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Dalla cittadinanza al diritto di voto, nasce il partito delle 23 comunità: “La politica ci usa solo alle elezioni”

Ventitré comunità, un partito nuovo e una critica rivolta a chi, finora, avrebbe dovuto rappresentarle. Si chiama Assieme la nuova formazione politica da cittadini italiani, italiani di origine straniera e persone provenienti da diverse comunità e realtà culturali. A guidarla è il segretario Edgar Galiano Cifuentes e il presidente Sibi Mani Kumaramangalam, già presidente del Partito democratico di Roma, che dopo anni di militanza nelle forze politiche tradizionali ha deciso di tentare la strada di un soggetto autonomo. “Ci utilizzano soltanto come orpelli al momento delle elezioni, per mettere qualcuno nelle liste”, accusa a ilfattoquotidiano.it Kumaramangalam. Il progetto riunisce persone provenienti da 23 Paesi con l’ambizione di trasformare la presenza delle comunità di origine straniera in Italia in una rappresentanza politica organizzata. Kumaramangalam conosce dall’interno una parte di quel mondo che oggi critica: ha guidato il Pd romano e partecipato agli organismi nazionali del partito. “Sono quasi 35 anni che vivo in Italia e abbiamo cominciato questo percorso per difendere i diritti degli immigrati. Tanti hanno fatto politica nei partiti tradizionali, ma non è cambiato nulla. Noi non abbiamo le spalle per raccomandare, non siamo figli di qualcuno”.

A tenere insieme esperienze e sensibilità politiche diverse, nelle intenzioni dei promotori, è la Costituzione italiana. Non una nuova piattaforma ideologica da contrapporre a quelle esistenti, ma il riferimento da cui partire per rivendicare diritti e partecipazione. “La Costituzione basta applicarla”, sostiene Kumaramangalam, secondo cui molte delle questioni che riguardano le comunità di origine straniera e non solo possono essere affrontate proprio a partire dai principi costituzionali. Il partito si presenta così come uno spazio aperto anche agli italiani senza background migratorio, con l’obiettivo di superare la separazione tra chi viene considerato parte della società italiana e chi continua a essere identificato soprattutto attraverso le proprie origini. Il programma è ancora in costruzione. Registrato il 31 luglio, Assieme ha fissato al 30 novembre il termine per raccogliere proposte e definire le proprie priorità. Tra i temi centrali c’è la cittadinanza per i bambini nati o cresciuti in Italia. “Almeno i bambini che fanno un percorso di studi in Italia devono avere una possibilità di ottenere la cittadinanza con un iter più breve”, spiega il presidente, che racconta l’esperienza dei bambini, cresciuti nel Paese ma formalmente stranieri. “Quando chiedi a un bambino chi sono i suoi compagni, ti risponde con i loro nomi. Sono gli adulti a dire che quel bambino è filippino, marocchino o indiano”. Un’altra rivendicazione riguarda il diritto di voto dei cittadini stranieri residenti, almeno alle elezioni amministrative. “Se io pago le tasse, devo avere i miei diritti. Ma se non sono cittadino, non posso partecipare per scegliere il mio rappresentante politico”. Kumaramangalam insiste sul mancato riconoscimento del diritto di voto ai cittadini stranieri residenti, anche a livello locale, e sulla distanza tra la loro partecipazione alla vita del Paese e la possibilità di incidere sulle decisioni che li riguardano. “In Italia è uno dei Paesi che non ha ratificato la rappresentanza a livello locale”, afferma, riferendosi alla Convenzione di Maastricht. Una battaglia che, per Assieme, riguarda il riconoscimento politico di chi vive stabilmente in Italia, lavora e contribuisce alla collettività.

Sul lavoro, Assieme indica tra le priorità il riconoscimento dei titoli di studio e delle competenze professionali maturate all’estero, per evitare che persone qualificate siano costrette ad accettare occupazioni lontane dalla propria esperienza. “Ci sono persone che arrivano con una laurea e un bagaglio di esperienza, ma non riescono a trovare un lavoro adeguato a quello che sanno fare”. Il presidente richiama anche le difficoltà di accesso al credito per gli imprenditori di origine straniera, che possono incontrare ostacoli nell’avviare un’attività o farla crescere. Il lavoro, insieme all’inclusione e alla libertà, è del resto uno dei tre principi richiamati nel simbolo del partito. Resta da definire il posizionamento politico. Assieme si colloca per ora al centro, in una formazione che raccoglie persone con sensibilità differenti e che non intende legarsi in partenza a un unico schieramento. Kumaramangalam conferma la disponibilità a dialogare con tutte le forze politiche interessate alle battaglie del partito. “Se ci sarà convergenza sui nostri punti, ci saremo”. L’intenzione è partecipare alle prossime scadenze elettorali, a partire dalle amministrative. Una candidatura autonoma alle politiche appare invece complicata in solitaria, secondo Kumaramangalam, dagli obblighi di raccolta delle firme previsti dalla legge elettorale. L’obiettivo immediato è raggiungere 10mila iscritti entro la fine del 2026, per costruire una struttura organizzativa e radicarsi sul territorio.

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Il World Food Programme rinnova il contratto con Palantir. L’appello delle ong all’Onu: “Stop all’accordo, è coinvolta nel genocidio a Gaza”

Il World Food Programme (WFP), l’agenzia delle Nazioni Unite che porta aiuti alimentari alle popolazioni colpite da guerre e crisi umanitarie, ha rinnovato per altri cinque anni la collaborazione con Palantir, la controversa società statunitense di analisi dei dati fondata da Peter Thiel e Alex Karp. A denunciarlo sono le organizzazioni firmatarie di una lettera aperta indirizzata ai vertici dell’agenzia, tra cui WeMove Europe, che chiede di interrompere l’accordo e rendere pubblici i termini della partnership. La campagna punta ora a coinvolgere i delegati governativi che si riuniranno a Roma il 22 ottobre, con l’obiettivo di interrompere i rapporti con l’azienda statunitense.

La campagna contro Palantir è partita a marzo allo scopo di contrastare i rapporti tra la società statunitense e i governi europei, denunciando il suo coinvolgimento nelle attività di sorveglianza e in ambito militare. Nel tempo si è allargata a una coalizione internazionale e si è concentrata, dopo il rinnovo dell’accordo, anche sul rapporto con il WFP. “Porta aiuti alimentari alle famiglie di Gaza, ma allo stesso tempo utilizza il software di un’azienda accusata di essere coinvolta nel genocidio palestinese. È una contraddizione che vogliamo portare all’attenzione pubblica. Non possiamo accettare che questa collaborazione continui”, spiega a ilfattoquotidiano.it Giulio Carini, responsabile della campagna per WeMove Europe. Il nodo è anche il contesto in cui opera l’agenzia: il WFP interviene in territori dove i conflitti aggravano l’insicurezza alimentare e rendono più difficile distribuire gli aiuti. Per WeMove Europe, affidarsi a una società che fornisce strumenti anche ad apparati militari e di intelligence solleva interrogativi sulla coerenza della missione umanitaria e sulle garanzie necessarie a proteggere dati e informazioni.

La collaborazione tra il WFP e Palantir è iniziata nel 2017 con un progetto pilota. Nel 2019 è stato firmato un accordo quinquennale dal valore stimato di 45 milioni di dollari, presentato come una fornitura gratuita di tecnologia e servizi. A luglio 2026 la partnership è stata rinnovata di ulteriori cinque anni. Nel rapporto Palantir and the World Food Programme: The egregious partnership at the heart of the world’s largest humanitarian supply chain, pubblicato il 16 giugno 2026, Tech for Bad ricostruisce il ruolo assunto dalla tecnologia della società statunitense nella gestione degli aiuti del programma alimentare mondiale. Palantir ha sviluppato per il WFP il sistema DOTS (Digital Operations and Transformation System), basato sulla piattaforma Foundry, che raccoglie e organizza informazioni su acquisti, fornitori, trasporti, magazzini e distribuzione degli aiuti. A questo si affianca Prisma, uno strumento per ottimizzare la catena di approvvigionamento che, secondo il rapporto, è operativo in 46 paesi. Questi sistemi consentono all’agenzia di seguire diverse fasi della propria attività logistica attraverso un’unica infrastruttura digitale. La diffusione di questi strumenti solleva però un problema di dipendenza tecnologica. Più il WFP li integra nelle proprie attività, più diventa difficile sostituirli.

Un audit interno dell’agosto 2025, rivelato dalle testate France 24 e PassBlue, segnalava proprio l’assenza di una strategia definita per uscire dall’accordo, oltre a criticità nella gestione dei rischi e nella tutela della privacy che non erano state affrontate adeguatamente. Il WFP sostiene di non essere vincolato a un unico fornitore, ma senza un piano di uscita restano da chiarire i tempi e i costi necessari per sostituire sistemi ormai integrati nella gestione degli aiuti.

I dubbi riguardano anche le informazioni trattate attraverso queste piattaforme. Il WFP sostiene che Palantir non riceva dati che consentano di identificare direttamente i beneficiari. DOTS è però collegato all’ecosistema digitale in cui opera anche SCOPE, la piattaforma utilizzata dall’agenzia per gestire le informazioni sulle persone assistite. Secondo Tech for Bad, attraverso questo collegamento Palantir potrebbe entrare in contatto anche con dati aggregati relativi ai beneficiari, pur senza conoscere direttamente la loro identità. Il rapporto pone quindi una questione su come queste informazioni possano essere utilizzate dalla società.

Un ulteriore interrogativo riguarda il contratto del 2019: un esperto a conoscenza dell’accordo, rimasto anonimo e citato da France 24, ha richiamato una clausola che consentirebbe a Palantir di utilizzare determinati dati per migliorare le prestazioni dei propri prodotti, con possibili implicazioni anche per l’addestramento degli algoritmi. Tech for Bad segnala inoltre che il know-how maturato nella collaborazione con il WFP potrebbe contribuire allo sviluppo di strumenti destinati ad altri clienti.

A rendere controversa la partnership, secondo le organizzazioni, è anche il profilo della società. Fondata nel 2003 con il sostegno iniziale di In-Q-Tel, fondo d’investimento legato alla Cia, Palantir sviluppa strumenti di analisi dei dati per governi, apparati di intelligence e forze armate. Nel gennaio 2024 ha annunciato una partnership strategica con il ministero della Difesa israeliano.

Nel rapporto From Economy of Occupation to Economy of Genocide, pubblicato nel 2025, la relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese ha indicato l’esistenza di “ragionevoli motivi per ritenere” che Palantir abbia fornito infrastrutture digitali e strumenti di intelligenza artificiale a sostegno delle operazioni militari israeliane, compresi sistemi per integrare informazioni sul campo di battaglia e supportare le decisioni militari. Per WeMove Europe e le altre organizzazioni che contestano l’accordo, il problema è la compatibilità tra la missione umanitaria delle Nazioni Unite e il ricorso a una società che lavora anche per apparati militari, soprattutto in territori di conflitto, dove le informazioni su trasporti, magazzini e distribuzione degli aiuti hanno un valore operativo rilevante.

Anche la formula della fornitura gratuita va ridimensionata. I registri degli acquisti delle Nazioni Unite consultati da France 24 documentano pagamenti a Palantir per oltre 10,5 milioni di dollari tra il 2017 e il 2024. Il WFP ha spiegato che si tratta di spese per servizi cloud, hosting e assistenza tecnica necessari a utilizzare la piattaforma: costi distinti dal valore stimato dell’accordo del 2019, ma che mostrano come mantenere operativi questi sistemi comporti comunque esborsi per l’agenzia.

Il punto, per WeMove Europe e le altre organizzazioni, è che la missione umanitaria non può prescindere da garanzie verificabili sulla gestione dei dati e sulle condizioni di utilizzo delle tecnologie. È su queste criticità che si concentra la lettera aperta indirizzata ai vertici del WFP. Le organizzazioni firmatarie chiedono di interrompere la collaborazione, pubblicare i contratti e gli accordi relativi ai dati e avviare una revisione indipendente dei rischi. Chiedono inoltre un piano di transizione verso sistemi alternativi, interoperabili e orientati all’interesse pubblico, che consenta di ridurre la dipendenza da Palantir senza compromettere la distribuzione degli aiuti. WeMove Europe ha già cercato di portare queste richieste ai vertici dell’agenzia e ai rappresentanti europei coinvolti nella sua governance.

“Abbiamo inviato, insieme ai nostri delegati, oltre duemila email per chiedere un incontro e ottenere risposte sulle condizioni dell’accordo”, spiega Carini. Al momento dell’intervista, riferisce, non era ancora arrivata una risposta.“Non possiamo accettare che un’organizzazione umanitaria come il WFP continui a collaborare con una società come Palantir senza fare piena chiarezza sui dati e sui rischi legati a questa partnership. Chiediamo trasparenza e che l’accordo venga interrotto”, conclude Carini.

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