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Abitare con GIOIA: a Roma la progettazione partecipata diventa transfemminista

Una fermata dell’autobus senza luce alle dieci di sera, un marciapiede troppo stretto per un passeggino o una carrozzina, un affitto che spinge sempre più lontano dal centro chi si prende cura di qualcuno, un tragitto quotidiano che senza automobile diventa un percorso a ostacoli: sono esperienze comuni, spesso così normalizzate da non sembrare più un problema.

È da qui che siamo partitə per costruire GIOIA, acronimo di “Generare cIttà femministe attraversO Inclusione e pArtecipazione”: un progetto in cui proviamo a rispondere a una domanda semplice e radicale insieme, cioè per chi è pensata la città in cui viviamo.

Finanziato dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio nell’ambito del Piano Strategico Nazionale sulla violenza maschile contro le donne, GIOIA lavora su quattro municipi romani (II, V, VII e VIII). L’idea di fondo è che la prospettiva di genere non riguardi solo i servizi antiviolenza, ma ogni aspetto della vita urbana: come ci si muove, dove ci si sente al sicuro, quali spazi esistono per la cura, il gioco, l’incontro.

A promuovere il progetto siamo in tre: la Casa delle donne* Lucha y Siesta, dal 2008 presidio contro la violenza di genere e luogo di sostegno alle donne e alle persone trans e non binarie che ne escono; Sex & the City, associazione fondata dalle architette e ricercatrici urbane Azzurra Muzzonigro e Florencia Andreola, che da anni legge le città con le lenti del genere; e CHEAP, collettivo bolognese di street poster art che dal 2013 lavora nello spazio pubblico trasformando l’ordine simbolico.

L’obiettivo è raccontare e progettare la città insieme alle persone che la attraversano ogni giorno, con le proprie esigenze di cura, di sicurezza, di libertà di movimento, creando alleanze con le reti già attive nei territori.

Il percorso prevede in primo luogo una mappatura curata da Sex & the City e la creazione di un Atlante di genere per ciascun municipio, costruito incrociando indicatori territoriali e un questionario rivolto alle persone che abitano e attraversano quei quartieri. L’Atlante avrà una sintesi, un report approfondito e una mappa online aggiornabile, sul modello già sperimentato a Parma.

L’Atlante servirà a costruire un quadro dei servizi, reti e soggetti che la città già possiede in termini di sostegno alla vita quotidiana, in maniera da individuare ciò che manca e trasformarlo in proposta di trasformazione. Per fare questo l’esperienza di chi i quartieri li vive e li attraversa ogni giorno è centrale. 

Accanto al lavoro di mappatura ci saranno anche i Percorsi di Progettazione Partecipata. Da ottobre 2026 a febbraio 2027 in ogni municipio un gruppo di 20-25 persone si incontrerà in laboratori facilitati da attiviste, urbaniste, artiste e filosofe; i laboratori partecipati coinvolgeranno anche l3 bambin3, che porteranno prospettive e desideri sulla città negli incontri curati da Scosse APS. Le domande dei laboratori riguardano questioni molto concrete: in quali momenti entriamo in conflitto con la città? Quali difficoltà abbiamo smesso di vedere? Cosa resta sotto traccia pur pesando sulla nostra vita quotidiana?

Il compito dei laboratori è quello di formulare richieste precise da portare ai municipi e all’amministrazione capitolina: proposte ancorate ai bisogni reali e diffuse su tutta la città, con la vivibilità come criterio guida.

A seguire il lavoro ci sarà un Comitato scientifico di studiose, attiviste e urbaniste, tra cui Federica Castelli, Chiara Belingardi, Serena Olcuire, Giada Bonu Rosenkranz e Barbara Leda Kenny.

A partire dai materiali dei gruppi, CHEAP realizzerà una campagna artistica che attraverserà Roma sugli spazi di affissione comunali e nelle metropolitane, con raccomandazioni per una città transfemminista da discutere con le amministrazioni tra ottobre 2027 e marzo 2028.

Questo perché l’arte pubblica racconta delle storie e sceglie di tacerne altre, riproducendo un sistema di esclusione e privilegio che opera su più livelli della città. Uno degli obiettivi che ci siamo date, invece, è quello di contrabbandare nello spazio pubblico altre narrazioni, altri desideri, altri immaginari.

Infine, a chiudere il percorso è prevista una pubblicazione con la casa editrice indipendente Armillaria e, a ottobre 2027, abbiamo immaginato un festival cittadino aperto ai quattro municipi e a tutta la capitale.

Chi abita o attraversa i Municipi II, V, VII o VIII può contribuire in due modi: compilando il questionario per l’Atlante di genere, aperto fino a fine novembre, e candidandosi ai gruppi di lavoro tramite il form di partecipazione.

Dopo le prime presentazioni ad ESC e all’Arci Sparwasser del 2 e del 6 ottobre, gli incontri di lancio proseguiranno il 13 Ottobre presso il Centro Anziani Pullino (VIII Municipio), il 14 ottobre alle 17 alla Casa di Quartiere del Quarticciolo Ribelle (V Municipio) e il 15 ottobre alle 18 all’Antimafia Pop Academy (VII Municipio), con un laboratorio sulla città decoloniale insieme a Stefania N’Kombo José Teresa.

Il primo appuntamento comune sarà invece sabato 24 ottobre, dalle 10 alle 17 alla Casa delle donne Lucha y Siesta, con il workshop di arte urbana di CHEAP che riunirà tutti i gruppi.

La città è da sempre uno spazio ambivalente per le donne, le persone queer, le persone razzializzate, le persone disabili; spesso il messaggio che lancia è questo non è il vostro posto, qui dovete avere paura. Ma noi non vogliamo avere paura: vogliamo tessere le reti relazionali e costruire gli spazi fisici per costruire giustizia sociale, per definire insieme la nostra idea di sicurezza e di libertà, a partire dalla possibilità di vivere e attraversare i nostri quartieri.

Noi ci mettiamo un pezzetto, con GIOIA.

la copertina è di Lucha Y Siesta

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Piamo Casa monta le tende alla Sapienza

Alla Sapienza, giovani e student3 montano le tende e occupano gli spazi della Città Universitaria, dando vita a una mobilitazione che mette al centro il diritto alla casa, il costo della vita e la precarietà che attraversa le esistenze di un’intera generazione.

Lo striscione appeso di fronte alla Minerva recita «IL LAVORO PAGA POCO LA VITA COSTA TROPPO: SENZA CASA NESSUNA DIGNITÀ PER CHI STUDIA E CHI LAVORA»

È da questa rivendicazione che prende forma la protesta: riappropriarsi di uno spazio simbolico come l’Università significa riportare al centro una contraddizione sempre più evidente, quella di chi si trova a dover conciliare studio e lavoro in un contesto in cui il costo della vita continua ad aumentare e il diritto all’abitare diventa un privilegio sempre più inaccessibile. L’ Università, luogo di formazione e di costruzione collettiva del sapere, è anche uno degli spazi in cui si sperimentano direttamente gli effetti della precarietà economica e sociale.

In un contesto internazionale segnato dall’aumento delle spese militari e dalle politiche di austerità, il progressivo definanziamento dei servizi pubblici si traduce in una riduzione delle possibilità concrete di emancipazione per chi studia e lavora. «Le priorità politiche del governo Meloni sono spietate: solo nel 2026 sono stati stanziati 34 miliardi di euro in spese militari, azzerando i fondi per l’istruzione, l’edilizia pubblica e il welfare», scrivono le attivist3 sul loro comunicato pubblico. Intanto, le città vengono trasformate dagli interessi dei grandi fondi immobiliari e delle società di investimento, che puntano sempre più su studentati di lusso, affitti brevi e turismo, ridisegnando il tessuto urbano secondo le logiche del profitto. Il risultato è una progressiva espulsione di chi abita, studia e lavora nei quartieri, mentre gli spazi della città vengono sottratti alla loro funzione sociale per diventare occasioni di rendita.

A Roma, questo processo è evidente anche nei quartieri che gravitano attorno ai poli universitari, da San Lorenzo a Ostiense, dove la pressione immobiliare incide sulle condizioni di vita di student3, lavorator3 e residenti. Il caro affitti non è un fenomeno isolato, ma il sintomo di un modello urbano che antepone la valorizzazione economica degli spazi ai bisogni di chi li attraversa e li vive quotidianamente.

La mobilitazione alla Sapienza vuole quindi essere l’inizio di un percorso collettivo capace di costruire strumenti di organizzazione, inchiesta e conflitto, partendo dai bisogni reali e dalla possibilità di trasformarli in rivendicazioni comuni. Una lotta che non riguarda soltanto il costo di una stanza, ma la possibilità stessa di scegliere dove vivere, studiare e costruire il proprio futuro.

«Oggi siamo qui per avviare, dal basso, un percorso collettivo fatto di inchieste, vertenze reali, azioni concrete, per rivendicare i nostri diritti sociali. Ma non siamo soli in questa battaglia: dalla Spagna alla Francia fino alle nostre piazze, c’è un’intera generazione in mobilitazione che rifiuta le strette autoritarie e le politiche di guerra e austerità, pronta a rimettere al centro i propri bisogni»


Per dare voce alle rivendicazioni della mobilitazione e rilanciare la necessità di una risposta collettiva all’emergenza abitativa le attiviste rilanciano con un’assemblea cittadina da svolgersi la prossima settimana. Una presa di parola che parte dall’università e si estende alla città, contro la speculazione immobiliare e la trasformazione degli spazi urbani in merci, per rivendicare il diritto di abitare e vivere dignitosamente.

Tutte le info su @PIAMO CASA – ASSEMBLEA PER IL DIRITTO ALLA CITTÀ.

La copertina è dell’autrice

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Maricarmen: Continuate a lottare!

Un uomo di 37 anni si è tolto la vita dopo aver ricevuto lo sfratto, a Grosseto un anno fa. Era accaduto pochi giorni prima a Sesto San Giovanni, dove un anziano si era lanciato dal balcone durante lo sfratto. Non sono casi isolati, succede alle persone lasciate sole che, con la perdita della casa, vedono il precipizio della loro vita. Causa della morte: sfratto! 

Maricarmen Abascal, il simbolo della lotta spagnola per il diritto alla casa, non si è suicidata, ma anche per  lei  la causa della morte è la stessa: sfratto!

Una sentenza aveva riconosciuto alla società d’investimento Urbagestión, proprietaria dell’immobile, il diritto a sfrattare l’inquilina che aveva sempre pagato il canone di affitto fino a quando non lo avevano aumentato a 1.650 euro al mese, più dell’intera pensione di 1.350 euro su cui poteva contare.

In Spagna si registrano circa 50 sfratti al giorno, quasi sempre per morosità. I canoni di affitto sono raddoppiati negli ultimi dieci anni e tutto il paese è colpito da una crisi della casa conseguenza del processo di finanziarizzazione del settore, che ha trasformato l’abitazione in un asset finanziario speculativo. Non è successo solo in Spagna.

L’Unione europea sta cercando di affrontare la drammatica carenza di alloggi a costi sostenibili che riguarda l’intera Europa, anche se la competenza del settore resta degli Stati membri e delle amministrazioni locali.

Finalmente consapevole della gravità del problema, a inizio settembre la Commissione ha presentato un piano di azione, l’Affordable Housing Act per far fronte proprio alla crisi alloggiativa. La proposta definisce i criteri per identificare le zone di stress abitativo su cui intervenire, facendo riferimento al rapporto fra il prezzo medio delle case e il reddito della famiglia. Consente alle amministrazioni locali di individuare misure che limitino gli affitti brevi, mentre promuove piani per aumentare l’offerta per l’edilizia sociale, la cui definizione non è chiara. Parla poi di incrementare le costruzioni di case, anche attraverso il recupero di quanto sottoutilizzato. Dunque secondo la Commissione europea le case non si trovano e costano troppo perché non ce ne sono abbastanza.

Sappiamo che non è così, le case ci sono ma non sono accessibili per chi vive del suo salario..

Negli ultimi 10 anni in Europa sono state costruite circa 1,5 milioni di nuove abitazioni all’anno, per un totale stimato superiore a 14-15 milioni di case. Nello stesso periodo la popolazione dell’Unione Europea è aumentata di circa 8 milioni di persone, passando da 444 milioni a circa 452 milioni di abitanti ed è avvenuto grazie all’immigrazione. L’Europa ci dice che servirebbero almeno 10 milioni di abitazioni in più per coprire la domanda attuale e calmierare i prezzi di affitti e compravendite, ma non specifica che tipo di case dovrebbero essere costruite.

Di edilizia pubblica non si parla più, si pensa invece al social housing ma che cosa sia esattamente nessuno lo sa. Di fatto si affida ai privati la soluzione della crisi abitativa, mentre si continua a dismettere il patrimonio pubblico.

Solo a Vienna la pianificazione pubblica sostenuta da finanziamenti costanti nel tempo fa si che circa il 60% della popolazione viva in case popolari o a prezzo calmierato.

In Spagna attualmente, le case popolari rappresentano solo l’1,5% degli alloggi, rispetto alla media europea del 9%. In Italia solo il 3% delle abitazioni fa parte del patrimonio di edilizia residenziale pubblica, una percentuale che la inserisce agli ultimi posti della classifica europea.

Il governo Sánchez di fronte alla grande mobilitazione scoppiata a seguito dello sfratto di una signora di 87 anni, costretta ad abbandonare l’appartamento in cui viveva da 70 anni, ha portato in parlamento due proposte di legge che prevedevano maggiori tutele contro gli sfratti, proroghe dei contratti di affitto fino al 2030 e interventi per limitare gli affitti temporanei e turistici.

Il Parlamento ha respinto queste misure e Sánchez, dopo essersi dimesso e aver convocato nuove elezioni, ha ripresentato i due decreti al Consiglio dei Ministri che li ha approvati, attaccando duramente nel suo discorso i “fondi avvoltoio” responsabili della crisi e della violenza degli sfratti.

In Italia al contrario il Governo ha pensato  di introdurre procedure più rapide per la liberazione degli immobili, con una nuova legge sugli sfratti, collegata al decreto sicurezza 2026. Sgomberi immediati, dunque, con l’intervento della polizia giudiziaria, senza attendere la conclusione del processo penale. Per gli immobili occupati abusivamente e istituito un nuovo reato che prevede la reclusione fino a sette anni.

In questi giorni sono stati pubblicati dal Ministero dell’Interno i dati relativi agli sfratti del 2025. Sono 61.856 le richieste di esecuzione presentate agli Uffici Giudiziari, 37.122 i provvedimenti esecutivi rilasciati e 18.292 quelli eseguiti con l’intervento della forza pubblica. La principale causa resta la morosità incolpevole: persone che non possono pagare il canone perché i loro redditi non tengono il passo con il costo della vita.

Servono politiche pubbliche per la casa, servono investimenti pubblici per offrire case in affitto a canoni commisurati ai redditi delle famiglie, bisogna frenare la rendita immobiliare produttrice dell’attuale miseria urbana e del saccheggio delle città.

Per non morire più di sfratti: Continuiamo a lottare!

la copertina è di Franklin Vásquez Soliz, tratta da WikiCommons

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Come bloccare un’università. Cronache da Paris-Nanterre in mobilitazione

Sono le 6:30 di mattina, è buio, ci si muove con quello che c’è: cassonetti prelevati dall’area degli alloggi studenteschi, banchi e sedie, grate di ferro, transenne, pallet di legno, qualche manico di scopa a serrare dall’esterno le uscite laterali. Un bâtiment per volta e che ogni ingresso sia ingombrato e presidiato.

Al campus universitario di Nanterre le lezioni sono interrotte da venerdì 2 ottobre. I blocchi sono continuati con qualche tensione fino all’annuncio della Direzione all’indomani di martedì 6, giornata del cosiddetto Terzo atto, la manifestazione generale a place de la République: didattica e attività annullate per una settimana in tutti i campus universitari, Ville-d’Avray, Saint-Cloud e Nanterre, la cui Presidenza aggiunge in una circolare il pieno sostegno alle rivendicazioni «relative alla drammatica mancanza di finanziamenti e di riconoscimento». «Da molti anni, l’Università Paris Nanterre denuncia le difficoltà strutturali derivanti da una cronica carenza di fondi e personale», si scrive.

Cinque atti

Il 29 settembre l’Union syndacale lycéenne si era mobilitata a sostegno del liceo Saint-Exupéry di Créteil e di quelli del Val-de-Marne e Seine-Saint-Denis che ben presto lo avevano seguito, chiedendo di generalizzare i blocchi. E così è stato, il movimento è diventato nazionale. Cronologia diversa dal 2006: dai liceali si estende agli universitari e universitarie che li hanno seguiti e il fronte delle rivendicazioni si allarga. È partita come una denuncia delle condizioni materiali, i tagli all’istruzione, la mancanza di docenti, gli edifici fatiscenti, l’umidità d’inverno le ondate di calore d’estate, i bagni inagibili, il sovraffollamento delle classi. Una difesa delle politiche pubbliche, e il rifiuto di sottostare alle logiche del Parcoursup, la piattaforma selettiva in uso dal 2018, che è anche una questione di potere, cioè di chi decide sull’accesso all’università, con quali criteri (tra cui il peso del liceo di provenienza nell’algoritmo selettivo) e con quale possibilità di contestare il nesso tra una geografia e il suo destino sociale.

Al di là del mito generazionale di una certa storiografia, la contrapposizione tra un ’68 “libertario”, mosso da una critica culturale, e un 2026 invece più “reattivo” e sociale, viene facile per la rilevanza storica di Nanterre, ma rimane forse fuorviante. Il confronto che circola è quello con il 1990, anch’esso partito da una banlieue parigina, con più di centocinquantamila liceali in piazza al culmine del 5 novembre, che ha portato a un piano d’urgenza da 4,5 miliardi di franchi. Un militante ricorda che nel 2018, ai tempi dell’approvazione di Parcoursup, a Nanterre i blocchi durarono quasi due mesi: da aprile a giugno, quando gli esami di recupero vennero trasferiti in centri esterni, presidiati dalle forze dell’ordine. I picchetti si sciolsero con l’inizio dell’estate e un negoziato con l’ateneo.

La manifestazione di martedì 6 ottobre, Terzo atto, ha sicuramente allargato il campo delle convergenze: anticlassismo, antirazzismo, rifiuto del budget di guerra. Si vuole la fine delle politiche discriminatorie per studenti e studentesse extra-EU: le enormi tasse definite “razziste” disposte dal decreto Bienvenue en France, insieme alla restrizione dei sussidi agli alloggi (APL), novità di questo semestre. Ritorna la questione delle diseguaglianze che pesano sulle banlieue, e dei finanziamenti universitari, con al centro le ultime indiscrezioni sull’incapacità di sostenere a lungo i pasti gratuiti a 1 euro, e la piattaforma di Mon Master, l’analogo di Parcoursup per l’accesso alle lauree magistrali. A fine settembre, a fronte di tremila ricorsi record da parte dei “senza posto”, i sans-facs, la presidenza di Nanterre aveva denunciato un aumento vertiginoso delle domande per le magistrali e l’incapacità di farsene carico.

Mercoledì 7 arriva il blocco di Sciences Po, con studenti e studentesse di Beaux-Arts e dell’École du Louvre; segue il comunicato dell’assemblea inter-fac: fine dei proiettili di gomma e dei lacrimogeni, scioglimento dei corpi speciali di polizia, dimissioni del ministro dell’Interno. Nessun passo indietro. Giovedì, alla Bastille, arriva il Quarto atto, la seconda manifestazione. Venerdì 9, il blocco di solidarietà dell’École des Mines, scuola prestigiosa di ingegneri e che di certo non manca di fondi. «Contre les violences policières» si legge all’ingresso.

Con un deficit al 5,4% del PIL e un piano di risparmi da 54 miliardi, si prepara l’esame del bilancio che partirà martedì 13, lo stesso giorno in cui viene annunciato il Quinto atto, la manifestazione sotto Matignon, sede del Primo Ministro.

Oggi il movimento si allarga, in corteo sfilano cordoni di insegnanti e genitori a protezione dei giovani, la repressione trascina il dibattito dalle condizioni di insegnamento alla legittimità della risposta statale. Chiedere soldi per l’istruzione anziché per la guerra non sembra, insomma, una richiesta irricevibile per l’opinione pubblica. Le piazze sono piene di studenti e studentesse non politicizzati/e in senso stretto: alcuni sono lì perché ci sono anche gli amici, c’è chi non ha ben chiaro cosa sia Parcoursup, chi voleva saltare la scuola, ma c’è un modo di sentire condiviso che ha che fare con la catastrofe del presente, i costi da sopportare senza promesse di riscatto sociale, i doveri senza diritti ed è propriamente generazionale.

La copertina e le foto nel corpo del testo sono dell’autrice

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16 ottobre, sciopero per il clima in tutta Italia

Il 16 ottobre nelle piazze di molte città d’Italia e di centinaia città nel mondo si tornerà a marciare per il clima e la tutela del pianeta, Fridays for Future ha convocato infatti un altro Strike for Climate. Lo sciopero per il clima, che tradizionalmente veniva convocato in questi mesi, quest’anno ha luogo dopo un’estate insopportabile appena trascorsa, e in vista di altri eventi climatici estremi che si potrebbero verificare nell’autunno appena iniziato.

In Italia tanti gruppi locali di Fridays for Future hanno risposto alla chiamata e hanno organizzato presidi, cortei, manifestazioni. Nel documento di convocazione si legge «Scendiamo in piazza perché non ci rassegniamo. Non ci rassegniamo a un governo che ci invita ad abituarci al clima caraibico mentre annuncia di aumentare le estrazioni di gas e petrolio in Italia. Non ci rassegniamo ai titoli di giornale che raccontano che non c’è più niente da fare, perché abbiamo superato la soglia degli 1.5°C. Non ci rassegniamo all’ecoansia, che ci fa sentire il peso del mondo sulle spalle mentre le compagnie fossili accumulano extra-profitti a ogni crisi geopolitica. Siamo stati lasciati ad affrontare questa Emergenza da sol3. Manifestiamo perché non siamo sol3. Il caldo e gli eventi estremi di quest’estate hanno reso ancora più evidente la gravissima situazione in cui ci troviamo. I governi pensano a fare guerre e profitti con armi e petrolio mentre in Europa si stimano più di 30mila morti dovute al caldo estivo».

A Roma, per la prima volta, si è deciso che il corteo non sarà mattutino e studentesco ma pomeridiano, cercando pertanto di intercettare segmenti diversi di popolazione e non solo la componente giovanile. Lo sciopero è stato organizzato attraverso assemblee aperte a cui hanno partecipato varie realtà, organizzazioni e collettivi, da quelli studenteschi ai presidi di tutela del territorio, degli spazi pubblici e del verde.

Il corteo romano partirà alle 17.00 da Piramide e nei contenuti intreccerà insieme istanze ecologiste e istanze sociali criticando in modo diretto tanto l’amministrazione comunale quanto il governo. Il percorso della manifestazione infatti percorrerà un tratto antistante i Mercati Generali di Ostiense, area che il Comune vuole cementificare e trasformare in studentato di lusso grazie all’intervento del fondo immobiliare Hines, cui partecipano cospicui capitali assicurativi israeliani. Il corteo, nonostante un primo parere negativo della questura, ha intenzione di dirigersi davanti al Ministero per l’Ambiente e la Sicurezza Energetica, simbolo della totale avversità di questo governo per qualunque politica ecologista visto quanto ogni scelta di questi quattro anni sia stata a favore delle fonti fossili e della loro lobby.

In altre città come Torino e Bologna l’appuntamento è rimasto nelle ore mattutine, mentre altre ancora puntano su una doppia presenza, nella mattina e poi nel pomeriggio come a Pisa.

Climate Strike del settembre 2022

Se la giornata di venerdì permetterà di dare il polso della capacità di mobilitazione lungo la penisola, nei giorni successivi sono state organizzate due assemblee nazionali – con caratteristiche leggermente diverse e complementari – per riannodare i fili del movimento ecologista.

A Grassina, alle porte di Firenze, il 17 ottobre è stata convocata un’assemblea dal titolo “Questo Clima non è vita” promossa da Convergenza Ecosociale, la rete – nata sullo stimolo della vertenza per la GKN di Firenze – da due anni costruisce connessioni tra emergenza climatica e questioni sociali. Nell’appello per la partecipazione si legge «Perché la crisi eco-climatica non può essere l’ennesima vertenza in aggiunta al calendario autunnale del movimento. La giustizia climatica è condizione necessaria per sopravvivere, organizzarci, lottare. Dobbiamo mettere in condivisione saperi, esperienze, riflessioni e pratiche accumulati negli anni». L’assemblea infatti si propone di rafforzare reti e di porre la questione climatica al servizio delle altre lotte e come collante di altre battaglie in una visione ecosistemica di giustizia sociale. Si vuole pertanto uscire dallo schema classico dell’assemblea che lancia una data di mobilitazione nazionale, ma costruire invece uno spazio di convergenza in cui la questione climatica possa essere un filo rosso. Per queste ragioni il gruppo di preparazione ha scritto delle domande guida rivolte a chi parteciperà, per avere una traccia comune di discussione.

A Roma invece il 24 ottobre la rete Fuori dal Fossile ha proposto una assemblea nazionale che vede al centro le lotte dei comitati ambientali di tutta la penisola che si oppongono ad ecocidi e devastazione del loro territorio, la lotta contro l’ipotesi di ritorno al nucleare e contro la proliferazione territoriale dei data centre. Nel documento di preparazione viene più volte indicata la connessione tra la lotta per difendere il pianeta e quella per difendersi dal sistema di militarizzazione e riarmo in corso: «La dipendenza mondiale dalle fonti fossili e il loro stretto legame con il sistema militare è il perno per garantirsi possesso, utilizzo e controllo dei flussi e soggiogare i popoli instaurando così uno stato di guerra permanente insieme al progressivo peggioramento della catastrofe ecologica. Le guerre fossili distruggono la vita delle persone, le economie delle comunità, la biodiversità, la speranza di contenere il riscaldamento globale, la disponibilità di aria respirabile e di acqua potabile».

Viviamo in un momento particolarmente drammatico e paradossale, la consapevolezza della crisi climatica è ormai largamente diffusa, eppure l’attivazione sembra procedere a rilento o quanto meno non corre al passo di eventi drammatici quali quelli a cui assistiamo. Inoltre nel dibattito politico ufficiale il tema è praticamente assente, complice non solo un governo fieramente alleato del fossile ma pure un ruolo debolissimo dell’opposizione parlamentare.

La chiave di volta per ritornare alle maree del 2018 e del 2019 non ce l’ha nessuno in tasca, tuttavia è importante provare ad attivare spazi di attivazione e di convergenza tra istanze che non possono più correre in autonomia, pena l’irrilevanza e la condanna al minoritarismo. Non ce lo possiamo più permettere.

La copertina è di Lisa Capasso, Climate Strike, Roma Settembre 2022

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Contro i data center e il mondo che ne ha bisogno

Questa articolo è frutto del lavoro collettivo di AvANa – Avvisi Ai Naviganti, l’hacklab che ha base al Forte Prenestino (Roma) ed è parte della comunità italiana di Hackmeeting, ritrovo annuale degli hacklab aperto a ogni persona curiosa delle tecnologie, digitali e non.

Come AvANa, ci occupiamo di tecnologia in modo critico. Che vuol dire? Ad esempio, negli ultimi anni abbiamo lanciato una campagna di boicottaggio di Meta in quanto azienda complice del genocidio in corso in Palestina e perché propone quelle che chiamiamo “tecnologie del dominio”, ovvero che catturano e vendono il tempo di chi le usa per la massimizzazione del proprio profitto.

Ci siamo dunque messe a disposizione dei collettivi locali con la campagna “Un Dos Tres”, per aiutare a costruire una presenza autonoma in rete, indipendente dai social media delle grandi aziende, nell’orizzonte di permetterci di uscire (prima o poi) da quegli ambienti tossici e commerciali. Rinnoviamo l’invito a praticare autogestione anche in questo aspetto, digitale, della vita. Dopo l’attacco al collettivo Autistici/Inventati, abbiamo lanciato la campagna “Nel mirino” insieme ad altri hacklab e realtà politicamente affini sul territorio italiano, per contrastare l’imperialismo statunitense, in particolare sui piani economico e tecnologico.

Le nuvole non stanno in cielo

Cosa è un data center, ormai dovremmo saperlo, anche se probabilmente non ne abbiamo mai visto uno da vicino, tantomeno dall’interno. Le cosiddette Big Tech, le più grosse aziende commerciali che vendono spazio e servizi sulle loro nuvole (in inglese, cloud) sono ovunque, così come i dati con cui lavorano (i nostri), sempre più sparsi per il globo, accumulati e scambiati tra grossi centri di aggregazione asettici e di difficile accesso. Contrariamente a quanto affermano con la loro propaganda, di ecologico o frictionless il digitale ha ben poco, poiché necessita di supporti materiali, di infrastrutture tangibili, importanti processi estrattivi e investimenti economici.

La Free Software Foundation Europe ce lo ricorda con una grafichetta molto popolare: non esiste il cloud, solo i computer di altre persone.

[immagine: https://dotfiles.tnetconsulting.net/blog/2015/0228/there-is-no-cloud/thereisnocloud-v2.png]

Tutte le attività digitali, quelle che noi realizziamo interagendo consapevolmente con i dispositivi elettronici, ma anche quelle che sono frutto di interazioni più o meno autonome tra macchine, richiedono una connessione macchinica, scambi, flussi di dati sempre più rapidi e costanti. Ad esempio, per sapere quando passa l’autobus a Roma possiamo dare un’occhiata al tabellone elettronico della fermata, che si aggiorna automaticamente ogni tot minuti, oppure controllare da uno smartphone tramite il sito di ATAC Roma, o una delle tante app di trasporto disponibili, o anche attraverso un’applicazione che fornisce mappe per gli spostamenti. Tutte queste fonti d’informazione fanno riferimento a delle basi di dati aggiornate in tempo reale, consultate continuamente.

Per ragioni di efficienza, negli ultimi decenni la progressiva digitalizzazione delle nostre vite è stata organizzata raggruppando tanti server (ovvero, macchine sempre a disposizione, raggiungibili dagli altri nodi della rete) nei cosiddetti data center: edifici sempre più grandi, estremamente energivori, pieni di stanze a loro volta piene di macchine sempre accese e connesse a Internet, che necessitano di tanta energia elettrica e tanta acqua per gli impianti di raffreddamento… non bastano mica le piccole ventole nascoste nei nostri pc portatili. Inoltre, queste imponenti strutture non sono affatto silenziose: unità di riscaldamento, ventilazione e condizionamento dell’aria, impianti di raffreddamento, generatori elettrici di riserva, eccetera sono in funzione h24, 7 giorni su 7, anche se gli studi sul rumore non sono sempre effettuati nelle valutazioni d’impatto ambientale, mentre dovrebbero esserlo al pari di altri fattori di perturbazione.

Il data center Agriport A7 in Olanda, di proprietà di Microsoft, nel 2021 ha consumato in un anno circa 84 milioni di litri d’acqua, ovvero l’equivalente di una grande città europea. E negli ultimi tre anni, i bisogni energetici di questi centri di calcolo sono decuplicati: come riporta Le dita nella presa, siamo passate da una media annuale di 10megaWatt di potenza per un singolo data center, a una media attuale che si aggira tra i 100 e i 200megaWatt all’anno.

Secondo l’IEA (International Energy Agency), nel 2025 i data center nel mondo hanno consumato circa 485 teraWatt di potenza all’ora, ovvero circa quanto la Germania, e i consumi dovrebbero aumentare del 70% entro il 2030.

Ricordiamo che le stesse aziende coinvolte nei progetti di costruzione di questi enormi centri di calcolo creano i presupposti per il loro sviluppo: privatizzazione ed estrazione di valore dai territori, militarizzazione (provate ad avvicinarvi!), colonialismo digitale ed energetico… Anche in questo ambito conviene delocalizzare per abbassare i costi di produzione, già altissimi di base; per velocizzare l’iter amministrativo; per risparmiare sui costi di approvigionamento energetico o di raffreddamento. Ecco che ci si ritrova subito a braccetto col nucleare, o che l’Artico e tutti gli altri territori più freddi e isolati della Terra acquistano attrattività per presenti e futuri investimenti.

Il cielo sopra l’Italia

Scrive Radio Blackout, presentando un approfondimento sul progetto di data center nel torinese, a Lucento: «Informatica, cloud e intelligenza artificiale non rappresentano una rottura con il capitalismo termo-industriale, ma il suo approfondimento. Dietro l’apparente immaterialità del digitale si estende infatti una gigantesca infrastruttura energivora fatta di reti elettriche, cavi sottomarini, estrazione mineraria, semiconduttori, logistica».

Anche a Moncalieri, in Piemonte, l’ex-Ilte (tipografia abbandonata) dovrebbe essere riconvertita in un grande data center, mentre il collettivo di fabbrica di Campi Bisenzio, in Toscana, teme la stessa sorte per la GKN. In Italia, le aree industriali da (ri)mettere a profitto delle più recenti strategie speculative non mancano: da nord a sud, i progetti in fieri sono circa 80, che si aggiungono ai 270 data center già presenti sul territorio italiano. Per ora, questi si concentrano soprattutto nelle province di Milano, che pur ospitandone già un centinaio, è tra le prime aree di interesse per nuovi ambiziosi progetti, e Roma, con una trentina attuali.

Le proposte approvate o in discussione spaziano da Pavia a Bari a Colleferro, fino al Sulcis in Sardegna, spesso accompagnate dalla nascita di comitati locali che provano a contrastare i progetti più impattanti.

Ormai infatti si parla soltanto di hyperscale, ossia di centri di calcolo che richiedono enormi quantità di potenza, con un salto di scala notevole rispetto a qualche anno fa, e che prospetta  ulteriori aumenti fino a migliaia di megaWatt di potenza annua per una singola istanza.

A livello legislativo, mancava in Italia un inquadramento amministrativo adatto a questi progetti, che rientravano negli impianti termoindustriali in quanto provvisti di grossi generatori di riserva e dovevano quindi essere oggetto di valutazioni di impatto ambientale prima della costruzione. Solo nel Decreto-Legge approvato a febbraio di quest’anno, il cosiddetto DL Bollette, sono state adottate  «disposizioni urgenti in materia di risoluzione della saturazione virtuale delle reti elettriche, di integrazione dei centri di elaborazione dati nel sistema elettrico», che differenziano in base alla potenza termica dei data center, cioè alla potenza del generatore presente nell’impianto.

La potenza termica corrisponde a circa tre volte la potenza elettrica del sito, quindi un tipico centro di calcolo da 60 megaWatt di potenza elettrica avrà una potenza termica di circa 180 megaWatt. Se per gli impianti con potenza termica pari o superiore a 300 megaWatt il rilascio dell’autorizzazione per la realizzazione è affidato al ministero (MASE), e abbiamo visto che i progetti sono sempre più ghiotti di energia, è evidente che praticamente nessuna agibilità è lasciata alle Regioni o alle Province Autonome. Inoltre, in base a questa norma, si può avviare un «procedimento unico» accelerato che dimezza i termini della VIA (Valutazione Impatto Ambientale) e si conclude in 10 mesi, calpestando di fatto le possibilità di tutela ambientale ed ecologica nel senso più ampio. Infatti il rilascio dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) può dunque precedere la VIA, facendo prevalere il diritto economico su quello ambientale, come racconta ancora la stessa puntata de Le dita nella presa citata sopra. Attualmente è in discussione una nuova legge quadro per far diventare i data center «opere strategiche di pubblica utilità indifferibili urgenti e di prevalenza nazionale», una designazione già in operante nel campo delle energie rinnovabili e in particolare per facilitare gli espropri nello sviluppo di impianti fotovoltaici. La nuova legge è stata votata favorevolmente alla Camera, con pochissime astensioni, e sarà presto vagliata in Senato.

A chi vanno le fette di torta?

Di tutto l’ampliamento della capacità di calcolo nazionale previsto, la maggior parte sarebbe comunque gestita da aziende commerciali statunitensi, mentre la più grossa fetta italiana, circa 30-40 megaWatt all’anno, coinvolgerebbe il Polo Strategico Nazionale, composto da simpatiche società nostrane come Leonardo, Tim o la Cassa Deposito e Prestiti. Gli interessi in gioco sono, ancora una volta, chiaramente quelli delle più grandi industrie, infrastrutture e istituzioni, complici ognuna a modo suo della riproduzione di condizioni di invivibilità in un mondo capitalista.

In Irlanda, piccolo noto «paradiso digitale», Friends of the Earth riporta che il 22% dell’elettricità disponibile va ai data center, che sono dunque responsabili per oltre il consumo complessivo delle abitazioni del Paese. Di recente inoltre l’agenzia elettrica nazionale ha imposto una moratoria sulla costruzione di nuovi data center a Dublino, dove già costituiscono circa l’80% del consumo elettrico della città. Gli enormi appetiti di suolo, acqua ed energia elettrica sono spesso al centro delle preoccupazioni di chi si oppone ai progetti di costruzione di nuovi data center, ma ci pare necessario allargare l’analisi del loro impatto per comprendere i molteplici livelli di problematicità di questi oggetti.

Le responsabilità politiche, locali e globali, dell’accumulazione digitale vanno rilevate per non cadere nelle trappole della sovranità digitale, sia essa italiana o europea, o dell’approccio not in my backyard (non nel mio giardino) che contesta solo un’istanza specifica, per prossimità geografica, ma non l’ideologia di fondo.

Il problema non è che ci guadagnino aziende straniere sul suolo italiano, o che l’irruzione di un data center hyperscale provochi un aumento del prezzo delle bollette per la popolazione locale (come già visto negli USA, ricorda Erin Brokovich), ma questi aspetti sono collegati tra loro e ad altre forme di colonialismo digitale ed energetico. Non crediamo che il problema delle perturbazioni ambientali sia risolvibile dalle stesse aziende che vorrebbero comprare soluzioni tramite «crediti di acqua» o «crediti di CO2» in compensazione delle emissioni prodotte e dell’acqua utilizzata. L’unica soluzione è non costruire nessun data center in zone che si trovano già sotto stress idrico, nonostante sia proprio il caso di cluster statunitensi come in Virginia o in Arizona.

Ma poi, a cosa servono tutti questi centri superpotenti? Sono davvero così essenziali? A chi?

Certo le interminabili, avvincenti conversazioni con i chatbot più sofisticati sul mercato hanno influenzato drasticamente i consumi e i bisogni di calcolo negli ultimi anni. Eppure, anche in questo caso le responsabilità individuali sono assai meno significative di quelle collettive, pubbliche, industriali. Il business e i settori della scuola, della sanità, o dell’amministrazione giudiziaria, per citarne alcuni, si stanno riorganizzando su pressione coercitiva o con spintarelle indulgenti (nudge) di aziende come OpenAI, Meta, Alphabet… per incorporare le cosiddette intelligenze artificiali nei flussi di lavoro, richiedendo quantità di energia infinitamente superiori a prima per la realizzazione di compiti anche molto semplici e banali.

Una valutazione accurata e attendibile della quantità di risorse necessarie a un modello linguistico come quelli che stanno dietro a ChatGPT e simili è molto difficile da ottenere, in parte perché la maggior parte dei modelli non sono open source (il codice sorgente non è condiviso dalle aziende proprietarie) e quindi non si sa esattamente come funzionino; in parte perché le catene di produzione e distribuzione dei prodotti digitali sono estremamente complesse e difficili da mappare, anche in base al livello di comprensione desiderato. Per esempio: per stimare l’impatto di un singolo prompt che riceverà il chatbot da parte dell’utente finale, devo considerare anche ogni chip NVIDIA, o qualsiasi altro componente interno, che fa funzionare le macchine su cui si svolge l’addestramento dell’LLM (Large Language Model) in questione? E dei server che elaborano le risposte? E il ciclo di vita del dispositivo digitale dell’utente, tramite cui avviene l’interazione? E in fin di vita, come seguire le tracce dei rifiuti elettronici sempre più numerosi e dispersi tra le varie discariche a cielo aperto e altre modalità di smaltimento informale?

Mentre i rifiuti elettronici crescono in maniera esponenziale, la digitalizzazione del mondo è ormai scandita dal ritmo delle obsolescenze programmate dei pezzi di hardware (le componenti macchiniche) e del software, che ci obbliga a rinnovare regolarmente le macchine di lavoro.

Per quanto riguarda l’Unione Europea, che pone lo sviluppo di «AI (Artificial Intelligence) e data center» al centro del suo piano strategico per il futuro, la proposta è di classificare l’efficienza energetica di ogni centro di calcolo su una scala dalla A alla G, come per le abitazioni e le lavatrici. Di nuovo ci chiediamo: cosa rimane fuori dalle metriche di classificazione proposte?

Granelli di sabbia negli ingranaggi

Le critiche politiche di ampio respiro, portate avanti da vari movimenti contro i data center ma anche contro l’Automazione Industriale (così preferiamo chiamare la famigerata «AI» 😉 sono radicate nei movimenti dal basso più variegati: dalle associazioni ecologiste locali ai collettivi studenteschi, passando per gruppi di giovani attivist* per la salute mentale.

Ad esempio, all’interno delle mobilitazioni in solidarietà alla Palestina e contro il genocidio, un altro data center di Microsoft in Olanda, quello di Middenmeer, era stato oggetto di azione diretta ad agosto 2025, da parte del gruppo Geef Tegengas. Con il blocco dell’ingresso e la presa del tetto, hanno denunciato la complicità del colosso tecnologico, e in particolare di quella struttura nell’arsenale repressivo e coloniale di Israele. Infatti, in base a un’inchiesta del “Guardian” con “+972 Magazine” e “Local Call”, l’Unità 8200 dell’IDF, (Israel Defense Forces) si era appoggiata ai server nei Paesi Bassi per l’accumulazione di circa 200 milioni di ore di telefonate palestinesi (11.500 teraByte di dati) con cui elaborare strategie di attacco. La complicità di Microsoft con il progetto sionista è ben nota fin dall’esordio dell’azienda nel campo delle tecnologie digitali.

Oggi, impedire la costruzione di nuovi megacentri di calcolo vuol dire anche sabotare l’industria di guerra, protagonista al tempo stesso del riarmo europeo e italiano e dell’investimento nei progetti hyperscale. Come tante altre tecnologie e infrastrutture che li hanno preceduti, i data center sono oggi uno dei principali oggetti di «sviluppo» civile (leggi commerciale) e militare.

In Inghilterra invece, il 28 febbraio scorso, la March Against the Machine ha sfilato per le strade del centro di Londra: ispirata dal movimento QuitGPT, la manifestazione organizzata da Pull The Plug, Pause AI e Mad Youth Organise, è partita dagli uffici di OpenAI, passando per DeepMind (start-up nata a Londra nel 2010 e poi acquisita da Google/Alphabet, ora in prima linea nello sviluppo&ricerca per l’IA) e si è conclusa davanti alla sede di Meta. Si tratta di una delle più grandi proteste contro la cosiddetta Intelligenza Artificiale e in particolare contro il suo impiego nei servizi pubblici, la delega algoritmica dell’accesso al welfare, e l’utilizzo sempre più massiccio del riconoscimento facciale da parte della polizia metropolitana di Londra. Altre manifestazioni si sono svolte il 3 marzo, in contemporanea, presso il «research hub» europeo di DeepMind a Berlino, davanti al Vector Institute dell’Università di Toronto, e al quartier generale di OpenAI a San Francisco. La stessa campagna QuitGPT è nata per contrastare l’egemonia di Trump, a partire dal fatto che il singolo maggior investitore nella corporazione MAGA nel 2025 è stato Greg Brockman di OpenAI, azienda che ha poi firmato un contratto da 200milioni di dollari col Dipartimento della Guerra statunitense.

Da Save Brick Lane (Londra) all’Italia, la rivendicazioni sono simili: «vogliamo case, non data center». Il progetto Tu nube seca mi rio (in castigliano, la tua nuvola prosciuga il mio fiume) monitora gli impatti ecosociali dei progetti in cantiere e di chi vi si oppone, a partire da una fabbrica di Coca Cola riconvertita in data center (Madrid) o da Talavera de la Reina (qui un’intervista per Radio Onda Rossa) e nel resto del mondo. In Francia, dal 2023 il collettivo Le nuage était sous nos pieds (in francese, la nuvola era sotto i nostri piedi) «analizza e lotta contro gli impatti sociali, ecologici e politici delle infrastrutture digitali dominanti e il loro mondo», organizzando incontri, festival, camminate ad esempio per le strade di Marsiglia, dallo storico porto di scambi mediterranei a hub di cavi sottomarini e centri di calcolo per Disney+.

Un articolo di “Graffio” offre un’ottima panoramica e mappatura dei movimenti contro i data center che stanno nascendo in Italia, che in questo autunno caldo stanno trovando slancio.

Concludiamo questo articolo condividendo un estratto dal comunicato del centro sociale Fornace di Rho (Milano), che racconta la giornata di festosa rivolta collettiva di sabato scorso, augurandoci di ritrovarci presto in piazza o in assemblea per proseguire insieme le mobilitazioni.

Rho, 3 ottobre 2026

Un grande corteo di oltre duemila persone ha attraversato oggi le strade di Rho per dare vita alla prima grande manifestazione di piazza contro l’invasione dei Data Center. Una giornata straordinariamente partecipata, colorata e determinata, promossa dal Centro Sociale SOS Fornace, che ha visto la partecipazione di cittadini rhodensi, studenti, lavoratori, comitati e realtà territoriali giunte da tutta la provincia di Milano.

Durante la manifestazione l* attivist* del Centro Sociale, con le maschere degli oligarchi digitali Musk, Bezos, Zuckerberg, Altman e Amodei, hanno forzato l’accesso al cantiere del Data Center di via Moscova e sono penetrat* all’interno del sito.

Come comunicato dagli interventi dal carro di testa, il corteo ha in questo modo voluto riappropriarsi simbolicamente di una porzione di territorio sottratta a chi lo abita per essere svenduto alle Big Tech, riaffermando nel contempo il diritto alla città, alla salute e a una vita degna in un ambiente salubre calpestati in nome del profitto con la complicità del Governo, di Regione Lombardia e di amministratori locali compiacenti.

Sulla recinzione del cantiere del Data Center di proprietà della multinazionale australiana Goodman Group l* attivist* hanno tracciato a caratteri cubitali la scritta “STOP DATA CENTER” per ribadire che questo progetto e tutti gli altri impianti previsti nel Rhodense e nella città metropolitana devono essere fermati immediatamente. La piazza di oggi dimostra che la comunità non è disposta a subire la predatoria voracità delle multinazionali del Tech.

Per approfondire i temi di questo articolo, AvANa consiglia:

Giovanna Sissa, Le emissioni segrete

Environmental Justice Atlas (mappa collaborativa dei conflitti per la giustizia ambientale)

Osservatorio sui Data Center (iniziativa della POLIMI School of Management)

la copertina è del Centro Sociale SOS Fornace dal corteo di Rho del 3 ottobre 2026

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L'articolo Contro i data center e il mondo che ne ha bisogno proviene da DINAMOpress.

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