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La voce di Carla Lonzi

«Mi colpì ogni frase, ogni parola, e soprattutto la sfrontata libertà di pensiero. Sottolineai tantissime frasi con forza, segnai punti esclamativi, freghi verticali. Sputare su Hegel. Sputare sulla cultura degli uomini, sputare su Marx, su Engels, su Lenin. E sul materialismo storico. E su Freud. E sulla psicoanalisi e l’invidia del pene. E sul matrimonio, sulla famiglia. E sul nazismo, sullo stalinismo, sul terrorismo. E sulla guerra. E sulla lotta di classe. E sulla dittatura del proletariato. E sul socialismo. E sul comunismo. E sulla trappola dell’uguaglianza. E su tutte le manifestazioni della cultura patriarcale. E su tutte le sue forme organizzative. Opporsi alla dispersione delle intelligenze femminili. Deculturalizzarsi. Disacculturarsi a partire dalla maternità, non dare figli a nessuno. Sbarazzarsi della dialettica servo-padrone. Strapparsi dal cervello l’inferiorità. Restituirsi a se stesse. Non avere antitesi. Muoversi su un altro piano in nome della propria differenza».

Non sappiamo se siano state queste frasi di Storia di chi fugge e di chi resta di Elena Ferrante, in cui la protagonista Lenù racconta della sua scioccante e illuminante esperienza di lettura di Sputiamo su Hegel a iniziare questa rinascita di attenzione verso Carla Lonzi. Certo è che negli ultimi sono usciti tantissimi libri e scritti dedicati a Lonzi – su tutti ci piace ricordare Carla Lonzi. Un’arte della vita di Giovanna Zapperi e la raccolta in lingua inglese Feminism in Revolt curata da Luisa Lorenza Corna e Jamila M. H. Mascat, ma ce ne sarebbe mille altri – oltre che ripubblicati gran parte dei suoi scritti dalla rediviva casa editrice La Tartaruga, oggi diretta da Claudia Durastanti.

Mentre i rapporti tra il femminismo della differenza di quella generazione e il transfemminismo contemporaneo non sono sempre stati tra i più facili (anche se in realtà Lonzi era più vecchia di una decina d’anni della generazione di Luisa Muraro), Lonzi sembra parlare in modo quasi naturale ai movimenti femministi di oggi.

In realtà l’attenzione verso Lonzi non si è mai fino in fondo interrotta – L’io in rivolta. Vissuto e pensiero di Carla Lonzi di Maria Luisa Boccia è del 1990 – eppure chi ha avuto la fortuna o l’occasione di leggerla non può non provare la sensazione di come l’importanza della sua esperienza, teorica, politica ed esistenziale, non si sia accompagnata da un adeguato riconoscimento.

Carla Lonzi. Dentro e fuori dal mondo di Francesca Archibugi, presentato alle Giornate degli Autori dell’ultimo Festival di Venezia (uscirà in sala il 26 ottobre, anche se per soli tre giorni, distribuito da Fandango) è il primo documentario a lei dedicato. E per una volta il film di impianto biografico, di cui spesso si è abusato nel documentario recente, ha una sua ragion d’essere: non soltanto perché una delle questioni centrali del pensiero di Lonzi è proprio la problematizzazione del confine tra riflessione teorica ed esperienza esistenziale, ma anche perché il pensiero di Lonzi è, fin dall’inizio, inseparabile dal suo percorso di vita.

Non è un caso che uno dei suoi libri più importanti, Taci, anzi parla, sia un lunghissimo diario, scritto tra il 1972 e il 1977 e composto da oltre mille pagine, dove politica e vita, femminismo e percorso esistenziale sono di fatto indistinguibili. È proprio attraverso le parole di questo testo che si costruisce gran parte della voce fuori campo del documentario che, insieme alle interviste ad alcune delle persone che hanno conosciuto Lonzi, costituisce il filo rosso dell’intero racconto.

Ma c’è anche un’altra ragione per cui il film assume una dimensione così fortemente biografica, e riguarda la stessa Francesca Archibugi. Per chi conosce la sua filmografia, Archibugi non è probabilmente il primo nome che verrebbe in mente pensando a un documentario su una delle figure più radicali del femminismo italiano. E tuttavia la regista è la compagna di Battista Lena, compositore e unico figlio di Carla Lonzi. Il suo incontro con Lonzi avviene dunque innanzitutto attraverso uno spazio familiare, che le permette di accedere a una quantità straordinaria di materiali d’archivio.

Nonostante la vastissima produzione di scritti che Lonzi ha lasciato, il film riesce così a restituire anche aspetti meno conosciuti della sua vita: dalle lettere scritte durante gli anni di scuola, in cui racconta i bombardamenti di Firenze, alle testimonianze delle nipoti, figlie della sorella, fino a quella dello stesso Battista Lena.

Ne emerge un lavoro di ricostruzione biografica particolarmente prezioso, capace di riportare alla luce materiali e testimonianze che difficilmente avrebbero trovato spazio in una ricostruzione affidata soltanto agli scritti più conosciuti.

Il film si articola sostanzialmente in tre parti, che corrispondono ai tre momenti principali della vita di Carla Lonzi. Il primo è quello della formazione, a partire dagli anni dell’infanzia e dal contesto familiare: il difficile rapporto con il padre, l’esperienza del collegio di Badia a Ripoli, dove viene mandata negli anni Quaranta quando ha appena nove anni, il periodo trascorso a Firenze e poi quello di studio a Parigi. Ma è soprattutto la formazione universitaria a segnare questa prima fase della sua vita.

Prima di diventare una delle figure più importanti del femminismo italiano, Lonzi è infatti una storica dell’arte, formatasi alla scuola di Roberto Longhi, uno dei maggiori storici dell’arte italiani del Novecento, con il quale si laurea discutendo una tesi dal titolo Rapporti tra la scena e le arti figurative dalla fine dell’800. Una tesi che Longhi apprezza particolarmente, tanto da incoraggiarla a intraprendere la carriera universitaria. Lonzi, tuttavia, decide di non seguire quella strada, scegliendo invece di dedicarsi alla critica d’arte. È la prima di una serie di uscite, di abbandoni di luoghi e percorsi già tracciati, che segneranno profondamente la sua vita.

Gli anni della formazione sono segnati anche da alcuni incontri decisivi, a partire da quello con Marisa Volpi, conosciuta a Firenze e con la quale da subito ebbe un’amicizia travolgente. Nel 1954 vanno alla Biennale di Venezia e vedono la mostra di Ben Shahn nel Padiglione americano e decidono di scrivere un articolo a quattro mani («perchè non volevamo fare una cosa egoica», dirà Volpi) che poi uscirà su “Paragone”. È un episodio che sembra già anticipare un tratto importante del percorso di Lonzi: l’idea che il pensiero debba prendere forma attraverso un rapporto e un’esperienza condivisa. Ma sono anche gli anni dell’incontro con Mario Lena, con il quale avrà il suo unico figlio, anche se i due si separeranno poco dopo la nascita di Battista.

La seconda parte del film è invece dedicata agli anni della critica d’arte. La decisione di rinunciare alla carriera accademica nasce anche dal desiderio di occuparsi più direttamente dell’arte contemporanea, ma soprattutto di entrare in rapporto con le artiste e gli artisti, di parlare con loro, anziché limitarsi a interpretarne le opere dall’esterno. Sono gli anni in cui Lonzi diventa una una critica d’arte riconosciuta e in cui incontra anche Pietro Consagra, che sarà uno dei grandi amori della sua vita (e con il quale, anni dopo, scriverà Vai pure dove le tensioni e le impossibilità del rapporto tra uomo e donna vengono drammatizzate attraverso la forma stessa del dialogo).

È durante gli anni di Autoritratto, pubblicato nel 1969, che questa esperienza raggiunge il suo punto più significativo. Il libro nasce da una serie di conversazioni registrate al magnetofono con alcuni artisti, che Lonzi monta e ricompone in un testo nel quale la parola viene restituita direttamente ai suoi interlocutori. È un esperimento rivoluzionario per l’epoca, perché mette in discussione il ruolo tradizionalmente attribuito al critico come colui che deve interpretare l’opera d’arte e produrne il significato. Lonzi sembra voler rinunciare proprio a questa posizione di autorità, lasciando che siano gli artisti stessi a parlare, attraverso conversazioni libere, digressive, nelle quali spesso l’arte finisce quasi per rimanere sullo sfondo.

Più che proporre una nuova interpretazione delle opere, Autoritratto mette così in discussione l’ideologia stessa della critica d’arte e il rapporto di potere che essa istituisce tra chi produce un’opera e chi pretende di spiegarne il significato.

Ma è forse nella terza parte, dedicata al periodo più propriamente femminista della vita di Carla Lonzi, che il film inizia a mostrare qualche limite. È il 1970 quando, insieme a Carla Accardi ed Elvira Banotti, Lonzi fonda il collettivo di Rivolta Femminile, inizialmente attorno a un manifesto che comincia a circolare e a essere discusso tra gruppi di donne in diverse città italiane, e poi attraverso testi come Sputiamo su Hegel e La donna clitoridea e la donna vaginale (rispettivamente del 1970 e del 1971). Si apre così quella che è senz’altro la stagione più importante della sua vita, destinata a interrompersi soltanto nel 1982, con la sua morte prematura a causa di un tumore, e di cui il film restituisce anche la dimensione più intima attraverso alcuni filmati privati di grande intensità.

È proprio qui che sarebbe stato forse necessario fare un passo ulteriore rispetto all’impianto strettamente biografico del documentario, per mettere maggiormente a tema l’originalità e la portata dirompente del pensiero di Lonzi. A partire, per esempio, da una questione che il film accenna, ma che avrebbe meritato un approfondimento maggiore: la discontinuità, più volte rivendicata dalla stessa Lonzi, tra il femminismo e il Sessantotto.

Il femminismo non nasce infatti semplicemente come una prosecuzione dei movimenti di quegli anni, ma anche in discontinuità. C’è poi anche una specificità generazionale che non andrebbe sottovalutata: nel 1968 Lonzi ha già 37 anni, non appartiene alla generazione degli studenti che scendono nelle piazze e ha alle spalle un percorso intellettuale e professionale già molto articolato, che le permette forse di cogliere con maggiore distanza alcuni dei limiti di quell’esperienza.

Da questo punto di vista, il femminismo di Rivolta Femminile appare per molti versi più in sintonia con le trasformazioni politiche degli anni Settanta che con la stagione del Sessantotto.

Un altro elemento decisivo è naturalmente quello del separatismo, che va ben al di là di qualsiasi dimensione semplicemente provocatoria (esilarante un frammento video di Primo Moroni che si lamenta della decisione di Rivolta Femminile di non mandare i libri alla Calusca per l’assenza di una donna nel collettivo della libreria). L’esperienza dell’autocoscienza, che costituisce uno dei momenti più originali dell’attività di Rivolta Femminile, non riguarda infatti soltanto la ridefinizione del rapporto tra pubblico e privato, tra parola soggettiva e presa di parola politica, o persino, se vogliamo, tra inconscio e spazio pubblico.

Wikimedia

È anche il luogo in cui viene sperimentata una forma inedita di pratica politica, fondata sulla possibilità di prendere la parola a partire da sé. E il film è particolarmente efficace nel mostrare quanto questa possibilità fosse tutt’altro che scontata, e quanto fosse difficile, faticoso, a volte persino fisicamente doloroso. Sono forse tra i momenti più belli del documentario le interviste ad Angela De Carlo, che racconta proprio la fatica di riuscire a parlare di sé anche davanti a un piccolo gruppo di donne.

La pratica di Rivolta femminile appare qui non semplicemente come la conquista di uno spazio di espressione precedentemente negato, ma come l’invenzione stessa di una parola che prima non esisteva, o che comunque non aveva ancora trovato le condizioni per potersi articolare.

Il film riesce a restituire questa dimensione anche attraverso alcuni materiali d’archivio particolarmente preziosi, tra cui una delle rarissime testimonianze filmate di un’esperienza di autocoscienza, mostrata e discussa durante un incontro con Maria Luisa Boccia a Lucha y Siesta. E tuttavia è proprio in questa parte che si avverte maggiormente la mancanza di interlocutrici capaci di entrare più a fondo nella specificità del pensiero di Lonzi, di ricostruirne non soltanto la vicenda esistenziale, ma anche la radicalità delle innovazioni teoriche e politiche. La stessa Boccia, che a Lonzi ha dedicato alcuni dei lavori più importanti, avrebbe forse potuto avere uno spazio maggiore.

Questi limiti non tolgono tuttavia nulla all’importanza del lavoro fatto da Archibugi, che realizza un documentario ricchissimo di materiali, attraversato da momenti memorabili, spesso di grande intensità emotiva. Più discutibile è forse la scelta di ricostruire attraverso l’intelligenza artificiale la voce di Carla Lonzi, utilizzandola per leggere i brani dei suoi stessi scritti, soprattutto Taci, anzi parla, che costituiscono il filo conduttore della voce fuori campo. È una soluzione certamente audace, ma che introduce anche una certa ambiguità mimetica, tanto più singolare in un film dedicato a una figura che ha fatto della presa di parola e della singolarità della propria voce una questione politica fondamentale.

Non è chiaro, in fondo, che cosa avrebbe perso il documentario affidando quelle stesse parole alla voce di un’altra persona, senza cercare di riprodurre artificialmente quella di Lonzi. Resta in ogni caso un documento di grande importanza, la cui circolazione non dovrebbe esaurirsi nei pochi giorni della distribuzione cinematografica, ma trovare una continuazione nei prossimi mesi anche in spazi politici e militanti.

Immagine di copertina Carla Lonzi da wikimedia

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Napoli, la salute al centro del festival Abbramà

Arriva la seconda edizione del festival di comunità per l’autodeterminazione di genere a Napoli dal 16 al 18 ottobre.

Che salute vogliamo? È questo il titolo dell’assemblea che concluderà la seconda edizione di Abbramà, festival di comunità per l’autodeterminazione di genere, promosso da “’Ccà nisciun’ è fessa – SOS Aborto Napoli”, la rete napoletana che, dal 2020, sostiene l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza e lavora sulla salute sessuale e riproduttiva.

Da venerdì 16 a domenica 18 ottobre, a Napoli (a largo Banchi Nuovi, nei locali di Zero81 e della chiesa dei Santi Cosma e Damiano), singoli, collettivi, associazioni ed esperienze di autogestione si incontreranno in una tre giorni di laboratori, dibattiti, performance e musica per (re)immaginare da una prospettiva transfemminista, meridionale e anticoloniale la vita in comune e per tessere nuove alleanze e reti attorno al tema al centro di questa seconda edizione: il diritto alla salute.

Il festival si presenta in un momento che è insieme eccezionale e tristemente ordinario. Da un lato, la dignità, la rabbia e la forza costituente che nelle piazze spagnole e francesi rompono la governance neoliberale europea, rimettendo al centro la vita delle persone al cospetto dell’arroganza delle élite economiche; dall’altro un paese, l’Italia, in cui i conflitti seguitano a consumarsi in maniera individuale, come ci suggeriscono le recenti statistiche sulle dimissioni volontarie del personale ospedaliero, cresciute nel 2025 del 150% rispetto all’anno precedente, o si manifestano attraverso reazioni della controparte, come nel caso dell’inchiesta della Procura di Ravenna sui “certificati di non idoneità al trattamento nei CPR delle persone migranti”, o ancora si articolano in forme collettive che, tuttavia, faticano a intersecarsi tra loro e ad assumere una prospettiva e una vocazione maggioritaria.

«Abbiamo un’ambizione, che il tempo storico impone: allargare lo sguardo, incontrarsi nella diversità di percorsi e bisogni e invertire la rotta di chiusura del sistema di sanità pubblica che sembra ormai ineluttabile», racconta Serena, tra le promotrici del festival.

«Vogliamo parlare di liste d’attesa infinite, di pronto soccorso stracolmi, di presidi sanitari chiusi e mai più riaperti, delle esigenze dei territori e dei bisogni delle persone, di accessibilità e autodeterminazione dei corpi. Vogliamo mettere al centro le difficoltà quotidiane di chi per ragioni economiche non riesce ad accedere alle cure e alla prevenzione, le barriere all’accesso per le persone con background migratorio, vogliamo aprire un dibattito reale sulla salute mentale, vogliamo ritornare a parlare di salute sessuale e riproduttiva, di aborto, di scelta».

Le condizioni del dibattito nazionale sembrano essere piuttosto mature. Nel corso degli ultimi anni, le fragilità e le crescenti diseguaglianze del Sistema Sanitario Nazionale sono divenute un tema trasversale, “cavallo di battaglia” delle flebili opposizioni parlamentari al Governo Meloni, oggetto crescente di attenzione e di inchiesta dei media mainstream. L’affanno del Governo sulla legge di Bilancio, l’inflazione galoppante e il più recente rapporto Gimbe sui tagli invisibili, che nel periodo 2023-2026 si quantificano in circa 19 miliardi di euro, disegnano un quadro dei prossimi anni in inevitabile peggioramento.

Il prossimo fine settimana ci dirà qualcosa sullo stato delle condizioni soggettive e se la proposta di Abbramà avrà contribuito a portare avanti il dibattito e, soprattutto, l’azione collettiva.

Tutto il programma del festival lo trovi qui

Immagine di copertina del festival Abbramà

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Francia, verso lo sciopero del 17 ottobre

Durante le mobilitazioni del 2018 contro la riforma dell’educazione, mentre molti studenti esprimevano impazienza di fronte a un mancato allargamento delle proteste, i quadri sindacali e di partito che venivano a fare formazione nelle facoltà occupate rilevavano positivamente la ripresa della politicizzazione giovanile, di una frazione della classe che stava reimparando strumenti e tecniche, linguaggi, e a misurare i rapporti di forza; una classe de lutte come intitolava un film collettivo del 1969. Se i partiti della sinistra tradizionale non brillano per radicalità e connessione sentimentale, di fronte al livello di conflittualità e di coscienza espresso dalle nuove generazioni è però evidente che quella lettura cogliesse un processo reale.

Effetti del regime neoliberale

Passati quasi dieci anni da quella riforma, che è stata la più importante riforma dell’educazione durante i mandati presidenziali di Emmanuel Macron, è una nuova generazione di studenti ad aprire la fase terminale di questo periodo mediocre e grottesco.

Una generazione cresciuta nel periodo di maggior aggressività del neoliberismo francese (iniziato appunto con la nomina di Macron al Ministero dell’Economia da parte di François Hollande nel 2014, e segnato dal movimento dei Gilet Gialli nel 2018), e che si confronta oggi con i risultati di quelle politiche nella sua vita quotidiana.

Oltre al regime di controllo basato sul merito e la competizione creato da Parcoursup, è la qualità delle infrastrutture scolastiche a essersi degradata a causa della riduzione dei finanziamenti, di pari passo con il peggioramento generale dei servizi pubblici e del salario sociale. Una delle rivendicazioni principali è un piano di intervento per il rinnovamento degli edifici insalubri e vetusti, per la sicurezza e per garantire temperature accettabili durante i periodi climatici più difficili, sempre più frequenti nella fase attuale di cambiamento climatico. Posizioni, assieme a quelle contro il divieto degli smartphone o sulle giornate scolastiche eccessivamente lunghe (8h-18h), che ricordano quelle dell’ambientalismo del lavoro italiano degli anni ’60, in cui la classe operaia rivendicava il controllo delle condizioni ambientali nei luoghi di lavoro e la possibilità di incidere su ritmi, cicli di lavoro e tecnologie attraverso i consigli di fabbrica. Altrettanti legami si potrebbero ricostruire con le lotte per la liberazione della riproduzione sociale, o – ancora più immediati, vista la geografia delle mobilitazioni – con le lotte antirazziste e decoloniali.

A livello più generale, i caratteri potenzialmente insurrezionali che sta assumendo la situazione francese in questo autunno sono il risultato della coincidenza di un tempo locale su scala nazionale – fabbricato e scandito da un passato recente di conflitti -, e di un tempo globale – la trasformazione del neoliberismo in regime di guerra.

La Francia è uno snodo cruciale del sistema capitalistico occidentale, non è quindi un caso che il picco di malcontento e di repressione all’interno coincida con l’esaurimento del ciclo di accumulazione a egemonia occidentale su scala internazionale, ma non vi era nessuna necessità storica che la classe arrivasse nelle condizioni di cogliere l’occasione offerta dalla crisi.

Foto CGT

Les jeunes aspettando les jaunes

Questo è stato reso possibile prima di tutto dalle trasformazioni qualitative interne ai movimenti sociali. Anche se i conflitti aperti dalle mobilitazioni spontanee o sindacali degli ultimi anni sono state difensive, in opposizione all’attivismo riformatore dei governi, e non hanno mai riportato un significativo avanzamento delle condizioni di vita, hanno tuttavia vinto la battaglia del consenso sul lungo periodo, mentre il potere non ha mai riportato una vittoria decisiva in grado di rompere il loro crescendo.

La richiesta di riforme radicali in un settore sociale veniva puntualmente rielaborato e riappariva, qualitativamente trasformato e potenziato, nella riappropriazione da parte del soggetto che, nella specifica congiuntura successiva, si trovava a esercitare un’egemonia transitoria nelle rivendicazioni e nelle pratiche.

Il dégagismo dei Gilet Gialli non aveva la capacità propositiva mostrata dagli studenti in queste settimane, nelle cui parole d’ordine riappare il termine rivoluzione, che certamente è impiegato in una concezione vaga e astratta, ma risponde a un sentire comune che va oltre sia i richiami folcloristici, settari o dogmatici, sia la citazione parodica della ghigliottina e del 1789 dei Gilets Jaunes. Sembra trattarsi piuttosto di un’attrazione verso livelli di radicalità e di trasformazione che la socialdemocrazia ha rimosso dalle sue possibilità, espressa da una generazione che non pone limiti al proprio orizzonte politico, perché per chi appartiene a questa generazione è autoevidente che una nuova fase mondiale si è aperta, in cui la grande maggioranza di chi si affaccia al mondo adulto ha pochissimo da perdere.

L’aggravarsi delle contraddizioni ecosociali comporta così uno spostamento degli spazi pratici e ideologici verso le estremità dello spettro politico, un movimento che è flagrante nella gioventù politicizzata, e che si esprime anche nelle crisi e nelle sconfitte delle socialdemocrazie, in Europa come in America Latina.

Foto CGT

La lotta, la teoria e la classe

In questo decennio di mobilitazioni in cui si inserisce il movimento studentesco, l’identificazione di classe è implicita ma costantemente all’opera, e si dà prima di tutto in negativo e si definisce attraverso avversari comuni nelle strade, negli scioperi e nel senso comune, senza poggiare su una lettura ideologica in grado di definirne gli obiettivi rispetto a un metodo e a una teoria. Questa condizione di debolezza teorica sembra essere meno grave per la sinistra francese rispetto ad altri paesi perché nella sua storia, fin dalle sue origini nel socialismo utopista (quello che Lenin chiamò terza fonte del marxismo), le necessità della pratica e della lotta politica tendono a prevalere sulla teoria.

La ripetizione della pratica conflittuale del soggetto frammentato ed eterogeneo della classe rende sempre più evidente come la soddisfazione di ogni singola rivendicazione (dalla riforma e il disarmo della polizia alle scuole e le università, dalle pensioni alla pianificazione ecologica) sia necessariamente condizionata dalla trasformazione totale del modello socio-economico.

In questo affermarsi di un programma trasformativo attraverso la reiterazione di una pratica contestatrice, lo Stato diventa il terreno di una saldatura possibile dei diversi movimenti sociali, e questo può avvenire per almeno tre motivi.

Innanzitutto, queste mobilitazioni hanno riconosciuto nei governi nominati da Macron il motore delle riforme neoliberali (che più che altrove sono state imposte attraverso strumenti legislativi e governativi), individuando nello Stato lo strumento necessario alla redistribuzione delle risorse (come avvenuto con il Front Populaire) e a una forma più democratica di rappresentanza politica (come durante la Commune). Questa conoscenza è stata poi socializzata da intellettuali e militanti, anche attraverso i social e i media indipendenti, superando la dimensione che Gramsci definiva “corporativa”, costruendo un’egemonia morale e intellettuale all’interno della classe.

Foto CGT

Le generazioni migranti

Altro elemento che rende possibile questa saldatura è la riappropriazione di un ideale nazional-popolare da parte di una gioventù di origine immigrata, finora esclusa dal corpo politico, e che invece adesso si identifica in un progetto di società nazionale di rottura rispetto al modello antropologico neoliberale (ciò che vale sia per la generazione Z che per l’appello alla manifestazione del 17 ottobre da parte dei Gilet Gialli, che a differenza del 2018 parte anche da frange del proletariato di origine immigrata). Un elemento che favorisce anche forme spontanee e intuitive, ma reali, di internazionalismo, come il sostegno alla resistenza palestinese.

Infine, terza condizione è l’esistenza di una rappresentanza partitica e sindacale che permette di non arretrare nello scontro per il consenso e di armonizzare le parole d’ordine. In questo senso, se vogliamo comparare la sinistra francese, che è probabilmente la più avanzata sul continente in questo momento, con la sinistra italiana, nell’ottica di un allargamento all’Italia di una contestazione al neoliberismo che è già internazionale, la differenza decisiva sta molto meno nella qualità dei movimenti (pur con tutte le differenze fra Paesi con storie, economie e demografie molto diverse) e nel trattamento mediatico della realtà (il regime di propaganda e la programmatica falsificazione della realtà da parte dei mass media sono all’opera anche in Francia), che piuttosto nell’assenza di una rappresentanza che traduca le rivendicazioni sociali in proposta politica, nell’inettitudine di chi fa politica di mestiere e avrebbe il compito di trovare risposte alle contraddizioni che una società esprime.

La France Insoumise è per adesso in condizione di arrivare al secondo turno delle elezioni perché ha continuamente scommesso sulla sedimentazione delle idee e delle pratiche di resistenza, sulla maturazione di classe dell’opposizione alle riforme neoliberali. Malgrado si trovi in un conflitto aperto con la quasi totalità dell’apparato politico e del sistema mediatico, il partito oggi sembra essersi rafforzato, e la conquista del governo è un orizzonte che appare possibile e desiderato a molti, soprattutto tra le fasce più giovani della popolazione.

Dalle crisi se ne può uscire par le haut o par le bas, e se una parte importante di questa scelta la Francia dovrà prenderla nelle elezioni di primavera, già i prossimi giorni saranno decisivi, con un appello di mobilitazione dei Gilet Gialli previsto per il 17 ottobre, otto anni dopo la più violenta contestazione alla presidenza Macron, che iniziò dalla tassa sul carbone che fece aumentare i costi dei carburanti. Difficile prevedere se il movimento sia definitivamente rifluito, se la sua rabbia abbia ceduto alla rassegnazione nelle zone rurali e periurbane sempre più isolate dal centro e abbandonate dai servizi pubblici, dove la propaganda razzista delle televisioni trova le migliori condizioni per diffondersi. I tratti peculiari e inediti della situazione attuale espongono ogni ipotesi sul futuro al rischio di limitare le potenzialità del movimento sociale, così come ogni paragone storico rischia di essere una scusa per neutralizzare la rabbia con la nostalgia.

Se però da più parti è stato rievocato il ’68 non è per costruire un parallelo storico sulle condizioni dell’azione e sui suoi possibili sbocchi, ma perché – spesso proprio a scuola di quell’evento la generazione Z ne ha appreso gli eventi determinanti, il verificarsi di una mobilitazione di massa studentesca, l’internazionalizzazione della contestazione; e perché, in quella che fu l’ultima volta che vacillò e arretrò il capitale europeo, le consegne erano le stesse delle prossime settimane: l’unità della classe lavoratrice con la classe studentesca.

Immagine di copertina e dentro l’articolo dalla pagina facebook della CGT

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La complicata transizione nella Siria del Nord-Est

La dogana è affollata. In coda, osserviamo i lavoratori agli sportelli. Fate attenzione a cosa dite», ci è stato comunicato la sera prima. «C’è confusione. Non si sa chi è con noi e chi è con il governo. Non si conoscono le procedure, perché al momento non ci sono. Potrebbe volerci un po’ prima che vi lascino passare». Scrutiamo i volti che ci circondano, cercando in uno sguardo gentile e vivo la traccia di un pensiero rivoluzionario.

Passaggio di frontiera

Siamo al confine tra Siria e Iraq. Abbiamo passato i controlli delle autorità di frontiera irachene, stiamo aspettando il visto che ci permetterà di entrare in quella che era conosciuta come Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est, DAANES. Il territorio della DAANES corrispondeva a circa un terzo della Siria, un’area liberata nel corso della Rivoluzione del Rojava dal controllo del regime di Assad prima e dello Stato Islamico poi, in una guerra durata fino al 2019. In questo territorio rivoluzionari e rivoluzionarie del Movimento per la Libertà Curdo, guidato dal leader Abdullah Öcalan, sono da anni implicati nella costruzione di una società libera dal sistema capitalista e statalista.

Fino a qualche mese fa, una volta superati i controlli di frontiera iracheni ad accoglierti in Siria c’erano compagne e compagni, felici di aprire le porte della propria terra a internazionalisti, solidali, giornalisti. Oggi, gli spazi vengono condivisi con inviati del Governo di Transizione Siriano sotto la guida di Hay’at Tahrir al-Sham, HTS, l’organizzazione discendente di Al-Quaeda che nel dicembre 2024 rovesciò con una guerra lampo il regime di Assad.

La presenza di inviati governativi fa parte di un più ampio processo di integrazione tra DAANES e Governo di Transizione Siriano. A seguito di un’offensiva iniziata nel gennaio 2026 da HTS, con la connivenza delle potenze occidentali e l’aperto supporto della Turchia, l’Amministrazione Autonoma ha perso un’ampia parte del suo territorio. Il 29 gennaio 2026 è stato firmato un accordo tra le Forze Democratiche Siriane, organizzazione militare di difesa della DAANES, e il Governo di Transizione Siriano. Con questo accordo, legato a un più ampio cambiamento della strategia del Movimento per la Libertà Curdo, guidato dalla volontà di spostare il terreno del conflitto da un piano militare a uno politico, è iniziata l’integrazione delle strutture dell’Amministrazione Autonoma nello Stato siriano.

Aumento del costo della vita

Le problematiche di questa fase sono fortemente sentite dalla popolazione curda e dai militanti del Movimento. «Tutto è aumentato, anche il pane costa il doppio», lamenta Beritan. Grazie al processo è stata liberata da una prigione turca a Sere Kaniye, zona occupata dalla Turchia che sta tornando sotto la sovranità dello Stato siriano. Oggi vive a Jinwar, il villaggio delle donne, modello di organizzazione autonoma e economia cooperativa.

Per molte famiglie, l’aumento del costo della vita è un aspetto centrale del processo di integrazione. Il carovita è legato all’aumento del prezzo del petrolio. Mentre prima l’estrazione di petrolio veniva utilizzata per il fabbisogno energetico della popolazione, l’accordo con il governo stabilisce che solo una piccola parte venga utilizzata a questo fine, e non è certo che esso stia venendo rispettato. Di fatto, l’esportazione del petrolio sta privando la popolazione di una risorsa fondamentale e portando a un aumento generale del costo della vita.

Un’altra causa è la perdita di terre comuni, come ci spiega Beritan: «Avevamo delle terre che coltivavamo in modo comunitario, anche per supportare le Forze Democratiche Siriane. Se ora con l’integrazione delle forze militari queste terre vanno al governo, perderemo una parte della nostra autonomia alimentare. La mentalità dello Stato vuole accaparrare tutto per sé, per questo dobbiamo costruire e rafforzare un modello opposto, in cui la terra sia di tutti e venga gestita insieme».

Beritan dà una chiara voce ai sentimenti che in forme diverse abbiamo sentito nelle nostre visite alle famiglie nelle aree rurali attorno a Qamishlo: «Il processo non è all’altezza dei nostri martiri e di quattordici anni di guerra. Abbiamo dato così tanti martiri per questo?». Nonostante tutto, rimane convinta che la pace sia “la giusta via”, una pace di cui la lotta, aggiunge, è l’elemento principale.

La difesa dell’esistenza curda

Un altro terreno di scontro rispetto alle politiche del governo centrale è l’utilizzo della lingua curda nell’istruzione. Durante i nostri pochi giorni in Rojava ci sono stati diversi scioperi nelle scuole della regione e una grande manifestazione a Qamishlo in difesa della lingua curda. Con il ritorno del sistema scolastico statale, il governo ha inserito il curdo come materia di studio a scuola e la possibilità di avere alcune materie in curdo, mentre altre, in particolare le materie scientifiche, sono in arabo o inglese. «Il nostro popolo non l’ha accettato», afferma fieramente Zilan, madre di tre figli. Ci racconta che suo figlio è stato picchiato a scuola per aver parlato curdo e che non avere la possibilità di tutto il curriculum in curdo comporterebbe dei passi indietro rispetto ai progressi ottenuti durante la rivoluzione. «Perché mio figlio dovrebbe imparare l’inglese se non conosce la propria lingua madre?», si chiede, come molte altre famiglie.

Il principio della liberazione delle donne

La rivoluzione del Rojava viene spesso descritta come la rivoluzione delle donne. L’AANES è stata costruita su questa base, con il principio dell’autonomia, ovvero la costruzione di istituzioni di donne che possano rappresentarne gli interessi a livello politico e della co-presidenza, ovvero della pari rappresentazione di uomini e donne nelle posizioni di leadership. Nel quadro del processo di integrazione, il ruolo centrale delle donne non sta venendo sufficientemente riconosciuto a livello istituzionale.

Deniz, militante del Movimento delle Donne, ci spiega: «Nella proposta di costituzione non si parla della libertà delle donne. Nelle municipalità il governo sceglie come rappresentanti ufficiali solo gli uomini. Abbiamo deciso di non accettare questa situazione e organizzato una delegazione per affrontare la questione con i rappresentanti e i consigli delle municipalità. In alcune città abbiamo avuto successo ed è aumentato il numero di donne nel consiglio». La mentalità patriarcale del governo di transizione si riflette anche nelle difficoltà a integrare le YPJ, Unità di Difesa delle Donne, all’interno di strutture statali. «Non sono state accettate come esercito femminile. Negli ultimi incontri sono state accettate come parte delle forze di polizia, ma non è ancora stata trovata una formulazione comune con il governo». D’altra parte, ufficializzarsi non è un obiettivo condiviso da tutte le strutture autonome: «l’ufficializzazione può anche essere un limite, noi siamo un movimento. Ci basta la nostra forza ideologica».

Deniz sottolinea che «il movimento delle donne è più sotto attacco che mai», ma è certa che attraverso la lotta le donne possano raggiungere i propri obiettivi. La possibilità di unione con donne arabe, alevite, druse è un punto di forza della nuova fase. Deniz crede che il Movimento delle Donne Curde possa dare speranza e ispirazione alle donne della regione, e impulso per una lotta comune.

Cambiare per andare avanti

Il processo di integrazione è un importante campo di lotta, ma non l’unico. Come dice Deniz: «Dopo tutta questa lotta non possiamo chinare la testa. È necessario organizzare la società. Ovunque, dobbiamo organizzare comuni». L’aspetto del riconoscimento istituzionale, ci dice citando Abdullah Öcalan, non è che una piccola parte, il 10%, della lotta. Il 90% deve consistere nell’organizzare la società.

Zelal, giovane militante, attiva nella costruzione di una cooperativa di giovani donne nella campagna di Derik, riconosce il dolore che gli attacchi di gennaio hanno causato al proprio popolo, ma vede anche che essi «hanno rafforzato e mostrato più fortemente la contraddizione tra Stato e comune», e che attualmente «il popolo può di nuovo comprendere la realtà dello Stato» e la necessità di organizzarsi. La sua energia riflette la speranza e le possibilità insite nella fase attuale.

Difficoltà e contraddizioni restituiscono il quadro di una rivoluzione vivente, di un processo in evoluzione. Una fase si sta chiudendo, un’altra si sta aprendo, attraverso discussioni e sessioni di critica e autocritica di militanti e società, in un fermento di idee e ricerca di soluzioni.

Il Rojava non è, e non è mai stato, un’utopia cristallizzata, fuori dal tempo e dallo spazio, ma un corpo in movimento, in corsa verso un orizzonte di libertà. Senza riposo, con la consapevolezza che solo con lo sforzo si può costruire un mondo diverso. E’ forse proprio questa tensione verso il cambiamento e la libertà, la natura di una rivoluzione.

Immagine di copertina di Duncan

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Abitare con GIOIA: a Roma la progettazione partecipata diventa transfemminista

Una fermata dell’autobus senza luce alle dieci di sera, un marciapiede troppo stretto per un passeggino o una carrozzina, un affitto che spinge sempre più lontano dal centro chi si prende cura di qualcuno, un tragitto quotidiano che senza automobile diventa un percorso a ostacoli: sono esperienze comuni, spesso così normalizzate da non sembrare più un problema.

È da qui che siamo partitə per costruire GIOIA, acronimo di “Generare cIttà femministe attraversO Inclusione e pArtecipazione”: un progetto in cui proviamo a rispondere a una domanda semplice e radicale insieme, cioè per chi è pensata la città in cui viviamo.

Finanziato dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio nell’ambito del Piano Strategico Nazionale sulla violenza maschile contro le donne, GIOIA lavora su quattro municipi romani (II, V, VII e VIII). L’idea di fondo è che la prospettiva di genere non riguardi solo i servizi antiviolenza, ma ogni aspetto della vita urbana: come ci si muove, dove ci si sente al sicuro, quali spazi esistono per la cura, il gioco, l’incontro.

A promuovere il progetto siamo in tre: la Casa delle donne* Lucha y Siesta, dal 2008 presidio contro la violenza di genere e luogo di sostegno alle donne e alle persone trans e non binarie che ne escono; Sex & the City, associazione fondata dalle architette e ricercatrici urbane Azzurra Muzzonigro e Florencia Andreola, che da anni legge le città con le lenti del genere; e CHEAP, collettivo bolognese di street poster art che dal 2013 lavora nello spazio pubblico trasformando l’ordine simbolico.

L’obiettivo è raccontare e progettare la città insieme alle persone che la attraversano ogni giorno, con le proprie esigenze di cura, di sicurezza, di libertà di movimento, creando alleanze con le reti già attive nei territori.

Il percorso prevede in primo luogo una mappatura curata da Sex & the City e la creazione di un Atlante di genere per ciascun municipio, costruito incrociando indicatori territoriali e un questionario rivolto alle persone che abitano e attraversano quei quartieri. L’Atlante avrà una sintesi, un report approfondito e una mappa online aggiornabile, sul modello già sperimentato a Parma.

L’Atlante servirà a costruire un quadro dei servizi, reti e soggetti che la città già possiede in termini di sostegno alla vita quotidiana, in maniera da individuare ciò che manca e trasformarlo in proposta di trasformazione. Per fare questo l’esperienza di chi i quartieri li vive e li attraversa ogni giorno è centrale. 

Accanto al lavoro di mappatura ci saranno anche i Percorsi di Progettazione Partecipata. Da ottobre 2026 a febbraio 2027 in ogni municipio un gruppo di 20-25 persone si incontrerà in laboratori facilitati da attiviste, urbaniste, artiste e filosofe; i laboratori partecipati coinvolgeranno anche l3 bambin3, che porteranno prospettive e desideri sulla città negli incontri curati da Scosse APS. Le domande dei laboratori riguardano questioni molto concrete: in quali momenti entriamo in conflitto con la città? Quali difficoltà abbiamo smesso di vedere? Cosa resta sotto traccia pur pesando sulla nostra vita quotidiana?

Il compito dei laboratori è quello di formulare richieste precise da portare ai municipi e all’amministrazione capitolina: proposte ancorate ai bisogni reali e diffuse su tutta la città, con la vivibilità come criterio guida.

A seguire il lavoro ci sarà un Comitato scientifico di studiose, attiviste e urbaniste, tra cui Federica Castelli, Chiara Belingardi, Serena Olcuire, Giada Bonu Rosenkranz e Barbara Leda Kenny.

A partire dai materiali dei gruppi, CHEAP realizzerà una campagna artistica che attraverserà Roma sugli spazi di affissione comunali e nelle metropolitane, con raccomandazioni per una città transfemminista da discutere con le amministrazioni tra ottobre 2027 e marzo 2028.

Questo perché l’arte pubblica racconta delle storie e sceglie di tacerne altre, riproducendo un sistema di esclusione e privilegio che opera su più livelli della città. Uno degli obiettivi che ci siamo date, invece, è quello di contrabbandare nello spazio pubblico altre narrazioni, altri desideri, altri immaginari.

Infine, a chiudere il percorso è prevista una pubblicazione con la casa editrice indipendente Armillaria e, a ottobre 2027, abbiamo immaginato un festival cittadino aperto ai quattro municipi e a tutta la capitale.

Chi abita o attraversa i Municipi II, V, VII o VIII può contribuire in due modi: compilando il questionario per l’Atlante di genere, aperto fino a fine novembre, e candidandosi ai gruppi di lavoro tramite il form di partecipazione.

Dopo le prime presentazioni ad ESC e all’Arci Sparwasser del 2 e del 6 ottobre, gli incontri di lancio proseguiranno il 13 Ottobre presso il Centro Anziani Pullino (VIII Municipio), il 14 ottobre alle 17 alla Casa di Quartiere del Quarticciolo Ribelle (V Municipio) e il 15 ottobre alle 18 all’Antimafia Pop Academy (VII Municipio), con un laboratorio sulla città decoloniale insieme a Stefania N’Kombo José Teresa.

Il primo appuntamento comune sarà invece sabato 24 ottobre, dalle 10 alle 17 alla Casa delle donne Lucha y Siesta, con il workshop di arte urbana di CHEAP che riunirà tutti i gruppi.

La città è da sempre uno spazio ambivalente per le donne, le persone queer, le persone razzializzate, le persone disabili; spesso il messaggio che lancia è questo non è il vostro posto, qui dovete avere paura. Ma noi non vogliamo avere paura: vogliamo tessere le reti relazionali e costruire gli spazi fisici per costruire giustizia sociale, per definire insieme la nostra idea di sicurezza e di libertà, a partire dalla possibilità di vivere e attraversare i nostri quartieri.

Noi ci mettiamo un pezzetto, con GIOIA.

la copertina è di Lucha Y Siesta

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Piamo Casa monta le tende alla Sapienza

Alla Sapienza, giovani e student3 montano le tende e occupano gli spazi della Città Universitaria, dando vita a una mobilitazione che mette al centro il diritto alla casa, il costo della vita e la precarietà che attraversa le esistenze di un’intera generazione.

Lo striscione appeso di fronte alla Minerva recita «IL LAVORO PAGA POCO LA VITA COSTA TROPPO: SENZA CASA NESSUNA DIGNITÀ PER CHI STUDIA E CHI LAVORA»

È da questa rivendicazione che prende forma la protesta: riappropriarsi di uno spazio simbolico come l’Università significa riportare al centro una contraddizione sempre più evidente, quella di chi si trova a dover conciliare studio e lavoro in un contesto in cui il costo della vita continua ad aumentare e il diritto all’abitare diventa un privilegio sempre più inaccessibile. L’ Università, luogo di formazione e di costruzione collettiva del sapere, è anche uno degli spazi in cui si sperimentano direttamente gli effetti della precarietà economica e sociale.

In un contesto internazionale segnato dall’aumento delle spese militari e dalle politiche di austerità, il progressivo definanziamento dei servizi pubblici si traduce in una riduzione delle possibilità concrete di emancipazione per chi studia e lavora. «Le priorità politiche del governo Meloni sono spietate: solo nel 2026 sono stati stanziati 34 miliardi di euro in spese militari, azzerando i fondi per l’istruzione, l’edilizia pubblica e il welfare», scrivono le attivist3 sul loro comunicato pubblico. Intanto, le città vengono trasformate dagli interessi dei grandi fondi immobiliari e delle società di investimento, che puntano sempre più su studentati di lusso, affitti brevi e turismo, ridisegnando il tessuto urbano secondo le logiche del profitto. Il risultato è una progressiva espulsione di chi abita, studia e lavora nei quartieri, mentre gli spazi della città vengono sottratti alla loro funzione sociale per diventare occasioni di rendita.

A Roma, questo processo è evidente anche nei quartieri che gravitano attorno ai poli universitari, da San Lorenzo a Ostiense, dove la pressione immobiliare incide sulle condizioni di vita di student3, lavorator3 e residenti. Il caro affitti non è un fenomeno isolato, ma il sintomo di un modello urbano che antepone la valorizzazione economica degli spazi ai bisogni di chi li attraversa e li vive quotidianamente.

La mobilitazione alla Sapienza vuole quindi essere l’inizio di un percorso collettivo capace di costruire strumenti di organizzazione, inchiesta e conflitto, partendo dai bisogni reali e dalla possibilità di trasformarli in rivendicazioni comuni. Una lotta che non riguarda soltanto il costo di una stanza, ma la possibilità stessa di scegliere dove vivere, studiare e costruire il proprio futuro.

«Oggi siamo qui per avviare, dal basso, un percorso collettivo fatto di inchieste, vertenze reali, azioni concrete, per rivendicare i nostri diritti sociali. Ma non siamo soli in questa battaglia: dalla Spagna alla Francia fino alle nostre piazze, c’è un’intera generazione in mobilitazione che rifiuta le strette autoritarie e le politiche di guerra e austerità, pronta a rimettere al centro i propri bisogni»


Per dare voce alle rivendicazioni della mobilitazione e rilanciare la necessità di una risposta collettiva all’emergenza abitativa le attiviste rilanciano con un’assemblea cittadina da svolgersi la prossima settimana. Una presa di parola che parte dall’università e si estende alla città, contro la speculazione immobiliare e la trasformazione degli spazi urbani in merci, per rivendicare il diritto di abitare e vivere dignitosamente.

Tutte le info su @PIAMO CASA – ASSEMBLEA PER IL DIRITTO ALLA CITTÀ.

La copertina è dell’autrice

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Maricarmen: Continuate a lottare!

Un uomo di 37 anni si è tolto la vita dopo aver ricevuto lo sfratto, a Grosseto un anno fa. Era accaduto pochi giorni prima a Sesto San Giovanni, dove un anziano si era lanciato dal balcone durante lo sfratto. Non sono casi isolati, succede alle persone lasciate sole che, con la perdita della casa, vedono il precipizio della loro vita. Causa della morte: sfratto! 

Maricarmen Abascal, il simbolo della lotta spagnola per il diritto alla casa, non si è suicidata, ma anche per  lei  la causa della morte è la stessa: sfratto!

Una sentenza aveva riconosciuto alla società d’investimento Urbagestión, proprietaria dell’immobile, il diritto a sfrattare l’inquilina che aveva sempre pagato il canone di affitto fino a quando non lo avevano aumentato a 1.650 euro al mese, più dell’intera pensione di 1.350 euro su cui poteva contare.

In Spagna si registrano circa 50 sfratti al giorno, quasi sempre per morosità. I canoni di affitto sono raddoppiati negli ultimi dieci anni e tutto il paese è colpito da una crisi della casa conseguenza del processo di finanziarizzazione del settore, che ha trasformato l’abitazione in un asset finanziario speculativo. Non è successo solo in Spagna.

L’Unione europea sta cercando di affrontare la drammatica carenza di alloggi a costi sostenibili che riguarda l’intera Europa, anche se la competenza del settore resta degli Stati membri e delle amministrazioni locali.

Finalmente consapevole della gravità del problema, a inizio settembre la Commissione ha presentato un piano di azione, l’Affordable Housing Act per far fronte proprio alla crisi alloggiativa. La proposta definisce i criteri per identificare le zone di stress abitativo su cui intervenire, facendo riferimento al rapporto fra il prezzo medio delle case e il reddito della famiglia. Consente alle amministrazioni locali di individuare misure che limitino gli affitti brevi, mentre promuove piani per aumentare l’offerta per l’edilizia sociale, la cui definizione non è chiara. Parla poi di incrementare le costruzioni di case, anche attraverso il recupero di quanto sottoutilizzato. Dunque secondo la Commissione europea le case non si trovano e costano troppo perché non ce ne sono abbastanza.

Sappiamo che non è così, le case ci sono ma non sono accessibili per chi vive del suo salario..

Negli ultimi 10 anni in Europa sono state costruite circa 1,5 milioni di nuove abitazioni all’anno, per un totale stimato superiore a 14-15 milioni di case. Nello stesso periodo la popolazione dell’Unione Europea è aumentata di circa 8 milioni di persone, passando da 444 milioni a circa 452 milioni di abitanti ed è avvenuto grazie all’immigrazione. L’Europa ci dice che servirebbero almeno 10 milioni di abitazioni in più per coprire la domanda attuale e calmierare i prezzi di affitti e compravendite, ma non specifica che tipo di case dovrebbero essere costruite.

Di edilizia pubblica non si parla più, si pensa invece al social housing ma che cosa sia esattamente nessuno lo sa. Di fatto si affida ai privati la soluzione della crisi abitativa, mentre si continua a dismettere il patrimonio pubblico.

Solo a Vienna la pianificazione pubblica sostenuta da finanziamenti costanti nel tempo fa si che circa il 60% della popolazione viva in case popolari o a prezzo calmierato.

In Spagna attualmente, le case popolari rappresentano solo l’1,5% degli alloggi, rispetto alla media europea del 9%. In Italia solo il 3% delle abitazioni fa parte del patrimonio di edilizia residenziale pubblica, una percentuale che la inserisce agli ultimi posti della classifica europea.

Il governo Sánchez di fronte alla grande mobilitazione scoppiata a seguito dello sfratto di una signora di 87 anni, costretta ad abbandonare l’appartamento in cui viveva da 70 anni, ha portato in parlamento due proposte di legge che prevedevano maggiori tutele contro gli sfratti, proroghe dei contratti di affitto fino al 2030 e interventi per limitare gli affitti temporanei e turistici.

Il Parlamento ha respinto queste misure e Sánchez, dopo essersi dimesso e aver convocato nuove elezioni, ha ripresentato i due decreti al Consiglio dei Ministri che li ha approvati, attaccando duramente nel suo discorso i “fondi avvoltoio” responsabili della crisi e della violenza degli sfratti.

In Italia al contrario il Governo ha pensato  di introdurre procedure più rapide per la liberazione degli immobili, con una nuova legge sugli sfratti, collegata al decreto sicurezza 2026. Sgomberi immediati, dunque, con l’intervento della polizia giudiziaria, senza attendere la conclusione del processo penale. Per gli immobili occupati abusivamente e istituito un nuovo reato che prevede la reclusione fino a sette anni.

In questi giorni sono stati pubblicati dal Ministero dell’Interno i dati relativi agli sfratti del 2025. Sono 61.856 le richieste di esecuzione presentate agli Uffici Giudiziari, 37.122 i provvedimenti esecutivi rilasciati e 18.292 quelli eseguiti con l’intervento della forza pubblica. La principale causa resta la morosità incolpevole: persone che non possono pagare il canone perché i loro redditi non tengono il passo con il costo della vita.

Servono politiche pubbliche per la casa, servono investimenti pubblici per offrire case in affitto a canoni commisurati ai redditi delle famiglie, bisogna frenare la rendita immobiliare produttrice dell’attuale miseria urbana e del saccheggio delle città.

Per non morire più di sfratti: Continuiamo a lottare!

la copertina è di Franklin Vásquez Soliz, tratta da WikiCommons

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Come bloccare un’università. Cronache da Paris-Nanterre in mobilitazione

Sono le 6:30 di mattina, è buio, ci si muove con quello che c’è: cassonetti prelevati dall’area degli alloggi studenteschi, banchi e sedie, grate di ferro, transenne, pallet di legno, qualche manico di scopa a serrare dall’esterno le uscite laterali. Un bâtiment per volta e che ogni ingresso sia ingombrato e presidiato.

Al campus universitario di Nanterre le lezioni sono interrotte da venerdì 2 ottobre. I blocchi sono continuati con qualche tensione fino all’annuncio della Direzione all’indomani di martedì 6, giornata del cosiddetto Terzo atto, la manifestazione generale a place de la République: didattica e attività annullate per una settimana in tutti i campus universitari, Ville-d’Avray, Saint-Cloud e Nanterre, la cui Presidenza aggiunge in una circolare il pieno sostegno alle rivendicazioni «relative alla drammatica mancanza di finanziamenti e di riconoscimento». «Da molti anni, l’Università Paris Nanterre denuncia le difficoltà strutturali derivanti da una cronica carenza di fondi e personale», si scrive.

Cinque atti

Il 29 settembre l’Union syndacale lycéenne si era mobilitata a sostegno del liceo Saint-Exupéry di Créteil e di quelli del Val-de-Marne e Seine-Saint-Denis che ben presto lo avevano seguito, chiedendo di generalizzare i blocchi. E così è stato, il movimento è diventato nazionale. Cronologia diversa dal 2006: dai liceali si estende agli universitari e universitarie che li hanno seguiti e il fronte delle rivendicazioni si allarga. È partita come una denuncia delle condizioni materiali, i tagli all’istruzione, la mancanza di docenti, gli edifici fatiscenti, l’umidità d’inverno le ondate di calore d’estate, i bagni inagibili, il sovraffollamento delle classi. Una difesa delle politiche pubbliche, e il rifiuto di sottostare alle logiche del Parcoursup, la piattaforma selettiva in uso dal 2018, che è anche una questione di potere, cioè di chi decide sull’accesso all’università, con quali criteri (tra cui il peso del liceo di provenienza nell’algoritmo selettivo) e con quale possibilità di contestare il nesso tra una geografia e il suo destino sociale.

Al di là del mito generazionale di una certa storiografia, la contrapposizione tra un ’68 “libertario”, mosso da una critica culturale, e un 2026 invece più “reattivo” e sociale, viene facile per la rilevanza storica di Nanterre, ma rimane forse fuorviante. Il confronto che circola è quello con il 1990, anch’esso partito da una banlieue parigina, con più di centocinquantamila liceali in piazza al culmine del 5 novembre, che ha portato a un piano d’urgenza da 4,5 miliardi di franchi. Un militante ricorda che nel 2018, ai tempi dell’approvazione di Parcoursup, a Nanterre i blocchi durarono quasi due mesi: da aprile a giugno, quando gli esami di recupero vennero trasferiti in centri esterni, presidiati dalle forze dell’ordine. I picchetti si sciolsero con l’inizio dell’estate e un negoziato con l’ateneo.

La manifestazione di martedì 6 ottobre, Terzo atto, ha sicuramente allargato il campo delle convergenze: anticlassismo, antirazzismo, rifiuto del budget di guerra. Si vuole la fine delle politiche discriminatorie per studenti e studentesse extra-EU: le enormi tasse definite “razziste” disposte dal decreto Bienvenue en France, insieme alla restrizione dei sussidi agli alloggi (APL), novità di questo semestre. Ritorna la questione delle diseguaglianze che pesano sulle banlieue, e dei finanziamenti universitari, con al centro le ultime indiscrezioni sull’incapacità di sostenere a lungo i pasti gratuiti a 1 euro, e la piattaforma di Mon Master, l’analogo di Parcoursup per l’accesso alle lauree magistrali. A fine settembre, a fronte di tremila ricorsi record da parte dei “senza posto”, i sans-facs, la presidenza di Nanterre aveva denunciato un aumento vertiginoso delle domande per le magistrali e l’incapacità di farsene carico.

Mercoledì 7 arriva il blocco di Sciences Po, con studenti e studentesse di Beaux-Arts e dell’École du Louvre; segue il comunicato dell’assemblea inter-fac: fine dei proiettili di gomma e dei lacrimogeni, scioglimento dei corpi speciali di polizia, dimissioni del ministro dell’Interno. Nessun passo indietro. Giovedì, alla Bastille, arriva il Quarto atto, la seconda manifestazione. Venerdì 9, il blocco di solidarietà dell’École des Mines, scuola prestigiosa di ingegneri e che di certo non manca di fondi. «Contre les violences policières» si legge all’ingresso.

Con un deficit al 5,4% del PIL e un piano di risparmi da 54 miliardi, si prepara l’esame del bilancio che partirà martedì 13, lo stesso giorno in cui viene annunciato il Quinto atto, la manifestazione sotto Matignon, sede del Primo Ministro.

Oggi il movimento si allarga, in corteo sfilano cordoni di insegnanti e genitori a protezione dei giovani, la repressione trascina il dibattito dalle condizioni di insegnamento alla legittimità della risposta statale. Chiedere soldi per l’istruzione anziché per la guerra non sembra, insomma, una richiesta irricevibile per l’opinione pubblica. Le piazze sono piene di studenti e studentesse non politicizzati/e in senso stretto: alcuni sono lì perché ci sono anche gli amici, c’è chi non ha ben chiaro cosa sia Parcoursup, chi voleva saltare la scuola, ma c’è un modo di sentire condiviso che ha che fare con la catastrofe del presente, i costi da sopportare senza promesse di riscatto sociale, i doveri senza diritti ed è propriamente generazionale.

La copertina e le foto nel corpo del testo sono dell’autrice

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16 ottobre, sciopero per il clima in tutta Italia

Il 16 ottobre nelle piazze di molte città d’Italia e di centinaia città nel mondo si tornerà a marciare per il clima e la tutela del pianeta, Fridays for Future ha convocato infatti un altro Strike for Climate. Lo sciopero per il clima, che tradizionalmente veniva convocato in questi mesi, quest’anno ha luogo dopo un’estate insopportabile appena trascorsa, e in vista di altri eventi climatici estremi che si potrebbero verificare nell’autunno appena iniziato.

In Italia tanti gruppi locali di Fridays for Future hanno risposto alla chiamata e hanno organizzato presidi, cortei, manifestazioni. Nel documento di convocazione si legge «Scendiamo in piazza perché non ci rassegniamo. Non ci rassegniamo a un governo che ci invita ad abituarci al clima caraibico mentre annuncia di aumentare le estrazioni di gas e petrolio in Italia. Non ci rassegniamo ai titoli di giornale che raccontano che non c’è più niente da fare, perché abbiamo superato la soglia degli 1.5°C. Non ci rassegniamo all’ecoansia, che ci fa sentire il peso del mondo sulle spalle mentre le compagnie fossili accumulano extra-profitti a ogni crisi geopolitica. Siamo stati lasciati ad affrontare questa Emergenza da sol3. Manifestiamo perché non siamo sol3. Il caldo e gli eventi estremi di quest’estate hanno reso ancora più evidente la gravissima situazione in cui ci troviamo. I governi pensano a fare guerre e profitti con armi e petrolio mentre in Europa si stimano più di 30mila morti dovute al caldo estivo».

A Roma, per la prima volta, si è deciso che il corteo non sarà mattutino e studentesco ma pomeridiano, cercando pertanto di intercettare segmenti diversi di popolazione e non solo la componente giovanile. Lo sciopero è stato organizzato attraverso assemblee aperte a cui hanno partecipato varie realtà, organizzazioni e collettivi, da quelli studenteschi ai presidi di tutela del territorio, degli spazi pubblici e del verde.

Il corteo romano partirà alle 17.00 da Piramide e nei contenuti intreccerà insieme istanze ecologiste e istanze sociali criticando in modo diretto tanto l’amministrazione comunale quanto il governo. Il percorso della manifestazione infatti percorrerà un tratto antistante i Mercati Generali di Ostiense, area che il Comune vuole cementificare e trasformare in studentato di lusso grazie all’intervento del fondo immobiliare Hines, cui partecipano cospicui capitali assicurativi israeliani. Il corteo, nonostante un primo parere negativo della questura, ha intenzione di dirigersi davanti al Ministero per l’Ambiente e la Sicurezza Energetica, simbolo della totale avversità di questo governo per qualunque politica ecologista visto quanto ogni scelta di questi quattro anni sia stata a favore delle fonti fossili e della loro lobby.

In altre città come Torino e Bologna l’appuntamento è rimasto nelle ore mattutine, mentre altre ancora puntano su una doppia presenza, nella mattina e poi nel pomeriggio come a Pisa.

Climate Strike del settembre 2022

Se la giornata di venerdì permetterà di dare il polso della capacità di mobilitazione lungo la penisola, nei giorni successivi sono state organizzate due assemblee nazionali – con caratteristiche leggermente diverse e complementari – per riannodare i fili del movimento ecologista.

A Grassina, alle porte di Firenze, il 17 ottobre è stata convocata un’assemblea dal titolo “Questo Clima non è vita” promossa da Convergenza Ecosociale, la rete – nata sullo stimolo della vertenza per la GKN di Firenze – da due anni costruisce connessioni tra emergenza climatica e questioni sociali. Nell’appello per la partecipazione si legge «Perché la crisi eco-climatica non può essere l’ennesima vertenza in aggiunta al calendario autunnale del movimento. La giustizia climatica è condizione necessaria per sopravvivere, organizzarci, lottare. Dobbiamo mettere in condivisione saperi, esperienze, riflessioni e pratiche accumulati negli anni». L’assemblea infatti si propone di rafforzare reti e di porre la questione climatica al servizio delle altre lotte e come collante di altre battaglie in una visione ecosistemica di giustizia sociale. Si vuole pertanto uscire dallo schema classico dell’assemblea che lancia una data di mobilitazione nazionale, ma costruire invece uno spazio di convergenza in cui la questione climatica possa essere un filo rosso. Per queste ragioni il gruppo di preparazione ha scritto delle domande guida rivolte a chi parteciperà, per avere una traccia comune di discussione.

A Roma invece il 24 ottobre la rete Fuori dal Fossile ha proposto una assemblea nazionale che vede al centro le lotte dei comitati ambientali di tutta la penisola che si oppongono ad ecocidi e devastazione del loro territorio, la lotta contro l’ipotesi di ritorno al nucleare e contro la proliferazione territoriale dei data centre. Nel documento di preparazione viene più volte indicata la connessione tra la lotta per difendere il pianeta e quella per difendersi dal sistema di militarizzazione e riarmo in corso: «La dipendenza mondiale dalle fonti fossili e il loro stretto legame con il sistema militare è il perno per garantirsi possesso, utilizzo e controllo dei flussi e soggiogare i popoli instaurando così uno stato di guerra permanente insieme al progressivo peggioramento della catastrofe ecologica. Le guerre fossili distruggono la vita delle persone, le economie delle comunità, la biodiversità, la speranza di contenere il riscaldamento globale, la disponibilità di aria respirabile e di acqua potabile».

Viviamo in un momento particolarmente drammatico e paradossale, la consapevolezza della crisi climatica è ormai largamente diffusa, eppure l’attivazione sembra procedere a rilento o quanto meno non corre al passo di eventi drammatici quali quelli a cui assistiamo. Inoltre nel dibattito politico ufficiale il tema è praticamente assente, complice non solo un governo fieramente alleato del fossile ma pure un ruolo debolissimo dell’opposizione parlamentare.

La chiave di volta per ritornare alle maree del 2018 e del 2019 non ce l’ha nessuno in tasca, tuttavia è importante provare ad attivare spazi di attivazione e di convergenza tra istanze che non possono più correre in autonomia, pena l’irrilevanza e la condanna al minoritarismo. Non ce lo possiamo più permettere.

La copertina è di Lisa Capasso, Climate Strike, Roma Settembre 2022

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Contro i data center e il mondo che ne ha bisogno

Questa articolo è frutto del lavoro collettivo di AvANa – Avvisi Ai Naviganti, l’hacklab che ha base al Forte Prenestino (Roma) ed è parte della comunità italiana di Hackmeeting, ritrovo annuale degli hacklab aperto a ogni persona curiosa delle tecnologie, digitali e non.

Come AvANa, ci occupiamo di tecnologia in modo critico. Che vuol dire? Ad esempio, negli ultimi anni abbiamo lanciato una campagna di boicottaggio di Meta in quanto azienda complice del genocidio in corso in Palestina e perché propone quelle che chiamiamo “tecnologie del dominio”, ovvero che catturano e vendono il tempo di chi le usa per la massimizzazione del proprio profitto.

Ci siamo dunque messe a disposizione dei collettivi locali con la campagna “Un Dos Tres”, per aiutare a costruire una presenza autonoma in rete, indipendente dai social media delle grandi aziende, nell’orizzonte di permetterci di uscire (prima o poi) da quegli ambienti tossici e commerciali. Rinnoviamo l’invito a praticare autogestione anche in questo aspetto, digitale, della vita. Dopo l’attacco al collettivo Autistici/Inventati, abbiamo lanciato la campagna “Nel mirino” insieme ad altri hacklab e realtà politicamente affini sul territorio italiano, per contrastare l’imperialismo statunitense, in particolare sui piani economico e tecnologico.

Le nuvole non stanno in cielo

Cosa è un data center, ormai dovremmo saperlo, anche se probabilmente non ne abbiamo mai visto uno da vicino, tantomeno dall’interno. Le cosiddette Big Tech, le più grosse aziende commerciali che vendono spazio e servizi sulle loro nuvole (in inglese, cloud) sono ovunque, così come i dati con cui lavorano (i nostri), sempre più sparsi per il globo, accumulati e scambiati tra grossi centri di aggregazione asettici e di difficile accesso. Contrariamente a quanto affermano con la loro propaganda, di ecologico o frictionless il digitale ha ben poco, poiché necessita di supporti materiali, di infrastrutture tangibili, importanti processi estrattivi e investimenti economici.

La Free Software Foundation Europe ce lo ricorda con una grafichetta molto popolare: non esiste il cloud, solo i computer di altre persone.

[immagine: https://dotfiles.tnetconsulting.net/blog/2015/0228/there-is-no-cloud/thereisnocloud-v2.png]

Tutte le attività digitali, quelle che noi realizziamo interagendo consapevolmente con i dispositivi elettronici, ma anche quelle che sono frutto di interazioni più o meno autonome tra macchine, richiedono una connessione macchinica, scambi, flussi di dati sempre più rapidi e costanti. Ad esempio, per sapere quando passa l’autobus a Roma possiamo dare un’occhiata al tabellone elettronico della fermata, che si aggiorna automaticamente ogni tot minuti, oppure controllare da uno smartphone tramite il sito di ATAC Roma, o una delle tante app di trasporto disponibili, o anche attraverso un’applicazione che fornisce mappe per gli spostamenti. Tutte queste fonti d’informazione fanno riferimento a delle basi di dati aggiornate in tempo reale, consultate continuamente.

Per ragioni di efficienza, negli ultimi decenni la progressiva digitalizzazione delle nostre vite è stata organizzata raggruppando tanti server (ovvero, macchine sempre a disposizione, raggiungibili dagli altri nodi della rete) nei cosiddetti data center: edifici sempre più grandi, estremamente energivori, pieni di stanze a loro volta piene di macchine sempre accese e connesse a Internet, che necessitano di tanta energia elettrica e tanta acqua per gli impianti di raffreddamento… non bastano mica le piccole ventole nascoste nei nostri pc portatili. Inoltre, queste imponenti strutture non sono affatto silenziose: unità di riscaldamento, ventilazione e condizionamento dell’aria, impianti di raffreddamento, generatori elettrici di riserva, eccetera sono in funzione h24, 7 giorni su 7, anche se gli studi sul rumore non sono sempre effettuati nelle valutazioni d’impatto ambientale, mentre dovrebbero esserlo al pari di altri fattori di perturbazione.

Il data center Agriport A7 in Olanda, di proprietà di Microsoft, nel 2021 ha consumato in un anno circa 84 milioni di litri d’acqua, ovvero l’equivalente di una grande città europea. E negli ultimi tre anni, i bisogni energetici di questi centri di calcolo sono decuplicati: come riporta Le dita nella presa, siamo passate da una media annuale di 10megaWatt di potenza per un singolo data center, a una media attuale che si aggira tra i 100 e i 200megaWatt all’anno.

Secondo l’IEA (International Energy Agency), nel 2025 i data center nel mondo hanno consumato circa 485 teraWatt di potenza all’ora, ovvero circa quanto la Germania, e i consumi dovrebbero aumentare del 70% entro il 2030.

Ricordiamo che le stesse aziende coinvolte nei progetti di costruzione di questi enormi centri di calcolo creano i presupposti per il loro sviluppo: privatizzazione ed estrazione di valore dai territori, militarizzazione (provate ad avvicinarvi!), colonialismo digitale ed energetico… Anche in questo ambito conviene delocalizzare per abbassare i costi di produzione, già altissimi di base; per velocizzare l’iter amministrativo; per risparmiare sui costi di approvigionamento energetico o di raffreddamento. Ecco che ci si ritrova subito a braccetto col nucleare, o che l’Artico e tutti gli altri territori più freddi e isolati della Terra acquistano attrattività per presenti e futuri investimenti.

Il cielo sopra l’Italia

Scrive Radio Blackout, presentando un approfondimento sul progetto di data center nel torinese, a Lucento: «Informatica, cloud e intelligenza artificiale non rappresentano una rottura con il capitalismo termo-industriale, ma il suo approfondimento. Dietro l’apparente immaterialità del digitale si estende infatti una gigantesca infrastruttura energivora fatta di reti elettriche, cavi sottomarini, estrazione mineraria, semiconduttori, logistica».

Anche a Moncalieri, in Piemonte, l’ex-Ilte (tipografia abbandonata) dovrebbe essere riconvertita in un grande data center, mentre il collettivo di fabbrica di Campi Bisenzio, in Toscana, teme la stessa sorte per la GKN. In Italia, le aree industriali da (ri)mettere a profitto delle più recenti strategie speculative non mancano: da nord a sud, i progetti in fieri sono circa 80, che si aggiungono ai 270 data center già presenti sul territorio italiano. Per ora, questi si concentrano soprattutto nelle province di Milano, che pur ospitandone già un centinaio, è tra le prime aree di interesse per nuovi ambiziosi progetti, e Roma, con una trentina attuali.

Le proposte approvate o in discussione spaziano da Pavia a Bari a Colleferro, fino al Sulcis in Sardegna, spesso accompagnate dalla nascita di comitati locali che provano a contrastare i progetti più impattanti.

Ormai infatti si parla soltanto di hyperscale, ossia di centri di calcolo che richiedono enormi quantità di potenza, con un salto di scala notevole rispetto a qualche anno fa, e che prospetta  ulteriori aumenti fino a migliaia di megaWatt di potenza annua per una singola istanza.

A livello legislativo, mancava in Italia un inquadramento amministrativo adatto a questi progetti, che rientravano negli impianti termoindustriali in quanto provvisti di grossi generatori di riserva e dovevano quindi essere oggetto di valutazioni di impatto ambientale prima della costruzione. Solo nel Decreto-Legge approvato a febbraio di quest’anno, il cosiddetto DL Bollette, sono state adottate  «disposizioni urgenti in materia di risoluzione della saturazione virtuale delle reti elettriche, di integrazione dei centri di elaborazione dati nel sistema elettrico», che differenziano in base alla potenza termica dei data center, cioè alla potenza del generatore presente nell’impianto.

La potenza termica corrisponde a circa tre volte la potenza elettrica del sito, quindi un tipico centro di calcolo da 60 megaWatt di potenza elettrica avrà una potenza termica di circa 180 megaWatt. Se per gli impianti con potenza termica pari o superiore a 300 megaWatt il rilascio dell’autorizzazione per la realizzazione è affidato al ministero (MASE), e abbiamo visto che i progetti sono sempre più ghiotti di energia, è evidente che praticamente nessuna agibilità è lasciata alle Regioni o alle Province Autonome. Inoltre, in base a questa norma, si può avviare un «procedimento unico» accelerato che dimezza i termini della VIA (Valutazione Impatto Ambientale) e si conclude in 10 mesi, calpestando di fatto le possibilità di tutela ambientale ed ecologica nel senso più ampio. Infatti il rilascio dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) può dunque precedere la VIA, facendo prevalere il diritto economico su quello ambientale, come racconta ancora la stessa puntata de Le dita nella presa citata sopra. Attualmente è in discussione una nuova legge quadro per far diventare i data center «opere strategiche di pubblica utilità indifferibili urgenti e di prevalenza nazionale», una designazione già in operante nel campo delle energie rinnovabili e in particolare per facilitare gli espropri nello sviluppo di impianti fotovoltaici. La nuova legge è stata votata favorevolmente alla Camera, con pochissime astensioni, e sarà presto vagliata in Senato.

A chi vanno le fette di torta?

Di tutto l’ampliamento della capacità di calcolo nazionale previsto, la maggior parte sarebbe comunque gestita da aziende commerciali statunitensi, mentre la più grossa fetta italiana, circa 30-40 megaWatt all’anno, coinvolgerebbe il Polo Strategico Nazionale, composto da simpatiche società nostrane come Leonardo, Tim o la Cassa Deposito e Prestiti. Gli interessi in gioco sono, ancora una volta, chiaramente quelli delle più grandi industrie, infrastrutture e istituzioni, complici ognuna a modo suo della riproduzione di condizioni di invivibilità in un mondo capitalista.

In Irlanda, piccolo noto «paradiso digitale», Friends of the Earth riporta che il 22% dell’elettricità disponibile va ai data center, che sono dunque responsabili per oltre il consumo complessivo delle abitazioni del Paese. Di recente inoltre l’agenzia elettrica nazionale ha imposto una moratoria sulla costruzione di nuovi data center a Dublino, dove già costituiscono circa l’80% del consumo elettrico della città. Gli enormi appetiti di suolo, acqua ed energia elettrica sono spesso al centro delle preoccupazioni di chi si oppone ai progetti di costruzione di nuovi data center, ma ci pare necessario allargare l’analisi del loro impatto per comprendere i molteplici livelli di problematicità di questi oggetti.

Le responsabilità politiche, locali e globali, dell’accumulazione digitale vanno rilevate per non cadere nelle trappole della sovranità digitale, sia essa italiana o europea, o dell’approccio not in my backyard (non nel mio giardino) che contesta solo un’istanza specifica, per prossimità geografica, ma non l’ideologia di fondo.

Il problema non è che ci guadagnino aziende straniere sul suolo italiano, o che l’irruzione di un data center hyperscale provochi un aumento del prezzo delle bollette per la popolazione locale (come già visto negli USA, ricorda Erin Brokovich), ma questi aspetti sono collegati tra loro e ad altre forme di colonialismo digitale ed energetico. Non crediamo che il problema delle perturbazioni ambientali sia risolvibile dalle stesse aziende che vorrebbero comprare soluzioni tramite «crediti di acqua» o «crediti di CO2» in compensazione delle emissioni prodotte e dell’acqua utilizzata. L’unica soluzione è non costruire nessun data center in zone che si trovano già sotto stress idrico, nonostante sia proprio il caso di cluster statunitensi come in Virginia o in Arizona.

Ma poi, a cosa servono tutti questi centri superpotenti? Sono davvero così essenziali? A chi?

Certo le interminabili, avvincenti conversazioni con i chatbot più sofisticati sul mercato hanno influenzato drasticamente i consumi e i bisogni di calcolo negli ultimi anni. Eppure, anche in questo caso le responsabilità individuali sono assai meno significative di quelle collettive, pubbliche, industriali. Il business e i settori della scuola, della sanità, o dell’amministrazione giudiziaria, per citarne alcuni, si stanno riorganizzando su pressione coercitiva o con spintarelle indulgenti (nudge) di aziende come OpenAI, Meta, Alphabet… per incorporare le cosiddette intelligenze artificiali nei flussi di lavoro, richiedendo quantità di energia infinitamente superiori a prima per la realizzazione di compiti anche molto semplici e banali.

Una valutazione accurata e attendibile della quantità di risorse necessarie a un modello linguistico come quelli che stanno dietro a ChatGPT e simili è molto difficile da ottenere, in parte perché la maggior parte dei modelli non sono open source (il codice sorgente non è condiviso dalle aziende proprietarie) e quindi non si sa esattamente come funzionino; in parte perché le catene di produzione e distribuzione dei prodotti digitali sono estremamente complesse e difficili da mappare, anche in base al livello di comprensione desiderato. Per esempio: per stimare l’impatto di un singolo prompt che riceverà il chatbot da parte dell’utente finale, devo considerare anche ogni chip NVIDIA, o qualsiasi altro componente interno, che fa funzionare le macchine su cui si svolge l’addestramento dell’LLM (Large Language Model) in questione? E dei server che elaborano le risposte? E il ciclo di vita del dispositivo digitale dell’utente, tramite cui avviene l’interazione? E in fin di vita, come seguire le tracce dei rifiuti elettronici sempre più numerosi e dispersi tra le varie discariche a cielo aperto e altre modalità di smaltimento informale?

Mentre i rifiuti elettronici crescono in maniera esponenziale, la digitalizzazione del mondo è ormai scandita dal ritmo delle obsolescenze programmate dei pezzi di hardware (le componenti macchiniche) e del software, che ci obbliga a rinnovare regolarmente le macchine di lavoro.

Per quanto riguarda l’Unione Europea, che pone lo sviluppo di «AI (Artificial Intelligence) e data center» al centro del suo piano strategico per il futuro, la proposta è di classificare l’efficienza energetica di ogni centro di calcolo su una scala dalla A alla G, come per le abitazioni e le lavatrici. Di nuovo ci chiediamo: cosa rimane fuori dalle metriche di classificazione proposte?

Granelli di sabbia negli ingranaggi

Le critiche politiche di ampio respiro, portate avanti da vari movimenti contro i data center ma anche contro l’Automazione Industriale (così preferiamo chiamare la famigerata «AI» 😉 sono radicate nei movimenti dal basso più variegati: dalle associazioni ecologiste locali ai collettivi studenteschi, passando per gruppi di giovani attivist* per la salute mentale.

Ad esempio, all’interno delle mobilitazioni in solidarietà alla Palestina e contro il genocidio, un altro data center di Microsoft in Olanda, quello di Middenmeer, era stato oggetto di azione diretta ad agosto 2025, da parte del gruppo Geef Tegengas. Con il blocco dell’ingresso e la presa del tetto, hanno denunciato la complicità del colosso tecnologico, e in particolare di quella struttura nell’arsenale repressivo e coloniale di Israele. Infatti, in base a un’inchiesta del “Guardian” con “+972 Magazine” e “Local Call”, l’Unità 8200 dell’IDF, (Israel Defense Forces) si era appoggiata ai server nei Paesi Bassi per l’accumulazione di circa 200 milioni di ore di telefonate palestinesi (11.500 teraByte di dati) con cui elaborare strategie di attacco. La complicità di Microsoft con il progetto sionista è ben nota fin dall’esordio dell’azienda nel campo delle tecnologie digitali.

Oggi, impedire la costruzione di nuovi megacentri di calcolo vuol dire anche sabotare l’industria di guerra, protagonista al tempo stesso del riarmo europeo e italiano e dell’investimento nei progetti hyperscale. Come tante altre tecnologie e infrastrutture che li hanno preceduti, i data center sono oggi uno dei principali oggetti di «sviluppo» civile (leggi commerciale) e militare.

In Inghilterra invece, il 28 febbraio scorso, la March Against the Machine ha sfilato per le strade del centro di Londra: ispirata dal movimento QuitGPT, la manifestazione organizzata da Pull The Plug, Pause AI e Mad Youth Organise, è partita dagli uffici di OpenAI, passando per DeepMind (start-up nata a Londra nel 2010 e poi acquisita da Google/Alphabet, ora in prima linea nello sviluppo&ricerca per l’IA) e si è conclusa davanti alla sede di Meta. Si tratta di una delle più grandi proteste contro la cosiddetta Intelligenza Artificiale e in particolare contro il suo impiego nei servizi pubblici, la delega algoritmica dell’accesso al welfare, e l’utilizzo sempre più massiccio del riconoscimento facciale da parte della polizia metropolitana di Londra. Altre manifestazioni si sono svolte il 3 marzo, in contemporanea, presso il «research hub» europeo di DeepMind a Berlino, davanti al Vector Institute dell’Università di Toronto, e al quartier generale di OpenAI a San Francisco. La stessa campagna QuitGPT è nata per contrastare l’egemonia di Trump, a partire dal fatto che il singolo maggior investitore nella corporazione MAGA nel 2025 è stato Greg Brockman di OpenAI, azienda che ha poi firmato un contratto da 200milioni di dollari col Dipartimento della Guerra statunitense.

Da Save Brick Lane (Londra) all’Italia, la rivendicazioni sono simili: «vogliamo case, non data center». Il progetto Tu nube seca mi rio (in castigliano, la tua nuvola prosciuga il mio fiume) monitora gli impatti ecosociali dei progetti in cantiere e di chi vi si oppone, a partire da una fabbrica di Coca Cola riconvertita in data center (Madrid) o da Talavera de la Reina (qui un’intervista per Radio Onda Rossa) e nel resto del mondo. In Francia, dal 2023 il collettivo Le nuage était sous nos pieds (in francese, la nuvola era sotto i nostri piedi) «analizza e lotta contro gli impatti sociali, ecologici e politici delle infrastrutture digitali dominanti e il loro mondo», organizzando incontri, festival, camminate ad esempio per le strade di Marsiglia, dallo storico porto di scambi mediterranei a hub di cavi sottomarini e centri di calcolo per Disney+.

Un articolo di “Graffio” offre un’ottima panoramica e mappatura dei movimenti contro i data center che stanno nascendo in Italia, che in questo autunno caldo stanno trovando slancio.

Concludiamo questo articolo condividendo un estratto dal comunicato del centro sociale Fornace di Rho (Milano), che racconta la giornata di festosa rivolta collettiva di sabato scorso, augurandoci di ritrovarci presto in piazza o in assemblea per proseguire insieme le mobilitazioni.

Rho, 3 ottobre 2026

Un grande corteo di oltre duemila persone ha attraversato oggi le strade di Rho per dare vita alla prima grande manifestazione di piazza contro l’invasione dei Data Center. Una giornata straordinariamente partecipata, colorata e determinata, promossa dal Centro Sociale SOS Fornace, che ha visto la partecipazione di cittadini rhodensi, studenti, lavoratori, comitati e realtà territoriali giunte da tutta la provincia di Milano.

Durante la manifestazione l* attivist* del Centro Sociale, con le maschere degli oligarchi digitali Musk, Bezos, Zuckerberg, Altman e Amodei, hanno forzato l’accesso al cantiere del Data Center di via Moscova e sono penetrat* all’interno del sito.

Come comunicato dagli interventi dal carro di testa, il corteo ha in questo modo voluto riappropriarsi simbolicamente di una porzione di territorio sottratta a chi lo abita per essere svenduto alle Big Tech, riaffermando nel contempo il diritto alla città, alla salute e a una vita degna in un ambiente salubre calpestati in nome del profitto con la complicità del Governo, di Regione Lombardia e di amministratori locali compiacenti.

Sulla recinzione del cantiere del Data Center di proprietà della multinazionale australiana Goodman Group l* attivist* hanno tracciato a caratteri cubitali la scritta “STOP DATA CENTER” per ribadire che questo progetto e tutti gli altri impianti previsti nel Rhodense e nella città metropolitana devono essere fermati immediatamente. La piazza di oggi dimostra che la comunità non è disposta a subire la predatoria voracità delle multinazionali del Tech.

Per approfondire i temi di questo articolo, AvANa consiglia:

Giovanna Sissa, Le emissioni segrete

Environmental Justice Atlas (mappa collaborativa dei conflitti per la giustizia ambientale)

Osservatorio sui Data Center (iniziativa della POLIMI School of Management)

la copertina è del Centro Sociale SOS Fornace dal corteo di Rho del 3 ottobre 2026

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L'articolo Contro i data center e il mondo che ne ha bisogno proviene da DINAMOpress.

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