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“È un momento molto bello della mia vita”: a 67 anni la prima volta di Carlo Ancelotti al Mondiale

Dice “è un enorme onore e anche una responsabilità rappresentare il Brasile”. Aggiunge: “È un momento molto bello della mia vita”. E conclude: “Faccio questo grande passo con felicità e allegria, sono ottimista”. C’è sempre una prima volta, anche a 67 anni appena compiuti e dopo un percorso leggendario come quello che ha portato Carlo Ancelotti a essere l’allenatore italiano più decorato di tutti i tempi: 30 trofei, tra i quali spiccano le 5 Champions e i campionati vinti in Italia, Francia, Inghilterra, Germania e Spagna. Al timone del Brasile, ereditato nell’estate 2025, c’è l’esordio in panchina, contro il Marocco al MetLife Stadium di East Rutherford (New Jersey, non lontano da New York), in questo mondiale controverso sparso in tre nazioni delle quali una, il Canada, è un po’ anche casa sua: spettacolare la villa che possiede dalle parti di Vancouver. Ancelotti ha una missione da compiere ed è quella che gli chiedono i 213 milioni di abitanti del quinto paese più esteso del pianeta – 8.514.877 kmq -: vincere la Hexa, la sesta coppa del mondo. Lui ci crede: nei mesi che hanno preceduto la manifestazione, ha mostrato un discreto ottimismo.

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Ancelotti è il primo ct straniero a pilotare il Brasile in un mondiale: sa benissimo che avrà i fari puntati addosso e che, alla prima caduta, si scatenerà l’inferno. Il curriculum di 31 anni di carriera in panchina, per un totale di 1.405 partite (837 vittorie, 308 pareggi, 260 sconfitte, media-successi 59,57%) nei club e 12 (7 vittorie, 2 pari e 3 ko) al timone della Seleçao, si traduce in esperienza, saggezza e capacità di affrontare i mari più tempestosi. In questo lungo cammino, Ancelotti ha “bucato” solo una tappa: la Juventus, nel biennio 1997-1999. Era giovane, commise qualche errore, ma si ritrovò anche contro un ambiente che non lo aveva mai accettato.

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Il Brasile rappresenta il coronamento di un sogno. Carlo ha allenato il Real Madrid (“il miglior club del mondo”) e ora gestisce la nazionale più vincente di sempre al mondiale. Un eventuale trionfo aggiungerebbe il suo nome a quelli di Vicente Feola (1958), Aymoré Moreira (1962), Zagallo (1970), Carlos Alberto Parreira (1994) e Scolari (2002). Il Marocco, quarto nell’edizione di Qatar 2022 e campione d’Africa dopo il successo a tavolino sul Senegal, è un test d’ingresso consistente. Carlo, che in panchina sarà affiancato dal figlio Davide, dal preparatore Francesco Mauri e dall’assistente Paul Clement, sa che non sarà facile domare i Leoni dell’Atlante.

In conferenza stampa, con la tuta della Seleçao e gli occhiali che gli danno l’aria di un professore, ha raccontato: “Il Marocco è una squadra molto ben organizzata, con qualità in tutti gli aspetti. Dobbiamo giocare una partita completa. Non possiamo dimenticare nulla, né in fase difensiva, né in fase offensiva, né in transizione. Dobbiamo essere vigili in difesa ed essere solidi sui calci piazzati che sono uno dei nostri punti di forza”.

La perdita last minute per infortunio di Wesley, sostituito dall’atalantino Ederson, ha creato qualche problema di formazione a Carletto: il romanista veniva da una grande stagione ed era una pedina strategica di questo Brasile. Vinicius, Marquinhos e Casemiro, guidati da Ancelotti nei club, sono i pilastri della squadra. Gli ultimi test, 6-2 contro Panama e 2-1 sull’Egitto, sono serviti a rodare il motore. La presenza del regista italiano Paolo Sorrentino, che sta girando un docufilm sulla storia di Ancelotti, ha dato un soffio di leggerezza a questa vigilia. Dalla leggerezza alla bellezza il passo è breve. Un premio Oscar e un gigante della panchina: già così è un film da non perdere.

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Mondiali 2026 al via, dalle stelle a Curaçao tutti i numeri della Coppa che è un inno al gigantismo e al trumpismo

L’ultimo giro di giostra per Leo Messi, Cristiano Ronaldo, Luka Modric, Edin Dzeko, Guillermo Ochoa, Manuel Neuer, quasi sicuramente Neymar e chissà Harry Kane. Il debutto di Lamine Yamal, Erling Haaland, Désiré Doué, Kerim Alajbegovic, Florian Wirtz, Nico O’Reilly. L’esordio assoluto di nazionali come Capo Verde, Curaçao, Giordania e Uzbekistan. Il ritorno di R.D. Congo e Haiti (dopo 52 anni), Iraq (40), Austria, Norvegia e Scozia (28), Turchia (24). Quarantotto squadre al via, un pieno di partite (104), una maratona di 39 giorni, tre nazioni, altrettanti fusi orari, variazioni climatiche anche di 25 gradi, prezzi esorbitanti dei biglietti – il doppio di Qatar 2022 – e un diluvio di denaro tra sponsor, televisioni, annessi e connessi. A voi il Mondiale 2026 Usa-Canada-Messico, tre paesi organizzatori, ma gli Stati Uniti di Trump a dettare legge, e qui sulla parola legge si può discutere dove portino le politiche del presidente Donald, con il silenzio che diventa assenso della Fifa di Gianni Infantino. Un avvocato, pensa te, che attraverso la Gazzetta dello Sport ci racconta la favola del miglior mondiale di sempre. Dimenticavamo: manca l’Italia, alla terza bocciatura di fila e distratta, in parte, dalle elezioni per il successore di Gabriele Gravina, con l’ex presidente del Coni Giovanni Malagò in vantaggio sullo sfidante Giancarlo Abete e il ritorno, all’orizzonte, di Roberto Mancini in panchina.

Un mondiale mai visto, inno al gigantismo, al business sfrenato e senza vergogna, un evento che vuole celebrare il trumpismo e la cultura MAGA per attutire la prevedibile botta delle elezioni midterm che, a novembre, potrebbero ammaccare l’attuale presidenza Usa. Sul piano tecnico, una manifestazione tutta da scoprire. Dice Jurgen Klismann, nell’intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport: “Sarà una Coppa del Mondo molto impegnativa, sfiancante, in cui conterà molto la testa. Conterà avere un atteggiamento positivo”. Qui Klismann si lascia poi andare a considerazioni discutibili: “Se ti presenti al torneo in modo negativo, pensando a Trump e alle cose che stanno accadendo nel mondo, non vai lontano”. Comprendiamo che l’ex centravanti tedesco vive in California da 28 anni e non vuole mettersi di traverso nei confronti del Paese che lo ospita, ma l’invito a voltarsi dall’altra parte, a non pensare, non è condivisibile. Bisogna invece guardare e riflettere, anche partecipando. Vale anche per chi, nelle tastiere, invoca il boicottaggio del mondiale.

Il lotto delle favorite è il solito. In pole position partono l’Argentina campione in carica, la Francia piena di talenti e con la voglia di vendicare la sconfitta ai rigori nella finale 2022, la Spagna portatrice forse del miglior calcio a livello di nazionali. In seconda fila, il Brasile di Carlo Ancelotti, l’Inghilterra eterna incompiuta, il Portogallo non solo di CR7, ma anche di Vitinha, Neves, Bernardo Silva e Bruno Fernandes, la Germania di Musiala. Tra le outsider, occhio alla Norvegia che non è solo Haaland, ma anche Odegaard, Sorloth, Nusa, la solita Olanda, il Marocco. Incuriosisce la Scozia di McTominay e McGinn, da seguire la Turchia di Montella e il Belgio di Doku. La Croazia è su con gli anni, ma non molla mai, il Senegal vuole vendicare il titolo africano cancellato a tavolino dopo il caos nella finale contro il Marocco.

Tra i moduli di gioco, dominano il 4-3-3 (17 nazionali) e il 4-2-3-1 (13). Distanziati, 3-4-2-1 (6), 4-4-2 (4), 4-1-4-1 (3), 4-4-1-1 (2), 3-4-3, 5-4-1 e 3-4-1-2 (1). Non pervenuto, il 3-5-2 tanto caro all’Italia: forse non è un caso se siamo ancora fuori. Sarà un torneo ad alta quota in attacco, con i migliori bomber in circolazione che lotteranno per il titolo del capocannoniere. Cristiano Ronaldo svetta dall’altro dei suoi 143 gol in nazionale e 973 in totale in carriera – 991 con le selezioni giovanili -, poi Messi a quota 117 con l’Albiceleste in 199 presenze, Harry Kane (79 con la maglia dell’Inghilterra e 442 nei club, ben 61 nell’ultima stagione con il Bayern Monaco), Mbappé (56 con la Francia e 373 tra Monaco, Psg e Real Madrid), Haaland (55 in 50 partite con la Norvegia). C’è abbondanza di centrocampisti di alta qualità, di grandi portieri (Courtois, Maignan, Neuer, Alisson, Martinez) e di ottimi esterni. C’è penuria, anche tra le big, di grandi difensori centrali: mancano talenti nel ruolo e forse non c’è cura da parte dei vivai. In linea con le direttive politiche, sarà il mondiale dell’intolleranza: nei confronti delle perdite di tempo in primis. Il Var sarà ancora più presente e occhio ai cartellini: in una maratona come questa potranno incidere. Il clima rappresenta l’incognita: prepariamoci a partite dalla durata imprecisata, con il rischio di stop prolungati in caso di fulmini in arrivo. La finale avrà l’intervallo più lungo di sempre, causa show annunciato di trenta minuti. Qualcuno, negli spogliatoi, potrà fare un sonnellino.

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