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Da venerdì sarà completamente riaperto lo Stretto di Hormuz, ha detto Trump al G7

Donald Trump ha al suo arrivo al vertice del G7 di Évian-les-Bains, in Francia, che lo Stretto di Hormuz sarà «completamente aperto» da venerdì. Il presidente statunitense lo ha ribadito all’inizio dell’incontro bilaterale con il presidente francese Emmanuel Macron, presentando l’intesa con l’Iran come un risultato ormai acquisito: «L’accordo è tutto firmato», ha detto, aggiungendo che lo stretto «è già parzialmente aperto». Secondo Trump, la riapertura del canale sarà assicurata dall’accordo con Teheran e non da un intervento militare europeo più ampio. «Penso che in Medio Oriente stiano per accadere molte cose molto positive. E, cosa molto importante, il petrolio sta crollando e la borsa oggi sta salendo come un razzo», ha aggiunto. Riferendosi alla proposta franco britannica di una missione navale nello Stretto di Hormuz per garantire il passaggio delle navi commerciali, Trump ha detto a Macron: «Non credo che avremo bisogno di molto aiuto».

Il memorandum di intesa dovrebbe essere firmato formalmente venerdì a Ginevra dal vicepresidente statunitense JD Vance e dal capo negoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf. La Casa Bianca ha detto che il testo completo sarà pubblicato entro ventiquattro o quarantotto ore. Il punto centrale dell’intesa, secondo Trump, è che l’Iran non avrà la bomba atomica: «Hanno accettato pienamente questo punto, con forti poteri di controllo».

Trump ha detto anche, in un messaggio pubblicato sui social, che «le navi stanno cominciando a muoversi, molte cariche di petrolio, fuori dallo Stretto di Hormuz» e che starebbero percorrendo una rotta meridionale «totalmente sicura, protetta e intatta». Le informazioni provenienti dal settore marittimo sono più prudenti. Organizzazioni e società che monitorano il traffico navale hanno segnalato che gran parte delle navi resta ferma nel Golfo Persico e che la ripresa normale dei passaggi potrebbe richiedere settimane o mesi. Il problema non è solo politico, ma anche operativo: servono rotte considerate sicure, garanzie sulla presenza di mine, coperture assicurative e indicazioni chiare alle compagnie di navigazione. Trump ha ammesso che sono in corso attività di ricerca di mine, spiegando che «stanno facendo un po’ di caccia» dopo averne già trovate alcune, ma ha insistito che venerdì lo stretto sarà completamente aperto.

Uno dei nodi più delicati riguarda il possibile ruolo dell’Iran nella gestione del traffico marittimo. Teheran sostiene che l’accordo le riconosca il diritto di applicare tariffe per servizi marittimi nello stretto, in coordinamento con l’Oman. I governi europei temono che questa formula possa diventare, di fatto, un sistema di pedaggi. Macron ha detto che la Francia difende il diritto internazionale e che farà tutto il possibile perché non ci siano pedaggi. Trump ha respinto questa interpretazione: secondo lui l’accordo prevede che lo Stretto di Hormuz sia aperto e gratuito.

La proposta franco britannica di una missione navale resta quindi sospesa. Francia e Regno Unito lavorano da mesi a un piano difensivo per sminare le rotte e rassicurare equipaggi, armatori e assicuratori. Macron ha detto a Trump che la Francia potrebbe impiegare aerei, fregate, unità specializzate nella ricerca di mine e la portaerei Charles de Gaulle. Il presidente francese ha però precisato che tutto dipenderebbe dalla richiesta e dalla necessità effettiva della missione. Trump non ha escluso una presenza limitata, ma ha detto di non ritenere indispensabile un sostegno rilevante da parte degli alleati.

Il memorandum non chiude le questioni più complesse. I negoziati sul programma nucleare iraniano, sulle sanzioni statunitensi e sullo sblocco dei beni congelati dovrebbero svolgersi nei sessanta giorni successivi alla firma. Da parte americana è stata prospettata la possibilità di un alleggerimento delle sanzioni e di alcuni gesti iniziali, ma solo se Teheran dimostrerà di rispettare gli impegni, evitando ulteriore arricchimento dell’uranio e l’espansione degli impianti. Restano però da definire il destino delle scorte di uranio altamente arricchito, il livello delle ispezioni e le modalità di verifica. 

Il fronte più fragile è quello libanese. L’Iran sostiene che l’intesa debba includere anche la cessazione degli attacchi israeliani in Libano, dove Israele ha condotto una vasta offensiva dopo il lancio di missili di Hezbollah contro il nord di Israele. Il ministero degli Esteri iraniano ha chiesto agli Stati Uniti di garantire che Israele rispetti il cessate il fuoco. Il portavoce Esmail Baghaei ha avvertito che l’intero accordo dipende anche dalla sua applicazione in Libano.

Israele ha preso le distanze dall’intesa. Il primo ministro Benjamin Netanyahu non l’ha respinta apertamente, ma ha detto che si tratta di una decisione di Trump e che Israele ha «i propri interessi». Netanyahu ha aggiunto che le forze israeliane non lasceranno le aree occupate in Libano nonostante il cessate il fuoco e che Israele sarà pronto a colpire l’Iran se riterrà che stia procedendo verso la costruzione di un’arma nucleare. «Con un accordo o senza accordo, l’Iran non avrà armi nucleari, non oggi e non domani», ha detto.

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Il vannaccismo è l’autobiografia della Seconda Repubblica

Come al solito, il dibattito sull’ultima novità della politica italiana, il generale Roberto Vannacci, divide commentatori e opinione pubblica in tre gruppi: quelli che lo demonizzano, quelli che lo esaltano e quelli che se la prendono con chi lo demonizza dicendo che così in realtà gli fa un favore (terzo gruppo in cui in realtà si mescolano tanto gli avversari del generale, sinceramente convinti della tesi, quanto i suoi sostenitori, che la usano per irridere gli avversari dandosi arie da osservatori indipendenti).

Chi dice che è un dibattito noiosissimo e stupido, come faceva ieri sera Massimo Cacciari a Otto e mezzo e fa oggi Guia Soncini su Linkiesta, ha dunque ragione e torto allo stesso tempo. Ha ragione perché è proprio così, è un dibattito assurdo e controproducente che si ripete tale e quale da oltre trent’anni, cioè dal giorno in cui il referendum maggioritario aprì la strada a Silvio Berlusconi.

Ha torto perché, come dimostra proprio il caso Berlusconi, lo stesso meta-dibattito sull’utilità o meno del parlare di Berlusconi fa da sempre parte di questa discussione, fino alla sua espressione più estrema, rappresentata da Walter Veltroni che nella campagna elettorale del 2008 si riferiva al Cavaliere esclusivamente con la farraginosa circonlocuzione del «principale esponente dello schieramento a noi avverso» (lo so, avevate rimosso, e mi scuso con il vostro inconscio: in fondo stava solo cercando di farvi del bene).

Soncini se la prende in particolare con tutta la polemica attorno a “Più libri più liberi” e alla sua scelta di mettere tra gli impegni da sottoscrivere al momento di acquistare uno stand anche una generica dichiarazione di condivisione dei valori antifascisti della Costituzione (per i dettagli, ne ho parlato qui ieri): «Meno rilevanti del fascismo e dell’antifascismo ci sono solo le fiere di libri, un’altra nicchia che interessa solo a gente priva di vita interiore e pure di vita esteriore, e potevano i social in questi giorni essere monopolizzati da altro che dall’intersezione tra queste due psicosi, il fascismo e le fiere di libri? Non potevano, perché se c’è una scemenza nascosta in un angolo i social si precipiteranno a scovarla e renderla centrale nelle loro vuote giornate, e quindi eccoli lì, politici adeguati ai social, intellettuali adeguati ai social, dibattito al ribasso che parla solo e sempre di cose di cui non importa a nessuno se non ai dibattenti». Tutto vero, ma per le ragioni di cui sopra anche falso, e comunque nel 1993 non c’erano i social, e c’era già questo stesso dibattito, tale e quale.

Su Linkiesta si occupa dell’argomento anche Mario Lavia, che davanti al fenomeno Vannacci vede ripresentarsi addirittura l’antica alternativa tra la lettura di Benedetto Croce e quella di Piero Gobetti circa il fascismo «parentesi» o invece «autobiografia della nazione». Io direi, semmai, che è l’autobiografia della Seconda Repubblica. Peraltro ieri a Otto e Mezzo Cacciari chiamava in causa proprio Croce per stigmatizzare tutto il dibattito sul «patentino antifascista», secondo la definizione datane da Giorgia Meloni, scandendo con la consueta assertività: «Croce si rifiutava di firmare patentini!».

Ora, cosa avrebbe firmato o non firmato Croce nell’Italia di oggi, ovviamente, non possiamo saperlo. Quello che invece sappiamo con certezza è che non solo firmò, ma promosse, in risposta al manifesto degli intellettuali fascisti stilato da Giovanni Gentile, il manifesto degli intellettuali antifascisti. Giusto per ricordare i fatti, attorno ai quali poi ciascuno potrà continuare a tirare l’acqua al suo mulino: gli uni osservando che allora il fascismo c’era davvero, mica come oggi; gli altri rispondendo che vannacciani e meloniani di oggi avrebbero gridato alla censura anche allora, difendendo la libertà di espressione di Gentile dalle violente scomuniche del pensiero unico crociano.

Io mi limito a osservare che il problema non è il fascismo di ieri, ma il fascismo di oggi, attualissimo e in ottima salute in gran parte del mondo, a cominciare dagli Stati Uniti di Donald Trump. Ragion per cui gli ammiratori di Trump mi sembrerebbero una minaccia ben più pericolosa degli ammiratori di Mussolini, non fosse che nove volte su dieci si tratta proprio, e non per caso, delle stesse persone.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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Manuale minimo delle ossessioni obbligatorie del dibattito pubblico

Elenco minimo di situazioni dalle quali sono passata nell’ultima settimana, di esponenti del paese reale (no quegli stronzi dei miei amici) con cui ho parlato, dei temi che essi hanno sollevato considerandoli in qualche misura rilevanti.

Sono a un tavolino di un bar di Firenze. I camerieri parlano dei turisti, e noialtre stronze al tavolo ci chiediamo: come abbiamo costruito delle città la cui economia dipende in così larga misura dai turisti e che i turisti rendono così invivibili per i residenti? Se odi quelli che ti danno da mangiare, come se ne esce?

Sono da un parrucchiere a Bologna. Quello che mi asciuga i capelli mi mostra incredulo un video in cui una tizia, che scopro essere assessore, dice che il problema dei graffiti sui muri è che i ricchi proprietari dei palazzi non li fanno ripulire. Il parrucchiere ha i capelli verdi, ed è più incredulo di me che all’amministrazione locale non venga in mente che il problema è chi scempia, non chi non si sbriga a ripulire.

Sono a un tavolo d’un ristorante di Ragusa. I residenti parlano del ponte sullo stretto, qualcuno racconta una barzelletta secondo cui un ponte che unisca la Sicilia all’Italia sì, ma uno che unisca la Sicilia alla Calabria è inaccettabile, finché parte l’elenco delle priorità. Sì però ad andare all’aeroporto di Catania ci si mettono due ore perché ci sono da chissà quanto i lavori che restringono l’autostrada a una corsia. Sì però qui non funziona l’aria condizionata. Sì però in albergo non funziona il wifi.

Sono in macchina a Bologna. L’autista mi dice che il giorno dopo sciopereranno gli autobus. Un passeggero esasperato da non so bene cosa è salito a bordo e ha morso l’orecchio all’autista. Ah, scioperano contro i morsi?

Questa è una di quelle circostanze in cui in genere gli autisti – gli esponenti del paese reale con cui più di frequente interagisco – borbottano qualcosa sugli immigrati, e io dico che il problema non è lo spostamento da un paese a un altro, ma il sovraffollamento complessivo: siamo otto miliardi, sullo stesso pianeta sul quale non trecento anni fa, ma quando io andavo a scuola, eravamo quattro miliardi. Per forza ci diamo fastidio, ma continuate pure a dire che bisogna fare più figli così possono pagarvi la pensione fino a centotré anni.

Stavolta non finiamo a parlare d’immigrati perché i giornali, che ormai se qualcuno coinvolto in un caso di cronaca nera è straniero omettono l’informazione per il terrore che poi i picchiatelli social diano loro dei razzisti, specificano sette volte in ogni articolo che il Mike Tyson di piazza Minghetti è italiano. Quindi non di immigrazione parliamo, ma dei matti che sempre più numerosi affollano le città.

Eccetera. Ho avuto, per ampliare l’elenco ma lasciandolo comunque incompleto per non dilungarmi, anche conversazioni su: che truffa sia il congelamento degli ovuli in cui le trentenni investono stipendi; se abbia fatto più danni la riforma dell’università, la regionalizzazione della sanità, la legge sull’autocertificazione (la tavolata non ha raggiunto un accordo, il personale del ristorante neppure, però avevano aneddoti strepitosi sugli effetti della regionalizzazione della sanità); come sia possibile che passiamo il tempo a differenziare e chiunque non viva a Milano vive comunque in posti pieni di spazzatura.

Poi ci sono quegli stronzi dei miei amici, quegli orrendi privilegiati, quel ceto medio con complesso al contempo di superiorità e d’inferiorità, quel paese irreale con le case al mare e le opinioni sui romanzi e come principale problema il fatto che la granita di gelso sia finita.

Ho avuto diverse conversazioni anche con loro, naturalmente, e anche qui possiamo stilare un piccolo elenco, tutto fatto di temi di cui probabilmente parla una minoranza della popolazione.

Temi che vanno da come è cambiato il commercio dei libri da quando Romano Montroni, morto la settimana scorsa, era a capo delle librerie Feltrinelli, al timore che si finisca, come in certi posti in California, coi taxi guidati dall’intelligenza artificiale, e insomma io non mi fido di stare su un veicolo guidato da un umano e non pensi anche tu che la robottizzazione del mondo porterà solo guai?

Discorsi che vanno dalla transessualità come trucco per aggirare la legge sulla fecondazione assistita – se invece che due lesbiche siete una rimasta ufficialmente donna e una che s’è fatta cambiare i documenti facendocisi scrivere che è uomo senza bisogno di scempiarsi con ormoni o chirurgia, tanto ormai si può, allora avete diritto alla vostra brava fecondazione senza espatrio – all’impossibilità di sapere le cose che bisogna sapere una volta venuta meno l’istituzione che erano i giornali: come faccio a essere sicura di non essermi persa niente, magari c’è una notizia importantissima che gira in un angolo d’algoritmo che non vedo.

Sapete di cosa non mi ha parlato nessuno in una settimana, ma neanche in un mese, ma neanche in un anno, ma proprio in questo secolo? Sapete di cosa non si parla in nessuna conversazione, a tavola o al telefono, tra intellettuali o tra analfabeti (due insiemi con un’ampia intersezione), in spiaggia e in libreria, tra elettori d’una parte politica o dell’altra (di nuovo: insiemi con intersezione non certo vuota) – sapete di cosa, nel mondo fuori dai social, non parla nessuno?

Di fascismo e antifascismo, l’ossessione più imbecille a sinistra e a destra, ma una destra e una sinistra che esistono solo in quella camera dell’eco che sono ormai i giornali (vabbè, insomma: quel che ne resta) e quella parte di social non abitata da gente che passa di lì, scrolla due cose, mette like ai matrimoni degli amici e alle cresime dei nipoti e poi torna alla propria vita, no, non nei social dei normodotati: in quella parte abitata da un’umanità abbastanza stolida e psicotica da pensare di cambiare il mondo dal telefono, di influire sulla qualità della vita pubblica spolliciando.

Solo lì, in quei posti che dopo vent’anni ancora non avete imparato a frequentare non con la sovreccitazione dei bambini cui hanno dato troppi zuccheri, solo lì, nel 2026, ci si accanisce a considerare importantissima la posizione che qualcuno tiene o non tiene rispetto a una dittatura di cent’anni prima. Lì, e su giornali che ormai da Vongola75 e Brocco81 si fanno dettare la linea, tentando disperatamente d’esistere.

Persino i taxi guidati dall’intelligenza artificiale sono considerati un tema cogente da una parte della popolazione maggiore di quella che considera fascismo e antifascismo temi di attualità.

Sei abbastanza privo di senso del ridicolo da fare il saluto romano? Non ne sono lieta, il senso del ridicolo mi pare importante, ma non ce l’ha più nessuno, se ce l’avessero non si tatuerebbero o non s’accenderebbero la telecamera del telefono in faccia; mi sembra però più importante sapere come intendi risolvere il fatto che un ospedale di Roma non veda il fascicolo sanitario d’un paziente residente a Milano, o il fatto che i ragazzini escano da scuola senza sapere la grammatica, o il fatto che le città siano ormai devastate dal turismo, dai graffiti, dagli ubriachi che pisciano per strada.

Meno rilevanti del fascismo e dell’antifascismo ci sono solo le fiere di libri, un’altra nicchia che interessa solo a gente priva di vita interiore e pure di vita esteriore, e potevano i social in questi giorni essere monopolizzati da altro che dall’intersezione tra queste due psicosi, il fascismo e le fiere di libri? Non potevano, perché se c’è una scemenza nascosta in un angolo i social si precipiteranno a scovarla e renderla centrale nelle loro vuote giornate, e quindi eccoli lì, politici adeguati ai social, intellettuali adeguati ai social, dibattito al ribasso che parla solo e sempre di cose di cui non importa a nessuno se non ai dibattenti.

Quand’ero giovane andava di moda dire che non bisognava abbassare il livello perché, abbassandolo acciocché nessuno si sentisse escluso, si finiva per fare il “Maurizio Costanzo Show”. Non c’è giorno che non ci pensi e che non senta di dover chiedere postumamente scusa a Costanzo, adesso che, in confronto al dibattito pubblico di veementi stronzate da cui siamo quotidianamente afflitti, un programma che aveva sì i suoi bravi casi umani, ma pure Carmelo Bene e Valerio Mastandrea, sembra Bloomsbury. Adesso che quell’epoca lì pare il secolo dei lumi, in confronto a questi invasati noiosissimi e perentori.

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I modelli di intelligenza artificiale hanno già cambiato il modo di fare la guerra

I servizi di intelligence israeliani monitoravano da anni le telecamere stradali della capitale e le comunicazioni cifrate dei vertici del regime iraniano, ben prima che i jet, il 28 febbraio scorso, lanciassero i missili che hanno ucciso l’ayatollah Ali Khamenei, la Guida suprema, nella sua residenza di Teheran. Quell’oceano di dati non veniva più filtrato da analisti umani seduti davanti a schermi: veniva elaborato da macchine. Era il prologo di una guerra diversa da tutte le precedenti. Nei quattro giorni successivi, Stati Uniti e Israele hanno colpito oltre duemila bersagli in Iran. Per fare un confronto: la coalizione contro l’Isis aveva impiegato sei mesi per raggiungere lo stesso numero di attacchi in Iraq e Siria. Quella cadenza non è il prodotto di più aerei o più bombe. È il prodotto di un’architettura decisionale che ha cambiato natura.

Per decenni, pianificare un’operazione militare somigliava a un cantiere di grandi dimensioni. Funzionari dell’intelligence, comandanti operativi, esperti di armamenti e di logistica si riunivano per settimane. Il risultato era un raccoglitore di documenti cartacei, approvato a cascata lungo la catena di comando. Se l’intelligence spostava un bersaglio a maggiore distanza, bisognava ricominciare: tipo di aeromobile, armamento, rifornimento, tempi di volo, equipaggio – tutto andava ricalcolato a mano, in sequenza. Il ciclo che va dall’identificazione di un bersaglio all’attacco, ciò che i militari chiamano kill chain, si misurava in ore, spesso in giorni.

Oggi quell’aggiornamento avviene in parallelo, in automatico, in tempo reale. Ogni modifica si propaga istantaneamente attraverso l’intera catena. Quello che una volta richiedeva duemila persone, nelle esercitazioni più recenti dell’esercito americano ne ha richieste venti. Non è cambiata la potenza di fuoco. È cambiata la capacità di elaborazione.

Al centro di questa trasformazione c’è una piattaforma sviluppata dalla società di analisi dei dati Palantir per il Pentagono, che aggrega in tempo reale immagini satellitari, feed video da droni, intercettazioni e dati di sensori. Gli algoritmi marcano le anomalie, collegano gli indizi, rendono visibili i bersagli potenziali prima che un analista umano abbia aperto il primo file. Integrato in questa piattaforma c’è un modello linguistico di nuova generazione, usato per sintetizzare le intercettazioni, correlare le fonti aperte e produrre briefing in tempo reale per i comandanti. Non decide chi colpire, almeno formalmente. Aiuta a capire cosa si sta guardando, dentro un flusso che nessun essere umano potrebbe processare da solo. In condizioni normali, gli analisti militari riescono a esaminare al massimo il quattro per cento del materiale raccolto dai sistemi di sorveglianza. Il resto sparisce nell’abbondanza. La guerra in Iran ha mostrato cosa succede quando quel collo di bottiglia salta.

Il primo giorno di guerra, missili – statunitensi, secondo le analisi successive – hanno colpito la scuola primaria femminile Shajareh Tayyebeh a Minab, nel sud dell’Iran. Centodieci bambine uccise, insieme a decine di altre vittime. È l’episodio che ha trasformato un dibattito tecnico sull’intelligenza artificiale militare in una questione che non si riesce più a rimandare. Le immagini satellitari storiche mostrano che la scuola si trovava un tempo all’interno di un complesso dei Guardiani della Rivoluzione. Da almeno nove anni era separata da un muro perimetrale. Murales colorati sulle pareti esterne, un piccolo campo da gioco: una scuola, senza ambiguità alcuna.

Non è la prima volta che un sistema di targeting assistito dall’intelligenza artificiale solleva questo tipo di domande. Il sistema israeliano Lavender, impiegato a Gaza, suggeriva bersagli umani portando i militari a prendere decisioni di vita o morte in pochi secondi, con un ritmo di approvazione che rendeva il controllo umano poco più che una formalità. La scuola di Minab appartiene a una genealogia già scritta. I risultati preliminari dell’indagine statunitense attribuiscono l’errore a cause umane piuttosto che a un malfunzionamento del sistema automatizzato. Mala distinzione è meno netta di quanto sembri.

Una decisione presa in pochi secondi, su raccomandazione di un sistema che ha selezionato e presentato i dati, è ancora pienamente una decisione umana? O è qualcosa di intermedio, una ratifica, più che una scelta?

C’è un meccanismo che i ricercatori chiamano automation bias: quando una macchina suggerisce decine di bersagli all’ora, la sua raccomandazione diventa l’autorità di riferimento. La capacità di contestare sistematicamente ogni indicazione è strutturalmente limitata – non per pigrizia, ma per come funziona la mente umana sotto pressione. A questo si aggiunge un secondo effetto: la velocità della decisione automatizzata crea un’urgenza di agire che comprime lo spazio per la riflessione. E la riflessione – lenta, scomoda, spesso controintuitiva – è esattamente ciò che il diritto internazionale richiede prima di ogni attacco.

C’è dunque una contraddizione al cuore del progetto di guerra Al-first. La velocità è presentata come il vantaggio decisivo: chi elabora più rapidamente le informazioni anticipa le mosse dell’avversario, reagisce prima che la finestra si chiuda. Ma la velocità è anche esattamente ciò che riduce la possibilità di verifica. E la verifica è l’unico argine – etico, giuridico, operativo – tra un sistema di targeting e un errore che non si può correggere.

La posizione ufficiale statunitense è che gli esseri umani prenderanno sempre la decisione finale su cosa colpire e quando. Ma il significato reale di quella frase dipende interamente da quanto tempo un operatore abbia effettivamente a disposizione per valutare una raccomandazione generata da un sistema che lavora a velocità incommensurabile con quella del ragionamento umano. Approvare non è lo stesso che decidere.

Mentre l’Iran diventa il primo teatro di guerra ad alta intensità dove l’intelligenza artificiale è centrale, un altro fronte contribuisce a costruire l’infrastruttura di quella trasformazione. A metà marzo l’Ucraina ha annunciato che aprirà agli alleati l’accesso ai propri dati di combattimento per addestrare modelli destinati ai droni: milioni di immagini raccolte durante decine di migliaia di missioni reali. Un archivio senza precedenti di comportamenti in ambiente di guerra autentico – non simulato, non ricostruito. I dati di addestramento sono il collo di bottiglia che limita le capacità dei sistemi autonomi. Modelli addestrati su scenari simulati non catturano la complessità del combattimento reale: la polvere, il fumo, i veicoli civili mescolati a quelli militari, le situazioni che non compaiono nei manuali. I dati ucraini – continuamente aggiornati, prodotti in condizioni operative vere – colmano esattamente quella lacuna. I sistemi addestrati su di essi saranno più precisi, più veloci, più autonomi.

L’Ucraina ha già mostrato dove porta quella traiettoria. Nell’estate del 2025, droni ucraini hanno colpito basi aeree russe dopo che i segnali di navigazione e le comunicazioni erano stati neutralizzati dai sistemi di disturbo nemici. I droni hanno continuato la missione da soli, guidati da algoritmi addestrati a riconoscere i bersagli senza ausilio esterno. Era la più lunga operazione di attacco a lungo raggio del conflitto. Ed era anche una dimostrazione di cosa significhi affidare a una macchina una decisione letale in assenza di qualsiasi connessione con un operatore umano.

La domanda che la guerra in Iran ha reso urgente non è se l’intelligenza artificiale trasformerà la guerra. Lo sta già facendo, in modo che appare irreversibile. La domanda è un’altra: la competizione globale sui sistemi militari AI non riguarda più soltanto chi ha la tecnologia migliore.

Riguarda chi è disposto più in fretta ad abbandonare i propri vincoli. Da quella corsa può nascere una dinamica perversa, in cui ciascun attore abbassa le proprie soglie perché teme – o presume – che l’avversario lo abbia già fatto.

La scuola di Minab, con le sue bambine innocenti, non è la fine di quella storia. E soltanto un capitolo intermedio.

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Super Mario per l’Europa”, ordinabile qui.

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La sinistra affronti il tema immigrazione, non basta dire no a Vannacci

Credo sia venuto il momento, per la sinistra, per il centrosinistra, o almeno per la sua parte maggioritaria, di costruire, presentare e sostenere una visione complessiva sull’immigrazione: realista, fondata su principi, e capace di tenere insieme umanità, sicurezza, responsabilità e verità.

Serve una constituency strutturata, equilibrata, forte. Una base politica, culturale e morale capace di contrastare, o almeno contenere, la crescita di un nuovo ciclo populista, alla Vannacci: più incandescente, più aggressivo, più inquietante dei cicli precedenti. Ma per farlo non basta rispondere denunciando l’assurdità, la negatività o l’inaccettabilità di certe affermazioni. Non basta opporsi a Vannacci. Bisogna sottrargli il terreno. Bisogna indicare una strada diversa, migliore, più forte, e alla fine anche più vincente.

È necessario affrontare il problema dell’immigrazione in modo sistematico e profondo. Se guardiamo alla prospettiva europea, non possiamo negare che la politica di ogni Paese del continente, incluso il nostro, abbia oggi questo tema al centro, volenti o nolenti. Così come non possiamo negare l’esistenza di una regola non scritta, o forse perfettamente scritta nei fatti: le elezioni le vince chi diventa egemone sulla questione che più muove le emozioni popolari. E oggi, in Europa, questa questione è l’immigrazione.

Le emozioni popolari più forti, anche quando sono di segno opposto, passano da lì. Negarlo significa lasciare campo libero a ogni forma di populismo, che di mese in mese, prima in Francia, poi in Inghilterra, adesso in Germania, diventa sempre più inquietante, sempre peggiore, con l’ombra russa che accompagna molti dei suoi movimenti.

Prima di entrare nel merito di questa possibile constituency, bisogna guardare alla base da cui nascono le narrazioni dell’estrema destra. Nei giorni scorsi Belfast è stata attraversata da una rivolta che ha messo a ferro e fuoco la città. L’episodio scatenante è stato l’accoltellamento di un uomo, ripreso in un video molto crudo, circolato rapidamente sui social. L’impressione, guardando quelle immagini, è che l’aggressore volesse addirittura decapitarlo. L’autore dell’aggressione è un rifugiato sudanese arrivato nel Regno Unito e riconosciuto come richiedente asilo.

I cosiddetti “knife or sharp instruments crimes”, cioè i crimini commessi con coltelli o strumenti affilati, nella sola Londra sono stati oltre quindicimila. Un report recente citato dall’Evening Standard mostra che più di un terzo degli omicidi a Londra è legato a gang o gruppi: su centoquarantasette condanne per omicidio o omicidio colposo, relative a centocinquantasette morti, cinquantuno casi, pari al 34,6 per cento, sono stati classificati come gang or group-related. La rivolta di Belfast non nasce dal nulla, anche se le strumentalizzazioni sono numerose.

L’aspetto criminale è quello più evidente, più immediato, più emotivamente potente. Ma ci sono fenomeni demografici più strutturali che spaventano una parte consistente della popolazione europea. Secondo l’Ufficio statistico belga, se si considera l’origine dei genitori, il 74,3 per cento della popolazione della regione di Bruxelles è di origine straniera, cioè con almeno un genitore nato all’estero; il 41,8 per cento è di origine non europea. Se guardiamo alla fascia giovanile sotto i diciotto anni, si stima che l’ottantotto per cento dei residenti nella capitale belga sia di origine straniera, sempre considerando almeno un genitore nato all’estero, e il cinquantasette per cento di origine non europea.

Secondo statistiche etniche e studi sulla città, ad Amsterdam i giovani nati da famiglie native olandesi sono da anni una minoranza. A Londra, secondo i dati del censimento, circa il 37-40 per cento dei residenti è nato all’estero. È ovvio che avere una popolazione in maggioranza non nativa non sia, di per sé, un problema, ma ignorare la dimensione epocale del fenomeno, e le sue conseguenze, mentre la natalità “indigena” cade verticalmente, significa non vedere l’evidente.

La narrazione semplificata dell’estrema destra ha gioco facile quando mette insieme questi elementi in una formula rozza ma efficace: più immigrazione uguale più criminalità; più immigrazione musulmana uguale più minaccia alla cultura occidentale. La quantità conta. Tenere la stessa posizione politica di quando il fenomeno aveva dimensioni minime non è una prova di coerenza: può diventare una forma di rimozione.

Ricordiamo i primi sbarchi degli albanesi in Puglia, accolti in modo festoso. A Brindisi li salutò l’intera città: sindaci, prefetti, parlamentari, autorità religiose, gente comune. C’erano bande musicali, fiori, discorsi di benvenuto, un clima da celebrazione. I profughi piangevano ai bordi delle navi, mentre sulla banchina gli italiani sventolavano mazzi di fiori e li salutavano con entusiasmo. Quel sentimento popolare evidentemente non è più lo stesso.

Prendiamone atto. E chiediamoci se possiamo costruire un’immigrazione che arricchisca il Paese, invece di un’immigrazione che lo spaventi. Per scongiurare la seconda opzione serve un lavoro enorme, insieme intellettuale e operativo.

Cominciamo dalla questione più spinosa, più difficile, più reale: desiderare che una città o un Paese conservi i suoi tratti distintivi europei non è un crimine. Volere, preferire o simpatizzare per la continuità culturale di un luogo non è, in sé, un atto di ostilità verso qualcuno. Naturalmente questo è accettabile solo se viene espresso senza fare del male: dunque no a remigrazione, no a persecuzioni coattive, no a politiche punitive verso persone innocenti. Ma è legittimo tanto immaginare una città cosmopolita quanto desiderare che una città mantenga e sviluppi i tratti prevalenti della propria storia culturale e religiosa.

C’è una costante comune del pensiero illuminista e di quello marxiano, opposti quasi su tutto, che oggi ci impedisce di vedere un punto fondamentale. I due filoni che hanno plasmato gli ultimi due secoli dell’Europa sono entrambi fondati sulla preminenza della razionalità e dell’economia. Nel primo caso, la razionalità, di cui l’economia rappresenta forse l’applicazione più efficace, sostiene che ogni conflitto, se ricondotto nel proprio alveo razionale, possa trovare una soluzione. Locke, Adam Smith e molti altri vengono da lì. Nel secondo caso, quello marxiano, l’economia è centrale: i rapporti di forza economici sono la struttura della società; tutto il resto è ideologia, pensiero derivato, inutile o ininfluente.

Entrambi, in modo diverso, non colgono fino in fondo che la dimensione umana non può essere ricondotta interamente alla dimensione economica. Il detto popolare, ripreso da una brillante pubblicità, secondo cui il denaro non può comprare tutto, è forse la sintesi migliore di questo discorso. Oggi l’identità sociale — quel grumo invisibile e potentissimo di aspirazioni, paure, appartenenze, ambizioni anche violente, o potenzialmente violente — è spesso più forte della dimensione economica. Bisogna lavorare su questo. E su questo la cultura cattolica può dire e fare molto.

La constituency sull’immigrazione deve essere insieme un programma, una guida, una politica. Quali possono essere i suoi pilastri?

Il primo, anche se non dovrebbe esserci bisogno di dirlo, è che le vite umane vadano salvate in qualunque circostanza e qualunque sia lo stato giuridico delle persone in difficoltà. Questo è il primo statement, e deriva proprio dalle nostre radici identitarie come Paese e come mondo occidentale. Non si discute.

Il secondo pilastro riguarda le politiche attive dell’immigrazione. Bisogna organizzare in modo strutturato gli ingressi, considerando anche le necessità del Paese: sanità, edilizia, assistenza, agricoltura, servizi. Occorre favorire l’arrivo di persone che abbiano caratteristiche tali da arricchire l’Italia, magari privilegiando Paesi con cui condividiamo quell’“invisibile” di cui si parlava prima: prossimità culturali, relazioni storiche, compatibilità civiche, possibilità reali di integrazione (es. Argentina, Cuba, Brasile, America latina, eccetera).

L’Australia lo fa con ferrea precisione. In quel Paese c’è un sistema a punti (Skilled OccupationList) per i lavoratori qualificati (età, titolo di studio, esperienza lavorativa precedente, sponsor, eccettera) per ottenere un visto di quattro anni e poi proseguire con il processo di integrazione. Per avere un’idea, vogliono principalmente infermieri e medici; assistenza anziani; ingegneri, meccanici. Nessuno che arriva illegalmente viene accettato sul suolo australiano e, nonostante questo, o forse grazie a questo, hanno complessivamente più immigrati dell’Italia. Noi non siamo un’isola e siamo più permeabili; dunque, potenzialmente meno efficaci nel mantenere una politica di questo tipo. Ma proprio per questo dobbiamo farla.

Il terzo pilastro, senza girarci troppo intorno, è la sicurezza. È buon senso, immediato e profondo buon senso, che se una persona arriva in Italia, magari in modo clandestino, e poi commette reati gravi, non abbia alcun diritto di restare nel Paese. Naturalmente sappiamo bene che molti non arrivano con questa intenzione; spesso vengono trascinati dall’abbandono in cui si trovano e diventano facile preda delle nostre criminalità. Ma questo non toglie il punto essenziale: un Paese non può essere costretto a trattenere persone che violano gravemente le sue leggi.

A metà strada tra le questioni invisibili e la sicurezza si trova il problema delle enclave, delle comunità autoreferenti. Qui nasce il quarto pilastro: la coesistenza. Si tratta di tenere insieme due principi. Il primo è quello che, alla maniera americana, chiameremmo religious freedom, libertà religiosa, naturalmente valida per ogni fede. Il secondo è il principio su cui si fonda l’Occidente moderno: la separazione tra Stato e Chiesa, o meglio tra la dimensione civica e religiosa da una parte, e quella del diritto statuale dall’altra. Sappiamo che questa separazione è negata in parte dei Paesi islamici, dove regna invece la teocrazia, cioè l’asservimento delle regole del diritto a quelle religiose.

La coesistenza non significa, ad esempio, l’idea infantile di negare i simboli del Natale per “rispetto” verso altre fedi. Non significa, peggio ancora, accettare pratiche tradizionali di alcuni Paesi contrarie alle leggi italiane solo perché collocate dentro altre appartenenze religiose. Non significa permettere che venga predicato e affermato odio verso l’Occidente, verso la sua tradizione culturale e ideale, in nome dell’affermazione di un ordine opposto.

La constituency sull’immigrazione deve nascere da un dibattito ampio, fatto anche con le comunità immigrate, e soprattutto con i singoli. Perché l’idea liberale e cristiana che sta alla base dell’Occidente è la primazia della persona, anche rispetto alla comunità di appartenenza. Servono coraggio, mente aperta, capacità di ascolto. Non solo ascolto delle minoranze piene di voce, ma anche delle maggioranze dalle voci frammentate e “introverse”. Bisogna togliere il terreno su cui cresce il vannaccismo e tutta l’ideologia populista che gli gira attorno. Bisogna salvare il bambino non l’acqua sporca.

Non bisogna rompere i legami profondi del nostro affetto verso il sentire popolare. Bisogna dare risposte migliori, più civili, più alte, mobilitando i migliori angeli della nostra natura. Solo così si potrà contenere un fenomeno che rischia di polarizzare ancora di più il Paese e di consegnarlo ai peggiori che possiamo immaginare.

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I fondamentali del fine dining secondo Andrea Menichetti

Il dossier che Gastronomika dedica al mondo della sala e dell’accoglienza accoglie il pensiero di Andrea Menichetti, figlio dei fondatori di Da Caino, Valeria Piccini e Maurizio Menichetti. Anni di esperienza all’estero e in ristoranti stellati prima di tornare nel ristorante di famiglia hanno forgiato uno sguardo maturo e consapevole sullo stato della ristorazione.

Il mio pensiero su cosa significhi fare alta ristorazione è piuttosto semplice, anche se oggi sembra quasi controcorrente: bisogna fare le cose per bene. Lavorare con professionalità, scegliere materie prime di livello, accompagnare l’esperienza con un servizio all’altezza, in un ambiente piacevole. Questo è sempre stato per la mia famiglia il significato della ristorazione.

Da Caino, che è un ristorante familiare nel senso letterale del termine, le persone non vanno semplicemente al ristorante: vengono a casa. L’ospite non è un cliente, ma qualcuno che accogliamo alla nostra tavola. E questa idea di accoglienza non si ferma a chi si siede in sala: cerchiamo di trasmetterla quotidianamente anche a chi lavora con noi.

Fare parte della brigata di Caino significa entrare in una famiglia dove, anche se esistono ruoli e gerarchie, ciascuno agisce per il bene dell’intero sistema. Anche alla chef (Valeria Piccini, ndr) capita di occuparsi di cose che esulano dal proprio compito. È questo il senso della gestione familiare: condividere il lavoro, la responsabilità e anche i sacrifici.

I sacrifici, però, hanno un limite, e una famiglia che funziona sa riconoscere quel limite. Per questo abbiamo scelto di chiudere a pranzo e di garantire ai nostri collaboratori due giorni di riposo: crediamo che chi lavora con noi debba avere anche uno spazio personale. Dopo il Covid è diventato evidente a tutti che questo equilibrio è necessario. Un modello che prevede il giusto tempo per sé stessi è più sostenibile per il futuro del settore: una dimensione familiare che sa essere umana, senza esigere sacrifici illimitati.

Ristorante Da Caino

Con oltre trent’anni di esperienza nei ristoranti stellati, posso affermare che tutto è diventato più complesso, soprattutto sul piano burocratico. E la fatica che c’è dietro la ricerca della qualità e l’impegno del servizio viene difficilmente riconosciuta. In Italia manca ancora una vera cultura gastronomica diffusa: non sempre chi mangia è in grado di cogliere la differenza tra chi compra la pasta pronta e chi la fa in casa.

Questo si riflette anche su come i giovani si avvicinano alla professione. Troppo spesso si parte con la stella Michelin già in testa, senza la consapevolezza che per raggiungere un traguardo di questo tipo è necessario un percorso molto impegnativo, che spesso dura anni e comporta molti sacrifici. I giovani sono guidati più dall’aspettativa che dalla passione. Ma l’amore per la cucina deve venire da dentro, non dall’idea di costruirsi un’immagine. Bisogna lavorare bene e con pazienza: il riconoscimento, se meritato, arriva.

Per quanto riguarda il rapporto delle persone con il cibo quando escono a cena, credo che si sia persa l’attenzione verso quello che si mangia, come se nutrirsi fosse un atto automatico. Chi va al ristorante sceglie spesso in base all’estetica, ai rating, all’instagrammabilità – più per quello che trova attorno al piatto che per quello che c’è dentro. Ma il cibo non è questo: è cultura, identità, cura di sé. E se questa consapevolezza si perde, si perde tutto il resto.

Andrea Menichetti

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Perché la pace tra Iran e Stati Uniti non fermerà la guerra di Israele in Libano

La pace tra Iran e Stati Uniti può riaprire lo Stretto di Hormuz, ma non fermerà la guerra di Israele in Libano. Dopo 108 giorni dall’inizio del conflitto, Donald Trump ha ottenuto da Teheran un cessate il fuoco e il ritorno alla navigazione nello Stretto, cioè le due condizioni che esistevano già prima dell’intervento militare americano e israeliano del 28 febbraio. Il memorandum tra Iran e Stati Uniti, mediato dal Pakistan, sarà firmato venerdì 19 giugno a Ginevra e dovrà chiarire due questioni decisive. La prima riguarda chi è come gestirà lo Stretto di Hormuz. Trump ha parlato di una riapertura senza pedaggi; fonti iraniane sostengono invece che Teheran non consegnerà la gestione del passaggio a una forza internazionale, né a un meccanismo congiunto con Washington. La seconda riguarda l’uranio arricchito, il casus belli dell’escalation americana. Il memorandum apre sessanta giorni di negoziati, ma non stabilisce ancora che cosa accadrà allo stock iraniano, né quali verifiche saranno imposte.

La parte più fragile dell’intesa è però un’altra: l’accordo è stato presentato come una cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano, che confina a sud con Israele e a est e nord con la Siria. Ma il fronte libanese non può essere chiuso soltanto da Washington e Teheran e l’intesa non obbliga Israele a fermare le operazioni militari contro Hezbollah, il partito-milizia libanese sostenuto dall’Iran.  Lo ha fatto capire con la solita brutalità diplomatica il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, leader dell’estrema destra di Otzma Yehudit e partner indispensabile della coalizione di governo Netanyahu. «L’accordo di Trump non ci vincola. Non tutela la nostra sicurezza. Non siamo parte di questo accordo». La stessa linea è stata ripresa, con parole diverse, anche da Israel Katz. Il ministro della Difesa del Likud, ha detto che l’esercito resterà nella Striscia di Gaza, nella Siria sud-occidentale e nella zona di sicurezza in Libano meridionale, cioè dalla Linea Blu, la demarcazione tracciata dall’Onu, fino al fiume Litani, alcune decine di chilometri più a nord. Anche Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e leader del Sionismo religioso, ha definito l’intesa con Teheran «negativa per Israele e per l’intero mondo libero». 

Benjamin Netanyahu non può fermarsi in Libano perché il fronte del Nord è ormai una questione di sopravvivenza politica interna. Secondo un sondaggio di Agam Labs della Hebrew University, citato da Reuters, il partito del premier israeliano sta perdendo terreno proprio nelle zone in cui la guerra con Hezbollah ha avuto il costo politico più alto. In quell’area solo il 23 per cento degli elettori voterebbe ancora Likud, contro il 35 per cento ottenuto dal partito nel 2022.

Netanyahu deve arrivare alle elezioni di ottobre con qualche successo militare che possa rassicurare le comunità israeliane dell’Alta Galilea e della Galilea occidentale che si trovano a pochi chilometri dal sud del Libano, abbastanza vicine da essere colpite da razzi a corto raggio, droni e colpi anticarro. Per mesi decine di migliaia di persone hanno lasciato le proprie case, da Kiryat Shmona a Metula, fino al kibbutz Manara sopra la valle di Hula, perché Hezbollah, dall’altra parte della frontiera, aveva postazioni e razzi in grado di tenere sotto pressione quell’area. Una tregua firmata da Stati Uniti e Iran non basta a convincerle a rientrare, se il partito-milizia resta vicino al confine con le sue unità più addestrate, le forze Radwan, considerate da Israele capaci di preparare incursioni oltre frontiera.

La formula della «vittoria totale», ripetuta per mesi dal premier, ha bisogno di un risultato tangibile. Nel Nord di Israele questo significa soprattutto il ritorno degli sfollati e una frontiera che non sembri affidata alla buona volontà di Hezbollah o alla disciplina di Teheran. Gerusalemme ritiene ormai fallito l’assetto di sicurezza che avrebbe dovuto tenere Hezbollah lontano dal confine dopo la guerra del 2006 e dopo la risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. La presenza di Unifil, la missione delle Nazioni Unite sul terreno non hanno impedito alle milizie libanesi di costruire una rete di infrastrutture integrate nei villaggi sciiti del Sud. 

Per questo motivo il governo Netanyahu continuerà a colpire ciò che permette a Hezbollah di combattere vicino al confine: tunnel, depositi di armi, punti di osservazione e strade usate per muovere uomini e mezzi. L’obiettivo è creare una zona cuscinetto. Bisogna però capire con quale intensità intenda farlo. Per non indispettire Trump, Israele potrebbe diminuire i bombardamenti sulla capitale Beirut, concentrando le operazioni militari nel sud con raid mirati, demolizioni, pattugliamenti e attacchi contro depositi. Il conflitto sarebbe più difficile da definire come guerra aperta, ma resterebbe abbastanza intensa da impedire a Hezbollah di ricostruire ciò che Israele sta chirurgicamente distruggendo.

Secondo il centro studi britannico Chatham House, una presenza israeliana prolungata può comprimere Hezbollah sul piano operativo, ma rischia di restituirgli la narrazione che lo ha reso forte: la promessa di resistere all’occupazione israeliana. Il governo libanese ha pochissimo margine per un intervento. Il governo deve mostrare a Stati Uniti, Europa e paesi arabi di voler rafforzare l’esercito nazionale e ridurre il potere armato di Hezbollah, ma non possono apparire agli occhi dei loro cittadini come esecutori di un disarmo imposto da Gerusalemme mentre le truppe israeliane restano nel Sud. Una pressione troppo esplicita su Hezbollah verrebbe letta da una parte del paese come una collaborazione con il nemico. Restare fermi, però, offrirebbe a Israele l’argomento opposto: finché Beirut non controlla il territorio, l’esercito israeliano ha una ragione per non ritirarsi.

Anche l’Iran ha poco spazio di manovra. Dopo l’intesa con Trump, Teheran ha interesse a evitare un nuovo scontro diretto con gli Stati Uniti e a presentare il memorandum come una vittoria diplomatica. Ma Hezbollah resta il suo alleato più importante nel Levante, il principale strumento di pressione contro Israele a ridosso del confine. Se l’Iran lo spingesse a fermarsi mentre le truppe israeliane restano nel sud del Libano, l’asse costruito negli ultimi vent’anni perderebbe credibilità. Se invece gli lasciasse mano libera, l’accordo con Washington rischierebbe di consumarsi prima ancora di produrre effetti sul nucleare e sulle sanzioni.

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La firma della ristorazione si (ri)scrive in sala

Il piatto tecnicamente più perfetto, portato in tavola nel modo sbagliato, non diventa un’esperienza. È un’evidenza che chiunque abbia mangiato fuori conosce per istinto, e che il racconto della ristorazione italiana ha però rimosso per vent’anni, occupato a incoronare gli chef e a dimenticare chi quel piatto lo accompagna fino a chi lo mangerà. L’edizione 2026 del Gastronomika Festival – «È ora. L’ottimismo e la ragione» – ha dedicato un tavolo del proprio hackathon a questa rimozione: giovani professionisti della sala, tutti under quaranta, riuniti attorno a un tema che è insieme una constatazione e una rivendicazione. La sala serve.

«Ogni tavolo è una partita», ha detto Enrico Gori, socio del ristorante stellato Da Lucio a Rimini, e nella frase c’è già il capovolgimento: servire non è una sequenza di gesti – portare, versare, sparecchiare – ma una lettura, la capacità di capire chi si ha davanti e di regolarsi di conseguenza.

Per anni la sala è stata il reparto di cui tutti dicevano di volersi occupare, salvo lasciarlo ai margini: nei siti dei ristoranti, dove il nome del cuoco si trova quasi sempre e quello del maître quasi mai; nella narrazione pubblica, costruita attorno a programmi come MasterChef; nell’immaginario di chi sceglie un lavoro, attratto da chi cucina più che da una professione percepita come faticosa e provvisoria. Un errore di prospettiva, non solo un’ingiustizia, perchédà per scontato che la riuscita di una cena si decida tra i fuochi, quando invece si compie anche altrove.

Foto di Gaia Menchicchi
Foto di Gaia Menchicchi

Un ingrediente, per quanto raro, non parla da solo. Un territorio non si spiega da sé. La filiera, la stagionalità, il gesto di un produttore restano parole stampate su un menu finché qualcuno non le traduce in qualcosa che chi è seduto possa capire e desiderare. Quel qualcuno sta in sala. La cucina genera valore; il servizio lo rende leggibile al cliente. E ciò che nessuno riesce a cogliere, semplicemente, non esiste per chi paga il conto.

C’è, in questo, qualcosa che precede la ristorazione stessa. Accogliere chi arriva, dargli da mangiare, farlo sentire atteso e al sicuro è uno dei gesti più antichi della cultura umana, molto prima che diventasse un mestiere con un contratto e un turno. La sala ne è l’erede diretta, e quando funziona tocca un aspetto che ha poco a che vedere con il cibo: far sentire una persona riconosciuta. Chi si prende cura degli altri per professione lo sa bene, che il modo conta quanto il contenuto, e che un’accoglienza autentica lascia un benessere reale, quasi fisico, di cui chi esce non sempre sa rendere conto a parole. Sa solo che tornerà.

La competenza che tutto questo richiede è tra le più sottovalutate e difficili in assoluto, e insieme tra le meno visibili. Sapere dove va il bicchiere si impara in poche settimane; molto più arduo è sapere perché quel vino è in tavola, da quale terra arriva, che cosa la cucina italiana ha preso dalla Francia e dalla Spagna, e intuire nel frattempo, in pochi secondi, se chi si ha davanti ha voglia di ascoltarlo o solo di essere lasciato in pace. Cogliere al volo l’umore di un cliente – la timidezza, la fretta, l’arroganza, l’imbarazzo di chi non sa che cosa ordinare – è una forma di intelligenza che nessuna scuola alberghiera misura con un voto. «Insegnare sala è insegnare, prima delle regole base, la cultura», ha detto Luca Torsani, che forma i ragazzi del servizio ad Alma: prima della tecnica viene il sapere, e prima del sapere la capacità di leggere l’altro. È una dote relazionale, fatta di attenzione e di misura, che ha più a che vedere con l’ascolto che con l’esecuzione.

Foto di Gaia Menchicchi
Foto di Gaia Menchicchi

Lo conferma un cambiamento in corso nei locali migliori: l’eleganza, che per troppo tempo ha coinciso con la distanza e con un servizio impeccabile ma ingessato, sta cedendo il passo a un’accoglienza più sciolta. Da Lucio, la trattoria di pesce di Gori, arrivata alla stella Michelin con i tavoli condivisi e i camerieri che chiacchierano con i clienti senza recitare una parte, ne è la dimostrazione. «Già lì hai rotto una regola», osserva Elia Toni, oste e contitolare dell’Osteria Fondo a Cesena. «E ti viene voglia di tornarci anche solo per un caffè».

Sarebbe però un errore scambiare quella leggerezza per facilità: improvvisare con naturalezza, fuori da ogni copione, chiede più maestria che seguirne uno. La spontaneità, quando è autentica, è la forma più alta del mestiere: richiede di conoscere le regole così a fondo da poterle piegare, e abbastanza sicurezza da non nascondersi dietro un cerimoniale.

Foto di Gaia Menchicchi

Proprio adesso che la cucina torna all’essenziale – ai prodotti, alle trattorie, ai classici reinterpretati – il bisogno di qualcuno che sappia tradurre tutto questo al cliente non cala, cresce. La figura che al tavolo torna come modello è quella dell’oste: «Bisogna far nascere gli osti», la sintetizza Davide Cozzolino, che lavora in sala al 177 Toledo di Napoli. «La vera innovazione della ristorazione, paradossalmente, potrebbe non essere più tra i fornelli». Toni lo riporta a un esempio concreto: un formaggio, una storia, una differenza apparentemente minima che, raccontata nel modo giusto, cambia il modo in cui il cliente vive quello che sta assaggiando. «L’oste lo deve sapere», dice. «Non per fare il sapientino, ma per cogliere il cliente interessato e dargli qualcosa in più».

Resta il rapporto con la cucina, frattura antica e mai del tutto risolta. «Ci si dovrebbe fidare di più», aggiunge Cozzolino. La cucina pensa e costruisce il piatto, la sala vede il cliente – ne intercetta l’attesa, l’umore, il disagio. Quando queste due letture non si parlano, il ristorante perde ritmo.

Foto di Gaia Menchicchi
Foto di Gaia Menchicchi

Perché tutto questo accada, però, la sala deve smettere di essere un mestiere di passaggio, e l’ottimismo – quello del Festival, congiunto alla ragione – deve diventare organizzazione. Da titolare trentunenne, Toni ha raccontato il suo tentativo di alzare l’asticella: domenica chiusa, mance condivise con la cucina, welfare aziendale aggiunto allo stipendio. «Non è che il welfare deve sostituire una paga», ha precisato, «deve essere un di più». Poi una frase che pesa più di molte analisi: «Dobbiamo essere più azienda e meno ristorante di famiglia».

Dentro c’è un passaggio generazionale enorme. Il ristorante-famiglia è stato a lungo un mito italiano: tutti coinvolti, tutti disponibili, tutti sacrificabili in nome della casa. Ma la famiglia, quando diventa modello organizzativo, può proteggere e può divorare. L’azienda sana, al contrario, dà al lavoro regole, turni, diritti, responsabilità.

È il segno che una generazione ha smesso di considerare il sacrificio un alibi per giustificare la precarietà, e pretende che alla passione si affianchino una paga e un calendario. I ragazzi che oggi a un colloquio chiedono quanto vale lo stipendio e come funzionano le ferie non hanno meno passione di chi li ha preceduti: considerano quel lavoro un lavoro vero. Alice Paglia, in sala all’Albufera a Milano, lo conferma con il pragmatismo di chi ci è dentro: «Per questo è stato fatto il tavolo degli under quaranta. Perché c’è ancora almeno un altro ventennio di speranza».

Foto di Gaia Menchicchi

E proprio dopo aver parlato di stipendi, fatica e riconoscimento, Giorgio Bortolotto, in sala alle Due Colombe in Franciacorta, lo ha chiamato «il lavoro più bello del mondo». È la frase di chi conosce abbastanza quel mestiere da non lasciarlo definire solo dai suoi problemi.

La sala è faticosa perché è viva. Chi la ama davvero ne parla con una specie di ostinazione luminosa – non perché non ne veda la fatica, ma perché sa che dentro quella fatica c’è una possibilità rara: far sentire qualcuno nel posto giusto, nel momento giusto. In una ristorazione che si riscrive ogni giorno, resta la firma più difficile da imitare. Ma è forse anche la ragione più concreta per essere ottimisti.

Foto di Gaia Menchicchi
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L’europeismo riempie il Parenti e trova una nuova voce

Un Teatro Franco Parenti pieno, una maratona di interventi senza pause e l’europeismo esibito senza timidezze. È questa l’immagine che restituisce la prima uscita pubblica di Europeisti.eu, il movimento promosso da Piercamillo Falasca, Daniele Nahum e Sergio Scalpelli. Più che la nascita di un nuovo movimento, però, l’appuntamento milanese è sembrato una verifica politica: capire se esiste ancora uno spazio per un’area che si riconosce nel sostegno all’Ucraina, nell’integrazione europea, nell’economia di mercato e nella tradizione liberaldemocratica, ma che da anni fatica a trovare una rappresentanza politica stabile.

La risposta, almeno guardando la sala, è stata incoraggiante per gli organizzatori. Il teatro era pieno e soprattutto attraversato da generazioni diverse. C’erano giovani che vedono nell’Europa l’unica dimensione possibile della politica contemporanea, ma anche protagonisti di stagioni politiche più lontane, ex radicali, amministratori locali, professionisti ed esponenti del mondo associativo. Un pubblico attento e partecipe, che ha seguito una lunga maratona di interventi. Sul palco si sono alternati leader politici, amministratori, parlamentari, studiosi e rappresentanti della società civile. Con sensibilità diverse, ma attorno ad alcuni punti condivisi: il sostegno all’Ucraina, la necessità di una difesa europea, la competitività economica, la sovranità tecnologica e la critica a quel bipopulismo che da anni domina la politica italiana.

Grandi applausi per Mario Monti, che ha ricordato la sua lunga esperienza nelle istituzioni europee. «Sono stato in una Europa a dodici membri e poi a ventotto. Sono sempre stato convinto dell’importanza dell’Europa per noi europei e noi italiani perché l’Europa integra e, integrando, trasforma: di solito in meglio, come vettore di riforme strutturali». E ha aggiunto una frase che sintetizza una delle questioni aperte per quest’area politica: «Per contribuire all’Europa bisogna rinunciare ai personalismi». Qui è partita l’ovazione del pubblico.

Anche Carlo Calenda ha insistito sulla dimensione esistenziale della sfida europea. «L’Europa rischia di cadere perché l’età degli imperi è tornata ma noi ora siamo le colonie, e siamo diventati colonie per nostra assenza di volontà», ha detto il leader di Azione. «Europeisti è una casa per chi pensa che fare un’Europa federale sia l’unica cosa che conta davvero se vogliamo salvarla da tre imperi che vogliono distruggerla. È un modo per risollevare quell’animo riformatore che è esistito nel centrodestra e nel centrosinistra e che oggi appare disperso».

Luigi Marattin ha ripreso il discorso sulla necessità di superare vecchie appartenenze e vecchie competizioni. «Per noi dichiarare l’indipendenza significa dichiarare che i due schieramenti, per come sono costituiti oggi, non ci rappresentano», ha detto il leader del Partito Liberaldemocratico. «Decolleremo se capiremo che la cooperazione rende più della competizione».

L’Europa, però, è stata raccontata soprattutto come una risposta alle sfide del presente. «Oggi serve determinazione per capire che Europa vogliamo», ha detto Elisabetta Gualmini. «Servono difesa comune, deterrenza militare e autonomia energetica. Serve una politica che rifugga gli estremismi».

Se c’è un tema che ha attraversato quasi tutti gli interventi, è stato quello dell’Ucraina. Non soltanto come questione di politica estera, ma come spartiacque politico e morale. Per molti dei protagonisti presenti al Parenti, la resistenza ucraina rappresenta il punto in cui si misura la coerenza dell’europeismo contemporaneo. Da qui anche la distanza crescente rispetto a una parte della destra sovranista e rispetto a quel campo largo che continua a esprimere ambiguità sulla guerra, sul riarmo europeo e sul ruolo dell’Occidente.

È stata probabilmente questa la cifra più riconoscibile dell’iniziativa: l’idea che l’europeismo non sia soltanto una collocazione istituzionale, ma una risposta politica al nazionalismo, alle autocrazie e agli estremismi che attraversano l’Occidente.

In questo quadro la presenza di Pina Picierno assumeva un significato particolare. La vicepresidente del Parlamento europeo è diventata negli ultimi mesi il punto di riferimento più visibile di un’area che non si riconosce né nel sovranismo della destra né nell’evoluzione del Partito democratico sotto la guida di Elly Schlein. Il successo iniziale di Spazio Pubblico e l’attenzione che continua a raccogliere tra amministratori, militanti e dirigenti riformisti spiegano perché molti guardino a lei come a una possibile figura di aggregazione di questo mondo. «La complessità non si affronta cancellando le scelte», ha detto Picierno. «Bisogna iniziare ad assumersi la responsabilità di scegliere, senza dire sempre no. Noi sappiamo bene da che parte stare. Non esistono autocrazie buone e non esiste Europa senza la difesa di Kyjiv».

Nessuno al Parenti ha dato l’impressione di avere già trovato una formula organizzativa o una leadership condivisa. Ma rispetto a pochi mesi fa qualcosa sembra essersi rimesso in movimento. Per la prima volta dopo molto tempo, mondi che si erano allontanati stanno tornando a incontrarsi. E in una fase politica dominata dai due populismi, non è un dettaglio.

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Trump e Putin, per capire chiedi di Manafort, Deripaska e i suoi troll

Paul Manafort, appena entrato nello staff di Trump, s’era fatto portare i sondaggi. I sondaggi segreti commissionati dai candidati alla Casa Bianca dicono molte più cose di quelle che gli istituti fanno poi uscire sui giornali. Dopo aver studiato i sondaggi, Manafort aveva telefonato al suo vecchio socio Konstantin Kilimnik, detto “Kostia”. Kilimnik, che era ucraino, aveva aiutato Manafort a far eleggere presidente in Ucraina il putiniano Janukovich (2010). Appuntamento con Manafort al 666 della Quinta strada, Grand Havana Room, un circolo per fumatori di sigaro. Il palazzo era della famiglia Kushner. Era presente anche Rick Gates. Qui Manafort consegnò a Kilimnik i sondaggi relativi a Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. Erano tre Stati dove i democratici avevano sempre vinto. Il cosiddetto “Muro Blu”. I sondaggi mostravano che, stavolta, il vantaggio della Clinton in questi tre Stati era minimo.

Kilimnik era uomo del Gru, il servizio di spionaggio militare russo. I dati relativi a Michigan, Wisconsin e Pennsylvania, arrivati a Deripaska, furono girati da Deripaska a via Savushkina 55.

Era inutile darsi da fare per Stati come il Texas, sicuramente di Trump, o la California, sicuramente di Hillary. Valeva la pena invece lavorare sugli Stati in bilico, come Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. Al terzo e quarto piano di via Savushkina 55, a San Pietroburgo, palazzone anonimo, lavoravano per ottocento euro al mese quattrocento giovani. Turni di dodici ore, in modo da coprire per intero i fusi orari americani. I ragazzi erano detti “troll”. Ogni troll doveva pubblicare ogni giorno almeno dieci post originali. Doveva scrivere ogni giorno centoventisei commenti sotto i post di qualcun altro. Doveva gestire tre account Facebook o Twitter contemporaneamente. I supervisori passavano a controllare la qualità dell’inglese e l’uso delle parole chiave. I destinatari di post, commenti e account erano gli utenti americani di Facebook o Twitter. Questi utenti, in vari modi, erano incoraggiati a votare per Trump. Qualche volta direttamente. Qualche altra con finti dialoghi tra finti utenti di Facebook o Twitter. Lo stesso troll interpretava tutte le parti. Faceva dire, per esempio, a un personaggio di sua invenzione: «Hillary Clinton è una criminale». Un altro personaggio di sua invenzione rispondeva: «Sono sempre stato di sinistra, ma dopo quello che ho saputo non posso più votarla. Resterò a casa». Un terzo personaggio inventato entrava in gioco e si metteva a litigare con gli altri due. Il litigio faceva alzare il livello di attenzione del dialogo. La rissa era costruita in modo che la Clinton a un certo punto fosse completamente sputtanata. Riuscire a non mandare a votare un democratico era un risultato molto desiderabile. Per ognuno che restava a casa il piccolo margine di vantaggio di Hillary si riduceva. Questi video personalizzati erano detti “dark post”.

L’ordine era di caricare i dark post al mattino. Di usare connessioni Vpn che facessero credere a quelli che leggevano che si stava digitando da Detroit, o da Milwaukee, o da Pittsburgh. Ogni profilo era corredato da una foto rubata di qualcuno che aveva messo la sua immagine in rete e magari viveva in Spagna o in Egitto.

Quelli che lavoravano su Cambridge Analytica, intanto, spedivano video, guidati dai profili rubati degli ottantasette milioni di americani. Di ognuno di questi ottantasette milioni, Cambridge Analytica aveva preparato un ritratto psicologico. Il pauroso, lo spavaldo, quello che odiava gli immigrati, quello che andava in chiesa, quello che non sapeva che fare, i mariti e le mogli, i depressi e gli entusiasti, i timidi e gli aggressivi, l’intellettuale, e il commerciante, e il contadino, e il medico. A ognuno di questi Cambridge Analytica mandava un video in forma di spot. In questi video in forma di spot, che venivano visti solo dalla vittima prescelta, video costruiti sul profilo della vittima prescelta, si mostrava, per esempio, Trump che difendeva il diritto di possedere armi, mentre su un altro video spedito a un’altra vittima si vedeva invece Trump che diceva l’esatto opposto, la legge e l’ordine e basta con la violenza. Cioè Trump, in questi video personalizzati, poteva sostenere una tesi e il suo contrario. Nessuno infatti avrebbe visto i due video, tranne i due a cui erano stati spediti. Così, implacabilmente, dalla fine di agosto fino ai primi di novembre, per ottantasette milioni di americani e i loro pregiudizi.

Trump disse di Hillary: «Corrotta». Hillary disse di Trump: «Burattino». Trump disse di Hillary: «Arrestatela». Hillary disse di Trump: «Inadatto». Trump disse di Hillary: «Schifosa». Hillary disse di Trump: «Mina vagante». Trump disse di Hillary: «Demonia». Così, implacabilmente, dalla fine di agosto fino ai primi di novembre, in televisione e ovunque.

Il 7 ottobre, intorno alle quattro del pomeriggio, il “Washington Post” pubblica un video in cui si vede Trump scendere da un autobus in compagnia di Billy Bush. Trump dice a Billy Bush: «I don’t even wait. And when you’re a star they let you do it. You can do anything… Grab ’em by the pussy». Traduzione: «Io mica aspetto. Quando sei una star, ti lasciano fare. Puoi fare quello che ti pare. Basta prenderle per la fica». Il video risale al 2005. Tutti pensano: è andata, Trump è finito. Trent’anni prima, per molto meno, Gary Hart era stato costretto a ritirarsi.

Mezz’ora dopo però WikiLeaks pubblica un primo gruppo di email di John Podesta, capo dello staff di Hillary. È da mesi che Trump denuncia il fatto che Hillary, fregandosene della legge che lo vieta, abbia comunicato col mondo attraverso un server privato piazzato nella cantina della sua casa a Chappaqua. Adesso le mail di Podesta mostrano che Hillary dice una cosa in pubblico e un’altra in privato, tratta con i banchieri e si fa dare la linea dai banchieri, è miliardaria, si fa mandare in anticipo le domande che le faranno in televisione, ha bassamente manovrato per sputtanare il suo compagno di partito Bernie Sanders, ecc. Trump e le donne sono dimenticati, svetta sulle prime pagine e nelle aperture dei tg del mondo lo scandalo Hillary.

In quegli stessi giorni, l’avvocato Michael Cohen, legale di Trump, fece firmare a Trump una lettera d’intenti in cui si chiedeva il permesso di costruire a Mosca una Trump Tower in vetro di cento piani, con la parola “Trump” stampata bene in vista sulla facciata. L’ultimo piano – valore cinquanta milioni di dollari – sarebbe stato regalato a Putin. In Russia, per far prima, se la sarebbero vista con i burocrati il portavoce di Putin, Dmitrij Peskov, e il pregiudicato (per frode) Felix Sater. Sater scrisse all’avvocato Cohen: «Amico, il nostro ragazzo [Trump] può diventare Presidente degli Stati Uniti e noi possiamo progettarlo. Porterò tutta la squadra di Putin a bordo, gestirò io il processo». Diventato Presidente degli Stati Uniti, Trump fu costretto a rinunciare. Trump andava in giro dicendo: «Non ho affari in Russia, non ho prestiti in Russia, non ho nulla a che fare con la Russia».

I sondaggi dicevano che la maggioranza degli americani non sopportava né Hillary né Trump. Gli americani andarono a votare l’8 novembre, primo martedì dopo il primo lunedì del mese. Bella giornata, cielo terso, faceva caldo. Hillary era in piedi già alle sei. Uova strapazzate, mezzo pompelmo, un peperoncino crudo (Hillary mastica un peperoncino crudo ogni mattina, tiene sempre in borsetta della salsa piccante). Prima di uscire, un’occhiata ai sondaggi. La davano tutti vincente, senza problemi. Alle otto in punto andò a votare. Scuola elementare Douglas Graffin. Tailleur pantalone beige di Ralph Lauren, soprabito coordinato di pelle scamosciata. Alle donne, tramite l’hashtag “#WearWhiteToVote”, aveva consigliato di presentarsi al seggio vestite di bianco. Molte donne, in effetti, si presentarono al seggio vestite di bianco.

Trump si sveglia tardi. Televisori tutti accesi. Notiziari, sondaggi, suoni. Lo dànno tutti perdente. Nessuna meraviglia. Non mangia niente. Alle undici è in strada con Melania. Va a votare alla scuola pubblica 59 di Manhattan. Indossa il solito abito blu largo con la solita cravatta rossa lunga oltre la cintura. Sul bavero, la spilla che rappresenta la bandiera americana. Melania – grandi occhiali scuri, tacchi a spillo – in bianco avorio di Michael Kors e sulle spalle, a mo’ di mantella, un cappotto di cachemire color cammello da quattromila dollari disegnato da Balmain. Si sente qualche fischio.

Hillary adesso è al Javits Center, un centro congressi sull’Undicesima, tutto in vetro e affacciato sull’Hudson. Sono le quattro del pomeriggio. Gli exit poll sono trionfali. Hillary ha intenzione di restar qui fino alla fine. S’immagina una serata storica. Si trucca, comincia a lavorare al discorso della vittoria. Cena al Peninsula, sulla Quinta. Salmone, carote arrosto, pizza vegana, patatine fritte. Hillary e suo marito Bill piluccano, stanno finendo di scrivere il discorso della vittoria. Con i fedelissimi si discute di chi mettere al governo.

Trump era rimasto nella Trump Tower. Atmosfera cupa. Gli exit poll li vedeva anche lui. Gli hanno portato un polpettone. Sono con lui: Melania, Ivanka, Donald jr, Eric, il bambino Barron, Steve Bannon, Kellyanne Conway. Nessuno si illude. Però Steve Bannon, a un certo punto, va di là e vede i dati sull’affluenza. Torna e dice: «C’è un sacco di agricoltori che stanno andando a votare».

Intorno alle ventidue si comincia a intravedere la verità. Le televisioni non dànno più gli exit poll. Adesso si tratta di dati veri. Quando arriva il Wisconsin, Hillary – pallida, tremante – si chiude in una stanza. Il marito Bill passeggia su e giù. Gli altri, tutti zitti. A mezzanotte, la Trump Tower è piena di gente. Trump, senza giacca, cravatta allentata, rosso in faccia, passa in rassegna sui televisori della casa gli Stati. Gli Stati rossi sono sempre di più. Il colore di Trump, e dei repubblicani, è il rosso.

Alle due e mezza del mattino la Conway riceve una telefonata da Huma Abedin. Huma Abedin è l’assistente di Hillary, diventata a un tratto famosissima perché il marito Anthony Weiner mandava in giro foto del pisello. Per tutta l’estate s’era insinuato sui rapporti tra Huma Abedin e Hillary, vale a dire Hillary è lesbica, si porta a letto Huma, ecc. Adesso Huma dice alla Conway che Hillary vuole parlare con Trump e riconoscere la vittoria di Trump. Così si usa, da sempre. Huma passa il telefono a Hillary, Conway passa il telefono a Trump. Hillary dice: «Congratulazioni, Donald. Sarai il nostro Presidente». Trump dice: «Sei stata una degna avversaria. Sei forte». Anche il discorso della vittoria di Trump sarà pieno di lodi per Hillary.

Hillary aveva preso più voti di Trump. Quasi tre milioni di voti in più. Ma, con il sistema americano, è inutile vincere con una marea di voti negli Stati in cui vinci. Trump aveva preso meno voti, in totale, ma aveva vinto in più Stati e aveva dalla sua, perciò, più Grandi Elettori. Una cosa simile – più voti al perdente – era accaduta altre quattro volte nella storia degli Stati Uniti. Nessuno, dopo nessuna di queste quattro volte, aveva pensato di cambiare il sistema elettorale.

Erano risultati decisivi proprio gli Stati in cui Trump aveva battuto Hillary di un niente. Michigan, un vantaggio per Trump di appena lo 0,2 per cento, pari a diecimilasettecentoquattro voti. Wisconsin, zero virgola sette per cento, ventiduemilasettecentoquarantotto voti. Pennsylvania, zero virgola sette per cento, quarantaquattromiladuecentonovantadue voti. Erano gli Stati su cui avevano martellato quelli di Cambridge Analytica e soprattutto quelli di via Savushkina 55.

La Duma, il parlamento russo, salutò la vittoria di Trump con un lunghissimo applauso. Titoli dei giornali in festa. Margarita Simonyan, direttrice di RT (la tv del Cremlino), twittò che avrebbe girato per Mosca con la bandiera americana fuori dal finestrino della macchina.

Michael Wolff c’era. Vide Melania piangere disperata in un angolo. Pensò, e poi scrisse: «L’America è finita».

Tratto da “America nuda e cruda. Come si arriva dai Padri Pellegrini a Donald Trump”, di Giorgio Dell’Arti, Garzanti, pp. 576, 22,00 €

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Come l’innovazione sta cambiando gli equilibri della guerra asimmetrica

Più di quattro secoli fa, Chhatrapati Shivaji Maharaj, un piccolo principe dell’India occidentale, sviluppò e perfezionò il Ganimi Kava, una forma di guerriglia pensata per affrontare un avversario immensamente più forte: il potente Impero Moghul. La sua strategia si basava su attacchi rapidi e improvvisi, sull’interruzione delle linee di rifornimento, sulla profonda conoscenza del territorio, sulla sorpresa e sull’inganno. Un modo per compensare la netta inferiorità numerica e materiale delle sue forze.

La guerriglia, tuttavia, non è un’invenzione esclusiva dell’India. Nel corso della storia, anche in Europa molte popolazioni hanno adottato tattiche simili di fronte a eserciti più potenti. In età romana, ad esempio, le tribù della Hispania e della Germania evitavano spesso lo scontro frontale, preferendo imboscate e l’uso di terreni difficili per logorare le legioni. La battaglia della foresta di Teutoburgo, in cui i guerrieri germanici annientarono tre legioni romane sfruttando sorpresa e conoscenza del territorio, resta uno degli esempi più celebri.

Durante la guerra d’indipendenza spagnola (1808–1814), le formazioni irregolari locali condussero una campagna continua contro le truppe di Napoleone. Non a caso, il termine “guerriglia” deriva proprio dallo spagnolo e significa “piccola guerra”. Tattiche analoghe riemersero nelle guerre d’indipendenza scozzesi e, più avanti, nella Seconda guerra mondiale, quando movimenti di resistenza come quella francese, i partigiani jugoslavi di Josip Broz Tito e diverse organizzazioni clandestine polacche ricorsero a sabotaggi, intelligence, attentati e imboscate contro le forze occupanti.

Ciò che rese davvero innovativa l’opera di Shivaji Maharaj non fu soltanto l’uso della guerriglia, ma la sua integrazione sistematica nella dottrina militare e nella gestione del potere. Un principio che si è evoluto nel tempo. Dalle occupazioni statunitensi in Iraq e Afghanistan fino alla lotta contro l’ISIS, attori statali e non statali hanno fatto sempre più ricorso alla guerra asimmetrica in un contesto in cui la vittoria decisiva non è più garantita. Al contrario, situazioni di stallo prolungato sono diventate sempre più frequenti quando una grande potenza affronta un avversario più debole ma determinato.

La guerra tra Russia e Ucraina, che Vladimir Putin aveva inizialmente definito una “operazione militare speciale”, prosegue ormai da oltre quattro anni senza una prospettiva chiara di conclusione. Allo stesso modo, gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran – che molti ritenevano potessero provocare un cambio di regime o indebolire il governo fino a favorire una sollevazione interna – hanno prodotto effetti molto più limitati del previsto. Anche il conflitto in Yemen rappresenta un caso significativo: le forze Houthi, sostenute dall’Iran e relativamente meno equipaggiate, avrebbero dovuto essere rapidamente sconfitte dalla coalizione guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, dotata di risorse superiori e di una netta superiorità tecnologica e aerea. Eppure hanno dimostrato una notevole capacità di resistenza.

Nonostante la comparsa delle armi nucleari e il progresso tecnologico militare, la guerra asimmetrica ha dimostrato più volte che attori statali e non statali determinati possono logorare, bloccare o persino mettere in difficoltà avversari molto più forti. Davide continua a sfidare Golia.

In molti casi, attori non statali e regimi autoritari godono di vantaggi strutturali rispetto alle democrazie. Operano spesso senza i vincoli del diritto, del controllo dell’opinione pubblica o delle norme internazionali. Le democrazie, al contrario, combattono con vincoli politici, mediatici e sociali che ne limitano la libertà d’azione, dovendo rispondere non solo ai nemici esterni, ma anche al costante scrutinio interno.

Parallelamente, la guerra dell’informazione si è evoluta insieme alla connettività digitale. Accanto alla propaganda e alla disinformazione, il dominio cibernetico è diventato un vero campo di battaglia. Attacchi informatici possono colpire reti di comunicazione, infrastrutture e sistemi governativi, generando caos e minando la fiducia pubblica. Con la crescente digitalizzazione di trasporti, sanità, energia, finanza e istruzione, aumenta anche la vulnerabilità delle società moderne.

La sovranità digitale, un tempo concetto teorico, è ormai una necessità strategica. La decisione degli Stati Uniti di limitare l’accesso ad alcuni modelli avanzati di intelligenza artificiale per ragioni di sicurezza nazionale mostra chiaramente come l’IA sia diventata parte della competizione geopolitica. Oggi viene utilizzata in ambito militare, nei sistemi autonomi, nell’analisi di intelligence e in una vasta gamma di applicazioni civili. Sta rapidamente diventando uno dei pilastri del potere contemporaneo e quindi della guerra asimmetrica.

Sebbene Stati Uniti e Cina restino gli attori dominanti sia nella guerra convenzionale sia in quella asimmetrica, lo sviluppo delle tecnologie emergenti – in particolare l’intelligenza artificiale – sta progressivamente riequilibrando il campo di gioco. Paesi come Italia e India, pur non disponendo della massa militare delle superpotenze, possiedono basi industriali e tecnologiche che potrebbero consentire loro di ridurre il divario.

I conflitti in Ucraina e in Medio Oriente hanno mostrato come la potenza militare tradizionale – aerei, navi, carri armati e sistemi d’arma costosi – possa essere messa in difficoltà da piattaforme relativamente economiche e senza equipaggio, operanti su più domini. Allo stesso tempo, operatori cyber altamente specializzati possono compromettere satelliti, sistemi di guerra elettronica e reti critiche. Software malevoli possono causare danni rilevanti alle infrastrutture civili, generando effetti psicologici e politici ben oltre il campo di battaglia.

Le fondamenta della guerra asimmetrica moderna non si misurano più soltanto in mezzi militari tradizionali, ma sempre più in capacità di calcolo, banda, talento tecnologico, innovazione e accesso all’energia. In molti sensi, l’era digitale sta riportando la guerra a una dimensione quasi “artigianale”, in cui singoli individui o piccoli gruppi possono sviluppare capacità un tempo riservate alle grandi potenze industriali. L’era industriale ha concentrato il potere; quella digitale lo sta redistribuendo.

A questo punto, la domanda è: su cosa dovrebbero puntare gli Stati per mantenere un vantaggio?

Innanzitutto sulla resilienza tecnologica e sul riciclo delle risorse. I minerali critici restano fondamentali, ma l’evoluzione tecnologica potrebbe ridurne gradualmente la centralità. Nuovi materiali come il grafene potrebbero integrare o sostituire il silicio in alcune applicazioni, mentre il riciclo avanzato potrebbe recuperare una quota crescente di materie prime dai rifiuti industriali.

In secondo luogo, l’accesso a energia affidabile ed economica diventa cruciale. Le rinnovabili avranno un ruolo centrale, ma richiederanno progressi nei sistemi di accumulo e una minore dipendenza da materiali critici. Nel medio periodo, il nucleare – in particolare i piccoli reattori modulari – potrebbe rappresentare una delle soluzioni più pragmatiche per la sicurezza energetica.

Terzo: la protezione delle infrastrutture di comunicazione e della banda. I cavi sottomarini sono già obiettivi sensibili per attori statali e non statali. Parallelamente, le comunicazioni wireless ad alta capacità determineranno sempre più il controllo dei flussi informativi e della consapevolezza situazionale.

Nonostante il dibattito politico sull’immigrazione, tre categorie di lavoratori resteranno strategiche: manodopera, personale sanitario e professionisti Stem altamente qualificati. Questi ultimi saranno i “combattenti” dell’era digitale.

La competizione globale si giocherà sempre più sulla capacità di attrarre questi talenti. Che un Paese abbia una rendita demografica o affronti un declino della popolazione conterà meno rispetto alla qualità della vita, alla libertà individuale e al benessere complessivo.

Le forze armate del futuro non vinceranno solo grazie alla forza bruta, ma attraverso operatori in grado di gestire sciami di droni, interrompere comunicazioni in tempo reale, difendere infrastrutture critiche e coordinare sistemi autonomi su più domini. Anche il GPS, da vantaggio strategico, sta diventando una vulnerabilità, imponendo lo sviluppo di sistemi alternativi di navigazione.

Stiamo entrando in una nuova fase storica. Le tecnologie che stanno trasformando la vita quotidiana stanno ridefinendo anche la guerra e la pace. La guerra asimmetrica non è più una tattica dei deboli: è diventata il principale paradigma attraverso cui il potere viene esercitato, contestato e ridistribuito nel XXI secolo.

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Breve guida ai migliori festival musicali italiani di questa estate

Elettronica, indie, jazz, pop e ricerca sonora si intrecciano in eventi che trasformano parchi, siti archeologici e paesaggi naturali in palcoscenici a cielo aperto. 

Color Fest – Lamezia Terme (Calabria)
Dall’11 al 13 agosto
Si svolge sulla Riviera dei Tramonti, lungo il lungomare Falcone e Borsellino di Lamezia Terme. Nato come festival indipendente, è diventato uno dei principali appuntamenti del sud Italia per chi segue la nuova musica italiana e internazionale. La vicinanza al mare e la programmazione trasversale sono i suoi elementi distintivi.

AMA Music Festival – Romano d’Ezzelino (Veneto)
1 luglio – 31 agosto
Ospitato nell’area di Villa Negri, ai piedi del Monte Grappa, il festival propone concerti distribuiti lungo tutta l’estate. La line-up spazia tra rock, pop, rap ed elettronica, con una forte attenzione alla sostenibilità ambientale.

Nextones – Val d’Ossola (Piemonte)
Dal 16 al 19 luglio
Un festival dedicato all’incontro tra musica elettronica, arti digitali e architettura. Si svolge tra cave di marmo e spazi industriali recuperati delle Alpi piemontesi, in un contesto unico nel panorama europeo.

FestiValle – Agrigento (Sicilia)
Dal 7 al 10 agosto
La manifestazione anima la Valle dei Templi con concerti, performance e incontri culturali. L’utilizzo di uno dei siti archeologici più importanti del Mediterraneo rappresenta la sua principale peculiarità.

Locus Festival – Puglia
Dal 18 giugno – 2 settembre
Il festival si sviluppa in più location tra Bari, Ostuni, Locorotondo, Fasano e Minervino Murge. Da oltre vent’anni unisce grandi nomi internazionali e artisti italiani in alcuni dei luoghi più rappresentativi della Valle d’Itria.

Kappa FuturFestival – Torino
Dal 3 al 5 luglio
Ospitato nel Parco Dora, ex area industriale riconvertita in spazio urbano, Kappa FuturFestival è uno dei maggiori festival europei dedicati alla musica elettronica, che ogni anno richiama pubblico da tutto il mondo.

Jazz:Re:Found – Monferrato (Piemonte)
Dal 27 al 30 agosto
Nato dal jazz contemporaneo, oggi esplora elettronica, soul, hip hop e club culture. Il contesto collinare del Monferrato è parte integrante dell’esperienza del festival.

Flowers Festival – Collegno (Piemonte)
Dal 23 giugno al 18 luglio
Si svolge nel Parco della Certosa Reale di Collegno, alle porte di Torino. La programmazione alterna artisti mainstream, indipendenti e internazionali in uno dei principali appuntamenti estivi del nord Italia.

Lucca Summer Festival – Lucca (Toscana)
Dal 24 giugno al 29 luglio
Le piazze del centro storico e l’area delle Mura ospitano una delle rassegne più note del Paese, che da oltre vent’anni richiama alcune delle principali star della musica mondiale.

Opera Festival – Sicilia
Dal 20 al 23 agosto
Una manifestazione che valorizza siti storici e monumentali dell’isola attraverso concerti e produzioni artistiche. L’incontro tra patrimonio culturale e spettacolo dal vivo costituisce il cuore del progetto.

Panorama Festival – Puglia
Dal 14 al 16 agosto
Un evento dedicato alla musica elettronica e alla cultura contemporanea. Punta sull’esperienza immersiva e sulla valorizzazione del paesaggio costiero pugliese.

Polifonic Festival – Valle d’Itria (Puglia)
Dal 22 al 26 luglio
Uno dei festival elettronici italiani più riconosciuti all’estero, dove house, techno e live set convivono con una forte attenzione all’estetica, alla gastronomia e al territorio.

Poplar Festival – Trento
Dal 10 al 13 settembre
Nato in ambito universitario, è diventato un osservatorio privilegiato sulle nuove tendenze della musica italiana e internazionale. Si distingue per la forte presenza di un pubblico under 30.

Rift – Valle d’Aosta
Dal 4 luglio
Un festival multidisciplinare che porta musica elettronica, arte e performance in ambienti alpini. L’esperienza è costruita attorno al rapporto tra paesaggio naturale e ricerca sonora.

VIVA! Festival – Valle d’Itria (Puglia)
Dal 31 luglio al 2 agosto
Tra i festival che hanno contribuito alla crescita della scena elettronica pugliese con concerti e dj set che si svolgono in masserie e spazi immersi nella campagna della Valle d’Itria, creando un forte legame con il territorio.

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Su Vannacci si misura la maturità democratica di Giorgia Meloni

Di fronte al fenomeno Vannacci rischia di riproporre l’antica dialettica tra Benedetto Croce e Piero Gobetti a proposito del fascismo: è una “parentesi”, sosteneva il filosofo napoletano; è “l’autobiografia della Nazione”, scriveva il giovane torinese. Da questa diversità di giudizi discendeva una grande divergenza politica.

Per Croce, il fascismo sarebbe stato in qualche modo riassorbibile da parte della democrazia: invece, per Gobetti, il fascismo era una mostruosità da circoscrivere e combattere con tutte le forze. Vannacci non è Mussolini, ovviamente, e non sarà in grado di distruggere la democrazia. Però potrà corroderla dal di dentro, facendosi interprete di un vastissimo “umor nero” che sale da tutti gli angoli del Paese, così da incarnare una forma inedita di “rossobrunismo” sulla falsariga della tedesca Afd.

Potrebbe dunque essere, il vannaccismo, una risposta di tipo weimariano alla crisi della politica. Bisognerebbe che Giorgia Meloni si ponesse all’altezza di una riflessione seria e non meramente tattico-elettoralistica di questo problema. Un problema che interpella lei e la sua avvenuta, o non avvenuta, maturità democratica. Diversi osservatori ritengono che la leader di Fratelli d’Italia finirà con allearsi con Futuro nazionale perché ha bisogno di quei voti per aggiudicarsi il premio di maggioranza e formare il Meloni 2 e magari eleggere il nuovo presidente della Repubblica.

C’è una seconda ipotesi ancora più cinica: lasciare che Vannacci vada da solo pescando consensi certo alla Lega e un po’ a Fratelli d’Italia, ma ritrovando con lui dopo le elezioni un’intesa parlamentare. In entrambi i casi – con più evidenza nel primo – Forza Italia non potrebbe che uscire da un centrodestra diventato pienamente destra e anzi estrema destra.

Una maggioranza FdI-Lega-Fn sarebbe indigeribile per i forzisti orfani di Silvio Berlusconi oltre che ovviamente per l’altra metà del Paese che radicalizzerebbe le proprie posizioni: un quadro da guerra politica ad alzo zero. Meloni, in questa ipotesi, sarebbe una premier che aprirebbe la strada ad una involuzione del sistema politico senza precedenti.

Può benissimo darsi che lei consideri Vannacci una “parentesi” facilmente riassorbibile, ritenendolo un fenomeno passeggero e sopravvalutando se stessa, come cent’anni fa i liberali alle prese con Benito. Contando sulle arti persuasive del potere, in grado di sterilizzare la portata eversiva di Fn. Il rischio è enorme. Di certo l’accettazione della “sporca dozzina” del Generale nell’area della maggioranza politica determinerebbe la nascita di un polo laico abbastanza forte in Parlamento che sarebbe all’opposizione insieme a un campo largo radicale.

La presidente del Consiglio è dunque davanti a una scelta ricca di implicazioni di non breve momento. Vedremo se guarderà i propri interessi immediati tramite un’alleanza o prima o dopo il voto con i parafascisti di Vannacci o se, insieme alle altre forze politiche, contribuirà a stendere quel necessario e igienico cordone sanitario intorno all’ultimo avventuriero della vicenda italiana.

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La storia del panino con la milza

Il pani câ mèusa, il cibo di strada amatissimo a Palermo, al punto da diventarne un simbolo gastronomico, non appartiene storicamente alla cucina siciliana, o almeno non ai due principali filoni da cui discendono la maggior parte delle sue ricette: la tradizione araba e quella normanna.

La sua origine è nella Giudecca o Aljama, il quartiere ebraico di Palermo, e racconta una storia di sopravvivenza e resilienza. Nel Medioevo, infatti, la comunità ebraica cittadina, a cui molti mestieri erano preclusi, gestiva i mattatoi della città nell’area di via Calderai, vicino al fiume Kemonia, che oggi scorre interrato. Gli animali venivano trattati secondo le regole rituali della kasherut, che vietavano tuttavia di ricevere un compenso per questo; quindi, si consolidò l’usanza di ricompensare i macellai, gli scuoiatori e gli addetti alla lavorazione delle carni con le parti di scarto, o di poco valore, come milza, polmone, cuore trachea. Le frattaglie venivano tagliate, soffritte nel grasso e vendute per strada accompagnate da un pezzo di pane. Il panino con la milza nacque così, dalla cucina povera, che sapeva fare di necessità virtù.

Nel 1492 i re cattolici, Ferdinando II d’Aragona e Isabella di Castiglia, con l’Editto di Granada decretarono l’espulsione di tutti gli ebrei dai territori della corona e quindi non solo dalla Spagna, ma anche dal regno di Sicilia, che ne faceva parte, e quindi da Palermo. Decine di migliaia di persone furono costrette ad abbandonare l’isola in pochi mesi, e la Giudecca di Palermo si svuotò.

Oggi ne restano poche tracce, appena leggibili nel tessuto urbano del centro storico: i confini dell’antico quartiere ebraico si estendono tra via Maqueda e via Roma. È possibile scoprirne la storia visitando l’area del vicolo della Meschita e l’ipogeo di Palazzo Marchesi, in piazza Santi Quaranta Martiri, considerato da molti storici il sito del miqweh, il bagno di purificazione. Gli ebrei se ne andarono, ma la ricetta rimase. I caciuttari locali, venditori di panini che lavoravano con cacio e ricotta, la raccolsero, la fecero propria e la tramandarono, generazione dopo generazione, fino ai banchi di oggi al Mercato del Capo, alla Vucciria, alla Focacceria San Francesco.

Oggi il pani câ mèusa è il protagonista dello street food palermitano e viene venduto in molti chioschetti, o rivendite, o ristorantini del centro, tutti validi anche se ciascuno ha il suo preferito. Le frattaglie – pare che la combinazione migliore preveda il sessanta per cento di milza, il trenta per cento di polmone e il dieci per cento di trachea – bollite e poi fritte nello strutto, vengono servite nella vastedda, un panino morbido e ricoperto di sesamo che assorbe e trattiene il grasso e il profumo della carne. A seconda delle preferenze, può essere schietto, con una spruzzata di succo di limone, o maritato con l’aggiunta di formaggio caciocavallo grattugiato o ricotta fresca.

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