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Groenlandia, responsabilità tra Usa e Ue per evitare di favorire Russia e Cina

“Ho sentito il presidente americano Donald Trump ed ho espresso le mie perplessità”, dice questa mattina la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in un momento di particolare tensione nelle relazioni tra Stati Uniti ed Europa attorno al dossier “Groenlandia”. Il messaggio, che arriva dalla Corea del Sud, chiede di evitare l’escalation abbassando i toni. Un lavora che l’Italia sta cercando di spingere anche in sede Ue.

La convocazione di una riunione straordinaria degli ambasciatori dell’Unione Europea nel tardo pomeriggio di oggi, domenica 18 gennaio, per valutare una risposta coordinata all’annuncio statunitense di nuove tariffe contro alcuni Paesi membri, segna l’ingresso della crisi sulla Groenlandia in una nuova fase. Non più soltanto uno scontro retorico o una disputa diplomatica, ma un dossier che incrocia commercio, sicurezza economico (e non solo) e coesione transatlantica, costringendo Bruxelles a una risposta “intelligente, coordinata e possibilmente non ulteriormente incendiaria” a Washington, dice una fonte dai corridoio europei.

Il detonatore è stato l’annuncio di Trump, che sabato ha fatto sapere che nuovi dazi colpiranno una serie di Paesi alleati – tra cui Francia, Germania, Danimarca e Regno Unito – accusati di aver rafforzato la propria presenza militare in Groenlandia come forma di deterrenza contro gli Stati Uniti. Una misura che riapre una frattura commerciale che l’Europa riteneva superata dopo la tornata di dazi di inizio presidenza, e che collega esplicitamente il terreno economico a quello strategico, nel momento in cui l’Artico torna a essere uno spazio di competizione crescente e la Groenlandia gioca un ruolo per l’asse transatlantico e per il Western Hemisphere che Trump intende proteggere come missione identitaria della “sua” National Security Strategy.

Da Bruxelles, il presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha parlato della necessità di una risposta comune, ribadendo che l’Unione europea difenderà il diritto internazionale e l’integrità territoriale dei suoi Stati membri – nel caso la Danimarca, che p sovrana sulla Groenlandia. La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha avvertito che una spirale tariffaria rischia di danneggiare la prosperità condivisa e di indebolire il fronte occidentale, messaggio arrivato anche della Hr/Vp Kaja Kallas, che ha citato esplicitamente Cina e Russia come i favoriti dalle divisioni transatlantiche. Diversi leader europei hanno sottolineato come la sicurezza della Groenlandia possa e debba essere affrontata all’interno dei meccanismi Nato, che racchiude sia gli Usa che diversi Paesi europei.

Il dato politico, tuttavia, va oltre la contingenza. La riunione degli ambasciatori segnala che la questione groenlandese non è più un tema periferico, ma un banco di prova per la capacità dell’Occidente di gestire divergenze strategiche senza trasformarle in crisi sistemiche. È su questo crinale – tra deterrenza, dialogo e interessi divergenti – che si gioca ora la partita più delicata.

La Groenlandia non è un dossier complesso, ma…

Sul piano analitico, la narrativa che giustifica un cambio di status dell’isola regge poco. Come ha osservato Richard Fontaine, Ceo del Anas, la Groenlandia non è un dossier intrinsecamente complesso: lo diventa solo se lo si carica di obiettivi che esulano dalla realtà dei fatti. Gli Stati Uniti dispongono già, grazie agli accordi con la Danimarca, di ampi margini operativi in termini di basi, tra radar e presenza militare di ogni possibile genere. La difesa dell’Artico e il monitoraggio delle attività di Cina e Russia possono essere rafforzati senza bisogno di “possedere” il territorio, spiega l‘esperto americano. L’idea che la sicurezza richieda l’annessione statunitense, o che la deterrenza passi dall’invio simbolico di piccoli contingenti multinazionali come quelli europei, finisce per produrre l’effetto opposto: politicizzare e radicalizzare un dossier che potrebbe essere gestito in modo pragmatico.

Anche l’argomento secondo cui la Groenlandia rischierebbe di “cadere” sotto l’influenza di potenze rivali appare debole se non accompagnato da scelte coerenti. Secondo Fontaine, se davvero Mosca e Pechino rappresentassero una minaccia imminente, la risposta più lineare sarebbe rafforzare i dispositivi esistenti e il coordinamento Nato, non aprire un contenzioso politico con Copenaghen e con gli alleati europei. Le alleanze, ragiona, si fondano proprio sulla difesa reciproca di territori che non si possiedono: è questa la logica che ha retto l’ordine post-1945 e che continua a garantire stabilità.

Un’ulteriore chiave di lettura arriva dall’intervista pubblicata sabato dal Corriere della Sera con protagonista l’ex ambasciatrice statunitense in Danimarca Carla Sands. Sands, forte della sua esperienza diretta sul dossier groenlandese e attualmente nel team dell’America First Policy Institute, ha ricordato come l’interesse americano sia legato soprattutto alla sicurezza e alle risorse strategiche, non a una conquista formale. Le sue parole aiutano a distinguere tra l’obiettivo sostanziale – evitare che l’isola finisca sotto un’influenza ostile di Cina o Russia – e la retorica che rischia di irrigidire le posizioni. In questo senso, l’accento posto sul possibile percorso di lungo periodo verso una maggiore autonomia groenlandese suggerisce che il nodo non sia “a chi appartiene” il territorio, ma come garantirne stabilità e sviluppo senza forzature.

Alla ricerca della responsabilità

È in questo spazio che si inserisce la posizione italiana, improntata a responsabilità e controllo, con le perplessità espresse da Meloni. Durante la presentazione del Documento strategico sull’Artico, il 16 gennaio 2026, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha messo in guardia contro approcci frammentati e simbolici, osservando che l’idea di piccoli contingenti europei dispiegati sull’isola non somiglia a una strategia credibile. Il punto, ha sottolineato, è tenere unito il mondo occidentale e preservare il quadro di cooperazione. A posteriori, quelle parole suonano quasi profetiche: il giorno dopo, l’annuncio dei dazi americani contro quei contingenti ha mostrato quanto rapidamente una gestione muscolare possa produrre contraccolpi politici ed economici.

Il paradosso è che entrambe le strade estreme – l’idea di “conquistare” la Groenlandia e quella di usarla come palcoscenico per segnali di deterrenza – finiscono per alimentarsi a vicenda. Il rischio è che l’una legittimi l’altra, in una dinamica che favorisce solo gli attori interessati a dividere l’Occidente. Fonti diplomatiche spiegano che la via d’uscita è più sottile, ma anche più realistica: un dialogo strutturato che consenta a Washington di rivendicare un rafforzamento della sicurezza artica, e a Trump di ottenere “qualcosa che possa essere raccontato come una vittoria”, e all’Europa di mantenere lo status quo, garantendo al tempo stesso che l’isola resti saldamente ancorata allo spazio euro-atlantico.

In quest’ottica, il compromesso non è una resa, ma uno strumento politico. Permette a Trump di presentare un risultato tangibile al proprio elettorato – maggiore attenzione all’Artico, più investimenti in sicurezza, tagliare fuori i rivali dell’emisfero occidentale – e agli europei di evitare una deriva che metterebbe in discussione sovranità e alleanze cruciali come quella con gli Usa. La Groenlandia è strategica, e proprio per questo va sottratta alla logica della provocazione. Meno benzina sul fuoco, più diplomazia: è l’unico modo per spegnere una scintilla prima che diventi crisi.

Il rischio del confronto è anche racchiuso nel messaggio che emerge da alcuni recenti sondaggi, come quello di Ecfr. Gli scontri – verbali, postulali, pratici – legati alle posizioni complicate prese da Trump rischiano di allontanare le opinioni pubbliche europee dagli Stati Uniti, con un riflesso ancora più problematico: creare spazi dove la narrazione e la disinformazione cinese si nuove per piegare gli europei e altri alleati statunitense verso Pechino.

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Gaza e Nilo. Cosa significa lettera di Trump ad al-Sisi

La lettera inviata da Donald Trump al presidente egiziano Abdel Fattah al‑Sisi il 16 gennaio 2026 va letta come qualcosa di più di un ringraziamento formale per la mediazione sul cessate il fuoco a Gaza. Il testo rivela una precisa intenzione strategica: inserire il ruolo dell’Egitto nella crisi israelo‑palestinese dentro una più ampia architettura regionale, che oggi ruota attorno a tre dossier intrecciati — la tenuta della tregua a Gaza, la stabilizzazione del Mar Rosso e la crisi in corso nel Corno d’Africa. Dal Cairo, e dal contatto statunitese, passa anche il messagging strategico che Washington sta mandando all’Arabia Saudita, impegnata in un attivo riposizionamento geopolitico orientato alla costruzione di un’architettura di sicurezza regionale che coinvolge Turchia e Pakistan, ma pensa anche all’Egitto.

L’Egitto come perno della “fase due” a Gaza

Nel messaggio, Trump riconosce esplicitamente la leadership egiziana nella mediazione tra Israele e Hamas dopo il sanguinoso attacco terroristisco palestinese del 7 ottobre 2023, che ha aperto la stagione di guerra e la risposta brutale israeliana. Trump collegando correttamente la guerra israeliana a Gaza alla stabilità dell’intera regione. Questo passaggio assume particolare rilievo nel momento in cui Washington ha deciso di lanciare la “fase due” del cessate il fuoco, prevista dal cosiddetto “Trump Plan”. Ora l’obiettivo è passare dalla tregua e auspicata demilitarizzazione, alla governance tecnocratica e all’avvio della ricostruzione.

In questo schema, l’Egitto ha il ruolo cruciale del facilitatore diplomatico, perché è un attore strutturale: controlla uno dei principali accessi alla Striscia, il valico di Rafah, mantiene canali aperti con le diverse fazioni palestinesi (anche per interessi nazionali diretti al mantenimento dell’equilibrio) ed è in grado di offrire una cornice regionale alla fragile transizione post‑bellica. Il sostegno politico americano a Il Cairo risponde quindi a un’esigenza di continuità: senza l’Egitto, la “fase due” rischia di restare un esercizio di ingegneria istituzionale privo di ancoraggio sul terreno.

Dal ringraziamento su Gaza al dossier Nilo

Da qui, si apre a una contropartita. Il passaggio più significativo della lettera è infatti quello in cui Trump si dice pronto a riavviare la mediazione statunitense tra Egitto ed Etiopia sulla condivisione delle acque del Nilo e sulla diga Gerd. La questione è esistenziale: le acque del Nilo sono storicamente, da secoli, considerate fonte di vita dall’Egitto, e pensare a un taglio dell’aliquota portata dal fiume identitario – per un’infrastruttura che beneficerà la prosperità etiope – è da sempre una red-line per Il Cairo. Il riferimento al rischio di un conflitto militare esplicita come Washington percepisca questo dossier non come una disputa tecnica, ma come una minaccia potenziale alla stabilità africana e medio‑orientale.

Gaza fornisce all’Egitto capitale politico e centralità diplomatica; il Nilo rappresenta invece il cuore della sicurezza nazionale egiziana. Mettere i due piani nello stesso documento significa, da parte americana, riconoscere e rafforzare il ruolo regionale del Cairo, ma anche vincolarlo a una cornice multilaterale e negoziale, evitando soluzioni unilaterali. Ossia, mandare un segnale chiaro: Washington solo può avere modo di mediare, gli altri player rischiano destabilizzazione ulteriore.

Le parole di Trump

“Il mio team e io comprendiamo il profondo significato del fiume Nilo per l’Egitto e per il suo popolo, e desidero aiutarvi a raggiungere un esito che garantisca i fabbisogni idrici dell’Egitto, della Repubblica del Sudan e dell’Etiopia nel lungo periodo”, dice Trump, sottolineando che gli Stati Uniti affermano che “nessuno Stato della regione dovrebbe controllare unilateralmente le preziose risorse del Nilo, penalizzando nel processo i Paesi vicini”.

Ancor: “Ritengo che, con il giusto apporto di competenze tecniche, negoziati equi e trasparenti e un ruolo forte degli Stati Uniti nel monitoraggio e nel coordinamento tra le parti, sia possibile raggiungere un accordo duraturo per tutti i Paesi del bacino del Nilo”. Di più: “Un approccio di successo garantirebbe rilasci idrici prevedibili durante i periodi di siccità e negli anni di prolungata scarsità per l’Egitto e il Sudan, consentendo al contempo all’Etiopia di produrre quantità molto rilevanti di energia elettrica, parte della quale potrebbe essere ceduta o venduta all’Egitto e/o al Sudan”.

Il fattore saudita e la costruzione di una coalizione regionale

La lettera va letta anche alla luce di quel tentativo saudita di promuovere una nuova architettura di sicurezza in Medio Oriente, anche attraverso un rafforzamento dei legami con Egitto e Somalia. L’iniziativa di Riyadh risponde a una duplice esigenza: contenere l’instabilità lungo le rotte marittime strategiche e riequilibrare il peso degli Emirati Arabi Uniti in Yemen e Corno d’Africa. Vedere Sudan: Nel conflitto in Sudan, la tradizionale alleanza tra Riyadh e Abu Dhabi si è trasformata in una linea di frattura geopolitica, con l’Arabia Saudita che sostiene le Forze Armate Sudanesi e spinge per un approccio più statale alla stabilizzazione, mentre gli Emirati sono stati associati a un più marcato appoggio alle Rapid Support Forces tramite reti paramilitari e finanziarie, accentuando così le divergenze tra i due Paesi su visioni e strumenti di influenza regionale.

In questo contesto, l’Egitto diventa un partner naturale per l’Arabia Saudita: per prossimità geografica, per capacità militari e per il ruolo storico nel mondo arabo. Il sostegno saudita all’integrità territoriale somala e la crescente cooperazione con Il Cairo indicano la volontà di costruire una coalizione selettiva, meno ideologica e più funzionale, centrata su sicurezza marittima, intelligence e deterrenza regionale. Allo stesso tempo, l’Egitto mantiene solidi canali politici, economici e di sicurezza anche con Abu Dhabi, collocandosi in una posizione di cerniera strategica tra due fronti solo apparentemente contrapposti: una frattura reale sul piano operativo, ma potenzialmente ricomponibile in qualsiasi momento, data l’elevata fluidità degli attuali equilibri regionali.

La posizione di Trump: convergenza, ma con cautela

Trump non appare in disaccordo con questo orientamento. Al contrario, la presenza in copia nella lettera di leader sauditi ed emiratini segnala che Washington segue e, in parte, cerca di controllare il processo. Il tono del messaggio suggerisce un limite chiaro: gli Stati Uniti non intendono avallare un assetto regionale che possa produrre nuove fratture o escalation incontrollate.

Il richiamo al principio secondo cui nessuno Stato dovrebbe controllare unilateralmente risorse strategiche come il Nilo è indicativo di questa impostazione. Trump sembra accettare l’idea di una coalizione regionale guidata da attori arabi, ma vuole mantenerla compatibile con l’equilibrio complessivo, evitando che si trasformi in un blocco rigido o in un fattore di destabilizzazione, soprattutto in Africa orientale.

Un’unica scacchiera strategica

Gaza, il Mar Rosso e il Corno d’Africa non sono più dossier separati. La lettera a al‑Sisi mostra come l’amministrazione Trump stia cercando di gestirli come parti di un’unica scacchiera, in cui l’Egitto funge da snodo tra Medio Oriente e Africa, e l’Arabia Saudita da architetto di una nuova cooperazione regionale.

In questo quadro, la mediazione su Gaza diventa il banco di prova di un disegno più ampio: se la “fase due” reggerà, rafforzerà non solo la tregua nella Striscia, ma anche la credibilità di un assetto regionale in cui Washington resta arbitro esterno, pronto a sostenere le iniziative dei partner, ma attento a impedirne le derive.

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Perché Vinitaly sceglie l’India. Rebughini racconta la diplomazia del vino tra Roma e New Delhi

New Delhi – Il Vinitaly India Roadshow 2026 prende il via da New Delhi dentro una cornice ampia: il vino e la sua filiera come fattore strutturale di soft power per un Paese storicamente vitivinicolo come l’Italia, primo produttore mondiale, che trova nel settore agrifood uno degli elementi di proiezione e riconoscibilità internazionale. È in questo quadro che si inserisce l’attenzione crescente verso l’India, mercato ancora giovane ma sempre più rilevante, sia per il numero dei consumatori coinvolti, sia nel contesto più specifico del rafforzamento dei rapporti tra Roma e New Delhi osservato negli ultimi tre anni.

I numeri aiutano a inquadrare la dimensione del fenomeno: nel 2023 il valore dell’import di vino in India è stato pari a 30,5 milioni di dollari, secondo l’Osservatorio Uiv–Vinitaly, una quota limitata nel commercio mondiale, ma accompagnata da un tasso di crescita medio annuo del 12% (al netto della parentesi Covid). In questo scenario l’Italia cresce al 14%, sopra la media del mercato.

È su questo scarto – tra dimensione ridotta e potenziale – che si innesta il Roadshow organizzato da Veronafiere con l’Italian Trade Agency e la collaborazione dell’ambasciata italiana in India, guidata da Antonio Bartoli. Alla tappa indiana – parte di un percorso di internazionalizzazione intrapreso da Vinitaly – partecipano oltre 30 aziende: 8 nella collettiva ITA, 9 del Consorzio Tutela Vini Valpolicella e 13 in forma diretta. L’obiettivo operativo è incontrare più di 200 importatori, distributori e operatori Horeca, ma anche selezionare buyer da invitare alla prossima edizione di Vinitaly (a Verona, dal 12 al 15 aprile 2026).

La cornice, però, è più ampia del business immediato. “Il vino non è soltanto un elemento commerciale, ma certamente un vettore di relazioni culturali, dunque internazionali, e possiamo tranquillamente parlare di diplomazia del vino”, spiega Adolfo Rebughini, direttore generale di Veronafiere. “Negli ultimi anni Vinitaly si è evoluto da marketplace di domanda e offerta in una piattaforma che unisce produttori, territori, filiere commerciali e istituzioni nazionali: da qui lo spirito di spingerci oltre, verso una dimensione sempre più internazionale”.

È una trasformazione che riflette un cambiamento di contesto. “Abbiamo sempre più caratterizzato Vinitaly come uno spazio in cui il mondo del vino dialoga con le istituzioni”, osserva Rebughini, richiamando l’esperienza dell’ultimo Vinitaly a Verona, con la partecipazione di due commissari europei impegnati su temi che vanno oltre l’acquisto del prodotto: salute, agricoltura, economia circolare, indotto. “Il vino diventa una chiave per leggere relazioni economiche più complesse”. E in un momento in cui economia e geopolitica sono sempre più interconnesse, anche il vino finisce all’interno di questo schema.

L’India rientra in questa logica come mercato giovane, ma geopoliticamente centrale. “Questa è la nostra quarta missione nel Paese”, racconta Rebughini: “Abbiamo preceduto le tappe di Delhi e Goa con una serie di preview per preparare il mercato e accompagnare un avvicinamento più strutturato”. Un processo che, secondo il direttore generale, si inserisce nel quadro dei negoziati per l’accordo di libero scambio Ue–India. “L’FTA è un fattore di fluidificazione”, afferma Rebughini: “Ridurre barriere tariffarie e fiscali è decisivo, e la firma del 27 gennaio sull’accordo sarà fondamentale per i nostri e molti altri prodotti”.

Ma c’è di più della dimensione economica-commerciale. “Noi siamo qui anche e soprattutto per fare cultura del vino. Rappresentare l’eccellenza del Made in Italy significa raccontare i territori, la diversità produttiva, la più ampia al mondo, e creare un collegamento stabile tra produzione e territorio”. Da qui l’investimento su formazione e masterclass calibrate su un mercato “ad alto potenziale, ma non ancora sofisticato”, e sullo sviluppo dell’enoturismo attraverso Vinitaly Tourism.

I numeri globali spiegano il razionale di lungo periodo. Secondo IWSR, il valore del vino al consumo in India supera oggi i 415 milioni di dollari e dovrebbe oltrepassare i 520 milioni entro il 2028. L’Italia è oggi il quarto fornitore, dietro Australia, Francia e Singapore, ma con dinamiche di crescita tra le più elevate.

Il Roadshow di New Delhi è entrato nel vivo oggi, 16 gennaio al Taj Palace, con incontri B2B, degustazioni e due masterclass: una dedicata allo spettro produttivo italiano – dal Prosecco alle varietà autoctone – e una ai grandi territori del rosso. A guidarle è Sonal C. Holland, prima e unica Master of Wine indiana. La tappa si chiude con una cena all’Ambasciata d’Italia. Il 18 gennaio il format si sposta a Goa, prima di proseguire il calendario estero 2026 in Norvegia, Polonia e Cina.

Sul fondo resta una considerazione chiave: in India il vino non è ancora un mercato di volumi, ma è già uno strumento di posizionamento. Una leva leggera, ma coerente, che accompagna la più ampia strategia italiana di presenza economica, culturale e diplomatica nel subcontinente. Una presenza che proiettata sul versante indiano segna l’asse dell’Indo-Mediterraneo, marcato da progetti futuristici come Imec così come da iniziative di ricostruzione storica come il viaggio della INSV Kaundinya, riproduzione delle antiche navi indiane del V Secolo, arrivata in Oman, appena visitato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni come prima tappa del tour asiatico che la sta portando in Giappone e Corea del Sud.

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