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Se Meloni guarda ai droni, rischia di perdere di vista le minacce all’Italia

A pochi giorni dal Consiglio europeo del 18-19 giugno e del vertice Nato di inizio luglio, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha detto in Aula che in Ucraina il fronte non avanza perché «completamente circondato da droni» e che un carro armato da milioni di euro può essere distrutto da un drone che ne costa 20.000. Da qui l’idea che il dibattito sulla difesa non dovrebbe più riguardare solo quanto si spende, ma per cosa. L’osservazione, presa da sola, è corretta. L’uso che se ne fa, però, rischia di essere fuorviante.

Il dato sui droni è fondato. Tra il 2022 e il 2025 la produzione ucraina di droni FPV (con visuale in prima persona) è cresciuta di circa mille volte; l’obiettivo di Kyjiv per l’anno in corso è superarne gli otto milioni di pezzi. Una «dronizzazione senza militarizzazione», per usare la formula di Lesia Bidochko, con un prodotto interno lordo pari a un dodicesimo di quello russo e un bilancio della difesa quattro volte inferiore.

Ma quei droni risolvono un problema preciso: bloccare l’avanzata di un esercito di terra lungo un fronte stabile di oltre mille chilometri, in una guerra di logoramento dei mezzi corazzati. È la guerra che l’Ucraina è costretta a combattere. Non è, almeno per ora, la minaccia con cui l’Italia deve fare i conti.

Il problema dei droni che riguarda davvero l’Italia ha un’altra forma. Nell’autunno scorso sciami non identificati hanno chiuso l’aeroporto di Monaco, sorvolato basi militari in Belgio e diversi scali in Danimarca e Norvegia: episodi che i governi coinvolti hanno definito come operazioni di matrice professionale all’interno di una campagna ibrida. A fine maggio un drone Geran-2 attribuito alla Russia ha colpito un palazzo residenziale a Galați, in Romania – «alleato e membro dell’Unione europea», ha ricordato la stessa Meloni.

Sono due storie diverse. Nella prima il drone è un’arma d’attacco a basso costo che compensa l’inferiorità in mezzi corazzati. Nella seconda è uno strumento di ricognizione, intimidazione e sabotaggio che si muove sotto la soglia della guerra aperta, ovvero nella «zona grigia». Nel primo caso il problema è procurarsi droni d’attacco economici. Nel secondo è costruire una capacità di sorveglianza e neutralizzazione, lo «scudo anti-drone» che lo stesso governo indica come priorità nei fondi Safe. Sono capacità diverse, filiere industriali diverse: non si comprano con la stessa riga di bilancio.

C’è poi un secondo equivoco, più politico. Nello stesso discorso, Meloni ha annunciato che l’Italia arriverà al vertice Nato con una spesa per «difesa e sicurezza» al 2,8% del Pil, in crescita dello 0,71% «garantito soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio» – e qui c’è il tentativo di tenere assieme il tema della credibilità internazionale e le pressioni “da destra” di Roberto Vannacci. Il target Nato fissato all’Aia prevede il 5% entro il 2035, diviso in 3,5% di spesa militare in senso stretto e 1,5% di sicurezza allargata. Ma sui due strumenti che dovrebbero tradurre quelle percentuali in capacità – i 14,9 miliardi di prestiti Safe, ancora senza contratti ammissibili, e l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, la Nec, che scomputerebbe fino all’1,5% di Pil di spesa militare dai vincoli europei – il governo non ha deciso nulla, rinviando tutto a dopo l’uscita dell’Italia dalla procedura per disavanzi eccessivi. Si esibiscono le percentuali, si tace sulle leve che le renderebbero vere.

È su questo terreno – duro, costoso, poco fotogenico – che si gioca davvero la partita. Dire che «per cosa» conta più di «quanto» è di per sé un argomento legittimo: i target in percentuale di prodotto internazionale sono uno strumento grezzo, e diversi analisti lo ripetono da anni. Un altro elemento decisivo, per esempio, è l’interoperabilità. Ma se l’esempio scelto è un drone economico al posto di un carro armato costoso, la formula rischia di servire soprattutto a rendere indolore, agli occhi dell’opinione pubblica, una discussione che indolore non può essere.

Le lezioni utili che l’Ucraina offre all’Italia esistono, e non stanno sugli scaffali dei droni. Riguardano la capacità di un’industria della difesa di passare dal prototipo alla produzione di massa in mesi, non anni, attraverso reti di piccole imprese, non solo grandi gruppi. Riguardano il ritorno d’esperienza dei sistemi Samp/T italo-francesi, già impiegati a difesa dei cieli ucraini, utile per l’ammodernamento della difesa aerea nazionale. Riguardano, infine, la resilienza della società di fronte ad attacchi che non somigliano a un’invasione ma a un logoramento quotidiano – la stessa zona grigia in cui, non in Donbass, si gioca oggi la sicurezza dell’Italia.

Il vertice Nato è la sede giusta per la discussione che la presidente del Consiglio vuole aprire. Ma se la mappa resta quella del fronte ucraino, l’Italia rischia di prepararsi alla guerra sbagliata. O, peggio, di usare l’esempio sbagliato per non prepararsi affatto.

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La falsa promessa di Roberto Vannacci sulla remigrazione

Roberto Vannacci ha reso di moda la remigrazione. È un eufemismo per indicare con una sola parola due concetti: l’espulsione e il rimpiatrio di persone straniere senza alcun titolo per restare in Italia. Nel linguaggio politico della destra, promette qualcosa di più: allontanare il prima possibile il maggior numero di stranieri irregolari senza lungaggini burocratiche. Futuro Nazionale non ha ancora un programma scritto su questo punto, in realtà su qualsiasi punto, ma Vannacci ha già spiegato quale sarebbe, secondo lui, la strada da seguire. Nel talk show “Otto e mezzo”, condotto da Lilli Gruber, l’ex generale ha detto che bisogna fare tre cose. Primo, costruire molti più Centri di permanenza per i rimpatri, i Cpr. Secondo, implementare gli accordi che esistono con «quasi tutti i paesi» da cui provengono gli immigrati irregolari. Terzo, applicare le nuove regole Ue che, secondo Vannacci, permetterebbero di trasferire i migranti in un Paese terzo considerato sicuro e, da lì, rimpatriarli, togliendoli intanto dal territorio italiano.

Detta così, sembra facilissimo. E allora perché nel 2025 il governo Meloni ha rimpatriato appena 6.772 persone, pari a circa il due per cento dei 339 mila stranieri irregolari stimati dal trentunesimo Rapporto sulle migrazioni? Semplice, perché nessuna delle tre soluzioni indicate da Vannacci funziona da sola, né può essere accelerata solo per volontà politica.

Costruire indiscriminatamente nuovi Cpr non serve a molto: non sono carceri per migranti in attesa che la politica decida cosa farne. Sono luoghi in cui vengono trattenute le persone che hanno già ricevuto un provvedimento di espulsione mentre lo Stato prova a trasformare quel foglio in una partenza vera. Siccome il trattenimento incide sulla libertà personale non può durare indefinitamente: il limite massimo è di diciotto mesi.

Non basta l’espulsione per rimpatriare. Se il consolato del Paese di provenienza del migrante non riconosce quella persona come propria cittadina o si rifiuta di rilasciare un lasciapassare per il rientro, o anche solo limita il numero di riammissioni, l’espulsione rimane solo su carta. E questo vale per gli Stati con cui si ha un accordo, come il Pakistan. Figuriamoci con la Somalia con cui non esiste una intesa europea di riammissione e da dove proviene l’11,2 per cento delle persone sbarcate via mare in Italia quest’anno. Anche il Sudan, da cui proviene l’8,3 per cento, è in guerra dal 2023. Ogni rimpatrio forzato deve fare i conti con il divieto di mandare una persona dove rischia violenze o trattamenti inumani.

Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, entrato in applicazione ieri, non risolve il problema. L’Italia potrà accelerare l’esame delle richieste di asilo quando arrivano da cittadini di Paesi considerati in generale sicuri, ma dopo l’eventuale rigetto il problema resta lo stesso: per rimpatriare una persona serve uno Stato disposto a riprenderla e devono esserci le condizioni giuridiche e pratiche per farlo. Il trentuno per cento delle persone sbarcate nel 2026 viene dal Bangladesh, considerato dall’Unione europea un Paese di origine sicuro. Ma questo non significa che quelle domande possano essere respinte automaticamente. Un cittadino bengalese può sostenere che, nel suo caso specifico, il ritorno lo esporrebbe a un pericolo concreto. Va valutato caso per caso.

Il nuovo regolamento europeo sui rimpatri apre alla possibilità di creare i cosiddetti return hubs in Paesi fuori dall’Unione europea, ma anche qui serve un accordo con il Paese che li ospita. E quello Stato deve rispettare il divieto di rimandare una persona in un luogo dove rischia persecuzioni o trattamenti inumani. Il governo Meloni ha già stretto un accordo con l’Albania per realizzare i centri a Shëngjin e Gjadër. Un’operazione che costerà circa 653 milioni di euro fino al 2028 per gestire fino a tremila persone al mese, cioè trentaseimila l’anno, se il sistema funzionasse a pieno regime. A questo ritmo teorico ci vorrebbero quasi dieci anni per trattare un numero di persone pari agli irregolari attualmente stimati in Italia, senza considerare nuovi ingressi e irregolarità.

Vannacci propone di implementare il sistema, ma ogni nuovo centro fuori dall’Italia richiederebbe una copertura finanziaria pesante per le casse dello Stato a cui si aggiunge la spesa media per ciascun rimpatrio: 3.637,87 euro a persona, secondo il ministero dell’Interno. Il prezzo può salire o scendere a seconda del Paese di destinazione, dei documenti da ottenere, del volo e dell’eventuale scorta.

Serve anche un Paese terzo disposto ad assumersi un costo diplomatico alto perché i return hubs sono equiparati ai Cpr. Tradotto: le persone trasferite restano soggette alla legge italiana. I limiti di permanenza sono quelli previsti dall’ordinamento del nostro paese e le autorità italiane continuano a essere responsabili della procedura. L’Albania ha accettato perché ha un rapporto particolare con l’Italia e perché punta a entrare nell’Unione europea. Non è detto che altri governi accettino lo stesso.

Vannacci poi fa anche confusione su chi si dovrebbe rimpatriare. L’ex generale intende «coloro che non hanno motivo e diritto di rimanere sono l’ottanta per cento delle persone che andrebbero remigrate», senza spiegare da dove ha preso il dato e da chi sarebbe composto il rimanente venti per cento. Non tutti gli stranieri irregolari sono nella stessa condizione, e non tutte le persone arrivate senza un ingresso regolare possono essere rimpatriate subito. C’è chi può ottenere una forma di protezione, chi è minore, chi ha legami familiari tutelati. 

Insomma, parlare di remigrazione è facilissimo all’opposizione senza aver mai ricoperto incarichi di governo. Ma Vannacci dovrebbe spiegare tecnicamente con quali strumenti pensa di obbligare i Paesi d’origine a riprendersi sistematicamente i propri cittadini. Non basterà prendersela con Forza Italia per il voto sugli emendamenti più duri al Sistema di preferenze tariffarie generalizzate, lo strumento con cui l’Unione europea concede dazi ridotti o nulli ai Paesi in via di sviluppo. Sospendere alcune preferenze commerciali ai Paesi che non collaborano in modo persistente sui rimpatri dei migranti irregolari non equivale a chiudere un rubinetto. Prima della sospensione sono previste verifiche, una procedura più lunga e almeno dodici mesi di confronto con il Paese interessato. Per gli Stati meno sviluppati è previsto anche un periodo di due anni prima che questa condizionalità possa applicarsi. 

Nel 2022 la campagna elettorale del centrodestra aveva prodotto le stesse aspettative. Dopo quasi quattro anni di governo, la realtà si è rivelata più complicata. Mentre prometteva più rimpatri, il governo Meloni ha autorizzato anche migliaia di ingressi regolari per lavoro: centotrentaseimila quote nel 2023, centocinquantunomila nel 2024 e centosessantacinquemila nel 2025. Per il 2026 le quote sono 164.850. Non sono persone già entrate e assunte. Per diventare ingressi reali devono passare da contratti che restano validi fino alla fine della procedura. Nel 2024, secondo Istat, i nuovi permessi per lavoro sono stati 40.451, pari al 13,9 per cento del totale dei nuovi permessi rilasciati nell’anno. La distanza tra quote autorizzate e permessi effettivi è un problema cruciale. Le imprese chiedono lavoratori, il governo apre canali legali, ma il percorso resta lento. In quello spazio entrano intermediari, pratiche opache, contratti che saltano e promesse di lavoro mai rispettate. Così anche persone entrate o chiamate attraverso canali regolari possono finire nell’irregolarità.

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Il plebiscito finanziario di SpaceX eleva Musk a padrone assoluto del potere globale

I numeri ufficiali del debutto non lasciano spazio a interpretazioni: SpaceX si presenta sul Nasdaq con una valutazione di 1.770 miliardi di dollari e un prezzo fisso di centotrentacinque dollari per azione. A fronte di settantacinque miliardi di dollari di azioni offerte, il mercato ha risposto con una domanda record di duecentocinquanta miliardi, blindata da un singolo ordine istituzionale di cinque miliardi calato da BlackRock. Più che un’Ipo, un plebiscito finanziario, in attesa dei dati del primo scambio che saranno da valutare nei giorni successivi. Una valutazione da capogiro, che potrebbe essere l’ennesimo capitolo dell’esuberanza irrazionale dei mercati, o la strutturazione di un monopolio tecnologico difficile da scalfire.

SpaceX sdogana la Space Economy non perché rende lo spazio pop, ma perché l’ingresso del grande capitale istituzionale lo trasforma, a tutti gli effetti, in un asset industriale maturo. Chi ha comprato oggi queste azioni non sta scommettendo solo su Marte; sta comprando le autostrade invisibili del ventunesimo secolo.

L’approdo sul mercato di SpaceX apre a dubbi che verranno sciolti solo dal tempo. Il rischio della bolla speculativa è alto, e attestato proprio nel venerdì mattina del lancio dagli analisti di Morningstar, che hanno pubblicato un report tanto lucido quanto spietato: secondo i fondamentali attuali, il valore reale delle azioni SpaceX si attesterebbe intorno ai sessantatré dollari. Non un centesimo di più.

C’è un abisso del centoquattordici per cento rispetto al prezzo fisso di centotrentacinque dollari imposto da Elon Musk, che ha invertito brutalmente le regole del gioco azionario: un diktat del tipo prendere o lasciare, senza la classica contrattazione con i mercati. Una forzatura che ha spinto persino Michael Burry, il celebre investitore di “The Big Short”, a commentare in modo lapidario che non esiste nulla, nei bilanci attuali dell’azienda, in grado di giustificare una simile capitalizzazione.

A far storcere il naso è anche il sospetto che per blindare una valutazione così iperbolica, SpaceX abbia infilato nel pacchetto l’immancabile parola magica del momento: non solo razzi e la rete Starlink, ma anche la narrazione legata all’intelligenza artificiale tramite xAI e la promessa visionaria di futuribili «data center orbitali». Questa è in parte pura illusione: sappiamo bene che oggi l’intelligenza artificiale xAI dipende dall’infrastruttura di dati e dai server di SpaceX/Starlink. Quindi questo è solo il classico trucco contabile per gonfiare il prezzo raschiando il barile del hype tecnologico?

La realtà è anche un’altra, ed è quella brutale della geopolitica infrastrutturale, quella che ignora la sproporzione dei moltiplicatori di bilancio per guardare ai rapporti di forza globali. Il segnale definitivo è arrivato quando i terminali hanno registrato un singolo monumentale ordine da cinque miliardi di dollari, calato sul tavolo da un gigante come BlackRock, che punta probabilmente al too strategic to fail. Ed è qui che la tesi della speculazione traballa, sotto il peso dei fatti.

Il più grande gestore di fondi al mondo non investe cifre simili per inseguire una suggestione passeggera. Sì, i numeri e i multipli folli ci sono tutti, ma BlackRock non sta comprando i profitti di quest’anno, né sta scommettendo ingenuamente su una romantica colonizzazione di Marte. Sta comprando, a prezzo di saldo per il lungo periodo, il monopolio assoluto sulle autostrade invisibili del secolo. Sta comprando il controllo della rete sovrana che guiderà la difesa, la connettività e la logistica globale dei prossimi trent’anni.

Dietro i grafici azionari e i fumi dei motori Raptor si nasconde una realtà politica monumentale: l’Ipo non serve a finanziare una startup, ma a istituzionalizzare un monopolio infrastrutturale che ha già ingabbiato l’apparato militare e scientifico dell’Occidente. L’effetto schiacciasassi di SpaceX non si misura nei listini del Nasdaq, ma in tonnellate di carico utile portate in orbita e nella totale, spaventosa dipendenza degli Stati Uniti da un unico fornitore privato.

Nel giro di un decennio, Musk ha scardinato il vecchio e pigro oligopolio della difesa  (giganti come Lockheed Martin, Boeing e la controparte europea ArianeGroup) riducendo i costi di lancio di un fattore di dieci grazie alla riutilizzabilità del Falcon 9 e alla progressione di Starship. Oggi il mercato dei lanci occidentali non è libero: è un monologo. Se nei primi mesi del 2026 SpaceX ha effettuato più lanci di tutti gli Stati e i concorrenti del mondo messi insieme, significa che l’accesso allo spazio ha un solo guardiano del casello.

Questo non è un business ciclico legato agli umori del mercato, è una utility pubblica globale e insostituibile, blindata dalla sicurezza dello Stato. I contratti miliardari con la Nasa per il programma Artemis sono solo la punta dell’iceberg. Il vero legame di sangue è con il Pentagono. Proprio nelle scorse settimane, la U.S. Space Force ha calato sul piatto di SpaceX un maxi-finanziamento da 6,45 miliardi di dollari legato all’iniziativa di difesa missilistica “Golden Dome”. Di questi, ben 2,29 miliardi serviranno a finanziare la Space Data Network Backbone, un’infrastruttura di comunicazione militare ultra-sicura interamente basata su Starshield, la versione militarizzata e classificata di Starlink.

Da questa prospettiva, SpaceX è diventata a tutti gli effetti un’estensione dell’apparato di sicurezza nazionale americano. I satelliti Starshield forniranno al governo statunitense una sorveglianza continua globale e una resilienza agli attacchi cyber e cinetici mai vista prima, integrando persino i sistemi di puntamento dei caccia e dei missili. La geopolitica moderna si trova davanti a un paradosso inedito nella storia: se domani SpaceX decidesse di fermarsi, la proiezione di potenza militare e l’intelligence degli Stati Uniti nello spazio si congelerebbero all’istante. BlackRock e i grandi fondi non stanno comprando un’azienda; stanno comprando le quote dell’unica infrastruttura privata da cui dipende la sovranità dell’Occidente.

Abbiamo già visto questa verità in azione nel mondo reale: quando Musk ha deciso unilateralmente di negare la copertura di Starlink vicino alle coste della Crimea per impedire un attacco di droni marini ucraini contro la flotta russa, nei fatti ha esercitato un potere che storicamente appartiene solo ai capi di Stato. Un singolo cittadino privato ha cambiato il corso di un’operazione militare di una nazione sovrana appoggiata dall’Occidente.

Starlink non è un servizio commerciale prestato alla causa, è la spina dorsale tattica che ha garantito comunicazioni resilienti sotto i bombardamenti a tappeto e la guerra elettronica russa, coordinando droni, intelligence e artiglieria in tempo reale. Senza quella costellazione, la resistenza di Kyjiv avrebbe subito un blackout informativo fatale nei primi mesi dell’invasione.

La lezione di questi ultimi anni è cristallina: chi controlla la costellazione satellitare più densa del pianeta controlla il flusso di informazioni nei teatri di crisi globali. Nasce così la “Dottrina Starlink”, un nuovo paradigma geopolitico che stabilisce che la sovranità di una nazione non si difende più soltanto lungo i confini geopolitici di terra, di mare o dello spazio aereo tradizionale. La vera linea di difesa si è spostata più in alto: si gioca sulla capacità di accedere, presidiare e dominare l’orbita bassa terrestre.

È questa la risposta definitiva a chi questa mattina guardava solo i grafici di Morningstar o i tweet nostalgici sui crolli del passato, parlando di «circo». L’Ipo di SpaceX non fotografa la nascita di una nuova bolla azionaria, ma la nascita di una nuova era. Quella in cui la finanza istituzionale si adegua alla realpolitik del ventunesimo secolo, finanziando il padrone assoluto della nuova mappa del potere globale.

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Il gelato cerca il futuro e trova il burro

Estate, tempo di coni e coppette, che in questo periodo dell’anno entrano nella loro fase più “calda”. E in questo momento storico il gelato italiano gode di ottima salute: nel 2025 la filiera nazionale ha raggiunto un valore stimato di 4,9 miliardi di euro, mentre il solo comparto artigianale ha superato i 3,1 miliardi, confermandosi uno dei segmenti più dinamici della ristorazione italiana. A sostenere la crescita contribuiscono il turismo, l’export e una domanda sempre più orientata verso prodotti di qualità. 

La crescita, però, ha un prezzo: negli ultimi anni il gelato artigianale ha registrato rincari significativi, legati all’aumento del costo delle materie prime, dell’energia e della logistica. Nelle principali città italiane il prezzo al chilo ha ormai superato stabilmente i 20 euro, con punte ben più elevate nelle località turistiche. Al Sigep World 2026 di Rimini è emerso con chiarezza che il cambiamento più importante riguarda il modo stesso di concepire il prodotto. La prima trasformazione è la fine della stagionalità: sempre più gelaterie lavorano per rendere il gelato un alimento da consumo annuale, sganciandolo dall’associazione esclusiva con l’estate e costruendo occasioni di consumo che attraversano tutte le stagioni. Un processo in realtà avviato da anni, ma che oggi appare definitivamente consolidato. 

La seconda tendenza riguarda l’esplorazione di nuovi immaginari gustativi. Al Sigep hanno attirato l’attenzione i gelati ispirati ai cocktail e ai liquori, come le proposte al Guinness e al Cointreau, insieme a gusti che guardano all’India, come il kulfi, e all’ormai onnipresente fenomeno Dubai chocolate, con pistacchio e pasta kataifi. Parallelamente cresce l’attenzione per le formulazioni vegetali: le basi plant-based non rappresentano più un’alternativa marginale destinata a chi segue diete specifiche, ma entrano stabilmente nell’offerta delle gelaterie. La logica è quella che in altri settori della pasticceria viene definita “wellness indulgente”: alleggerire il prodotto senza impoverire l’esperienza sensoriale.

Ma la vera novità sembra essere un’altra: il gelato non è più un semplice gusto, diventa una composizione, con variegature, inclusioni croccanti, contrasti di consistenza e stratificazioni che assumono un ruolo progettuale sempre più importante. Non si sceglie più soltanto un sapore, ma un’esperienza costruita attraverso texture, temperature e componenti differenti. Anche il dialogo con la ristorazione si fa più stretto e crescono i gelati gastronomici, gli abbinamenti con piatti salati e le proposte che escono dalla tradizionale coppetta per entrare nei menu degustazione e nelle carte dei dessert.

E mentre l’artigianato italiano lavora sulla complessità, dall’altra parte dell’Atlantico è esploso un fenomeno che sembra andare nella direzione opposta. Il pasticciere francese Dominique Ansel ha introdotto nel suo locale newyorkese Papa d’Amour un soft serve alla vaniglia immerso nel burro francese salato di Normandia. L’idea nasce da una visita agli allevamenti che forniscono il burro utilizzato per la sua viennoiserie. A contatto con il gelato freddo, il burro caldo si solidifica formando una sottile crosta dorata che si rompe al morso. Una spolverata di fleur de sel completa l’effetto, rendendo da subito questa nuova follia americana perfettamente instagrammabile. E l’operazione, che avrebbe dovuto essere temporanea, è invece diventata virale. Video, recensioni e assaggi hanno trasformato il butter-dipped ice cream in uno degli oggetti gastronomici più fotografati degli ultimi mesi. Il fenomeno è stato amplificato da TikTok e Instagram e successivamente adottato anche da catene come Stew Leonard’s, il cui proprietario ha contribuito alla diffusione del trend con un video diventato virale. 

Dietro l’apparente eccentricità c’è però un racconto più ampio: nel 2025 il burro è diventato negli Stati Uniti un simbolo di piacere accessibile, quasi un piccolo lusso quotidiano. In un contesto di forte pressione inflazionistica sui consumi alimentari, il grasso lattiero-caseario è stato riscoperto come ingrediente identitario, rassicurante e profondamente indulgente. Il gelato immerso nel burro rappresenta la sintesi estrema di questa tendenza: è semplice da replicare, immediatamente comprensibile e altamente spettacolare. Tutto il contrario delle sofisticate architetture sensoriali che oggi occupano le vetrine delle gelaterie italiane.

Per ora il fenomeno non sembra avere attecchito nel nostro Paese. Ma come accade spesso alle mode gastronomiche contemporanee, il suo valore non sta tanto nel prodotto in sé quanto nella discussione che genera. In un momento in cui il gelato cerca di raccontarsi attraverso sostenibilità, ricerca e progettazione, il successo di un cono immerso nel burro ricorda che il piacere continua a essere una forza potentissima, anche quando assume forme che sembrano una provocazione.

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Cesare Cremonini, il gigantismo dei concerti e l’overtourism delle canzonette

La prima volta che l’ho incontrato, Cesare Cremonini era un ventiduenne che non ti guardava in faccia mentre gli parlavi. Eravamo nel camerino d’un palazzetto romano, la sua prima tournée da solista. È passato tanto di quel tempo che l’americanizzazione dell’occidente non era ancora completata: non chiamavamo i concerti “tour”.

Non so come avessi convinto ioDonna a farmelo intervistare, giacché dalla sua carriera solista non si aspettava niente nessuno. Adesso, Cesare parla di quel periodo di bassa marea con la compiaciuta autoironia di chi prima e dopo ha avuto solo grandi successi.

In quel disco lì, il primo che fece da solo, c’era una canzone intitolata “Padremadre”, in cui – con quel genere d’incantesimo riservato solo alle canzonette – un ventiduenne riusciva a mettere a fuoco una caratteristica comune di chiunque abbia un’enorme vocazione per qualcosa, una vocazione di fronte alla quale gli affetti non possono che finire in secondo piano e bisogna farsene una ragione perché alternativa non c’è: «Ma se una canzone che stia al posto mio non c’è, eccola qua: è come se foste con me».

L’unica differenza, tra Cesare e chi con quella roba lì ha fatto pace da adulto, è che per gli adulti gli affetti trascurati sono mariti, mogli, figli, vecchi amici. Per Cesare, che aveva ventidue piccolissimi anni, le canzoni erano quella cosa che ti fa smaniare per fuggire da mamma e papà. (Un limite della giovinezza è che non conosci le vite degli altri: hai avuto ventidue anni solo da popstar, e non sai che a quell’età mal soffrono i genitori anche quelli che sono fuoricorso all’università o che schiumano cappuccini).

Una settimana fa a Roma, come immagino stasera a Imola, “Padremadre” apriva il concerto. Un’ora dopo, Cesare parlava di sua madre, inquadrata sorridente in platea, alle decine di migliaia di persone che non sarebbero potute stare in quel palazzetto del 2003. Un giorno dopo, pubblicava una foto di quella che chiama «la Carla» su Instagram.

Anche le popstar, in un punto imprecisato tra i venticinque e i cinquant’anni, prendono atto di quel che vale per gli scrittori e per i cineasti e forse persino per quelli con lavori veri: i tuoi genitori smettono d’essere un problema per la tua vita perché assai più rilevante diventa il loro ruolo di opportunità per la tua opera.

“Padremadre”, che adesso è il manifesto che apre il concerto, fu il terzo singolo di “Bagus”, l’album del cui insuccesso il Cesare adulto ride con voluttà. «Singolo» è il nome tecnico della canzone con cui, nel mondo di prima, facevi il 45 giri. La canzone che davi da suonare alle radio, parlandone da vive.

I dischi duravano anni, perché li compravamo sacrificando la paghetta e non avevamo a disposizione decine di migliaia di nuove canzoni ogni giorno per il prezzo d’uno spritz al mese: avevamo un numero limitato di dischi e quelli ascoltavamo. La discussione che faccio più spesso con gente che fa musica è: le canzoni di prima sono così memorabili perché le abbiamo ascoltate allo sfinimento, o perché erano più belle di quelle di adesso? Nessuno ha la risposta.

Chiunque fosse vivo nel 1984 si ricorda il video di “Thriller”, quello con gli zombi, quello diretto da John Landis, quello che uscì quando “Thriller” la canzone fu lanciata come singolo di “Thriller” l’album. Album che a quel punto era uscito da più di un anno: “Thriller” era il settimo singolo di “Thriller”.

Il secondo, un anno prima, era stato una certa “Billie Jean”, magari ve la ricordate. Adesso, se hai due canzoni forti, una la tieni fuori dall’album, perché Spotify il secondo singolo non se lo fila, te lo butta via, non te lo promuove, non te lo valorizza.

Se hai una seconda canzone forte, per vincere l’audace lotta contro l’algoritmo, devi farlo riuscire fingendo sia un pezzo nuovo, con un nuovo arrangiamento un nuovo duetto un qualsivoglia feticcio di novità. Oppure, come ha fatto l’anno scorso Lorenzo Jovanotti con “Occhi a cuore”, lo tieni fuori dall’album e a un certo punto lo pubblichi da solo: se gli album sono morti, perché rispettarne le liturgie.

Una discussione che ho fatto tantissimo in questi mesi riguarda De André al primo maggio del 1992: chi è il De André di oggi? Chi è il cinquantaequalcosenne sulla piazza da trent’anni di cui tutti sanno le canzoni perché le hanno ereditate dai genitori ma anche perché se ne sono appropriate, chi è il venerato maestro che ha sì le posizioni politiche giuste ma anche le canzonette moschicide? Non c’è, su questo siamo tutti d’accordo: ma perché non c’è? Perché nessuno ha la gravitas ma anche i ritornelli?

È perché i soldi non si fanno più coi dischi ma col merchandising e quindi pazienza se non fai belle canzoni, l’importante è che tu metta fuori un album ogni sei mesi in modo da poter vendere a quelli cui piaci molto (sto cercando di evitare parole orrende come «fan base» o «community») le nuove magliette e i nuovi adesivi?

È perché abbiamo – noi pubblico – troppi soldi e ogni sei mesi ci servono nuovi adesivi e se tu, pollo, rifiuti il tuo ruolo nella batteria, e decidi di fare un disco ogni due anni, io nel frattempo divento cliente d’un altro pollo da batteria delle cui canzoni ho iniziato a comprare i portachiavi e i cappellini?

È che, come avevano messo a fuoco gli Skiantos quasi cinquant’anni fa, il pubblico è di merda? È che il pubblico vuol essere star e quindi mette anche lui la sua canzone su Spotify e in un rumore di fondo così pervasivo non riuscirebbe a farsi notare neanche Frank Sinatra?

La settimana scorsa Cremonini ha detto ai giornalisti che non ne può più del gigantismo dei concerti e che al prossimo giro vuole fare i teatri o giù di lì. L’ha detto mentre si accingeva a fare un concerto col budget di un piccolo stato europeo, con delle torri gigantesche con gli schermi, guardando le quali era impossibile non chiedersi se lui e Tiziano Ferro non siano gli ultimi a poter sfanculare il gigantismo in batteria.

Gli ultimi che vengono dal mondo di prima, che hanno fatto le canzoni quando si ascoltavano le canzoni, e che quindi hanno in repertorio le canzoni che conosciamo. Gli ultimi a poter provare a risanare un sistema delirante in cui, quando si parla dei concerti, si parla di quali bandiere sono o non sono state sventolate, di quali pistolotti sono o non sono stati pronunciati sul palco, e dei numeri. Più di Elodie! Meno di Ultimo! Si contano gli spettatori con la smania con cui si contavano i naufraghi del Titanic.

I numeri hanno smesso d’essere un’opportunità e sono diventati un problema. Se non vivessimo in un secolo di mitomani che dichiarano sindrome dell’impostore ma sono intimamente convinti d’essere geni incompresi, su Spotify non uscirebbero decine di canzoni nuove ogni minuto, e senza questo overtourism delle canzonette riusciremmo anche a individuare qualcosa che valga la pena sentire.

Sogno che qualcuno faccia la rivoluzione, elimini i visual, quelle puttanate sui maxischermi che servono solo a far instagrammare il concerto, abolisca i comunicati in cui i numeri di spettatori sembrano i «cento! cento! cento!» di “Ok, il prezzo è giusto!”, e alla conferenza stampa della prossima tournée dica: «La notizia è che facciamo le canzoni famose: se vi piacciono, venite a sentirle».

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La pedagogia dell’ascolto e la protesta nonviolenta di Danilo Dolci

C’è un’Italia dimenticata che ha anticipato le grandi lotte per i diritti civili, una storia che non si impara sui libri di scuola. Dal 16 al 28 giugno 2026, la Sala Blu del Teatro Franco Parenti di Milano ospiterà lo spettacolo Danilo Dolci – La domanda che non si spegne.

Scritto e interpretato da Fausto Cabra, affiancato sulla scena dalla musicista e attrice Mimosa Campironi – autrice delle musiche originali –, lo spettacolo intreccia poesia, biografia, musica e partecipazione. Con la consulenza artistica di Lorenzo Vitalone, questa produzione firmata Franco Parenti si propone di sottrarre alla polvere della memoria una delle figure più radicali, scomode e luminose del Novecento.

Nato a Sesana – oggi in Slovenia – nel 1924, Danilo Dolci era un giovane sociologo, educatore, attivista, e poeta. Nel 1952 compie una scelta radicale: abbandona il Nord e la prospettiva di una carriera sicura per trasferirsi a Trappeto, un piccolo borgo di pescatori e contadini nella Sicilia occidentale, uno dei luoghi più poveri d’Italia.

Lì, Dolci scopre una realtà fatta di fame, analfabetismo e oppressione mafiosa. In quei territori non si limita a fare la carità; ma decide di “stare nel conflitto”. Diventa un educatore, un sociologo sul campo, un instancabile organizzatore di relazioni umane. È lui a inventare forme di protesta inedite. Nel 1956, organizza il celebre “sciopero alla rovescia”: insieme a centinaia di disoccupati comincia a riparare una strada comunale abbandonata. Venne arrestato, scatenando l’indignazione di intellettuali come Piero Calamandrei, Norberto Bobbio e Carlo Levi.

Dolci capisce che la povertà è strutturale, legata al controllo mafioso delle risorse. La sua lotta per la costruzione della diga sul fiume Jato è una battaglia epica per sottrarre l’acqua al monopolio dei boss mafiosi e restituirla ai contadini. Candidato più volte al Premio Nobel per la Pace, vincitore del Premio Lenin (i cui soldi investì interamente nel Centro Studi di Partinico), Dolci si spegne nel 1997, lasciando un’eredità metodologica basata sulla nonviolenza e sulla maieutica reciproca, cioè l’idea che la verità e le soluzioni non calino dall’alto, ma vadano costruite dal basso attraverso il dialogo.

Lo spettacolo di Fausto Cabra rifiuta la trappola della commemorazione retorica. Nei suoi 90 minuti di durata, il testo attinge direttamente ai materiali delle inchieste di Dolci, alle sue poesie e ai verbali dell’epoca, restituendo la cifra di un uomo che scelse la povertà come realtà da trasformare.

Le musiche dal vivo di Mimosa Campironi sono fondamentali per l’impianto drammaturgico dello spettacolo: sostengono la parola di Cabra, a volte la mettono in crisi, rompendo il ritmo e aprendo spazi di silenzio e risonanza emotiva. Il vero fulcro della messa in scena è però il microfono aperto, attraverso cui lo spettacolo si trasforma in un’esperienza condivisa in cui il pubblico è invitato a prendere la parola. Un’applicazione teatrale del pensiero dello stesso Dolci.

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L’anatomia di una diaspora vissuta tra i silenzi di una casa sul mare

Louisa e suo padre stanno percorrendo il frangiflutti, e ogni cauto passo che compiono sui blocchi di granito li allontana sempre più dalla riva. Sua madre non è nemmeno in spiaggia, dove potrebbe stare seduta sorridente sulla sabbia. Sua madre è chiusa nella casetta in affitto quasi affacciata sul mare, molto probabilmente a letto. Per tutta l’estate Louisa ha giocato da sola tra le onde perché sua madre non sta bene e suo padre indossa invariabilmente un completo. 

Stasera però ha acconsentito ad accompagnarla sul frangiflutti, dopo che lei glielo ha chiesto ogni giorno dal loro arrivo. A volte gli spruzzi delle onde arrivano fino ai blocchi, perciò si è arrotolato con cura i risvolti dei calzoni. Ai piedi porta ancora le scarpe rigide e lucidate. In una mano stringe una torcia elettrica non necessaria, nell’altra quella di Louisa in modo altrettanto superfluo. Lei lo tollera per pura gentilezza. «Una cosa a tua madre devo riconoscerla, ed è che ti ha insegnato a nuotare. Saper nuotare è importante per la propria sicurezza. 

Quando ti dava lezioni, però, pensavo che fosse troppo pericoloso. Sono stato molto ingiusto.» «Odio nuotare.» Entrambi sanno che è vero il contrario. Forse suo padre riconosce in quel commento, almeno in parte, una dichiarazione di lealtà nei suoi confronti, ma soprattutto lo vede per quel che è: l’affermazione di una bambina di dieci anni istintivamente polemica. Al largo, molto oltre il punto in cui il frangiflutti incontra una sottile striscia di sabbia, il tramonto ha perduto tutto il suo calore e si è ridotto a un pallore all’orizzonte. Presto dovranno tornare. «Io non ho mai imparato a nuotare» rivela suo padre. «Non ti credo» lo schernisce lei. Tutti sanno nuotare. Anche se è vero che lui fa una questione ogni volta che lei vuole entrare in acqua o anche solo avvicinarsi. 

«È vero. Sono cresciuto in povertà. Non avevamo piscine.» «La piscina è disgustosa. Odio andarci.» «Un giorno sarai grata a tua madre. Ma io voglio che lo dimostri adesso.» Queste sono le ultime parole che le rivolge. (Oppure sono le ultime parole che ricorda? Le disse qualcos’altro? Non c’è nessuno a cui chiederlo.) Distesa a letto, Louisa fissava il buio. Il soffitto si rivelava in una striscia sottile di luce, prima netta come una lama e poi sempre più sfocata, che lo attraversava a partire dalla soglia. La porta era appena socchiusa, perché Louisa aveva paura del buio. Non era sempre stato così. Ogni sera sua madre usciva dalla stanza con lentezza esasperante, sbattendo maldestramente con le ruote della carrozzella contro lo stipite, al punto che Louisa provava l’impulso di gridarle dietro. Quando era finalmente in corridoio, esitava con una mano sulla maniglia della porta semiaperta. «Chiudila del tutto, per favore» le diceva Louisa in un tono asciutto da adulta. La prima volta che lo aveva detto, era stato perché non avrebbe sopportato un altro secondo di vedere sua madre che sbirciava dalla fessura. Da allora lo ripeteva ogni sera con lo stesso tono, perché si era accorta che pur non essendo una brutta cosa da dire era appagante nella sua cattiveria. Sua madre tradiva un’altra breve esitazione, che a Louisa non dava fastidio poiché mostrava che ci era rimasta male. 

A quanto pare le sarebbe piaciuto che Louisa le chiedesse di leggerle qualcosa, o di darle il bacio della buonanotte come se avesse ancora cinque anni. Era un desiderio inespresso ma palese. Un simile, manifesto bisogno di affetto gliela rendeva ancora più repellente. Poi la porta si chiudeva con un sonoro scatto della serratura, quel genere di pesante porta americana di cui Louisa si era quasi dimenticata nell’anno che aveva vissuto altrove. Una porta fatta per essere chiusa. Louisa restava coricata al buio, seguendo con la mente spietata il percorso della sedia a rotelle di sua madre in corridoio e immaginando botole nascoste che si aprivano a inghiottirla. 

Nel frattempo il buio le strisciava sul petto come un serpente, distribuendo ordinatamente il proprio peso sulle spire che si accumulavano sopra di lei all’infinito e che avrebbero potuto seppellirla e schiacciarla se lei non fosse saltata giù dal letto appena in tempo e, con estrema perizia, non avesse riaperto la porta. Louisa era bravissima a ruotare la maniglia. Non era maldestra come sua madre o distratta come sua zia. La serratura non emetteva alcun suono e la luce tornava, sgominando il buio. E Louisa tornava a letto, lo sguardo fisso sulla striscia. 

Quella sera dal corridoio arrivavano anche delle voci. Non distingueva le parole, ma sapeva che parlavano di lei. Quella mattina, invece di presentarsi puntuale in classe, Louisa era stata accompagnata dalla zia in un palazzo del centro per essere visitata da uno psicologo infantile. Nessuno aveva usato quelle parole, “psicologo infantile”. Lo avevano chiamato un colloquio sul suo livello scolastico, e quanto meno all’inizio lei ci aveva creduto. Louisa era a metà della quarta elementare quando lei e i suoi genitori avevano lasciato gli Stati Uniti per trasferirsi in Giappone, e durante l’anno in Giappone aveva finito la quarta americana, svolgendo tutte le verifiche e gli esercizi e leggendo tutti i testi che aveva portato con sé, e anche quella giapponese: aveva fatto la quarta elementare due volte, in due paesi diversi, ma adesso doveva ripeterla di nuovo, manco fosse stata bocciata. 

Il luogo dell’appuntamento era un palazzo di mattoni a cui si accedeva salendo una mezza rampa di scale, e mentre lo facevano sua zia aveva detto: «È per questo che tua mamma non è potuta venire, per colpa di queste scale. Ho chiamato per chiedere se c’erano scale per accedere, e mi hanno risposto di sì. La tua povera mamma». «Non ha niente» aveva borbottato Louisa. «Cosa, tesoro?» Non aveva aggiunto altro. «Non ti ho sentita, tesoro.» Adesso Louisa poteva fingere di essere lei a non aver sentito. Funzionava. Nessuno ascoltava mai con attenzione; anche le persone che più di tutte sostenevano di ascoltare, in realtà non ascoltavano.

Flashlight, Cover

Tratto da “Flashlight. Una torcia nella notte”, di Susan Choi, Mondadori, 2026, 24€, 540 pagine

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Il precariato giovanile, e l’inarrestabile fuga di cervelli

In questi giorni il Partito democratico ha lanciato una proposta per riconoscere un bonus mensile di duecento euro netti in busta paga a tutti i lavoratori under-35 assunti con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato con una retribuzione annua lorda inferiore a quarantacinquemila euro. L’obiettivo dichiarato è contrastare la fuga dei giovani all’estero, rafforzare il potere d’acquisto delle nuove generazioni e incentivare le assunzioni stabili.

L’intenzione è apprezzabile. Ma il perimetro dell’intervento rivela una contraddizione di fondo difficile da ignorare. Il mercato del lavoro giovanile è caratterizzato da una diffusa precarietà strutturale: contratti a termine, collaborazioni coordinate e continuative e false partite Iva la fanno da padrone. In questo scenario, i tanti giovani assunti a tempo determinato non avrebbero diritto al bonus. Stessa sorte per chi lavora in somministrazione o per i piccoli freelance. Paradossalmente, quindi, le categorie più esposte all’instabilità economica sarebbero escluse dall’intervento.

Per quanto riguarda le imprese, questo genere di interventi non genera degli incentivi forti per comportarsi in maniera virtuosa. I datori di lavoro che assumono giovani in maniera stabile continueranno a farlo beneficiando dell’agevolazione pubblica mentre le aziende che ricorrono a contratti precari non modificheranno le proprie policy in risposta a un sussidio che graverebbe (almeno in parte) sulla fiscalità generale.

Il tema della retention dei talenti va affrontato con urgenza. Per gestire la fuga dei giovani, però, bisogna guardare in faccia alla precarietà per progettare uno strumento più equo. È necessario accompagnare gli incentivi all’assunzione stabile con misure forti per contrastare gli abusi che generano precarietà. Rafforzare i controlli e il ruolo degli ispettori del lavoro, per esempio. Il bonus da duecento euro può essere un punto di partenza. Ma, nella sua formulazione attuale, rischia di diventare un beneficio soltanto per chi è già al sicuro, dimenticando chi è rimasto indietro.

*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni. Qui per iscriversi

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L’intelligenza artificiale ha già iniziato a progettare sé stessa

Pochi giorni fa Anthropic ha pubblicato sul suo sito un articolo intitolato “When AI Builds Itself”, quando l’intelligenza artificiale si costruisce da sola. Il punto di partenza è un’osservazione semplice: abbiamo sempre considerato l’intelligenza artificiale come ogni altra innovazione tecnologica, in cui ogni ogni nuovo modello viene progettato, testato e rilasciato da esseri umani. Ci sono ingegneri per scrivere i codici, ricercatori per fare gli esperimenti, e tecnici a supervisionare l’addestramento. Ma questa dinamica sta scomparendo. Secondo l’azienda di Dario Amodei, oltre l’ottanta per cento dei codici che entrano nei suoi sistemi vengono ormai scritti da Claude, il chatbot che sviluppa e commercializza. Perché una quota crescente dell’attività quotidiana è già delegata alle macchine. Il risultato, sostiene Anthropic, è un’accelerazione impressionante della produttività: nel secondo trimestre del 2026 un ingegnere medio avrebbe prodotto circa otto volte più codice rispetto al 2024.

Insomma, l’intelligenza artificiale stia iniziando a contribuire direttamente allo sviluppo della generazione successiva di sistemi di intelligenza artificiale. «Non siamo ancora nel mondo in cui Claude progetta autonomamente il proprio successore», scrivono gli autori, ma ci stiamo lentamente avvicinando a una situazione in cui una parte crescente della ricerca sull’IA viene svolta dall’IA stessa (i numeri vanno presi con cautela, perché sono dati interni, quindi difficili da verificare dall’esterno, ma il concetto di fondo resta).

Nel lessico del settore questa nuova condizione si chiama recursive self-improvement, miglioramento ricorsivo. Una prima versione di un sistema contribuisce a sviluppare una seconda versione, leggermente migliore. La seconda contribuisce alla nascita della terza. La terza della quarta. E così via, in un processo che potrebbe accelerare progressivamente.

Pochi giorni dopo la pubblicazione dell’articolo di Anthropic ne ha parlato anche l’Economist: «Nessuno sa davvero quali potrebbero essere le conseguenze del miglioramento ricorsivo», scrive il magazine britannico, «e poiché l’intelligenza artificiale, a differenza degli esseri umani, può lavorare senza sosta e su scala enorme, alcuni ricercatori ritengono che potrebbe innescare una rapida corsa verso sistemi superintelligenti. I più pessimisti temono che una superintelligenza possa sfuggire al controllo umano e che l’avvio di un processo di recursive self-improvement rappresenti il momento in cui il destino tecnologico dell’umanità passa dalle mani degli esseri umani a quelle delle macchine. Altri osservano però che, almeno inizialmente, anche un sistema capace di migliorarsi da solo dovrebbe fare i conti con limiti molto concreti: la disponibilità di potenza di calcolo, di energia e di infrastrutture».

Se la prospettiva di sistemi capaci di progettare da soli il proprio successore è ancora lontana e speculativa, la vera novità è l’idea di un circuito chiuso, almeno in parte. Allo stato attuale sono ancora gli umani a svolgere il ruolo di direttori di laboratorio quando si tratta di creare codici dell’intelligenza artificiale. Sono loro a indicare la direzione di ricerca e a inquadrare i problemi, e ovviamente gli obiettivi sono tutti decisi dall’uomo. Gli agenti di intelligenza artificiale si limitano a fare da manovalanza, se così si può dire, cioè progettano gli esperimenti, scrivono il codice, fanno i test, correggono gli errori e così via. Più semplicemente, l’intelligenza artificiale è ancora uno strumento.

Ancora per poco, forse. Perché almeno nei laboratori che costruiscono i modelli più avanzati, l’intelligenza artificiale sta assumendo quel ruolo di direttore del laboratorio. L’Economist cita il caso di Andrej Karpathy, uno dei ricercatori più influenti dell’ultimo decennio, già tra i fondatori di OpenAI e poi responsabile dell’intelligenza artificiale di Tesla. Dopo aver sviluppato un piccolo modello linguistico chiamato Nanochat, Karpathy ha affidato a un agente di IA il compito di migliorarne il processo di addestramento. Nel giro di pochi giorni il sistema ha individuato una serie di ottimizzazioni che hanno ridotto ulteriormente i tempi necessari per addestrare il modello. «Io non ho toccato nulla», ha raccontato Karpathy. È esattamente il tipo di miglioramento incrementale di cui parla Anthropic.

Il dettaglio tecnico più rilevante è che non serve una macchina potentissima e onnisciente per accelerare il processo, ne basta una capace di produrre la prossima generazione di macchine.

Qui rientra in gioco Anthropic, l’azienda di Dario Amodei che più di ogni altra ha costruito la propria identità pubblica attorno ai rischi dell’intelligenza artificiale. Fin dalla sua fondazione, i dirigenti di Anthropic parlano della necessità di coordinare gli sforzi internazionali e, se necessario, persino di rallentare la corsa verso modelli sempre più potenti. Lo stesso articolo sul recursive self-improvement si conclude con un appello alla costruzione di meccanismi che rendano possibile una pausa coordinata nello sviluppo dell’IA, qualora si rendesse necessaria.

È una posizione quantomeno ambigua. Nel senso che Anthropic è anche una delle aziende che stanno spingendo più velocemente la frontiera tecnologica. Per citare ancora l’Economist, «quale leader di mercato non sarebbe felice di vedere i concorrenti rallentare mentre cerca di mantenere il proprio vantaggio?».

Anthropic sembra sinceramente convinta che l’intelligenza artificiale possa diventare una tecnologia trasformativa e potenzialmente pericolosa. Ma proprio per questo ritiene di dover restare tra gli attori che la sviluppano. È un comportamento da santoni, o da ipocriti, o qualcosa in mezzo a queste due opzioni.

Non tutti sono convinti che affidare una quota crescente della ricerca alle macchine equivalga necessariamente a produrre sistemi migliori. Un commento pubblicato ad aprile sul Washington Examiner, proponeva un punto di vista interessante. «Questo non è automiglioramento, è auto-rafforzamento», scrive l’autrice. L’obiezione è che sistemi addestrati da altri sistemi potrebbero diventare sempre più autoreferenziali, con il rischio di perdere il contatto con la realtà.

È quello che nell’ambiente viene chiamato specification gaming. Quando si assegna a un sistema un obiettivo misurabile, il sistema tende a ottimizzare la metrica scelta, non necessariamente il risultato prospettato inizialmente. L’esempio tipico è quello della corsa virtuale: se si vuole insegnare a un agente a correre lungo un tracciato si assegnano punti per ogni checkpoint, ma a un certo punto l’agente scopre che può girare in tondo su un checkpoint e accumulare punti all’infinito senza completare la gara. Perché sta massimizzando il punteggio anziché guardare l’obiettivo finale. È il motivo per cui molti ricercatori continuano a considerare il giudizio umano – Anthropic lo chiama research taste – l’ultimo vero argine.

Resta aperta una questione più ampia sul futuro dell’intelligenza artificiale come driver di innovazione. Perché la tecnologia è sempre stata intesa come quella cosa che amplificava le capacità umane – ma il suo sviluppo dipendeva sempre dagli esseri umani. L’intelligenza artificiale potrebbe essere la prima tecnologia capace di contribuire direttamente alla propria evoluzione. Non siamo ancora nel mondo della superintelligenza che popola tante discussioni futuristiche. Ma il circuito, almeno in parte, si è già chiuso. L’intelligenza artificiale sta iniziando a costruire l’intelligenza artificiale. Lo scorso febbraio il blogger Noah Smith ha spiegato così la posta in gioco: «Per la prima volta nella storia, gli esseri umani non sono più – o presto non saranno più – gli esseri più intelligenti del pianeta, in alcun senso funzionale del termine». Va letta come provocazione, ma siamo già al punto in cui il motore del progresso tecnologico non più un’esclusiva dell’uomo. Qualcosa vorrà dire.

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Lo sfarzo di Üsküdar, la moschea più grande della Turchia, e le bambine con il velo

Di fianco alla liberale e leggiadra Kadiköy c’è anche Üsküdar, l’antica Scutari, nonché il quartiere dove risiede il mio quasi omonimo (quando non è nel suo fastoso, costoso e pure un po’ esagerato palazzo presidenziale nella capitale Ankara). Questa zona è diventata la dimostrazione di come la società turca nel corso degli anni sia cambiata, anche per quanto riguarda la distribuzione della ricchezza, permettendo l’espansione di una borghesia islamo–conservatrice. 

È uno dei miracoli – se non il miracolo in assoluto – del mio quasi omonimo: portare con decisione al centro della vita politica ed economica fette della popolazione che prima avevano un ruolo di secondo piano. Non ha fatto tutto proprio da solo: pensiamo solo al fenomeno delle Tigri anatoliche, che ha iniziato a svilupparsi dalla seconda metà degli Anni Ottanta. Diciamo che però lui ha tirato le fila di tutto, per la gioia dei tanti – parliamo di milioni – che ne hanno beneficiato. Il tenore di vita di molte famiglie si è elevato in modo consistente. E Üsküdar è un esempio calzante di questa ascesa sociale, dove sempre il solito ha voluto mettere una firma ben precisa, ovviamente a modo suo.

Una volta la collina di Çamlıca era nota per le torri dei ripetitori. Dal 2019 svettano anche i sei minareti dell’omonima moschea. Ora, definirla semplicemente una moschea non rende l’idea di che cosa stiamo parlando: l’edificio può contenere normalmente sessantacinquemila fedeli, che salgono a centomila nel caso in cui l’edificio sacro debba fungere da rifugio in caso di terremoto. Dunque, è a dir poco mastodontico. Con la sobrietà che lo contraddistingue, il mio quasi omonimo ha voluto che Çamlıca fosse visibile da ogni parte della città. 

L’architettura è ispirata alla Moschea di Solimano, ma ha sei minareti come la Moschea Blu, che rappresentano i sei pilastri dell’Islam. Come nel complesso di Solimano il Magnifico, anche in quello di Çamlıca sono presenti altre aree: un museo delle Civiltà islamiche, una galleria d’arte, un centro congressi che può ospitare oltre mille persone, negozi e strutture per bambini. Oltre a un posteggio che può contenere fino a tremilacinquecento veicoli. Sotto la moschea si estende un giardino da cui si vede un panorama di Istanbul seducente. Per il mio quasi omonimo, questa moschea rappresenta il raggiungimento di un obiettivo: come i sultani ai tempi dell’impero, anche lui ora ha il suo complesso religioso che ricorderà per sempre e a tutti ciò che ha fatto durante il suo periodo di potere. […] 

A progettarla, comunque, sono state due donne, Bahar Mızrak e Hayriye Gül Totu. Durante la costruzione hanno dichiarato la loro intenzione di edificare una moschea female friendly. Anche per questo, la zona della preghiera femminile è collocata al centro del luogo di culto, e non in una posizione appartata come avviene di solito. Vi racconto tutte queste cose per farvi capire quanto il mio quasi omonimo sia furbo. Non dimentichiamoci che, anche a causa di scelte sbagliate da parte della cosiddetta élite laica, per lungo tempo le donne che portavano il velo sono state in qualche modo ghettizzate. La Babbiona si ricorda ancora di quando erano costrette a toglierlo per entrare in università o a coprirlo con grossi cappelli in ciniglia. Chissà nei mesi estivi che caldo, poverine.

Per molte donne, insomma, il mio quasi omonimo è stato un liberatore, colui che ha permesso loro di andare a capo coperto a scuola, in tribunale, in parlamento, insomma in tutti i luoghi dove prima se lo sarebbero dovuto togliere. Qualcuno potrebbe dirmi che imporre il laicismo a forza in un Paese al 95% musulmano non sia stata una grande idea, e che consentire a una persona di andare in giro come meglio ritiene sia doveroso. E ha ragione. Il punto, da gatto, è che nella mia città vedo sempre più bambine con il capo coperto, e questo mi sembra preoccupante. Quella che dovrebbe essere una scelta serena, libera e rispettabile si è invece trasformata in un’affermazione politica, alla quale corrisponde anche un modello di vita. Fatto che in un Paese che si definisce laico, è nuovamente una contraddizione. Se poi i condizionamenti sociali impediscono alle donne di scegliere come andare in giro e le costringono ad andare a pregare in moschea più che a studiare o trovare un lavoro, direi che non ci siamo proprio. 

Quello delle donne nella mia città è un mondo incredibilmente complesso. Più di una volta, mi è sembrato che il velo utilizzato come simbolo politico abbia diviso donne che poi invece nella vita di tutti i giorni hanno gli stessi problemi, dalla violenza domestica a una società ancora patriarcale. Quindi, se anche la nascita di una «borghesia islamica» ha prodotto sicuramente un maggiore benessere, per le donne è equivalso ad avere l’ultimo modello di lavatrice. Anche se si guardano le pubblicità, la donna – con velo o senza – è ancora vista soltanto come il perno attorno al quale ruota la famiglia. Da acuto osservatore della realtà quale mi ritengo, ho notato su questo tema che anche in Paesi europei come l’Italia la situazione è ampiamente migliorabile. Ma in Turchia ci sono problemi davvero seri. E si vedono anche nella emancipata Istanbul. 

 

Tratto da “Istanbul. Cronache graffianti dalla città degli imperatori”, di Marta Federica Ottaviani, Paesi Edizioni, pp. 176, 16 euro

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La vitalità dei riformisti, e l’ultimo tram per resistere al bipopulismo

L’unica area politica nella quale oggi si discute di politica è quella riformista (in senso lato: dai riformisti del Partito democratico a Carlo Calenda). È un dato di fatto. A sinistra non c’è una vera discussione, al massimo si stanno azionando tutta una serie di meccanismi per prepararsi alle elezioni. E dunque le mosse su chi fa il leader del campo largo, chi si candida, il peso delle correnti, chi verrà fatto fuori e via dicendo. Nessuno scandalo, la politica è fatta anche di questo. Ma non è una discussione sulle cose.

A destra i problemi sono altri. L’improvvisa disfida nera tra Fratelli d’Italia e Roberto Vannacci, le convulsioni leghiste connesse all’evidente crisi di Matteo Salvini. Sono lotte di potere.

Invece è al centro che si sta sviluppando – invero abbastanza confusamente – un embrione di un vero dibattito.

C’è stata l’uscita di Pina Picierno dal Pd e la nascita di Spazio pubblico, con l’intenzione e di costruire qualcosa di nuovo fuori e contro il bipopulismo. Sono già circa ventimila le adesioni. Ci sarà lunedì a Milano l’iniziativa degli Europeisti organizzata da Piercamillo Falasca, Daniele Nahum e Sergio Scalpelli (presenti Mario Monti, Carlo Calenda, Pina Picierno, Matteo Hallissey, Luigi Marattin, Carlo Cottarelli. Giuseppe Benedetto). Su questo, ha scritto sul Riformista Sergio Scalpelli, che non si tratta di fare «l’ennesimo cespuglio centrista, di quelli che nascono per pesare in una trattativa e muoiono il giorno dopo averla persa. Ma la forma di una cultura politica che esiste, produce classe dirigente, amministra città e regioni, e resta priva di una rappresentanza nazionale che ne raccolga la voce».

Mentre ieri a Roma Alessandro Onorato, ha lanciato il suo Progetto Civico, «non un partito» ma «una nuova forza politica davvero riformista e convintamente popolare», anche «liberale e libertaria» che si fa forte della adesione di seicentottantacinque amministratori sul territorio. In platea Elly Schlein, Giuseppe Conte, Gaetano Manfredi, tanti altri ma non Matteo Renzi. Onorato è un pupillo di Goffredo Bettini (omaggiatissimo), e dunque stiamo parlando di un soggetto che vuole stare nel campo largo.

Qualcuno chiama gli onoratiani i “centristi per Conte” perché secondo diversi osservatori, questa aggregazione, in un eventuale ballottaggio alle primarie, potrebbe appoggiare l’avvocato contro Elly Schlein. E infatti Conte è intervenuto, ottima accoglienza, anche lui ha ringraziato Bettini da cui si attende una mano per conquistare la leadership del campo largo.

Come si vede da questo elenco sommario, di comune c’è la volontà di dar vita a una nuova offerta politica, europeista, pragmatica, non ideologica: tutti i protagonisti delle diverse iniziative, e anche i riformisti dem (Lia Quartapelle e Simona Malpezzi si confronteranno con Picierno, Marianna Madia e Elisabetta Gualmini il 25 a Milano), nel merito, a partire dalla grande discriminante, l’Ucraina, dicono più o meno le stesse cose.

Diversa però è la tattica. Se tutti sono contro il centrodestra, la divisione è tra chi pensa che lo strumento per battere l’avversario sia il campo largo e chi invece pensa che occorra stare nel mezzo in una posizione critica verso ambedue i poli. Questa divisione tattica non è ricomponibile. Dunque non sarà possibile avere un unico contenitore riformista.

Stabilito questo, o si va alla lotta nel fango tra le due anime del riformismo con il probabile esito dei dieci piccoli indiani di Agatha Christie che muoiono uno dopo l’altro, ripetendo in peggio il tragico passo falso del 2022. Oppure si trova un terreno comune, una piattaforma unitaria, magari un coordinamento, per fare vivere i contenuti riformisti nel prossimo Parlamento. È evidente che ciascun soggetto dovrebbe fare un atto di generosità rinunciando a qualche cosa della propria soggettività. Discorso complicato e, va detto, molto politologico per non dire politicista. E tuttavia è una discussione che portata avanti fino in fondo. Perché questo è l’ultimo tram che passa. Perderlo significa andare tutti a casa.

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L’India vuole riscrivere le regole dello spazio per il Sud globale

L’ascesa dell’India a grande potenza spaziale non è più il racconto di graduali progressi tecnologici ma, piuttosto, di una trasformazione dalle profonde implicazioni geopolitiche e normative. Sebbene la sua traiettoria converga sempre più con quella dei partner occidentali, in particolare degli Stati Uniti, la politica spaziale indiana, e il suo più ampio orientamento strategico, riflette un impegno concreto a plasmare un modello di governance spaziale globale più inclusivo e orientato allo sviluppo. In questo contesto, l’ascesa dell’India va compresa non solo in termini di capacità, ma anche come parte di un disegno più ampio di cooperazione strategica Sud-Sud nello spazio extra-atmosferico.

Alla base dell’ordine spaziale globale si colloca l’Outer Space Treaty (Trattato sullo Spazio Extra-atmosferico), che stabilisce principi chiave come l’uso pacifico dello spazio extra-atmosferico, il divieto di appropriazione dei corpi celesti, la libertà di accesso e la responsabilità degli Stati per le proprie attività nazionali. Il Trattato, pur rimanendo centrale nell’architettura giuridica che regola le attività umane nello spazio, si sta rivelando sempre più inadeguato di fronte alla realtà delle tecnologie contemporanee: non vieta lo sviluppo o l’uso di armi convenzionali nello spazio e nemmeno regola le capacità antisatellite o il crescente predominio dei protagonisti della NewSpace. Il quadro della governance globale si sta quindi ridefinendo attraverso norme frammentate e spesso contrastanti in materia di sostenibilità, condotta responsabile e commercializzazione.

Da leva di sviluppo a strumento di politica estera
La politica spaziale dell’India si è sviluppata a partire da questo contesto e in risposta alla sua continua evoluzione. Nei primi decenni, il programma spaziale indiano, guidato dall’Indian Space Research Organisation (ISRO, Organizzazione indiana per la Ricerca Spaziale), era profondamente radicato nelle priorità di sviluppo e poneva al centro l’atmanirbharta (autosufficienza), con la tecnologia spaziale quale strumento di trasformazione socioeconomica. I sistemi satellitari venivano impiegati per le comunicazioni, la meteorologia e il telerilevamento a sostegno dell’agricoltura, della gestione delle catastrofi e della pianificazione nazionale. Tutto ciò rifletteva un più ampio ethos post-coloniale secondo il quale lo spazio non doveva essere un’arena volta alla ricerca di prestigio o alla competizione, bensì un mezzo per affrontare le disuguaglianze strutturali.

Nel corso del tempo, tuttavia, l’India ha esteso le proprie ambizioni. Attualmente il programma spaziale indiano riflette il passaggio da un modello puramente orientato allo sviluppo a un modello che integra dimensioni strategiche, commerciali e di sicurezza. Le riforme politiche introdotte nel 2020, seguite dalla definizione ufficiale di una politica spaziale nazionale con il documento Indian Space Policy del 2023, segnano una svolta decisiva. Queste riforme mirano a traghettare l’India da un sistema stato-centrico a un ecosistema abilitato dallo Stato, in cui i soggetti privati assumono un ruolo centrale nell’innovazione, nella produzione e nei servizi di lancio. Tale trasformazione si concretizza in enti come IN-SPACe (Indian National Space Promotion and Authorisation Centre) e NewSpace India Limited, manifestazioni concrete della volontà di puntare al ruolo di nodo chiave nell’economia spaziale globale.

L’ascesa spaziale dell’India si contraddistingue non solo per l’espansione delle capacità spaziali del Paese, ma anche per il modo in cui queste vengono dispiegate sulla scena internazionale. L’India utilizza sempre più lo spazio come strumento di politica estera, in particolare nei rapporti con il Sud del mondo. Emblematico è stato il lancio del South Asia Satellite, espressione della politica Neighbourhood First, che dà priorità alle relazioni con i paesi immediatamente vicini. Il satellite assicura ai Paesi confinanti servizi di comunicazione, tele-istruzione e gestione delle emergenze. Al di là della sua utilità tecnica, l’iniziativa rispecchia la volontà dell’India di fornire beni pubblici attraverso la cooperazione spaziale, rafforzando così il proprio ruolo di leader regionale.

Il quadro complessivo di queste iniziative avvalora ulteriormente l’orientamento dell’India. Nel corso degli ultimi dieci anni, il Paese ha stipulato numerosi accordi di cooperazione spaziale in Asia, Africa e America Latina. Questi partenariati si concentrano sulla costruzione delle capacità, sulla formazione, sulla condivisione dei dati e sull’assistenza tecnica, consentendo ai Paesi in via di sviluppo di accedere alle tecnologie spaziali e di utilizzarle senza dover dipendere da potenze esterne. Il 21 giugno 2023 l’India è stata il ventisettesimo Paese a firmare gli Accordi Artemis. A livello multilaterale, ha anche proposto delle iniziative spaziali, tra cui una missione satellitare del G20 per il monitoraggio climatico e ambientale volta a sostenere i paesi vulnerabili attraverso un’infrastruttura di dati condivisa.

Un ponte tra vecchi e nuovi attori
Tale assetto emergente delinea un modello distintivo di cooperazione Sud-Sud nello spazio. A differenza degli approcci tradizionali dominati dalle grandi potenze, la strategia dell’India pone l’accento su sostenibilità economica, accesso e rilevanza per lo sviluppo e si fonda sul riconoscimento pragmatico delle realtà geopolitiche.

L’India non punta a sostituire gli attuali equilibri di potere, bensì a ritagliarsi il ruolo di intermediario, facendo da ponte tra le nazioni spaziali più avanzate e i nuovi attori emergenti. Questo gioco di equilibri è particolarmente evidente nel modo in cui il Paese si muove tra diversi modelli di governance in competizione. La sua partecipazione a iniziative come gli Artemis Accords conferma l’intento di allinearsi alle norme emergenti definite dalle potenze occidentali, con un’attenzione particolare ad ambiti quali lo sfruttamento commerciale e l’interoperabilità.

L’India resta tuttavia cauta nell’avallare integralmente i modelli di governance che potrebbero rafforzare le asimmetrie o escludere gli interessi del Sud del mondo e, anzi, continua a perorare la necessità di una condotta responsabile da parte di tutti i Paesi, di una regolamentazione inclusiva e di un accesso equo alle risorse dello spazio.

Il risultato è una postura strategica ibrida: l’India persegue simultaneamente convergenza e autonomia, cooperazione e indipendenza, e adotta elementi di governance di stampo occidentale, mantenendo al contempo la flessibilità necessaria per collaborare con una vasta gamma di partner. Il Paese si sta pertanto affermando come norm-entrepreneur (imprenditore normativo) nella governance dello spazio, capace di mediare tra visioni contrastanti del futuro ordine spaziale.

Sul piano interno, le ambizioni dell’India sono altrettanto vaste: porta avanti i propri progetti di voli spaziali con equipaggio e la costruzione di una stazione spaziale nazionale, e promuove lo sviluppo di un settore spaziale commercialmente dinamico. Gli stanziamenti di bilancio e le riforme istituzionali indicano un impegno politico costante verso questi obiettivi. Di fatto, l’India si sta impegnando per raggiungere, in un solo decennio, ciò che molte potenze spaziali ormai consolidate hanno realizzato in oltre mezzo secolo.

A livello regionale, l’Asia meridionale presenta uno scenario paradossale in cui il progredire delle capacità spaziali coesiste con profonde tensioni geopolitiche. La regione registra notevoli progressi nell’esplorazione spaziale e nello sviluppo tecnologico, ma sconta il peso di complesse rivalità politiche, economiche e militari. I mutevoli equilibri di potere sono influenzati dalle tensioni tra India, Cina e Pakistan, tre Paesi dotati di armi nucleari e con una lunga storia di conflitti. In passato, India e Pakistan, così come India e Cina, sono stati nemici in guerra, e le dispute di confine tuttora irrisolte continuano ad alimentare la diffidenza strategica.

Mentre India e Cina consolidano le loro posizioni di grandi potenze spaziali, il Pakistan, sostenuto dalla Cina, allinea progressivamente la propria strategia in risposta all’India. Questa dinamica triangolare determina un trilemma della sicurezza in cui la ricerca di sicurezza di ciascun singolo Paese acutizza le insicurezze degli altri.

A livello mondiale, queste tendenze si riflettono in un generale spostamento verso la securitizzazione dello spazio extra-atmosferico. L’istituzione della United States Space Force e il riconoscimento dello spazio extra-atmosferico come dominio operativo distinto da parte della NATO, nel 2019, sanciscono la crescente importanza strategica dello spazio. La spesa per la difesa nel settore spaziale è aumentata in modo significativo, riflettendo la crescente dipendenza dei sistemi militari di oggi dalle infrastrutture basate nello spazio, per la navigazione, le comunicazioni e la sorveglianza.

Lo spazio non è ancora stato weaponizzato in modo diretto in conflitti attivi, ma l’integrazione delle tecnologie spaziali nelle operazioni militari porta alla possibilità che i conflitti futuri possano estendersi oltre i domini tradizionali. Con l’accelerazione del ritmo di militarizzazione, la sfida per la comunità internazionale consiste nell’impedire che la competizione si trasformi in conflitto e nel preservare lo spazio come luogo di cooperazione pacifica.

L’assenza di una legislazione nazionale completa
Dietro la superficie di questa imponente ascesa spaziale dell’India si celano criticità facili da sottovalutare, ma difficili da ignorare. Il rapido progresso del Paese rivela una grave debolezza strutturale: l’assenza di una legislazione e di una regolamentazione spaziale nazionale complete. Per quanto le riforme politiche e gli organismi di regolamentazione come IN-SPACe abbiano creato un quadro strutturato per le funzioni di autorizzazione e supervisione, l’architettura giuridica rimane frammentata e non vincolante. Tale scenario genera incertezza per i soggetti privati, rendendo potenzialmente imprevedibili gli investimenti e l’innovazione. Al contempo, solleva interrogativi sulla capacità dell’India di adempiere ai propri obblighi internazionali, in particolare ai sensi del Trattato, a fronte di attività spaziali sempre più vaste e complesse.

La chiarezza legislativa è pertanto una necessità urgente e strategica. Il diritto può fungere da strumento mirato al posizionamento. In un’economia spaziale globale sempre più competitiva, i Paesi che si dotano di contesti normativi prevedibili e credibili hanno maggiori probabilità di attrarre investimenti, costruire partenariati e influenzare le nuove leggi e normative. Per l’India, lo sviluppo di un quadro giuridico solido non è solo una questione di governance, è una necessità fondamentale per la sua aspirazione a diventare leader.

L’ascesa dell’India nel settore spaziale è, pertanto, una trasformazione multidimensionale. È un racconto di capacità tecnologiche, di riforme istituzionali e di ambizioni strategiche. Ma è anche un percorso di innovazione normativa, è il tentativo di immaginare ex novo un modo di gestire, regolamentare e impiegare proficuamente lo spazio, un modo che rispetti e rifletta gli interessi e le aspirazioni del Sud del mondo.

Se l’India saprà allineare i propri progressi tecnologici a un quadro normativo coerente, potrà ambire a superare lo status di semplice partecipante. L’obiettivo è affermarsi tra i principali artefici dell’ordine globale, plasmando un modello di governance che non sia solo efficiente e competitivo ma anche inclusivo ed equo. Nel suo viaggio spaziale, l’India non punta solo a raggiungere nuove frontiere, ma a ridefinirle.

Questo articolo è tratto dal numero 68 di We – World Energy, il magazine di Eni.

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Perché i giovani tornano a comprare sotto casa

Per anni il destino del commercio di prossimità sembrava segnato. Prima l’espansione delle grandi catene, poi l’e-commerce, infine la pandemia avevano alimentato l’idea che il futuro degli acquisti sarebbe stato sempre più digitale e concentrato in poche piattaforme globali. Oggi, almeno in parte, il quadro appare diverso. Secondo una ricerca Ipsos Doxa commissionata da American Express, il quarantasei per cento degli italiani tra i diciotto e i trentaquattro anni dichiara di aver aumentato gli acquisti nei negozi di quartiere nell’ultimo anno. Una quota sensibilmente superiore alla media nazionale, che si ferma al trentasette per cento. Un dato che racconta un cambiamento nelle abitudini di consumo e nel rapporto tra cittadini e territorio.

Il fenomeno non sembra essere guidato dalla nostalgia. A spingere i consumatori verso le attività locali è piuttosto una combinazione di autenticità, innovazione e legame con la comunità. Otto italiani su dieci affermano che conoscere la storia e i valori di un’attività aumenta la propria fedeltà nei suoi confronti, mentre il sessantacinque per cento si dichiara più propenso a sostenere negozi e imprese capaci di introdurre nuove idee all’interno della comunità in cui operano.

Anche il modo di fare acquisti sta cambiando. Sempre più consumatori chiedono esperienze ibride che combinino fisico e digitale: il trenta per cento apprezza la possibilità di ordinare online e ritirare in negozio, mentre il ventinove per cento vorrebbe poter provare un prodotto in punto vendita e riceverlo successivamente a domicilio. La tecnologia non sostituisce il negozio, ma diventa uno strumento per rafforzarne il ruolo.

La centralità delle attività locali emerge soprattutto nel modo in cui vengono percepite all’interno delle città. Il novantadue per cento degli intervistati ritiene che siano essenziali per preservare l’identità dei quartieri. L’ottantanove per cento le considera fondamentali per la vitalità dei centri urbani e l’ottantaquattro per cento pensa che contribuiscano a creare relazioni e socialità.

Milano rappresenta uno dei laboratori più interessanti di questa trasformazione. Accanto alle insegne storiche e ai grandi marchi internazionali, negli ultimi anni è emersa una nuova generazione di imprenditori che sta reinterpretando il commercio di prossimità. Realtà indipendenti che mescolano artigianato, design, cultura, gastronomia e servizi, costruendo modelli di business fortemente radicati nei quartieri in cui operano.

Tra le realtà raccontate dalla guida c’è anche Frab’s, oggi uno dei riferimenti europei per l’editoria indipendente. Nato nel 2019 a Forlì come progetto online fondato da Anna Frabotta, il marchio si era inizialmente specializzato nella distribuzione di magazine internazionali difficili da reperire in Italia. Nel 2024 ha aperto il suo spazio milanese, trasformando un e-commerce di nicchia in un luogo fisico dedicato alla cultura editoriale contemporanea. «Mi sono resa conto che la difficoltà di trovare magazine indipendenti in Italia non era solo una mia esigenza, ma quella di un’intera comunità», racconta Frabotta. Oggi Frab’s è insieme libreria specializzata, archivio, spazio curatoriale e punto di incontro per professionisti della cultura visiva. Dalla stessa visione è nato anche Mag to Mag, il primo festival europeo interamente dedicato ai magazine indipendenti, che ha contribuito a fare di Milano un punto di riferimento internazionale per editori, artisti e creativi. «Non ci interessa accumulare titoli, ma creare connessioni e dare spazio a pubblicazioni che spesso restano fuori dai circuiti tradizionali», spiega la fondatrice.

Frab’s Magazines | Milano Porta Venezia

È in questo contesto che nasce “Itinerari Milanesi: 30 attività che stanno ridisegnando la città”, la guida realizzata da American Express in collaborazione con il Gruppo Giovani Imprenditori di Confcommercio Milano Lodi Monza Brianza e curata da nss edicola. Il progetto raccoglie trenta esperienze imprenditoriali che raccontano una Milano diversa da quella delle grandi attrazioni turistiche, fatta di attività indipendenti che contribuiscono all’evoluzione economica e sociale dei quartieri.

Disponibile gratuitamente in italiano e in inglese, la guida propone percorsi a piedi e in bicicletta pensati sia per i residenti sia per i visitatori che desiderano esplorare la città attraverso i suoi negozi, laboratori e spazi commerciali emergenti. Un modo per osservare come il commercio locale continui a essere uno degli elementi che definiscono il carattere di una città.

Del resto, il rapporto tra attività di prossimità e identità urbana è sempre più evidente anche nel turismo. Il trentanove per cento degli italiani dichiara di cercare attivamente negozi, botteghe e attività locali quando visita una nuova destinazione, considerandoli uno strumento per entrare in contatto con la cultura del territorio.

La scoperta di queste realtà avviene ancora soprattutto attraverso l’esperienza diretta: il sessantasette per cento degli intervistati le incontra semplicemente camminando per strada e il sessantuno per cento attraverso il passaparola. I canali digitali, però, stanno assumendo un peso crescente, soprattutto tra i più giovani. Tra gli under-35, il quarantotto per cento utilizza social media e recensioni online per individuare nuove attività locali, contro una media nazionale del trentacinque per cento.

Più che una contrapposizione tra tradizione e innovazione, il commercio di prossimità sembra quindi attraversare una fase di trasformazione. I negozi che riescono a costruire comunità, raccontare una storia e utilizzare in modo intelligente gli strumenti digitali continuano a svolgere una funzione economica, sociale e culturale che va ben oltre la semplice vendita di prodotti. Ed è probabilmente questa capacità di tenere insieme radici e cambiamento a spiegare perché una parte crescente dei consumatori, soprattutto tra i più giovani, abbia deciso di tornare a comprare sotto casa.

La guida è disponibile gratuitamente da oggi in formato digitale, in italiano e in inglese:
IT: americanexpress.it/itinerarimilanesi
EN: americanexpress.it/milanitineraries

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Il Global Gateway europeo, e il legame indissolubile tra Cina e Africa

A più di quattro anni dal lancio del Global Gateway, la strategia con cui Bruxelles puntava a costruire un’alternativa europea alla proiezione economica globale di Pechino, il bilancio appare più complesso delle aspettative iniziali. L’Unione europea ha mobilitato risorse finanziarie considerevoli, ha firmato accordi sulle materie prime critiche e ha costruito un impianto normativo coerente con i propri valori. Eppure, nelle aree più strategiche per la transizione energetica e digitale, l’influenza cinese continua a rimanere predominante. La spiegazione più immediata sarebbe attribuire questo risultato a un deficit di investimenti o a una mancanza di volontà politica europea. Ma i numeri raccontano una storia diversa.

Il Global Gateway è stato concepito per mobilitare fino a 300 miliardi di euro attraverso l’approccio “Team Europe”, coinvolgendo Commissione europea, Stati membri, istituzioni finanziarie e capitale privato. Parallelamente, il Critical Raw Materials Act ha fissato obiettivi ambiziosi per ridurre le dipendenze strategiche dell’Europa entro il 2030. Il problema, quindi, non sembra essere quantitativo. È soprattutto qualitativo. L’errore europeo potrebbe essere stato quello di considerare la competizione con la Cina come una sfida prevalentemente economica, quando in realtà si tratta anche di una competizione relazionale. Bruxelles ha costruito partenariati strutturati attorno a standard di governance, trasparenza, sostenibilità ambientale e criteri ESG. Si tratta di principi condivisibili e coerenti con il modello europeo. Tuttavia, in molti paesi africani questi strumenti vengono percepiti come condizioni da rispettare piuttosto che come elementi di una relazione strategica di lungo periodo.

La Cina ha seguito una strada diversa. Per oltre vent’anni ha investito non soltanto in infrastrutture, miniere e logistica, ma anche nella costruzione di capitale relazionale. Forum permanenti, programmi di formazione, borse di studio, scambi culturali e cooperazione mediatica hanno contribuito a consolidare una presenza che oggi non può essere misurata esclusivamente in termini finanziari. In paesi come la Repubblica Democratica del Congo, dove si concentra gran parte della produzione mondiale di cobalto, le aziende cinesi mantengono una posizione dominante non soltanto perché hanno investito prima degli altri, ma perché sono diventate parte integrante dell’ecosistema economico locale. Lo stesso vale per numerosi progetti minerari in Zambia e in altre economie africane strategiche per la transizione energetica globale. Questo non significa che il modello cinese sia necessariamente superiore. Significa piuttosto che ha compreso prima una dinamica fondamentale: nei mercati emergenti la fiducia politica e la continuità della relazione contano quanto il capitale investito.

Per l’Europa, che fonda la propria politica estera sul diritto, sulle regole e sulla trasparenza, il rischio è quello di apparire come un attore che arriva con soluzioni già confezionate e criteri prestabiliti. In alcuni contesti africani, questa impostazione viene letta come una forma di paternalismo, o addirittura come una versione aggiornata della storica asimmetria tra Nord e Sud del mondo.

La vera novità del 2026, tuttavia, potrebbe cambiare il quadro. In diversi paesi africani sta emergendo una forma crescente di resource nationalism. Governi e classi dirigenti locali non intendono più limitarsi all’esportazione di materie prime grezze, ma chiedono una quota maggiore del valore generato dalle filiere industriali. Lo Zimbabwe ha anticipato il blocco delle esportazioni di litio non lavorato. La Namibia ha adottato restrizioni analoghe per alcuni minerali critici. Anche la Repubblica Democratica del Congo sta cercando di aumentare il proprio potere negoziale nei confronti degli investitori stranieri. Questa evoluzione non rappresenta una rottura con la Cina. Al contrario, dimostra quanto la presenza cinese sia ormai radicata. Ma segnala anche un cambiamento importante: i governi africani stanno cercando di diversificare le proprie partnership per evitare dipendenze eccessive da un singolo attore.

È qui che si apre una finestra di opportunità per l’Unione europea. Se Bruxelles continuerà a considerare l’Africa esclusivamente come una fonte di approvvigionamento per le industrie europee, rischierà di arrivare ancora una volta in ritardo. Se invece saprà interpretare il nuovo contesto come una richiesta di industrializzazione locale, trasferimento tecnologico e creazione di valore nei paesi produttori, il Global Gateway potrebbe finalmente acquisire una dimensione strategica più credibile. La sfida consiste nel passare da una logica estrattiva a una logica di co-sviluppo. Non significa rinunciare agli standard ambientali o alla trasparenza amministrativa. Significa riconoscere che questi obiettivi diventano sostenibili soltanto quando sono accompagnati da opportunità economiche percepite come vantaggiose anche dalle comunità locali.

L’Europa possiede un vantaggio che la Cina fatica ancora a replicare: qualità tecnologica, capacità regolatoria, accesso al mercato unico e una tradizione di cooperazione istituzionale fondata sullo Stato di diritto. Ma questi asset devono essere integrati da una maggiore capacità di ascolto politico e da una presenza più stabile nel tempo. Nel frattempo, Pechino non resta immobile. Il nuovo Piano Quinquennale cinese mostra una crescente attenzione alla sicurezza delle forniture strategiche e alla resilienza delle catene minerarie. In altre parole, la Cina sta trasformando la propria presenza economica in una vera architettura di sicurezza delle risorse. Per questo il tempo gioca un ruolo decisivo. L’opportunità aperta dal resource nationalism africano non resterà disponibile indefinitamente. Se l’Europa vuole costruire una reale autonomia strategica e ridurre le proprie vulnerabilità nelle materie prime critiche, dovrà dimostrare di essere non soltanto un investitore affidabile, ma anche un partner capace di condividere crescita, industrializzazione e sviluppo. La partita non riguarda soltanto il cobalto, il litio o il rame. Riguarda la capacità dell’Unione europea di trasformare la propria potenza normativa in una vera influenza geopolitica. Ed è una sfida che Bruxelles non può permettersi di perdere.

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Trump ha annunciato di aver trovato un accordo di pace con l’Iran, di nuovo

Donald Trump sostiene di aver raggiunto «un grande accordo per la guerra con l’Iran», e che la firma potrebbe arrivare rapidamente, forse in Europa. Secondo il presidente degli Stati Uniti, l’intesa dovrebbe garantire che l’Iran non ottenga mai un’arma nucleare e portare alla riapertura dello Stretto di Hormuz. Teheran però non ha confermato l’accordo e ha fatto sapere che «nulla è stato finalizzato». Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha detto alla televisione di Stato ha riconosciuto che una parte consistente del testo negoziale è stata definita, ma ha accusato gli Stati Uniti di avere avanzato richieste eccessive e nuove condizioni. Ha anche ribadito che Teheran non intende abbandonare le proprie linee rosse.

Il possibile accordo di cui parla Trump sembra essere più un memorandum d’intesa che un trattato definitivo. Secondo quanto filtrato nei media statunitensi, il primo obiettivo sarebbe riaprire lo Stretto di Hormuz e rimuovere progressivamente gli ostacoli alla navigazione, mentre le questioni più difficili, a partire dal programma nucleare iraniano, verrebbero rinviate a negoziati successivi. Tra i temi discussi ci sarebbero anche lo sblocco di fondi iraniani congelati all’estero e forme di sollievo economico, ma senza un chiarimento pubblico sui tempi e sulle condizioni.

Trump ha già annunciato più volte nelle ultime settimane un accordo imminente con l’Iran senza che poi venisse formalizzato. Il presidente degli Stati Uniti aveva parlato di una soluzione rapida ad aprile e di un’intesa quasi pronta a maggio, salvo poi dichiararsi insoddisfatto dei termini e tornare a minacciare nuovi attacchi.  Israele ha precisato di non essere parte del memorandum. L’ufficio di Netanyahu ha detto che il premier israeliano ha espresso apprezzamento per l’impegno degli Stati Uniti a lavorare verso un accordo finale che includa «la rimozione del materiale arricchito, lo smantellamento delle infrastrutture di arricchimento, limiti alla produzione di missili e la cessazione del sostegno dell’Iran ai suoi proxy terroristici nella regione». 

Poche ore prima dell’annuncio allo Studio Ovale, lo stesso Trump aveva minacciato una nuova escalation, dicendo che gli Stati Uniti avrebbero colpito l’Iran «molto duramente stanotte» e prospettando la presa dell’isola di Kharg, il principale terminale petrolifero iraniano. L’ultima crisi si è aperta dopo l’abbattimento di un elicottero Apache statunitense da parte di un drone iraniano sopra lo Stretto di Hormuz, con i due aviatori a bordo recuperati in mare; Washington ha risposto con attacchi contro stazioni iraniane di controllo dei droni e radar vicino allo Stretto, poi con raid più ampi contro capacità di sorveglianza militare, sistemi di comunicazione e difese aeree, mentre fonti iraniane hanno riferito esplosioni nell’area di Bandar Abbas, sulle isole di Qeshm e Hengam e nelle città di Sirik e Minab, nella provincia meridionale di Hormozgan.

A loro volta, i Guardiani della rivoluzione iraniani hanno rivendicato attacchi contro basi americane in Medio Oriente. In Bahrain, le autorità locali hanno detto che una bambina di undici anni è rimasta ferita da un drone iraniano e che abitazioni e automobili sono state danneggiate. La Giordania ha detto di avere abbattuto circa venti missili iraniani, mentre il Kuwait ha riferito di avere intercettato bersagli aerei ostili.

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Per Meloni l’interesse nazionale è fare dispetto alla sinistra

Nel dibattito in parlamento sulle sue comunicazioni in vista del prossimo Consiglio europeo, Giorgia Meloni ha fatto molte affermazioni interessanti, ma una mi sembra particolarmente indicativa, ed è quella che ha rivolto al deputato vannacciano Emanuele Pozzolo (quello dello sparo di capodanno e più recentemente della guida in stato di ebbrezza, che Fratelli d’Italia ha il merito di avere portato in parlamento). Rivolgendosi a lui, Meloni ha scandito: «Io penso, collega, che fare quello che serve alla sinistra non sia mai difendere l’interesse nazionale, e quindi di grazia non mi si parli di vera destra, perché la vera destra non è mai funzionale alla sinistra».

La seconda parte della frase è significativa, perché conferma per l’ennesima volta, checché ne dicano analisti compiacenti che sarebbero capaci di vedere svolte liberali ed europeiste persino in Donald Trump, la fermissima scelta di campo compiuta, difesa e rivendicata ogni giorno dalla nostra presidente del Consiglio: con la destra sovranista, nazional-populista e illiberale dei Viktor Orbán, dei Santiago Abascal, dei Benjamin Netanyahu e ovviamente di Trump.

Tuttavia la parte decisiva di quell’affermazione, a mio parere, è la prima, laddove Meloni fa una precisa e solenne dichiarazione di principio, e la fa in parlamento: per lei interesse nazionale è sinonimo di tutto ciò che danneggia gli avversari, il suo concetto di interesse nazionale è cioè interamente sovrapponibile a quello che potremmo definire lo spirito di fazione. Strana statista.

Non si tratta di fare i pignoli e di attaccarsi alle parole, perché quelle parole sono semplicemente la certificazione di una realtà che è sotto gli occhi di tutti – di tutti coloro che la vogliono vedere, s’intende – da ormai quattro anni. Una realtà evidentissima alla Rai e in tutte le società partecipate, ancora più evidente nei tentativi di cambiare la Costituzione a maggioranza, addirittura spudorata nel modo in cui il governo ha deciso di cambiare la legge elettorale: siccome il centrosinistra rischiava di andare meglio nei collegi ha tolto i collegi, siccome il centrosinistra ha difficoltà a individuare un leader della coalizione ha inserito l’obbligo di indicare il leader della coalizione nel programma. Ma tutto questo, come ormai avrete capito, non lo ha fatto per il suo interesse: lo ha fatto per l’interesse nazionale.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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Progettare le qualità invisibili degli spazi

Per secoli l’architettura ha privilegiato lo sguardo e forme, volumi, proporzioni e materiali sono stati pensati soprattutto per essere osservati. Eppure l’esperienza di uno spazio passa attraverso molti altri canali: il modo in cui l’aria circola, la temperatura percepita, i rumori di fondo, la consistenza delle superfici e persino gli odori. È da questa consapevolezza che prendono forma due percorsi formativi di POLI.design, dedicati rispettivamente all’olfactive design e alla progettazione delle atmosfere.

Il primo affronta una disciplina ancora poco conosciuta ma sempre più presente nei processi di progettazione contemporanei. L’olfatto viene considerato come uno strumento capace di influenzare il rapporto tra persone e ambienti, attivando memoria, orientamento e senso di appartenenza. Come spiega Anna Barbara, docente e direttrice scientifica del percorso, l’olfactive design non consiste semplicemente nella scelta di una fragranza, ma nella progettazione dell’intera dimensione olfattiva di uno spazio. Conta il modo in cui le molecole si diffondono, la loro permanenza nell’aria, l’interazione con materiali, ventilazione, umidità e comportamenti umani.

L’odore, in questa prospettiva, diventa un vero materiale di progetto. Le applicazioni spaziano dal retail all’hospitality, dai musei agli ambienti di lavoro, fino ai luoghi della cura e agli spazi educativi. Il programma affronta temi che vanno dalla storia culturale dell’olfatto alle neuroscienze, dalla chimica degli aromi alla qualità dell’aria, formando professionisti in grado di dialogare con specialisti di discipline differenti, dalla ventilazione al marketing sensoriale.

La stessa logica multidisciplinare caratterizza il master Designing Atmospheres – Next Skills and Qualities for Spaces and Interiors. Qui il concetto di atmosfera diventa il punto di partenza per ripensare il progetto degli spazi in un contesto in cui la rivoluzione digitale ha modificato non solo gli strumenti tecnologici, ma anche il modo di vivere gli ambienti. Luce, colore, suono, odore, microclima e tecnologie immersive vengono considerati elementi integrati di un’unica esperienza.

Il percorso amplia il ruolo tradizionale dello spatial designer introducendo competenze che intrecciano neuroscienze, psicologia ambientale, storytelling e progettazione dell’esperienza. Tra i temi affrontati compaiono il Sense-Based Design, dedicato alla costruzione delle esperienze sensoriali, e lo Space/Time-Based Design, che interpreta gli spazi come sistemi dinamici attraversati da flussi, relazioni e trasformazioni continue.

Anche il corpo docente riflette questa apertura disciplinare. Accanto ad architetti e designer figurano studiosi delle neuroscienze, artisti, ricercatori e professionisti della performance e delle tecnologie immersive, tra cui Philippe Rahm, Giuliana Bruno, Studio Drift, teamLab Architects, Davide Ruzzon e Marco Balich.

Al di là dei singoli percorsi, il segnale culturale appare chiaro: in un’epoca in cui l’esperienza conta quanto la funzione, il progetto contemporaneo tende a superare una concezione esclusivamente visiva dello spazio. Architettura e design si confrontano sempre più con dimensioni immateriali e relazionali, riconoscendo che abitare un luogo significa prima di tutto percepirlo con tutti i sensi.

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L’attenzione è il nuovo lusso nell’economia della distrazione

Nelle università americane sta accadendo qualcosa che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato impensabile. Nei corsi di letteratura, alcuni docenti non riescono più a dare per scontato che gli studenti arrivino in aula dopo aver letto un libro intero. Alla Columbia University si alleggeriscono i programmi del corso sui classici. Alla Southern Methodist University, Jonathan Malesic ha raccontato di essere passato dai volumi completi a testi più brevi, perché la lettura lunga è diventata un ostacolo anche per studenti preparati. Il segnale arriva dagli atenei, ma riguarda l’ambiente mentale in cui ormai viviamo tutti.  Leggere un romanzo fino alla fine, seguire un ragionamento difficile, restare dentro un compito senza cercare subito un’uscita richiede una resistenza che si è fatta più rara.

Nel secondo episodio di *Scenari 2026*, il podcast di Linkiesta per Intesa Sanpaolo On Air, Andrea Fioravanti parte da questa frattura per capire che cosa sta succedendo alla concentrazione. La ricerca sull’attenzione collettiva mostra un’accelerazione evidente: le notizie raggiungono più in fretta il momento di massima visibilità e vengono sostituite prima di sedimentare.  Nel lavoro cognitivo, chat, riunioni e notifiche interrompono il ragionamento proprio nei momenti in cui servirebbe continuità. Secondo Microsoft, per i lavoratori più esposti le interruzioni nelle ore centrali della giornata arrivano in media ogni due minuti. E ogni volta è faticoso ricostruire il contesto mentale: dove eravamo rimasti e che cosa stavamo decidendo. Così il lavoro più serio scivola prima delle nove del mattino o dopo le diciotto, nelle fasce orarie in cui arrivano meno messaggi e ci sono meno riunioni.

Cal Newport propone di trattare la concentrazione come un’igiene della mente, una disciplina da proteggere con la stessa serietà con cui si protegge il corpo. L’attenzione non è scomparsa: è finita dentro sistemi costruiti per interromperla.

Puoi ascoltare l’episodio completo di Scenari 2026, il podcast di Linkiesta per Intesa Sanpaolo On Air, su Spotify: 

 

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Nel ristorante di Jacopo Chieppa comanda la follia

C’è della follia a bussare alle porte dei più grandi ristoranti stellati con in tasca solo un diploma da geometra. C’è della follia nel lasciare quello più premiato del mondo per aprire una pizzeria a Imperia. E c’è della follia nel comprare di tasca propria un vecchio mulino nell’entroterra ligure per aprire il proprio locale. Insomma, c’è della follia nella storia di Jacopo Chieppa. Una follia che oggi si può anche letteralmente assaggiare nel nuovo menu del suo ristorante Equilibrio.

Siamo a Dolcedo, a una manciata di chilometri da Imperia. L’acqua del torrente Prino, che per decenni ha mosso le macine del mulino, scorre sotto un ponte del Cinquecento e la ruota è ancora lì, maestosa. Non gira più da tempo, ma per Jacopo Chieppa è un simbolo così importante da essere il logo del ristorante. La panificazione è infatti uno dei tratti distintivi della sua mano ma pane, focacce e grissini sono solo una parte di una proposta in cui lo chef rivela tutta la sua creatività. «Una cucina abbastanza istintiva», la definisce fin da subito lo chef, che si sviluppa sui due menu, “Equilibrio” e “Follia”, «che sono proprio ciò a cui vado incontro anche io».

@Ristorante Equilibrio

E così se “Equilibrio” è un menu molto più leggibile con i piatti che hanno reso famoso questo ristorante, con “Follia” Jacopo Chieppa ha deciso di lasciarsi alle spalle le regole della cucina per dare libero sfogo alla creatività. E così è nato un menu completamente a sorpresa: la lista dei piatti è a sorpresa, la loro progressione è a sorpresa e anche ciò che si vede al momento dell’assaggio spesso lascia sorpresi. Portate che lo chef stesso definisce «passaggi o umori» che variano sulla base degli ingredienti o dell’estro in cucina.

Ciò che è certo è che con le sequenze di piatti si fa un viaggio che non segue la consuetudine, ma la stravolge in un modo folle ma estremamente efficace. Così a metà del pasto può arrivare una crème brûlée che sembra un dolce, ma in realtà contiene miso e salsa di soia. O un coniglio caldo accompagnato da un kakigōri (una specie di gelato giapponese) di patate. O ancora un cono d’alga con una sfera di granchio blu in contrasto con un bignè al pesto servito – dettaglio non da poco – su un piatto a forma di Liguria.

@Ristorante Equilibrio

Ma in questo viaggio nella follia lo chef che piatto preferisce? «È come chiedermi quale dei miei figli preferisco, non si può» dice. Ma insistendo ne sceglie uno: “Pesto?”. Il punto interrogativo fa parte del nome del piatto perché si tratta di una rivisitazione del condimento sacro per un ligure, che da Equilibrio viene servito anche in forma di cremoso di basilico con olio e pinoli.

Un esempio di cucina che non ha paura di osare, sorprendendo un boccone dopo l’altro. Ed è forse anche per questo che Equilibrio ha conquistato la stella Michelin appena un anno dopo l’apertura. Ma anche questo successo chef Chieppa lo vive con uno stato d’animo insolito per chi si trova nella sua stessa situazione: «è una grossa responsabilità, però la vivo con grande leggerezza». Lui non si nega il calcetto con gli amici o vacanze in famiglia, perché «i miei ragazzi in cucina sono bravissimi e sanno bene quello che stanno facendo ed è anche per questo che insisto per fare andare anche loro ai tavoli. Io credo molto in loro e quindi cerchiamo sempre un’evoluzione non solo per il cliente ma anche per noi. Perché sai, il cuoco vive in cucina, quindi dobbiamo cercare di motivare il nostro lavoro per noi e per dar spettacolo anche alle persone che vengono a mangiare». E in questo mulino lo spettacolo è assicurato.

Equilibrio
Località Martin, 13 – Dolcedo (IM)

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Una legislatura senza trasformazione, mentre la rivoluzione tecnologica non aspetta nessuno

A giugno si chiude la stagione del Pnrr, e arriva la domanda che conta: che cosa abbiamo costruito. Il governo risponde con i numeri della cassa – 166 miliardi ricevuti, l’85% delle risorse – e con una formula: il passaggio “dalla logica della spesa alla cultura delle riforme”. La realtà è più sobria. Il Financial Times ha bocciato il Piano sul terreno che conta, quello degli effetti: gli obiettivi sono stati ridimensionati, alcune modifiche si sono rivelate peggiorative e l’economia del Paese resta stagnante. Intanto il debito è salito dal 134% del 2023 al 137% di fine 2025, e l’Italia si avvia a superare la Grecia per il rapporto debito-Pil più alto dell’eurozona.

Il problema non è quanto si è speso. È che cosa si è trasformato. In tre anni e mezzo non c’è stata una riforma che abbia toccato la struttura del Paese: non il mercato del lavoro, non la scuola e la formazione, non il welfare – proprio mentre la rivoluzione tecnologica rende urgente ripensarli tutti. Lo ha ricordato, da un altro pulpito, anche papa Leone XIV: la sua “Magnifica Humanitas” avverte che l’intelligenza artificiale può disumanizzare il lavoro se nessuno la governa. Il governo non l’ha governata: l’ha lasciata accadere.

Fuori dai confini, il camaleontismo è ancora più netto. La premier Giorgia Meloni ha inseguito Donald Trump e il blocco sovranista, da Viktor Orbán in giù, salvo prenderne le distanze quando il conto diventava salato. Lo ha detto Romano Prodi, diretto, in interviste recenti: di fronte a Trump ci comportiamo «come servi», con l’abitudine di dire una cosa in Italia e un’altra all’estero. E sull’Europa Meloni ha detto no, senza giri di parole, a chi proponeva di superare il diritto di veto e il voto all’unanimità – su una linea opposta perfino al suo ministro degli Esteri. Il risultato è un’Italia che pesa poco là dove contano le decisioni: difesa comune, energia, politica estera.

In casa, la stessa logica. Per tenere insieme la maggioranza la premier deve assecondare Matteo Salvini, mentre il fianco destro si sfalda: Roberto Vannacci, uscito dalla Lega per fondare Futuro Nazionale, è ormai a un soffio dal Carroccio e tira la coalizione verso parole d’ordine identitarie. Governare diventa sopravvivenza, non direzione. E una classe dirigente scelta più per fedeltà che per competenza non sa fare altro.

A pagare il conto è Elena, 45 anni, impiegata amministrativa in una media impresa del Nord. Il suo lavoro – istruire pratiche, controllare numeri, redigere documenti – è ciò che gli algoritmi imparano a fare più in fretta. Non ha un piano di riqualificazione, non un welfare che copra la transizione, non la certezza che la sua azienda regga con l’energia più cara d’Europa. Ha un mutuo e due figli. Nessuno la protegge e nessuno la proietta: e chi resta solo con la propria paura finisce per ascoltare chi gli promette la risposta più semplice e più rabbiosa.

La sinistra avrebbe il compito di parlare proprio a Elena. Invece una sua parte si rifugia nella rincorsa all’assistenzialismo e alla cultura dei bonus, e per strada perde la componente riformista. Ma l’assistenza non è protezione: un bonus senza un mercato del lavoro che cambia è un sedativo, non una cura – tiene buono il disagio, non lo risolve. Il recinto dell’assistenzialismo è comodo perché non chiede di trasformare nulla. È il difetto speculare del camaleonte di governo.

Al centro, Carlo Calenda, Luigi Marattin e gli altri si ostinano a costruire un terzo polo. È un esercizio nobile e aritmeticamente perdente: la legge elettorale di oggi – e ancor più la riforma in cantiere, col premio di coalizione – schiaccia chi corre da solo e premia i due poli. Un riformismo che vuole contare non può essere un terzo incomodo isolato. Deve stare dentro il campo largo, ma con un peso tale da spostarne l’equilibrio.

L’ha messo a fuoco Luigi Zanda, tra i fondatori del Partito democratico, in una recente intervista al Foglio: «Se il campo largo non è pronto a vincere, il centrodestra è pronto a perdere»: i suoi leader, privi di programma e di leadership, potrebbero ritrovarsi a governare non per merito proprio, ma perché Meloni, Salvini, Tajani e ora anche Vannacci fanno di tutto per fallire. E un governo che cambia il sistema elettorale sperando di vincere, avverte, viola la sacralità del voto. Il guaio è uno solo: si bada al cartello elettorale, non al pensiero politico.

Il pensiero politico, appunto. Qui sta il punto che lega tutto. Non si protegge il lavoro senza una politica industriale; non si fa politica industriale senza energia competitiva e competenze; non si costruiscono competenze senza un welfare che accompagni le transizioni; e nulla di tutto questo si fa da soli, fuori dall’Europa – un’Europa che, bloccata dall’unanimità, non decide. Riforma uno solo di questi nodi e gli altri cedono; abbandonali tutti e crolla l’intera impalcatura. Tutto si tiene, o niente regge.

Prodi ha colto la stessa cosa da due lati. Commentando l’enciclica di papa Leone XIV sul Messaggero, ha notato che il Papa ammonisce non solo gli oligopolisti della tecnologia ma anche «i riformatori parziali», e addita scuola e dignità del lavoro: istruzione e lavoro, due dei nodi che si tengono. E sul piano politico avverte che la forza di Meloni non sono i risultati – «non realizza nulla» – ma la durata: ci vorrebbe un riformismo capace di fare squadra, in Italia e in Europa, trasformativo e non parziale.

Resta dunque una finestra. L’idea delle «primarie delle idee» ha un merito vero: sposta la contesa dai nomi ai contenuti, e costringe a un progetto prima che a un volto. Su quel terreno una forza riformista di peso diventa essenziale, perché dà equilibrio al campo largo e lo strappa alla deriva assistenzialista. Ma perché nasca, molti dovranno mettere da parte il proprio desiderio di primeggiare, a beneficio di una «casa riformista» – o comunque la si voglia chiamare – capace di accendere una scintilla di consenso diffuso, con una leadership vera da non bruciare prima del tempo. Una forza che faccia proprio il riformismo trasformativo del «tutto si tiene»: che riconosca il disagio dei cittadini e li protegga senza chiuderli nel recinto di un passato che non c’è mai stato, ma li proietti nel futuro, dentro la cornice europea, tra sicurezza, crescita e sviluppo. Non è un programma di nicchia: è l’unico che parli a Elena.

Qualche segnale c’è già. Un esempio viene da Marianna Madia: ha lasciato il suo partito spiegando le ragioni «in una logica non di rottura ma di continuità», senza sbattere la porta e senza uscire dal campo. È il metodo giusto. E c’è da augurarsi che anche Pina Picierno – appena uscita dal Pd e oggi orientata verso uno spazio fuori dalle coalizioni – scelga infine di diventare una risorsa di questa componente dentro il campo largo, come tutti coloro che vorranno aderire al progetto riformista.

Il camaleonte cambia colore per sopravvivere all’ambiente. Un riformatore cambia l’ambiente, perché gli altri non debbano più mimetizzarsi per durare. Si può cambiare colore per arrivare in fondo alla legislatura, oppure cambiare il Paese perché abbia un futuro. Finora abbiamo visto soprattutto la prima cosa. Per la seconda, resta pochissimo tempo.

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Nelle cozze una soluzione al problema etico dell’alimentazione umana

Per produrre una tonnellata di carne muoiono tre animali, se sono manzi, oppure ne muoiono 576, se sono polli.

Un europeo medio mangia ottanta chilogrammi di carne all’anno. Se fosse tutta carne di pollo bisognerebbe uccidere circa quaranta polli ogni anno per “sfamarlo”. Se fosse manzo, morirebbe un animale ogni sei-sette anni.

È anche probabile che i polli vivano peggio dei manzi negli allevamenti.

Cosa scegli se ti interessa il benessere animale? La mucca o la gallina?

C’è di più. La morte (e soprattutto la vita) di quei tre manzi, per fornire una tonnellata di proteine, ha generato 499 tonnellate di CO2eq (emissioni di anidride carbonica e altri gas serra in atmosfera). I 576 polli, invece, hanno “prodotto” solo 57 tonnellate di CO2eq. Circa nove volte meno. Maiali, agnelli e pesci mostrano valori intermedi tra questi estremi.

Cosa scegli se ti interessa il cambiamento climatico? Se scegli di uccidere meno animali, farai un danno maggiore all’ambiente. Se scegli di emettere meno CO2, ucciderai più animali.

Alcuni sceglieranno la prima opzione, altri la seconda. E magari, cercando ancora compromessi, potrebbero tentare di comprare carni da allevamenti biologici per bilanciare impatto ambientale e benessere animale.

Ma anche all’interno della stessa categoria di carne troverebbero un dilemma: per l’ambiente meglio scegliere manzi in allevamenti intensivi e polli in batteria. Per il benessere animale, vale ovviamente il contrario.

Che fare? È chiaro a tutti che la scelta vegana risolva entrambi i problemi, ma non tutti vogliono/possono diventare vegani (soprattutto chi non vive nel nostro agiato mondo occidentale).

Inoltre, anche l’agricoltura vegetale provoca la morte di animali (le cosiddette crop deaths). Roditori, anfibi e rettili possono essere uccisi durante arature e raccolti; gli insetti vengono eliminati dai pesticidi; molti uccelli subiscono la perdita dell’habitat o gli effetti dell’avvelenamento. A questo si aggiunge la trasformazione di foreste, praterie e zone umide in terreni agricoli, con una conseguente riduzione della biodiversità e della disponibilità di habitat naturali.

Esistono inoltre impatti indiretti dovuti all’inquinamento delle acque, all’eutrofizzazione, all’uso di fertilizzanti e al cambiamento climatico. Nessun sistema agricolo moderno è quindi privo di conseguenze sugli animali e sugli ecosistemi.

Che si fa allora? Si potrebbe barare, come fece il Capitano Kirk col test della Kobayashi Maru, nel celebre episodio di Star Trek.

Si potrebbe consumare alimenti animali con un bassissimo impatto ambientale e un (probabile) basso o nullo impatto a livello di sofferenza. No, non sto parlando né di insetti, né di carne coltivata: cozze e vongole e altri molluschi bivalvi.

A differenza di vertebrati, cefalopodi e crostacei, i bivalvi non possiedono un cervello centralizzato ma solo piccoli gangli nervosi distribuiti nel corpo. Pur reagendo agli stimoli nocivi chiudendo le valve, la maggior parte degli zoologi ritiene che abbiano una probabilità molto bassa di provare dolore nel senso cosciente del termine. Non esiste una certezza assoluta, ma le prove disponibili suggeriscono che il loro livello di sensibilità sia molto inferiore rispetto a quello della maggior parte degli animali comunemente allevati per l’alimentazione.

Per chi non desidera seguire una dieta completamente vegana, una strategia potrebbe quindi essere quella di basare l’alimentazione principalmente su alimenti vegetali e utilizzare occasionalmente molluschi bivalvi come fonte di proteine, omega-3 e altri nutrienti. Questa scelta potrebbe rappresentare un compromesso interessante tra impatto ambientale, salute e considerazioni etiche sugli animali.

In una dieta praticamente vegana (perché quella è la base), credo che si possa inserire tre o quattro volte a settimana una porzione di molluschi, aiutando contemporaneamente la nostra salute (difficile trovare omega tre “veri” nei vegetali per esempio), l’ambiente e gli animali.

Naturalmente è altrettanto positivo semplicemente ridurre il consumo di animali rispetto alla media europea, che è elevata. Sia per gli animali che per l’ambiente che per la salute.

NdA. Lo spunto (e l’immagine) per questo articolo viene da qui: https://ourworldindata.org/what-are-the-trade-offs-between-animal-welfare-and-the-environmental-impact-of-meat.

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Un forno può cambiare il mondo

Adriano ama chiamarlo forno. Pasquale sceglie il termine più internazionale di bakery. Giulia preferisce parlare di comunità. «Ma il pane è libero, e deve nascere in un luogo libero», suggerisce Giuseppe Mazzocca, che con la compagna Chiara Masino guida Coce, nel cuore di Parma. Al tavolo 12 dell’hackathon del Gastronomika Festival, gli apostoli del pane hanno ragionato, riflettuto e meditato, chiedendosi in primis quale fosse (e se vi fosse) una differenza sostanziale fra il più locale, singolare e verticale panificio e la più globale, plurale e orizzontale bakery. E intuendo tutti insieme quanto il punto nodale e centrale fosse un altro, e quanto il fuoco andasse spostato su un livello diverso. Ben più alto, articolato e complesso. Della serie, il nome non c’entra; c’entrano lo sguardo, la tensione e la visione.

«Non è questione di forno, panificio o bakery. Di quante cose si facciano o non si facciano. L’importante è che il pane, finalmente, sia tornato sulla scena da protagonista, allargando le sue braccia, acquisendo nuove competenze e inglobando e contaminando altri settori. Il pane è diventato un totem», spiega Pasquale Polito, geografo, co-founder di quella bolognese e corale insegna che va sotto le lettere di Forno Brisa, nonché bardo e portavoce del gruppo dei Breaders: virtuoso e ambizioso modello di impresa collettiva e inclusiva che inanella più realtà, in più parti d’Italia, spaziando da Brisa (per l’appunto) al milanese Davide Longoni, dal senigalliese Pandefrà al teatino-pescarese Mercato del Pane, sino all’udinese Mamm.

@GaiaMenchicchi

Dando forma e voce a una comunità
Sì, il pane è un totem. Un vessillo, una bandiera, uno stendardo, un campanile. Capace di evocare, ispirare, suggerire, contaminare, influenzare, scuotere, riunire. Persino una comunità. «Tocio non è una panetteria, ma una comunità. Tociocome intingolo in dialetto veneto, ma anche come il gesto di fare la scarpetta, e come toccare, sentire con le mani. Perché tutto passa per le mani», precisa Giulia Busato: una laurea in giurisprudenza, qualche anno di pratica tra libri, uffici e foro, poi la crisi e i ripensamenti. Che, come un fiume carsico, hanno tracciato il cambiamento, guidandola prima verso l’ospitalità alberghiera e in seguito alla svolta finale del fare e agire in prima persona. Ponendola alla regia di quella che lei stessa – su Instagram – definisce una micro wild bakery. A Noale, nell’entroterra veneziano.

@GaiaMenchicchi
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«Lavoriamo in uno spazio piccolo, di soli quaranta metri quadrati, eppure stiamo cercando di ridefinire e rifondare il linguaggio del cibo e del pane, comunicando ogni giorno senza filtri. La gente arriva, anche da fuori città, torna, fa la fila. Si è andato a creare quello che io ho voluto battezzare come il “sabato del villaggio”. Le persone vengono per compare il pane, per fare la spesa, per chiacchierare. Da noi si dice: per fare piazza. Il pane si trasforma in un’attività dinamica di incontro, scambio e confronto. E l’unica via possibile è fare in modo che tutto questo non resti un fenomeno isolato, ma divenga un movimento. Serve un nuovo umanesimo del pane, serve fare cultura. Il che non significa organizzare un soft clubbing nella propria bakery. Significa interrogarsi sui grani; significa mettersi in discussione, pensando a progetti in connessione con gli agricoltori; significa contemplare il lato sociologico, antropologico ed estetico del pane. Perché oggi un fornaio è pane e cervello», continua la Busato. Che il movimento l’ha indubbiamente creato: in primis nella provincia veneziana.

«A Venezia purtroppo non c’è più nessuno che sappia fare bene il pane. Tant’è che già da tempo serviamo l’Hotel Cipriani (del gruppo Belmond, ndr). Tant’è che ci ha già contattato il nuovo Four Seasons», svela lei. Che sogna un cambio di sede. «Vorrei allargarmi un po’, restando sempre a Noale, ma spostando Tocio in centro, vicino alla Torre dell’Orologio. Dove pare aver vissuto, nel Trecento, la prima imprenditrice donna: Marietta la fornaretta. Inoltre non vorrei occupare suolo, ma rigenerare un luogo: un palazzo dell’epoca fascista, abbandonato da tempo. Vorrei uno spazio aperto, pieno di finestre e di luce».

@GaiaMenchicchi
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Presidiando i quartieri e nutrendo le città
Una bottega di prossimità quella immaginata da Giulia. Dalle dimensioni ridotte, ma in grado di parlare e dialogare con una comunità. Nutrendo quella comunità. «Questo è il modello in cui credo. Ma credo anche che non vi sia un modello unico, replicabile ed esportabile», confessa. Toccando un punto nevralgico. Perché alla fine non è questione di format imprenditoriale, ma di forma mentis. Non è questione di micro o di macro, di piccolo o di grande, ma di pensiero in taglia large. Un pensiero che indossa pure Adriano Del Mastro, abruzzese di Campo di Giove. «Un paese di trecento abitanti, in terra aquilana, dove mamma ha ancora una pasticceria», tiene a precisare lui, oggi alle redini di un forno, anzi di due forni a Monza: in via Cavour e in via Vittorio Emanuele II.

«Ho iniziato lavorando in cucina, in posti piccoli. Ma in tutto ciò che facevo infilavo sempre qualche prodotto lievitato. Poi sono entrato al Reale di Castel di Sangro, affiancando Niko Romito per otto anni. Ho vissuto tutta la scalata: da zero a tre stelle. Siamo stati i primi a servire il pane su un piatto, elevandolo a vera e propria portata. Finché, un giorno, Carlo Petrini mi disse: tu non devi fare il cuoco, ma il fornaio. Lo ascoltai. Andai a Roma, da Gabriele Bonci e da Franco Palermo, e ancora a Milano, da Davide Longoni. Finché, nel 2017, io e mia moglie Emanuela abbiamo aperto la nostra insegna a Monza. Ora siamo in trenta, abbiamo due negozi, un laboratorio di seicento metri quadrati, sforniamo 1.400 chili di pane al giorno e serviamo una sessantina di realtà fra Milano e provincia», racconta Adriano, il cui destino di artigiano era tutto scritto nel cognome.

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«Sono appassionato di pane e ossessionato dal pane. Non a caso ho voluto chiamare la mia realtà Forno Del Mastro. Perché il forno è sempre stato il luogo in cui si facevano e cuocevano tante cose: pani, pizze, focacce, grissini, biscotti, torte, ciambelloni. Ecco, io voluto replicare in chiave moderna quel concetto». Forno inteso come spazio di creatività, collettività, condivisione. Forno come presidio di un quartiere, come nutrimento di una città. Specialmente se quella città di panifici ne ha pochi.

«Da noi arrivano da fuori per comprare il pane», dichiara con fierezza Vincenzo Franciosa, giovane lievitista di Farina, a Treviso. Vincenzo: radici lucane; un fratello pasticciere e un altro ristoratore; una tappa formativa al Don Alfonso 1890; una fuga verso nord (alla Hart Bageri di Copenhagen) e l’approdo in Veneto, con un bagaglio colmo di saper fare. «Il lavoro aumenta, per questo stiamo prendendo un laboratorio. In futuro vorremmo aprire più punti vendita».

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Sfornando il pane (e molto altro)
Pane, dunque. Ma non solo pane. «Perché è bello raccontare il pane e parlare di pane. Ma non si vive di solo pane. Il pane incide per metà sul fatturato. L’altra metà lo fa il resto», fa notare Renato Nassini, che con la compagna Silvia Cancellieri porta avanti l’avventura di Tondo Forno Radicale, in zona Isola, a Milano. «Molto dipende dall’età e dalle generazioni. Gli anziani, per esempio, entrano per prendere il pane e poi comprano pure le brioche. I giovani vengono per le brioche e poi acquistano anche il pane. Ma l’uno supporta le altre, e viceversa. E va benissimo così», aggiunge Giuseppe di Coce. Perché il pane resta comunque al centro, creando interesse e movimento.

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«Il mio spazio è ancora più articolato. Sin dall’inizio ho voluto proporre un po’ di tutto: cucina, pane e prodotti sfogliati. L’idea è quella di una casa, da vivere nei diversi momenti della giornata. Sono stati poi i clienti stessi a indirizzare il loro interesse verso gli sfogliati. Ma chi mangia da me e si siede da me, alla fine, rifà la fila e prende il pane», svela Maria Antonietta Perrotta. Che dopo aver frequentato il corso di laurea in giurisprudenza (e averlo abbandonato a otto esami dal traguardo), dopo aver fatto un corso di pasticceria, dopo aver lavorato al ristorante Bavaglino di Terrasini e aperto uno street food a Palermo, è arrivata a Milano. Dove conduce Casa Marrò, come il soprannome che l’accompagnò da piccola.

«Anche il nostro non è un panificio nel senso tradizionale e integrale del termine. È più una bakery ibrida, fluida e dinamica, che miscela più settori. Anche per via dei miei trascorsi da barman. Tant’è che il payoff recita “Dolce, Pane & Vino”. Basti pensare che il nostro prodotto più gettonato è la pizzetta di sfoglia», precisa Simon Schito, che con Yanina Calautti guida Roncaglia 33, a due passi dal milanese viale Washington.

@GaiaMenchicchi
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Allargando mente e sguardo
«Oggi il fornaio non è più solo un fornaio, ma un gastronomo. Un professionista a tutto tondo, che non deve mai smettere di cercare, studiare, apprendere. Per avere sempre più competenze, ed essere il più completo possibile. Ormai il pane ha allargato e ampliato i suoi orizzonti, assumendo un valore potente e divenendo un veicolo per parlare d’altro. Oggi il forno è un ecosistema, che necessita di uno sguardo aperto e di un approccio olistico. Oggi i panifici e le bakery sono diventati luoghi di esperienza e di accoglienza, dove parlare di vino, formaggi, salumi, filiere, agricoltura, campi, piantagioni. Non ha più senso chiudersi in sé stessi, limitandosi a fare solo il pane. Oggi non vale più la regola: tu fai il tuo, io faccio il mio e lui fa il suo. Tutto è connesso, tutto è più fluido», commenta Polito. Convinto portavoce del concetto di specialty bakery, in cui pane e caffè viaggiano sullo stesso binario, con vagoni carichi di domande (e risposte) su ambiente, territori, tracciabilità e autenticità. «Dopotutto la panificazione insegna ad andare a fondo, anche in molte altre materie», puntualizza Del Mastro. Materie che Davide Longoni sa sempre scandagliare, indagare ed esplorare, mosso da un costante desiderio di conoscere, scoprire e capire.

«Nei nostri panifici si parla di tecniche agricole, di rigenerazione di luoghi. Si tengono corsi, si organizzano eventi. Si fa e si diffonde cultura», afferma Chiara Corona: natali sardi, un imprinting rurale, una laurea all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, una tesi sull’identità fluida del pane italiano, un master alla Iulm e un presente nel team della comunicazione di Longoni. Che conta ben nove botteghe nella metropoli milanese e un punto vendita a Bolzano: all’interno del Mercato Centrale, concorrendo al progetto di riqualificazione urbana di WaltherPark.

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Esortando a prenotare, per non sprecare
Certo, in panificio si può fare cultura: anche del non spreco. Agendo a monte, ossia organizzando e pianificando. «Quando sono arrivata a Roncaglia 33 mi sono accorta subito del potenziale professionale di Simon. Un potenziale che però non era valorizzato al meglio e veniva sprecato. Così abbiamo cercato di filtrare, selezionare, ridurre: prodotti, clienti e orari. Io lo ripeto sempre: concentrati su quello che sai fare e fallo bene», esorta Yanina. Indicando una strada utile per evitare di buttare tempo, cibo e denaro. Una strada che ha molte diramazioni e nessuna scorciatoia. Ecco allora l’idea performante di calendarizzare la proposta settimanale del pane; nonché la necessità di insegnare ai clienti a prenotare.

Pratica saggia e responsabile, che permette al lievitista di scandire serenamente il proprio lavoro. «Sui duecento chili di pane che sforniamo al giorno, almeno centocinquanta sono già prenotati», ricorda la Busato. Anche se non sempre è facile: «A volte ci trattano al pari di un negozio di abbigliamento. Con la differenza che se un cliente entra in una boutique e non trova la taglia small va via senza dire nulla. Da noi, se non trova il pane, si lamenta», puntualizza Mazzocca. Questione di sensibilità e di educazione. «Purtroppo il supermercato ci ha abituato al tutto e subito. E ci ha anche abituato all’individualità del panino piccolo. Pensato proprio per non durare, costringendo il cliente a tornare. Invece, da noi a Monza viene una signora che acquista il pane per tutto il mese. Lo conserva in cantina. Perché la pagnotta realizzata con il lievito madre può durare molti giorni», rammenta Del Mastro. «Longoni ha addirittura proposto il pane stagionato, affinato in madie di legno e accompagnato da una cartolina con le istruzioni per rigenerarlo. Del resto, basta bagnarlo e passarlo in forno per donargli una nuova vita», spiega Corona.

E nell’ipotesi in cui il pane dovesse avanzare? «Noi abbiamo preso accordi con i ristoranti dei dintorni», afferma Matteo Pinardi, alla guida (con Chiara Regattieri) di Tipo 2 Forno Contemporaneo, a Mantova. «Io lo riutilizzo in cucina», dice la Perrotta. «Pure noi lo usiamo per fare le bruschette, le polpette, la pappa al pomodoro, la torta paesana. Ma stiamo valutando di proporre il pane del giorno dopo», svela Schito. Seminando ottimismo.

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Gli europeisti a Milano, e il nuovo volto della lotta al bipopulismo

L’invasione su vasta scala dell’Ucraina e il tema della difesa comune hanno trasformato l’Europa da sfondo del dibattito politico a linea di frattura che attraversa partiti, coalizioni e appartenenze consolidate. L’Europa intesa come casa dei valori liberali e democratici, e non solo come agglomerato di istituzioni e provvedimenti presi a Bruxelles. È dentro questo cambiamento che nasce Europeisti.eu, il movimento promosso da Piercamillo Falasca, Daniele Nahum e Sergio Scalpelli, che verrà presentato pubblicamente al Teatro Franco Parenti di Milano. Sul palco si alterneranno esponenti politici, amministratori locali, europarlamentari, associazioni e protagonisti della società civile che negli ultimi anni hanno spesso percorso strade diverse. Ma l’interesse attorno all’appuntamento – intitolato proprio “Se tu sei europeista” – va oltre la creazione di un nuovo soggetto politico.

L’idea di fondo è che le categorie con cui la politica italiana ha letto sé stessa negli ultimi anni stiano diventando insufficienti. Il bipopulismo che ha avviluppato la politica italiana, dalla destra di Giorgia Meloni all’asse tra il Partito democratico di Elly Schlein e il Movimento 5 Stelle, non deve necessariamente essere il destino ultimo del Paese. Per questo negli ultimi mesi qualcosa ha iniziato a cambiare. Sono nate nuove associazioni, nuove reti civiche, nuovi movimenti. Alcuni hanno una vocazione politica più esplicita, altri si definiscono luoghi di elaborazione culturale. Tutti però condividono la sensazione, o la speranza, che tra i due poli ci sia ancora uno spazio politico non rappresentato, che non sia soltanto una sottocorrente di uno dei due schieramenti.

Europeisti.eu si inserisce esattamente dentro questa ricerca. Il programma attraversa alcuni dei temi che negli ultimi anni sono diventati identitari per quest’area politica: il sostegno all’Ucraina, il futuro dell’Europa, la competitività economica, l’innovazione tecnologica, il ruolo delle città e delle autonomie. Il messaggio è semplice: costruire una casa comune per chi si riconosce nell’integrazione europea, nell’economia di mercato, nella difesa delle istituzioni liberali e in una collocazione occidentale e atlantista senza ambiguità. Per Falasca il punto non è semplicemente difendere le istituzioni europee, ma trasformare l’europeismo in una vera identità politica. «Siamo convinti che stia nascendo in tutta Europa la necessità di un europeismo come identità politica e non solo come posizionamento», dice a Linkiesta. «L’Europa non si difende più soltanto difendendo Bruxelles, ma costruendo un movimento politico dal basso capace di parlare direttamente alle persone».

Per molti dei protagonisti che si ritroveranno al Parenti, la guerra scatenata dalla Russia ha rappresentato uno spartiacque politico e culturale. Non a caso il simbolo scelto dal movimento richiama proprio la bandiera ucraina. «Noi crediamo che la resistenza degli ucraini sia il momento europeo più significativo della nostra epoca», dice Falasca. «La politica europeista non può che partire dal sacrificio di un popolo che combatte per la propria libertà».

Molte delle figure presenti a Milano hanno alle spalle percorsi differenti. Ci saranno esponenti provenienti dal Partito democratico, da Azione, dall’esperienza del Terzo Polo, dal Partito Liberal Democratico di Luigi Marattin, dal mondo civico e da quello associativo. Il Parenti assomiglierà a una fotografia di un’area politica che sta cercando di riconoscersi, e come una grande tenda accoglierà anime diverse andando oltre i dissidi e le divisioni.

Sarà anche la prima uscita pubblica di Pina Picierno a una settimana dal suo addio al Partito democratico. Con la sua associazione Spazio Pubblico ha già superato le dodicimila adesioni. I più attenti avranno colto nel nome un’assonanza con il partito di centrosinistra francese Place Publique, fondato dall’europarlamentare Raphael Glucksmann – che però è nel gruppo socialista al Parlamento europeo, mentre Picierno ha lasciato i socialisti per aderire ai liberali di Renew. Nella definizione che ne ha dato Marco Taradash ieri, «l’appello di Spazio Pubblico è rivolto a chi rifiuta i giochi senza costrutto di due schieramenti che si somigliano così tanto da doversi insultare quotidianamente per distinguersi».

La vicepresidente del Parlamento europeo non sarà l’unica protagonista della giornata, ma la sua presenza conferma che il tentativo in corso va oltre la semplice costruzione di una nuova sigla. L’obiettivo è quello di ricostruire relazioni politiche e culturali tra mondi che negli ultimi anni hanno finito per parlarsi sempre meno.

Per questo gli organizzatori insistono sul fatto che l’obiettivo non sia ricostruire semplicemente il perimetro dell’ex Terzo Polo. «Non possiamo limitarci a conservare uno spazio elettorale», osserva Falasca. «Dobbiamo avere l’ambizione di parlare trasversalmente agli elettori e convincere un numero sempre più grande di persone che questa è la nuova dimensione della politica».

Gli organizzatori raccontano di aver cercato interlocutori anche nel centrosinistra e nel centrodestra, compresi esponenti che pubblicamente rivendicano una forte identità europeista. «Avremmo voluto confrontarci anche con chi continua a stare dentro i due schieramenti», dice ancora Falasca. «Ma non abbiamo trovato disponibilità». Un’assenza che, in qualche modo, rafforza la natura dell’iniziativa: mettere in discussione proprio le appartenenze consolidate del bipopulismo.

L’evento europeista non sarà l’unico appuntamento milanese di queste settimane. Dieci giorni dopo, il 25 giugno, sempre a Milano, Pina Picierno, Marianna Madia ed Elisabetta Gualmini discuteranno con Lia Quartapelle e Simona Malpezzi in un incontro dal titolo “C’è ancora domani. Quattro strade per combattere populismo ed estremismo” (qui i biglietti). Un’iniziativa che unisce tre ex dirigenti democratiche che hanno seguito percorsi diversi dopo la rottura con il Pd: Gualmini è approdata in Azione, Madia collabora con Italia Viva da indipendente, mentre Picierno ha lanciato Spazio Pubblico. Quartapelle e Malpezzi, invece, sono rimaste nel Partito democratico. Tutte loro condividono l’idea che il dialogo tra le diverse anime del riformismo non possa interrompersi. «Sarebbe imperdonabile se nel 2027 dovessero prevalere le forze populiste e nazionaliste», ha spiegato Quartapelle. È un segnale politico che suggerisce come la discussione aperta nel mondo riformista sia tutt’altro che conclusa e continui a cercare forme nuove attraverso cui organizzarsi e riconoscersi.

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Healey si dimette, ma è Starmer a pagare il prezzo politico del riarmo britannico

La decisione di John Healey di lasciare l’incarico di ministro della Difesa è destinata a collocarsi tra gli episodi più significativi degli ultimi venticinque anni della politica britannica. Il confronto con precedenti crisi di governo, dall’Affare Westland in poi, appare quasi inevitabile: ma questa volta, a differenza di allora, non si tratta di contratti o di equilibri industriali. Il punto è se il Tesoro britannico stia davvero garantendo la sicurezza del Paese in un contesto di guerra europea e competizione strategica globale.

La scelta che Healey ha comunicato ieri a metà giornata si colloca al centro di una frattura politica che coinvolge direttamente il primo ministro Sir Keir Starmer e la capacità del governo di tradurre le ambizioni strategiche in risorse reali. Nella sua lettera di dimissioni, Healey accusa esplicitamente Downing Street di non essere «in grado» – e il Tesoro di non essere «disposto» – a fornire le risorse necessarie alla difesa nazionale in una fase di crescente instabilità internazionale. Una frase che, specie se considerato il fatto che il primo ministro è anche First Lord of the Treasury – è la chiave delle pesanti critiche di Healey a Starmer che riguardano le sue capacità politiche.

Dietro la rottura c’è il nodo mai risolto del nuovo Defence Investment Plan, rimasto per mesi in sospeso tra ministero della Difesa e Tesoro. Le ultime ipotesi parlano di circa 13 miliardi di sterline aggiuntive su quattro anni, una cifra giudicata insufficiente rispetto alle esigenze operative delle forze armate e ben al di sotto delle richieste avanzate dallo stesso ministero. Il divario complessivo per la modernizzazione dello strumento militare britannico è stato indicato da diverse fonti fino a circa 28 miliardi. Il punto non è solo quanto si spende, ma come si distribuisce nel tempo. Il piano avrebbe dovuto dare sostanza alla Strategic Defence Review, costruendo una traiettoria di riarmo coerente con gli impegni Nato, il sostegno all’Ucraina e la crescente esposizione britannica in teatri come il Medio Oriente e l’Artico. Ma la struttura del piano è stata progressivamente indebolita da un problema politico di fondo: la difficoltà di finanziare contemporaneamente tutte le ambizioni strategiche senza compiere scelte esplicite di riduzione delle priorità.

È in questo contesto che si inserisce la frattura tra Difesa e Tesoro, con il piano di spesa rinviato e risorse concentrate nella parte finale del decennio, proprio mentre le esigenze operative richiederebbero un rafforzamento immediato di prontezza, munizionamento e capacità industriale. Una scelta che, secondo Healey, rende il piano non credibile rispetto allo scenario di rischio, incluso quello di un possibile confronto diretto tra Nato e Russia entro la fine del decennio.

La crisi del Defence Investment Plan riflette una tensione strutturale: da un lato la crescente militarizzazione del contesto internazionale, dall’altro la rigidità delle scelte fiscali interne. In mezzo, un processo decisionale frammentato tra Downing Street, Tesoro e Difesa, incapace di ricomporre il disallineamento tra strategia e bilancio. Anche il vertice militare ha iniziato a segnalare pubblicamente il problema. Il capo delle forze armate britanniche, il maresciallo dell’aria Sir Richard Knighton, ha scritto direttamente al primo ministro per esprimere preoccupazione sul livello di finanziamento previsto, come rivelato da Sky News.

A complicare il quadro vi è anche la dimensione politica interna. Il governo Starmer si trova stretto tra la necessità di mantenere la credibilità fiscale e la pressione crescente degli alleati Nato per un aumento sostanziale della spesa militare, fino al 3,5% del prodotto interno lordo entro il 2035. Il Regno Unito, oggi intorno al 2,3%, ha indicato come obiettivo il 2,5% entro il 2027, una traiettoria che appare sempre più insufficiente rispetto alla velocità del deterioramento del contesto strategico.

Sul piano politico interno la crisi non riguarda più soltanto la difesa. Le dimissioni di Healey si inseriscono in una sequenza che segnala una crescente instabilità nel governo. Il primo ministro Starmer è ora esposto a tensioni politiche interne e a scenari di leadership contest sempre meno teorici. Il sindaco di Greater Manchester Andy Burnham potrebbe entrare a Westminster – condizione necessaria per aspirare alla leadership del partito – nel caso vincesse le elezioni suppletive di giovedì per il seggio di Makerfield, e ha già dichiarato la disponibilità a partecipare a un’eventuale sfida per la guida del Labour.

Healey è il sesto ministro a lasciare il governo nell’arco di un mese. L’ultimo prima di lui è stato Wes Streeting, che ha lasciato la guida del ministero della Salute criticando la «deriva» e la mancanza di visione del governo. L’ondata di uscite, pur con motivazioni diverse, contribuisce a delineare un quadro di crescente logoramento politico interno.

Proprio ieri il Financial Times aveva pubblicato un ritratto di Healey descrivendolo come una figura centrale del Labour, moderata e profondamente inserita nell’establishment politico e militare. Una posizione che rende le sue dimissioni ancora più significative: non si tratta di un tecnico marginale, ma di uno dei principali garanti della credibilità del governo in materia di difesa e Nato.

Il punto politico che emerge è quindi duplice. Da un lato, la crisi del Defence Investment Plan riflette una tensione strutturale tra ambizioni strategiche e vincoli fiscali. Dall’altro, la sequenza di dimissioni apre interrogativi sulla stabilità politica dell’esecutivo stesso. Il risultato è una doppia fragilità: sul piano della sicurezza nazionale e su quello della leadership politica. E la domanda che si apre con l’uscita di Healey (Dan Jarvis, già sottosegretario alla Sicurezza, è stato nominato in serata al suo posto) non riguarda più soltanto il futuro della difesa britannica, ma la tenuta complessiva del governo Starmer in una fase di crescente pressione esterna e logoramento interno.

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La Cina ha usato ChatGPT per influenzare il dibattito Usa sui data center

A prima vista è un caso di influenza digitale tra i tanti. Ma il nuovo report di OpenAI intercetta qualcosa di più strutturale: il punto in cui la competizione tra Stati Uniti e Cina sull’intelligenza artificiale si intreccia con la politica infrastrutturale americana. Secondo OpenAI, una rete di account con presunti legami con la Cina avrebbe utilizzato ChatGPT per produrre post in inglese contro la costruzione di nuovi data center negli Stati Uniti. I contenuti insistevano su un tema sensibile nel dibattito locale: l’aumento dei costi dell’elettricità e l’impatto delle grandi infrastrutture digitali sulle comunità. L’operazione è stata ribattezzata “Data Center Bandwagon” e attribuita a un soggetto privato cinese che lavorerebbe per il governo.

Bloomberg aggiunge il contesto: negli Stati Uniti la resistenza ai data center è in crescita. Secondo dati citati dall’agenzia, nel 2025 progetti per oltre 150 miliardi di dollari sono stati rallentati o bloccati da opposizioni locali. Le preoccupazioni riguardano consumi idrici, pressione sulle reti elettriche e impatto sulle bollette. È in questo spazio già polarizzato che si inserirebbero i contenuti individuati da OpenAI.

Il punto centrale, però, non è tanto la scala della campagna – definita limitata dalla stessa azienda – quanto la sua logica. Infatti, si inserisce in un contesto geopolitico particolare: la Cina ha ulteriormente elevato l’intelligenza artificiale a priorità nazionale, con il Quarto Plenum e il nuovo piano quinquennale che la collocano tra i pilastri della crescita tecnologica. Dunque, anche senza un coordinamento diretto, operazioni di questo tipo risultano coerenti con un obiettivo più ampio: rendere più difficile e più lenta la costruzione dell’infrastruttura che sostiene la leadership americana nell’AI. Non serve dimostrare un ordine esplicito. Il punto è che il sistema di incentivi – politico, industriale e tecnologico – converge verso la stessa direzione.

A questo si lega il tema di chi conduce queste operazioni. OpenAI descrive una struttura non statale diretta, ma una società privata che lavora per clienti pubblici a livello provinciale. È un dettaglio che si inserisce in una tendenza più ampia: la professionalizzazione dell’influence-for-hire. Rispetto alle prime campagne attribuite alla Cina, spesso rudimentali e facilmente individuabili, lo scenario si è evoluto. L’uso di intelligenza artificiale generativa e strumenti di analisi del sentiment permette oggi di produrre contenuti più credibili, adattati a pubblici specifici e inseriti in dibattiti reali invece che creati artificialmente. Non siamo ancora di fronte a operazioni particolarmente efficaci, ma la direzione è chiara: una filiera dell’influenza sempre più simile a un’industria.

Inoltre, gli account coinvolti non usavano ChatGPT solo per generare post pubblici, ma anche per produrre documenti interni e report destinati ai clienti. Questo dettaglio trasforma la natura del caso: per la prima volta su larga scala, una piattaforma di intelligenza artificiale non osserva solo il contenuto finale di una campagna, ma frammenti del suo processo produttivo. Strutture organizzative, obiettivi operativi, flussi di lavoro emergono indirettamente attraverso l’uso stesso dello strumento. In questo senso, le aziende di intelligenza artificiale non sono più soltanto fornitori di infrastruttura informativa: diventano anche osservatori privilegiati delle operazioni che transitano sulle loro piattaforme, con implicazioni dirette per il mondo dell’intelligence.

Infine, c’è il fatto che le attività attribuite alla rete cinese avrebbero utilizzato proprio ChatGPT per produrre contenuti destinati al pubblico americano. È un dettaglio che racconta un’asimmetria: per parlare efficacemente a un’audience occidentale, può essere più utile uno strumento sviluppato negli Stati Uniti che alternative cinesi operanti in un ambiente informativo più chiuso e censurato. L’intelligenza artificiale americana diventa così, paradossalmente, uno strumento dentro la competizione narrativa contro sé stessa.

Il report di OpenAI non descrive quindi solo una campagna di influenza, ma un ecosistema in trasformazione. Da un lato la crescente conflittualità attorno alle infrastrutture dell’intelligenza artificiale negli Stati Uniti, dall’altro la nascita di un mercato globale dell’influenza sempre più automatizzato e professionalizzato. La competizione tra Washington e Pechino si sposta così su un terreno ibrido: non solo chip, data center e modelli, ma anche la capacità di influenzare il dibattito pubblico che rende possibili – o ostacola – quelle stesse infrastrutture.

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Come il VAR ha trasformato il calcio in una nevrosi collettiva

Illustrazioni di Martín Kazanietz

Questo è un articolo del numero de Linkiesta Etc dedicato al tema della tecnologia delle emozioni, in edicole selezionate a Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.

Il mio desiderio di scrivere del Var (Video Assistant Referee, cioè assistente arbitrale video) è nato prima della sua introduzione, il 3 marzo 2018, nelle regole del calcio mondiale. Era un pomeriggio di pioggia all’inizio degli anni Dieci, quando, impegnato nel mio ruolo di spettatore di una partita di Promozione mi capitò di assistere alla rabbia e alle proteste di un terzino verso chi l’arbitrava. Avrei dovuto essere pronto: ero un uomo ormai; pronto, quindi, anzitutto alle solite offese da repertorio, a pregare per le madri, a imparare qualche nuova variazione dialettale. E invece no. Prima stranezza, il terzino si teneva le mani dietro alla schiena, anche se nessuno aveva proceduto ad ammanettarle. Dove aveva imparato quella mossa? Ma soprattutto… che cosa stava urlando? “Bile”, “dire”…

Stava urlando “dire”, abbreviando “direttore di gara”, perché da un giorno imprecisato sui campi di calcio l’arbitro non andava più chiamato con il suo nome, con il suo ruolo designato: insomma, non veniva più chiamato semplicemente “arbitro”; è questo era accaduto forse perché, da qualche mese, nelle coppe europee, erano stati introdotti gli “assistenti addizionali d’area di rigore”, altra meteora del regolamento e del gergo Figc; o forse perché s’iniziava a parlare della costruzione dal basso, dei quinti e dell’ineffabile sottopunta… In conclusione: era l’ora di comportarsi bene.

Nei campetti in cui giocavo da pulcino, invece, il valore del pubblico veniva misurato dalla gravità delle offese urlate al “direttore di gara”. Non era un bel mondo, anzi: era un mondo anche sporco, opaco, cattivo. L’inclusione era debolezza. La bussola morale era di serie, ce l’avevano i più strani, installata da qualche parte vicino alla mente; senza dubbi era lontana dal cuore, dove stava l’anima di chi compete, il cui avversario più temibile è il regolamento.  Quel “dire” veniva dalla televisione, ho pochi dubbi a riguardo. Ogni innovazione introdotta al livello apicale, nel calcio, sgocciola fino ai campi più scoperchiati e persi del mondo, replicando usi e costumi, modi di stare insieme, di pensare e vivere lo sport.

Quel giorno di pioggia iniziai a prenderne contezza, ed è forse da quel giorno che il gioco del calcio m’apparve all’alba di un processo di metamorfosi perpetua, di riforma e rarefazione, lo stesso processo ipercerebrale che avrebbe coinvolto il tifo. In un paio di decenni si sarebbe passati da “W l’Inter” sulle piastrelle dei bagni ai forum di tifosi esperti di “finanza amministrativa”, dal rosso diretto all’esegesi delle Dogso (Denying an Obvious Goal-Scoring Opportunity) durante le Ofr (On Field Review).

Illustrazioni di Martín Kazanietz

Non m’interessa difendere una delle due varianti: mi limito a osservare una trasformazione antropologica che investe tutto, calcio e mondo, e mi chiedo quale sia il mio ruolo, se di salvato o di sommerso. Rapito da questa indagine psicologica, sono tornato allora alle origini dell’ultima incredibile innovazione, ovvero l’introduzione dell’Announcement.

Nella storia del campionato italiano il primo annuncio è datato 25 agosto 2025. Una volta eseguita la On Field Review, il “dire” si dirige a passi molto “maschi” verso il centro del campo dove, schiena diritta e diaframma contratto, annuncia l’esito delle sue analisi. “A seguito di revisione, il numero 11 della Lazio è partito in posizione di fuorigioco. Decisione finale: fuorigioco!”. La voce è tirata, le vene sul collo stanno per cedere. L’annuncio viene concluso da un incongruo braccio teso, tra ufficialità e baldanza. Il braccio è il destro. Il video irradia delle evidenti vibrazioni sansepolcrine. Mi chiedo se sia la mia cattiva fede a dirlo, e trovo invece centinaia di commenti nostalgici al video, del tenore “La parola d’ordine, è una sola categorica e imperativa per tutti”. Vincere e vinceremo. Già.

Il Colosseo ruggisce, il cortisolo pure. La coreografia del Var, nella sua pretesa freddezza, manipola la psicologia di tutti gli attori in campo: giocatori, allenatori (non rari gli esaurimenti nervosi e le espulsioni), tifosi. Altro curioso effetto collaterale: il trionfo della paranoia, della micro-analisi, l’avvento di un nuovo paradigma indiziario. Torna in mente una cronaca di Daniele Manusia su Ultimo Uomo, intorno alle vicende dell’ultimo Milan-Lazio. In breve: ultimi minuti, un rigore sospetto esaspera entrambe le squadre. Ecco che dopo due minuti di analisi iconografica dell’arbitro, anche lo scrittore inizia a dubitare delle sue funzioni cognitive, sabotate dal VAR nonostante dall’infanzia s’impegnino a costruire un senso della realtà: “forse, rallentate sufficientemente, guardate abbastanza da vicino, tutte le azioni umane diventano segno di colpevolezza. Milan-Lazio come Blow Up di Michelangelo Antonioni, guardando il tocco di gomito di Pavlovic e sgranandolo per bene, ecco che in area di rigore compare il cadavere”. 

Più aumenta la risoluzione e più si allarga la lente sul regolamento di questo sport, più si troveranno le mille insenature dove s’annida la logica e il suo antidoto. Il cosiddetto fuorigioco semi-automatico è un caso paradigmatico. Già dal nome: irresistibile, minaccioso, capace di una logica spietata. Il Saot (Semi-Automated Offside) è un dispositivo di controllo irradiato da dodici telecamere capaci di raccogliere 29 punti del corpo di ogni calciatore. Dall’occhio sinistro alla punta del piede destro, passando per tre punti pelvici e tutte le articolazioni principali.

Illustrazioni di Martín Kazanietz

La tecnologia, ma soprattutto i risultati del fuorigioco semiautomatico si avvicinano a quelli dei rilevatori di onde gravitazionali, delle macchine progettate e costruite per dimostrare qualcosa che sembrava impossibile: l’esistenza oggettiva di una misura fino ad allora solamente ipotizzabile. Nel caso calcistico, l’esistenza di un fuorigioco ideale, e giusto: uguale per tutti. Non serve precisare che anche in questo caso la nevrosi del tifoso è riuscita a trovare altri canali di sfogo. Il Saot, con le sue sole forze, ha inventato una nuova forma di sofferenza. Ovvero: qualsiasi squadra in qualsiasi situazione, compreso l’ultimo minuto di un secondo tempo supplementare, è chiamata a trattenere l’emozione del gol sospetto, e così il tifoso. Chi si lascia andare, è un inguaribile romantico. Un poveretto, forse uno sciocco. Tutti sanno che il gol verrà probabilmente controllato, così come tutti sanno che fumare fa male, che si muore anche di notte; tutti sanno che qualcosa è perduto per sempre, eppure l’attaccante esulterà, l’arbitro fischierà, gli avversari cadranno sulle ginocchia.

Quale sarebbe la procedura corretta, allora? La ignoro, ma conosco la più diffusa. All’ingresso del pallone in porta, si guarda il resto del divano e chi lo occupa; si calcolano le micro-esitazioni, misurandole sulle proprie; qualcuno agiterà il pugno, rassicurando tutti per rassicurarsi che “è buona, è buona”. Si attenderà “l’assenza di una schermata”, quella della cosiddetta On Field Review. Alla comparsa di quella, ci si arrenderà. Come di fronte a un plotone, a un’onda fatta come un grattacielo: più del 90% delle volte, il gol verrà revocato. Allora esclamazioni, sacramenti, e qualche redazione penserà: è ora di parlarne, il calcio non è più quello di una volta.

Mi chiedo quale sia il gesto ultimo che custodisce l’identità di questo sport. L’uso di una sfera? E se fosse un tronco di cono, non si vedrebbe meglio in televisione? Forse l’11 contro 11… Ma in mezzo a queste nuove leve bioniche, alle idee di allargare i campi, alle plusvalenze, qualcuno si accorgerebbe della differenza di un 12 contro 12? Forse sono i piedi, sì. L’ultimo tabù a cadere sarà l’uso delle mani, che infatti con i nuovi regolamenti sono finite nel loro ciclo di proteste: la mano, lì appesa in fondo al braccio attaccata al polso, semplicemente non deve esistere. Cosa rende il calcio, il calcio?

In questi anni la fenomenologia calcistica sta correndo parallela alla diffusione “dell’intelligenza artificiale”, parallela al collasso tra realtà e finzione. Prima di tutto si elabora il manufatto, il pallonetto o la gomitata, il fotomontaggio del Papa in Balenciaga. Una volta elaborato, i due risultati: il rifiuto rabbioso o la meraviglia frustrata. Fedele ai suoi tempi, oggi il calcio chiede tanta elasticità mentale, duttilità, propensione al cambiamento. E questa tensione superficiale tra me e Lui, che aumenta all’espandersi della bolla di commi e cavilli, temo che sia proporzionale al mio invecchiamento. O uno dei primi sintomi. Al soggetto, allora, resta da capire se resistere, o perdonare ancora.

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È tempo di chiudere questa legislatura, e di eleggere un nuovo Parlamento

Ieri si è definitivamente capito che ormai questi non sono più dibattiti parlamentari. Sono talk show senza interruzioni pubblicitarie. Tutti contro tutti. Occasioni per riversare antipatia, astio, odio. La volgarità tracima. Non si ragiona più.

Per cui sarebbe meglio chiuderla il prima possibile, questa legislatura sostanzialmente improduttiva dominata da una destra maldestramente contrastata dai suoi oppositori.

Che vuol dire il prima possibile? Un’ipotesi che circola negli ambienti del governo, anche se non la sola, prevede che una volta approvata una burocratica legge di bilancio – che altro non potrà essere – si sciolgano le Camere per andare a votare a marzo-aprile 2027. Tutti vedono che il governo Meloni ha da tempo esaurito la spinta propulsiva. Addirittura ormai siamo entrati, come altre volte nella storia recente, nella fase degli avvisi di garanzia, degli scandali, dei veleni. L’epicentro è il ministero di Matteo Salvini. Dopo gli avvisi di garanzia per il Ponte sullo Stretto, ieri Elisabetta Pellegrini, sua stretta collaboratrice, è stata raggiunta da un avviso per turbativa d’asta e quant’altro. Naturalmente non è una sentenza. Ma quando volano gli uccellacci e uccellini delle Procure è brutto segno: volteggiano quando il quadro politico si è infragilito. Ed è questo il caso: la politica, tutta la politica, è debolissima.

Sempre ieri a Montecitorio è andata in scena una pochade penosa, di quelle dove non ride nessuno. Di questa seduta più che le discussioni sull’Ucraina e sul Medio Oriente si ricorderà la volgare uscita di tal Francesco Silvestri, che è un pezzo abbastanza grosso del Movimento 5 Stelle, sulle «ginocchiere» che la presidente del Consiglio starebbe usando in Europa. Frasi da angiporto. Giustamente, Giorgia Meloni ha replicato con durezza. Sapendo che tutto questo le fa gioco: «Lavorano per me». La presidente di turno Anna Ascani, Partito democratico (ma Elly Schlein non poteva dire una parola?), si è scusata per non essere intervenuta per stigmatizzare il deputato contiano perché non aveva colto il senso delle sue parole. Eppure, non era difficile decodificare il riferimento alle ginocchiere. Questo è il livello.

Poi – e questa è la vera notizia politica – la presidente del Consiglio si è scatenata contro i parafascisti di Roberto Vannacci prendendosela con l’ex Fratello d’Italia e ora “futurista” Emanuele Pozzolo, il pistolero di Capodanno recentemente finito con la macchina in un fossato con un tasso alcolemico sopra il limite. Lite tra post e para fascisti. Si è visto in chiaro quale sarà il problema vero di Giorgia: arginare Vannacci, magari scavalcandolo a destra. Tattiche da anni Venti del secolo scorso, quando Benito Mussolini voleva umiliare i suoi oppositori mostrandosi più fascista di loro. «Avete votato sei volte con la sinistra!», ha tuonato la premier, come a dire la destra vera c’est moi. È il sintomo della grande paura meloniana. Vannacci può farle perdere le elezioni, specie se andrà da solo, cioè in alternativa a Fratelli d’Italia.

Sulle opposizioni c’è poco da dire, anzi niente che non si sia già scritto mille volte. Hanno presentato sei mozioni diverse. Sulla politica estera non solo non hanno un linea comune, ma hanno proprio due linee opposte, cioè inconciliabili. Non si tratta di sfumature ma di valori non mediabili. Sull’Ucraina, su Vladimir Putin. La frattura, col tempo, invece di ricomporsi, si è approfondita, ed è questo che il Pd non capisce o fa finta di non capire. La realtà è che Giuseppe Conte, totalmente ignorato dai dem mentre parlava, si mostra testardamente refrattario a cercare un punto d’incontro: basta e avanza questo dato per dichiarare che il campo largo non esiste.

Questa è la condizione politica del Paese. Il fattore Vannacci, la crisi della Lega, la povertà d’idee di Meloni, la pigrizia del Pd, l’avventurismo di Conte, il girare a vuoto (finora) dell’area riformista, l’amletismo di Forza Italia: il Paese non merita uno sfilacciamento del genere. Prendetevi tutti un po’ di mesi per riordinare le idee e andiamo a chiudere una delle peggiori legislature della storia repubblicana.

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‘Na Pizza racconta come cambia il lievitato italiano

La pizza continua a cambiare forma senza perdere la propria identità. È questa la fotografia che emerge dalla terza stagione di ‘Na Pizza, il programma televisivo condotto da Renato Bosco che torna in onda dal 15 al 19 giugno su Sky Uno e in streaming su NOW con cinque nuovi episodi dedicati alla pizza contemporanea.

Più che una semplice trasmissione di cucina, il format si inserisce in un fenomeno che negli ultimi anni ha trasformato profondamente il settore. Se la pizza resta uno dei simboli più riconoscibili della gastronomia italiana, è altrettanto vero che oggi rappresenta un laboratorio permanente di ricerca. Tecniche di lievitazione, selezione delle farine, attenzione alla sostenibilità degli ingredienti e contaminazioni territoriali hanno ampliato il vocabolario di un prodotto che continua a dialogare con tradizione e innovazione.

In questo contesto si colloca il viaggio di Bosco, imprenditore e studioso della panificazione, che nelle nuove puntate incontra cinque professionisti provenienti da esperienze e territori differenti. L’obiettivo non è individuare una presunta versione definitiva della pizza, ma mostrare come uno stesso impasto possa interpretare sensibilità, culture gastronomiche e linguaggi diversi.

Ad aprire la serie sarà Davide Ruotolo di Palazzo Petrucci, a Napoli, che porterà in trasmissione la mozzarella di bufala campana. Seguirà Davide Sardina di Da Lioniello Milano con il broccolo, ingrediente che richiama le sue radici siciliane. Nella terza puntata sarà protagonista Davide Civitiello, campione del mondo della pizza napoletana e volto di Rossopomodoro, con le acciughe. Toccherà poi ad Antonio Fusco, giovane interprete della scena milanese, lavorare sul salamino piccante: non è un volto nuovo per Gastronomika, avendo già partecipato al Gastronomika Festival come giovane chef, portando proprio la sua pizza, quella di Sublime Milano. A chiudere la stagione sarà Ciro Tutino della pizzeria BRO di Napoli con il limone.

La scelta degli ingredienti non appare casuale. Accanto a prodotti iconici della tradizione compaiono elementi che testimoniano l’allargamento delle possibilità espressive della pizza contemporanea. Ogni ingrediente diventa il punto di partenza per riflettere sul rapporto tra territorio, tecnica e creatività, temi sempre più centrali nel dibattito professionale.

La crescita del settore negli ultimi quindici anni ha infatti modificato il ruolo stesso del pizzaiolo. Da artigiano specializzato nella produzione di un alimento popolare, il professionista della pizza è diventato spesso un ricercatore capace di dialogare con agricoltori, allevatori, mugnai e produttori. La qualità dell’impasto resta fondamentale, ma oggi il valore si misura anche nella capacità di costruire una visione gastronomica coerente.

Programmi come ‘Na Pizza intercettano proprio questa trasformazione culturale. La televisione racconta un prodotto familiare al grande pubblico, ma dietro la semplicità apparente di farina, acqua e lievito emerge un universo fatto di studio, tecnica e continua sperimentazione. Un racconto che contribuisce a spiegare perché la pizza, pur restando uno dei cibi più popolari al mondo, sia diventata anche uno dei più interessanti osservatori dei cambiamenti in corso nella gastronomia italiana.

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L’indecente ipocrisia di Conte sull’Ucraina

La risoluzione presentata dal Movimento 5 stelle sulle comunicazioni della presidente del Consiglio in vista del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno impegna il governo a «interrompere gli aiuti militari alle autorità governative ucraine, implementando allo stesso tempo le misure di sostegno umanitario e gli aiuti alla popolazione civile e nel prossimo futuro a sostenere il processo di ricostruzione, nell’interesse del popolo ucraino e della stessa Europa».

Poche volte in vita mia ho visto una dimostrazione di ipocrisia più rivoltante. In altre parole, si chiede di non inviare più agli ucraini i sistemi di difesa con cui intercettano i missili che ogni giorno i russi scagliano contro case, ospedali, scuole e parchi giochi; in compenso, però, si promettono «aiuti umanitari» alla popolazione civile lasciata indifesa sotto le bombe e persino soldi per la ricostruzione di quelle stesse case, aziende e infrastrutture che si intende lasciare radere al suolo.

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L’accessibilità digitale entra in una nuova fase con il nuovo regolamento AgID

Negli ultimi anni l’accessibilità digitale è passata dall’essere un tema riservato agli addetti ai lavori a una questione che riguarda sempre più da vicino aziende, pubbliche amministrazioni e milioni di cittadini. Dietro questa trasformazione c’è un cambiamento normativo importante, iniziato con l’European Accessibility Act e proseguito con il suo recepimento in Italia attraverso il D.Lgs. 82/2022. Ma il passaggio più significativo è arrivato negli ultimi mesi, quando l’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) ha completato il quadro operativo che permette di verificare, monitorare e, se necessario, sanzionare le violazioni in materia di accessibilità.

Il 15 maggio 2026 AgID ha infatti pubblicato il nuovo regolamento che disciplina le attività di vigilanza sull’accessibilità dei servizi informatici. A prima vista potrebbe sembrare un aggiornamento tecnico destinato soprattutto a giuristi e responsabili della compliance. In realtà, il regolamento rappresenta un tassello fondamentale di un percorso più ampio: quello che sta trasformando l’accessibilità digitale da principio astratto a requisito concreto e verificabile.

La prima precisazione da fare è che il nuovo regolamento non introduce nuovi obblighi tecnici. Le regole che definiscono quando un sito, un’applicazione o un servizio digitale possono essere considerati accessibili restano sostanzialmente le stesse. I riferimenti tecnici continuano a essere gli standard WCAG 2.1 livello AA e la norma europea EN 301 549, già al centro della disciplina italiana ed europea.

La novità riguarda invece il modo in cui queste norme vengono fatte rispettare. Per anni il quadro normativo sull’accessibilità digitale è stato caratterizzato da un paradosso: gli obblighi esistevano, ma mancavano procedure sufficientemente chiare e strumenti operativi capaci di renderli davvero efficaci.

Il nuovo regolamento definisce in modo dettagliato chi interviene, come vengono effettuate le verifiche, quali documenti possono essere richiesti e quali conseguenze possono derivare da un mancato adeguamento. In altre parole, non cambia ciò che le organizzazioni devono fare, cambia il modo in cui AgID può verificare che lo stiano facendo.

Per capire l’importanza di questo passaggio è utile fare un passo indietro. L’accessibilità digitale non è un tema nuovo nel panorama italiano. Già nel 2004 la cosiddetta Legge Stanca aveva introdotto obblighi specifici per la pubblica amministrazione e per alcune categorie di soggetti privati. Per molti anni, però, il tema è rimasto concentrato soprattutto sul settore pubblico.

Il vero cambio di paradigma è arrivato con l’European Accessibility Act, la direttiva europea che ha esteso i requisiti di accessibilità a una vasta gamma di prodotti e servizi privati destinati ai consumatori. In Italia la direttiva è stata recepita attraverso il D.Lgs. 82/2022, diventato pienamente applicabile dal 28 giugno 2025.

Successivamente, nel marzo 2026, AgID ha pubblicato le Linee guida operative sull’accessibilità dei servizi digitali e ha attivato la piattaforma pubblica attraverso cui cittadini e consumatori possono segnalare eventuali barriere digitali.

Con il regolamento di maggio si completa quindi un percorso iniziato anni fa: esistono gli obblighi, esistono gli strumenti per verificarli ed esiste una procedura chiara per intervenire quando non vengono rispettati.

Uno degli aspetti più importanti riguarda il perimetro dei soggetti interessati. Molte aziende continuano ad associare l’accessibilità digitale esclusivamente alla pubblica amministrazione. In realtà il quadro attuale è molto più ampio.

Restano naturalmente coinvolti enti pubblici, amministrazioni e soggetti già ricompresi nella Legge Stanca. Ma il D.Lgs. 82/2022 interessa anche numerose organizzazioni private che operano in settori chiave dell’economia digitale.

Rientrano infatti nel perimetro della normativa i servizi di e-commerce, i servizi bancari e finanziari rivolti ai consumatori, le piattaforme di comunicazione elettronica, i servizi che consentono l’accesso a contenuti audiovisivi, gli elementi digitali dei servizi di trasporto passeggeri – come siti web, applicazioni e sistemi di biglietteria – oltre agli e-book e ai relativi software di lettura. Per molte organizzazioni, dunque, il tema non riguarda più una possibile evoluzione futura. È già parte delle responsabilità operative attuali.

La novità più rilevante introdotta dal regolamento riguarda la definizione di un percorso preciso che porta dalla segnalazione di una criticità all’eventuale applicazione di una sanzione. Il procedimento può essere avviato in diversi modi. Può nascere da una segnalazione presentata da un cittadino, da un reclamo relativo a una richiesta di accessibilità rimasta senza risposta oppure da attività di monitoraggio effettuate direttamente da AgID.

In una prima fase interviene il Difensore civico per il digitale, che può richiedere informazioni, documentazione e chiarimenti all’organizzazione coinvolta. Se vengono riscontrate criticità, l’azienda o l’ente interessato viene invitato a presentare un piano di adeguamento e a indicare le tempistiche necessarie per risolvere i problemi individuati.

È importante sottolineare che il sistema è stato progettato per favorire la conformità prima della sanzione. L’obiettivo principale non è punire, ma rimuovere le barriere digitali e garantire che i servizi siano realmente accessibili.

Se però l’organizzazione non collabora o non realizza gli interventi concordati, il fascicolo passa alla fase successiva, quella sanzionatoria, che può culminare in un provvedimento formale adottato dal Direttore Generale di AgID.

La presenza di sanzioni è inevitabilmente uno degli aspetti che ha attirato maggiore attenzione. Per alcune violazioni sono previste sanzioni amministrative che possono arrivare fino a quarantamila euro, mentre per determinate categorie di soggetti già ricomprese nella Legge Stanca si può arrivare fino al cinque per cento del fatturato annuo. Nei casi più gravi e persistenti, il quadro normativo prevede anche misure ulteriori, come la sospensione del servizio o il ritiro di un’applicazione dagli store digitali.

Ridurre il tema alle sole sanzioni, però, rischia di essere fuorviante. Il vero cambiamento introdotto negli ultimi mesi non è tanto l’entità delle multe quanto la nascita di un sistema che rende concretamente verificabile il rispetto delle norme. Per la prima volta esiste un percorso formalizzato che collega i diritti degli utenti, l’attività di vigilanza dell’autorità e le responsabilità delle organizzazioni.

C’è poi un altro aspetto che spesso passa inosservato ma che potrebbe avere conseguenze profonde sul modo in cui le organizzazioni affrontano l’accessibilità. Per molti anni il dibattito si è concentrato soprattutto sulla conformità tecnica: rispettare o meno determinati requisiti. Oggi diventa sempre più importante anche la capacità di dimostrare il lavoro svolto.

Audit, verifiche periodiche, documentazione tecnica, dichiarazioni di accessibilità aggiornate e piani di rimediazione diventano elementi essenziali non soltanto per migliorare l’esperienza degli utenti, ma anche per dimostrare di aver affrontato il tema in modo strutturato e continuativo. Si passa, in altre parole, da un modello basato sull’autodichiarazione a uno in cui la conformità deve essere sostenuta da evidenze documentabili.

Come ha osservato Accessiway in una recente analisi dedicata alle nuove regole AgID, il cambiamento più significativo non riguarda l’introduzione di nuovi requisiti tecnici, ma la nascita di un sistema che rende l’accessibilità effettivamente verificabile. In questo nuovo scenario, la capacità di documentare verifiche, audit e interventi correttivi diventa parte integrante della conformità stessa.

Per molte organizzazioni il problema non consiste tanto nell’intervenire una volta, quanto nel mantenere nel tempo il livello di accessibilità raggiunto.

Siti web, applicazioni e servizi digitali evolvono continuamente. Nuove funzionalità vengono introdotte, contenuti aggiornati, componenti sostituiti. Ogni cambiamento può potenzialmente reintrodurre barriere che erano già state corrette.

Per questo motivo le più recenti indicazioni normative insistono sempre di più su concetti come accessibility by design e monitoraggio continuo. L’accessibilità non viene più considerata un controllo finale da effettuare prima della pubblicazione di un servizio, ma una caratteristica che deve accompagnarne l’intero ciclo di vita.

È proprio in questo contesto che strumenti di audit, monitoraggio e governance assumono un ruolo sempre più importante. Secondo Accessiway, una delle difficoltà principali per molte organizzazioni non è capire cosa fare, ma riuscire a mantenere l’accessibilità nel tempo mentre prodotti, contenuti e servizi continuano a evolversi. Per questo l’azienda ha sviluppato una piattaforma che unisce audit specialistici, monitoraggio continuo, gestione delle dichiarazioni di accessibilità e supporto alla governance, con l’obiettivo di trasformare l’accessibilità da intervento occasionale a processo strutturale.

Il nuovo regolamento AgID rappresenta dunque molto più di un aggiornamento procedurale. Segna il passaggio a una fase in cui l’accessibilità digitale non è più soltanto un obiettivo dichiarato o un requisito teorico, ma una responsabilità concreta che può essere verificata, documentata e richiesta dagli utenti. Per aziende e istituzioni significa confrontarsi con un quadro più maturo e più esigente. Per i cittadini significa poter contare su strumenti più efficaci per esercitare un diritto che, nell’era digitale, è sempre più essenziale.

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Trump alza la pressione sull’Iran senza fermare la guerra

Per il secondo giorno consecutivo Stati Uniti e Iran si sono lanciati reciprocamente attacchi militari, allontanando la prospettiva di una tregua stabile in Medio Oriente. Nella notte tra mercoledì e giovedì l’aviazione americana ha colpito nuovi obiettivi sul territorio iraniano, mentre Teheran ha rivendicato una serie di attacchi contro basi statunitensi nel Golfo.

A differenza dei bombardamenti di ventiquattro ore prima, ordinati da Donald Trump come risposta all’abbattimento di un elicottero Apache americano nello Stretto di Hormuz, i nuovi raid sembrano avere un obiettivo più ampio. Come scrive il New York Times, l’amministrazione statunitense non presenta più le operazioni «soltanto come una rappresaglia, ma come uno strumento di pressione» per costringere l’Iran ad accettare un accordo alle condizioni di Washington. «Se dobbiamo negoziare con le bombe, negozieremo con le bombe», ha dichiarato il segretario alla Difesa Pete Hegseth.

Secondo il Comando Centrale statunitense (Centcom), gli attacchi sono iniziati poco dopo la mezzanotte locale iraniana e hanno preso di mira sistemi di comunicazione, radar di sorveglianza e postazioni di difesa aerea. Esplosioni sono state segnalate nelle isole di Qeshm e Hengam, nello Stretto di Hormuz, oltre che nei pressi di Bandar Abbas, Minab e Sirik, lungo la costa meridionale dell’Iran. Nelle prime ore del mattino sono arrivate notizie di detonazioni anche nella zona di Karaj, a sud-ovest di Teheran, dove si trovano basi militari e impianti legati al programma missilistico iraniano.

Intervistato da Fox News, Trump ha sostenuto che gli Stati Uniti abbiano lanciato quarantanove missili Tomahawk contro obiettivi iraniani, oltre a impiegare velivoli da combattimento. Il presidente ha aggiunto che le operazioni potrebbero essere sospese temporaneamente, ma che riprenderanno già nelle prossime ore se Teheran non farà concessioni nei negoziati.

L’Iran afferma di aver risposto con due ondate di attacchi contro basi americane in Kuwait e Bahrein. I Guardiani della Rivoluzione sostengono di aver colpito diciotto obiettivi militari, inclusi gli aeroporti di Ali Al-Salem e Ahmad Al-Jaber in Kuwait e la base di Sheikh Isa in Bahrein. Le rivendicazioni non sono state confermate né dagli Stati Uniti né dai governi coinvolti. Il Kuwait ha però annunciato la chiusura temporanea del proprio spazio aereo, mentre in Bahrein sono state attivate le sirene di allarme.

Nel frattempo lo Stretto di Hormuz resta al centro dello scontro. Teheran sostiene di averlo chiuso a ogni forma di navigazione, comprese le petroliere, mentre il Centcom continua a negare che il traffico marittimo sia stato completamente interrotto. Il comandante delle forze aerospaziali dei Guardiani della Rivoluzione, generale Majid Mousavi, ha minacciato di trasformare l’intera regione in un «inferno» se gli Stati Uniti continueranno a operare nell’area.

Tra gli episodi più controversi della giornata c’è anche il possibile bombardamento di un impianto idrico civile vicino alla località di Bemani. Un’analisi del New York Times basata su immagini satellitari e materiale video diffuso dai media iraniani suggerisce che un attacco di precisione americano abbia colpito due strutture utilizzate per la distribuzione dell’acqua potabile, lasciando temporaneamente senza rifornimenti oltre ventimila persone. Il quotidiano osserva che non è ancora chiaro se l’obiettivo sia stato colpito intenzionalmente o per errore, ma ricorda che il deliberato attacco a infrastrutture civili potrebbe configurare una violazione del diritto internazionale.

Tutto questo avviene mentre Trump continua a sostenere che un accordo con l’Iran sia vicino. Una convinzione che appare sempre più difficile da conciliare con l’intensificarsi delle operazioni militari. Non a caso il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha osservato che il cessate il fuoco annunciato due mesi fa «assomiglia ormai più a un cessate il fuoco ridotto che a una vera tregua», dopo quarantotto ore di escalation e minacce reciproche.

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Meloni non si merita il regalo di una simile opposizione

Ho taciuto ostinatamente per un’intera settimana. Non ho detto nulla quando Elly Schlein, dopo lunga vacanza, non sapendo che dire, ha buttato lì la proposta della patrimoniale, senza nemmeno sforzarsi di precisare esattamente contro chi e per fare cosa. Non ho detto niente quando, il giorno dopo o forse già il giorno stesso, com’era ovvio, i suoi più furbi alleati e concorrenti si sono affrettati a dire che per loro non se ne parlava neanche. Non ho detto niente quando, tre o quattro giorni dopo, Schlein ha cominciato la prevedibile ritirata, biascicando che comunque non era nel programma della coalizione (messaggio neanche tanto subliminale all’elettorato: sì, l’ho detto, ma di che vi preoccupate, tanto mica conto qualcosa). Non ho detto niente per giorni, mentre i quotidiani della destra ci riempivano le prime pagine, augurandomi che un asteroide, un’invasione aliena, un cataclisma di qualsiasi genere distraessero finalmente l’opinione pubblica e deviassero il dibattito. Non ho detto niente di niente fino a ieri, quando ho ascoltato Giorgia Meloni ribattere gongolante, davanti alla platea di Confcommercio (e dove se no?), che «altri parlano di tassare il patrimonio, noi lavoriamo perché gli italiani possano ambire ad averlo, un patrimonio». Ho resistito finché ho potuto.

Personalmente, intendiamoci, non sono affatto contrario alla patrimoniale. Quello che mi fa impazzire è che buttarla lì così, senza chiarire chi (e quanto) ci rimetterebbe, né chi da una simile manovra trarrebbe beneficio, significa spaventare il novantanove virgola nove per cento dell’elettorato per eccitare lo zero virgola uno, che si esalta al solo sentire la parola (se è una strategia di tipo para-maoista per consolidare la propria leadership, magari in vista delle primarie, complimenti per la lungimiranza).

C’è però in questa mossa qualcosa di ancora più incredibile, ed è che tutto questo – la dichiarazione in termini vaghi e autolesionistici, l’immediata sconfessione da parte degli alleati, la ritirata ignominiosa tra i fischi del pubblico e l’esultanza degli avversari – è già accaduto, pari pari, appena otto mesi fa. Tanto è vero che sulla Linea del 12 novembre 2025, come potete constatare, avevo già commentato l’intera tarantella del «maldestro e autolesionistico rilancio della patrimoniale», un caso di «purissimo feticismo lessicale che non ha niente a che vedere con la realtà, e sembra fatto apposta per squalificare sia la proposta in sé sia i proponenti (non per niente Conte, che di tutto il gruppo è decisamente il più furbo, ne ha subito approfittato per prendere le distanze e distinguersi da Pd e Avs)». Siamo sempre lì. E io infatti continuo a pensare che una tassa patrimoniale coi fiocchi ce l’avevamo, si chiamava Imu, messa da Mario Monti e tolta dal Pd, ma ovviamente dire tassa sulla prima casa, evocando addirittura Monti, non raccoglierebbe nemmeno un applauso in nessuna assemblea di istituto, apericena impegnato o dibattito post-cineforum. E certo non sarebbe un grande slogan per la campagna elettorale, anche per le ragioni spiegate da Guia Soncini, e cioè che «siamo una repubblica fondata sui soldi delle generazioni precedenti», le quali «hanno comprato come seconda casa quella in cui i nipoti andranno a vivere».

Ma non è nemmeno questo il punto. Il punto è non avere niente da dire su niente, mai, e pensare che dire «patrimoniale» ti farà comunque prendere gli applausi delle persone con cui vai a cena. Ecco qual è il problema: il feticismo lessicale, che è l’altra faccia dell’assoluto vuoto di idee e convinzioni. Il problema è che il Pd di Schlein è un partito che fa solo battaglie simboliche, guidato da dirigenti che parlano solo a quelli che condividono il loro stesso gergo, i loro stessi tic linguistici e ideologici, che pensano di andare alle elezioni, in Italia, scrivendo sulla propria bandiera «Patrimonalə», con la schwa.
Chi può, faccia qualcosa. Meloni non merita un simile regalo.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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La maliziosa operazione Onorato, e la più seria sfida di Spazio Pubblico

Chi è Alessandro Onorato? Un assessore romano molto in gamba che comincia, su ispirazione del Richelieu del campo largo, Goffredo Bettini, ad avere uno spazio nazionale, tanto da essere presentato come – leggo su Repubblica – “l’enfant prodige” della politica romana.

Ad occhio, guardando i suoi Instagram, un Renzi 2 la vendetta. La differenza è che, visti i precedenti, Onorato viene custodito al di fuori del recinto Pd, nella speranza che il suo nuovo partito “civico” (formato da amministratori locali) innervi con sangue fresco la coalizione di sinistra senza mettere a rischio la segreteria Schlein.

Progetto Civico, questo il nome, si presenterà al mondo il prossimo 12 giugno alla presenza di tutti i vertici del campo largo. Tutti i vertici ho scritto? Ho sbagliato. Mi sono fatto ingannare proprio dall’articolo odierno di Repubblica, dove è scritto che «sarà presente tutto l’arco costituzionale del campo largo: dalla segretaria del Pd, Elly Schlein, a quelli di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni, Europa verde, Angelo Bonelli, e +Europa, Riccardo Magi».

No, Renzi non è previsto nel manifesto di convocazione. Non fa parte dell’arco costituzionale del Campo Largo? C’è una fatwa su di lui del professor Gustavo Zagrebelsky e di Enzo Iacchetti? Non sappiamo, comunque non c’è; evidentemente ha fiutato l’aria del trappolone, visto che il mandato di Onorato è, se ho ben capito, di non strappare nemmeno un voto al partito di Schlein (dagli altri non ne riceverebbe comunque). A chi dunque? Un progetto che a Renzi forse appare ben studiato e malizioso.

Nei giorni scorsi si è però manifestato un fatto nuovo che potrebbe intralciare i disegni dei vertici del campo largo. Dopo molti scontri e ripensamenti Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento Europeo e a suo tempo segretaria dei giovani della Margherita, ha rotto col Pd e ha creato una sua associazione politica attingendo ad aree diverse: dai riformisti del Pd e della sinistra all’area liberale che oggi si ritrova in Europa Radicale, fino ai senza patria partitica.

L’appello di Spazio Pubblico è rivolto a chi rifiuta i giochi senza costrutto di due schieramenti che si somigliano così tanto da doversi insultare quotidianamente per distinguersi; a chi è deluso dai litigiosi tentativi falliti di aprire spazi al centro; a chi non sopporta le reticenze degli uni e degli altri sull’aiuto militare all’Ucraina democratica contro l’imperialismo russo, o teme che l’estremismo proPal si traduca nel sostegno rossobruno a tutti gli antisemitismi latenti.

La differenza rispetto all’operazione Onorato è tutta qui. Se Progetto Civico nasce per ampliare il perimetro del campo largo, Spazio Pubblico potrebbe ambire a qualcosa di diverso: costruire un soggetto politico capace di dialogare con elettori provenienti da entrambe le coalizioni e con quanti oggi non si sentono rappresentati da nessuna delle due.

Vedremo se Picierno riuscirà nell’impresa: fare di Spazio Pubblico il soggetto aggregatore di quanti hanno perso ogni fiducia nell’agitato immobilismo dei due schieramenti che si contendono il governo. Se riuscisse ad aggregare l’elettorato oggi disperso tra le varie liste di ispirazione liberaldemocratica, se i sondaggi nel tempo indicassero un consenso simile a quello che quelle liste hanno raccolto, separate, nel recente passato, il panorama politico ne verrebbe scombussolato.

A destra come a sinistra, tutti dovrebbero fare i conti non con le modeste oscillazioni sismiche dei sondaggi ma, finalmente, con la realtà dei temi e delle soluzioni liberali. In quel caso, a destra come a sinistra, diventerebbe più difficile continuare a ragionare esclusivamente in termini di alleanze, veti e giochi di palazzo. Tornerebbero al centro del confronto temi spesso rimasti ai margini: il ruolo dell’ltalia in Europa, la competitività economica, la riforma delle istituzioni, la difesa dello Stato di diritto, il sostegno alle democrazie minacciate.

Le conseguenze potrebbero farsi sentire anche nell’area minoritaria del centrodestra, dove una proposta liberale, europeista e meno acquiescente verso gli strappi sovranisti potrebbe trovare ascolto. Soprattutto se Picierno comincerà a rivolgersi anche a quest’area, ricordando la sua campagna controcorrente nella sinistra per il sì al referendum sulla separazione delle carriere e il suo intransigente federalismo europeo.

È una sfida difficile. Ma almeno pone una domanda che la politica italiana evita da troppo tempo: esiste ancora uno spazio per un centro che non sia soltanto una sottocorrente di uno dei due schieramenti? È una sfida difficile, ma il fatto stesso che la domanda sia tornata sul tavolo è già una buona notizia politica.

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Trump, Infantino, e tutto il peggio dei Mondiali

Omar Abdulkadir Artan era arrivato a Miami con un visto valido e una convocazione ufficiale della Fifa. A quarantadue anni, dopo avere arbitrato la Coppa d’Africa e le qualificazioni mondiali, stava per diventare il primo somalo a dirigere una partita dei Mondiali 2026. La Confederazione africana lo aveva appena nominato miglior arbitro dell’anno. A pochi giorni dall’inizio del torneo, gli Stati Uniti gli hanno impedito di entrare nel Paese. Nella ricostruzione di Reuters, Artan è atterrato a Miami con un aereo da Istanbul lo scorso fine settimana, gli agenti della Customs and Border Protection lo hanno sottoposto a controlli lunghissimi e certosini, poi lo hanno respinto. L’agenzia non ha spiegato pubblicamente le ragioni della decisione. Il governo somalo ha tentato una mediazione con Washington e la Fifa, ma non c’è stato verso. Il presidente della federazione internazionale, Gianni Infantino ha detto di non avere un ruolo nei processi di immigrazione dei Paesi ospitanti e di essere stato informato che lo status dell’arbitro non sarà modificato: «Un caso sfortunato e spiacevole», ha detto, come per lavarsene le mani nel modo più vigliacco possibile.

La vicenda di Artan contiene molte delle contraddizioni che accompagnano la Coppa del Mondo del 2026 tra Stati Uniti, Canada e Messico. Un torneo che la Fifa presenta come il più grande e inclusivo della sua storia inizia con un arbitro bloccato alla frontiera. L’organizzazione che si fregia dello slogan “Football Unites the World” scopre di non poter garantire l’ingresso nel Paese ospitante nemmeno a una persona che, in un modo o nell’altro, lavora per lei. Da questo punto di vista, era andato meglio nelle edizioni dei Mondiali giocate alla corte di regimi autoritari come la Russia o il Qatar. Ma gli Stati Uniti di Donald Trump sono anche questo.

Negli ultimi mesi, alcune organizzazioni per i diritti umani hanno pubblicato guide rivolte a tifosi, giornalisti e visitatori diretti negli Stati Uniti. Amnesty International raccomanda di mettere in sicurezza i dispositivi elettronici, eliminare informazioni sensibili dai telefoni e preparare un piano di emergenza in caso di fermo o detenzione. Human Rights First suggerisce addirittura di scaricare un’applicazione per avvisare familiari e conoscenti qualora si finisca in custodia delle autorità. Il Committee to Protect Journalists ha preparato materiale specifico per i reporter che seguiranno il torneo.

In tutti questi documenti non si parla di come raggiungere uno stadio, non ci sono guide per le città, gli alberghi, i punti di ristoro. Ci sono solo istruzioni su come affrontare controlli di frontiera, ispezioni dei dispositivi elettronici e possibili problemi con le autorità migratorie.

La cappa securitaria degli Stati Uniti – di cui ha parlato con cura di ogni dettaglio l’Equipe, con una straordinaria copertina – sta avvolgendo anche i giocatori. Il calciatore iracheno Aymen Hussein è stato trattenuto per sette ore in aeroporto. Gli è stato controllato il telefono e sono stati fatti controlli molto approfonditi in cerca di non si sa cosa. Accanto a lui, un fotografo che accompagnava la nazionale non ha ottenuto l’autorizzazione a entrare. Raccontando l’episodio, il Council on Foreign Relations ha scritto che per evitare problemi di questo tipo molti tifosi, prevalentemente africani e mediorientali, stavano valutando di seguire le partite in Canada o in Messico. Negli scorsi giorni anche il calciatore svizzero Breel Embolo e il marocchino Zakaria El Ouahdi hanno avuto problemi con i controlli, ma alla fine gli è stato concesso di entrare nel Paese.

Gli Stati Uniti continuano ad accogliere milioni di visitatori ogni anno e il Mondiale attirerà una massa enorme di persone. Ma non si può ignorare la sensazione che si prova osservando queste scene una accanto all’altra.

Lunedì scorso l’economista Stefan Szymanski (autore di “Soccernomics”) e il giornalista Ashish Malhotra hanno pubblicato sull’Economist un articolo con un titolo volutamente provocatorio: “Potrebbero essere gli ultimi Mondiali”. Perché nel corso del Novecento i Mondiali di calcio si sono evoluti e trasformati insieme alla globalizzazione: le frontiere si aprivano, i voli diventavano più economici, il commercio internazionale si espandeva, internet accorciava le distanze e abbatteva barriere. Il torneo di calcio più importante di tutti sembrava il riflesso di quel processo. Oggi queste condizioni sembrano sgretolarsi. «È la prima edizione ospitata da un Paese impegnato in un conflitto con una nazione partecipante», notano Szymanski e Malhotra – per i meno attenti: non parlano del Messico né del Canada. E ancora: «È la prima edizione in cui cittadini di alcuni Paesi qualificati sono soggetti a restrizioni di viaggio imposte dal Paese organizzatore. La prima in cui il leader della nazione ospitante ha minacciato apertamente uno dei co-organizzatori e accarezzato l’idea di annettere l’altro».

Il dirigente sportivo francese Jules Rimet, ideatore dei Mondiali, sognava un torneo capace di avvicinare i popoli. Novantasei anni dopo, siamo qui a raccontare di arbitri e giocatori bloccati in aeroporto. E non saranno sfuggite le immagini di giocatori e staff del Senegal sottoposti a controlli invasivi e interminabili all’aeroporto di San Antonio – le trovate qui sotto – e lo stesso è accaduto alla nazionale uzbeka, trattata alla stregua di una banda di criminali.

🇸🇳🇺🇸🏆🔥 MUNDIAL 2026:

Así fue recibida la selección de Senegal en Estados Unidos.

Los jugadores y el staff de Senegal fueron registrados minuciosamente en la pista de aterrizaje en Carolina del Norte, de cara al Mundial 2026, como parte de un control rutinario de aduanas y… pic.twitter.com/iVyzFuVvgG

— Alerta Mundial (@AlertaMundoNews) June 8, 2026

La scorsa estate, durante la semifinale del Mondiale per Club, Enzo Fernández si è accasciato sul prato del MetLife Stadium, nel New Jersey. Sperava di non svenire. Il centrocampista argentino del Chelsea ha raccontato al Guardian di avere avuto le vertigini e a un certo punto si è dovuto sdraiare sull’erba: «Il caldo era incredibile, mi girava la testa».

Il Mondiale per Club è stata un’anteprima di quello che probabilmente vedremo nelle prossime settimane, un’anticipazione di un problema che la Fifa sembra aver sottovalutato per anni. Questi Mondiali si svolgeranno in zone che a giugno e luglio possono trasformarsi in un territori inospitali dal punto di vista climatico. Le temperature saranno costantemente sopra i trenta gradi, ma ciò che preoccupa gli scienziati è un parametro meno noto chiamato temperatura di bulbo umido (Wgbt), cioè la temperatura più bassa che una massa d’aria può raggiungere per effetto dell’evaporazione dell’acqua – a differenza della temperatura tradizionale, tiene conto anche dell’umidità, della radiazione solare e del vento. È una misura molto più vicina a ciò che il corpo umano percepisce davvero.

In un lunghissimo articolo interattivo, il Financial Times ha analizzato i dati climatici delle città ospitanti e ha scoperto che alcune delle sedi principali del torneo, tra cui Miami, Dallas, Houston e Atlanta, superano regolarmente le soglie considerate rischiose dagli specialisti. Houston, per esempio, ha registrato valori superiori ai trenta gradi di bulbo umido in quasi tre quarti delle giornate di giugno e luglio dell’ultimo decennio. Dallas ci è arrivata in circa metà dei casi.

Molte nazionali stanno modificando la preparazione atletica per affrontare condizioni climatiche più simili a quelle di una spedizione nella giugla tropicale che a un torneo di calcio. L’Inghilterra, ad esempio, ha coinvolto specialisti che lavorano con atleti olimpici di altre discipline più abituate a lavorare in situazioni di caldo estremo.

Il calcio, come molti altri sport outdoor, ha molto presto a ignorare il meteo, derubricato a variabile secondaria. Pioggia, neve, vento, caldo. Si gioca sempre. Adesso potrebbe non essere più possibile. Un gruppo di ricercatori del network World Weather Attribution ha stimato che circa un quarto delle partite dei Mondiali 2026 potrebbe disputarsi con temperature di bulbo umido superiori ai livelli di sicurezza per la salute.

È un tema che riguarda i calciatori, ma anche i tifosi, costretti in spazi ridotti, nelle fan zone, in coda ai tornelli, sui mezzi di trasporto. «Quando la temperatura di bulbo umido supera i 26 gradi, le prestazioni sportive possono peggiorare. Sopra i 28 gradi aumenta il rischio di patologie da calore», ha spiegato al Financial Times Chris Mullington, consulente dell’Imperial College Healthcare NHS Trust. E se i calciatori dispongono di monitoraggio costante e pause per l’idratazione, i tifosi no.

La Fifa aveva annunciato nuove misure per proteggere tifosi e giocatori, come pause obbligatorie per bere, tende refrigerate, stazioni per l’acqua, ventilatori e nebulizzatori. Ma pochi giorni fa ha aggiornato il regolamento per gli spettatori vietando l’ingresso delle borracce riutilizzabili negli stadi. Formalmente, ha parlato di ragioni di sicurezza, per evitare lanci di oggetti dagli spalti. In realtà l’obiettivo è vendere solo acqua e bevande degli sponsor del torneo. Come prevedibile, ci sono state molte proteste da parte di tifosi e associazioni di categoria.

AP/Lapresse

Per anni la Fifa guidata dal presidente Gianni Infantino ha inseguito i mercati più ricchi del pianeta. La Russia, il Qatar, oggi gli Stati Uniti e tra otto anni toccherà all’Arabia Saudita. La geografia del calcio si sovrappone a quella del denaro, con la promessa di investimenti, sponsor e ricavi sempre più alti. Anche a costo di andare contro i suoi stessi tifosi, visti come un mare indistinto da cui drenare liquidità. Lo stiamo vedendo soprattutto con i costi dei biglietti. Secondo Ticketdata, all’inizio di giugno il prezzo medio d’ingresso per una partita dei Mondiali sfiorava i seicento dollari. Cifre inaccessibili per i tifosi provenienti da molti dei Paesi coinvolti nel torneo.

Per la prima volta, ai Mondiali in Stati Uniti, Messico e Canada è stato adottato in modo esteso il dynamic pricing, un sistema usato principalmente dalle compagnie aeree e dalle piattaforme alberghiere: i prezzi oscillano in base alla domanda. Fra ottobre e aprile, ha calcolato The Athletic, la federazione ha aumentato i prezzi di quasi novanta delle centoquattro partite in programma. L’aumento medio è stato del trentaquattro per cento. Per la prima volta il Mondiale sembra essere stato pensato come un grande evento premium, un prodotto di lusso. Lex Pryor su The Ringer ha scritto: «Definire il lancio dell’evento uno shitshow non rende pienamente l’idea». Perché oltre ai biglietti per le partite c’è tutto il contorno. Sono stati registrati aumenti superiori al trecento per cento per alcune strutture alberghiere nelle città ospitanti degli Stati Uniti. I parcheggi ufficiali vicino agli stadi hanno raggiunto prezzi che in diversi casi superano i duecentocinquanta dollari. Al MetLife Stadium del New Jersey si è arrivati a trecento; a Los Angeles duecentocinquanta; ad Atlanta duecentoventicinque. E i trasporti hanno seguito la stessa logica.

Gianni Infantino sembra applicare al calcio il vecchio mantra della Silicon Valley di inizio secolo «move fast, break things», immaginando il calcio come un’industria destinata a una crescita infinita, con risorse inesauribili, in cui alzare sempre la posta porterà più audience, più contenuti, più ricchezza. È quello che il giornalista britannico Rory Smith aveva definito, ormai un anno fa, la visione del calcio «non come sport ma come prodotto».

Questa logica la vediamo applicata all’intero progetto Fifa, dall’allargamento dei Mondiali a quarantotto squadre a una Coppa del Mondo per club di cui non si sentiva il bisogno. Ogni anno spuntano nuove competizioni, partite aggiuntive, quindi nuovi pacchetti commerciali e diritti di trasmissione da vendere al miglior offerente. Allargare il calcio per spremere più ricchezza. Anche ingolfando i calendari, mettendo a repentaglio la salute dei giocatori, violando diritti, tutto pur di ingigantire il content.

I risultati finora sono modesti. Perché proprio mentre la Fifa cercava di trasformare i Mondiali nel più grande spettacolo commerciale della storia dello sport qualcosa ha iniziato a incrinarsi. A metà maggio i prezzi di rivendita di alcuni biglietti sono scesi sotto quelli ufficiali, proprio in virtù dei prezzi dinamici. E l’associazione americana degli albergatori ha segnalato una domanda inferiore alle aspettative in molte città ospitanti. Perché deve esserci una soglia – di prezzo, o di decenza – oltre la quale il consumatore non è più disposto a comprare il prodotto calcistico.

Forse non è neanche il problema più grande della Fifa, in questo momento. O meglio, potrebbe essere solo una parte del problema. Perché possiamo essere sicuri che Donald Trump prima o poi lascerà la Casa Bianca e Gianni Infantino un giorno non sarà più presidente della Fifa. Ma le criticità emerse alla vigilia di questi Mondiali sembrano più profonde dei protagonisti che le hanno causate. Riguardano la libertà di movimento delle persone, il rapporto tra capitalismo e sorveglianza, la sostenibilità economica degli eventi globali e perfino la possibilità di continuare a giocare a calcio in alcune parti del mondo durante l’estate. Il sogno di Jules Rimet di avvicinare Paesi e culture diverse non è scomparso, ma forse non è mai stato così sbiadito.

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Picierno, Madia, Gualmini, Quartapelle e Malpezzi il 25 giugno insieme a Milano

Qualcuno ci prova. A discutere, a capirsi, a tentare l’impresa che pare impossibile di intrecciare i fili di un discorso comune. Pina Picierno, Marianna Madia e Elisabetta Gualmini, le tre esponenti uscite di recente dal Pd, terranno con Lia Quartapelle e Simona Malpezzi, della minoranza riformista del Pd, un’iniziativa insieme il 25 giugno a Milano.

Titolo evocativo: «C’è ancora domani – Quattro strade per combattere populismo e estremismo». Una “four way street” riformista per iniziare un discorso nuovo. Linkiesta aveva sollecitato un incontro di questo tipo per provare a ragionare insieme sulle prospettive dell’area riformista, e dunque che la cosa si faccia è una buona notizia.

È interessante perché le tre hanno scelto strade diverse: Gualmini con Azione, Madia indipendente in Italia viva, mentre Picierno ha fondato l’associazione Spazio Pubblico fuori dallo schema bipopulista nel tentativo di dar forza a un serio progetto europeista e riformista di governo. Spiega Quartapelle che «Marianna, Elisabetta, Pina hanno deciso di lasciare il Pd, Simona e io pensiamo che serva continuare a rappresentare posizioni riformatrici all’interno. Tutte, però, riteniamo che sarebbe imperdonabile se nel 2027 dovessero prevalere le forze populiste e nazionaliste. Per questo non vogliamo lasciar cadere il filo del dialogo e ci ritroviamo per discutere di proposte e programma per battere la destra nel 2027».

Un dialogo che ha un immediato riscontro politico sulla battaglia per la libertà dell’Ucraina, vero snodo politico e valoriale e anzi sempre più lo spartiacque tra l’europeismo liberale e il populismo dell’ambiguità. Interpretando questa seconda linea ieri Goffredo Bettini ha detto al Corriere della Sera che oggi «l’Ucraina non corrisponde ai criteri fondamentali per entrare nell’Ue», per cui «ci vorranno anni» e che pertanto «sventolare oggi questa bandiera per motivi propagandistici non aiuta».

Peccato che nella mozione che oggi il Pd presenterà in Parlamento ci sia scritto esattamente il contrario, come ha notato proprio Quartapelle: «Il Pd presenta una risoluzione in cui ribadisce che l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue è una scelta strategica di fondo che non può essere rallentata».

D’altronde verte proprio sull’Ucraina, e sulla connessa partita sul riarmo, il dissenso che e diventato rottura da parte di Picierno. Un dissenso che è lo stesso dei riformisti che restano nel Pd. «Penso l’opposto, ovviamente, delle parole di Bettini sull’Ucraina consegnate oggi al Corriere. L’opposto – ha affermato Filippo Sensi – e un Pd che seguisse questa agenda filorussa, che equivoca le stragi con Puskin, sarebbe una follia e un errore esiziale che non avverrà. Sul mio cadavere».

Al di là delle geometrie partitiche e delle convenienze del momento, è proprio qui che potrebbe nascere un terreno comune. Se esiste una possibilità di ricomporre il campo riformista, essa passa attraverso una opzione di valori prima ancora che di alleanze. E l’Ucraina, oggi, è il luogo politico in cui questa scelta viene messa alla prova. Forse si comincia a fare sul serio.

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L’Italia è una Repubblica fondata sui soldi delle generazioni precedenti

Ho capito la questione della patrimoniale parlando con una ragazza di romanzi rosa (in neolingua: romance). La ragazza mi stava spiegando che il romance era la ragione per cui era andata, il mese scorso, al Salone del libro di Torino.

Io annuivo pensando fortissimo a Wanna Marchi. Le avevo viste, al Salone, le indicazioni per il (chiedo scusa per le brutte parole) pop-up romance, ma non avevo approfondito cosa fosse. Era il trionfo di ciò che vuole il mercato: libri per lettrici semianalfabete che, invece di comprarsi gli Harmony all’edicola del mare come facevamo noialtre a dodici anni, si comprano a venticinque quelli che chiamano pretenziosamente romance e vanno a farseli autografare dalle autrici.

Ma lo sai, mi diceva la ragazza, che ci sono quelle che arrivano coi trolley? Lo sapevo, me l’avevano raccontato anni fa quando avevo scritto di non ricordo quale di queste autrici di romanzi rosa e nutrici di analfabetismo che hanno lettrici assatanate che arrivano con l’opera omnia per le foto e le dediche.

Ma mi par di capire, leggendo in ritardo sulla pagina del sito del Salone che informava le visitatrici (femminile sovresteso) circa le condizioni di accesso, che sia stato necessario arginare i trolley. «Quanti libri posso farmi autografare ad [sic] ogni firmacopie?», chiedeva la frequently asked question. «Potrai portare con te un massimo di 2 libri a [sic] ogni meet&greet a cui parteciperai», risponde il Salone, nell’evidente speranza che la domandatrice impari dalla risposta a non adoperare l’eufonica nella domanda.

Il meet&greet, lo dico casomai foste tra i quindici adulti rimasti sul pianeta, è un’usanza che si colloca all’incrocio di capitalismo, culto della personalità, mitomania e relazioni parasociali. Io – io lettore, io spettatore, io disperato qualunque – pago, e tu – tu cantante, tu scrittore, tu semidio da quando non crediamo più nell’aldilà ma crediamo nella fama – mi saluti, ti fai una foto con me, fingi di ascoltare come mi chiamo, mi fai splendere per cinque secondi di fama riflessa.

Per andare al romance pop-up (mi scuso per il lessico) le visitatrici pagavano 55 euro, ma la ragazza con cui ho parlato mi ha detto 90, perché evidentemente l’ha percepito più costoso, l’ha percepito un sacrificio economico, l’ha percepito un investimento quanto i 70 euro di non so che edizione di “Twilight” col dorso colorato che mi ha spiegato di aver dovuto proprio comprare, è stato più forte di lei, pur vergognandosi del suo consumismo.

Io non le ho detto, perché certe vergogne le confesso solo quando siamo in più di due, che una decina d’anni fa ho speso duecento euro per una tiratura limitata autografata da Gay Talese di “Frank Sinatra has a cold”, e che una quindicina d’anni fa, avevo rimosso ma purtroppo le transazioni delle carte di credito lasciano tracce, ho speso 460 sterline, mi vergogno anche solo a ricopiare la cifra, per un libro con le foto che Eric Meola aveva fatto a Bruce Springsteen per la copertina di “Born to run”. È arrivato, ho detto «che bello», l’ho messo su un ripiano e non l’ho mai più sfogliato.

Ora voi penserete io stia per dire che la patrimoniale non mi riguarderà mai perché spendo accuratamente tutto in stronzate, e se compri golfini di Prada e libri di fotografie poi non te li possono tassare come ti tasserebbero gli appartamenti, e vai a capire se questo ne faccia un investimento più sciocco o più saggio.

Ma no, la ragione per cui parlo della ragazza dei romance è che lei e le altre che racconta d’aver visto coi trolley al Salone sono coetanee di quelle (forse sono addirittura proprio loro) che vediamo sui social lamentarsi perché i libri costano troppo. Venti euro per leggere qualcuno di più intelligente di te no, ma cinquanta per l’autoscatto con un’analfabeta romantica allora sì? Quindi i soldi ce li hai, è che vuoi – giustamente – spenderli come pare a te. Meglio: i soldi non ce li hai, altrimenti non ti peserebbero dilatandosi nella memoria i 55 euro di biglietto, ma ce li hai, cioè hai la vita che avresti se i soldi li avessi. La vita in cui 55 euro li spendi senza esitazioni.

La tesi che volevo esporvi oggi riguarda non la patrimoniale in sé ma la patrimoniale in noi. Leggo continuamente polemiche sul fatto che i più contrari alla patrimoniale sono quelli che non hanno soldi, e quindi non si capisce perché difendano il fatto che i ricchi paghino meno tasse invece di fare, come sarebbe di loro competenza, la lotta di classe. Poiché quasi tutto ciò che so della politica l’ho imparato da “The West Wing”, pensavo c’entrasse quella puntata in cui i deputati afroamericani sono contrari alla tassa di successione, e qualcuno dice che è perché la prima generazione di milionari neri sta per morire, e qualcun altro risponde che il problema del sogno americano è che pensi sempre che riguardi anche te.

Ecco, non avevo capito quanto siamo diventati americani, ma non nel senso dell’ascensore sociale. Quelli che parlano della figura, non so se immaginaria o reale, dell’italiano squattrinato contrario alla patrimoniale, quelli dicono che il povero mitomane s’illude che diventerà ricco, e io ci avevo creduto.

Ma poi ho capito che il problema non è la convinzione che domani vincerò al Totocalcio (esiste ancora?), il problema è sempre il solito: che siamo una repubblica fondata sui soldi delle generazioni precedenti.

Le generazioni precedenti pagano le scuole private ai nostri figli, le generazioni precedenti hanno comprato come seconda casa quella in cui i nipoti andranno a vivere, le generazioni precedenti non andavano al ristorante tutti i giorni e all’estero tutti i weekend, e quindi hanno messo da parte patrimoni.

E quindi le generazioni successive, che nei giorni pari frignano perché i boomer si compravano casa con venti milioni di lire e a noi diecimila euro neanche bastano come cauzione per l’affitto, gli stessi frignoni abituati a vivere al di sopra delle loro possibilità, loro nei giorni dispari non vogliono che lo Stato, quest’entità astratta e rapace, intacchi i patrimoni dei loro nonni, perché i patrimoni dei loro nonni sono quelli grazie ai quali vanno a Londra con la disinvoltura con cui i nonni andavano al paesello, i patrimoni dei loro nonni sono quelli che permettono loro di prendere lauree inutili con cui baloccarsi cercando il lavoro dei sogni, i patrimoni dei loro nonni sono la ragione per cui loro vivono una vita che non potrebbero mai permettersi. I patrimoni dei loro nonni guai a chi glieli tocca.

Ieri mi è apparso un tweet (o come si chiamano ora) in cui una tizia raccontava d’aver visto, al supermercato, una donna dire alla cassiera di smettere di passare le cose che aveva preso non appena raggiungeva i venti euro di prezzo. Mentre non era in grado di fare più di venti euro di spesa, questa figura simbolica avrebbe discusso con l’amica che era a favore della patrimoniale: lei e la sua carta di credito con meno di ventun euro di disponibilità erano contrarie.

Non importa che l’aneddoto fosse probabilmente inventato come i novanta euro del romance torinese, importa solo che la scena avrebbe una logica che chi la riportava su Twitter non ha individuato.

Un giorno la nonna di quella signora squattrinata morirà, e meno tasse avrà pagato, la nonna, più intatto sarà il patrimonio che le lascerà. Un giorno l’ex squattrinata potrà fare la spesa senza neanche ascoltare quant’è il totale mentre striscia la carta, e non potrà farlo perché gli stipendi in Italia saranno aumentati o il costo della vita sarà sceso: potrà farlo perché intanto nessuno sarà stato così scortese da far pagare delle tasse ai benestanti della cui elemosina ha vissuto per la prima metà della sua vita.

Io non vorrei scrivere sempre lo stesso articolo, ma il problema è sempre lo stesso: non quante tasse paghino i pochi veri ricchi (i quali peraltro hanno tutti soldi investiti in modi intassabili, perché la prima cosa che fai da ricco, prima ancora di far installare una risonanza magnetica in tavernetta, è procurarti ottimi commercialisti), ma come camperanno gli italiani quando, fra un paio di generazioni, i soldi delle generazioni precedenti saranno finiti, scialati in RyanAir e altri passatempi da poveri la cui frequenza farà un totale di spesa da ricchi.

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Il nuovo, il vecchio e l’immutabile nella guerra di Putin contro l’Ucraina

Al vertice tra Donald Trump e Xi Jinping tenutosi a maggio a Pechino, il presidente cinese avrebbe detto al suo omologo statunitense che Vladimir Putin «potrebbe finire per pentirsi» dell’invasione dell’Ucraina. Questa rivelazione è al tempo stesso incoraggiante e sconfortante. Il sostegno della Cina alla Russia è stato un fattore decisivo nel mantenere la guerra in corso e un cambiamento di atteggiamento a Pechino, se davvero dovesse concretizzarsi, avrebbe implicazioni profonde. L’aspetto più inquietante è che questa non è mai stata una posizione esplicita dell’Europa, dove quel «potrebbe» avrebbe dovuto essere sostituito da un «sarà» e tradotto in azione già nel 2022, se non nel 2014, quando la Russia ha invaso per la prima volta l’Ucraina.

Ogni osservatore informato e onesto della guerra sa che la responsabilità del conflitto è esclusivamente di Mosca. Non della sovranità ucraina. Non di presunte provocazioni immaginarie. E certamente non della cosiddetta «espansione della Nato». Questa espressione tossica è stata inventata al Cremlino e attribuisce falsamente l’iniziativa a un’alleanza difensiva, storicamente riluttante ad accettare nuovi membri, invece che agli Stati sovrani che vi hanno aderito perché, sulla base della loro storia, conoscevano bene la minaccia russa. È stato l’ethos imperiale russo a scegliere la guerra – torneremo su questo punto – e Putin si è trovato al comando nel momento in cui essa è stata intrapresa.

Per l’Ucraina questa guerra non è mai stata una scelta. La Russia vuole controllarla e, se il suo popolo resiste, è disposta a ucciderlo – mentre gli ucraini non vogliono essere uccisi. Difendere le proprie case, le proprie famiglie e il proprio diritto a esistere è l’unica opzione rimasta. L’Ucraina ha accettato un cessate il fuoco incondizionato nel marzo 2025. La Russia continua invece a scegliere la guerra. È grottesco e sconcertante che persone in posizioni di responsabilità rifiutino ancora di riconoscere questa realtà elementare.

Per il resto d’Europa, a ovest dell’Ucraina, la guerra è stata qualcosa di diverso: un lungo esercizio di rinuncia, un rifiuto di ricordare che l’aggressione impunita è il modo in cui le guerre locali si trasformano in conflitti che possono travolgere l’intero continente. La «vecchia Europa» (gli Stati dell’Europa occidentale) oggi si lamenta dell’abbandono da parte di Washington, dimenticando comodamente quante volte abbia abbandonato Georgia, Moldavia e Ucraina. Per capire cosa serva davvero a porre fine alla guerra della Russia, occorre distinguere ciò che è nuovo da ciò che è vecchio e, entrambi, da ciò che è immutabile fin dall’inizio.

Il nuovo
Avendo sviluppato capacità autonome e tattiche di combattimento che pochi all’interno della Nato comprendono, per non dire eguagliano, Kyjiv è diventata un fornitore di sicurezza per l’Europa. I droni ucraini colpiscono oggi raffinerie vicino a Mosca, impianti di produzione di esplosivi in profondità nella Siberia e numerosi altri obiettivi lungo la linea del fronte.

Nel 2022 l’allora ministro delle Finanze tedesco Christian Lindner si sarebbe opposto alla fornitura di armi perché riteneva che Kyjiv sarebbe caduta nel giro di poche ore. Le previsioni di una rapida sconfitta dell’Ucraina hanno poi lasciato spazio alle narrazioni su una vittoria russa inevitabile e successivamente alle riflessioni su una guerra di logoramento che, si diceva, favorisse Mosca. Gli ucraini hanno smentito tutte queste previsioni.

Nel 2026 la Russia sta subendo perdite territoriali limitate ma costanti e, per usare le parole del presidente finlandese, «l’inerzia si è invertita».

In Europa stanno accadendo cambiamenti, anche se a un ritmo che non soddisfa nessuno. I bilanci per la difesa crescono. Orbán è uscito di scena, insieme al suo potere di veto. Gli asset russi congelati si stanno avvicinando lentamente a un possibile utilizzo per lo scopo più coerente dal punto di vista morale e della sicurezza. Merz ha proposto l’ingresso immediato dell’Ucraina nell’Unione Europea come «membro associato». Il risveglio è reale, ma troppo lento e continuamente minato da una tendenza all’autolimitazione.

E poi c’è il contesto globale. Le guerre in Medio Oriente, il vertice Trump-Xi e la profonda trasformazione delle relazioni transatlantiche sottraggono ossigeno a ogni spazio in cui l’Ucraina dovrebbe essere al centro dell’agenda. In un sistema internazionale complesso, ciascuno di questi sviluppi può cambiare in modo drastico i calcoli di Mosca, in senso favorevole o sfavorevole.

Il vecchio
Il rifiuto dell’Ucraina di arrendersi è una realtà nota da tempo, ma resta il fatto più importante della guerra. Il cosiddetto «processo di pace» degli ultimi quattordici mesi può essere descritto come un teatro dell’assurdo. La Russia usa i negoziati per consolidare i propri guadagni e umiliare chiunque sia ingenuo al punto da credere alle nuove promesse del Cremlino (cioè alle sue menzogne).

Anche le sanzioni appartengono al «vecchio». Stanno producendo effetti e, allo stesso tempo, sono piene di falle: entrambe le cose sono vere. L’economia russa è sotto pressione crescente, ma Mosca continua ad attenuare l’impatto grazie al sostegno cinese e beneficia di maggiori entrate dal petrolio, anche per via della chiusura dello stretto di Hormuz.

L’Europa continua a tollerare la flotta ombra russa, che rifornisce senza vergogna le casse di guerra del Cremlino. Ogni anno si ripetono gli stessi dibattiti e le stesse misure parziali. Georgia nel 2008, Crimea nel 2014, invasione su larga scala dell’Ucraina nel 2022: l’Europa oscilla, mentre l’appetito della Russia per la guerra cresce.

L’immutabile
Sotto le nuove dinamiche del campo di battaglia, le motivazioni profonde di Mosca non sono cambiate affatto. La Russia non è uno Stato che invade raramente e con riluttanza i propri vicini: è un sistema in cui la conquista brutale rappresenta il modo normale di agire. Zar, commissari e «democratici» come El’cin e Putin sono stati, allo stesso tempo, strumenti e motori di una tradizione bellica che li precede di secoli. La Federazione Russa rimane il più grande colonizzatore senza pentimento del mondo.

Ciò che rende invisibile questo impero predatorio a uno sguardo occidentale distratto è la cosiddetta «fallacia dell’acqua salata»: l’idea secondo cui le colonie debbano essere separate dalla madrepatria da grandi oceani. La Russia dimostra il contrario. La sua peculiarità pericolosa è la condizione di colonizzatore e colonizzato insieme: un sistema politico che cerca costantemente di sottomettere altri all’estero per giustificare e mantenere la sottomissione interna.

Il popolo russo è spesso rappresentato come vittima passiva della propaganda statale, inconsapevole degli orrori del proprio governo. Ma la realtà, come ha mostrato Jade McGlynn nel suo libro “Russia’s War”, è più inquietante: «La guerra della Russia contro l’Ucraina è sostenuta da ampi settori della popolazione russa ed è accettata da una quota ancora più ampia». E aggiunge: Putin non impone le proprie idee di politica estera ai russi; dà voce a ciò che molti già credono.

Tra le cose immutabili vi è anche una lezione della storia europea: l’appeasement incoraggia l’aggressione. Le poste in gioco per la vecchia Europa non potrebbero essere più alte, mentre le risorse a sua disposizione superano di gran lunga quelle del Cremlino. Eppure, la volontà e la lucidità per agire restano pericolosamente insufficienti.

Dare per scontato il coraggio dell’Ucraina è stato naturale per i vicini occidentali del Paese più coraggioso d’Europa. Riscoprire l’azione politica, affrontare la realtà e agire con determinazione lo è molto meno.

Il 14 maggio ventiquattro civili innocenti sono stati uccisi deliberatamente in un attacco contro un edificio residenziale a Kyjiv. Pochi giorni dopo, Angela Merkel ha ricevuto una delle più alte onorificenze europee. L’espressione «fuori luogo» è insufficiente a descrivere la situazione. L’esperto energetico ucraino Mykhailo Gonchar ha posto la domanda giusta nel marzo 2022: l’ipocrisia del Nord Stream sotto Merkel ha scatenato la guerra della Russia? I fatti lasciano pochi dubbi. L’interdipendenza economica non ha frenato il revanscismo imperiale di Mosca. L’Ostpolitik e la promessa di «cambiamento attraverso il commercio» lo hanno rafforzato.

La strada da seguire è difficile ma chiara: la vecchia Europa deve assumersi la responsabilità del futuro del continente, come ha fatto l’Ucraina, smettere di segnalare paura e fornire a Kyjiv tutto ciò di cui ha bisogno per respingere gli invasori.

Articolo precedentemente pubblicato da Länder-Analysen

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