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Studente ucciso a La Spezia, la protesta di parenti e amici: “La scuola dovrebbe essere un posto sicuro”

Parenti, amici e compagni di Abanoub Youssef, lo studente ucciso venerdì scorso in un istituto professionale di La Spezia, hanno dato vita una protesta spontanea questa mattina di fronte all’obitorio dell’ospedale cittadino. Un centinaio di persone ha occupato il marciapiede e la sede stradale esponendo cartelli per chiedere il massimo della pena nei confronti dell’assassino e l’impegno delle istituzioni nel rendere sicure le scuole. “La scuola è complice“, “Giustizia per Abu”, “Vogliamo una giustizia veloce”, “Abbiamo paura a tornare a scuola” alcune delle frase scritte sui cartelli mostrati dai manifestanti. Nessun momento di tensione, ma piuttosto di commozione per i parenti straziati dal dolore. La manifestazione poi si è spostata in prefettura.

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Proteste in Iran, un testimone all’Afp: “Un inferno, ho visto migliaia di corpi senza vita”

La testimonianza raccolta dall’Afp di Kiarash, 44 anni. L’uomo ora si trova in Germania, dove vive ed è tornato all’inizio di questa settimana, dopo aver assistito, racconta, alla violenta repressione delle proteste in Iran.”È stato il momento più drammatico della mia vita”, ricorda, descrivendolo come “un inferno”. Una mossa sbagliata, dice, e sarebbe morto, quando un uomo armato ha aperto il fuoco su di lui e una folla di manifestanti a Teheran, durante un’ondata di proteste, repressa con violenza. Il sangue ha ricoperto la strada dopo che una persona che indossava un velo integrale, comunemente indossato dalle donne religiose in Iran, ha aperto il fuoco su una grande folla radunata nel nord di Teheran sabato scorso. La protesta si era formata nel mezzo di crescenti manifestazioni antigovernative, innescate dalle difficoltà economiche in aumento di dimensioni e intensità dall’8 gennaio. “Ho sentito pop pop”, ha detto Kiarash. “E ho visto, con i miei occhi, tre persone crollare contemporaneamente“.

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Cacciari sul Nove: “Trump sta smantellando ogni ordine: l’ingiustizia trionfa ovunque e si sfascia tutto”

“Giustificare l’omicidio di una persona perché ‘radicale’? Neanche nei momenti peggiori del fascismo“. Così Massimo Cacciari ad Accordi&Disaccordi, il talk condotto da Luca Sommi ogni sabato sul Nove con la partecipazione di Marco Travaglio e Andrea Scanzi, ha commentato le parole del presidente Trump su Renee Good, freddata da un agente dell’Ice a Minneapolis lo scorso 7 gennaio. Perché non solo il presidente americano, ma anche il vicepresidente JD Vance e altri esponenti di spicco dell’amministrazione Trump hanno definito la donna di Minneapolis una “violenta”, “radicale”, persino “terrorista”, giustificando l’operato dell’agente dell’Ice che ha subito ottenuto l’immunità federale. Secondo Cacciari “dal punto di vista del diritto, prendere un oppositore, metterlo in galera, processarlo, magari anche impiccarlo dopo un processo farsa è una cosa diversa da quello che sta accadendo negli Stati Uniti, dove Trump sta smantellando ogni ordine“. Il risultato? “È l’ingiustizia che trionfa in ogni campo. Si sfascia tutto“, secondo l’ex sindaco di Venezia.

Il filosofo ha proseguito: “Fintanto che dall’altra parte c’è un’autorità che non opera secondo il diritto e la giustizia, ma ha un ordine logico suo, organizzare una forma politica di opposizione è assai più semplice che trovarsi di fronte a battute o personaggi come quelli che abbiamo appena visto, che dicono: ‘Ha sparato in faccia a una persona, che vuoi che sia, è radicale!’. Cosa dici a una persona del genere? Cosa fai, le spari? Se la logica è che chi domina è il più forte, i dominati faranno di tutto per diventare loro i più forti e così si innescano meccanismi di conflitto sociale che alla fine diventano ingovernabili. Con personaggi come Trump, con politiche come quelle che stanno facendo gli europei, si accendono focolai, correnti, processi di conflitto sociale e culturale che diventano ingovernabili”, ha concluso Cacciari.

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Travaglio sul Nove: “Trump misura la democrazia in barili di petrolio. Venezuela e Iran gli interessano solo per quello”

Trump misura la democrazia in barili di petrolio. Il Venezuela e l’Iran gli interessano per quello, non certo per la democrazia. Chi invoca un intervento armato in Iran è un beota”. Così Marco Travaglio ad Accordi&Disaccordi, il talk condotto da Luca Sommi in onda ogni sabato sul Nove con la partecipazione di Andrea Scanzi, ha commentato le ultime gesta del presidente Usa in materia di politica estera. “Se noi andiamo a vedere i Paesi di cui parla, i Paesi di cui si interessa e andiamo a vedere la lista dei principali produttori ed estrattori di petrolio e di gas, scopriamo che le due liste coincidono. – ha premesso il direttore del Fatto Quotidiano – E’ questa la cosa davanti alla quale ci pone. Non ci mette davanti degli schermi per dire che ‘purtroppo in Venezuela non c’è la democrazia, adesso arriviamo noi’, ha preso il dittatore, l’ha rapito con delle accuse farlocche, ha messo su la vice dittatrice. Il regime madurista è identico a quello di prima, semplicemente c’è la vice del dittatore (Delcy Rodriguez, ndr) invece del dittatore, però i barili arrivano e questo fa la differenza“.

Poi Travaglio ha attaccato quanti sostengono un intervento armato degli americani in Iran: “Noi siamo un Paese di beoti che tifano per l’intervento pensando veramente che a Trump freghi qualcosa del fatto che in Iran arrivi o meno una democrazia. Ma lo sa anche lui che quello è un impero, l’Impero persiano, più o meno negli stessi confini dura da tre millenni. Ma di che cosa stiamo parlando? – ha proseguito il giornalista – Forse gliel’hanno spiegato anche a lui che c’è un sentimento nazionalista fortissimo, che non vogliono essere liberati né da Israele, né degli Stati Uniti, né da Israele e dagli Stati Uniti insieme, né vogliono farsi torturare dallo Scià anziché farsi torturare dagli ayatollah. Non è per questo che stanno protestando. Non stanno protestando nemmeno per la democrazia. Stanno protestando perché c’è un’inflazione spaventosa dovuta a un governo e a un regime inefficiente, colpito da 46 anni di sanzioni economiche”.

Oltretutto “adesso c’è qualche genio che dice di aumentare le sanzioni così li affamiamo di più, oppure li bombardiamo dall’alto senza porci minimamente il problema di quello che succederà dopo, che è esattamente quello che hanno sempre fatto gli americani, che vanno a fare guerre in paesi di cui non sanno niente e spesso non sanno nemmeno dove stanno sulla cartina geografica, come quelli che dicono alla flottiglia di andare in Iran. L’Iran però non è sul Mediterraneo, devi passare dal canale di Suez, circumnavigare la penisola arabica o paracadutare le barche sul Mar Caspio. Cioè non sanno che cosa dicono. In più, come ricordava Cacciari, non è che l’Iran è lì, solitario, è strano, eccentrico rispetto al resto del Medio Oriente, ma è vicino a un altro impero che è la Turchia. E poi è pieno di satrapie arabe che non hanno nessuna intenzione di veder scoppiare una rivolta di successo, che butta giù una satrapia, perché poi temono il contagio”.

Perché, secondo Travaglio “le primavere arabe di 15 anni fa hanno terrorizzato tutte le satrapie e le hanno spente. Abbiamo visto come ha funzionato in Egitto. La primavera araba ha portato le elezioni, alle elezioni hanno vinto i Fratelli musulmani, noi abbiamo deciso che non ce li potevamo permettere e abbiamo patrocinato un colpo di Stato per mettere il generale Al Sisi. Trump si occupa di Iran a proposito del petrolio. Probabilmente gli hanno spiegato che è complicato bombardare dall’alto e cambiare un regime che è stratificato. Non c’è solo Khamenei che ha 87 anni e che probabilmente c’è già il successore. Se ammazzano Khamenei probabilmente cambia poco. C’è un regime molto consolidato che dura da 46 anni, dove ci sono i Pasdaran, la polizia morale, la polizia politica, la polizia ordinaria, l’esercito, una parte del popolo, che non è tutto contro gli Ayatollah. C’è una parte occidentalizzata e c’è una parte che invece non vuole minimamente il salto nel buio, il ritorno all’indietro”.

Il giornalista ha concluso: “Bisogna conoscerli i Paesi, oltre a conoscere il contesto. Probabilmente fino a questo momento, ma non sappiamo con Trump quanto duri, qualcuno gli ha portato una cartina per fargli vedere dov’è l’Iran e qualcuno che gli ha fatto un Bignami, perché la sua soglia d’attenzione dura pochi secondi, con dieci righe per spiegargli che razza di ginepraio è quella zona lì e che vaso di Pandora rischi di scoperchiare con un intervento dall’alto”.

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