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“Due popoli due stati? Formula vuota, senza futuro. E i partiti anti-Netanyahu non sono all’altezza”, intervista a Della Seta

Roberto Della Seta ha applicato, con passione civile e coraggio intellettuale, uno dei motti più riusciti di Legambiente, di cui è stato presidente: “Pensare globalmente, agire localmente”. Una visione che ha attraversato il suo impegno politico e parlamentare e la sua attività di giornalista e scrittore. Tra le sue ultime pubblicazioni segnaliamo: Pacifismi. Storia plurale di un’idea controversa (Mimesis, 2025). Della Seta è anche una delle coscienze critiche dell’ebraismo italiano.

“Basta tifoserie: si può essere contro Hamas e contro i crimini di Netanyahu”. È l’appello lanciato in una intervista a L’Unità da Emanuele Fiano, presidente di Sinistra per Israele. Lei come risponde?
Concordo totalmente: si può, si deve essere contemporaneamente contro i crimini di Netanyahu e contro i crimini di Hamas. Ha ragione, Fiano, anche nel denunciare il clima da stadio che avvelena sempre più spesso il dibattito pubblico e che nel caso di Israele e Palestina non impazza soltanto sui social ma contagia anche commentatori autorevoli o sedicenti tali. Cito due esempi tra loro opposti: la “messa all’indice” di Erri De Luca e di Moni Ovadia da parte di quelle che Fiano chiama opposte tifoserie. Non condivido quasi nulla di quello che ha detto De Luca su Israele e Gaza, ma considerare le sue parole come sostegno o peggio “complicità” verso Netanyahu – così le hanno bollate in tanti nel mondo filopalestinese -, è ridicolo. Non sono d’accordo nemmeno con alcune opinioni di Moni Ovadia liquidatorie di tutta la storia del sionismo, ma vedere Ovadia come una specie di ebreo “odiatore di se stesso”, un antisemita suo malgrado – così lo descrivono in molti tra i filoisraeliani “doc” – è grottesco. Con Erri De Luca e con Moni Ovadia è del tutto legittimo polemizzare, ma rispettandone la storia e il prestigio intellettuale e soprattutto rifuggendo da qualunque tentazione di ostracismo giacobino. Ecco, io credo che una buona regola per dibattere di Israele e Palestina da “non-tifosi” sia mettere qualche paletto di verità: dichiararsi antisionisti e giudicare Israele come uno Stato ormai dominato da un’ideologia ultranazionalista, non significa essere antisemiti; invece, è antisemitismo in purezza collegare la condanna di Israele, anche la più radicale, con farneticazioni su “complotti ebraici” e sulle “lobby ebraiche” alla conquista del mondo. Purtroppo, entrambi questi criteri sono violati di continuo. Violati da chi ha proposto, votato e sostiene il disegno di legge in discussione alla Camera che definisce come antisemitismo, per esempio, anche il fatto di paragonare le azioni di Israele a quelle dei nazisti. Paragone che si ritrova esplicitato da noti antisemiti quali Albert Einstein e Hannah Arendt in una lettera pubblica che pubblicarono sul New York Times all’indomani della nascita di Israele in cui bollavano come fasciste i blitz delle bande paramilitari guidate da Menachem Begin, futuro primo ministro e padre politico di Netanyahu, per cacciare migliaia i palestinesi dai loro villaggi ormai “israelianizzati”. E violati, questi criteri, da chi per motivare la solidarietà con i palestinesi fa riemergere dalla fogna della storia europea rappresentazioni degli ebrei come una rete transnazionale di criminali.

Nell’intervista, Fiano rilancia come prospettiva su cui concentrare l’iniziativa di chi non è “tifoso” ma partecipe di un tragico conflitto senza fine, quella di due popoli, due Stati. Ma c’è ancora spazio per dare corpo a questa idea?
Credo che Fiano abbia bene presente la mappa attuale degli insediamenti di coloni ebrei in Cisgiordania, insediamenti – va ricordato – avvenuti anche quando governava la sinistra: come immagina questi “due Stati”? Mi viene in mente il regime razzista sudafricano, che aveva creato una decina di “bantustan”, piccole isole “nere” formalmente indipendenti ma in realtà micro-Stati vassalli del Sudafrica. Oggi “due popoli due Stati” è una formula vuota, senza futuro. Personalmente non mi piace nemmeno come idea: la penso come quella piccola minoranza di sionisti del Novecento – da Martin Buber a Judah Magnes – che sostenevano la prospettiva di un unico Stato binazionale. Non amo il concetto di “Stato etnico”, che sia degli ebrei come dei musulmani. Detto ciò capisco bene che la possibilità di vedere nascere “dal fiume al mare”, dal Giordano al Mediterraneo, uno Stato dove vivano insieme e con pari diritti ebrei israeliani e palestinesi, non è per oggi né per domani. Ma non ho dubbi che a questo si arriverà alla fine del tunnel, ancora lontana.

Dopo i video inneggianti al trattamento brutale riservato agli attivisti della Global Sumud Flotilla, l’Europa e l’Italia hanno scoperto la “mela marcia” che si annida nel governo Netanyahu: Itamar Ben-Gvir. Ma regge questa identificazione o c’è molto altro?
Ben-Gvir è un criminale politico, ma è solo la punta vistosa di un iceberg incomparabilmente più grande. La mela marcia è tutto il governo Netanyahu, la mela marcia è la maggioranza che lo sostiene, la mela marcia è chi tuttora tra gli israeliani si riconosce in questa destra nazionalista e razzista, la mela marcia è l’esercito che ha condotto lo sterminio di civili a Gaza, la mela marcia sono le forze di sicurezza israeliane che tollerano e spesso spalleggiano le aggressioni sistematiche dei coloni contro i palestinesi in Cisgiordania. Ben-Gvir nella mela marcia – chiedo scusa per la metafora brutale – è solo il verme più repellente.
Quanto alla “Global Flotilla”: è desolante la debolezza con cui governi europei a cominciare dal nostro hanno reagito all’atto di pirateria internazionale compiuto da Israele in acque internazionali contro loro cittadini che partecipavano a una missione umanitaria rigorosamente disarmata. È desolante, ed è una specie di manifesto del “doppio standard” che adotta l’Europa in tema di difesa della legalità internazionale e dei diritti umani: intransigente (giustamente) con il criminale Putin, più che conciliante con il criminale Netanyahu.

“Io, sionista di fronte alla catastrofe spirituale dell’ebraismo”. Così questo giornale ha titolato una impegnata intervista di Gad Lerner. Cosa è per lei il sionismo?
Condivido ogni virgola di Gad, anche se la mia storia è diversa dalla sua. Sono ebreo per metà, quella paterna, e mio padre Piero che era un dirigente del Partito comunista, fu negli anni ’60 uno dei primi ebrei italiani a schierarsi pubblicamente contro Israele. Mio padre si dichiarava orgogliosamente antisionista, io su questo la penso diversamente. Da storico, credo che il sionismo vada visto nella sua grande pluralità di ispirazioni: erano sionisti Buber, Magnes, Arendt, che sognavano uno Stato arabo-ebraico in Palestina, ed era sionista Vladimir Zabotinskij, nazionalista e ammiratore di Mussolini. Il sionismo è nato, come pensiero e movimento, per liberare gli ebrei d’Europa da secoli di persecuzioni, ha ricevuto una legittimazione formidabile dalla Shoah. Certo è nato con un’impronta eurocentrica, non si è mai troppo curato del “fatto” che in Palestina vivevano comunità arabe che inevitabilmente hanno vissuto l’emigrazione ebraica come colonialismo. Dalla nascita dello Stato d’Israele, il sionismo ha visto prevalere sempre più decisamente la sua radice peggiore, nazionalista e colonialista: non si può ridurre la sua degenerazione a Netanyahu, Netanyahu e la sua destra suprematista sono il sintomo e non la causa della malattia d’Israele. Poi guardo al sionismo non solo da storico: mia sorella ha sposato un ebreo israeliano che ha origini familiari polacco-ucraine. Ha idee molto di sinistra sul mondo, odia Netanyahu, ma non può dimenticare che se lui è venuto al mondo è perché suo padre negli anni ’30 del secolo scorso fuggì dall’Europa seguendo l’ideale sionista. Impossibile pretendere da mio cognato che si senta antisionista, quanto a me tendo a considerarmi asionista.

Anna Foa ha scritto un bellissimo libro dal titolo Il suicidio d’Israele. Questo suicidio si è già compiuto o c’è ancora qualche speranza?
Il suicidio di Israele come Stato ebraico credo sia compiuto, suicidio etico e reputazionale. Le prossime elezioni diranno del suo suicidio politico, in fase avanzata. Ovviamente mi auguro che Netanyahu perda le elezioni, e so benissimo che un governo guidato dalle attuali opposizioni rappresenterebbe un grande paso avanti. Ma sono sincero: credo i partiti anti-Netanyahu non siano all’altezza della sfida per dare un futuro di sicurezza e di prosperità a chi vive in Palestina. Dico a chi vive in Palestina, intendo prima di tutto ai palestinesi ma intendo anche ai milioni di ebrei israeliani. Faccio un esempio: giorni fa il leader dei Democratici, partito erede dei laburisti, Yair Golan, ha detto che per uno Stato palestinese “non è ancora il momento”. Credo che tutta la politica israeliana, anche la sua parte migliore, non abbia coscienza dell’abisso in cui è sprofondata nel mondo l’immagine d’Israele. E poi bisogna avere il coraggio di riconoscerlo: l’odierno Israele non è una democrazia, non lo è almeno da sessant’anni, da quando occupa illegalmente territori in cui vivono milioni di persone che non possono scegliere con il voto chi ne decide la vita e il futuro.

Il suicidio di cui sopra può riguardare anche la diaspora?
La diaspora, in particolare quella europea, dal 1948 si è identificata in Israele come “stato-guida” e oggi fatica a metterne in discussione l’agire. Eppure, lo stesso sionismo che proponeva la nascita di uno Stato ebraico in Palestina è nato in polemica con l’aspirazione di tanti ebrei europei a integrarsi nei contesti nazionali di cui bene o male erano parte da secoli. Poi tra ebraismo diasporico e Israele c’è un’altra grande differenza: il primo è costitutivamente cosmopolita, abituato a ibridarsi con altri da sé, portatore di un’idea plurale dell’identità, mentre in Israele si è progressivamente affermata un’idea esclusiva dell’identità ebraica.

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Trump-Iran, mai così vicini alla pace: ma dietro le quinte il pressing di Israele per sabotare l’intesa

Trentotto. Trentanove. Quaranta. Il numero degli annunci di un accordo raggiunto tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra del Golfo. Quando alla roulette della pace è uscito il 41 sembrava essere la volta buona. A dirlo era sempre lui, il “croupier “di Washington. Sembrava. Perché in questa storia infinita a un certo punto sembra riandare in onda la riedizione geopolitica del Giorno della marmotta. «Le condizioni che l’Iran ha fatto trapelare ai media sono delle fake news che non hanno nulla a che fare con i termini concordati per iscritto. Ciò che hanno dichiarato, inclusa la loro debole e patetica affermazione sull’esistenza di un accordo, non ha alcun riscontro nella realtà. Sono persone estremamente sleali con cui trattare; con loro, la buona fede è un concetto inesistente». Così Donald Trump sul suo social Truth, sottolineando che «l’attacco con droni della scorsa notte contro navi indiane in uscita dallo Stretto di Hormuz, attacco che è stato completamente respinto, è assolutamente inaccettabile». L’Iran «farebbe meglio a rimettersi in riga, e in fretta», avverte ancora il tycoon, sempre sul suo social. Ora, stiamo parlando del presidente dell’iperpotenza militare mondiale, l’uomo che può decidere i destini del pianeta.

A mettere in fila le sue esternazioni sembra di avere a che fare con uno psicolabile che cambia idea di ora in ora. «Abbiamo messo fine alla guerra con l’Iran. Hanno accettato di non dotarsi mai di armi nucleari, una condizione su cui abbiamo insistito. Era proprio questo l’obiettivo, era il 95% della questione». Così esternava Trump durante un comizio virtuale a sostegno del vicegovernatore della Georgia Burt Jones, secondo quanto riporta Cnn. Nell’accordo con l’Iran «abbiamo ottenuto tutto quello che volevamo», aveva proclamato il commander in chief, sempre nel corso dello stesso comizio virtuale, secondo quanto riportato dall’Agenzia Bloomberg. L’intesa è «praticamente fatta», ha messo in evidenza. “Esternator” era inarrestabile. “Non avevamo bisogno del loro sostegno. Abbiamo vinto la guerra. Era in qualche modo irrilevante! Devo andare, ho una grande riunione in corso, ma abbiamo vinto la guerra in Iran. Non avevamo bisogno del loro aiuto. Grazie mille”. È questa la dichiarazione rilasciata da Trump, a La7 in una conversazione telefonica con Daniele Compatangelo, riportata ieri mattina a Omnibus su La7 da Alessandra Sardoni. Le parole del presidente americano arrivavano in risposta a una domanda sul ruolo dei leader europei e del G7 rispetto alla crisi con l’Iran. Nella conversazione, Trump ha sostenuto che l’appoggio degli alleati europei sia stato “irrilevante”, rivendicando che gli Stati Uniti abbiano raggiunto i propri obiettivi senza il loro contributo. Tutto bene. Tutto fatto. Macché.

A rompere le uova nel paniere di The Donald è l’agenzia di stampa statale iraniana Irna che rende noto che l’attuale bozza di accordo con gli Stati Uniti è definita da 7 principi generali e che le capacità missilistiche dell’Iran non rientrerebbero nell’agenda dei negoziati proposti così come il fatto che Teheran non rinuncerà al controllo dello Stretto di Hormuz. Secondo Irna, durante i colloqui di 60 giorni successivi alla firma del memorandum verrebbero affrontati solo tre temi: la prosecuzione del programma nucleare iraniano, la revoca delle sanzioni statunitensi e un meccanismo di risarcimento. L’Irna ha inoltre riferito che, nell’ambito del memorandum attuale, non è stato raggiunto alcun accordo sulla questione nucleare. L’agenzia iraniana ha riferito che l’Iran non rinuncerà al controllo di Hormuz e che gli Stati Uniti non avranno alcun ruolo nella sua futura gestione. «Contrariamente ad alcune bizzarre affermazioni apparse sui media, l’Iran non si impegna in alcun modo, con questo testo, a cedere la gestione dello Stretto di Hormuz o a restituirlo allo Stato prima dell’aggressione militare di Stati Uniti e Israele. L’unico punto menzionato è la normalizzazione del transito attraverso lo Stretto di Hormuz al termine della guerra, il ripristino della sicurezza marittima da parte degli Stati costieri, la fine del blocco illegale e la rimozione delle minacce alla navigazione commerciale da parte di Stati Uniti e Israele. Su richiesta dell’Iran, gli Stati Uniti non avranno alcun ruolo nella futura gestione dello Stretto di Hormuz. È stato chiarito che la futura amministrazione dello Stretto si baserà su un’iniziativa e una proposta iraniana, nell’ambito di una questione di competenza dei Paesi della regione. In questo contesto, le discussioni sul futuro dello Stretto di Hormuz non avranno luogo nemmeno nei negoziati successivi alla firma dell’accordo, e Teheran risolverà direttamente la questione nei colloqui con l’Oman».

Le rivelazioni iraniane fanno saltare i nervi al presidente Usa, che torna in modalità guerresca. Un accordo in fase di definizione tra Stati Uniti e Iran è “basato sulle prestazioni” e Teheran non riceverà nessuno dei suoi beni congelati finché non rispetterà la sua parte dell’accordo: è quanto ha dichiarato un alto responsabile dell’amministrazione Trump, secondo il Times of Israel, dopo che l’agenzia iraniana Mehr aveva riportato che la bozza di accordo fra Iran e Stati Uniti garantirebbe lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni congelati entro un periodo di 60 giorni. La cerimonia della firma del memorandum di intesa tra Stati Uniti e Iran segnerà l’inizio della «fase due» dei negoziati diplomatici. Lo scrive la Cnn citando fonti informate che confermano che con ogni probabilità l’intesa verrà firmata a Ginevra in una cerimonia a cui per gli americani dovrebbe partecipare il vicepresidente JD Vance, come del resto ha detto lo stesso Trump ieri notte. La firma, confermano ancora le fonti informate della rete americana, potrà avvenire domenica, giorno in cui sono previsti alla Casa Bianca i festeggiamenti per il compleanno di Trump. Le stesse fonti fanno poi notare che la cerimonia si svolgerà non lontano da Evian, la località francese dell’Alta Savoia sul lago Lemano, dove lunedì è atteso il presidente americano per partecipare al vertice del G7. Nulla però è stato confermato e fonti iraniane fanno sapere che per la firma della “dichiarazione di Islamabad”, come il testo da più parti è chiamato in riconoscimento del ruolo centrale svolto dal Pakistan nella mediazione, si sta prendendo in considerazione anche Vienna, riporta ancora la Cnn.

Ginevra, Vienna… Firma sì, firma forse. Firma su che…L’Iran ha accettato di smantellare il suo programma nucleare e di distruggere il materiale nucleare nell’ambito di un accordo con gli Stati Uniti, ha dichiarato un funzionario della Casa Bianca all’Afp, mentre le due parti hanno fornito versioni contrastanti dell’accordo. Teheran ha anche accettato di riaprire lo Stretto di Hormuz e non riceverà alcun fondo congelato finché non rispetterà gli impegni assunti nell’ambito dell’ “accordo basato sulle prestazioni”, ha affermato l’alto funzionario dell’amministrazione. Per non farsi mancare nulla, c’è l’incognita, e che incognita, israeliana. Israele sta esercitando pressioni sugli Stati Uniti affinché impediscano lo scongelamento dei beni iraniani nell’ambito di un accordo di cessate il fuoco. Lo afferma la Cnn citando una fonte israeliana a conoscenza delle discussioni. La Cnn aveva precedentemente riportato che l’annuncio di Trump, che lasciava intendere un imminente accordo con l’Iran, aveva colto di sorpresa Netanyahu, che in quel momento stava tenendo una riunione con alti funzionari della sicurezza sull’Iran. Israele nutre da tempo scetticismo sulle intenzioni di Teheran nei negoziati, ritenendo che non stia negoziando in buona fede. Israele crede che, anche se venisse firmato un memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, questo non porterebbe a un accordo definitivo, ha dichiarato una fonte israeliana alla Cnn.

Dalle indiscrezioni alle dichiarazioni pubbliche. «Finché sarò primo ministro di Israele, l’Iran non avrà armi nucleari. Il presidente Trump e io siamo in pieno accordo su questo punto. Da oltre 30 anni sono in prima linea nella lotta internazionale contro il programma nucleare iraniano. Se non fosse per questa lotta, l’Iran avrebbe avuto bombe atomiche per distruggere Israele molto tempo fa. L’Iran sta lavorando per distruggere lo Stato ebraico e io dedico la mia vita a impedirglielo e finché sarò premier di Israele, questo non accadrà». A sostenerlo è il premier israeliano Benjamin Netanyahu in una nota. Un Netanyahu in modalità campagna elettorale, costretto a fare buon viso a un cattivo gioco, per lui e il suo governo di estrema destra. Che i contenuti di quel memorandum, nelle varie versioni dispiegate, non piaccia a chi governa Israele, lo lascia bene intendere il lungo comunicato del ministro della Difesa Israel Katz: “Israele non si ritirerà dalle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza. L’Idf continuerà a difendere i nostri confini e i nostri cittadini dal Monte Hermon, dalle montagne libanesi, dalla Samaria e dalla maggior parte del territorio di Gaza, contro le minacce provenienti da forze e organizzazioni jihadiste, come insegnamento fondamentale tratto dagli eventi del 7 ottobre”. “Il presidente Usa sta attualmente portando avanti un accordo con l’Iran nell’ottica degli interessi americani, compreso l’interesse comune con Israele, ovvero impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari. Ci aspettiamo che sostenga questo principio e altri principi relativi ai missili e ai gruppi terroristici regionali”.

“Israele deve garantire di avere anche la capacità di agire in modo indipendente in futuro per impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari, e il premier Benjamin Netanyahu ed io abbiamo ordinato all’esercito di prepararsi di conseguenza”, conclude la nota. E tanto per essere chiari, l’esercito israeliano ha emesso un ordine di evacuazione per gli abitanti per tre località nel distretto di Sidone: Sarafand, Tefahta e Mazraat Sinay. È quanto reso noto su X dal portavoce militare israeliano in lingua araba, Avichay Adraee. Nel suo messaggio, l’esercito israeliano afferma di avere come obiettivo Hezbollah e ordina agli abitanti di rifugiarsi a nord del fiume Zahrani, situato a sud della città di Sidone, capoluogo del distretto. In Libano si continua a combattere, i morti e feriti si contano a decine anche ieri. Nel fatidico memorandum c’è anche il paragrafo-Libano. L’Iran chiede il ritiro dell’esercito israeliano dal Paese dei Cedri. Trump non ha detto di no. E Netanyahu può far saltare il banco. Fino al prossimo giro di roulette.

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La musica inimitabile di Nicola Piovani: geniale, eppure così umana

Ottant’anni non bastano a contenere Nicola Piovani, ma sono sufficienti a restituire un’immagine rara: quella di un artista che ha attraversato più di mezzo secolo senza mai cedere alla tentazione dell’enfasi. Nato a Roma nel 1946, cresciuto tra la musica di famiglia e la scena teatrale, Piovani ha costruito un percorso che coincide, in larga parte, con la storia del cinema italiano contemporaneo. Ma la sua grandezza non si misura soltanto con la quantità delle opere – oltre duecento colonne sonore – né con i premi, tra cui l’Oscar del 1999 per La vita è bella. Piovani è, soprattutto, un autore che ha saputo definire un’etica del suono. Fin dagli esordi, negli anni della contestazione, quando compone per i cinegiornali universitari e poi per il primo film di Silvano Agosti, la musica per Piovani non è mai un gesto isolato: nasce sempre dentro una relazione. È qui che si forma la cifra che lo accompagnerà per tutta la vita. Non l’idea romantica del compositore come voce solitaria, ma quella di un artigiano della drammaturgia, che lavora accanto agli altri linguaggi. Per questo, quando negli anni Settanta e Ottanta entra in contatto con Bellocchio, i Taviani, Nanni Moretti, Monicelli e poi con Fellini, non si limita a scrivere colonne sonore: impara a leggere il cinema dall’interno, a comprenderne la grammatica invisibile. Un linguaggio diverso, un linguaggio diverso della melodia.

Il tratto distintivo di Piovani è stato spesso indicato nella sua sobrietà. Sobrietà non è un limite, è una scelta. La sua musica non invade mai le immagini: le attraversa. Non cerca di spiegarle, ma di suggerirne il senso. Come lui stesso ha detto, nel cinema la musica è «grossomodo ancella» e deve saper entrare “in punta di piedi”. È una dichiarazione che oggi suona quasi controcorrente, in un’epoca dominata dall’eccesso. Piovani difende invece una misura antica: quella per cui il suono non si sovrappone alla visione, ma la accompagna, lasciandole spazio. Questa idea trova la sua forma più compiuta nella collaborazione con Roberto Benigni e nella celebre colonna sonora de La vita è bella. Non è semplicemente una soundtrack efficace: è una costruzione morale. Di fronte a un racconto che intreccia tragedia e leggerezza, Piovani sceglie una via apparentemente fragile, fatta di temi limpidi e sospesi, evitando ogni retorica. Il risultato è una partitura che non addolcisce il dolore, ma lo rende attraversabile. È forse questo il segreto della sua forza: la capacità di restare umana anche quando incontra l’orrore. Ma fermarsi al cinema sarebbe riduttivo. Piovani è uno dei pochi compositori italiani ad aver mantenuto un dialogo costante tra linguaggi diversi. Il teatro, innanzitutto, per il quale scrive composizioni per registi come Carlo Cecchi o Vittorio Gassman, trovando una dimensione più diretta, meno mediata. La canzone, grazie all’incontro con Fabrizio De André, che lo porta a collaborare in album diventati fondamentali. La commedia musicale, con esperienze come I sette re di Roma, che attraversano la tradizione popolare con intelligenza e ironia. In tutte queste forme, ciò che resta costante è la tensione a cercare un equilibrio tra leggerezza e pensiero.

Il suo stile, come ha osservato la critica, unisce elementi colti e popolari, memoria e contemporaneità, mantenendo una forte coerenza interna. Non c’è mai virtuosismo fine a sé stesso: ogni soluzione musicale nasce dalla necessità di dare forma a una narrazione. È per questo che Piovani riesce a essere riconoscibile senza essere ripetitivo. La sua musica non si impone come marchio, ma si adatta, muta, si lascia contaminare dalle storie che incontra. C’è poi un altro elemento, meno evidente ma decisivo: il rapporto con l’idea di fortuna, lo stesso Piovani ha definito spesso la sua carriera come “molto fortunata”. Sappiamo che non è così, e non per falsa modestia. Chi ha avuto il piacere di averlo come vicino di casa racconta che il maestro è sempre è il primo a dare il saluto e l’ultimo a tirarsi indietro nel concedere mani e sorrisi. È una visione, quella di Piovani, che ridimensiona il mito del genio solitario e restituisce all’arte la sua dimensione umana. Anche questo contribuisce a spiegare il suo stile: una musica che non pretende di dominare, ma di partecipare.

Negli ultimi anni, con spettacoli come Note a margine, Piovani ha scelto di raccontarsi, intrecciando parole e musica in una forma che è insieme autobiografia e riflessione sul mestiere. Non si tratta di un bilancio celebrativo, ma di un modo per interrogare il senso di una vocazione. E il titolo stesso suggerisce molto: le “note a margine” sono ciò che sembra secondario, ma che in realtà custodisce il significato profondo. È un’immagine perfetta per la sua poetica. A ottant’anni, Piovani non appare come un monumento al passato ma come un ponte che dal presente ci porta verso il futuro. In un tempo che tende a saturare ogni spazio di suono, la sua lezione è più attuale che mai: la musica non deve riempire, deve ascoltare. Non deve occupare la scena, ma rivelarne le pieghe nascoste, anche quelle più semplici, che sono sempre, per paradosso quelle meno accettate. È forse questo che rende il suo lavoro così necessario. In un mondo che ha smarrito il senso della misura, Nicola Piovani continua a ricordarci che la bellezza non nasce dall’eccesso, ma dalla precisione. Da quella nota esatta, e da quel silenzio intorno, che permettono a una storia di diventare esperienza. Lo diceva Federico Fellini che un linguaggio diverso è una diversa visione della vita, ed è così anche per Nicola Piovani: una melodia diversa, una visione della vita diversa.

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Perché in Albania si protesta, la “Rivoluzione dei Fenicotteri” contro il resort del genero di Trump: “Non siamo in vendita”

Non si fermano le proteste in Albania innescate dal resort progettato anche da Jared Kushner, genero del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in un’area costiera protetta. Continuano e si trasformano in un largo movimento di opposizione al governo. Chi scende in piazza, ormai per il decimo giorno consecutivo, chiede le dimissioni del primo ministro Edi Rama, che in realtà ha dichiarato come il progetto non si ancora ufficiale mentre l’interesse di Washington nell’area dei Balcani appare evidente. “L’Albania non è in vendita”, lo slogan ripetuto in piazza dai manifestanti che assicurano che le proteste continueranno.

Soprannominata “Rivoluzione dei Fenicotteri”, l’ondata di mobilitazione è stata innescata dal progetto turistico di un resort di lusso progettato nell’area di Pishe Poro e sull’isola di Sazan. Un piano articolato in due interventi, annunciato inizialmente nel 2024, per un investimento complessivo di oltre 5 miliardi di euro: lo sviluppo costiero nell’area della laguna di Narta, tra le altre cose riserva naturale, e un resort sull’isola disabitata di Sazan, che ospitava una base militare nell’epoca comunista. A investire sarebbe la Atlantic Incubation Partners, società legata alla Affinity Partners, il fondo di investimenti di Kushner. Per il governo un progetto che incentiverebbe il turismo di lusso sulla costa adriatica. Secondo il New York Times, dietro il progetto ci sarebbero dei magnati del Qatar di origini siriane.

Le proteste sono esplose quando un manifestante, il 30 maggio scorso, è stato picchiato dalla sicurezza privata. I leader hanno fatto notare la coincidenza con l’anniversario della fondazione della Lega di Prizren, episodio storico dell’800 considerato un luogo della memoria simbolo dell’unità nazionale dell’Albania. I fenicotteri rosa sono tra le specie protette che popolano le zone del progetto. I manifestanti hanno avanzato delle richieste: le dimissioni del governo, l’abrogazione dello status speciale per gli investitori strategici, il ritiro della normativa chiamata “Pacchetto Montagna”, l’annullamento delle modifiche alla legge sulle aree protette, l’abrogazione delle modifiche alla legge sul patrimonio culturale.

Rama, in carica dal 2013 e al suo quarto mandato da premier, ha respinto le accuse a Euronews descrivendo le proteste come alimentate e amplificate da bot, narrazioni antisemite e forze esterne ostili. Alla CNN ha accusato “nemici dell’Albania e di Israele”. Sullo sfondo aleggia il processo di ingresso nell’Unione Europea, per il quale Tirana è candidata. “L’Albania dovrebbe astenersi da azioni che potrebbero compromettere il raggiungimento del criterio di chiusura, in questo caso il Capitolo 27“, ha precisato il portavoce Guillaume Mercier, riferendosi al capitolo dei negoziati di adesione che impone ai Paesi candidati di allinearsi alle norme per la tutela dell’ambiente.

La vicenda racchiude diversi dei temi centrali per il Paese: dalla speculazione edilizia al turismo, dalle privatizzazioni alla difesa del patrimonio. Lo scorso febbraio la vicepremier e ministra delle Infrastrutture Belinda Balluku si ea dimessa per un’indagine sulle procedure d’appalto. Il primo giugno la Procura albanese speciale contro la corruzione e il crimine organizzato (SPAK) ha aperto un fascicolo per indagare i suddetti controversi emendamenti alla legge sulle aree protette. La Affinity Partners aveva comunque avviato la costruzione di un hotel di lusso a Belgrado al posto del Ministero della Difesa distrutto dai bombardamenti NATO del 1999, tutto saltato dopo un’indagine della procura serba.

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Garlasco, Alberto Stasi verso l’uscita dal carcere e l’affidamento in prova dal tribunale di Sorveglianza

Mentre infuriano le polemiche e di fatto la possibilità concreta di un nuovo processo che potrebbe stabilire una nuova verità sul delitto di Chiara Poggi a Garlasco il 13 agosto del 2007, per chi dalla giustizia italiana è indicato come l’autore di quell’omicidio arriva una importante novità. Alberto Stasi, fidanzato all’epoca dei fatti di Chiara, va verso l’uscita dal carcere e l’affidamento in prova ai servizi sociali.

Stasi è in attesa del provvedimento del Tribunale di Sorveglianza di Milano dopo l’udienza tenuta oggi pomeriggio in gran segreto. Dalla Procura generale, diretta da Francesca Nanni e col sostituto pg Valeria Marino, è arrivato parere positivo per la sua buona condotta da detenuto, anche in semilibertà, in questi anni e per le relazione positive dell’equipe del carcere di Bollate.

Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione, era già in regime di semilibertà: la concessione dell’affidamento in prova non è collegata con l’eventuale procedimento di revisione del suo processo, per la quale la difesa presenterà istanza. Sullo sfondo c’è infatti, ma appunto non è legata alla decisione odierna del Tribunale di Sorveglianza, la chiusura delle indagini da parte della Procura di Pavia per Andrea Sempio, nuovo indagato e considerato dagli inquirenti il responsabile dell’omicidio di Chiara quel 13 agosto 2007.

Per la Procura di Pavia l’omicidio sarebbe stato dettato dal fatto che Chiara Poggi avesse rifiutato le avance sessuali di Sempio, amico del fratello Marco. Recatosi a casa Poggi, dove Chiara era da sola mentre i familiari erano in vacanza, Sempio secondo la ricostruzione degli inquirenti avrebbe avuto una colluttazione per poi “colpiva reiteratamente la vittima con un corpo contundente (dapprima in regione frontale sinistra e in regione zigomatica destra), facendola cadere a terra”. Poi “la trascinava al fine di condurla verso la porta di accesso alla cantina” e, dopo che la 26enne “provava a reagire mettendosi carponi, la colpiva nuovamente con almeno 3-4 colpi” sempre alla testa “facendole perdere i sensi”. A seguito di ciò “spingeva il corpo della vittima facendolo scivolare lungo le scale che conducono in cantina ove, nonostante la stessa fosse già incosciente, la colpiva con almeno 4-5 colpi” ancora alla nuca, “cagionando” a Chiara Poggi “lesioni cranio encefaliche dalle quali derivava il decesso”. Accuse con aggravanti, ovvero quello di “aver agito con crudeltà verso la vittima in considerazione dell’efferatezza dell’azione omicidiaria per il numero e l’entità delle ferite inferte alla vittima, di cui almeno 12 lesioni sul cranio e sul volto. Con l’aggravante di aver commesso il fatto per motivi abietti, riconducibili all’odio per la vittima a seguito del rifiuto del suo approccio sessuale”.

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Cisgiordania, dal 2023 a oggi uccisi 1.244 civili tra cui 268 bambini

Cisgiordania, lo “Stato” dei coloni. Il “regno” dell’illegalità legalizzata e di un sistema di apartheid che fa impallidire quello contro cui si battè Nelson Mandela in Sudafrica. Negli ultimi 3 anni nella Cisgiordania occupata il numero di civili palestinesi uccisi dall’esercito israeliano e dai coloni ha superato il totale dei 17 anni precedenti, tra cui tantissimi bambini. È la denuncia lanciata ieri da Oxfam, sulla base dell’analisi dei dati forniti dalle Nazioni Unite. Rimarca il report: “Tra il 2006 e il 2022 le vittime sono state 1.036, tra cui 225 bambini, mentre solo dal 2023 ne sono state registrate 1.244, con 268 bambini rimasti uccisi. Ciò significa che, negli ultimi 20 anni, 1 uccisione su 5 ha riguardato un bambino, circa il 22%. Di contro, nei primi 17 anni presi in esame, i coloni israeliani uccisi dai palestinesi sono stati 86, tra cui 12 bambini, mentre si contano 43 vittime, tra cui 10 bambini, tra il 2023 e il 2025″.

In Cisgiordania è chiara l’accelerazione del piano di annessione israeliano, con sfollamenti forzati di massa, un aumento delle restrizioni alla libertà di movimento dei palestinesi e un’escalation di violenza senza precedenti da parte dei coloni e dell’esercito. Solo nei primi tre mesi di quest’anno si sono verificati più di 540 attacchi da parte dei coloni, 33 palestinesi sono stati uccisi e più di 2.200 persone sono state sfollate. Sono state vandalizzate e distrutte più di 60 infrastrutture idriche e igienico-sanitarie, tra cui condutture, sistemi di irrigazione e serbatoi d’acqua, compromettendo l’accesso all’acqua per ben 32 comunità palestinesi. ‘Il massacro di civili a cui stiamo assistendo è doloroso e inquietante – afferma Paolo Pezzati, portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia – Mentre gli occhi del mondo erano giustamente puntati sul genocidio commesso da Israele a Gaza, dopo le atrocità commesse da Hamas e altri gruppi armati nel 2023, in tutta la Cisgiordania si verificava un’ondata di violenza senza precedenti, ora sfociata in un piano sistematico di pulizia etnica. Ad oggi continuano a moltiplicarsi i posti di blocco e la chiusura di intere aree generando una frammentazione del territorio che impedisce l’accesso a servizi essenziali per le comunità palestinesi. Ogni giorno i nostri operatori lavorano per soccorrere le famiglie palestinesi le cui vite sono state distrutte, ed è straziante vedere decine di bambini uccisi. Questo è il costo dell’impunità, della violenza e della crudeltà israeliana che sono sotto gli occhi di tutti, mentre i leader mondiali distolgono lo sguardo’.

Negli ultimi tre anni in tutta la Cisgiordania sono stati sfollati con la forza oltre 46 mila palestinesi, un numero record, se si pensa che nei 14 anni precedenti erano stati 13 mila. Al momento in tutta la Cisgiordania (compresa Gerusalemme est) sono state costruite oltre 925 barriere e nuove recinzioni che limitano, in modo permanente o ciclico, la circolazione di oltre 3 milioni di palestinesi, portando un danno enorme all’economia e alla capacità di sussistenza. Si tratta di un aumento del 43% rispetto ai 20 anni precedenti, quando se ne contavano mediamente 647 in tutta la regione. “Siamo abituati a dover fare i conti con i coloni, ma negli ultimi tre anni gli episodi di violenza sono aumentati, come non ci saremmo mai aspettati. – racconta Saed (nome di fantasia) 50 anni, costretto a lasciare il villaggio di Ein Samya dove viveva – Alla fine ce ne siamo dovuti andare da casa nostra presa con la forza da un colono che ora ha preso il controllo della comunità. Siamo arrivati a Gerico, ma anche qui i problemi non sono finiti. I coloni continuano a chiudere le strade, girano sempre armati molestando e terrorizzando i nostri bambini quando vanno a scuola, rubano il nostro bestiame e occupano i pochi spazi di pascolo a cui abbiamo ancora accesso”. Così Oxfam. Cisgiordania, così vivono 3 milioni di palestinesi.

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Legge Bacchelli per Lea Melandri: la mobilitazione per l’attivista, scrittrice, saggista, insegnante femminista

Si mobilita la base e oltre, non soltanto il mondo del femminismo, per Lea Melandri. Saggista, scrittrice, giornalista, attivista, insegnante, femminista di spicco del movimento italiano. Per oltre cinquant’anni impegnata e attiva a livello politico e intellettuale. A 85 anni non ha un reddito. Per sostenerla è stata lanciata la campagna per assegnarle il vitalizio sulla base della legge Bacchelli. È stata chiamata: Dire grazie a Lea.

“Intere generazioni hanno potuto incontrare la ricchezza delle analisi di Lea Melandri nelle assemblee dei movimenti – si legge nel testo che invita alla mobilitazione – durante la sua attività di divulgazione o nei suoi corsi di ‘scrittura di esperienza’. Una presenza di infinita generosità, votata a un impegno che ha sempre seguito strade lontane dal denaro e dal potere. È arrivato il momento di dirle grazie. Oggi Lea è anziana e indigente. Rischia di non avere i mezzi per curarsi. Sosteniamo la sua candidatura per l’assegnazione del contributo economico vitalizio previsto dalla Legge Bacchelli a favore di persone che si sono distinte per meriti eccezionali nei campi della cultura, delle arti, della ricerca scientifica e dell’innovazione ma si trovano in condizioni di particolare ristrettezza. Sarebbe il dovuto riconoscimento materiale da parte della Repubblica nei confronti di una vita spesa per cause giuste e per un’opera che oggi è patrimonio della cultura italiana”.

Figlia di due mezzadri romagnoli, provincia di Ravenna, diplomata con il massimo dei voti al liceo classico, vinse il concorso per accedere alla Scuola Normale superiore di Pisa che lasciò dopo due anni per “lo studio ottusamente specialistico” e l’ambiente che descriveva come classista. Si sarebbe laureata in lettere e filosofia all’Università di Bologna e divenne insegnante alle medie e al liceo, insegnò anche nei corsi per l’istruzione di lavoratori e lavoratrici.

Ha attraversato il femminismo degli anni Sessanta, ha sempre mantenuto un legame forte con i movimenti degli anni ’70, si è scontrata quelli della differenza degli anni ’80. Ha partecipato al movimento degli insegnanti non autoritari, ha scritto per Il Corriere della Sera, L’Unità, Il Fatto Quotidiano tra gli altri, ha fondato le riviste L’erba voglio e Lapis, ha scritto Amore e violenza: il fattore molesto della civiltà e Come nasce il sogno d’amore, altri scritti sono stati inseriti nel volume L’infamia originaria tradotto anche all’estero. In La mappa del cuore – Lettere di adolescenti a una femminista ha raccolto le lettere che le scrivevano ragazze e adolescenti. Melandri ha contribuito a introdurre nel dibattito italiano sul femminismo la psicanalisi e l’esperienza personale.

La legge Bacchelli venne approvata nel 1985 durante il governo del Presidente del Consiglio socialista Bettino Craxi, istituiva un fondo di sostegno per “cittadini illustri”. I requisiti per accedervi sono un particolare stato di necessità economica, nessuna condanna penale, speciali meriti nei campi culturale, scientifico, sportivo e sociale. I meriti vengono valutati da una commissione. Lo scrittore Riccardo Bacchelli morì prima di poter usufruire del vitalizio. Della legge in passato hanno beneficiato tra gli altri la poetessa Alda Merini, i poeti Dario Bellezza e Aldo Nove, lo scrittore Daniele Del Giudice, la scrittrice Anna Maria Ortese.

“Penso che pure nella varietà delle pratiche, c’è una base comune: la lotta per sottrarre il corpo delle donne alla materialità dell’oppressione, e la conquista della loro individualità al di fuori di ruoli e funzioni con cui sono sempre state identificate. Oggi si parla di generi nel senso maschile e femminile ma non si dice che genere femminile per millenni è stato solo la donna, non le donne. Il femminile era considerato un tutto omogeneo, mentre gli uomini si sono sempre pensati come individui distinti”, ha dichiarato in un’intervista a Simonetta Sciandivasci su La Stampa. “Lea Melandri continua a essere un punto di riferimento imprescindibile per le nuove generazioni – ha scritto su Internazionale Annalisa Camilli – intervenendo con generosità e capacità di ascolto su riviste e giornali e con i suoi laboratori di scrittura, una presenza preziosa capace di costruire ponti e ancora smascherare i meccanismi profondi di violenza, sopraffazione e potere”.

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È morto David Hockney: addio al protagonista della pop art, ispirò Guadagnino e Bojack Horseman

Era considerato uno dei pittori inglesi in vita più popolari e apprezzati del ventesimo secolo, protagonista della pop art anche se aveva esplorato anche altri stili. Dai graffiti alla pittura astratta, dal collage alla tavoletta grafica. Aveva 88 anni David Hockney, è morto venerdì a Londra come comunicato dalla sua agente, Erica Bolton. “Una delle figure più importanti dell’arte contemporanea nel XX e XXI secolo è morta serenamente nella sua casa”. Capelli biondissimi, sigaretta in bocca, occhiali rotondi: era diventato un personaggio capace di ispirare anche oltre il mondo dell’arte.

Aveva cominciato a dipingere da giovanissimo, folgorato da una mostra di Van Gogh. Si era iscritto alla Royal College Art di Londra dopo aver iniziato al Bradford College of Art, dov’era nato, nello Yorkshire. Incontrò Andy Warhol a New York. Già nei primi anni cominciò a vincere premi importanti come quello per l’incisione alla Graven Image Exhibition di Londra e il Painting Prize alla John Moores Exhibition di Liverpool, per la grafica alla Biennale di Parigi nel 1963 quando inaugurò una personale alla Kasmin Gallery di Londra. Aveva realizzato opere che esploravano la sua omosessualità quando l’orientamento era considerata ancora illegale nel Regno Unito, prima del 1968. Era diventato famoso per dipinti quali “My Parents” e per quelli in cui realizzava una serie di collage fotografici utilizzando diverse Polaroid, i cosiddetti “Joiners“.

Aveva sviluppato una passione particolare per i paesaggi della California, dove si era stabilito a metà degli anni ’60, e per le piscine, ne aveva dipinte una ventina. Il film A bigger splash diretto dall’italiano Luca Guadagnino, del 2015, era stato ispirato dall’omonimo dipinto realizzato negli anni Sessanta. Portrait of an Artist (Pool with two figures) aveva ispirato un’opera onnipresente nella serie animata di culto prodotta da Netflix, Bojack Horseman. Hockney ha realizzato anche numerosi ritratti, anche di personaggi famosi.

Rifiutò, nel 1990, un titolo della Corona Britannica, ma nel 2012 accettò il riconoscimento dell’Ordine al Merito che gli assegnò Elisabetta II del Regno Unito. Si era dedicato, negli ultimi anni, ai dipinti fatti con l’iPad. Hockney ha avuto una carriera lunga oltre mezzo secolo, ha dipinto fino all’ultimo, in carrozzina: appena l’anno scorso la Fondazione Louis Vuitton a Parigi aveva ospitato la più grande retrospettiva della sua produzione con oltre 400 opere. Il comunicato della morte ha sottolineato “la natura straordinariamente prolifica della sua carriera, durata oltre settant’anni, caratterizzata da un approccio multimediale alla creazione delle immagini, da una continua riflessione sulla rappresentazione e la prospettiva e da un costante impegno nel raffigurare il mondo attraverso il colore”. Ha lasciato il compagno di lunga data Jean-Pierre Gonçalves de Lima, due fratelli e numerosi nipoti e pronipoti.

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Il dramma di Tommaso Costa: cambia carcere e gli negano cura per gli occhi, ma nessuno gli spiega perché

Tommaso Costa ha sessantasei anni. Da oltre diciannove anni e mezzo è detenuto e gran parte di questo tempo lo ha trascorso in regime di 41-bis. Convive con una Sindrome di Sjögren, una patologia autoimmune cronica che provoca xeroftalmia e xerostomia, ovvero una grave secchezza degli occhi e della bocca. Nella documentazione sanitaria in possesso dell’Associazione Yairaiha compaiono, almeno dal 2015, terapie e presidi utilizzati per il trattamento della patologia: Plaquenil, saliva artificiale e lacrime artificiali. Per anni quella documentazione accompagna il percorso detentivo di Costa nel 41-bis di Viterbo senza che la necessità di quelle cure risulti contestata. Poi arriva il trasferimento. Da circa due mesi Costa si trova nella Casa di Reclusione di Milano Opera, ancora in regime di 41-bis. La patologia è la stessa. Le condizioni cliniche sono le stesse. Restano le stesse esigenze terapeutiche che avevano accompagnato per anni la sua detenzione a Viterbo.

Secondo quanto denunciato dal figlio e tutore legale, a cambiare sarebbe invece l’accesso a una parte della terapia seguita per anni. Al centro della vicenda vi è un collirio a base di lacrime artificiali utilizzato per contrastare la xeroftalmia associata alla Sindrome di Sjögren. Una condizione che non consiste in un semplice fastidio oculare. In assenza di adeguata lubrificazione può provocare bruciore persistente, dolore, irritazione, infiammazione, fotosensibilità e, nei casi più gravi, lesioni della superficie corneale. Secondo quanto riferito dal familiare, dopo il trasferimento presso Milano Opera il presidio terapeutico non sarebbe stato autorizzato. La spiegazione ricevuta sarebbe stata informale e farebbe riferimento a una presunta incompletezza della documentazione sanitaria proveniente dall’istituto di provenienza. È qui che la storia smette di riguardare soltanto un collirio. Una persona detenuta non organizza il proprio trasferimento. Non gestisce la trasmissione della documentazione sanitaria. Non decide tempi e modalità delle verifiche amministrative. Se il problema riguarda la documentazione, è però la persona che necessita della terapia a subirne le conseguenze.

Vi è poi un ulteriore elemento. Secondo quanto denunciato dal familiare, non risulterebbe alcun provvedimento formale di diniego relativo alla mancata autorizzazione del presidio terapeutico. Proprio per questa ragione il figlio e tutore legale del detenuto ha trasmesso una diffida formale alla Direttrice della Casa di Reclusione di Milano Opera, chiedendo chiarimenti sulle limitazioni denunciate, sulle ragioni della mancata autorizzazione e sull’eventuale esistenza di atti formali adottati dall’istituto. La questione non riguarda soltanto la terapia. Senza un provvedimento formale diventa più difficile conoscere le ragioni della decisione, verificarla e contestarla nelle sedi previste dall’ordinamento. Un detenuto può rivolgersi al Magistrato di Sorveglianza per contestare decisioni che incidono sui propri diritti e sulle proprie condizioni di detenzione, ma per farlo deve poter conoscere l’esistenza e il contenuto del provvedimento che intende contestare. Quando una decisione resta confinata nell’informalità, non si crea soltanto un problema di trasparenza: diventa più difficile anche esercitare concretamente gli strumenti di tutela che l’ordinamento prevede. È un aspetto che questa Associazione conosce bene. Nel corso della propria attività ha infatti ricevuto numerose segnalazioni riguardanti la Casa di Reclusione di Milano Opera da parte di familiari, avvocati e persone detenute. In più occasioni, le segnalazioni ricevute hanno riguardato decisioni che incidevano concretamente sulla vita detentiva, comprese limitazioni ai colloqui con terze persone e altre richieste rivolte all’amministrazione, rispetto alle quali veniva denunciata l’assenza di un provvedimento formale di diniego.

Una circostanza che, secondo i segnalanti, rendeva estremamente difficile conoscere le ragioni della decisione e sottoporla al controllo del Magistrato di Sorveglianza attraverso gli strumenti previsti
dall’ordinamento. Circostanze che hanno dato luogo anche a iniziative istituzionali, interrogazioni parlamentari e articoli di stampa. È anche per questo che la vicenda di Tommaso Costa non appare come una questione isolata, ma si inserisce in un quadro di criticità che questa Associazione ha già avuto modo di riscontrare e segnalare con riferimento alla Casa di Reclusione di Milano Opera. La vicenda non si è fermata alla diffida trasmessa dal figlio e tutore legale del detenuto. A fronte delle criticità segnalate dal familiare e della documentazione acquisita, la situazione è stata portata all’attenzione delle autorità competenti mediante una specifica segnalazione, con richiesta di accertamenti in merito alla continuità terapeutica del detenuto, alla gestione della documentazione sanitaria relativa al trasferimento da Viterbo a Milano Opera, alle ragioni della mancata autorizzazione del presidio terapeutico e all’eventuale esistenza di provvedimenti formali di diniego. La vicenda è stata pertanto portata all’attenzione delle autorità competenti, alle quali è stato chiesto di accertare quanto segnalato. Perché la continuità terapeutica e la conoscibilità delle decisioni che incidono sulla salute di una persona detenuta non possono dipendere dall’informalità.

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Morte avvelenate dalla ricina, amica della famiglia denunciata per favoreggiamento: le liti tenute nascoste ai pm

C’è una inattesa novità nell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, madre e figlia minorenne morte a Natale scorso a Pietracatella, paesino del Molise dove, come emerso dalle indagini disposte dalla Procura di Larino, le due sono state uccise tramite avvelenamento da ricina. Se al momento non risultano persone iscritte nel registro degli indagati nell’inchiesta per omicidio aggravato dalla premeditazione e dall’uso del mezzo venefico, il quadro cambia in un secondo contesto. Come riferisce l’Ansa una stretta amica della famiglia Di Vita è stata denunciata per favoreggiamento: la donna, tra gennaio e oggi, è stata ascoltata tre volte in Questura a Campobasso come persona informata dei fatti e ha sempre negato tensioni e problemi nella famiglia Di Vita, salvo poi essere smentita da “riscontri oggettivi” fatti dagli investigatori.

In particolare la donna sarebbe stata a conoscenza dei problemi all’interno della famiglia Di Vita ma avrebbe invece continuato a negare di fronte alle domande dei poliziotti, tanto da far scattare la denuncia per aver ostacolato le indagini. Circostanza, aggiunge l’Ansa, in cui gli inquirenti si sarebbero trovati di fronte altre volte con altri testimoni chiamati in Questura ma poco propensi a riferire nei dettagli episodi e circostanze. Dall’avvio dell’indagine, riferisce LaPresse, sono state raccolte circa 160 sommarie informazioni testimoniali: il numero effettivo delle persone ascolta è però inferiore perché diversi testimoni sono stati convocati più volte per effettuare ulteriori approfondimenti.

I “riscontri oggettivi” che smentirebbero la donna ora denunciata sono emersi dalle prime informazioni ottenute dai telefoni prelevati nella casa di Pietracatella lo scorso 4 maggio. Le tensioni in famiglia sono emerse dalle chat recuperate e che rendono incongruenti alcune testimonianze rese da persone informate dei fatti davanti agli uomini della Squadra Mobile. Un quadro che potrebbe cambiare ulteriormente, dato che il lavoro sui dispostivi elettronici sequestrati (o telefoni delle vittime, Sara Di Vita e sua mamma Antonella, lo smartphone di Alice Di Vita e un tablet, un pc e due modem che erano nella casa di famiglia) è ancora in corso e non sarà completato prima di diverse settimane.

Resta inoltre ancora aperto il filone di indagine per omicidio colposo che vede indagati cinque sanitari dell’ospedale Cardarelli di Campobasso che ebbero in cura Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita nei giorni precedenti al decesso.

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Prigioni roventi ma Nordio conferma: via i frigo dalle celle

Nordio non torna indietro: i frigoriferi restano fuori dalle celle detentive. Lo ha messo nero su bianco rispondendo ad una interrogazione parlamentare del Partito democratico in merito alla recente circolare del Dap intervenuta sull’utilizzo dei refrigeranti nelle camere di pernottamento, che ne ha imposto la rimozione dalle celle e la collocazione in spazi comuni, con accesso regolato da orari prestabiliti.

Secondo i dem “la misura appare non solo distante dalla realtà concreta degli istituti penitenziari, ma anche in evidente contraddizione con quanto dichiarato dallo stesso Ministero della giustizia pochi mesi fa, quando veniva annunciata la distribuzione di frigoriferi come risposta al caldo record e come segnale di attenzione alla dignità delle persone detenute. Ne deriva un profilo di grave incoerenza amministrativa, che rischia di incidere negativamente sulle condizioni igienico-sanitarie e sul benessere quotidiano proprio nel periodo dell’anno in cui tali esigenze diventano essenziali”. Da qui la richiesta di ritirare la circolare. Tuttavia Via Arenula non arretra: “La disposizione richiamata – si legge nella risposta – non introduce alcuna compressione delle condizioni di vita delle persone detenute né determina un arretramento rispetto alle prassi precedentemente in uso, limitandosi a disciplinare la collocazione di specifiche apparecchiature (pozzetti frigo e frigoriferi) che, per loro natura e dimensioni, risultano incompatibili con le caratteristiche strutturali delle camere di pernottamento, soprattutto in contesti già segnati da situazioni di sovraffollamento. L’indicazione di prevederne l’ubicazione in locali dedicati risponde, pertanto, a criteri di razionale gestione degli spazi, nonché a esigenze di sicurezza e di corretta fruizione degli elettrodomestici stessi”. Dunque la circolare resta in vigore.

Ma le criticità non finiscono qui. Infatti, il Coordinamento Nazionale della Dirigenza Penitenziaria (CNDP) FSI-USAE ha recentemente sollevato una formale e urgente segnalazione indirizzata al Dap in merito all’affidabilità dei dati elaborati dall’ “Applicativo informatico 15”, lo strumento software deputato al monitoraggio e al calcolo della capienza e degli spazi detentivi nei penitenziari italiani. “La vicenda emersa in particolar modo presso la Casa Circondariale di Roma Rebibbia – si legge in un’altra interrogazione parlamentare depositata ieri sempre dal Pd alla Camera – ha confermato una criticità già precedentemente evidenziata da diverse Direzioni d’istituto, e cioè l’esistenza di un preoccupante disallineamento tra la situazione logistica registrata virtualmente dal sistema informatico e le condizioni reali e materiali delle camere di pernottamento”. I criteri per il calcolo dello spazio minimo vitale, pari a 3 mq pro capite al netto dei servizi, sono rigidamente stabiliti dalla giurisprudenza della Corte Edu e applicati dalla magistratura di sorveglianza per l’accoglimento dei ricorsi ex art. 35-ter op.

Una non corretta mappatura digitale rischia di esporre gli istituti a situazioni ancora peggiori di vivibilità e di alimentare un massiccio e prevenibile contenzioso contro lo Stato. “Da una parte il ministro in relazione alla circolare del Dap spiega che i frigoriferi non possono essere messi nelle celle per un problema organizzativo legato al sovraffollamento di cui finalmente si accorge – commenta Debora Serracchiani, prima firmataria di entrambi gli atti di sindacato ispettivo – dall’altra il Coordinamento nazionale della Dirigenza penitenziaria chiede di rivedere l’ “Applicativo informatico 15” che stabilisce la dimensione degli spazi detentivi, lamentando che non tiene conto degli spazi effettivi, molto diversi da quelli indicati dall’applicativo stesso. Coordinamento che boccia anche il piano straordinario di detenzione differenziata per i mesi estivi”. Insomma per la parlamentare dem “nulla di nuovo purtroppo sull’emergenza nazionale legata allo stato degli istituti penitenziari italiani. Sarebbe meglio che il Ministero se ne occupasse in forma organica e verificasse concretamente come stia operando il Dap. Non basta prevedere forme di detenzione domiciliare speciale per ridottissimi posti e poi lasciare che il Dap continui a produrre circolari che hanno il solo scopo di creare tensione negli istituti, togliere potere alle direzioni con riorganizzazioni discutibili e contrarie ai principi di base dell’ordinamento penitenziario”, conclude Serracchiani.

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Ho visto il semaforo giallo…

Ho visto il semaforo giallo, la mia indecisione, “passo o no”… ho accelerato e poi ho frenato di colpo, complice il manto stradale bagnato, la vespa ha sbandato e in una frazione di secondo sono finita a terra. Non riuscivo a muovere la gamba. L’ambulanza chiamata dai vigili intervenuti mi ha portata al Pronto soccorso dell’ospedale più vicino e lì dopo alcune ore mi hanno diagnosticato una frattura in parte scomposta. Ho passato la notte in quell’inferno che chiamano DEA. In teoria una struttura che ha la funzione di gestire urgenze mediche e chirurgiche, mediante osservazione garantita anche da una postazione infermieristica fissa. In pratica uno stanzone in cui erano stipate più di 10 brande, una accanto all’altra. C’era chi chiamava invano l’infermiera, chi urlava e imprecava e chi litigava. Invidiavo il signore anziano accanto a me, che nonostante tutto riusciva a dormire, anche se parlava nel sonno in altra lingua (sebbene fosse italiano) credo spagnolo.

Mi hanno ingessata e detto che sarei stata da operare ma che non c’era posto per il ricovero in reparto quindi avrei dovuto firmare rifiutando il ricovero e poi mi avrebbero chiamato da lì a qualche giorno per l’intervento chirurgico. Mi sono opposta… non avrei firmato. Mi sembrava tutto molto strano. Non mi sono fidata. Ho smesso di fidarmi delle persone a prescindere… ho imparato sulla mia pelle che mediamente le persone agiscono per un interesse personale. Questo (il dire NO) ha sempre un prezzo ma non bisogna temere di agire per paura delle reazioni altrui, perché comunque vada tu non hai perso la tua identità e con essa la tua dignità. In quel caso, la reazione è stata quasi scontata. Mi hanno abbandonata, immobile, infangata e con i miei pantaloni tagliati fino al linguine, su una brandina in una stanza troppo piena di luce… ero esausta e anche se dolorante volevo dormire ma mi era impedito dalla luce sugli occhi che le infermiere non hanno voluto spegnere. Un loro modo di vendicarsi per il fatto che mi sono rifiutata di firmare. Anzi per tutta risposta, mi hanno poi spostata nello stanzone tra gli altri malcapitati, gente fragile, anziani, vulnerabili, soli.

Ad ogni modo, l’indomani mattina ho chiesto consiglio al mio ginecologo che lavora nello stesso ospedale e di cui mi sono sempre fidata molto. Ho così avuto conferma del fatto che la procedura seguita nel mio caso era irrituale e che avevo fatto bene a non firmare. Comunque, sarà una coincidenza ma dopo il suo interessamento, il mio caso è stato analizzato dal Primario in persona che mi ha rimandato a casa con una diagnosi di frattura sostanzialmente composta suggerendo un intervento conservativo, quindi più lungo, che però evita i rischi connessi ad un intervento chirurgico.
Diagnosi e cura poi confermati anche da altri specialisti che, a caro prezzo, ho consultato. Così ha avuto inizio la mia nuova esperienza da disabile. Almeno per 40 giorni non avrei più potuto appoggiare la gamba sinistra a terra. L’impatto è stato tragico. Dipendere dagli altri per tutto, non poter alzarmi e muovermi liberamente. Dovevo reagire, imparare a fare più cose possibili da sola, così mi sono procurata una sedia a rotelle con la quale almeno mi potevo spostare in autonomia e sicurezza tra una stanza e l’altra e andare in bagno. Ricordo ancora quando mi ci sono messa per la prima volta. Ho sentito un brivido di felicità, mi sono sentita libera. E’ proprio vero che la libertà è un concetto relativo, così intrinsecamente legato allo stato psico-fisico di un dato momento storico.

Dalla mia sedia a rotelle ho potuto quindi vedere il mondo da un’altra prospettiva, quella del disabile. Ho notato subito un certo imbarazzo delle persone a cominciare dai miei figli, che nel primo periodo, quasi si vergognavano di avere una madre sulla carrozzella. Credo che questa esperienza sia servita e serva anche alla loro crescita. Passeggiando con mio marito per le strade del quartiere, ho potuto provare cosa si prova davanti ad una “barriera architettonica” che ti ricorda il tuo stato di diverso e soprattutto ti impedisce di sentirti uguale nei diritti. Non avevo mai fatto caso a quante buche ci fossero anche nei marciapiedi di Roma e ogni buca è un dolore fisico e un segno che questa città non ti accetta, ti rifiuta, suona come l’invito a rifiutare il diritto di sentirsi liberi. Anche a questo invito bisogna ribellarsi, bisogna dire NO. Facendo vedere e sentire la propria presenza. Non rinuncio alle mie passeggiate anche se dolorose e faticose, così come non rinuncio a farmi vedere fiera su una carrozzella tra gli sguardi increduli e imbarazzati di amici e parenti. E’ il mio modo di dire NO ad un sistema che ci costringe ad un cinismo di massa, ad inseguire lo stereotipo della finta perfezione, che non ammette l’inciampo e che esclude il diverso, il debole. Un sistema perverso che inganna e condanna.

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Chi voleva i colonnelli ora vuole il generale Vannacci

Vannacci non c’è stato bisogno di vederlo arrivare. Vannacci era già lì, presente, inamovibile, soggetto antropologico periodicamente prevedibile nell’accidentato paesaggio politico nazionale. Vannacci carta del Mercante in Fiera della “massiccia” (giusto per usare un termine da porta carraia o Ufficio maggiorità d’ogni caserma) destra endemica, duodenale, della nostra incompiuta nazione. Un po’ “Vogliamo i colonnelli”, e un po’ nuovamente graduato, in quest’altro caso prossimo all’improbabile collega Buttiglione, e ancora, per non farsi mancare nulla, come incancellabile testimonial del bisogno individuale di Ordine, Disciplina e Gerarchia, sia pure remixato al tempo dei social, quindi ancor di più duodenale e pervasivo.

Irrilevante, quanto Vannacci possa essere assimilabile alle molte smerigliature caratteriali offerte dal sentire fascista, neofascista o post-fascista: i Vannacci, si è detto, ci sono sempre stati, inamovibili, come già quell’altro che si affacciava un tempo dal balcone di Palazzo Venezia, l’attuale ha inventato nulla, semmai altrettanto tirato fuori un sentire regressivo già presente, ripeto, nel duodeno italico. Più che naturale quindi che l’uomo mostri adesso narcisisticamente l’offerta pubblica di un proprio partito o movimento assai personale che ha la pretesa di mettere in chiaro certe istanze che, per semplificare, chiameremo ordinatrici. “Destra autentica”, così dichiara l’uomo. Con posa da escursionista, da diportista, da iscritto a club tennistico di seconda scelta, Vannacci per ragioni anagrafiche si discosta da certo contesto che vedeva i suoi predecessori citare sempre come salvifico un libro caro alle sezioni missine: Navi e poltrone, giunto al mondo delle letture da un ufficiale delle Regia Aeronautica, tale Antonino Trizzino da Bivona, che provò a spiegare il perché l’Italia perse, ahimè, la guerra: colpa delle spie inglesi insediate dentro i comandi di Supermarina.

Vannacci, va da sé, ama semplificare, ridurre tutto a una X, nel senso di Decima Mas, dunque, così come I Giganti cantavano “mettete dei fiori nei vostri cannoni” allo stesso modo Vannacci dice semmai di mettere una Decima nelle prossime urne; i suoi trascorsi nella Folgore in questo senso parlano con evidenza, fino a consentirgli di compiere il resto del miracolo, la sua fortuna nel piccolo contesto della destra endemica. Gli è bastato un pamphlet, Il mondo al contrario, nel quale mostrava il suo pensiero orgoglioso rispetto alla presunta “flaccidità” della sciapa democrazia giunta a noi dalla guerra di Liberazione. Non sappiamo quanto Vannacci abbia fiutato l’aria, come già Bossi trent’anni fa, intuita l’esistenza di uno spazio nel quale incunearsi, e quale occasione migliore di un governo di centrodestra con presidente del Consiglio una ex militante del Fronte della gioventù quale Giorgia Meloni? Magari accusando quest’ultima di moderazione. Così nel momento in cui il girmi della politica sembri rimescolare ogni frattaglia, consegnando l’esistenza di un fronte rosso-bruno. Irrilevante domandarsi quanto Vannacci saprà nuocere a Fratelli d’Italia, quanti voti porterà via loro, così come alla Lega di Salvini che lo aveva premiato con il titolo di vicesegretario, molto più interessante intuire che tipo di magnete socio-antropologico in questo momento l’uomo rappresenti, quindi quanta limatura di ferro cosiddetta identitaria riuscirà ad attrarre nella convinzione di presentarsi come concessionario unico di una realtà politica marcatamente di destra estrema, affiancandosi alla Afd presente in Germania e al Rassemblement national di Jordan Bardella in Francia, magari lungo le vie di un nuovo impero pronto a ravvisare nella Russia di Putin un modello possibile. E il fantasma dei migranti come spettro da agitare.

Visto da vicino, Vannacci, si è detto, sembri assomigliare al classico iscritto di circolo nautico o magari tennistico, c’è da immaginarlo in accappatoio mentre esce dalla doccia dopo aver terminato un doppio o fatto alcune vasche in piscina, restituendo così il racconto di una medietà per l’appunto da diportista. Non è da escludere neppure che possa risultare “piacente” alle signore pronte a immaginarlo in lotta, se non proprio contro l’Idra rossa, come accadeva nelle raffigurazioni anti-comuniste degli anni 30, magari con i cinghiali che talvolta appaiono nel paesaggio cittadino romano residenziale, ecco, sì, c’è proprio da figurarselo mentre placca un cinghiale sul Grande Raccordo Anulare o alla Camilluccia: Vannacci così Salvatore della Patria e adesso anche della circolazione, della libera circolazione stradale. Vannacci certamente piace anche ai complottisti, gli stessi che sicuramente hanno transitato in passato sotto i gazebi del Movimento Cinque Stelle, già infatuati di Beppe Grillo, e infine delusi, ma adesso finalmente certi di avere trovato un nuovo approdo: Vannacci, forte di un’affermazione quale: “Non accamperei diritti. I gay se vanno in ospedale li curano, e in strada possono guidare”, così rivolto a Lilli Gruber che, pensando alle sue carenze sulla questione LGBTQ+ gli domanda: “E se lei fosse gay?”

Non sembri un dettaglio, ma anche il suo cognome si presta al compimento dell’opera identitaria, come già nel caso di Farinacci, di Bombacci, e ancora di Catenacci, il gerarca fascista immaginario messo al mondo delle parodie da Giorgio Bracardi. Il nostro paese non si è mai davvero rassegnato alle ragioni del gioco democratico, custodendo da sempre ogni genere di spinte centrifughe, pronte a fluttuare verso la destra, possibilmente estrema, e quindi a suo modo, come già Mussolini, Vannacci appare, agli occhi di alcuni, al momento, l’uomo del destino elettorale. Vannacci come un nostro cognato che avremmo preferito non avere al cenone di Natale al nostro stesso tavolo, lui e i suoi discorsi sulla remigrazione al momento del tiramisù.

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