definiti “leader europei all’altezza della situazione”.

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“Vomito, diarrea e vacanza rovinata. La nostra crociera nel Mediterraneo a letto con la gastroenterite. Abbiamo dovuto anche pagare 500 euro di spese mediche”: la denuncia di una coppia di passeggeri

Forti crampi addominali, nausea acuta, vomito, diarrea e una spossatezza debilitante che toglie persino la forza di alzarsi dal letto. Anziché rilassarsi sui ponti della nave a godersi il giro tra gli scali del Mediterraneo sotto il tiepido sole d’ottobre, la vacanza a bordo della Costa Smeralda per una coppia salpata da Palermo l’8 ottobre si è consumata interamente all’interno del presidio sanitario di bordo. Giornate scandite da visite, terapie e isolamento forzato per un’improvvisa forma di gastroenterite che – stando alla segnalazione dei viaggiatori – avrebbe colpito anche numerosi altri passeggeri, lasciando come unico ricordo un’esperienza da dimenticare e una parcella medica da circa 500 euro.

Il piano di viaggio originario prevedeva un tour circolare con scali programmati nei porti di Civitavecchia, Savona, Marsiglia, Barcellona, Mar delle Baleari e Cagliari, per poi fare ritorno nel capoluogo siciliano. Durante i giorni di navigazione, tuttavia, il marito ha iniziato ad accusare gravi malesseri.

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“Mahrah Al Nahyan dopo aver assunto droga è svenuta in una strada trafficata di Londra”: notizia choc del Daily Mail sul membro della famiglia reale di Abu Dhabi

Mahrah Al Nahyan, membro della famiglia reale di Abu Dhabi, è stata trovata priva di sensi su una strada di Londra dopo aver assunto sostanze stupefacenti. La donna, 32 anni, si trovava in quel momento a occuparsi di un bambino di tre anni. La notizia è riportata dal Daily Mail. Stando a quanto emerso nel corso del procedimento giudiziario, Mahrah Al Nahyan aveva fatto uso di cocaina nei giorni precedenti all’episodio. Le autorità l’hanno rinvenuta accasciata contro una ringhiera insieme a un altro individuo in stato di incoscienza, mentre il bambino, privo di scarpe, si aggirava nei pressi di una strada ad alto traffico.

La vicenda si sarebbe verificata a giugno. Il giudice ha condannato Al Nahyan, che secondo quanto emerso in aula percepisce un’indennità mensile di 8mila sterline, a due anni di lavori socialmente utili con obbligo di riabilitazione e le ha inflitto una multa di 5mila sterline più mille sterline di spese processuali.

Un video amatoriale, ripreso da un passante nella zona ovest di Londra, mostra Al Nahyan appoggiata a una ringhiera con la testa reclinata e le braccia conserte, mentre accanto a lei un bambino gioca con un monopattino e un aeroplano giocattolo. Nel filmato, della durata di 34 secondi, è visibile anche un uomo privo di sensi, disteso sulla schiena nel vano di un ingresso nelle immediate vicinanze.

Alcuni passanti si sono presi cura del bambino fino all’arrivo della polizia ma Al Nahyan è rimasta priva di sensi per circa 30 minuti, secondo quanto riferito dai pubblici ministeri. Quando si è risvegliata, avrebbe avuto un comportamento irrazionale e avrebbe gridato: “Questo non è un mattatoio, perché vi preoccupate così tanto? Perché siete così in ansia?”. La trentaduenne ha ammesso l’accusa di abbandono di minore e, dall’incidente, è in cura per tossicodipendenza presso il centro Priory di Woking, nel Surrey.

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Diritto all’abitare, le tende arrivano alla stazione Termini di Roma. Il Movimento: “Contro sfratti e Piano Casa del governo”

Tetto al prezzo degli affitti, stop alle locazioni brevi, più case popolari e contrasto al Piano Casa del governo Meloni. Con questi obiettivi il Movimento per il Diritto all’Abitare di Roma, insieme ad Asia Usb e agli studenti di Cambiare Rotta, ha organizzato un presidio in piazza dei Cinquecento, ribattezzata per l’occasione piazza Maricarmen Abascal, la donna spagnola di 87 anni sfrattata dall’abitazione in cui viveva da quasi 70 anni e deceduta dopo poco.

“Intendiamo riprendere il segnale che arriva dalla Spagna – annuncia a inizio presidio Paolo Di Vetta, del Movimento per il Diritto all’Abitare – intendiamo rimanere con le tende in questa piazza”. Poco dopo l’annuncio i manifestanti hanno attraversato la strada e hanno aperto una ventina di tende da campeggio nel marciapiede opposto al presidio. “Rimarremo qui per due settimane” dicono, fino al 30 ottobre, data dello sciopero generale indetto da Usb contro la guerra e il carovita.

“Questo governo da un lato regala la possibilità di lauti investimenti ai fondi immobiliari privati – dichiara Margherita Grazioli, attivista del Movimento – e dall’altro sta facendo camminare un disegno di legge sugli sfratti che di fatto metterà in atto una vera e propria carneficina sociale.”

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Donald Trump licenzia anche Paolo Zampolli, dopo lo scontro dell’inviato speciale con il Dipartimento di Stato

Donald Trump ‘licenzia’ anche Paolo Zampolli, già lambito dagli scandali del caso Epstein, suo amico e inviato speciale per le partnership globali. L’atto di destituzione “gli è stato notificato oggi”, hanno detto alcune fonti all’emittente americana Abc. E poco dopo è arrivato il commento del diretto interessato. “Gli incarichi di inviato speciale hanno una durata di un anno. Trump lo ha prorogato per oltre sei mesi”, ha spiegato Zampolli ringraziando il presidente per avergli consentito di servire gli Stati Uniti, aggiungendo che Trump “ha sempre ragione”, e di aver ricevuto dal presidente sempre consigli giusti. “Anni fa mi fece entrare nel settore immobiliare. Ora mi ha chiesto: ‘Perché vuoi lavorare per la pubblica amministrazione quando potresti concludere tutti questi affari?’, ha raccontato Zampolli su X. Dunque, “Ora è il momento di un nuovo capitolo”. L’ex inviato speciale nei mesi scorsi aveva suggerito che l’Italia fosse ammessa al Mondiale 2026 al posto dell’Iran e si è descritto come amico del presidente del Movimento cinque stelle Giuseppe Conte.

Ma, all’interno del Dipartimento di Stato, Zampolli da mesi era alle prese con un braccio di ferro con il vice segretario di Stato Christopher Landau. Secondo quanto riportato dalle testata Politico, i due per mesi si sono scambiati e-mail infuocate in seguito a un disaccordo in merito alla catena di comando. Nelle missive Landau ha esortato Zampolli a limitarsi al proprio ambito di competenza, ovvero le questioni culturali. “Le ordino, ancora una volta, di cessare immediatamente qualsiasi attività su questioni che non siano direttamente legate alla diplomazia culturale”, ha intimato Landau in un messaggio del 14 novembre 2025. “È evidente che ha un problema con me. Quello che sta facendo è fuori controllo, io ricopro questo incarico su mandato del Presidente degli Stati Uniti d’America. L’unica persona che può affidarmi questo ruolo e che può revocarmi l’incarico è il Presidente degli Stati Uniti”, ha spiegato Zampolli a Politico. Una revoca giunta ora.

Per il Dipartimento di Stato si tratta di una seconda brusca uscita nell’arco di pochi giorni dopo quella di Kimberly Guilfoyle, l’ambasciatrice americana in Grecia ed ex di Don Jr, costretta a dimettersi su pressione della Casa Bianca. Guilfoyle è stata travolta da accuse di corruzione proprio mentre il segretario di Stato Marco Rubio era ad Atene, offuscando la visita e facendolo infuriare.

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Usa, sparatoria in una scuola elementare in Oregon: uccisi tre bambini e un insegnante. Morto l’attentatore 16enne

Ennesima strage in una scuola statunitense. Un ragazzo di 16 anni ha fatto irruzione armato nella Silver Rail Elementary School di Bend, in Oregon, e ha sparato uccidendo tre bambini – di 5, 8 e 11 anni – e un insegnante, prima di essere colpito a sua volta da un uomo intervenuto prima dell’arrivo della polizia.

Erano le 12.59, le 21.59 in Italia, quando è partito l’attacco. Il 16enne, secondo quanto reso noto dalla polizia è entrato nella scuola sparando contro le porte chiuse a chiave. Un minuto dopo decine di telefonate al 911 hanno lanciato l’allarme per segnalare spari all’interno della scuola. Un passante, che ha visto l’adolescente entrare nella scuola elementare, lo ha seguito all’interno e ha ingaggiato uno scontro a fuoco, uccidendolo prima dell’arrivo degli agenti, ha riferito il capo della polizia di Bend, Mike Krantz.

Gli agenti sono arrivati sul posto alle 13.02 e hanno trovato i tre bambini e l’adulto morti sotto i colpi di arma da fuoco. Feriti anche un altro bambino di 7 anni e un secondo insegnante, che sono stati trasportati in ospedale.

Non è ancora chiaro se l’autore della sparatoria – identificato dalla polizia come un residente di Bend – avesse qualche legame con la scuola. La dinamica di quanto accaduto non è ancora del tutto chiara e le indagini, a cui sta collaborando anhe l’Fbi, sono ancora all’inizio. “Oggi è un giorno terribile per la nostra comunità. La scuola dovrebbe essere un posto sicuro, dove i bambini possono imparare”, ha detto la sindaca di Bend Melanie Kebler. Questa è la ventunesima sparatoria di massa negli Stati Uniti nel 2026 ed è destinataa riaccendere il dibattito sulle armi in piena campagna per le elezioni di metà mandato.

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Travaglio a La7: “Questo è il primo centrosinistra che fa opposizione, ma per certi circoletti ne fa troppa. Vogliono rifilargli Renzi e Gentiloni”

“Il problema di questo centrosinistra è che per certi circoletti fa troppa opposizione. Quelli che vogliono rifilargli Renzi, Gentiloni e tutte queste amebe puntano semplicemente a sostituire Meloni con un centrosinistra che sia una brutta copia sbiadita del centrodestra e che sulle questioni importanti faccia la stessa cosa”. Sono le parole pronunciate a Otto e mezzo (La7) dal direttore de Il Fatto Quotidiano Marco Travaglio, che affonda il colpo contro chi, a suo giudizio, lavora per ricondurre l’opposizione nell’alveo delle politiche del centrodestra.
L’occasione è il dibattito sulle comunicazioni di Giorgia Meloni in Parlamento in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre a Bruxelles, dedicato, tra gli altri temi, all’Ucraina, alla competitività, al Medio Oriente, alla difesa e alla sicurezza europea.
Gruber ricorda che Travaglio ha definito l’intervento della presidente del Consiglio un “comiziaccio” e gli chiede se Meloni faccia bene a sottolineare le divergenze del campo progressista, in particolare quelle sulla politica estera e sulle posizioni del leader del M5s Giuseppe Conte.

La replica del direttore del Fatto Quotidiano parte dalle contraddizioni interne al governo: “Intanto la Meloni non è d’accordo su niente a proposito dell’Ucraina e del riarmo con Salvini, che poi vota tutto perché ha un partito ormai in declino e rischia di essere sfiduciato dai suoi se rinuncia alle poltrone che ha. Il punto è che le divisioni del centrosinistra esistono anche nella maggioranza di governo”.
Travaglio sottolinea che la presidente del Consiglio utilizza le difficoltà degli avversari per nascondere quelle della propria coalizione: “A casa mia l’opposizione non ha nessun dovere di essere coesa. È la maggioranza che deve esserlo. Quindi, Meloni parla degli altri per non parlare di casa sua”.
Circa il ruolo della leader di Fratelli d’Italia negli equilibri europei, il direttore osserva un’altra palese contraddizione: “Continuiamo a ripetere che lei è antieuropeista e sovranista, ma forse dimentichiamo che la Meloni governa nella Commissione von der Leyen non solo dall’esterno, perché ha un vicepresidente importante che si chiama Raffaele Fitto. Lei, quando parla di Europa, sta parlando di se stessa. Se fosse fuori da quella maggioranza, potrebbe parlare. Ma dato che sta dentro a quella maggioranza, tra l’altro insieme a Forza Italia e al Pd, di che stiamo parlando?”.

Sulla guerra in Ucraina, Travaglio non nasconde che le differenze tra le forze di opposizione siano destinate a restare, ma contesta che vengano presentate come una peculiarità del centrosinistra: “Le divisioni nel centrosinistra sono destinate ad andare avanti fino a quando durerà la guerra in Ucraina, perché non c’è niente da fare: riflettono le divisioni che ci sono nel Paese”.
E ricorda che esiste una distanza profonda tra le posizioni rappresentate in Parlamento e quelle dell’opinione pubblica: “In Parlamento la maggioranza dei partiti è a favore di continuare a mandare soldi e armi all’Ucraina finché non morirà l’ultimo ucraino, mentre la stragrande maggioranza degli italiani è per farla finita, in modo da costringere le due parti a mettersi intorno a un tavolo.

Il direttore del Fatto, poi, rivendica una discontinuità rispetto alla storia recente delle opposizioni italiane e chiama in causa gli anni del berlusconismo: “Io fino a sei-sette anni fa non ho mai visto fare opposizione alla destra, questo è il primo centrosinistra che fa opposizione. Io il centrosinistra l’ho sempre visto fare i governi con Berlusconi, i patti del Nazareno con Berlusconi, le bicamerali con Berlusconi, le leggi sulla giustizia con Berlusconi. Di tutte le leggi vergogna che faceva Berlusconi non ne hanno cancellata una sola”.

E aggiunge: “Questa è la prima volta che c’è un centrosinistra che fa opposizione e sento incredibilmente che viene accusato di tutto. L’attacco che c’è ogni giorno alle primarie è perché rischia di vincerle qualcuno che magari, quando va al governo, fa qualcosa di radicalmente diverso. Io credo che l’unico modo per portare a votare i giovani e gli astensionisti che sono andati a votare al referendum – conclude – sia proprio quello di proporre qualcosa di radicalmente diverso perché la brutta copia del governo non funziona, non porta la gente a votare”.

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Travaglio a La7: “Renzi è come lo scorpione che punge la rana e fa affondare tutto, compreso se stesso”. Botta e risposta con Giannini

“Renzi ha fatto cadere tutti i governi amici: Letta, il suo e il Conte Due. Vi pare normale che adesso tutti debbano fidarsi di lui, come se non fosse lo scorpione che ogni volta che la rana se lo carica la punge e fa affondare tutto, compreso se stesso?”. Così il direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, interviene a Otto e mezzo (La7), mettendo in discussione l’ipotesi di un’alleanza di Pd, M5s e Avs con Matteo Renzi. Il confronto si accende con Massimo Giannini, editorialista di Repubblica, che sostiene invece la necessità di una coalizione più ampia possibile per battere Giorgia Meloni.
A innescare la discussione sono i dati dell’ultima rilevazione YouTrend citati da Lilli Gruber: il centrodestra senza Roberto Vannacci è al 42,9%, mentre il campo largo con Renzi raggiunge il 43,1%. Per la conduttrice, i numeri indicano che senza le formazioni minori il centrosinistra rischia di perdere le elezioni.

Travaglio contesta questa lettura e parte da quanto accaduto in Parlamento durante le comunicazioni della presidente del Consiglio in vista del Consiglio europeo: “Intanto Renzi, insieme alla destra del Pd, era lì ad applaudire la Meloni sull’Ucraina e sul resto. La Meloni, peraltro, aveva appena insultato i leader dei principali partiti del centrosinistra, naturalmente elogiando Calenda. Sarà un problema questo o no? Renzi ha riportato al potere le destre che erano rase al suolo durante la pandemia, facendo cadere il Conte Due e facendo nascere il governo Draghi”.
E insiste sulla questione della fiducia: “I primi a non fidarsi sono gli elettori, i veti li stanno mettendo loro. Non c’è un sondaggio in cui Renzi non sia ultimo, tranne quello in cui si chiede chi ti sta più sulle palle. Lì vince lui”.

Ma il problema, secondo Travaglio, non si risolve sommando le percentuali dei partiti: “Quei numerini dei sondaggi sono bellissimi, ma tengono conto sempre e solo di coloro che votano. Il centrosinistra deve portare alle urne quelli che non votano, come si è riusciti a fare al referendum. Quel popolo, assieme a quello che scende in piazza per Gaza, per la pace e contro il riarmo, con Renzi lo lasci a casa. Ti tieni sempre gli stessi numeretti, facendo finta che Renzi sia un valore aggiunto”.
Il direttore del Fatto propone quindi di rovesciare la prospettiva dei sondaggi: “Prova a fare una rilevazione chiedendo quanti voterebbero il centrosinistra senza Renzi. Avresti la stessa sorpresa del sondaggio in cui hanno chiesto quanto vale Vannacci nel centrodestra e quanto vale da solo. Vannacci da solo vale il doppio, perché nel centrodestra non è un valore aggiunto”.

Massimo Giannini rivendica una posizione, a suo dire, più pragmatica, pur ricordando i suoi problemi passati con Renzi. L’ex direttore de La Stampa spiega di considerare prioritaria la necessità di costruire una coalizione capace di vincere, aggiungendo: “Se guardo retrospettivamente quest’ultimo anno, non possiamo non vedere che uno dei più efficaci oppositori al governo Meloni, anche dal punto di vista della comunicazione, è stato Matteo Renzi”.
Travaglio insorge: “Ma ieri applaudiva la Meloni”.
Giannini e Gruber obiettano quasi all’unisono che Renzi ha applaudito soltanto il passaggio sull’Ucraina. L’editorialista insiste: “Anche quattro del Pd hanno applaudito quel passaggio, quindi che facciamo? Non facciamo l’accordo col Pd? Pure io ho elogiato Meloni perché per la prima volta nella sua vita ha criticato Trump”.
Il direttore del Fatto ironizza: “Sì, l’ha criticato per l’unica roba giusta che ha fatto”.
Il riferimento è alle comunicazioni rese da Giorgia Meloni al Senato, dove ha definito “molto rischiosa” la decisione di Donald Trump, annunciata il venerdì precedente, di raggiungere un accordo con la Russia per immettere sul mercato maggiori quantità di gasolio russo.
Giannini però fraintende il senso dell’osservazione di Travaglio, interpretandola come un riconoscimento della posizione di Meloni.

Il confronto torna poi sul futuro del centrosinistra. Giannini sostiene che la posta in gioco delle prossime elezioni sia troppo alta per permettersi esclusioni preventive e propone una coalizione costruita anche con forze politiche molto distanti tra loro. Poi l’appello: “Turiamoci il naso, smettiamola di dire che Renzi è un delinquente e imbarchiamo tutti gli uomini e le donne di buona volontà”.
La replica di Travaglio è immediata: “Sì, così il governo durerà un giorno”.

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Caos voli, anomalie alla rete dati: traffico aereo ridotto del 50%, disagi negli aeroporti di tutta Italia. Enav: “Non è un attacco hacker”

Il traffico aereo è dimezzato in tutta Italia a causa di una serie di anomalie alla rete di trasmissione dati a supporto dei servizi di controllo. L’Enav ha introdotto “misure di regolazione dei flussi” a partire dalle ore 6 di questa mattina, proprio per via del “persistere delle anomalie”. Queste misure prevedono “una temporanea riduzione della capacità di gestione degli aerei nello spazio aereo italiano“: in altre parole, come ha precisato sempre Enav, il traffico al momento è ridotto di circa il 50%. Le conseguenze inevitabili sono disagi e ritardi in tutti gli aeroporti italiani: per i passeggeri è una giornata complicata, visto che oggi è anche previsto uno sciopero di piloti assistenti, in particolare della compagnia EasyJet.

All’aeroporto di Fiumicino, come nel resto d’Italia, ci sono gravi ripercussioni sui voli. Al momento ci sono 4 collegamenti cancellati (Milano Linate, Riyadh, Tirana e Trieste) e decine di voli in ritardo. Adr invita i passeggeri a “verificare lo stato del proprio volo con la compagnia aerea di riferimento”. Stessi disagi negli aeroporti lombardi. A Malpensa il tabellone delle partenze indica ritardi da mezzora a oltre due ore. Situazione simile all’aeroporto di Linate. Problemi anche allo scalo bergamasco di Orio al Serio: l’aeroporto spiega che “i voli in programma potrebbero subire ritardi in partenza e in arrivo”.

Lo scenario è simile anche negli altri principali scali italiani: da Bologna a Bari, fino a Trieste. Si registrano pesanti ritardi e anche alcuni voli cancellati. I disagi però sono estesi a tutto il territorio nazionale: a Lamezia Terme ci sono ritardi fino a 3-4 ore.

Il guasto e la nota di Enav: “Non è attività malevole”

Le anomalie “sulla rete geografica di trasmissione dati a supporto dei servizi di controllo del traffico aereo sull’intero territorio nazionale” sono state riscontrate “nella notte”, informa la nota dell’Enav. Che poi specifica: “Si esclude che le anomalie siano riconducibili ad attività malevole“. Non ci sarebbe quindi nè un attacco hacker nè un sabotaggio dietro il guasto che sta fortemente rallentando il traffico aereo in Italia.

“Grazie all’attivazione dei sistemi di contingency previsti, Enav ha garantito fino alle ore 6:00 di questa mattina la regolare gestione del traffico aereo, senza alcuna riduzione della capacità operativa”. Le verifiche tecniche, “tuttora in corso, hanno individuato l’origine delle anomalie nella rete di trasmissione dati. Enav sta lavorando per individuare le cause e ripristinare la piena operatività dei sistemi”.

Lo sciopero di oggi

Oggi, venerdì 16 ottobre, è stato anche proclamato uno sciopero e i disagi maggiori arriveranno per chi vola con EasyJet: piloti e assistenti di volo della compagnia britannica si fermano dalla mezzanotte alle 23.59. L’Enac ricorda che restano in vigore le fasce orarie di tutela, dalle 7 alle 10 e dalle 18 alle 21, durante le quali i voli devono essere operati regolarmente. Per quanto riguarda EasyJet, invece, a questa pagina sono consultabili i voli garantiti nella giornata.

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“Chi ha chiamato i carabinieri a scuola? Nessuna minaccia”: gli studenti del Fantini di Vergato replicano alla preside

È muro contro muro all’istituto d’istruzione superiore Fantini di Vergato, in provincia di Bologna. Da giorni tra la dirigente scolastica, Alessandra Milella e un gruppo di studenti c’è in atto una battaglia senza tregua. L’ultimo episodio, il colloquio tra la preside e una delegazione di ragazzi, alla presenza delle forze dell’ordine e dei rappresentanti dei genitori ha acceso ancora più gli animi.

Alcuni giovani hanno contattato IlFattoQuotidiano.it per dare la propria versione. E rispondere pubblicamente alle parole della dirigente d’istituto, che al nostro giornale aveva spiegato le ragioni di un confronto presidiato da un carabiniere e l’esigenza dei cellulari spenti. “Gli uomini dell’Arma – spiega Alessandro – erano già a scuola a partire dalle sette del mattino ben prima che scoppiassero dei petardi e qualcuno lanciasse dei fumogeni. Non sappiamo chi li abbia richiesti ma pensiamo che non fossero necessari all’incontro con la dirigente. Abbiamo accettato di dialogare con lei non sapendo che ci sarebbero stati i genitori e le forze dell’ordine”.

Una sorta di “imboscata” a detta degli studenti, mentre Milella ha spiegato al nostro giornale di “non aver chiamato” i carabinieri: sarebbero stati loro stessi a chiedere di stare nel suo ufficio per vigilare sulla situazione già molto calda. Gli allievi del “Fantini” contestano anche il verbale della riunione perché, a detta loro , la preside omette di aver detto che i ragazzi sono stati manipolati dai docenti. “Quella frase l’ha pronunciata e vogliamo che sia messa nero su bianco. Nel documento non sono riportate molte delle espressioni adoperate dalla preside. Ho deciso – spiega ancora Alessandro – di contattare un legale di fiducia per dipanare questa questione”. Dal canto loro i ragazzi che martedì 6 ottobre hanno manifestato davanti alla scuola ammettono che degli intrusi abbiamo adoperato fumogeni e petardi: “Probabilmente si tratta di individui che nemmeno fanno parte della nostra scuola. Persino noi abbiamo urlato contro queste persone e non capiamo come possa essere accaduto”.

Il clima resta teso. Milella a Il Fatto Quotidiano.it aveva detto di “sentirsi minacciata” e di aver presentato querela per diffamazione per un volantino diffuso dagli studenti. “Non riusciamo a dialogare con la dirigente” dice ancora Alessandro. “Non ci ha nemmeno spiegato i motivi dell’esposto che ha fatto. La protesta è servita a ottenere più ore di ricevimento della dirigente e la riapertura di alcuni laboratori ma resta il problema dell’orario e quello dei viaggi d’istruzione per i quali non è ancora stata nominata la commissione ad hoc”, spiega Alessandro. Per ora, nessuno degli studenti, sta pensando a un nuovo sciopero ma qualora non si riuscissero ad ottenere gli obiettivi prefissati, i ragazzi sono pronti a valutare altri modi per manifestare il loro dissenso.

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Dalla cittadinanza al diritto di voto, nasce il partito delle 23 comunità: “La politica ci usa solo alle elezioni”

Ventitré comunità, un partito nuovo e una critica rivolta a chi, finora, avrebbe dovuto rappresentarle. Si chiama Assieme la nuova formazione politica da cittadini italiani, italiani di origine straniera e persone provenienti da diverse comunità e realtà culturali. A guidarla è il segretario Edgar Galiano Cifuentes e il presidente Sibi Mani Kumaramangalam, già presidente del Partito democratico di Roma, che dopo anni di militanza nelle forze politiche tradizionali ha deciso di tentare la strada di un soggetto autonomo. “Ci utilizzano soltanto come orpelli al momento delle elezioni, per mettere qualcuno nelle liste”, accusa a ilfattoquotidiano.it Kumaramangalam. Il progetto riunisce persone provenienti da 23 Paesi con l’ambizione di trasformare la presenza delle comunità di origine straniera in Italia in una rappresentanza politica organizzata. Kumaramangalam conosce dall’interno una parte di quel mondo che oggi critica: ha guidato il Pd romano e partecipato agli organismi nazionali del partito. “Sono quasi 35 anni che vivo in Italia e abbiamo cominciato questo percorso per difendere i diritti degli immigrati. Tanti hanno fatto politica nei partiti tradizionali, ma non è cambiato nulla. Noi non abbiamo le spalle per raccomandare, non siamo figli di qualcuno”.

A tenere insieme esperienze e sensibilità politiche diverse, nelle intenzioni dei promotori, è la Costituzione italiana. Non una nuova piattaforma ideologica da contrapporre a quelle esistenti, ma il riferimento da cui partire per rivendicare diritti e partecipazione. “La Costituzione basta applicarla”, sostiene Kumaramangalam, secondo cui molte delle questioni che riguardano le comunità di origine straniera e non solo possono essere affrontate proprio a partire dai principi costituzionali. Il partito si presenta così come uno spazio aperto anche agli italiani senza background migratorio, con l’obiettivo di superare la separazione tra chi viene considerato parte della società italiana e chi continua a essere identificato soprattutto attraverso le proprie origini. Il programma è ancora in costruzione. Registrato il 31 luglio, Assieme ha fissato al 30 novembre il termine per raccogliere proposte e definire le proprie priorità. Tra i temi centrali c’è la cittadinanza per i bambini nati o cresciuti in Italia. “Almeno i bambini che fanno un percorso di studi in Italia devono avere una possibilità di ottenere la cittadinanza con un iter più breve”, spiega il presidente, che racconta l’esperienza dei bambini, cresciuti nel Paese ma formalmente stranieri. “Quando chiedi a un bambino chi sono i suoi compagni, ti risponde con i loro nomi. Sono gli adulti a dire che quel bambino è filippino, marocchino o indiano”. Un’altra rivendicazione riguarda il diritto di voto dei cittadini stranieri residenti, almeno alle elezioni amministrative. “Se io pago le tasse, devo avere i miei diritti. Ma se non sono cittadino, non posso partecipare per scegliere il mio rappresentante politico”. Kumaramangalam insiste sul mancato riconoscimento del diritto di voto ai cittadini stranieri residenti, anche a livello locale, e sulla distanza tra la loro partecipazione alla vita del Paese e la possibilità di incidere sulle decisioni che li riguardano. “In Italia è uno dei Paesi che non ha ratificato la rappresentanza a livello locale”, afferma, riferendosi alla Convenzione di Maastricht. Una battaglia che, per Assieme, riguarda il riconoscimento politico di chi vive stabilmente in Italia, lavora e contribuisce alla collettività.

Sul lavoro, Assieme indica tra le priorità il riconoscimento dei titoli di studio e delle competenze professionali maturate all’estero, per evitare che persone qualificate siano costrette ad accettare occupazioni lontane dalla propria esperienza. “Ci sono persone che arrivano con una laurea e un bagaglio di esperienza, ma non riescono a trovare un lavoro adeguato a quello che sanno fare”. Il presidente richiama anche le difficoltà di accesso al credito per gli imprenditori di origine straniera, che possono incontrare ostacoli nell’avviare un’attività o farla crescere. Il lavoro, insieme all’inclusione e alla libertà, è del resto uno dei tre principi richiamati nel simbolo del partito. Resta da definire il posizionamento politico. Assieme si colloca per ora al centro, in una formazione che raccoglie persone con sensibilità differenti e che non intende legarsi in partenza a un unico schieramento. Kumaramangalam conferma la disponibilità a dialogare con tutte le forze politiche interessate alle battaglie del partito. “Se ci sarà convergenza sui nostri punti, ci saremo”. L’intenzione è partecipare alle prossime scadenze elettorali, a partire dalle amministrative. Una candidatura autonoma alle politiche appare invece complicata in solitaria, secondo Kumaramangalam, dagli obblighi di raccolta delle firme previsti dalla legge elettorale. L’obiettivo immediato è raggiungere 10mila iscritti entro la fine del 2026, per costruire una struttura organizzativa e radicarsi sul territorio.

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Il World Food Programme rinnova il contratto con Palantir. L’appello delle ong all’Onu: “Stop all’accordo, è coinvolta nel genocidio a Gaza”

Il World Food Programme (WFP), l’agenzia delle Nazioni Unite che porta aiuti alimentari alle popolazioni colpite da guerre e crisi umanitarie, ha rinnovato per altri cinque anni la collaborazione con Palantir, la controversa società statunitense di analisi dei dati fondata da Peter Thiel e Alex Karp. A denunciarlo sono le organizzazioni firmatarie di una lettera aperta indirizzata ai vertici dell’agenzia, tra cui WeMove Europe, che chiede di interrompere l’accordo e rendere pubblici i termini della partnership. La campagna punta ora a coinvolgere i delegati governativi che si riuniranno a Roma il 22 ottobre, con l’obiettivo di interrompere i rapporti con l’azienda statunitense.

La campagna contro Palantir è partita a marzo allo scopo di contrastare i rapporti tra la società statunitense e i governi europei, denunciando il suo coinvolgimento nelle attività di sorveglianza e in ambito militare. Nel tempo si è allargata a una coalizione internazionale e si è concentrata, dopo il rinnovo dell’accordo, anche sul rapporto con il WFP. “Porta aiuti alimentari alle famiglie di Gaza, ma allo stesso tempo utilizza il software di un’azienda accusata di essere coinvolta nel genocidio palestinese. È una contraddizione che vogliamo portare all’attenzione pubblica. Non possiamo accettare che questa collaborazione continui”, spiega a ilfattoquotidiano.it Giulio Carini, responsabile della campagna per WeMove Europe. Il nodo è anche il contesto in cui opera l’agenzia: il WFP interviene in territori dove i conflitti aggravano l’insicurezza alimentare e rendono più difficile distribuire gli aiuti. Per WeMove Europe, affidarsi a una società che fornisce strumenti anche ad apparati militari e di intelligence solleva interrogativi sulla coerenza della missione umanitaria e sulle garanzie necessarie a proteggere dati e informazioni.

La collaborazione tra il WFP e Palantir è iniziata nel 2017 con un progetto pilota. Nel 2019 è stato firmato un accordo quinquennale dal valore stimato di 45 milioni di dollari, presentato come una fornitura gratuita di tecnologia e servizi. A luglio 2026 la partnership è stata rinnovata di ulteriori cinque anni. Nel rapporto Palantir and the World Food Programme: The egregious partnership at the heart of the world’s largest humanitarian supply chain, pubblicato il 16 giugno 2026, Tech for Bad ricostruisce il ruolo assunto dalla tecnologia della società statunitense nella gestione degli aiuti del programma alimentare mondiale. Palantir ha sviluppato per il WFP il sistema DOTS (Digital Operations and Transformation System), basato sulla piattaforma Foundry, che raccoglie e organizza informazioni su acquisti, fornitori, trasporti, magazzini e distribuzione degli aiuti. A questo si affianca Prisma, uno strumento per ottimizzare la catena di approvvigionamento che, secondo il rapporto, è operativo in 46 paesi. Questi sistemi consentono all’agenzia di seguire diverse fasi della propria attività logistica attraverso un’unica infrastruttura digitale. La diffusione di questi strumenti solleva però un problema di dipendenza tecnologica. Più il WFP li integra nelle proprie attività, più diventa difficile sostituirli.

Un audit interno dell’agosto 2025, rivelato dalle testate France 24 e PassBlue, segnalava proprio l’assenza di una strategia definita per uscire dall’accordo, oltre a criticità nella gestione dei rischi e nella tutela della privacy che non erano state affrontate adeguatamente. Il WFP sostiene di non essere vincolato a un unico fornitore, ma senza un piano di uscita restano da chiarire i tempi e i costi necessari per sostituire sistemi ormai integrati nella gestione degli aiuti.

I dubbi riguardano anche le informazioni trattate attraverso queste piattaforme. Il WFP sostiene che Palantir non riceva dati che consentano di identificare direttamente i beneficiari. DOTS è però collegato all’ecosistema digitale in cui opera anche SCOPE, la piattaforma utilizzata dall’agenzia per gestire le informazioni sulle persone assistite. Secondo Tech for Bad, attraverso questo collegamento Palantir potrebbe entrare in contatto anche con dati aggregati relativi ai beneficiari, pur senza conoscere direttamente la loro identità. Il rapporto pone quindi una questione su come queste informazioni possano essere utilizzate dalla società.

Un ulteriore interrogativo riguarda il contratto del 2019: un esperto a conoscenza dell’accordo, rimasto anonimo e citato da France 24, ha richiamato una clausola che consentirebbe a Palantir di utilizzare determinati dati per migliorare le prestazioni dei propri prodotti, con possibili implicazioni anche per l’addestramento degli algoritmi. Tech for Bad segnala inoltre che il know-how maturato nella collaborazione con il WFP potrebbe contribuire allo sviluppo di strumenti destinati ad altri clienti.

A rendere controversa la partnership, secondo le organizzazioni, è anche il profilo della società. Fondata nel 2003 con il sostegno iniziale di In-Q-Tel, fondo d’investimento legato alla Cia, Palantir sviluppa strumenti di analisi dei dati per governi, apparati di intelligence e forze armate. Nel gennaio 2024 ha annunciato una partnership strategica con il ministero della Difesa israeliano.

Nel rapporto From Economy of Occupation to Economy of Genocide, pubblicato nel 2025, la relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese ha indicato l’esistenza di “ragionevoli motivi per ritenere” che Palantir abbia fornito infrastrutture digitali e strumenti di intelligenza artificiale a sostegno delle operazioni militari israeliane, compresi sistemi per integrare informazioni sul campo di battaglia e supportare le decisioni militari. Per WeMove Europe e le altre organizzazioni che contestano l’accordo, il problema è la compatibilità tra la missione umanitaria delle Nazioni Unite e il ricorso a una società che lavora anche per apparati militari, soprattutto in territori di conflitto, dove le informazioni su trasporti, magazzini e distribuzione degli aiuti hanno un valore operativo rilevante.

Anche la formula della fornitura gratuita va ridimensionata. I registri degli acquisti delle Nazioni Unite consultati da France 24 documentano pagamenti a Palantir per oltre 10,5 milioni di dollari tra il 2017 e il 2024. Il WFP ha spiegato che si tratta di spese per servizi cloud, hosting e assistenza tecnica necessari a utilizzare la piattaforma: costi distinti dal valore stimato dell’accordo del 2019, ma che mostrano come mantenere operativi questi sistemi comporti comunque esborsi per l’agenzia.

Il punto, per WeMove Europe e le altre organizzazioni, è che la missione umanitaria non può prescindere da garanzie verificabili sulla gestione dei dati e sulle condizioni di utilizzo delle tecnologie. È su queste criticità che si concentra la lettera aperta indirizzata ai vertici del WFP. Le organizzazioni firmatarie chiedono di interrompere la collaborazione, pubblicare i contratti e gli accordi relativi ai dati e avviare una revisione indipendente dei rischi. Chiedono inoltre un piano di transizione verso sistemi alternativi, interoperabili e orientati all’interesse pubblico, che consenta di ridurre la dipendenza da Palantir senza compromettere la distribuzione degli aiuti. WeMove Europe ha già cercato di portare queste richieste ai vertici dell’agenzia e ai rappresentanti europei coinvolti nella sua governance.

“Abbiamo inviato, insieme ai nostri delegati, oltre duemila email per chiedere un incontro e ottenere risposte sulle condizioni dell’accordo”, spiega Carini. Al momento dell’intervista, riferisce, non era ancora arrivata una risposta.“Non possiamo accettare che un’organizzazione umanitaria come il WFP continui a collaborare con una società come Palantir senza fare piena chiarezza sui dati e sui rischi legati a questa partnership. Chiediamo trasparenza e che l’accordo venga interrotto”, conclude Carini.

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Gli alleati Turchia e Azerbaigian litigano per il divieto di indossare l’hijab a scuola. Ma dietro si nasconde l’avvicinamento di Baku a Israele

Sembrano lontani i tempi in cui il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev faceva proprio il motto coniato dal padre Heydar per descrivere la fraterna relazione con la Turchia: “Una nazione, due Stati”. Lontani perché il logorio che negli ultimi mesi ha interessato il rapporto bilaterale sembra arrivato al suo culmine. A scatenare la reazione turca è stata l’entrata in vigore di una legge che da qualche settimana vieta di indossare l’hijab nelle scuole primarie azere. Una mossa a cui sono seguite durissime prese di posizione da parte di esponenti di primo piano del partito del presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Un esempio su tutti: il suo consigliere capo, Oktay Saral, ha parlato di una mossa inaccettabile. Altrettanto incisiva è stata la risposta di Baku. Sul fronte interno, sono arrivate decine di arresti di manifestanti che protestavano contro la misura e una limitazione temporanea dell’accesso ai social network. Alla Turchia invece ha risposto direttamente il presidente Aliyev, invitandola a chiare lettere a non immischiarsi nelle scelte interne del Paese.

A prima vista appare un braccio di ferro sul tema della laicità dello Stato, un campo in cui negli ultimi anni la Turchia di Erdogan ha compiuto passi molto decisi per aumentare il peso della religione nella vita sociale e politica. In realtà, dietro al velo si cela una dinamica ben più profonda che sta facendo apparire delle crepe in un’alleanza storica tra due Paesi affini dal punto di vista etnico. A pesare, e molto, in tal senso è l’atteggiamento conciliante che l’Azerbaigian ha nei confronti di Israele. Lo Stato ebraico è visto da Ankara come il principale rivale strategico regionale, se non un vero e proprio nemico, e la vicinanza a Baku è fumo negli occhi. Gli stessi occhi che qualche settimana fa hanno notato come i rappresentanti diplomatici azeri alle Nazioni Unite non abbiano lasciato l’Assemblea generale durante il discorso del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, come invece fatto da quelli di decine di Paesi per protestare contro le azioni del governo di Tel Aviv in Palestina, Libano e Siria.

Alla vicinanza diplomatica si associa quella sul fronte militare. La notizia più recente in tal senso ha visto il Paese caucasico cominciare a produrre sul proprio territorio fucili con tecnologia occidentale grazie a un accordo con l’israeliana Ari Arms. Secondo alcune indiscrezioni ben documentate, per quanto smentite con forza da Baku, lo Stato ebraico ha inoltre inviato in segreto in Azerbaigian, Paese che confina con l’Iran e che quindi rappresenta un avamposto dal grande peso strategico, diverse decine di militari e agenti dell’intelligence, tra cui membri delle forze speciali israeliane e del Mossad. Il consolidamento della relazione di sicurezza è però avvenuto nel corso degli anni, basti pensare che tra il 2016 e il 2020 circa il 70% delle importazioni di armamenti da parte dell’Azerbaigian proveniva da Israele.

Di contro, oltre che per la vicinanza geografica all’Iran, il Paese mediorientale guarda a quello caucasico anche per ottenere forniture sicure e costanti di energia: nel 2025 il greggio azero ha rappresentato quasi il 50% delle importazioni petrolifere israeliane, la quota più alta degli ultimi dieci anni e molto più elevata di quella di un gigante degli idrocarburi come la Russia, che si è fermata al 28%. Ironia della sorte, la quasi totalità di questo flusso raggiunge Israele dopo essere stato immesso nelle petroliere che si riforniscono nella città turca di Ceyhan, punto di approdo dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan. Ankara, infatti, non è in grado di controllare dove viene diretto il petrolio azero caricato nelle navi sulle sue coste.

L’irritazione turca è legata anche alla vicenda relativa al Nagorno Karabakh, regione riconquistata nel 2023 dall’Azerbaigian dopo una guerra lampo con l’Armenia. Per quanto la stessa Israele abbia supportato Baku dal punto di vista militare, fornendo equipaggiamento ad hoc nelle settimane precedenti alla trionfale offensiva azera, la Turchia è stata da sempre al fianco del Paese caucasico nella sua rivendicazione rispetto alla regione un tempo nelle mani dell’Armenia. Questa vicinanza si è tradotta nel corso degli anni in un fondamentale supporto politico, diplomatico e militare alla causa azera. Un impiego di risorse di varia natura che ora dalle rive del Bosforo viene considerato da molti uno spreco.

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Deputati “in prestito” da FdI a Cateno De Luca: Meloni regala al neo-alleato lo sconto sulle firme per correre alle elezioni

Obiettivo 42% per raggiungere il premio di maggioranza. In vista delle elezioni 2026, Fratelli d’Italia ha chiuso nei giorni scorsi un accordo elettorale con Sud chiama Nord, la formazione politica guidata da Cateno De Luca. Accordo che ha portato il partitino a formare una componente parlamentare nel gruppo Misto alla Camera, grazie a due deputati “in prestito” dal partito di Giorgia Meloni: in questo modo Sud Chiama Nord potrà raccogliere solo 1.500 firme per collegio, anziché le seimila previste dalla nuova legge elettorale. Un escamotage del tutto lecito. In base al regolamento, infatti, per dar vita a una componente servono tre parlamentari, ma Sud Chiama Nord finora ne aveva uno solo: Francesco Gallo. Ed ecco che sono arrivati i ‘prestiti’: Luca Sbardella, commissario di FdI in Sicilia e fedelissimo della premier, e l’ex deputato meloniano Manlio Messina. I due si sono aggiunti a Gallo, eletto nel 2022 nel collegio di Messina.

L’obiettivo dichiarato di Sud chiama Nord è di mettere un argine a Roberto Vannacci. E davanti Montecitorio Cateno De Luca, accompagnato da Gallo e dall’ex 5 stelle Laura Castelli (presidente di ScN) ha ironizzato sul leader di Futuro nazionale. “Credo che Vannacci si candiderà alle primarie del ‘Campo Largo’, così gli dà il colpo secco e diventa il campo santo”. Poi attacca il generale: “Meloni ha scelto un piccolo leader di periferia rispetto al cazzaro. Magari avrà preferito la concretezza della buona amministrazione”.

Mentre si stava per svolgere il punto stampa convocato da De Luca, è arrivata la truppa di parlamentari di Futuro Nazionale, per un sit-in in favore dell’accordo Trump-Putin sul gas russo. E si è creato un involontario affollamento con i ‘futuristi’ costretti a dover attendere che De Luca terminasse, così da permettere alle telecamere e cronisti di riuscire a riprendere entrambi gli appuntamenti. “E chi è il presidente della Repubblica?” ha chiesto Edoardo Ziello, riferendosi a Cateno De Luca.

Resta il tema di una legge elettorale appena varata, con vari voti di fiducia, con alcune norme subito abilmente aggirate. “Lei antepone i tecnicismi alla politica” afferma Luca Sbardella, che la legge elettorale l’ha votata. Sui deputati in prestito “non è il calciomercato” assicura Sbardella “questa è politica, la notizia è che Cateno De Luca si è avvicinato al centrodestra. “Mi sembra che sia la cosa più rilevante, aggiunge il commissario Sicilia di Fratelli d’Italia, De Luca era già presente in Parlamento dall’inizio della legislatura, poi evidentemente, c’era bisogno del gruppo per aggiustare”. Aggiustare. “Io continuerò il mio impegno in Fratelli d’Italia” assicura il deputato in prestito in Sud Chiama Nord.

“È un sostegno a un movimento civico che credo abbia dimostrato di avere grandi capacità ed ha anche un bel bacino di voti” sottolinea Manlio Messina, ex Fratelli d’Italia e fino a ieri deputato del gruppo Misto. “Fatto il gruppo trovato l’inganno” sorride Messina. Per l’approdo di Sud Chiama Nord nel centrodestra “ci sono state mesi e mesi di trattative” conclude.

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Israele, entrano in vigore le sanzioni di Londra contro il commercio con le colonie: le banche di Tel Aviv rischiano di perdere accesso alla City

Da giovedì il Regno Unito può colpire con sanzioni chiunque partecipi alla costruzione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Le nuove norme, entrate in vigore giovedì mattina, arrivano quattro giorni prima della chiusura del bando per E1, il progetto di oltre 1.200 case a est di Gerusalemme che mira a spezzare in due la Cisgiordania e a rendere impossibile uno Stato palestinese dotato di contiguità territoriale.

Il provvedimento segna un cambio di rotta per il governo laburista di Andy Burnham rispetto a quello di Keir Starmer, ed è motivato dall’impunità dei coloni ebrei in Cisgiordania. Il regolamento amplia il regime sanzionatorio globale sui diritti umani e aggiunge tre nuovi criteri: gravi violazioni del diritto internazionale umanitario (comprese le Convenzioni di Ginevra sull’occupazione), ostacolo all’assistenza umanitaria e seri attacchi al diritto alla libertà e alla sicurezza della persona.

Banche, imprese di costruzione, finanziatori, chiunque faciliti o tragga profitto dall’espansione coloniale rischia il congelamento di asset, divieti di finanziamento, ban di viaggio e l’interdizione da incarichi societari. A farli scattare basta il “ragionevole sospetto” di coinvolgimento.

Nell’illustrare la decisione alla Camera dei Comuni, a settembre, il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband, ebreo, aveva parlato di “pulizia etnica” in corso in parti della Cisgiordania, avvertendo: “Affronterete tutta la forza delle sanzioni britanniche”.

Israele ha risposto chiudendo il consolato britannico a Gerusalemme Est e costringendo Londra a ritirare 21 diplomatici. Per Peace Now, pilastro del pacifismo israeliano: “Oggi è già chiaro che gli insediamenti non sono solo un ostacolo alla pace e un pericolo per la sicurezza di Israele: sono una minaccia economica per il futuro dello Stato. Netanyahu e Smotrich [il ministro delle Finanze, di estrema destra, che controlla di fatto l’amministrazione civile in Cisgiordania] giocano col fuoco. Mentre corrono verso l’annessione e spingono E1, il mondo dice “basta” e inizia a presentare il conto”.

Sul piano economico i numeri sono piccoli: dalle colonie provengono merci per un valore fra 11 e 45 milioni di dollari all’anno, una frazione dei 6 miliardi di sterline di interscambio totale UK-Israele.

Il vero nodo è finanziario. Se le banche israeliane che garantiscono i progetti di costruzione finiscono sotto sanzioni, rischiano di perdere accesso a Londra e, a cascata, ai mercati internazionali. Questa prospettiva potrebbe fare da deterrente alla partecipazione al bando di E1, che scade il 19 ottobre, anche se le buste non verranno aperte prima del 19 novembre, dopo le elezioni israeliane del 27 ottobre.

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Screening neonatali a due velocità, la Puglia è già oltre i nuovi Lea: test su oltre 500 malattie contro le 58 garantite a livello nazionale

Dopo anni di attesa, l’approvazione dei nuovi Livelli essenziali di assistenza (Lea) ha finalmente ampliato gli screening neonatali garantiti gratuitamente in tutta Italia. Sulla carta, un passo in avanti verso un accesso più equo alla diagnosi precoce, che però per produrre effetti tangibili dovrà essere effettivamente attuato dai territori, garantendo a tutti i bimbi, indipendentemente dal luogo di nascita, un percorso chiaro e tempestivo di presa in carico. Ora il pannello nazionale dello Screening neonatale esteso (Sne) – un test obbligatorio e gratuito – copre 58 patologie. Nove in più rispetto alle 49 precedentemente garantite a livello nazionale, tra cui l’Atrofia muscolare spinale (Sma), il cui screening era già stato introdotto autonomamente solo da alcune Regioni. Ma questo tentativo di uniformare i diritti dei cittadini non basta a superare le disuguaglianze territoriali. I bimbi nati in Puglia hanno accesso a un servizio molto più avanzato. Tutti i neonati possono accedere gratuitamente, su base volontaria, a uno screening genomico che analizza 433 geni associati a oltre 500 malattie. Una differenza rilevante, che riapre subito il tema delle disparità: a seconda del Cap, aumentano o diminuiscono le possibilità di arrivare a una diagnosi precoce. E, di conseguenza, di intervenire prima della comparsa dei sintomi.

Il programma è diventato strutturale nell’aprile 2025, dopo una prima fase sperimentale. Secondo gli ultimi dati, sono ormai circa 33mila i neonati sottoposti allo screening, con un tasso di adesione del 90,6%. A differenza dello Sne previsto dai Lea, infatti, Genoma-Puglia non è obbligatorio: i genitori, dopo essere stati informati, devono firmare un consenso. In ogni caso, il servizio è totalmente gratuito ed è finanziato dalla Regione con circa 5 milioni di euro l’anno. Il numero di geni indagati, inizialmente più basso, è stato progressivamente ampliato fino agli attuali 433. Ma la differenza rispetto a quanto garantito dai Lea non è solo quantitativa. Lo screening genomico, infatti, oltre a cercare direttamente nel Dna alterazioni associate a un numero molto più ampio di patologie, permette continuamente di aggiornare il pannello di geni e malattie, sulla base delle nuove conoscenze e possibilità di cura. “Possiamo incrementarlo man mano che ci sono nuove scoperte e nuovi trattamenti”, spiega a ilfattoquotidiano.it Mattia Gentile, direttore dell’Unità complessa di Genetica medica dell’ospedale Di Venere della Asl Bari e responsabile clinico di Genoma-Puglia. Lo screening si concentra solo sulle condizioni per le quali scoprire precocemente un rischio può consentire di intervenire con una terapia, con la prevenzione o con controlli mirati. Non su tutto ciò che è scritto nel Dna.

La possibilità di intervenire prima che la malattia si manifesti è decisiva. Per alcune patologie, infatti, aspettare il comparire dei sintomi significa agire quando una parte del danno è già avvenuta. Gentile racconta il caso di una bambina che a circa un mese di vita appariva perfettamente sana, ma nella quale lo screening aveva individuato un’alterazione associata a una malattia che normalmente si sarebbe manifestata mesi più tardi con problemi nello sviluppo neuromotorio. Gli accertamenti successivi hanno confermato il rischio e la terapia è stata avviata subito. “La bambina sta andando bene”, spiega il genetista. Questo non significa però che trovare un’alterazione genetica equivalga automaticamente a diagnosticare una malattia. A una possibile positività devono seguire accertamenti, consulenza e, se necessario, la presa in carico da parte di un centro specializzato. Ed è anche qui che si gioca la possibilità di replicare il modello pugliese: oltre alle tecnologie e ai finanziamenti, servono una rete sanitaria e professionisti in grado di accompagnare rapidamente il bambino dalla segnalazione alla diagnosi e alle eventuali cure.

Negli anni anche altre Regioni, tra cui Toscana, Lombardia ed Emilia-Romagna, hanno anticipato il livello nazionale introducendo autonomamente alcune patologie negli screening o avviando progetti pilota. Ma sul fronte genomico la Puglia rimane un caso a sé. “Il nostro è uno dei programmi più importanti a livello mondiale nella sanità pubblica – sintetizza Gentile -. Nel resto d’Italia esistono sperimentazioni, ma non un servizio strutturale di queste dimensioni offerto a tutta la popolazione neonatale”. Di fatto, mentre una parte d’Italia deve ancora organizzarsi per applicare pienamente gli standard previsti dai nuovi Lea, una Regione è già a un livello ulteriore di prevenzione. Un primo nodo per portare il modello su scala nazionale è quello delle risorse. Il gruppo di Gentile sta lavorando a una valutazione più precisa del rapporto tra costi e benefici, considerando anche quanto può essere risparmiato, in spese sanitarie e assistenziali, evitando diagnosi tardive, ricoveri, disabilità e trattamenti iniziati quando la malattia ha già prodotto conseguenze permanenti. “Ma non è solo un problema di fondi”, avverte il genetista: servono laboratori, personale, centri specialistici e soprattutto un’organizzazione capace di prendere in carico i bambini individuati dallo screening.

La questione è già arrivata in Parlamento. Nel marzo 2025 i senatori Alberto Losacco e Beatrice Lorenzin hanno presentato un disegno di legge per inserire lo screening genomico neonatale nei Lea e offrirlo a tutti i nuovi nati. Il testo è stato assegnato alla commissione Sanità del Senato, ma il suo esame non è ancora iniziato. È la stessa direzione indicata a ilfattoquotidiano.it da Fabiano Amati, avvocato e promotore della legge regionale che ha dato origine a Genoma-Puglia: “Invece di continuare ad aggiungere una malattia alla volta, bisognerebbe inserire nei Lea lo screening genomico”, mantenendo il pannello limitato alle condizioni per le quali esistono terapie o possibilità concrete di intervento. Oggi, osserva, il programma pugliese viene finanziato con risorse proprie della Regione: significa che la possibilità di accedervi continua a dipendere dal territorio in cui si nasce. “È un problema di uguaglianza”, sottolinea Amati. Gentile ricorda che tecnologie che solo pochi anni fa sembravano difficili da utilizzare su larga scala oggi consentono al suo laboratorio di processare centinaia di campioni ogni settimana. La prospettiva dei prossimi anni è che lo screening genomico possa acquisire un ruolo progressivamente sempre più importante nella medicina preventiva. Resta il dubbio se questa evoluzione procederà, com’è successo finora, a velocità diverse da Regione a Regione. O se diventerà un’opportunità garantita a tutti i neonati dal Servizio sanitario nazionale.

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Ti ricordi… Mehmet Scholl, genio irriverente del Bayern: “Ho paura solo della guerra e di Oliver Kahn”

Irriverente, coi piedi e con la parola. Irriverente come un pallonetto tentato in una finale di Champions, che se non si fosse stampato sulla traversa avrebbe conteso a Zidane la palma di gol più bello. O come un’intervista politica rimasta memorabile per gli effetti tragicomici prodotti. Irriverente come Mehmet Scholl, nato Mehmet Yuksel esattamente 56 anni fa a Karlsruhe. Papà turco, mamma tedesca: le differenze negli anni 70 si fanno sentire, la coppia naufraga, e il padre di Mehmet torna in Turchia quando il bambino ha solo cinque anni.

La mamma conosce Herman Scholl e si rifà una vita, Mehmet gli si affeziona e ne prende il cognome. È proprio Herman ad accorgersi del talento del ragazzino vedendolo sui campetti della città: a tredici anni lo segnala al Karlsruher che lo tessera. A 15 anni si rompe un ginocchio, la prima persona che incontra in clinica è il medico che lo informa: “L’intervento è andato bene, ma non potrai più giocare a calcio”. Non andrà così: il Ksc lo aspetta e lo fa esordire tra i professionisti, all’87esimo in una gara contro il Colonia, il primo pallone toccato da Mehmet in Bundesliga vale il gol del 5 a 0. Intanto però Mehmet coltiva anche un’altra passione che mette sullo stesso piano del calcio: lo Sportkegeln (una variante tradizionale tedesca del bowling a 9 birilli) in cui diventa vice campione tedesco giovanile.

Nella stagione successiva diventa titolare: complici anche le strigliate di mister Schafer e di un altro prodotto delle giovanili, Oliver Khan, si fa ammirare per giocate e talento. Schafer lo riprende spesso per la sua indolenza in campo, ma non arriva dove riesce ad arrivare Khan, tant’è che Mehmet più in là dirà: “Ho paura solo di due cose nella mia vita: della guerra e di Oliver Khan”.

Nel 1992 Mehmet passa al Bayern Monaco. È il salto nel calcio grande, quello dove il talento da solo non basta più e servono le spalle larghe per sopravvivere a un ambiente spietato, una trincea di ego e copertine patinate comunemente nota come FC Hollywood. Tra spogliatoi pesanti e la pressione schiacciante della Baviera, Mehmet non perde mai il suo vizio peggiore e migliore: dire esattamente ciò che gli passa per la testa, con la stessa naturalezza con cui nasconde il pallone agli avversari. Quando la società distribuisce i soliti questionari di inizio stagione per l’annuario ufficiale e chiede ai calciatori di esprimere un pensiero politico, Scholl piazza una bomba ad orologeria: “Appendete i Verdi finché ci sono ancora alberi”. La sparata gli costa una denuncia per istigazione all’omicidio da parte di un deputato ecologista. La reazione del trequartista? Un capolavoro di spudoratezza: “Per chi voterò? Per i Verdi, ovviamente. Mica posso deluderli”.

In campo, intanto, la classe è cristallina. Vince otto campionati tedeschi – record condiviso proprio con l’incubo della sua giovinezza, Oliver Kahn – ma la maglia della Germania gli regala gioie dolcissime e beffe atroci. Nella finale di Euro 1996 a Wembley parte titolare, ricama calcio fino al 69′ e poi lascia il posto a Oliver Bierhoff: sarà proprio il centravanti a firmare la doppietta e il Golden Goal che incoronerà la Germania campione d’Europa. Due anni dopo, il destino gli presenta un conto nerissimo: durante un contrasto di gioco in campionato con Jens Jeremies, allora mediano del Monaco 1860, Scholl si procura la rottura del legamento crociato. Addio Mondiale di Francia ’98. Ma la beffa suprema, intrisa di quella tipica ironia tragica che ha segnato la sua carriera, arriva quando l’allora ct Berti Vogts decide di convocare per la spedizione iridata proprio il suo “carnefice”, Jeremies.

E poi c’è quella maledetta notte del 26 maggio 1999 al Camp Nou. Finale di Champions League contro il Manchester United, Bayern in vantaggio 1-0. Mehmet riceve palla al limite, vede Schmeichel fuori dai pali e inventa un pallonetto di un’eleganza celestiale: la sfera supera il portiere danese, vola morbida, ma invece di insaccarsi batte clamorosamente contro la traversa. Fosse entrata, sarebbe stato il 2-0 della sicurezza e un capolavoro da contendere per bellezza alla volee di Zidane. Invece la palla schizza via e nei tre minuti di recupero lo United ribalta il mondo. La ferita è enorme, ma Mehmet e il Bayern sapranno rimarginarla due anni dopo, a San Siro contro il Valencia, alzando finalmente al cielo la Coppa dalle grandi orecchie.

Rifiuta un’offerta dal Barcellona perché a Monaco sta troppo bene e perché considera folle scambiare la propria serenità per qualche milione in più. Segue i precetti del Buddismo, gioca a bowling, ascolta musica indie e vive il pallone per quello che è: un gioco bellissimo, ma pur sempre un gioco. Nel novembre del 1997, il destino gli presenta un conto lasciato in sospeso da vent’anni. Il Bayern vola a Istanbul per sfidare il Beşiktaş. Nella hall dell’hotel c’è un uomo che aspetta nell’ombra: è Ergin Yüksel, il padre biologico partito per la Turchia quando Mehmet aveva appena cinque anni. Dopo diciannove anni di silenzio, i due si ritrovano, si abbracciano e si spiegano. Ergin gli confessa di non essersi fatto vivo per non disturbare la sua crescita e la sua carriera. Mehmet non porta rancore: sorride, lo presenta orgoglioso alle telecamere tedesche e turche, e riannoda il filo spezzato dell’infanzia.

Un corpo troppo fragile continua però a tormentarlo. Alla viglia dei Mondiali casalinghi del 2006, oltre centomila tifosi firmano una petizione popolare dal titolo “Mehmet für Deutschland”. Chiedono a Jürgen Klinsmann di convocarlo, di regalare un ultimo ballo al poeta ferito. Klinsmann dirà di no, ma quel gesto vale più di una medaglia. L’ultimo atto va in scena il 15 agosto 2007 contro il Barcellona. Mehmet gioca con la solita grazia, regalando gli ultimi sprazzi di classe prima di avviarsi verso la panchina per la sua ultima sostituzione. Mentre il pubblico dell’Allianz Arena si alza in piedi per un applauso interminabile, a rilevare la sua maglia numero 7 entra Franck Ribéry.

È il passaggio di consegne definitivo. Scholl sfila i parastinchi, saluta il suo popolo e si congeda da un calcio che, da quel momento in poi, sarà indubbiamente più ordinato, più atletico e maledettamente più noioso. Perché di calciatori capaci di spiazzare un portiere con un tocco sotto ne trovi sempre; di uomini capaci di spiazzare il mondo con un sorriso e una battuta fuori dagli schemi molti meno.

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Un grazie sentito a Giorgia Meloni: ecco tutte le balle che ha sparato al Senato

Un grazie sentito a Giorgia Meloni: ogni volta che rivolge una prolusione ai parlamentari spara così tante balle che questa rubrica si scrive praticamente da sé (sì, ciao). Dopo quello ironico, il grazie doveroso va invece a Carlo Canepa e a Pagella politica, che non gliene lasciano passare una.

Per esempio l’altro giorno al Senato la bugiardella della Garbatella ha detto, con l’abituale strafottenza, che Giuseppe Conte non sarebbe potuto diventare presidente del Consiglio con questa nuova legge elettorale. È falso: Conte sarebbe potuto diventare capo del governo anche con la nuova legge elettorale; che sì, obbliga i partiti o le coalizioni a indicare il nome del candidato presidente del Consiglio; il quale, però, continuerà a essere nominato dal presidente della Repubblica; e vorrei anche vedere.

“Nel 2018, tra l’altro”, spiega Canepa, “a parità di voti il premio di maggioranza non sarebbe scattato: nessuna lista o coalizione raggiunse il 42%”. La nuova legge, insomma, “non vieta di nominare presidente del Consiglio chi, prima delle elezioni, non è stato indicato come candidato presidente. Come Conte nel 2018”. Su Pagella politica, Leonardo Becchi e Micol Maccario hanno glossato le altre balle di Giorgia.

Meloni: “Lo dicono i dati di Frontex: in due anni gli attraversamenti irregolari delle frontiere esterne dell’Unione si sono più che dimezzati”. Ma Frontex parla di attraversamenti rilevati dalle autorità. Questi dati non rappresentano il conteggio delle persone entrate irregolarmente nell’Ue.

Meloni: “Grazie alla collaborazione con l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni con Algeria, Libia e Tunisia, negli ultimi due anni circa 65 mila migranti sono tornati volontariamente nei loro Paesi di origine prima ancora di tentare di attraversare il Mediterraneo”. Ma quel numero, da solo, non permette di stabilire quanti migranti abbiano effettivamente rinunciato ad attraversare il Mediterraneo, poiché i programmi di rimpatrio assistito riguardano anche migranti che si trovano in Nord Africa per lavorare.

Meloni: “La Banca centrale europea ha messo nero su bianco il fatto che attraverso gli strumenti di sostegno al reddito – dalla riforma dell’Irpef, chiaramente la decontribuzione – che sono stati fatti in questi anni, questo governo ha restituito più di quanto ha preso attraverso il drenaggio fiscale”. Ma senza nuovi correttivi, il drenaggio fiscale (il fenomeno per cui l’aumento nominale dei redditi, dovuto all’inflazione, determina un maggiore prelievo fiscale mentre il potere d’acquisto dei contribuenti resta invariato) potrà ripresentarsi nei prossimi anni. Lo studio della Bce citato da Meloni, peraltro, rileva che le modifiche all’Irpef e i tagli contributivi hanno compensato gli effetti del drenaggio fiscale dal 2019 al 2023: il dato comprende dunque anche interventi dei governi precedenti, visto che il governo Meloni si è insediato nell’ottobre 2022.

Insomma balle, balle, balle, balle, balle. Del resto, a quante cose sbagliate ci hanno fatto credere, da quando siamo al mondo?

Cose sbagliate a cui ci hanno fatto credere

220) Negli anni ’70 fece scalpore la foto nuda di Burt Reynolds nel poster pieghevole all’interno di Cosmopolitan, ma non è vero che anche a Brad Pitt, agli inizi della carriera, proposero di posare nudo; che fu per la rivista Agricoltura e foreste; che volessero un poster di Brad Pitt nudo su una falciatrice; che Pitt accettò perché la cifra era considerevole; e che questo sia il motivo per cui non ha il prepuzio.

221) Non è vero che le ultime parole di Madre Teresa furono: “Vorrei gonfiare di botte i miei piccoli lebbrosi ancora una volta”.

L'articolo Un grazie sentito a Giorgia Meloni: ecco tutte le balle che ha sparato al Senato proviene da Il Fatto Quotidiano.

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İlhan Berk, la bacchetta amorosa del poeta rabdomante (Traduzione di Nicola Verderame)

İlhan Berk (Manisa 1918 – Bodrum 2008) è stato uno degli intellettuali più poliedrici e inafferrabili del secondo Novecento turco: poeta, saggista, traduttore e pittore, in più di sessant’anni di carriera non si è mai stancato di esplorare lo spazio urbano, il mistero amoroso, l’essenza della parola poetica.

Berk studiò letteratura francese laureandosi nel 1944, e insegnò in vari licei nella regione del Mar Nero per undici anni. Tra il 1956 e il 1969, anno del pensionamento, lavorò come traduttore per le edizioni Ziraat. Dal 1969 alla morte nel 2008 si ritirò a vivere a Bodrum, sulla costa egea, in una casa che oggi ospita un museo e residenze artistiche.

Il suo percorso poetico inizia con la raccolta Istanbul (1947), influenzata dalla voce di Nâzım Hikmet e dal realismo socialista. Nei primi anni Cinquanta Berk si apre alle sperimentazioni linguistiche, anche grazie all’esperienza di traduzione dei Cantos di Pound (1948). Un approccio modernista ed esistenzialista che Berk condivide con Cemal Süreya (già tradotto su questo blog) e con altri poeti della corrente dell’İkinci Yeni (Secondo Nuovo). Tra gli anni Sessanta e Settanta, Ilhan Berk scrive i suoi versi più densi d’amore e di sensualità: l’eros è la bacchetta che guida il poeta-rabdomante alla scoperta del mondo.

La scrittura di Ilhan Berk si evolverà in senso sempre più postmoderno negli anni Ottanta, con opere a metà strada tra poesia, storia urbana e architettura, che testimoniano un atteggiamento flaneuristico presente già nelle prime poesie. Nelle opere più tarde, tra anni Novanta e Duemila, i versi diventano scarnificati, aforistici, sempre più frammentati e sibillini.

La prima raccolta italiana di poesie di Ilhan Berk è stata pubblicata da Interno Poesia nel 2026, a cura di Nicola Verderame, con il titolo D’amore e d’Istanbul. Pubblichiamo qui alcuni testi su gentile concessione dell’editore.

N. V.

İstanbul, sen ve hatırıma gelenler

Nihayet soğuk pis yağmurlu gecelerden sonra
Paydos vakti oturmuş dinleniyor insanlar
Yeni bir işten çıkmışlar terlerini siliyorlar
Lokomotifler arabalar adamlar geçiyor
Yeni bir işe hazırlanıyorlar

Günlerce ötede İstanbul
Günlerce öteden ufacık ellerin havai halinle
Sokaklar evler dükkânlar arasından
Sıcak yorgun bir havanın içinden
Birdenbire aklıma geliveren sen

Hiç şüphesiz orada da sabah olmalıdır
Dükkânlar birer birer açılıyor
Sen sokağı döndün, fabrikanın önündesin
Daha iş başı düdüğü çalmadı
Daha geride yığın yığın gelenler var

Bu ne durgunluk İstanbul’un üstündeki
Ben onu hiç böyle görmemiştim
Böyle bir kenara çekilsin yaşasın
Onu ben ekmeğe aşka düşkün bilirdim
Bu halini hiç ama hiç aklıma getirmezdim

Bir cıgara yaksam daha iyi hatırlar mıyım dersin
Seni, Köprü’yü kısaca İstanbul’u
Geçerler mi önümden sırasıyla Cibali işçileri
Fatih, Şehzadebaşı, Küçükpazar kahveleri
Görür müyüm lodoslu denizini İstanbul’un

Hep öyle tıklım tıklım mı Mercan Yokuşu
Mezat başladı mı ki Balıkpazarı’nda
Bir gürültüdür geliyor
Köprü açılmış olmalı
Şüphesiz onlar bu geçenler

Bu ne kalabalık caddelerde
Yine birini mi astılar dersin
Ya sana ne oluyor nedir bu halin
Böyledir işte insanlar
Bir türlü sevmeyi bırakmazlar dünyayı

Demin oturan işçiler kalktı şimdi
Motorlar hazır sahilde
Denizden korkulmaz bu kollar varken
Rüzgâr onları bekliyormuş
Şimdi neredeyse bir şarkıya başlayacaklar

(1947)

*

Istanbul, tu e quel che mi viene in mente

Finalmente dopo notti di pioggia fredda e sozza
La gente finisce il turno, si siede e si riposa
Si asciuga il sudore uscita dal nuovo lavoro
Passano locomotive vetture uomini
Si preparano per un nuovo lavoro

Istanbul è a giorni di distanza
Da giorni di distanza, con mani minute e un’aria evanescente
Dalle vie dalle case dai negozi
Da un’aria calda e stanca
All’improvviso mi vieni in mente tu

Non c’è dubbio, anche là dev’essere mattina
I negozi si aprono uno dopo l’altro
Hai svoltato l’angolo, sei di fronte alla fabbrica
Ancora non ha fischiato l’inizio del turno
Ancora arrivano a frotte dietro di te

Quale stasi ammanta adesso Istanbul
Non l’avevo mai vista così
Si ritiri a vivere così, in disparte
Sapevo quanto amava il pane e l’amore
Mai e poi mai l’avrei immaginata così

Se mi accendo una sigaretta dici che mi ricorderò meglio
Di te, del Ponte, in breve di Istanbul?
Mi passeranno davanti, in fila, gli operai di Cibali
I caffè di Fatih, Şehzadebaşı, Küçükpazar
Vedrò il mare d’Istanbul spazzato dallo scirocco?

È sempre così brulicante la Salita Mercan?
È iniziata l’asta al mercato del pesce?
Mi arriva un rumore, ecco
Avranno aperto il ponte
Senza dubbio sono loro a passare

Che folla in queste strade
Dici che hanno impiccato qualcun altro?
Cosa ti prende, perché quell’umore
Ecco, la gente è così
Non riesce a smettere d’amare il mondo

Gli operai seduti fino a un attimo fa si alzano
Sulla riva sono pronti i vaporetti
Con braccia così non c’è da temere il mare
Il vento pare attenderli
Adesso si metteranno quasi a cantare

(1947)

***

Çıkrıkçılar Yokuşu

Ve yüzünü alıp çıktım. Öğleye doğruydu
Çıkrıkçılar yokuşuna yağmur yağıyordu

Ellerin ellerimde sessiz yürüyorduk ve
Kapkara bir oğlan durma bize bakıyordu

Tuhaf uzun bir sokaktı ve ben susuyordum
Bir kız memelerini bırakıp gidiyordu

Âşıktım ve hep seni soyuyordum aklımda
Bir adam çarşıyı üstümüze kapıyordu

Kadınların kızların ardından gittim durdum
Öptüğüm yerlerin içimde durulmuyordu

Üç kez yokuşu indim çıktım boncuklar aldım
Kocaman kırmızı ağzın ki hiç bitmiyordu

Akşama doğru bir aşçı dükkânına girdim
Sana benzeyen incecik atlar geçiyordu

Sonra birdenbire büyük bir sessizlik oldu
Bu dünyadan İlhan Berk geçti dedim yürüdüm.

(1968)

*

Salita dei Filatori

E preso il tuo viso uscii. Verso mezzogiorno
Sulla Salita dei Filatori cadeva la pioggia

Camminavamo in silenzio, mano nella mano e
Un ragazzo tutto scuro non smetteva di guardarci

Era una via lunga e strana e io tacevo
Una ragazza lasciava i suoi seni e se ne andava

Ero innamorato e ti spogliavo sempre col pensiero
Un uomo ci copriva col manto di un bazar

Continuai a seguire le donne le ragazze
I posti di te che avevo baciato turbinavano in me

Tre volte percorsi la salita su e giù, presi delle perle
La tua immensa bocca rossa non finiva mai

Verso sera andai a mangiare in un piccolo locale
Fuori passavano minuscoli cavalli simili a te

Poi all’improvviso scese un grande silenzio
Da questo mondo è passato İlhan Berk dissi, e camminai oltre.

(1968)

***

Âşıkane

Geceye hey dedim Bir bulut beyaz aydınlık
geçiyor ve ben görüyorum Belki yalnızlık

Kâğıt gibi bir kadın sana bakıp gülüyor
Demek sen daha güzelsin gökyüzünden artık

Sokakları bembeyaz evleri geçiyorum
Bir koşu bir rüzgârı alıyorum Karanlık

Bir kenttesin ve var ta ne zamanlardan beri
O zamandan trenler evler geçiyor Kapanık

Aşkın ki hiç durup dinlenmek nedir bilmiyor
Aşkın ki anlatılamaz ihtiyar ve yıkık

Nice nice yaşamalara açılmışsındır
Nice yaşamalar ki kalmıştır yarım buruk

İşte Adakale Sokağındayım ve birden
Benim işte dünya kadar güzel ağzın artık

Durup bir yıkık aşk dedim İlhan Berk bir yıkık
aşk Şimdi o şiirlerde senden kalan ancak

(1968)

*

Amorosamente

Ehi ho detto alla notte Una nuvola di luce bianca
passa io la vedo Sarà la solitudine

Una donna di carta ti guarda e ride
Ché ormai sei più bella del firmamento

Supero strade e case candide
Nella corsa catturo una brezza Oscura

La tua città esiste da tempo
Da allora passano case e treni Chiuso

Il tuo amore che non sa riprendere fiato
Amore indicibilmente vecchio e distrutto

A quante vite ti sei aperta, a quante
Quante vite rimaste un mezzo amore

Eccomi in via Adakale e d’un tratto
È mia la tua bocca bella come il mondo

Mi fermo a dire è un amore distrutto İlhan Berk un amore
distrutto Tutto ciò che resta di te è in quelle poesie

(1968)

***

Sesler

Akşama doğru bir uçtan bir uca gittim kenti
Eskici dükkanları gibi kokuyordu çarşı
Eski evler gibi
Bir şekerci şekerlerini bağırıyordu avcunda bir çocuğun eli
Ve yamalı elbiseler gibi yüzü.
Bir duvarı çıkıyordu bir duvarcı uzun uzun döndürüp elinde bir taşı
Bir taşı kocaman asık suratlı ve aptal

Açılmamış kitaplar gibiydi gök
Asılı çamaşırlar gibi.

Gün düşüyordu oturdum sonra sesleri dinledim:
Sesini bir kadının hiç bitmeyen ağaçlık yollar gibi
Bir karatabağın bir kuyudan su çeker gibi
Sonra yaşlı otların yaşlı ormanların sesini
Bir dükkan yavaş yavaş kendini kapatıyordu, onu
Sonra kalabalıkların artık kalabalık olan sesini
Sonra gün çakıldı
sonra kalktım.

Düzelte düzelte gidiyordu yakasındaki çiçeği bir adam.

(1978)

*

Suoni

Verso sera ho percorso la città da un capo all’altro
Il bazar aveva l’odore delle botteghe di rigattieri
Delle vecchie case
Un venditore lodava urlando i suoi dolciumi, nel suo palmo
la mano di un bambino
E il suo viso come indumenti rattoppati.
Un muratore alzava una parete girandosi a lungo una pietra nelle mani
Una pietra immensamente stupida e imbronciata

Il cielo era come un libro mai aperto
Come biancheria stesa.

Scendeva il buio, mi sono seduto ad ascoltare i suoni:
Voce di una donna come infinite strade alberate
Verso di un cormorano come acqua attinta da un pozzo
Rumore di vecchi prati di vecchi boschi
Una bottega che lentamente si richiudeva, proprio lei
Quindi i suoni assiepati della folla
Poi è piombato il buio
e mi sono alzato.

Un uomo se ne andava sistemandosi il fiore all’occhiello.

(1978)

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La Sardegna non tollererà altra speculazione sull’eolico: così deciderà il suo destino energetico

di Enza Plotino

Gli sciocchi crescono e fanno danno! Ma come si può demonizzare l’arrivo di un cargo cinese che trasporta pale eoliche e accusarlo di contribuire alla “distruzione” dell’isola? Sottintendendo la complicità della Regione?

Cavalcare le polemiche o creare informazioni parziali o completamente errate sulle pale eoliche in Sardegna è pura azione di disturbo e basta! Sui social è tutto un fiorire di foto di colline con turbine eoliche accompagnate da frasi indignate sulla “deturpazione del paesaggio”. Si accusa l’eolico di uccidere uccelli, di fare rumore, di costare troppo, di servire solo a “fare guadagnare i soliti noti”. Ma sono, a volte, gli stessi che negli anni passati hanno colpevolmente taciuto quando la deregulation, la speculazione energetica ha colpito anche l’isola e i governi regionali hanno fatto “affari d’oro”, lasciando alle imprese, per la maggior parte straniere, di fare scempio del territorio con progetti di grandi impianti speculativi localizzati in lungo e in largo su coste, aree interne, territori protetti e via dicendo.

Quando è arrivata Todde a governare una regione ormai preda di un vero e proprio “assalto eolico”, con oltre 800 richieste di autorizzazione alla realizzazione di impianti, on e off-shore, e ha introdotto come prima misura utile una moratoria per fermare la speculazione e il blocco di nuove autorizzazioni, gli stessi che avevano in passato “governato” colpevolmente la deregulation hanno tacciato di incoerenza la presidente, rappresentante di un Movimento che dell’ambiente e delle fonti rinnovabili aveva fatto la sua battaglia identitaria. A questi attacchi scomposti in casa, si è aggiunto il conflitto con il Governo nazionale che ha impugnato la moratoria di 18 mesi sul blocco della realizzazione di nuovi impianti eolici e fotovoltaici, aprendo un contenzioso davanti alla Corte Costituzionale che ancora va avanti.

Ma già durante la campagna elettorale, prima della sua elezione, la governatrice aveva promesso battaglia contro la speculazione energetica che stava colpendo la Regione. “Ci siamo presi la responsabilità di governare e sappiamo bene cosa dobbiamo fare per fermare la speculazione senza interrompere la transizione ecologica”, ha spiegato ad ogni piè sospinto, e “non sulla pelle dei sardi”. Oggi, finalmente, la Sardegna ha conquistato un ruolo attivo e confermato un cambio di registro rispetto al passato: “sulla Sardegna decidono i sardi” afferma Todde in ogni sua dichiarazione.

Non c’è pregiudizio alcuno sull’eolico offshore, si vuole promuovere il fotovoltaico flottante sui bacini, l’agrivoltaico e si vuole potenziare l’idroelettrico e favorire la nascita di impianti geotermici. Quello che la Regione non è più disposta ad accettare è il pericolo concreto che imprenditori e aziende non sardi, e spesso neanche italiani, approfittino ancora del contesto normativo fino a qualche tempo fa estremamente favorevole e delle caratteristiche di insolazione e ventosità della Sardegna, per installare i loro impianti, “senza che la popolazione sarda riceva da ciò un reale beneficio e imponendo delle modifiche al paesaggio che in tanti casi sono semplicemente inaccettabili”.

Il Decreto sulle aree idonee risponde proprio a questo pericolo, definendo le prerogative della Sardegna sulla dislocazione degli impianti eolici e fotovoltaici sul territorio per raggiungere entro il 2030 la quota di 6,2 GWp aggiuntivi rispetto agli impianti già entrati in esercizio prima del 2021. E’ un nuovo campo di gara in cui la Sardegna decide il suo destino energetico. Se ne facciano una ragione tutti coloro che speculano demagogicamente sulle difficoltà con cui la Regione si sta riprendendo il governo di se stessa!

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

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Il proprietario risponde dei rifiuti abbandonati da altri sul suo terreno? Arriva il chiarimento

Nel diritto ambientale ci sono questioni che si ripropongono continuamente e che ancora non risultano chiarite definitivamente dalla giurisprudenza. Una di queste riguarda il proprietario di un terreno adibito abusivamente da altri a discarica di rifiuti. In questi casi, fermo restando che chi vi deposita rifiuti è soggetto alle sanzioni di legge e che ne risponde anche il proprietario del terreno se, in qualche modo, lo consente, il problema è se ne risponde, in qualche modo, anche il proprietario incolpevole del terreno e se, in particolare, può essere obbligato dal sindaco a bonificare e a recintare questa sua proprietà.

L’ultima sentenza in proposito proviene dal Consiglio di Stato (sez. 4, 1 settembre 2026, n. 6736) e riguarda, appunto, il caso di un terreno nel Comune pugliese di Vernole cui il sindaco aveva ingiunto la rimozione e lo smaltimento “dei rifiuti abbandonati all’interno delle aree suindicate, consistenti in rifiuti di vetro, gomma e metallo derivanti da lastre di vetrocamera in frantumi, occupanti una superficie irregolare di circa mt. 10×2, altezza mt 0,5 circa…”.

L’ordinanza veniva, tuttavia, impugnata dall’interessato ma il suo appello veniva respinto dal Tar di Lecce che riteneva avesse colpa in quanto, “pur non sussistendo l’obbligo da parte del proprietario del terreno, oggetto di abbandono di rifiuti, di attivare un servizio di vigilanza a protezione del fondo per impedire l’accesso di ignoti sullo stesso, il proprietario medesimo deve impedire, o comunque, rendere difficoltoso l’accesso sull’area, attraverso recinzioni, cancelli e cartelli che prevengano e vietino l’accesso stesso, nonché deve mantenere efficienti, nel tempo, le misure di protezione e prevenzione”.

Ricorreva, allora, al Consiglio di Stato che, con la sentenza in esame, gli dava, invece, ragione, richiamando il suo orientamento prevalente in proposito, secondo cui “il proprietario di un fondo non è responsabile dell’abbandono incontrollato di rifiuti o del loro deposito sulla propria area, salvo che non sia ravvisabile un comportamento doloso o colposo dello stesso”, aggiungendo che, nel caso in esame, non era stata dimostrata a sufficienza la sua colpa tanto più che, secondo gli accertamenti, i rifiuti “erano stati oggetto di un unico abbandono avvenuto di recente da ignoti”, ribadendo che “il proprietario non ha l’obbligo di recintare il suo terreno, cosicché la mancata recinzione non può essere valorizzata quale indizio della negligenza”. E, per completezza, si deve segnalare che, in precedenza lo stesso Consiglio di Stato aveva precisato che sussiste, tuttavia, la colpa, quando si tratta di un fatto prevedibile e prevenibile, aggiungendo, tuttavia, che occorre sempre restare “nei limiti di una ragionevole esigibilità, escludendo quindi, ad esempio, un obbligo di vigilanza 24 ore su 24 per prevenire condotte illecite di terzi”.

Del resto, questo è anche l’orientamento della Cassazione secondo cui “in materia di gestione e smaltimento dei rifiuti, il proprietario del sito ove i rifiuti son stati illecitamente depositati, o a fine di abbandono o a fine di smaltimento, non risponde, per la sola ragione della sua qualifica dominicale rispetto al terreno o comunque al sito in questione, dei reati dì realizzazione e gestione di discarica non autorizzata commessi da terzi, anche nel caso in cui non si attivi per la rimozione dei rifiuti stessi, in quanto tale responsabilità sussiste solo in presenza di un obbligo giuridico di impedire l’evento lesivo, il che potrebbe verificarsi solo nell’ipotesi in cui il proprietario abbia compiuto autonomi atti di gestione o di movimentazione dei rifiuti”.

Infine, si deve osservare che la sentenza in esame è sostanzialmente conforme al parere, anche se non recentissimo, della Corte di giustizia europea, la quale ha chiarito anche essa che il principio “chi inquina paga” non giustifica l’imposizione automatica di obblighi di bonifica a carico del proprietario solo in ragione della sua titolarità sul bene, se questi non è responsabile dell’inquinamento; aggiungendo, peraltro, che il diritto dell’Unione non osta a disposizioni nazionali, come quelle italiane, le quali non addossino l’obbligo di bonifica in via principale al proprietario incolpevole e che, quando l’inquinatore non è individuabile, l’autorità pubblica non può trasferire l’obbligo di bonifica in capo al proprietario del terreno che non abbia colpa o dolo nella contaminazione.

In conclusione, quindi, si può affermare che oggi, in sostanza, vi è un generale accordo, in giurisprudenza, secondo cui il proprietario del terreno non può, solo per la sua qualifica, essere oggetto di condanne o di obblighi per illeciti commessi sul suo terreno se non vi sia nel caso concreto la prova (risultante da specifici accertamenti) di un suo contributo causale, doloso o colposo, rispetto al verificarsi dell’evento.

Resta solo da aggiungere che tanti contenziosi di questo tipo non esisterebbero se le autorità non considerassero, molto spesso, l’abbandono di rifiuti, un fatto ineluttabile e, comunque, non molto grave; ed esercitassero con scrupolo i loro doveri di sorveglianza nelle zone di loro pertinenza, svolgendo, in caso di violazione, accurate indagini per identificare i responsabili dell’abbandono, evitando così il rischio di addossare al proprietario gli oneri di ripulitura del suo terreno.

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L’università non è solo slide ed esami: dobbiamo rendere piacevole il tempo passato tra le aule

di Nicola Del Sarto*

Ci lamentiamo perché gli studenti leggono sempre meno manuali e preparano gli esami soprattutto con slide, appunti e riassunti. Un’indagine realizzata da Talents Venture per l’Associazione Italiana Editori, che ha coinvolto 463 docenti di 34 atenei, registra una preoccupazione diffusa per la preparazione degli studenti. È la percezione dei professori, non una misurazione diretta di quanto gli studenti imparino. Ma solleva una domanda importante: che università abbiamo costruito intorno a loro?

Ci lamentiamo perché gli studenti trattano l’università solo come un luogo dove sostenere esami. Eppure abbiamo progressivamente costruito un sistema che li incentiva a viverla proprio così. Se il traguardo è superare una prova, prepararsi sulle slide può essere una scelta razionale: permette di concentrarsi sugli argomenti essenziali e passare più rapidamente all’esame successivo. Non significa necessariamente imparare altrettanto. Significa rispondere a un percorso scandito da crediti da accumulare, prove da superare e tempi di laurea da rispettare.

C’è però un aspetto di cui parliamo meno: le nostre università sono luoghi nei quali è piacevole trascorrere il proprio tempo? In molte sedi gli spazi sono organizzati soprattutto intorno alle attività programmate: aule per le lezioni, corridoi per spostarsi, biblioteche spesso affollate. Non sempre ci sono ambienti accoglienti nei quali fermarsi a studiare, discutere o incontrare altre persone. Esistono naturalmente atenei e dipartimenti che hanno investito molto in questa direzione. Ma se l’università offre poche occasioni di vita condivisa al di fuori delle attività obbligatorie, è comprensibile che venga frequentata soprattutto per quelle.

Una riflessione analoga riguarda i docenti. La presenza quotidiana nei dipartimenti è condizionata da fattori organizzativi e logistici: la distanza tra casa e lavoro, gli impegni didattici e amministrativi, il tempo da dedicare alla ricerca. E non tutti i dipartimenti offrono spazi e occasioni di confronto che rendano naturale trascorrervi l’intera giornata. Non è una questione di scarso impegno individuale, ma di condizioni che possono ridurre le opportunità di vivere l’università come comunità.

Lo studente intermittente e il professore intermittente producono così un’università intermittente: un luogo che tutti attraversano, ma che sempre meno persone abitano davvero. Eppure un ateneo dovrebbe essere molto più di un posto nel quale qualcuno tiene lezioni e qualcun altro sostiene esami. Dovrebbe permettere a persone con competenze e curiosità differenti di trascorrere abbastanza tempo insieme da far nascere idee impreviste.

Uno studente che si ferma a parlare con un professore, due ricercatori che scoprono davanti a un caffè di occuparsi dello stesso problema, un seminario seguito semplicemente perché interessante: sono momenti che non assegnano crediti e difficilmente entrano negli indicatori di valutazione. Eppure fanno parte della formazione e della produzione di conoscenza. Se studenti e docenti si incontrano quasi soltanto per attività programmate, queste occasioni si rarefanno.

Per questo la qualità degli spazi non è un lusso estetico. Biblioteche luminose, cortili, giardini, caffetterie, sale comuni e luoghi nei quali studiare e lavorare insieme sono infrastrutture della conoscenza. Non servono campus da cartolina: servono ambienti che offrano buone ragioni per rimanere anche quando non c’è nulla di obbligatorio da fare. Investirvi significa investire nelle relazioni che rendono possibile imparare e fare ricerca.

La crescita delle università telematiche rende ancora più evidente la questione. Se un ateneo tradizionale viene percepito soltanto come un servizio che offre lezioni, materiali ed esami, l’online può risultare più flessibile. L’università in presenza dovrebbe valorizzare ciò che uno schermo difficilmente sostituisce: la condivisione quotidiana di spazi, esperienze e relazioni.

Torniamo allora alle slide e ai manuali. Il punto non è solo quali materiali scelgano gli studenti, ma che significato attribuiscano all’esperienza universitaria. Quando l’ateneo diventa una successione di prove da superare, cercare il modo più efficiente per farlo è comprensibile. Se desideriamo un rapporto più profondo con lo studio, dobbiamo offrire a studenti e professori qualcosa di più di un calendario di obblighi: un’università nella quale valga la pena restare.

* PhD, Assistant Professor, Università degli Studi di Firenze

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X Factor 2026, ecco i dodici concorrenti delle fase Live. Giorgia si gioca, a sorpresa, il doppio X Pass per ripescare due concorrenti scartati dai giudici

Il dado è tratto. Ieri, 15 ottobre, alle Last Call di X Factor 2026 su Sky Uno e in streaming su Now, alle Last Call è entrato in gioco il meccanismo delle tre sedie. Francesco Gabbani, Irama, Jake La Furia e Paola Iezzi hanno avuto a disposizione tre sedie da riempire liberamente con i concorrenti della propria squadra che si sono esibiti uno dopo l’altro.

Una volta occupate tutte e tre le sedute, lo studio si è colorato di rosso e sono partiti gli switch, a causa dei quali per ogni esibizione ritenuta soddisfacente qualche cantante è stato obbligato ad alzarsi e a lasciare il posto.

La diretta delle fasi Live di X Factor 2026 prenderà il via dal Teatro Repower di Assago (Milano) giovedì 22 ottobre in prima serata. Giorgia avrà a disposizione due X Pass: potrà ripescare due concorrenti eliminati, che saranno poi giudicati dal pubblico a casa, e solo uno dei due passerà.

In gara dunque ci sono dodici artisti in totale, tre per ogni squadra.

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Norimberga, 16 ottobre 1946: quando nacque il diritto internazionale

Il 16 ottobre 1946 ricorre l’anniversario delle esecuzioni di dieci criminali di guerra nazisti sancite dal tribunale militare internazionale di Norimberga composto dalle quattro potenze vincitrici del conflitto. In realtà le sentenze capitali comminate sono state 12, ma Hermann Göring (a lungo l’uomo più potente del regime dopo Hitler) si suicida in carcere il giorno prima riuscendo a procurarsi una dose di cianuro mentre Martin Bormann, al tempo ritenuto contumace, era già morto il 2 maggio 1945. I capi del nazismo giudicati in questo processo e accusati di crimini di guerra sono 24. Tre di questi sono assolti (Fritzsche, von Papen, Schacht) e uno, Gustav Krupp, non viene processato per motivi di salute.

Siamo di fronte all’esito del conflitto più distruttivo mai occorso nella storia dell’umanità le cui dinamiche profonde sembrano essersi poste al di là di ogni rappresentazione. Oltre 60 milioni di morti, circa 40 milioni sono civili, periti sotto i bombardamenti, uccisi a sangue freddo in migliaia di esecuzioni collettive, o morti per fame, fucilazione o gassazione nei campi di concentramento.

Nessun dubbio che a scatenare un conflitto così cruento sia stata la Germania nazista perseguendo strategie di annientamento razzista con l’obiettivo di creare un mondo basato sulla gerarchia delle razze con il “grande impero della nazione germanica” (Grossgermanisches Reich Deutscher Nation) a comandare.
Non è questo il solo processo che si celebra a Norimberga. Dal dicembre 1946 ad aprile del 1949 se ne tengono altri 12 che investono i medici, i giudici, gli industriali, i vertici delle SS, l’amministrazione dei campi di sterminio per un totale di 185 accusati dei quali poco meno del 20% sono assolti.

A proposito di Norimberga, si è parlato della giustizia dei vincitori sui vinti o anche di tribunalizzazione della storia. Ci sono elementi di verità in queste affermazioni: il tribunale avrebbe potuto essere composto anche da giudici di Paesi che erano rimasti neutrali e da tedeschi che si erano opposti al nazismo. Analizzando l’andamento del processo, si ravvisa però uno sforzo di equanimità: il procuratore statunitense Robert Jackson fonda le accuse principalmente sui documenti lasciati dai nazisti contenendo il numero delle testimonianze. Quanto alla tribunalizzazione della storia, la categoria non considera che gli storici hanno saputo sottoporre a critica i limiti di quel processo, fra gli altri il mancato riconoscimento del genocidio dei sinti e dei rom o l’accusa strumentale rivolta dai sovietici ai nazisti di avere compiuto l’eccidio di Katyn (4.343 ufficiali polacchi fucilati), un crimine compiuto invece dai sovietici anche se il tribunale riconobbe l’estraneità del reato agli accusati.

Dalla metà dell’Ottocento è iniziato il lento e faticoso cammino del diritto internazionale, dapprima cercando di contenere i conflitti entro pratiche lecite: non uccidere chi si arrende, non usare armi avvelenate, non saccheggiare, non violare gli ospedali (Convenzione di Ginevra del 1864, Convenzioni dell’Aja del 1899 e del 1907). Sempre nel 1899 – ed è tuttora vigente – nasce la Corte permanente di arbitrato (non un’idea nuova nel corso dei secoli) per risolvere le controversie fra gli Stati membri.

Già nel 1941 il premier britannico Wiston Churchill dichiarò che la punizione dei crimini commessi negli Stati occupati dalla Germania nazista doveva essere uno degli scopi principali della guerra. Da qui in avanti le potenze alleate cominciano a delineare i criteri con i quali avrebbe operato la corte internazionale sancendo innanzitutto la punibilità dei crimini per chi li ha ordinati e per chi li ha eseguiti. L’obbedienza a un ordine non è un discrimine, un criterio riconosciuto due mesi dopo dall’Onu.

L’ambito normativo è definito dall’accordo di Londra fra le quattro potenze vincitrici, firmato l’8 agosto 1945, che istituisce il Tribunale militare internazionale chiamato a giudicare i nazisti per crimini contro la pace, crimini di guerra (ovvero la violazione delle norme indicate dalle Convenzioni dell’Aja), crimini contro l’umanità (deportazione, riduzione in schiavitù, sterminio). Vengono così definiti reati che dovranno essere sempre puniti dalla comunità internazionale. Con Norimberga si creano i presupposti per la dichiarazione universale dei Diritti Umani da parte dell’Onu (10 dicembre 1948) e della nuova Convenzione di Ginevra del 1949, sottoscritta da 196 Stati che aggiorna le precedenti convenzioni di guerra e si pone quale base di un diritto internazionale che deve prevalere sulle norme giuridiche nazionali.

La guerra fredda ha prodotto un allentamento da questi principi: non ci sono stati forse crimini di guerra degli Stati Uniti nel Vietnam e dell’Urss in Afghanistan? Proprio Stati Uniti e Unione Sovietica (oggi Russia) che con Norimberga avevano aperto una strada diversa, si sono presto allontanati dagli originali propositi esercitando una volontà di potenza che li ha resi i maggiori negatori del diritto internazionale.

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“Sensi del Pd vuole più armi per Ucraina con un governo di centrosinistra? Gliele porti lui personalmente”. La risposta di Silvestri (M5S) alle parole del senatore dem

“Con governo progressista invieremo armi per davvero”. “A patto che gliele porti lui personalmente, se le carica e gliele porta”. Alle parole del senatore del partito Democratico, Filippo Sensi, sull’invio di armi con un governo di centrosinistra, “Conte vuole discontinuità sull’Ucraina? Sono d’accordo: con il governo progressista invieremo armi per davvero”, replica Francesco Silvestri del Movimento 5 Stelle.

“C’è già un governo che invia armi, può unirsi a loro se vuole, non c’è nessun problema, io credo invece che un governo progressista debba fare l’esatto contrario di quello che ha fatto la meloni, Salvini e Tajani fino a questo momento – ovvero – smettere di inviare armi per aiutare gli ex colleghi di Crosetto e invece credo che dobbiamo aiutare quella parte di Europa che vuole dialogare con Putin per cessare una guerra che sta massacrando le nostre economie. Se lui (Sensi, ndr) si diverte tanto ad inviare armi lo può fare in forma personale o può aiutare questo governo a farlo. E’ legittimo”.

Con il Partito Democratico continueranno le differenze sul come sostenere l’Ucraina, se sotenererla anche militarmente? “O come danneggiare l’Ucraina – ribatte Silvestri – perché per me non è un diverso modi di aiutare l’Ucraina. Dopo quattro anni se continui a mandare armi e non gli dai sostegno stia peggiorando quelle che sono le condizioni degli ucraini e che gli ucraini stessi vogliono cambiare”.

“Parliamo di cose serie, noi siamo felicissimi come 5 Stelle di aver fatto un lavoro diplomatico importante all’interno della coalizione di centrosinistra per essere arrivata ad una mozione (quella sul Documento Programmatico di Finanza Pubblica, ndr) che dice basta riarmo, come coalizione, quindi Pd, riformisti, non riformisti, tutte le correnti del mondo e anche Italia Viva, sul no al 5% del Pil in spese militari, siamo contenti. Ma io – prosegue l’ex capogruppo dei deputati pentastellati – se riuscissi a portare su questa nostra posizione anche la Meloni sarei contento. Qui non faccio differenze Renzi, Meloni, Salvini. Se io riesco a portare tutte le forze politiche a dire il patto che ha firmato la Meloni del 5% è una boiata e ci massacrerà, non lo facciamo e no alle spese del riarmo, se il 5 Stelle è riuscito a farlo con la coalizione progressista, se riuscisse a farlo in tutto il Parlamento probabilmente sarebbe probabilmente il più grande atto della storia del Movimento perché stiamo andando verso un muro economico e sociale e stiamo anche accelerando”.

Il tema Ucraina è la spia che bisogna accelerare sul programma condiviso all’interno della coalizione progressista? “No. Il danno vero di questa storia dell’Ucraina sta facendo sembrare che 5 Stelle, Pd e Avs non abbiano un programma condiviso. Visto che c’è un problema, una divisione sembra che noi non abbiamo niente in comune, questo è il più grande danno. In realtà non è così. Noi abbiamo lavorato in questi quattro anni in maniera forte insieme, abbiamo trovate tante soluzioni sulla casa, sul diritto all’abitare, sul salario minimo e trovato anche tante altre soluzioni che vorremmo mettere in pratica, c’è questa decisione, è vero che è abbastanza netta”.

Come risolverla? “Con le primarie. Se c’è una divisione, visto che l’asse progressista non è solo dei suoi segretari, ma è anche degli elettori e se gli elettori possono darci un’indicazione, magari anche contro quello che dice il Movimento 5 Stelle ma perché non sfruttare la democrazia anche per capire l’indirizzo politico, cioè perché limitarsi a considerare la democrazia un esercizio che elegge un capo piuttosto che un altro, molte volte – conclude Silvestri – la democrazia può essere uno strumento per capire in che direzione andare. Quindi credo che le primarie saranno un buono strumento per questo”.

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“Conte vuole discontinuità sull’Ucraina? Sono d’accordo, con il governo progressista invieremo armi per davvero”. Così il senatore Pd Filippo Sensi

“Ha ragione Giuseppe Conte a volere discontinuità sull’Ucraina. Siccome l’attuale governo non dà armi da più di un anno, come ha detto peraltro in una trasmissione televisiva, vantandosene, Claudio Borghi, quindi certo che c’è bisogno di una discontinuità e un governo di centrosinistra che voglia dirsi tale, che non è il governo della Le Pen, di Vannacci e di tutti quelli che hanno posizioni filorusse, dovrà dare le armi all’Ucraina”. A parlare così è il senatore del Partito Democratico Filippo Sensi.

Dichiarazione che allontana Pd e Movimento 5 Stelle? “Non c’è alcuna divisione. Le armi all’Ucraina continueranno ad essere date. Uno può dire tutto quello che vuole, opinioni tutte rispettabili, quindi Conte può dire quello che gli pare sulle armi all’Ucraina, sicuramente le armi all’Ucraina continueranno ad essere date”.

Sensi è uno dei parlamentari dem che ieri mentre Meloni parlava di Ucraina ha applaudito il presidente del Consiglio. “Ho applaudito le sue parole, non trovo condivisibile che alle parole non seguano i fatti. I decreti armi e di sostegno all’Ucraina ancora latitano. Oggi ho sentito Tajani dire ‘presto il decreto armi’, presto siamo ad ottobre, questo vuol dire che da inizio anno non abbiamo dato nulla se non dei generatori, importanti, ma con i generatori non ci si protegge dalle bombe e dai missili che sparano i russi – e conclude – io dico che il partito Democratico è stato e starà sempre per il sostegno all’Ucraina, sostegno politico, civile, economico e militare”.

Ma le divisioni sul come sostenere l’Ucraina ci sono anche all’interno della maggioranza e del governo guidato da Giorgia Meloni. Proprio ieri mentre il presidente del Consiglio, in Parlamento, ribadiva il sostegno all’Ucraina; il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini affermava che non si può continuare ad inviare miliardi all’infinito e che serve una svolta diplomatica. Segnale di queste diverse vedute all’interno dei partiti di maggioranza è il decreto armi che, annunciato per lo scorso luglio, ad oggi, ancora non è stato varato. Il Ministro della Difesa Guido Crosetto, alle domande dei cronisti, uscendo da Palazzo Madama affida un laconico: “lo vedrete quando arriverà”.

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Duplice omicidio nel Modenese: coppia di anziani trovata decapitata in casa

Duplice omicidio a Mirandola, centro di 25mila abitanti in provincia di Modena, dove due anziani coniugi italiani sono stati trovati decapitati all’interno della loro abitazione, un casolare di campagna. Il marito aveva ottant’anni, la moglie settanta. Non è noto chi abbia contattato le forze dell’ordine avvertendo della presenza dei due cadaveri.

Le indagini sono affidate alla Polizia e coordinate dalla Procura di Modena. Sul posto il dirigente della Squadra mobile Mario Paternoster e il pm di turno, il sostituto procuratore Marco Niccolini, oltre alla Scientifica per i rilievi,. L’unico dettaglio trapelato è che il figlio della coppia è stato sentito dagli investigatori: a quanto si apprende, le prime indagini sono orientate in ambito familiare.

“Questa è una tragedia che sta scuotendo nel profondo la nostra comunità, soprattutto per la dinamica. Poco fa ho parlato con il Questore e resto in attesa di aggiornamenti”, è l’unico commento rilasciato all’agenzia AdnKronos dalla sindaca di Mirandola, Letizia Budri.

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L’aumento di spese e bollette spinge la povertà alimentare: “Quattro milioni di italiani sopra la soglia hanno ridotto la spesa per prodotti da mettere in tavola”

Si spende di più, ma nel carrello della spesa finisce meno cibo. E di minor qualità. Un paradosso nella patria del made in Italy e di quel cibo che sempre più spesso gli italiani non possono permettersi. A pagare di più le conseguenze del caro vita e delle rinunce delle famiglie sono soprattutto i più giovani, bambini e ragazzi. I dati dell’Istat sulla spesa alimentare pubblicati nei giorni scorsi, contribuiscono a delineare la situazione in Italia, dove oltre 2,1 milioni di famiglie sono in condizione di povertà assoluta, per un totale di 5,4 milioni di persone. In occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione, ActionAid pubblica però un report sulla povertà alimentare in Italia che esamina le difficoltà legate all’acquisto di cibo, le forme più gravi di insicurezza alimentare e la spesa delle famiglie. La povertà alimentare, in Italia, continua a crescere: nel 2024 ha riguardato il 12,7% della popolazione, oltre 6,4 milioni di persone. Il fenomeno riguarda sempre più persone sopra la soglia di povertà: nel 2024 sono 4,2 milioni, il doppio di quelle classificate a rischio. L’aumento delle spese essenziali, dagli affitti alle bollette influenza le scelte delle famiglie: quando una parte maggiore del bilancio serve a coprire questi costi, resta meno margine per il cibo. “Il paradosso è evidente: mentre l’Italia si interroga sul calo delle nascite, crescere dei figli e diventare adulti è sempre più difficile” commenta Roberto Sensi, responsabile del programma povertà alimentare ActionAid Italia. Nell’analisi, ActionAid fa riferimento ai dati Istat ma, per raccontare la complessità del problema, si prendono in considerazione l’indice Dams sulle difficoltà materiali e sociali legate al cibo, la scala Fies della Fao e l’indice di Povertà alimentare relativa. Perché la povertà alimentare è un fenomeno multidimensionale: riguarda quantità e qualità del cibo, ma anche l’esperienza di accesso e di consumo, la possibilità di scegliere cosa mangiare, di condividere i pasti e di vivere l’alimentazione nelle sue dimensioni psicologiche ed emotive.

Un terzo delle famiglie limita la spesa alimentare che, però, costa di più

Come rilevato dall’Istat, nel 2025 sono cresciute le spese delle famiglie per l’acquisto di prodotti alimentari e bevande analcoliche, che passano da 533 a 552 euro mensili. Si tratta del 3,6 per cento in più, dovuto anche all’effetto dell’aumento dei prezzi (+3% la variazione su base annua dell’Indice dei prezzi al consumo armonizzato e che era stata +2,5% nel 2024). La quota di spesa totale destinata a questi prodotti sale dal 19,3% al 19,8%: crescono significativamente le spese destinate a caffè (+14,6%), acqua (+8,3%), pesce (+7,8%), oli e grassi (+6,7%), tè e infusi (+6,7%), carne (+5,4%), latte, altri prodotti lattiero-caseari e uova (+4,2%). Eppure, il 29,4% delle famiglie italiane dichiara di aver limitato la spesa per il cibo nel 2025, riducendo quantità o qualità dei prodotti acquistati. La quota è sì in calo rispetto al 31,1% del 2024 (lo è anche quella per le bevande, che passa dal 35,3% al 33,8%), ma l’inflazione ha remato contro. Sintesi perfetta quella di Assoutenti: “Il carrello della spesa degli italiani è sempre più vuoto, ma sempre più costoso”.

La quota di spesa per il cibo è maggiore al Sud (ma aumenta più al Nord)

Rispetto al Centro-Nord, la spesa delle famiglie residenti nel Sud e nelle Isole, che generalmente hanno minori disponibilità economiche, si concentra maggiormente su beni e servizi destinati al soddisfacimento dei bisogni primari, come i beni alimentari. La quota di spesa totale destinata a prodotti alimentari e bevande analcoliche, che in media nazionale si attesta al 19,8%, nel Sud raggiunge il 25,4% (24,1% nelle Isole), mentre nel Nord-ovest si ferma al 17,7%. Eppure, rispetto al 2024, è nel Centro e nel Nord-est che aumenta significativamente la spesa per prodotti alimentari e bevande analcoliche (rispettivamente del 5,9% e del 4,9%), mentre nel Sud quella cresce soprattutto quella per abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili (+3,6%).

La deprivazione alimentare riguarda oltre 6,4 milioni di persone

A partire da due domande dell’indagine europea EU-SILC sulle condizioni di vita e sul reddito, ActionAid ha elaborato il Dams, l’indice di Deprivazione Alimentare Materiale e/o Sociale, che considera la possibilità economica di permettersi un pasto con carne, pollo o pesce, o un equivalente vegetariano, almeno una volta ogni due giorni, e quella di incontrarsi con amici o familiari per mangiare o bere qualcosa almeno una volta al mese. Negli anni segnati dalla pandemia, dall’inflazione e dai conflitti internazionali, il Dams è passato dal 14,1% nel 2019 al 10,5% nel 2022, per salire all’11,8% nel 2023 e al 12,7% nel 2024, anno in cui la deprivazione riguarda oltre 6,4 milioni di persone (quasi 470mila in più rispetto al 2023 e 407mila in più rispetto al 2021). Nel 2025, l’incidenza è del 9,3% per la deprivazione materiale e del 5,9% per quella sociale. Frutto dell’aumento dei prezzi e del rientro delle misure straordinarie, ma è anche il segno che “l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità incide su una quota più ampia di famiglie, non soltanto su quelle già in condizioni di vulnerabilità socioeconomica”. Essere sopra la soglia di rischio di povertà, dunque, non mette al riparo. Le persone in condizione di deprivazione ma non a rischio di povertà assoluta o relativa sono state oltre 4,2 milioni (su 6,4 milioni), quasi il doppio delle persone a rischio povertà(2,2 milioni). In questo gruppo l’incidenza è aumentata dell’1,6 per cento rispetto al 2023 (67.726 persone in più). Tra le persone a rischio di povertà, invece, la deprivazione è diminuita (dal 26,1% al 23,9%). “L’aumento dei prezzi di cibo, casa ed energia riduce le risorse disponibili anche per le famiglie sopra la soglia. Per quelle in condizioni economiche più fragili – spiega ActionAid – le misure straordinarie introdotte durante la pandemia hanno contribuito a contenere la deprivazione”. Significativa anche l’analisi geografica. Nel 2024, infatti, la deprivazione alimentare è cresciuta anche in diverse regioni del Nord, mentre il Sud e le Isole restano l’area con l’incidenza più alta e la Calabria registra il valore regionale massimo. Nel Nord l’incidenza è passata dal 7,6% all’11,2% (da 1,7 milioni a 2,6 milioni di persone). In Lombardia da 714mila a 1,2 milioni di persone. In Friuli-Venezia Giulia, da oltre 65mila a 213mila. In Veneto, la quota sale dal 9,5% al 13,5% e le persone coinvolte da 396mila a quasi 566mila (+169.824).

Sempre più rinunce per i giovani

Gli impatti della povertà alimentare si riscontrano sempre di più sui giovani. Nel 2024, circa 430mila bambini e ragazzi sotto i 16 anni risultano in condizione di deprivazione alimentare materiale o sociale, o entrambe. L’aumento riguarda specialmente i bambini e le bambine dai 6 agli 11 anni. In questa fascia, la deprivazione materiale è passata dal 2% del 2021 al 2,8% del 2024 mentre quella sociale, che comprende anche la possibilità di invitare amici a casa per giocare o mangiare insieme, è salita dal 3,8% al 6,8%. Si parla di circa 220mila bambini, quasi 90mila in più rispetto a tre anni prima. La rinuncia non riguarda solamente il cibo ma, quindi, occasioni di relazione importanti per la crescita. La deprivazione alimentare resta più alta tra i gruppi economicamente vulnerabili, ma aumenta anche in diverse fasce finora considerate più protette: tra gli occupati, i diplomati e i laureati, alcune famiglie e i proprietari di casa. I dati indicano quindi un’estensione della vulnerabilità, non la sostituzione dei gruppi più esposti. Il titolo di studio protegge sempre meno. La deprivazione è più alta tra le famiglie numerose, ma cresce anche tra single e genitori soli

La casa assorbe il bilancio e il cibo diventa la voce da ridurre

La povertà alimentare relativa emerge come il risultato di una tensione persistente tra le risorse familiari e le spese essenziali, soprattutto quelle abitative. La deprivazione alimentare è più alta tra gli affittuari: raggiunge il 22,6% tra chi ha un affitto agevolato, pur diminuendo di 2,3 punti, e il 20,9% tra chi paga un affitto a prezzo di mercato. Tra i proprietari, sale dall’8,9% al 10,8% (+1,9 punti), mentre diminuisce tra i proprietari con mutuo, dal 12,3% all’8,6%. Aumenta anche tra chi vive in un’abitazione a titolo gratuito, dal 16,6% al 17,3%. Poi ci sono le spese. Nel 2024, infatti, l’abitazione assorbe il 54% della spesa delle famiglie in povertà alimentare relativa, contro il 38,8% delle altre. E questo ha un peso. A causa delle spese abitative, spesso difficili da ridurre nel breve periodo, rimane infatti meno spazio nel bilancio per le altre necessità. La quota destinata all’alimentazione, di conseguenza, è molto più bassa tra le famiglie in povertà alimentare relativa: l’11,3%, contro il 22,8% delle altre. “Questa differenza non significa necessariamente che consumino meno cibo. La spesa alimentare – spiega il rapporto – può essere ridotta più facilmente di quella per la casa, per esempio acquistando prodotti meno costosi e rinunciando alla qualità”.

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“Mio padre Gillo Pontecorvo: il tennis, Sartre e ‘La battaglia di Algeri’ come destino dell’uomo”

È uno dei più grandi film italiani di sempre e compie sessant’anni. L’8 settembre del 1966 usciva nelle sale italiane La battaglia di Algeri, il film di Gillo Pontecorvo che pochi giorni dopo avrebbe vinto il Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia. Un trattato politico e cinematografico, in uno stile per certi versi semi-documentaristico, in bianco e nero, quasi tutto girato nella Qasba della città, la zona più antica, fatta di vicoli stretti. La vicenda inizia nel1957, quando i militari francesi del colonnello Mathieu entrano nell’appartamento dove si nasconde il rivoluzionario Ali La Pointe (interpretato da Brahim Haggiag un attore non professionista come quasi tutto il cast), un contadino analfabeta diventato eroe del Fronte di liberazione nazionale algerino (Fln), iniziata nel 1954. Il contesto in cui nacque – la centralità dell’Algeria nella lotta anti coloniale, nell’Italia di Enrico Mattei che supportava l’Fln, e del Pci che, al contrario del partiti socialisti europei, sosteneva i movimenti di liberazione, allora come ora bollati come “terroristi” – lo stile, le musiche, la tensione che pervade tutta la storia, lo rendono tutt’ora uno dei punti più alti, e forse ineguagliati, raggiunti dalla cinematografia italiana. “Un film a suo modo leggendario, con una forza dirompente”, racconta suo figlio Simone, 51 anni, il più giovane dei tre figli di Gillo, di cui cura l’archivio. Venerdì 16 ottobre al Teatro Olimpico di Roma verrà proiettatala la versione restaurata in 4k del film.

Chi era tuo padre Gillo?
Un uomo di grandi passioni, dal tennis alla pesca, che amava la libertà, con un suo modo di fare le cose, molto personale. Ha avuto una vita avventurosa e ricca di incontri. Nell’esilio antifascista a Parigi, tra il ’38 e il ’40, ha fatto amicizia con Giorgio Amendola, Celeste Negarville, Giancarlo Pajetta e molti altri, già amici di suo fratello Bruno, che stava lì dal 1936. Poi la fuga verso il Sud della Francia, con l’arrivo dei tedeschi a Parigi, e a Saint Tropez, dove viveva di pesca subacquea e delle lezioni di tennis che dava. Ma anche l’incontro con Tristan Tzara, uno dei padri del surrealismo e l’amicizia con il compositore René Leibowitz. Gillo ha fatto fatto la Resistenza in Italia, con un ruolo importante nel coordinamento del movimento giovanile unitario a Milano e Torino. Verso la fine della guerra ha avuto il comando della Brigata Sap Giovani Eugenio Curiel, ereditato dopo la morte dell’eroe al quale era intitolata. E poi l’amicizia con Berlinguer. Dopo il rientro a Parigi nel ’47, da delegato per l’Italia alla Federation Mondiale de la Jeunesse Democratique, è diventato amico anche di di Picasso, Sartre ed Eluard. La sua vita è stata una sorta di passaggio attraverso gli eventi, i mondi, le problematiche e le personalità che in fondo avevano connotato quel secolo. Questo ha reso il suo sguardo cinematografico come qualcosa di rivolto all’uomo, alle sue lotte e alla sua storia nel mondo. Uno sguardo obiettivo, ed equilibrato, che però non gli ha mai impedito di arrivare a emozionare il suo pubblico. In ogni cosa che ha fatto, la sua straordinaria personalità gli ha permesso di lasciare il segno: dalla guerra di liberazione al suo cinema fino al suo impegno in ambito di politica culturale.

Perché Gillo ha deciso di girare il film?
Dopo la candidatura all’Oscar per Kapò, tra 1961 e 1962 aveva ricevuto molte proposte, anche dall’America, e aveva vari progetti, ad esempio una sceneggiatura del suo grande amico Franco Solinas, lo sceneggiatore di quasi tutto il suo cinema. Il film aveva come sfondo la guerra d’Algeria e si doveva chiamare Parà. Pur essendo una storia totalmente diversa da La battaglia di Algeri è stato una sorta di prologo. Il protagonista era un ex-paracadutista della guerra d’Indocina che si trovava in Algeria come reporter di guerra. A Parigi lui e Solinas avevano sentito vari paracadutisti, quelle testimonianze sono poi servite per la scrittura della Battaglia di Algeri, in particolare per creare il complesso personaggio del colonnello Mathieu. Due anni dopo, nel 1964, mio padre, che per vari motivi aveva accantonato Parà, venne contattato da Salah Baazì e Saadi yacef, venuti in Italia a nome del governo algerino per cercare un regista che potesse fare un film sull’indipendenza raggiunta dal loro paese. Gli algerini cercavano uno sguardo esterno e con un certo legame con la tradizione neorealista. Proposero quindi questa impresa a Rosi, a Visconti e a mio padre. Gli altri due rifiutarono perché già impegnati, mentre lui, anche per il fatto di essersi già avvicinato al tema, disse di sì. La prima cosa che gli proposero, però, era una sceneggiatura già fatta, che a papà non piaceva: voleva ripartire da zero con Solinas, attingendo agli archivi e alle informazioni che gli algerini potevano fornirgli. Il lavoro fu complesso, fecero tre stesure, una diversa dall’altra, prima di giungere a quella definitiva.

Come è stato girare ad Algeri?
Mi ha sempre raccontato soprattutto del clima di entusiasmo per la libertà che avevano conquistato, questo slancio l’aveva già visto al momento stesso della liberazione nel 1962 quando era stato in Algeria con Solinas per Parà per documentare, ma anche proprio per vivere, i festeggiamenti della guerra vinta dagli algerini. Nel 1965, durante le riprese della Battaglia di Algeri la popolazione algerina era stata molto disponibile: oltre alle centinaia di comparse selezionate, per le scene più imponenti ha potuto anche contare su molte persone che si aggiungevano spontaneamente. Il film è stato co-prodotto dagli algerini e dagli Italiani. Dalla Casbah-film, fondata per l’occasione da Saadi Yacef, che aveva contattato mio padre nel ’64, mentre la produzione italiana era affidata alla Igor film, fondata anch’essa per l’occasione da mio padre e da Antonio Musu. Yacef era stato uno dei capi del Fronte di liberazione nazionale algerino (Fln) e con mio padre parlavano una lingua comune: sapevano bene entrambi cosa fosse una guerra di liberazione perché l’avevano vissuta sulla loro pelle. Gillo trovava interessante anche la sua espressività e infatti gli propose di recitare la parte di se stesso nel film e lui lo fece.

Com’è riuscito un film che sembra quasi un documentario, su un tema difficile, a vincere il Leone d’oro al festival di Venezia?
C’era una grande tensione con la Francia, dove poi il film fu vietato fino al ’71. La delegazione di critici francesi aveva disertato la proiezione, era qualcosa che ancora bruciava sulla carne viva nazionale. Credo però che la giuria presieduta da Giorgio Bassani non potesse ignorare la capacità del film di dominare una materia così attuale e scottante senza per questo rinunciare alla forza dirompente che il film ha.

La Battaglia di Algeri ha influenzato profondamente il cinema, viene studiato ancora nelle scuole di regia.
La quantità di citazioni che ha ricevuto è incredibile. L’ultima è in Una battaglia dopo l’altra, con DiCaprio, ma prima il film era già stato citato da Tarantino in Bastardi senza gloria. Cuarón ne parlava come del film che aveva ispirato lo stile de I figli degli uomini. Sono tanti i tegisti che non hanno fatto mistero di ammirarlo, ad esempio Soderbergh. Negli Anni 70 lo studiavano nei campus universitari. Le nuove ondate di giovani cineasti americani ed europei, da Spielberg a Terrence Malick, a Roland Joffé, lo consideravano un esempio da seguire. In quegli anni era stato anche preso a modello da organizzazioni di lotta anti-sistema, come le Black Panthers, ma la lettura e l’analisi in chiave politica del film si sono estese anche in senso opposto. L’hanno proiettato più volte a West Point, ma anche al Pentagono nel 2003 nel contesto della seconda guerra all’Iraq.

Perché, a distanza di sessant’anni, è impossibile trovare un film simile?
Per la sua maniera di raccontare innovativa, che ti porta a seguire e ad entrare nello sviluppo delle storie dei personaggi principali, intrecciando quest’azione in quella di molti altri personaggi, ma non solo. Ti porta negli avvenimenti usando, insieme ai linguaggi più tradizionali come quello del flashback, ad esempio per Alì la Pointe, anche quello proprio del racconto cronachistico, come la serie di comunicati dell’Fln. Il tutto con incredibile fluidità e realismo. L’altro aspetto è il lavoro intenso sul ritmo, che ti fa sentire il polso di un fenomeno così complesso come una rivoluzione. Una parte fondamentale del film è la forza delle scene delle manifestazioni di massa che portano al finale, scene più volte paragonate alla Corazzata Potemkin, perfino dal Pauline Kael del New Yorker.

Il film ha quasi solo attori non professionisti. Chi è il vero protagonista?
In realtà è un personaggio corale. Si sente che mio padre e il suo sceneggiatore sono per la liberazione del popolo algerino, ma questa dimensione tiene conto anche dell’altra parte, in questo caso dando voce soprattutto al personaggio del Colonnello Mathieu. Gillo e Solinas hanno molto studiato sulla sua figura, cercando delinearlo come un uomo intelligente ed esperto di tattica militare, non un semplice sadico o il classico cattivo ma un uomo che era li per la sua nazione e che doveva fare tutto il possibile per la sua missione: far rimanere la Francia in Algeria. Proprio il fatto di distogliere l’attenzione da una figura stereotipata di antagonista, secondo loro, avrebbe aiutato il pubblico a concentrarsi sul vero mandante della vicenda, che è il colonialismo. Essendo il cinema di mio padre centrato sull’uomo e sulla sua lotta per uscire dalle situazioni che rendono più dura la sua condizione, credo che quest’ultimo atto della decolonizzazione rientri pienamente nei suoi obiettivi.

La lotta dell’Fln già all’epoca venne etichettata come “terrorismo”, ma poi è passata alla storia come uno dei più importanti movimenti di liberazione nazionale, supportato dagli intellettuali più importanti del ‘900 da Fanon a Sartre. Le vicende in Palestina oggi sollevano gli stessi temi, come la violenza, che nel film emerge emerge in tutto il sua ferocia. Qual è la lezione, per così dire politica, che rende questo film attuale?

Risiede in una cosa che mio padre disse in un’intervista a Lietta Tornabuoni: il fatto che il film fosse un atto di accusa contro il colonialismo, la violenza e la guerra e che in tutto ciò il suo personale atteggiamento fosse quello della pietà umana. Il film è un serrato racconto dell’inarrestabilità di certi processi storici, come quello dell’autodeterminazione dei popoli, che lui infatti accostava al processo dei fiumi carsici che, pur nascondendosi più volte, finiscono sempre per arrivare al mare. M voleva anche raccontare quante perdite e quanto dolore da entrambe le parti ci fossero stati in questa vicenda storica. Lo si capisce dalla musica di mestizia e dolore che aveva fatto mettere a Ennio Morricone nelle scene con i morti e i feriti dalle bombe. La musica era la stessa sia dopo le bombe messe dai francesi che dopo quelle messe dagli algerini. Questo riesce a farti alzare lo sguardo per considerare le ragioni e le sofferenze dell’altra parte. E’ chiaro, e lo si intuisce, che gli autori siano per la fine dei 130 anni di dominazione francese in Algerino ma non fa sconti. Alla vigilia della presentazione a Venezia, Saady Yacef aveva mandato un telegramma a papà in cui chiedeva di tagliare l’inquadratura del bambino francese che mangiava il gelato appena prima che scoppiasse la bomba algerina nella caffetteria. Lui non aveva nessuna intenzione di tagliarla, rientrava pienamente nella logica di quello sguardo che ogni tanto riesce ad innalzarsi anche oltre il personale punto di vista degli autori e va in prospettiva. In questo senso è indicativa la scena delle torture: nostro padre non voleva rappresentarle in maniera cruda e violenta, per questo gli ha dato un senso di pietà con una musica struggente che Morricone gli ha scritto, vagamente ispirata allo stile di Bach. Le immagini sono quasi tutte nella penombra, certamente realistiche ma anche filtrate, stilizzate. Una donna che guarda a quanto accade davanti ai suoi occhi, muove le pupille da una parte all’altra, non sa più dove guardare. Un’altra cosa che prende una prospettiva differente, pur rimanendo nel vestito del realismo che pervade tutto il film, è il finale, traslato come un balletto: quello della storia che si ripete.

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Chi è Alphadjo Cisse, il più giovane italiano a segnare una tripletta in Europa. Amorim disse di lui: “È già maturo”

Ad agosto Alphadjo Cisse aveva conquistato il Milan di Ruben Amorim con il gol all’esordio da titolare contro il Torino. Oggi, 15 ottobre 2026, si è preso anche la scena europea con una tripletta contro il Salisburgo. Il più giovane italiano di sempre a farlo in una competizione europea. A Salisburgo arriva la consacrazione europea di Alphadjo Cisse. Il diciannovenne del Milan firma una tripletta contro gli austriaci e si prende una serata da protagonista assoluto, confermando le impressioni lasciate nei primi mesi in rossonero. E se ad agosto Amorim aveva raccontato di essere rimasto stregato dalle sue qualità, adesso il campo sta dando ragione all’allenatore portoghese.

Prima un colpo di testa che non lascia scampo al portiere del Salisburgo. Poi due gol da bomber vero, da rapace d’area di rigore su assist di Bartesaghi prima e di Rabiot poi. Per capire però quanto sia cambiato il percorso di Cisse negli ultimi mesi bisogna tornare all’estate. Il Milan lo aveva acquistato dall’Hellas Verona nel febbraio 2026, lasciandolo in prestito al Catanzaro fino al termine della stagione. In Calabria il trequartista aveva mostrato le proprie qualità, collezionando sei reti in 22 presenze, prima che un infortunio agli adduttori lo costringesse a fermarsi per diversi mesi.

Il rientro in rossonero ha rappresentato una nuova occasione. Durante il precampionato Cisse ha conquistato progressivamente la fiducia di Amorim, che non ha mai nascosto la propria ammirazione per il ragazzo. “Adoro Cisse“, aveva dichiarato il tecnico portoghese, lasciando intendere quanto credesse nelle sue potenzialità. “Di Cisse ho notato alcuni dettagli a Milanello. È molto furbo e sta perdendo peso, dopo esser stato fuori per qualche mese. È orgoglioso di essere tornato e sono felice per lui. Già nel primo tempo ha fatto molto bene, dimostrando di essere quasi il più maturo dei giocatori in campo”, aveva dichiarato dopo l’esordio con gol contro il Torino.

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Milano, studentessa tedesca violentata da due uomini: è ricoverata alla Clinica Mangiagalli

Si è fidata di un giovane che aveva conosciuto durante una normale serata in un locale, e lui l’ha attirata in trappola. Così una studentessa Erasmus, una 21enne tedesca, è stata aggredita e violentata la scorsa notte a Milano da due persone. Una terribile vicenda che si è consumata a notte fonda in via Giacosa, nel cuore del quartiere multietnico di Milano. La notizia è emersa solo in serata, mentre la giovane è ancora ricoverata alla Clinica Mangiagalli, specializzata in questo genere di reati. Sul caso indagano i Carabinieri, che stanno cercando di ricostruire la vicenda, ancora in parte da chiarire dato che lei non parla italiano e non è stata ancora sentita per motivi sanitari. Secondo quanto appreso, sembra che la ragazza avesse conosciuto un giovane in un locale, non si sa se nella zona di via Padova o altrove, con il quale poi, a fine serata, si sarebbe incamminata, finendo in una zona appartata, forse al limitare del Parco Trotter.

È qui che si sarebbe aggiunto un secondo giovane, d’accordo con il primo. I due l’hanno aggredita e violentata. Alla fine è stata lei a chiedere aiuto a due ragazzi di passaggio, un ragazzo e una ragazza italiani, a Milano per turismo, che stavano rientrando in albergo, che l’hanno soccorsa e hanno dato l’allarme. Il 118, giunto sul posto, l’ha trasportata all’ospedale Policlinico in codice giallo per alcune contusioni ed ecchimosi, e poi alla clinica Mangiagalli. Al momento non è chiaro cosa abbiano visto prima i due, dato che i Carabinieri parlano di assenza di testimonianze mentre indiscrezioni riferiscono di altre persone notate sul posto.

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