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Pesce, carne o fusion? Oltre Delmastro, i politici si sono dati in massa alla ristorazione

Al netto della questione “Bisteccheria d’Italia”, bellissimo nome e logo, peraltro, con una costoletta tra forchetta e coltello, e al netto delle questioni giudiziarie che il ristorantino sulla Tuscolana chez Delmastro si porterà o non si porterà dietro, va detto che il caso, appunto, bisteccheria, segna anche un cambio di paradigma non solo politico ma culinario. Un tempo la questione che turbava le coscienze era dove mangiassero i politici, e si sprecavano gli articoli soprattutto nella prima e seconda Repubblica, su quali locali ospitassero a pranzo e cena i leader dei diversi schieramenti. I socialisti per esempio andavano all’Augustea o alla Rosetta per il pesce, o da Fiammetta per la pizza; i democristiani da Fortunato al Pantheon. I renziani poi piluccavano ai rutilanti localetti intorno a Piazza di Pietra, i grillini si cibavano al mesto La Base in fondo a via Cavour, vicino all’hotel di Beppe Grillo. Molti invece non ci andavano proprio al ristorante, come Berlusconi, che preferiva invitare a casa, a palazzo Grazioli, col famoso cuoco Michele (che a un certo punto mise su una pizzeria). Oggi si sa che la destra ama Romolo al Porto ad Anzio, mitico indirizzo per il pesce (amato però anche dalla sinistra gourmet, vedi Gentiloni). Ma qualcosa a un certo punto è cambiato. I politici non volevano più solo andare al ristorante, volevano andare al loro ristorante. I politici si sono fatti osti. La cosa ha ovviamente un senso, perché come diceva Boris, la ristorazione è l’unica cosa seria in Italia; e dunque non c’è ministro, viceministro, deputato semplice, che non sia ormai foodie e che non abbia, o non abbia sognato, da sé o con i suoi congiunti, il suo locale di proprietà, a Roma e non solo. Partendo dalla ex pitonessa, Santanchè come è noto insieme al compagno Kunz (talvolta d’Asburgo) hanno rilevato El Camineto di Cortina, in quello che è in fondo un quartiere di Roma. Il locale, un tempo famoso per cibi semplici come gli spaghetti alle cipolle e oggi invece per quel nuovo tipo di ristorazione cafonal con musiche altissime, durante le Olimpiadi è diventato il quartierino vip delle autorità. Ma a parte Cortina, negli altri quartieri della capitale si concentra lo sforzo e lo sfarzo culinario di lotta e di governo.

All’Esquilino per esempio l’estrema destra legata a Casa Pound ha da anni investito nel settore con trattorie e locali, bistrot di cucina francese e napoletana, anche con tavolate celebrative della Marcia su Roma.

La sinistra risponde con lo “street food” dell’assessore ai grandi eventi Alessandro Onorato, lo Hugh Grant del comune di Roma, che a un certo punto è diventato socio di “Mercerie”, locale dalle parti di Largo Argentina, “format innovativo”, recitano i comunicati, un ex negozio di stoffe (così coerentemente si degustano “praline, bottoni e lasagnette”). Anche Lorenzo Marinone, giovane del Pd in consiglio comunale, dove è presidente della Commissione Bilancio, è proprietario di non uno ma ben due locali, a Roma Nord: Petra, vicino a San Pietro, per aperitivi in giardino, e Pizzeria Fleming nell’omonimo quartiere romanordissimo. La famiglia Verdini non si è fatta guardare dietro, e il fratello della attuale fidanzata di Matteo Salvini, Tommaso Verdini, si è impegnato in “Pastation”, catena di ristoranti specializzati in pasta fresca, con sedi anche a Firenze e Londra. Fuori porta c’è invece l’agriturismo della coppia Monica Cirinnà-Esterino Montino, si presume pet-friendly, con tutta la storia dei soldi nella cuccia. E a Monteverde il mitico faccendiere e direttore dell’Avanti Valter Lavitola aprì “Cefalù” specializzato in crudi. Al Pigneto sorge l’enoteca Brillo, gestita dai figli di Albino Ruberti detto “Rocky”, erede a sua volta del ministro dell’Università primissima repubblica. Così chiamato per i modi robusti con cui si rapporta agli avversari, già capo di gabinetto di Gualtieri, Rocky fu beccato a farsi una magnata di pesce in terrazzo durante il Covid, e oggi è “city manager” di Roma Capitale.

Difficile dire se nasce prima la politica o la ristorazione, difficile pure fare una distinzione tra destra e sinistra: un tempo si sarebbe detto che la bistecca è di destra, e la pasta di sinistra, ma il “fusion bar” e l’enoteca rinforzata dove li mettiamo? Forse, a voler essere a tutti i costi sociologi, si può dire che la destra investe su ristoranti classici, appunto pasta e bistecche, la sinistra più su enoteche e street food. Ma sono distinzioni che lasciano il tempo che trovano, del resto tutto crollò nel 2018 quando uno dei punti di riferimento fortissimi della sinistra, Gianfranco Vissani, annunciò che avrebbe votato Salvini. Comunque tutto questo impegno ristorativo da parte dei politici è abbastanza una novità. Forse dipende dal fatto che ormai l’unico settore trainante e sicuro è quello. Un tempo si raccomandava del resto ai figli di studiare giurisprudenza; e i politici venivano soprattutto dal mondo delle professioni legali (quanti avvocati). Oggi, con l’intelligenza artificiale, meglio fare gli osti. Oppure perché il politico è il nuovo calciatore: un lavoro dove dopo un po’ devi smettere. E infatti i calciatori sono dei classici ristoratori dalla vocazione adulta; e se lì la fine della professione è determinata dal decadimento muscolare o dall’infortunio, qui ci sono una serie di fattori più o meno imprevedibili, dimissioni, inchieste, ciclo della politica sempre più velocizzato. O semplicemente sfiga. In ogni caso, meglio avere una cucina pronta. Per esempio un tal Sergio Battelli, grillino, al dimezzamento dei parlamentari deciso dalla riforma di qualche anno fa, disse che avrebbe aperto un chiringuito a Barcellona. “Lo chiamerò Montecitorio beach”, disse, poi non se n’è saputo più niente. Invece, vicino a Tirana, un tizio aprì veramente una “Trattoria Meloni”, dopo le frequenti visite della nostra presidente in quel paese, nel 2024. E’ tappezzata di sue foto e ha ottime recensioni online. Poi succede anche l’inverso, ci sono ristoratori che si danno alla politica, come Paolo Trancassini, di Fratelli d’Italia, la cui famiglia gestisce la trattoria della Campana dietro via della Scrofa, secondo alcuni il più antico ristorante di Roma e pure del mondo, con 500 anni di storia; adesso Trancassini si è preso cura anche di migliorare la ristorazione delle mense parlamentari. E poi c’è Riccardo Zucconi, deputato Fdi da Camaiore, proprietario e gestore di lidi e ristoranti tra cui il Gran Caffè Margherita a Viareggio, uno dei papabili tra l’altro per il posto di Santanché al ministero del Turismo. Per concludere col dessert, a Milano a palazzo Lombardia si è insediata come assessora al Turismo la Santanchè bresciana, Debora Massari, figlia del leggendario pasticcere Iginio.

In questo affollamento di bisteccherie, baretti, pizzerie, fusion o non fusion, vedendo i coniugi Trevallion, giunti a Roma l’altro giorno, lui con l’abito della festa e lei col cesto di vimini, accolti dal presidente del Senato La Russa (i cui figli avevano un locale, il Parea Bistrot, ma a Milano) in una delle scene più surreali degli ultimi anni, qualcuno avrà pensato: perché non mettono su un bel ristorantino pure loro? Km zero, biologico, non devono pensare neanche a un marchio, “La famiglia nel bosco” va già benissimo così, vabbè.

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Il difficile casting per rendere “accettabile” il pantheon culturale della destra

La cellula comunista dell’Einaudi allestiva un carro allegorico per il Primo maggio, scrive Andrea Minuz in “Egemonia senza cultura” (Silvio Berlusconi Editore). Incredibile ma vero, verrebbe da dire. Se non avessimo letto, in “Mutandine di chiffon” di Carlo Fruttero, della traduzione impossibile di un comunicato firmato dalla casa editrice, da inviare all’Onu. Doveva esprimere una “ferma condanna”, non disgiunta da una “fiduciosa speranza” (ma vale anche l’inverso, prima la speranza e poi la condanna): i carri armati sovietici erano arrivati a Praga. La retorica fece ostacolo ai tentativi di traduzione – l’inglese ha un vocabolario più ricco del nostro, ma con le formule vuote annaspa. L’egemonia culturale di Gramsci, da prima dell’incidente einaudiano fino all’altro ieri, è stata invocata e stiracchiata in tutte le direzioni. La politica non basta, serve anche la cultura: la formula viene via via invocata da chi la cultura non l’ha, e anzi la considera “roba per signorine” – usiamo questo fraseggio per non cedere alla volgarità. La sinistra la possiede, la destra la rincorre – spiega l’egemonica sinistra.

 

Noi di mezzo – intesi come spettatori soprattutto – siamo stati censurati ai tempi del primo “Rambo”: Sylvester Stallone era solo un solitario veterano di guerra, vessato dallo sceriffo della cittadina. Ma i berretti verdi avevano una pessima fama, colpa di John Wayne, e Rambo la ereditò. Divenne subito “fascio”, e guai a farne un eroe. Anche l’applauso andava fatto senza testimoni. Del resto si andava di nascosto anche a vedere i film di James Bond, oggi sulla via di diventare da “commovente scoperta” a “da sempre patrimonio della sinistra”.

  

La scala dell’accettabilità (la dobbiamo a Mattia Feltri) parte dal grado zero: “stronzata di destra”. Ognuno ha i suoi esempi da citare, e se ne stanno preparando molti altri. A Sanremo e fuori. Clint Eastwood da vietato è diventato obbligatorio, senza che facesse il minimo movimento. Ma di destra era, e lì rimane pur essendo un grande regista. Checco Zalone sta silenziosamente salendo nella lista di quelli bravi, per lo scatto finale gli serve qualcuno che lo definisca “commovente scoperta”. Il nostro incondizionato applauso, iniziato con “Cado delle nubi”, anno 2009, non è bastato. L’iniezione di danaro ai botteghini non è però passata inosservata, e forse “popolare” smetterà di essere un insulto, a sinistra. Delle masse proprio non vi importa più nulla? Volete crescerle con Karlheinz Stockhausen (che definì il crollo dalle Torri gemelle “opera d’arte definitiva”) o con i film di Sharunas Bartas? (son quelli dove “si vede la pittura asciugare”, parola di Gene Hackman nel film “Bersaglio di notte”, regista Arthur Penn).

   

Andrea Minuz ha una penna sempre brillante, come sanno i suoi lettori sul Foglio. Cita Robert Hughes e la sua “Cultura del piagnisteo” con una lunga lista di aventi diritto alla cultura perché hanno tanto sofferto, personalmente o come gruppo sociale. I libri servono a rivendicare, lamentarsi, o semplicemente sono scritti da una donna, salendo subito nella considerazione sociale e letteraria. Per questo siamo circondati da memoir, e ora da romanzetti rosa distinti in precise categorie come prodotti al supermercato. Un tempo era considerato indecente leggere gli Harmony, roba da serve. Ora sono dappertutto, e hanno cacciato dagli scaffali i romanzi dove lo scrittore bravo inventa – e non conosce solo drammi amorosi con il bel tenebroso che fa palpitare (le donne emancipate, soprattutto: lo dicono le ricerche di mercato). “Lotta Continua passerà alla storia come l’unico ascensore sociale che ha funzionato in Italia”, scrive Andrea Minuz e chiosa: “Non solo in Italia non possiamo fare una rivoluzione perché ci conosciamo tutti. Il fatto è che siamo conosciuti tutti dentro Lotta Continua”. Andrea Minuz, classe 1973, non c’era e ha scansato il contagio. Fortunati i suoi studenti, che però non vogliono studiare la storia del cinema “per non lasciarsi influenzare”, quando gireranno il loro film.

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