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Il mistero del concerto di Bocelli a Gemona, la Regione Friuli Venezia Giulia nega il verbale “per indagini sui reati”. Ecco come è stata scelta la società organizzatrice

C’è un foglio che in Friuli Venezia Giulia cambia natura a seconda di chi lo chiede ma può forse spiegare il mistero per cui metà dell’intero budget del cinquantennale del terremoto se n’è andata in una serata di musica. È il verbale del 16 gennaio 2026, con cui il Comitato per il cinquantennale del terremoto decise il concerto di Andrea Bocelli a Gemona: 3,1 milioni di euro affidati senza gara a Fvg Live, unica società invitata. Al capogruppo del Pd Diego Moretti, che lo aveva chiesto l’8 settembre, è stato consegnato un mese dopo con i nomi dei presenti oscurati e un richiamo al “segreto d’ufficio”: è lui, ora, a mostrare quei fogli anneriti.

Il documento mostrato in Regione ci era stato negato il 13 ottobre invocando la norma del decreto trasparenza che protegge “la conduzione di indagini sui reati e il loro perseguimento”: quale autorità, quale procedimento, la Regione non lo scrive. E il 15 ottobre in aula la giunta lo ha declassato a “mero resoconto […] quale memoria storica delle sedute”, “un atto d’ufficio interno che non necessita di approvazione”. Segreto investigativo, dato personale, memoria storica: dipende dallo sportello. Per Moretti “una risposta indecente, scritta in un burocratese che sa di presa in giro”: in aula, per definirla, ha evocato Ugo Tognazzi senza pronunciare la parola, “per rispetto di tutti noi”.

Quale indagine, però, chi dovrebbe condurla non se lo spiega. Raggiunto dal Fatto, il procuratore della Repubblica di Udine Massimo Lia non conosce “la ragione per cui la Regione abbia citato questo articolo per quanto riguarda il mio ufficio”. Una cosa sola la conferma: “Da parte della Corte dei conti hanno richiesto della documentazione, questo posso dirle” — un procedimento contabile, che quella norma non copre. E alla domanda se il suo ufficio se ne stia occupando o abbia aperto un fascicolo: “Su questo non le posso rispondere”. Il verbale, intanto, il Fatto ha potuto leggerlo e insieme ad atti, visure e catasto ricostruire l’intera filiera dell’affidamento: dai fornitori segretati all’operazione della holding di famiglia, chiusa quattordici giorni prima del decreto.

Il “mero resoconto”, intanto, smentisce l’aula tre volte: l’ordine del giorno prevede l’illustrazione dei progetti “e loro approvazione”, il testo scrive che “il Comitato approva nella seduta odierna tutti i progetti”, la chiusa è “letto, approvato, sottoscritto” — da due firme sole: il presidente del Comitato, cioè Riccardo Riccardi, assessore delegato alla Protezione civile, e il direttore della Protezione civile che verbalizza. Soprattutto, il Comitato “aderisce alla proposta trasmessa da FVG Live, società detenente l’esclusiva dell’artista”. È il 16 gennaio: la lettera con cui Bocelli concede l’esclusiva porta la data del 26 febbraio e la firma del 2 marzo, la proposta formale è del 9 marzo, la procedura — un solo invitato — dura dal 12 al 13. Sei settimane prima che l’esclusiva risulti da un atto, la Regione la dà per esistente e la mette a verbale come ragione per non fare la gara.

Nella scheda dei budget allegata, mai pubblicata, l’intero cinquantennale vale 6,23 milioni: il concerto da solo ne assorbe la metà. Accanto ai 3.133.838,40 euro compare una seconda posta mai emersa: 733 mila più Iva, 894.260 euro, per il concerto di Osoppo, la “logistica” della messa del 3 maggio e i social del cinquantennale. Più in basso: 50 mila euro all’Associazione dei consiglieri regionali per un volume sul racconto del “Modello Friuli” — gli eletti che si finanziano il libro sulle proprie scelte con i fondi del terremoto — e 50 mila alla Fondazione per la Sussidiarietà per una pubblicazione sul Corriere della Sera.

Gli atti che la Regione ha dovuto consegnare al Fatto aggiungono il resto. Il ribasso dell’unico offerente, lo 0,73 per cento, era la “percentuale massima preimpostata dalla Stazione appaltante”: lo sconto lo aveva fissato chi comprava. L’esclusiva che giustifica l’assenza di gara, nel disciplinare, è una promessa del beneficiario: “L’operatore economico si impegna a garantire il possesso dell’esclusiva dell’artista Andrea Bocelli”. E dei 2.549.968 euro liquidati, le “prestazioni di carattere artistico” valgono 1.250.000: meno della metà. Il resto — palco, audio, tribune, facchini, fino ai bagni chimici — non è coperto da nessuna esclusiva, ma sta in un lotto unico motivato come “unitario e inscindibile” da un capitolato che lo divide in tre blocchi e da un contratto che paga la parte artistica separatamente. Perfino il capitolo di bilancio è nato su misura: istituito il 12 marzo, su una e-mail dell’11, con i 3.133.838,40 stornati dalla Protezione civile; il 13 l’affidamento era fatto.

Negato anche l’elenco dei fornitori, su opposizione formale di Fvg Live: in “un mercato caratterizzato da un numero ristretto di operatori” conoscerlo aiuterebbe “i concorrenti”. I concorrenti dunque esistono: non sono stati invitati. Negata pure la “documentazione prodotta a titolo di rendiconto (fatture di fornitori, contratti di subfornitura, prospetti di costo)”: il contratto definiva il corrispettivo “fisso e invariabile” senza prevedere alcun rendiconto, ma la Regione mette per iscritto di averne uno. Il Fatto ha depositato due istanze di riesame; il termine scade il 4 novembre. Chi siano i fornitori lo direbbe quell’elenco.

Le visure e i bilanci acquisiti dal nostro giornale raccontano intanto “a chi”. Fvg Live — 46 concessioni regionali per 5 milioni dal 2017 — ha chiuso il 2025 raddoppiando i ricavi a 8,6 milioni: con zero addetti, costi per servizi al 92 per cento e, per il terzo anno di fila, un utile inferiore ai contributi pubblici incassati. VignaPr, l’altra beneficiaria, ne muove 6,7 con 61 mila euro di costo del personale. Concorrenti negli atti, nei registri i promoter sono soci: Luigi Vignando (VignaPr), Andrej Petaros e Matteo Roman hanno un terzo ciascuno di Grande Amore dal 2020, e il 18 febbraio 2026 hanno costituito insieme a Fiume la Kolektiv Vigna d.o.o.

Fvg Live e VignaPr condividono poi il 55 per cento di Levante, ristorazione — vicepresidente Alessandro Corso, che di Fvg Live ha il 35 — in quella via Varese 3 di Tavagnacco dove hanno sede Fvg Live e anche Eps Italia, che noleggia palchi ai grandi tour e alla Formula 1: dal 13 febbraio 2026 la presiede Luca Tosolini, socio di maggioranza di Fvg Live. Il bilancio di Eps la dichiara “soggetta a direzione e coordinamento” della eps holding gmbh di Krailling, colosso tedesco delle infrastrutture per lo spettacolo — 820 dipendenti dopo la fusione di agosto con la svizzera Nüssli — che i registri danno di proprietà della famiglia Tombulca.

E il capo del gruppo, Okan Tombulca, è personalmente socio di Tosolini: ha il 51 per cento di Lore, l’immobiliare dello stesso indirizzo — 49 per cento e amministrazione a Tosolini — che incassa da Eps Italia 207.993 euro l’anno di canoni. Dal bilancio 2025 di Fvg Live la nota sugli acquisti dalla “parte correlata” Eps Italia, presente nei due esercizi precedenti, è sparita — lo consente la legge — proprio nell’anno del raddoppio; il dato lo dichiara Eps: 413.966 euro venduti a Fvg Live. Nessun atto collega Eps Italia a Gemona: il documento che lo direbbe, probabilmente, è l’elenco che la Regione nega.

Infine i nomi e le date del capitolo di famiglia. Di Eilo — il circuito che vendeva i biglietti di Cremonini, partecipato al 46 per cento da Opix Holding, amministrata da Giovanni Riccardi, figlio dell’assessore, al 36 da Fvg Live e all’8 da Grande Amore, la società dei tre promoter — avevamo scritto a settembre. Le visure e le risultanze catastali acquisite dal Fatto aggiungono il resto. Il bilancio di Opix attesta che al 31 dicembre 2025 la holding non possedeva alcuna partecipazione: il suo 46 per cento discende da un atto del 27 febbraio 2026, quattordici giorni prima del decreto che assegna i 3,1 milioni. Non un aumento di capitale: una cessione di quote esistenti; venditore e prezzo dagli atti camerali non risultano.

Chi possiede Opix lo dice la visura: socia unica, con il 100 per cento, è Rosalba Zanin, nata a Camino al Tagliamento nel 1956; amministratore unico è Giovanni Riccardi. Che cosa leghi la socia all’amministratore, gli atti camerali non lo dicono. Un annuncio funebre pubblicato sul Messaggero Veneto nel marzo 2015 — la morte di Pietro Zanin, 83 anni, proprio a Camino al Tagliamento — elenca fra i familiari “i figli Rosalba con Riccardo e Giovanni”: i cognomi, come d’uso nei necrologi, non sono riportati.

Alla presidenza di Eilo siede dal 2021, con poteri fino a 200 mila euro per operazione, Silvia Tosolini; vicepresidente è Luca Tosolini, il socio di maggioranza di Fvg Live. E gli atti dicono una cosa precisa: al Registro imprese Giovanni Riccardi e Silvia Tosolini dichiarano lo stesso domicilio, un appartamento al settimo piano che il catasto registra in piena proprietà di lui; e allo stesso civico, il 10 marzo 2025, i due hanno aperto lo stesso giorno due imprese individuali — marketing lui, supporto amministrativo lei. Nei registri sono una coppia economica.

Riccardi, che il 4 settembre ha querelato La Verità chiedendo ai pm di cercare il “mandante politico”, ha fatto sapere tramite il legale che il figlio non ha avuto “alcun tipo di incarico” a Gemona. “Su una vicenda di questa rilevanza — dice Moretti al Fatto — non possono esserci zone d’ombra e opacità”: e conferma che sta valutando di presentare lui stesso un esposto alla Procura di Udine.

Le domande di questo articolo sono state inviate alla Regione, a Fvg Live, a VignaPr e a Opix Holding. Fvg Live ha risposto via pec senza rispondere, ringraziando per il “pur ristretto tempo” concesso: assicura “piena disponibilità” a fornire ogni chiarimento “alle Autorità che riterranno eventualmente di interpellarla, nelle sedi opportune” e per il resto rinvia agli atti “pubblicati” e “liberamente consultabili”. Come l’elenco dei fornitori, che la Regione ha negato proprio su opposizione della stessa Fvg Live.

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Il Garante multa chi spia le mail dei dipendenti. L’Authority ci aveva provato con i suoi

Due chiavette Usb criptate, in una busta antieffrazione, in un armadio chiuso a chiave. Dentro c’è la posta di tre ex dipendenti di Michael Page, colosso della selezione del personale, usciti nel 2021 e passati a un concorrente. L’azienda ha tenuto in vita le loro caselle fino al 25 settembre 2023, per due di loro oltre due anni e mezzo. Dice di averle setacciate per parole chiave, ma il Garante non se la beve e annota che non ne ha dato prova. Ha girato ai vecchi capi le mail che continuavano ad arrivare, poi ha mandato dentro un consulente informatico forense. Niente risposta automatica, e il motivo l’azienda l’ha messo nero su bianco: altrimenti gli ex “si sarebbero accorti dell’inattività delle proprie caselle di posta elettronica e sarebbero riusciti ad occultare i propri comportamenti”. Per il Garante della privacy non si fa. Con il provvedimento n. 583 del 6 agosto 2026, pubblicato a inizio ottobre, ha inflitto a Michael Page International Italia una sanzione di 225 mila euro.

Il cuore della decisione sta in poche parole: la società ha conservato la posta e ci è entrata “a ritroso”, “a prescindere dal formarsi di qualunque sospetto”. I controlli difensivi ammessi dalla Cassazione valgono solo per i dati raccolti dopo che il sospetto è nato. Bocciate anche la conservazione delle mail per dieci anni e la regola che imponeva ai dipendenti di consegnare, su richiesta, la password al superiore. La posta, scrive l’Autorità, è corrispondenza “assistita da garanzie di segretezza tutelate anche costituzionalmente”. Chi può aprirla al posto del lavoratore “non può essere il superiore gerarchico né, più in generale, il datore di lavoro”. Michael Page aveva chiesto che il provvedimento non fosse pubblicato, perché i concorrenti avrebbero potuto usarlo per screditarla. Richiesta respinta. Davanti all’Autorità la società si era difesa parlando di indagini difensive contro la concorrenza sleale dell’ex personale; contro la multa può ricorrere al tribunale. Non è un caso isolato, è una linea.

Il 18 dicembre 2025, con il provvedimento n. 754, il Garante ha multato per 40 mila euro la LTL spa, lenti oftalmiche a San Vito al Tagliamento. Aveva tenuto aperta per circa due mesi la casella del suo ex amministratore delegato, mandato via il 2 agosto 2023. Lui ci inoltra per errore, dall’account della compagna, la bozza dell’impugnazione del licenziamento. Alle 18.23 di quel 21 settembre arriva la “risposta” dell’avvocato dell’azienda a una lettera che nessuno gli aveva spedito. Il 18 giugno 2026 è toccato a Piaggio: 460 mila euro per le mail di due ex dipendenti, conservate per tutto il rapporto più altri cinque anni e acquisite, scrive il Garante, prima “dell’insorgere del sospetto”. Quel provvedimento però oggi sul sito dell’Autorità non c’è più. È stato rimosso in ottemperanza a un’ordinanza cautelare del Tribunale di Pisa del 22 settembre, e l’opposizione è pendente. Il messaggio alle aziende, insomma, è chiaro. Il problema sono i tempi.

I tre ex di Michael Page hanno presentato reclamo il 15 settembre 2022 e la decisione è arrivata quasi quattro anni dopo. L’articolo 143 del Codice privacy chiede di decidere entro nove mesi, dodici se servono approfondimenti. Per la LTL il reclamo era del 30 ottobre 2023: oltre due anni. Il Fatto ne aveva raccontato lo stallo a metà novembre 2025, e la sanzione è arrivata un mese dopo. La Cassazione, con la sentenza 22791 di quest’anno, ha stabilito che il ritardo non fa decadere il potere di sanzionare. Chi aspetta giustizia per la posta violata, però, aspetta lo stesso.

Gli uffici, del resto, lavorano sotto un Collegio ridotto a tre da gennaio, quando si è dimesso Guido Scorza per effetto delle inchieste di Report e del Fatto. Pasquale Stanzione, Ginevra Cerrina Feroni e Agostino Ghiglia sono rimasti al loro posto nonostante l’inchiesta della Procura di Roma che dovrebbe essere prossima a chiusura. Ed è qui che la frase sulle ricerche “a ritroso” fa un certo effetto. Il 4 novembre 2025, due giorni dopo una puntata di Report sull’Autorità, l’allora segretario generale Angelo Fanizza chiese al direttore dei sistemi informativi di estrarre “urgentemente” mail, accessi Vpn e cartelle condivise dei dipendenti del Garante, per trovare chi passava notizie al Fatto e a Report. Il direttore dei sistemi IT contestò la richiesta. Quando la vicenda divenne pubblica Fanizza si dimise, e il Collegio si dichiarò estraneo. Michael Page almeno frugava nella posta di tre persone. Al Garante si voleva frugare in quella di tutti.

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