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Prove di campo largo. Le stoccate di Sensi (Pd) a Patuanelli (M5s) su Kyiv e l'incognita primarie

È durata una manciata di ore la pace all'interno del campo largo. Il palco post vittoria del referendum sulla giustizia con Conte, Schlein, Fratoianni e Bonelli, prometteva finalmente un'unione di intenti precisa e spedita verso le elezioni politiche del 2027 per battere Giorgia Meloni e la coalizione di centrodestra. Ma le dichiarazioni di Stefano Patuanelli hanno riacceso lo scontro. "Credo che con noi al governo ci fermeremo con gli aiuti all'Ucraina, ma penso che riusciremo a trovar la quadra anche sulla politica estera con le altre forze della coalizione", ha detto ieri a Radio24 il senatore e vicepresidente del M5s. Il che, dopotuttto, non è affatto un mistero. Sia nel parlamento italiano che in quello europeo, la linea pentastellata è stata sempre netta sull'interruzione del sostegno a Kyiv. Una posizione che però non è passata inosservata. Filippo Sensi, senatore del Pd, ha risposto poco dopo con un post su X: "Patuanelli crede che 'ci fermeremo con gli aiuti militari all'Ucraina'. Con loro di certo, sapendo bene da che parte stanno. Con noi, invece, gli aiuti ci sono stati, ci sono e ci saranno. Fatevene una ragione". Anche qui, in realtà, nessuna verità rivelata che non si sapesse già. Il senatore dem ha sempre sostenuto l'aiuto incondizionato al popolo ucraino, così come il Pd stesso, che ha sempre votato favorevolmente all'invio degli aiuti militari in Ucraina. 

Anche Carlo Calenda, leader di Azione, ha commentato la vicenda: "Ecco, Patuanelli l'ha detto. Il campo largo al governo è uguale a 'no aiuti militari' all'Ucraina. Per Azione il primo punto è 'continuare a sostenere militarmente l'Ucraina'. Sipario".

Un battibecco che ha dovuto far intervenire la segretaria dem Elly Schlein. "Ho fiducia che anche noi troveremo l'accordo su tutto", ha detto.

 

Il punto è che al di là dei festeggiamenti e dei sorrisi di rito, l'unità e la credibilità della coalizione che sfiderà l'attuale maggioranza sono messe alla prova da posizioni spesso incociliabili, soprattutto in politica estera. Il punto lo ha colto Luigi Marattin, segretario del partito Liberaldemocratico: "C'è una cosa che non capisco. Ma come fanno questi di Pd e M5S anche solo a pensare di poter governare insieme l'Italia?!". Ma trovare una quadra sul programma non è più semplice della scelta del leader che guiderà la coalizione e che in caso di vittoria alle elezioni andrà a Palazzo Chigi.

 

Subito dopo gli exit poll che ormai davano per fatta la vittoria del No alla riforma Nordio, il leader del M5s Giuseppe Conte in conferenza stampa aveva parlato di primare di coalizione, aprendo alla possibilità di correre insieme alle altre forze politiche e allo stesso tempo inviando un messaggio a chi voleva seguire il modello centrodestra: chi prende più voti, guida la coalizione. Un richiesta che non è casuale. Dai primi sondaggi, il quadro mostra che Conte avrebbe più possibilità di vittoria di Schlein, che comunque aveva inizialmente risposto positivamente all'invito. Ieri la segretaria dem a La7, ospite della trasmissione Piazza Pulita, ha voluto comunque ribadire che "oggi le primarie non sono la nostra priorità. Se ci chiudiamo in un dibattito politicista tra di noi tradiamo le aspettative di chi ha votato". Ma il dibattito andrà affrontato, soprattutto perchè il tempo stringe e non è escluso lo scenario di un voto anticipato, che allontenerebbe l'ipotesi delle primarie e costringerebbe i leader del campo largo a sciogliere tutti i nodi in tempi brevi. Forse lo scenario peggiore per tutta la coalizione. È in questo contesto che si inserisce l'appello di Schlein: "In qualunque momento si voterà è nostro dovere farci trovare pronti".

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Giovinezza, giovinezza. Le truppe di Marina Berlusconi, le vecchie nuove leve di Forza Italia

In Italia la giovinezza è un valore eterno, il che è già di per sé una contraddizione degna di nota. L’ultima conferma viene da Forza Italia, che ha deciso di rinnovarsi su invito di Marina Berlusconi. A tradurre ieri in pratica il giudizio estetico della figlia del Cavaliere è stato Claudio Lotito, sessantotto anni, proprietario della Lazio, parlamentare noto ai colleghi per la vivacità con cui ha animato i lavori d’Aula, almeno nei momenti in cui non si appisolava. Lotito ha raccolto le firme di quattordici senatori per rimuovere Maurizio Gasparri dalla presidenza del gruppo: troppo vecchio, troppo consumato, da troppo tempo lì. Il sostituto è Stefania Craxi, classe 1960, figlia di Bettino, in politica dal 2006. Lei prende il posto di Gasparri, e diventa capogruppo. Gasparri prende il posto di lei, e diventa presidente della commissione Esteri. La ventata di novità è percepibile.

 

L’Italia, si sa, ha con il novismo un rapporto che i clinici chiamerebbero collusivo. Tutto cominciò con una canzone dal seguito oceanico che non prometteva libertà né prosperità ma giovinezza, e giovinezza dava. Da allora il ritornello non si è mai fermato. Renzi lo riscoprì a Firenze, ci costruì sopra una carriera a Roma, e invecchiò anche lui, come fanno tutti, rottamatori compresi. Il talento, del resto, non dipende dall’età ma dalla persona. Longanesi diceva che giovani non si nasce ma si diventa, e Croce sosteneva che l’unico dovere del giovane è invecchiare.

 

Marina Berlusconi probabilmente li ha letti entrambi, Longanesi e Croce, ma ha tratto conseguenze selettive. E infatti una mente maliziosa potrebbe osservare che la stessa Marina, che chiede facce nuove in Forza Italia, è la presidente di una holding che gestisce televisioni nelle quali il concetto di novità viene applicato con una parsimonia che rasenta la virtù cardinale. “La Ruota della Fortuna” è tornata in onda con il medesimo scricchiolio di sempre: fu inventata in un’epoca in cui la televisione commerciale era essa stessa una novità, il che le conferisce lo status di reperto. Gerry Scotti sorride dagli schermi Mediaset da quarant’anni con l’imperturbabilità dei grandi monumenti e delle catene montuose. Maria De Filippi presidia da tempo immemore la prima serata con la sicurezza di chi sa che nessuno la sposterà. A riprova che non tutto ciò che è buono è nuovo, e che non tutto ciò che è nuovo è buono, e che in fondo la gente vuole vedere le stesse cose di ieri purché talvolta le si chiami con un nome diverso.

 

Sicché, alla fine, viene il sospetto che la famosa “giovinezza”, in Italia – a proposito del “giovane” Lotito che affonda il “vecchio” Gasparri – altro non sia che una patacca. Un po’ come la “Seconda Repubblica”, che non è meglio della Prima, o come la “società civile”, che ha portato al grillismo. D’altra parte la passione è trasversale, perché la patacca è – per definizione – trasversale. Anche a sinistra. Metti davanti una ragazza con le sneakers bianche di nome Elly e la piazzi sulle spalle di Dario Franceschini, che è lì da prima che le sneakers bianche esistessero. Il risultato è moderno in facciata e solido nelle fondamenta, come certi palazzi romani. Quanto al federatore nuovo, ovvero la figura fresca e inedita attorno a cui ricostruire il campo largo dopo la vittoria al referendum “dei giovani”, il nome uscito ieri sui giornali con maggiore insistenza era quello di Rosy Bindi. Giovinezza, giovinezza. Appunto.

 

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Pesce, carne o fusion? Oltre Delmastro, i politici si sono dati in massa alla ristorazione

Al netto della questione “Bisteccheria d’Italia”, bellissimo nome e logo, peraltro, con una costoletta tra forchetta e coltello, e al netto delle questioni giudiziarie che il ristorantino sulla Tuscolana chez Delmastro si porterà o non si porterà dietro, va detto che il caso, appunto, bisteccheria, segna anche un cambio di paradigma non solo politico ma culinario. Un tempo la questione che turbava le coscienze era dove mangiassero i politici, e si sprecavano gli articoli soprattutto nella prima e seconda Repubblica, su quali locali ospitassero a pranzo e cena i leader dei diversi schieramenti. I socialisti per esempio andavano all’Augustea o alla Rosetta per il pesce, o da Fiammetta per la pizza; i democristiani da Fortunato al Pantheon. I renziani poi piluccavano ai rutilanti localetti intorno a Piazza di Pietra, i grillini si cibavano al mesto La Base in fondo a via Cavour, vicino all’hotel di Beppe Grillo. Molti invece non ci andavano proprio al ristorante, come Berlusconi, che preferiva invitare a casa, a palazzo Grazioli, col famoso cuoco Michele (che a un certo punto mise su una pizzeria). Oggi si sa che la destra ama Romolo al Porto ad Anzio, mitico indirizzo per il pesce (amato però anche dalla sinistra gourmet, vedi Gentiloni). Ma qualcosa a un certo punto è cambiato. I politici non volevano più solo andare al ristorante, volevano andare al loro ristorante. I politici si sono fatti osti. La cosa ha ovviamente un senso, perché come diceva Boris, la ristorazione è l’unica cosa seria in Italia; e dunque non c’è ministro, viceministro, deputato semplice, che non sia ormai foodie e che non abbia, o non abbia sognato, da sé o con i suoi congiunti, il suo locale di proprietà, a Roma e non solo. Partendo dalla ex pitonessa, Santanchè come è noto insieme al compagno Kunz (talvolta d’Asburgo) hanno rilevato El Camineto di Cortina, in quello che è in fondo un quartiere di Roma. Il locale, un tempo famoso per cibi semplici come gli spaghetti alle cipolle e oggi invece per quel nuovo tipo di ristorazione cafonal con musiche altissime, durante le Olimpiadi è diventato il quartierino vip delle autorità. Ma a parte Cortina, negli altri quartieri della capitale si concentra lo sforzo e lo sfarzo culinario di lotta e di governo.

All’Esquilino per esempio l’estrema destra legata a Casa Pound ha da anni investito nel settore con trattorie e locali, bistrot di cucina francese e napoletana, anche con tavolate celebrative della Marcia su Roma.

La sinistra risponde con lo “street food” dell’assessore ai grandi eventi Alessandro Onorato, lo Hugh Grant del comune di Roma, che a un certo punto è diventato socio di “Mercerie”, locale dalle parti di Largo Argentina, “format innovativo”, recitano i comunicati, un ex negozio di stoffe (così coerentemente si degustano “praline, bottoni e lasagnette”). Anche Lorenzo Marinone, giovane del Pd in consiglio comunale, dove è presidente della Commissione Bilancio, è proprietario di non uno ma ben due locali, a Roma Nord: Petra, vicino a San Pietro, per aperitivi in giardino, e Pizzeria Fleming nell’omonimo quartiere romanordissimo. La famiglia Verdini non si è fatta guardare dietro, e il fratello della attuale fidanzata di Matteo Salvini, Tommaso Verdini, si è impegnato in “Pastation”, catena di ristoranti specializzati in pasta fresca, con sedi anche a Firenze e Londra. Fuori porta c’è invece l’agriturismo della coppia Monica Cirinnà-Esterino Montino, si presume pet-friendly, con tutta la storia dei soldi nella cuccia. E a Monteverde il mitico faccendiere e direttore dell’Avanti Valter Lavitola aprì “Cefalù” specializzato in crudi. Al Pigneto sorge l’enoteca Brillo, gestita dai figli di Albino Ruberti detto “Rocky”, erede a sua volta del ministro dell’Università primissima repubblica. Così chiamato per i modi robusti con cui si rapporta agli avversari, già capo di gabinetto di Gualtieri, Rocky fu beccato a farsi una magnata di pesce in terrazzo durante il Covid, e oggi è “city manager” di Roma Capitale.

Difficile dire se nasce prima la politica o la ristorazione, difficile pure fare una distinzione tra destra e sinistra: un tempo si sarebbe detto che la bistecca è di destra, e la pasta di sinistra, ma il “fusion bar” e l’enoteca rinforzata dove li mettiamo? Forse, a voler essere a tutti i costi sociologi, si può dire che la destra investe su ristoranti classici, appunto pasta e bistecche, la sinistra più su enoteche e street food. Ma sono distinzioni che lasciano il tempo che trovano, del resto tutto crollò nel 2018 quando uno dei punti di riferimento fortissimi della sinistra, Gianfranco Vissani, annunciò che avrebbe votato Salvini. Comunque tutto questo impegno ristorativo da parte dei politici è abbastanza una novità. Forse dipende dal fatto che ormai l’unico settore trainante e sicuro è quello. Un tempo si raccomandava del resto ai figli di studiare giurisprudenza; e i politici venivano soprattutto dal mondo delle professioni legali (quanti avvocati). Oggi, con l’intelligenza artificiale, meglio fare gli osti. Oppure perché il politico è il nuovo calciatore: un lavoro dove dopo un po’ devi smettere. E infatti i calciatori sono dei classici ristoratori dalla vocazione adulta; e se lì la fine della professione è determinata dal decadimento muscolare o dall’infortunio, qui ci sono una serie di fattori più o meno imprevedibili, dimissioni, inchieste, ciclo della politica sempre più velocizzato. O semplicemente sfiga. In ogni caso, meglio avere una cucina pronta. Per esempio un tal Sergio Battelli, grillino, al dimezzamento dei parlamentari deciso dalla riforma di qualche anno fa, disse che avrebbe aperto un chiringuito a Barcellona. “Lo chiamerò Montecitorio beach”, disse, poi non se n’è saputo più niente. Invece, vicino a Tirana, un tizio aprì veramente una “Trattoria Meloni”, dopo le frequenti visite della nostra presidente in quel paese, nel 2024. E’ tappezzata di sue foto e ha ottime recensioni online. Poi succede anche l’inverso, ci sono ristoratori che si danno alla politica, come Paolo Trancassini, di Fratelli d’Italia, la cui famiglia gestisce la trattoria della Campana dietro via della Scrofa, secondo alcuni il più antico ristorante di Roma e pure del mondo, con 500 anni di storia; adesso Trancassini si è preso cura anche di migliorare la ristorazione delle mense parlamentari. E poi c’è Riccardo Zucconi, deputato Fdi da Camaiore, proprietario e gestore di lidi e ristoranti tra cui il Gran Caffè Margherita a Viareggio, uno dei papabili tra l’altro per il posto di Santanché al ministero del Turismo. Per concludere col dessert, a Milano a palazzo Lombardia si è insediata come assessora al Turismo la Santanchè bresciana, Debora Massari, figlia del leggendario pasticcere Iginio.

In questo affollamento di bisteccherie, baretti, pizzerie, fusion o non fusion, vedendo i coniugi Trevallion, giunti a Roma l’altro giorno, lui con l’abito della festa e lei col cesto di vimini, accolti dal presidente del Senato La Russa (i cui figli avevano un locale, il Parea Bistrot, ma a Milano) in una delle scene più surreali degli ultimi anni, qualcuno avrà pensato: perché non mettono su un bel ristorantino pure loro? Km zero, biologico, non devono pensare neanche a un marchio, “La famiglia nel bosco” va già benissimo così, vabbè.

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