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È l’ora della merenda

Una fonte di carboidrati (cereali, pane, cracker, feste biscottate), una fonte proteica (carne, pesce, uova, legumi) o di grassi buoni (frutta secca e semi), frutta fresca per fibre, vitamine, minerali e acqua. Queste le tre componenti che non devono mancare, secondo i suggerimenti dei biologi nutrizionisti della Rete Pas, Rosanna Nuzzo e Lorenzo Lari, per un pasto equilibrato.
Li trovate, insieme a tante gustose ricette per una merenda sana ed equilibrata merenda dei vostri bambini e bambine all’interno del depliant “Le ricette per il panierino”, che potete trovare nei punti vendita Coop.fi.
Tante ricette, dalla classica alla fresca, dall’equilibrata alla pratica, dalla vegetale alla golosa, realizzate tenendo conto dei consigli dei due nutrizionisti. Ricette dolci e salate per stupire con gusto i vostri bambini e bambine, di ogni età: dalla scuola materna alle superiori. E due ricette per tutti: “Gli spaghetti innamorati”, ispirati agli spaghetti con polpette del classico Disney “Lilly e il vagabondo”, e una ricetta per barrette energetiche fatte in casa

La giusta merenda

Nell’attesa di sfogliare il depliant, preparare e gustare le ricette, ecco qui alcuni utili suggerimenti e qualche accorgimento. Partiamo con una buona notizia: non serve eliminare gli alimenti preferiti, spesso basta cambiare un ingrediente, ridurre gli zuccheri aggiunti o aggiungere una fonte di fibre, proteine o grassi buoni.

Ad esempio, al posto di biscotti molto zuccherati, provate con fette biscottate integrali e una crema al 100% di frutta secca, per una merenda più equilibrata: aggiunge fibre e una fonte di grassi/proteine. Al posto del succo di frutta o bevande zuccherate, meglio preferire una frutta fresca intera e dell’acqua, che resta sempre la scelta migliore. La frutta intera mantiene la fibra e favorisce una maggiore sazietà. Chi fa merenda con uno yogurt alla frutta può provare a sostituirlo con uno yogurt bianco e della frutta fresca. Così sarà possibile controllare la dolcezza e scegliere la quantità di frutta.

Ultimi tre suggerimenti. Come crema dolce spalmabile preferite una crema 100% di mandorle, nocciole o arachidi: riduce gli zuccheri e valorizza i grassi insaturi della frutta secca. Al posto dei crackers raffinati provate con crackers o pane integrale e dell’hummus, per una merenda con più fibre e, con l’hummus, anche una quota di proteine. Infine, provate a sostituire patatine o snack salati con della frutta secca non salata e della frutta fresca: un abbinamento semplice con grassi buoni, fibre e micronutrienti.

Altri piccoli accorgimenti

  • Riduci le quantità di butto o sostituiscilo con olio EVO, olio di girasole alto oleico, burro ghee.
  • Limita il più possibile lo zucchero.
  • Per yogurt e latticini, scegli più spesso versioni natural, greche, kefir o skyr.
  • Cerca di sostituire i formaggi cremosi con ricotta light o fiocchi di latte.
  • Quando scegli il cioccolato, meglio una percentuale elevata di cacao e porzioni moderate. Oppure sostituiscilo con cacao in polvere , granella di frutta secca o creme 100% frutta secca.
  • La frutta secca è nutriente: va bene una piccola manciata.

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È l’ora delle Tea

C’erano una volta gli Ogm, Organismi geneticamente modificati in agricoltura che hanno sollevato per decenni numerose polemiche, con la nascita di schieramenti pro e contro che hanno portato in Europa leggi fra le più rigorose attualmente esistenti.

La ricerca scientifica ha poi sviluppato nuove tecniche, meno invasive, di intervento sul Dna delle piante, che sono state regolamentate da una legge adottata dal Parlamento europeo lo scorso giugno. Stiamo parlando delle piante Ngt1 e Ngt2 (Nuove tecniche genomiche 1 e 2) che in italiano sono state tradotte con la sigla Tea, acronimo di Tecniche di evoluzione assistita.

Cosa sono? Cosa cambierà per i consumatori? La legge entrerà in vigore dalla metà del 2028, ma il dibattito è in corso.

L’Accademia dei Georgofili è la più antica istituzione per lo studio delle pratiche agricole. Sui Tea si è già espressa favorevolmente: il perché lo spiega Mario Pezzotti, professore di Genetica agraria all’Università di Verona.

Ogm e Tea sono la stessa cosa?

No. Gli Ogm tradizionali sono spesso ottenuti inserendo nella pianta un gene proveniente da un’altra specie. Con le Tea, invece, si correggono in modo preciso geni che la pianta possiede già, senza aggiungere Dna estraneo. In parole semplici, le Tea permettono di ottenere più rapidamente cambiamenti che potrebbero avvenire anche in natura o con gli incroci tradizionali.

Come si producono le nuove piante Tea? In laboratorio?

Il lavoro inizia in laboratorio, usando “forbici molecolari”, che tagliano il Dna della pianta in un punto preciso dove si vuole che avvenga la mutazione. Le cellule con le nuove caratteristiche danno poi origine a una pianta completa che viene controllata e successivamente provata in serra e in campo, per verificare che abbia davvero il carattere desiderato e che cresca normalmente. Infine, la pianta si coltiva e si riproduce come qualsiasi altra già in commercio.

Quali sono gli aspetti positivi?

Le Tea possono aiutare a ottenere più rapidamente piante capaci di resistere meglio alle malattie, alla siccità, al caldo e ad altri effetti del cambiamento climatico. Questo potrebbe significare meno trattamenti per proteggere le colture da malattie e parassiti, un uso più limitato di acqua e fertilizzanti e minori perdite nei campi. Le Tea possono anche servire a migliorare la qualità, il valore nutrizionale o la conservazione di alcuni prodotti. Un vantaggio importante è la possibilità di rendere più resistenti varietà già conosciute, senza cambiarne il gusto e le caratteristiche principali.

Quali coltivazioni sono interessate?

In linea di principio, le Tea possono essere applicate a tutte le specie vegetali. Le ricerche riguardano soprattutto colture importanti per l’alimentazione e per l’agricoltura, come riso, frumento, mais, pomodoro, patata, soia, ortaggi, vite e alberi da frutto.

Ci sono sperimentazioni in Italia?

Sono state autorizzate sperimentazioni in pieno campo su riso resistente al brusone, viti resistenti a peronospora e oidio, pomodoro resistente a parassiti o stress, melanzana con minore imbrunimento. Queste prove non rappresentano ancora una commercializzazione: servono a verificare efficacia, sicurezza e comportamento delle piante nelle normali condizioni agricole. Il programma nazionale Tea4IT, coordinato dal Crea, sta ampliando queste attività coinvolgendo università ed enti di ricerca italiani.

Le multinazionali che venderanno sementi brevettate avranno dei vantaggi?

Le Tea possono essere usate non solo dalle grandi multinazionali, ma anche da università, enti pubblici di ricerca, piccole imprese e aziende sementiere locali. Inoltre, non tutte le piante ottenute con queste tecniche saranno brevettate. È indiscutibile però che ogni innovazione generata da ingegno umano e da investimenti debba essere protetta e riconosciuta.

In ambito vegetale questo avviene già da molto tempo mediante la “privativa vegetale”, che non è un vero e proprio brevetto, ma garantisce dei diritti a chi ha costituito una varietà migliorata. Per evitare che poche grandi aziende controllino una parte importante del nuovo mercato dovranno essere introdotte condizioni sostenibili di accesso all’innovazione e un forte sostegno alla ricerca pubblica.

Chi garantisce per la salute umana e dell’ambiente?

Una pianta non è pericolosa semplicemente perché è stata ottenuta con le Tea, così come non è automaticamente sicura perché deriva da un incrocio tradizionale. Occorre valutare che cosa è stato modificato, quali caratteristiche presenta la nuova pianta e quali effetti può avere sulla salute e sull’ambiente. Il principio di precauzione non è stato eliminato.

Le piante con modifiche semplici saranno sottoposte a una verifica ufficiale per accertare che siano equivalenti a quelle ottenibili con metodi tradizionali. Le piante con caratteristiche più complesse continueranno invece a essere sottoposte a una valutazione specifica del rischio prima di poter essere autorizzate. In altre parole, l’Unione europea non valuta soltanto come è stata ottenuta una pianta, ma soprattutto che tipo di prodotto è stato ottenuto.

Il sondaggio di No patents for seeds

Oltre il 90% degli intervistati in cinque Paesi europei (Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Polonia, con mille partecipanti per ciascun Paese) è convinto che la diversità nel miglioramento genetico delle piante è essenziale per l’agricoltura e l’approvvigionamento alimentare. L’83% è d’accordo che gli organismi viventi, quali piante e animali, non dovrebbero essere brevettati come invenzioni tecniche per ragioni etiche.

Il 75% ha sostenuto l’opinione secondo cui i tratti vegetali presenti in natura o che insorgono casualmente non dovrebbero essere brevettabili. Il 75% concorda sul fatto che la tutela della salute umana e dell’ambiente debba essere una priorità nel rilascio dei brevetti e nell’approvazione delle piante geneticamente modificate.

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Crostoni con scamorza e uvetta al passito

Questa ricetta la trovi anche nel numero di ottobre della rivista Fior fiore in cucina, in vendita al costo di 1 euro in tutti i punti vendita Unicoop Firenze.

La ricetta

Difficoltà: facile
Preparazione: 40 minuti
Cottura:15 minuti

Ingredienti (per 4 persone)

Vino consigliato: Malvasia

La preparazione

Mettete a bagno l’uvetta nel passito per circa 30 minuti. Tagliate la scamorza a fettine abbastanza spesse (6-8 mm). Appoggiate le fette di pane su una placca rivestita con carta da forno, distribuite su ciascuna di essa una fetta di scamorza e l’uvetta ammollata e condite con un pizzico di pepe. Infornate nella parte alta del forno a 180°C per 10-15 minuti e servite i crostoni caldi, appena sfornati.

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Dagli autovelox alle telecamere anti-cellulare: multe in arrivo

Autovelox, telecamere ai semafori e ora anche strumenti intelligenti che individuano chi guida con il cellulare in mano. Sono numerosi gli occhi elettronici che vigilano sulle abitudini più pericolose al volante. Velocità elevata, precedenze bucate, manovre irregolari e distrazione, come il telefonino, restano le principali cause di incidenti in Italia, dice l’Istat.

D’altra parte, c’è chi teme che la tecnologia sia un modo più per fare cassa che prevenzione. Stando al Codacons, tra il 2021 e il 2025, gli autovelox di 21 grandi città italiane hanno elevato multe per 306 milioni di euro: in vetta Firenze (oltre 86 milioni), seguita da Milano (52 milioni) e Genova (30 milioni).

Il decreto

Proprio i rilevatori di velocità sono stati al centro di un paradosso tutto nostrano. Dal 1992 il Codice della Strada prevede l’obbligo della loro omologazione, ma per oltre 30 anni le regole tecniche per questo procedimento non sono mai state fissate e gli apparecchi venivano sottoposti soltanto a un processo di approvazione, aprendo le porte a ricorsi e annullamenti.

La svolta è arrivata con un decreto del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, in vigore dal 12 luglio, che ha messo nero su bianco le norme per omologazione, taratura e controlli periodici, stabilendo quali tra i dispositivi già attivi siano conformi e quali invece vadano spenti o adeguati.

Ricorsi: cosa cambia

«La multa è valida solo se l’apparecchio che ha registrato la violazione risulta omologato, sottoposto a taratura e censito sul sito del Ministero – precisa Gabriele Melluso, presidente di Assoutenti -. Il verbale deve riportare tutte le indicazioni utili sull’autovelox utilizzato e, in assenza di tali informazioni, è possibile presentare all’ente locale istanza d’accesso agli atti. Fra i dati da fornire figurano il modello dell’autovelox, gli estremi dell’omologazione, i riferimenti alle verifiche periodiche e alla taratura, la conformità dell’installazione alle autorizzazioni previste per quel tratto di strada».

Ma attenzione, il verbale non va pagato se si vuole impugnare: c’è tempo 30 giorni dalla notifica per rivolgersi al giudice di pace o 90 giorni per il prefetto. Il consiglio, comunque, è sentire un esperto, perché in caso di rigetto sono previsti costi extra. «Si può fare ricorso – aggiunge Melluso – anche se l’autovelox non era adeguatamente segnalato, in caso di errori o vizi nel verbale, oppure se questo è notificato oltre i termini di legge».

Telefonino off limits

Fra gli strumenti di ultima generazione c’è SafeDrive, in fase di test in Toscana sulla Fi-Pi-Li: l’analisi dei fotogrammi con l’intelligenza artificiale pizzica chi guida senza cintura o con il cellulare in mano. Per ora non può fare multe in autonomia: non essendo ancora omologato, l’immagine catturata è «una segnalazione di probabile infrazione che deve essere rilevata direttamente dall’agente in servizio su strada», evidenzia Paolo Sodi, presidente della Sodi Scientifica, l’azienda produttrice. 

Il telefonino può costare caro, e non solo per le sanzioni (da 250 a 1000 euro, 5 punti in meno e patente sospesa fino a 2 mesi). Distogliere lo sguardo per 2 secondi sfrecciando a 130 km/h equivale infatti ad andare alla cieca per 72 metri.

Giordano Biserni, presidente dell’Asaps, Associazione Sostenitori e Amici Polizia Stradale, sottolinea che la legge è chiara: «Qualsiasi utilizzo che comporti l’impiego anche di una sola mano o comunque l’allontanamento delle mani dal volante è sanzionabile. Non è necessario che vi sia una conversazione in corso: anche il semplice tocco per rifiutare una chiamata o consultare una notifica rappresenta una violazione». Il divieto vale pure se si è fermi in coda o a un rosso. «Le uniche modalità realmente compatibili con la sicurezza – avverte – sono l’uso di vivavoce, auricolari, comandi vocali o pulsanti integrati nel volante».

Tocco o non tocco?

E il touch screen di bordo? Non esiste un divieto esplicito di usarlo durante la guida, ma se l’interazione comporta una distrazione evidente, l’automobilista può essere sanzionato.

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L’AI ci ruberà il lavoro?

Quando si parla di intelligenza artificiale e futuro del lavoro, il ragionamento sembra quasi automatico: le macchine faranno sempre più cose al posto nostro, la produttività aumenterà e serviranno meno lavoratori.

È uno scenario possibile. Ma non è una conseguenza inevitabile dell’intelligenza artificiale. Supponiamo che grazie all’AI un’impresa riesca a produrre il doppio utilizzando la stessa quantità di lavoro. Oppure, che è la stessa cosa vista dall’altro lato, riesca a produrre la stessa quantità utilizzando metà delle ore lavorate. A quel punto tutto dipende da ciò che accade alla domanda. Se la maggiore produttività riduce i costi e i prezzi e, grazie ai prezzi più bassi, il mercato si espande abbastanza, l’aumento della produzione può compensare il lavoro risparmiato per ogni unità prodotta… Ma il meccanismo funziona soltanto se la domanda cresce abbastanza.

Ed è qui che entra in campo Keynes: qualcuno deve comprare ciò che riusciamo a produrre. Una rivoluzione tecnologica può aumentare enormemente la nostra capacità di produrre beni e servizi. Ma capacità produttiva e domanda effettiva non sono la stessa cosa. Se i guadagni prodotti dall’intelligenza artificiale si concentrano soprattutto in poche imprese, negli azionisti o nei proprietari del capitale tecnologico, mentre diminuisce il reddito da lavoro di una parte della popolazione, può verificarsi un paradosso. Siamo capaci di produrre moltissimo, ma non abbiamo creato abbastanza potere d’acquisto diffuso per comprare ciò che siamo diventati capaci di produrre.

I guadagni di produttività generati dall’AI si trasformeranno in prezzi più bassi, salari reali più alti, nuovi investimenti e nuovi consumi, oppure resteranno concentrati in una parte relativamente piccola dell’economia? Da questa risposta dipenderà una buona parte dell’effetto sull’occupazione.

L’AI può aumentare non soltanto la quantità, ma la qualità. Un medico potrebbe continuare a fare lo stesso numero di visite, utilizzando però l’intelligenza artificiale per arrivare a diagnosi più accurate e terapie più personalizzate. Un insegnante potrebbe seguire lo stesso numero di studenti fornendo però feedback molto più accurati. Un consulente potrebbe lavorare lo stesso numero di ore producendo analisi più complete. In questi casi non necessariamente scompare il lavoratore. Aumenta invece la qualità del servizio prodotto nella stessa ora di lavoro…

Le grandi innovazioni tecnologiche del passato hanno distrutto molte occupazioni, ma ne hanno anche create altre. I prezzi più bassi hanno aumentato il potere d’acquisto; i consumatori hanno speso altrove ciò che risparmiavano; sono nati nuovi beni e servizi; i lavoratori si sono spostati verso nuove attività. Gli aggiustamenti sono stati spesso lunghi e dolorosi, ma la tecnologia non ha prodotto una disoccupazione permanente di massa. Forse quindi la domanda: «L’intelligenza artificiale distruggerà il lavoro?» è posta male.

La tecnologia non determina da sola la risposta. L’intelligenza artificiale amplia ciò che un’economia può produrre, ma non decide come distribuire quel surplus. Tecnologia, proprietà, potere contrattuale, istituzioni e politica concorrono a determinare se il guadagno diventerà salari, profitti, nuovi investimenti, nuovi consumi oppure capacità produttiva inutilizzata. La rivoluzione dell’AI non ci consegna quindi un futuro già scritto. Sta a noi scriverlo.

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