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Linkiesta Etc ha vinto il bronzo agli European Design Awards

In occasione degli European Design Awards, uno degli appuntamenti più importanti per la comunità globale della comunicazione, il team creativo de Linkiesta ha conquistato la medaglia di bronzo grazie al progetto grafico di Linkiesta Etc. Questo successo accende i riflettori su come la carta stampata possa ancora innovare, stupire e imporsi nel panorama culturale contemporaneo attraverso scelte estetiche coraggiose e fuori dagli schemi.

Il prestigioso premio è stato assegnato a Linkiesta Etc per le sue straordinarie illustrazioni di copertina firmate dagli artisti Pierre Buttin e Cristina Daura. Dietro a questo traguardo si cela il lavoro di una squadra guidata dal direttore Christian Rocca e dall’Head of Content Stefano Cardini, insieme al team grafico composto da Caterina Cedone, Lorenzo Frosi e Nello Alfonso Marotta, guidati dallo studio di graphic design Paper Paper di Cecilia Bianchini e Giovanni Cavalleri.

Se il quotidiano online Linkiesta.it si occupa ogni giorno di attualità, Etc è nato per dare spazio, respiro e voce a tutto il resto. La rivista racconta ciò che solitamente non trova spazio nei titoli urlati dei media mainstream, ma che si rivela fondamentale nel plasmare la nostra vita quotidiana, la nostra estetica, i nostri usi e costumi, e soprattutto il nostro modo di pensare.

Ogni numero del quadrimestrale ruota attorno a un unico tema portante, intercettando lo spirito del tempo, e sviscerandolo attraverso prospettive inedite. Il numero 10 della rivista è stato interamente dedicato al tema del gioco, inteso non solo come svago, ma come lente d’ingrandimento per analizzare la società contemporanea. Il volume interroga lettrici e lettori sul prezzo da pagare in un mondo che sembra aver dimenticato il valore profondo del diventare adulti. Per riflettere questa complessità concettuale, la rivista stessa si è trasformata in un oggetto interattivo: un flip book animato dall’artista Umberto Chiodi, stampato nell’angolo inferiore destro di tutta la seconda metà del volume, che prende vita sfogliando velocemente le pagine.

Il successivo numero 11 ha invece esplorato il tema delle identità: le molteplici sfaccettature dell’Io divise tra la percezione dell’altro e il sé profondo, nell’era del narcisismo digitale. Un concetto intimo e filosofico che ha ispirato la potente copertina illustrata da Cristina Daura.

A fare la differenza agli European Design Awards è stata anche la coraggiosa evoluzione dell’impianto grafico della rivista. Proprio a partire dal decimo numero, Linkiesta Etc ha adottato un sistema di copertina completamente rinnovato: un masthead (il logo della testata) mobile, che racchiude tutte le informazioni tipografiche in un blocco versatile e flessibile. Questa soluzione strutturale innovativa libera lo spazio visivo della pagina e concede all’artista a cui viene affidata la copertina massima libertà espressiva. 

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Quando il pane diventa relazione

Il pane come alimento ma anche come metafora, linguaggio e dispositivo culturale. È da questa prospettiva che nasce «Sulla soglia», la performance in programma il 17 giugno alla Fabbrica del Vapore di Milano, all’interno della mostra collettiva «La misura dell’uno». Un appuntamento che mette insieme filosofia, musica e gesti per affrontare una domanda apparentemente semplice: da dove nasce l’identità di una cosa?

Sul palco si incontrano il filosofo e musicista Massimo Donà, Chiara Quaglia e Piero Gabrieli di Petra Molino Quaglia, accompagnati da un quartetto jazz. Il punto di partenza è uno degli alimenti più antichi e quotidiani della cultura mediterranea. Non però per raccontarne caratteristiche tecniche o aspetti gastronomici, bensì per osservare il processo che lo genera.

Grano, farina, acqua, impasto e pane diventano così le tappe di una trasformazione che, secondo la riflessione proposta dalla performance, mostra come ogni identità prenda forma attraverso una relazione. In questa lettura il mugnaio occupa una posizione centrale. È la figura che collega il lavoro del contadino a quello del panettiere, trasformando il raccolto in una materia capace di diventare nutrimento.

La scena alterna musica, parole e azioni concrete. Mentre Donà sviluppa il suo ragionamento filosofico, Chiara Quaglia lavora con gli elementi che danno origine al pane. Le mani separano il grano, uniscono gli ingredienti, modellano l’impasto e accompagnano la nascita della forma finale. La gestualità rende visibile ciò che spesso resta nascosto: la rete di relazioni che attraversa ogni filiera.

La riflessione proposta dagli organizzatori insiste proprio su questo aspetto. Contadino, mugnaio e panettiere non sono figure intercambiabili né funzioni da concentrare in un’unica persona. Ognuno esprime la propria identità nel rapporto con gli altri. Il grano affidato dal contadino, la farina interpretata dal mugnaio e il pane realizzato dal panettiere costituiscono passaggi di un processo condiviso che trova valore nella collaborazione.

L’iniziativa si inserisce nel percorso culturale di Bread Religion, progetto promosso da Petra Molino Quaglia per riportare il pane al centro di una riflessione che supera la dimensione del prodotto. La filiera viene letta come luogo di costruzione di significati, responsabilità e appartenenze, dove il valore economico convive con quello simbolico.

Resta così sospesa la domanda che accompagna l’intera performance: «Il pane che scegliamo dice chi siamo?». Una questione che riguarda il cibo, ma anche il modo in cui interpretiamo il rapporto tra individui, comunità e trasformazione della materia.

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Le infinite torsioni maggioritarie dei partiti, e l’autolesionismo di Forza Italia

Scrive Christian Rocca su Linkiesta che «la leader della destra Giorgia Meloni, in modo esplicito, e quella della sinistra Elly Schlein, fingendo una contrarietà di fondo ma di fatto condividendone le finalità, stanno preparando ciascuna a suo modo il terreno per una correzione ulteriormente maggioritaria del sistema elettorale, in modo da ricompattare artificiosamente i ben visibili movimenti di frattura all’interno degli schieramenti già esistenti».

Ma la collusione di tutti i partiti maggiori nell’imprimere sempre nuove torsioni maggioritarie e para-presidenzialiste al sistema, tra gli applausi del solito giro di commentatori, studiosi e cabarettisti di complemento, è esattamente ciò che ha reso questo sistema indistruttibile per trent’anni. Questa volta poi, considerati gli equilibri parlamentari, l’unico partito che potrebbe davvero rompere l’incantesimo è Forza Italia, che avrebbe solo da guadagnarci, ma per qualche strana ragione preferisce restare ostaggio di una coalizione in cui sarà sempre più marginale, e in prospettiva non avrà un ruolo molto diverso da quello di Matteo Renzi nel centrosinistra attuale. Chi li capisce è bravo.

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La Russia bombarda la Lavra, simbolo spirituale dell’Ucraina

Nella notte tra il 14 e il 15 giugno la Russia ha lanciato una nuova ondata di attacchi missilistici e con droni contro l’Ucraina, colpendo duramente Kyjiv e provocando almeno quattro morti e ventitré feriti. Ma a rendere particolarmente significativo il bombardamento è stato il danneggiamento della Cattedrale della Dormizione, all’interno della Lavra delle Grotte di Kyjiv, uno dei luoghi religiosi e culturali più importanti del Paese.

L’attacco, scrive il Kyiv Independent, avrebbe coinvolto oltre cinquanta missili, compresi alcuni missili ipersonici Zircon, e quasi cinquecento droni. Le esplosioni hanno colpito numerosi quartieri della capitale, danneggiando edifici residenziali, infrastrutture energetiche, magazzini e attività commerciali. Oltre centoquarantamila utenti sono rimasti temporaneamente senza elettricità.

Il simbolo della notte, però, è diventato il tetto della Cattedrale della Dormizione avvolto dalle fiamme. «Brucia il tetto di uno dei luoghi più sacri del mondo cristiano», ha scritto sui social il metropolita Epifanij, capo della Chiesa ortodossa d’Ucraina, definendo l’attacco «un altro crimine russo contro l’umanità, la storia e il cristianesimo».

La Lavra di Kyjiv è un monastero fondato nell’XI secolo ed è inserita nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco. È considerata uno dei principali centri spirituali dell’Europa orientale e custodisce reliquie e santuari venerati da milioni di fedeli. Secondo il Kyiv Independent, si tratta soltanto del terzo attacco subito dal complesso religioso dalla Seconda guerra mondiale e del secondo dall’inizio dell’invasione russa su larga scala.

Le autorità ucraine hanno reagito con durezza. Il ministro degli Esteri Andrij Sybiha ha accusato Vladimir Putin di essersi guadagnato un posto «tra i peggiori barbari della storia» e ha annunciato l’avvio di procedure urgenti presso l’Unesco e altre organizzazioni internazionali. Anche l’ambasciatrice dell’Unione Europea in Ucraina, Katarina Mathernova, ha condannato il bombardamento contro «uno dei luoghi più sacri del cristianesimo orientale», chiedendo alla comunità internazionale di non distogliere lo sguardo.

L’attacco non ha riguardato soltanto la capitale. Sempre secondo il Kyiv Independent, a Kharkiv sono morti cinque operatori dei servizi di emergenza, mentre altre vittime e feriti sono stati registrati nelle regioni di Sumy e Dnipro.

Il bombardamento si inserisce in una fase di crescente intensità degli attacchi russi contro obiettivi civili e culturali. Nelle ultime settimane erano già stati colpiti il Museo Nazionale d’Arte di Kyjiv, il Teatro dell’Opera, il Museo di Chernobyl e altri edifici storici della capitale. Oltre il quaranta per cento della collezione del museo dedicato al disastro nucleare sarebbe andato perduto dopo un attacco avvenuto a maggio.

Per il governo ucraino, la strategia russa punta sempre più a colpire non soltanto infrastrutture e città, ma anche la memoria storica e l’identità culturale del Paese. La Lavra delle Grotte di Kyjiv, simbolo della tradizione religiosa ucraina da quasi mille anni, rappresenta uno degli esempi più evidenti di questa escalation.

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Stati Uniti e Iran hanno trovato un accordo, ma le ragioni della guerra sono ancora lì

Dopo quasi quattro mesi di guerra, Stati Uniti e Iran annunciano di aver raggiunto un accordo che dovrebbe portare alla fine del conflitto e alla riapertura dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta per il commercio di petrolio e gas. La notizia è stata confermata sia dalla Casa Bianca sia dalle autorità iraniane, ma molti dettagli restano ancora da chiarire e le questioni più controverse sono state rinviate ai prossimi negoziati. «L’accordo con la Repubblica Islamica dell’Iran è completo», ha scritto Donald Trump sul suo social Truth, annunciando la revoca immediata del blocco navale americano contro i porti iraniani e celebrando la futura riapertura dello Stretto di Hormuz con un messaggio trionfale: «Navi del mondo, accendete i motori. Lasciate scorrere il petrolio». Anche il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano ha confermato il raggiungimento di un memorandum d’intesa con Washington dopo «mesi di negoziati lunghi e difficili».

Secondo le informazioni diffuse finora, l’intesa preliminare dovrebbe essere firmata ufficialmente il 19 giugno a Ginevra, con la mediazione di Pakistan e Qatar. L’accordo prevede la cessazione immediata delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano, e la progressiva riapertura dello Stretto di Hormuz, chiuso di fatto dalla guerra e diventato uno dei principali fattori di instabilità per l’economia globale.

L’annuncio arriva dopo settimane di escalation che avevano portato al blocco del traffico marittimo nel Golfo Persico, facendo schizzare verso l’alto i prezzi dell’energia. Non a caso i mercati hanno reagito immediatamente: secondo il Guardian, il prezzo del Brent è sceso sotto gli ottantaquattro dollari al barile sulla prospettiva di una ripresa delle esportazioni petrolifere dal Golfo. Il quotidiano britannico parla di «nuove speranze» per la fine di quella che viene descritta come «la più grande crisi di approvvigionamento energetico nella storia del mercato».

La svolta diplomatica è arrivata dopo una giornata che sembrava invece destinata a far saltare ogni trattativa. Domenica Israele ha bombardato la periferia sud di Beirut in risposta al lancio di razzi da parte di Hezbollah. Donald Trump ha reagito con irritazione, arrivando a dire ad Axios che il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva dimostrato di non avere «alcun giudizio», accusandolo di aver ritardato di alcune ore la firma dell’intesa. Anche Teheran aveva minacciato di interrompere i negoziati, sostenendo che gli attacchi israeliani dimostravano l’incapacità americana di controllare il proprio alleato.

Nonostante il clima di ottimismo, i problemi più importanti restano irrisolti. Il New York Times sottolinea che il destino del programma nucleare iraniano, la revoca delle sanzioni e i meccanismi di verifica saranno oggetto di una nuova fase negoziale della durata di sessanta giorni. È proprio su questi temi che negli ultimi mesi si erano arenati tutti i precedenti tentativi diplomatici.

Anche diversi osservatori invitano alla prudenza. Intervistata dal Guardian, l’esperta di politica mediorientale Kylie Moore-Gilbert osserva che «ogni singola ragione citata dall’amministrazione Trump per giustificare la guerra non è stata affrontata». Secondo l’analista, il programma nucleare iraniano, l’arsenale missilistico di Teheran, il sostegno ai gruppi alleati nella regione e le questioni legate ai diritti umani restano tutti sul tavolo. Per questo motivo, conclude, l’accordo rischia di essere soltanto «un modo per rinviare il prossimo conflitto».

Per il momento, però, la diplomazia sembra aver prevalso sulle armi. Resta da capire se il memorandum annunciato da Washington e Teheran rappresenti davvero l’inizio di una pace duratura o soltanto una tregua temporanea in attesa del prossimo scontro.

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Meloni difende la libertà d’espressione del fascismo

Personalmente, penso che la fiera “Più libri più liberi” abbia fatto male ieri ad aprire le porte a un editore che pubblicava libri inneggianti al nazismo e ai nazisti (come scrissi qui a suo tempo) e faccia male oggi a infilare una ridicola dichiarazione di adesione ai valori antifascisti della Costituzione nel modulo di partecipazione. Ma il punto non è quello che penso io, bensì quello che pensa, e ha sentito l’urgenza di dichiarare, Giorgia Meloni. Ieri infatti la nostra presidente del Consiglio si è affrettata a twittare tutta la sua indignazione contro il «patentino antifascista» e la «censura», ricorrendo al più classico pezzo del repertorio trumpiano: «È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono». Da dove si capisce chiaramente tutto quello che c’è da capire sulle sue convinzioni in materia di fascismo e antifascismo.

Contrariamente a quello che scrivono in tanti, Meloni non sta affatto «inseguendo» il generale Roberto Vannacci, che ieri ha tenuto a battesimo il suo partito, Futuro nazionale, dicendo una gran quantità di cose orrende su cui ovviamente spera di essere duramente criticato, per potere gridare anche lui alla censura della sinistra e alla dittatura del pensiero unico. Semmai è Vannacci a inseguire Meloni, che in verità non si è mai mossa da dove è sempre stata. E cioè al fianco di Donald Trump e del suo movimento Maga (Make America Great Again), di cui ha condiviso sin dall’inizio principi, idee e obiettivi. Come dimostra anche questa ridicola polemica sulla libertà di espressione. Ma naturalmente qualcuno potrebbe obiettarmi, rovesciando lo stesso ragionamento appena fatto su Vannacci, che semmai qui sono Trump e la destra americana a essere venuti sulle storiche posizioni dell’estrema destra italiana, che al nazionalismo e all’autarchia, al culto del capo e agli spettacoli gladiatori in suo onore, obiettivamente, c’era arrivata già cento anni prima. In effetti, è proprio così. E semmai anche Meloni, come Trump, dovesse ottenere un secondo mandato, temo ne avremmo ulteriore conferma.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

 

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Micro-rate, così giovani e classe media vivono a debito

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Lo chiamano Buy now, pay later (BNPL): compra ora, paga dopo. Ma forse, guardandolo dal lato sociale, dovremmo iniziare a chiamarlo Buy not, pay later: compro ciò che non potrei permettermi e rinvio a domani il conto economico, psicologico e sociale.

Il fenomeno è in piena esplosione. Non riguarda più soltanto l’acquisto occasionale di un elettrodomestico o di un bene durevole: è entrato nella quotidianità — abbigliamento, elettronica, vacanze, cosmetici, arredamento, persino spese ordinarie. La promessa è semplice e seducente: nessun interesse, pochi clic, rate leggere, approvazione immediata. Ma proprio questa leggerezza apparente è il punto critico.

Il debito smette di apparire come debito e diventa un gesto di consumo. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali (Bank of International Settlements-BIS), gli utenti BNPL tendono a essere i più giovani, i più indebitati, con punteggi creditizi più bassi e maggiori tassi di insolvenza rispetto agli utilizzatori del credito tradizionale.

Banca d’Italia, in una nota del marzo 2026, segnala che in Italia l’uso del BNPL è passato dal 4 per cento delle famiglie nel 2022 al 30 per cento nel 2025, sebbene circa due terzi lo utilizzino solo occasionalmente. Crif (società italiana, oggi di proprietà di una multinazionale, leader in Italia nei sistemi di informazioni creditizie e business information) ha rilevato che nel secondo semestre 2024 gli importi erogati in Italia sono cresciuti dell’85 per cento rispetto a due anni prima e del 32 per cento rispetto al secondo semestre 2023.

Numeri che non descrivono più una nicchia fintech, ma un cambiamento profondo nei comportamenti di consumo. Il BNPL è esploso su scala globale: il mercato mondiale ha raggiunto circa cinquecentosettanta miliardi di dollari di transazioni nel 2025, con una crescita del 13,7 per cento anno su anno, e conta già oltre trecentottanta milioni di utenti attivi secondo stime Juniper Research.

In Australia, Paese che ha visto nascere e crescere colossi del settore come Afterpay, il fenomeno ha assunto dimensioni tali da spingere il governo a classificarlo come credito regolamentato a partire dal giugno 2025, imponendo licenze e obblighi di verifica del merito creditizio, una mossa che conferma quanto il modello si fosse diffuso al di là di ogni controllo.

Nel Sud-Est asiatico il caso dell’Indonesia è emblematico: i debiti accumulati attraverso i sistemi BNPL hanno raggiunto 1,8 miliardi di dollari nel novembre 2024, con un aumento del 42,7 per cento rispetto all’anno precedente.

Oltre il 70 per cento degli utenti ha tra diciotto e trentacinque anni, molti dei quali hanno contratto debiti per acquisti impulsivi legati a pressioni sociali. L’autorità di vigilanza finanziaria (OJK) ha registrato nel 2023 oltre settantanove milioni di contratti BNPL, con una crescita del centoquarantaquattro per cento rispetto al 2019.

Nel Regno Unito il mercato BNPL cresce al trentanove per cento annuo secondo il World Pay Report, con un’utenza che si allarga ormai ben oltre la fascia giovanile: nel 2024 la quota di utilizzatori nella fascia 55-64 anni ha superato il ventuno per cento, più che raddoppiata rispetto al 2023.

Negli Stati Uniti circa quaranta milioni di americani hanno utilizzato il BNPL nel 2024, e più del quarantuno per cento degli utenti dichiara di aver saltato almeno un pagamento nell’ultimo anno (dati LendingTree).

In tutti questi contesti emerge lo stesso schema: il BNPL cresce non perché le persone stiano meglio, ma perché il divario tra reddito disponibile e costo della vita si allarga. Lo strumento finanziario si inserisce in una frattura sociale preesistente e la rende più comoda da abitare, senza sanarla.

Il punto non è demonizzare lo strumento. Per alcuni può essere utile: consente di distribuire nel tempo una spesa, evitare l’uso del credito revolving, accedere a beni necessari senza interessi. Il problema nasce quando la dilazione diventa anestesia. Quando il consumatore non percepisce più il limite. Quando tre o quattro piccole rate, sommate ad altre tre o quattro piccole rate, costruiscono una gabbia invisibile.

Il BNPL intercetta una ferita precisa del nostro tempo: l’impoverimento relativo del ceto medio.  Non siamo di fronte soltanto a persone povere che cercano credito. Siamo di fronte a famiglie, giovani lavoratori, professionisti, pensionati che vedono restringersi il margine tra reddito disponibile e costo della vita. L’OCSE lo aveva già scritto con chiarezza: la classe media nei Paesi avanzati è sotto pressione perché redditi, casa, istruzione, salute e sicurezza economica non crescono più insieme.

In molti Paesi il costo dell’abitare è diventato uno dei principali fattori di fragilità. La casa, che era il simbolo della stabilità, è diventata il primo luogo della precarietà. Dentro questa compressione si produce un paradosso: si ha meno sicurezza, ma si fatica a rinunciare ai segni esteriori della normalità. Una vacanza, un vestito, un telefono, una cena, un weekend non sono solo beni: sono appartenenza.

Dire «non posso permettermelo» significa spesso confessare a sé stessi (e agli altri) una caduta di status. Il BNPL offre allora una via d’uscita emotiva: non risolve il problema, lo sposta in avanti. È una forma di credito, ma anche una forma di narrazione: mi consente di continuare a recitare la parte di chi è ancora dentro il benessere. Qui il tema diventa politico.

Servirebbero politiche strutturali lungimiranti e concrete: affordable housing e housing sociale, salari coerenti con il costo reale della vita, politiche industriali capaci di creare lavoro buono, non solo occupazione povera; strumenti di reinclusione finanziaria prima che il debito diventi stigma. In assenza di tutto questo, il mercato offre la soluzione più rapida: non aumentare il reddito, ma anticipare il consumo.

Mariana Mazzucato, nel suo recentissimo “The Common Good Economy”, insiste sulla necessità di superare l’idea di uno Stato che interviene solo per correggere i fallimenti del mercato. La sua tesi è che il punto sia costruire mercati orientati al bene comune, con missioni pubbliche, investimenti, reciprocità e responsabilità condivise.

«Questa impostazione economica basata sulla riparazione dei mercati” ci intrappola in un ciclo infinito di reazione, di rattoppo dei problemi anziché di costruzione proattiva dell’economia di cui abbiamo bisogno», sottolinea la Mazzuccato nel suo libro. Il BNPL, quindi, non è soltanto un prodotto finanziario, è il sintomo di un’economia che ha perso la capacità di garantire sicurezza, futuro e dignità attraverso il lavoro.

Il professor Guy Standing ha descritto da anni la crescita del “precariato”: una classe esposta a redditi intermittenti, diritti deboli, ansia permanente. Nel suo “The Precariat: the new dangerous class” (ed. aggiornata 2014) scrive con preconizzante lucidità: «Poiché i salari del precariato sono sempre più instabili e in calo, il risultato complessivo è che queste persone vivono sull’orlo di un debito insostenibile e in una condizione di cronica incertezza economica». 

I due vincitori del premio Nobel per l’economia nel 2024, Daron Acemoglu e Simon Johnson, hanno ricordato nel loro libro “Power and Progress: our thousand-year struggle over technology and prosperity” che la tecnologia non produce automaticamente progresso sociale: dipende da chi la governa, da come distribuisce potere, reddito e opportunità. Questo vale ancora di più oggi, mentre avanza l’IA agentica: sistemi capaci non solo di assistere, ma di eseguire compiti, prendere iniziative, sostituire porzioni crescenti di lavoro cognitivo e amministrativo. Il rischio è che una parte del ceto medio venga colpita due volte: prima dal costo della vita, poi dalla svalutazione del proprio lavoro.

Non siamo ancora davanti a una catastrofe inevitabile. Ma siamo davanti a un’urgenza. Se il futuro viene lasciato alla somma di micro-rate, micro-contratti, micro-lavori e macro-profitti concentrati, il risultato sarà una società formalmente consumatrice ma sostanzialmente impoverita. Una società dove il debito diventa il linguaggio ordinario della sopravvivenza e il consumo l’ultimo travestimento della fragilità.

Servono azioni e programmi politici lungimiranti che non si fermino al bonus una tantum, spesso scarsamente accessibile; servono investimenti pubblici di lungo respiro idoneamente calati e incentivi legati a occupazione stabile e formazione; un uso governato dell’IA per aumentare produttività e qualità del lavoro in particolare per le Pmi e non solo per ridurre il personale. Una comunità felice non è quella in cui tutti possono indebitarsi più facilmente. È quella in cui meno persone hanno bisogno di farlo per vivere con dignità.

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Il passo indietro che può far vincere il centrosinistra

Il 25 giugno, al Teatro Franco Parenti di Milano, cinque riformiste partite da quattro approdi diversi – Pina Picierno con Spazio pubblico, Elisabetta Gualmini in Azione, Marianna Madia con Italia Viva, Lia Quartapelle e Simona Malpezzi rimaste nel Partito democratico – si siedono allo stesso tavolo sotto un titolo che è quasi un programma: “C’è ancora domani”. Mario Lavia, che su Linkiesta quell’incontro ha contribuito a sollecitare, ne coglie la vitalità ma anche il rischio: sul merito dicono quasi le stesse cose, eppure restano divise da una frattura tattica che lui chiama «non ricomponibile», tra chi vuole stare nel campo largo e chi equidistante dai due poli. E avverte: è l’ultimo tram.

C’è un prezzo, in questa divisione, che si paga ancora prima delle urne. Quando l’elettore vede più forze che dicono le stesse cose ma si presentano separate, non ne deduce ricchezza di offerta: ne deduce che non fanno sul serio. Capisce che a tenerle divise non sono le idee (quelle coincidono) ma qualcosa che con le idee non c’entra, e allora smette di ascoltare il merito: vota utile, ripiega sul male minore, o non vota affatto. La frammentazione non disperde soltanto i voti per via aritmetica; brucia la credibilità prima ancora del conteggio.

Ha ragione su tutto, tranne forse su quella parola. Perché la divisione, oggi, non è di principio: è di orgoglio. E l’aritmetica la punisce senza appello. Con lo Stabilicum in arrivo e il premio di coalizione, chi corre da solo viene schiacciato, e i due poli viaggiano appaiati poco sotto il quarantacinque per cento, separati da meno di un punto. Il centrosinistra senza l’area riformista perde: la differenza tra vincere e perdere, per quel campo, è esattamente la quota riformista. Lo ha detto Matteo Renzi a Trento («senza di noi perdono, è una questione di aritmetica») e ha ragione. Ma una quarta gamba da sola non basta: servono tutte e quattro le strade, e serve che diventino una gamba sola. Lo abbiamo già imparato a nostre spese: nel 2024, alle europee, Stati Uniti d’Europa e Azione corsero separate, entrambe sotto la soglia del quattro, entrambe fuori dal Parlamento europeo. Insieme sarebbero entrate. Lo aveva spiegato bene Benedetto Della Vedova: che senso ha dividersi, se poi gli eletti finiscono comunque nello stesso gruppo? Nessuno. Lo si sapeva, e ci si divise lo stesso.

Ecco perché il 25 giugno può essere più di un convegno: può essere il giorno di un gesto. Resta, certo, il nodo delle ruggini personali, che nessun ragionamento aritmetico scioglie da solo. Ma c’è una misura a cui riportarle, e la richiamo da tempo. Nelson Mandela, dopo ventisette anni di carcere, si sedette al tavolo con de Klerk, l’uomo che incarnava il regime che lo aveva privato della libertà, e ne fece il suo vicepresidente, perché il bene del Sudafrica veniva prima del suo legittimo rancore. «Per fare la pace con un nemico bisogna lavorare con quel nemico, e quel nemico diventerà il tuo socio», diceva. Se quella riconciliazione fu possibile lì, tra chi aveva sofferto l’apartheid e chi lo aveva amministrato, è difficile accettare che dei riformisti che condividono lo stesso programma non sappiano sedersi allo stesso tavolo per antipatie reciproche.

Il gesto, dunque, è questo, ed è dirompente: non l’ennesima foto di gruppo, non un altro documento d’intenti, e nemmeno l’ennesimo contenitore perché ne nascono già troppi, l’ultimo tre giorni fa con il partito dei sindaci di Onorato, altra sigla nello stesso spazio già affollato. Il gesto è l’impegno pubblico e congiunto dei leader riformisti a fare, tutti nello stesso istante, lo stesso passo indietro. Nessuno il leader per diritto di sondaggio; tutti pronti ad affidarsi a una figura di garanzia: un federatore che non sia in competizione con nessuno, che non ambisca a Palazzo Chigi, il cui unico compito sia tenere insieme il patto e arbitrare le tensioni. Non un leader da incoronare, ma un garante da riconoscere: è la differenza che fece la fortuna dell’Ulivo, e la sua assenza la rovina di tutto ciò che venne dopo.

Qualcosa, di recente, si è mosso: più di un leader ha lasciato intendere di essere pronto a contare meno, a stare in panchina, pur di non consegnare il Paese a un’altra stagione di destra. È il punto di partenza giusto. Ma un passo indietro annunciato da uno solo è un gesto magnanimo che non vincola nessuno; diventa politica soltanto quando è reciproco, simultaneo, verificabile. C’è chi obietterà che un nuovo Romano Prodi non si trova per decreto, e ha ragione: ma il punto non è clonare un uomo, è recuperarne la funzione, quella di chi sta sopra le parti proprio perché non gioca la loro stessa partita. Servirà individuare chi sappia incarnare questa postura, e non è detto sia il più votato o il più noto: è chi gli altri sono disposti a riconoscere senza sentirsi sconfitti. Quel riconoscimento – io rinuncio a essere il capo, tu rinunci, ci affidiamo a chi può tenerci insieme – costa a ciascuno una porzione di orgoglio e rende a tutti la possibilità di vincere.

Vale per tutti, a cominciare dai liberali del centro, Carlo Calenda, Luigi Marattin, gli Europeisti riuniti al Parenti il 15, che di questa cultura sono tra le voci più competenti e che proprio per questo sarebbero indispensabili. La loro coerenza europeista è fuori discussione; ma una coerenza che, frazionata, non elegge nessuno, e unita potrebbe spostare il Paese, chiede di essere messa in comune. Il modello, del resto, esiste già e funziona: è Renew Europe, il gruppo che a Strasburgo riunisce liberali di provenienze diverse facendoli votare uniti, senza che nessuno sciolga il proprio simbolo. Chiamiamolo il Patto di Strasburgo: non un nuovo partito, ma un patto di disciplina comune tra forze che restano distinte, vincolate solo sui contenuti non negoziabili, l’ancoraggio europeo e atlantico, un welfare che accompagni le transizioni invece di risarcirle con i bonus, una politica industriale ed energetica seria. E non è teoria lontana: proprio in queste settimane Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo e tra le protagoniste sia dell’incontro del 15 sia di quello del 25 a Milano, è entrata nel gruppo Renew, a riprova che la strada è già praticabile e qualcuno ha cominciato a percorrerla.

E la posta non è una sigla, ma il Paese. Nella prossima legislatura si eleggerà il successore di Sergio Mattarella: la più alta carica dello Stato non può diventare il bottino di una maggioranza sbilanciata sul proprio fianco più estremo. E c’è una corsa contro il tempo che il 2024 non conosceva: la rivoluzione tecnologica ridisegna interi mestieri a una velocità che non concede secondi tempi, e chi non costruirà per tempo gli strumenti di protezione e riqualificazione lascerà sole centinaia di migliaia di persone. Una divisione riformista, oggi, non costa qualche seggio: costa il futuro di chi quelle riforme aspetta. Perché i nodi sono un blocco unico, non si protegge il lavoro senza politica industriale, non c’è industria senza energia e competenze, niente di tutto questo si fa fuori dall’Europa, e lo stesso vale per chi dovrebbe portarli in Parlamento. Tutto si tiene, o niente regge.

Le quattro strade ci sono, il modello pure, e ha persino un nome. Manca un gesto solo: che ciascuno faccia, nello stesso istante, un passo indietro, e riconosca chi può tenere insieme gli altri. Il 25 giugno, al Teatro Franco Parenti, c’è ancora domani per compierlo, ma il tram, questa volta, non ne lascia passare un altro.

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Samanta Cornaviera e la memoria che si mangia

Quando si parla di cucina storica, il rischio è sempre quello della nostalgia. Vecchi ricettari, piatti curiosi, ingredienti scomparsi e una certa fascinazione per il «come eravamo». Il lavoro di Samanta Cornaviera segue invece una strada diversa. La sua ricerca dimostra che il cibo può essere una chiave di lettura straordinaria per comprendere la storia sociale, economica e culturale di un Paese.

Attraverso il progetto Massaie Moderne, Cornaviera ha costruito negli anni uno dei più interessanti laboratori italiani di archeologia culinaria contemporanea. L’idea è semplice solo in apparenza: recuperare ricette, riviste e manuali domestici dell’Otto e del Novecento per raccontare l’evoluzione della società italiana. Sul sito Massaie Moderne, che prende il nome dall’omonima rubrica pubblicata fin dal 1929 su La Cucina Italiana, le ricette diventano documenti storici, testimonianze di un’epoca e strumenti per comprendere i cambiamenti del gusto e della vita quotidiana. 

La sapienza di Cornaviera risiede proprio nella capacità di andare oltre il piatto. Ogni preparazione viene collocata nel suo contesto. Una torta dedicata a Mazzini, un sugo futurista, una ricetta nata durante il periodo delle sanzioni o una preparazione celebrativa dell’Unità d’Italia raccontano molto più degli ingredienti che le compongono. Raccontano ideologie, consumi, aspirazioni sociali, disponibilità economiche e perfino mode culturali. È un lavoro che richiede competenze trasversali, capacità di ricerca archivistica e una profonda conoscenza della storia della gastronomia.

Figlia di una famiglia di panettieri e pasticceri, Cornaviera ha trasformato una passione personale in un percorso di studio rigoroso. Colleziona ricettari storici, analizza pubblicazioni d’epoca, verifica tecniche e ingredienti, ricostruisce preparazioni che spesso non vengono più cucinate da decenni. Il suo archivio rappresenta una fonte preziosa per chiunque voglia comprendere come gli italiani abbiano mangiato e pensato il cibo negli ultimi centocinquant’anni, alla scoperta dell’autentico gusto del ’900. 

Non stupisce quindi che il suo lavoro abbia trovato spazio su testate specializzate come La Cucina Italiana, Grande Cucina e Gambero Rosso, né che abbia dato vita a eventi, incontri e consulenze dedicate alla valorizzazione della memoria gastronomica. Anche il volume Menu Risorgimento, realizzato insieme al Collettivo Cougnet e pubblicato da Linkiesta, nasce dalla stessa convinzione: il patrimonio gastronomico non è un repertorio di ricette da museo, ma un racconto vivo della nostra identità culturale. 

Il lavoro di Cornaviera diventerà reale e tangibile durante l’incontro organizzato dal FAI a Casa Macchi, dove il suo racconto attraversa il periodo compreso tra l’Unità d’Italia e il primo Novecento, mostrando come le trasformazioni politiche, economiche e sociali abbiano lasciato tracce evidenti nelle cucine domestiche. Il cibo diventa così un archivio accessibile a tutti, fatto di gesti, ingredienti, abitudini e memorie condivise. Nel cortile di Casa Macchi, una delle più autentiche testimonianze della vita quotidiana tra Ottocento e Novecento, Samanta Cornaviera accompagnerà i visitatori in un viaggio tra storia, cultura e gastronomia alla scoperta di sapori dimenticati, abitudini domestiche e trasformazioni sociali raccontate attraverso il cibo. Un racconto dal vivo che intreccia memoria e tradizioni, con assaggi ispirati all’epoca: il celebre cocktail Milano-Torino e piccole preparazioni che richiamano la cultura culinaria di fine secolo. L’occasione per guardare al passato da una prospettiva insolita e sorprendentemente attuale è in programma Venerdì 19 giugno alle ore 18.30 a Casa Macchi a Morazzone (VA).

In un’epoca che corre veloce verso il nuovo, la lezione di Samanta Cornaviera ricorda che innovare non significa dimenticare. Significa conoscere ciò che è stato, comprendere come siamo arrivati fin qui e riconoscere che ogni ricetta custodisce molto più di una tecnica, perché custodisce una storia.

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Il fascismo è incompatibile con l’ordine democratico, e l’antifascismo è il cuore della Costituzione

Torna periodicamente, soprattutto negli ambienti culturali e intellettuali, una tesi che si presenta come una difesa della libertà ma che finisce per smarrire il senso della nostra storia repubblicana. Secondo questa impostazione, chiedere l’adesione ai valori antifascisti costituirebbe una forma di conformismo ideologico, una professione di fede incompatibile con il pluralismo democratico.

È una tesi che merita rispetto. Ma è una tesi sbagliata. L’errore consiste nel considerare l’antifascismo una delle tante opinioni politiche possibili. Non lo è.

L’antifascismo non è una corrente culturale. Non è una preferenza ideologica. Non è una posizione che sta sullo stesso piano del liberalismo, del socialismo, del conservatorismo o di qualsiasi altra tradizione politica.

L’antifascismo è il fondamento storico e costituzionale della Repubblica italiana. La Costituzione non nasce dall’incontro tra fascismo e antifascismo. Non è il risultato di una mediazione tra due culture politiche equivalenti. Nasce dalla sconfitta del fascismo. Nasce dalla Resistenza. Nasce dalla volontà di impedire che possano ripetersi la soppressione delle libertà politiche, il partito unico, le leggi razziali, il carcere per gli oppositori, il controllo dell’informazione, la subordinazione delle istituzioni a un uomo solo al comando.

Per questa ragione la XII Disposizione transitoria e finale della Costituzione vieta espressamente la riorganizzazione del partito fascista. Non esiste una disposizione analoga contro altre idee politiche. Non è un dettaglio giuridico. È una scelta consapevole dei Costituenti.

Il fascismo non fu considerato un semplice avversario politico da battere nelle urne. Fu giudicato incompatibile con l’ordine democratico.

Naturalmente ogni forma di discriminazione arbitraria deve essere respinta. Nessuno dovrebbe essere escluso da uno spazio culturale per le proprie idee legittimamente espresse. Ma una cosa è pretendere l’adesione a una specifica linea politica. Altra cosa è richiedere il riconoscimento dei principi costituzionali che rendono possibile la convivenza democratica.

Nessuno si scandalizzerebbe se una manifestazione culturale chiedesse il rispetto della dignità della persona, il rifiuto del razzismo, l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, il pluralismo delle opinioni o il ripudio della violenza politica. Eppure tutti questi principi appartengono a quel patrimonio storico, morale e giuridico che chiamiamo antifascismo.

Abbiamo creduto troppo a lungo che il fascismo appartenesse definitivamente al passato. Abbiamo pensato che la democrazia fosse ormai irreversibile. Abbiamo considerato superfluo ricordare da dove provenissero le nostre libertà. Abbiamo dato per scontato ciò che scontato non è mai stato. Emilio Lussu, Sandro Pertini, Ferruccio Parri e tanti altri protagonisti dell’antifascismo democratico sapevano bene che la libertà non è una conquista definitiva. Non lo avevano appreso nei libri. Lo avevano imparato nelle carceri, al confino, nella clandestinità, nella lotta contro la dittatura. Sapevano che la democrazia non si difende da sola.

I liberali italiani degli anni Venti commisero un errore storico che non dovremmo dimenticare. Considerarono il fascismo un fenomeno transitorio, una forza politica come le altre, destinata a essere assorbita dalle regole della normale competizione democratica. Quando compresero che non era così, era ormai troppo tardi.

Karl Popper chiamò tutto questo il paradosso della tolleranza. Una società che tollera senza limiti anche coloro che vogliono distruggere la tolleranza finisce inevitabilmente per perdere entrambe. Per questo la democrazia deve riconoscersi il diritto di difendersi dai propri nemici. Non si tratta di limitare la libertà. Si tratta di proteggerne le condizioni di esistenza.

L’antifascismo non è una fede da imporre. Non è un’etichetta identitaria da esibire. Non è una parola da usare come arma contro gli avversari. È il nome storico della scelta compiuta dalla Repubblica italiana quando decise che la libertà, il pluralismo, la dignità della persona e la democrazia non sarebbero mai più stati negoziabili.

Per questo l’antifascismo non è un’opinione. Perché il fascismo non fu un’opinione tra le altre. Fu la negazione del diritto degli altri ad averne una.

C’è qualcosa di inquietante nel fatto che, a ottant’anni dalla stesura della nostra Costituzione, si avverta la necessità di spiegare queste cose.

Non stiamo discutendo di interpretazioni storiche controverse. Non stiamo riaprendo dibattiti storiografici legittimamente aperti. Stiamo ribadendo principi che, fino a non molti anni fa, sembravano patrimonio condiviso di ogni persona di buona volontà, indipendentemente dalla propria collocazione politica. Princìpi che attraversavano trasversalmente la destra e la sinistra, il laicismo e il cattolicesimo democratico, il liberalismo e il socialismo. L’antifascismo come base minima, come pavimento sotto i piedi, come ciò che non si discute perché è la condizione del discutere tutto il resto.

Che oggi quel pavimento sembri tremare non è una questione accademica. È il segnale che qualcosa, nel modo in cui abbiamo trasmesso la memoria e custodito le istituzioni, non ha funzionato come avrebbe dovuto. Le generazioni che avevano vissuto il fascismo sulla propria pelle portavano quella consapevolezza nel corpo, non solo nella mente. Con la loro scomparsa, abbiamo ereditato le parole senza il peso che le parole portavano.

Forse è questo il vero nodo. Non la malafede di chi mette in discussione l’antifascismo, ma la fragilità di chi lo dava per acquisito senza curarsi di trasmetterlo. La Repubblica ha ottant’anni. È ancora giovane, per una democrazia. Ed è abbastanza vecchia da sapere che nulla si conserva da solo.

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Perché i nuovi Sentinel-1 contano più di quanto sembri

Alla Mostra internazionale dell’aeronautica e dello spazio di Berlino, la settimana scorsa, l’Agenzia spaziale europea ha firmato due contratti che la maggior parte dei media italiani ha liquidato in tre righe nella sezione spazio. Thales Alenia Space costruirà i satelliti. Airbus realizzerà gli strumenti radar. Insieme, produrranno i Sentinel-1 NG (nuova generazione) – i successori della famiglia di satelliti radar che dal 2014 sorveglia la Terra con continuità, gratuitamente, per chiunque voglia guardare.

Non è una notizia per addetti ai lavori. O meglio: lo è, ma dovrebbe interessare anche chi non ha mai aperto un file GeoTIFF in vita sua. Perché questi satelliti non osservano un pianeta astratto – osservano il suolo sotto le nostre città, i fiumi che attraversano le nostre pianure, le coste che si erodono, le frane che si preparano in silenzio sulle nostre montagne.

Cosa fa un satellite SAR che un satellite ottico non può fare
Prima di parlare di Sentinel-1 NG, è necessario capire perché il radar conta. I satelliti ottici – quelli che producono le immagini a colori che tutti conoscono – funzionano come una macchina fotografica molto sofisticata: hanno bisogno di luce e di cielo sgombro. Di notte non vedono nulla. Sotto le nuvole, nulla. In presenza di fumo, nulla.

Il SAR – Synthetic Aperture Radar – funziona in modo radicalmente diverso. Emette un segnale radar, misura il tempo di ritorno dell’eco, e da quella misura ricostruisce una immagine della superficie. Di notte come di giorno. Attraverso le nuvole, attraverso il fumo, in qualunque condizione meteorologica. Questo lo rende indispensabile per il monitoraggio operativo: alluvioni in corso, eruzioni vulcaniche, incendi boschivi nelle prime ore quando il fumo è ancora fitto.

Ma c’è un secondo motivo per cui il SAR è insostituibile, meno intuitivo ma altrettanto importante: la coerenza del segnale nel tempo. Confrontando due acquisizioni radar della stessa area a distanza di giorni o settimane, si possono misurare deformazioni del suolo dell’ordine del centimetro – o del millimetro. È la tecnica InSAR, interferometria radar. Con essa ho analizzato la subsidenza della Pianura Padana: zone tra Bologna, Ferrara e Ravenna che sprofondano di tre, quattro, in alcuni casi cinque centimetri all’anno. I dati Sentinel-1 lo documentano con la precisione di uno strumento geodetico, a copertura regionale, senza che nessuno debba scendere in campo.

Sentinel-1D è già operativo. Perché serve il prossimo?
Il primo maggio 2026 Sentinel-1D ha raggiunto la piena operatività. La costellazione europea ha ora quattro satelliti attivi in orbita. Il contratto firmato a Berlino riguarda la generazione successiva – tempi di sviluppo e lancio stimati nell’arco del prossimo decennio – ma la decisione di avviare il programma adesso non è casuale.

I satelliti radar sono strumenti complessi, con una vita operativa finita. La continuità della missione – la garanzia che non ci siano buchi temporali nella serie storica dei dati – è essa stessa un valore scientifico e operativo. Una serie storica SAR interrotta perde parte della sua capacità di rilevare cambiamenti lenti: subsidenza, deformazione tettonica, evoluzione costiera. Il contratto firmato questa settimana è, in sostanza, una polizza assicurativa sul futuro del telerilevamento radar europeo.

Le specifiche tecniche di Sentinel-1 NG non sono ancora pubbliche nel dettaglio, ma i documenti ESA indicano miglioramenti nella risoluzione spaziale, nella flessibilità delle modalità di acquisizione e nella capacità di elaborazione a bordo. Più risoluzione significa più dettaglio nelle aree urbane e nelle infrastrutture critiche. Più flessibilità significa risposta più rapida alle emergenze.

Dati aperti: un asset che l’Europa non valorizza abbastanza
C’è un aspetto di questa storia che raramente emerge nel racconto istituzionale: i dati Copernicus sono gratuiti e aperti. Chiunque – ricercatori, giornalisti, comuni cittadini, amministrazioni locali – può scaricare immagini Sentinel-1 dall’archivio ESA senza pagare nulla e senza chiedere permessi.

Questo modello ha generato un ecosistema straordinario. Università, centri di ricerca, startup, agenzie di protezione civile in tutto il mondo costruiscono servizi operativi sui dati Copernicus. In Italia, ISPRA monitora le coste. Le regioni usano Sentinel-2 per il censimento agricolo. La Protezione Civile integra i dati SAR nelle risposte alle alluvioni.

Eppure questa infrastruttura rimane largamente invisibile al dibattito pubblico. Quando si parla di spazio, si parla di missioni umane, di Marte, di satelliti militari. Raramente si racconta che esiste un sistema europeo di osservazione della Terra, finanziato con fondi pubblici, i cui dati appartengono a tutti e che produce informazione verificabile sul pianeta in cui viviamo.

Il contratto firmato a Berlino vale centinaia di milioni di euro. È un investimento europeo su una capacità strategica – la capacità di vedere, misurare e documentare ciò che accade alla superficie terrestre, indipendentemente da chi possiede i satelliti commerciali e da chi decide cosa pubblicare.

Cosa chiedo al satellite
Sono state elaborate molte immagini Sentinel-1 negli ultimi dieci anni. Ho usato questi dati per documentare i danni del terremoto in Centro Italia, per seguire l’avanzata dei fronti di conflitto in Ucraina attraverso le deformazioni del suolo, per misurare la velocità di scioglimento dei ghiacciai alpini estate dopo estate.

Ogni volta che osserviamo un’acquisizione SAR, quello che vediamo non è un’immagine – è una misura. Il satellite non interpreta, non sceglie l’angolazione, non aspetta la luce migliore. Registra il ritorno di un segnale fisico. È questo che rende il telerilevamento radar uno strumento di giornalismo investigativo a tutti gli effetti: produce evidenza difficile da contestare e impossibile da manipolare con le parole.

I nuovi Sentinel-1 faranno lo stesso, con strumenti più raffinati. È una buona notizia.

La zona costiera del ponente ligure acquisite da Sentinel 2 e Sentinel 1. La capacità del secondo di operare con un sensore SAR indipendentemente dalla copertura nuvolosa risulta evidente

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Messico, una democrazia che sta morendo nel rumore

In Messico oggi vediamo che non è necessario che il governo chiuda giornali o arresti giornalisti per ridurre l’impatto della stampa. Se il pubblico preferisce guardare TikTok piuttosto che analizzare le notizie, il ruolo tradizionale dei media scompare giorno dopo giorno. Il governo vince quando i cittadini sono stanchi di ascoltare il conflitto fra i politici e i commentatori. La democrazia non muore nell’oscurità, ma a causa della distrazione.

La fase una della nuova strategia di gestione della relazione con la stampa è trattare i giornalisti come nemici politici. Tanto adesso con la nuova presidente messicana, Claudia Sheinbaum, quanto con il suo precedessore, Andrés Manuel López Obrador, abbiamo visto una nuova retorica ufficiale della presidenza che è apertamente ostile al giornalismo. In Messico adesso il nuovo linguaggio ufficiale riguardo alla stampa rispecchia le parole di Donald Trump negli Stati Uniti, o di Javier Milei in Argentina, o di Viktor Orbán quando governava in Ungheria.

Quando era presidente fra 2018 e 2024, López Obrador ha sviluppato un nuovo modo di insultare i giornalisti e di descrivere le analisi critiche come parte di una macchina del fango dei suoi rivali politici. La presidente Sheinbaum oggi usa un tono meno bellicoso del suo mentore e predecessore, però mantiene la stessa strategia di minimizzare e respingere le critiche sulla stampa.

Per López Obrador la censura palese non era necessaria, era sufficiente sparare sul messaggero e insultare giornalisti particolari e la stampa in generale invece di rispondere all’argomento di un articolo o un’indagine. López Obrador era un maestro degli oltraggi e spesso diceva che i giornalisti fossero parte della mafia in Messico, che fossero «la stampa sicaria». Oggi la presidente Sheinbaum parla con un linguaggio più accademico di quello di López Obrador ma ancora critica e insulta i giornalisti in Messico. Sheinbaum spesso mette in discussione l’etica e la morale della stampa. Ha accusato anche il New York Times di aver pubblicato una storia inventata sulla produzione di fentanyl in Messico.

La seconda fase comincia quando i cittadini già non leggono più le notizie. Sheinbaum, come López Obrador prima di lei, ha mantenuto uno scontro continuo con i giornalisti. Un effetto è che molti messicani già sono affaticati delle accuse costanti di fake news e disinformazione fra il governo e la stampa. Lopez Obrador ha detto più di 100.000 bugie quando era presidente. Un diluvio di falsità travolge. È noioso verificare sempre che potrebbe essere vero e che no. La costante presenza di incertezza fomenta l’indifferenza. Molti messicani hanno spento la tivù e non comprano più i quotidiani. I sondaggi dimostrano che oggi la maggioranza del pubblico in Messico non si fida dei media. Adesso solo il 17% degli adulti legge un quotidiano cartaceo. Tre su quattro persone usano YouTube, ma solo un terzo usa YouTube per guardare le notizie. Solo il 15% usa X (Twitter) per leggere le notizie. Ci sono podcaster e YouTuber che parlano di politica e attualità, ma nessuno ha la stessa fama e impatto dei giornalisti tradizionali di 20 anni fa. In generale, gli youtuber più famosi del Messico non parlano di politica.

Neanche Sheinbaum ha bisogno dei giornalisti. Parla direttamente con il pubblico ogni mattina e trasmette le sue conferenze stampa sul web. Ha 9 milioni di follower su TikTok e offre poche interviste alla stampa tradizionale. Preferisce invitare youyuber filogovernativi alle sue conferenze mattutine.

Ma il partito di Sheinbaum già controlla tre quarti dei seggi nel Congresso e anche il potere giudiziario. Sheinbaum ha tutto il potere e pochi contrappes. L’Economist Intelligence Unit già classifica il Messico come un «regime ibrido» (sistema semi-autoritaria) e non una democrazia piena. Il World Press Index del gruppo Reporters Without Borders classifica il Messico al 122° posto su 180, fra i Paesi dove è più difficile fare il giornalista.

Nonostante l’ambiente nocivo, i cronisti messicani non hanno messo via le loro penne e tastiere. Giornalisti dei media tradizionali come Carlos Loret de Mola e Carmen Aristegui hanno sviluppato media digitali rilevanti. Anche Televisa, la catena di televisione più importante, e El Universal, il quotidiano numero uno, operano siti Web di successo. Media digitali come Animal Político, SinEmbargo, e Aristegui Noticias continuano a pubblicare articoli e hanno una nicchia di lettori leale. Alcuni giornalisti della vecchia scuola non hanno smesso di lavorare. Humberto Musacchio, il nipote di un migrante italiano, ha cominciato a scrivere sulla politica durante l’ultima epoca semi-autoritario in Messico, durante gli anni sessanta. Lui ancora scrive editoriali sul quotidiano Excélsior.

Ma oggi in Messico sembra che studiare le notizie sia diventata un’attività partigiana. Una gran parte della popolazione ha cessato di prestare attenzione. In Messico ci sono ancora stelle brillanti nel giornalismo, ma la galassia del settore della comunicazione in generale è più buia.

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Qualcosa si muove contro il Dio bipopulista che ha fallito

Soltanto due anni fa sembrava impossibile immaginare un’alternativa politica al bipopulismo italiano. Non è che oggi sia a portata di mano, ma le cose della politica si stanno muovendo in modo naturale nella direzione di uno sfaldamento dei poli di destra e sinistra, come è giusto che sia vista la loro comprovata inadeguatezza e incapacità di governare o di offrire un’alternanza seria e coerente.  

Proprio a causa di questo incipiente movimento di sbriciolamento dei poli a trazione populista ed estremista, la leader della destra Giorgia Meloni, in modo esplicito, e quella della sinistra Elly Schlein, fingendo una contrarietà di fondo ma di fatto condividendone le finalità, stanno preparando ciascuna a suo modo il terreno per una correzione ulteriormente maggioritaria del sistema elettorale, in modo da ricompattare artificiosamente i ben visibili movimenti di frattura all’interno degli schieramenti già esistenti. 

Eppure a destra si è affacciato un ex Generale di stanza a Mosca con tutto l’armamentario programmatico autarchico dei tempi andati e con la Russia di Putin come modello civile, mentre aumentano i malumori dell’area sedicente liberale del centrodestra che fa capo alla famiglia Berlusconi e Moratti. 

Dall’altra parte potrebbe nascere il partito di Alessandro Di Battista che, quanto ad amicizia con la Russia e a distanza dall’Ucraina e dall’Europa, è in effetti indistinguibile dall’area Vannacci, così come le posizioni di Matteo Salvini sono sovrapponibili a quelle di Giuseppe Conte, del quale infatti il leghista è stato il vice nella famigerata stagione gialloverde a Palazzo Chigi. 

Poi, a sinistra, ci sono le tre parlamentari fuoriuscite dal Pd di Schlein e il malessere a questo punto a tratti complice dei riformisti, i quali assistono sbalorditi e inerti alla negazione dei principi fondanti del partito nato nel 2007 da Walter Veltroni, ma che poi per pavidità preferiscono girarsi dall’altra parte anziché combattere una battaglia ideale a viso aperto. 

Contemporaneamente sono nate iniziative indipendenti dai due poli e quindi coerentemente europeiste, pro Ucraina, e contro il bipopulismo che più o meno si affiancano al posizionamento indipendente ormai consolidato di Azione di Carlo Calenda, ai primi vagiti del Partito Liberaldemocratico di Luigi Marattin e ai tentativi di trovare una sintesi tra tutte le anime dell’area liberal socialista tentati dal Circolo Matteotti che raccoglie dirigenti del Pd, di Italia Viva, di Azione, radicali e socialisti. 

L’uscita dal Pd di Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo e la più coraggiosa ed esposta tra gli esponenti riformisti del Partito Democratico, ha rianimato tutta quell’area politica che non si rassegna a ingabbiarsi in uno dei due poli, ma che finora, e con l’eccezione del Terzo Polo del 2022 e del precedente governo Draghi, non è mai riuscita a trovare un’offerta politica convincente. 

Lo Spazio Pubblico di Picierno, già con quel suo esplicito richiamo alla Place Publique con cui Raphael Glucksmann vorrebbe rappresentare l’alternativa liberale e socialista alla destra di Marine Le Pen e Jordan Bardella alle presidenziali francesi, potrebbe essere la miccia politica necessaria a far scattare la tanto agognata aggregazione liberaldemocratica andata in fumo alle elezioni europee scorse, e magari cominciare a mettere insieme intanto Picierno, Calenda, i radicali di Europa radicale, e poi a poco a poco gli altri.

In questo schema, Matteo Renzi purtroppo non c’è, perché dopo il fallimento dell’opzione centrista alle Europee ha deciso legittimamente, e per certi versi anche saggiamente, di schierarsi col centrosinistra e contro il governo di destra, ma dopo due anni il suo apporto alla coalizione si è limitato a sottoscrivere quasi tutto lo sbandamento populista imposto da Conte e Schlein, a cominciare dall’Ucraina fino al riarmo europeo, senza invece svolgere quel ruolo di contrappasso liberale alla deriva populista del centrosinistra che avrebbe giustificato il suo rientro da (finto) gregario del Pd di Schlein. Renzi ha scelto la strada del fedele alleato di Schlein, poi vedremo quanto leale, peraltro senza farsi pienamente accettare né dai grillini, che non perdono mai l’occasione di ribadire di non volerlo dentro la coalizione, né dal Pd che, con Schlein, Bettini e altri, manovra altre potenziali formazioni centriste cattoliche, civiche, radicali e socialiste allo scopo di ridimensionare il peso di Italia Viva dentro la coalizione. 

Renzi è politicamente il più furbo di tutti, e difficilmente si fa fregare, quindi non è detto che al momento del voto del prossimo anno si ritroverà nello stesso posto in cui si trova adesso. Questa non è una previsione, soltanto una constatazione delle operazioni in corso per limitare, con la benedizione di Schlein, il ruolo di Renzi, e delle iniziative politiche fuori dai poli che attraggono pericolosamente gli elettori e anche la classe dirigente di Italia Viva. 

Questa sera, a Milano, si incontrano gli europeisti, un’iniziativa politica nata da tre ex radicali, calendiani e renziani come Daniele Nahum, Piercamillo Falasca e Sergio Scalpelli, che ospiterà al benemerito Teatro Franco Parenti Pina Picierno, Carlo Calenda, Luigi Marattin, i radicali e Mario Monti, oltre a varie personalità del mondo della cultura e della scienza politica liberal-democratica. 

Tra dieci giorni, invece, sempre al Parenti, il Circolo Matteotti e Linkiesta metteranno sullo stesso palco le tre parlamentari fuoriuscite dal Pd, Pina Picierno (per fondare Spazio Pubblico), Marianna Madia (per andare da indipendente in Italia Viva), ed Elisabetta Gualmini (per entrare in Azione), assieme alla deputata Lia Quartapelle e alla senatrice Simona Malpezzi che restano ancora nel Pd nonostante il malessere nel vedere il partito pluralista e a vocazione maggioritaria che hanno contribuito a fondare trasformarsi in un’assemblea di istituto che aspira a rinverdire i fasti di Sel di Nichi Vendola. 

Cinque donne e quattro strade possibili contro il populismo e l’estremismo, sullo stesso palco, proprio mentre in Francia la Place Publique di Raphael Glucksmann comincia la sua corsa per far sapere ai socialisti e i liberali che un’alternativa al populismo autoritario è percorribile. 

Forse è ancora tutto confuso e insufficiente, e probabilmente anche velleitario, ma da qualche parte bisogna pure cominciare, e se si pensa che il destino bipopulista delle due coalizioni politiche e del Paese sia segnato è certamente doveroso sostenere chiunque stia provando a cambiare le cose.

Nel 1949, lo scrittore Ignazio Silone, uno dei massimi dirigenti del Partito comunista italiano di allora, scrisse un piccolo capolavoro politico e letterario, mai veramente apprezzato in Italia, intitolato “Uscita di sicurezza” per raccontare il tormentato ma deciso percorso personale che lo aveva portato a riconoscere la fallacia del sogno comunista. 

Il testo fu pubblicato in Gran Bretagna nel volume “Il Dio che ha fallito” che raccoglieva saggi e testimonianze di altri intellettuali svegliatisi dall’incubo del socialismo reale  come André Gide, Arthur Koestler, Louis Fischer, Stephen Spender, e Richard Wright. 

L’uscita di sicurezza intellettuale e politica oggi è la porta da oltrepassare per provare a costruire un’alternativa seria e credibile contro quell’altro Dio, quello bipopulista, che con ogni evidenza ha fallito miseramente.

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Prima di salutare Trump, Gabbard ha fatto due regali a un’unità dell’intelligence russa

Negli ultimi giorni da direttrice dell’Intelligence nazionale degli Stati Uniti, Tulsi Gabbard ha messo a segno due mosse che, per coincidenza o no, vanno dritte a vantaggio della stessa unità dell’intelligence militare russa (Gru), la 29155, già nota per operazioni di destabilizzazione in Europa.

Gabbard, ex deputata del Partito democratico diventata uno dei simboli del mondo Maga, lascerà l’incarico il 30 giugno. La motivazione ufficiale, comunicata al presidente statunitense Donald Trump in una lettera (conclusa con «With love and aloha»), è personale: il marito Abraham ha una forma rara di tumore osseo e lei intende dedicarsi a lui. Ma dietro le dimissioni c’è anche un’altra storia. Negli ultimi mesi Gabbard era stata progressivamente esclusa dai dossier più sensibili – come le operazioni all’estero e la gestione dei conflitti regionali – a vantaggio della Central Intelligence Agency guidata da John Ratcliffe. Le sue posizioni pubbliche sul fascicolo iraniano, in contrasto con la linea della Casa Bianca, avevano già incrinato il rapporto con Trump. Tra il momento dell’annuncio delle dimissioni e l’uscita effettiva, Gabbard ha però trovato il tempo per due iniziative ad alto impatto.

La prima: venerdì il suo ufficio ha pubblicato un comunicato su un programma decennale di finanziamento americano a oltre 120 laboratori biologici in più di 30 Paesi, inclusa l’Ucraina. Il testo segnala che alcuni di questi impianti, in piena guerra, sarebbero a rischio di compromissione da parte russa. Gabbard lo ha presentato come «intelligence inedita», accusando l’amministrazione Biden e figure come Anthony Fauci di aver mentito sull’esistenza di questi programmi.

Il problema è che non c’è nulla di nuovo, né di segreto. Si tratta del programma Cooperative Threat Reduction, avviato a metà anni Duemila per metter in sicurezza laboratori di epoca sovietica in Ucraina e altrove – impianti ucraini, gestiti da personale ucraino, dediti a sorveglianza epidemiologica di base. L’ambasciata statunitense a Kyjiv ne parla apertamente da anni e la Defense Threat Reduction Agency pubblica documenti sul programma. Nessuna struttura ucraina ha la classificazione BSL-4, il livello più alto di contenimento biologico; solo poche sono BSL-3. Sembra una teoria del complotto presentata come intelligence, con l’Ucraina al centro dell’intera operazione.

Chi ha festeggiato è stato Kirill Dmitriev, l’inviato economico del leader russo Putin che da mesi cura i rapporti con l’amministrazione Trump. Su X ha scritto che la Russia diceva la verità sui biolaboratori mentre lo «Stato profondo» e i media tradizionali lo negavano. Per Mosca, l’endorsement della struttura che coordina l’intelligence americana uscente vale più di anni di propaganda di Russia Today.

La reazione più dura, però, è arrivata da dentro il movimento Maga. Laura Loomer, la stessa che pochi giorni prima aveva anticipato in esclusiva le dimissioni di Gabbard, ha attaccato frontalmente i colleghi che hanno applaudito alla pubblicazione del documento, accusandoli di farsi usare dalla Russia mentre Mosca offre armi nucleari all’Iran. Ha poi sottolineato che proprio i media russi, gli stessi che diffondono teorie del complotto su Trump, stavano celebrando l’operato di Gabbad, definendo la cosa privo di autocoscienza. Lo scontro si inserisce in una frattura più ampia nel campo trumpiano, dove alcune voci – Marjorie Taylor Greene è tra le più citate dai media russi nelle ultime settimane assieme a Tucker Carlson – vengono presentate da Mosca come interlocutori privilegiati, in contrapposizione proprio a Loomer, che dal canto suo è una delle voci più filoisraeliane e anti Cremlino dell’ecosistema Maga.

C’è poi il filo che lega tutto: l’unità 29155. Un’inchiesta di The Insider dell’anno scorso ha documentato come proprio questa unità delle operazioni ibride del Gru – la stessa dietro l’avvelenamento di Sergej Skripal e numerose operazioni di destabilizzazione in Europa – abbia costruito da zero la narrazione dei biolaboratori segreti in Ucraina, diffondendola attraverso una rete di siti e giornalisti compiacenti, e l’abbia poi fatta arrivare fino a Gabbard, che la ripeteva già in un’intervista a Carlson nel marzo 2024, ben prima di diventare direttrice dell’Intelligence nazionale.

Ed è qui che la seconda mossa di Gabbard si incastra con la prima. Il giorno precedente al comunicato sui biolaboratori, l’ufficio di Gabbard ha revocato due valutazioni dell’intelligence community dell’era Biden sulla cosiddetta sindrome dell’Avana, ovvero gli anomalous health incident che da anni colpiscono diplomatici, funzionari e militari americani con sintomi neurologici acuti. In un memo di due pagine ai parlamentari, Gabbard ha scritto che quelle valutazioni non rispettavano gli standard della comunità: esclusione selettiva di prove, omissione di informazioni rilevanti sulle fonti, eccessiva dipendenza da uno studio medico definito eticamente discutibile. La revoca era stata richiesta a gran voce dal presidente della commissione Intelligence della Camera, Rick Crawford, e arriva dopo mesi di scontro interno.

Il punto è che quelle due valutazioni erano state messe in discussione proprio sulla base delle prove, raccolte da giornalisti investigativi, che indicavano la responsabilità dell’unità 29155 in attacchi a energia diretta contro personale americano. Gabbard ha quindi corretto un errore dell’intelligence riconoscendo il ruolo della 29155 nella sindrome dell’Avana, e il giorno dopo ha amplificato un’operazione di disinformazione costruita dalla stessa identica unità. Un cortocircuito che sembra un regalo continuo al Cremlino.

Resta da capire chi guiderà ora l’Intelligence nazionale. Trump ha prima affidato l’incarico ad interim a Bill Pulte, il responsabile dell’agenzia federale per i mutui, privo di qualunque esperienza in materia di sicurezza nazionale – una scelta che la legge richiederebbe diversa, e che ha incontrato opposizione bipartisan al Congresso, complicando già il dibattito sul rinnovo di uno strumento di sorveglianza post 11 settembre scaduto per la prima volta dalla sua creazione. Di fronte alle resistenze parlamentari, Trump ha poi virato su Jay Clayton, procuratore federale per il distretto sud di New York, vicino al presidente e raccomandato per il ruolo dal capo della Agency, Ratcliffe. La scelta conferma la traiettoria degli ultimi mesi: Langley, non il direttore dell’Intelligence nazionale, resta il centro decisionale dell’intelligence americana, e il nuovo direttore arriva con la benedizione di Langley più che con un profilo da analista.

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Se Meloni guarda ai droni, rischia di perdere di vista le minacce all’Italia

A pochi giorni dal Consiglio europeo del 18-19 giugno e del vertice Nato di inizio luglio, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha detto in Aula che in Ucraina il fronte non avanza perché «completamente circondato da droni» e che un carro armato da milioni di euro può essere distrutto da un drone che ne costa 20.000. Da qui l’idea che il dibattito sulla difesa non dovrebbe più riguardare solo quanto si spende, ma per cosa. L’osservazione, presa da sola, è corretta. L’uso che se ne fa, però, rischia di essere fuorviante.

Il dato sui droni è fondato. Tra il 2022 e il 2025 la produzione ucraina di droni FPV (con visuale in prima persona) è cresciuta di circa mille volte; l’obiettivo di Kyjiv per l’anno in corso è superarne gli otto milioni di pezzi. Una «dronizzazione senza militarizzazione», per usare la formula di Lesia Bidochko, con un prodotto interno lordo pari a un dodicesimo di quello russo e un bilancio della difesa quattro volte inferiore.

Ma quei droni risolvono un problema preciso: bloccare l’avanzata di un esercito di terra lungo un fronte stabile di oltre mille chilometri, in una guerra di logoramento dei mezzi corazzati. È la guerra che l’Ucraina è costretta a combattere. Non è, almeno per ora, la minaccia con cui l’Italia deve fare i conti.

Il problema dei droni che riguarda davvero l’Italia ha un’altra forma. Nell’autunno scorso sciami non identificati hanno chiuso l’aeroporto di Monaco, sorvolato basi militari in Belgio e diversi scali in Danimarca e Norvegia: episodi che i governi coinvolti hanno definito come operazioni di matrice professionale all’interno di una campagna ibrida. A fine maggio un drone Geran-2 attribuito alla Russia ha colpito un palazzo residenziale a Galați, in Romania – «alleato e membro dell’Unione europea», ha ricordato la stessa Meloni.

Sono due storie diverse. Nella prima il drone è un’arma d’attacco a basso costo che compensa l’inferiorità in mezzi corazzati. Nella seconda è uno strumento di ricognizione, intimidazione e sabotaggio che si muove sotto la soglia della guerra aperta, ovvero nella «zona grigia». Nel primo caso il problema è procurarsi droni d’attacco economici. Nel secondo è costruire una capacità di sorveglianza e neutralizzazione, lo «scudo anti-drone» che lo stesso governo indica come priorità nei fondi Safe. Sono capacità diverse, filiere industriali diverse: non si comprano con la stessa riga di bilancio.

C’è poi un secondo equivoco, più politico. Nello stesso discorso, Meloni ha annunciato che l’Italia arriverà al vertice Nato con una spesa per «difesa e sicurezza» al 2,8% del Pil, in crescita dello 0,71% «garantito soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio» – e qui c’è il tentativo di tenere assieme il tema della credibilità internazionale e le pressioni “da destra” di Roberto Vannacci. Il target Nato fissato all’Aia prevede il 5% entro il 2035, diviso in 3,5% di spesa militare in senso stretto e 1,5% di sicurezza allargata. Ma sui due strumenti che dovrebbero tradurre quelle percentuali in capacità – i 14,9 miliardi di prestiti Safe, ancora senza contratti ammissibili, e l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, la Nec, che scomputerebbe fino all’1,5% di Pil di spesa militare dai vincoli europei – il governo non ha deciso nulla, rinviando tutto a dopo l’uscita dell’Italia dalla procedura per disavanzi eccessivi. Si esibiscono le percentuali, si tace sulle leve che le renderebbero vere.

È su questo terreno – duro, costoso, poco fotogenico – che si gioca davvero la partita. Dire che «per cosa» conta più di «quanto» è di per sé un argomento legittimo: i target in percentuale di prodotto internazionale sono uno strumento grezzo, e diversi analisti lo ripetono da anni. Un altro elemento decisivo, per esempio, è l’interoperabilità. Ma se l’esempio scelto è un drone economico al posto di un carro armato costoso, la formula rischia di servire soprattutto a rendere indolore, agli occhi dell’opinione pubblica, una discussione che indolore non può essere.

Le lezioni utili che l’Ucraina offre all’Italia esistono, e non stanno sugli scaffali dei droni. Riguardano la capacità di un’industria della difesa di passare dal prototipo alla produzione di massa in mesi, non anni, attraverso reti di piccole imprese, non solo grandi gruppi. Riguardano il ritorno d’esperienza dei sistemi Samp/T italo-francesi, già impiegati a difesa dei cieli ucraini, utile per l’ammodernamento della difesa aerea nazionale. Riguardano, infine, la resilienza della società di fronte ad attacchi che non somigliano a un’invasione ma a un logoramento quotidiano – la stessa zona grigia in cui, non in Donbass, si gioca oggi la sicurezza dell’Italia.

Il vertice Nato è la sede giusta per la discussione che la presidente del Consiglio vuole aprire. Ma se la mappa resta quella del fronte ucraino, l’Italia rischia di prepararsi alla guerra sbagliata. O, peggio, di usare l’esempio sbagliato per non prepararsi affatto.

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La falsa promessa di Roberto Vannacci sulla remigrazione

Roberto Vannacci ha reso di moda la remigrazione. È un eufemismo per indicare con una sola parola due concetti: l’espulsione e il rimpiatrio di persone straniere senza alcun titolo per restare in Italia. Nel linguaggio politico della destra, promette qualcosa di più: allontanare il prima possibile il maggior numero di stranieri irregolari senza lungaggini burocratiche. Futuro Nazionale non ha ancora un programma scritto su questo punto, in realtà su qualsiasi punto, ma Vannacci ha già spiegato quale sarebbe, secondo lui, la strada da seguire. Nel talk show “Otto e mezzo”, condotto da Lilli Gruber, l’ex generale ha detto che bisogna fare tre cose. Primo, costruire molti più Centri di permanenza per i rimpatri, i Cpr. Secondo, implementare gli accordi che esistono con «quasi tutti i paesi» da cui provengono gli immigrati irregolari. Terzo, applicare le nuove regole Ue che, secondo Vannacci, permetterebbero di trasferire i migranti in un Paese terzo considerato sicuro e, da lì, rimpatriarli, togliendoli intanto dal territorio italiano.

Detta così, sembra facilissimo. E allora perché nel 2025 il governo Meloni ha rimpatriato appena 6.772 persone, pari a circa il due per cento dei 339 mila stranieri irregolari stimati dal trentunesimo Rapporto sulle migrazioni? Semplice, perché nessuna delle tre soluzioni indicate da Vannacci funziona da sola, né può essere accelerata solo per volontà politica.

Costruire indiscriminatamente nuovi Cpr non serve a molto: non sono carceri per migranti in attesa che la politica decida cosa farne. Sono luoghi in cui vengono trattenute le persone che hanno già ricevuto un provvedimento di espulsione mentre lo Stato prova a trasformare quel foglio in una partenza vera. Siccome il trattenimento incide sulla libertà personale non può durare indefinitamente: il limite massimo è di diciotto mesi.

Non basta l’espulsione per rimpatriare. Se il consolato del Paese di provenienza del migrante non riconosce quella persona come propria cittadina o si rifiuta di rilasciare un lasciapassare per il rientro, o anche solo limita il numero di riammissioni, l’espulsione rimane solo su carta. E questo vale per gli Stati con cui si ha un accordo, come il Pakistan. Figuriamoci con la Somalia con cui non esiste una intesa europea di riammissione e da dove proviene l’11,2 per cento delle persone sbarcate via mare in Italia quest’anno. Anche il Sudan, da cui proviene l’8,3 per cento, è in guerra dal 2023. Ogni rimpatrio forzato deve fare i conti con il divieto di mandare una persona dove rischia violenze o trattamenti inumani.

Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, entrato in applicazione ieri, non risolve il problema. L’Italia potrà accelerare l’esame delle richieste di asilo quando arrivano da cittadini di Paesi considerati in generale sicuri, ma dopo l’eventuale rigetto il problema resta lo stesso: per rimpatriare una persona serve uno Stato disposto a riprenderla e devono esserci le condizioni giuridiche e pratiche per farlo. Il trentuno per cento delle persone sbarcate nel 2026 viene dal Bangladesh, considerato dall’Unione europea un Paese di origine sicuro. Ma questo non significa che quelle domande possano essere respinte automaticamente. Un cittadino bengalese può sostenere che, nel suo caso specifico, il ritorno lo esporrebbe a un pericolo concreto. Va valutato caso per caso.

Il nuovo regolamento europeo sui rimpatri apre alla possibilità di creare i cosiddetti return hubs in Paesi fuori dall’Unione europea, ma anche qui serve un accordo con il Paese che li ospita. E quello Stato deve rispettare il divieto di rimandare una persona in un luogo dove rischia persecuzioni o trattamenti inumani. Il governo Meloni ha già stretto un accordo con l’Albania per realizzare i centri a Shëngjin e Gjadër. Un’operazione che costerà circa 653 milioni di euro fino al 2028 per gestire fino a tremila persone al mese, cioè trentaseimila l’anno, se il sistema funzionasse a pieno regime. A questo ritmo teorico ci vorrebbero quasi dieci anni per trattare un numero di persone pari agli irregolari attualmente stimati in Italia, senza considerare nuovi ingressi e irregolarità.

Vannacci propone di implementare il sistema, ma ogni nuovo centro fuori dall’Italia richiederebbe una copertura finanziaria pesante per le casse dello Stato a cui si aggiunge la spesa media per ciascun rimpatrio: 3.637,87 euro a persona, secondo il ministero dell’Interno. Il prezzo può salire o scendere a seconda del Paese di destinazione, dei documenti da ottenere, del volo e dell’eventuale scorta.

Serve anche un Paese terzo disposto ad assumersi un costo diplomatico alto perché i return hubs sono equiparati ai Cpr. Tradotto: le persone trasferite restano soggette alla legge italiana. I limiti di permanenza sono quelli previsti dall’ordinamento del nostro paese e le autorità italiane continuano a essere responsabili della procedura. L’Albania ha accettato perché ha un rapporto particolare con l’Italia e perché punta a entrare nell’Unione europea. Non è detto che altri governi accettino lo stesso.

Vannacci poi fa anche confusione su chi si dovrebbe rimpatriare. L’ex generale intende «coloro che non hanno motivo e diritto di rimanere sono l’ottanta per cento delle persone che andrebbero remigrate», senza spiegare da dove ha preso il dato e da chi sarebbe composto il rimanente venti per cento. Non tutti gli stranieri irregolari sono nella stessa condizione, e non tutte le persone arrivate senza un ingresso regolare possono essere rimpatriate subito. C’è chi può ottenere una forma di protezione, chi è minore, chi ha legami familiari tutelati. 

Insomma, parlare di remigrazione è facilissimo all’opposizione senza aver mai ricoperto incarichi di governo. Ma Vannacci dovrebbe spiegare tecnicamente con quali strumenti pensa di obbligare i Paesi d’origine a riprendersi sistematicamente i propri cittadini. Non basterà prendersela con Forza Italia per il voto sugli emendamenti più duri al Sistema di preferenze tariffarie generalizzate, lo strumento con cui l’Unione europea concede dazi ridotti o nulli ai Paesi in via di sviluppo. Sospendere alcune preferenze commerciali ai Paesi che non collaborano in modo persistente sui rimpatri dei migranti irregolari non equivale a chiudere un rubinetto. Prima della sospensione sono previste verifiche, una procedura più lunga e almeno dodici mesi di confronto con il Paese interessato. Per gli Stati meno sviluppati è previsto anche un periodo di due anni prima che questa condizionalità possa applicarsi. 

Nel 2022 la campagna elettorale del centrodestra aveva prodotto le stesse aspettative. Dopo quasi quattro anni di governo, la realtà si è rivelata più complicata. Mentre prometteva più rimpatri, il governo Meloni ha autorizzato anche migliaia di ingressi regolari per lavoro: centotrentaseimila quote nel 2023, centocinquantunomila nel 2024 e centosessantacinquemila nel 2025. Per il 2026 le quote sono 164.850. Non sono persone già entrate e assunte. Per diventare ingressi reali devono passare da contratti che restano validi fino alla fine della procedura. Nel 2024, secondo Istat, i nuovi permessi per lavoro sono stati 40.451, pari al 13,9 per cento del totale dei nuovi permessi rilasciati nell’anno. La distanza tra quote autorizzate e permessi effettivi è un problema cruciale. Le imprese chiedono lavoratori, il governo apre canali legali, ma il percorso resta lento. In quello spazio entrano intermediari, pratiche opache, contratti che saltano e promesse di lavoro mai rispettate. Così anche persone entrate o chiamate attraverso canali regolari possono finire nell’irregolarità.

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Il plebiscito finanziario di SpaceX eleva Musk a padrone assoluto del potere globale

I numeri ufficiali del debutto non lasciano spazio a interpretazioni: SpaceX si presenta sul Nasdaq con una valutazione di 1.770 miliardi di dollari e un prezzo fisso di centotrentacinque dollari per azione. A fronte di settantacinque miliardi di dollari di azioni offerte, il mercato ha risposto con una domanda record di duecentocinquanta miliardi, blindata da un singolo ordine istituzionale di cinque miliardi calato da BlackRock. Più che un’Ipo, un plebiscito finanziario, in attesa dei dati del primo scambio che saranno da valutare nei giorni successivi. Una valutazione da capogiro, che potrebbe essere l’ennesimo capitolo dell’esuberanza irrazionale dei mercati, o la strutturazione di un monopolio tecnologico difficile da scalfire.

SpaceX sdogana la Space Economy non perché rende lo spazio pop, ma perché l’ingresso del grande capitale istituzionale lo trasforma, a tutti gli effetti, in un asset industriale maturo. Chi ha comprato oggi queste azioni non sta scommettendo solo su Marte; sta comprando le autostrade invisibili del ventunesimo secolo.

L’approdo sul mercato di SpaceX apre a dubbi che verranno sciolti solo dal tempo. Il rischio della bolla speculativa è alto, e attestato proprio nel venerdì mattina del lancio dagli analisti di Morningstar, che hanno pubblicato un report tanto lucido quanto spietato: secondo i fondamentali attuali, il valore reale delle azioni SpaceX si attesterebbe intorno ai sessantatré dollari. Non un centesimo di più.

C’è un abisso del centoquattordici per cento rispetto al prezzo fisso di centotrentacinque dollari imposto da Elon Musk, che ha invertito brutalmente le regole del gioco azionario: un diktat del tipo prendere o lasciare, senza la classica contrattazione con i mercati. Una forzatura che ha spinto persino Michael Burry, il celebre investitore di “The Big Short”, a commentare in modo lapidario che non esiste nulla, nei bilanci attuali dell’azienda, in grado di giustificare una simile capitalizzazione.

A far storcere il naso è anche il sospetto che per blindare una valutazione così iperbolica, SpaceX abbia infilato nel pacchetto l’immancabile parola magica del momento: non solo razzi e la rete Starlink, ma anche la narrazione legata all’intelligenza artificiale tramite xAI e la promessa visionaria di futuribili «data center orbitali». Questa è in parte pura illusione: sappiamo bene che oggi l’intelligenza artificiale xAI dipende dall’infrastruttura di dati e dai server di SpaceX/Starlink. Quindi questo è solo il classico trucco contabile per gonfiare il prezzo raschiando il barile del hype tecnologico?

La realtà è anche un’altra, ed è quella brutale della geopolitica infrastrutturale, quella che ignora la sproporzione dei moltiplicatori di bilancio per guardare ai rapporti di forza globali. Il segnale definitivo è arrivato quando i terminali hanno registrato un singolo monumentale ordine da cinque miliardi di dollari, calato sul tavolo da un gigante come BlackRock, che punta probabilmente al too strategic to fail. Ed è qui che la tesi della speculazione traballa, sotto il peso dei fatti.

Il più grande gestore di fondi al mondo non investe cifre simili per inseguire una suggestione passeggera. Sì, i numeri e i multipli folli ci sono tutti, ma BlackRock non sta comprando i profitti di quest’anno, né sta scommettendo ingenuamente su una romantica colonizzazione di Marte. Sta comprando, a prezzo di saldo per il lungo periodo, il monopolio assoluto sulle autostrade invisibili del secolo. Sta comprando il controllo della rete sovrana che guiderà la difesa, la connettività e la logistica globale dei prossimi trent’anni.

Dietro i grafici azionari e i fumi dei motori Raptor si nasconde una realtà politica monumentale: l’Ipo non serve a finanziare una startup, ma a istituzionalizzare un monopolio infrastrutturale che ha già ingabbiato l’apparato militare e scientifico dell’Occidente. L’effetto schiacciasassi di SpaceX non si misura nei listini del Nasdaq, ma in tonnellate di carico utile portate in orbita e nella totale, spaventosa dipendenza degli Stati Uniti da un unico fornitore privato.

Nel giro di un decennio, Musk ha scardinato il vecchio e pigro oligopolio della difesa  (giganti come Lockheed Martin, Boeing e la controparte europea ArianeGroup) riducendo i costi di lancio di un fattore di dieci grazie alla riutilizzabilità del Falcon 9 e alla progressione di Starship. Oggi il mercato dei lanci occidentali non è libero: è un monologo. Se nei primi mesi del 2026 SpaceX ha effettuato più lanci di tutti gli Stati e i concorrenti del mondo messi insieme, significa che l’accesso allo spazio ha un solo guardiano del casello.

Questo non è un business ciclico legato agli umori del mercato, è una utility pubblica globale e insostituibile, blindata dalla sicurezza dello Stato. I contratti miliardari con la Nasa per il programma Artemis sono solo la punta dell’iceberg. Il vero legame di sangue è con il Pentagono. Proprio nelle scorse settimane, la U.S. Space Force ha calato sul piatto di SpaceX un maxi-finanziamento da 6,45 miliardi di dollari legato all’iniziativa di difesa missilistica “Golden Dome”. Di questi, ben 2,29 miliardi serviranno a finanziare la Space Data Network Backbone, un’infrastruttura di comunicazione militare ultra-sicura interamente basata su Starshield, la versione militarizzata e classificata di Starlink.

Da questa prospettiva, SpaceX è diventata a tutti gli effetti un’estensione dell’apparato di sicurezza nazionale americano. I satelliti Starshield forniranno al governo statunitense una sorveglianza continua globale e una resilienza agli attacchi cyber e cinetici mai vista prima, integrando persino i sistemi di puntamento dei caccia e dei missili. La geopolitica moderna si trova davanti a un paradosso inedito nella storia: se domani SpaceX decidesse di fermarsi, la proiezione di potenza militare e l’intelligence degli Stati Uniti nello spazio si congelerebbero all’istante. BlackRock e i grandi fondi non stanno comprando un’azienda; stanno comprando le quote dell’unica infrastruttura privata da cui dipende la sovranità dell’Occidente.

Abbiamo già visto questa verità in azione nel mondo reale: quando Musk ha deciso unilateralmente di negare la copertura di Starlink vicino alle coste della Crimea per impedire un attacco di droni marini ucraini contro la flotta russa, nei fatti ha esercitato un potere che storicamente appartiene solo ai capi di Stato. Un singolo cittadino privato ha cambiato il corso di un’operazione militare di una nazione sovrana appoggiata dall’Occidente.

Starlink non è un servizio commerciale prestato alla causa, è la spina dorsale tattica che ha garantito comunicazioni resilienti sotto i bombardamenti a tappeto e la guerra elettronica russa, coordinando droni, intelligence e artiglieria in tempo reale. Senza quella costellazione, la resistenza di Kyjiv avrebbe subito un blackout informativo fatale nei primi mesi dell’invasione.

La lezione di questi ultimi anni è cristallina: chi controlla la costellazione satellitare più densa del pianeta controlla il flusso di informazioni nei teatri di crisi globali. Nasce così la “Dottrina Starlink”, un nuovo paradigma geopolitico che stabilisce che la sovranità di una nazione non si difende più soltanto lungo i confini geopolitici di terra, di mare o dello spazio aereo tradizionale. La vera linea di difesa si è spostata più in alto: si gioca sulla capacità di accedere, presidiare e dominare l’orbita bassa terrestre.

È questa la risposta definitiva a chi questa mattina guardava solo i grafici di Morningstar o i tweet nostalgici sui crolli del passato, parlando di «circo». L’Ipo di SpaceX non fotografa la nascita di una nuova bolla azionaria, ma la nascita di una nuova era. Quella in cui la finanza istituzionale si adegua alla realpolitik del ventunesimo secolo, finanziando il padrone assoluto della nuova mappa del potere globale.

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Il gelato cerca il futuro e trova il burro

Estate, tempo di coni e coppette, che in questo periodo dell’anno entrano nella loro fase più “calda”. E in questo momento storico il gelato italiano gode di ottima salute: nel 2025 la filiera nazionale ha raggiunto un valore stimato di 4,9 miliardi di euro, mentre il solo comparto artigianale ha superato i 3,1 miliardi, confermandosi uno dei segmenti più dinamici della ristorazione italiana. A sostenere la crescita contribuiscono il turismo, l’export e una domanda sempre più orientata verso prodotti di qualità. 

La crescita, però, ha un prezzo: negli ultimi anni il gelato artigianale ha registrato rincari significativi, legati all’aumento del costo delle materie prime, dell’energia e della logistica. Nelle principali città italiane il prezzo al chilo ha ormai superato stabilmente i 20 euro, con punte ben più elevate nelle località turistiche. Al Sigep World 2026 di Rimini è emerso con chiarezza che il cambiamento più importante riguarda il modo stesso di concepire il prodotto. La prima trasformazione è la fine della stagionalità: sempre più gelaterie lavorano per rendere il gelato un alimento da consumo annuale, sganciandolo dall’associazione esclusiva con l’estate e costruendo occasioni di consumo che attraversano tutte le stagioni. Un processo in realtà avviato da anni, ma che oggi appare definitivamente consolidato. 

La seconda tendenza riguarda l’esplorazione di nuovi immaginari gustativi. Al Sigep hanno attirato l’attenzione i gelati ispirati ai cocktail e ai liquori, come le proposte al Guinness e al Cointreau, insieme a gusti che guardano all’India, come il kulfi, e all’ormai onnipresente fenomeno Dubai chocolate, con pistacchio e pasta kataifi. Parallelamente cresce l’attenzione per le formulazioni vegetali: le basi plant-based non rappresentano più un’alternativa marginale destinata a chi segue diete specifiche, ma entrano stabilmente nell’offerta delle gelaterie. La logica è quella che in altri settori della pasticceria viene definita “wellness indulgente”: alleggerire il prodotto senza impoverire l’esperienza sensoriale.

Ma la vera novità sembra essere un’altra: il gelato non è più un semplice gusto, diventa una composizione, con variegature, inclusioni croccanti, contrasti di consistenza e stratificazioni che assumono un ruolo progettuale sempre più importante. Non si sceglie più soltanto un sapore, ma un’esperienza costruita attraverso texture, temperature e componenti differenti. Anche il dialogo con la ristorazione si fa più stretto e crescono i gelati gastronomici, gli abbinamenti con piatti salati e le proposte che escono dalla tradizionale coppetta per entrare nei menu degustazione e nelle carte dei dessert.

E mentre l’artigianato italiano lavora sulla complessità, dall’altra parte dell’Atlantico è esploso un fenomeno che sembra andare nella direzione opposta. Il pasticciere francese Dominique Ansel ha introdotto nel suo locale newyorkese Papa d’Amour un soft serve alla vaniglia immerso nel burro francese salato di Normandia. L’idea nasce da una visita agli allevamenti che forniscono il burro utilizzato per la sua viennoiserie. A contatto con il gelato freddo, il burro caldo si solidifica formando una sottile crosta dorata che si rompe al morso. Una spolverata di fleur de sel completa l’effetto, rendendo da subito questa nuova follia americana perfettamente instagrammabile. E l’operazione, che avrebbe dovuto essere temporanea, è invece diventata virale. Video, recensioni e assaggi hanno trasformato il butter-dipped ice cream in uno degli oggetti gastronomici più fotografati degli ultimi mesi. Il fenomeno è stato amplificato da TikTok e Instagram e successivamente adottato anche da catene come Stew Leonard’s, il cui proprietario ha contribuito alla diffusione del trend con un video diventato virale. 

Dietro l’apparente eccentricità c’è però un racconto più ampio: nel 2025 il burro è diventato negli Stati Uniti un simbolo di piacere accessibile, quasi un piccolo lusso quotidiano. In un contesto di forte pressione inflazionistica sui consumi alimentari, il grasso lattiero-caseario è stato riscoperto come ingrediente identitario, rassicurante e profondamente indulgente. Il gelato immerso nel burro rappresenta la sintesi estrema di questa tendenza: è semplice da replicare, immediatamente comprensibile e altamente spettacolare. Tutto il contrario delle sofisticate architetture sensoriali che oggi occupano le vetrine delle gelaterie italiane.

Per ora il fenomeno non sembra avere attecchito nel nostro Paese. Ma come accade spesso alle mode gastronomiche contemporanee, il suo valore non sta tanto nel prodotto in sé quanto nella discussione che genera. In un momento in cui il gelato cerca di raccontarsi attraverso sostenibilità, ricerca e progettazione, il successo di un cono immerso nel burro ricorda che il piacere continua a essere una forza potentissima, anche quando assume forme che sembrano una provocazione.

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Cesare Cremonini, il gigantismo dei concerti e l’overtourism delle canzonette

La prima volta che l’ho incontrato, Cesare Cremonini era un ventiduenne che non ti guardava in faccia mentre gli parlavi. Eravamo nel camerino d’un palazzetto romano, la sua prima tournée da solista. È passato tanto di quel tempo che l’americanizzazione dell’occidente non era ancora completata: non chiamavamo i concerti “tour”.

Non so come avessi convinto ioDonna a farmelo intervistare, giacché dalla sua carriera solista non si aspettava niente nessuno. Adesso, Cesare parla di quel periodo di bassa marea con la compiaciuta autoironia di chi prima e dopo ha avuto solo grandi successi.

In quel disco lì, il primo che fece da solo, c’era una canzone intitolata “Padremadre”, in cui – con quel genere d’incantesimo riservato solo alle canzonette – un ventiduenne riusciva a mettere a fuoco una caratteristica comune di chiunque abbia un’enorme vocazione per qualcosa, una vocazione di fronte alla quale gli affetti non possono che finire in secondo piano e bisogna farsene una ragione perché alternativa non c’è: «Ma se una canzone che stia al posto mio non c’è, eccola qua: è come se foste con me».

L’unica differenza, tra Cesare e chi con quella roba lì ha fatto pace da adulto, è che per gli adulti gli affetti trascurati sono mariti, mogli, figli, vecchi amici. Per Cesare, che aveva ventidue piccolissimi anni, le canzoni erano quella cosa che ti fa smaniare per fuggire da mamma e papà. (Un limite della giovinezza è che non conosci le vite degli altri: hai avuto ventidue anni solo da popstar, e non sai che a quell’età mal soffrono i genitori anche quelli che sono fuoricorso all’università o che schiumano cappuccini).

Una settimana fa a Roma, come immagino stasera a Imola, “Padremadre” apriva il concerto. Un’ora dopo, Cesare parlava di sua madre, inquadrata sorridente in platea, alle decine di migliaia di persone che non sarebbero potute stare in quel palazzetto del 2003. Un giorno dopo, pubblicava una foto di quella che chiama «la Carla» su Instagram.

Anche le popstar, in un punto imprecisato tra i venticinque e i cinquant’anni, prendono atto di quel che vale per gli scrittori e per i cineasti e forse persino per quelli con lavori veri: i tuoi genitori smettono d’essere un problema per la tua vita perché assai più rilevante diventa il loro ruolo di opportunità per la tua opera.

“Padremadre”, che adesso è il manifesto che apre il concerto, fu il terzo singolo di “Bagus”, l’album del cui insuccesso il Cesare adulto ride con voluttà. «Singolo» è il nome tecnico della canzone con cui, nel mondo di prima, facevi il 45 giri. La canzone che davi da suonare alle radio, parlandone da vive.

I dischi duravano anni, perché li compravamo sacrificando la paghetta e non avevamo a disposizione decine di migliaia di nuove canzoni ogni giorno per il prezzo d’uno spritz al mese: avevamo un numero limitato di dischi e quelli ascoltavamo. La discussione che faccio più spesso con gente che fa musica è: le canzoni di prima sono così memorabili perché le abbiamo ascoltate allo sfinimento, o perché erano più belle di quelle di adesso? Nessuno ha la risposta.

Chiunque fosse vivo nel 1984 si ricorda il video di “Thriller”, quello con gli zombi, quello diretto da John Landis, quello che uscì quando “Thriller” la canzone fu lanciata come singolo di “Thriller” l’album. Album che a quel punto era uscito da più di un anno: “Thriller” era il settimo singolo di “Thriller”.

Il secondo, un anno prima, era stato una certa “Billie Jean”, magari ve la ricordate. Adesso, se hai due canzoni forti, una la tieni fuori dall’album, perché Spotify il secondo singolo non se lo fila, te lo butta via, non te lo promuove, non te lo valorizza.

Se hai una seconda canzone forte, per vincere l’audace lotta contro l’algoritmo, devi farlo riuscire fingendo sia un pezzo nuovo, con un nuovo arrangiamento un nuovo duetto un qualsivoglia feticcio di novità. Oppure, come ha fatto l’anno scorso Lorenzo Jovanotti con “Occhi a cuore”, lo tieni fuori dall’album e a un certo punto lo pubblichi da solo: se gli album sono morti, perché rispettarne le liturgie.

Una discussione che ho fatto tantissimo in questi mesi riguarda De André al primo maggio del 1992: chi è il De André di oggi? Chi è il cinquantaequalcosenne sulla piazza da trent’anni di cui tutti sanno le canzoni perché le hanno ereditate dai genitori ma anche perché se ne sono appropriate, chi è il venerato maestro che ha sì le posizioni politiche giuste ma anche le canzonette moschicide? Non c’è, su questo siamo tutti d’accordo: ma perché non c’è? Perché nessuno ha la gravitas ma anche i ritornelli?

È perché i soldi non si fanno più coi dischi ma col merchandising e quindi pazienza se non fai belle canzoni, l’importante è che tu metta fuori un album ogni sei mesi in modo da poter vendere a quelli cui piaci molto (sto cercando di evitare parole orrende come «fan base» o «community») le nuove magliette e i nuovi adesivi?

È perché abbiamo – noi pubblico – troppi soldi e ogni sei mesi ci servono nuovi adesivi e se tu, pollo, rifiuti il tuo ruolo nella batteria, e decidi di fare un disco ogni due anni, io nel frattempo divento cliente d’un altro pollo da batteria delle cui canzoni ho iniziato a comprare i portachiavi e i cappellini?

È che, come avevano messo a fuoco gli Skiantos quasi cinquant’anni fa, il pubblico è di merda? È che il pubblico vuol essere star e quindi mette anche lui la sua canzone su Spotify e in un rumore di fondo così pervasivo non riuscirebbe a farsi notare neanche Frank Sinatra?

La settimana scorsa Cremonini ha detto ai giornalisti che non ne può più del gigantismo dei concerti e che al prossimo giro vuole fare i teatri o giù di lì. L’ha detto mentre si accingeva a fare un concerto col budget di un piccolo stato europeo, con delle torri gigantesche con gli schermi, guardando le quali era impossibile non chiedersi se lui e Tiziano Ferro non siano gli ultimi a poter sfanculare il gigantismo in batteria.

Gli ultimi che vengono dal mondo di prima, che hanno fatto le canzoni quando si ascoltavano le canzoni, e che quindi hanno in repertorio le canzoni che conosciamo. Gli ultimi a poter provare a risanare un sistema delirante in cui, quando si parla dei concerti, si parla di quali bandiere sono o non sono state sventolate, di quali pistolotti sono o non sono stati pronunciati sul palco, e dei numeri. Più di Elodie! Meno di Ultimo! Si contano gli spettatori con la smania con cui si contavano i naufraghi del Titanic.

I numeri hanno smesso d’essere un’opportunità e sono diventati un problema. Se non vivessimo in un secolo di mitomani che dichiarano sindrome dell’impostore ma sono intimamente convinti d’essere geni incompresi, su Spotify non uscirebbero decine di canzoni nuove ogni minuto, e senza questo overtourism delle canzonette riusciremmo anche a individuare qualcosa che valga la pena sentire.

Sogno che qualcuno faccia la rivoluzione, elimini i visual, quelle puttanate sui maxischermi che servono solo a far instagrammare il concerto, abolisca i comunicati in cui i numeri di spettatori sembrano i «cento! cento! cento!» di “Ok, il prezzo è giusto!”, e alla conferenza stampa della prossima tournée dica: «La notizia è che facciamo le canzoni famose: se vi piacciono, venite a sentirle».

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La pedagogia dell’ascolto e la protesta nonviolenta di Danilo Dolci

C’è un’Italia dimenticata che ha anticipato le grandi lotte per i diritti civili, una storia che non si impara sui libri di scuola. Dal 16 al 28 giugno 2026, la Sala Blu del Teatro Franco Parenti di Milano ospiterà lo spettacolo Danilo Dolci – La domanda che non si spegne.

Scritto e interpretato da Fausto Cabra, affiancato sulla scena dalla musicista e attrice Mimosa Campironi – autrice delle musiche originali –, lo spettacolo intreccia poesia, biografia, musica e partecipazione. Con la consulenza artistica di Lorenzo Vitalone, questa produzione firmata Franco Parenti si propone di sottrarre alla polvere della memoria una delle figure più radicali, scomode e luminose del Novecento.

Nato a Sesana – oggi in Slovenia – nel 1924, Danilo Dolci era un giovane sociologo, educatore, attivista, e poeta. Nel 1952 compie una scelta radicale: abbandona il Nord e la prospettiva di una carriera sicura per trasferirsi a Trappeto, un piccolo borgo di pescatori e contadini nella Sicilia occidentale, uno dei luoghi più poveri d’Italia.

Lì, Dolci scopre una realtà fatta di fame, analfabetismo e oppressione mafiosa. In quei territori non si limita a fare la carità; ma decide di “stare nel conflitto”. Diventa un educatore, un sociologo sul campo, un instancabile organizzatore di relazioni umane. È lui a inventare forme di protesta inedite. Nel 1956, organizza il celebre “sciopero alla rovescia”: insieme a centinaia di disoccupati comincia a riparare una strada comunale abbandonata. Venne arrestato, scatenando l’indignazione di intellettuali come Piero Calamandrei, Norberto Bobbio e Carlo Levi.

Dolci capisce che la povertà è strutturale, legata al controllo mafioso delle risorse. La sua lotta per la costruzione della diga sul fiume Jato è una battaglia epica per sottrarre l’acqua al monopolio dei boss mafiosi e restituirla ai contadini. Candidato più volte al Premio Nobel per la Pace, vincitore del Premio Lenin (i cui soldi investì interamente nel Centro Studi di Partinico), Dolci si spegne nel 1997, lasciando un’eredità metodologica basata sulla nonviolenza e sulla maieutica reciproca, cioè l’idea che la verità e le soluzioni non calino dall’alto, ma vadano costruite dal basso attraverso il dialogo.

Lo spettacolo di Fausto Cabra rifiuta la trappola della commemorazione retorica. Nei suoi 90 minuti di durata, il testo attinge direttamente ai materiali delle inchieste di Dolci, alle sue poesie e ai verbali dell’epoca, restituendo la cifra di un uomo che scelse la povertà come realtà da trasformare.

Le musiche dal vivo di Mimosa Campironi sono fondamentali per l’impianto drammaturgico dello spettacolo: sostengono la parola di Cabra, a volte la mettono in crisi, rompendo il ritmo e aprendo spazi di silenzio e risonanza emotiva. Il vero fulcro della messa in scena è però il microfono aperto, attraverso cui lo spettacolo si trasforma in un’esperienza condivisa in cui il pubblico è invitato a prendere la parola. Un’applicazione teatrale del pensiero dello stesso Dolci.

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L’anatomia di una diaspora vissuta tra i silenzi di una casa sul mare

Louisa e suo padre stanno percorrendo il frangiflutti, e ogni cauto passo che compiono sui blocchi di granito li allontana sempre più dalla riva. Sua madre non è nemmeno in spiaggia, dove potrebbe stare seduta sorridente sulla sabbia. Sua madre è chiusa nella casetta in affitto quasi affacciata sul mare, molto probabilmente a letto. Per tutta l’estate Louisa ha giocato da sola tra le onde perché sua madre non sta bene e suo padre indossa invariabilmente un completo. 

Stasera però ha acconsentito ad accompagnarla sul frangiflutti, dopo che lei glielo ha chiesto ogni giorno dal loro arrivo. A volte gli spruzzi delle onde arrivano fino ai blocchi, perciò si è arrotolato con cura i risvolti dei calzoni. Ai piedi porta ancora le scarpe rigide e lucidate. In una mano stringe una torcia elettrica non necessaria, nell’altra quella di Louisa in modo altrettanto superfluo. Lei lo tollera per pura gentilezza. «Una cosa a tua madre devo riconoscerla, ed è che ti ha insegnato a nuotare. Saper nuotare è importante per la propria sicurezza. 

Quando ti dava lezioni, però, pensavo che fosse troppo pericoloso. Sono stato molto ingiusto.» «Odio nuotare.» Entrambi sanno che è vero il contrario. Forse suo padre riconosce in quel commento, almeno in parte, una dichiarazione di lealtà nei suoi confronti, ma soprattutto lo vede per quel che è: l’affermazione di una bambina di dieci anni istintivamente polemica. Al largo, molto oltre il punto in cui il frangiflutti incontra una sottile striscia di sabbia, il tramonto ha perduto tutto il suo calore e si è ridotto a un pallore all’orizzonte. Presto dovranno tornare. «Io non ho mai imparato a nuotare» rivela suo padre. «Non ti credo» lo schernisce lei. Tutti sanno nuotare. Anche se è vero che lui fa una questione ogni volta che lei vuole entrare in acqua o anche solo avvicinarsi. 

«È vero. Sono cresciuto in povertà. Non avevamo piscine.» «La piscina è disgustosa. Odio andarci.» «Un giorno sarai grata a tua madre. Ma io voglio che lo dimostri adesso.» Queste sono le ultime parole che le rivolge. (Oppure sono le ultime parole che ricorda? Le disse qualcos’altro? Non c’è nessuno a cui chiederlo.) Distesa a letto, Louisa fissava il buio. Il soffitto si rivelava in una striscia sottile di luce, prima netta come una lama e poi sempre più sfocata, che lo attraversava a partire dalla soglia. La porta era appena socchiusa, perché Louisa aveva paura del buio. Non era sempre stato così. Ogni sera sua madre usciva dalla stanza con lentezza esasperante, sbattendo maldestramente con le ruote della carrozzella contro lo stipite, al punto che Louisa provava l’impulso di gridarle dietro. Quando era finalmente in corridoio, esitava con una mano sulla maniglia della porta semiaperta. «Chiudila del tutto, per favore» le diceva Louisa in un tono asciutto da adulta. La prima volta che lo aveva detto, era stato perché non avrebbe sopportato un altro secondo di vedere sua madre che sbirciava dalla fessura. Da allora lo ripeteva ogni sera con lo stesso tono, perché si era accorta che pur non essendo una brutta cosa da dire era appagante nella sua cattiveria. Sua madre tradiva un’altra breve esitazione, che a Louisa non dava fastidio poiché mostrava che ci era rimasta male. 

A quanto pare le sarebbe piaciuto che Louisa le chiedesse di leggerle qualcosa, o di darle il bacio della buonanotte come se avesse ancora cinque anni. Era un desiderio inespresso ma palese. Un simile, manifesto bisogno di affetto gliela rendeva ancora più repellente. Poi la porta si chiudeva con un sonoro scatto della serratura, quel genere di pesante porta americana di cui Louisa si era quasi dimenticata nell’anno che aveva vissuto altrove. Una porta fatta per essere chiusa. Louisa restava coricata al buio, seguendo con la mente spietata il percorso della sedia a rotelle di sua madre in corridoio e immaginando botole nascoste che si aprivano a inghiottirla. 

Nel frattempo il buio le strisciava sul petto come un serpente, distribuendo ordinatamente il proprio peso sulle spire che si accumulavano sopra di lei all’infinito e che avrebbero potuto seppellirla e schiacciarla se lei non fosse saltata giù dal letto appena in tempo e, con estrema perizia, non avesse riaperto la porta. Louisa era bravissima a ruotare la maniglia. Non era maldestra come sua madre o distratta come sua zia. La serratura non emetteva alcun suono e la luce tornava, sgominando il buio. E Louisa tornava a letto, lo sguardo fisso sulla striscia. 

Quella sera dal corridoio arrivavano anche delle voci. Non distingueva le parole, ma sapeva che parlavano di lei. Quella mattina, invece di presentarsi puntuale in classe, Louisa era stata accompagnata dalla zia in un palazzo del centro per essere visitata da uno psicologo infantile. Nessuno aveva usato quelle parole, “psicologo infantile”. Lo avevano chiamato un colloquio sul suo livello scolastico, e quanto meno all’inizio lei ci aveva creduto. Louisa era a metà della quarta elementare quando lei e i suoi genitori avevano lasciato gli Stati Uniti per trasferirsi in Giappone, e durante l’anno in Giappone aveva finito la quarta americana, svolgendo tutte le verifiche e gli esercizi e leggendo tutti i testi che aveva portato con sé, e anche quella giapponese: aveva fatto la quarta elementare due volte, in due paesi diversi, ma adesso doveva ripeterla di nuovo, manco fosse stata bocciata. 

Il luogo dell’appuntamento era un palazzo di mattoni a cui si accedeva salendo una mezza rampa di scale, e mentre lo facevano sua zia aveva detto: «È per questo che tua mamma non è potuta venire, per colpa di queste scale. Ho chiamato per chiedere se c’erano scale per accedere, e mi hanno risposto di sì. La tua povera mamma». «Non ha niente» aveva borbottato Louisa. «Cosa, tesoro?» Non aveva aggiunto altro. «Non ti ho sentita, tesoro.» Adesso Louisa poteva fingere di essere lei a non aver sentito. Funzionava. Nessuno ascoltava mai con attenzione; anche le persone che più di tutte sostenevano di ascoltare, in realtà non ascoltavano.

Flashlight, Cover

Tratto da “Flashlight. Una torcia nella notte”, di Susan Choi, Mondadori, 2026, 24€, 540 pagine

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Il precariato giovanile, e l’inarrestabile fuga di cervelli

In questi giorni il Partito democratico ha lanciato una proposta per riconoscere un bonus mensile di duecento euro netti in busta paga a tutti i lavoratori under-35 assunti con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato con una retribuzione annua lorda inferiore a quarantacinquemila euro. L’obiettivo dichiarato è contrastare la fuga dei giovani all’estero, rafforzare il potere d’acquisto delle nuove generazioni e incentivare le assunzioni stabili.

L’intenzione è apprezzabile. Ma il perimetro dell’intervento rivela una contraddizione di fondo difficile da ignorare. Il mercato del lavoro giovanile è caratterizzato da una diffusa precarietà strutturale: contratti a termine, collaborazioni coordinate e continuative e false partite Iva la fanno da padrone. In questo scenario, i tanti giovani assunti a tempo determinato non avrebbero diritto al bonus. Stessa sorte per chi lavora in somministrazione o per i piccoli freelance. Paradossalmente, quindi, le categorie più esposte all’instabilità economica sarebbero escluse dall’intervento.

Per quanto riguarda le imprese, questo genere di interventi non genera degli incentivi forti per comportarsi in maniera virtuosa. I datori di lavoro che assumono giovani in maniera stabile continueranno a farlo beneficiando dell’agevolazione pubblica mentre le aziende che ricorrono a contratti precari non modificheranno le proprie policy in risposta a un sussidio che graverebbe (almeno in parte) sulla fiscalità generale.

Il tema della retention dei talenti va affrontato con urgenza. Per gestire la fuga dei giovani, però, bisogna guardare in faccia alla precarietà per progettare uno strumento più equo. È necessario accompagnare gli incentivi all’assunzione stabile con misure forti per contrastare gli abusi che generano precarietà. Rafforzare i controlli e il ruolo degli ispettori del lavoro, per esempio. Il bonus da duecento euro può essere un punto di partenza. Ma, nella sua formulazione attuale, rischia di diventare un beneficio soltanto per chi è già al sicuro, dimenticando chi è rimasto indietro.

*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni. Qui per iscriversi

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L’intelligenza artificiale ha già iniziato a progettare sé stessa

Pochi giorni fa Anthropic ha pubblicato sul suo sito un articolo intitolato “When AI Builds Itself”, quando l’intelligenza artificiale si costruisce da sola. Il punto di partenza è un’osservazione semplice: abbiamo sempre considerato l’intelligenza artificiale come ogni altra innovazione tecnologica, in cui ogni ogni nuovo modello viene progettato, testato e rilasciato da esseri umani. Ci sono ingegneri per scrivere i codici, ricercatori per fare gli esperimenti, e tecnici a supervisionare l’addestramento. Ma questa dinamica sta scomparendo. Secondo l’azienda di Dario Amodei, oltre l’ottanta per cento dei codici che entrano nei suoi sistemi vengono ormai scritti da Claude, il chatbot che sviluppa e commercializza. Perché una quota crescente dell’attività quotidiana è già delegata alle macchine. Il risultato, sostiene Anthropic, è un’accelerazione impressionante della produttività: nel secondo trimestre del 2026 un ingegnere medio avrebbe prodotto circa otto volte più codice rispetto al 2024.

Insomma, l’intelligenza artificiale sta iniziando a contribuire direttamente allo sviluppo della generazione successiva di sistemi di intelligenza artificiale. «Non siamo ancora nel mondo in cui Claude progetta autonomamente il proprio successore», scrivono gli autori, ma ci stiamo lentamente avvicinando a una situazione in cui una parte crescente della ricerca sull’IA viene svolta dall’IA stessa (i numeri vanno presi con cautela, perché sono dati interni, quindi difficili da verificare dall’esterno, ma il concetto di fondo resta).

Nel lessico del settore questa nuova condizione si chiama recursive self-improvement, miglioramento ricorsivo. Una prima versione di un sistema contribuisce a sviluppare una seconda versione, leggermente migliore. La seconda contribuisce alla nascita della terza. La terza della quarta. E così via, in un processo che potrebbe accelerare progressivamente.

Pochi giorni dopo la pubblicazione dell’articolo di Anthropic ne ha parlato anche l’Economist: «Nessuno sa davvero quali potrebbero essere le conseguenze del miglioramento ricorsivo», scrive il magazine britannico, «e poiché l’intelligenza artificiale, a differenza degli esseri umani, può lavorare senza sosta e su scala enorme, alcuni ricercatori ritengono che potrebbe innescare una rapida corsa verso sistemi superintelligenti. I più pessimisti temono che una superintelligenza possa sfuggire al controllo umano e che l’avvio di un processo di recursive self-improvement rappresenti il momento in cui il destino tecnologico dell’umanità passa dalle mani degli esseri umani a quelle delle macchine. Altri osservano però che, almeno inizialmente, anche un sistema capace di migliorarsi da solo dovrebbe fare i conti con limiti molto concreti: la disponibilità di potenza di calcolo, di energia e di infrastrutture».

Se la prospettiva di sistemi capaci di progettare da soli il proprio successore è ancora lontana e speculativa, la vera novità è l’idea di un circuito chiuso, almeno in parte. Allo stato attuale sono ancora gli umani a svolgere il ruolo di direttori di laboratorio quando si tratta di creare codici dell’intelligenza artificiale. Sono loro a indicare la direzione di ricerca e a inquadrare i problemi, e ovviamente gli obiettivi sono tutti decisi dall’uomo. Gli agenti di intelligenza artificiale si limitano a fare da manovalanza, se così si può dire, cioè progettano gli esperimenti, scrivono il codice, fanno i test, correggono gli errori e così via. Più semplicemente, l’intelligenza artificiale è ancora uno strumento.

Ancora per poco, forse. Perché almeno nei laboratori che costruiscono i modelli più avanzati, l’intelligenza artificiale sta assumendo quel ruolo di direttore del laboratorio. L’Economist cita il caso di Andrej Karpathy, uno dei ricercatori più influenti dell’ultimo decennio, già tra i fondatori di OpenAI e poi responsabile dell’intelligenza artificiale di Tesla. Dopo aver sviluppato un piccolo modello linguistico chiamato Nanochat, Karpathy ha affidato a un agente di IA il compito di migliorarne il processo di addestramento. Nel giro di pochi giorni il sistema ha individuato una serie di ottimizzazioni che hanno ridotto ulteriormente i tempi necessari per addestrare il modello. «Io non ho toccato nulla», ha raccontato Karpathy. È esattamente il tipo di miglioramento incrementale di cui parla Anthropic.

Il dettaglio tecnico più rilevante è che non serve una macchina potentissima e onnisciente per accelerare il processo, ne basta una capace di produrre la prossima generazione di macchine.

Qui rientra in gioco Anthropic, l’azienda di Dario Amodei che più di ogni altra ha costruito la propria identità pubblica attorno ai rischi dell’intelligenza artificiale. Fin dalla sua fondazione, i dirigenti di Anthropic parlano della necessità di coordinare gli sforzi internazionali e, se necessario, persino di rallentare la corsa verso modelli sempre più potenti. Lo stesso articolo sul recursive self-improvement si conclude con un appello alla costruzione di meccanismi che rendano possibile una pausa coordinata nello sviluppo dell’IA, qualora si rendesse necessaria.

È una posizione quantomeno ambigua. Nel senso che Anthropic è anche una delle aziende che stanno spingendo più velocemente la frontiera tecnologica. Per citare ancora l’Economist, «quale leader di mercato non sarebbe felice di vedere i concorrenti rallentare mentre cerca di mantenere il proprio vantaggio?».

Anthropic sembra sinceramente convinta che l’intelligenza artificiale possa diventare una tecnologia trasformativa e potenzialmente pericolosa. Ma proprio per questo ritiene di dover restare tra gli attori che la sviluppano. È un comportamento da santoni, o da ipocriti, o qualcosa in mezzo a queste due opzioni.

Non tutti sono convinti che affidare una quota crescente della ricerca alle macchine equivalga necessariamente a produrre sistemi migliori. Un commento pubblicato ad aprile sul Washington Examiner, proponeva un punto di vista interessante. «Questo non è automiglioramento, è auto-rafforzamento», scrive l’autrice. L’obiezione è che sistemi addestrati da altri sistemi potrebbero diventare sempre più autoreferenziali, con il rischio di perdere il contatto con la realtà.

È quello che nell’ambiente viene chiamato specification gaming. Quando si assegna a un sistema un obiettivo misurabile, il sistema tende a ottimizzare la metrica scelta, non necessariamente il risultato prospettato inizialmente. L’esempio tipico è quello della corsa virtuale: se si vuole insegnare a un agente a correre lungo un tracciato si assegnano punti per ogni checkpoint, ma a un certo punto l’agente scopre che può girare in tondo su un checkpoint e accumulare punti all’infinito senza completare la gara. Perché sta massimizzando il punteggio anziché guardare l’obiettivo finale. È il motivo per cui molti ricercatori continuano a considerare il giudizio umano – Anthropic lo chiama research taste – l’ultimo vero argine.

Resta aperta una questione più ampia sul futuro dell’intelligenza artificiale come driver di innovazione. Perché la tecnologia è sempre stata intesa come quella cosa che amplificava le capacità umane – ma il suo sviluppo dipendeva sempre dagli esseri umani. L’intelligenza artificiale potrebbe essere la prima tecnologia capace di contribuire direttamente alla propria evoluzione. Non siamo ancora nel mondo della superintelligenza che popola tante discussioni futuristiche. Ma il circuito, almeno in parte, si è già chiuso. L’intelligenza artificiale sta iniziando a costruire l’intelligenza artificiale. Lo scorso febbraio il blogger Noah Smith ha spiegato così la posta in gioco: «Per la prima volta nella storia, gli esseri umani non sono più – o presto non saranno più – gli esseri più intelligenti del pianeta, in alcun senso funzionale del termine». Va letta come provocazione, ma siamo già al punto in cui il motore del progresso tecnologico non più un’esclusiva dell’uomo. Qualcosa vorrà dire.

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Lo sfarzo di Üsküdar, la moschea più grande della Turchia, e le bambine con il velo

Di fianco alla liberale e leggiadra Kadiköy c’è anche Üsküdar, l’antica Scutari, nonché il quartiere dove risiede il mio quasi omonimo (quando non è nel suo fastoso, costoso e pure un po’ esagerato palazzo presidenziale nella capitale Ankara). Questa zona è diventata la dimostrazione di come la società turca nel corso degli anni sia cambiata, anche per quanto riguarda la distribuzione della ricchezza, permettendo l’espansione di una borghesia islamo–conservatrice. 

È uno dei miracoli – se non il miracolo in assoluto – del mio quasi omonimo: portare con decisione al centro della vita politica ed economica fette della popolazione che prima avevano un ruolo di secondo piano. Non ha fatto tutto proprio da solo: pensiamo solo al fenomeno delle Tigri anatoliche, che ha iniziato a svilupparsi dalla seconda metà degli Anni Ottanta. Diciamo che però lui ha tirato le fila di tutto, per la gioia dei tanti – parliamo di milioni – che ne hanno beneficiato. Il tenore di vita di molte famiglie si è elevato in modo consistente. E Üsküdar è un esempio calzante di questa ascesa sociale, dove sempre il solito ha voluto mettere una firma ben precisa, ovviamente a modo suo.

Una volta la collina di Çamlıca era nota per le torri dei ripetitori. Dal 2019 svettano anche i sei minareti dell’omonima moschea. Ora, definirla semplicemente una moschea non rende l’idea di che cosa stiamo parlando: l’edificio può contenere normalmente sessantacinquemila fedeli, che salgono a centomila nel caso in cui l’edificio sacro debba fungere da rifugio in caso di terremoto. Dunque, è a dir poco mastodontico. Con la sobrietà che lo contraddistingue, il mio quasi omonimo ha voluto che Çamlıca fosse visibile da ogni parte della città. 

L’architettura è ispirata alla Moschea di Solimano, ma ha sei minareti come la Moschea Blu, che rappresentano i sei pilastri dell’Islam. Come nel complesso di Solimano il Magnifico, anche in quello di Çamlıca sono presenti altre aree: un museo delle Civiltà islamiche, una galleria d’arte, un centro congressi che può ospitare oltre mille persone, negozi e strutture per bambini. Oltre a un posteggio che può contenere fino a tremilacinquecento veicoli. Sotto la moschea si estende un giardino da cui si vede un panorama di Istanbul seducente. Per il mio quasi omonimo, questa moschea rappresenta il raggiungimento di un obiettivo: come i sultani ai tempi dell’impero, anche lui ora ha il suo complesso religioso che ricorderà per sempre e a tutti ciò che ha fatto durante il suo periodo di potere. […] 

A progettarla, comunque, sono state due donne, Bahar Mızrak e Hayriye Gül Totu. Durante la costruzione hanno dichiarato la loro intenzione di edificare una moschea female friendly. Anche per questo, la zona della preghiera femminile è collocata al centro del luogo di culto, e non in una posizione appartata come avviene di solito. Vi racconto tutte queste cose per farvi capire quanto il mio quasi omonimo sia furbo. Non dimentichiamoci che, anche a causa di scelte sbagliate da parte della cosiddetta élite laica, per lungo tempo le donne che portavano il velo sono state in qualche modo ghettizzate. La Babbiona si ricorda ancora di quando erano costrette a toglierlo per entrare in università o a coprirlo con grossi cappelli in ciniglia. Chissà nei mesi estivi che caldo, poverine.

Per molte donne, insomma, il mio quasi omonimo è stato un liberatore, colui che ha permesso loro di andare a capo coperto a scuola, in tribunale, in parlamento, insomma in tutti i luoghi dove prima se lo sarebbero dovuto togliere. Qualcuno potrebbe dirmi che imporre il laicismo a forza in un Paese al 95% musulmano non sia stata una grande idea, e che consentire a una persona di andare in giro come meglio ritiene sia doveroso. E ha ragione. Il punto, da gatto, è che nella mia città vedo sempre più bambine con il capo coperto, e questo mi sembra preoccupante. Quella che dovrebbe essere una scelta serena, libera e rispettabile si è invece trasformata in un’affermazione politica, alla quale corrisponde anche un modello di vita. Fatto che in un Paese che si definisce laico, è nuovamente una contraddizione. Se poi i condizionamenti sociali impediscono alle donne di scegliere come andare in giro e le costringono ad andare a pregare in moschea più che a studiare o trovare un lavoro, direi che non ci siamo proprio. 

Quello delle donne nella mia città è un mondo incredibilmente complesso. Più di una volta, mi è sembrato che il velo utilizzato come simbolo politico abbia diviso donne che poi invece nella vita di tutti i giorni hanno gli stessi problemi, dalla violenza domestica a una società ancora patriarcale. Quindi, se anche la nascita di una «borghesia islamica» ha prodotto sicuramente un maggiore benessere, per le donne è equivalso ad avere l’ultimo modello di lavatrice. Anche se si guardano le pubblicità, la donna – con velo o senza – è ancora vista soltanto come il perno attorno al quale ruota la famiglia. Da acuto osservatore della realtà quale mi ritengo, ho notato su questo tema che anche in Paesi europei come l’Italia la situazione è ampiamente migliorabile. Ma in Turchia ci sono problemi davvero seri. E si vedono anche nella emancipata Istanbul. 

 

Tratto da “Istanbul. Cronache graffianti dalla città degli imperatori”, di Marta Federica Ottaviani, Paesi Edizioni, pp. 176, 16 euro

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La vitalità dei riformisti, e l’ultimo tram per resistere al bipopulismo

L’unica area politica nella quale oggi si discute di politica è quella riformista (in senso lato: dai riformisti del Partito democratico a Carlo Calenda). È un dato di fatto. A sinistra non c’è una vera discussione, al massimo si stanno azionando tutta una serie di meccanismi per prepararsi alle elezioni. E dunque le mosse su chi fa il leader del campo largo, chi si candida, il peso delle correnti, chi verrà fatto fuori e via dicendo. Nessuno scandalo, la politica è fatta anche di questo. Ma non è una discussione sulle cose.

A destra i problemi sono altri. L’improvvisa disfida nera tra Fratelli d’Italia e Roberto Vannacci, le convulsioni leghiste connesse all’evidente crisi di Matteo Salvini. Sono lotte di potere.

Invece è al centro che si sta sviluppando – invero abbastanza confusamente – un embrione di un vero dibattito.

C’è stata l’uscita di Pina Picierno dal Pd e la nascita di Spazio pubblico, con l’intenzione e di costruire qualcosa di nuovo fuori e contro il bipopulismo. Sono già circa ventimila le adesioni. Ci sarà lunedì a Milano l’iniziativa degli Europeisti organizzata da Piercamillo Falasca, Daniele Nahum e Sergio Scalpelli (presenti Mario Monti, Carlo Calenda, Pina Picierno, Matteo Hallissey, Luigi Marattin, Carlo Cottarelli. Giuseppe Benedetto). Su questo, ha scritto sul Riformista Sergio Scalpelli, che non si tratta di fare «l’ennesimo cespuglio centrista, di quelli che nascono per pesare in una trattativa e muoiono il giorno dopo averla persa. Ma la forma di una cultura politica che esiste, produce classe dirigente, amministra città e regioni, e resta priva di una rappresentanza nazionale che ne raccolga la voce».

Mentre ieri a Roma Alessandro Onorato, ha lanciato il suo Progetto Civico, «non un partito» ma «una nuova forza politica davvero riformista e convintamente popolare», anche «liberale e libertaria» che si fa forte della adesione di seicentottantacinque amministratori sul territorio. In platea Elly Schlein, Giuseppe Conte, Gaetano Manfredi, tanti altri ma non Matteo Renzi. Onorato è un pupillo di Goffredo Bettini (omaggiatissimo), e dunque stiamo parlando di un soggetto che vuole stare nel campo largo.

Qualcuno chiama gli onoratiani i “centristi per Conte” perché secondo diversi osservatori, questa aggregazione, in un eventuale ballottaggio alle primarie, potrebbe appoggiare l’avvocato contro Elly Schlein. E infatti Conte è intervenuto, ottima accoglienza, anche lui ha ringraziato Bettini da cui si attende una mano per conquistare la leadership del campo largo.

Come si vede da questo elenco sommario, di comune c’è la volontà di dar vita a una nuova offerta politica, europeista, pragmatica, non ideologica: tutti i protagonisti delle diverse iniziative, e anche i riformisti dem (Lia Quartapelle e Simona Malpezzi si confronteranno con Picierno, Marianna Madia e Elisabetta Gualmini il 25 a Milano), nel merito, a partire dalla grande discriminante, l’Ucraina, dicono più o meno le stesse cose.

Diversa però è la tattica. Se tutti sono contro il centrodestra, la divisione è tra chi pensa che lo strumento per battere l’avversario sia il campo largo e chi invece pensa che occorra stare nel mezzo in una posizione critica verso ambedue i poli. Questa divisione tattica non è ricomponibile. Dunque non sarà possibile avere un unico contenitore riformista.

Stabilito questo, o si va alla lotta nel fango tra le due anime del riformismo con il probabile esito dei dieci piccoli indiani di Agatha Christie che muoiono uno dopo l’altro, ripetendo in peggio il tragico passo falso del 2022. Oppure si trova un terreno comune, una piattaforma unitaria, magari un coordinamento, per fare vivere i contenuti riformisti nel prossimo Parlamento. È evidente che ciascun soggetto dovrebbe fare un atto di generosità rinunciando a qualche cosa della propria soggettività. Discorso complicato e, va detto, molto politologico per non dire politicista. E tuttavia è una discussione che portata avanti fino in fondo. Perché questo è l’ultimo tram che passa. Perderlo significa andare tutti a casa.

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L’India vuole riscrivere le regole dello spazio per il Sud globale

L’ascesa dell’India a grande potenza spaziale non è più il racconto di graduali progressi tecnologici ma, piuttosto, di una trasformazione dalle profonde implicazioni geopolitiche e normative. Sebbene la sua traiettoria converga sempre più con quella dei partner occidentali, in particolare degli Stati Uniti, la politica spaziale indiana, e il suo più ampio orientamento strategico, riflette un impegno concreto a plasmare un modello di governance spaziale globale più inclusivo e orientato allo sviluppo. In questo contesto, l’ascesa dell’India va compresa non solo in termini di capacità, ma anche come parte di un disegno più ampio di cooperazione strategica Sud-Sud nello spazio extra-atmosferico.

Alla base dell’ordine spaziale globale si colloca l’Outer Space Treaty (Trattato sullo Spazio Extra-atmosferico), che stabilisce principi chiave come l’uso pacifico dello spazio extra-atmosferico, il divieto di appropriazione dei corpi celesti, la libertà di accesso e la responsabilità degli Stati per le proprie attività nazionali. Il Trattato, pur rimanendo centrale nell’architettura giuridica che regola le attività umane nello spazio, si sta rivelando sempre più inadeguato di fronte alla realtà delle tecnologie contemporanee: non vieta lo sviluppo o l’uso di armi convenzionali nello spazio e nemmeno regola le capacità antisatellite o il crescente predominio dei protagonisti della NewSpace. Il quadro della governance globale si sta quindi ridefinendo attraverso norme frammentate e spesso contrastanti in materia di sostenibilità, condotta responsabile e commercializzazione.

Da leva di sviluppo a strumento di politica estera
La politica spaziale dell’India si è sviluppata a partire da questo contesto e in risposta alla sua continua evoluzione. Nei primi decenni, il programma spaziale indiano, guidato dall’Indian Space Research Organisation (ISRO, Organizzazione indiana per la Ricerca Spaziale), era profondamente radicato nelle priorità di sviluppo e poneva al centro l’atmanirbharta (autosufficienza), con la tecnologia spaziale quale strumento di trasformazione socioeconomica. I sistemi satellitari venivano impiegati per le comunicazioni, la meteorologia e il telerilevamento a sostegno dell’agricoltura, della gestione delle catastrofi e della pianificazione nazionale. Tutto ciò rifletteva un più ampio ethos post-coloniale secondo il quale lo spazio non doveva essere un’arena volta alla ricerca di prestigio o alla competizione, bensì un mezzo per affrontare le disuguaglianze strutturali.

Nel corso del tempo, tuttavia, l’India ha esteso le proprie ambizioni. Attualmente il programma spaziale indiano riflette il passaggio da un modello puramente orientato allo sviluppo a un modello che integra dimensioni strategiche, commerciali e di sicurezza. Le riforme politiche introdotte nel 2020, seguite dalla definizione ufficiale di una politica spaziale nazionale con il documento Indian Space Policy del 2023, segnano una svolta decisiva. Queste riforme mirano a traghettare l’India da un sistema stato-centrico a un ecosistema abilitato dallo Stato, in cui i soggetti privati assumono un ruolo centrale nell’innovazione, nella produzione e nei servizi di lancio. Tale trasformazione si concretizza in enti come IN-SPACe (Indian National Space Promotion and Authorisation Centre) e NewSpace India Limited, manifestazioni concrete della volontà di puntare al ruolo di nodo chiave nell’economia spaziale globale.

L’ascesa spaziale dell’India si contraddistingue non solo per l’espansione delle capacità spaziali del Paese, ma anche per il modo in cui queste vengono dispiegate sulla scena internazionale. L’India utilizza sempre più lo spazio come strumento di politica estera, in particolare nei rapporti con il Sud del mondo. Emblematico è stato il lancio del South Asia Satellite, espressione della politica Neighbourhood First, che dà priorità alle relazioni con i paesi immediatamente vicini. Il satellite assicura ai Paesi confinanti servizi di comunicazione, tele-istruzione e gestione delle emergenze. Al di là della sua utilità tecnica, l’iniziativa rispecchia la volontà dell’India di fornire beni pubblici attraverso la cooperazione spaziale, rafforzando così il proprio ruolo di leader regionale.

Il quadro complessivo di queste iniziative avvalora ulteriormente l’orientamento dell’India. Nel corso degli ultimi dieci anni, il Paese ha stipulato numerosi accordi di cooperazione spaziale in Asia, Africa e America Latina. Questi partenariati si concentrano sulla costruzione delle capacità, sulla formazione, sulla condivisione dei dati e sull’assistenza tecnica, consentendo ai Paesi in via di sviluppo di accedere alle tecnologie spaziali e di utilizzarle senza dover dipendere da potenze esterne. Il 21 giugno 2023 l’India è stata il ventisettesimo Paese a firmare gli Accordi Artemis. A livello multilaterale, ha anche proposto delle iniziative spaziali, tra cui una missione satellitare del G20 per il monitoraggio climatico e ambientale volta a sostenere i paesi vulnerabili attraverso un’infrastruttura di dati condivisa.

Un ponte tra vecchi e nuovi attori
Tale assetto emergente delinea un modello distintivo di cooperazione Sud-Sud nello spazio. A differenza degli approcci tradizionali dominati dalle grandi potenze, la strategia dell’India pone l’accento su sostenibilità economica, accesso e rilevanza per lo sviluppo e si fonda sul riconoscimento pragmatico delle realtà geopolitiche.

L’India non punta a sostituire gli attuali equilibri di potere, bensì a ritagliarsi il ruolo di intermediario, facendo da ponte tra le nazioni spaziali più avanzate e i nuovi attori emergenti. Questo gioco di equilibri è particolarmente evidente nel modo in cui il Paese si muove tra diversi modelli di governance in competizione. La sua partecipazione a iniziative come gli Artemis Accords conferma l’intento di allinearsi alle norme emergenti definite dalle potenze occidentali, con un’attenzione particolare ad ambiti quali lo sfruttamento commerciale e l’interoperabilità.

L’India resta tuttavia cauta nell’avallare integralmente i modelli di governance che potrebbero rafforzare le asimmetrie o escludere gli interessi del Sud del mondo e, anzi, continua a perorare la necessità di una condotta responsabile da parte di tutti i Paesi, di una regolamentazione inclusiva e di un accesso equo alle risorse dello spazio.

Il risultato è una postura strategica ibrida: l’India persegue simultaneamente convergenza e autonomia, cooperazione e indipendenza, e adotta elementi di governance di stampo occidentale, mantenendo al contempo la flessibilità necessaria per collaborare con una vasta gamma di partner. Il Paese si sta pertanto affermando come norm-entrepreneur (imprenditore normativo) nella governance dello spazio, capace di mediare tra visioni contrastanti del futuro ordine spaziale.

Sul piano interno, le ambizioni dell’India sono altrettanto vaste: porta avanti i propri progetti di voli spaziali con equipaggio e la costruzione di una stazione spaziale nazionale, e promuove lo sviluppo di un settore spaziale commercialmente dinamico. Gli stanziamenti di bilancio e le riforme istituzionali indicano un impegno politico costante verso questi obiettivi. Di fatto, l’India si sta impegnando per raggiungere, in un solo decennio, ciò che molte potenze spaziali ormai consolidate hanno realizzato in oltre mezzo secolo.

A livello regionale, l’Asia meridionale presenta uno scenario paradossale in cui il progredire delle capacità spaziali coesiste con profonde tensioni geopolitiche. La regione registra notevoli progressi nell’esplorazione spaziale e nello sviluppo tecnologico, ma sconta il peso di complesse rivalità politiche, economiche e militari. I mutevoli equilibri di potere sono influenzati dalle tensioni tra India, Cina e Pakistan, tre Paesi dotati di armi nucleari e con una lunga storia di conflitti. In passato, India e Pakistan, così come India e Cina, sono stati nemici in guerra, e le dispute di confine tuttora irrisolte continuano ad alimentare la diffidenza strategica.

Mentre India e Cina consolidano le loro posizioni di grandi potenze spaziali, il Pakistan, sostenuto dalla Cina, allinea progressivamente la propria strategia in risposta all’India. Questa dinamica triangolare determina un trilemma della sicurezza in cui la ricerca di sicurezza di ciascun singolo Paese acutizza le insicurezze degli altri.

A livello mondiale, queste tendenze si riflettono in un generale spostamento verso la securitizzazione dello spazio extra-atmosferico. L’istituzione della United States Space Force e il riconoscimento dello spazio extra-atmosferico come dominio operativo distinto da parte della NATO, nel 2019, sanciscono la crescente importanza strategica dello spazio. La spesa per la difesa nel settore spaziale è aumentata in modo significativo, riflettendo la crescente dipendenza dei sistemi militari di oggi dalle infrastrutture basate nello spazio, per la navigazione, le comunicazioni e la sorveglianza.

Lo spazio non è ancora stato weaponizzato in modo diretto in conflitti attivi, ma l’integrazione delle tecnologie spaziali nelle operazioni militari porta alla possibilità che i conflitti futuri possano estendersi oltre i domini tradizionali. Con l’accelerazione del ritmo di militarizzazione, la sfida per la comunità internazionale consiste nell’impedire che la competizione si trasformi in conflitto e nel preservare lo spazio come luogo di cooperazione pacifica.

L’assenza di una legislazione nazionale completa
Dietro la superficie di questa imponente ascesa spaziale dell’India si celano criticità facili da sottovalutare, ma difficili da ignorare. Il rapido progresso del Paese rivela una grave debolezza strutturale: l’assenza di una legislazione e di una regolamentazione spaziale nazionale complete. Per quanto le riforme politiche e gli organismi di regolamentazione come IN-SPACe abbiano creato un quadro strutturato per le funzioni di autorizzazione e supervisione, l’architettura giuridica rimane frammentata e non vincolante. Tale scenario genera incertezza per i soggetti privati, rendendo potenzialmente imprevedibili gli investimenti e l’innovazione. Al contempo, solleva interrogativi sulla capacità dell’India di adempiere ai propri obblighi internazionali, in particolare ai sensi del Trattato, a fronte di attività spaziali sempre più vaste e complesse.

La chiarezza legislativa è pertanto una necessità urgente e strategica. Il diritto può fungere da strumento mirato al posizionamento. In un’economia spaziale globale sempre più competitiva, i Paesi che si dotano di contesti normativi prevedibili e credibili hanno maggiori probabilità di attrarre investimenti, costruire partenariati e influenzare le nuove leggi e normative. Per l’India, lo sviluppo di un quadro giuridico solido non è solo una questione di governance, è una necessità fondamentale per la sua aspirazione a diventare leader.

L’ascesa dell’India nel settore spaziale è, pertanto, una trasformazione multidimensionale. È un racconto di capacità tecnologiche, di riforme istituzionali e di ambizioni strategiche. Ma è anche un percorso di innovazione normativa, è il tentativo di immaginare ex novo un modo di gestire, regolamentare e impiegare proficuamente lo spazio, un modo che rispetti e rifletta gli interessi e le aspirazioni del Sud del mondo.

Se l’India saprà allineare i propri progressi tecnologici a un quadro normativo coerente, potrà ambire a superare lo status di semplice partecipante. L’obiettivo è affermarsi tra i principali artefici dell’ordine globale, plasmando un modello di governance che non sia solo efficiente e competitivo ma anche inclusivo ed equo. Nel suo viaggio spaziale, l’India non punta solo a raggiungere nuove frontiere, ma a ridefinirle.

Questo articolo è tratto dal numero 68 di We – World Energy, il magazine di Eni.

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