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Dopo la mia esperienza a Mosca negli anni Novanta, capisco la popolarità di Putin: c’entrano dignità e ricchezza

di Gerardo Ongaro

Quando ero studente universitario a Mosca, negli anni Novanta, imperava la copia Yeltsin-Gaidar. Yiltsin il presidente, Gaidar membro del governo, artefice della Shock Therapy (Terapia d’Urto), pensata per introdurre il sistema liberal capitalista radicale in un baleno, per renderlo irreversibile.

Fu un periodo disastroso per la società, fomentato e appoggiato dagli apparati di potere occidentali che a oriente vedevano sconfinate praterie per i loro pascoli lucrativi. La minoranza che si trovava nelle posizioni migliori si accaparrava tutte le risorse, formando una élite di oligarchi, in effetti padroni assoluti delle sorti del paese, assieme alla mafia comparsa sulle ceneri del regime precedente. Era una specie di selvaggio “Far West”.

La popolazione sprofondò nella miseria, visibile per le vie della città. File di giovani e vecchi che vendevano oggetti appartenuti alla famiglia nei secoli, per guadagnare pochi rubli per tirare avanti, mentre nella via accanto scendeva dalla limousine la giovane stella nascente per inaugurare una lussuosa boutique. Il contrasto era devastante.

новые русские (i nuovi russi), era la frase che la gente comune mormorava tra i denti; come dire “Si stava meglio quando si stava peggio, quando i dirigenti del partito comunista se la passavano bene, ma noi del popolo avevamo almeno il necessario”. Il primo impatto nella storia della Russia con la democrazia occidentale coincise con il sistema del liberismo rapace. Produsse una miseria simile a quella prodotta dallo Zar di vecchia memoria, che aveva causato la rivoluzione bolscevica.

La gente per le strade moscovite mi diceva che, alle loro lamentele, l’élite sovietica gli aveva sempre risposto che il socialismo era ancora in via di costruzione. Adesso, la stessa gente mi raccontava che non avrebbe mai creduto che l’alternativa fosse tanto catastrofica, che fosse questo il tanto decantato regime democratico. La reazione fu l’avvento di Putin, ancora popolarissimo dopo tanti anni di potere. Si potrebbe dire che Putin fu una creazione occidentale, sorto dal fallimento di instaurare un regime alle nostre élite economiche subalterno.

La stessa reazione che vediamo adesso in occidente per le stesse ragioni, l’arricchimento di pochi a spese dei più, con il conseguente emergere di figure estremiste di destra, che in realtà vogliono un sistema ancora peggiore dell’attuale, a favore dei poteri economici e finanziari.

Ci piaccia o no, Putin ridiede dignità al popolo russo. Ciò che esso vede è il suo potere sugli oligarchi, mentre con Yeltsin erano loro a governare il paese. L’espansione della Nato verso i confini russi non ha fatto altro che aumentare la sua popolarità. Hanno memoria vivida delle ripetute, devastanti invasioni occidentali, ultima delle quali costò la morte di venti milioni di persone, più della metà civili.

Le sanzioni rinvigoriscono il senso di assedio, richiamandone altri di triste memoria: Leningrado, Stalingrado… Pochi sanno quanto il popolo russo sia avvezzo alla sofferenza. Esiste in russo un modo di dire rivelatore della loro cultura. È un accostamento della bellezza alla sofferenza. Si suole dire: “Che bella che è. Soffre molto”.

La sete di conquista legata alla volontà di requisire risorse per pochi acceca le menti di chi ci governa. Pochi inascoltati capiscono che la concentrazione della ricchezza è la piaga distorsiva della storia dell’umanità, causa di conflitti, di miseria diffusa, di devastazione del clima, di perdita di diritti umani; che la redistribuzione è, invece, la chiave per allontanarci dal baratro.

Dicono che la necessità è la madre di tutte le invenzioni. Forse si dovrà raggiungere il limite quando la maggioranza non ha più niente da perdere, e allora i cambiamenti, anziché pacifici, potrebbero essere drammaticamente sanguinosi, come la storia dovrebbe averci insegnato.

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Picierno lascia il Pd ma non si dimette da vicepresidente del parlamento Ue: un caso di (scarsa) etica politica

di Sergio Ciliegi

Che Pina Picierno fondi un movimento politico è una questione di natura politica sui cui non c’è ragione di eccepire.

Molto invece ritengo vi sia da eccepire, sotto il più rilevante profilo dell’etica politica, sul fatto che lei, diventata parlamentare europea con i voti di elettori del Pd e vicepresidente del Parlamento europeo con i voti di colleghi del Pd, abbia lasciato il Pd e i suoi elettori, per rappresentare i quali era entrata nel parlamento europeo, mantenendo tuttavia la carica che aveva ottenuto in virtù del voto degli elettori del Pd che ora ha deciso di non rappresentare più, avendo fondato un nuovo soggetto politico.

È vero che ormai, ahimè, così fan tutti/e: “lascio il partito nelle cui liste sono stato eletto/a parlamentare, nazionale o europeo, ma resto parlamentare.” Ed è anche vero che non esiste vincolo di mandato. Ma che a lasciare il partito nelle cui liste è stata eletta senza dimettersi da parlamentare sia una vicepresidente del parlamento europeo mi pare francamente troppo, per non dire indecente.

Mi auguro (senza speranza, temo) che prima o poi i partiti, tutti insieme, vogliano mettere una qualche forma di freno a questo costume, per usare un eufemismo, che ferisce gli elettori prima ancora dei partiti. Ma se le cose non cambiano si avvererà prima o poi la profezia di Saramago del Saggio sulla lucidità: andranno a votare tutti, ma voteranno tutti scheda bianca.

Ps. Non sono elettore del Pd.

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Vannacci che giustifica tutto col consenso? Anche Hitler aveva vinto le elezioni

di Massimo Santantonio

Ho assistito alla partecipazione di Roberto Vannacci al programma della Gruber. Due cose in particolare mi hanno colpito.
La prima è la sua bizzarra e pericolosa definizione di “estrema destra”. Il generale sostiene che non si possa definire come tale un partito, un gruppo, che abbia consenso ampio. Cita in proposito la tedesca AFD, accreditata dai sondaggi al 30% se non vado errato. Secondo questo ragionamento, il consenso giustifica tutto: come se Hitler non fosse andato al potere vincendo le elezioni. E giustifica il fatto che, se accompagnato dal consenso, un leader possa ispirarsi apertamente al nazismo, o da noi al fascismo, del quale Vannacci è un dichiarato sostenitore. E, in caso di successo elettorale, possa conseguentemente cercare di metterne in atto i principi, pur cambiandone un secolo dopo le forme esteriori (avete mai visto La Russa indossare la camicia nera e brandire un manganello?).

È il famoso, nefasto, concetto secondo il quale Berlusconi giustificava tutti i suoi osceni tentativi di piegare la Giustizia ai suoi interessi col fatto di avere il consenso del “popolo” e di averne la certificazione attraverso la sua elezione. Stessa cosa con Salvini, che in costume da bagno invocava “pieni poteri”.

L’altro argomento che mi ha disgustato è quello riguardante i diritti delle persone con orientamento sessuale che lui giudica “anormale”. Il generale, nell’affermare che non toglierebbe alcun diritto civile quale il voto a questi suoi connazionali – bontà sua – dimentica un fatto fondamentale. La sua dichiarata omofobia, suffragata da espressioni quali “anormali” e da battute idiote come quando disse beffardo “ma che in caso di guerra ci mandiamo quelli del Gay Pride?”, è quella che definisce l’ambiente tossico nel quale spesso si trovano queste minoranze. Ambiente in cui può prosperare impunito il bullismo a scuola, la discriminazione anche all’interno della stessa famiglia, la vergogna. Con situazioni che possono anche indurre le persone più fragili a gesti estremi.

Essere fascisti vuole anche dire perpetuare queste discriminazioni, in nome del maschio virile e guerriero.

Che pena, e che disgusto per quanti – e in Italia sappiamo essere numerosissimi – stanno entusiasticamente arruolandosi nel miserabile esercito di Vannacci.

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