La settimana della moda maschile è forse l’unico momento dell’anno in cui gli uomini si riuniscono per fare la ruota ed esibire i colori che nella vita di tutti i giorni lasciano sepolti negli arma... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Un enigma grava (o, forse, gravava) sul cuore dell’Europa: la Germania, nazione in bilico tra occidente e oriente, industrialismo e fremiti mistici, liberalismo e tendenze autoritarie, catt... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Nei primi anni del Settecento, Venezia s’impone come una delle protagoniste della vita musicale europea. Nella città lagunare si incontrano compositori, interpreti e appassionati provenienti da tut... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Alla Galleria nazionale dell’Umbria, la personale di Mimmo Paladino si presenta come un esercizio di montaggio antologico.... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Di Léo Delibes (1836-1891) i ballettomani conoscono Coppélia, gli operomani Lakmé e tutti il duetto “dei fiori” che ne è tratto, perché imperversa anche negli spot televisivi. Ovviamente da riscoprire c’è molto di più. Provvedono quei pazzi geniali del Palazzetto Bru Zane, il centro franco-veneziano per la musica romantica francese. Stavolta tocca allo sconosciutissimo Jean de Nivelle, un’opéra-comique del 1880 che all’epoca ebbe una discreta diffusione, anche internazionale, poi è desaparecida. Poiché c’è del metodo nella loro follia, i Bru Zane hanno ricostruito la partitura, ne hanno stabilito anche la versione con i dialoghi cantati e non recitati com’era d’uso per le opéra-comique esportate fuori dalla Francia (lo stesso destino di Carmen, insomma) e l’hanno eseguita mercoledì al Müpa di Budapest.
Ora, non è che dopo quasi tre ore di Jean de Nivelle la nostra vita sia cambiata e d’ora in avanti non se ne possa più fare a meno. Ma non è nemmeno un’altra tacca sul nostro Winchester di collezionisti di rarità. L’opera è piacevolissima, e se non ha funzionato, anzi se ha smesso presto di funzionare, la colpa è semmai di un libretto scombiccherato, con confusi intrighi amorosi e politici all’inizio del regno di Luigi XI, Quindicesimo secolo, e relativa guerra fra francesi e borgognoni. La musica è un resumé di mezzo secolo di teatro francese. I momenti teoricamente comici sembrano uscire da qualche opéra-comique romantica, tipo Hérold oppure Auber, poi si sente molto Gounod che diventa quasi Massenet, un finale del secondo atto che è puro Meyerbeer, insomma c’è un po’ di tutto ma niente è brutto. Delibes sembra un Bizet che non ce l’ha fatta. La scrittura è sempre raffinata anche quando è meno ispirata, con un’orchestrazione tipicamente francese, elegante e senza eccessi, e dire che nel 1880 con gli effetti orchestrali si iniziava a darci parecchio dentro: infatti Saint-Saëns la trovò “exquise”. Insomma, se è abbastanza improbabile che nel futuro prossimo ci sia una fioritura di Jean de Nivelle in giro per il mondo, questa botta e via di Delibes valeva il viaggio, nonostante la neve e i meno cinque. E per queste riesumazioni non succede sempre, anche con la bella stagione.
Sono casi, però, in cui conta non solo il “cosa” ma anche il “come”. L’opera è impegnativa, intanto perché è lunga e poi perché richiede accuratezza stilistica. Il vero modus cantandi dell’Opéra-comique, intesa sia come genere sia come istituzione, è oggi da considerare estinto, specie dopo la sciagurata fusione nella sua troupe con quella dell’Opéra perpetrata dalla Terza Repubblica. Però si è ascoltata, appunto, la versione “tutta cantata”, senza i temibili parlati; e l’intera compagnia era francese o francofona, e per fortuna perché i sopratitoli in ungherese, una lingua composta di sole consonanti, non aiutano. Esecuzione convincente, a partire dall’ottima prova dell’Orchestra filarmonica nazionale ungherese e del suo Coro e dalla direzione inappuntabile di György Vashegyi, e cantanti nel complesso ottimi. Ne segnalo in particolare tre. Una è Mélissa Petit, che inizia come soprano “à roulades” però nel terz’atto ha una deliziosissima aria lirica che è stata deliziosamente cantata. La seconda è Marie-Andrée Bouchard-Lesieur, un mezzosoprano che fa Simone, una specie di Azucena da opéra-comique: la sua “ballade de la mandragore” è uno dei brani migliori del Jean de Nivelle. Infine, lui, il protagonista, ovviamente tenore in quanto un Montmorency (“i primi baroni della cristianità”) che si aggira incognito per la Borgogna al seguito di imprecisati screzi con l’Undicesimo. L’impressione è che ci vorrebbe una voce più cicciuta di quella di Cyrille Dubois, ma in ogni caso gli acuti riescono quasi tutti bene e il canto è pieno di finezze ed eleganze, compresi i trilli: e un tenore che trilla è più raro di un grillino che usa i congiuntivi. Grande successo. E adesso, per favore, vorremmo scoprire il Delibes operettista, perché i titoli promettono benissimo: L’asphyxie du bigorneau, La cour du Roi Pétaud e soprattutto L’omelette à la Follembuche.
All’opera i cantanti possono essere anche considerati un male necessario, ed è stato autorevolmente sostenuto che la loro difficoltà a ragionare derivi dal fatto che al posto del cervello hanno la ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
E’ stata ribattezzata “clausola Farage” la nuova postilla negoziale che l’Unione europea vuole inserire nel negoziato con il Regno Unito sul “reset” post Brexit. Secondo la ricostr... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Il carcere, le sue regole, le sue persone e le loro storie, in mostra. In carcere. Ieri, 14 gennaio 2026, si è tenuta la presentazione della mostra "Un mondo alla rovescia", un lavoro realizzato dal progetto editoriale Hyperlocal e che ha portato il Nuovo complesso del penitenziario di Rebibbia, a Roma, a ospitare una vera e propria mostra fotografica al suo interno. All'interno del carcere, un gruppo di giornalisti, tra cui il Foglio, ha potuto visitare la mostra adibita nell'area verde, di fianco alla chiesa del Padre Nostro, dove Papa Francesco l'anno scorso ha aperto una delle porte sante del Giubileo appena concluso. Qui, sulle pareti del cortile esterno dedicato alle visite dei parenti dei detenuti, diversi pannelli mostrano le foto dei carcerati e raccontano le loro storie.
Lasciati fuori qualsiasi telefono e dispositivo di comunicazione, i responsabili della redazione di Hyperlocal hanno accolto la stampa e hanno spigato come è stato possibile realizzare il progetto. "Lavoriamo al tutto da un anno, proprio da quando Francesco ha deciso di aprire qui una delle porte sante del Giubileo", spiega Nicola Gerundino. La realtà di Hyperlocal esiste dal 2020 e si occupa di raccontare i quartieri di Italia e di altri paesi. "Abbiamo voluto raccontare il carcere, sia per chi ci vive sia per chi ce l'ha come vicino di casa", spiega al Foglio. La mostra si chiama "Un mondo alla rovescia" e racconta le storie di una ventina di detenuti. "Il titolo è esplicativo di cosa significa vivere in carcere. Qui abbiamo visto come molte cose sono rivalutate, non sono più date per scontate. Un esempio parte proprio dal cellulare, dal farsi i capelli, dal lavoro, dalla lettura. Una diversità nella somiglianza che genera continui cortocircuiti e impone riflessioni e domande".
Alessandro, il sociologo dottorando, Mohamed il calciatore, Antonio il meccanico. Una ventina di uomini, di detenuti, che attraverso due mesi di incontri con la redazione di Hyperlocal hanno raccontato il loro "dentro", la loro vita a Rebibbia, al fuori, al quartiere di Rebibbia. Le fotografie sono state realizzate da Stefano Lemon, Lavinia Parlamenti, Guido Gazzilli e Benedetta Ristori. I diversi pannelli ora affissi nell'area adiacente alla chiesa sono stati per tutta la seconda parte di dicembre all'esterno del carcere. "In questo modo i cittadini hanno potuto leggere le storie dei detenuti", spiega sempre Gerundino.
Nel corso della presentazione della mostra abbiamo potuto vedere una piccola parte del carcere, che è uno dei più grandi d'Europa. E dopo un giro tra i pannelli e le fotografie, i realizzatori ci hanno portato nel piccolo teatro del complesso, dove insieme ai detenuti protagonisti del racconto è stato mostrato un breve filmato della vita nel carcere, nello specifico nel complesso G8. "Rebibbia è una città nella città", dicono i detenuti nel video. Una città "con le sue regole", con la sua vita. "Qui il tempo si ferma" per questo l'importante "è tenersi occupati. Si arriva a combattere contro il tuo stesso carattere", affermano. Un filmato che racconta, sembra, un po' il "bello" di ciò che col tempo si è riusciti a costruire, ma, come dicono anche gli organizzatori del progetto, non tutto è rose e fiori: "La mostra è un primo passo, è difficile anche solo accedere qui e per noi questo è già un grande risultato".
Nella realizzazione del progetto, Hyperlocal si è interfacciato con la sezione educativa del carcere. Questa, come per ogni proposta di collaborazione, ha selezionato e fatto da tramite per realizzare sia le interviste che le fotografie. "C'è stato molto interesse tra i detenuti, tant'è che durante la creazione abbiamo ampliato la platea di carcerati, da dieci siamo arrivati a diciassette", spiega ancora Gerundino. I detenuti si sono presentati e hanno partecipato alla parte finale della mostra. E insieme a loro ha assistito alla presentazione anche il garante dei detenuti della regione Lazio Stefano Anastasia. "L'importanza di un progetto come questo è la restituzione di ciò che c'è dentro al mondo", ha detto nel suo breve intervento. "Prima o poi per fortuna le pene finiranno, tutti usciranno. E là fuori ci sarà un mondo che, si spera anche grazie a lavori del genere, non giudichi e dia opportunità a tutti". Primi passi, per la vera rieducazione.
Siamo dentro un’epoca di rottura e non di ricomposizione. Quest’ultima, anzi, sembra lontanissima. Siamo, per dirla con la fisica dell’acqua, nella fase dell’ebollizione, passaggio dallo st... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Non esistono scrittori maggiormente identificabili con Brooklyn di Paul Auster e Jonathan Lethem, ma se il primo era originario del New Jersey, il secondo è nato nel quartiere e ci... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Di certo c’è solo che è morto. Sembra un paradosso a 119 anni dalla nascita e a 87 dalla scomparsa. Intanto è morto a tutti gli effetti di legge. Chissà chi può avere avuto interesse nel 2024 a pre... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Se non sempre, assai spesso Confucio aveva ragione: sicuramente quando raccomandava di “rettificare i nomi” anche per evitare inganni lessicali. Come quello che ci fa pensare, sentendo la parola “mago”, a un Otelma col turbante piuttosto che al sapiente cui preme penetrare la natura e dominarne i meccanismi possibilmente per il bene dell’umanità. Incarnò questo tipo ideale Giovan Battista Della Porta, polymath napoletano cinquecentesco di cui la cultura italiana ha finora faticato a riconoscere l’importanza e che, sebbene morto nel 1615, può ancora offrire insegnamenti agli scienziati contemporanei. Ne è convinto il professor Donato Verardi, salentino di Scorrano, classe 1982, fondatore a Parigi di Arcana Naturae, prima rivista accademica al mondo dedicata alle “scienze segrete” e ormai giunta all’ottavo anno. Verardi è autore di diversi volumi sulla magia rinascimentale e su Della Porta: l’ultimo uscito a sua cura è “Hunting Secrets - Giovan Battista Della Porta and the Invention of Experimental Magic” (Firenze University Press), che raccoglie gli atti dell’omonima conferenza internazionale tenutasi a Ca’ Foscari il 29 settembre 2025.
Quando incontrò Della Porta?
Da studente universitario mi folgorarono le poche righe che gli tributava un libro di Germana Ernst e da allora mi dedicai a studiarlo. Feci la tesi di laurea sul suo “De humana physiognomonia”, poi approfondii le altre opere nei dottorati a Pisa, Firenze, Parigi. Ora sto svolgendo una ricerca sull’Accademia dei Segreti che Della Porta fondò a Napoli. È curioso come abbia riscosso più interesse nel mondo anglofono che in Italia.
Come mai?
In Inghilterra c’è una solida tradizione di studi sull’occultismo, come quelli di Frances Yates sull’età elisabettiana. Della Porta è visto come un precursore di Francesco Bacone su una linea che non oppone la magia alla scienza moderna, ma ne riconosce la continuità attraverso l’approccio sperimentale alla natura. Non bisogna dimenticare che Della Porta è stato lo scopritore del cannocchiale e persino della camera oscura. Purtroppo in Italia, soprattutto nel Novecento, ha scontato i pregiudizi delle ideologie: l’idealismo crociano e gentiliano, il marxismo e il cattolicesimo per motivi diversi hanno guardato con diffidenza all’autore della “Magia naturalis”. Forse non è un caso che adesso, in epoca post-ideologica, sia possibile studiarlo con più oggettività.
Bisogna ripensare il termine “mago”, che nella vulgata s’impone in tutt’altra accezione.
La magia naturale di Della Porta anticipa il sapere scientifico e si distacca dalla precedente “occulta filosofia” di un Cornelio Agrippa, che identificava il mago con chi aspira al comando sul mondo demonico. Il magus dellaportiano è lo scienziato saggio, che s’interroga sulla natura e sui limiti etici del proprio lavoro. Un innamorato del progresso ma animato dalla tensione filosofica ereditata dal Rinascimento, che pone al centro di ogni scoperta il bene concreto dell’umanità. Fu questo il senso del “segreto” della sua Accademia: non una società esoterica che si compiaceva dell’oscurità, ma la riservatezza intesa come setaccio con cui filtrare la produzione e la diffusione delle conoscenze.
Sarebbe un male l’assoluta trasparenza?
Oggi come allora un margine di segretezza è necessario. Basti pensare alla sicurezza degli stati. La scienza deve progredire, ma come vanno divulgate le sue scoperte? Quando Della Porta individuava la composizione di un veleno si poneva questo problema. Lui e gli accademici del tempo si confrontavano con l’assillante riflessione sul bene e il male: una scoperta non si può comunicare finché non è sicura, ma una volta validata è necessario stabilire quali rischi comporti condividerla indiscriminatamente. Bisogna interrogarsi sui limiti.
La riservatezza non alimenta la diffidenza nella scienza, il populismo del “non ce lo dicono”?
Bisogna tornare a fidarsi di chi ne sa di più perché non tutto può essere dato a tutti in tutti i momenti. Della Porta invita a confidare nel magus come sperimentatore, anche nei frangenti in cui è costretto a mantenere provvisoria segretezza.
Della Porta fu anche un grande crittologo. Come guarderebbe all’Intelligenza artificiale?
Con entusiasmo. Era innamorato della tecnologia e aveva un’idea dell’uomo come inventore continuo, che modifica il mondo e non s’inchina passivamente alla natura come a un feticcio né si compiace dello stato naturale, ma s’impegna a indagare i segreti della realtà per manipolarla e governarla senza timore. Il magus guarda avanti, non è un reazionario: se si volge all’antico è per proiettarlo nel domani da un presente insoddisfacente. Per Della Porta però l’ottimismo nel futuro si colloca all’insegna di un punto di equilibrio, che purtroppo oggi perdiamo spesso, tra ragione e spiritualità.
Come conseguirlo?
Quando riflette sui numeri, lui li spoglia degli elementi misterici ma al contempo mette in guardia dallo scadimento nel mero calcolo. Siamo esseri matematici ma non ragionieri e le esigenze umane non si esauriscono nei conteggi. È la grande lezione rinascimentale che considerava l’uomo nella sua complessità. Senza abbandonarlo a un destino fatto solo di cifre né consegnarlo alla sfiducia nella razionalità. Della Porta rifugge da ogni deriva superstiziosa della religione, eppure non è un ateo.
Curioso come nel cosiddetto progresso umano si assista all’improvvisa ripresa di tesi o conoscenze a lungo screditate o credute inservibili. Per esempio il catastrofismo di Cuvier – che appena ieri faceva sghignazzare gli evoluzionisti – oggi, dopo il Covid e le teorie astrali dell’impatto, gode di un nuovo smalto, tanto che i catastrofisti dell’antropocene ne approntano una versione 2.0. In realtà è tipico della scienza e dei suoi andirivieni epistemologici il recuperare o riattare vecchie teorie, magari delle autentiche anticaglie conoscitive, interpolandole o vivificandole con delle nuove conoscenze. Anche lo spiritismo sembra mostrare una qualche rifioritura, seppur a base tecnologica. Si consideri solo l’importanza odierna assunta da molteplici entità invisibili – non sensoriali ma portentose – quali l’AI o il Cloud declinate in forme incorporeo-eteree (dagli avatar ai rememory, dai chatbot ai digital-twins). Ecco tale neo-spiritismo ha pure un proprio nume tutelare, anch’esso a lungo screditato e fin deriso: Emanuel Swedenborg, il mistico del sovramondo nato a Stoccolma nel 1688. Egli, prima di divenire a 56 anni l’interlocutore di angeli e defunti (le conversazioni sono riferite negli Arcana coelestia), nonché il veggente crittografo di un mondo non a caratteri matematici ma secondo affinità e corrispondenze, fu un geniale e polimorfo scienziato (un po’ come Pascal, inventore della calcolatrice e poi apologista del Cristianesimo o il Newton alchemico) e tale carattere anfibio o se si preferisce ossimorico lo rende forse l’avo ideale del nostro mondo fatto di sangue e qubit. Bella sottile vendetta su quel Kant che nei Sogni di un visionario ne fece il sommo bersaglio polemico e anzi l’archetipo dell’antifilosofia.
Ebbene Swedenborg appare oggi, per paradosso, conoscitivamente più fertile dello stesso Kant e del suo sterile criticismo ossia di quelle tre barbose Critiche – sciatte a stile e cervellotiche a teoresi – che già Leopardi (altro colosso della filosofia un tempo sminuito a poeta) buttava a mare, preferendogli in tutto i romanzi filosofici di Wieland. In verità, per un detrattore quale Kant (simile all’Orazio shakespeariano: “There are more things in heaven and earth, Horatio, Than are dreamt of in your philosophy”), Swedenborg ha avuto molti ammiratori d’eccellenza, infatti alle sue visioni bibliche si sono abbeverati tra gli altri Blake, Goethe, Coleridge, Balzac, Emerson, Poe, Baudelaire, Strindberg, Jung, Suzuki, per i quali lo Svedese era un genio tout court. Ma gli autori che più hanno tratto da lui, di fatto delineando il senso stesso della sua importanza sotterranea per noi, sono stati Borges e Valéry, ovvero due menti eterodosse votate al filosofare plettico, cioè alla contaminazione universale tra saperi. Per loro l’unione di razionalità scientifica e visione onirica è il massimo portato di Swedenborg. L’idea che il libro della natura (da scienziato compose persino un Regnum animale di 4.000 pagine) non sia riducibile alla sola matesi; come pure il cogliere in ogni aspetto della realtà la “cifra” di un altro mondo, di cui il nostro sarebbe solo l’incerta e criptica trascrizione: ecco queste sembrano le sceneggiature ante litteram di Interstellar e Matrix, scritte però tre secoli fa. E allorquando l’uomo si riverserà totalmente nell’universo incombusto e senza aneliti della Rete, come nel sovramondo di anime fluide di Swedenborg, apparirà forse quella Nuova Gerusalemme che nei suoi stati di respirazione interna egli riteneva la chiesa dell’umanità postrema.
Si sa che dopo Nietzsche e la sua filosofia a colpi di martello non è rimasto in piedi granché del neoclassico edificio kantiano della razionalità illuminista (il vecchio Kant ormai non è buono nemmeno per regolare i nostri orologi radio-controllati); ma in tutte le macerie di tutti sistemi, come nei ruderi, sopravvivono sempre taluni spiriti bizzarri di trapassati che li abitano e vociano segreti. Il fantasma di Swedenborg è tra questi, e quelli che furono i sogni di un visionario si sono rivelati infine i sogni strabilianti della nostra epoca.
Poche cose sono costanti, a destra come a sinistra, come il disprezzo per la libertà. Poco importa che proprio la libertà sia stata il minimo comune denominatore dello sviluppo, materiale e non, de... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Il 9 gennaio di quarant’anni fa, alle 8.29 a.m., il telefono squillò alla centrale della polizia di Daytona Beach, Florida: “C’è un uomo morto sul prato della casa a Lenox Avenue 403”. Tre minuti d... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Per secoli le spezie sono state fra le merci più ambite del mercato globale. Da tredici anni, a Milano, Francesca Giorgetti ne custodisce centinaia di varietà nel suo negozio, che si chiama Tutte le spezie del mondo. Cerchiamo di capire se qualcosa di quel fascino millenario è sopravvissuto fino a noi. “Siamo uno dei negozi più forniti in Italia - ci racconta Francesca -. Ci concentriamo molto sulla qualità, abbiamo 650 prodotti, più o meno, fra spezie, erbe, pepi, peperoncini e cose un po’ particolari, che per il privato è molto difficile trovare”. Magari sono ingredienti usati in liquoristica, o comunque “prodotti un po’ antichi o desueti”. Tutti articoli che Francesca vende nel suo laboratorio situato in zona Buonarroti, il martedì e il mercoledì, o attraverso lo shop online.
Nel corso degli anni, le chiediamo, ha notato un trend positivo nella richiesta di spezie di alta qualità? “Assolutamente sì. Le spezie sono a tutti gli effetti delle materie prime, e sul mercato globale hanno degli standard qualitativi diversi. Fare il lavoro che faccio io, cioè cercare di approvvigionare sempre lo standard qualitativo più alto, alla fine paga”.
Ma quali sono le spezie che “vanno” di più in questo momento? Ne esiste una che sembra avere un magnetismo particolare sui suoi clienti? “Quello che ho notato in questi anni - è la risposta - è che esistono sicuramente delle ondate di moda sui prodotti: i social sono pieni di influencer che fanno ricette e utilizzano molto le spezie, perché ti consentono tanta varietà in cucina e molta fantasia”.
Andando nello specifico: “Per esempio adesso sono molto richieste spezie come lo za’atar, che è una miscela diffusa in tutto il Medio Oriente; o il sumac, anche questa una spezia di origine mediorientale che peraltro viene coltivata anche nel sud della Sicilia, quindi è anche un po’ nostra anche se poco diffusa”. Spostandoci sulle categorie, invece che sulle singole spezie, si assiste a un sorpasso interessante: “Un po’ di anni fa il peperoncino era molto richiesto e desiderato”, mentre in questo momento “noto che c’è tanta attenzione sulla famiglia dei pepi”.
Insomma, pur non essendo più uno status symbol come in secoli lontani, questa merce millenaria continua a piacere e a incuriosire. Lo testimonia anche il successo dei corsi a tema organizzati presso Tutte le spezie del mondo con lo scopo di diffondere la cultura dell’uso delle spezie, “ma anche la cultura dell’altro attraverso di esse”, ci spiega Francesca. “Abbiamo creato un’associazione culturale. Teniamo corsi di cucina indiana, di cucina palestinese, di cucina mediorientale in generale, libanese per esempio, che recentemente hanno avuto molto successo. E abbiamo anche degli esperti di cultura indiana, o di cultura cinese o giapponese, insomma culture altre”. L’obiettivo? È quello di utilizzare le spezie come tema conduttore “ma per poi creare qualcosa di un po’ più culturale e non solo gastronomico”. Il cibo come ponte fra mondi diversi: e così la storia delle spezie continua.
Va bene, parliamo ancora una volta di avanguardia e di avanguardie! Lo studioso Vincenzo Trione, con il suo ambizioso e corposo volume einaudiano Rifare il mondo. L’età dell’avanguardia, e i suoi recensori Andrea Minuz su questo giornale e Melania Mazzucco su Repubblica hanno ripreso il filo del discorso ma lo hanno fatto, mi pare, andando un po’ fuori strada nell’uso di una similitudine di Enzensberger, che negli anni Ottanta parlò di socializzazione della letteratura e delle arti, sparite come istituzione perché ormai onnipresenti, essendosi sciolte nel liquido della società come una pastiglia di Alka-seltzer. Ogni forma artistica ha perso identità e autonomia, quindi anche l’avanguardia sarebbe diventata un controsenso perché per essere all’avanguardia c’è bisogno di una solida e identificabile retroguardia tradizionalista.
L’accademizzazione professorale e istituzionalizzazione dell’avanguardia fu del resto un fenomeno caricaturale che risale alle “neo-avanguardie” anni Sessanta, quando ogni sedicente avanguardista era anche se non soprattutto un professore, studioso e docente di teorie e tecniche avanguardiste. Non voglio farla lunga (la faccenda è noiosa) ma segnalerei a Trione e recensori che il parere di Enzensberger, coetaneo di neoavanguardisti francesi e italiani (da Robbe-Grillet e Derrida a Eco e Sanguineti), era una drastica stroncatura che non aveva molto a che fare con l’effetto Alka-seltzer. Con il saggio Le aporie dell’avanguardia scritto intorno al 1960, Enzensberger era poco benevolo con avanguardie vecchie e nuove. Ecco qualche riga: “Lo schema su cui è modellata l’idea di avanguardia è inservibile. L’avanzare delle arti si configura come un movimento lineare, univoco, chiaramente percepibile nel suo insieme (…) Che cosa sia avanti nessuno lo sa”.“Chi affibbia il titolo di avanguardista a Franz Kafka capirà che è falso proprio perché Kafka non sarebbe mai riuscito a pronunciarlo. E neppure Marcel Proust o William Faulkner, Bertolt Brecht o Samuel Beckett”.
Oltreché essere un termine bellico che è stato applicato sia alla politica che alle arti, avanguardia è gruppo, movimento, collettività: una specie di partito politico dell’arte che protegge i singoli artisti dal loro eventuale fallimento. Li giustifica e li interpreta a priori e garantisce il significato di qualunque opera. Ancora Enzensberger: “Scrittori, pittori, compositori non sono altro, così, che agenti economici che devono marciare con i tempi, essere sempre di un passo più in là rispetto ai concorrenti (…) La gara storica per accaparrarsi la posterità si trasforma in competizione commerciale alla conquista della contemporaneità”. Avanguardia è allora non altro che astuzia mercantile e autopromozionale. Nessuna opera prodotta infatti sotto l’ombrello protettivo del gruppo d’avanguardia è mai stata criticata, respinta o considerata un fallimento. Altroché rifare il mondo. Questa è solo furbizia pubblicitaria. Non va comunque trascurata l’altra faccia dell’avanguardia come successo nominalmente garantito: cioè un certo uso della stupidità calcolata da “finto-tonto”. Il Novecento avanguardistico è stato, oltre che un secolo di orrori, anche un secolo di stupidità produttrici di orrori e di impotenza creativa o politica mascherata da anarchia rivoluzionaria. Le “parole in libertà” futuriste e la “scrittura automatica” surrealista hanno messo in vendita il nulla e il caos come ultimo grido della libertà creativa. I manifesti futuristi e surrealisti risultano da tempo illeggibili, oltreché inapplicabili. La macchina come idolo futurista e l’inconscio come mito surrealista erano superati già negli anni Trenta, e dimenticati dopo la fine della guerra 1939-45, dopo Auschwitz e Hiroshima. Su Breton che ruba il surrealismo al genio fiabesco e malinconico di Apollinaire, più recentemente Enzensberger si è espresso così: “Questo pallone gonfiato è riuscito, con implacabile zelo, a far sì che la storia dell’arte e della letteratura non potesse fare a meno di lui (…). Creò il gruppo surrealista sulla falsariga di un partito leninista” e divenne amico di Trockij, bolscevico in esilio sconfitto da Stalin, con il quale tuttavia aveva diverse cose in comune. Questo è Enzensberger sull’avanguardia. Ma succede ancora che gli studiosi di avanguardia, non essendo in grado di giudicarla, ne siano gli apologeti.
Lo sport spesso è visto semplicemente come la cornice utile allo sportivo, al campione per esprimersi. Una semplice organizzazione fatta di regole e spazi dentro alla quale il migliore primeggia su... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti