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Sulla Groenlandia si possono abbassare i toni. Fontaine spiega perché

La politica estera è spesso complessa, stratificata, ambigua. La Groenlandia, no. È da questa premessa che parte Richard Fontaine, Ceo del Center for New American Security di Washington, analizzando punto per punto le argomentazioni circolate a Washington e Bruxelles sull’idea che gli Stati Uniti debbano prendere il controllo dell’isola artica. Non per minimizzare la sua importanza strategica, ma proprio per ricondurla a una dimensione realistica, la lettura di Fontaine è lucida e soprattutto aggiornata con le discussioni sia a DC che tra i corridoio Ue.

Il primo nodo riguarda la difesa americana. Secondo Fontaine, è innegabile che la Groenlandia sia rilevante per la sicurezza degli Stati Uniti: radar, basi, sistemi di allerta precoce e, oggi, anche l’architettura di difesa missilistica rientrano pienamente nell’equazione. Ma da qui a sostenere che Washington debba possedere il territorio, il salto logico è enorme. Gli Stati Uniti, ricorda, possono già fare praticamente tutto ciò che desiderano sul piano militare senza esercitare alcuna sovranità diretta. L’accordo di difesa firmato con la Danimarca nel 1951 – e aggiornato nel 2004 – consente presenza militare, infrastrutture e operazioni. La sicurezza, dunque, non richiede annessione.

La seconda argomentazione che Fontaine contesta è quella dell’urgenza geopolitica: la Groenlandia sarebbe sul punto di cadere sotto l’influenza di Russia o Cina, e gli Stati Uniti dovrebbero intervenire prima che sia troppo tardi. Qui l’analisi diventa quasi banale nella sua semplicità. Se davvero esistesse una minaccia imminente – ipotesi che Fontaine giudica infondata – la risposta più logica sarebbe rafforzare la presenza americana. Un tempo, sull’isola stazionavano fino a 10.000 soldati statunitensi; oggi sono circa 200. Se la preoccupazione è reale, perché non partire da lì?

Il terzo punto riguarda la dimensione marittima. Se navi russe e cinesi stessero realmente “brulicando” intorno alla Groenlandia, osserva Fontaine, la Marina statunitense avrebbe piena capacità di pattugliare l’area in modo massiccio e immediato. Non lo sta facendo. Anche questo dato suggerisce che la narrativa dell’assedio non corrisponde ai fatti operativi.

Segue poi uno degli argomenti più evocativi, ma anche più fragili: “Non si difendono i territori che si affittano”. L’idea è che, anche concedendo pieno accesso militare, esisterebbe una differenza qualitativa tra possesso e uso. Fontaine liquida questa impostazione come una versione caricaturale delle relazioni internazionali – la teoria secondo cui “nessuno lava un’auto a noleggio”. Nella realtà, spiega, gli Stati Uniti difendono costantemente territori che non possiedono. È il senso stesso delle alleanze. Washington ha appena difeso Israele; difende Paesi Nato; nessuno di questi è territorio americano.

Il quinto passaggio è forse il più delicato sul piano politico: l’idea che la Danimarca sia un cattivo alleato e che, per questo, dovrebbe cedere la Groenlandia. Fontaine ribalta completamente la prospettiva. La Danimarca, ricorda, è stata un alleato esemplare. In Afghanistan, in proporzione alla popolazione, ha subito perdite superiori a quelle di molti altri partner. In altre parole, i danesi hanno combattuto per la sicurezza americana, pur non possedendo alcun territorio degli Stati Uniti.

C’è poi la dimensione ideologica, quella che richiama un nuovo “destino manifesto”. L’idea di un’America naturalmente espansiva, destinata ad allargarsi incorporando nuovi territori. Qui Fontaine richiama un principio cardine dell’ordine internazionale post-1945: il divieto di acquisizione territoriale tramite coercizione. L’Iraq non può prendersi il Kuwait, la Russia non può avere l’Ucraina, il Canada non diventa il 51° Stato. E, allo stesso modo, gli Stati Uniti non possono costringere la Groenlandia a entrare nella propria orbita sovrana. Il mondo in cui la conquista è la norma, avverte, è il mondo della legge della giungla.

Infine, l’ultima ipotesi: tutto questo non sarebbe reale, ma semplice trolling politico nei confronti di alleati europei eccessivamente nervosi. Anche questa lettura viene respinta. Anche se fosse solo provocazione, resta una distrazione significativa dai dossier che dovrebbero occupare il centro dell’agenda transatlantica: Russia, Ucraina, Iran, Cina. E soprattutto mina un bene strategico fondamentale: la fiducia degli alleati nella parola e nelle intenzioni americane.

Fontaine torna così al punto di partenza. Molte questioni di politica estera sono difficili. La Groenlandia non lo è. È diventata tale solo perché è stata trasformata artificialmente in una crisi. E, conclude, prima questa crisi costruita svanisce, meglio è per tutti.

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Perche l’accordo sui semiconduttori Usa-Taipei non è solo commercio

Gli Stati Uniti hanno dichiarato di aver accettato di ridurre al 15% i dazi doganali sui beni provenienti da Taiwan, in cambio di centinaia di miliardi di dollari di investimenti volti a incrementare la produzione nazionale di semiconduttori. Il dipartimento del Commercio ha fatto sapere giovedì che le aziende di semiconduttori e tecnologia dell’isola si sono impegnate in “nuovi investimenti diretti” per un valore monstre di almeno 250 miliardi di dollari, accompagnati da altri 250 miliardi in garanzie di credito. L’accordo prevede anche esenzioni dai dazi doganali per le aziende di semiconduttori taiwanesi che investono negli Stati Uniti.

L’incremento della produzione statunitense di chip semiconduttori, presenti in dispositivi che vanno dalle automobili agli smartphone, è una priorità per gli Stati Uniti, poiché le carenze durante la pandemia di Covid-19 hanno esposto i rischi della catena di approvvigionamento.

Il deal commerciale raggiunto questa settimana offre una fotografia nitida delle priorità strategiche di Washington nel 2026: l’economia prima della geopolitica, la sicurezza industriale come linguaggio indiretto della deterrenza. Il quadro include la creazione di poli industriali negli Stati Uniti, nuove regole tariffarie — con un tetto del 15% su componenti auto, legname e derivati del legno taiwanesi — e l’azzeramento dei dazi reciproci su una selezione di beni strategici, dai farmaci ai componenti aeronautici.

Il cuore dell’accordo riguarda i semiconduttori, con Taiwan Semiconductor Manufacturing Company — l’azienda leader globale dei chip — che diventa sempre uno dei nodi cruciali dell’economia globale, come dimostra il recente innalzamento del 5% del target price annunciato ds Morgan Stanley. Le future tariffe statunitensi premieranno le aziende taiwanesi che costruiranno capacità produttiva sul suolo americano, consentendo importazioni duty-free direttamente collegate a nuovi impianti negli Stati Uniti. Durante la fase di costruzione, le imprese potranno importare fino a 2,5 volte la capacità pianificata senza pagare dazi; una volta completati i progetti, resterà possibile importare fino a 1,5 volte la nuova produzione domestica senza tariffe. Una cornice che consolida e amplia investimenti già avviati, come quelli di Tsmc in Arizona, e che punta esplicitamente a invertire un trend storico: la quota americana della produzione globale di chip è scesa dal 37% nel 1990 a meno del 10% nel 2024.

Economia come stabilizzatore (e come messaggio)

Sul piano politico, l’intesa riflette fedelmente l’impostazione dell’amministrazione di Donald Trump nel 2026. Washington è concentrata sul riequilibrio commerciale e sulla sicurezza delle supply chain critiche, considerate ormai una componente della sicurezza nazionale. La visita di Stato di Trump a Pechino prevista per aprile e l’enfasi su accordi “America First” suggeriscono una strategia di de-escalation selettiva: evitare frizioni inutili su Taiwan che possano compromettere i negoziati economici con la Cina, senza però rinunciare a rafforzare — in modo meno visibile — i legami strutturali con Taipei.

In questo senso, il deal sui semiconduttori funziona come strumento di ambiguità strategica aggiornata. Non modifica formalmente la politica americana su Taiwan, ma consolida un’interdipendenza industriale che rafforza il valore strategico dell’isola per gli Stati Uniti e, allo stesso tempo, riduce la vulnerabilità americana a shock esterni.

La lettura di Pechino

Per Pechino, Taiwan resta un “core interest”. La pressione militare — incursioni nell’ADIZ, attività navali e grandi esercitazioni — è destinata a proseguire finché il costo internazionale resterà contenuto. Le manovre “Justice Mission 2025” di fine dicembre, con la simulazione di un blocco dei principali porti taiwanesi, hanno mostrato una capacità crescente di controllo dello spazio marittimo e aereo attorno all’isola. In parallelo, la leadership cinese continua a lavorare sul piano politico e narrativo, normalizzando l’idea di una riunificazione inevitabile e cercando impegni più espliciti — o quantomeno silenzi — da parte degli Stati Uniti e degli alleati regionali.

Da questa prospettiva, l’accordo commerciale non è visto come una provocazione diretta, ma parte di un approccio incrementale americano: rafforzare Taiwan senza trasformarla nel fulcro di uno scontro aperto che potrebbe ricompattare l’opposizione internazionale contro la Cina.

Il doppio binario americano

La cautela politica non equivale a disimpegno. Sul piano militare, Washington continua a rafforzare le capacità difensive taiwanesi. A dicembre, gli Stati Uniti hanno annunciato un nuovo pacchetto di vendite militari da 11 miliardi di dollari, portando il totale sotto l’amministrazione Trump a quasi 34 miliardi. Il Pentagono, nel suo ultimo rapporto sulla Cina, sottolinea che l’Esercito Popolare di Liberazione — il People’s Liberation Army — sta avanzando verso gli obiettivi fissati dal Partito per il 2027, inclusa la capacità di ottenere una “vittoria decisiva” su Taiwan e di controbilanciare gli Stati Uniti nei domini strategici. Attenzione: non significa che è partito il contro alla rovescia per il momento in cui Xi Jinping ordinerà un’invasione, ma il 2027 è la data in cui il leader cinese vuole aver raggiunto la prontezza operativa (implicito riconoscimento di non averla attualmente).

Qui emerge il paradosso: meno retorica politica, più sostanza strutturale. L’amministrazione Trump evita dichiarazioni che possano essere lette come un endorsement dell’indipendenza taiwanese, ma continua a investire nella deterrenza e nell’integrazione economica.

Il nodo Taipei

Per Taiwan, il messaggio è ambivalente. L’accordo commerciale rafforza indubbiamente l’indispensabile legame con Washington e amplia lo spazio di cooperazione in settori chiave — semiconduttori, AI, difesa, telecomunicazioni, biotecnologie — ma conferma anche che Taipei non può basarsi esclusivamente sulle priorità americane, soprattutto quando queste sono dominate dal commercio.

Da qui la pressione crescente perché l’isola rafforzi il consenso interno su spesa per la difesa, capacità asimmetriche, riserve e resilienza civile. Un’agenda che trova sostegno a Washington (e a Tokyo), ma che richiede leadership politica per superare divisioni interne ancora marcate.

In sintesi

L’intesa sui semiconduttori diventa quindi un  segnale con un messaggio strategico calibrato: gli Stati Uniti scelgono di competere con la Cina sul terreno economico-industriale, riducendo la dipendenza critica e rafforzando Taiwan senza alzare il livello dello scontro politico. Per Pechino, è un promemoria che la pressione militare non ferma l’integrazione strutturale tra Washington e Taipei. Per Taiwan, è un’opportunità — e un avvertimento — su quanto conti, oggi più che mai, la capacità di reggersi anche sulle proprie forze.

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Minerali, energia, corridoio. La missione della viceministra Gava a Riad

La missione a Riad della viceministra dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Vannia Gava conferma la traiettoria seguita dall’Italia sui dossier aperti con il Golfo. A margine del Future Minerals Forum, Gava ha incontrato i parigrado sauditi dell’Energia, Mohammed Alibrahim e Nasser Al-Qahtani, rafforzando un dialogo centrato su sicurezza delle forniture, diversificazione e sviluppo di nuovi corridoi energetici.

Il confronto ha toccato dossier concreti: elettrodotti, idrogeno, ammoniaca e, soprattutto, il ruolo dei corridoi come architrave della cooperazione bilaterale. In questo quadro rientrano sia l’Imec sia il porto di Trieste, indicati da Gava alle controparti saudite come possibile punto di approdo europeo delle nuove direttrici energetiche e logistiche. Un’impostazione che riflette la lettura italiana della trasformazione geoeconomica in atto: una questione di resilienza strategica prima ancora che di sostenibilità.

La visita di Gava si inserisce in una relazione Italia–Arabia Saudita ormai strutturata. Il passaggio a Riad del ministro degli Esteri Antonio Tajani, due mesi fa, e l’intesa politica promossa sotto la guida della presidente del Consiglio Giorgia Meloni lo scorso anno, hanno consolidato un partenariato che guarda a esattamente a quei temi: energia, infrastrutture e industria, insieme a sicurezza di un areale geostrategico condiviso, come elementi di una stessa strategia. Per Roma, Riad rappresenta un nodo centrale nei collegamenti tra Europa, Medio Oriente e Asia, in una fase di riorganizzazione delle catene globali del valore. E viceversa. Una relazione fondamentale in un momento in cui l’Ue cerca di strutturare il dialogo con la Regione del Golfo.

Il contesto del Future Minerals Forum (FMF) rafforza questa lettura. Inaugurata dal ministro saudita dell’Industria e delle Risorse minerarie, Bandar bin Ibrahim Al-Khorayef, la quinta edizione del Forum ha segnato un ulteriore salto di qualità: da piattaforma di confronto a spazio orientato alla definizione di politiche, investimenti e strumenti operativi lungo l’intera catena del valore dei minerali. Il tema scelto, “Dawn of a Global Cause”, si lega direttamente alla volontà di fare del settore minerario uno dei pilastri della Vision 2030. La struttura del FMF 2026 — tavole rotonde ministeriali, workshop operativi, il lancio del Future Minerals Framework e del Future Minerals Barometer — rispecchia un approccio pragmatico, focalizzato sull’esecuzione. È lo stesso approccio che emerge dai colloqui condotti da Gava: corridoi, infrastrutture e tecnologie diventano strumenti per tradurre la transizione energetica in capacità industriale e sicurezza strategica.

Un ulteriore punto di convergenza italo-saudita emerso durante il forum riguarda l’Africa. Nel corso degli incontri, pubblici o riservati, è stato ribadito il ruolo centrale del continente nella transizione energetica globale, sia in termini di risorse minerarie sia di sviluppo delle filiere. La partecipazione di numerosi Paesi africani, dalla Nigeria alla Repubblica Democratica del Congo fino al Sudafrica, riflette questa priorità saudita. Per l’Italia, significa che la visione del regno può dialogare direttamente con il Piano Mattei, che punta a costruire anche partenariati energetici e industriali più equilibrati e di lungo periodo con l’Africa.

È in questo incrocio che la missione di Gava trova la sua coerenza strategica definitiva. I progetti energetici con l’Arabia Saudita, la centralità dei corridoi (su tutti Imec), l’attenzione ai minerali critici e il focus sull’Africa convergono in una stessa direzione: rafforzare il ruolo di Roma come piattaforma di connessione tra Europa, Medio Oriente e Sud del Mondo. Il passaggio a Riad conferma quindi una linea già tracciata, che mira a legare transizione energetica, politica industriale e proiezione geopolitica in un’unica architettura operativa.

(Foto: Future Minerals Forum 2026)

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Gli europei temono Trump e guardano alla Cina. Sondaggio Ecfr

L’Europa appare più distante dagli Stati Uniti, meno fiduciosa nel futuro e sempre più consapevole di trovarsi in un mondo che non è più a guida occidentale. La leadership americana è percepita come meno affidabile, l’ascesa della Cina come inevitabile e l’Unione europea come strategicamente fragile, chiamata a farsi carico in prima persona della propria sicurezza. È questo il quadro che emerge dall’ultimo grande sondaggio di opinione pubblica globale dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr), che fotografa un’Europa più pessimista ma anche più orientata al riarmo e all’autonomia strategica.

I risultati sono contenuti nel report “How Trump is making China great again—and what it means for Europe”, basato su un’indagine condotta nel novembre 2025, a un anno dalla rielezione di Donald Trump. Il sondaggio ha coinvolto 25.949 intervistati in 21 Paesi, tra cui Stati Uniti, Cina, Russia, India, Turchia, Brasile, Sudafrica, Corea del Sud e 13 Stati membri dell’Unione europea, ed è stato realizzato in collaborazione con l’iniziativa Europe in a Changing World dell’Università di Oxford.

In Italia, l’indagine è stata condotta su 1.501 intervistati tra il 5 e il 19 novembre 2025, nell’ambito del campione europeo.

Perché è rilevante

In tutta l’Unione europea — inclusi Paesi come l’Italia — l’opinione pubblica si sta adattando a una realtà in cui la leadership americana è percepita come meno affidabile, l’ascesa della Cina appare inevitabile e l’Europa è costretta a confrontarsi con la propria fragilità strategica. Queste percezioni influenzano direttamente i dibattiti interni su spesa per la difesa, autonomia strategica e ruolo globale dell’Europa.

L’ascesa della Cina appare inevitabile — e in gran parte non minacciosa

Nelle principali potenze medie, gli intervistati prevedono che l’influenza globale della Cina, già significativa, continuerà a crescere nel prossimo decennio. Questa convinzione è particolarmente diffusa in Sudafrica (83%), Brasile (72%) e Turchia (63%).

All’interno dell’Ue, la maggioranza ritiene che nei prossimi dieci anni la Cina diventerà leader mondiale nella produzione di veicoli elettrici e nelle tecnologie per le energie rinnovabili, una percezione che si è rafforzata rispetto a due anni fa.

In diversi Paesi, Pechino è ampiamente vista come un partner necessario o un alleato: Sudafrica (85%), Russia (86%) e Brasile (73%). Pur riconoscendo il crescente peso geopolitico della Cina e la sua leadership nei settori più innovativi, pochi sembrano temere questa traiettoria.

Solo in Ucraina (55%) e in Corea del Sud (51%) la maggioranza degli intervistati considera la Cina un rivale o un avversario. Altrove, le aspettative indicano un rafforzamento delle relazioni con Pechino, in particolare in Sudafrica (71%), Brasile (52%), Russia (46%) e Turchia (46%).

Gli Stati Uniti restano influenti — ma il loro appeal è in calo

La maggior parte degli intervistati non si aspetta che gli Stati Uniti scompaiano come potenza globale. Washington è ancora ampiamente considerata influente e destinata a mantenere un ruolo rilevante.

Tuttavia, in Cina (34%), nell’Ue (37%), in Ucraina (32%) e persino negli Stati Uniti stessi (43%), non esiste una maggioranza che preveda un’ulteriore crescita dell’influenza americana nel prossimo decennio.

Circa un intervistato su quattro in Cina, Russia, Ucraina e Stati Uniti prevede un declino dell’influenza globale americana. Nell’Ue, il cambiamento è particolarmente netto: solo il 16% dei cittadini europei considera oggi gli Stati Uniti un alleato, mentre il 20% li vede come un rivale o un nemico.

Altrove, la percezione dell’America non crolla improvvisamente, ma si deteriora in modo costante. Con il miglioramento delle opinioni sulla Cina, gli Stati Uniti hanno perso terreno come alleato preferito in quasi tutti i Paesi analizzati. L’India rappresenta un’eccezione parziale, con quote simili di intervistati che considerano alleati sia gli Stati Uniti (54%) sia la Russia (46%).

La rielezione di Trump ispira meno fiducia rispetto al passato

Nella maggior parte dei Paesi, le aspettative nei confronti di Trump si sono ridimensionate. Rispetto a un anno fa, sono meno numerose le persone che ritengono la sua rielezione positiva per i cittadini americani, per i propri Paesi o per la pace globale.

In India, ad esempio, la percentuale di intervistati che considerava la vittoria di Trump positiva per il proprio Paese è scesa bruscamente dall’84% alla fine del 2024 al 53%. In diversi contesti nazionali, il sentimento è passato da un consenso ampio a una critica marcata.

Allo stesso tempo, minoranze significative in India (63%), Turchia (50%), Cina (46%) e Ucraina (43%) concordano sul fatto che Trump abbia comunque difeso con successo gli interessi americani sulla scena internazionale.

L’Europa è sempre più vista come antagonista — o come ancora

Con il mutare degli equilibri di potere globali, anche la percezione dell’Europa sta cambiando, talvolta in modo netto. Il cambiamento più radicale si registra in Russia, dove la maggioranza degli intervistati considera ora l’Europa un avversario (51%), in aumento rispetto al 42% dell’anno precedente.

Parallelamente, la percezione russa degli Stati Uniti si è ammorbidita, mentre l’amministrazione Trump ha cercato di ristabilire relazioni più distese con Vladimir Putin. Solo il 37% dei russi considera oggi gli Stati Uniti un avversario, in calo rispetto al 48% dello scorso anno e al 64% di due anni fa.

La dinamica opposta è visibile in Ucraina. Gli ucraini che un tempo vedevano Washington come principale alleato guardano ora soprattutto all’Europa. Quasi due terzi (62%) si aspettano un rafforzamento delle relazioni con l’Ue, contro il 37% che dice lo stesso degli Stati Uniti. Mentre il 39% considera l’Ue un alleato, solo il 18% attribuisce questa qualifica agli Usa.

La percezione di Washington come alleato è diminuita sensibilmente nell’ultimo anno, mentre quella dell’Ue è rimasta relativamente stabile.

La Cina vede ora l’Europa come un polo distinto

Anche in Cina la percezione dell’Europa è in evoluzione. Alla domanda se le politiche dell’Ue verso Pechino siano simili a quelle degli Stati Uniti, la maggioranza degli intervistati cinesi (55%) risponde oggi che sono diverse, mentre negli anni precedenti prevaleva l’opinione opposta.

Questa distinzione è rilevante: mentre il 61% dei cinesi considera gli Stati Uniti una minaccia, solo il 19% dice lo stesso dell’Ue. Ciò non indica disinteresse verso l’Europa. Al contrario, la Cina è uno dei pochi Paesi in cui la maggioranza (59%) considera l’Ue una grande potenza.

L’Europa è sempre più vista come un partner (46%), mentre gli Stati Uniti sono percepiti principalmente come un rivale (45%). Nella percezione pubblica cinese, l’Europa emerge come un polo autonomo in un mondo realmente multipolare, non più dominato dall’America.

La percezione americana dell’Europa resta sostanzialmente stabile

Nonostante la retorica di Trump, l’opinione pubblica americana sull’Europa non ha subito cambiamenti radicali. La visione prevalente negli Stati Uniti (40%) continua a considerare l’UE un alleato.

Quasi la metà degli americani (49%) concorda con l’affermazione secondo cui “la sicurezza europea è anche sicurezza americana”, mentre solo il 29% è in disaccordo. Più della metà (54%) considera la guerra della Russia contro l’Ucraina una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti.

Europei pessimisti — e sempre più attenti alla sicurezza

Gli europei si distinguono a livello globale per il loro pessimismo sul futuro. Quasi la metà dubita che gli anni a venire porteranno benefici ai propri Paesi (49%) o al mondo nel suo complesso (51%).

Una pluralità di cittadini dell’Ue (46%) non ritiene che l’Unione sia sufficientemente forte da negoziare alla pari con Stati Uniti o Cina, una quota in aumento rispetto al 42% del 2024. La retorica ostile verso l’Europa da parte di Trump e Putin può aver contribuito a questa percezione, soprattutto quando viene ripresa da partiti populisti e nazionalisti nel continente.

Allo stesso tempo, gli europei esprimono forti preoccupazioni sul piano della sicurezza: il timore di un’aggressione russa (40%), di una grande guerra europea (55%) e dell’uso di armi nucleari (57%). Queste ansie si riflettono nelle preferenze politiche, con un ampio sostegno all’aumento della spesa per la difesa (52%), alla reintroduzione della coscrizione obbligatoria (45%) e persino allo sviluppo di una deterrenza nucleare europea (47%).

Cosa dicono gli autori

Per Ivan Krastev, presidente del Centre for Liberal Strategies, “la divisione dell’Occidente si avverte in modo più acuto in Europa e in ciò che gli altri pensano dell’Europa. Per i decisori politici europei, la sfida ora è come vivere in un mondo veramente multipolare, che molti europei hanno a lungo immaginato, ma che ora cominciano a temere”.

Secondo Mark Leonard, direttore di Ecfr, “questo sondaggio mostra come il mondo pensi che l’Occidente sia morto. Gli europei non vedono più l’America come un alleato”. “Gli ucraini – continua – ora guardano a Bruxelles piuttosto che a Washington per ottenere sostegno e i russi vedono l’Europa, e non l’America, come il loro più grande nemico”. E in definitiva: “La campagna di Trump per mettere l’America al primo posto l’ha resa meno popolare tra gli alleati e ha contribuito a mettere la Cina in pole position”.

Timothy Garton Ash, storico, spiega che “gli europei stanno finalmente aprendo gli occhi sulla dura realtà di un mondo post-occidentale. Rendendosi conto di non poter più contare sugli Stati Uniti per la loro sicurezza, sulla Cina per la loro prosperità o sulla Russia per le loro forniture energetiche, si chiedono — e dubitano — se possano contare su se stessi”.

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