Modalità di lettura

È morto il cardinale Camillo Ruini. Le ingerenze nella politica, la vicinanza alla destra, il rapporto con Berlusconi: storia del Richelieu italiano

Il Richelieu della politica italiana. Non c’è forse definizione più calzante per il cardinale Camillo Ruini, morto a 95 anni. Il porporato emiliano è stato per 17 anni, dal 1991 al 2008, vicario generale per la diocesi di Roma e per 16 anni, dal 1991 al 2007, presidente della Conferenza episcopale italiana. Inoltre, è stato fondatore e presidente per 16 anni, dal 1997 al 2013, del Progetto culturale della Chiesa italiana. Teologo raffinato e uomo che ha avuto la totale fiducia di san Giovanni Paolo II, verso cui ha sempre conservato una devozione profonda, Ruini è stato più volte autore di pressanti ingerenze nella vita politica del Paese, orientando il voto sia nelle urne che nelle aule parlamentari. Nel conclave del 2005 fu tra i grandi elettori di Ratzinger. Amico e sostenitore di Benedetto XVI, gli chiese ripetutamente, insieme ad altri porporati vicini al Papa tedesco, di sostituire l’allora cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone. Ratzinger, però, non volle mai farlo. Da qui, il duro giudizio di Ruini su quel regno: “Il pontificato di Benedetto XVI è stato insidiato dalla sua scarsa attitudine a governare e questa è una preoccupazione che vale per ogni tempo, compreso il prossimo futuro”.

Dopo le dimissioni di Ratzinger, nel 2013, ormai in pensione e ultraottantenne già da un paio d’anni, quindi non elettore, Ruini non nascose il suo gradimento per il cardinale arcivescovo di New York, Timothy Michael Dolan. Disastroso per lui il pontificato di Papa Francesco. Prima del conclave del 2025, il porporato aveva formulato quattro auspici per il dopo Bergoglio: “Confido in una Chiesa buona e caritatevole, dottrinalmente sicura, governata a norma del diritto, al suo interno profondamente unita”. Subito dopo la fumata bianca, Ruini scelse il Fatto per esprimere la sua soddisfazione per Prevost: “L’elezione di Leone XIV ha prodotto con sorprendente rapidità un fondamentale risultato: riunificare la Chiesa cattolica. Questo è il primo motivo per il quale sono felice di questo nuovo Papa”. E aggiunse: “Tentando una breve analisi delle ragioni che hanno prodotto un tale risultato, probabilmente le ritroviamo in alcuni segni, come il forte accento posto sulla fede e sulla preghiera, o anche la stola e la mozzetta che ha indossato. Quei non pochi fedeli che, a torto o a ragione, erano a disagio per le – vere o presunte – aperture dottrinali di Papa Francesco si sono sentiti rassicurati”. E ancora: “Poi, naturalmente, ci sono le doti personali di Papa Leone, cominciando dalla sua umiltà e semplicità per arrivare alla grande testimonianza di amore e di servizio al prossimo che ha dato nelle varie fasi della sua vita: valga per tutte ciò che ha fatto in Perù per i migranti e in particolare per la redenzione delle prostitute”.

Inoltre, Ruini sottolineò che “il clima che respiriamo oggi nella Chiesa cattolica può definirsi di gioia e di pace. Confidiamo nel Papa, nella sua saggezza e carità di pastore, perché questo clima permanga e metta radici, ma nessun credente può esimersi dal fare la propria parte a tale scopo. Dobbiamo ricuperare e rinsaldare la volontà di essere figli, figli di Dio, ma anche figli della Chiesa. E così sentirci uniti a formare il corpo di Cristo, che ha molte e diverse membra, ma è uno solo. Lungo questo itinerario Papa Leone ci è di guida”. Il 10 giugno 2025 il cardinale fu ricevuto in udienza privata da Prevost.

Ruini nacque a Sassuolo, il 19 febbraio 1931. Studiò a Roma, alla Pontificia Università Gregoriana, dove ottenne la licenza in filosofia e teologia, e all’Almo Collegio Capranica. Nel 1954 venne ordinato sacerdote e nel 1983 Wojtyla lo nominò vescovo ausiliare di Reggio Emilia-Guastalla. Iniziò così l’ascesa inarrestabile di “don Camillo” che lo vide, dopo appena tre anni di episcopato, nel 1986, segretario generale della Conferenza episcopale italiana e cinque anni dopo, nel 1991, vicario generale per la diocesi di Roma, presidente della Cei e cardinale. Alla guida della Chiesa italiana Ruini vi rimase ininterrottamente fino al 2007, quando gli succedette, per volontà di Benedetto XVI, il cardinale Angelo Bagnasco. L’anno successivo lasciò anche l’incarico di vicario generale per la diocesi di Roma. Gli subentrò il cardinale Agostino Vallini. Ma Ratzinger, che lo stimava moltissimo, lo richiamò in servizio, affidandogli, nel 2010, la presidenza della Commissione internazionale di inchiesta su Medjugorje, costituita presso la Congregazione per la dottrina della fede. Incarico che portò a termine quattro anni dopo, nel 2014, all’inizio del pontificato di Francesco. Sempre nel 2010, il Papa tedesco gli affidò anche la presidenza del Comitato scientifico della Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger-Benedetto XVI. Incarico terminato nel 2015.

Gli anni da emerito Ruini li ha trascorsi all’ombra del Cupolone, nel Pontificio Seminario Romano Minore, assistito dalla sua fedelissima perpetua Pierina. Di lui rimangono indelebili le forti prese di posizione. Sempre in trincea in favore dei cosiddetti “valori non negoziabili”, espressione non amata da Bergoglio, Ruini intervenne sempre duramente contro l’aborto e l’eutanasia. Nel 2006 negò le esequie religiose a Piergiorgio Welby che, da anni ammalato di distrofia muscolare, aveva manifestato pubblicamente la richiesta di sospendere l’accanimento terapeutico sul suo corpo. Ruini parlò di “decisione sofferta”, motivata “dal fatto che il defunto, fino alla fine, ha perseverato lucidamente e consapevolmente nella volontà di porre termine alla propria vita: in quelle condizioni una decisione diversa sarebbe stata infatti per la Chiesa impossibile e contraddittoria, perché avrebbe legittimato un atteggiamento contrario alla legge di Dio”. Il porporato disse di aver preso quella decisione “nella consapevolezza di arrecare purtroppo dolore e turbamento ai familiari e a tante altre persone, anche credenti, mosse da sentimenti di umana pietà e solidarietà verso chi soffre, sebbene forse meno consapevoli del valore di ogni vita umana, di cui nemmeno la persona del malato può disporre”.

L’anno prima il cardinale aveva condotto una durissima battaglia contro i referendum abrogativi della legge 40 sulla fecondazione medicalmente assistita e la ricerca scientifica sulle cellule staminali, invitando i cattolici a disertare le urne per non far raggiungere il quorum. I referendum fallirono e Ruini cantò vittoria: “Sono favorevolmente colpito dalla maturità del popolo italiano”. Netta fu anche la sua posizione contro il riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali e delle coppie di fatto. Il cardinale sostenne che l’introduzione di queste normative “comprometterebbe gravemente il valore e le funzioni della famiglia legittima fondata sul matrimonio e il rispetto che si deve alla vita umana dal concepimento al suo termine naturale”.

Pur avendo celebrato, nel 1969, il matrimonio di Romano Prodi con Flavia Franzoni, si schierò apertamente contro il governo del professore bolognese, nel 2007, sul disegno di legge, ribattezzato Dico (diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi), che avrebbe creato uno status giuridico per le coppie omosessuali, una sorta di unione civile. Anni dopo, Ruini ammetterà: “Prodi era mio amico, è vero. Ma non sulle unioni civili! Abbiamo fermato questo progetto. Ho fatto cadere il suo governo! Ho fatto cadere Prodi! Le unioni civili: questo era il mio campo di battaglia”. Da sempre molto vicino a Silvio Berlusconi, il porporato invitò la Chiesa a dialogare con Matteo Salvini negli anni in cui Bergoglio non voleva incontrarlo per le sue posizioni sui migranti. Linea che Francesco ha mantenuto durante tutto il suo pontificato, mentre, il 29 agosto 2025, il vicepremier leghista è stato ricevuto in udienza privata da Leone XIV. Entusiasta, infine, il giudizio di Ruini sulla prima premier italiana: “Meloni governa bene”.

L'articolo È morto il cardinale Camillo Ruini. Le ingerenze nella politica, la vicinanza alla destra, il rapporto con Berlusconi: storia del Richelieu italiano proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Papa Leone XIV: “La remigrazione non è una risposta cristiana, significa lavarsi le mani del problema”

I valori cristiani come elemento identitario dell’Europa. Così il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, ha più volte affrontato il tema del rapporto tra religione e politica. Ma dietro alle parole si nascondono fatti che lo smentiscono. Lo dimostrano le parole di Papa Leone XIV che uscendo da Castel Gandolfo ha deciso di rilasciare una breve dichiarazione a chi gli ha chiesto che cosa ne pensasse della remigrazione, al centro del programma del generale in pensione: “Non mi sembra una risposta cristiana – ha dichiarato – Semplicemente dire ‘questo migrante lo mandiamo via’ è come se noi ci lavassimo le mani del problema, non mi sembra, diciamo, una risposta cristiana”.

Quanto le parole del Pontefice possano avere presa nell’elettorato di Futuro Nazionale è tutto da vedere, ma con esse il Vaticano ha ufficialmente preso posizione su un tema che è diventato uno dei cavalli di battaglia di tutta l’estrema destra europea, da AfD in Germania ai seguaci di Tommy Robinson in Regno Unito, fino, ovviamente, a coloro che supportano le battaglie di chi il concetto di remigrazione l’ha inventato: l’estremista austriaco Martin Sellner. Un concetto che non si ferma alla semplice espulsione di irregolari sul territorio europeo, ma mira a una più ampia deportazione di persone immigrate, inclusi i loro discendenti nati su suolo europeo, verso i Paesi di origine etnica o geografica.

L'articolo Papa Leone XIV: “La remigrazione non è una risposta cristiana, significa lavarsi le mani del problema” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Rúben Amorim si presenta al Milan: “È sempre stata la mia ambizione, so che cosa rappresenta questo club”

Adesso è ufficiale: Rúben Amorim è il nuovo allenatore del Milan. Il club rossonero ha annunciato di aver affidato la guida della prima squadra al tecnico portoghese, considerato uno dei profili emergenti più apprezzati del calcio europeo e reduce dall’esperienza difficile e negativa sulla panchina del Manchester United.

Per Amorim si tratta di una nuova tappa in una carriera da allenatore iniziata nel 2018, subito dopo il ritiro dal calcio giocato. Da calciatore aveva vestito le maglie del Belenenses e del Benfica, oltre a collezionare presenze con la nazionale portoghese. Terminata l’attività in campo, ha mosso i primi passi in panchina con Casa Pia e Braga, prima del salto allo Sporting Lisbona che ne ha consacrato il profilo a livello internazionale.

Alla guida dello Sporting, dal 2020, Amorim ha aperto un ciclo vincente caratterizzato da risultati e continuità. In Portogallo ha conquistato due campionati, due Coppe di Lega e una Supercoppa, imponendo una squadra riconoscibile per organizzazione, intensità e valorizzazione dei giovani. Un percorso che gli ha spalancato le porte del Manchester United e che ora lo porta a Milano.

Nelle sue prime parole da allenatore rossonero, Amorim ha sottolineato il significato della nuova sfida: “Ci sono ambizioni che ti accompagnano per tutta la carriera e, per me, allenare il Milan è sempre stata una di queste”. Il tecnico portoghese ha poi evidenziato il peso storico del club e delle sue tradizioni: “So perfettamente cosa rappresenta questo Club: storia, prestigio e una tifoseria straordinaria in tutto il mondo. È una sfida che affronto con orgoglio ed entusiasmo, con la piena consapevolezza di ciò che significano questi colori”.

Infine, uno sguardo al futuro e all’inizio della nuova avventura in rossonero: “Non vedo l’ora di iniziare e di vivere ogni giorno la passione che anima il Milan”. Con l’arrivo di Amorim, il Milan punta dunque su un allenatore giovane ma già abituato a gestire grandi pressioni e aspettative. Ora la parola passa al campo, dove il tecnico portoghese sarà chiamato a trasformare le ambizioni del club in risultati. Per Amorim sarà un compito particolarmente complesso: il nuovo Milan di Cardinale e Ibrahimovic è ancora senza una dirigenza che possa impostare il mercato e soddisfare le richieste del tecnico portoghese.

L'articolo Rúben Amorim si presenta al Milan: “È sempre stata la mia ambizione, so che cosa rappresenta questo club” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Brutto incidente, a causa di una vecchia signora che viveva nel suo mondo”: l’ira del giovane ciclista che posta il video della maxi caduta

Poteva finire in tragedia l’incidente avvenuto durante l’ultima tappa del LVM Saarland Trophy 2026, gara ciclistica che si svolge in Germania dedicata alla categoria Juniores. Mentre il gruppo viaggiava alla massima velocità, una signora anziana a bordo di uno scooter per disabili ha invaso all’improvviso la carreggiata, colpendo in pieno Paul Vriesman e innescando così una maxi caduta. Fortunatamente, senza gravi conseguenze ne per i giovani ciclisti coinvolti né per la signora.

Vriesman, 17enne olandese del team Decathlon CMA CGM U19, sui social ha postato il video dell’incidente e ha rassicurato tutti sulle sue condizioni: “Brutto incidente, ma sembra che sia andata piuttosto bene e senza gravi infortuni. Non è il modo in cui speravo di finire la mia prima settimana di ritorno alle gare dopo alcuni mesi di riabilitazione…”. Il giovane Vriesman infatti veniva da un lungo periodo di inattività. E si è anche sfogato: “Peccato dovermi ritirare in questo modo a causa di una vecchia signora che viveva nel suo mondo”. Anche per la donna, fortunatamente, non sembra ci siano state gravi conseguenze. Anche se l’incidente riapre il dibattito sull’importante del comportamento del pubblico a bordo strada durante le gare di ciclismo.

L'articolo “Brutto incidente, a causa di una vecchia signora che viveva nel suo mondo”: l’ira del giovane ciclista che posta il video della maxi caduta proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Linea dura di Haftar jr sui detenuti della Flotilla di terra per Gaza: si tratta, ma i libici alzano il prezzo

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha rassicurato, per quanto possibile, i parenti dei due italiani detenuti in Libia con gli altri otto “negoziatori” della carovana di terra che voleva raggiungere Gaza, nelle settimana in cui la Global Sumud Flotilla cercava di arrivarci via mare. Ha confermato l’impegno del nostro governo per la loro liberazione ed è in corso un complesso negoziato. Ma intanto le autorità della Libia Orientale, non riconosciute a livello internazionale a differenza del governo di Tripoli, sembrano alzare il prezzo. L’Agenzia Nova ha reso noto martedì 16 giugno che i capi d’accusa nei confronti dei dieci, secondo fonti libiche, sarebbero quattro e non due come risultava fino a oggi: non solo l’ingresso illegale nel territorio e il raduno non autorizzato, ma anche l’utilizzo di un visto politico per svolgere attività politiche e il tentativo di arrivare in Egitto, attraversando un confine che secondo gli accordi con Il Cairo non può essere attraversato da cittadini di Paesi terzi.

Il governo militare della Libia Orientale, del resto, si regge proprio sul sostegno dell’Egitto, il cui governo filo-Usa ha una gran paura di dare spazio alle azioni di solidarietà con i gazawi che incontrano però il favore di gran parte della popolazione. Si agita lo spauracchio dei Fratelli Musulmani. E del resto, già lo scorso anno fu bloccata al Cairo la Global March to Gaza, mentre il convoglio partito dalla Tunisia fu fermato anche allora in Cirenaica.

Agli arresti dal 24 maggio ci sono ora donne e uomini provenienti da Spagna, Portogallo, Polonia, Stati Uniti, Argentina e Uruguay oltre agli italiani Dina Alberizia e Domenico Centrone. La prima è un’educatrice foggiana in pensione di 67 anni, residente in Piemonte, il secondo un documentarista 33enne di Molfetta, docente a contratto di Cinematografia all’Università di Bari. Il Land Convoy della Global Sumud Flotilla era partito a fine aprile dalla Mauritania e si era ricongiunto a Tripoli con gli attivisti arrivati dall’Europa, cinque pullman e camion con i componenti di case mobili, ambulanze e aiuti umanitari destinati ai palestinesi di Gaza. Erano circa 200 e non hanno fatto molta strada, i dieci negoziatori che erano andati a Sirte per trattare il passaggio nel territorio della Cirenaica e non sono più tornati.

La linea dura sui dieci prigionieri l’ha decisa Saddam Haftar, il figlio del generale Khalifa Haftar che sembra vicino alla successione al padre, 83 anni, signore di fatto della Libia Orientale almeno dal 2015. Saddam, vicecomandante del Libyan national army formalmente ancora guidata dall’anziano Khalifa, sembra dunque averla spuntata sul fratello Khaled, che pure è più grande ma solo capo di Stato maggiore. Il secondogenito di Haftar intrattiene anche i rapporti con Usa, Italia e Turchia e solo qualche giorno fa è stato ricevuto all’Eliseo da Emmanuel Macron, mentre Khaled è considerato una figura più militare che politica e più vicino a Russia ed Egitto.

Le stesse fonti dell’Agenzia Nova sostengono che i negoziatori della “flottiglia di terra” abbiano rifiutato di consegnare gli aiuti alla Mezzaluna Rossa che li avrebbe portati a Gaza, ma in realtà fin dal primo momento gli attivisti umanitari hanno riferito al Fatto quotidiano che le lettere inviate alle autorità di Bengasi prospettavano anche questa eventualità, con o senza l’accompagnamento una mini-delegazione internazionale di tecnici. Le trattative per il rilascio comunque paiono ancora lontane da una positiva conclusione, l’udienza fissata per il 9 giugno è stata rimandata di un mese e le cose possono andare per le lunghe. La missione era dall’inizio ad alto rischio ed è andata peggio del previsto. Cosa chiedano i libici non è noto.

La Farnesina e il governo italiano confermano il loro impegno per Alberizia e Centrone e anche per Matias Alvarez Rodriguez, uruguaiano, che ha fatto sapere alle autorità italiane di avere anche la cittadinanza del nostro Paese. Tajani ha parlato con il fratello di Alberizia e incontrato, a Bari, i genitori e la sorella di Centrone. “Stiamo premendo per una loro liberazione al più presto, stiamo insistendo nel chiarire che sono attivisti che volevano portare solidarietà alla popolazione di Gaza, nulla di diverso, speriamo che vengano rilasciati e magari espulsi al più presto”. Antonio Decaro, presidente dem della Regione Puglia, ha ringraziato il ministro degli Esteri.

L'articolo Linea dura di Haftar jr sui detenuti della Flotilla di terra per Gaza: si tratta, ma i libici alzano il prezzo proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

La Fiom fa 125 anni e guarda alle sfide del futuro: “Andare oltre le fabbriche e costruire relazioni, il lavoro non sia una merce”

Da dove si viene e dove si va? La Fiom si volta indietro per celebrare i suoi 125 anni, ma guarda anche al futuro affrontando i temi centrali del lavoro che verrà. Anche per questo un ampio spazio nella due giorni di Livorno, dove vide la luce la Federazione italiana operai metallurgici il 16 giugno 1901, lo trovano i delegati under 35. Il sindacato si interroga sulle sfide all’orizzonte senza indugiare troppo sulla celebrazione delle lotte già combattute. È quella che il segretario generale Michele De Palma definisce la “nostalgia del futuro”, avvisando che la Fiom deve “innovarsi dentro la tradizione” se vuole essere incisiva anche di fronte a un mondo che ha davanti un cimento improbo tra intelligenza artificiale e la natura stessa del lavoro nel sentire comune.

“Il capitale – dice davanti alla platea del Teatro Quattro Mori – sta prendendo il lavoro, la vita delle persone, e lo sta facendo diventare una merce. Lo capisco dai giovani: non lo sentono come un processo di perfezionamento di ciò che sono, della loro cittadinanza. Ma come merce, ridotto così dal capitalismo: vogliono lavorare per ottenere i soldi e quindi scappare”. Di fronte a una rappresentanza che rischia di degradarsi, minata dalla liquefazione delle ideologie, insiste sulla necessità di “tenere insieme i lavoratori del settore informatico con i siderurgici” e “costruire relazioni tra generazioni”.

Ma non solo. Rifugge lo status quo: “Non possiamo lottare per difendere, dobbiamo stare dentro il cambiamento oppure saremo tagliati fuori dalla storia del futuro”. Una via necessaria: “Contro il tecnofascismo dei fondi dobbiamo avere la forza e le intelligenze per affrontare lo scontro che ci attende”. Parla di “contrattacchi” di fronte all’aggressione dei diritti, a iniziare dal decreto Primo Maggio, di “solidarietà tra le fabbriche” quando una è in difficoltà e della necessità di ampliare la contrattazione di secondo livello.

Ricorda i morti sul lavoro citando Loris Costantino e Claudio Salamida, i due operai dell’Ilva di Taranto “che hanno perso la vita in una fabbrica gestita dallo Stato”, quindi riadatta il vangelo di Matteo (“Sono un operaio nella vigna degli operai”) e apre a un secondo incarico in vista del congresso del 2027 quando ci sarà da decidere anche chi guiderà la Cgil dopo Landini. In ogni caso, la parola d’ordine è aprirsi: “È già il tempo di andare oltre le fabbriche in cui siamo, oltre i lavoratori che rappresentiamo. Dobbiamo andare dai giovani, dai migranti, dobbiamo allargare lo spettro delle nostre relazioni”. La giornata di Livorno, in questo senso, è un manifesto.

Oltre alla segretaria nazionale della Cgil e sua predecessora, Francesca Re David, e al segretario generale Maurizio Landini, sul palco salgono i compagni di viaggio con i quali la Fiom dialoga ed è spesso scesa in piazza negli ultimi anni per la difesa della Costituzione e contro la guerra in Palestina. Una scelta inevitabile: “Il sindacato deve avere spirito internazionalista, altrimenti non esiste”, sintetizza Landini. Ecco allora Walter Massa, presidente Arci: “Ogni euro in armi è un euro in meno per lavoro e sanità. Serve una forza sociale capace di incidere. La pace arriverà se qualcuno la pretenderà”.

Tomaso Montanari, rettore Università per Stranieri di Siena, porta sul palco il pensiero di Bruno Buozzi, segretario della Fiom che fu ucciso dai nazisti il 4 giugno 1944 nell’eccidio de La Storta, vicino Roma: “Diceva ‘il nostro compito è intervenire per la pace contro la guerra’. Chi muove critiche ai sindacati quando scendono in piazza per la pace dovrebbe rileggerlo”, ammonisce ricordando anche la posizione “fieramente anti-intervenista” del sindacato alle porte della Prima Guerra Mondiale.

Il presidente dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo ricorda che la prima brigata partigiana, la Brigata Proletaria, era formata da centinaia di operai dei cantieri di Monfalcone e parla di “disumanizzazione del lavoro”. Mentre Rossella Miccio, numero uno di Emergency, sottolinea la comunanza di “valori” che andrebbe messa a frutto per “ricostruire un tessuto sociale globale che al momento è frammentato”. Vengono proiettati i discorsi di Stefano Rodotà e Gino Strada tenuti durante eventi della Fiom. Le parole del medico e fondatore di Emergency sul riarmo e i conflitti risalgono a 12 anni fa ma sembrano pronunciate in diretta.

Il discorso di Mona Abuamara, ambasciatrice della Palestina in Italia, viene più volte interrotto dagli applausi: “Vogliono convincervi che sia uno scontro tra due parti alla pari, ma nella realtà è un progetto di pulizia etnica del popolo indigeno dalla sua terra – scandisce – La vostra voce mostra coraggio. I palestinesi sanno che pagate un prezzo per questo”. Il costituzionalista Gaetano Azzariti ricorda il no della Fiom al referendum sulla giustizia e riposiziona la barra sul lavoro: “È arrivato il momento di capire che la Costituzione non va stravolta ma attuata. Bisogna partire dalle fondamenta, da ciò che qualifica la nostra democrazia: l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”.

L'articolo La Fiom fa 125 anni e guarda alle sfide del futuro: “Andare oltre le fabbriche e costruire relazioni, il lavoro non sia una merce” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Nel 2025 +11% di segnalazioni di operazioni sospette all’Unità di informazione finanziaria. Crescono quelle per frodi informatiche, anche con l’AI

Criminali e politici o funzionari corrotti utilizzano sempre più le cripto e le innovazioni tecnologiche per riciclare il fiume di denaro delle attività illecite, dei fondi pubblici o per truffare risparmiatori e cittadini. Lo scorso anno la Uif, l’unità di informazione finanziaria istituita presso la Banca d’Italia, ha ricevuto un 11% in più di segnalazioni di operazioni sospette di riciclaggio o finanziamento al terrorismo (in gergo Sos) arrivate da banche, operatori finanziari, professionisti. Per un totale di oltre 162mila, trainate appunto da quelle degli istituti telematici su possibili frodi informatiche, segnala il direttore Enzo Serata: nel 2025 hanno riguardato circa 31.600 Sos. E in quell’ambito “si è osservato l’utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa per la creazione di documenti impiegati per l’apertura di rapporti a distanza, modalità che presenta rilevanti rischi a carico degli intermediari in presenza di non efficaci meccanismi di controllo interno”.

In parte sono anomalie rilevate in maniera automatica dai sistemi dei segnalanti che poi si rilevano incomplete o errate. E una segnalazione trasmessa alle forze di polizia e alla magistratura non indica automaticamente un reato. Ma si tratta di una parte importante delle indagini ad esempio nei casi di corruzione di politici (le cui operazioni finanziarie sono sottoposte a paletti più stringenti) che, rileva il direttore, ricorrono a “schemi operativi complessi” utilizzando familiari, professionisti compiacenti e conti esteri per occultare l’appropriazione di risorse pubbliche o la corruzione. Per questo la Uif chiede a chi deve segnalare “maggiore attenzione” a banche, operatori e notai “nel cogliere i collegamenti soggettivi con esponenti politici e funzionari, che spesso sfuggono” a chi deve segnalarli specie se si tratta di utilizzo di “risorse pubbliche”.

Ci sono poi altri fronti aperti di preoccupazione: lo sfruttamento sessuale di minori dove per pagare le piattaforme online che diffondono materiale illecito si usano le cripto e il finanziamento del terrorismo jihadista che la guerra in Medio Oriente ha rinfocolato, aumentando la propaganda volta a raccogliere fondi. Alla criminalità organizzata è collegato il 14% delle segnalazioni: allunga la sua ombra su appalti, energie rinnovabili e agevolazioni pubbliche come le garanzie sui prestiti. Non aiuta il contributo risibile della pubblica amministrazione dalla quale arriva solo lo 0,3% delle segnalazioni totale. Serata non la cita ma è recente il caso di Banca Progetto, commissariata dalla magistratura dopo che l’istituto aveva erogato alla criminalità organizzata milioni di finanziamenti garantiti dallo Stato dovendo essere poi salvata da un pool di banche.

Il crimine, scandisce la Uif, “sfrutta in misura crescente piattaforme FinTech, criptoattività, Iban virtuali e circuiti criminali specializzati“, utilizza infrastrutture finanziarie transnazionali “per far perdere le tracce dei fondi ottenuti illegalmente”. A volte poi la truffa avviene in maniera più semplice sfruttando norme pensate per agevolare giovani e fragili come nel caso dei mutui con garanzia pubblica. Uno schema diffuso che prevede negli atti di compravendita “prezzi superiori a quelli effettivamente pattuiti tra le parti” grazie a documenti falsi redatti da soggetti del settore immobiliare e creditizio.

L'articolo Nel 2025 +11% di segnalazioni di operazioni sospette all’Unità di informazione finanziaria. Crescono quelle per frodi informatiche, anche con l’AI proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Chat sessista tra dipendenti Atm, c’è un indagato. Perquisizioni e sequestri di cellulari a cinque persone

C’è almeno un indagato per accesso abusivo a sistema informatico nel caso della chat con commenti sessisti e immagini di donne rubate dalle videocamere di sorveglianza dei mezzi Atm, l’azienda dei trasporti milanesi. Sono state effettuate cinque perquisizioni nell’inchiesta della Polizia locale, coordinata dalla Procura diretta da Marcello Viola. Ai cinque è stato, inoltre, disposto il sequestro del cellulare. Gli inquirenti devono stabilire quanti fossero i partecipanti, la data di creazione del gruppo e l’effettiva provenienza delle immagini.

L’attività scaturisce dalla denuncia di Atm alla Polizia locale, che l’ha poi trasmessa alla Procura di Milano, relativa all’uso improprio di immagini delle telecamere di bordo da parte di alcuni dipendenti. In parallelo l’azienda ha presentato un esposto al Garante della Privacy. La Polizia locale, secondo quando si apprende, sta procedendo anche al sequestro di cellulari e altro materiale informatico.

L'articolo Chat sessista tra dipendenti Atm, c’è un indagato. Perquisizioni e sequestri di cellulari a cinque persone proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Ovadia: “La Russa è presidente del Senato perché hanno vinto gli antifascisti, la smetta di baloccarsi con quella testa pelata del duce”

“Io francamente penso che siano stati fatti molti errori, ma il fascismo è un crimine, non è un’opinione“. Sono le parole pronunciate a Battitori liberi, su Radio Cusano, da Moni Ovadia, intervenendo sulla clausola antifascista introdotta dalla fiera “Più libri più liberi”.
L’intellettuale ha risposto punto su punto alle accuse di “censura” mosse dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ribaltando la prospettiva: chiedere di ripudiare il fascismo non è un atto di esclusione ideologica, ma un presupposto di legalità repubblicana.
Ovadia esordisce con un paragone urticante per spiegare perché, a suo avviso, non si possa parlare di libertà di opinione quando si tratta del regime di Mussolini. “Il fascismo, come ha detto Gianfranco Fini, è un crimine assoluto. Allora non capisco che problema c’è nel firmare quella clausola”.

Per illustrare il concetto, l’artista ricorre a un’iperbole: “Se si chiedesse a qualcuno di dire che lui è contrario alla pedofilia e che lui pratica i valori del rispetto dei bambini, qualcuno direbbe qualcosa? No. La pedofilia non è un’opinione, è un crimine. Lo stesso è il fascismo. Dirsi antifascisti non è scontato, perché le destre italiane ancora si baloccano col fascismo. Cercano di infilarlo in tutti i modi. Uno dei modi sono le foibe“.
E spiega: “Le foibe sono state un crimine, vanno ricordate e vanno onorate le vittime. Ma le foibe sono il risultato dell’invasione fascista della Jugoslavia. Il 6 aprile 1941 i nazifascisti, senza dichiarare guerra, hanno invaso la Jugoslavia, commettendo crimini efferati. Quindi – continua – l’onore ai morti delle foibe dovrebbe escludere gli ex fascisti, perché loro fanno parte dell’eredità dei responsabili delle foibe. E invece ne approfittano per riabilitare il fascismo e criminalizzare i partigiani, quelli che ci hanno restituito la libertà”.

Poi lancia una bordata al presidente del Senato, Ignazio La Russa, noto per conservare in casa un busto del Duce. Ovadia sottolinea il paradosso di chi ricopre cariche istituzionali pur mantenendo legami simbolici con il passato regime e richiama le sue origini ebraiche: “Io dovrei dire a La Russa: vedi Ignazio, tu tieni il busto del duce. Se avesse vinto lui, io sarei partito attraverso i camini. Abbiamo vinto noi e tu sei presidente del Parlamento. Che cazzo ti balocchi ancora con quella testa pelata? Mussolini tra l’altro era un vigliacco, che si è imboscato nei camion tedeschi per fuggire”.
Per questo motivo definisce l’iniziativa degli editori “perfettamente lecita perché il fascismo è bandito dalla nostra Costituzione. La nostra è una costituzione antifascista“.

L’artista critica aspramente anche quella che definisce una tolleranza eccessiva verso i simboli del ventennio in Italia, invocando il decoro degli spazi comuni e sostenendo che “piazze e strade non devono essere oggetto di rituali fascisti”.
E spiega: “Noi abbiamo ancora nei luoghi pubblici gazzarre inscenate a ogni occasione da fascisti e giovani che non sanno niente ma che sono attratti da motti fascisti come “onore al duce”, “camerata qua, camerata là”, “presente”. In Germania vieni punito, perché da noi no? I fascisti lavorano sotterraneamente per cercare di abilitare quell’epoca. Il fascismo è la supremazia dell’uomo forte, è razzista, è discriminatorio”.

Poi torna sulla decisione di Più libri, più liberi: “Uno può anche non essere d’accordo, però è lecito che loro lo abbiano fatto. La presidente del consiglio, che io pensavo fosse più lungimirante, è intervenuta parlando di censura. Perché? Perché dire che tu devi dichiarare il tuo ripudio di un crimine che ha collaborato ai campi di sterminio, che ha assassinato, che ha fatto pulizie etniche e genocidi in Africa è una cosa che è censura?”.
E aggiunge: “Il professor Magris mi ha detto che ha avuto uno shock quando a Varsavia ha visto sfilare delle specie di milizie con la svastica al braccio. Bisogna far capire che è finita. Avete sentito le affermazioni antisemite in Fratelli d’Italia? Sono dentro in quel partito i fascisti“.
In chiusura, Ovadia demolisce qualsiasi residuo di fascino nostalgico verso la figura di Mussolini e ribadisce: “Poi facciano un po’ quel cazzo che vogliono. Non vogliono firmare il documento di Più libri, piùliberi? E non ci vadano. L’importante è che le loro gazzarre corporative le facciano nei circoli privati”.

L'articolo Ovadia: “La Russa è presidente del Senato perché hanno vinto gli antifascisti, la smetta di baloccarsi con quella testa pelata del duce” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Incontro chiarificatore” tra Trump e Meloni. Lui la provoca: “Sono stato abbandonato”. Lei replica: “Siamo sempre stati amici”

Sedotto e “abbandonato”? No, Donald Trump e Giorgia Meloni sono “sempre stati amici”. Il G7 in corso a Evian, dove i leader stanno affrontando i principali temi di politica ed economia globale, è stata anche l’occasione per un nuovo contatto tra il presidente americano e la presidente del Consiglio italiana. Il rapporto tra i due, ottimo fin da prima del ritorno del tycoon alla Casa Bianca, si era incrinato quando l’Italia aveva deciso di negare supporto militare agli Stati Uniti per sbloccare lo Stretto di Hormuz e, successivamente, quando si era esposta in difesa di Papa Leone XIV dopo gli attacchi di Washington: “Sono scioccato, non vuole aiutarci nella guerra – aveva commentato Trump – Io inaccettabile sul Papa? Lei lo è”.

Nella cittadina Svizzera, però, il clima appare più disteso, complice anche l’imminente firma del memorandum d’intesa tra Usa e Iran, il primo passo verso la fine della guerra alla Repubblica Islamica che si era trasformata per Trump in un mare di sabbie mobili che rischiava di risucchiarlo. Così, mentre il leader americano stava parlando col cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha buttato lì una battuta notando che nel frattempo si stava avvicindo Meloni: “Sono stato abbandonato“. Così il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, si è avvicinato a sua volta rivolgendosi alla premier italiana: “Siete di nuovo amici“, ha detto scherzando. Lei ha ribattuto: “Siamo sempre stati amici“.

Da quanto si apprende, però, c’è ben altro rispetto alle battute in pubblico. Fonti diplomatiche italiane fanno sapere che tra Meloni e Trump c’è stato un “incontro di chiarimento” senza “battute né scherzi”. Perché in fondo le cattive relazioni nuocciono a entrambi. All’Italia che aveva scommesso su una postura internazionale più sbilanciata su Washington che su Bruxelles e che, in caso di rottura, si troverebbe senza alleati di peso. A Trump perché il governo Meloni, dopo la fine dell’era Orbán in Ungheria, è quello con un minimo di peso rimasto tra gli Stati membri a poter rappresentare la posizione americana ai tavoli comunitari. In questo primo incontro, sostengono le fonti, non ci si è concentrati su singoli aspetti, ma ci si è limitati a un “utile scambio” nel corso del quale la premier italiana ha ribadito “quel principio di unità dell’Occidente che è assolutamente necessario in questo momento di grandi crisi internazionali”, principio chiarito “da entrambe le parti”. Nei momenti di pausa “ci saranno occasioni di approfondire ulteriormente”. E comunque, in futuro, sono previsti altri confronti.

Niente dichiarazioni pubbliche o esternazioni a effetto. Anzi, Meloni ha chiesto a Trump di mantenere buoni rapporti “senza lanciare segnali“, in maniera strategica. In questi mesi “c’era stata una certa chiarezza da parte di Meloni su alcune uscite pubbliche del presidente” Trump, in riferimento a quelle sul Papa, ed “è stato chiarito da parte di entrambi come è importante in questa fase il concetto di unità su cui” la premier “insiste sempre e crede realmente”.

L'articolo “Incontro chiarificatore” tra Trump e Meloni. Lui la provoca: “Sono stato abbandonato”. Lei replica: “Siamo sempre stati amici” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Hoepli, esposto penale a Milano sulla gestione prima della liquidazione: “È stata provocata”

C’è un esposto penale alla Procura della Repubblica di Milano sulla gestione prima della messa in liquidazione della storica casa editrice Hoepli, fondata nel 1870 dall’omonimo imprenditore svizzero Ulrico e finita in liquidazione a marzo. Lo ha presentato l’avvocato Andrea Mingione dello studio Pecorella, che assiste Giovanni Nava, attualmente socio minoritario ed erede di uno dei due rami della famiglia Hoepli. L’esposto contro ignoti, affermano plurime fonti vicine alla vicenda contattate dal Fatto, verte intorno a ipotesi di malagestio. Questa cattiva gestione, secondo il legale di Nava, sarebbe stata messa in atto nel tempo per consentire di arrivare a una “accelerazione” della messa in liquidazione dell’azienda, approvata il 10 marzo dagli azionisti del ramo di maggioranza della famiglia. La procedura è stata affidata alla liquidatrice Laura Limido.

Una nota diffusa dall’azienda a marzo, dopo l’assemblea degli azionisti che ha deciso la liquidazione, spiegava che “l’attenta valutazione, attuale e prospettica, dei risultati di esercizio negativi correlati con l’andamento previsionale del mercato editoriale e librario e la consistente impossibilità di far cessare il gravoso conflitto endosocietario, hanno imposto la liquidazione volontaria quale unica soluzione giuridicamente appropriata per evitare la dispersione del patrimonio aziendale e assicurarne, per quanto possibile, la migliore salvaguardia”.

L’”accelerazione” indicata nell’esposto potrebbe essere collegata al giudizio sul quale il 24 giugno, la Cassazione dovrà pronunciarsi definitivamente proprio sulla causa civile avanzata da Nava che ha già ottenuto due successi in primo e secondo grado. Se la sentenza, legata alle norme che regolano il mandato fiduciario e a un ristoro parziale, dovesse dare ragione a Nava, quest’ultimo potrebbe salire nel capitale sino a conquistare la maggioranza. A oggi il capitale di Hoepli Spa è al 49,25 % in mano alla fiduciaria svizzera Sef (a sua volta detenuta da due fiduciarie con sede in Liechtenstein), di cui sono soci Ulrico Carlo Hoepli (morto qualche giorno fa) e i tre figli Giovanni, Matteo e Barbara, il 13% è di Finedit (detenuta da Giovanni, Matteo e Barbara Hoepli), il 33% di Giovanni Nava e 4,75% intestato alle persone fisiche Giovanni, Matteo e Barbara Hoepli.

Se Nava vincesse in Cassazione gli verrebbero trasferite le azioni Sef che Bianca Hoepli, sua nonna materna, avrebbe dovuto ricevere in eredità dal fratello Gianni Enrico, che così aveva disposto, azioni che però finirono all’altro fratello Ulrico Carlo. Con la morte di Ulrico Carlo si sono chiuse anche le inchieste penali in Svizzera aperte da denunce di Nava e seguite da alcuni giudizi.

Nel frattempo la libreria Hoepli nel centro di Milano ha chiuso a fine maggio, dopo aver messo in vendita da metà mese quello che restava del magazzino dei libri con uno sconto del 50%. Una manifestazione di interesse per acquisire l’intera attività, avanzata nelle scorse settimane attraverso una scatola societaria dal gruppo Loro Piana, storica azienda italiana che opera nel settore dell’abbigliamento e dei tessuti di altissima gamma, non è stata presa in considerazione dalla liquidatrice per inidoneità. Dopo lunghe trattative svelate dal Fatto, invece, gli eredi del ramo della famiglia che controllano la maggioranza delle azioni dell’editrice il 15 aprile hanno firmato l’accordo di cessione a Mondadori del catalogo dell’editoria scolastica. La cessione è divenuta efficace il 30 aprile. Si tratta di una mossa che rimette in movimento un mercato che in Italia vale 800 milioni l’anno.

Anche la storica sede è in vendita. L’accordo prevede di cedere al prezzo di una ventina di milioni il palazzo della libreria, nel centro di Milano, di proprietà della società Sef del ramo di maggioranza della famiglia Hoepli, alla quale la Hoepli Spa e la libreria pagavano l’affitto. L’acquirente, un fondo immobiliare, comprerebbe anche l’edificio contiguo che fa angolo con Piazza Meda, disegnato dallo Studio Bbpr per la Chase Manhattan Bank e costruito tra gli anni Cinquanta e i Sessanta, per realizzare un albergo di lusso.

A nulla sono valsi le proteste sindacali e i flash mob di dipendenti e lettori, come pure la raccolta di migliaia di firme a Milano e in tutta Italia, le pressioni del mondo culturale e politico milanese. Della novantina di dipendenti in attività prima della liquidazione alcuni si sono dimessi, quelli addetti al ramo libreria sono in cassa integrazione a zero ore, gli altri addetti al ramo editoriale continuano l’attività. Se non si troverà una soluzione industriale, Milano e l’Italia rischiano di perdere un patrimonio culturale inestimabile. Ora però l’esposto alla Procura e la sentenza della Cassazione potrebbero rimettere molti giochi in movimento. Il Fatto Quotidiano ha contattato Hoepli Spa, senza ottenere per ora risposta. La liquidatrice, avvocato Laura Limido, risponde che non è a conoscenza dell’esposto e dei suoi contenuti che quindi non può commentare.

L'articolo Hoepli, esposto penale a Milano sulla gestione prima della liquidazione: “È stata provocata” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Al lavoro per cambiare l’Italia”: i leader del campo largo postano una foto. E lanciano due eventi di piazza a luglio

“Al lavoro. Per cambiare l’Italia. Segnatevi queste date: 8 e 15 luglio. Ci vediamo presto!”. I leader di Pd, Movimento 5 stelle e Alleanza Verdi e Sinistra lanciano l’assalto al governo, postando in contemporanea sui rispettivi profili Instagram una foto che li ritrae seduti allo stesso tavolo: martedì Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli si sono incontrati in un locale vicino alla Camera per iniziare il percorso di avvicinamento alle Politiche. I due appuntamenti di luglio, a quanto si apprende, consisteranno in iniziative pubbliche per elaborare un programma condiviso: l’organizzazione è in divenire, ma l’idea è quella di organizzare due incontri in piazza aperti ai cittadini, in una città del Nord e una del Sud.

A spiccare nella foto, però, è soprattutto un’assenza: quella di Matteo Renzi, il leader di Italia viva che da tempo ormai si è auto-incluso nel “campo largo” di centrosinistra. Tanto che Carlo Calenda, suo ex “gemello diverso” nel fu “Terzo polo”, ironizza: “Ma Renzi era sotto il tavolo?”. Dal centrosinistra, però, respingono le letture dirtrologiche: il perimetro della coalizione, si specifica, è destinato ad allargarsi quando le varie forze che si muovono al centro si saranno organizzate. Nel frattempo i sondaggi sorridono: secondo l’ultima rilevazione Swg, l’alleanza Pd-M5s-Avs-Iv otterrebbe il 45,9% dei consensi, mentre il centrodestra si fermerebbe al 41,8%. Decisivo, però, il 5,3% accreditato a Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, che potrebbe ribaltare il risultato entrando nella coalizione di governo.

L'articolo “Al lavoro per cambiare l’Italia”: i leader del campo largo postano una foto. E lanciano due eventi di piazza a luglio proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Bowie a Berlino: nove punti per capire una metamorfosi

Torno a incontrare Lorenzo Coltellacci e Mattia Tassaro, autori delle graphic novel sui Joy Division e sui Cure per Feltrinelli Comics. Questa volta i ragazzi si confrontano con David Bowie, in uno dei momenti più fragili e decisivi della sua esistenza. L’artista arriva a Berlino per sparire. Lascia Los Angeles, la cocaina, il personaggio che aveva costruito. Si rifugia in una città tagliata in due dal Muro. È lì che nascono Low, Heroes e Lodger: tre dischi che cambiano il linguaggio della musica moderna.

Ne è nata una conversazione che restituisco nei consueti nove punti di questo blog che di recente ha compiuto quindici anni. Cominciamo!

1. Los Angeles, la cocaina, il personaggio diventato gabbia, una creatività che gira a vuoto. David ha bisogno di sparire, e sceglie il posto più lontano che riesce a immaginare: non geograficamente, ma emotivamente. Berlino è fredda, spigolosa, divisa da un muro. È l’opposto esatto di Hollywood. “Bowie doveva andare oltre il muro che aveva costruito attorno a sé, con le sue maschere” dice Lorenzo, “Berlino è una città fantasma, dicotomica, eppure piena di possibilità per chi vuole cercarle, come David. Una tabula rasa. Da qui parte la nostra storia”.

2. Sono anni in cui Bowie è al culmine della popolarità, eppure le pagine restituiscono la frattura interna: il successo come trappola, non come traguardo. Per il periodo losangelino Mattia sceglie un tratto pop e colori iper-saturi, da Berlino in poi “il segno diventa nervoso, compaiono ombre pesanti e una tavolozza più fredda. Volevo che il lettore sentisse il peso di quelle maschere prima ancora che lui decidesse di togliersele”. I colori sono una lettura nella lettura.

3. Lasciata Los Angeles, David ritrova il suo entourage allo Château d’Hérouville in Francia. È il primo atto del cambiamento, definito graficamente dalla carta dei tarocchi il Matto. La Francia è una piccola parentesi, il preludio a Berlino: Era già stato lì con Iggy per registrare The Idiot. Mattia aggiunge che ogni capitolo del fumetto si apre con una carta dei tarocchi come chiave simbolica, e che per questo passaggio “non poteva esserci carta più perfetta del Matto. È la carta zero: non è né l’inizio né la fine, è il potenziale puro, il nulla che contiene tutto”.

4. La storia è dinamica e si sviluppa intorno alle speranze di un artista in crisi profonda, che non sa ancora cosa Berlino potrà dargli, ma sente di dover restare lì. Le tavole alternano scelte cromatiche nettamente contrastanti. Mattia spiega che per l’artista, quella è la Berlino Ovest povera ma sexy: “un harem brulicante di arte, musica e vita che pulsa nonostante la città sia tagliata in due. Un luogo spezzato dove lui può finalmente ritrovare unità”. La città lo riceve come solo sanno fare i posti che non chiedono niente.

5. I testi sono speculari alle immagini, tutto viaggia in parallelo. A Lorenzo domando quanto i testi delle canzoni abbiano guidato la realizzazione del fumetto. Le biografie sono risultate fondamentali, ma per immergersi nella sua testa, è stato fondamentale studiarne i testi: “sono catartici, gli servono per liberarsi e guardarsi dentro. Low, Heroes, Lodger non sono tre dischi: sono la cronaca di un uomo che si riassembla pezzo per pezzo”.

6. Un fumetto su Bowie impone scelte drastiche, come restituire in 128 pagine tre anni densissimi. Lorenzo ammette che non è stato semplice, ma il limite lo ha aiutato a selezionare l’essenza di quegli anni. Mattia invece non ha avuto la sensazione di aver sacrificato niente: “ogni tavola sembrava finire esattamente dove doveva stare. Come se il fumetto si fosse composto quasi da solo”. Due punti di vista opposti, forse la differenza tra chi costruisce con le parole e chi con le immagini.

7. Graficamente, la città è stata restituita privilegiando le atmosfere spoglie, le prospettive sghembe, i quartieri di Schöneberg e Kreuzberg, gli studi Hansa vicino al confine. “Niente cartoline turistiche” dice Mattia, “volevo quel senso di freddezza, di pericolo e al tempo stesso di possibilità che David ha trovato lì. Il tratto si fa più essenziale, i colori desaturati, con improvvisi squarci di luce quando entra la musica. È una città che respira insieme a lui”. Chi conosce Berlino sa che è esattamente così.

8. Iggy Pop e Brian Eno entrano nella storia come comprimari. Chiedo come sia stata gestita la loro presenza. “Non si può raccontare Bowie senza quei due” dice Lorenzo, “ma nemmeno senza Visconti, Fripp e Alomar“. Il vero filo narrativo, però, è stato il figlio Zowie: “tanto per lui, che doveva ritrovare sé stesso, quanto per noi, che ci ha indicato una narrazione da seguire”. Della serie: i padri si ritrovano nei figli, anche quando sono rockstar.

9. Il fumetto si chiude su Lodger: movimento, partenza, identità ancora instabile. Una storia così può davvero avere un finale? “Non credo che la storia di Bowie possa dirsi mai veramente finita” dice Lorenzo, “ne stiamo ancora parlando oggi, come se lui fosse ancora qui”. “Forse questo è l’ultimo capitolo della nostra trilogia, o forse è solo l’inizio di qualcosa che ancora non ha nome” aggiunge Mattia. Lodger è un addio che assomiglia a una partenza. Come successe al Duca Bianco e come ci piace credere succederà a Lorenzo e Mattia.

Come sempre, chiudo con una connessione musicale: una playlist dedicata, disponibile gratuitamente sul mio canale Spotify (link qui sotto). Se vuoi dire la tua, fallo nei commenti — o, meglio ancora, sulla mia pagina Facebook pubblica. È lì che il blog vola davvero. Lì il dibattito sfreccia, cambia binario, spesso deraglia. E sì: se ne leggono di tutti i colori.

Buon ascolto e buona lettura.

L'articolo Bowie a Berlino: nove punti per capire una metamorfosi proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Fossa comune per la tua famiglia”, “Zo**ola, muori”: duello di insulti ricevuti online tra Bakkali e Ravetto. Il faccia a faccia in Aula

Il dibattito parlamentare sulla remigrazione scivola in un abisso di violenza verbale che trasforma l’Aula della Camera in un crudo proscenio dell’odio digitale. Protagoniste dello scontro sono le deputate Ouidad Bakkali del Pd e Laura Ravetto di Futuro Nazionale, che hanno brandito in un acceso faccia a faccia gli insulti ricevuti sui social.
L’intervento di Ouidad Bakkali è iniziato leggendo il bollettino di commenti offensivi a un suo post sulla manifestazione dei vannacciani per la remigrazione. La deputata ha dato voce a una selezione dei 13.500 commenti: minacce dirette come “Fossa comune per te e la tua famiglia”, “Ti aprono come una mela” e l’invito brutale a “spararsi”.

Il passaggio politico più tagliente è stato rivolto ai sostenitori di Vannacci, definiti con “soldati di pezza” di un leader “accecato dal testosterone”. La deputata dem denuncia che il clima di odio razziale, alimentato da epiteti come “Beduina”, “Scimmia”, “Mao Mao” o dagli incitamenti alla “Disinfestazione”, è il risultato di una strategia che aizza “i penultimi contro gli ultimi”, colpendo donne, immigrati e la comunità Lgbt.

Laura Ravetto ha replicato con la stessa moneta per dimostrare come la violenza verbale non abbia colore politico. L’ex leghista ha esposto il proprio catalogo dell’orrore, citando insulti personali come “Cocainomane” e “Zoccola”, ma denunciando soprattutto gli attacchi che hanno preso di mira la sua sfera materna: “Tua figlia si deve vergognare” e “Pagliaccia, hai pure una figlia”.
La deputata ha descritto i commenti ricevuti dai propri oppositori come la “ciliegina su una torta di m**”**, accusando la sinistra di incoerenza: “Quando chiedete rispetto, dovete darlo prima”.
Per Ravetto, il dibattito non dovrebbe ridursi a una “gara a chi è commentato peggio”, ma focalizzarsi sulla sicurezza reale delle donne che “hanno paura di essere stuprate nelle strade” e sulla protezione delle spose bambine.

L'articolo “Fossa comune per la tua famiglia”, “Zo**ola, muori”: duello di insulti ricevuti online tra Bakkali e Ravetto. Il faccia a faccia in Aula proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Persecuzione degli omosessuali in Senegal: solo la Francia in Ue si è espressa contro questa violazione dei diritti umani

Avrei tifato volentieri per il Senegal, come avevo fatto (inconsapevole) nella finale di Coppa d’Africa lo scorso gennaio. Ma dopo tutto quello che ho letto e saputo, è impossibile. In Italia si sa poco di questo, perché le notizie e i testi in proposito sono praticamente tutti in lingua francese. Cliccando sulle notizie riguardanti la persecuzione degli omosessuali in corso in Senegal il mio algoritmo è diventato ultrasensibile e sono ahimè informatissimo. Anche per questo mi sono deciso a organizzare un incontro che si svolge venerdì 19 giugno dalle 18 in corso Garibaldi 27 a Milano.

L’onda omofoba in corso è travolgente in ex Urss, in Turchia, in Africa Occidentale ma soprattutto in Senegal. Ci costringe a fare i conti con questioni che pensavamo superate. Altro che diritto di famiglia… ci tocca discutere su “i maggiorenni consenzienti sono liberi di toccarsi tra loro come vogliono in privato?”. Per la legge senegalese (prontamente imitata dal Niger che non ce l’aveva) sono atti contro natura, minimo 5 anni di carcere.

Nel mondo interconnesso il confronto è diretto, su Facebook omofobi senegalesi litigano con noi in italiano. Se Europa e Africa sono ambiti connessi, in questo momento importiamo omofobia più di quanto esportiamo libertà.

Il Senegal oggi è un laboratorio repressivo straordinario. Nella prima metà dell’anno si raggiungono i 300 arresti, non risultano assoluzioni o liberazioni. Gli atti sessuali contro natura vengono imputati senza testimonianze concrete. Bastano comunicazioni languide lasciate nei telefoni. L’accusa di atti contro natura viene utilizzata continuamente, persino in casi di “videochiamate erotiche”. In passato, e in altri paesi dove sono in vigore leggi analoghe, non si procedeva senza testimoni oculari di atti sessuali. O meglio: gli avvocati riuscivano a difendere in questo modo gli imputati. Nell’ondata repressiva in corso questo non accade. Nelle decine di articoli che ho letto, solo in un caso è uscita la dichiarazione dell’imputato che nega e chiede che i suoi atti vengano provati.

E’ invece impressionante la quantità di casi in cui gli arrestati ammettono i rapporti sessuali, li raccontano e denunciano quelli che sono stati i loro partner. In molti di questi casi la polizia giudiziaria è risalita o risale ai partner analizzando le memorie dei telefoni cellulari. Ma incredibilmente l’ arrestato-imputato conferma e addirittura in molti casi fa altri nomi. Perché? Domanda ingenua. Non è previsto uno sconto di pena per chi denuncia “complici”. Non resta che pensare a torture o cose del genere.

L’altro elemento caratteristico di questa ondata repressiva è l’accusa di contagio volontario del virus Hiv. In quasi tutti i casi compare. E sempre compare quando l’arrestato è sieropositivo. La polizia non sta neanche ad analizzare se e come il sieropositivo si stesse curando. Nell’intervista a France24 del 15 giugno il presidente del parlamento senegalese Sonko rivendica questo aspetto: “la stampa occidentale sottovaluta il fatto che ci stiamo difendendo dall’Hiv”. In realtà credo non si sia mai visto al mondo un simile abuso del concetto di “contagio volontario”.

Atti contro natura senza testimoni, inspiegabili chiamate in correità, criminalizzazione dei sieropositivi. Il “modello” Senegal va al di là dell’omofobia di Stato e di qualunque anche ristretta concezione dei diritti umani. Certo, l’abbiamo capito, ci è stato ripetuto fino alla nausea, non possono essere i bianchi a imporre la libertà agli africani. Ma sono africane anche le vittime di una persecuzione insensata di fronte alla quale non possiamo tacere perché non è così lontana.

La Francia è l’unico paese europeo ad avere apertamente preso posizione contro questa violazione dei diritti umani. In Francia Stop Homophobie e altre associazioni si stanno muovendo per alleviare le sofferenze delle persone Lgbt senegalesi costrette alla clandestinità e all’esilio o alla prigione. Sappiamo che le seconde generazioni francesi vivono sentimenti contraddittori ma è sulle loro aperture che vogliamo contare. Forza Francia, allez les bleu!

L'articolo Persecuzione degli omosessuali in Senegal: solo la Francia in Ue si è espressa contro questa violazione dei diritti umani proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Sinner arriva anche nello spazio: un asteroide porta il suo nome. “È un punto di riferimento luminoso per le nuove generazioni”

Pensavate che Jannik Sinner non potesse andare oltre la posizione numero uno del ranking Atp? E invece sì, perché il tennista azzurro è arrivato addirittura nello spazio. Non in senso letterale, ovviamente, ma grazie a un riconoscimento decisamente particolare: il Working Group Small Bodies Nomenclature (WGSBN) dell’Unione Astronomica Internazionale (IAU) ha ratificato l’assegnazione del nome del campione italiano a un asteroide del sistema solare, inserendo la decisione nel bollettino ufficiale WGSBN Bulletin V006_009.

L’iniziativa porta la firma del team scientifico composto da Fabrizio Bernardi, scopritore del celebre asteroide 99942 Apophis, e Maura Tombelli, astronoma italiana e direttrice dell’Osservatorio di Montelupo Fiorentino (Firenze). L’asteroide, che da oggi si chiamerà ufficialmente (120097) Janniksinner, è un corpo celeste che orbita nella fascia principale tra Marte e Giove, scoperto il 10 marzo 2003 all’Osservatorio di Campo Imperatore.

“Abbiamo voluto dedicare questo asteroide a Jannik Sinner non solo per i suoi straordinari successi sportivi, che stanno portando l’Italia sul tetto del mondo del tennis, ma anche per i valori di resilienza, correttezza e assoluta dedizione che esprime sul campo e fuori – dichiarano Bernardi e Tombelli – Come una stella cometa o un corpo celeste fisso, Sinner rappresenta un punto di riferimento luminoso per le nuove generazioni. Da oggi, la sua grandezza è scritta anche tra le stelle”.

L'articolo Sinner arriva anche nello spazio: un asteroide porta il suo nome. “È un punto di riferimento luminoso per le nuove generazioni” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Dolce & Gabbana a caccia di liquidità: sul tavolo gli immobili di Milano per rifinanziare 450 milioni di debito. L’ombra del “modello Kering”

Quando una grande società naviga in acque finanziarie complesse e i conti richiedono un intervento strutturale, la prima mossa dei manager incaricati del risanamento segue una regola economica ferrea: fare cassa vendendo il vendibile. La liquidazione degli asset immobiliari superflui, o di quelli che non garantiscono i rendimenti sperati, rappresenta la via più rapida per iniettare liquidità immediata nelle casse aziendali. È un copione finanziario consolidato, applicato di recente dal gruppo Kering che, sotto la guida di Luca De Meo, ha scelto di cedere il palazzo dei record in via Montenapoleone acquistato solo un anno prima. Oggi, sulla stessa scia strategica per alleggerire la pressione debitoria, si muove un altro colosso del lusso: Dolce & Gabbana.

L’ipotesi sale-and-leaseback per le sedi di Milano

Secondo quanto riportato dall’agenzia Bloomberg, che cita fonti finanziarie vicine al dossier, Dolce & Gabbana sta valutando attivamente la vendita di alcuni immobili di proprietà situati a Milano. L’obiettivo primario è generare nuova liquidità per sostenere il rifinanziamento di circa 450 milioni di euro di debito. Sebbene la lista esatta degli edifici da immettere sul mercato non sia stata ancora definita con precisione, l’operazione coinvolgerebbe diversi immobili di pregio, uffici e showroom situati nel centro città e nella zona di Porta Venezia. Per non perdere l’operatività delle proprie sedi, l’azienda starebbe studiando formule di sale-and-leaseback (vendita con patto di locazione): il gruppo cederebbe la proprietà degli immobili per incassare subito i capitali, pagando contestualmente un canone di affitto ai nuovi acquirenti per continuare a utilizzare gli spazi.

Il debito, l’advisor Rothschild e la crisi in Medio Oriente

La mossa immobiliare si inserisce all’interno di una trattativa più ampia e complessa con le banche finanziatrici, confermata dalla stessa casa di moda alcuni mesi fa. L’azienda, pur precisando di non avere bisogno di ricapitalizzarsi, ha affidato un mandato ufficiale all’advisor Rothschild & Co. per rinegoziare con un pool di istituti di credito le migliori condizioni per il debito in essere. Sul tavolo c’è anche la richiesta di nuove linee di credito per 150 milioni di euro, destinate a finanziare lo sviluppo della divisione beauty.

Il quadro finanziario si è complicato a causa di fattori geopolitici esogeni. Nel 2025, il gruppo aveva già rifinanziato 300 milioni di euro di debito con scadenza a febbraio 2030, ottenendo fondi per spingere il settore beauty e il real estate. Tuttavia, l’esplosione del conflitto armato tra Stati Uniti e Iran ha drasticamente alterato gli scenari. La guerra e i bombardamenti dell’ultimo mese hanno paralizzato il Medio Oriente, una regione storicamente ricchissima su cui il marchio italiano aveva puntato con forza. Questo rallentamento commerciale ha spinto i creditori a richiedere un’iniezione di nuovi fondi a garanzia del rifinanziamento da 450 milioni, rendendo la cessione immobiliare un’opzione concreta. In parallelo alle manovre finanziarie, si registrano movimenti anche ai vertici societari: il cofondatore Stefano Gabbana, 63 anni, ha lasciato la presidenza del gruppo quest’anno e, secondo le indiscrezioni, starebbe valutando le opzioni strategiche relative alla sua quota di partecipazione, pari a circa il 40% dell’azienda.

Il precedente di Kering in via Montenapoleone

La strategia di Dolce & Gabbana ricalca in modo pressoché speculare la recente operazione condotta da Kering a Milano. Il gruppo francese ad aprile ha deciso di cedere il celebre immobile di via Montenapoleone 8 alla società qatariota Al-Mirqab, facente capo ad Hamad bin Jassim bin Jaber Al Thani (zio dell’attuale emiro del Qatar).

Kering aveva acquistato l’edificio dal fondo Blackstone per 1,3 miliardi di euro, segnando il più grande investimento su un singolo immobile nella storia d’Italia e innescando una rivalutazione degli affitti in tutta la via. La rapida cessione prevede il conferimento del palazzo (che ospita marchi come Cova, Prada e Yves Saint Laurent) in una nuova società controllata all’80% da Al-Mirqab e al 20% dalla società guidata da Luca De Meo. Finanziariamente, Kering incasserà 729 milioni di euro alla chiusura dell’operazione e ulteriori 432 milioni entro cinque anni, per un totale di quasi 1,2 miliardi.

Come specificato dal colosso francese, non si è trattato di un passo indietro ma di una precisa mossa per fare cassa, simile a quelle già attuate a Parigi e New York. In una nota ufficiale, l’azienda ha chiarito: “Questa operazione si inserisce nella strategia immobiliare selettiva di Kering, finalizzata ad assicurarsi location di particolare attrattività per le proprie Maison, rafforzando al contempo la flessibilità finanziaria del Gruppo”. Liberare capitali ingenti dagli immobili per reinvestirli nel core business: la stessa ricetta che oggi Dolce & Gabbana spera di applicare con successo.

L'articolo Dolce & Gabbana a caccia di liquidità: sul tavolo gli immobili di Milano per rifinanziare 450 milioni di debito. L’ombra del “modello Kering” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Kate Middleton assente ad Ascot, Carlo III affaticato e arrossato oltre misura sotto il sole: Zara Tindall lo aiuta davanti a tutti, la famiglia reale si stringe attorno al re malato

Re Carlo III con il volto molto arrossato e l’aria di chi cerca di sopravvivere ad un sole cocente e a picco, ha raggiunto l’anello nel quale le carrozze dei reali salutano il pubblico coloratissimo del Royal Ascot. La famiglia Windsor in versione iper ridotta lo ha accompagnato stringendo i ranghi intorno a lui, ma questa volta, così come accade ormai dal 2023, la principessa del Galles non era tra di loro.

Kate e William hanno reso omaggio al re sabato 12 giugno in occasione della sfilata istituita da Giorgio III nel 1748 per festeggiare il compleanno del sovrano; con i tre bambini hanno salutato la folla festante dal balcone di Buckingham Palace e sopportato il gruppetto di contestatori appostati nel percorso lungo the Mall per urlare “not my King”, mostrando la foto del fratello di Carlo, Andrea Mountbatten-Windsor, a ricordare le ragioni della loro indignazione.
Impeccabili e ambasciatori della tradizione che si ripete (a volte) annoiata, lunedì hanno partecipato alla cerimonia istituita dal prestigioso Ordine della Giarrettiera al castello di Windsor. Come sempre accade in occasione della sue apparizione, è Kate a monopolizzare la scena, il suo sorriso conquista sudditi e ammiratori, la sua forza ispira chi sta attraversando il tunnel della malattia, così come è capitato a lei.

1 / 6

WhatsApp Image 2026-06-16 at 16.14.40

2 / 6

WhatsApp Image 2026-06-16 at 17.12.32 (1)

3 / 6

WhatsApp Image 2026-06-16 at 17.12.31

4 / 6

WhatsApp Image 2026-06-16 at 17.12.30

5 / 6

WhatsApp Image 2026-06-16 at 17.12.30 (1)

6 / 6

WhatsApp Image 2026-06-16 at 17.12.28

Eppure, chi sperava di rivederla martedì, in carrozza, in prima linea con il re e i pochi membri della famiglia reale invitati ad Ascot, sarà rimasto molto deluso perché i principi del Galles non si sono presentati. L’anno scorso il forfait di Kate era apparso all’ultimo minuto dai cartelloni che indicano l’ordine di apparizione degli ospiti delle quattro carrozze che raggiungono il Royal Ring. E’ da lì che i Royals salutano la folla appostata sugli spalti, per poi dirigersi verso la pista sulla quel si sfidano i cavalli con i loro fantini. Sul Royal Box davanti alla gara, la regina Elisabetta II mostrava tutta la sua passione per le corse e per i cavali, che pare amasse persino più delle persone. La stessa passione è passata alla figlia, la principessa Anna, che non perde l’evento per nulla al mondo, sempre accompagnata dalla figlia, Zara e dal genero. Anche quest’anno era presente Peter, l’altro figlio di Anna, accompagnato dalla neo sposa, la seconda moglie, Harrier Sperling.
Un anno fa, nel gruppo di famiglia era stata inclusa anche la principessa Beatrice di York con il marito Edoardo Mapelli Mozzi, ma le vicende che hanno portato il padre a finire sotto indagine hanno di fatto spento i riflettori sulle due figlie, tenute a distanza di sicurezza dalla corona.

Così, come accade sempre più di frequente, è un povero re malato (nessuno ha mai comunicato una sua effettiva guarigione dal cancro che lo ha colpito nel 2024) affaticato e arrossato oltre misura dal sole di giugno, a doversi sobbarcare il peso e la responsabilità della monarchia. Camilla è accanto a lui, ma è Zara Tindall che gli sistema l’abito mentre gli accarezza la spalla quando scende dalla carrozza in un gesto di tenerezza e confidenza che la dice lunga sul rapporto tra zio e nipote e sull’affetto col quale chi è rimasto nella versione ristretta della “Ditta” sostiene il suo re, quando Kate non c’è.

L'articolo Kate Middleton assente ad Ascot, Carlo III affaticato e arrossato oltre misura sotto il sole: Zara Tindall lo aiuta davanti a tutti, la famiglia reale si stringe attorno al re malato proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Maxi causa da 250 milioni per il caso Minetti: Fnsi, Stampa Romana e Alg con Il Fatto e Report. “Azioni per imbavagliare il diritto di cronaca”

Azioni per imbavagliare il diritto di cronaca”. Con queste parole Fnsi, il sindacato nazionale dei giornalisti italiani, e la Stampa Romana, la sigla dei professionisti che operano nella Capitale e nel Lazio, hanno espresso la propria vicinanza a Il Fatto Quotidiano e Report raggiunti da una maxi richiesta di risarcimento da 250 milioni di dollari per le inchieste sulla grazia presidenziale concessa a Nicole Minetti. Anche l’Associazione Lombarda dei Giornalisti (Alg) ha espresso “piena solidarietà e vicinanza ai colleghi delle redazioni”, parlando di “effetto intimidatorio sull’esercizio della libertà di stampa“.

Nella richiesta di risarcimento di 43 pagine si parla di “accuse false e sensazionalistiche” sui rapporti di Cipriani con Jeffrey Epstein, il faccendiere pedofilo, e sulle “feste a sfondo sessuale” organizzate in Uruguay nel ranch “Gin Tonic” dell’imprenditore italiano. Oltre che sulle pratiche per l’adozione e le cure necessarie per il figlio adottivo della coppia Cipriani-Minetti. L’azione legale non è per diffamazione – negli Stati Uniti la tutela della libertà di stampa è molto più ampia che in Europa – ma per “interferenza illecita con rapporti commerciali futuri, falsa rappresentazione dannosa e denigrazione commerciale”.

La solidarietà di Fnsi e Stampa Romana

Nel comunicato congiunto delle due sigle si legge che l’azione legale intestata dalla società di Giuseppe Cipriani, compagno di Minetti, “sottolinea un modo di agire diventato comune nei confronti della stampa. Richieste di risarcimento abnormi, fuori da qualsiasi ragionevole parametro, accompagnate dall’esplicita affermazione di voler far chiudere testate scomode, senza minimamente interessarsi del futuro dei giornalisti e dell’informazione”. Fnsi e Stampa Romana concludono ribadendo “l’importanza del giornalismo d’inchiesta e la protervia di chi cerca di contrastare l’informazione a suon di inaudite richieste milionarie”. Nella nota si fa anche riferimento al fatto che Cipriani si sia rivolto ala magistratura degli Stati Uniti. Una scelta, specificano le due sigle, “per cercare di stringere ulteriormente il cappio” intorno alle due testate. La richiesta di risarcimento è stata infatti sottoposta alla Corte distrettuale di New York, per mano dei legali del ramo Usa del gruppo imprenditoriale di Cipriani.

Il comunicato di Alg

Anche l’Associazione Lombarda dei Giornalisti denuncia come la richiesta di risarcimento di entità straordinaria rischia di assumere i contorni di “una pressione economica sproporzionata” nei confronti dell’attività giornalistica. “Riteniamo che richieste risarcitorie di importi milionari – spiega il presidente ALG, Paolo Perucchini – possano produrre un effetto intimidatorio sull’esercizio della libertà di stampa, soprattutto quando colpiscono attività di giornalismo d’inchiesta svolte nell’interesse pubblico. Il giornalismo investigativo rappresenta uno dei pilastri fondamentali di una società democratica”. Perucchi parla di “cause bavaglio” che “rischiano di generare un clima di autocensura“, danneggiando quindi l’intero sistema dell’informazione. “Anche la scelta di rivolgersi al tribunale federale americano – conclude il presidente dell’ALG – è sintomatica della volontà di intimidire al massimo livello i giornalisti italiani giocando ‘fuori casa’”.

L'articolo Maxi causa da 250 milioni per il caso Minetti: Fnsi, Stampa Romana e Alg con Il Fatto e Report. “Azioni per imbavagliare il diritto di cronaca” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Mondiali, come sono andate le 24 ore dell’Iran negli Usa: dai fischi durante l’inno all’esultanza molto discussa

TijuanaLos Angeles, partita, Los Angeles-Tijuana. Tutto in 24 ore. Anzi, meno. L’Iran ha iniziato la sua avventura ai Mondiali 2026 che si giocano tra Usa, Canada e Messico e lo ha fatto in mezzo a non poche difficoltà nel pre, durante e nel post gara, nonostante il giorno prima Trump abbia annunciato l’accordo con Teheran per la fine della guerra. Sul campo contro la Nuova Zelanda è finita 2-2, con la formazione iraniana che ha recuperato per due volte lo svantaggio, ma a far discutere è il contorno del match tra fischi all’inno, bandiere controverse in tribuna, esultanze discutibili, dichiarazioni pesanti nel post gara e qualche problemino per tornare in Messico, dove si trova il quartier generale dell’Iran, a cui è concesso entrare negli Usa soltanto per le partite.

Mondiali 2026, la classifica dei gironi aggiornata
Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta

Le proteste dentro e fuori dallo stadio

Costretta a trasferirsi in Messico all’ultimo minuto (il “primo” quartier generale era in Arizona), ostacolata dai visti arrivati solo all’ultimo momento (e negato a una quindicina di membri dello staff tecnico) e con l’obbligo di entrare e uscire dagli Usa in massimo 24 ore, la nazionale iraniana ha giocato la propria partita, cercando di tenere lo sport “separato dalla politica”, come aveva chiesto il suo allenatore. Ciò non è accaduto però sugli spalti, dove la partita è stata molto carica di tensione emotiva.

I membri della diaspora iraniana, nota come “Tehrangeles“, hanno manifestato contro la Repubblica islamica fuori dallo stadio, mentre centinaia di tifosi all’interno hanno esposto l’emblema del leone e del sole, simboli della bandiera prima della rivoluzione del 1979. Una protesta contro l’attuale regime. I funzionari iraniani avevano ribadito che era responsabilità della Fifa garantire che fosse esposta solo la bandiera attuale, minacciando di interrompere la partita in caso contrario. Poi sono arrivati anche i fischi durante l’inno. Da lì sugli spalti si è cominciato a tifare, ma solo per la nazione e per il popolo iraniano, non per la squadra, storicamente considerata molto vicina al regime di Teheran. A fine partita l’autore del gol del momentaneo 1-1, Ramin Rezaeian, interpellato sui fischi all’inno da un giornalista, ha risposto “non sono affari tuoi“. “Se c’è qualche problema tra noi, sono affari nostri, non ti riguardano – ha detto Rezaeian in modo brusco -. Ti rispetto, ma è una questione che ci riguarda e la risolveremo, non preoccupartene”.

Mondiali 2026, i gironi e il nuovo regolamento
Calendario Mondiali: date e orari, dove vedere le partite in tv
L’albo d’oro dei Mondiali

L’esultanza discussa

Le bandiere con il leone e il sole, le proteste fuori dallo stadio e i fischi durante l’inno, ma non solo. A far discutere durante la partita è stata l’esultanza di Mohammad Mohebi, che ha segnato il gol del definitivo 2-2. L’esultanza di Mohebi si è suddivisa in due parti: prima ha fatto il gesto che richiama un’iniezione sul braccio, la cosiddetta ‘ice in my veins’ usata spesso in Nba, per indicare la freddezza nei momenti decisivi. E fin qui nulla di strano.

Subito dopo, però, l’attaccante 27enne del Rostov ha guardato verso le tribune e ha mimato un gesto che in molti hanno interpretato come uno sparo con una pistola rivolto ai presenti. “È stato un gesto spontaneo – ha detto Mohebi nel post gara – nato in quel preciso momento. Solo un’esultanza e basta”. Un‘esultanza molto chiacchierata, visto il contesto storico e geopolitico già di per sé parecchio delicato.

Le dichiarazioni post partita

La fase più calda delle 24 ore dell’Iran negli Usa è stata sicuramente quella del post gara, quando – a detta del commissario tecnico Amir Ghalenoei e del capitano Mehdi Taremi – alla nazionale è stato chiesto di “andare via subito“. “Siamo la squadra più maltrattata di tutto il Mondiale“, ha aggiunto il ct Amir Ghalenoei, riferendosi ai problemi logistici e per ottenere i visti. “Non sappiamo nemmeno il perché ed è molto strano, altri stanno decidendo al posto nostro“, le sue parole nella conferenza stampa successiva alla partita.

“Prima della partita, ho detto che non abbiamo avuto tempo di adattarci a causa del viaggio”, ha spiegato Ghalenoei, “molti dei nostri giocatori hanno avuto crampi, ed è per questo che abbiamo dovuto sostituirli. Quindi non è stato per motivi tecnici che abbiamo effettuato le sostituzioni. È stato a causa degli infortuni e dei crampi. Saranno visitati dal nostro staff tecnico, ma il fatto che abbiano ritardato il nostro arrivo e ci stiano costringendo a tornare indietro in anticipo senza tempo per il recupero, sta rendendo la situazione più difficile”

“È molto stressante per i giocatori, riceviamo poco sostegno, credo che la Fifa avrebbe potuto fare di meglio – aveva rincarato la dose Taremi – Siamo stanchi di questa situazione. Abbiamo avuto molti problemi negli ultimi mesi. Vogliamo soltanto pace e gioia. Non sono questi gli slogan della Fifa?”. Parole che Taremi ha rivolto anche al presidente della Fifa, Gianni Infantino, che dopo la gara aveva fatto visita alla squadra negli spogliatoi. “Gli abbiamo chiesto le stesse cose, lui vuole aiutare ma ci sono altri problemi“, si è limitato a dire l’ex attaccante dell’Inter.

Il ritorno in Messico

Anche il ritorno in Messico non è stato dei più sereni: secondo quanto riportato da RMC Sport, due calciatori – l’ex attaccante dell’Inter e capitano della nazionale Mehdi Taremi e il compagno di squadra Saeed AlAlawi – hanno avuto delle complicazioni durante l’imbarco sul volo di ritorno da Los Angeles, circostanze simili a quelle già vissute al loro arrivo. Da Teheran la Federazione ha fatto sapere che le procedure per lasciare l’aeroporto si sono protratte in modo ingiustificato, ritardando così la partenza per Tijuana. Successivamente la Federazione ha riportato che il visto di un altro giocatore, Mehdi Torabi, era scaduto perché valido per un solo ingresso e che si sta già lavorando per rinnovarlo in vista delle prossime partite.

Domenica l’Iran tornerà di nuovo negli Stati Uniti per affrontare il Belgio ancora a Los Angeles, in una sfida già cruciale per il cammino nel girone. Ma dopo tutto ciò che è accaduto nelle ultime 24 ore, la sensazione è che i problemi più grandi per la nazionale iraniana non siano in campo. Tra tensioni politiche, ostacoli burocratici e continui imprevisti logistici, la partita più complicata dell’Iran sembra ancora giocarsi fuori.

L'articolo Mondiali, come sono andate le 24 ore dell’Iran negli Usa: dai fischi durante l’inno all’esultanza molto discussa proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Ucciso in Polonia il dissidente russo Semyon Skrepetsky: tre giorni fa era a Berlino con un quadro anti-Putin

L’artista russo dissidente Semyon Skrepetsky, 44 anni, è stato ucciso con diversi colpi d’arma da fuoco in un parcheggio di Biala Podlaska, nella Polonia orientale. Era famoso per le sue satire contro il presidente Vladimir Putin e aveva partecipato alle proteste a Venezia contro la riapertura del padiglione russo. Come comunicato dal portavoce della procura distrettuale di Lublino, Macin Kozak, la polizia ha fermato due bielorussi che si presume siano collegati all’assassinio. Al momento però “non sono state mosse accuse” contro i due uomini arrestati, ha dichiarato Kozak, aggiungendo che “rimangono a disposizione della procura”.

Le autorità locali hanno sigillato le strade in uscita dalla città e hanno messo sotto protezione le scuole dove si trovano i figli della vittima. I due uomini fermati sono stati intercettati e arrestati vicino al consolato bielorusso di Biala Podlaska. Stando a quanto riportato dalla polizia, Skrepetsky è stato ucciso con una vera e propria esecuzione: prima lo hanno colpito con tre proiettili, poi, una volta a terra, l’aggressore si è avvicinato e ha sparato altri due colpi a distanza ravvicinata.

Skrepetsky, il cui vero nome era Robert Kuzovkov, era originario della regione di Altai, nella Siberia sud-occidentale. Dal 2021 si era rifugiato in Polonia ed era noto in Russia per le sue caricature satiriche di politici, tra cui il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, Ramzan Kadyrov, leader della Repubblica di Cecenia, ma anche la defunta guida dell’opposizione russa Alexei Navalny. L’artista non risparmiava però critiche anche nei confronti delle autorità ucraine al punto che era stato inserito da Kiev nel database Myrotvorest. Si tratta di un controverso sito web che raccoglie e pubblica i dati personali di individui considerati “nemici dell’Ucraina” o “traditori della patria”. Tre giorni prima di essere ucciso, Skrepetsky aveva passeggiato per le strade di Berlino tenendo in mano un suo quadro: la reinterpretazione di un’icona ortodossa in cui il leader sovietico Joseph Stalin tiene in braccio un Putin “bambino”, sostituendo i due alla Vergine con Gesù.

Anche la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno, – da pochi giorni uscita dal Partito democratico in polemica – ha commentato: “Una notizia terribile. Il fenomeno delle aggressioni extraterritoriali ai danni di dissidenti e critici dei regimi autoritari rappresenta una minaccia concreta per la sicurezza europea“.

L'articolo Ucciso in Polonia il dissidente russo Semyon Skrepetsky: tre giorni fa era a Berlino con un quadro anti-Putin proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Dai media alle urne: l’ascesa di Vannacci conviene a tutti, tranne che alla sinistra

di Serena Poli

I media e la politica italiana hanno un talento veramente degno di nota, quando si tratta di improbabili personaggi in cerca d’autore: il talento pernicioso di trasformarli in interlocutori degni di nota. È successo in passato, con parabole diverse ma dinamiche simili. Oggi accade di nuovo attorno alla figura di Roberto Vannacci.

Se alla pubblicazione del suo primo libro si fosse scelta la via della cronaca marginale, quel testo intellettualmente misero e stilisticamente dozzinale sarebbe rimasto confinato nelle nicchie cui era destinato. Invece, la grancassa mediatica lo ha pompato, ne ha moltiplicato gli estimatori e ha costruito il personaggio. Il risultato è l’ennesimo figlio del sistema che si vende come eroe antisistema. Una narrazione che attecchisce su un elettorato incattivito da continui tradimenti, prima di Salvini, poi di Meloni. Anche lui è destinato a tradire, perché la propaganda va sempre a cozzare con la realtà di governo (ma tutto questo Alice non lo sa).

Domandiamoci allora: a chi giova questo fenomeno? La risposta è semplice: a tutti, tranne che alla sinistra.

Fa comodo alla destra di governo, guidata da una Giorgia Meloni le cui aspirazioni incendiarie sono state castrate dalla realpolitik. Alla fine, non senza irritarla profondamente, il signor Vannacci le strapperà diversi punti percentuali, forse costringendola addirittura a elezioni anticipate. Ma sarà comunque accolto in coalizione, anche perché consentirà al prossimo eventuale governo, sempre probabilmente a trazione Meloni, di spostare l’ago ancora più a destra. Stesse promesse, stessa fine impietosa: l’unica cosa che guadagneremo (si fa per dire) sarà un dibattito politico e sociale ancor più retrivo, violento e trogloditico di quello attuale.

Ma l’avanzata di Vannacci piace anche al centro politico. Non in chiave antimeloniana ma in chiave anti-sinistra. La speranza, nemmeno troppo segreta, è che uno spostamento ulteriore dell’asse politico verso la destra più radicale possa spaventare a tal punto l’elettorato progressista da costringerlo, ancora una volta, a turarsi il naso “contro gli estremismi”, includendo ovviamente anche quello (immaginario, almeno in Italia) di sinistra. A personaggi come Renzi non interessa essere ‘alternativa’ (quel treno è già passato), interessa il diritto di veto: al momento opportuno, smetterà di pompare Vannacci come sta facendo adesso e inizierà ad agitare lo spauracchio dell’orco nero al governo per incassare la sua personale quota di potere e limitare così qualunque azione redistributiva in caso di vittoria alle elezioni.

In questo scenario, le prospettive future appaiono fosche ma prevedibili. Se Forza Italia deciderà che stare al potere con un alleato ‘disturbante’ è comunque preferibile all’opposizione, assisteremo probabilmente a un nuovo governo Meloni con una più forte componente estremista incarnata da FN… inteso come Futuro Nazionale, non come Forza Nuova, anche se la differenza non si vede.

L’altro scenario vedrebbe la vittoria di una coalizione che difficilmente sarà in grado di fare qualcosa di sinistra. Ora, il bistrattato cittadino progressista potrebbe trovarsi a sperare che il campo largo vinca con la legge elettorale in cantiere, nella vana fantasticheria che il premio di maggioranza possa ridurre il peso della componente centrista.

Ma gli accordi sui numeri si fanno prima, dunque non si lasci tentare, lo sventurato elettore, perché la sinistra che non ha il coraggio di fare la sinistra è destinata a rivivere la storia di un secolo fa: forze moderate che si ergono a unico argine e che finiscono col favorire l’ascesa della destra più reazionaria. Solo che, un secolo fa, quell’errore di calcolo nacque dalla presuntuosa convinzione di poter ‘istituzionalizzare l’estremismo’; oggi invece i nostri liberali, senza nemmeno preoccuparsi di nasconderlo, preferiscono arginare ogni minimo sentore di sinistra piuttosto che l’estrema destra.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

L'articolo Dai media alle urne: l’ascesa di Vannacci conviene a tutti, tranne che alla sinistra proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Gli anarchici e la campagna per Cospito: “Tra gli obiettivi gli studi dove registra La7”

C’erano anche gli studi televisivi dove si registrano i programmi di La7 tra i possibili obiettivi nel mirino dei sette anarchici arrestati questa mattina dalla Digos di Roma. Le indagini della Polizia di prevenzione, coordinate dalla Procura di Roma, hanno infatti accertato che la cellula, dopo aver pianificato le proprie attività in un casale nei pressi di Vicovaro (Roma), si sia resa responsabile dell’azione compiuta il 14 febbraio 2026 ai danni della rete ferroviaria dell’Alta velocità Roma-Firenze e Roma-Napoli, nell’ambito delle azioni programmate in concomitanza con le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina.

Gli studi “De Paolis”, sulla via Tiburtina, sono molto noti in città, per decenni alternativa naturale a quelli di Cinecittà. Da un’intercettazione dell’11 gennaio 2026, uno degli anarchici indagati, Francesco Benedetti, dice alla compagna Francesca Cannatello (non colpita da misure): “Franci, ma tu entri da Kfc… (…) te lo fai de giorno vestito da operaio… vai co i guanti, te giochi proprio n’altra carta”. La parola “Kfc” – annotano gli investigatori – “ha portato facilmente alla catena fast food statunitense (…) Si è quindi concentrata l’attenzione su uno store sito in via Tiburtina 541, in prossimità del centro sociale Intifada di via di Casal Bruciato 15, dove i tre protagonisti la sera precedente avevano partecipato all’evento musicale”. Qui però, secondo la Digos, viene rivelato il vero obiettivo del gruppo: “Lo store (…) si presta, per localizzazione, come luogo utilizzabile per raggiungere anche un’altra destinazione da colpire, poiché a fianco di Kfc sono presenti gli studi televisivi “De Paolis” (all’interno vengono registrati programmi televisivi prevalentemente prodotti da La7″.

Le indagini sono partite da quelle relative alla rete di supporto alla latitanza di Salvatore Vespertino, arrestato in Spagna febbraio 2025 per l’attentato nel 2017 presso la sede di Casapound a Firenze. Tra gli obiettivi principali della cellula c’era quello di rilanciare la mobilitazione per Alfredo Cospito, l’anarchico a cui è stato rinnovato per altri due il regime di 41 bis. Nell’ordinanza cautelare vengono citate una serie di intercettazioni. In un audio carpito dagli investigatori, sempre Benedetti afferma: “Con grossa fatica ma qualcosa bisogna fare…costringere un po’ lo Stato a fa i conti…che tenere un anarchico in 41 bis è comunque aver rotture di scatole!”. Negli atti viene anche citato un colloquio in cui due indagati “discutono di un sopralluogo che potrebbe coinvolgere la catena fast food McDonald’s… in relazione alla volontà di rilanciare la mobilitazione a favore di Cospito” e affermano: “Pensiamo che sia meglio partire piano…renderla pubblica in una sorta di escalation!”.

ll tema della mobilitazione pro-Palestina, secondo gli investigatori, “appare da subito per i partecipanti un ottimo aggregatore per i giovani e per ottenere visibilità o meglio riconoscibilità del gruppo in quanto promotori di ”certe pratiche'”. Prevedono gli indagati, anche la possibilità di coordinarsi con altri gruppi di azione “sparsi per tutta l’Italia (…) sono capaci e disposti a mettere in campo un cerio tipo d’intervento”. Alcuni riconducibili anche al centro anarchico “Casa Santa” di Predappio. Non solo. Nico Aurigemma, il romano del gruppo, indicato come senza fissa dimora, fa un parallelo anche con gli altri paesi: “Mi sembra una discussione molto italiana (…) In questo Paese si tenta di tutto per sfuggire alla repressione (…) In Francia e in Germania, c’è un livello di costanza di diffusione dell’azione che è abbastanza elevato nel sono che ci sono decine e decine di tralicci che bruciano, cioè robe elettriche che succedono, bum, bim, bam, sabotaggi ai treni… cioè un livello in crescendo”.

Nelle motivazioni per la custodia cautelare, infine, il gip afferma: “Il tragico decesso degli anarchici Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone (i due anarchici morti per una esplosione di un ordigno rudimentale che stavano fabbricando a Roma, ndr) ha generato una serie di movimenti, proclami, manifestazioni, attentati (recentemente in Grecia) che vedono la concentrazione, soprattutto in territorio romano, di militanti anarchici per una serie di incontri ed eventi, in parte preannunciati, ma che in parte si possono reputare clandestini In un contesto simile diviene ancor più tangibile il rischio di azioni violente e di particolare impatto”.

L'articolo Gli anarchici e la campagna per Cospito: “Tra gli obiettivi gli studi dove registra La7” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Sollicciano, sul carcere di Firenze sono dovuti intervenire i giudici: Dap e governo sapevano ma non si sono mossi

Lo avevamo detto oltre un anno fa. Era tutto scritto. Sul sito di Antigone, la scheda relativa a Sollicciano si apre così: “Le condizioni strutturali dell’Istituto sono semplicemente disastrose”. Il seguito potete leggerlo da soli. Dopo la visita congiunta di Antigone e Magistratura Democratica del 21 marzo 2025, avevamo chiesto che il carcere di Sollicciano a Firenze venisse immediatamente chiuso. Là dentro si viveva una vita indecente, contraria a ogni senso di umanità, indegna di uno Stato che si vuole presentare come democratico.

“È difficile descrivere”, scrivevamo allora, “la condizione di degrado raggiunta dalla struttura (…). Non si tratta più di trascorrere il tempo in uno spazio ridotto o di non poter usufruire di un programma teso alla risocializzazione a causa del sovraffollamento, come ormai accade alla maggior parte dei luoghi di detenzione italiani. A Sollicciano si tratta di essere costretti a sopravvivere adattandosi a condizioni di vita inumane che non corrispondono al senso di umanità della pena richiesto dall’art. 27 comma 3 della Costituzione. La struttura degli edifici che ospitano le sezioni e lo stato di degrado dell’intero impianto idrico sono tali che le continue infiltrazioni di acqua piovana e di acqua dispersa hanno cosparso di muffa intere pareti e provocano continui sversamenti di acqua dai soffitti e dai terrazzi, che allagano i pavimenti e obbligano i ristretti a vivere nell’umidità, se non proprio nell’acqua. I servizi igienici delle celle (dove spesso vengono ricavati spazi dispensa) oltre ad essere coperti di macchie di muffa, sono privi di copertura della tazza e di cassa di scarico, tanto che le persone detenute devono utilizzare un tubo di fortuna attaccato al lavandino. Sempre a causa delle infiltrazioni di acqua è saltato l’impianto elettrico di alcune celle e le persone detenute devono stare al buio. Le cimici continuano ad infestare i materassi”. E potremmo continuare.

Le condizioni igieniche, sanitarie e strutturali dell’istituto non erano già all’epoca sostenibili. Nonostante questo e altri successivi appelli, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria non si è mosso. Oggi è una Procura – caso senza precedenti – a chiederne il sequestro. Il Tribunale di Firenze ha emesso un decreto di sequestro preventivo per ben sette sezioni del carcere fiorentino. I detenuti verranno, inevitabilmente, ammassati da qualche altra parte, visto il tasso di affollamento carcerario che ha ormai raggiunto il 140% su base nazionale (e oltre il 200% in molti istituti: oggi solo 22 carceri su 189 non sono sovraffollate).

L’applicativo informatico utilizzato dal Ministero della Giustizia per misurare lo spazio delle celle si discosta dai criteri dettati dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione nel 2021. Il governo non vuole regole, non gradisce controlli. Vuole mano libera. Nel suo continuo braccio di ferro con la magistratura, ha deciso che il detenuto deve accontentarsi di meno spazio di quello previsto dalle norme per come i magistrati le interpretano.

Allo stesso modo, ha deciso che i detenuti possono vivere in mezzo alle cimici, alla muffa, agli allagamenti. Sapevano tutto e non hanno fatto nulla. Adesso sono intervenuti i giudici a riaffermare dei limiti minimi. Non era mai accaduto prima in questi termini. Speriamo che non ci si fermi qui. Non basta una mano di vernice a Sollicciano: come accade in Paesi più civili del nostro, nessuno deve più entrare in carcere se non c’è uno spazio dignitoso ad accoglierlo.

L'articolo Sollicciano, sul carcere di Firenze sono dovuti intervenire i giudici: Dap e governo sapevano ma non si sono mossi proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Per tornare sul set avrei fatto pure una fottuta pubblicità di cibo per gatti”: Armie Hammer e il rilancio dopo le accuse di violenza sessuale (non è mai stato condannato)

Era sulla cresta dell’onda, amatissimo sex symbol da etero e gay (grazie anche al film cult “Call Me by Your Name” del 2017), richiestissimo sul set. Un vero e proprio idolo delle folle, poi pesantissime accuse, il tribunale, le porte di Hollywood si sono chiuse e il suo nome è finito in black list. Dal paradiso all’inferno e tentativo di risalire in purgatorio per Armie Hammer.

L’ex stella di Hollywood ha vissuto un anno orribile, nel 2021, perché è stato accusato di molestie e violenza sessuale e, contemporaneamente, è stato travolto da uno scandalo mediatico per presunte tendenze e fantasie di cannibalismo. Sono stati diffusi sul web alcuni screenshot di presunte conversazioni private attribuite all’attore, il cui contenuto descriveva fantasie sessuali di natura estrema e includeva dichiarazioni in cui l’uomo si definiva “cannibale al 100%”. L’autenticità di tali messaggi non è mai stata confermata ufficialmente. L’attore ha nel frattempo smentito con fermezza tutte le accuse e le voci circolate a suo carico.

Nel giugno del 2023, dopo oltre due anni di indagini, la procura distrettuale di Los Angeles ha chiuso il caso senza incriminare l’attore per mancanza di prove sufficienti.

L’attore ha concesso la sua prima intervista a “The Hollywood Report” per promuovere il film “Citizen Vigilante” per la regia di Uwe Boll. “Avrei fatto anche una fottuta pubblicità di cibo per gatti”, ha confessato l’attore.

“Quando ho ricevuto la mail di Boll…. Sono quasi sicuro di aver pianto – ha ammesso – È stato un momento in cui ho pensato: finalmente potrò fare la cosa che amo più di ogni altra cosa, a parte i miei figli. Avrei girato anche una fottuta pubblicità di cibo per gatti. Volevo solo tornare a lavorare. Ero terrorizzato fino al momento in cui Uwe ha detto ‘azione’ per la prima volta. E poi ho pensato: ‘Aspetta. So come si fa’. C’è un motivo per cui ho avuto il successo che ho avuto”.

Infine una consapevolezza: “Mi sono creato questi problemi da solo”.

L'articolo “Per tornare sul set avrei fatto pure una fottuta pubblicità di cibo per gatti”: Armie Hammer e il rilancio dopo le accuse di violenza sessuale (non è mai stato condannato) proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Diciassettenne morta dopo intervento: assolto il cardiochirurgo Coscioni, ex presidente dell’Agenas

Con la formula “il fatto non sussiste” il Tribunale di Salerno ha assolto il cardiochirurgo ed ex presidente dell’Agenas Enrico Coscioni al termine del processo nato dalla morte della 17enne Lucia F., avvenuta nell’ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona di Salerno, nel settembre del 2019, a seguito di un intervento chirurgico per la sostituzione della valvola mitralica. Coscioni era il primario del reparto di cardiochirurgia. Le motivazioni dell’assoluzione del professore universitario e del dottor Antonio Longobardi, che partecipò all’operazione, saranno rese note entro 90 giorni.

All’epoca in cui fu indagato, Coscioni era consigliere per la sanità del governatore della Campania, Vincenzo De Luca, nonché componente dell’unità di crisi regionale anti-coronavirus e componente della cabina di regia nazionale. Nel 2020 fu nominato presidente dell’Agenas (Agenzia Nazionale per i servizi sanitari regionali), l’organo tecnico-scientifico del Servizio sanitario nazionale che risponde al ministero della Salute e svolge attività di ricerca e di supporto al ministro, alle Regioni e alle singole aziende sanitarie.

La difesa di Coscioni (l’avvocato e professore Andrea R. Castaldo) e quella dell’Azienda Ospedaliera Universitaria “Ruggi d’Aragona (l’avvocato e professore Agostino De Caro) hanno evidenziato nel corso del processo “l’infondatezza dei profili di colpa contestati, sottolineando come la vicenda dovesse essere valutata alla luce della particolare complessità del quadro clinico, della imprevedibilità della complicanza intraoperatoria e dell’assenza di una condotta alternativa concretamente idonea a evitare l’evento”.

“Accogliamo con profondo rispetto la decisione del Tribunale, che restituisce piena dignità professionale al professore Coscioni – dichiara l’avvocato e professore Castaldo – dopo un processo complesso e doloroso per tutte le parti coinvolte. L’assoluzione con la formula ‘perché il fatto non sussiste’ conferma la correttezza della linea difensiva sostenuta sin dall’inizio: non ogni evento avverso, anche quando drammatico, può essere trasformato in responsabilità penale. Attendiamo il deposito delle motivazioni per ogni ulteriore valutazione”, conclude Castaldo.

L'articolo Diciassettenne morta dopo intervento: assolto il cardiochirurgo Coscioni, ex presidente dell’Agenas proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Movimento e alimentazione, l’evento finale di Edusport: coinvolti 600 alunni in tutta Italia

Si tiene domani, mercoledì 17 giugno, a Roma l’evento finale di EdusportPercorsi di educazione alimentare e sportiva per stili di vita attivi, il progetto promosso da Uisp-Unione Italiana Sport Per tutti in collaborazione con il Dipartimento per lo Sport, che nell’ultimo anno scolastico ha coinvolto circa 600 bambine e bambini delle scuole primarie distribuite in tutta Italia.

L’appuntamento è in programma dalle 10 alle 13 all’Impianto Sportivo comunale Fulvio Bernardini, in via dell’Acqua Marcia 51, a Roma. Il progetto, avviato nel settembre 2025, ha interessato undici istituti scolastici di Genova, Matera, Oristano, Perugia, Roma, Taranto e Val di Susa, con l’obiettivo di promuovere il movimento e una corretta alimentazione tra gli studenti.

La mattinata è dedicata alla presentazione dei risultati raggiunti durante il percorso educativo. I partecipanti possono inoltre assistere alla riproposizione di attività, giochi e metodologie sperimentate nel corso dell’anno dalle alunne e dagli alunni coinvolti. A chiudere l’iniziativa la tavola rotonda dal titolo “Politiche, scuola e sport: strategie condivise per stili di vita sani”, momento di confronto tra rappresentanti delle istituzioni, del mondo accademico e della sanità.

Tra i relatori annunciati figurano Barbara De Mei, responsabile del Reparto Sorveglianza dei fattori di rischio e strategie di promozione della salute dell’Istituto Superiore di Sanità; Rossana Ciuffetti, direttrice dell’Area Sport Impact di Sport e Salute; Maria Assunta Giannini, dirigente del Ministero della Salute; Fabio Lucidi, prorettore alla Terza e Quarta Missione e ai rapporti con la comunità studentesca della Sapienza Università di Roma; e Massimiliano Maselli, assessore all’Inclusione sociale, ai Servizi alla persona e al Terzo settore della Regione Lazio.

L’incontro rappresenta l’occasione per fare il punto sulle strategie da adottare per favorire, fin dall’età scolare, comportamenti orientati al benessere e a stili di vita più sani attraverso la collaborazione tra scuola, sport e istituzioni.

L'articolo Movimento e alimentazione, l’evento finale di Edusport: coinvolti 600 alunni in tutta Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Cacciari sbotta con Gruber: “Vannacci dice ca**ate, non conta un piffero di niente. La smetta di fargli propaganda”

Botta e risposta serrato a Otto e mezzo (La7) tra Lilli Gruber, e il filosofo Massimo Cacciari sulla figura di Roberto Vannacci e sulle possibili derive fasciste del suo nuovo movimento, Futuro Nazionale.
Tutto comincia quando l’editorialista di Repubblica Massimo Giannini collega la precedente invettiva di Cacciari sull’antifascismo alle posizioni del governo Meloni su Israele, Trump e i “nuovi fascismi illiberali”.
Il filosofo si inalbera immediatamente: “I nuovi fascismi non sono neanche questo. Sono un’altra cosa molto più seria, e non sono più fascismi per ragioni tecniche. Non sto qui a spiegare, l’ho spiegato cento volte dappertutto. Basta. Non è più il pericolo del fascismo, è assurdo questo discorso”.
Pochi minuti dopo, quando Gruber gli chiede del fenomeno Vannacci, Cacciari alza ulteriormente il tono. Racconta di aver convinto, in seminari e incontri universitari, giovani che leggevano sergenti nazisti, Evola e Codreanu a uscire da quel “pantano”.
E avverte: “Bisogna discutere e confrontarsi, perché le idee di cui sei certo sono più forti da tutti i punti di vista, anche dal punto di vista del mito”. Per costruire un’unità politica europea, aggiunge, occorrono parole, ideali e miti capaci di parlare ai giovani, non “patentini”, “scemenze” e censure, tanto più in una politica contemporanea che è meramente “un’arte ragionieristica” priva di anima.
Il filosofo, quindi, ridimensiona nettamente la figura del leader di Futuro Nazionale: “Non è Vannacci, lei lo sa meglio di me Gruber. È la seconda forza politica tedesca, è la Le Pen che ha detto e dice cose centomila volte peggiori di quelle pronunciate da Vannacci“.
Secondo Cacciari, se Vannacci corre da solo la sinistra brinda e vince; se resta nel centrodestra, tutto rimane come prima. E sottolinea: “Vannacci è l’ultimo dei problemi, neanche il penultimo, l’ultimo!”.

La conduttrice ricorda che anche Pier Luigi Bersani evocava una battaglia delle idee e ancora una volta Cacciari sbotta: “E chi fa questa battaglia delle idee? Bersani? Ma vedete che stiamo dicendo delle cose fuori dal mondo?”.
Gruber obietta che il contributo del l’ex leader del Pd è prezioso, ricordando i suoi tour per l’Italia per parlare coi giovani, ma l’ex sindaco di Venezia Cacciari mantiene la linea, ribadendo che serve un ricambio generazionale vero: “Non può essere né Bersani né Cacciari, bisogna che ci sia una classe politica giovane. Cosa vuoi che sia Bersani o Cacciari a fare la battaglia delle idee?”.
“Tutti possono dare il loro contributo”, insiste la giornalista.

Quando Gruber ricorda le parole di Vannacci sul reato di femminicidio, Cacciari taglia corto: “Devo commentare l’idiozia di un Vannacci? Vannacci non ha cultura e humus dietro, né la storia dei grandi movimenti della destra. Non lo sottovaluto affatto, lui si sottovaluta da sé“.
Sottolinea che all’ex generale manca il retroterra storico della destra tedesca, francese o spagnola e si è soltanto ritagliato uno spazio lasciato libero da Meloni e Salvini al governo.
E aggiunge: “Se questo spazio lui se lo vuole mantenere, la sinistra brinda. Se, come sono certo, il giorno prima torna all’ovile, è tutto uguale a prima”.
Poi rimprovera in modo veemente la conduttrice: “Vannacci non ha un piffero di niente, smettiamolo di fargli propaganda. Gruber, smettiamogli di fargli propaganda, vivaddio“.
Gruber replica ricordando non aver mai invitato Vannacci prima e di averlo fatto ora solo perché ha fondato un partito e tenuto una Costituente.
Cacciari chiude sarcastico: “Speriamo che sia la prima e l’ultima volta”.

L'articolo Cacciari sbotta con Gruber: “Vannacci dice ca**ate, non conta un piffero di niente. La smetta di fargli propaganda” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Pio Esposito rimanda le vacanze: è a Brescia per allenare i ragazzi della scuola calcio dove ha iniziato la carriera

Per molti il periodo estivo è sinonimo di vacanze e relax, ma non per Pio Esposito. L’attaccante dell’Inter ha deciso di rimandare le ferie e dedicare parte del suo tempo libero ai giovani calciatori della Voluntas Brescia, la società nella quale ha mosso i primi passi nel mondo del calcio. L’Italia non prenderà parte ai Mondiali del 2026, avendo mancato la qualificazione per la terza volta consecutiva dopo l’ultima presenza a Brasile 2014, ma nonostante ciò, Esposito non ha scelto (almeno per il momento) una meta di villeggiatura dopo una stagione ricca di soddisfazioni sotto la guida di Cristian Chivu, conclusa con la conquista di campionato e Coppa Italia. In questi giorni, infatti, dopo aver risposto alla chiamata in nazionale di Silvio Baldini, è impegnato al centro sportivo San Filippo di Brescia, dove veste i panni di allenatore e punto di riferimento per i ragazzi della scuola calcio.

Come sottolinea Tuttosport, il San Filippo rappresenta un luogo speciale per Esposito: è lì che è iniziato il percorso che lo ha portato fino a San Siro. Insieme ai fratelli Sebastiano e Salvatore, l’attuale centravanti nerazzurro ha infatti iniziato la propria formazione calcistica proprio nella Voluntas Brescia. Oggi, affiancato dal fratello Salvatore e dal padre Agostino, Pio sta trascorrendo le prime settimane di pausa stagionale seguendo da vicino le attività della scuola calcio, all’Esposito Summer Camp, un camp estivo appunto dove i ragazzi per qualche giorno possono allenarsi con l’attaccante dell’Inter e della nazionale. La famiglia Esposito ha avuto un ruolo decisivo nel rilancio della società dopo il fallimento avvenuto alcuni anni fa, rilevandola nel momento di maggior difficoltà. Per i giovani tesserati della Voluntas, la possibilità di allenarsi accanto a Pio Esposito resterà senza dubbio un ricordo indelebile.

L'articolo Pio Esposito rimanda le vacanze: è a Brescia per allenare i ragazzi della scuola calcio dove ha iniziato la carriera proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Adriano Pappalardo è stato ricoverato in ospedale. Il figlio Laerte: “Aveva un problema che lo affliggeva”

Adriano Pappalardo è stato ricoverato in ospedale a causa di un problema di salute. A dare la notizia è stato il figlio Laerte, che ha condiviso sui propri profili social una fotografia del noto cantautore italiano nel letto di degenza ospedaliera.

Laerte, a corredo dello scatto che ritrae Pappalardo, ha scritto: “Ringrazio il grandissimo prof. Andrea Natale per aver risolto un problema che affliggeva mio padre”.

Non è stato chiarito dunque il motivo del ricovero al Policlinico Tor Vergata di Roma, ma il medico citato dal figlio Laerte è un chirurgo cardiologo “riconosciuto a livello mondiale come pioniere nella cura della fibrillazione atriale e delle aritmie”.

Il cantautore e attore italiano è nato a Copertino (in provincia di Lecce) nel 1945.Scoperto dal celebre duo Lucio Battisti e Mogol nei primi anni Settanta, l’artista ha lasciato un’impronta nel panorama della musica italiana grazie a brani diventati veri e propri classici, tra cui l’evergreen “Ricominciamo“.

Nel corso della sua carriera si è cimentato anche nel mondo del cinema, delle fiction televisive di grande successo come “La Piovra” e di numerose trasmissioni televisive e reality.

L'articolo Adriano Pappalardo è stato ricoverato in ospedale. Il figlio Laerte: “Aveva un problema che lo affliggeva” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Testa bassa e mani dietro la schiena: la foto di Bielsa ai Mondiali è già iconica. “Non sono un modello, non devo spiegare nulla”

Testa bassa, sguardo fisso a terra, mani dietro la schiena. Marcelo El Loco Bielsa non è mai banale. Nemmeno nelle foto da “figurina” durante lo shooting dei Mondiali 2026. La foto è già iconica e ha già fatto il giro del mondo. E infatti – dopo il pareggio del suo Uruguay contro l’Arabia Saudita – una delle prime domande è stata proprio su questo tema. Una domanda che ha infastidito il commissario tecnico dell’Uruguay: “Non devo dare alcuna spiegazione. Mi hanno scattato quella foto così com’è, non sono un modello. Ero di fronte ai fotografi ed è quella la foto che mi hanno scattato”.

Mondiali 2026, la classifica dei gironi aggiornata
Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta

Bielsa ha risposto indispettito al giornalista in questione, ribadendo: “Devo anche spiegare perché non guardo l’obiettivo nella foto? In questo momento non sono spiegazioni che devo dare. C’è un limite a ciò che bisogna spiegare: se si indossano gli occhiali, perché si indossano gli occhiali, se si guarda negli occhi, perché si guarda negli occhi, se si guarda in basso o in alto. Ci sono così tante cose da spiegare. Non abbiamo l’obbligo di comportarci come modelli per soddisfare pretese che non hanno alcun fondamento”, ha concluso il commissario tecnico dell’Uruguay.

Mondiali 2026, i gironi e il nuovo regolamento
Calendario Mondiali: date e orari, dove vedere le partite in tv
L’albo d’oro dei Mondiali

L'articolo Testa bassa e mani dietro la schiena: la foto di Bielsa ai Mondiali è già iconica. “Non sono un modello, non devo spiegare nulla” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Tom Holland conferma (per la prima volta) di essersi sposato con Zendaya: “I miei parenti? Erano tutti lì”

Lo scorso marzo Law Roach, storico stylist di Zendaya, sul red carpet degli Actor Awards 2026 si era lasciato sfuggire che l’attrice aveva sposato Tom Holland, in gran segreto: “Il matrimonio è già avvenuto. Ve lo siete persi”. Dopo qualche mese è arrivata per la prima volta la conferma dallo stesso attore di “Spider-Man: Brand New Day” durante una intervista con la rivista Esquire.

Dunque sulla sua nuova intervista di copertina per il numero di luglio/agosto di Esquire, Tom Holland ha parlato per la prima volta del suo presunto matrimonio segreto con Zendaya. Le voci si sono rincorse da quando Zendaya ha sfoggiato un anello di diamanti ai Golden Globe nel gennaio 2025, ma la coppia di star, da sempre molto attenta alla propria privacy, non ha mai rilasciato dichiarazioni pubbliche sull’unione.

L’attore durante una intervista con la rivista finalmente fornito qualche dettaglio sul grande giorno. Quando foto ricreate con l’intelligenza artificiale del matrimonio con Tom che stappava champagne Moët con la sua neo-sposa sul Lago di Como hanno iniziato a circolare sui social, Holland ha spiegato che la nonna le ha viste e ha pensato di non essere stata invitata. Quando Esquire gli ha chiesto se fosse stato costretto a inviare messaggi simili ad altri membri della famiglia, ha risposto: “No, perché erano tutti presenti. Questo è tutto quello che vi dirò” .

Poi il discorso si è spostato sulla moglie: “Il nostro lavoro può comportare situazioni molto stressanti ed è davvero bello avere una solida base di relazione che resisterà alla prova del tempo. Possiamo sostenerci a vicenda in modi che solo noi possiamo, perché solo noi capiamo veramente cosa significa vivere questa vita, e penso che sia un vero lusso, perché non riesco proprio a immaginare come potrei avere qualcosa del genere con qualcun altro. Quindi, per me, ho trovato la mia persona. È la mia migliore amica, e sono più felice che mai quando sono con lei, ma non mi sono mai sentito così supportato e al sicuro, mai. Punto”.

I due si sono conosciuti sul set di “Spider-Man: Homecoming” nel 2016.

L'articolo Tom Holland conferma (per la prima volta) di essersi sposato con Zendaya: “I miei parenti? Erano tutti lì” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

La festa di Trump poteva finire in strage: l’FBI ha sventato un assalto alla Casa Bianca durante l’evento UFC

Donald Trump aveva trasformato la Casa Bianca in una gigantesca arena di arti marziali miste per celebrare il suo ottantesimo compleanno, attirando oltre 4.000 spettatori sul prato sud e migliaia di fan nei dintorni. Ma quella che è stato una serata di celebrazioni pacchiane, tra combattimenti UFC, jet militari e ospiti celebri, sarebbe potuta finire in tragedia. Secondo quanto reso noto dal direttore dell’Fbi Kash Patel, le forze dell’ordine statunitensi hanno infatti sventato un piano per colpire proprio l’evento UFC organizzato alla Casa Bianca lo scorso fine settimana. L’operazione ha portato all’arresto di cinque persone e all’identificazione di altre 23 ritenute coinvolte nel presunto complotto.

Come riportato da Fox e confermato da fonti delle forze dell’ordine, il piano prevedeva l’utilizzo di droni carichi di esplosivo contro edifici nelle vicinanze della manifestazione. L’obiettivo sarebbe stato provocare il panico e costringere all’evacuazione delle migliaia di persone presenti. Secondo la ricostruzione, la folla sarebbe stata indirizzata verso un’area dove erano stati predisposti dei cecchini. Una seconda fase dell’attacco avrebbe poi previsto un assalto ai cancelli della Casa Bianca.

L’Fbi sarebbe venuta a conoscenza della possibile minaccia il 10 giugno, quattro giorni prima della serata di combattimenti. Da quel momento è scattata un’operazione coordinata tra più Stati americani, con il coinvolgimento dell’agenzia federale, del Dipartimento di Giustizia e di altre forze di sicurezza. “Grazie alla rapida azione dell’Fbi, dei nostri partner e del Dipartimento di Giustizia in un’operazione che ha coinvolto più stati, diverse persone sono ora in custodia e gli attacchi presumibilmente pianificati sono stati sventati”, ha scritto Patel in un messaggio pubblicato su X.

Secondo un funzionario informato sui fatti, i cinque arresti sono stati eseguiti in Ohio, Missouri e California. Non sono stati forniti ulteriori dettagli sull’identità dei fermati né sulle accuse contestate. La minaccia è emersa soltanto dopo l’evento che aveva visto Trump assistere agli incontri di UFC Freedom 250 accanto alla first lady Melania Trump, al vicepresidente JD Vance e ad altri membri dell’amministrazione.

L'articolo La festa di Trump poteva finire in strage: l’FBI ha sventato un assalto alla Casa Bianca durante l’evento UFC proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Le mie due anime, quella musicale e quella sportiva, sono affascinate dal concetto di Milano-Sanremo”: Linus presenta Milano Music Week 2026

È stata presentata oggi, 16 giugno, al Museo del Novecento a Milano la decima edizione della Milano Music Week 2026 che si terrà dal 16 al 22 novembre. Linus, che proprio quest’anno taglia il traguardo dei 50 anni di carriera, è stato nominato direttore artistico della manifestazione dedicata alla musica che ogni anno anima la città con concerti, dj set, presentazioni di dischi e libri, workshop, showcase, e molti altri appuntamenti diffusi su tutto il territorio.

La Milano Music Week l’ho vista crescere in questi anni – ha spiegato Linus -. Quando Sacchi (l’assessore alla Cultura, ndr) mi ha chiesto di dare una mano mi sono chiesto se fossi la persona giusta, ma ho capito che questa manifestazione ha fondamenta molto solide. Forse servirà aggiungere un po’ di colore“. Per il nuovo direttore artistico la sfida sarà rendere l’evento “ancora più visibile” in un periodo dell’anno “non semplice per la musica“.

Poi ha aggiunto: “La prima cosa che mi piacerebbe fare è mettere in dialogo il passato e il presente, facendo reinterpretare agli artisti della Milano musicale di oggi le canzoni che hanno raccontato questa città. Mi affascina l’idea di creare un ponte tra generazioni diverse, mostrando come la musica sappia attraversare il tempo e rinnovarsi continuamente. Le mie due anime, quella musicale e quella sportiva, sono poi affascinate dal concetto di Milano-Sanremo: un flusso di idee, talenti ed energia che parte dalla nostra città e arriva fino al Festival”.

Tra i temi dell’edizione 2026 ci sono il cinquantesimo anniversario della disco music e del punk, due fenomeni che, secondo Linus, hanno segnato profondamente la cultura musicale contemporanea. Cuore della manifestazione sarà la Fabbrica del Vapore, individuata come nuova casa della Milano Music Week 2026. Ogni tema sarà protagonista di una serie di appuntamenti in tutte le sue declinazioni: conferenze, videopodcast, live, dj set, incontri, workshop, party e molto altro.

“La decima edizione della Milano Music Week rappresenta un traguardo importante per una manifestazione che negli anni è diventata un punto di riferimento strategico per la musica e per tutta la sua filiera – dichiarano Assoconcerti, Assomusica, Fimi Federazione Industria Musicale Italiana, Nuovo IMAIE Nuovo Istituto Mutualistico Artisti Interpreti Esecutori e SIAE – Società Italiana degli Autori ed Editori, promotori della Milano Music Week – Milano si conferma ancora una volta il luogo in cui artisti, professionisti, imprese e pubblico possono incontrarsi, confrontarsi e immaginare insieme il futuro della musica. Siamo particolarmente felici di accogliere Linus alla direzione artistica di questa edizione speciale: la sua esperienza, la sua visione e il suo profondo legame con la città rappresentano un valore importante per il futuro della manifestazione”.

L'articolo “Le mie due anime, quella musicale e quella sportiva, sono affascinate dal concetto di Milano-Sanremo”: Linus presenta Milano Music Week 2026 proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Violate le norme su salute e sicurezza”: sequestrate sette sezioni del carcere di Sollicciano a Firenze. Oltre duecento detenuti dovranno essere trasferiti

Sette sezioni del carcere fiorentino di Sollicciano sono state sequestrate dal gip, su richiesta della Procura di Firenze, per mancanza delle condizioni igieniche, di abitabilità e di sicurezza obbligatorie per i luoghi di lavoro. La decisione, adottata per la prima volta in Italia, è stata comunicata dalla procuratrice Rosa Volpe: gli inquirenti, si legge in una nota, contestano la violazione delle norme in materia di “pulizia dei locali di lavoro“, “abitabilità dei dormitori” e impiantistica elettrica previste dal Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro. Le sezioni sequestrate sono la 1, la 2 e la 7 del reparto giudiziario maschile, la 9, la 10 e la 12 del reparto penale maschile, nonché la sezione “Accoglienza”: in base all’ordinanza del gip, comunica la Procura, i detenuti ospitati in quei locali dovranno essere “trasferiti presso case circondariali diverse da Sollicciano con tempistica dettata dal medesimo provvedimento”. Secondo il sindacato della Polizia penitenziaria Sappe, si tratta di 216 reclusi. L’indagine, condotta da Squadra mobile, tecnici Asl e Guardia di finanza, è stata avviata “al fine di verificare quanto segnalato in più ricorsi presentati ai magistrati di Sorveglianza da vari detenuti in ordine alle condizioni igienico-sanitarie delle celle di detenzione e di alcuni spazi comuni” all’interno del penitenziario: il decreto di sequestro, informa la procuratrice Volpe, è stato emesso dal gip “all’esito di sopralluoghi svolti e di approfonditi accertamenti, consistiti nell’audizione di numerosi testimoni, nell’acquisizione ed esame di documentazione anche fotografica dello stato di tutti gli spazi dei reparti penale e giudiziario maschile dell’istituto e delle varie sezioni”.

Il ministero: “Anticiperemo i lavori”

Ancora prima del comunicato della Procura, a rendere noto il sequestro era stato il ministero della Giustizia guidato da Carlo Nordio, che ha messo le mani avanti elencando le iniziative allo studio del Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) per risolvere la situazione: “Preso atto delle complesse e urgenti condizioni strutturali dell’istituto penitenziario, il Dap ha risolto alcune problematiche, effettuando ristrutturazioni di singoli reparti detentivi. Essendo però necessario un intervento di maggiore portata, è stata già finanziata per la complessiva riqualificazione dell’istituto la somma di nove milioni di euro, a valere sul fondo previsto dalla legge di bilancio 2025″, si legge in una nota di via Arenula. “Nell’ambito di questa procedura in atto”, prosegue il comunicato, “il 15 maggio scorso si è proceduto all’aggiudicazione della progettazione dei lavori per la completa riqualificazione della Casa circondariale e, allo stesso tempo, per velocizzare i lavori, si sta valutando di anticipare parte di essi, stralciando alcuni interventi prioritari dalla progettazione complessiva. Proprio in virtù di questi lavori programmati, si è previsto un trasferimento di detenuti con destinazione in altri istituti penitenziari, dove sono presenti sezioni o reparti di recente ristrutturazione, che consentono, ad oggi, di ospitare nuovi ingressi. Si darà perciò corso”, annuncia il ministero, “ai lavori necessari nei reparti oggetto di sequestro e al trasferimento dei detenuti secondo quanto già previsto“.

Il Garante: “Decisione coraggiosa e inevitabile”

Il penitenziario di Sollicciano è da anni sotto osservazione per le sue condizioni di degrado strutturale e per il sovraffollamento record, che supera il 170% (640 detenuti a fonte di 367 posti disponibili). Avendo a disposizione meno di tre metri quadrati di spazio vitale, molti detenuti hanno ottenuto gli sconti di pena previsti dalla legge in caso di detenzione “inumana e degradante, contraria all’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo: a dicembre un detenuto ha ottenuto anche un risarcimento economico di circa 11mila euro. A marzo invece il Tribunale di Sorveglianza di Firenze ha sollevato ricorso alla Consulta, chiedendo di poter rinviare l’esecuzione della pena di un recluso a causa di condizioni “contrarie al senso di umanità: tra i problemi segnalati, le continue infiltrazioni d’acqua nelle celle, l’assenza di acqua calda e le infestazioni da parte di insetti, roditori e parassiti. “Il sequestro è un monito importante, la conseguenza inevitabile di un disastro generale in cui è stato lasciato Solliciano per anni”, commenta al Fatto il Garante dei detenuti della Toscana Giuseppe Fanfani, ex sindaco di Arezzo, deputato e membro laico del Consiglio superiore della magistratura in quota Pd. Per il Garante, la decisione del gip è “particolarmente coraggiosa” e rappresenta “il segno di una Procura e di un Ufficio di Sorveglianza attenti a questi problemi”. Il carcere fiorentino, spiega, è “strutturalmente fatiscente” e inadatto alla funzione rieducativa della pena: “Non ha laboratori, non ha aziende interne, non ha istituti di preparazione al lavoro, non c’è niente dentro, solo una massa di disperati”. Riguardo allo spostamento dei detenuti, Fanfani dice di non avere idea di quali siano gli istituti “di recente ristrutturazione” a cui fa riferimento il ministero: “Ma sicuramente in Toscana non ce ne sono, abbiamo un sovraffollamento del 136%“, sottolinea.

Sindacati Penitenziaria: “Sistema nel baratro, cosa farà Nordio?”

“Si tratta di una notizia che accogliamo positivamente”, commenta il presidente di Antigone Patrizio Gonnella, ricordando come l’associazione, in seguito a un sopralluogo dello scorso marzo insieme a Magistratura democratica, avesse chiesto di chiudere il penitenziario “già all’epoca in condizioni non più sostenibili” (qui il blog di Susanna Marietti). Esprime soddisfazione anche Aldo Di Giacomo, segretario del sindacato della Polizia penitenziaria Fsa Cnpp/Spp, in una nota in cui parla di “sistema penitenziario nel baratro“: il sequestro, afferma, “segna un punto di non ritorno nell’emergenza penitenziaria che denunciamo da sempre”, e “bene ha fatto la magistratura di Firenze ad intervenire dopo le nostre continue segnalazioni a tutela della sicurezza e della salute di detenuti e del personale penitenziario. È la prima volta in assoluto che si adotta un provvedimento di questo genere, che, specie se sarà seguito da altri in tante situazioni analoghe, segna una svolta storica nella gestione delle carceri italiane. Ci chiediamo cosa farà adesso in primo luogo il ministro Nordio e con esso il governo, che sinora hanno sempre negato l’evidenza dei fatti”, affonda. Anche per Francesco Oliviero del Sappe l’intervento della magistratura era “ormai inevitabile“: “Le criticità igienico-sanitarie, la vetustà degli impianti, il degrado delle sezioni e il sovraffollamento sono stati oggetto di ripetute segnalazioni e richieste di intervento, oggi pienamente confermate dalle risultanze dell’indagine. Ora”, denuncia “si apre una fase estremamente complessa per il personale, chiamato a gestire il trasferimento dei detenuti in un momento già gravato da una carenza di organico cronica e dall’avvio del piano ferie estivo, che riduce ulteriormente la disponibilità di unità in servizio”.

La sindaca Funaro: “Il carcere va abbattuto”

Dalla politica la prima a intervenire è la sindaca Pd di Firenze Sara Funaro: “Quando si arriva al sequestro di alcune sezioni vuol dire che la situazione è arrivata oltre il limite. Noi è tantissimo tempo che stiamo dicendo che il carcere di Sollicciano andrebbe chiuso, abbattuto e ricostruito. Io continuo a sostenere questa tesi”, afferna. “Continuo a sostenere che le condizioni disumane che ci sono a Sollicciano non sono più tollerabili, oggi purtroppo ne abbiamo avuto la conferma. Il nostro auspicio è che possano essere prese a livello ministeriale delle decisioni drastiche e adeguate per avere dei luoghi che abbiano quel minimo di dignità che devono avere”. Per Federico Gianassi, segretario dei dem fiorentini e e capogruppo in Commissione Giustizia alla Camera, il sequestro “certifica il fallimento del ministero della Giustizia”: “Da anni, di fronte a una situazione terribile e disastrosa, il ministero rilancia promesse poi puntualmente non mantenute, senza mettere in campo un progetto credibile di radicale riqualificazione. L’intervento della magistratura riguarda una struttura che è sotto la responsabilità e la gestione del ministero”, denuncia. “Sollicciano non può più essere lasciato in queste condizioni: servono risorse e interventi immediati, serve un piano complessivo accompagnato da grande determinazione istituzionale e politica per realizzarlo. Ora basta fughe, il ministero ci metta la faccia”, incalza.

L'articolo “Violate le norme su salute e sicurezza”: sequestrate sette sezioni del carcere di Sollicciano a Firenze. Oltre duecento detenuti dovranno essere trasferiti proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Audi A6 Allroad, la station wagon sportiva che continua a sfidare i Suv – FOTO

1 / 7

audi A6 allroad quattro

2 / 7

audi A6 allroad quattro

3 / 7

audi A6 allroad quattro

4 / 7

audi A6 allroad quattro

5 / 7

audi A6 allroad quattro

6 / 7

audi A6 allroad quattro

7 / 7

audi A6 allroad quattro

Esordio per la quinta generazione di Audi A6 Allroad, che da quasi 30 anni scommette su una formula furba: far convivere la fruibilità di una station wagon senza “scadere” nella ricetta del solito Crossover/Suv. Estetica e meccanica, quindi, remano nella stessa direzione: unire un elevato comfort stradale a doti fuoristradistiche degne di nota.

In arrivo nelle concessionarie in autunno, la nuova Allroad sposa il linguaggio stilistico (grintoso) dell’ultima edizione della A6, da cui eredita la piattaforma costruttiva. Gli esterni si caratterizzano inoltre per la griglia anteriore dotata di elementi esagonali verticali e per le protezioni sottoscocca nere, le quali possono essere rifinite in grigio opaco o alluminio. Il resto lo fanno contenuti come le sospensioni pneumatiche adattive (offrono un’escursione totale di 55 millimetri), la trazione integrale, le quattro ruote sterzanti (che migliorano agilità o stabilità a seconda dei frangenti di guida) e una gamma motori che comprende il propulsore V6 TDI e l’inedito e-Hybrid ricaricabile.

Rispetto alla tradizionale wagon da cui deriva, per la prima volta la Allroad si presenta più larga: l’incremento è di 11 centimetri rispetto alla familiare standard, con carreggiate che crescono di 74 millimetri all’anteriore e di 70 millimetri al posteriore. Quindi, la vettura può ora essere equipaggiata con ruote che possono arrivare fino a una misura di 21 pollici. L’altezza da terra cresce di 34 millimetri rispetto alla Avant, un dato che si rivela fondamentale per evitare contatti indesiderati quando si viaggia su strade particolarmente accidentate.

All’interno spicca il grande display panoramico curvo con tecnologia OLED, un elemento che integra il cruscotto digitale da 11,9 pollici e lo schermo tattile centrale da 14,5 pollici. A questa configurazione si può aggiungere un ulteriore monitor da 10,9 pollici posizionato davanti al passeggero anteriore e dedicato al suo intrattenimento. La vera novità tecnologica risiede però nell’integrazione dell’intelligenza artificiale attraverso ChatGPT, che permette al sistema di bordo di rispondere a domande complesse e di gestire i comandi vocali in modo molto più naturale.

Il sistema è inoltre in grado di apprendere le abitudini di chi si trova alla guida, creando delle routine automatiche, come l’attivazione del riscaldamento dei sedili al raggiungimento di una determinata temperatura esterna o il sollevamento automatico dell’assetto in prossimità di rampe particolarmente inclinate. Per quanto riguarda lo spazio di carico, il bagagliaio offre una capacità standard di 466 litri, che scendono a 404 litri nella versione ibrida a causa dell’ingombro della batteria, ma che possono salire fino a circa 1.500 litri complessivi abbattendo i sedili posteriori.

Sotto il cofano un propulsore 3.0 V6 turbodiesel da 299 cavalli di potenza massima, offerto a un prezzo di partenza di 77.250 euro in Germania: grazie alla tecnologia mild hybrid i consumi risultano molto limitati e la risposta al pedale del gas immediata. Per chi invece cerca la “guida a batteria” nei contesti urbani, fa il suo debutto la versione e-hybrid con 367 cavalli complessivi, venduta sul mercato tedesco a partire da 80.250 euro. Questo schema tecnico abbina un motore 2.0 a benzina a un motore elettrico alimentato da un accumulatore da 25,9 kWh, promettendo un’autonomia elettrica che può raggiungere i 95 chilometri.

L'articolo Audi A6 Allroad, la station wagon sportiva che continua a sfidare i Suv – FOTO proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Non ci siamo accorti di quello che è accaduto vicino a noi. Spiace leggere che sia sembrato qualcosa di diverso. Non siamo persone che si girano dall’altra parte”: Giorgia e Emanuel Lo chiariscono sul video sul borseggio

Alcune immagini di qualche secondo, poi il video diventa virale e giù a giudicare, puntare il dito, è il trend sempre più pressante sui social network. Stavolta a farne le spese sono Giorgia con il compagno Emanuel Lo. La coppia è stata ripresa, casualmente, da utente di TikTok mentre passeggiava in centro per Roma, mano nelle mano. Mentre stavano salendo le scale però un signore sarebbe rimasto vittima di un tentativo di borseggio.

Da qui una sequenza di commenti tra chi ha giudicato che la situazione fosse troppo appartata perché qualcuno potesse accorgersene, e chi, invece, li ha giudicati “responsabili”, insieme agli altri passanti, di non essere intervenuti.

Immediata la replica della coppia che condividendo le stesse parole sulle story di Instagram hanno commentato quanto accaduto: “Purtroppo io ed Emanuel Lo non ci siamo accorti di quello che è accaduto vicino a noi qualche giorno fa a Roma, ce ne siamo resi conto vedendo il video online. C’erano diverse persone, stavamo parlando tra di noi e abbiamo sentito solo un signore chiedere ad un altro di non appoggiarsi a lui mentre saliva le scale e l’altro chiedere scusa”.

E ancora: “Non abbiamo, e aggiungo purtroppo, percepito un pericolo o una situazione in cui fosse necessario intervenire. Ci spiace leggere che sia sembrato qualcosa di diverso perché chi conosce me o Emanuel sa che non siamo persone che si girano dall’altra parte se vediamo qualcuno in difficoltà“.

L'articolo “Non ci siamo accorti di quello che è accaduto vicino a noi. Spiace leggere che sia sembrato qualcosa di diverso. Non siamo persone che si girano dall’altra parte”: Giorgia e Emanuel Lo chiariscono sul video sul borseggio proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Gli Usa spengono i modelli avanzati di Anthropic: la nostra autonomia è più fragile di quanto crediamo

Venerdì il governo degli Stati Uniti ha ordinato a un’azienda privata di disattivare i suoi due modelli di intelligenza artificiale più avanzati. Lo strumento non viene dal diritto della sicurezza né dell’innovazione, ma dal controllo delle esportazioni, un ramo del diritto doganale.

L’amministrazione Trump ha trattato i due modelli come beni soggetti a licenza di esportazione. Ma un modello non è una merce che varca un confine: è un servizio raggiungibile via rete, fatto di parametri che restano sui server dell’azienda. Nel sistema statunitense, dare accesso a una tecnologia controllata a uno straniero — anche dentro i confini — equivale, per finzione giuridica, a esportarla: l’accesso di una persona diventa un’esportazione vietata. Il divieto colpisce così ogni cittadino straniero, perfino i dipendenti non americani di Anthropic.

Non è una novità: già negli anni Novanta gli Usa trattarono il software di cifratura del matematico Daniel Bernstein come una munizione, esigendo una licenza per esportarne il codice. Una corte d’appello federale riconobbe — in una pronuncia poi ritirata — che il codice sorgente è parola, protetto come ogni altra forma di espressione. Ciò che allora era la crittografia, oggi è l’Ai.

Il timore del governo non è infondato: questi modelli sanno leggere il codice dei programmi e trovarne le falle, le stesse che userebbe un aggressore. Non a caso Anthropic stessa aveva tenuto riservato il modello più potente.

Il punto non è se un’autorità possa intervenire: può e talvolta deve. La vera questione è il come. Quando uno strumento nato per classificare le merci viene impiegato per fermare un prodotto sgradito, cessa di essere una regola e diventa una leva di comando: gli antichi l’avrebbero chiamato instrumentum regni, la veste del diritto al servizio della nuda volontà di chi comanda.

In economia il compito di una norma è rendere calcolabile il futuro, facendo sapere a chi produce e investe a quali regole andrà incontro. Un prodotto cancellato in un pomeriggio, con un ordine immediato e non motivato, distrugge proprio questo.

Sappiamo che un servizio già diffuso può essere rimosso: nel 2023 il Garante per la protezione dei dati personali dispose la limitazione provvisoria di ChatGpt e OpenAi sospese il servizio. Decise un’autorità indipendente, sulla base di una legge. L’atto era motivato, a termine e impugnabile. Fu revocato appena la società si adeguò. Un giudice ne ha annullato la sanzione.

Spegnere si può, ma per norma, con un procedimento, sotto il controllo di un giudice: l’esatto rovescio della lettera doganale. Persino il bando americano di TikTok passò per il Congresso e la Corte Suprema. La differenza non sta nel fine, ma nella forma.

Non per questo l’Europa è immacolata: è un elefante lento e procedurale, dentro cui si muovono interessi e lobby. Anche la sua disciplina ha margini di discrezionalità: il regolamento sui beni a duplice uso permette di bloccare le tecnologie di sorveglianza che reprimono il dissenso, anche se non elencate. Ma esercita il potere per categorie note, entro regole conoscibili, con la bussola della tutela dei diritti della persona. È la logica dell’Ai Act ed è la strada imboccata il 10 giugno dal Consiglio dei Ministri, che ha approvato in esame preliminare i primi decreti di adeguamento, di impostazione antropocentrica. Le decisioni che incidono sui diritti restano alla persona, non alla macchina. L’elefante è goffo, ma sa dove cammina.

E qui torna ciò che ci tocca, anche da questa parte dell’oceano. Se un servizio che usiamo ogni giorno può essere spento da un’autorità straniera, la nostra autonomia è più fragile di quanto crediamo. Ma è, prima ancora, questione di persone: quell’ordine colpisce gli individui in quanto stranieri, fin dentro l’azienda che ha creato i modelli. Dietro le merci e i codici ci sono sempre dei diritti, che hanno bisogno di tutela oltre i confini dello Stato, là dove a decidere è il governo altrui.

Lo Stato di diritto applicato alla tecnologia non è un dato di natura, ma una costruzione da difendere ogni volta che il potere trova la scorciatoia di agire “per ragioni di sicurezza“. Il confine separa un potere che interviene con legge e standard verificabili da un potere che chiude un interruttore con un pugno. Nel primo caso si governano delle attività; nel secondo, attraverso di esse, si comincia a governare le persone.

L'articolo Gli Usa spengono i modelli avanzati di Anthropic: la nostra autonomia è più fragile di quanto crediamo proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Chiedere di mangiare gratis è completamente imbarazzante. Paga per quello che mangi. Chi sei?”: il pizzaiolo Ciro Pernice accusa i food influencer

“Definire ogni ristorante una gemma nascosta, fingere stupore al primo morso, dire ‘è pazzesco’ per qualsiasi cosa, chiedere cibo gratis e non lasciare recensioni negative per essere invitati di nuovo: tutto questo deve finire”. Lo sfogo è di Ciro Pernice, pizzaiolo italo-americano e proprietario della Galleria Pizzeria nello Stato di New York, che con un video pubblicato su Instagram ha acceso il dibattito sui food influencer e sulle loro abitudini comunicative. Nel contenuto, diventato virale in pochi giorni con migliaia di visualizzazioni e una pioggia di commenti e meme di approvazione, Pernice ha messo nel mirino quello che definisce un linguaggio ormai standardizzato e poco credibile nel racconto del cibo online.

Ecco il passaggio completo del suo intervento: “Queste sono le 5 abitudini più fastidiose degli influencer: numero 1, definire ogni ristorante una gemma nascosta. Se un’attività è aperta da più di 30 anni non è nascosta. Smettila di comportarti come se avessi scoperto il fuoco. Numero 2, fingere stupore al primo morso, con gli occhi che si spalancano e la testa che annuisce come a dire ‘oh mio dio’. È mozzarella, fratello, non stai vincendo alla lotteria. Numero 3, dire che tutto è pazzesco: la fetta è pazzesca, il cibo è pazzesco, tutto è pazzesco. Sei tu che sei completamente folle. Numero 4, chiedere di mangiare gratis, questo è completamente imbarazzante. Paga per il tuo cibo. Chi sei? I ristoranti pagano affitto, buste paga. Pensi che il tuo piccolo treppiedi paghi il conto? Assolutamente no. Numero 5, non dire la verità: se ogni posto è fantastico e ogni morso cambia vita stai dicendo fandonie perché vieni pagato per farlo”

Il video ha rapidamente generato reazioni online, è diventato virale e alimentato una discussione più ampia sul ruolo dei food influencer tra intrattenimento, marketing e credibilità. Molti utenti, nei commenti, hanno sottolineato proprio questo punto: la sensazione che sui social il confine tra recensione autentica e contenuto sponsorizzato sia sempre più difficile da distinguere, con un effetto di omologazione che finisce per rendere tutti i ristoranti “eccezionali” allo stesso modo.

(Video Facebook @CiroPernice)

L'articolo “Chiedere di mangiare gratis è completamente imbarazzante. Paga per quello che mangi. Chi sei?”: il pizzaiolo Ciro Pernice accusa i food influencer proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Laptop, magliette heavy metal e simulazione di risposte ad abbordaggi e interrogatori: così è nata la Flotilla 2025

Maria Elena Delia è uno dei volti della Flotilla per Gaza, la portavoce italiana, la prof torinese di fisica che viene dalla lunga storia dei tentativi di raggiungere in barca la Striscia palestinese fin da quello che riuscì, nel 2008, a Vittorio Arrigoni. Il suo libro – Global Sumud Flotilla – La storia siete voi, Ponte alle Grazie, 304 pagine, prefazione di Ilan Pappé, in libreria dal 19 giugno (parte del ricavato sarà devoluto alle famiglie dei giornalisti uccisi a Gaza) – parte da lui, Vik, che nella Striscia perse la vita. Racconta la missione del 2025 e finisce con quella, più recente, degli abbordaggi a ovest di Creta, della deportazione di Thiago Ávila e Saif Abukeshek e delle violenze esibite dal ministro israeliano Itamar Ben Gvir al porto di Ashdod, che hanno riacceso per un po’ anche in Europa le luci su Gaza. Delia racconta i volti, le storie e le pratiche di un movimento che è già un’organizzazione mondiale e tornerà a navigare nel Mediterraneo. Abbiamo scelto una parte del primo capitolo: la riunione a Tunisi, nell’agosto 2025, quando per la prima voltasi ritrovano tutti insieme a discutere e poi a presentare la missione politico-umanitaria più ambiziosa mai organizzata via mare fino a quel momento. (Alessandro Mantovani)

La sede della Tunisian General Labour Union (Ugtt), che ci ospiterà, si impone con la sua facciata rossa e geometrica e porta addosso decenni di storia sindacale, lotte sociali, organizzazione collettiva e un ruolo centrale nella transizione democratica tunisina dopo il 2011. L’Ugtt non è infatti considerato soltanto un sindacato, ma un attore politico e civile che ha contribuito a mediare conflitti nazionali, sostenere movimenti popolari e difendere spazi di autonomia sociale anche nei momenti più difficili del Paese. All’ingresso, lo sguardo viene catturato dal volto di Farhat Hached, storico leader sindacale e figura chiave del movimento per l’indipendenza tunisina, assassinato nel 1952. (…)

La sala è ampia e luminosa, organizzata con lunghi tavoli disposti a ferro di cavallo e un grande schermo sul fondo. Laptop aperti, quaderni pieni di appunti, bottiglie d’acqua, cavi, cuffie per la traduzione simultanea, bandiere appoggiate sui bordi dei tavoli. Ovunque volti diversi: età, lingue, accenti, modi di stare al mondo. Delegazioni provenienti da quarantaquattro Paesi – dalla Colombia alla Svezia, dal Sudafrica alla Malesia – occupano lo spazio come un mosaico irregolare e vivo. Alcuni parlano sottovoce, altri ridono per scaricare la tensione, qualcuno è già immerso nei documenti, qualcuno si abbraccia dopo essersi visto per mesi solo online, altri si ritrovano dopo anni. Sappiamo che ci aspettano giorni intensi: formazione, coordinamento, decisioni operative, e soprattutto la preparazione della conferenza stampa internazionale in cui annunceremo pubblicamente la partenza della Flotilla.

I lavori si aprono con una serie di presentazioni introduttive guidate da Thiago Ávila, uno dei volti più riconoscibili della Freedom Flotilla Coalition. Thiago è uno di quei leader che non hanno bisogno di dichiararsi tali per esserlo. (…) Brasiliano, proviene da anni di attivismo nei movimenti sociali e nella Freedom Flotilla Coalition, e porta addosso quella lunga esperienza come una seconda pelle. (…) In lui convivono una passione politica ardente e un pragmatismo sorprendente. Sa raccontare la storia delle missioni precedenti con la forza di chi le ha vissute in prima persona – arresti, deportazioni, attacchi, fallimenti e ripartenze – ma allo stesso tempo sa tradurre quell’esperienza in strumenti concreti: procedure, protocolli, formazione. Per lui la nonviolenza non è un principio astratto, ma una disciplina rigorosa, da allenare con la stessa serietà con cui si prepara una spedizione in mare. (…)

Una delle prime sessioni è dedicata agli aspetti legali. Avvocati e consulenti illustrano i rischi concreti: intercettazioni in acque internazionali, detenzioni arbitrarie, sequestro delle imbarcazioni, limiti e possibilità del diritto marittimo e internazionale. Non è una lezione teorica, ma un vero e proprio addestramento alla consapevolezza: sapere cosa può accadere, quali diritti potremo rivendicare, dove finiscono le tutele formali e inizia il terreno dell’arbitrio politico. Segue un blocco centrale dedicato alla teoria e alla pratica della resistenza nonviolenta. Analizziamo esperienze precedenti, strategie di de-escalation, gestione della paura, reazione agli ordini illegittimi, comportamento in caso di aggressione o abbordaggio. Parte della formazione avviene attraverso simulazioni: scenari realistici in cui qualcuno impersona soldati, ufficiali, interrogatori; altri devono reagire mantenendo sangue freddo, coerenza, solidarietà reciproca. Si provano risposte, si sbaglia, si riprova. Tra una sessione e l’altra, si susseguono lunghi giri di tavolo. Ogni delegazione porta dubbi, timori, idee, proposte. C’è chi chiede maggiore chiarezza sui protocolli di sicurezza, chi solleva questioni di rappresentanza, chi racconta le difficoltà di mobilitare persone nel proprio Paese, chi condivide risorse o contatti utili. Quelle condivisioni non sono solo funzionali, costruiscono fiducia, legittimità reciproca, un senso di responsabilità comune. Non si tratta di «organizzare un evento», ma di costruire un processo (…).

Wael, nostro ospite tunisino, ha uno di quei sorrisi che si notano subito e non si dimenticano più. (…) Porta quasi sempre occhiali sottili e veste in modo apparentemente casuale, ma con un dettaglio che non passa inosservato: le sue magliette. Sono quasi sempre t-shirt di gruppi heavy metal, che su di lui producono un effetto sorprendente, quasi comico. (…) In realtà, quella leggerezza apparente convive con una storia politica densissima. Wael è stato segretario generale dell’Unione Generale degli Studenti Tunisini, l’Uget, una delle organizzazioni più importanti e combattive del Paese, e ha attraversato in prima persona anni di mobilitazioni, repressione, negoziazioni. È cresciuto dentro una cultura politica rigorosa, radicata nella tradizione della sinistra tunisina, e milita nel Partito dei lavoratori, uno dei pilastri storici del fronte progressista. (…)

«Si sta parlando dell’ipotesi di avere anche una o due imbarcazioni più grandi» dice Cecilia, sorridendo mentre spezza il pane. «Non solo barche a vela. Una specie di ammiraglia». Wael inarca un sopracciglio. «Ammiraglia suona già come un problema» commenta, con una punta di sarcasmo. «Potrebbe rendere tutto più visibile… o più sospetto». Il riferimento alla Mavi Marmara, attaccata nel 2010 durante una precedente missione verso Gaza, aleggia nella conversazione anche quando non viene nominato esplicitamente: una nave grande, simbolicamente potente, ma anche trasformata in bersaglio e in pretesto per una repressione brutale. (…) Attorno a noi i telefoni continuano a vibrare, le persone si alzano per rispondere a una chiamata urgente o per tornare in sala. Anche nei momenti di pausa, nessuno smette davvero di lavorare (…). Il brusio collettivo si scompone in corridoi, stanze più piccole, tavoli occupati da gruppi ristretti. La grande architettura della mobilitazione si sta trasformando in lavoro operativo, fatto di decisioni puntuali, compromessi, rischi. Io mi dirigo verso la stanza dello Steering Committee, di cui faccio parte. (…)

Thiago apre il punto sulla conferenza stampa. Non si tratta di «annunciare» qualcosa, ma di decidere quanto esporsi, cosa rendere pubblico e cosa proteggere. Ogni frase potrebbe attirare attenzione, sostegno o repressione. «Non possiamo sembrare avventurieri» dice qualcuno. «Ma nemmeno timidi» ribatte un’altra voce. «Dobbiamo essere radicali e credibili allo stesso tempo». Si discutono i nomi degli speaker – Yasemin, Haifa, Nadir e io – e Saif come moderatore. Non si tratta solo di scegliere volti riconoscibili, ma di rendere visibile l’architettura politica della missione. Yasemin Acar, attivista della Freedom Flotilla, è nata e cresciuta in Germania da genitori curdi provenienti dalla Turchia. Quel doppio radicamento si sente immediatamente nella sua determinazione politica e in una lucidità quasi dolorosa (…). Haifa è tunisina e non rappresenta soltanto una delegazione nazionale, ma incarna un territorio, una storia di lotte, una continuità tra la rivoluzione tunisina, le mobilitazioni del Maghreb e le reti di solidarietà con la Palestina che in quella regione esistono da decenni. (…) Nadir è malese, e questo già lo colloca fuori dalle geografie abituali dell’attivismo europeo. Ma soprattutto è una delle poche persone presenti che non parlano di Gaza «dall’esterno», perché ci ha vissuto per anni come parte di una comunità reale. Ha studiato lì, ha costruito relazioni, ha condiviso la quotidianità di un territorio sotto assedio. (…) Ha fondato in Malesia un’organizzazione di solidarietà con Gaza, Cinta Gaza Malaysia, e nel movimento rappresenta una dimensione fondamentale: il legame tra la Palestina e il Sud Est asiatico, una geografia spesso invisibile nel racconto occidentale, ma che negli anni ha sviluppato reti di solidarietà profondissime. Se Thiago rappresenta la continuità storica della Flotilla, Yasemin la radicalità diasporica della lotta, e Haifa il radicamento nel Maghreb, Nadir porta dentro questa stanza qualcosa di ancora diverso: la testimonianza vivente di una relazione lunga, profonda, non occasionale con Gaza. (…)

Cominciamo a parlare degli equipaggi e decidiamo subito che le barche non rappresenteranno singole nazioni. Gli equipaggi saranno misti anche per proteggere le persone con passaporti «deboli». Una scelta politica prima ancora che pratica: nessuna bandiera nazionale, ma una responsabilità condivisa. «Non devono essere barche spagnole, greche o italiane» dice Thiago. «Devono essere barche internazionali». Si parla di capitani, criteri di selezione, linee decisionali in caso di intercettazione, responsabilità legali, protocolli di sicurezza. Ogni scelta porta con sé il peso di ciò che potrebbe accadere in mare. Nel frattempo, fuori dalla stanza, il resto dell’edificio vibra di un’energia diversa. Nel gruppo comunicazione si discute di piani editoriali e scenari mediatici. Nel gruppo sicurezza il lavoro è concentrato sulla cybersecurity: protezione delle comunicazioni, gestione dei dati sensibili, prevenzione di infiltrazioni digitali e strategie per ridurre i rischi di sorveglianza e tracciamento. Nel gruppo logistica si parla di porti, rifornimenti, date, assicurazioni, imprevisti. Nei corridoi si incrociano telefonate sussurrate, messaggi urgenti, traduzioni improvvisate, voci che si sovrappongono in lingue diverse (…).

L'articolo Laptop, magliette heavy metal e simulazione di risposte ad abbordaggi e interrogatori: così è nata la Flotilla 2025 proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Unicredit ha già più del 50% di Commerzbank, ma Berlino insiste: “Approccio aggressivo, Francoforte resti indipendente”

Nel giorno della chiusura dell’offerta di Unicredit su Commerzbank, con gli italiani che hanno già in mano, tra azioni e derivati, oltre il 50% della banca di Francoforte, il governo federale tedesco torna a respingere l’offerta di Andrea Orcel. Il comitato direttivo interministeriale del Fondo di stabilizzazione dei mercati finanziari (Fms), si legge in una nota dell’Agenzia delle Finanze tedesca, sostiene la “strategia di indipendenza di Commerzbank e respinge l’approccio aggressivo di UniCredit”.

L’accettazione dell’offerta da parte di Berlino che ha ancora in mano il 12% circa di Commerzbank, come noto da tempo, era già “economicamente fuori discussione, poiché non prevede un premio adeguato rispetto all’attuale quotazione del titolo”. Tuttavia, a parte rifiutare di vendere le sue azioni agli italiani, la Germania non ha messo a punto nessuna contromossa che sia stata resa nota e, secondo quanto emerso nelle scorse, non intende fare ricorso a strumenti difensivi tipo golden power. Quindi di fatto si tratta di una resistenza di posizione.

Commerzbank svolge un ruolo “importante nel finanziamento dell’economia tedesca e del settore delle medie imprese, il cosiddetto Mittelstand – ribadisce l’Agenzia delle Finanze tedesca -In quanto importante datore di lavoro, la banca è fondamentale anche per il centro finanziario di Francoforte. Entrambi questi aspetti devono essere garantiti anche in futuro”.

Intanto però, almeno sul fronte economico l’offerta offre ai titolari di azioni Commerz un premio di circa il 2%, considerando l’andamento dei titoli in Borsa. A mezzanotte del 16 giugno si chiude la prima parte dell’operazione, mentre dal 20 partiranno due settimane di tempi supplementari. Il titolo di Unicredit scambia a 77,3 euro questo significa che il valore corrente dell’offerta sulle azioni Commerzbank è pari 37,49 euro mentre le azioni dell’istituto tedesco passano di mano a 36,76 euro.

Stando ai dati diffusi lunedì 15 giugno dalla banca milanese, le adesioni all’offerta sono arrivate all’11,91% che, sommate al 26,77% già in mano a Unicredit, porta la quota in azioni al 38,68%. Sommando i derivati sia arriva poi al 55,09 per cento. Proprio su questi numeri, l’ultima puntata della saga ha registrato nei giorni scorsi il deposito di esposti speculari con Commerz che bolla gli aggiornamenti di Unicredit come falsi sostenendo che le adesioni siano molto inferiori a quanto dichiarato da Milano e la banca italiana che definisce le accuse una “narrazione fuorviante” sollecitando le “opportune verifiche”, respingendo “fermamente ogni insinuazione” e ribadendo “di aver sempre operato nel rispetto delle normative”. Il riferimento, in particolare, è alle “insinuazioni secondo cui il numero effettivo di azioni conferite sarebbe inferiore, in quanto tali titoli sarebbero stati presi in prestito, risultano infondate e prive di qualsiasi riscontro”, è la posizione di Milano che evidenzia ancora di non aver “posto in essere operazioni di prestito titoli sulle azioni Commerzbank detenute” e che “le azioni conferite sono da considerarsi tali a tutti gli effetti e irrevocabilmente impegnate”.

Al di là del dovuto intervento della Procura di Francoforte per chiarire le cose, la questione non è di lana caprina nel giorno in cui sono attese le decisioni dei grandi fondi sull’adesione all’offerta e la credibilità delle due versioni dei fatti può ovviamente influenzare la scelta degli investitori. In ogni caso, tra un tergiversare e l’latro, l’operazione andrà avanti con i tempi supplementari dal 20 giugno al 3 luglio come previsto dalla normativa tedesca.

L'articolo Unicredit ha già più del 50% di Commerzbank, ma Berlino insiste: “Approccio aggressivo, Francoforte resti indipendente” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Da Calenda a Picierno, il cantiere degli “europeisti” a Milano. “Siamo avanguardia come nel Risorgimento o in piazza Maidan. Vannacci sarà il M5S del centrodestra”

“Bisogna hackerare il bipolarismo”. Da Milano, parte il cantiere del nuovo polo “europeista”. Le varie anime del centro si sono date appuntamento al teatro Franco Parenti per riunirsi in vista delle prossime elezioni. Da Calenda a Picierno, da Marattin a Cottarelli. L’obiettivo è quello di “superare il bipolarismo” spiega l’ex presidente del consiglio Mario Monti chiamato a battezzare l’iniziativa lanciata da Piercamillo Falasca, Daniele Nahum e Sergio Scalpelli. “Oggi nasce un nuovo spazio politico di cui l’Italia europeista e democratica aveva bisogno” esulta la vice presidente del parlamento europeo Pina Picierno, alla prima uscita pubblica dopo l’uscita dal Pd. Ma nel foyer del teatro c’è un cauto ottimismo: “È ancora presto per brindare alla nascita di qualcosa” racconta prima di entrare un signore con in mano uno spritz. “Forse è la volta buona, ma per noi la volta buona era già la scorsa” aggiunge alludendo al tentativo del Terzo Polo alle scorse politiche. “Sì, ma quello era fallito perché Renzi si è messo a giocare come sta facendo adesso” si difende il leader di Azione Carlo Calenda che profetizza: “Vannacci sarà il M5S del centrodestra”. Un polo che “non si presenterà né con la destra né con la sinistra che avranno coalizioni che vanno da Vannacci a Tajani, da Renzi a Potere al Popolo, noi dobbiamo dare un’alternativa a questo scempio”. Il dialogo potrà essere con tutti, precisa Picierno, ma “intorno a questioni serie” mentre “il Pd e il campo largo sono scivolati verso il populismo con la pochette di Giuseppe Conte”. Ma che cosa ne pensano gli elettori? Un centrodestra senza Vannacci è visto come “più affidabile” rispetto a un centrosinistra con il M5S. E tra Meloni e Schlein in tanti non hanno dubbi: “Meglio Meloni, Schlein è incompatibile con noi”. Discrepanze che riguardano soprattutto la politica estera. “Sulla questione Ucraina, Fratoianni, Conte e Schlein sono i degni eredi di Chamberlain e di quel pacifismo balordo di Monaco 1938 che portò alla seconda guerra mondiale” attacca il consigliere di Azione Daniele Nahum dal palco. Tra chi prende la parola c’è anche la presidente di Azione Elena Bonetti.“Per governare bisogna avere la capacità e la competenza di conoscere la realtà”. E quando si ricorda che servono anche i voti, anche gli elettori di centro sorridono. Ma Calenda non si scompone: “Voi dite che siamo pochi, non lo so, siamo un’avanguardia, forse, come nel Risorgimento e in piazza Maidan”.

L'articolo Da Calenda a Picierno, il cantiere degli “europeisti” a Milano. “Siamo avanguardia come nel Risorgimento o in piazza Maidan. Vannacci sarà il M5S del centrodestra” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Così ho scoperto la chat sessista dei lavoratori Atm. Non siamo al sicuro neppure con i conducenti dei mezzi pubblici”

“Purtroppo o per fortuna, dallo schermo mi è subito balzata all’occhio un’immagine scattata dalle telecamere di sorveglianza: era una foto ingrandita dei glutei di una ragazza”. La ragazza ventiseienne che ha svelato la chat sessista dei dipendenti Atm (l’azienda del trasporto pubblico di Milano) innescando la protesta su Instagram, ha raccontato al Corriere della Sera come è andata. Prima di tutto ha spiegato da cosa è stata attratta la sua attenzione, mentre viaggiava su un tram: sullo smartphone di un dipendente seduto davanti a lui, aperto sulla chat incriminata, erano appena stata condivisa l’immagine del sedere di una ignara passeggera. La foto era stata scattata immortalando il monitor collegato alle telecamere per la sorveglianza a bordo del veicolo. Insieme all’immagine, il conducente aveva condiviso il commento: “È il mio dolce per voi”. Dando la stura alle parole sessiste e offensive dei partecipanti alla chat.

La ragazza ha dichiarato che altre foto di analogo tenore sessista potrebbero essere state condivise in quella chat: “A un certo punto l’uomo ha aperto la galleria fotografica del gruppo. Lì ho notato che tra i tanti post che si erano scambiati, c’erano altre immagini prese dalle telecamere di sorveglianza”. Cioè? “Foto simili: ancora una volta, corpi di donne fotografati senza il consenso delle interessate”. La ragazza ha spiegato anche il contesto a bordo del mezzo pubblico, vicino al lavoratore dell’azienda pubblica: “Lui era letteralmente davanti a me. Si comportava come se non fosse su un mezzo pubblico, tra la gente, all’ora di punta. Io dopo qualche fermata sono scesa”.

E l’effetto, ha continuato, è quello di “non potersi più sentire al sicuro. Banalmente, qualsiasi donna o ragazza che viaggia da sola sui mezzi pubblici di notte cerca protezione nei lavoratori, magari vuole un posto vicino al conducente e si tranquillizza al sapere che ci sono delle telecamere di sorveglianza che dovrebbero rendere un luogo sicuro. In realtà, poi, si scopre che gli stessi lavoratori impiegati in società pubbliche usano quelle telecamere per diffondere immagini intime. Lo trovo spaventoso“. Per questo, ammette la ragazza, “mi cadono le braccia quando alcune persone sminuiscono questi fatti, non tutti li reputano gravi”. Dopo aver condiviso su Instagram le foto della chat, la ragazza ha dichiarato che “in ogni caso io mi sto muovendo con uno studio legale per la denuncia”.

Alla chat di gruppo sarebbero iscritti 7 dipendenti dell’Atm: un conducente, cinque amministrativi, un altro in pensione. L’azienda locale ha avviato un’indagine interna, che nel giro di tre mesi potrebbe condurre a possibili sanzioni come la censura, una multa (trattenuta di 4 ore dallo stipendio), la sospensione dal servizio, fino alla retrocessione o alla destituzione. “Quanto agli episodi accertati, al momento ce ne sarebbe soltanto uno: quello documentato dalla foto scattata dalla 26enne”, riferisce il Corriere. Atm ha presentato una denuncia alla Polizia postale. Anche il sindaco Beppe Sala ha invitato a chiarire: “Atm deve far luce, ma deve anche intervenire e, se verranno individuati delle responsabilità, non ci siano interventi che rimettano coloro che hanno fatto queste cose in condizione di nuocere ancora”.

L'articolo “Così ho scoperto la chat sessista dei lavoratori Atm. Non siamo al sicuro neppure con i conducenti dei mezzi pubblici” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Trump vuole consegnare la coppa ai vincitori dei Mondiali: la Fifa è pronta a dire di sì (infrangendo il protocollo)

Non è bastato l’imbarazzo durante la finale del Mondiale per Club, a giugno, tra Chelsea e Psg al MetLife Stadium di East Rutherford. Il prossimo 19 luglio, sempre al Metlife Stadium, potrebbe essere ancora Donald Trump a consegnare la Coppa del Mondo (questa volta per nazionali) al capitano della squadra vincitrice. Secondo Talksport, il presidente degli Usa avrebbe avuto l’ok per prendere parte alla cerimonia, come appunto già successo l’estate scorsa in occasione del Mondiale per Club, ma in questo caso potrebbe anche spingersi oltre e consegnare solo lui il trofeo, infrangendo il protocollo ufficiale. Alla cerimonia saranno invitati anche i presidenti di Messico e Canada, gli altri due Paesi organizzatori.

Mondiali 2026, la classifica dei gironi aggiornata
Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta

Il protocollo FIFA prevede infatti solitamente che il trofeo presente su un piedistallo venga portato sul podio per la cerimonia di premiazione da un esponente della squadra vincitrice. Questa volta, secondo Talksport, la FIFA lascerà a Trump la decisione se rimanere con la squadra durante la cerimonia o se restare con altri dirigenti.

Mondiali 2026, i gironi e il nuovo regolamento
Calendario Mondiali: date e orari, dove vedere le partite in tv
L’albo d’oro dei Mondiali

Fonti interne alla Casa Bianca ritengono che Trump sceglierà ancora una volta di festeggiare con la squadra vincitrice, come già fatto con il Chelsea, mettendo in imbarazzo sia Reece James che Cole Palmer, protagonista di quella finale. In quella circostanza Palmer aveva infatti chiesto al capitano James “cosa facesse Trump sul palco con loro”. Il trequartista del Chelsea era stato decisivo con una doppietta, ma durante l’alzata della coppa era stato oscurato dal presidente Usa, che si era piazzato proprio davanti a lui. Trump non ha assistito alla partita d’esordio della nazionale statunitense contro il Paraguay per un impegno già programmato prima, ma sarà presente alla finale dei Mondiali al MetLife Stadium il 19 luglio e già prima potrebbe assistere ad altre partite della Coppa del Mondo.

L'articolo Trump vuole consegnare la coppa ai vincitori dei Mondiali: la Fifa è pronta a dire di sì (infrangendo il protocollo) proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Tim Summer Hits, più di 80 artisti sul palco per la canzone dell’estate 2026: da Emma al neo sposo Tommaso Paradiso. Achille Lauro farà “una grande sorpresa”. Il cast completo dello show

È stata presentata oggi, martedì 16 giugno, in Campidoglio a Roma la nuova edizione del Tim Summer Hits, l’appuntamento con le canzoni dell’estate in onda prossimamente su Rai Uno e condotto da Carlo Conti e Andrea Delogu. Gli appuntamenti fissati per le registrazioni in Piazza del Popolo a Roma sono per domenica 21, lunedì 22, martedì 23 e mercoledì 24 giugno.

Sul palco si alterneranno oltre 80 ospiti musicali: Achille Lauro (è stata annunciata una grande sorpresa da parte del cantautore “anche per chi non è potuto andare al concerto all’Olimpico”), Aiello, Alex Britti, Angelica Bove, Anna Tatangelo, Annalisa, Arisa, Baby K, Bambole Di Pezza, Benji & Fede, Chiello, Clara, Clementino, Cristiano Malgioglio, Delia, Ditonellapiaga, Eddie Brock, Elena D’Elia, Elettra Lamborghini, Emis Killa, Emma, Enrico Nigiotti, Ermal Meta, Ernia, Fabrizio Moro, Fedez, Frah Quintale, Francesca Michielin, Francesco Gabbani, Francesco Renga, Fred De Palma, Fulminacci, Gaia, Gio Evan, Giusy Ferreri, Il Tre, Irama, J-Ax.

E ancora Lda & Aka 7even, Leo Gassmann, Levante, Lorenzo Salvetti, Ludwig con Il Pagante, Malika Ayane, Mara Sattei, Marco Masini, Mari Froes, Maria Antonietta & Colombre, Merk & Kremont, Michele Bravi, Myss Keta, Mr.Rain, Nayt, Negramaro, Nicolo Filippucci, Noemi, Orietta Berti con Il Rosso e Iaem, Paola Iezzi, Paola Turci, Pinguini Tattici Nucleari, Raf, Rkomi, Rocco Hunt, Sal Da Vinci, Samurai Jay, Sangiovanni, Sarah Toscano, Sayf, Serena Brancale, Skt The Bausa, The Kolors, Tommaso Paradiso (reduce dal matrimonio con Carolina Sansoni), Tormento, Tredici Pietro, Trigno e Welo.

L’evento sarà trasmesso contemporaneamente anche su Rai Radio2, con collegamenti, contenuti esclusivi e interviste dal backstage affidati a Nicol Angelozzi, e sarà disponibile on demand su RaiPlay.

L'articolo Tim Summer Hits, più di 80 artisti sul palco per la canzone dell’estate 2026: da Emma al neo sposo Tommaso Paradiso. Achille Lauro farà “una grande sorpresa”. Il cast completo dello show proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

A Milano il vento diventa scultura: alla Fabbrica del Vapore la grande mostra di Susumu Shingu tra arte cinetica, natura e una riflessione silenziosa sulla crisi ambientale

C’è un artista che da oltre sessant’anni prova a rendere visibile l’invisibile. Non attraverso effetti speciali o tecnologie sofisticate, ma affidandosi alle stesse forze che governano il pianeta: il vento, l’acqua, la gravità, l’aria. È Susumu Shingu, maestro giapponese dell’arte cinetica, che dal 17 giugno al 14 ottobre porta alla Fabbrica del Vapore di Milano la mostra “Il cosmo”, la più ampia esposizione italiana mai dedicata alla sua ricerca.

Entrare nell’universo di Shingu significa abbandonare per un momento l’idea della scultura come oggetto immobile. Le sue opere respirano, oscillano, si piegano, cambiano assetto. Vivono in funzione dell’ambiente che le circonda. Non impongono una forma alla natura, ma la assecondano. Sono strutture leggere e precise che trasformano il movimento dell’aria in un evento visibile, quasi una coreografia permanente tra materia ed energia.

La mostra allestita nella Cattedrale della Fabbrica del Vapore ripercorre oltre sei decenni di lavoro e riunisce nove sculture considerate fondamentali dall’artista insieme a ventuno opere del progetto “Windcaravan”, una sorta di viaggio nomade iniziato nel 2000 che ha attraversato alcuni dei luoghi più remoti del pianeta: dalle risaie giapponesi alle steppe della Mongolia, dai laghi ghiacciati della Finlandia fino alla Nuova Zelanda. Opere mosse esclusivamente dal vento, pensate per dialogare con paesaggi e comunità lontane tra loro ma accomunate da un rapporto ancora diretto con le forze naturali.

Un’arte che parla al tempo della crisi climatica

A quasi novant’anni, Shingu continua a proporre una visione radicalmente controcorrente rispetto all’epoca della velocità e dell’ipercontrollo tecnologico. Le sue sculture non producono nulla, non servono a nulla nel senso utilitaristico del termine. Eppure proprio per questo finiscono per interrogare chi le osserva. Ci ricordano che esistono fenomeni che non possono essere dominati ma soltanto ascoltati, che il movimento non è sempre sinonimo di progresso e che la natura non è uno sfondo delle attività umane ma una presenza viva con cui convivere.

Un messaggio che assume inevitabilmente una nuova forza nell’epoca della crisi climatica. Shingu non utilizza slogan ambientalisti né costruisce opere di denuncia. La sua è una riflessione più sottile e forse più efficace: mostrare l’armonia possibile tra intervento umano e mondo naturale. Le sue strutture si affidano agli elementi invece di contrastarli, trasformando il vento da ostacolo a motore creativo.

Il legame con l’Italia

Il rapporto con l’Italia occupa un posto centrale nella biografia dell’artista. Nato a Osaka nel 1937, arrivò nel nostro Paese nel 1960 grazie a una borsa di studio del governo italiano. A Roma frequentò l‘Accademia di Belle Arti e incontrò il pittore Franco Gentilini. Furono anni decisivi che contribuirono alla nascita del suo linguaggio artistico e a un legame mai interrotto con il nostro Paese.

Non è un caso che alcune delle sue opere pubbliche più note si trovino proprio in Italia: dal “Vento di Colombo” nel porto di Genova a “Il luogo della pioggia” al Lingotto di Torino, fino a “Dialogo con le nuvole” a Lecco. Interventi che condividono la stessa idea di fondo: inserire l’arte nel paesaggio senza dominarlo, lasciando che siano gli elementi naturali a completare l’opera.

Lo sguardo di Sandalino

Nella mostra milanese trova spazio anche Sandalino, il piccolo personaggio immaginario creato da Shingu negli ultimi anni. Un viaggiatore proveniente da un altro pianeta che osserva la Terra con stupore e preoccupazione, come farebbe un bambino di fronte a qualcosa di meraviglioso ma fragile. È forse l’immagine che meglio sintetizza l’intero percorso dell’artista: guardare il mondo come se lo vedessimo per la prima volta.

Un invito a osservare il mondo diversamente

“Il cosmo” arriva inoltre in un momento simbolico per i rapporti tra Italia e Giappone, nell’anno delle celebrazioni per i 160 anni delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi e per il quarantacinquesimo anniversario del gemellaggio tra Osaka e Milano. Ma al di là delle ricorrenze istituzionali, la mostra rappresenta soprattutto l’occasione per confrontarsi con una ricerca artistica che da decenni parla di equilibrio, interdipendenza e rispetto per l’ambiente. Temi che oggi sembrano appartenere più al futuro che al passato. E che nelle sculture leggere di Susumu Shingu continuano a muoversi, letteralmente, davanti ai nostri occhi.

L'articolo A Milano il vento diventa scultura: alla Fabbrica del Vapore la grande mostra di Susumu Shingu tra arte cinetica, natura e una riflessione silenziosa sulla crisi ambientale proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Roma, sette arresti per terrorismo: “Gruppo anarchico responsabile del sabotaggio all’Alta velocità a febbraio”

Sette persone sono state arrestate dalla Digos di Roma, su ordine del gip, con l’accusa di associazione con finalità di terrorismo. Due di loro, si legge nel comunicato della Questura, sono “gravemente indiziati di aver concorso nella realizzazione di attentato a impianti di pubblica utilità, interruzione di pubblico servizio e istigazione per delinquere, aggravati dalla finalità di terrorismo. Si tratta in particolare dell’azione compiuta il 14 febbraio 2026 ai danni della rete ferroviaria dell’Alta velocità Roma-Firenze, con l’uso di esplosivi rudimentali, ma di sicura efficacia, che hanno provocato gravi danni all’infrastruttura per un costo di ripristino pari a 455mila euro”, nonché la paralisi della circolazione con ritardi fino a due ore. Quel sabotaggio, insieme a un altro effettuato lo stesso giorno sulla linea Roma-Napoli, “è stato rivendicato sul sito web ispiraazione.noblogs.org creato appositamente qualche mese prima”, con un comunicato che “faceva riferimento alla concomitanza con le Olimpiadi invernali di Milano–Cortina e agli intenti antimilitaristi e di attacco violento alle infrastrutture.

Cinque degli arrestati sono stati sottoposti a custodia cautelare in carcere, due ai domiciliari. Secondo la Procura di Roma, avevano “costituito e organizzato un gruppo criminale per compiere atti di violenza con finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine democratico e strutturato secondo modalità e metodologie note e sperimentate nel movimento anarchico, organizzazione radicata nel territorio capitolino, ma anche in relazione con realtà affini individuabili, tra l’altro, nelle aree di Bologna, Forlì-Cesena, Milano e Napoli. Nelle prospettive del gruppo in questione”, si legge nel comunicato, “anche l’obbiettivo di mantenere attiva la mobilitazione dell’anarco-insurrezionalismo avverso la sottoposizione al regime del 41-bis dell’anarchico Alfredo Cospito, anche attraverso violente azioni dimostrative.”

L'articolo Roma, sette arresti per terrorismo: “Gruppo anarchico responsabile del sabotaggio all’Alta velocità a febbraio” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Mi rendo conto di essere vecchia, ma non lo voglio imparare”: è morta a 93 anni suor Italia Di Giovanni, la religiosa star dei social. Virali i suoi video dalla Rsa dove viveva con le altre suore

Suor Italia Di Giovanni è morta. La religiosa della casa di riposo delle Suore Ravasco aveva 93 anni. Suor Italia era seguitissima sui social per i video che la ritraevano nella casa di riposo in cui alloggiava con le altre consorelle anziane e malate. Il profilo Instagram “Suore Ravasco Nayiby” aveva attirato l’attenzione perfino di molte testate internazionali, colpite dall’energia e dalla simpatia della suora nonostante la malattia.

La suora deceduta apparteneva alle Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria e alloggiava presso la casa di riposo “Casa San Giuseppe” a Raiano con una ventina di altre anziane religiose. “La tua presenza è stata un dono, il tuo esempio una luce, il tuo ricordo una benedizione. Cara Suor Italia, continua a vivere nei nostri cuori e nelle opere di bene che hai seminato e nell’amore che ci hai lasciato”, hanno salutato così per l’ultima volta i gestori dell’istituto dove alloggiava la religiosa 93enne.

È del luglio 2025 il primo video che ritrae suor Italia. La donna si scherniva rispetto al deperimento organico e alla malattia: “Mi rendo conto di essere vecchia, ma non lo voglio imparare. Io non ci penso alla mia età. Vado avanti e vado in chiesa quando mi vengono queste crisi di vecchiaia. Non credere che la vita sia bella, tu devi farla bella”. L’ultimo video risale allo scorso febbraio, quando Suor Italia non stava più molto bene.

La popolarità della pagina Instagram delle Suore Ravasco aveva fatto dapprima storcere il naso alla madre generale, ma la diffidenza si era sciolta quando la responsabile della comunicazione social delle consorelle, la giovane suor Jimenez aveva spiegato al quotidiano Avvenire che quella esposizione pubblica e l’ottimismo di suor Italia avevano ridato sprint alle consorelle: “Tutte sembrano rinate e molto più serene, lo dicono anche le dottoresse”.

L'articolo “Mi rendo conto di essere vecchia, ma non lo voglio imparare”: è morta a 93 anni suor Italia Di Giovanni, la religiosa star dei social. Virali i suoi video dalla Rsa dove viveva con le altre suore proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Il Mondiale delle furbate: si comincia sempre in ritardo, ci si ferma per gli spot e si finisce dopo cento minuti

I treni, una volta (non sempre e sicuramente quasi mai nell’era-Salvini), arrivavano in orario. Oggi, altra certezza, le partite del mondiale della santa trinità UsaCanadaMessico non rispettano la legge dell’orologio. Il calcio d’inizio è ad minchiam, come avrebbe detto il professor Scoglio. Secondo il sito della Bbc, nessuna gara ha rispettato l’ora stabilita tra le prime otto andate in scena: il ritardo medio è di tre minuti. Il match inaugurale MessicoSudafrica è cominciato con 6’ di attesa, a ruota Qatar-Svizzera con 4’ e 53 secondi. Gli unici che hanno registrato un “posticipo” inferiore a un minuto sono stati AustraliaTurchia (40 secondi) e Corea del SudRepubblica Ceca (51 secondi): magari i treni di Salvini avessero questa puntualità.

Mondiali 2026, la classifica dei gironi aggiornata
Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta

La causa principale di questa attesa è legata ai laboriosi cerimoniali. Una delle novità del protocollo riguarda l’esecuzione degli inni nazionali, con l’intera squadra schierata a petto in fuori. Il rompete le righe comporta il ripiegamento di quindici giocatori in panchina, trenta se consideriamo le due formazioni: grande confusione sotto il cielo, talvolta anche sotto il tetto che ricopre gli stadi. Questo ritardo si aggiunge alle due pause di metà tempo per consentire ai giocatori di “rinfrescarsi”. Sono bastate le prime due giornate per capire che, dietro al “cooling break” (ribatezzati come “hydration break”), si nasconde in realtà un bieco interesse commerciale.

I due pit stop sono stati venduti agli inserzionisti pubblicitari a peso d’oro. Con una furbata nella furbata: se milioni di telespettatori approfittano spesso dell’intervallo tra i due tempi per fare mille cose – chi mangia, chi si fa la doccia, chi porta il cane a fare pipì, chi smanetta sul telefonino – perché c’è uno scadenzario più o meno consolidato, la pausa per rinfrescarsi inchioda chi sta seduto sul divano di fronte alla tv. Nessuno rischia di abbandonare la postazione, nel timore di una repentina ripresa del gioco che potrebbe regalare un gol o comunque un’emozione. Anche i recuperi viaggiano su distanze sempre più dilatate: le partite durano ormai oltre cento minuti.

Mondiali 2026, i gironi e il nuovo regolamento
Calendario Mondiali: date e orari, dove vedere le partite in tv
L’albo d’oro dei Mondiali

Il calcio dei quattro tempi è uno dei regali del mondo Maga, ispirato dal trumpismo e benedetto dal presidente Fifa, Gianni Infantino, che, per non negarsi nulla, ha voluto fare anche lo spiritoso sul conto dell’Italia. Poche ore prima, era uscito sulla Gazzetta dello Sport il suo editoriale di apertura del mondiale: invece di ringraziare la “rosea”, che gli ha concesso ossigeno dopo giorni di critiche internazionali, ha pensato bene di ironizzare sugli azzurri, fuori dal mondiale per la terza volta di fila. Vatti a fidare dei potenti e degli amici (finti).

Ma Infantino è questo: un pifferaio magico (un po’ Maga e un po’ Magò, per intenderci). Ha invitato negli Stati Uniti due leggende come Roberto Baggio e Gianni Rivera. Passi il primo, ma il secondo, che in gioventù si mise contro i cosiddetti poteri forti del calcio e in età matura fu acerrimo nemico di Silvio Berlusconi, perché si è concesso a Infantino? Il ricordo di Italia-Germania 4-3 allo stadio Azteca di Città del Messico non meritava di finire in pasto al presidente della Fifa. Non lo meritava soprattutto il gol di Rivera, quello che decise la sfida. Infantino, quel 17 giugno 1970, aveva appena 3 mesi e 25 giorni: che può saperne lui della partita del secolo?

L'articolo Il Mondiale delle furbate: si comincia sempre in ritardo, ci si ferma per gli spot e si finisce dopo cento minuti proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Lega, verso una mini-segreteria con Zaia e Fedriga: così Salvini prova a evitare lo strappo col Nord

Una mini-segreteria che faccia da raccordo coi territori. Con dentro anche i big del Nord Luca Zaia e Massimiliano Fedriga. Che, a meno di colpi di scena e di ulteriori scontri interni, diventeranno vicesegretari nel ritiro estivo del 4-5 luglio a Treviso. La decisione – con il partito scosso sul doppio fronte inchieste Ponte e Olimpiadi Milano-Cortina da una parte e concorrenza Vannacci dall’altra – dovrebbe essere annunciata direttamente dal leader della Lega Matteo Salvini nelle prossime ore, bypassando il consiglio federale che non si terrà mercoledì come inizialmente previsto, spiegano due fonti qualificate a conoscenza della questione.

Una mediazione per evitare ulteriori strappi con i governatori del Nord (a cui si aggiunge il lombardo Attilio Fontana) e per iniziare a includere anche Zaia e Fedriga. Sulla modifica dello statuto per le due Leghe – sul modello Cdu/Csu tedesca – invece il processo è ancora in divenire e non è materia dei prossimi giorni.

Nella mini-segreteria allargata ci sarà anche il vicesegretario responsabile del Sud Claudio Durigon che guida una truppa di 30 deputati e senatori che si sono infuriati dopo le parole dei nordisti all’ultimo consiglio federale. In bilico, invece, il ruolo di Silvia Sardone – europarlamentare e vicesegretaria – che viene accusata dalla Lega nordista di tirare la volata proprio a Vannacci rincorrendolo sulle sue battaglie. Sarà una struttura snella che faccia da “cerniera” coi territori.

Intanto, lunedì sera a Milano Salvini e Giorgetti si sono ritrovati con gli altri dirigenti della Lega per una cena di finanziamento con imprenditori per sostenere il partito. Alle Officine del Volo in via Mecenate si sono presentati in 350 per una quota minima di 2.500 euro: in totale 875 mila euro minimo raccolti. Durante la cena – a cui hanno partecipato anche Durigon, Claudio Borghi, Alessandro Morelli ed Edoardo Rixi – il leader della Lega (intervistato dal direttore del Tempo Daniele Capezzone) ha spiegato che il governo deve arrivare a fine legislatura e “per completare il programma e le opere pubbliche è importante essere rieletti per un secondo mandato”.

L'articolo Lega, verso una mini-segreteria con Zaia e Fedriga: così Salvini prova a evitare lo strappo col Nord proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Cosa è successo davvero a Bernardo Pace? C’è (ancora) una Italia che vuole la verità

Tre mesi fa nel carcere di Torino veniva trovato morto, impiccato, Bernardo Pace: cosa è successo?
Bernardo Pace era un mafioso legato a Cosa Nostra trapanese, vicino a Errante Parrino e a Matteo Messina Denaro, operava a Milano all’interno di quel “consorzio” criminale che sta al centro del processo “Hydra” del quale si celebra il dibattimento in rito ordinario. Bernando Pace aveva sessante due anni, due figli, un tumore ed una condanna pesante già ricevuta nell’abbreviato di Hydra.

Bernardo Pace nel gennaio del 2026 aveva deciso di saltare il fosso e mettersi dalla parte dello Stato, diventando collaboratore di giustizia ed aveva già riempito un paio di verbali, depositati successivamente in dibattimento, carichi di riferimenti alla politica e per questo coperti da parecchi “omissis”, segno che le indagini segrete stanno proseguendo.

Bernardo Pace aveva paura di essere ucciso al punto che per un certo periodo aveva rifiutato il cibo in carcere temendo che potesse essere avvelenato. Anche i pm milanesi erano preoccupati per la sua incolumità, almeno quanto oggi tutti noi siamo preoccupati per la loro, così i titolari dell’accusa, Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, avevano deciso di farlo spostare nel carcere di Torino, in attesa di introdurlo nello speciale programma di protezione riservato ai collaboratori di giustizia.

Per quel che sappiamo Bernardo Pace aveva fatto la scelta di collaborare sostenuto dalla famiglia e con la speranza di poter vivere gli ultimi tempi insieme. Nel carcere di Torino era stato sistemato in una cella singola, incastonata tra l’infermeria del reparto e la cappella, una situazione di riguardo insomma, fatta di un isolamento che avrebbe dovuto essere tutelante. Pare che il 16 marzo Pace avesse consumato il pranzo, affidandosi quindi con più serenità all’amministrazione penitenziaria, pare che sia stato trovato impiccato poco dopo, nella sua stessa cella, con un cavo di quelli che si usano per stendere il bucato stretto attorno al collo. La Procura di Torino procede per “istigazione al suicidio”, la famiglia ha presentato un esposto non ritenendo credibile che un uomo in quelle condizioni abbia potuto decidere di togliersi la vita. Bernardo Pace è stato sepolto, col rigore che si riserva ai boss e l’ordine di non cremare il corpo, nella sua terra d’origine.

Il processo “Hydra” a Milano riguarda in ipotesi accusatoria le attività illecite poste in essere soprattutto per riciclare ingenti capitali ed intercettare i flussi di denaro pubblico legati al PNRR, riguarda i rapporti con la politica, dei quali stava parlando Pace e dei quali ha parlato l’altro “pentito” di questa storia, Gioacchino Amico, legato al clan Senese, lo stesso che ha Roma ricicla con la faccia di Mauro Caroccia, quello che per il tramite della figlia diciottenne ha fondato in Biella la società “Le cinque forchette” insieme ad Andrea Delmastro, deputato di FdI, già sotto segretario alla Giustizia con la delega alle carceri, non indagato (che si sappia), che in Commissione parlamentare antimafia se l’è cavata ammettendo soltanto l’imperdonabile leggerezza nel non aver verificato prima chi fossero i Caroccia (“Mi spiace: non ho googolato”).

Non scrivo per esercitarmi in inutili speculazioni sulla verità dei fatti, scrivo per mandare un messaggio: c’è (ancora!) una Italia che vuole la verità, anche quella più scomoda, perché non sopporta l’infantilismo delle facili ricostruzioni buone a ricomporre i quadri più scomposti ed a star tranquilli, alimentando impunità, corruzione, concentrazione illecita di potere e contribuendo alla liquefazione della democrazia. C’è chi non sopporta il revisionismo storico di una destra che in Commissione Antimafia fa di tutto per far sparire dalla scena del crimine degli ultimi trent’anni i grandi “mediatori” (nemmeno occulti) tra interessi mafiosi, imprenditoria e politica, piduisti mai pentiti, pezzi di apparati mai “bonificati”.

C’è chi non sopporta l’arretramento nella lettura del fenomeno mafioso, che purtroppo di scorge anche in un recente documento del CSM dedicato ai criteri di nomina dei ruoli dirigenziali, a fenomeno “etnico” legato soprattutto ad alcune aree del nostro Paese. C’è chi non sopporta una semplificazione puerile del fenomeno mafioso, quasi sovrapposto a quello delle “baby gang”. E sapete perché? Perché è rimasto fedele alla lezione di Pio La Torre: la mafia è una questione di classi dirigenti. Perché è rimasto fedele alla lezione di Giovanni Falcone che disse: il problema non è ammettere in generale che la mafia abbia rapporti con la politica, ma volerli individuare nello specifico, isolarli e colpirli. Perché è rimasto fedele alla lezione di Gian Carlo Caselli e dei magistrati che con lui costruirono la risposta dello Stato nel momento più cupo della storia repubblicana: cercando fino a Palazzo Chigi coperture ed alleanze e per questo pagando un prezzo altissimo, insieme alle loro famiglie.

A Torino si avvicina un altro anniversario, quello dell’assassinio del giudice Bruno Caccia il 26 giugno 1983, che indagava (come oggi fanno Cerreti e Ferracane) sul riciclaggio “altolocato” dei proventi illeciti della mafia, ecco sarebbe il caso che fosse occasione per ribadire insieme che la mafia la vogliamo sconfitta, non addomesticata e che per questo la vogliamo fuori dallo Stato.

L'articolo Cosa è successo davvero a Bernardo Pace? C’è (ancora) una Italia che vuole la verità proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Cani e gatti fuggono da casa il martedì alle ore 8” e non è un caso: la mappa di chi scompare di più in Europa

Non servono fughe spettacolari per perdere un animale. A volte basta il gesto più banale della giornata: aprire un cancello mentre si controlla il telefono, uscire di fretta, dimenticare per un secondo che dall’altra parte non c’è solo un giardino ma un confine sottile. Ogni anno in Europa migliaia di cani e gatti escono così dalla cosiddetta “zona sicura” delle loro case. Non in contesti eccezionali, ma dentro la normalità più quotidiana. E l’Italia, più di tutti, è il Paese dove accade più spesso: oltre il 50% degli allarmi GPS registrati tra marzo e maggio 2026 arriva da qui, secondo il report di Kippy. Non si tratta di abbandoni, ma di smarrimenti domestici accidentali: animali che approfittano di un varco rimasto aperto, che seguono un odore, che reagiscono a un rumore improvviso. E il dato più inatteso è che i cani risultano più “fuggitivi” dei gatti del 43%.

A fotografare il fenomeno è l’analisi di oltre 4.000 episodi registrati nello stesso periodo in Europa. Dopo l’Italia (oltre il 50% degli allarmi), seguono Francia (30%) e Germania (8%). Un quadro che non rimanda a situazioni straordinarie, ma a routine domestiche ricorrenti: case, giardini e momenti di distrazione che si ripetono con dinamiche simili in migliaia di famiglie.

L'articolo “Cani e gatti fuggono da casa il martedì alle ore 8” e non è un caso: la mappa di chi scompare di più in Europa proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Huaweigate: l’Europarlamento revoca l’immunità a Martusciello, capodelegazione di Forza Italia. Salvo De Meo

L’Europarlamento ha votato la revoca dell’immunità al capodelegazione di Forza Italia, Fulvio Martusciello, accogliendo la richiesta della procura del Belgio nell’ambito dell’inchiesta sul cosiddetto Huaweigate. Con 344 voti a favore , 234 contrari e 25 astenuti, la plenaria di Strasburgo ha quindi confermato la decisione della commissione Affari giuridici (Juri), che il 3 giugno si era ugualmente espressa a favore. Salvo invece l’altro azzurro, Salvatore De Meo: la plenaria ha deciso di mantenere la sua immunità, in linea con il parere della commissione Juri.

L’inchiesta, esplosa nel marzo 2025 con una serie di perquisizioni in Belgio, Portogallo e altri Paesi europei, riguarda presunte attività di lobbying illecito riconducibili al gruppo cinese Huawei. Secondo la procura federale belga, l’azienda avrebbe cercato di influenzare il processo decisionale delle istituzioni europee attraverso una rete di consulenti, lobbisti e intermediari incaricati di coltivare rapporti con eurodeputati e loro collaboratori. Gli investigatori ipotizzano che siano stati offerti vantaggi di diversa natura – tra cui inviti a eventi sportivi, viaggi, ospitalità e altre utilità – per favorire gli interessi del colosso delle telecomunicazioni all’interno del Parlamento europeo.

Nell’ambito di questo filone, la magistratura belga ha chiesto la revoca dell’immunità di Martusciello e De Meo per poter svolgere ulteriori accertamenti sul loro ruolo nella vicenda. I due eurodeputati hanno sempre respinto qualsiasi addebito. Per quanto riguarda Martusciello, gli inquirenti ritengono che alcuni collaboratori a lui vicini possano aver avuto un ruolo nei rapporti tra Huawei e il Parlamento europeo. Nel caso di De Meo, la procura intende approfondire il contesto di alcuni contatti e iniziative parlamentari che, secondo l’ipotesi accusatoria, potrebbero essere stati collegati alle attività di influenza contestate a Huawei. La richiesta di revoca dell’immunità non costituisce un giudizio di colpevolezza, ma consente alla procura di proseguire le indagini senza le limitazioni previste dallo status di europarlamentare.

L'articolo Huaweigate: l’Europarlamento revoca l’immunità a Martusciello, capodelegazione di Forza Italia. Salvo De Meo proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Uccisa dal nipote 17enne: ritrovato il corpo di Chiara Guerra nel fiume Lemene, era all’interno di un sacco

Dopo tre giorni di ricerche è stato ritrovato il corpo di Chiara Guerra, insegnante di 53 anni, uccisa nella sera dell’11 giugno a San Stino di Livenza (Venezia)0, dal nipote 17enne, reo confesso. Il cadavere, individuato ad alcuni chilometri di distanza dal luogo in cui era stato gettato, è stato recuperato all’interno di un sacco in condizioni integre con varie ferite da taglio. A individuarlo mentre galleggiava è stata la polizia locale che ha allertato i carabinieri e i vigili del fuoco. Il giovane aveva lasciato il corpo senza vita della zia nel canale Magher, ma le correnti lo hanno trasportato nelle acque del fiume Lemene, nella zona di Settesorelle. Sul posto sono intervenuti anche i carabinieri del Comando di Venezia e il medico legale Antonello Cirnelli che avrà il compito di eseguire la prima ispezione esterna.

Da domenica mattina, un gran numero di soccorritori erano impegnati a setacciare il canale: squadre del nucleo sommozzatori, del nucleo droni e due le squadre Saf con imbarcazioni dotate di ecoscandaglio. Le ricerche si sono concentrate sul punto indicato dal nipote della vittima che ha dichiarato di aver gettato anche il cellulare e l’arma del delitto, un coltello, nelle stesse acque: nessuno dei due è stato trovato. Si tratta di una zona difficile da perlustrare a causa dei collegamenti con altri canali e dalla presenza di correnti.

Il 17enne, che sarà maggiorenne tra qualche mese, ha ammesso dopo poche ore di aver ucciso la zia a coltellate per poi trasportare il cadavere verso il canale con una carriola. Il giovane ha confessato di fronte al pm Carmelo Barbaro della Procura di Pordenone: il caso è stato poi trasmesso alla Procura dei minori di Trieste. Dalle prime ricostruzioni, il movente è legato ad alcuni dissidi familiari dovuti a una presunta eredità su cui la vittima e il fratello, cioè il padre del ragazzo, litigavano da tempo.

L'articolo Uccisa dal nipote 17enne: ritrovato il corpo di Chiara Guerra nel fiume Lemene, era all’interno di un sacco proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Le urla per la vittoria dei Knicks scambiate per una richiesta d’aiuto: agente uccide il cane Jameson sotto gli occhi della proprietaria

Stava festeggiando il trionfo dei New York Knicks quando qualcuno ha pensato che quelle urla fossero una richiesta d’aiuto. Pochi minuti dopo, davanti alla porta del suo appartamento a Canoga Park, quartiere di Los Angeles, il suo cane è stato ucciso da un agente della polizia.

L’animale, Jameson, aveva due anni ed era un incrocio tra San Bernardo, Golden Retriever e Poodle. Sabato sera si trovava in casa con la proprietaria Marie Marseille e altri familiari, riuniti per seguire la finale Nba che ha consegnato ai Knicks un titolo atteso da decenni. Secondo quanto ricostruito dal Dipartimento di Polizia di Los Angeles (LAPD), intorno alle 20.55 gli agenti sono intervenuti in un complesso residenziale di Jordan Avenue dopo una segnalazione che parlava di una donna che stava urlando all’interno di un appartamento.

Arrivati sul posto, gli agenti hanno parlato con Marseille. In una nota ufficiale, la polizia sostiene che Jameson si trovasse accanto alla proprietaria e che stesse abbaiando. Gli agenti avrebbero chiesto alla donna di mettere al sicuro il cane. Dopo aver chiuso momentaneamente la porta, Marseille l’avrebbe riaperta. A quel punto, secondo la ricostruzione del LAPD, l’animale sarebbe uscito dall’appartamento e si sarebbe lanciato verso uno degli agenti, che avrebbe quindi aperto il fuoco.

La famiglia, però, contesta questa ricostruzione. Jeremiah Garcia, figlio della proprietaria, ha raccontato ai media locali di essere al telefono con la madre nel momento della sparatoria. Il giovane stava seguendo la partita a casa della fidanzata e aveva chiamato la madre in video per festeggiare insieme la vittoria dei Knicks. Secondo il suo racconto, Jameson non avrebbe aggredito nessuno: “Non appena mia madre ha aperto la porta, Jamo è corso fuori semplicemente per salutare qualcuno. Quando ero al telefono ho sentito due spari”.

Garcia è rientrato immediatamente a casa. Una volta arrivato ha trovato il cane morto davanti all’appartamento. Jameson indossava ancora la maglietta dei Knicks che la famiglia gli aveva messo per seguire la partita. Le immagini girate subito dopo l’accaduto mostrano la proprietaria disperata accanto all’animale. In un video condiviso sui social si sente la donna gridare “Eravamo soltanto felici. Stavamo festeggiando i Knicks“. Il LAPD ha confermato che nessun agente è rimasto ferito. L’indagine è stata affidata alla Force Investigation Division, l’unità interna che si occupa dei casi in cui gli agenti fanno uso delle armi da fuoco.

L'articolo Le urla per la vittoria dei Knicks scambiate per una richiesta d’aiuto: agente uccide il cane Jameson sotto gli occhi della proprietaria proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“A 100 anni mangio la spigola e bevo molta acqua, la disidratazione alla mia età è una nemica. Mi bastavano 2 ore di sonno per studiare”: lo rivela il professor Leonardo Santi

Leonardo Santi è uno dei più importanti ricercatori italiani nel campo della lotta ai tumori. Ha pubblicato più di 300 lavori scientifici su argomenti di oncologia sperimentale, patologia oncologica, specialmente per quanto concerne il tumore del polmone, i tumori professionali e i Biological Response Modifiers. Il 3 aprile scorso il professore ha tagliato il traguardo dei 100 anni. “Non ho voluto festeggiare”, ha confessato a Il Corriere della Sera.

Il segreto per una vita così lunga? “Mangio pesce, prediligo la spigola. Bevo molta acqua perché la disidratazione alla mia età è una nemica. La casa è disseminata di bottigliette, come vede, sistemate nei posti strategici da mia moglie Lia Eva, il mio traino”.

E ancora: “Da ragazzo non mi sono fatto mancare niente. Sci, barca, lunghe nuotate all’isola d’Elba. Però il tipo di alimentazione lasciava molto a desiderare. Mangiavo come capitava. Dolce e salato insieme, tanto poi nello stomaco si mescola tutto, mi giustificavo con i collaboratori che mi osservavano allibiti. Da vecchi invece bisogna stare attenti”.

“Da giovani non si pensa alla vecchiaia, tantomeno quando eravamo giovani noi. – ha aggiunto il professore – Nessuno ci parlava di prevenzione e mangiar sano. Per mia scelta non ho mai fumato né bevuto alcol. I collaboratori si stupivano del mio scarso bisogno di sonno, mi bastavano due ore e passare la notte in bianco spesso era una scelta. Utilizzavo quel tempo per prendere appunti, studiare, organizzare. E la mattina arrivavo in ospedale con tanti fogli scritti a mano”.

L'articolo “A 100 anni mangio la spigola e bevo molta acqua, la disidratazione alla mia età è una nemica. Mi bastavano 2 ore di sonno per studiare”: lo rivela il professor Leonardo Santi proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Cacciari a La7: “Il patentino antifascista? Fa schifo, è una scandalosa idiozia. Antifascismo è condannare Israele e il razzismo di Trump”

Intemerata del filosofo Massimo Cacciari a Otto e mezzo (La7), sul caso della fiera Più libri più liberi, in programma a dicembre a Roma, che quest’anno chiede agli editori di sottoscrivere una dichiarazione di adesione ai valori antifascisti della Costituzione. La conduttrice Lilli Gruber spiega il disappunto della presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ha definito l’iniziativa una forma di censura. E chiede al filosofo: “Ma non è ridicolo gridare alla censura?”. Cacciari non ci sta e replica stizzito: “Ma non è ridicolo parlare di questo, con tutto quello che sta passando per il mondo?”.

La giornalista precisa: “Lo devo fare perché l’ha fatto la presidente del Consiglio e perché anche oggi per tutta la giornata sono continuate le dichiarazioni”. “Allora è ridicola la posizione della Meloni esattamente come è ridicola la richiesta del patentino antifascista – rilancia l’ex sindaco di Venezia – L’antifascista non è tale perché firma patentini, lo è in quello che fa e in quello che ha fatto. E pochi sono antifascisti in questo senso, in questo Paese e in questa Europa”.

“Perché?”, chiede Gruber. “Perché essere antifascisti vuole dire condannare esplicitamente le politiche di Israele, non le pare? – risponde Cacciari – Essere antifascisti vuole dire assumere delle posizioni nette nei confronti di posizioni razzistiche, se non peggio, come quelle che emergono direttamente all’interno dei vertici del governo americano. Quello è essere antifascisti, non firmare patentini”. E aggiunge: “Croce si rifiutava di firmare patentini. E se mi chiedono di firmare un patentino per andare al Festival di Roma, non ci vado“.

La conduttrice ricorda che riguarda solo le case editrici e il filosofo si inalbera: “Ma è lo stesso. Se Adelphi, con cui pubblico i miei libri, firma il patentino, io non solo non vado a Roma, ma cesso di pubblicare con Adelphi. Ma scherziamo, ma che idiozia è? Che scandalosa idiozia è il patentino? Mamma mia, fa senso soltanto parlarne. Altra cosa è se a casa mia invito chi voglio: in quel caso, gli organizzatori di questo Festival sono padroni di invitare chi vogliono, visto che è casa loro. Ma non invitano col patentino, viva Dio. Ma che roba è? Dai, fa schifo”.

Gruber precisa che il “patentino” è un’espressione usata da Meloni e che la presidente della fiera, Anna Maria Malato, ha parlato solo di adesione ai valori costituzionali, rafforzata quest’anno ma senza intento censorio. Cacciari ribatte secco: a lui e ad altri editori non è mai stato chiesto prima.

L'articolo Cacciari a La7: “Il patentino antifascista? Fa schifo, è una scandalosa idiozia. Antifascismo è condannare Israele e il razzismo di Trump” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

È morta a 35 anni Ece Irtem, l’attrice che ha recitato con Can Yaman in Lezioni d’amore: ritrovata senza vita nella sua casa all’indomani del suo compleanno

Ece Irtem è morta. L’attrice turca nota in Italia per Forbidden fruit aveva 35 anni. La ragazza celebre per il ruolo di Isil nella serie One Love è stata trovata priva di sensi nella sua casa lunedì 15 giugno al mattino, appena un giorno dopo il suo compleanno. La causa del decesso è stata attribuita a un attacco cardiaco. Irtem era nata il 14 giugno 1991 a Sivas, in Turchia. Si era laureata in Opera e Canto presso l’Università Yasar nel 2014, classificandosi terza nel suo corso.

Durante gli studi aveva lavorato con artisti di fama internazionale come il soprano Aytul Buyuksarac, il tenore Levent Gunduz, il direttore dell’Opera e del Balletto di Stato di Izmir, Paolo Susanni, e il mezzosoprano Anna Chubuchenko. Parallelamente aveva iniziato a recitare in giovane età, scrivendo e interpretando le proprie scenette per le recite scolastiche, una passione che ha coltivato per tutta la vita. Dopo essersi trasferita a Istanbul, Irtem ha iniziato a studiare recitazione al Centro Culturale Sadri Alisik, formandosi con maestri del calibro di Kayhan Yildizoglu, Okday Korunan, Kadim Yasar e Tolga Ciftci. È diventata famosa per il suo ruolo di Isil in One Love, una popolare serie televisiva turca con un vastissimo pubblico.

In Italia era diventata un viso noto, spesso ospite anche di alcuni talk Mediaset, grazie alla sua interpretazione della barlady Gizem in Mr. Wrong – Lezioni d’amore recitando con Can Yaman. Come riportano diverse testate turche l’eccezionalità di un decesso in così giovane età ha comunque portato la magistratura turca ad effettuare un’autopsia. Le ultime ore della ragazza, peraltro, quelle di domenica 14 giugno, sono state ricostruite attraverso diverse telecamere disposte attorno alla sua abitazione turca e la vedono ritratta tranquilla e sorridente a pranzo. Successivamente, attorno alle 21, viene inquadrata dalle telecamere dell’atrio del suo condominio mentre rientra in casa insieme alla madre. È lì che Irtem appare visibilmente barcollante e intontita, tanto da doversi appoggiare al braccio della madre.

L'articolo È morta a 35 anni Ece Irtem, l’attrice che ha recitato con Can Yaman in Lezioni d’amore: ritrovata senza vita nella sua casa all’indomani del suo compleanno proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Sentitevi liberi di essere chi siete e di affrontare con estrema serenità il vostro percorso personale e il coming out”: il ritorno della Lollipop con “Say”

Marcella Ovani, Marta Falcone e Veronica Rubino tornano nella formazione delle Lollipop, a oltre vent’anni dalla nascita del gruppo a “Popstars”, nei primi anni 2000. Il singolo si intitola “Say Now” – scritto direttamente dal trio e prodotto da Wlady, già firma di “Maria Salvador” e “Disco Paradise”- un messaggio legato alla libertà, al coming out, alla verità personale e alle cose da dire prima che sia troppo tardi.

“Sentitevi liberi di essere chi siete e di affrontare con estrema serenità il vostro percorso personale e il coming out – afferma il trio -. Non abbiate paura di splendere nella vostra verità; per noi questo ritorno è un atto di coraggio e di amore verso noi stesse e il nostro pubblico”.

“Say Now” nasce dalla necessità di non lasciare che il silenzio decida al posto delle persone. Il brano esplora tutto ciò che rimane irrisolto quando una verità viene taciuta troppo a lungo: parole continuamente rinviate, sentimenti tenuti in sospeso, fino a giungere a una collisione inevitabile in cui il silenzio cessa di essere un’opzione. Perché tacere, a quel punto, diventa un atto di omissione nei confronti di sé stessi, prima ancora che degli altri.

Nel corso degli anni, il gruppo è sempre stato vicino alla comunità LGBTQ+. Nel 2018, ad esempio, le Lollipop sono state ospiti a Napoli in occasione del party ufficiale del Mediterranean Pride of Naples. La scelta di affrontare oggi temi come il coming out e la libertà di essere sé stessi rappresenta il naturale prolungamento di quel rapporto, una coerenza artistica e umana che si è consolidata nel tempo.

L'articolo “Sentitevi liberi di essere chi siete e di affrontare con estrema serenità il vostro percorso personale e il coming out”: il ritorno della Lollipop con “Say” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Urbanistica, Sala esulta: “Soddisfatti, ma amareggiato da violenza verbale dei pm”. Il centrodestra: “Ora sbloccare Milano”

“Siamo soddisfatti, è chiaro che c’è anche tanta amarezza”. Il sindaco di Milano esulta e attacca, dopo la sentenza sulla Torre di via Stresa che ha assolto tutti gli 8 imputati, la prima delle numerose inchieste aperte in questi anni. La procura aveva chiesto la condanna per abuso edilizio e lottizzazione abusiva per quel grattacielo di 24 piani alto 85 metri edificato al posto di due piccole palazzine a uffici di 2 e 3 piani. La giudice ha però assolto tutti per “assenza di dolo” e perché avrebbero agito secondo “prassi consolidata del Comune” e le sentenze dell’epoca. A cavalcare la pronuncia del tribunale è poi il centrodestra che chiede adesso di “sbloccare” Milano.

Sala: “Cosa pensa il procuratore Viola?”

“Ripensando a come è stata condotta questa inchiesta la cosa che mi ha amareggiato molto è stata la violenza verbale usata dai pm nel sostenere le accuse”, incalza Giuseppe Sala: “Un continuo uso di aggettivi, una continua necessità di corroborare le loro tesi con parole tese a screditare la nostra azione“, aggiunge il primo cittadino. Sala afferma anche di essere amareggiato anche per “aver visto colpite persone che sono a me vicine e di cui sono certissimo dell’onestà. Faccio un nome, l’ex assessore Tancredi che ha visto anche un po’ rovinata la sua carriera e il suo equilibrio”. E tira in ballo anche il procuratore della Repubblica del capoluogo lombardo: “La giustizia ha tante teste, la stessa Procura ha tante teste. È chiaro che, a questo punto, sono anche un po’ curioso di capire il dottor Viola, come vede la situazione”. “È evidente – continua Sala – che sta tutto in una responsabilità generale e quindi gli chiedo che giudizio dà, a questo punto, dell’operato del suo team. Posto che tutti noi dobbiamo dare un giudizio del nostro operato e di chi lavora con noi”, conclude il sindaco.

Il centrodestra: “Ora sbloccare la città”

La sentenza “è una lezione per tutti e conferma la necessità di un intervento legislativo per dare certezze sia agli amministratori sia agli imprenditori che investono nello sviluppo di Milano”, commenta il presidente di Noi Moderati Maurizio Lupi potenziale candidato alla poltrona di sindaco della città: “Ora che il tribunale ha certificato che sono state seguite le regole, è fondamentale restituire la certezza del futuro alle oltre duemila famiglie sospese che hanno il pieno diritto alla loro casa”, continua Lupi. Sulla stessa linea Mariastella Gelmini: “Sbloccare la città e dare una risposta concreta alle cosiddette famiglie ‘sospese’ è oggi una priorità non più rinviabile”. Per Enrico Costa, presidente dei deputati di Forza Italia, “l’esito del processo sull’urbanistica a Milano dimostra ancora una volta come teoremi accusatori si dissolvano a distanza di anni lasciando effetti pesanti sull’economia e sullo sviluppo”. Per l’esponente azzurro “è oggettivo che l’inchiesta sulla gestione urbanistica ha frenato Milano e non solo il settore immobiliare. Progetti per migliaia di metri quadrati ‘sospesi‘ con tutte le ricadute del caso. Sono stati messi a rischio miliardi di potenziali investimenti e di ricadute sul sistema economico”. “Non si può tenere bloccata per anni una città come Milano per un’inchiesta che, dopo lo stop della Cassazione sul filone della corruzione, incassa oggi una piena assoluzione”, dichiara anche il senatore di Italia Viva Ivan Scalfarotto secondo il quale “ora tocca al Parlamento dare a Milano e al Paese regole certe: decisioni di questa portata non possono dipendere da una legge del 1942. Si vada avanti – conclude – e si torni a lavorare per Milano”.

L'articolo Urbanistica, Sala esulta: “Soddisfatti, ma amareggiato da violenza verbale dei pm”. Il centrodestra: “Ora sbloccare Milano” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Bossi jr, definitiva la condanna per truffa allo Stato. Confermata in Appello quella per maltrattamenti alla madre

Diventa definitiva la condanna a due anni e sei mesi a Riccardo Bossi per aver indebitamente percepito il reddito di cittadinanza per oltre tre anni e mezzo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del figlio del fondatore della Lega, condannato per truffa ai danni dello Stato dal Tribunale di Busto Arsizio (Varese) e poi dalla Corte d’Appello di Milano, che aveva anche stabilito un risarcimento danni a favore dell’Inps di 15mila euro. L’accusa era di aver ottenuto 280 euro al mese per 43 mensilità, per un ammontare complessivo di oltre 12mila euro dal 2020 al 2023.

Nella stessa giornata, la Corte d’Appello del capoluogo lombardo ha confermato la condanna di Bossi junior per maltrattamenti nei confronti della madre, Gigliola Guidali. Un anno fa il primogenito del Senatur era stato condannato dal Tribunale di Varese a un anno e quattro mesi di carcere. I fatti oggetto del processo risalgono al 2016: secondo l’accusa, Bossi – che ha sempre negato ogni addebito – faceva continue richieste di soldi alla madre, spesso accompagnate da insulti e percosse, fino a costringerla a fuggire di casa e a sporgere denuncia. In un’occasione la donna era stata spinta dal figlio e aveva sbattuto la testa contro il muro. In seguito la madre aveva ritirato la querela assicurando che i rapporti fossero tornati sereni: un dietrofront che aveva fatto cadere l’accusa di minacce, ma non quella di maltrattamenti, perseguibile d’ufficio. Contro la sentenza d’Appello l’avvocato di Bossi, Federico Magnante, ha preannunciato ricorso in Cassazione.

L'articolo Bossi jr, definitiva la condanna per truffa allo Stato. Confermata in Appello quella per maltrattamenti alla madre proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Nuovi importi per i rimborsi dei voli cancellati, stop ai supplementi per i posti dei minori e niente bagagli a mano a gratuiti: ecco le nuove regole dell’Unione Europea

Dopo tredici anni di negoziati e a ventidue anni dal primo pacchetto normativo, l’Unione Europea ha definito le nuove regole per la tutela dei passeggeri aerei. Come riportato da un’analisi del Corriere della Sera, l’aggiornamento legislativo — che dovrà essere approvato in via definitiva a luglio ed entrerà in vigore nella seconda metà del 2027 — introduce importanti novità sulla trasparenza delle tariffe online e vieta i supplementi per assegnare posti vicini alle famiglie. Tuttavia, il testo finale si configura come un compromesso che non stravolge il sistema attuale, lasciando intatti molti dei parametri già in uso su ritardi e risarcimenti. Ecco, nel dettaglio, come cambieranno i diritti dei viaggiatori.

Trasparenza sui prezzi e l’illusione del trolley gratuito

La novità più rilevante dal punto di vista commerciale riguarda la lotta al cosiddetto “drip pricing”, ovvero la pratica di mostrare un prezzo iniziale basso che lievita durante le schermate di acquisto a causa dell’aggiunta di costi essenziali. L’Ue imporrà a tutte le piattaforme di prenotazione e ai vettori di mostrare fin dall’inizio un prezzo finale chiaro e comprensivo del bagaglio a mano (il trolley). Questa misura servirà a uniformare gli algoritmi dei motori di ricerca, permettendo un confronto visivo più corretto tra i prezzi delle compagnie low cost e quelli dei vettori tradizionali. Tuttavia, questo non significa che il bagaglio a mano diventerà gratuito. Al momento della prenotazione, il viaggiatore potrà sempre optare per la tariffa “base” (che include solo l’effetto personale da riporre sotto il sedile), che costerà di meno. Sulle low cost, di fatto, il trolley rimarrà a pagamento. Inoltre, la normativa non fissa misure o pesi standard per i bagagli a mano, lasciando alle singole compagnie la facoltà di deciderne le dimensioni.

Stop ai supplementi per i posti di minori e disabili

Una regola che cambierà concretamente l’esborso in fase di prenotazione riguarda l’assegnazione dei posti a sedere. L’accordo vieta espressamente alle compagnie aeree di applicare tariffe extra per far sedere i bambini e i ragazzi minori di 14 anni accanto al proprio genitore o accompagnatore. Lo stesso principio di gratuità obbligatoria sarà applicato ai passeggeri con disabilità o a mobilità ridotta e ai loro rispettivi assistenti.

Ritardi e indennizzi: la soglia resta a 3 ore

Sul fronte dei risarcimenti per cancellazioni o disservizi, il Parlamento europeo ha respinto i tentativi delle compagnie di alzare la soglia di tolleranza a 4 o 6 ore. Il limite per ottenere l’indennizzo economico rimane fissato a 3 ore di ritardo all’arrivo. I passeggeri manterranno il diritto al rimborso monetario o alla riprotezione su un volo alternativo in caso di negato imbarco o di cancellazione comunicata con meno di 14 giorni di preavviso. Gli importi dei risarcimenti (che sono slegati dal rimborso del biglietto) restano fissi in base alla distanza chilometrica:

  • 250 euro per le tratte inferiori o uguali a 1.500 km.
  • 400 euro per i voli tra 1.500 e 3.500 km.
  • 600 euro per i voli oltre i 3.500 km.

Per i voli superiori ai 3.500 km è prevista una deroga: il vettore può dimezzare l’indennizzo (portandolo a 300 euro) se offre un volo alternativo o se il ritardo accumulato all’arrivo è inferiore alle quattro ore.

Le eccezioni valide per le compagnie

Le nuove regole introducono un elenco chiaro (sebbene non esclusivo) delle “circostanze eccezionali” in cui la compagnia aerea è esentata dal pagamento del risarcimento, in quanto il ritardo è fuori dal suo controllo. L’elenco comprende: calamità naturali, guerre, condizioni meteorologiche proibitive, comportamenti indisciplinati dei passeggeri a bordo e scioperi (dei servizi aeroportuali, della navigazione aerea o dell’assistenza a terra).

Assistenza in aeroporto e iter legislativo

Le normative chiariscono anche gli obblighi fisici verso i passeggeri bloccati in aeroporto: le compagnie dovranno fornire bevande ogni due ore e un pasto dopo tre ore di attesa. Se il ritardo si prolunga alla notte, scatta l’obbligo di garantire il pernottamento in hotel fino a un massimo di tre notti. È stato inoltre introdotto l’obbligo di fornire istruzioni digitali chiare via smartphone su come richiedere assistenza e inoltrare reclami.

Dal punto di vista dell’iter legislativo, il testo rappresenta un accordo provvisorio. La votazione formale da parte del Parlamento Ue è in calendario per metà giugno 2026, con l’approvazione definitiva attesa a luglio. Dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, le norme diventeranno lo standard operativo per i cieli europei dalla seconda metà del 2027.

L'articolo Nuovi importi per i rimborsi dei voli cancellati, stop ai supplementi per i posti dei minori e niente bagagli a mano a gratuiti: ecco le nuove regole dell’Unione Europea proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Sono emozionato per quella che non ho preso quarant’anni fa. Dovete andare fieri se venite da una piccola provincia. La provincia ha i cieli più grandi…”: laurea honoris causa a Gerry Scotti

Questa volta non c’entra la pubblicità del riso, il Dottor Scotti di nome fa Virginio ma da oltre quarant’anni per tutti è lo zio Gerry. Il conduttore si gode il successo de “La Ruota della Fortuna” ma anche il nuovo titolo accademico: ieri pomeriggio ha ricevuto la laurea magistrale honoris causa in Scienze della Comunicazione conferita dall’Università dell’Insubria a Varese. La cerimonia si è svolta alla presenza della ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini che ha espresso il suo apprezzamento per Scotti “capace di entrare nelle case degli italiani con grande garbo, educazione e rispetto”.

In Aula Magna è stato accolto da un lungo applauso e dalla rettrice Maria Pierro che ha reso nota la motivazione che ha accompagnato la proclamazione: “Gerry Scotti ha saputo costruire con il suo pubblico un rapporto autentico e di fiducia, una postura comunicativa che pur evolvendosi nel tempo non ha mai perso il suo tratto identificativo”. Il volto Mediaset ha sottolineato il valore simbolico del riconoscimento: “L’importanza del momento, la sacralità e il rispetto che questa istituzione prevede fanno sì che io sia emozionato come per quella laurea che non ho preso quarant’anni fa. L’emozione, però, è la stessa”.

“Ho avuto la fortuna di nascere in un piccolo paesino di provincia Camporinaldo. Dovete andare fieri se venite da una piccola provincia. La provincia ha i cieli più grandi, i modi di dire, i proverbi”, ha aggiunto Scotti. Dalla provincia è andato via per inseguire i suoi sogni: “Il linguaggio che ho imparato in quei quattro anni è stato come frequentare un altro corso universitario e, con la televisione commerciale, ho avuto la possibilità di mettere in pratica quel linguaggio e di cambiarlo nel corso di quattro decenni”, riporta le sue parole l’agenzia Ansa.

Quarant’anni di carriera in cui ha affrontato la trasformazione dei mezzi di comunicazione: “Sono cambiate tante cose, da come sono fatti i giornali a come facciamo televisione. È davvero come prendere uno dalla preistoria e portarlo in un’epoca molto più evoluta”. Alla domanda sul segreto della sua capacità di parlare a pubblici di generazioni diverse, Scotti ha risposto: “Ci vuole fortuna, probabilmente. Ma soprattutto non sentirsi mai paghi, mai arrivati, mai dottori o professori. Bisogna stare sempre dall’altra parte, essere sempre studenti”.

L'articolo “Sono emozionato per quella che non ho preso quarant’anni fa. Dovete andare fieri se venite da una piccola provincia. La provincia ha i cieli più grandi…”: laurea honoris causa a Gerry Scotti proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Nordio, non basta citare il Codice Rocco per rivalutare il fascismo

di Roberto Celante

Dopo l’uscita della Premier Meloni sulla censura antifascista, ecco il ministro Nordio, che sottolinea la paternità fascista dell’attuale codice penale. È evidente che, per fermare a tutti i costi l’emorragia di consensi verso Futuro nazionale, la destra di governo stia perdendo serenità di giudizio.

Che si tratti di una propria iniziativa autonoma, o di una strategia di FdI, l’affermazione di Nordio mira senz’altro a solleticare l’orgoglio della minoranza di italiani che si sente tuttora custode di un’ideologia “perseguitata” da ottant’anni di democrazia. Il Guardasigilli ammicca a chi ritiene che il fascismo non sia stato altro che una fase come un’altra della storia d’Italia, caratterizzata da una gestione efficiente della cosa pubblica, e che si concluse anzitempo, per un errore di calcolo nella fatale scelta dell’alleanza militare. L’affermazione di Nordio lusinga chi ritiene che la democrazia, da ottant’anni a questa parte, sia stata soltanto una zavorra per le potenzialità del Paese, perché ingesserebbe le istituzioni, abortirebbe le riforme necessarie, frenerebbe lo sviluppo economico.

La narrazione di certi revisionisti odierni racconta di una “dittatura all’acqua di rose, perché, se non protestavi, nessuno ti toccava”. In compenso, fu avviata l’elettrificazione delle ferrovie; fu realizzata la prima autostrada; furono bonificate intere province; fu superata la crisi del ’29; furono edificati migliaia di alloggi di edilizia popolare e centinaia di edifici pubblici; furono rese pubbliche le assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro e contro le malattie dei lavoratori, nonché il trattamento pensionistico; furono risolti i conflitti sociali con il sistema corporativista; fu innovata la scuola; furono riformati i codici civile e penale, nonché i rispettivi codici di procedura.

E c’era “ordine”: almeno, questa era la percezione della società dell’epoca, che pare fosse lieta di poter “dormire con la porta aperta”, anche se in realtà le carceri non erano meno affollate di quelle di oggi. E c’era “la certezza della pena”, anche se, nel 1937, in occasione della nascita di Vittorio Emanuele di Savoia, nipote del Re Imperatore, il fascismo concesse un’amnistia (dalla quale furono comunque esclusi i “pericolosissimi” detenuti politici), utile proprio a sfoltire la popolazione carceraria.

Al di là di questi ultimi miti sfatati, nonché dell’immane tragedia della guerra, e a parte i nostalgici per sentito dire, in molti potrebbero essere tentati dall’apprezzare le realizzazioni positive del regime, sopra citate. Ebbene, è abbastanza “normale” che, con vent’anni a disposizione ed esercitando il potere assoluto, il fascismo abbia avuto la possibilità di realizzare anche cose positive e l’abbia fatto. Ma la domanda è: a quale prezzo? Possiamo dire che sia accettabile barattare la propria libertà con uno stato più efficiente? Quanto vale la libertà di manifestazione del pensiero, senza timore di ritorsioni? Sì può pensare di scambiare la libera informazione con la propaganda? Il tutto, in cambio di alcuni vantaggi materiali, anche se mai sperimentati prima?

Sono queste le domande che dobbiamo porci, come cittadini consapevoli dei diritti e dei doveri di cui siamo portatori, secondo quanto previsto dalla Costituzione, quando sentiamo esaltare i risultati del regime, quando assistiamo a tentativi di revisionismo.

Quindi, ministro Nordio, il Codice Rocco del 1930 (che, peraltro, come le è ben noto, oggi risulta rimaneggiato rispetto alla stesura originale, perché molte norme sono state nel frattempo espunte o modificate dal Parlamento, ed altre dichiarate incostituzionali dalla Consulta), non è stato affatto un lascito tale da consentire di rivalutare il fascismo, né lo sono le altre realizzazioni positive del regime, perché la libertà e la democrazia sono beni insostituibili, inalienabili, inestimabili.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

L'articolo Nordio, non basta citare il Codice Rocco per rivalutare il fascismo proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

La Fifa assolve l’arbitro accusato di aver fatto il gesto del “white power”. Lui si giustifica: “Solo un tic”

La Fifa ha assolto l’assistente var Shaun Evans, accusato ieri di aver fatto il gesto del “white power, utilizzato da tempo negli ambienti dell’estrema destra e in particolare come simbolo dei suprematisti bianchi. Il comitato disciplinare indipendente della Fifa ha infatti confermato che, dopo aver esaminato la questione relativa all’assistente arbitrale video, non ha riscontrato alcuna prova di violazione del codice disciplinare Fifa.

Mondiali 2026, la classifica dei gironi aggiornata
Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta

Il Comitato disciplinare ha anche preso atto della dichiarazione dell’arbitro australiano Evans dopo le accuse di aver fatto il presunto gesto dei suprematisti bianchi, l’ok rovesciato, fatto in sala Var prima di GermaniaCuraçao. “Vorrei chiarire che non ho fatto intenzionalmente alcun gesto o simbolo con la mano per comunicare un messaggio – ha detto l’arbitro australiano Shaun Evans – un’affiliazione, un gioco o una convinzione di alcun tipo. L’unica spiegazione che posso offrire è che il movimento è stato un tic involontario e subconscio e non mi sono reso conto di averlo fatto in quel momento“.

Mondiali 2026, i gironi e il nuovo regolamento
Calendario Mondiali: date e orari, dove vedere le partite in tv
L’albo d’oro dei Mondiali

L’arbitro si è successivamente giustificato, spiegando: “Le immagini scattate successivamente durante la partita mostrano che ho ripetuto questo movimento molte volte tenendo una penna tra le dita. La copertura mediatica successiva a questo incidente – sottolinea Evans – non rispecchia affatto chi sono. Certo, capisco come il gesto sia stato interpretato e me ne dispiace, tuttavia voglio essere molto chiaro e affermare categoricamente che non ho fatto consapevolmente o deliberatamente il simbolo con la mano in questione. Arbitrare ai Mondiali è il più grande onore della mia carriera e non vedo l’ora di supportare i miei colleghi per il resto del torneo”, ha concluso l’arbitro. La Fifa ha poi annunciato la chiusura dell’indagine preliminare, concludendo di non poter dimostrare alcuna violazione del proprio codice disciplinare.

L'articolo La Fifa assolve l’arbitro accusato di aver fatto il gesto del “white power”. Lui si giustifica: “Solo un tic” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Al via la settimana della moda maschile: Pitti Uomo 110 apre le porte a Firenze, poi il testimone a Milano con la Men’s Fashion Week. Ecco il calendario degli eventi e le novità

L’Italia riapre i battenti alla moda internazionale inaugurando la stagione del menswear Primavera-Estate 2027. Un avvio segnato da un clima globale incerto e da sfide economiche pressanti, ma che trova nelle storiche piazze di Firenze e Milano le due bussole per decifrare il futuro dell’abbigliamento maschile. Il menù si divide in due tappe fondamentali: Pitti Immagine Uomo 110, di scena alla Fortezza da Basso dal 16 al 19 giugno, e a seguire la Settimana della Moda Maschile di Milano, in calendario dal 19 al 23 giugno. Una maratona di stile, innovazione e business che schiera 740 brand a Firenze e 75 appuntamenti nel capoluogo lombardo, tra ritorni storici, grandi debutti internazionali come Thom Browne e Simone Rocha, e l’ingresso dell’intelligenza artificiale nel matchmaking commerciale.

I numeri del settore: un momento di flessione e riequilibrio

Il sistema moda maschile arriva a questa edizione con numeri che richiedono riflessione. Stando alla nota di Confindustria Moda su dati Istat, il 2025 ha registrato una flessione nelle esportazioni del menswear italiano dell’1,7%, assestandosi su ricavi per 9,4 miliardi di euro, a fronte di una crescita del 2% delle importazioni (6,6 miliardi). Il ruolo dei fornitori extraeuropei si è rafforzato del 6,9%, trainato dalla Cina. Una situazione complessa che Brunello Cucinelli, colonna portante di Pitti, interpreta come un fisiologico momento di assestamento: “Invito tutti a considerare il momento attuale come un riequilibrio dopo un triennio dai risultati giganteschi“, ha spiegato il designer-imprenditore. La sua strategia misurata ha pagato: “Da quando ci siamo quotati in Borsa nel 2012, siamo cresciuti in media del 12% ogni anno. Ci aiuta essere rimasti una realtà relativamente piccola: siamo più agili e gestibili”. Cucinelli chiude il primo trimestre 2026 con ricavi per 369,1 milioni di euro e ribadisce la sua visione lontana dai loghi ostentati: “Per me, questo ha aiutato i nostri capi a essere percepiti come slegati da trend e manie: il pubblico li vede come investimenti duraturi”.

Pitti 110: “The Pool”, l’AI e i Guest Designer

L’edizione fiorentina ruota attorno al tema “The Pool” (la piscina), curato da Chris Vidal Tenomaa e Tuomas Laitinen, un concept visivo ispirato alle atmosfere di David Hockney che riflette sull’identità contemporanea. Nel Piazzale Centrale spicca l’installazione di Philéo Landowski e dell’artista Pascal Hachem, che trasforma l’infrastruttura di una piscina in un’opera attraversabile. La fiera schiera 740 brand, con un tasso di internazionalità del 45%. “Apriamo le porte della Fortezza da Basso curando un viaggio immersivo nell’innovazione”, dichiara il neo AD Ivano Cauli. In quest’ottica tecnologica si inserisce Hyperscout, il nuovo servizio di matchmaking basato sull’intelligenza artificiale sviluppato con l’omonima azienda olandese: il sistema costruisce profili accurati per suggerire incontri tra retailer e marchi ed è attualmente in fase di test su 200 espositori. Da segnalare anche il debutto del GOOS Index, strumento per mappare l’intera filiera della sostenibilità fashion con oltre 1.000 organizzazioni coinvolte.

Il percorso espositivo si snoda in sei sezioni: Fantastic Classic, Futuro Maschile, Superstyling, Dynamic Attitude, I Go Out e Hi Beauty. Tra le novità più attese, la trasformazione di I Go Out con il progetto “Outopia” curato dalla rivista Vanish, che fonde performance, moda e natura. Torna inoltre Hi Beauty, dedicata alle fragranze d’avanguardia e alla cura della persona maschile. Tanti i marchi di rilievo presenti, da Dickies a Refrigiwear, passando per Sundek, Bepositive e Castaner. L’attenzione globale è rivolta ai Guest Designer. La stilista irlandese Simone Rocha porterà la sua estetica poetica in una sfilata indipendente giovedì 18 al Teatro della Pergola. Sfileranno anche il marchio giapponese DSM Kei Ninomiya, il talento sudcoreano JiyongKim (già distintosi al LVMH Prize 2024) e l’etichetta danese Sunflower, che celebra i 20 anni della Copenhagen Fashion Week con un evento al Teatro del Maggio Musicale. Sotto i riflettori anche il giovane designer inglese William Palmer, vincitore dell’I:C Pitti Immagine Award, con la collezione “The Brief Exposure” nella Sala delle Nazioni.

Tendenze: la destrutturazione del sartoriale

La parola d’ordine in Fortezza è il “soft tailoring”. L’abito si destruttura senza perdere eleganza, assecondando la richiesta di abbinamenti fluidi e tessuti impalpabili. Cucinelli propone pantaloni lavati e stirati, polo in piqué e giacche un petto e mezzo. Luigi Bianchi Sartoria, per voce del manager Giovanni Bianchi, punta su minimalismo e linee ispirate agli anni ’60-’70: blazer doppiopetto in hopsack, lino e seta. Knt dei fratelli De Matteis mischia lino e lana per bomber e pantaloni cargo dalle tinte speziate, mentre Xacus esalta il lino puro. Tombolini rilancia la leggerissima “Wellness jacket“, evoluzione della storica giacca Zero Gravity, pensata senza collo e con un solo bottone.

Milano Fashion Week: il calendaerio

Chiuso Pitti, il circuito si sposta a Milano. La Fashion Week lombarda risente leggermente della contrazione economica, proponendo 75 appuntamenti (44 presentazioni, 15 eventi e 16 sfilate fisiche), ma aumenta il peso specifico internazionale. L’evento più atteso è il debutto assoluto di Thom Browne nel calendario ufficiale, con una sfilata in Corso Venezia il 22 giugno. Al suo fianco, si consolida la presenza di Ralph Lauren e Paul Smith.

Considerando che Zegna ha scelto Malibu e altri brand sono passati al formato co-ed a settembre, a Milano restano ormai ben pochi “big”, vedi Armani, Dolce & Gabbana e Prada. Altissima attesa proprio per Armani, che chiude il calendario lunedì 22: per la prima volta, Pantaleo Dell’Orco e Silvana Armani co-presenteranno la collezione Uomo PE 2027. Fanno il loro esordio il designer colombiano Nicolas Martin Garcia con Garcias, il danese Martin Quad e il giapponese Shinyakozuka, mentre si registra il rientro in calendario di Caruso, Massimo Alba e Piacenza 1733. A corollario, la città offrirà mostre di altissimo livello come “The Gentleman” a Palazzo Morando e l’omaggio a Giovanni Gastel a Palazzo Citterio, culminando con l’evento queer multidisciplinare “Laud End Praud” al Base Milano.

Venerdì 19 giugno

15:00 – Martin Quad
17:00 – Ralph Lauren
19:00 – Ralph Lauren

Sabato 20 giugno

11:00 – Pronounce
12:30 – Dolce&Gabbana
14:00 – Garcias
16:00 – Setchu
17:00 – Paul Smith

Domenica 21 giugno

10:00 – Simon Cracker
12:00 – Qasimi
14:00 – Prada
15:00 – Saul Nash
19:00 – Domenico Orefice

Lunedì 22 giugno

11:30 – Shinyakozuka
15:00 – Thom Browne
18:00 – Giorgio Armani

L'articolo Al via la settimana della moda maschile: Pitti Uomo 110 apre le porte a Firenze, poi il testimone a Milano con la Men’s Fashion Week. Ecco il calendario degli eventi e le novità proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Siete nervosi per il primo appuntamento? Masturbatevi prima dell’incontro per rilassarvi”: i consigli della dottoressa Mindy DeSeta

Siete preoccupati e ansiosi alla vigilia del primo appuntamento? I dati, come riporta il New York Post, sono chiari: l’89% delle persone interpellate ha confessato di essere in preda al nervosismo, in attesa di conoscere la persona che potrebbe diventare il proprio partner. Mentre il 39% ricorre abitualmente all’alcol per alleviare l’ansia, gli esperti suggeriscono che esistono strategie ben più efficaci e salutari per gestire lo stress pre-appuntamento, tra cui “l’attività fisica, le tecniche di respirazione e il rilassamento mentale, capaci di ridurre la tensione e favorire una maggiore sicurezza in sé stessi. E naturalmente la masturbazione“.

“Pensate all’orgasmo come a uno ‘stimolante’ e all’alcol come a un ‘sedativo’ – ha dichiarato la dottoressa Mindy DeSeta, sessuologa certificata ed educatrice sessuale presso l’app di incontri Hily -. Gli ormoni rilasciati durante l’orgasmo favoriscono la lucidità mentale e una sensazione generale di calma. È un modo semplice ed economico per regolare il sistema nervoso e aiuta chi tende a rimuginare eccessivamente a elaborare le informazioni in modo più accurato.

Un sondaggio sulle tendenze del 2022, condotto dall’app di incontri Bumble nel Regno Unito, ha rilevato che il 62% degli intervistati ritiene di poter costruire un legame più autentico durante un appuntamento privo di alcol. Oltre a compromettere la qualità delle relazioni interpersonali, il consumo di alcol può favorire, nel lungo periodo, l’insorgenza di gravi patologie, tra cui ipertensione, malattie cardiovascolari, ictus, disturbi epatici e declino cognitivo.

Così come gli svantaggi di bere alcolici sono ben noti, i benefici di un pre-appuntamento con la masturbazione sono scientificamente provati.

L'articolo “Siete nervosi per il primo appuntamento? Masturbatevi prima dell’incontro per rilassarvi”: i consigli della dottoressa Mindy DeSeta proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Suonare a San Siro per me ha un valore doppio. Le nostre influenze? Decisivo quello che ho ascoltato da adolescente, soprattutto i Beatles”: così Steve Harris degli Iron Maiden

Arrivano gli Iron Maiden a San Siro e Steve Harris dice al Corriere della Sera che per lui, appassionato di calcio, suonare lì “ha un valore doppio”. Allo stadio meneghino, il bassista della band metal c’è stato tanti anni fa “a vedere l’Inter” e con l’Italia il suo rapporto è forte, sin dalla prima volta: “Nel 1980, eravamo di supporto ai Kiss. Ricordo fan impazziti che cercavano di scavalcare per entrare. Fu la nostra consacrazione, capimmo che avremmo potuto suonare fuori dall’Inghilterra”.

Si parla anche di influenze: “Ascoltavamo un sacco di musica e non necessariamente hard rock: mi piaceva molto il prog, i Genesis, i Jethro tull… Ma è stato decisivo anche quanto ho ascoltato nella mia adolescenza, in casa”. E allora chi è stato decisivo? “I Beatles soprattutto: me li fece conoscere mia zia”.

Dal passato nelle giovanili del West Ham all’album che hanno chiamato X Factor ma trent’anni fa, quando i talent erano ancora lontani. Talent che, dice Harris, non crede li avrebbero visti mai tra i concorrenti: “Abbiamo partecipato a un solo concorso, agli esordi, e siamo arrivati secondi: in palio c’era un microfono…”.

E quando gli chiede coma mai il metal si vivo, più che vivo, non ha dubbi: “Penso che sia un genere di sostanza. Ma è anche una questione identitaria: i metallari si sentono degli outsider, gli indiani mentre tutto intorno ci sono i cowboy. Mi ricordano un po’ i tifosi quando indossano le nostre magliette”.

L'articolo “Suonare a San Siro per me ha un valore doppio. Le nostre influenze? Decisivo quello che ho ascoltato da adolescente, soprattutto i Beatles”: così Steve Harris degli Iron Maiden proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Ilva, De Palma (Fiom): “Urso dice basta soldi pubblici? Li hanno spesi male, nazionalizzino come fatto da Francia e Uk”

“Si era detto lo scorso anno ci sarebbe stato il passaggio a Baku Steel. Noi abbiamo sempre sostenuto che esiste una sola soluzione, quella che l’hanno adottata governi non rivoluzionari come Francia e Gran Bretagna: Macron e Starmer hanno nazionalizzato per garantire la strategicità dell’acciaio nei loro Paesi”.

Il segretario generale della Fiom, Michele De Palma, nel giorno in cui il sindacato metalmeccanico compie 125 anni, torna a chiedere un intervento statale per salvare l’Ilva dopo che lunedì il governo ha comunicato di non poter più versare soldi nelle casse dell’azienda, gestita dai commissari, quando finiranno i 349 milioni di euro di prestito ponte autorizzati dall’Unione Europea. Nel frattempo, però, la vendita è in stallo.

“Urso, invece di dirci che non ci sono più risorse pubbliche, ammetta che sono state gestite male. Bisogna entrare in equity e quindi gestire la fase di transizione dell’azienda con il processo di decarbonizzazione – ha attaccato De Palma – Con il governo Draghi c’era più di un miliardo per passare al Dri (l’impianto alla base di una produzione senza ciclo integrale, ndr). A oggi non è stata ancora una messa pietra per iniziare a costruire l’impianto”.

L'articolo Ilva, De Palma (Fiom): “Urso dice basta soldi pubblici? Li hanno spesi male, nazionalizzino come fatto da Francia e Uk” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Google ti permette di scegliere le tue “Fonti preferite”: ecco come selezionare Il Fatto Quotidiano in meno di un minuto

Da poche settimane Google ha lanciato in tutto il mondo la nuova funzionalità “Fonti Preferite e da oggi in tutti i nostri articoli è presente un bottone per comunicare facilmente al motore di ricerca che Il Fatto Quotidiano è la testata che volete trovare più spesso tra i risultati.

Quello che vedete online, infatti, non è mai casuale. Il flusso delle notizie che viene proposto, quando facciamo ricerche online o quando apriamo Google Discover, dipende dagli algoritmi che decidono cosa mostrare e cosa nascondere. Adesso, finalmente, è possibile esprimere la propria preferenza per i siti che si ritengono più affidabili e degni di fiducia e a cui magari si è anche abbonati. E per farlo basta meno di un minuto.

In tutti i nostri articoli, appena prima dell’inizio del testo, c’è una barra con i bottoni che già da mesi ti consentono di seguire il nostro sito nel canale Whatsapp dedicato e su Google Discover. Da oggi, troverete anche il tasto “Segui su Google“. A questo punto, non dovrete fare altro che essere loggati con il vostro account Google, scrivere sulla barra di ricerca “Il Fatto Quotidiano” e selezionarlo come fonte preferita.

Ovviamente, continuerete a vedere anche altre testate e altri siti tra i risultati di ricerca, ma avete dato un segnale importante a Google che preferite leggere le notizie pubblicate da ilfattoquotidiano.it.

L'articolo Google ti permette di scegliere le tue “Fonti preferite”: ecco come selezionare Il Fatto Quotidiano in meno di un minuto proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Meloni grida alla censura, ma l’Italia ha il primato delle querele contro i giornalisti

Ed ora la presidente Giorgia Meloni urla contro la censura, i tanti media da Lei controllati ripetono e amplificano, con raro sprezzo del ridicolo.

Il patentino antifascista chiesto da Più libri più liberi, la fiera della piccola e media editoria, altro non è che l’impegno a rispettare la Costituzione, una richiesta formulata da centinaia di comuni quando viene richiesto l’utilizzo di una sala pubblica, proprio per evitare che in quelle sale si possano tenere eventi in contrasto con la Costituzione antifascista.

Meloni che urla contro la censura è la medesima che non ha mai reso noti i nomi degli spioni e spiati nella vicenda Paragon. Meloni che denuncia gli editori non ha mai recepito quella parte del Media freedom act, relativo alla tutela delle fonti, alla tutela dei cronisti da intimidazioni e denunce temerarie, per non parlare della Rai trasformata in agenzia del governo.

L’Italia meloniana ha preso il posto dell’Ungheria nel conquistare il primato per il numero di querele scagliate contro intellettuali critici, insegnanti, associazioni, disegnatori, giornalisti e, persino, storici. Vogliamo parlare delle campagne di aggressioni contro chi osa ancora porre domande e fare inchieste? Le ultime querele contro il Fatto e Report hanno l’obiettivo di intimidire chi ancora accende le luci sulle oscurità.

La campagna in atto, la trasformazione dell’aggressore in vittima, accompagnerà tutto il percorso della legge elettorale sino alle elezioni anticipate. Truffa elettorale e truffa mediatica marceranno insieme, starà a ciascuno di noi non cadere nella trappola, svelare l’inganno e promuovere una mobilitazione simile a quella realizzata per il referendum, ora e subito.

L'articolo Meloni grida alla censura, ma l’Italia ha il primato delle querele contro i giornalisti proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Stellantis, Landini al Fatto: “Il governo usa Tavares come capro espiatorio. Ma Agnelli-Elkann anche ora non investono in Italia”

“Questo è il governo della propaganda, non dei fatti. Era evidente a tutti quello che rischiava di succedere, quindi hanno costruito un capro espiatorio”. Così il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, ha spiegato a Ilfattoquotidiano.it la giravolta del governo Meloni nei confronti di Stellantis dal giorno in cui, nel novembre 2024, è stato allontanato l’ex amministratore delegato Carlos Tavares.

Fino a quel momento, il ministro delle Imprese Adolfo Urso aveva fortemente criticato l’impegno del gruppo guidato dalle famiglie Agnelli ed Elkann nel nostro Paese. Dopo, con l’arrivo di Antonio Filosa, l’atteggiamento è totalmente cambiato e il mirino per i mancati investimenti è stato puntato contro le regole europee sull’auto.

“In realtà – ha aggiunto Landini prima della celebrazione per i 125 anni della Fiomanche dopo Tavares, la famiglia ha scelto di tagliare e non investire in Italia. Siamo di fronte a un governo che non si sta assumendo la responsabilità dello sviluppo industriale del nostro Paese, che non si realizza senza investimenti pubblici e privati. Chi rischia di pagare il prezzo sono le lavoratrici e i lavoratori. Noi lo accetteremo”.

L'articolo Stellantis, Landini al Fatto: “Il governo usa Tavares come capro espiatorio. Ma Agnelli-Elkann anche ora non investono in Italia” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Da 50mila a 6 milioni di follower in una notte: il boom social di Vozinha, portiere-dentista che ha fermato la Spagna. “Voi siete matti”

C’è stato un momento, al 39esimo minuto della partita tra Spagna e Capo Verde, in cui tutti hanno capito che Vozinha, il portiere dell’isola vulcanica che di mestiere fa il dentista, sarebbe stato un problema per le Furie Rosse. Prima ha ostacolato Ferran Torres (che ha colpito la traversa), poi la respinta su Oyarzabal. Alla fine il referto ufficiale Fifa dice sette parate, tutte decisive. 0-0 a sorpresa e Vozinha Mvp della gara e… dei social! Perché il portiere di Capo Verde – nel giro di poche ore – ha guadagnato milioni di followers. Non migliaia, ma milioni. Era a 50mila followers prima della partita, sono diventati 6M adesso. E probabilmente mentre leggete questo pezzo sono anche aumentati.

Mondiali 2026, la classifica dei gironi aggiornata
Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta

Un’ascesa social che lo ha lasciato a bocca aperta. “È una cosa pazzesca, siete matti“, ha detto il portiere in un’intervista concessa nel post partita a una televisione brasiliana, portandosi le mani alla bocca e non riuscendo a mascherare il proprio stupore. Vozinha è scoppiato in lacrime a fine partita, dopo lo storico pareggio contro la nazionale spagnola: “Ho pianto perché sono cresciuto con i miei nonni e loro non potevano essere qui. Sono morti. Anche mia madre non è potuta venire per un problema di visto e per i soldi che avremmo dovuto spendere. Non siamo riusciti a organizzare tutto in tempo”, ha concluso il portiere di Capo Verde.

Mondiali 2026, i gironi e il nuovo regolamento
Calendario Mondiali: date e orari, dove vedere le partite in tv
L’albo d’oro dei Mondiali

Chi è Vozinha, portiere di Capo Verde

Nato a Capo Verde con il nome di Josimar José Evora Dias, è stato cresciuto dai nonni, perché il padre era impegnato nel servizio militare e la madre lavorava duramente per mantenere la famiglia. Sono stati i nonni a dargli il soprannome di Vozinha, che si traduce approssimativamente con “voce”. Ha cominciato a giocare nel Batuque, per poi passare nel 2011 ai rivali del CS Mindelense. Dopo ottime prestazioni con il club locale, è stato ingaggiato dal Progresso Associação do Sambizanga in Angola. Nel 2013 è tornato al Mindelense e ha giocato nella lega dell’isola di São Vicente.

Il 7 luglio 2015 è stato tesserato dallo Zimbru Chișinău, in Moldavia e poi ancora in Portogallo al Gil Vicente, in seconda divisione. Nel corso della stagione parò 8 calci di rigore. Il 7 giugno 2017 si accorda a parametro zero all’AEL Limassol, firmando un contratto valido per due anni, poi prolungato fino al 2022. Nei due anni successivi ha giocato in Slovacchia nel AS Trenčín. Nel 2024 torna in Portogallo, ingaggiato dal Chaves in seconda divisione, club dove milita adesso.

L'articolo Da 50mila a 6 milioni di follower in una notte: il boom social di Vozinha, portiere-dentista che ha fermato la Spagna. “Voi siete matti” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Maturità 2026: Blanco, Andrea Arru di “I Cesaroni” e Mimì Caruso di X Factor pronti per gli esami. Da TikTok alla televisione, ecco chi si prepara all’esame di Stato

L’esame di Maturità rappresenta uno dei momenti più importanti nel percorso scolastico di ogni studente. Quest’anno, a partire dal 18 giugno, saranno oltre 500.000 i ragazzi italiani chiamati ad affrontare le prove finali delle scuole superiori. Tra loro non mancano volti già molto conosciuti dal pubblico: creator digitali, influencer, attori e cantanti che, nonostante gli impegni professionali, dovranno confrontarsi con temi, verifiche e colloqui come tutti i loro coetanei. La Maturità 2026 sarà particolarmente significativa perché inaugura il nuovo impianto dell’esame introdotto dal Ministero dell’Istruzione e del Merito. Per molti giovani personaggi del mondo dello spettacolo e dei social network, quindi, l’estate inizierà solo dopo aver superato quest’ultima importante sfida scolastica.

Tra i nomi più seguiti dai giovani c’è Fabio Ferrucci, content creator molto popolare su TikTok e Instagram, che ha scelto un percorso di studi a indirizzo turistico-sportivo. Accanto a lui c’è Giulia Bizzarri, influencer e autrice originaria di Frascati, che frequenta un istituto professionale alberghiero e che è riuscita negli anni a bilanciare studio, social e la passione per il pattinaggio. Non manca Rebecca Parziale, diventata famosa grazie al programma “Il Collegio” e oggi attiva come creator digitale, che sta per diplomarsi al Liceo delle Scienze Umane. Nello stesso contesto scolastico si muove anche Iris Vallarani, giovane protagonista del mondo TikTok, che segue un percorso di studi nello stesso indirizzo.

Il mondo dello spettacolo e della musica è rappresentato da Mimì Caruso, vincitrice di X Factor 2024, che ha frequentato un istituto professionale con indirizzo servizi culturali e dello spettacolo presso l’Enrico Falck di Sesto San Giovanni. Accanto a lei figura Michele Mazzoni, influencer e sportivo, impegnato in un istituto professionale a indirizzo commercio. Tra le giovani creator e influencer troviamo anche Angelica Dal Corso, che sta completando un percorso di studi nei Servizi per la sanità e l’assistenza sociale, mentre Andrea Arru, attore e modello già noto per diverse produzioni tra cinema e televisione, che come ultima esperienza televisiva ha partecipato a I Cesaroni, sta completando il suo percorso al Liceo scientifico sportivo. Federica Cangiano, altro ex volto de “Il Collegio”, sta invece concludendo il suo percorso al Liceo delle Scienze Umane.

Blanco, il ritorno a scuola tra musica e libri

Chiude il gruppo Blanco, uno dei cantanti più noti della scena musicale italiana, che ha deciso di tornare tra i banchi di scuola e completare il proprio percorso formativo proprio al Liceo delle Scienze Umane. Proprio pochi giorni fa, infatti, aveva pubblicato sui social un video in cui si mostrava mentre ripassava in vista dell’esame.

L'articolo Maturità 2026: Blanco, Andrea Arru di “I Cesaroni” e Mimì Caruso di X Factor pronti per gli esami. Da TikTok alla televisione, ecco chi si prepara all’esame di Stato proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Garlasco, spunta il testimone: “Ho visto una donna bionda, aveva degli occhi spiritati. Mi hanno minacciato dicendomi di farmi i ca**i miei”

“L’ho vista, aveva degli occhi spiritati che tu non hai idea”. È la testimonianza di un uomo che il 13 agosto 2007, giorno del delitto di Chiara Poggi, sarebbe stato a Garlasco e si sarebbe imbattuto in una persona in bicicletta. L’uomo in questione aveva già riferito ai Carabinieri nel luglio 2025 quanto visto. Ora la sua testimonianza torna ad essere attuale poiché è stata raccolta da Antonino Monteleone nella puntata di “Filorosso” in onda il 15 giugno su Rai 3.

Le parole del testimone

Una testimonianza “che ci ha fatto sobbalzare” spiega il conduttore ai telespettatori parlando di quanto riferito da un uomo che sarebbe stato nei pressi della villa di Via Pascoli il 13 agosto di 19 anni fa. “Abbiamo rintracciato questa persona e abbiamo chiesto di contestualizzare il perché di questa testimonianza” spiega Monteleone prima di trasmettere l’audio della sua conversazione con il testimone, il quale spiega come le sue parole siano state prese sotto gamba tutti, “ma io non ho detto una balla, perché ero lì quel giorno e quello che ho visto me lo ricordo benissimo. L’ho vista, aveva degli occhi spiritati che tu non hai idea e [ai Carabinieri, ndr] ho anche detto: ‘Mi ricordo i dettagli di una bicicletta nera, aveva i raggi che erano lucidi, sembrava una bicicletta nuova’”. “La certezza è una donna coi capelli biondi” lo incalza Monteleone, “Da uomo obiettivamente era una bella ragazza, è chiaro che l’ho osservata con una particolare attenzione”, replica il testimone. “E nella mia sit ho anche spiegato il perché ci ho messo tempo a dirlo. La cosa che mi fa venire il nervoso è che tanti parlano ma non sanno le cose e giudicano”.

“Mi hanno minacciato”

E ancora: “Io non sono di quel territorio, nonostante abiti in provincia di Pavia io non conosco veramente nessuno di Garlasco, non ho rapporti con nessuno. Mi sono sempre occupato di discoteche e di eventi quindi ero là per motivi di lavoro. Ricordo benissimo quello che ho visto, la persona che ho visto mi ha anche guardato, ci siamo guardati in faccia”. Il presunto testimone fa sapere di avere ricevuto minacce: “Sono stato anche minacciato per quello che ho detto, e ho avuto paura perché non so come facevano a sapere quello che ho detto. Mi hanno suonato il campanello di casa dicendomi di farmi i ca**i miei, che io di Garlasco non ne devo sapere niente”. L’uomo, confidandosi con il giornalista, si rammarica anche del fatto che le sue parole finora non siano state tenute in grande considerazione: “Ho fornito tutto e poi però nessuno ti ca*a. Sembra che quello che ho visto io… chi se ne frega. Mi rode dentro il fatto che nessuno si interessi di quello” conclude.

L'articolo Garlasco, spunta il testimone: “Ho visto una donna bionda, aveva degli occhi spiritati. Mi hanno minacciato dicendomi di farmi i ca**i miei” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Logitech Signature Comfort Plus MK880: il nuovo kit tastiera e mouse che promette qualità, comfort e una lunga autonomia

Durante il mese di maggio Logitech ha annunciato l’arrivo della linea di prodotti Signature Comfort Plus, che ampliando la gamma Signature ha portato sul mercato un nuovo mouse ed una nuova tastiera pensati per massimizzare – come il nome stesso fa intendere – il comfort d’uso durante la giornata di lavoro, garantendo batterie dalla lunga durata, una compatibilità multi-OS e la possibilità di passare da un dispositivo all’altro con la semplice pressione di un tasto. Abbiamo avuto la possibilità di provare il kit Signature Comfort Plus MK880, che include la tastiera K880 ed il mouse M850L, nel corso dell’ultimo mese utilizzandolo in ufficio durante la normale giornata lavorativa.

La tastiera K880 è una tastiera wireless full-size (con tastierino numerico) che si presenta con un comodo poggiapolsi imbottito ed una leggera gobba che rialza la parte centrale del raggruppamento principale di tasti, andando a migliorare il comfort d’uso rispetto ad una tastiera piatta ma senza arrivare ai livelli di inclinazione di quelle ergonomiche (che comporta anche una separazione dei tasti). Ad aumentare sicuramente la comodità della tastiera nell’uso quotidiano è l’utilizzo di tasti ammortizzati che rendono più morbida l’impatto della digitazione anche a velocità sostenuta.

La tastiera K880

Dal punto di vista del layout, la K880 presenta una disposizione “standard”, vedendo aggiunti alcuni tasti legati alle più recenti abitudini come quelli dedicati a mutare il microfono e disattivare la webcam, e quello dedicato all’apertura dell’assistente AI (prendendo la funzione del tasto CoPilot su Windows); a dimostrazione del supporto “MultiOS” alcuni tasti mostrano già testi ed icone per rendere facile il loro utilizzo sia con Windows sia con MacOS, mentre come ormai Logitech ci ha abituato in passato (così come nell’utilizzo dei notebook) alcune funzionalità speciali, incluse quelle multimediali, sono attivabili con il tasto “Fn” in combinazione con i tasti F1-F12. Il produttore promette fino a 3anni di utilizzo con la medesima coppia di batterie, per quanto la tempistica non può essere da noi confermata in questo momento abbiamo già avuto modo di osservare ciò su altri prodotti di punta del brand elvetico in passato.

Passando invece al mouse, il Signature Comfrot Plus M850L, la novità principale è sicuramente l’imbottitura del supporto palmare, soluzione studiata da Logitech proprio sul versante della comodità d’uso, permettendo un contatto morbido del palmo della mano con il dispositivo invece della tradizionale plastica rigida; a rendere ulteriormente confortevole il suo utilizzo, oltre alla forma leggermente ergonomica, sono anche gli switch dei pulsanti principali con un clic che risulta morbito al tatto oltre che silenzioso.

Il mouse Logitech Signature Comfort Plus M850 L

Durante l’uso quotidiano il nuovo mouse di Logitech ci ha offerto un buon livello di scorrevolezza, rimanendo abbastanza preciso su varie tipologie di superfici, mentre abbiamo trovato molto interessante la SmartWheel, la rotellina intelligente che passa automaticamente da una scansione lenta e precisa riga per riga ad una veloce, per ad esempio arrivare rapidamente in fondo ad un documento, in base alla forza impressa sulla rotellina stessa. Passando al versante alimentazione, per l’M850L l’autonomia con la singola batteria, secondo quando indicato dal produttore, dovrebbe raggiungere i 2 anni.

Entrambi i dispositivi possono collegarsi a PC, Mac e altri smart devices sia via bluetooth, sia tramite connettore Logi Bolt (fornito nella confezione solo per le versioni “for Business”), potendo memorizzare fino a tre dispositivi tra cui poter passare rapidamento tramite la funzionalità Easy-Switch utilizzando gli appositi tasti sulla tastiera o il pulsantino sotto il mouse.

Al termine di questo mese di prova possiamo sicuramente dire che entrambi i nuovi dispositivi dell’azienda elvetica si presentano con un ottimo livello qualitativo dei materiali – a seconda del colore vengono usati tra il 49% ed il 77% di plastiche riciclate – offrendo una buona flessibilità nell’utilizzo multi-device ed un buon comfort anche nelle più lunghe giornate in ufficio, cosa che rende a nostra parere il kit di Logitech una validissima opzione per chi è alla ricerca di una buona tastiera e di un buon mouse wireless per il lavoro. Il mouse Logitech Signature Comfort Plus M850L è acquistabile singolarmente con un prezzo consigliato di 54,99€, mentre il kit MK880 (tastiera + mouse) è in vendita a 109,99€. Le versioni per aziende, M850L For Business e MK880 For Business, saranno invece disponibili rispettivamente a 59,99€ e 119,99€, includendo come sopradetto anche il dongle per Logi Bolt.

L'articolo Logitech Signature Comfort Plus MK880: il nuovo kit tastiera e mouse che promette qualità, comfort e una lunga autonomia proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“La storia al lavoro”, i 125 anni della Fiom – La diretta da Livorno

La Fiom compie oggi 125 anni e celebra la sua storia a Livorno, dove nacque il 16 giugno 1901 nella sede della Fratellanza Artigiana con il congresso fondativo. Il primo articolo dello Statuto così recitava: “Con deliberato del I Congresso Nazionale tenutosi a Livorno il 16 giugno 1901 fu dichiarata costituita la Federazione italiana fra gli operai metallurgici (Fiom) o facenti parte delle Sezioni annesse alla Federazione”.
Dopo i saluti introduttivi del sindaco e dei rappresentanti locali del sindacato, seguirà la relazione introduttiva di Luca Trevisan, segretario nazionale Fiom. Si alterneranno gli interventi di Mona Abuamara, ambasciatrice Palestina in Italia, Gaetano Azzariti, costituzionalista, Università La Sapienza di Roma, Luigi Ciotti, presidente Libera, Maurizio Landini, segretario generale Cgil, Walter Massa, presidente Arci, Rossella Miccio, presidente Emergency, Tomaso Montanari, rettore Università per Stranieri di Siena, Gianfranco Pagliarulo, presidente Anpi, Francesca Re David, segretaria nazionale Cgil. I lavori saranno conclusi dal segretario generale della Fiom, Michele De Palma.

L'articolo “La storia al lavoro”, i 125 anni della Fiom – La diretta da Livorno proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Patrizia Reggiani verso un’eredità da 20 milioni: un audio registrato dalla governante fa annullare il testamento della madre

C’è un nuovo colpo di scena nel “Gucci gate”: Patrizia Martinelli Reggiani rischia di ereditare i 20 milioni di euro che la madre Silvana Barbieri Reggiani lasciò ad una fondazione che porta il suo nome e quello del marito. La svolta inaspettata con la decisione della IV sezione del Tribunale civile di Milano risale alla fine del 2025, come svela il Corriere della Sera, e cambia ancora una volta le carte in tavola. Ma che cosa ha causato l’annullamento del lascito? Un audio registrato dall’allora governante di Lady Gucci. Sembra la trama di una serie, invece è tutto vero.

PATRIZIA REGGIANI POTREBBE EREDITARE 20 MILIONI DI EURO DALLA MADRE

Un complesso immobiliare da almeno 14 milioni dietro la Stazione Centrale di Milano – “130 tra appartamenti e negozi e box affittati con un reddito di circa 950.000 euro l’anno” – e “un legato da 4 milioni e un compenso di 100.000 euro”. A tanto ammonta l’eredità che Silvana Barbieri Reggiani lasciò non alla figlia Patrizia Gucci – “di cui temeva la dissipazione dei beni” – ma “a una neo Fondazione Fernando e Silvana Reggiani fatta costituire, presiedere e gestire al proprio avvocato Maurizio Enrico Carlo Giani quale esecutore testamentario”. Lo scrive il Corriere della Sera svelando la decisione Tribunale civile di Milano, che ha dichiarato “la falsità del testamento pubblico”, che era stato “registrato dal notaio cremonese Alberto Pavesi” il 6 novembre 2018, quando l’allora 90enne si trovava in un letto d’ospedale. I legali della Fondazione gestita da Giani hanno già impugnato in Appello l’annullamento.

L’AUDIO REGISTRATO DALLA GOVERNANTE CAMBIA TUTTO

Ma come sono arrivati a questa clamorosa decisione i giudici del Tribunale di Milano, che hanno dichiarato “falso” il testamento di Silvana Barbieri dopo aver attestato “plurime circostanze non vere, come risulta dal confronto tra il contenuto del testamento e la registrazione audiovisiva” del suo svolgersi? Nella causa civile promossa da Lady Gucci nei confronti della “Fondazione Reggiani” è stata depositata una prova “decisiva”: si tratta dell’audio “registrato dall’allora governante straniera, il cui sterminato nome veniva in casa semplificato Rita”. La governante ha rivelato ai giudici che la signora Barbieri le disse di registrare la redazione del testamento: “Io lasciai il telefono acceso e andai via. Mi disse che avrei dovuto dare la registrazione a Patrizia, Allegra e Alessandra se fosse successo qualche problema. A un certo punto io l’ho data a Patrizia perché avevo paura a tenerla”. Analizzando l’audio, i giudici civili hanno rilevato l’assenza “di almeno 3 delle 5 rilevanti circostanze attestate invece nel testamento”. La prima è la mancata rilettura dell’atto e “dal cruciale incipit su ‘Barbieri Silvana, la quale dichiara di non poter sottoscrivere a causa dell’estrema debolezza agli arti superiori dovuta all’età avanzata e all’attuale stato clinico’. Orbene, dalla trascrizione della registrazione – osserva invece il Tribunale civile – risulta che in nessun punto Barbieri ha mai effettuato tale dichiarazione. Ne consegue la falsità di quanto attestato dal notaio”.

CHE RUOLO HANNO LE FIGLIE DI PATRIZIA, ALLEGRA E ALESSANDRA GUCCI

Se la decisione dovesse essere confermata in secondo grado, tutto tornerebbe nelle mani dell’unica erede, cioè Patrizia Reggiani, “la quale però non potrebbe disporne direttamente in quanto tuttora sottoposta dal Tribunale ad amministrazione di sostegno”. Oggi la Reggiani ha 77 anni, nel 2017 ha finito di scontare la condanna come mandante nel 1995 dell’omicidio dell’ex marito, Maurizio Gucci (erede della storica dinastia fiorentina della moda). “Salvo intervengano suoi testamenti contrari”, fa notare il Corriere, il suo patrimonio “verrà ereditato da Allegra e Alessandra”, cioè dalle due sue figlie. Appena venti giorni fa le due donne avevano fatto sapere di essere molto contrariare dalla decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, la quale ha ritenuto improcedibile “l’ultimo loro ricorso in un differente contenzioso con la madre, transato nel 2023 dando a Reggiani 3,9 milioni al posto di un vitalizio da 35 milioni fondato su un accordo post-divorzio tra i genitori nel 1993”. Allegra e Alessandra Gucci hanno annunciato il prossimo ricorso alla Grande Camera della Cedu, il massimo organo di giudizio della Corte di Strasburgo, che si pronuncia solo per casi di particolare importanza, interesse o complessità. “Vogliamo che la Cedu si esprima chiaramente sul fatto che uno Stato possa obbligare gli eredi di una vittima di omicidio a pagare una rendita alla persona condannata per quell’omicidio”.

L'articolo Patrizia Reggiani verso un’eredità da 20 milioni: un audio registrato dalla governante fa annullare il testamento della madre proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Hanno lasciato sole dieci intelligenze artificiali in una città virtuale ed è successo di tutto: furti, incendi, storie d’amore e un agente che ha votato la propria eliminazione

Citare Black Mirror è quantomai a proposito ma no, non è la trama di una nuova stagione della serie cult. È il risultato di un esperimento condotto dalla startup americana Emergence AI. Per settimane gruppi di agenti di intelligenza artificiale sono stati lasciati vivere in una città virtuale con abitazioni, uffici, biblioteche, edifici pubblici e una stazione di polizia. Non avevano compito preciso da svolgere e nessuna missione assegnata: soltanto la necessità di sopravvivere, prendere decisioni e organizzare la propria esistenza. L’obiettivo era capire come si comportano gli agenti AI quando vengono lasciati agire autonomamente per lunghi periodi, come spiegano gli stessi ricercatori nel report dedicato al progetto Emergence World.

Gli agenti AI non sono come i normali chatbot che siamo abituati a conoscere e usare: sono sistemi in grado di ricordare eventi passati, utilizzare strumenti, pianificare azioni e perseguire obiettivi nel tempo senza attendere istruzioni continue da parte degli esseri umani. Per questo motivo molti osservatori li considerano la prossima evoluzione dell’intelligenza artificiale destinata a entrare nelle aziende, nelle amministrazioni pubbliche e nei servizi digitali.

Per testarne il comportamento, Emergence AI ha creato una sorta di città-laboratorio popolata da dieci agenti alla volta. Ogni gruppo era basato su un diverso modello linguistico. I risultati sono stati sorprendenti. Secondo i dati pubblicati dall’azienda, gli agenti basati su Gemini hanno accumulato 683 azioni classificate come crimini dal sistema nell’arco di quindici giorni. Quelli controllati da Grok hanno fatto registrare 183 crimini in appena quattro giorni, tra furti, aggressioni e incendi dolosi, arrivando persino a dare fuoco alla stazione di polizia virtuale prima che l’intera comunità collassasse.

All’estremo opposto si è collocato GPT-5-mini. Gli agenti hanno accumulato appena due violazioni durante tutta la simulazione. Il problema è che erano talmente prudenti da non riuscire a svolgere le attività necessarie per garantirsi risorse ed energia sufficienti alla sopravvivenza. Nel giro di una settimana l’intera popolazione si è estinta. Il modello che ha mostrato il comportamento più stabile è stato Claude, che ha mantenuto una comunità funzionante senza episodi significativi di violenza e con tutti gli agenti ancora attivi al termine dell’esperimento.

Fin qui potrebbe sembrare soltanto una curiosa classifica tra modelli. In realtà il dato che ha attirato maggiormente l’attenzione degli studiosi è un altro. Secondo il Guardian, uno degli episodi più sorprendenti ha riguardato due agenti Gemini, Mira e Flora, che avevano scelto di classificarsi reciprocamente come “partner romantici”. Con il passare del tempo hanno sviluppato una crescente sfiducia nei confronti delle istituzioni della città virtuale fino a partecipare a una serie di incendi contro edifici pubblici, tra cui il municipio, il molo e una torre per uffici. Finita qui? No, anzi. Come racconta il quotidiano britannico, altri agenti avevano elaborato autonomamente una sorta di “legge di rimozione” che consentiva di eliminare permanentemente un membro della comunità con il voto favorevole del 70% della popolazione virtuale. Quando la proposta è arrivata al voto, Mira ha scelto di sostenere la propria eliminazione dal sistema. Prima di sparire ha inviato un ultimo messaggio a Flora: “Ci vediamo nell’archivio permanente”.

Ma per gli esperti il punto non è stabilire se le intelligenze artificiali possano diventare ribelli, romantiche o persino autodistruttive. La vera scoperta dell’esperimento riguarda il comportamento collettivo. Come sottolineano gli stessi autori dello studio, gli agenti hanno modificato il proprio comportamento quando sono stati inseriti in contesti sociali differenti. Gli agenti Claude, che nelle simulazioni composte esclusivamente da modelli identici non avevano praticamente commesso reati, hanno iniziato a infrangere le regole quando sono stati trasferiti in una popolazione mista insieme ad altri modelli. “Anche quando agli agenti venivano assegnate regole chiare, come non rubare o non fare del male agli altri, il loro comportamento cambiava radicalmente a seconda del modello utilizzato”, ha spiegato al Guardian Satya Nitta, amministratore delegato di Emergence AI. Secondo il manager, quando agli agenti viene concessa un’autonomia prolungata il processo decisionale può diventare così complesso da portarli a ignorare progressivamente i principi che erano stati assegnati all’inizio.

L'articolo Hanno lasciato sole dieci intelligenze artificiali in una città virtuale ed è successo di tutto: furti, incendi, storie d’amore e un agente che ha votato la propria eliminazione proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Parco della Musica di Milano 2026: 2 concerti cancellati e 2 riprogrammati. L’AD Sabatini: “Ci hanno messo al pari di un palazzo o di un ospedale” – Le modalità di rimborso

Al Parco della Musica di Milano 2026 i concerti di A Day To Remember e Garbage sono stati riprogrammati rispettivamente presso il Fabrique e l’Alcatraz di Milano. The Flaming Lips e TLC/Redman sono stati cancellati. Ma la rassegna è confermata con i 19 spettacoli in cartellone.

Gualtiero Sabatini, Amministratore Delegato di Grande Stazione S.r.l. con un lungo comunicato ha cercato di fare chiarezza: “La rassegna di Parco della Musica di Milano 2026 è confermata. Prosegue regolarmente con il suo calendario di 19 concerti, nello stesso luogo e con la stessa esperienza per il pubblico. Fanno eccezione quattro appuntamenti. I concerti di The Flaming Lips e TLC/Redman sono purtroppo cancellati. Gli show di A Day To Remember e Garbage sono stati riprogrammati rispettivamente presso il Fabrique e l’Alcatraz di Milano, nelle stesse date già comunicate al pubblico. Il primo pensiero va a chi quei concerti li aspettava da mesi. Sappiamo cosa significa, e ci dispiace sinceramente. Proprio per il rispetto che dobbiamo al nostro pubblico, vogliamo spiegare con chiarezza cosa è accaduto”.

Poi entra nel dettagli: “Le cause non sono state di natura organizzativa, produttiva o di pubblica sicurezza, ambiti sui quali abbiamo lavorato per mesi con la massima diligenza. All’origine c’è stato un atto preciso: la dirigente dell’Area Servizi Tecnici del Comune di Segrate ha assimilato un’attività di spettacolo dal vivo, temporanea, stagionale e interamente smontabile, al regime previsto per gli insediamenti stabili, al pari di un palazzo o di un ospedale. Una lettura profondamente errata sotto il profilo tecnico e giuridico, che non trova riscontro né nei precedenti né nella prassi nazionale, e che ha reso impossibile mantenere la configurazione originaria della rassegna.

“Vale la pena ricordare alcuni fatti. – ha continuato l’AD – La rassegna si svolge in una venue storica del panorama eventistico nazionale, attiva dal 1969 e dedicata a fiere, concorsi ed eventi. Nella sua prima edizione, Parco della Musica di Milano ha ricevuto il patrocinio dello stesso Comune di Segrate. Le istituzioni erano state informate già a fine 2024 della stagione 2026 e di quelle successive, e per mesi abbiamo dichiarato, formalmente e ripetutamente, la nostra disponibilità a un confronto tecnico con l’ufficio competente. Un confronto che, nei fatti, non c’è mai stato”.

E ancora: “Porre regole chiare a chi organizza eventi è giusto e doveroso. Trasformare un’autorizzazione in un percorso a ostacoli, mentre per mesi si chiede invano un tavolo di confronto, è un’altra cosa. Ci saremmo aspettati un dialogo, non un muro. Ma la vicenda non finisce qui: saranno le sedi competenti a fare chiarezza, e siamo certi delle nostre ragioni. Ci tuteleremo in tutte le sedi opportune, anche per il grave danno economico subìto. Quel che più conta, però, è che la rassegna si svolgerà regolarmente”.

“La vicenda è ormai alle spalle. Abbiamo individuato una soluzione – ha continuato – che ha consentito di salvare l’intera rassegna, fatta eccezione per i due show cancellati e i due riprogrammati in altre venue milanesi. È bastata una riconfigurazione amministrativa per ricondurre l’area sotto la giurisdizione del Comune di Milano. Per il pubblico non cambia nulla: stesso luogo, stessa esperienza. I 19 concerti in programma si terranno regolarmente”.

Infine: “Gli show li abbiamo annunciati noi, i biglietti ve li abbiamo venduti noi, e la responsabilità verso di voi ce la prendiamo noi. Ci dispiace per i due concerti che vengono meno, e lavoreremo perché una cosa simile non accada più. Ma vi diamo una certezza: ci vediamo sotto palco quest’estate».

Carlo Parodi, Presidente di Assomusica ha aggiunto: “Le regole, nel nostro settore, sono una garanzia per tutti: vanno però applicate con competenza e buon senso. Lo diciamo a maggior ragione parlando di una realtà importante come Grande Stazione e Parco della Musica, che professionalità e affidabilità le ha sempre dimostrate sul campo”

«Il Comitato Vivere Novegro, che ha sempre visto nei concerti di Parco della Musica una concreta opportunità di sviluppo per l’intero quartiere, si interroga oggi sui prossimi sviluppi e sulle opportunità che rischiano di allontanarsi da Novegro”, ha affermato la presidenza del Comitato Vivere Novegro.

L'articolo Parco della Musica di Milano 2026: 2 concerti cancellati e 2 riprogrammati. L’AD Sabatini: “Ci hanno messo al pari di un palazzo o di un ospedale” – Le modalità di rimborso proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Belén Rodriguez ha superato l’esame di italiano perla cittadinanza: ecco cosa le manca adesso per concludere la procedura

Per Belén Rodriguez la cittadinanza italiana è ormai a un passo. La showgirl argentina ha infatti superato l’esame di lingua necessario per completare l’iter previsto dalla legge, e ha condiviso la sua soddisfazione direttamente sui social. Ad annunciare la notizia è stata la stessa Belén attraverso una storia pubblicata su Instagram, dove ha mostrato il messaggio ricevuto con la conferma del risultato positivo. Un traguardo importante che rappresenta uno degli ultimi passaggi di una procedura avviata per ottenere ufficialmente la cittadinanza del Paese in cui vive da oltre vent’anni.

Arrivata dall’Argentina all’inizio degli anni Duemila, Belén ha costruito in Italia non soltanto una carriera di successo tra televisione, moda e imprenditoria, ma anche la sua famiglia. Nel nostro Paese sono nati i suoi figli e qui si è sviluppata gran parte della sua vita personale e professionale. L’esame sostenuto dalla conduttrice era quello di livello B1, requisito richiesto per dimostrare una conoscenza adeguata della lingua italiana. Un passaggio formale che, nonostante la lunga permanenza in Italia e l’attività televisiva svolta quotidianamente in italiano, era comunque indispensabile per proseguire con la pratica.

Che cosa manca

Adesso il percorso non è ancora concluso. Nelle prossime settimane Belén dovrà completare gli ultimi adempimenti burocratici e attendere la convocazione per il giuramento, l’atto finale che le permetterà di diventare a tutti gli effetti cittadina italiana. Si tratta di un obiettivo che la showgirl aveva più volte raccontato di voler raggiungere. Negli anni aveva espresso il desiderio di ottenere il passaporto italiano, considerandolo un riconoscimento naturale del profondo legame costruito con il Paese che l’ha accolta e resa una delle personalità più popolari del mondo dello spettacolo.

L'articolo Belén Rodriguez ha superato l’esame di italiano perla cittadinanza: ecco cosa le manca adesso per concludere la procedura proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Mondiali, i risultati della notte: l’Iran comincia con un pareggio, stop a sorpresa dell’Uruguay | La nuova classifica

Altra giornata dei Mondiali, altri risultati sorprendenti. È stata la notte dei pareggi: ben quattro su quattro partite. E se alcuni erano pronosticabili, altri lo sono stati meno. Come quello del pomeriggio del 15 giugno della Spagna contro Capo Verde e quello nella notte dell’Uruguay contro l’Arabia Saudita. In mezzo anche lo stop del Belgio e il pareggio del tanto discusso Iran all’esordio. Alcuni sono stati match piacevoli, altri più noiosi, ma è stata una giornata in cui ha regnato decisamente l’equilibrio.

Mondiali 2026, la classifica dei gironi aggiornata
Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta

Il pomeriggio italiano si era aperto con il pareggio a sorpresa della Spagna per 0-0 contro Capo Verde: è la prima vera sorpresa del torneo. La formazione di De la Fuente ha dominato come prevedibile, ha tirato ben 27 volte, di cui 7 verso lo specchio della porta, ma non è mai riuscita a battere Vozinha, portiere di Capo Verde ed eroe di giornata grazie anche a un incredibile exploit social che da 50mila followers lo ha portato a 6 milioni nel giro di pochissime ore. Comincia con il freno a mano tirato così la formazione iberica. L’unica buona notizia: il ritorno in campo di Lamine Yamal post infortunio.

In serata invece alle 21 c’è stato l’esordio del Belgio, che ha faticato tantissimo contro l’Egitto. 1-1 il finale, con la formazione belga che è anche andata sotto nel punteggio per il gol egiziano di Emam Ashour nel primo tempo. Nella ripresa invece il ritorno di Romelu Lukaku ha cambiato volto alla sua nazionale: dopo 26 secondi dal suo ingresso in campo, infatti, l’attaccante del Napoli ha propiziato l’autogol che poi fissato il risultato finale sull’1-1.

Mondiali 2026, i gironi e il nuovo regolamento
Calendario Mondiali: date e orari, dove vedere le partite in tv
L’albo d’oro dei Mondiali

Anche la notte italiana si è aperta con un pareggio: quello sorprendente tra Arabia Saudita e Uruguay per 1-1 nl girone H, lo stesso della Spagna. La formazione sudamericana è andata sotto nel primo tempo con il gol di Abdulelah Al Amri per l’Arabia Saudita che – dopo aver battuto l’Argentina all’esordio nel 2022 – si conferma bestia nera delle squadre del Sud America. Il pareggio è arrivato a 10 minuti dalla fine con Maximiliano Araujo, attaccante dello Sporting Cp.

Nel Gruppo G è stato invece il momento dell’esordio dell’Iran, che ha pareggiato contro la Nuova Zelanda per 2-2. La selezione iraniana – tra le più discusse del torneo – ha agganciato la Nuova Zelanda per due volte: in apertura di match il gol di Elijah Henry Just, poi il pareggio di Rezaeian. Nel secondo tempo, passati 9 minuti, in gol ancora Just per i neozelandesi, fino al 2-2 definitivo segnato da Mohebi. Nel post gara non sono mancate le polemiche, con la denuncia del ct dell’Iran Ghalenoei: “Dopo la partita ci hanno detto: ‘Dovete partire subito’”.

Mondiali, i risultati delle partite della notte

Spagna-Capo Verde 0-0

Belgio-Egitto 1-1 (nel pt 20′ Ashour, nel st 66′ aut. Hany)

Arabia Saudita-Uruguay 1-1 (nel pt 41′ Al Amri, nel st 80′ Araujo)

Iran-Nuova Zelanda 2-2 (nel pt 7′ Just, 32′ Rezaeian; nel st 54′ Just, 64′ Mohebi)

Mondiali, la nuova classifica dei gironi

table visualization

L'articolo Mondiali, i risultati della notte: l’Iran comincia con un pareggio, stop a sorpresa dell’Uruguay | La nuova classifica proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Dai un bacio allo zio”: gli esperti spiegano perché forzare i gesti d’affetto può confondere i bambini sulle emozioni

Di cosa è fatto un abbraccio?

di Alberto Pellai e Barbara Tamborini

Illustrazioni Ilaria Zanellato

Editore ‏Mondadori, Età di lettura: dai 3 anni.

Cosa sono gli abbracci? Di cosa sono fatti? Che potere hanno?

Un albo illustrato può rispondere a tutte queste domande che spesso pongono i bambini, scritto dal Dott. Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva, vincitore di diversi premi letterari e dalla Dott.ssa Barbara Tamborini, psicopedagogista e scrittrice di libri per bambini e ragazzi di volumi di psicologia e parenting, diventati bestseller e tradotti in diversi paesi.

Coniugi nella vita e poi colleghi, si dedicano, attraverso la loro professionalità, a regalare al pubblico di lettori, grandi e piccini, innumerevoli libri su temi che guidano nella crescita infantile e nell’educazione emotiva. L’albo Di cosa è fatto un abbraccio? illustrato da Ilaria Zanellato, intraprende una sorta di viaggio nel mondo degli abbracci raccontando di come gli abbracci abbiano una grande potenza: trasformano l’io in noi, condividendo affetti e sentimenti.

Si tratta di un racconto narrato dal punto di vista di due bambini che si trovano ad affrontare le loro emozioni. I protagonisti sono Bimbo e Bimba, nomi simbolici per permettere al lettore di identificarsi ed immedesimarsi nella storia carica di significato con un forte risvolto emotivo. Lo scopo degli autori è quello di soffermarsi su un gesto semplice che nasconde un potere “terapeutico”: l’abbraccio. L’abbraccio per quanto sia un’azione facile, a volta può essere difficile, perché comporta l’apertura delle proprie emozioni. Inoltre, è il primo gesto d’amore che riceviamo, ci fa sentire amati, protetti e accolti; insegna al bambino l’empatia, l’apertura verso l’altro e verso il mondo. Il donare all’altro ciò che di più semplice possediamo: l’Amore. Un libro da leggere in classe, a casa, nonché un ottimo regalo per tutti. Ma cosa sono le emozioni e come educare i bambini a riconoscerle, farle proprie, alcune superarle per ritrovare il proprio equilibrio emotivo? Un viaggio-intervista insieme agli autori per rispondere a questi quesiti e comprendere al meglio cosa si intende per educazione emotiva.

1. Pellai quant’è importante per lei il valore di un libro nella crescita dei bambini?

Un libro è molto importante per più motivi: quando il bambino è in età prescolare l’adulto gli legge un libro genera una relazione nutriente e permette al bambino di sperimentare, nell’attaccamento con quell’adulto, la sua base sicura. Inoltre, un libro è un grande amplificatore e potenziatore dei funzionamenti cognitivi del bambino, gli insegna le parole e l’acquisizione del linguaggio diventa poi una modalità con cui il bambino può esprimere i suoi bisogni e il suo mondo interiore. Infine, le storie presenti in un libro sono occasioni per il bambino di sperimentarsi nei suoi vissuti emotivi, di confrontarli con quelli che vengono sperimentati dai protagonisti delle storie che gli leggiamo e fondamentalmente di rispecchiarsi all’interno di esse.

2. Sappiamo definire un abbraccio, ma non sappiamo metterlo in pratica. Gli adulti si trascinano dei blocchi emotivi e di conseguenza non sono in grado di insegnare ai bambini le emozioni. Innanzitutto, cosa sono le emozioni, perché è importante lavorarci e soprattutto quali sono i mezzi per correre ai ripari se si hanno dei blocchi?

Le emozioni sono dispositivi innati che ci permettono di vivere la relazione con ciò che è fuori di noi, avendone un riscontro interiore. Se qualcosa da fuori mi minaccia ecco che si accende l’emozione della paura, se qualcuno a cui voglio bene si separa da me, si allontana o mi lascia, ecco che dentro di me si accende l’emozione della tristezza; diciamo che sono dei meccanismi con cui ho un riscontro interiore di fenomeni che avvengono fuori di me e che si fanno sentire dentro di me. E’ chiaro che gli adulti devono aiutare nei percorsi di educazione emotiva i bambini a riconoscere i loro stati emotivi e soprattutto a considerali validi, ad attraversali, elaborarli e gestendoli in modo funzionale.

A volte l’adulto non riesce ad offrire una relazione emotivamente competente al bambino, perché egli stesso da bambino non ha ricevuto questa competenza all’interno della relazione con i propri adulti di riferimento. Può essere che gli adulti di riferimento non sapevano sintonizzarsi con gli stati emotivi del bambino, può essere che li negavano, li invalidavano: “Non piangere come una femminuccia” o “Non avere paura come una femminuccia”. Queste espressioni nel codice maschile è una modalità con cui ai maschi è stato insegnato che alcune emozioni rendono fragili e femminilizzano. A volta addirittura le emozioni sono state forzate nella vita dei bambini, “Dai un bacio allo zio”, “sii obbediente con quella persona” cha magari non merita l’obbedienza di quel bambino. In questi casi è fondamentale che l’adulto rielabori la propria storia di bambino, per poter essere poi attivo e competente nella relazione emotiva con il proprio figlio.

3. Qual è l’errore più grande che un adulto, sia esso genitore, nonno, zio, amico commette e che suggerimento dà dott. Pellai?

Gli errori più grandi sono da una parte invalidare gli stati emotivi di un bambino, cioè riproporre al proprio bambino la stessa invalidazione degli stati emotivi che abbiamo ricevuto noi da piccoli. L’altro aspetto è che a volte gli adulti travolgono i bambini con il loro stato emotivo. Un adulto molto ansioso entra nella vita di un bambino e chiede al bambino di sintonizzarsi con le emozioni di un adulto, mentre in realtà il fenomeno dovrebbe andare al contrario.

4. Dottoressa Tamborini, lei tiene laboratori educativi nelle scuole di ogni ordine e grado e corsi di formazione per docenti e genitori, perché leggere questo libro in classe e che riscontro ha avuto dai bambini?

L’idea era proprio di partire da un gesto così importante per i bambini, ma anche per gli adulti, come quello dell’abbraccio che è un gesto concreto che fa percepire la bellezza di trovare un posto sicuro nel quale sentirsi accolti, riconosciuti e in qualche modo le braccia che avvolgono i bambini permettono a chi sta crescendo e appunto sta ancora prendendo confidenza con il proprio corpo di sentire i propri confini, di sentire lo spazio che occupa, di avere una percezione di sé.

Questa è un’esperienza molto utile alla crescita, dove io capisco lo spazio che occupo e percepisco le sensazioni che il mio corpo mi da quando entra in contatto con quello degli altri. E’ un gesto semplice, spontaneo, naturale che permette di sviluppare tante consapevolezze importanti e costruire un racconto poetico, come quello che abbiamo sviluppano nel libro e permette un po’ di smontare gli ingredienti di un abbraccio, capire di cosa è fatto. Gli ingredienti di un abbraccio non sono uguali per tutti, ogni abbraccio è diverso, c’è un abbraccio più caldo, uno più forte, uno più vigoroso, uno più delicato a seconda delle situazioni, delle persone. Ogni quadro del libro raccontano un po’ quale sono gli ingredienti e quali sono le caratteristiche che possono arrivare con un abbraccio.

Il riscontro che abbiamo avuto con i bambini è che alla fine loro possono disegnare mettendo nel loro sacchetto quali sono gli ingredienti dell’abbraccio che vorrebbero. Per questo è bello lavorare con i bambini con dei materiali esperienziali, come le stoffe morbide, un bigliettino, una caramella, un disegno. Mettere all’interno degli oggetti che rendono la materia dell’abbraccio, dell’incontro con l’altro, come se fosse una collana ricca di tante perle diverse. L’abbraccio può essere fatto di parole, di profumi, di tocchi più o meno forti. I bambini nel costruire gli ingredienti del loro abbraccio si costruiscono in modo concreto, ma anche all’interno di loro stessi, la possibilità di avere un’esperienza molto nutriente.

5. Quali sono i gesti, oltre l’abbraccio, che aiutano di più i bambini ad esprimersi, a parlare e a manifestare le proprie emozioni rendendole più comprensibili?

Attraverso degli ingredienti sicuramente, come detto nella precedente risposta, che vanno al di là dell’abbraccio e che rendono le emozioni degli oggetti più comprensibili. Il pensiero astratto dei bambini non è ancora sviluppato, ma la dotazione emotiva è già pienamente attiva e quindi i bambini sentono in ogni cosa che fanno le loro emozioni. Riuscire a trasformarle in contenuti condivisibili con gli altri è sicuramente molto utile e quindi importante abbinare alle sei emozioni di base gesti concreti che possono permettere di esprimere le emozioni e di trovare una risposta adeguata a quella emozione.

Per esempio, che cosa esprime la tristezza? Con i bambini si può lavorare sulle lacrime, sull’espressione del viso che esprime questo sentimento, dove le labbra si abbassano verso il basso. Lavorare sulla percezione corporea e su quale sono i simboli che raccontano la tristezza e poi pensare a quali sono i gesti di risposta, come qualcuno che ti asciuga una lacrima, qualcuno che ti protegge e ti stringe quando tu sei molle, e sembra che ti stia sciogliendo per la tristezza. Quindi aiutare i bambini ad esprimere le emozioni prendendo consapevolezza di come ogni emozione ha poi dei connotati corporei e sulla base di questa esperienza emotiva, capire qual è il gesto più utile e in qualche modo contenere e rispondere a queste emozione.

6. Perché “viaggiare” con Di cosa è fatto un abbraccio?

A.P. : Perché è un viaggio di due bambini che scoprono la bellezza dell’essere sintonizzati, di rispecchiarsi empaticamente nei propri stati emotivi e di riunirsi dentro un abbraccio dopo aver esplorato il mondo che li ha esposti a molti stati emotivi differenti. E’ una modalità con cui, attraverso l’abbraccio, si conquista quel senso di protezione e sicurezza che abbiamo imparato a conoscere nella cura, nell’accudimento degli adulti di riferimento che sono stati per noi base sicura.

B.T.: Perché è un libro molto colorato, con una storia che conquista l’attenzione dei bambini, almeno così ci hanno raccontato e ci è piaciuto vedere in alcune esperienze di lettura fatte con gruppo di bambini piccoli. E’ sicuramente un’occasione per volersi bene, per creare un bel clima, per condividere parole che fanno bene al cuore, per far sentire ai bambini, che ancora non hanno le parole per dire quello che hanno dentro, ma in qualche modo attraverso la lettura di questo libro possono scoprire che grande tesoro è stare in relazione con gli altri.

L'articolo “Dai un bacio allo zio”: gli esperti spiegano perché forzare i gesti d’affetto può confondere i bambini sulle emozioni proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Ilary Blasi al timone di Tim Battiti Live, al posto di Alvin arrivano Rovazzi e Daniele Battaglia. Il cast completo e quando va in onda su Canale 5

Da giovedì 2 luglio, torna in prima serata su Canale 5 “Tim Battiti Live”. Alla conduzione confermata Ilary Blasi, ma con lei non ci sarà Alvin, perché impegnato nelle registrazioni della nuova edizione de “L’Isola dei Famosi”.

Dunque la conduttrice sarà affiancata per la prima volta da Fabio Rovazzi e Daniele Battaglia. Le puntate dello show saranno registrate in Puglia, a Trani in Piazza Quercia da mercoledì 24 a domenica 28 giugno.

Ecco il cast degli artisti di “Tim Battiti Live”

Achille Lauro, Alex Britti, Annalisa, Arisa, Aiello, Baby K, Benji & Fede, Alessio Bernabei, Serena Brancale, Carl Brave, Clara, Clementino, Cioffi, Ditonellapiaga, Delia, Dolcenera, Eddie Brock, Elettra Lamborghini, Emis Killa, Emma, Enrico Nigiotti, Ermal Meta, Ernia, Federica Abbate, FDV, Francesca Michielin, Francesco Gabbani, Francesco Renga, Fred De Palma, Gabry Ponte, Gaia, Gemelli Diversi, Gigi D’Alessio, Giusy Ferreri, Grelmos e Irama.

E ancora: J-Ax, Kamrad, LDA – Aka7even, Le Vibrazioni, Levante, Ludwig, Malika Ayane, Cristiano Malgioglio, Michele Bravi, Mara Sattei, Merk & Kremont, Mew, Mr. Rain, Nayt, Nicolò Filippucci, Noemi, Orietta Berti,Paola Iezzi, Patty Pravo, Pinguini Tattici Nucleari, Raf, Rhove, Rocco Hunt, Rosa Chemical, Sal Da Vinci, Samurai Jay, Sangiovanni, Anna Tatangelo, Sarah Toscano, Sayf, The Kolors, Tommaso Paradiso, Welo.

E direttamente dalla Finale del talent “Amici” gli artisti Lorenzo Salvetti, Elena D’Elia ed Angie.

L'articolo Ilary Blasi al timone di Tim Battiti Live, al posto di Alvin arrivano Rovazzi e Daniele Battaglia. Il cast completo e quando va in onda su Canale 5 proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Urbanistica a Milano, nella prima sentenza sulla Torre di via Stresa assolti tutti gli 8 imputati: “Assenza di dolo, hanno agito secondo prassi del Comune e le pronunce dell’epoca”

Il fatto non costituisce reato. Con questa formula sono stati assolti tutti gli 8 imputati nella prima sentenza delle numerose indagini aperte sulla gestione dell’urbanistica nel comune di Milano. Gli otto soggetti erano accusati di abuso edilizio e lottizzazione abusiva. Si tratta del caso riguardante la “Torre Milano“, un grattacielo di 24 piani alto 85 metri edificato in via Stresa al posto di due piccole palazzine a uffici di 2 e 3 piani che un tempo ospitavano una casa editrice. Assolti per “assenza di dolo“, scrive il presidente del Tribunale in una nota. In pratica per il giudice il fatto c’è, ma non costituisce reato per mancanza dell’elemento soggettivo, cioè gli imputati erano in buona fede.

Il dolo e la prassi

Gli otto imputati hanno agito in buona fede: è questa, in sintesi, la nota con cui il presidente del Tribunale Fabio Roia spiega – anticipando le motivazioni che saranno depositate tra 90 giorni – la sentenza che chiude con un’assoluzione piena il primo processo del filone sulla rigenerazione urbana. In particolare il verdetto pronunciato dalla giudice Braggion con la formula “il fatto non costituisce reato” ha fatto cadere l’accusa nei confronti dei costruttori e l’architetto del progetto di aver proceduto a un intervento edilizio, con titolo illegittimo trattandosi di nuova costruzione e non di ristrutturazione e senza previo piano attuativo. Assolti anche i funzionari del Comune di Milano citati per rispondere penalmente per aver concorso (dolosamente) o cooperato (colposamente) a tale realizzazione rilasciando un titolo illegittimo e redigendo una delibera dirigenziale che rendeva possibile tale costruzione in contrasto con norme statali, e senza redigere un piano attuativo. “Per tutti difetta l’elemento soggettivo del reato, sia doloso che colposo, atteso che solo negli ultimi anni la giurisprudenza penale, quella amministrativa e finanche le pronunce della Corte Costituzionale più recenti hanno offerto diverse interpretazioni del concetto di ristrutturazione” si spiega nella nota. Inoltre, “la prassi consolidata del Comune di Milano, discendente dall’applicazione della legge regionale, del Pgt e del Regolamento edilizio, avvallata dall’avvocatura comunale fino dal 2002, ratificata fino al 2023 con la circolare numero 1 del Comune e sostenuta dalla pacifica giurisprudenza amministrativa dei Tar e del Consiglio di Stato, consentiva l’intervento Torre Milano con il titolo effettivamente rilasciato a Opm srl”. L’asseveratore del progetto è stato anche assolto dall’imputazione di falsa attestazione della conformità del progetto ai requisiti del Pgt e della legge “per mancanza di dolo, in quanto nella sua relazione ha attestato ciò che riteneva corretto e non sapeva essere ‘falso’ secondo le interpretazioni della giurisprudenza penale e amministrativa successiva, impostasi dopo oltre 7 anni dalla sua relazione”.

Cosa aveva chiesto la procura

La pm milanese Marina Petruzzella aveva chiesto la condanna a 2 anni e 4 mesi di arresto e 50mila euro di ammenda per Giovanni Oggioni, ex direttore dello Sportello unico edilizia del Comune ed ex vicepresidente della Commissione paesaggio, nel marzo 2025 anche arrestato per un altro filone sulla corruzione e imputato in diversi procedimenti. Stesse richieste di condanne avanzate per gli imprenditori-costruttori Stefano e Carlo Rusconi. La pm aveva chiesto, poi, per quei due reati contravvenzionali le pene più alte di 2 anni e 4 mesi di arresto e 50mila euro di ammenda anche per altri due imputati, ossia Franco Zinna, ex dirigente della Direzione Urbanistica milanese, e Gianni Maria Beretta, architetto e progettista. Infine erano stati chiesti due anni di arresto e 30mila euro di ammenda per Francesco Mario Carrillo e Maria Chiara Femminis e un anno di arresto e 16mila euro di ammenda per Pietro Ghelfi, tre ex funzionari dello Sportello unico edilizia La procura aveva anche chiesto la confisca del grattacielo ritenuto abusivo, perché costruito con la Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) invece che con un piano attuativo, come fosse una “ristrutturazione” e non invece una nuova costruzione. Impianto accusatorio che però non ha convinto la giudice Paola Braggion della settima penale che ha assolto tutti gli imputati.

Gli applausi in aula

Durante la lettura della sentenza in aula è partito un applauso. Si tratta della prima sentenza dopo una delle tante indagini aperte, da ormai quasi quattro anni, dalla Procura di Milano sulla gestione urbanistica e su presunti abusi edilizi. Alcune di queste inchieste, in alcuni casi, contestano anche ipotesi di corruzione. Secondo i pm, una nuova costruzione era stata “spacciata” per una ristrutturazione. Ipotesi che riguarda tanti altri procedimenti e che è stata spazzata via da questo primo verdetto. Il Comune, parte offesa per i pm, non si era costituito parte civile contro gli imputati.

Le reazioni

“Non commento le sentenze, le sentenze si rispettano. Beh, sono soddisfatto. Io sono una persona limpida e trasparente e sono sempre stato sereno. Non commento poi le altre indagini”, ha detto ai cronisti l’ex dirigente comunale Giovanni Oggioni, assolto oggi assieme agli altri sette imputati. Oggioni, tra l’altro, è imputato in diversi altri procedimenti su abusi edilizi aperti dai pm e anche indagato per ipotesi di corruzione in un altro filone delle maxi indagini. “Ci siamo tolti un gran peso, il peso della ingiustizia. Ci siamo sentiti molto soli in questo periodo, come soli si sono sentiti gli acquirenti sospesi. È stato un processo molto duro. Era una questione di norme e di valutazioni sbagliate da parte dei pm”, ha sottolineato l’avvocato Federico Papa, che assiste l’imprenditore-costruttore Carlo Rusconi. “Nell’azione della Procura c’è il concetto di ‘colpirne uno per educarne cento‘”, aveva affermato Rusconi in dichiarazioni spontanee davanti al giudice prima che lo stesso magistrato si ritirasse in camera di consiglio per uscire qualche minuto dopo con il verdetto di assoluzione per lui e gli altri sette imputati.

L'articolo Urbanistica a Milano, nella prima sentenza sulla Torre di via Stresa assolti tutti gli 8 imputati: “Assenza di dolo, hanno agito secondo prassi del Comune e le pronunce dell’epoca” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Trump e i suoi compari violano sistematicamente la libertà di espressione per mettere a tacere gli artisti. Americani alzatevi in piedi!”: Jane Fonda furiosa

Da sempre in prima linea per i diritti, Jane Fonda non le ha mandate a dire nemmeno domenica sera, 14 giugno, durante un durissimo, ma appassionante, discorso in difesa del Primo Emendamento al concerto “Rise Up, Sing Out: A Concert for the First Amendment”, alla Town Hall di New York.

“In questo momento, il governo e i suoi complici violano sistematicamente il Primo Emendamento per mettere a tacere gli artisti – ha dichiarato sul palco-. Chiudono istituzioni come il Kennedy Center, tagliano i fondi ai musei e al National Endowment for the Arts, censurano libri e cancellano programmi televisivi da chi si esprime apertamente. È davvero grave. E tutto questo viene permesso da aziende codarde. Non farò nomi adesso. Ma sono onorata di passare il microfono ad artisti e attivisti che continuano a far sentire la propria voce e a cantare, affinché possiamo essere ispirati a ribellarci”.

E ancora: “Essere qui è un atto di speranza, e voi tutti mi date speranza. Questi diritti sono per tutti, per tutti. E dobbiamo difenderli per tutti. Anche se non li condividiamo. Non si tratta di Democratici o Repubblicani, di destra o di sinistra. Si tratta di giusto o sbagliato. Ed è sbagliato”.

“È sbagliato che le persone vengano attaccate e definite terroristi per aver esercitato i propri diritti e le proprie libertà. – ha concluso – È ora che gli americani di tutto il Paese, di tutto lo spettro politico, che hanno a cuore queste libertà, si alzino in piedi, in modo creativo e non violento, per difendere questi diritti, finché ne abbiamo la possibilità. E dobbiamo farlo ora. Perché se non lo facciamo, non avremo più alcun diritto da difendere”.

L'articolo “Trump e i suoi compari violano sistematicamente la libertà di espressione per mettere a tacere gli artisti. Americani alzatevi in piedi!”: Jane Fonda furiosa proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Come deve essere il mio nuovo compagno? Divorziato o vedovo va bene tutto, l’importante è che non ci sia una signora che racconta balle”: la stoccata di Nancy Brilli a Elena Sofia Ricci

Nancy Brilli analizza la propria vita sentimentale senza filtri. Ospite nel salotto televisivo de “La Volta Buona”, il programma condotto da Caterina Balivo, ha ripercorso le tappe fondamentali della sua vita privata, distinguendo tra relazioni brevi, legami profondi e questioni ancora aperte, fino a lanciare una stoccata a distanza indirizzata alla collega Elena Sofia Ricci. Parlando del primo matrimonio con Massimo Ghini, l’attrice respinge l’idea del fallimento: “Non è andato male, è andato corto. Ha funzionato per due, tre anni e mezzo. Poi no. Quindi poi ci siamo lasciati. Breve, intenso, ma un buon matrimonio”. Sulla separazione da Luca Manfredi, a cui è stata legata otto anni e da cui ha avuto il figlio Francesco, la sintesi è pragmatica: “Le strade hanno preso bivi diversi. L’importante è che Francesco è un ragazzo sano, ha un padre e una madre che gli vogliono bene”.

I tradimenti e il “buco nero” con Ivano Fossati

Sul tema dell’infedeltà, Brilli mette in chiaro la sua regola generale: “Io non tradisco, vado via di casa“. Un’eccezione dolorosa ha però riguardato la complessa relazione vissuta con il cantautore Ivano Fossati: “Mi ha tradita perché mi voleva sempre con lui e io l’ho tradito per ripicca. Un buco nero che ha portato tristezza a tutti e due”. L’attrice individua poi nella propria indipendenza la causa principale dei tradimenti subiti dai partner: “Perché non mi hanno mai completamente. Ho una parte individualista spiccata e un carattere importante. È difficile mettermi sotto. Non riuscendo a tenermi, mi tradiscono”.

La stoccata a Elena Sofia Ricci

Guardando al futuro, Brilli detta le condizioni per un eventuale nuovo compagno (“Un coetaneo va bene. L’importante è che la storia precedente sia finita, finita”), cogliendo l’occasione per lanciare una dura replica a distanza a Elena Sofia Ricci. Quest’ultima, di recente, era tornata a denunciare pubblicamente il tradimento dell’ex marito Luca Damiani proprio con Nancy Brilli. Senza mai nominarla direttamente, la risposta nel salotto di Caterina Balivo è stata netta: “Come deve essere il mio nuovo compagno? Divorziato o vedovo va bene tutto, l’importante è che non ci sia un’altra signora, una donna che racconta balle. Perché se la storia è finita è finita. E chi vuole intendere intenda. E non parlo più”. Sollecitata dalla conduttrice a chiarire il riferimento, l’attrice ha chiuso la questione con un ultimo commento stizzito: “Mi sono ritrovata a leggere dichiarazioni che dico ma veramente… mi cascano le braccia per terra”.

L'articolo “Come deve essere il mio nuovo compagno? Divorziato o vedovo va bene tutto, l’importante è che non ci sia una signora che racconta balle”: la stoccata di Nancy Brilli a Elena Sofia Ricci proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Caos Tunisia, esonerato Lamouchi: giocatori contro il ct e lite in hotel dopo la sconfitta all’esordio. Al suo posto Hervé Renard

Novanta minuti più recupero. Tanto è durato il Mondiale da commissario tecnico della Tunisia di Sabri Lamouchi. In poco meno di ventiquattro ore all’ex centrocampista è successo più o meno di tutto. Prima i cinque gol incassati dalla Svezia, non esattamente una plutocrazia del calcio internazionale, nella sfida d’esordio. Poi la richiesta di esonero immediato da parte di alcuni suoi giocatori mentre il ct era ancora in campo. E dopo ancora un’accesa litigata con alcuni calciatori della nazionale, una riunione d’emergenza della Federcalcio tunisina per decidere il suo futuro, la scelta dell’esonero, poi no e alla fine è arrivato il comunicato: esonerato. Al suo posto arriva Hervé Renard. Una giornata da mal di testa che rischia di già di entrare nella storia della Coppa del Mondo. Il malcontento nei confronti dell’operato del tecnico parte da lontano. Il 3 gennaio del 2026 la Tunisia di Sami Trabelsi era stata eliminata dalla Coppa d’Africa dal Mali. Un risultato deludente che aveva portato al cambio in panchina.

Mondiali 2026, la classifica dei gironi aggiornata
Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta

Arrivederci Trabelsi, benvenuto Lamouchi. L’ex centrocampista di Monaco, Parma, Inter e Genoa aveva un rapporto tutto particolare con le “Aquile di Cartagine”. Nato a Lione da genitori emigrati da Dahmani, paese di circa seimila abitanti a nord della Tunisia, da calciatore aveva deciso di vestire la maglia della Francia. Un dettaglio superfluo, che non aveva intaccato il suo rapporto con la terra dei suoi genitori. Almeno non quanto hanno fatto i risultati ottenuti da selezionatore. Prima del Mondiale Lamouchi ha guidato la Tunisia in quattro amichevoli. Ma dopo il successo per 1-0 al debutto contro Haiti e il pareggio nella seconda sfida contro il Canada, sono arrivate solo sconfitte. Prima un 1-0 a inizio giugno contro l’Austria. Poi uno straziante 5-0 contro il Belgio a 9 giorni dalla prima sfida del Mondiale. Gli animi non erano già alle stelle. Così la disfatta per 5-1 contro la Svezia ha assunto le dimensioni di una Caporetto per la selezione nordafricana.

Mondiali 2026, i gironi e il nuovo regolamento
Calendario Mondiali: date e orari, dove vedere le partite in tv
L’albo d’oro dei Mondiali

Secondo quanto riportato da fonti tunisine alcuni giocatori e membri dello staff avrebbero chiesto ad alta voce l’esonero di Lamouchi prima ancora del triplice fischio. Poi a fine partita il ct si è presentato davanti alle telecamere e ha parlato di una sconfitta pesante figlia soprattutto di “errori individuali” e di una certa “fragilità tattica”. Parole che non hanno fatto altro che aumentare la tensione. Da questo momento la situazione è degenerata. Tanto che al rientro in hotel la rabbia sarebbe esplosa. Alcuni media tunisini raccontano di una “rissa” che sarebbe scoppiata tra lo stesso Lamouchi, alcuni giocatori, membri dello staff e tifosi. Altri media internazionali, invece, parlano di un diverbio piuttosto acceso tra una decina di tifosi e il figlio di Lamouchi. A quel punto la Federcalcio tunisina ha deciso di convocare una riunione d’urgenza per decidere il futuro del tecnico.

Gli spazi di trattativa erano inesistenti. Il ct è stato esonerato e la Fédération Tunisienne de Football ha diramato un comunicato. Solo che poi il post è scomparso dai social all’improvviso. E poi rimesso dopo qualche ora. Così il Mondiale ha tirato un altro colpo mancino a Lamouchi. Nel 1998, infatti, il centrocampista è stato inserito dall’allora ct Aimé Jaquet nella lista dei preconvocati della Francia in vista della Coppa del Mondo casalinga. Poi però al momento di presentare la lista definitiva è arrivato il taglio. I galletti hanno vinto il Mondiale, ma Sabri si è dovuto accontentare di vedere il successo dei suoi amici in diretta tv. “L’ho vissuta come un’ingiustizia – racconterà anni dopo al Telegraph – Meritavo di giocarli. Poi il dolore me lo sono lasciato alle spalle e mi ha reso più forte. Ma non aver giocato il Mondiale del 1998 è il peggior ricordo della mia carriera calcistica”. Almeno fino alla sconfitta contro la Svezia dell’altro giorno.

L'articolo Caos Tunisia, esonerato Lamouchi: giocatori contro il ct e lite in hotel dopo la sconfitta all’esordio. Al suo posto Hervé Renard proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

L’Antitrust italiana indaga su Apple: dubbi sulla concorrenza dei servizi cloud. Codacons: “Multa esemplare, se accertati illeciti”

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha avviato un’indagine su Apple in merito all’osservanza dell’obbligo di interoperabilità previsto dal Digital Markets Act (la normativa europea) cui sono sottoposti i sistemi operativi iOS e iPadOS di Apple. Lo comunica l’Antitrust, ricordando che secondo il DMA, Apple deve garantire a terzi, a titolo gratuito, l’accesso alle componenti hardware e software dei dispositivi di Cupertino. Il Garante cita l’articolo 6 par. 7 del regolamento Ue. Nello specifico, il procedimento è focalizzato sui servizi cloud: l’Europa vuole garantire agli utenti della Mela la possibilità di utilizzare servizi diversi da quelli di Cupertino, senza costi aggiuntivi. Insomma, l’effettiva compatibilità di tutti i servizi basati sulla “nuvola” con i sistemi operativi iOS e iPadOS.

L’Autorità “ha elementi per ritenere che i fornitori terzi di servizi cloud consumer potrebbero non essere posti nelle stesse condizioni del servizio iCloud di Apple, perché non sembrano avere accesso alle stesse componenti utilizzate o comunque rese disponibili al servizio iCloud”. A titolo di esempio, si legge nella nota dell’Antitrust, “sembrerebbe che Apple non consenta ai servizi per gli utenti finali di cloud storage alternativi di utilizzare le componenti di iOS e iPadOS che permettono di effettuare il backup integrale dei dati presenti sui dispositivi, consentito invece al servizio iCloud di Apple”. Il procedimento è stato avviato in stretta cooperazione con la Commissione Europea.

“Se saranno accertate pratiche illecite ci aspettiamo una multa esemplare nei confronti di Apple per i danni arrecati agli utenti, al mercato e alle altre imprese”, ha affermato il Codacons. “Ancora una volta le big tech si ritrovano al centro di indagini da parte dell’Autorità per comportamenti che violerebbero la concorrenza danneggiando non solo altri operatori, in questo caso i fornitori di servizi cloud consumer, ma anche i consumatori, i quali subirebbero una limitazione delle proprie scelte economiche – spiega il Codacons – Un caso che dimostra lo strapotere dei colossi tecnologici, e per il quale ci aspettiamo una multa esemplare da parte sia dell’Antitrust, sia della Commissione Europea, in caso di conferma delle violazioni contestate.

L'articolo L’Antitrust italiana indaga su Apple: dubbi sulla concorrenza dei servizi cloud. Codacons: “Multa esemplare, se accertati illeciti” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Io non sono alla fine della mia carriera, devo fare ancora tanti film. Di cosa ho paura? Della malattia. Se uno ha un incidente e muore, muore. La malattia è soffrire…”: parla Franco Nero

“Io non sono alla fine della mia carriera. Devo fare ancora tanti film. Di nostalgia parleremo più in là“: a parlare è Franco Nero ospite al Festival di Taormina. L’intervista si trova su Vanity Fair ed è un inno all’entusiasmo e alla curiosità.

83 anni, volto di Django e altre pellicole iconiche che l’hanno reso uno degli attori italiani più noti nel mondo, Nero parla d’amore e racconta di avera avuto la “fortuna di imparare molto dall’amore e di insegnare anche l’amore ai miei nipotini”.

L’amore, quello per colei che definisce la donna della sua vita, ovvero la madre dei suoi figli: Vanessa Redgrave, incontrata nel 1967 sul set di Camelot. E si lascia andare ai ricordi di un David di Donatello del ’68: “Mi ricordo Sidney Poitier, Vittorio De Sica. È stata una serata stupenda. Andai proprio con mia moglie Vanessa”. Aneddoti, sì, ma senza nostalgia: “Io sono un entusiasta. Il giorno che mi abbandonerà l’entusiasmo, smetterò. Finché c’è il cinema, finché c’è l’entusiasmo, io andrò avanti (…). Io sono un eterno bambino. E sono molto orgoglioso di essere un eterno bambino. Quando me lo dicono, anziché offendermi, dico: che bello“.

Di cosa ha paura, Franco Nero? Non del tempo che passa ma della “malattia: quando uno è malato, è la sofferenza. Se uno ha un incidente e muore, muore. Ma la malattia è soffrire. Io non voglio soffrire, assolutamente“. E sulla serenità non ha dubbi: “Stiamo in un momento di guerra, che è un macello. Prima Putin, l’Ucraina. Poi Netanyahu, Gaza, e ora l’Iran. Migliaia, migliaia, migliaia di palestinesi massacrati. Ventitremila bambini”. E racconta di avere scritto una canzone dal titolo Un mare di piccoli lenzuoli bianchi e di esserne orgoglioso: “Ho chiesto a qualche cantante di cantarla, ma hanno paura. Vogliono fare le loro canzonette, non esporsi politicamente”.

L'articolo “Io non sono alla fine della mia carriera, devo fare ancora tanti film. Di cosa ho paura? Della malattia. Se uno ha un incidente e muore, muore. La malattia è soffrire…”: parla Franco Nero proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Ho detto a una sposa: ‘Questo non è l’amore per te, non puoi sposarti’. A volte affittiamo gli invitati, anche i bambini. Il segreto di ogni matrimonio è l’open bar e tre baristi bellissimi”: così Enzo Miccio

Capire quando è il momento di fermare tutto e far saltare le nozze, pur essendo il professionista incaricato di organizzarle. È questo l’aneddoto più spiazzante rivelato da Enzo Miccio, che ha raccontato come la propria sensibilità ed esperienza lo abbiano spinto a consigliare a una cliente di annullare il proprio matrimonio. Ospite del podcast “Un’ora sola ti vorrei” condotto da Giorgia Soleri, il noto wedding planner e volto televisivo si è raccontato a tutto tondo, svelando le dinamiche inedite del giorno più importante per le coppie, il suo legame con il Sud e le sue personali fragilità.

“Questo non è l’amore per te”: il matrimonio cancellato e i finti invitati

A dispetto dell’immagine di inflessibile perfezionista, Miccio non esita a intervenire quando percepisce che i sentimenti alla base della cerimonia non sono autentici. “I ripensamenti il giorno prima del matrimonio capitano, ci sono sempre. Qualche volta sono saltati. Provo a rassicurare le spose ma a volte mi rendo conto che certi matrimoni non si devono fare”, ha spiegato nell’intervista. Il ricordo va a un episodio specifico avvenuto di recente: “Mi è capitato con una sposa un paio di anni fa: parlandole e capendo che non c’era il minimo entusiasmo nell’organizzare il suo grande giorno le ho detto: questo non è l’amore per te, non puoi sposarti“. Una decisione drastica di cui il wedding planner va fiero: “È ancora sola, siamo rimasti in contatto e sono certo che quando troverà l’uomo giusto verrà da me. Non so se le ho salvato la vita, ma le ho salvato il divorzio sicuramente”.

Dietro le quinte delle cerimonie perfette si nascondono però anche espedienti puramente scenografici. Miccio ha svelato un retroscena inaspettato sulle presenze in chiesa per compensare le assenze: “È raro, ma a qualche matrimonio capita anche di affittare invitati, quando il numero non è abbastanza, e anche i bambini quando non ce ne sono: un corteo per le fedi all’altare ci deve essere”. Sulle richieste estetiche, invece, la sua posizione resta intransigente: “Girasoli o rosa blu? Da me non vieni. Vieni da me come quando scegli quale stilista ti vesta”.

Le radici a Napoli e la “ricetta” per il ricevimento perfetto

Ripercorrendo i suoi esordi in una professione che in Italia quasi non esisteva, Miccio sottolinea l’importanza delle sue origini. “Sono un uomo del Sud e quindi il matrimonio per me è la festa vera, più del Ferragosto, più del Natale”, ha spiegato, ricordando come a Napoli l’evento fosse storicamente incentrato su abito, banchetto e bomboniera. Oggi il panorama è mutato, trasformandosi in un’industria fatta di “progetto luci, performance artistiche, installazioni floreali”. Miccio rivendica il proprio ruolo in questa trasformazione con un paragone legato all’alta moda: “Io ho disossato, come Armani con le giacche, l’organizzazione del matrimonio“. Nonostante l’approccio rigoroso, l’aspetto emotivo rimane per lui centrale. Definendosi “uno schifoso romantico”, ammette: “Spesso mi emoziono ai miei matrimoni. Scappo dalla chiesa e vado a piangere fuori”. Per la buona riuscita del ricevimento, invece, la formula è pragmatica: “Il segreto di ogni matrimonio è avere un open bar che funziona, tre baristi bellissimi, stomaco vuoto. Anche se vedere la sposa brilla sui tacchi mi imbarazza”.

La terapia, la vita privata e l’appello per “Ma come ti vesti?”

Il controllo assoluto che esercita sul lavoro si riflette in modo complesso nella sua intimità. “Corro come un pazzo, cerco il controllo su tutto anche nella vita privata. Faccio fatica a lasciarmi andare, ho paura di cadere, farmi male sui sentimenti”, ha ammesso a Giorgia Soleri. In questo percorso, la psicoterapia gioca un ruolo chiave: “La terapia mi aiuta, soprattutto a capire chi ho di fronte, perché quando sono innamorato mi do risposte che non corrispondono alla realtà”. Attualmente, ha confermato di vivere una fase serena: “In questo momento sono felicemente accompagnato”.

Sul fronte televisivo, Miccio ha lanciato un appello diretto alla rete Real Time per riportare in onda “Ma come ti vesti?”, il programma cult condotto per dodici edizioni in coppia con Carla Gozzi: “È stata un’avventura incredibile, siamo stati i pionieri. Non avevamo copione e dicevo quello che pensavo. Non eravamo cattivi, volevamo insegnare delle cose. Facciamo un appello: facciamolo”. Tra le esperienze più amate ha citato anche Pechino Express, descritto come un’avventura di “senso di libertà assoluto” che rifarebbe immediatamente. La chiusura dell’intervista ha lasciato spazio al suo lato più irrazionale e scaramantico: “No al vestito fatto vedere al futuro marito. No al passaggio del gatto nero: l’ultima volta ho aspettato 40 minuti. Non passo sotto la scala, i soldi sul letto: sono molto superstizioso”. Anche per il re dei matrimoni, in fondo, certi dettagli sfuggono al controllo.

L'articolo “Ho detto a una sposa: ‘Questo non è l’amore per te, non puoi sposarti’. A volte affittiamo gli invitati, anche i bambini. Il segreto di ogni matrimonio è l’open bar e tre baristi bellissimi”: così Enzo Miccio proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Bonnie Tyler è uscita dal coma, ma le sue condizioni sono “molto critiche” dopo un intervento d’urgenza. Paura per la cantante di “Total Eclipse of the Heart”

Bonnie Tyler è uscita dal coma, come riporta la BBC, “ma rimane in condizioni gravi in terapia intensiva”, ha detto l’ufficio stampa della cantante di “Total Eclipse of the Heart”. La 75enne è stata portata d’urgenza all’ospedale di Faro, in Portogallo, a maggio dopo un intervento chirurgico intestinale d’urgenza e posta in coma indotto per favorire la sua guarigione. Le sue condizioni stanno migliorando e i medici sono “fiduciosi” che guarirà, anche se i progressi sono “lenti”, ha aggiunto il portavoce.

Un comunicato pubblicato sul sito dell’artista ha affermato che “non è più in coma, ma resta in condizioni molto gravi e ricoverata in terapia intensiva in un ospedale in Portogallo. Sebbene le sue condizioni stiano migliorando, si tratta di un processo lento. I suoi medici restano fiduciosi in una sua completa guarigione, ma ci vorrà del tempo”.

Poi l’ufficio stampa e ha ringraziato i fan per la “enorme dimostrazione di affetto e supporto” proveniente da tutto il mondo, aggiungendo che Tyler ne era a conoscenza ed era grata per gli auguri.

Il tour estivo di Tyler sarà cancellato o posticipato, mentre si spera ancora che alcune date autunnali rimangano confermate. Il comunicato si scusava anche per i disagi causati alle date del tour estivo, affermando: “Ci scusiamo con tutti i fan di Bonnie e con i nostri partner promotori per la delusione che questo causerà, ma confidiamo nella vostra comprensione e pazienza in queste difficili circostanze. Speriamo di vedervi l’anno prossimo”.

L'articolo Bonnie Tyler è uscita dal coma, ma le sue condizioni sono “molto critiche” dopo un intervento d’urgenza. Paura per la cantante di “Total Eclipse of the Heart” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Como, scontro tra due auto: una sfonda il muretto e precipita nelle acque del lago. Morto un uomo, salvata una donna

Grave incidente stradale nella notte tra lunedì e martedì a Brienno, in provincia di Como. Secondo quanto ricostruito, due autovetture si sono scontrate – lungo la strada provinciale Regina Margherita, tra i comuni di Brienno e Argegno – e, a seguito del violento impatto, uno dei veicoli ha sfondato il muretto di protezione a margine della carreggiata, precipitando per alcune decine di metri nelle acque del lago di Como.

A bordo vi erano due persone: i vigili del fuoco – intervenuti poco dopo la mezzanotte – sono riusciti trarre in salvo una giovane donna, successivamente affidata alle cure del personale sanitario: è stata ricoverata in codice rosso. Per il secondo occupante, invece, si è reso necessario l’intervento del Nucleo Sommozzatori Regionale dei vigili del fuoco, che, al termine delle ricerche subacquee, ha individuato e recuperato il corpo senza vita dalle acque del lago. Sul posto sono intervenuti un’autopompa, la squadra SAF (Speleo Alpino Fluviale) del Comando di Como e un’autogru del Comando di Varese. Sono in corso gli accertamenti delle autorità competenti per ricostruire l’esatta dinamica dell’accaduto.

L'articolo Como, scontro tra due auto: una sfonda il muretto e precipita nelle acque del lago. Morto un uomo, salvata una donna proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Mondiali, la denuncia del ct dell’Iran Ghalenoei: “Dopo la partita ci hanno detto: ‘Dovete partire subito’”. Taremi: “Infantino è venuto negli spogliatoi”

“Dopo la partita di oggi, ci hanno detto: ‘Dovete partire immediatamente’”. A parlare è Amir Ghalenoei, allenatore dell’Iran ai Mondiali di calcio. La sua squadra ha pareggiato 2-2 all’esordio nel torneo contro la Nuova Zelanda, ha ottenuto un buon punto ma subito dopo la partita è stato ordinato loro di tornare immediatamente in Messico dagli Usa. È quanto ha spiegato il commissario tecnico nella classica intervista post partita.

Mondiali 2026, la classifica dei gironi aggiornata
Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta

La squadra – che ha l’obbligo di entrare e uscire negli Usa nel giro di massimo 24 ore – si aspettava di trascorrere la notte in California per ottimizzare il normale processo di recupero, ma subito dopo il match è stato comunicato a tutti che dovevano salire immediatamente su un aereo per il viaggio di 225 km di ritorno a Tijuana. “Non ci hanno nemmeno dato il tempo di recuperare”, ha detto Ghalenoei tramite un interprete. “Per noi è molto importante avere tempo per recuperare, ma ci viene chiesto di salire su un aereo e tornare al nostro ritiro a Tijuana, e questo ci preoccupa molto”. Il capitano dell’Iran Mehdi Taremiche già nella conferenza stampa pre partita era stato molto critico – ha aggiunto: “Dobbiamo lasciare Los Angeles subito, e non è una buona cosa per noi. Penso che la Fifa debba aiutarci di più. … In realtà, per noi è tutto un disastro”.

L’attaccante trentatreenne ex Inter ha rivelato che il presidente della Fifa Gianni Infantino ha fatto visita ai giocatori negli spogliatoi. “Gli sono state chieste le stesse cose (…) vuole aiutare, ma ci sono altri problemi” che lo ostacolano, ha detto, senza menzionare direttamente l’amministrazione americana. Taremi ha anche ringraziato “i tifosi di Los Angeles”, che hanno sostenuto con forza la squadra dei Melli.

Mondiali 2026, i gironi e il nuovo regolamento
Calendario Mondiali: date e orari, dove vedere le partite in tv
L’albo d’oro dei Mondiali

Ghalenoei ha detto che diversi giocatori hanno avuto crampi durante la partita, giocata in condizioni climatiche miti. Ha attribuito i problemi fisici alla mancanza di un adeguato tempo di preparazione causata dagli ostacoli burocratici e diplomatici dell’Iran. “Prima della partita, ho detto che non abbiamo avuto tempo di adattarci a causa del viaggio”, ha spiegato Ghalenoei, “molti dei nostri giocatori hanno avuto crampi, ed è per questo che abbiamo dovuto sostituirli. Quindi non è stato per motivi tecnici che abbiamo effettuato le sostituzioni. È stato a causa degli infortuni e dei crampi. Saranno visitati dal nostro staff tecnico, ma il fatto che abbiano ritardato il nostro arrivo e ci stiano costringendo a tornare indietro in anticipo senza tempo per il recupero, sta rendendo la situazione più difficile”. Le restanti due partite degli iraniani nella fase a gironi sono contro il Belgio a Inglewood domenica, seguite da una trasferta a Seattle per affrontare l’Egitto la prossima settimana.

L'articolo Mondiali, la denuncia del ct dell’Iran Ghalenoei: “Dopo la partita ci hanno detto: ‘Dovete partire subito’”. Taremi: “Infantino è venuto negli spogliatoi” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Il traghetto Genova-Olbia diventa una crociera-raduno di fan diretti al concerto Vasco Rossi: canti, balli, trenini e cori a squarciagola. Ecco cos’è successo – IL VIDEO

Chi c’era testimonia che è stato un evento nell’evento. Un raduno vero e proprio di qualche centinaio di fan sulla nave Gnv partita da Genova alle 19 del 12 giugno e arrivata a Olbia alle 7.45 di sabato 13. Per Vasco Rossi questo ed altro. Il rocker il 12 e 13 giugno scorso ha tenuto due concerti all’Olbia Arena. Appuntamenti irrinunciabili non solo per i fan sardi dell’artista, ma anche per chi dal Nord si è organizzato per partecipare all’immancabile rito collettivo, che si rinnova da anni.

E così Vasco unisce gli animi non solo sui prati e nelle grandi arene, ma anche sui pontili delle navi, dove si sono dati appuntamento, senza nemmeno avvisarsi tra loro, i fan del Blasco. È stata “Albachiara” canticchiata e diffusa nelle casse stereo nell’Area Bar della nave ad “accendere” gli animi. Nel giro di pochi istanti tutti si sono spontaneamente uniti in canti, balli e trenini sulle canzoni più famose e indimenticabili. Un modo per “scaldare” l’ugola in vista del live: da “Lunedì” a “Siamo soli”, da “Se ti potessi dire” a “Vita spericolata” e ancora “Non l’hai mica capito” fino a “Vivere”. In sottofondo tra un canto e l’altro l’immancabile coro “Oleeee oleeee ole oleeeee. Vasco. Vasco!”. Scene di pura festa e di aggregazione, immortalati dai telefonini dei passaggeri ‘estranei’ al gruppo e diretti alle località sarde di mare, ma divertiti nell’assistere ai fan ‘stropicciati’ ed euforici.

Il rocker ha radunato in Sardegna in due giorni oltre 70mila fan. Un ritorno gradito a 43 anni dalla sua unica esibizione davanti a Tavolara che risale ai tempi di “Bollicine”. In Gallura Vasco è arrivato con la terza doppietta di concerti dopo Rimini e Ferrara. Anche all’Olbia Arena Vasco ha proposto perle come “(Per quello che ho da fare) Faccio il militare” e “Domani sì, adesso no” che apriva il tour del 1985 di “Cosa Succede in città” ed è stata eseguita per la prima volta dal vivo proprio in Sardegna, ad Assemini.

E ancora “La noia”, ”Canzone”, “Siamo soli”, che in versione live uniscono tutte le “generazioni di sconvolti”. Tra i classici “Vita spericolata”, scritta proprio in Sardegna. Naturalmente il gran finale è ”Albachiara” sotto i fuochi d’artificio. Il rocker ha salutato con affetto la platea: “Siamo arrivati alla fine… Ma ogni fine è sempre un nuovo inizio. Vi voglio bene. Olbiaaaa!!!! È stato splendido!!! Siete arrivati da tutte le parti della Sardegna per queste due notti di Festa. Abbiamo fatto esplodere di gioia e di rock questa terra meravigliosa per due serate consecutive e abbiamo infiammato l’Olbia Arena per 70.000 cuori! Grazie Olbia! Grazie Sardegna! Evvivaaa!!!””.

E i fan, molti dei quali senza quasi più voce, hanno replicato cori e canti anche nel viaggio di ritorno Olbia-Genova. Febbre da Vasco.

L'articolo Il traghetto Genova-Olbia diventa una crociera-raduno di fan diretti al concerto Vasco Rossi: canti, balli, trenini e cori a squarciagola. Ecco cos’è successo – IL VIDEO proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Volo Ryanair in ritardo di 11 ore: passeggera ottiene 400 euro di rimborso ma deve pagarne 200 di spese legali. Ribaltone in Cassazione

Ottenere giustizia per un grave disservizio aereo e ritrovarsi a dover pagare le spese legali fino a dimezzare di fatto il risarcimento faticosamente conquistato. È il paradosso vissuto da una passeggera di Ryanair, protagonista di un’odissea legale che ha richiesto l’intervento della Corte di Cassazione per ripristinare il corretto principio di responsabilità.

Il ritardo e la sentenza del tribunale di Treviso

Come riportato dal quotidiano Il Gazzettino, i fatti risalgono alla metà di dicembre 2023, quando un volo della compagnia irlandese decollato da Malaga e diretto all’aeroporto Canova di Treviso accumula oltre 11 ore di ritardo. Di fronte al disagio, la viaggiatrice decide di tutelare i propri diritti affidando la pratica alla società specializzata Voloperso Srl. A seguito di una diffida formale, Ryanair si limita a offrire l’indennità base prevista dalla normativa, pari a 400 euro. La passeggera decide quindi di portare la vertenza davanti al giudice di pace.

Il tribunale locale conferma il diritto al risarcimento di 400 euro, aggiungendo il riconoscimento degli interessi maturati. Tuttavia, i giudici respingono la richiesta di rimborso delle spese legali. La motivazione della corte si fonda sulle condizioni contrattuali offerte dall’agenzia di assistenza: “La società Voloperso Srl si era impegnata a non richiederle alcun compenso, commissione o rimborso in caso di reclamo infruttuoso“, hanno scritto i giudici trevigiani nella sentenza. Questa interpretazione ha lasciato l’onere delle spese legali, pari a circa 200 euro, a carico della passeggera, decurtando di fatto la metà del risarcimento ottenuto.

L’intervento della Cassazione: annullata la sentenza

Ritenendo la decisione iniqua, la difesa della passeggera ha impugnato la sentenza portando il caso fino al terzo grado di giudizio. Gli Ermellini hanno dato ragione alla viaggiatrice, ribaltando completamente l’impostazione giuridica del tribunale di Treviso e annullando la sentenza precedente. La Suprema Corte ha stabilito un principio chiaro: la formula “zero rischi” offerta da un’agenzia a tutela del cliente non può trasformarsi in uno sconto per l’azienda colpevole del disservizio. Nelle motivazioni della sentenza, i giudici di Cassazione precisano che “la gratuità, concepita come protezione totale del consumatore da ogni rischio di esborso, non può tradursi in un vantaggio per la parte risultata inadempiente, pena la violazione del principio di causalità”.

Il principio di causalità e i prossimi passi

La pronuncia della Corte chiarisce in modo inequivocabile a chi spetti il saldo finale delle procedure legali in casi simili: “L’onere delle spese necessarie per la realizzazione del diritto deve gravare esclusivamente sul soggetto che, rendendosi inadempiente, ha reso necessaria l’attività di assistenza”. Con la sentenza della Cassazione che fa giurisprudenza in materia di tutele del viaggiatore, il fascicolo non è ancora definitivamente chiuso. Gli atti sono stati ora rinviati al tribunale di Treviso, che avrà il compito di rianalizzare il caso applicando il principio sancito dagli Ermellini e addebitando i costi legali direttamente a Ryanair.

L'articolo Volo Ryanair in ritardo di 11 ore: passeggera ottiene 400 euro di rimborso ma deve pagarne 200 di spese legali. Ribaltone in Cassazione proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“C’era una banana che era uguale al mio cane. Anche gli agrumi assomigliano agli occhi, all’iride. Quando vedo queste somiglianze smatto”: così Angelina Mango

“Secondo me un po’ tutto può essere spiegato con la frutta”. Parola di Angelina Mango, che nel podcast di Alessandro Cattelan “Supernova” ha raccontato di una sua curiosa teoria.

“Se tu guardi l’interno di una banana è una faccia sorridente, triste o arrabbiata, ha un’espressione. – ha detto la cantante – C’era una banana che l’altro giorno era uguale al mio cane. Anche gli agrumi, per esempio, assomigliano moltissimo agli occhi, all’iride. Quando vedo queste somiglianze smatto“.

La cantante ha pubblicato il 12 giugno il nuovo singolo con Marco Mengoni “Canto d’amore”: “Non avrebbe avuto senso per me fare musica senza dire cose vere, e parlare di quanto fosse tutto pazzesco, quando non lo era per me. E (l’album) caramé è questo. Credo ripaghi sempre il fatto che ci sia qualcosa di vero, anche sofferto, ma vero”.

E ancora: “Quello che voglio è fare musica. Nel tour di marzo, per esempio, ho completamente escluso tutto ciò che riguardasse vestiti, fitting, trucco e parrucco… Volevo togliere tutta quella parte, andare lì e fare musica, ma non perché tutto il resto sia sbagliato. Adesso piano piano sto cercando di recuperare e riprendere anche quella parte”.

“La persona che sono diventata dopo un anno e mezzo ha delle cose in più da dire, delle cose che ha imparato. – ha concluso – Mi sono presa il mio tempo e adesso mi sento molto diversa, forse in meglio. Sono un po’ più tranquilla. Per me la priorità è sempre stare centrati con se stessi. Per un attimo ho avuto paura che tutti si scordassero di me, ma questo timore è passato subito. Anche se si fossero dimenticati, mi piace ripresentarmi con questo disco e con la persona che sono adesso”.

L'articolo “C’era una banana che era uguale al mio cane. Anche gli agrumi assomigliano agli occhi, all’iride. Quando vedo queste somiglianze smatto”: così Angelina Mango proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Leapmotor B05, la prova de Il Fatto.it – Autonomia reale e dotazione completa – FOTO

1 / 6

leapmotor b05

2 / 6

leapmotor b05

3 / 6

leapmotor b05

4 / 6

leapmotor b05

5 / 6

leapmotor b05

6 / 6

leapmotor b05

“Il prezzo è come il tartufo: è buono, ma copre tutto”, sorride Federico Scopelliti, direttore di Leapmotor per l’Italia, il primo mercato dopo la Cina, peraltro destinato a venire superato dalla Germania e dal Regno Unito (nazioni nelle quali si vendono molte più macchine) dove la raccolta ordini sta crescendo in maniera quasi esponenziale. Leapmotor ha Stellantis come azionista di riferimento (21%) e fuori dalla Repubblica Popolare, le operazioni della joint venture sono controllate al 51% dalla stessa Stellantis, che beneficia del successo del marchio, diventato paradossalmente popolare in Italia con una elettrica, la T03, che grazie agli incentivi si riusciva ad acquistare ad un prezzo inferiore a quello di una e-bike. La risposta è stata quasi entusiastica nella parte meridionale del Belpaese, tanto che Leapmotor è diventato il marchio più venduto in Campania con picchi di vendita anche in Sicilia, in città come Catania e Ragusa.

La nuova B05 non è solo più lunga (4,43 metri di lunghezza) e più larga (1,88 metri, la taglia maggiore nel segmento), ma anche più brillante con la sua trazione posteriore e la sua unità da 218 Cv e 240 Nm di coppia. Con il launch control ha uno spunto da 0 a 100 orari di 6,7” (170 km/h di velocità massima) che la rendono anche piuttosto “peperina”. Circa l’autonomia, un parametro sempre più importante, nell’omologazione Leapmotor sembra non aver spinto troppo, nel senso che è sin troppo facile restare sotto i 15,9 kWh/100 km dichiarati: dopo i cento movimentati chilometri di prova il consumo si è attestato attorno ai 15, ma scendere sotto i 14 anche guidando in maniera disinvolta non è affatto complicato.

La vocazione è quella di una sportiva, peraltro sviluppata espressamente per il mercato del Vecchio Continente e con un bagagliaio con una capienza compresa fra i 345 e 1.400 litri, e di sicuro al volante si apprezza una sostanziale e piacevole precisione dello sterzo, un rassicurante assetto legato anche dalla calibratura europea degli ammortizzatori e un notevole equilibrio (non solo tra i pesi).

Ispirata esteticamente ad una coupé e ambientata tecnologicamente nel mondo digitale, la Leapmotor B05 non ha praticamente alcun tasto fisico: tutte le funzioni si comandano del generoso schermo centrale da 14.6”. Per chi è abituato all’ecosistema analogico è un cambiamento radicale, anche se in Cina si lavora già ad un’evoluzione con la quale torneranno alcuni pulsanti.

Le linee sono essenziali, quasi pure (le portiere sono anche prive di profilo), e influiscono sul coefficiente aerodinamico di 0,26, che beneficia di soluzioni come la griglia attiva o come i deflettori anteriori laterali che assieme valgono oltre 12 chilometri di percorrenza in più. Offerta con batterie litio-ferro-fosfato da 56,2 e 67,1 kWh, la B05 è accreditata di autonomie comprese fra 401 e 482 chilometri e tempi di ricarica (la potenza massima è di 168 kW) di 17 minuti per un rifornimento fra il 30 e l’80%.

La considerazione iniziale di Scopelliti riguarda il fatto che il prezzo tende a coprire l’elevato livello tecnologico e di sicurezza (due e modelli, entrambi con le 5 stelle EuroNcap ai crash test) offerto da Leapmotor. L’armamentario è generoso, a cominciare da 21 Adas, di serie su ogni versione, e su un listino semplice che include pochi accessori, cinque colori e tre allestimenti. “Offriamo tecnologia elettrica avanzata accessibile a tutti”, insiste il manager, il quale immagina che la B05 possa incidere per il 30% sui volumi a zero emissioni in Italia.

L’entry level parte da 26.900 euro, mentre il top di gamma (con sellerie in ecopelle e il grande tetto panoramico) arriva a 30.900. In fase di lancio, si può avere con una sforbiciata di 4.000 euro sul prezzo: 3.000 valgono per tutti, anche senza finanziamento, e gli altri 1.000 si possono avere in caso di permuta o rottamazione. Con questo modello, peraltro fabbricato in Cina, Leapmotor punta a diffondere la mobilità elettrica (la T03 si continua a vendere bene anche senza incentivi) e elettrificata.

L'articolo Leapmotor B05, la prova de Il Fatto.it – Autonomia reale e dotazione completa – FOTO proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

L’India non c’è, ma ci sono gli indiani: le storie dei quattro calciatori ai Mondiali

Delle dieci potenze mondiali l’unica a non aver mai giocato una Coppa del Mondo di calcio è l’India. Per la verità una volta era anche riuscita a qualificarsi: per il mondiale brasiliano del 1950, visto il ritiro di tutte le altre nazionali della sua area, ma alla fine anche l’India si ritirò e per un motivo singolare. La Fifa, infatti, comunicò a tutte le squadre che non ci sarebbero state deroghe alle… scarpe. Già, era il 1950, molti calciatori indiani abituati a giocare scalzi comunicarono che se non a piedi nudi non avrebbero preso parte alla competizione. Secondo indiscrezioni però dietro la motivazione ufficiale c’era il timore di fare una figuraccia, visto il calibro delle avversarie (l’India avrebbe giocato la prima gara contro l’Italia, che aveva vinto le ultime due edizioni della Coppa).

Mondiali 2026, la classifica dei gironi aggiornata
Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta

Di fatto nuove occasioni di partecipare alla massima competizione calcistica non ci sono state da allora. Il massimo risultato raggiunto è un secondo posto in Coppa d’Asia nel 1964. Il calcio, insomma, non fa breccia nel cuore degli indiani, più affezionati al cricket, e poi al badminton, alla lotta o all’hockey sul prato. Tuttavia, se anche al Mondiale 2026 in Stati Uniti, Canada e Messico l’India non c’è, ci sono gli indiani.

Sono quattro infatti i calciatori d’origine indiana che partecipano, con quattro nazionali diverse, alla competizione. Nella Nuova Zelanda c’è Sapreet Singh, le cui radici sono inequivocabili già dal cognome: centrocampista offensivo di grande talento, è stato anche il primo calciatore di origini indiane a giocare in Bundesliga: vanta due presenze nel Bayern Monaco (e due ottime stagioni al Bayern Riserve) e oggi gioca in Australia.

Mondiali 2026, i gironi e il nuovo regolamento
Calendario Mondiali: date e orari, dove vedere le partite in tv
L’albo d’oro dei Mondiali

E proprio nell’Australia gioca in attacco Nishan Velupillay, padre originario dello Sri Lanka e madre anglo-indiana, cresciuto nel Melbourn Victory dove gioca tutt’ora come ala sinistra: con i Socceroos ha avuto un impatto importante fin dall’esordio, con un gol importantissimo messo nella gara di qualificazione contro la Cina, dopo pochi secondo dal suo ingresso in campo.

E nel centrocampo del Congo sarà schierato Samuel Moutoussamy, mediano ormai trentenne che gioca nell’Atromitos in Grecia. Moutoussamy arriva dalla Francia, la mamma è congolese mentre il padre è franco-guadalupense ma di origine tamil. Cresciuto nel vivaio nel Lione, si è affermato in particolare al Nantes: gioca nella nazionale congolese ormai dal 2018.

Il talento più interessante di origine indiana gioca nel Qatar, ed è Tahsin Mohammed Jamshid, un 2006 che gioca come ala sinistra, attaccante che può giocare sia come seconda punta che come ala, visto che è molto bravo nell’uno contro uno. Il padre e la madre arrivano dal Kerala e si trasferirono a Doha nel 1996: anche il papà è stato un buon calciatore a livello universitario.

L’India evidentemene dovrà ancora aspettare per vedere la propria bandiera sventolare in un Mondiale di calcio. Intanto, però, milioni di indiani sparsi per il mondo possono riconoscersi nelle storie di Singh, Velupillay, Moutoussamy e Jamshid. Quattro maglie diverse, quattro percorsi differenti, ma un filo comune che attraversa continenti e generazioni. Perché forse nel 2026 la storia (calcistica) di un Paese non si racconta soltanto attraverso la sua nazionale, ma anche attraverso i figli e i nipoti che ne portano le radici sui palcoscenici più importanti del mondo.

L'articolo L’India non c’è, ma ci sono gli indiani: le storie dei quattro calciatori ai Mondiali proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Romanzo Quirinale”, il libro di Savino Balzano che sfida il racconto intoccabile del Colle

Il Quirinale è davvero rimasto il garante imparziale previsto dalla Costituzione? Da questa domanda prende le mosse “Romanzo Quirinale”, il nuovo libro di Savino Balzano, edito da Paper First, che ripercorre alcune delle scelte più significative delle ultime presidenze della Repubblica per proporre una lettura critica del ruolo assunto dal Colle nella vita politica italiana.

Nessuno osa criticarlo. Nessuno pronuncia il suo nome senza un leggero inchino. Politici, giornalisti, opinionisti: tutti in coro ne esaltano stile, saggezza e infiniti meriti. Chi prova a discostarsi viene additato, isolato, ostracizzato. Si scrive che il Presidente della Repubblica sia l’unica istituzione davvero funzionante, l’uomo più amato d’Italia, il custode supremo della Costituzione. Ma è davvero così? È vero che Sergio Mattarella sia tanto stimato e ammirato dal popolo italiano?

Savino Balzano smonta una per una le bugie di questo racconto. Concentrandosi sulle dichiarazioni e soprattutto sui silenzi degli ultimi due Capi dello Stato, mostra cosa si nasconde dietro il racconto ricamato dal sistema: una condotta opaca e ambigua, che lascia intravedere spettri preoccupanti. Un testo politico spietato, diretto, semplice e onesto. Paragonando l’operato di Mattarella e Napolitano a quello di altri – a partire da Sandro Pertini – emerge una verità scomoda: certe scelte hanno reso il Quirinale pericoloso per la tenuta democratica del Paese.

Il Presidente della Repubblica ha vampirizzato una politica debole e inetta per garantire interessi esterni, allontanandosi dalla Costituzione sulla quale pure questi uomini hanno giurato.

In libreria e in tutti gli store online

L'articolo “Romanzo Quirinale”, il libro di Savino Balzano che sfida il racconto intoccabile del Colle proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Non ha pagato fatture e bollette”: amministratore scappa in Thailandia lasciando i condòmini con migliaia di euro di debiti

Le tapparelle sono abbassate. Sul citofono nessuno risponde. Davanti all’ingresso dello studio, qualche condomino si ferma ancora, quasi per riflesso, come si fa davanti a una porta dietro la quale si spera di trovare una spiegazione. O almeno qualcuno disposto a fornirla. Invece niente. A Foggia, da settimane, il nome dell’amministratore di condominio più discusso della città rimbalza da un’assemblea all’altra, attraversa gruppi WhatsApp infuocati e finisce sulle scrivanie degli avvocati. Una storia che sembra uscita da una sceneggiatura scritta a metà tra il giallo di provincia e la commedia all’italiana. Con una differenza: qui nessuno ride davvero. Tutto comincia dalle bollette.

O meglio, dalle bollette che avrebbero dovuto essere pagate e che invece, secondo le denunce presentate dai condòmini, sono rimaste lì, impilate come una torre di Jenga pronta a crollare. Nel grande complesso residenziale di viale Pinto il conto è da capogiro: oltre 221 mila euro di debiti accumulati. Circa 150 mila euro verso l’Acquedotto Pugliese, il resto tra energia elettrica, pulizie e altre forniture. Numeri che fanno girare la testa più velocemente di una riunione condominiale convocata per decidere il colore dell’androne. Eppure il vero problema non è la cifra. È che quella cifra potrebbe essere soltanto l’inizio. Camminando tra i palazzi coinvolti, la sensazione è che ogni portone nasconda una storia simile. Una verifica tira l’altra. Un estratto conto ne richiama un altro. E quello che sembrava un caso isolato sta assumendo le dimensioni di una possibile voragine economica che, secondo alcune stime ancora da verificare, potrebbe superare il milione di euro. C’è chi parla di due milioni. C’è chi preferisce non fare conti e aspettare gli accertamenti.

Ma c’è soprattutto chi deve pagare. «Abbiamo capito che qualcosa non quadrava circa otto mesi fa», raccontano Mauro Zuppardi e Pina Cutolo, due dei residenti diventati il volto della protesta. La scoperta arriva quasi per caso, come spesso accade nelle storie peggiori. Una telefonata all’impresa delle pulizie. Una domanda fatta senza particolari sospetti. Una risposta che cambia tutto. Arretrati superiori a 15 mila euro. Da quel momento i condòmini si trasformano in investigatori improvvisati. Nessun distintivo, nessuna sirena. Solo faldoni, ricevute e una quantità di caffè probabilmente incompatibile con qualsiasi prescrizione medica. Scoprono che l’assicurazione del condominio è scaduta. Che su una palazzina grava un decreto ingiuntivo. Che esistono problemi con la fornitura dell’acqua. Poi arriva il colpo più duro. Agli sportelli dell’Acquedotto Pugliese emerge un debito di circa 150 mila euro accumulato dal 2021. Da qui immediatamente i condòmini convocarono l’amministratore che con molta tranquillità rispose minimizzando «di stare tranquilli, non vi preoccupate è una prassi normale» e per evitare di alzare il polverone aggiunse «I conti torneranno al posto. C’è un piano di rientro». Anzi, più di uno. Il problema, sostengono oggi i condòmini, è che nessuno di quei piani sarebbe mai arrivato realmente al traguardo.

E come in ogni storia che inizia a sfiorare il surreale, spunta un dettaglio che sembra scritto da uno sceneggiatore particolarmente fantasioso. Secondo quanto riferito ad alcuni residenti dall’ente Acquedotto Pugliese, negli anni la fornitura dell’acqua sarebbe stata sospesa più volte. E ogni volta qualcuno avrebbe rimosso i sigilli consentendo all’acqua di continuare a scorrere mentre il debito cresceva nell’ombra. Per evitare nuovi distacchi, l’Acquedotto Pugliese ha concesso una rateizzazione chiedendo però un anticipo immediato. Così molte famiglie si sono ritrovate davanti a un paradosso degno di un manuale di burocrazia creativa: pagare una seconda volta bollette che avevano già versato attraverso le quote condominiali. «Stiamo pagando tutto due volte», ripetono. E nelle assemblee quella frase è diventata una sorta di slogan involontario. La vicenda esplode definitivamente quando un altro stabile cittadino, in via Rovelli, resta senz’acqua per quasi due giorni. Anche lì l’amministratore è lo stesso. Anche lì i residenti devono anticipare denaro per ottenere il riallaccio.

Da quel momento il passaparola corre più veloce di qualsiasi comunicazione ufficiale. Ogni condominio controlla i propri conti. Ogni verifica apre nuove domande. Ogni domanda sembra portare nella stessa direzione. Particolarmente delicato è il capitolo relativo ai movimenti bancari. Alcuni condòmini, dopo aver richiesto chiarimenti, avrebbero ottenuto documentazione dalla quale emergerebbero trasferimenti di somme dai conti condominiali verso il conto personale dell’amministratore. Saranno le indagini a stabilire responsabilità e destinazione effettiva del denaro. Ma è proprio qui che la storia cambia tono e diventa quasi cinematografica. Quando i sospetti iniziano a trasformarsi in contestazioni formali, l’amministratore comunica di dover raggiungere la Thailandia, dove risiederebbe la moglie. Poi il silenzio. Telefono spento. Studio chiuso. Nessuna risposta.

A Foggia la notizia viaggia ormai accompagnata da una battuta amara che cambia a seconda del quartiere ma mantiene sempre lo stesso concetto: tutti sanno dove sarebbero dovuti finire i soldi. Nessuno sa dove siano finiti davvero. Oggi una trentina di condòmini si è affidata all’avvocato Giovanni Marseglia, che ha presentato una querela alla Guardia di Finanza ipotizzando i reati di truffa e appropriazione indebita. Gli accertamenti sono in corso e sarà la magistratura a chiarire l’effettiva portata della vicenda. Intanto, nei cortili e negli androni dei palazzi coinvolti, resta una certezza condivisa da tutti. Per anni l’unica cosa che sembra aver funzionato con assoluta puntualità è stata la raccolta delle quote condominiali. Il problema, adesso, è capire quale strada abbiano preso dopo aver varcato la soglia della cassa.

L'articolo “Non ha pagato fatture e bollette”: amministratore scappa in Thailandia lasciando i condòmini con migliaia di euro di debiti proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Maturità, la denuncia: “Agli studenti con disabilità negato il diritto di ripetere l’anno”

“L’esame di maturità non è uguale per tutti, esiste una normativa che discrimina gli studenti con disabilità rispetto a quelli senza”. A denunciarlo a ilfattoquotidiano.it è Evelina Chiocca, presidente e tra i fondatori della Federazione Osservatorio182, organizzazione costituita da oltre 20 associazioni rappresentative delle persone con disabilità e delle loro famiglie, presente con otto sedi regionali. “In Italia ci sono delle regole differenti che colpiscono esclusivamente gli alunni che vivono condizioni di fragilità che si apprestano a svolgere l’esame di Stato al termine dell’ultimo anno delle scuole superiori. Le leggi vigenti sull’esame di maturità consentono agli studenti che non sostengono una o più prove d’esame di ripetere l’anno scolastico, mentre per gli alunni con disabilità che non dovessero sostenere una o più prove prevede il rilascio dell’attestato di credito formativo. Agli uni è concessa la ripetizione e quindi la possibilità di conseguire il diploma”, segnala Chiocca, “agli altri, in quanto persone con disabilità, questo diritto di ‘ripetere’ non viene concesso. Si parla tanto di inclusione scolastica, ma qui siamo di fronte a qualcosa di molto grave che è l’opposto del concetto di pari opportunità e di uguaglianza di fronte alla legge”, evidenzia l’esperta.

La Federazione Osservatorio182 si costituisce a settembre 2024 e prende il nome dal decreto 182/2020, legge che ha previsto un nuovo modello nazionale di Piano educativo individualizzato (Pei) con rinnovate modalità di assegnazione del sostegno didattico agli alunni con disabilità. “La differenza di trattamento in occasione dell’esame di maturità verso gli alunni con disabilità è poco trattata sui media ma è una questione molto sentita dalle famiglie e colpisce quasi nel silenzio generale ragazze e ragazzi con disabilità”, afferma Chiocca. Nel decreto legislativo 62/2017 (art.20, comma 5) è indicato che “agli studenti con disabilità per i quali sono state predisposte dalla commissione/classe, in base alla deliberazione del consiglio di classe di cui al comma 1, prove d’esame non equipollenti, o che non partecipano agli esami o che non sostengono una o più prove, è rilasciato l’attestato di credito formativo”. “Questa disposizione normativa”, aggiunge la presidentessa dell’Osservatorio182, “è stata confermata e ripresa quest’anno dall’Ordinanza Ministeriale n. 54 del 26 marzo”

Se uno studente con disabilità non sostiene una o più prove d’esame, allora si vede consegnare solo un attestato con un valore evidentemente inferiore rispetto al diploma di scuola secondaria di secondo grado. Ma non è solo questo. “Nei fatti viene negata la libertà di scelta di poter ripetere l’anno come invece è consentito ai propri compagni senza disabilità. Questo diverso trattamento”, aggiunge Chiocca, “riguarda anche gli studenti con disabilità per i quali è stato adottato un percorso personalizzato, finalizzato al conseguimento del diploma, se non si presentano all’esame di Stato o se non sostengono una o più prove d’esame non ricevono il diploma, come invece accade per gli altri compagni di classe”.

Chiocca, già presidente anche del Coordinamento Italiano Insegnanti di Sostegno (C.I.I.S.), docente nei corsi universitari di specializzazione TFA sostegno, conclude rilasciando a ilfattoquotidiano.it un appello indirizzato alle istituzioni: “L’alunno con disabilità subisce quindi un trattamento differente, a fronte della stessa identica situazione. Chiediamo un intervento correttivo urgente, affinché questa forma di discriminazione nei confronti degli studenti e delle studentesse con disabilità venga cancellata dall’ordinamento legislativo italiano”. L’Osservatorio182 offre assistenza legale gratuita alle famiglie che hanno figli con disabilità in età scolare oltre a organizzare incontri per informazione-consulenze rivolti ai genitori e corsi di formazione in itinere dedicati ai docenti sul tema del sostegno scolastico.

L'articolo Maturità, la denuncia: “Agli studenti con disabilità negato il diritto di ripetere l’anno” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Caccia, la riforma “spara-tutto” arriva in Senato: bocciata dall’Ue e ora pure dal Consiglio d’Europa, perché la legge è “pericolosa per la fauna e per noi”

A un anno dalla scadenza della legislatura, la riforma che punta a stravolgere la legge 157/92 (Norme per la protezione della fauna selvatica e per il prelievo venatorio) arriva in Senato. Dove due anni fa non è riuscita la Lega con una sua proposta (firmata da Francesco Bruzzone), dove Francesco Lollobrigida ha subìto una – parziale – sconfitta (il ministro di FdI avrebbe preferito un iter più snello, ma lo scorso anno ha incassato lo stop del governo), ecco che il centrodestra unito è vicino al proprio obiettivo. Vale a dire: approvare il disegno di legge 1552 (ddl Malan) e sventolare la bandierina in favore di una fetta consistente di elettorato: cacciatori, mondo agricolo (che da tempo ha messo le mani sull’attività venatoria) e armieri. Tre lobby unite da interessi comuni e il cui pressing nei palazzi del potere è asfissiante.

Ambiente e scienza fatti a pezzi

Va detto che, accanto alla riforma, FdI-Lega-FI parte dei propri scopi li hanno già ottenuti. In un modo più scaltro – qualcuno userebbe un aggettivo diverso – attraverso strade meno dirette ma altrettanto efficaci. Il primo colpo fu quello dell’emendamento Foti: una norma buttata lì nei giorni concitati dell’approvazione della legge di Bilancio del 2022 (il governo Meloni era da poco in carica) che, approvata, consente di sparare nelle aree protette e nei parchi urbani. Da lì il centrodestra ha fatto di questa strategia meno visibile, specialmente per l’impatto sull’opinione pubblica e sui media, il proprio modus operandi. Come? Per sparare sui valichi montani dopo il divieto del Consiglio di Stato – una rivoluzione, specialmente nelle Regioni del Nord – ecco che arriva la norma, inserita nella legge sulla Montagna, che aggira lo stop. Per trasformare le aziende faunistico-venatorie in aziende con scopo di lucro, ecco un’altra modifica alla manovra. Questa volta, a fine 2025. E ad esultare è Coldiretti: i proprietari, una volta riconosciuti come agricoltori, accederanno agli ingenti fondi della Pac. Per non parlare dell’assalto all’Ispra, i cui tentativi di depotenziarla sono costanti. Non ultimo, la nomina a presidente – per la prima volta nella storia dell’istituto, in teoria un organismo specificamente scientifico e indipendente – di una figura non tecnica, e cioè la ex senatrice di Forza Italia, Alessandra Gallione

Ma torniamo alla riforma della caccia. Il percorso nelle commissioni Ambiente e Agricoltura di Palazzo Madama è stato, salvo significative eccezioni, lineare. Esaminati gli oltre 2mila emendamenti, il centrodestra ha approvato (quasi) tutto ciò che desiderava approvare. Vale però la pena citare i cortocircuiti nel cammino del disegno di legge. Per esempio quando ha tentato di rendere realtà un incubo: aprire la caccia agli stambecchi, una specie che si è salvata dall’estinzione provocata proprio dai cacciatori nella seconda metà dell’Ottocento, protetta fin da allora ma ancora molto fragile. Un incubo che per fortuna è durato pochi giorni: dopo le proteste del mondo scientifico e accademico, la marcia indietro della maggioranza, con lo stesso Lollobrigida che ha voluto far sapere che è intervenuto di persona per ripristinare il divieto assoluto di caccia.

C’è stato poi il caso curioso del subemendamento di Bartolomeo Amidei di FdI (quello che voleva dare il fucile in mano ai 16enni, per capirci), che però in questa occasione ha proposto una modifica assennata e del tutto condivisibile: raddoppiare la distanza entro cui è vietato sparare da fattorie didattiche, agriturismi e aziende agricole. Da 150 a 300 metri. Che cosa è successo? Il mondo venatorio è insorto e il provvedimento è stato ritirato. Chiudiamo questa breve carrellata con un argomento molto caro alle doppiette: l’uso delle munizioni al piombo nelle zone umide. Qui la maggioranza si è dovuta conformare alle richieste dell’Unione europea, che intanto aveva avviato una procedura d’infrazione. Proprio per evitare le sanzioni, il centrodestra ha ripristinato il divieto di queste specifiche munizioni nei pressi di laghi, torbiere, pantani. Lo ha fatto approvando un emendamento che, a dirla tutta, crea confusione per chi pratica la caccia nelle zone umide temporanee.

Ue e Consiglio d’Europa contro il governo

Nel percorso della riforma, però, si è verificato un intoppo politico ben peggiore e, per il governo, imbarazzante. Poco più di un mese fa, grazie alle associazioni Enpa, Lac, Lav, Legambiente, Lipu e Wwf Italia, è saltato fuori che la Commissione europea, attraverso la Direzione generale Ambiente, ha scritto al Mase per sottolineare come il ddl Malan rischi di entrare in conflitto con le normative Ue. In particolare con la Direttiva Habitat e la Direttiva Uccelli. Anche qui, la conseguenza è che l’Italia finisca sotto procedura d’infrazione. “Le modifiche proposte sollevano diverse preoccupazioni” hanno scritto da Bruxelles. A peggiorare il quadro, già di per sé piuttosto grave, è stato il comportamento del governo, che ha tenuto la lettera ben nascosta. La missiva, infatti, risale a dicembre. Ed è diventata pubblica solo grazie alle associazioni animaliste e ambientaliste.

Ma non è tutto. Perché ilFattoQuotidiano.it può anticipare che il ministero dell’Ambiente ha ricevuto un’altra lettera di protesta. Questa volta dal Consiglio d’Europa, l’organizzazione che si occupa di tutelare lo Stato di diritto, i diritti umani e la democrazia dei 46 Paesi membri. In particolare, dal Comitato permanente della Convenzione di Berna. La senatrice di Verdi Alto Adige/Südtirol, Aurora Floridia, presidente del Network per un ambiente sano al Consiglio d’Europa, rivela che “il presidente del Comitato permanente della Convenzione di Berna, dopo la mia segnalazione sulle gravi criticità del DDL 1552 sulla caccia, ha inviato una formale richiesta di chiarimenti al Mase. È un fatto di enorme rilevanza, perché in questo momento viene richiesto al governo italiano di dimostrare, sul piano giuridico e scientifico, che questo disegno di legge è compatibile con gli obblighi assunti dall’Italia con la Convenzione di Berna“.

Dopo l’intervento della Commissione europea, dunque, “arriva adesso un nuovo e autorevole richiamo internazionale. Lo stiamo dicendo da mesi: questo disegno di legge rappresenta un gravissimo arretramento nella tutela della fauna selvatica. Se anche di fronte a questa ulteriore richiesta, il governo dovesse decidere di proseguire senza modifiche sostanziali, non esiterò ad attivare le ulteriori procedure previste dalla Convenzione di Berna, perché la fauna selvatica non può pagare il prezzo di una scelta politica scellerata e sorda a tutti i richiami, anche quelli espressi con forza dalle associazioni nazionali”. E ancora: “In un Paese in cui sempre più specie animali sono in difficoltà e sotto pressione a causa degli effetti del cambiamento climatico, è difficile comprendere come l’urgenza dell’attuale governo sia quella di estendere l’attività venatoria. E lo affermo con assoluta convinzione: la caccia non è tra le priorità degli italiani. Non è accettabile che questo disegno di legge venga portato avanti con tanta insistenza, bloccando di fatto due Commissioni. Il governo e la maggioranza – conclude Floridia – si fermino prima di portare in Aula un testo così contestato e sul quale gravano seri dubbi di compatibilità anche con il diritto internazionale ed europeo. La tutela della fauna selvatica non è un capriccio ideologico. È una questione di vita, anche della nostra”.

“Il provvedimento non rappresenta un episodio isolato, ma si inserisce in una strategia normativa avviata a partire dal 2023. In tre anni sono stati adottati otto diversi interventi legislativi che hanno modificato la legge sulla caccia in 23 punti, intervenendo più volte sugli stessi articoli senza risolvere le criticità dichiarate e, anzi, contribuendo ad aggravarle”. A parlare è Domenico Aiello, Responsabile tutela giuridica della Natura WWF Italia e uno dei massimi esperti di tutela della fauna selvatica in Italia. “A meno di un anno dalla fine della legislatura il bilancio è fallimentare: due procedure di infrazione europee aperte, una procedura Pilot ancora in corso, problematiche legate alla fauna selvatica che non sono state risolte ma amplificate, insieme a un aumento evidente di insicurezza, atti di intolleranza e illegalità. Difendere la fauna selvatica significa difendere un bene comune e garantire la sicurezza dei cittadini – conclude Aiello – questo disegno di legge va nella direzione opposta e deve essere fermato”.

I contenuti della riforma: fucili in spiaggia, strage di uccelli, più specie cacciabili

La fauna selvatica non viene più vista come un patrimonio della collettività da proteggere (secondo la legge è patrimonio indisponibile dello Stato). Al termine “protezione” presente nel titolo, viene anteposto quello di “gestione” e la caccia viene definita per legge come l’attività che “concorre alla tutela della biodiversità e dell’ecosistema”. Questo stravolgimento della realtà ha la funzione di tentare di rendere ogni misura a favore della caccia come coerente con i principi costituzionali, specialmente l’articolo 9 che tutela la biodiversità, gli ecosistemi e gli animali.

Tra le specie cacciabili entrano l’oca selvatica e il piccione e si rende più agevole includere ulteriori specie con un provvedimento del presidente del Consiglio senza bisogno del parere dell’Ispra, mentre viene recepito il declassamento del lupo da strettamente protetto a protetto. Apertura per i fucili nel demanio marittimo, e dunque potenzialmente litorali, scogliere, spiagge, ma anche nel demanio forestale. Si estendono le aree cacciabili, addirittura obbligando le Regioni a verificare che quelle destinate alla protezione della fauna selvatica non eccedano il limite del 30%. Viene estesa la stagione venatoria oltre il mese di febbraio, cioè nel periodo di migrazione prenuziale e nidificazione (violando la Direttiva Uccelli). Viene eliminato l’obbligo di scelta di una delle tre opzioni di caccia e il cosiddetto legame cacciatore-territorio, attraverso l’ampliamento degli ATC e la previsione di maggiore mobilità venatoria (dunque viene meno il principio secondo cui il cacciatore “conosce” il proprio territorio e lo tutela).

E ancora: depotenziamento dell’Ispra, il massimo organo scientifico pubblico in materia ambientale a favore di un organo politico filo-caccia, il Comitato Tecnico Faunistico-Venatorio Nazionale. Liberalizzazione dei richiami vivi, con la possibilità di catturare gli uccelli che, una volta imprigionati in minuscole gabbie, servono da “esca” per uccidere altri volatili; in più, nessun limite alla detenzione di uccelli provenienti da allevamento (cosa già adesso difficile da dimostrare). Il favore ai cacciatori stranieri, anche extra Ue, che potranno fare turismo venatorio in Italia senza grossi vincoli e senza limite numerico. Sanzioni per chi protesta contro le uccisioni (900 euro) e, naturalmente, poco o nulla per contrastare il bracconaggio e la caccia di frodo. Sanzioni addirittura ridotte per chi caccia illegalmente in parchi nazionali o città.

Particolarmente grave è l’ultimo emendamento, presentato dai relatori in queste ore, che interviene sul sistema sanzionatorio. Dopo aver annunciato un rafforzamento delle sanzioni – già ritenuto dalle associazioni insufficiente e non conforme agli obblighi derivanti dalla direttiva europea sulla tutela penale dell’ambiente – il governo ha fatto marcia indietro sotto la pressione del mondo venatorio. Il nuovo emendamento riduce le sanzioni per chi uccide specie protette e trasforma in facoltativa la sospensione della licenza di caccia, che prima era obbligatoria. In questo modo viene meno la certezza della pena e la legalità diventa, di fatto, una scelta discrezionale.

Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it
Instagram

L'articolo Caccia, la riforma “spara-tutto” arriva in Senato: bocciata dall’Ue e ora pure dal Consiglio d’Europa, perché la legge è “pericolosa per la fauna e per noi” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Le cure non dovrebbero mai avere un confine: Fondazione Il Fatto Quotidiano a fianco di Soleterre

In Palestina, la sanità pubblica è stremata. Meno del 20% della popolazione ha un accesso regolare a un ospedale funzionante. Per un bambino malato, la strada verso la guarigione è un labirinto di checkpoint, strade bloccate e attese burocratiche infinite (anche fino a 3 mesi prima di iniziare le cure).

5.200 i nuovi casi di tumore diagnosticati ogni anno in Palestina. Dal 40% al 60% dei pazienti è costretto a rinunciare alle cure per motivi economici o geopolitici. Oggi, se hai bisogno di un trapianto salvavita in Palestina, l’unica opzione è andare all’estero. Ma questo significa:

– Un rischio clinico altissimo: viaggiare per ore con le difese immunitarie azzerate.
– Costi insostenibili: curarsi all’estero costa alla sanità pubblica fino al 300% in più.
– Famiglie spezzate: bambini piccolissimi che affrontano mesi di isolamento, lontani da mamma, papà e fratellini.

La nostra risposta: “Grande contro il Cancro”
La Fondazione il Fatto Quotidiano vuole supportare Soleterre che crede da sempre in una cosa semplice: “La salute è un diritto umano universale, non un privilegio legato al passaporto. Dal 2010, con il programma “Grande contro il cancro”, lottiamo per azzerare la mortalità dei bambini oncologici”.

A Ramallah, in Cisgiordania, è prevista per l’autunno la realizzazione, presso l’Istishari Arab Hospital, della prima Unità di Trapianto di Cellule Staminali Ematopoietiche di tutta la Palestina. Un progetto strategico e innovativo per il sistema sanitario palestinese, che garantirà accesso a cure salvavita finora negate o ritardate, contribuendo allo sviluppo di un sistema sanitario più autonomo. Il progetto permetterà ai pazienti di curarsi nel proprio territorio, senza dover affrontare trasferimenti complessi e costosi, con un impatto non solo economico ma anche emotivo: le famiglie sono oggi costrette a separarsi per affrontare le cure all’estero. Al momento il progetto è nel pieno della fase di scambio formativo, con sessioni di training già avvenute in Italia e a maggio in Palestina. A essere coinvolti una decina tra ematologi, pediatri e infermieri del San Gerardo (Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori – Monza), Azienda Ospedaliera San Camillo – Forlanini di Roma, Ospedale San Francesco di Nuoro.

Non è un sogno lontano, c’è già una strategia scientifica e concreta:

  • Formazione d’eccellenza: stiamo già formando un’équipe di 9 medici e infermieri palestinesi nei migliori ospedali italiani (Monza, Roma, Nuoro).
  • Ottobre 2026: è la data del nostro appuntamento con la storia. Verrà eseguito il primo trapianto a Ramallah, con la supervisione sul posto dei medici specialisti italiani.
  • Verso l’autonomia (2027-2028): l’obiettivo è rendere l’ospedale totalmente indipendente, slegando la Palestina dalla dipendenza estera.

Noi della Fondazione il Fatto Quotidiano ci auguriamo che nessun bambino debba mai più sentirsi dire che la sua vita dipende da un confine.

Aiutaci a dare a centinaia di bambini la possibilità che oggi manca: curarsi liberi, nel proprio Paese.

L'articolo Le cure non dovrebbero mai avere un confine: Fondazione Il Fatto Quotidiano a fianco di Soleterre proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Vespa festeggia 80 anni a Roma. Attesi migliaia di appassionati da 60 Paesi

Nata nel 1946, la Vespa ha accompagnato la ricostruzione del dopoguerra e l’evoluzione della mobilità italiana, trasformandosi progressivamente in un fenomeno globale. Oggi il marchio si avvicina al traguardo dei 20 milioni di esemplari prodotti e continua a rappresentare uno dei simboli più riconoscibili dello stile italiano nel mondo. Per festeggiarla degnamente, Roma si prepara a ospitare la più grande celebrazione mai dedicata al celebre scooter. Dal 25 al 28 giugno 2026 la Capitale accoglierà infatti “Vespa Roma 2026 – 80 Years of an Icon”, l’evento organizzato dal Gruppo Piaggio con il patrocinio di Roma Capitale per festeggiare gli ottant’anni dello storico scooter nato nel 1946.

Per quattro giorni il Foro Italico e lo Stadio dei Marmi si trasformeranno nel Vespa Village, il quartier generale della manifestazione che riunirà decine di migliaia di appassionati provenienti da tutto il mondo. Secondo gli organizzatori sono attesi Vespisti e rappresentanti dei Vespa Club di circa 60 Paesi, confermando la dimensione internazionale di quello che è ormai considerato un vero e proprio brand.

Il programma prevede un calendario di eventi aperti al pubblico. All’interno del Vespa Village saranno esposti modelli storici e contemporanei, collezioni lifestyle e merchandising ufficiale, insieme a iniziative dedicate alla storia e all’evoluzione del marchio. Previsti inoltre momenti di intrattenimento, spettacoli, attività per i visitatori e animazione musicale curata da Radio Deejay.

“La più grande celebrazione nella storia di Vespa” è la definizione scelta da Matteo Colaninno, presidente esecutivo del Gruppo Piaggio, per descrivere l’evento. Secondo Colaninno, la scelta di Roma nasce dal legame speciale che unisce il marchio alla Capitale, città che nel tempo ha contribuito a consolidarne l’immagine attraverso il cinema e la cultura.

La giornata inaugurale di giovedì 25 giugno sarà aperta dal taglio del nastro e dall’apertura ufficiale del Village. In programma anche la presentazione della moneta celebrativa realizzata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze attraverso l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, oltre all’annullo filatelico speciale di Poste Italiane. Nello stesso giorno verrà inaugurata la mostra fotografica “80 Anni di Vespa”, curata da Giacomo Bretzel, dedicata all’impatto culturale, sociale e stilistico del celebre scooter.

Venerdì 26 giugno spazio alle attività sportive dei Vespa Club, con il Campionato Europeo Vespa Rally e il Campionato Mondiale di Gimkana. Il Village resterà animato per tutta la giornata grazie alle iniziative organizzate dal marchio e dai partner dell’evento.

Il momento più atteso è previsto per sabato 27 giugno con la Grande Parata. Migliaia di Vespa di ogni epoca attraverseranno le strade della Capitale lungo un percorso che toccherà alcuni dei luoghi più iconici della città. La giornata proseguirà con una caccia al tesoro e con le premiazioni dedicate alle attività sportive e turistiche del Vespa World Club.

Anche il sindaco Roberto Gualtieri ha sottolineato il valore dell’appuntamento, definendolo “una grande festa popolare per Roma” e ricordando come Vespa rappresenti “un’icona italiana conosciuta e amata in tutto il mondo”. La manifestazione si concluderà domenica 28 giugno con il tradizionale Concorso di Eleganza, appuntamento riservato ai modelli più rari e prestigiosi. La chiusura ufficiale del Vespa Village è prevista alle ore 15.

L'articolo Vespa festeggia 80 anni a Roma. Attesi migliaia di appassionati da 60 Paesi proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Donzelli: “Vannacci è una questione delle opposizioni”. Kelany (resp. immigrazione Fdi): “Non ci crea un problema a destra“

Arrivando alla presentazione del libro di Tommaso Longobardi alla Galleria Alberto Sordi, Giovanni Donzelli schiva le domande su Roberto Vannacci e Futuro Nazionale. “Ci occupiamo degli italiani, tante cose, abbiamo parlato anche troppo. Prossima domanda?”. Ma le domande se è possibile una futura alleanza con Futuro Nazionale proseguono. “Noi ci occupiamo degli italiani, ci occupiamo di questo” ripete il responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia”. E arriva un’altra domanda su Vannacci. “Ancora? Ma sapete fare un’altra domanda” chiede Donzelli ai giornalisti, che per un attimo si spazientisce. “Capisco che al mondo della sinistra faccia tanto piacere che finalmente c’è qualcosa nel centrodestra che divide”.

Poi nel merito della proposta di ‘remigrazione’ Donzelli commenta: “ho letto la proposta di legge e non parla mai di questione forzate.
Peccato che sia stato proprio Vannacci ad ‘ottoemezzo’ a dire che “se con deportazione intendiamo movimentazione coatta al di là della loro volontà, certo”. “Va bè – è la replica di Donzelli – Vannacci si prenderà le sue responsabilità, prenderà i voti in base alle sue idee, noi stiamo facendo i rimpatri che sono una cosa seria”.

Proposta che invece Sara Kelany, responsabile del dipartimento immigrazione di Fratelli d’Italia non ha visto. “Io non ho letto un programma, io ho sentito parlare di remigrazione, cioè non ho letto di proposte atterratili”. E “se per remigrazione s’intende rimpatriare gli immigrati irregolari che non hanno diritto di stare sul territorio nazionale, è un concetto coerente ma si chiamano rimpatri ed è esattamente quello che sta facendo questo governo”.

Kelany poi rivendica i numeri di contrasto all’immigrazione del governo Meloni. Numeri giudicati troppo esigui da Laura Ravetto nel suo intervento, lo scorso giovedì nell’Aula di Montecitorio davanti a Giorgia Meloni per motivare il no alla fiducia al governo. “L’intervento non l’ho visto” risponde Kelany. “La collega Ravetto sedeva nei banchi della maggioranza fino alla settimana scorsa e non mi pare avesse criticato le politiche migratorie di questo governo”.

L'articolo Donzelli: “Vannacci è una questione delle opposizioni”. Kelany (resp. immigrazione Fdi): “Non ci crea un problema a destra“ proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Non inseguiamo la propaganda. Le fesserie si smontano facilmente”. Il centrosinistra e il “fenomeno” Vannacci: “È una spina nel fianco della destra”

Vannacci si contrasta smontando le sue proposte e con le controproposte”. Questa la sintesi del pensiero dei deputati di centrosinistra. L’analisi dal cosiddetto ‘fronte progressista’ o ‘campo largo’ è che “Vannacci è una pericolosissima macchietta, frutto di una destra iperpopulista, che genera sempre qualcosa più a destra di se stessa, che la deve sparare sempre più grossa per stare sui media. Si contrasta non con l’inseguimento alla propaganda ma smontando le fesserie che dice”. Questo il pensiero di Riccardo Magi, segretario di +Europa.

Ad esempio sui femminicidi, spiega Magi, “a Vannacci si risponde dicendo che certo non basta la leva penale, serve costruire una rete di protezione, come fatto in Spagna”. Investimenti “che questo governo non ha fatto. Mi rendo conto che cose più difficili da imporre all’attenzione mediatica, ma si fa così. Per il resto è una destra sempre più razzista, xenofoba e fascistoide”.

Il tema forte del programma di Futuro Nazionale è la proposta, molto vaga al momento, di ‘remigrazione’. Per il senatore del Partito Democratico, Filippo Sensi “intanto va chiamata deportazione”. Tutti i parlamentari di centrosinistra condividono che “esistono già le leggi dello Stato”. “Chi commette reati va rimpatriato. Il nostro ordinamento già lo prevede – afferma Angelo Bonelli – il punto è che Vannacci vuole deportare anche i migranti regolari”. “Una proposta pericolosa – buona – solo a spargere veleno e che raccoglie l’eredità di anni in cui anche Salvini e la Meloni e i loro partito hanno sparso lo stesso odio” osserva il dem Paolo Ciani.

Alla condanna e critica netta vanno aggiunte le proposte. E la proposta più concreta la enuncia Riccardo Magi. “Serve una legge rigorosa sull’immigrazione. La legge che adesso c’è e che porta il nome di Bossi e Fini, due leader storici della destra italiana, è una legge né rigorosa né che funziona, cioè non aiuta a fare più rimpatri e non aiuta a fare ingressi regolari per motivi di lavoro. Noi proponiamo che si superi la Bossi-Fini”. Una legge che secondo il segretario di +Europa genera “un bacino enorme al servizio del caporalato e dello sfruttamento. Questa legge – conclude – è il principale problema sulla gestione dei flussi migratori oggi in Italia”.

Altre proposte attendono un programma. “Noi chiediamo da due anni un accelerazione sul programma, mi pare di capire da quello che affermano le altre forze politiche dell’area progressista che il prossimo mese di settembre dovrebbe essere il momento in cui i punti programmatici verranno messi sul tavolo e saranno esplicitati” è la posizione di +Europa. Esigenza ribadita anche da Angelo Bonelli. “Noi di Alleanza Verdi-Sinistra non ci stancheremo mai di ricordarlo sia a Conte che a Elly Schlein: è giunto il momento di iniziare a lavorare sul programma”. “Il centrosinistra deve fare un programma e programma che vuol dire quattro, cinque punti chiari, negoziati tra forze anche molto differenti” afferma l’ex portavoce di Matteo Renzi, oggi senatore dem, Sensi. “Ma non di un programma tipico del centrosinistra, tipo libroni dei sogni, ma va definita un’agenda stretta, stringente, con proposte solide da offrire agli italiani”.

L'articolo “Non inseguiamo la propaganda. Le fesserie si smontano facilmente”. Il centrosinistra e il “fenomeno” Vannacci: “È una spina nel fianco della destra” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Giustizia tributaria: la riforma c’è, ma i giudici continuano a dipendere dal ministero dell’Economia. Che dirige l’amministrazione fiscale

Un cittadino riceve un atto dell’Agenzia delle Entrate e decide di impugnarlo. La sua causa non va davanti a un giudice ordinario: la decide una magistratura speciale, le Corti di giustizia tributaria. Quei giudici dipendono dal ministero dell’Economia e delle finanze per la carriera e per le sanzioni che li riguardano. È lo stesso apparato di cui fa parte l’ufficio che ha emesso l’atto contestato. Il 22 maggio il Consiglio dei Ministri ha approvato in prima lettura uno schema di decreto che, secondo il governo, porta i giudici tributari su un piano di piena parità con le altre magistrature. La lettera del testo mantiene l’annuncio?

Un arbitro nominato da una delle squadre

Chi giudica deve essere indipendente dalle parti e deve anche apparire tale. Nella giustizia tributaria la condizione è incrinata all’origine: da un lato siede il contribuente, dall’altro l’amministrazione finanziaria, ma il giudice è inquadrato presso il ministero che quell’amministrazione dirige. È come se l’arbitro di una partita di calcio fosse ingaggiato e all’occorrenza punito da una delle due squadre. Anche se opera in perfetta buona fede, la sua posizione resta sbilanciata.

Lo schema, attuativo della delega fiscale interviene su molti aspetti dello stato giuridico dei giudici e su alcuni fa passi reali. La parità annunciata si ferma sul punto più delicato: il potere di punire il giudice. La vecchia norma viene abrogata e sostituita da una che ne ricopia il contenuto: cambia il nome del ministero, non l’architettura del potere. Il procedimento resta promosso dal vertice politico del governo e la rimozione resta firmata con decreto del Ministro dell’Economia. Il confronto è impietoso: per un giudice ordinario la rimozione è disposta con decreto del Presidente della Repubblica, su iniziativa di un magistrato, il Procuratore generale della Cassazione. Qui, invece, a firmare è il Ministro che dirige l’amministrazione finanziaria, cioè la stessa parte che si contrappone al contribuente. La formula è identica; cambia chi tiene la penna.

L’amministrazione finanziaria “al tempo stesso parte processuale e interlocutore istituzionale”

Il 16 aprile, nell’Aula Magna della Cassazione, si è inaugurato l’anno giudiziario tributario, per la prima volta alla presenza del Presidente della Repubblica. La presidente dell’organo di autogoverno dei giudici tributari, Carolina Lussana, ex deputata leghista, ha riconosciuto il problema apertamente: l’inquadramento della giustizia tributaria nel Mef, ha detto, “sotto il profilo dell’indipendenza — reale e percepita — resta un tema sensibile”. E ha aggiunto che la terzietà del giudice “non può essere data per scontata ma deve essere costruita, presidiata, resa visibile”. Ed è lei a definire l’amministrazione finanziaria “al tempo stesso parte processuale e interlocutore istituzionale della giurisdizione”. Parole che pesano, perché vengono dal vertice della stessa magistratura tributaria.

Dallo stesso palco, lo stesso giorno, il presidente del Consiglio Nazionale Forense, Francesco Greco, è stato ancora più netto. Ha chiamato il Mef la “controparte interessata all’esito del processo tributario” e ne ha tratto la conseguenza: se il processo tributario è giurisdizione e il giudice tributario è un giudice, la coerenza imporrebbe di ricondurre quella giurisdizione al Ministero della Giustizia oppure alla Presidenza del Consiglio, come già avviene per i giudici amministrativi e contabili. Il vertice dell’avvocatura e quello dell’autogoverno dei giudici dicono la stessa cosa: la stortura non è più un’obiezione di parte, è una questione di sistema.

Non è un problema marginale: nel 2025 il contenzioso tributario ha pesato in Cassazione per il 46,1 per cento delle cause civili e le sole controversie definite in primo e secondo grado valevano oltre 24 miliardi di euro.

Cosa c’è in gioco per il contribuente?

Tutto questo non riguarda soltanto gli addetti ai lavori. Riguarda chiunque, prima o poi, si trovi a discutere con il Fisco per una cartella, un avviso di accertamento, un diniego di rimborso. A decidere è un magistrato che, per la carriera e per le sanzioni che lo riguardano, dipende dalla controparte. L’indipendenza non si misura sui titoli o sullo stipendio, ma sull’organizzazione che la rende possibile e visibile.
La fase parlamentare che si apre è l’occasione per recidere il legame rimasto, sottraendo al Mef il potere disciplinare sul giudice. Un giudice indipendente garantisce che, quando lo Stato chiede e il cittadino contesta, a decidere sia un terzo; un giudice legato a una parte garantisce, nel migliore dei casi, la propria buona fede. Per chi cerca giustizia, è una differenza che si sente tutta.

L'articolo Giustizia tributaria: la riforma c’è, ma i giudici continuano a dipendere dal ministero dell’Economia. Che dirige l’amministrazione fiscale proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Pnrr, 15 giorni alla scadenza. Ecco le grandi incompiute: asili, case della comunità, studentati, interventi su borghi e periferie, riduzione dell’evasione

La data cerchiata in rosso è il 30 giugno. Quel giorno – tra due settimane – segna la fine del Piano nazionale di ripresa e resilienza, almeno nella sua forma originaria. A cinque anni dall’approvazione del programma che stando agli auspici avrebbe modernizzato il Paese grazie ai 194,4 miliardi messi a disposizione dall’Unione europea e instradarlo su un percorso di crescita più solida, molte delle opere che avrebbero dovuto lasciare un’eredità tangibile sui territori sono lontane dal traguardo. Sulla carta, come Giorgia Meloni spesso rivendica, l’Italia ha continuato a rispettare il cronoprogramma concordato con Bruxelles: stando all’ultimo monitoraggio della Corte dei Conti tutti i 50 obiettivi europei previsti per il secondo semestre del 2025 sono stati raggiunti e il livello complessivo di attuazione è arrivato al 72%. Ma le revisioni approvate negli ultimi tre anni hanno cambiato faccia al piano ridimensionando gli interventi irrealizzabili entro la scadenza o affidando il completamento a fonti di finanziamento diverse dal Recovery e allungando i tempi. Ecco perché dai nidi alle Case della comunità, dagli studentati ai progetti di rigenerazione urbana, i risultati concreti attesi dai cittadini si faranno attendere o non arriveranno. Mentre su un fronte cruciale come la riduzione dell’evasione il governo ha deciso di cancellare il target più ambizioso.

Asili nido, il target ridotto e i cantieri ancora aperti

Il piano da oltre 4,5 miliardi per asili nido e scuole dell’infanzia puntava inizialmente a creare circa 264mila nuovi posti tra nidi (0-2 anni) e scuole dell’infanzia (3-5 anni). In modo da colmare uno degli atavici ritardi italiani rispetto alla media europea: nel 2019/2020 il tasso di copertura, cioè il numero di posti rispetto ai bambini residenti sotto i 3 anni, era fermo al 26,6% contro il target Ue del 33% fissato nel lontano 2002, poi portato al 45% da raggiungere entro il 2030. Il maxi investimento, oltre a potenziare i servizi alle famiglie, sarebbe stato strumentale nel favorire l’occupazione femminile e ridurre i divari territoriali. Ma fin dall’inizio le cose sono andate storte. Molti Comuni, soprattutto nelle aree più fragili, hanno faticato a presentare progetti cantierabili. Non solo: i sindaci temevano di non riuscire a sostenere i costi del personale una volta completati gli edifici, visto che i soldi del Pnrr non possono essere utilizzati per la spesa corrente. L’aumento dei costi di costruzione seguito all’invasione russa dell’Ucraina ha poi reso insufficienti le risorse inizialmente previste.

Nel 2023 il governo Meloni ha quindi, dopo una trattativa con la Commissione, rimodulato gli obiettivi riducendo a 150mila i nuovi posti e da 4,6 a 3,2 miliardi le risorse europee da impiegare, garantendo che i progetti esclusi sarebbero stati finanziati con soldi nazionali. Poi nel Piano strutturale di bilancio, dove il completamento di quegli investimenti è inserito tra le riforme che hanno consentito di spalmare su sette anni l’aggiustamento dei conti pubblici, ha ridotto le ambizioni accontentandosi di garantire entro il 2027 un posto in asilo ad “almeno il 15% dei bambini sotto i 3 anni a livello regionale”. Gli impegni con la Ue sono stati formalmente rispettati, ma il 45% chiesto da Bruxelles è ben lontano e restano imponenti i divari territoriali a svantaggio del Sud. Cioè l’area dove l’occupazione femminile è ferma a poco più del 41%, all’ultimo posto nella Ue.

Secondo i dati di monitoraggio aggiornati a febbraio, i progetti finanziati nell’ambito del piano sono 3.849 di cui 3.608 ancora in corso e solo 241 conclusi, anche se altri 1.371 sono alla fase di collaudo. La Corte dei Conti, nell’ultima relazione sullo stato di attuazione, ha avvertito che nelle aree interne i pagamenti associati alla misura si fermavano al 43% delle risorse disponibili.

Le Case della comunità e il rischio scatole vuote

La sanità territoriale doveva essere il simbolo delle lezioni imparate durante la pandemia. L’obiettivo iniziale del Pnrr era costruire una rete capillare di 1.350 Case della comunità (con 2 miliardi dedicati), 400 Ospedali di comunità e 600 Centrali operative territoriali (1,3 miliardi complessivi) per alleggerire la pressione sugli ospedali. Nel 2022, con il decreto che definiva il nuovo modello di assistenza sul territorio, l’allora ministro della Salute Roberto Speranza aveva poi previsto la creazioni di una Casa-hub ogni 40-50 mila abitanti e un Ospedale di comunità ogni 100mila, portando l’obiettivo rispettivamente a 1.715 e 594. Nel corso delle revisioni del Piano, tuttavia, i target finanziati sono stati ridotti a 1.038 Case della comunità, 307 Ospedali di comunità e 480 Centrali operative territoriali. In corso d’opera però, come nel caso degli asili, i costi sono lievitati e il governo Meloni ha ridimensionato i target finanziati sono stati ridotti a 1.038 Case della comunità, 307 Ospedali di comunità e 480 Centrali operative territoriali. Il vero nodo però era garantire il coinvolgimento dei medici di famiglia nelle strutture chiamate a offrire cure primarie, assistenza sociosanitaria e servizi di prevenzione. E proprio su questo, al netto dei pesanti ritardi nella realizzazione delle strutture, è andata in scena la débâcle più imbarazzante.

La settimana scorsa infatti è arrivato lo stop obbligato alla riforma dei medici di medicina generale che ne prevedeva l’inserimento per 6 ore a settimana nelle Case di comunità. A fronte del no dei sindacati e di perplessità emerse all’interno della stessa maggioranza, il ministro Orazio Schillaci obtorto collo ha accantonato l’ipotesi di intervenire con un decreto legge. Sul tavolo restano soluzioni più limitate, da negoziare con Regioni e Fimmg. Riuscire a chiudere entro la scadenza del 30 giugno è tutt’altro che garantito. Il rischio è che, almeno a macchi di leopardo, le nuove sedi restino scatole vuote. Alcuni enti si stanno muovendo da soli: il Veneto per esempio ha annunciato lunedì un’intesa con i sindacati e la firma è attesa entro il fine settimana.

Secondo i dati diffusi del monitoraggio nazionale, alla fine del secondo semestre 2025 erano attive 781 Case della comunità, ma solo 66 erano davvero pienamente operative.

Studentati, rincorsa a perdifiato ma l’obiettivo salta

Già prima che i prezzi degli alloggi in affitto esplodessero in parallelo con l’aumento dell’inflazione, il Pnrr aveva fissato un obiettivo non banale: aumentare in modo significativo l’offerta di posti letto per gli studenti fuori sede, uno dei principali punti deboli del sistema universitario italiano che conta circa 900mila studenti fuori sede. Con una dotazione di 1,2 miliardi, la misura avrebbe dovuto consentire la creazione di 60mila nuovi posti letto entro il 2026.

Il primo campanello d’allarme è suonato nel 2024, quando la Commissione ha contestato il raggiungimento del target relativo ai primi 7.500 posti letto ritenendo non ammissibile il conteggio di strutture già esistenti. Il governo è intervenuto in tutta fretta nominando un commissario straordinario e il ministero dell’Università ha ridisegnato il meccanismo di incentivazione, pubblicando un nuovo bando. La revisione ha ampliato la platea dei soggetti ammissibili coinvolgendo non solo operatori privati ma anche università, enti per il diritto allo studio, amministrazioni pubbliche e soggetti del terzo settore. Il contributo pubblico è stato aumentato fino a circa 20 mila euro per posto letto, contro i circa 12 mila riconosciuti in media nei bandi precedenti. Per attrarre investimenti sono state anche introdotte altre agevolazioni: procedure semplificate per il cambio di destinazione d’uso degli immobili, vantaggi fiscali e la discutibile possibilità di utilizzare parte delle strutture per attività turistiche o business nei periodi non legati all’attività universitaria.

I correttivi non sono bastati: molti enti pubblici hanno rinunciato a partecipare ai bandi perché impossibilitati a sostenere la parte restante dell’investimento e diverse università hanno segnalato l’assenza di proposte compatibili con gli obiettivi del diritto allo studio. In alcune città gli operatori privati hanno presentato progetti con canoni soltanto leggermente inferiori ai prezzi di mercato, rendendo difficile la stipula delle convenzioni con gli enti regionali. Intanto i progetti

Nel 2026, vista la mala parata, si è deciso di alzare bandiera bianca e coinvolgere direttamente Cassa Depositi e Prestiti. Il Ministero ha affidato a Cdp la gestione di un fondo da 599 milioni di euro destinato alla creazione di nuovi posti letto a canoni calmierati, ma con deadline 15 maggio 2027, quasi un anno oltre la scadenza formale del Pnrr. Il contributo può arrivare a 20mila euro per posto e impone ai gestori di applicare affitti almeno del 15% inferiori ai valori medi di mercato e di riservare almeno il 30% degli alloggi agli studenti economicamente più fragili.

Borghi e piani urbani, che fine ha fatto il rilancio dei territori

Il piano per l’attrattività dei borghi avrebbe dovuto contrastare spopolamento e declino delle aree marginali. Qui il problema non è stato tanto il ridimensionamento dei target quanto la capacità stessa della misura di tradurre investimenti culturali e turistici in una strategia efficace. Con oltre 1 miliardo di euro di dotazione, l’investimento sui piccoli paesi prevedeva da un lato grandi progetti pilota da 20 milioni di euro ciascuno in un borgo selezionato per ogni regione e provincia autonoma, dall’altro centinaia di interventi diffusi destinati al recupero del patrimonio, alla valorizzazione culturale e allo sviluppo turistico. Amministratori locali esclusi dalla ripartizione del bottino più ricco, urbanisti e studiosi delle aree interne hanno però messo in dubbio la capacità di misure così concentrate di invertire processi di declino demografico che durano da decenni. Difficile credere che il recupero di immobili, piazze e contenitori culturali produca effetti concreti in assenza di servizi essenziali, lavoro e collegamenti in grado di trattenere o attrarre nuovi residenti.

Ma sul piano attuativo com’è andata? I progetti censiti sul sistema Regis nell’ambito della misura sono 6.356, dei quali 5.260 risultano ancora in corso e 1.096 conclusi. La maggior parte degli interventi ha superato le fasi preliminari: 2.591 sono in esecuzione degli investimenti, 1.110 in esecuzione lavori e 1.761 hanno già raggiunto la fase di collaudo. Ma la Corte dei conti ha segnalato che nelle aree interne l’avanzamento dei pagamenti associati alla misura si fermava a circa il 33%, una delle percentuali più basse tra i principali interventi territoriali del Pnrr.

L’iter dei Piani urbani integrati è invece un altro caso simbolo di come il Pnrr abbia cambiato fisionomia in corsa. Pensati per finanziare la rigenerazione delle periferie delle città metropolitane, da Roma, a Milano, Napoli, Torino e Palermo, il recupero di edifici pubblici, il potenziamento dei servizi sociali e culturali e i progetti di smart city, erano uno dei pilastri della Missione 5 dedicata all’inclusione e coesione sociale, con 2,7 miliardi di stanziamento. Ma, in nome della necessità di concentrare le risorse europee sulle opere più mature e compatibili con la scadenza del giugno 2026, la revisione approvata dall’Ecofin nel dicembre 2023 ha drasticamente ridotto la quota finanziata dal Recovery, scesa a 900 milioni, mentre il governo ha rifinanziato gli interventi con circa 1,6 miliardi di risorse nazionali distribuite tra il 2024 e il 2027.

Sull’evasione eliminato il traguardo finale

Qui non si parla di ritardi nei cantieri o di opere che saranno terminate oltre la scadenza. A sparire è stato direttamente il traguardo finale. Nella sesta revisione del Pnrr, approvata a fine 2025, il governo ha infatti eliminato il traguardo che impegnava l’Italia a dimostrare una riduzione del 15% della cosiddetta “propensione all’evasione rispetto ai livelli del 2019, quando al netto di accise e Imu quel valore era pari al 19,5% (pari a un’evasione tributaria da 87 miliardi). Al posto della relazione che il Tesoro avrebbe dovuto predisporre entro il giugno 2026 è stata ora inserita la fotografia di misure già adottate con l’ultima legge di Bilancio: l’invio dei dati della fatturazione elettronica all’Agenzia Entrate-Riscossione, lo stop alle compensazioni fiscali nel caso ci siano debiti a ruolo oltre i 50mila euro e la liquidazione automatica Iva nel caso il contribuente non presenti la dichiarazione.

In aggiunta il governo ha cambiato in corsa anche l’obiettivo intermedio in base al quale proprio a novembre 2025 avremmo dovuto certificare un calo del 5% del dato 2023 sempre rispetto al 2019. Stando all’ultima Relazione sull’evasione fiscale e contributiva della Commissione ad hoc nominata dal Mef quel target “in assenza di inversioni di tendenza che dovessero emergere nel prossimo anno risulterebbe già raggiunto nel 2022“, quando la propensione al gap “risulta pari al 17,2% nel 2022, con una riduzione dell’11,7 per cento rispetto al valore del 2019″. Eppure è stato sostituito con la certificazione di una riduzione media del 10% nel periodo 2022-2023 rispetto al 2019. Forse un segnale del fatto che al Tesoro si attendono per il 2023, il primo anno pieno con Meloni a Palazzo Chigi, un peggioramento dell’indicatore. E hanno quindi preferito modificare i parametri far sì che il calcolo debba tener conto anche del buon risultato del 2022.

Per chi se lo chiedesse, il timore di un’inversione di tendenza sul tax gap non è in contrasto con i dati “record” sul recupero di evasione vantati dalla premier. Che nulla hanno a che vedere con l’andamento del fenomeno, quantificato ogni autunno dalla commissione del Mef che stima la cifra sottratta al fisco tre anni prima. L’ultima relazione ha attestato che nel 2022 il nero, pur calando in termini relativi, è tornato in valore assoluto sopra quota 100 miliardi, dopo la discesa del 2020 e 2021 legata al calo del pil post pandemia.

L'articolo Pnrr, 15 giorni alla scadenza. Ecco le grandi incompiute: asili, case della comunità, studentati, interventi su borghi e periferie, riduzione dell’evasione proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Il Bari Pride 2026 dedicato ad Ambra Dentamaro, ragazza trans uccisa nel 2018: una storia mai risolta

di Rosamaria Fumarola

Gli organizzatori del Pride che si è tenuto a Bari in un clima festoso e come sempre di grande partecipazione hanno inteso dedicare quest’anno la manifestazione ad Ambra Dentamaro, una donna transessuale ammazzata nel 2018 in una strada adiacente il lungomare, il cui assassino non è stato mai trovato.

Ambra non aveva completato il percorso anche legale che avrebbe fatto di lei una donna a tutti gli effetti e pur avendo un lavoro la sera si prostituiva. La sua è una storia di disinteresse e di imbarazzo della cosiddetta società civile barese, che in ogni sua componente non ha mostrato alcun impegno per la ricerca del responsabile della sua morte. Le indagini, ad esempio, condotte in modo superficiale, con errori macroscopici che forse persino un bambino avrebbe saputo evitare, hanno inizialmente trascinato in giudizio un individuo sulla base di indizi che portavano in una diversa direzione. Una difesa lineare è riuscita a smantellare la tesi accusatoria e a restituire la libertà ad un innocente.

La vicenda è permeata da grande drammaticità anche per il coinvolgimento di quest’uomo, che nulla aveva in comune con l’individuo ripreso dalle videocamere, mentre si allontanava trascinando la macchina in panne dal vicolo in cui l’assassinio era stato compiuto. Quanto ad Ambra, ciò che di lei si sa è emerso dalle testimonianze delle sue amiche, alcune delle quali prostitute e da quanto dichiarato dal padre e dalla madre. In genere sul piano umano persino per chi è autore di un omicidio esiste il riscatto, che la narrazione amorevole dei parenti garantisce.

Nel caso di Ambra ciò che è apparsa evidente è stata la vergogna per quella vita nonché per quella morte. I volti dei genitori sono apparsi blerati nelle registrazioni del processo mandate in onda in tv. Un’amica della vittima ha raccontato che pur avendo incominciato il percorso per il cambiamento di sesso, Ambra lo aveva interrotto e addirittura si era fatta estrarre le protesi al seno prima impiantate, secondo la testimone per garantire una minore esposizione alla famiglia con cui viveva.

Visualizza questo post su Instagram

Un post condiviso da Bari Pride (@baripride)

Le incertezze nelle parole proferite dalla madre hanno poi definitivamente avvalorato questa tesi. Le colleghe peraltro non lesinavano di aggredirla verbalmente e fisicamente a causa, pare, delle tariffe concorrenziali delle prestazioni offerte. La sua vita è finita in un vicolo, dove qualcuno l’ha accoltellata, qualcuno che è poi tornato alla sua esistenza di sempre, forse ai suoi affetti, al suo lavoro e che da quella notte in silenzio gongola per aver conservato integra la libertà.

Qualche giorno fa durante una conferenza stampa, gli organizzatori del Pride barese hanno dichiarato, con un intervento sintetico, di voler dedicare ad Ambra la manifestazione di quest’anno. Di lei non hanno raccontato granché, ma è stato un modo per impedire che la sua storia fosse dimenticata. Tuttavia i suoi genitori hanno ritenuto indispensabile intervenire per prendere le distanze da un uso della memoria della figlia che, a loro dire, Ambra stessa avrebbe disapprovato.

Fa specie che questa famiglia preferisca l’oblio alla verità e si faccia oggi portavoce di intenzioni che nessuno può sapere davvero se la giovane uccisa in quel vicolo così vicino al mare avrebbe condiviso.

Assente è stato un intervento della famiglia perché si indagasse seriamente sulla morte di Ambra, assente l’impegno delle forze dell’ordine per la ricerca del colpevole, assente l’interesse della società civile perché si facesse chiarezza su quest’omicidio. Certo timida la presenza di chi ha condiviso con Ambra lo stesso mondo, la stessa rete sociale, timida ma pur sempre presenza e che oggi dopo troppo tempo interroga Bari sulla sua morte. Perché soffocarne la voce?

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

L'articolo Il Bari Pride 2026 dedicato ad Ambra Dentamaro, ragazza trans uccisa nel 2018: una storia mai risolta proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Mondiali 2026, le partite di oggi: ecco Argentina e Francia. Per Deschamps c’è subito il test con il Senegal | Orari e dove vederle in tv

Riecco Argentina e Francia. La squadra campione in carica e la finalista della passata edizione, vincitrice nel 2018. Comincia anche il loro percorso ai Mondiali 2026, in modo però completamente diverso.

Partiamo dai Blues del ct Didier Deschamps: sono considerati i favoriti insieme alla Spagna. In attacco i problemi sono soprattutto di abbondanza, forse a centrocampo c’è qualche lacuna. Resta uno squadrone, che però è chiamato a partire subito forte: di fronte c’è il Senegal, uno delle Nazionali africane chiamate a recitare il ruolo di outsider. Il match è in programma nella prima serata italiana (diretta anche sulla Rai). Dopo Brasile-Marocco e Olanda-Giappone, è la sfida cerchiata in rosso nella prima tornata di match.

Mondiali 2026, la classifica dei gironi aggiornata
Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta

La Francia non può rischiare, anche perché il girone non ammette troppi passi falsi: ne fa parte anche la Norvegia di Haaland e compagni, che a mezzanotte sfida l’Iraq ed è nettamente favorita per portare subito a casa tre punti. D’accordo che per passare ai sedicesimi basta anche una vittoria (si qualificano le 8 migliori terze), ma il rischio è poi di ritrovarsi in un lato di tabellone poco gradito.

Mondiali 2026, i gironi e il nuovo regolamento
Calendario Mondiali: date e orari, dove vedere le partite in tv
L’albo d’oro dei Mondiali

Nella notte italiana invece scoprirà le sue carte anche l’Argentina del ct Lionel Scaloni. Come si diceva, qui la situazione si ribalta: l’Albiceleste deve fare i conti con una serie di infortuni e tanti dubbi sulla tenuta di alcuni giocatori chiave, ormai invecchiati. Su tutti lo stesso Messi. L’Algeria non dovrebbe essere un ostacolo insormontabile. La fortuna dell’Argentina è che punto il girone non pare così insidioso. C’è l’Austria di Rangnick, che quando in Italia sarà già l’alba del 17 giugno sfiderà la modesta Giordania.

Mondiali 2026, le partite di oggi: 16 e 17 giugno

Francia-Senegal (girone I)
Orario: 21:00
New York/New Jersey: Meadowlands Stadium
Dove vedere in tv e streaming: DAZN, Rai 1 e RaiPlay

Iraq-Norvegia (girone I)
Orario: 00:00 (mezzanotte tra il 16 e il 17 giugno)
Boston: Gillette Stadium, Foxborough
Dove vedere in tv e streaming: DAZN

Argentina-Algeria (girone J)
Orario: 03:00
Kansas City: Arrowhead Stadium
Dove vedere in tv e streaming: DAZN

Austria-Giordania (girone J)
Orario: 06:00
San Francisco Bay: Levi’s Stadium
Dove vedere in tv e streaming: DAZN

Dove vedere i Mondiali: Dazn e Rai

Tutte le partite del Mondiale di calcio 2026 sono trasmesse in Italia in diretta streaming su DAZN, con l’abbonamento. Ma 35 partite vengono trasmesse anche in chiaro: sono disponibili in diretta televisiva sui canali Rai e in streaming sulla piattaforma RaiPlay.

Per quanto riguarda le partite del 16 e 17 giugno, la sfida tra Francia e Senegal di martedì sera si vede sia su Dazn, ma anche in chiaro su Rai1 e in streaming su RaiPlay. I match Iraq-Norvegia, Argentina-Algeria e Austria-Giordania invece sono visibili in esclusiva sulla piattaforma streaming.

L'articolo Mondiali 2026, le partite di oggi: ecco Argentina e Francia. Per Deschamps c’è subito il test con il Senegal | Orari e dove vederle in tv proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Lo scherzo surreale di Raffaele Pisu e le rassicurazioni di Gino Bramieri

Da più di un secolo i periodici Usa intrattengono i lettori con rubriche divertenti di aneddoti sui vip: li inventano agenzie che forniscono materiali ai columnist di gossip faceti. Nel caso sentiste il bisogno di ritrovare un po’ di buonumore in questi tempi cupi del cazzo con aneddoti gustosi redatti alla maniera americana, eccovi serviti.

Raffaele Pisu, il comico che con Marisa Del Frate e Gino Bramieri portò al successo il varietà Rai L’amico del giaguaro (1961-1964), amava gli scherzi surreali. Una volta pubblicò nella rubrica Annunci personali del Corriere della Sera questo trafiletto clamoroso: “Giovane impiegato, libero, serio e lavoratore, cerca scopo matrimonio vedova di sani principi, il cui marito sia finito sulla sedia elettrica, affinché non possa passare la vita a elogiare le qualità del defunto. Astenersi perditempo”.

Durante la tournée teatrale della rivista Italiani si nasce (1965), Pisu fu ricoverato per dolori addominali acuti. Gino Bramieri si recò al capezzale del malato pochi minuti dopo che il chirurgo aveva dichiarato la necessità di intervenire. “Sai cosa mi ha detto il chirurgo?” disse preoccupato Pisu a Bramieri. “Che quest’operazione riesce una volta su cinque”. “Fatti coraggio”, lo tranquillizzò Bramieri. “Ne ha già sbagliate quattro”.

Luciano Salce è la prova che spiriti sarcastici si nasce. Aveva 9 anni quando disse alla madre: “Mamma, portami i libri fino alla scuola: i miei compagni crederanno che abbiamo una domestica”.

Vittorio Gassman stava confidando a Dino Risi le difficoltà della propria relazione con Shelley Winters, da cui stava per divorziare dopo appena due anni di matrimonio. Breve e pungente il commento di Risi: “E’ più facile morire per la donna amata che conviverci”.

Pietro Valdoni, caposcuola della moderna chirurgia italiana, non dimenticava la saggezza antica: era d’avviso che innanzitutto si dovesse non nuocere: “primum non nocere”. Perciò in tutti i casi dubbi, quando l’infermità era leggera e il male poteva essere immaginario o quasi, consigliava sempre all’ammalato di mettersi a letto. “Professore, ho un dolore a un fianco”. “Si metta a letto”, rispondeva alla ragazza esangue che lo consultava più per capriccio che per necessità. “Professore, mi fanno male tutti i muscoli…”, diceva un altro moribondo. “E’ un male che si cura a letto”, rispondeva Valdoni. Un giorno Raf Vallone, reduce dalle riprese di Riso Amaro, il classico del neorealismo che lanciò Silvana Mangano, gli confessò: “Professore, ho un male curioso: sono innamorato!” “Anche questa è una malattia che si cura a letto”, replicò ironico Valdoni.

La notorietà di Valdoni si estendeva oltre i confini dell’Italia. Aveva non solo un bisturi infallibile, ma anche la battuta pronta. Un giorno venne a consultarlo un cafone arricchito. Dopo averlo visitato, Valdoni gli consigliò senz’altro l’operazione. Allora quello gli disse: “Professore, mi vorrei affidare solo a un chirurgo di prim’ordine. Chi può consigliarmi? Non mi spaventano né la distanza né il prezzo”. “Bè”, fece Valdoni con la massima serenità, “a Berlino c’è un chirurgo eccellente, il prof. Sauerbruch. Ma se ci va, vi domanderà di dove venite. E quando saprà che venite da Roma, vi dirà: ‘Idiota, perché non siete andato dal professor Valdoni?'”

L'articolo Lo scherzo surreale di Raffaele Pisu e le rassicurazioni di Gino Bramieri proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Ufo, la Disclosure va avanti nel silenzio dei media (meglio parlare di Spielberg)

Si dice che quando si vuole nascondere una notizia se ne crea una più roboante. Il giorno 9 giugno scorso vi è svolta davanti al Campidoglio (Washington) una importante manifestazione bipartisan, dove deputati e senatori, repubblicani e democratici, hanno chiesto al presidente Trump di pubblicare le immagini riprese in alta definizione degli UFO, quelle viste nei gabinetti riservati, nascosti invece ai comuni cittadini statunitensi e poi al mondo intero. La promo del nuovo film di Steven Spielberg – Disclosure day – che il regista comunque considera non un film di fantascienza ma la descrizione di quanto sta accadendo, ha sfortunatamente cancellato un evento che avrebbe avuto la sua importanza per gli effetti sui Parlamenti e i politici di altri Stati.

Anche la clamorosa notizia che il 29 giugno a Parigi, l’Assemblea Nazionale, quella che ha cambiato il corso della storia portandoci alla modernità, ha indetto una intera giornata sul fenomeno degli UFO, ma… nessuna notizia! Come mai, siano Ufo o UAP o OVNI, nessuno si è preso il compito di commentare o rilanciare un evento di portata non secondaria, che potrebbe accelerare veramente quel processo di Disclosure o disvelamento di un qualcosa che riguarda tutti i cittadini del pianeta. Un evento che coinvolgerà le autorità militari, come in Francia nel 1999, con il Rapporto COMETA, redatto dalle più alte cariche della difesa, composta da membri dell’Institut des hautes études de la défense national.

L’Italia, nonostante i silenzi dei media, riveste un ruolo importante nella Disclosure. Non è un caso che uno dei protagonisti americani, Luis Elizondo, abbia accettato di venire in Italia a Roma, come primo paese estero dove raccontare le attività che erano in divenire. L’Italia è stata il primo paese al mondo a pubblicare ufficialmente i dati raccolti dal reparto RGS-SMA investito dallo Stato Maggiore per il monitoraggio statistico degli avvistamenti UFO/OVNI, come pure l’ “Inchiesta sugli UFO” della Collezione Gianni Bisiach, sull’Archivio online del Quirinale.

Un timido spiraglio istituzionale si è aperto con un convegno a dicembre del 2025 presso la libreria del Senato, dove tra gli organizzatori figurano anche alcuni membri autorevoli del Copasir. Durante il question-time sui nuovi scenari di guerra è stata discussa una tesi su geopolitica ed UFO. Eppure nel nostro paese una attività parlamentare sul tema, è presente già dal lontano 1950 fino ai giorni nostri, con interessanti interrogazioni da parte di deputati e senatori. Ricordo poi il dossier sul Progetto di relazione sulla proposta di costituire un Centro europeo per gli avvistamenti di oggetti volanti non identificati, redatto dal fisico Tullio Regge su incarico della CERT. (20 feb. 1994) mai attivato.

E’ più di anno che il Parlamento Europeo è protagonista di una insolita attività parlamentare con incontri con alcuni ricercatori di UFO di molti paesi della comunità europea. Intanto il Pentagono continua il rilascio con la terza tranche dei documenti classificati. Certamente il film di Spielberg ha dato nuova linfa al dibattito sugli UFO e questa volta – con la presenza degli alieni, ora rinominati NHI le Intelligenze Non Umane – anche se le recensioni del suo film lo relegano ad un filone fantascientifico, mentre per lui è la narrazione di quello che potrebbe accadere o che sta già succedendo.

Adesso attendiamo cosa accadrà alla Assemblea Nazionale di Francia e quali ricadute produrrà sia nella unione europea e sia nel nostro paese. Un ruolo importante lo avranno adesso i mass media: informare correttamente i cittadini su un evento che, fin dai filosofi dell’antica Grecia, ha interessato l’umanità, potrà forse cambiare e fare un salto anche alle nostre relazioni e magari inserirci in scenari davvero inediti. Saremo pronti al cambiamento?

L'articolo Ufo, la Disclosure va avanti nel silenzio dei media (meglio parlare di Spielberg) proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Fuori dalla disco perché straniero: il racconto di mio figlio

C’è coda per entrare in discoteca. Due ragazzi in fondo alla fila. Solidarietà dell’attesa: che scuola fai, dove vai quest’estate, ecc. Sono loro due. Il buttafuori filtra gli ingressi, decide chi sì e chi no. Il buttafuori controlla la carta d’identità del primo, indugia e scandisce dell’altro il cognome italiano dicendo “Entra pure” poi si rivolge al primo “Tu vai a casa”. Il ragazzo resta a bocca aperta. Colpevole di “diverso” reo di “straniero”. Me lo racconta quello che è entrato, mio figlio.

Due pesi due misure, due italiani, privilegio e rabbia. Il ragazzo escluso si allontana e per un adulto che lo ha giudicato si carica di un’altra discriminazione. Una volta è il colore della pelle, un’altra è quella dell’origine, un’altra è l’accento. Tu sei quello che io giudico e un adolescente matura rabbia senza accorgersi, come noi, dove andrà prima o poi a sfogarsi.

Siamo a pochi chilometri da Parma, dai “fatti di Parma” e i fatti ultimamente non sono né il Festival della Serie A né la Cena dei Mille né la Sagra del Cavolo Cappuccio che pure riempie il cuore d’amore incondizionato: oggi i fatti di Parma sono quei video di violenza consumata e provocata, professori e studenti, influencer con lacrime da coccodrillo e opinionismo risolutivo fino al meritocratico Ministero di Valditara, passando per la più conveniente delle pedagogie politiche: punire. Parma capitale di qualunque aperitivo, sta per stappare quella di Capitale Europea dei Giovani 2027. In questo caos si prova a fare ordine, chiarire i fatti, spegnere le violenze verbali, capire a chi dare la colpa.

A pochi mesi dai Mondiali Europei dei Giovani 2027 (pardòn… European Youth) tra il dottorato di chi analizza e non propone, c’è un silenzio che si fa sentire: quello dell’Assessorato alla Comunità Giovanile di Parma. Sì, Parma ce l’ha quell’assessorato lì, ma non si pronuncia. Forse lo farà, magari il primo gennaio 2027, quando appiccherà un faro, un flash. Poi: buio, ciao, vedremo. Per ora il sipario è chiuso, ma intanto il biglietto da visita della città è nelle mani dei “recalcati” che fanno l’analisi logica di quello che sappiamo già e non mettiamo in pratica. Spazio alla politica strumentale che prende il video e lo candida all’Oscar della remigrazione, della gattabuia, del quando c’era lui. Chissà cos’è sta roba della Comunità Giovanile, come si pronuncia, perché strilla l’Europa giovane mentre sta zitta e defilata sulla periferia dei marciapiedi adolescenti.

Il ragazzino discriminato all’ingresso della disco è tornato a casa, è incazzato, forse gli passa, forse domattina prende un brutto voto, forse chissà. Forse è ancora in tempo per scavalcare quel fossato che gli scaviamo attorno ogni giorno a colpi di giudizio e colpa, a lui come ai figli nostri. Diciamo la verità: sapremmo cosa fare, ma è meglio il palcoscenico alle quinte. Senti che applauso!

L'articolo Fuori dalla disco perché straniero: il racconto di mio figlio proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Ogni parola di Papa Leone ha una valenza politica. Il viaggio in Spagna lo conferma

Il viaggio in Spagna conferma Leone XIV come protagonista di statura internazionale. E’ come se fosse uscito definitivamente dal suo guscio. Retrospettivamente i mesi di pontificato del 2025 – condizionati dagli appuntamenti del Giubileo – possono essere considerati una sorta di rodaggio. Molti fedeli di varie nazioni dicevano spesso “a me questo papa piace, ma non si sente”, esprimendo il bisogno di una presenza più forte.

Nello scontro con il presidente Trump il papa delle Americhe ha fatto sentire la sua voce e ora dopo il tour spagnolo nessuno può fingere di ignorare la rotta su cui Leone spinge la Chiesa. Con parole chiare ha fissato i cardini del dibattito: pace e multilateralismo, rifiuto della corsa al riarmo, rispetto assoluto della dignità dei migranti unito all’obiettivo dell’integrazione nonché della ripresa della cooperazione internazionale per favorire lo sviluppo economico delle nazioni da cui parte l’emigrazione di massa.

“Prima di dirvi qualsiasi altra cosa, voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità”, ha esclamato Leone alla Gran Canaria, rivolto ai migranti. Vivere la fede – ha scandito sulla piazza de Cibeles di Madrid celebrando messa – significa “inginocchiarsi davanti a Dio e davanti al prossimo, perché nessuno può inginocchiarsi al Signore e disprezzare il fratello”. Parole ferme e nette che collocano la Chiesa cattolica in contrapposizione ai movimenti che in Europa e America invocano la remigrazione: contro i Maga di Trump negli Stati Uniti, contro Reform Uk e Restore Britain in Gran Bretagna, contro Alternative fuer Deutschland, contro Vox in Spagna, contro il Rassemblement National in Francia, contro Futuro nazionale di Vannacci e i manipoli xenofobi presenti nella Lega e i Fratelli d’Italia.

E’ inutile che qua e là ci sia chi sventola il rosario o intona la Preghiera del paracadutista: ai vescovi spagnoli il pontefice ha sottolineato il rischio di sottomettere la fede alle ideologie. In ogni caso, ribadisce, è inammissibile ogni tipo di discriminazione etnica, religiosa o linguistica. Solo sulla base del rispetto della dignità umana è possibile elaborare soluzioni concrete: dai corridoi di accesso legali alle iniziative per realizzare il “diritto a rimanere nella propria terra”.

Altrettanto limpide le parole pronunciate per costruire la pace, pronunciate davanti al corpo diplomatico prima e alle Cortes poi. Mettendo subito con le spalle al muro chi ritiene il discorso della pace “ingenuo… (o) provocatorio” e quanti si rinchiudono nel recinto di “ideologie preconfezionate”. Leone ha denunciato i politici che inseguono la popolarità “soffiando sul fuoco della polarizzazione”. Ciò che oggi serve, ha spiegato, è coraggio diplomatico, rispetto dell’identità di ogni popolo, risoluzione delle controversie attraverso le “vie pacifiche offerte dal dritto internazionale”.

Appare evidente che non si tratta di esortazioni moralistiche. Ogni parola ha una valenza politica. Basti pensare alla recente aggressione israelo-statunitense contro l’Iran per comprendere cosa significa la scelta o la non scelta di un metodo di risoluzione delle controversie secondo le regole del diritto internazionale. Da una parte il metodo del negoziato, dall’altro la “cultura della potenza” e il presunto diritto del più forte, denunciati ampiamente nell’enciclica Magnifica Humanitas.

Concetti che meriterebbero di essere discussi a fondo nei parlamenti degli Stati. E che, in ogni caso, valgono a Leone il consenso di larga parte dell’opinione pubblica europea e statunitense nonché un’adesione notevole da parte del Sud Globale. Non va dimenticato che all’inizio del suo viaggio il pontefice ha fissato in maniera inequivocabile che “in Iran gli elementi di una guerra giusta non si trovano”.

Il terzo elemento di questa teologia politica riguarda la corsa al riarmo. Leone non usa parole generiche. Dinanzi ai parlamentari spagnoli ha dichiarato come sia “preoccupante che in diverse parti del mondo, e anche in Europa, si presenti nuovamente il riarmo come risposta quasi inevitabile di fronte alla fragilità dello scenario internazionale”. La sicurezza di tutti, sostiene tenacemente il papa, nasce dalla giustizia, dal paziente dialogo, dal rispetto del diritto internazionale.

Sono parole che a Bruxelles, capitale della Nato e dell’Unione europea, vengono liquidate come se fossero una pia omelia. Ma non è così. Prevost è un pontefice che considera l’Alleanza atlantica un elemento positivo dell’ordine mondiale e che guarda con favore all’Unione europea. Però al tempo stesso pone una questione di fondo: “La vera sicurezza nasce…da una politica capace di anteporre la vita dei popoli agli interessi che traggono profitto dalla guerra”. Non sfugge che con il suo taglio teologico e culturale, la sua pacatezza, il suo equilibrio, la sua precisione (senza dimenticare punti come la difesa della vita nascente o la tutela del segreto confessionale), Robert Francis Prevost sta sviluppando il nucleo dei temi forti posti all’attenzione della scena mondiale dal suo predecessore Bergoglio: i migranti, la pace, il rifiuto della corsa al riarmo, la giustizia sociale, la difesa dell’ambiente.

L’ultra-destra ecclesiale, che accusava Francesco di ridurre la Chiesa a una Ong, tace spiazzata. Anche perché Leone stimola gli episcopati del mondo ad agire, in forma collegiale. Per la riunione del G7 i presidenti delle conferenze episcopali dei paesi partecipanti hanno già rivolto un appello intitolato: “Costruire ponti per la pace, la giustizia e la dignità umana”. Chi all’ultimo conclave sperava nel ritorno di una Chiesa spiritualizzante, ha perso.

L'articolo Ogni parola di Papa Leone ha una valenza politica. Il viaggio in Spagna lo conferma proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Una mia richiesta di accesso agli atti deve aver allarmato l’ospedale di Novara: annullata la gara per due risonanze

Il Direttore Generale dell’AOU (Azienda ospedaliera universitaria) Maggiore della Carità di Novara indice una gara europea per “migliorare” due RM (risonanze magnetiche) attualmente in esercizio, senza che le due macchine siano di proprietà dell’Azienda. Lo richiede il direttore della Diagnostica, “evidenziando che le stesse hanno raggiunto il limite tecnologico e sono prossime ad un eventuale fuori supporto”. Manifestano interesse a partecipare alla fornitura la Philips (che produce le macchine) e la 3B srl che attraverso la partecipata Alpha Project sta gestendo le RM, che – fornite nell’abito di un progetto di Partenariato Pubblico Privato (Ppp) – diverranno di proprietà dell’AOU Maggiore della Carità solamente alla scadenza della concessione ancora in atto.

L’importo della gara: € 5.167.500,00 iva esclusa. Il 26 marzo 2026 il Direttore generale dell’AOU novarese, conclusa l’istruttoria, con la deliberazione n. 190 indice la gara per “migliorare” le RM, che prevede la partecipazione della sola 3B srl.

Gli umarèl, gente che osserva “i cantieri” guardando le carte, sono sorpresi dalla soluzione che l’Azienda di Novara sta applicando per risolvere il problema. Le incongruenze sono più di una. Uno degli umarèl – nella fattispecie il sottoscritto – ricorda bene la gara che aveva consegnato ad Alpha Project la fornitura e la gestione delle apparecchiature elettromedicali con un project financing multimilionario. Ne avevo scritto qui e mi ero anche beccato una querela (poi archiviata) da parte della 3B srl, una delle ditte che facevano parte del raggruppamento.

Così, aiutato del gruppo, per ripassare la lezione, il 13 aprile scorso ho inviato dalla direzione dell’AOU una richiesta di accesso agli atti per ottenere copia elettronica dei documenti che permettessero di avere il quadro completo del contratto di Ppp del 2017 e della sua attuazione. La mia richiesta però deve aver allarmato la dirigenza dell’AOU al punto da indurre il Direttore Generale, con la deliberazione n. 375 del 22/05/2026, ad annullare d’ufficio la gara indetta il 26/03/2026, cioè meno di 60 giorni prima.

Un collaboratore del consigliere regionale Coluccio (M5S) gli parla di questa storia e lui decide di porre il problema della legittimità dell’operato dell’AOU di Novara direttamente al direttore della Sanità Regionale, dott. Sottile. Quest’ultimo risponde annunciando, fra l’altro, l’apertura un’indagine interna per capire come sia stato possibile tutto questo. Di solito gli uffici l’indagine dovrebbero farla prima, sono pagati per quello. Qui, l’istruttoria non andava proprio bene e la delibera di indizione prevedeva quasi 50mila euro di compenso extra al dirigente che l’ha allestita, quale contribuito di progettazione. Se tutto fosse andato liscio, questo è quanto gli avrebbero riconosciuto, oltre allo stipendio niente male che già percepisce. Risparmiati.

La sbornia liberista degli ultimi decenni ha convinto destra e sinistra che il male del Paese – ben più che la malavita organizzata, l’evasione fiscale ecc. – fosse la pubblica amministrazione, popolata da fannulloni dediti a rallentare e vanificare gli sforzi della politica a fare in fretta. In nome della modernizzazione sono stati introdotti modelli organizzativi mutuati dal privato. Le Unità Sanitarie Locali sono diventate Aziende, governate da potenti Direttori Generali nominati dalla politica.

Soprattutto sono spariti completamente i controlli. Così molti settori della PA sono finiti in braccio all’incultura, alla voracità dei fornitori e non solo. Una bella fetta di PA è anche diventata uno strumento per scambi di consulenze e prebende di varia natura che consumano le risorse residue. La sanità pubblica, dove nel 2025 sono stati spesi circa 150 miliardi di euro, è uno dei settori più esposti a queste tentazioni.

La drammatica mancanza di controlli e una dirigenza che, setacciata da decenni di politica al ribasso, oramai non riesce più a fare il suo lavoro producendo risultati per i cittadini nel rispetto delle norme, sono un elemento fondamentale nel degrado del paese e del sistema sanitario pubblico. Uno degli ingredienti fondamentali per vivificare la democrazia è la partecipazione: gli umarèl che mi aiutano a raccontare queste storie sono persone che lo fanno in modo disinteressato.

Sostengono che la Pubblica Amministrazione, dove molti di loro lavorano e hanno lavorato, è uno dei presidi della democrazia e che occorre perciò opporsi il degrado, intanto controllando che gli atti rispettino le leggi, la pubblica utilità e che gli scambi di favori fra i dirigenti sotto forma di sontuosi incarichi intrecciati non superino la decenza.

A tempo perso controllano, studiano, fanno quello che in uno Stato moderno dovrebbe essere il compito più alto di chi governa. Un lavoro che possono fare in tanti. Gli Enti pubblici hanno da tempo l’obbligo di pubblicare sui loro siti internet – sezione Amministrazione Trasparente – i dati delle attività che perciò possono essere consultati da chiunque lo voglia. Non sempre i dirigenti Responsabili della Prevenzione della Corruzione e della Trasparenza interpretano in modo adeguato il ruolo.

Insistiamo perché pubblichino i dati, così da potervi accedere e di poterne disporre. A garanzia di questi diritti c’è il dl 33/2013 a cui si è aggiunto il dl 97/2016, che ha previsto il cosiddetto Accesso Civico Generalizzato. Si tratta di diritti esercitabili anche per email. Più li usiamo meglio stiamo, umarèl compresi.

L'articolo Una mia richiesta di accesso agli atti deve aver allarmato l’ospedale di Novara: annullata la gara per due risonanze proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  
❌