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Terre rare, chi tifa per dividere Usa e Ue?

Un altro motivo per cui l’Ue deve accelerare su materie prime e terre rare è che a Cina non si ferma nel suo progetto di restare monopolista mondiale. Infatti il gigante dell’acciaio Baowu riceve per la prima volta minerale di ferro dalla Guinea, tramite una spedizione dalla miniera di Simandou: un fatto che segna un passo strategico per la sicurezza energetica della Cina, ma che al contempo testimonia (una volta di più) tutta la difficoltà del vecchio continente di farsi autonomo quanto ad approvvigionamento. Anche in questo senso vanno lette le relazioni del governo Meloni in aree altamente strategiche come Corea del Sud e Taiwan, “dense” di materie prime e elementi come i semiconduttori che sono vitali per le imprese italiane.

Il più grande investimento minerario realizzato in Africa riguarda il progetto realizzato in collaborazione tra il governo guineano e il consorzio Winning Consortium Simandou, Baowu, Chinalco e Rio Tinto. Si tratta di 600 chilometri di ferrovia transguineana e nuove infrastrutture portuali che consentiranno di esportare fino a 120 milioni di tonnellate di ferro all’anno. Ma al di là del singolo progetto in questione spicca il dato, generale e geopolitico, dato dalla forte volontà di Pechino di restare in cima alla classifica mondiale: i diciassette metalli che compongono le terre rare sono di fatto nelle mani di Pechino, ovvero i lantanidi e lo scandio che possono essere utilizzati in vari ambiti industriali, tutti strategici per le economie mondiali.

Il ritardo accumulato dall’Ue, sommato ad una regolamentazione asimmetrica, è un dato oggettivo su cui si stanno concentrando le iniziative di alcuni governi come quello di Roma che hanno compreso come tale gap sia deleterio per il futuro stesso della sopravvivenza di interi comparti industriali. Non bisogna dimenticare, infatti, che un caccia F-35 contiene centinaia di chili di terre rare e al contempo missili, radar, satelliti e sistemi di comunicazione sono fatti con leghe ad hoc derivate dalle terre rare, di cui la Cina detiene l’80% delle miniere mondiali. La Cina a partire dagli anni ’80 ha avviato quella che è stata ribattezzata la “dittatura monopartitica” sull’investimento nell’estrazione e nella capacità di lavorazione. E il vantaggio cinese nel settore non è dato esclusivamente dalla dotazione di risorse, ma dalla sua capacità di integrare estrazione, lavorazione e produzione su larga scala.

Al momento altri giacimenti significativi esistono negli Stati Uniti, in Australia, in Brasile, in India e anche nell’Artico. Per cui gli Stati Uniti e i suoi alleati lavorano per stemperare il predominio di Pechino che, di fatto, stringe la morsa cinese sulle terre rare: la prima iniziativa messa in campo è quella di accelerare i progetti sulle terre rare e diversificare la loro fornitura in risposta alle restrizioni alle esportazioni della Cina. Ma non è facile, anche perché tra gli alleati degli Usa non mancano Paesi molto contigui al regime cinese.

Pochi giorni fa a Washington si è tenuto un vertice con i ministri delle finanze del G7 e altri alleati, tra cui Australia, India, Corea del Sud e Ue, per affrontare le vulnerabilità nella catena di approvvigionamento delle terre rare. Un altro momento in cui assumere la consapevolezza che, al di là delle singole mosse della Casa Bianca su dazi, Artico e Iran, serve una maggiore unità di intenti anche da parte dell’Ue che deve capire la difficoltà geopolitica del momento. Cavalli di troia in questa fase sarebbero non solo pericolosi, ma un cappio al collo del vecchio continente.

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Meloni a Seoul, tra geopolitica, semiconduttori e made in Italy

Prima la visita di Giorgia Meloni al cimitero di Seul che onora i soldati caduti per la Nazione, in particolare durante la Guerra di Corea. Poi un punto stampa sul tema della Groenlandia e quindi l’incontro con le imprese italiane, in attesa del bilaterale con il presidente Lee Jae Myung. Dopo 19 anni un premier italiano torna a Seoul, a dimostrazione di una spiccata attenzione verso l’Indopacifico, per una serie di ragioni geopolitiche, economiche, commerciali (e anche personali).

Non è una novità il fatto che Giappone e Corea del Sud nelle logiche di Palazzo Chigi siano visti come due attori non solo affidabili, ma con cui rafforzare il livello delle relazioni di medio-lungo periodo. Si tratta ovviamente di un fazzoletto di mondo gravido di sfide e opportunità: accanto al macro tema geopolitica rappresentato dalle mire cinesi su Taiwan, spicca il link tra Mare Cinese e Mediterraneo e la questione delle terre rare accanto a chip e semiconduttori. Un paniere di temi altamente strategici che il capo del governo intende affrontare di petto, a maggior ragione dopo l’uscita dell’Italia dalla Via della Seta, senza dimenticare un elemento di supporto oggettivo: le società giapponesi e sudcoreane presentano numerose affinità con l’Italia sotto molteplici punti di vista (economici, commerciali e demografici), oltre a condividere i medesimi valori.

LO SHOWROOM HIGH STREET ITALIA

Il made in Italy a quelle latitudini è particolarmente apprezzato, ciò si trasforma in potenziali nuove opportunità legate al nostro export che può contare su questo valore aggiunto rispetto alla produzione di altri paesi. Le filiere interessate sono la moda, la pelletteria, il calzaturiero, il settore alimentare e vitivinicolo, senza dimenticare l’interior design. A proposito di prodotti e fiere, a Seoul nel 2019 ha visto la luce l’High Street Italia, uno showroom di quattro piani aperto in una delle zone più frequentate dello shopping della capitale, nella Garosu-gil, che rappresenta una vetrina per le aziende italiane che qui possono presentare la vasta gamma dei propri prodotti al mercato coreano. Realizzato dall’ICE col supporto del Ministero dello Sviluppo Economico e in collaborazione con l’ambasciata d’Italia, l’iniziativa rientra nel piano più generale della promozione straordinaria del Made in Italy nella Corea del Sud, che include anche della diffusione di cultura e lifestyle italiani

Le relazioni tra Roma e Seoul sono iniziate nel 1884 e hanno visto da poco il 140° anniversario, celebrato con un Anno dello Scambio Culturale. A tal fine infatti lo scorso 26 giugno l’ambasciata in Italia della Corea del Sud ha illuminato il Colosseo per celebrare le relazioni diplomatiche con Italia.

IL RUOLO DELLA COREA DEL SUD

Oltre a essere un player mondiale nel campo dell’innovazione tecnologica, la Corea è famosa in tutto il mondo anche per la cultura popolare legata a videogiochi, gruppi musicali e film. Settori spesso sottovalutati ma che possono contribuire, in nome della soft diplomacy, a rafforzare intese e cooperazioni. Cultura, conoscenza e qualità sono i tratti in comune tra i due paesi. La Corea del Sud incamera l’1% dell’export italiano per un valore di oltre 5 miliardi di euro, è il terzo mercato in Asia.

Corea del Sud fa rima con semiconduttori, per questa ragione il governo pensa di fare un ulteriore passo in avanti con la costruzione di una fonderia da 3 miliardi di dollari per incrementare la produzione e quindi confermare la propria posizione di leader globale nel settore dei chip grazie a marchi come Samsung Electronics e SK Hynix.

(Foto: Governo.it)

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Solo senza escalation si giunge a un’intesa sulla Groenlandia. L’invito di Meloni

Pragmatismo è, anche o soprattutto, capire i tempi della politica e delle crisi in atto. Quando Giorgia Meloni da Seoul dice che solo senza escalation si va (tutti) a dama in Groenlandia, chiede in primis di abbassare i toni, avviare una discussione “tra di noi” e usare il “luogo” della Nato al fine di lavorare insieme per rispondere a una preoccupazione che “ci coinvolge tutti”. Ovvero che attori ostili possano avere la meglio su un interesse comune.

In questo senso va letta, secondo la presidente del Consiglio, la volontà di alcuni Paesi europei di essere parte attiva all’interno di un progetto che miri ad una maggiore sicurezza in Artico, anche con l’invio di truppe. Inoltre dice chiaramente ciò che pensa sui dazi (“un errore”). Ma su questo secondo elemento secondo Meloni c’è stato un problema di comprensione e di comunicazione. Per cui il primo messaggio che giunge dalla Corea del Sud è fermare tutte quelle azioni che potrebbero innescare un quadro di altissima tensione e, piuttosto, avviare un dialogo costruttivo per meglio comprendere i parametri di analisi e di azioni. Il tutto tenendo ben presente un passaggio che, secondo Meloni, è nevralgico: da parte americana c’è la preoccupazione per l’eccessiva ingerenza esterna su una zona strategica e, al contempo, da parte europea vi è la volontà di contribuire ad affrontare questo problema. Per cui, è il sunto dell’analisi, si può e si deve trovare un punto di incontro tra Ue e Usa.

Un problema che investe, gioco forza, i destini europei per una serie di ragioni geopolitiche come emerso due giorni fa dalla presentazione da parte del governo di Roma del corposo documento programmatico sull’Artico, che vuole definire un percorso progettuale tramite il rafforzamento dell’impegno italiano nella regione. Sull’ipotesi di una possibile partecipazione militare italiana come segnale di unità con gli europei alla missione nell’isola Meloni fuga ogni dubbio: “Ora è prematuro parlarne perché sto lavorando per cercare di abbassare la tensione e di tornare al dialogo”.

Per questa ragione la premier ha parlato al telefono con Donald Trump (“al quale ho detto quello che penso”) e ho con il segretario generale della Nato (“che mi conferma un lavoro che l’Alleanza Atlantica sta iniziando a fare da questo punto di vista”). Ma non finisce qui, dal momento che ci sarà anche un contatto tra leader europei in occasione di una riunione a livello di Coreper dell’Unione europea. C’è anche spazio per una precisazione a uso interno quando Meloni spiega per l’ennesima volta che non c’è un problema politico con la Lega sui nuovi dazi annunciati da Trump contro i Paesi che hanno inviato truppe in Groenlandia.

Meloni cita la postura del premier finlandese, Alexander Stubb, che ha specificato come tra alleati serva dialogo e non pressioni. Il riferimento è alla necessità di un’azione coordinata dagli alleati al fine di ribadire “i principi dell’integrità territoriale e della sovranità”. La costante del ragionamento di Meloni tocca un caposaldo della strategia euro-atlantica, ovvero il ruolo della Nato: è solo quello “il luogo nel quale noi dobbiamo cercare di organizzare insieme strumenti di deterrenza verso ingerenze che possono essere ostili”. Il fatto che la Nato abbia cominciato a lavorare in tale direzione è certamente una buona notizia.

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Catene più corte, così Meloni e Takaichi uniscono Mediterraneo e Indopacifico. Parla Checchia

Il lungo viaggio di Giorgia Meloni in Oman, Giappone e Corea del Sud è un tentativo, ben costruito e determinato, di ancorare l’Italia globale a reti geopolitiche e a reti economiche affidabili. Questo a tutto beneficio del sistema Paese. Lo dice a Formiche.net Gabriele Checchia, esperto diplomatico, già ambasciatore in Libano, presso la Nato, vicedirettore dell’Unità Russia e Paesi dell’area ex-sovietica alla Direzione Generale Affari Politici e Consigliere Diplomatico di vari ministri, che identifica un preciso filo conduttore dell’azione della premier tra Muscat, Tokyo e Seul: ovvero voler diversificare le partnership e rafforzare il ruolo italiano come principale collegamento tra Europa, Golfo e Asia. Roma mostra la volontà di tenere insieme i singoli teatri perché le catene si sono accorciate: Indopacifico, Mediterraneo e Italia sono contigue.

Politica, geopolitica e relazioni commerciali: tra Oman, Giappone e Corea del Sud quale il bilancio della missione di Giorgia Meloni?

Direi che è un bilancio positivo per una serie di motivi. Il primo è che si tratta di una missione che si è collocata nell’ambito di una riflessione geopolitica da parte della presidente del Consiglio, del nostro governo e del ministro degli Esteri. Cioè non una missione di cosmetica o di puro cerimoniale, ma una missione che riflette un mondo in rapida evoluzione, nel quale l’instabilità e l’ interconnessione tra i mercati e le aree geografiche è diventata centrale. Per esempio, la tappa in Oman è una testimonianza del fatto che l’instabilità del Medio Oriente (e l’Oman è un partner affidabile in quella regione del mondo) ha implicazioni dirette per il transito navale per i flussi di energia.

Lo stesso dicasi per la tappa in Giappone e Corea?

Sì, poiché sappiamo quanto conta l’Indopacifico per l’approvvigionamento europeo ma anche per le tensioni intorno a Taiwan. Non è un caso che la presidente Meloni e il primo ministro giapponese ne abbiano posto l’accento ripetutamente anche nel loro editoriale sul Corriere della Sera e sul quotidiano giapponese Nikkei: ovvero la necessità di un Indopacifico aperto e libero nonché direi sulla connessione tra l’Indopacifico e il Mediterraneo allargato. Mi sembrano tutti segnali della consapevolezza di una crescente interdipendenza tra le varie aree geografiche e del fatto che Italia e Giappone sono due paesi legati all’Occidente, ma sempre con una politica estera responsabile e attenta agli equilibri complessivi. Questo consentirebbe anche di rafforzare la sicurezza economica di entrambi.

Perché il fronte asiatico e dell’Indopacifico è così strategico per l’Italia?

Cito un virgolettato nella parte finale di quell’editoriale a firma congiunta che lo spiega. Un elemento distintivo di questa visione comune tra Italia e Giappone è la volontà di impegnarsi attraverso il Mediterraneo allargato e l’Indopacifico, spazi geografici centrali negli equilibri globali. In questa visione condivisa, la sicurezza economica assume importanza sempre maggiore e ovviamente quando si parla di sicurezza economica si parla di sicurezza delle catene di valore, della certezza che non verranno messe a rischio e della necessità di fare tutto quanto possibile perché queste catene di valore siano regolari e prevedibili. Direi che questa è una dimensione molto importante del viaggio.

La dimensione geopolitica globale, dunque, oltre a quella bilaterale?

Esatto, quella che ci offre l’icona di una Italia sempre più globale. Il rapporto tra Italia e Giappone è antico, non è un caso che la missione della presidente Meloni sia stata anche celebrativa del 160º anniversario dello stabilimento delle relazioni diplomatiche tra due Paesi, lontani geograficamente ma come rilevato da Meloni molto vicini sotto tanti profili a cominciare dall’essere ambedue eredi di una grande cultura.

Tale ragionamento di visione condivisa e globale porta anche all’Africa?

Lì la strategia italiana del Piano Mattei e l’esperienza giapponese condividono molti punti in comune ovviamente con riferimento all’Africa. Penso alla cooperazione paritaria e vantaggiosa per tutti, fondata su soluzioni condivise e investimenti capaci di generare prosperità sul lungo periodo. La terza dimensione della missione, quella legata alla volontà del nostro Presidente del Consiglio, punta sulla crescita del flusso di investimenti nelle due direzioni. Se noi pensiamo al numero impressionante di imprese giapponesi attive sul mercato italiano e di imprese italiane attive sul mercato giapponese, con 8000 dipendenti, un fatturato da almeno 3 miliardi di euro, ci rendiamo conto di quale sia la posta in gioco.

In comune tra Meloni e Takaichi c’è anche (o soprattutto) una impostazione valoriale di chiara matrice occidentale. Come potrà riflettersi sui dossier maggiormente delicati?

La visione geopolitica condivisa è quella al servizio di interessi nazionali, come è giusto che sia, ma anche di una visione comune dell’Occidente confrontato a sfide importanti come quella russa e quella cinese. Non è un caso che la difesa della libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale, a fronte dei tentativi di Pechino di ostacolare traffici regolari con le sue ripetute manovre minacciose intorno a Taiwan, sia stata al centro dei colloqui. Quindi il viaggio è stato all’insegna della visione geopolitica, ma anche del pragmatismo, quello che ha posto in essere Giorgia Meloni come fattore di equilibrio nello scacchiere mediorientale, tra l’altro vicino a un nodo commerciale decisivo e delicatissimo come lo Stretto di Hormuz, oltre che vicino a importanti giacimenti energetici. In questo senso i colloqui molto buoni che ha avuto la presidente Meloni col sultano dell’Oman confortano la sua scelta di rivolgere questa attenzione speciale all’area del Golfo.

Si tende così a ridurre la vulnerabilità del sistema Italia a fronte degli scossoni diretti all’ economia mondiale sottoposta a varie crisi?

Diversificare le partnership e rafforzare il ruolo dell’Italia globale come principale collegamento tra l’Europa, il Golfo e l’Asia è il centro dell’azione del governo e di viaggi come questo, che mi pare il più rilevante in assoluto dall’inizio dell’esperienza di governo. Meloni ha compiuto tale missione stabilendo anche un rapporto personale con la sua omologa giapponese e per questo ha avuto un forte riscontro di apprezzamento a livello di opinione pubblica in Giappone. Aggiungerei l’aspetto delle alte tecnologie, su cui Corea del Sud e Giappone sono in prima fascia per quanto riguarda la produzione di semiconduttori di alto livello dopo Taiwan. Quindi anche sotto questo profilo sono sicuro che i colloqui avranno portato risultati importanti nella prospettiva di collaborazioni industriali. Si tratta quindi di tentativo, ben costruito e determinato, di ancorare l’Italia a reti geopolitiche e a reti economiche affidabili. Questo a tutto beneficio del nostro sistema Paese ma c’è stata anche, mi sembra, una dimensione valoriale perché nell’editoriale a firma congiunta si fa riferimento alla comune preoccupazione per un calo della natalità in Europa e in Giappone e alla volontà comune di aiutare le famiglie.

Altro elemento in evidenza, quello della diversificazione dei mercati in un momento in cui i dazi impattano sul libero commercio. Quali i vantaggi?

Credo che questa missione rifletta anche la volontà del governo italiano, proprio in questo particolare momento, di aprirsi nuovi mercati. Basti pensare a quello che abbiamo fatto dando l’approvazione al varo del Mercosur, ma anche il Piano Mattei per l’Africa rientra in questa volontà di aprirsi a nuovi mercati. Quindi direi una missione sfaccettata, con tanti tasselli operativi che sono degni di apprezzamento. E c’è un ruolo decisivo dell’Italian Japan Business Group, del gruppo di lavoro di Business Italia Giappone che già esiste da anni ma che certamente conoscerà un rilancio. Ma sul versante squisitamente giapponese c’è poi l’aspetto difesa. Italia e Giappone collaborano in questo aereo di ultima generazione, il Global Compact Air Program, insieme con il Regno Unito e sono tutti settori strategici. Questa bella combinazione di tradizione e innovazione mi sembra essere la cifra della missione che si sta ancora svolgendo, questa volta in un altro partner fondamentale per l’Italia che è la Corea del Sud.

Da sempre l’Italia ha fatto dell’export il principale strumento di politica estera. Che cosa sta cambiando adesso rispetto al recente passato?

Sta cambiando soprattutto questa instabilità nel mondo, che sta diventando sistemica. L’export prima era sempre fondamentale per la nostra economia, essendo la nostra economia di trasformazione, ma lo è ancor più adesso quando non ci sono più certezze sui mercati. Quindi una instabilità che da eccezione diventa regola impone la necessità di aprirsi a nuove formule di cooperazione economica e ad aree del mondo come quelle che ho citato, che magari in passato sono state date per acquisite o sono state anche abbastanza trascurate. Ecco perché ho citato il Mercosur, perché l’apertura al mercato latinoamericano per le nostre merci mi sembra un’ulteriore dimostrazione di questa necessità di essere più innovativi nel creare sbocchi.

Proprio ieri il governo ha presentato il piano per l’Artico: quali i possibili benefici e quali gli intrecci con i partner internazionali?

L’impegno italiano in Artico è basato su un mix strutturato di ricerca scientifica, sicurezza e alte tecnologie. Anche lì l’Italia è portatrice, per esempio in campo energetico, di avanguardia che la centralità crescente che sta acquisendo la regione artica potrebbe mettere nuovamente in evidenza, con reali possibilità di accrescere l’export verso Paesi i nostri partner, penso alla Danimarca, ma anche agli stessi Stati Uniti in aree di altissimo livello tecnologico fino ad ora trascurate proprio perché la situazione era stabile, diciamo congelata. In questo caso nell’Artico si stanno scongelando non solo i ghiacci, ma anche possibilità importanti per il nostro sistema imprenditoriale di prima fascia. In questo senso va valorizzato anche l’impegno del ministro degli esteri Antonio Tajani sui grandi temi della nostra politica estera.

Nella sede dell’ambasciata d’Italia a Tokyo la premier ha incontrato i vertici delle principali aziende giapponesi: 17 gruppi con un fatturato di oltre mille miliardi di euro. Che prospettive si aprono?

Quelle di una crescente credibilità dell’Italia sullo scenario internazionale, che sicuramente ci aiuterà sotto tanti profili, a cominciare da quello della sicurezza. Aggiungo il nostro ruolo apprezzato di stabilizzazione in regioni del mondo, ecco perché è stata registrata con attenzione da parte giapponese anche la disponibilità italiana ad inviare unità della nostra Marina per esercitazioni nell’area dell’Indopacifico. Tutto questo mi sembra positivo, soprattutto se legato alla volontà di tenere insieme i singoli teatri. Ormai non esiste più lo spazio come elemento discriminante tra i teatri e le aree di crisi, perché le catene si sono accorciate: penso all’Indo pacifico, al Mediterraneo dove l’Italia svolge un ruolo da sempre di primo piano, sono due aree che ormai potremmo definire contigue. Ecco perché si parla di Mediterraneo allargato che, a questo punto, arriva a lambire l’Indopacifico. Le sinergie tra esigenze delle nostre imprese, del nostro sistema Paese, esigenze securitarie ed esigenze di proiezione geopolitica ormai sono sempre crescenti in un momento in cui quello che conta è essere competitivi nelle alte tecnologie, avere accesso alle materie critiche necessarie per realizzare queste altre tecnologie e stabilizzare le aree dove i commerci possono essere disturbati per esempio nel Mar Rosso, dove abbiamo subito le azioni di disturbo degli Houthi, a partire dallo Yemen.

Dunque tutto questo come si tiene assieme?

Tramite un filo rosso che riflette una visione, a mio avviso, del nostro governo, della presidente Meloni, del ministro degli Esteri, e anche con la componente difesa egregiamente guidata dal ministro Crosetto e il ministero delle Imprese del ministro Urso per fare sistema. Ma con una visione non provinciale bensì aperta alle nuove sfide che la realtà internazionale, così frammentata, ci consegna. E a cui il governo sta rispondendo con pluralità.

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Difesa, rotte, alleanze. Cosa c’è scritto nel piano-Artico del governo italiano

Non solo nuove rotte commerciali nate dal progressivo scioglimento dei ghiacci. L’Artico è tanto altro e il governo Meloni da tempo lo ha messo nel mirino come obiettivo programmatico per una serie di ragioni. In primis la collaborazione in loco con le agenzie internazionali e l’Ue, in secondo luogo per tracciare una nuova linea che da quel quadrante giunga nel Mare Nostrum e infine per ribadire che nei tavoli internazionali che contano Roma è presente. Materie prime, scambi, relazioni fra nuovi e vecchi alleati sono gli elementi prismatici che in quel fazzoletto di ghiaccio si confronteranno.

I principi del piano

Rafforzare lo status dell’Italia nell’Artico, consolidare il diritto internazionale, preservare l’ambiente unico dell’area e le attività umane presenti, garantire il coinvolgimento dell’Unione Europea in loco nella consapevolezza che l’Artico è anche un territorio europeo e che il cosiddetto asse Nord-Sud che va dall’Artico al Mediterraneo è una sorta di polizza assicurativa per l’unità del vecchio continente. Il piano la “Politica Artica Italiana. L’Italia e l’Artico: i valori della cooperazione in una regione in rapida trasformazione”, documento programmatico presentato oggi dal governo, è una vera e propria cartina di tornasole per analizzare lo status quo dell’Artico, immaginare proiezioni lungimiranti e definire un percorso progettuale che possa portare ad una serie di risultati grazie al rafforzamento dell’impegno italiano nella regione. Durante la cerimonia di presentazione a Palazzo Madama è stato dato ampio risalto alla fase progettuale comune fra tre ministeri, Esteri, Difesa e Università con il comun denominatore rappresentato dal ruolo dell’Italia, ovvero “un attore influente e dinamico nella ricerca scientifica artica internazionale”.

Come procederà il lavoro

Nell’Artico la parola d’ordine sarà gioco di squadra, dal momento che il lavoro degli scienziati italiani sarà intrecciato al canovaccio internazionale collaborando con le istituzioni di altri Paesi operanti nella regione. Per cui sul piano scientifico i soggetti attivi e operativi sono l’International Arctic Science Committee (IASC), l’European Polar Board (EPB), il Sustaining Arctic Observation Network (SAON) e l’Arctic Science Funders Forum (ASFF). Accanto all’azione pratica ci sarà la traccia di natura economica, sui cui il piano dell’Italia riconosce fattivamente “l’importanza dell’inclusione delle popolazioni indigene, promuovendo uno sviluppo rispettoso di un ambiente delicato”. Roma ritiene l’Artico “una delle aree di maggiore interesse per una concreta applicazione tecnologica dei principi dello sviluppo sostenibile”. Per questa ragione nel documento si ribadisce che “l’integrazione del continente europeo riguarderà anche il rafforzamento dell’asse nord-sud dall’Artico al Mediterraneo” e che “i valori della cooperazione internazionale in Artico rimangono centrali per affrontare sfide complesse attraverso il dialogo tra gli Stati ed un multilateralismo attivo”.

Le parole dei ministri

“Siamo disponibili, come abbiamo fatto finora, a impegnarci come difesa perché l’asse della difesa è fondamentale per il supporto su cui fare ricerca, diplomazia ed è il basamento su cui il Paese si presenta e ci consente di far parte di consessi internazionali – ha spiegato il ministro della Difesa Guido Crosetto – In quella zona che è la terra di nessuno occorre che ci sia qualcuno che costruisca delle regole”. E ha aggiunto un elemento di prospettiva: “La difesa avrà nei prossimi anni, per gli impegni internazionali che ci siamo assunti, la necessità di avere un aumento del suo budget, un incremento. Considero l’incremento del Budget della difesa un incremento del budget a disposizione del Paese: quindi della ricerca, della diplomazia, della capacità nostra di proiezione all’estero del Paese, non soltanto della parte militare. E l’Artico sarà uno dei luoghi insieme allo spazio, insieme ai fondali marini, insieme all’Africa dove noi dovremmo fare sinergia e concentrarci, perché da questi settori da questi nuovi orizzonti dipenderà gran parte del futuro non più nostro ma dei nostri figli”.

Secondo il ministro degli esteri Antonio Tajani l’Artico è una regione sempre più strategica per gli interessi politici, economici e scientifici italiani. “Con questa Strategia, l’Italia si dota di una visione di sistema e di lungo periodo. Vogliamo approfondire le relazioni con i Paesi artici, contribuire alla sicurezza euro-atlantica, rafforzare i programmi di ricerca e promuovere nuove opportunità economiche per le nostre imprese. Ho quindi deciso – ha proseguito – di istituire un tavolo imprenditoriale dedicato all’Artico con le aziende italiane in settori chiave come difesa, energia, ambiente, spazio, anche in vista di una prossima missione di sistema nella regione”.

Rispetto all’Artico non siamo all’anno zero, ha precisato la ministra dell’Università e della ricerca Anna Maria Bernini, “ma continuiamo un lavoro iniziato 50 anni fa da protagonisti nel mondo Artico, Antartico e Terzo polo stimolando connessioni e sinergie capaci di esplorare la nascita del nostro futuro. Per cui ecco che la ricerca anche nell’Artico avrà un ruolo primario: “Si fa con navi di ricerca oceanografiche civili e militari ma anche dall’alto tramite satelliti e droni, anche militari” che guardano anche a “sicurezza, difesa e commercio. Ciò che succede nell’Artico non riguarda solo l’Artico ma il mondo”.

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Quante intese (non solo sullo spazio) tra Meloni e Takaichi

Fare oltre il proprio meglio, in giapponese, si ritrova nella parola “ganbaru”. Così come con “meraki”, concetto greco relativo allo sforzo e all’impegno, anche in Giappone Giorgia Meloni pesca nella tradizione locale per raccontare come due nazioni e due leader trovano un terreno comune fatto essenzialmente di voglia di mettere in pratica politiche utili.

Da un lato Meloni punta verso il rafforzamento del concetto di “Italia globale” che investe evidentemente su un quadrante altamente strategico come l’Idopacifico. Dall’altro l’empatia di sorrisi, intese e strette di mano fra Giorgia Meloni e Sanae Takaichi, che molto hanno in comune. Il vertice di Tokyio dice essenzialmente due cose: che la presenza di Roma a quelle latitudini è vista non più come elemento sporadico, ma strutturata e dalle costanti interlocuzioni (politica + imprese); e che lo speciale partenariato in piedi tra i due Paesi può registrare una ulteriore accelerazione grazie alle affinità delle due leader. Lo si evince sia dalla dichiarazione congiunta che da alcuni concetti manifestati in occasione del vertice.

GANBARU TRA MELONI E TAKAICHI

“Siamo le prime due donne a guidare i loro popoli, un grande onore e soprattutto una grande responsabilità. Responsabilità che penso possiamo onorare facendo leva su quell’approccio che nella cultura giapponese si riassume con una parola che io considero molto affascinante che è ganbaru. Non vuol dire solamente fare del proprio meglio, significa fare più del proprio meglio, cioè ambire a superare sempre i propri limiti, non accontentarsi mai di dove si è arrivati”. Questo il concetto cerchiato in rosso da Meloni incontrando la premier giapponese. Lo scenario resta instabile, per questa ragione la cooperazione va rafforzata. Parte da questo assunto Meloni quando mette l’accento sul perché un così denso fil rouge tra Roma e Tokyo non può che essere destinato al potenziamento. Quando tocca temi come la rivoluzione digitale, la transizione energetica, la frammentazione geo-economica, l’instabilità che da eccezione sta diventando sistema, intende distendere una cornice valoriale che racconta le potenzialità tra i due Paesi, e il 160esimo anniversario delle relazioni diplomatiche rappresenta un’occasione per “celebrare quello che abbiamo fatto in questi 160 anni, ma interrogarci su cosa ancora di meglio possiamo fare nei prossimi 160″.

I PUNTI IN COMUNE

I punti in comune sono numerosi: intanto sono le prime donne a guidare i governi delle rispettive nazioni, hanno una base valoriale conservatrice con un punto di riferimento come Margareth Thatcher (la cui fondazione lo scorso dicembre ha premiato Meloni nel corso di un gala a Roma), vantano una ampia gamma di cooperazione già impostata tramite il Piano d’azione bilaterale 2024-2027 tramite cui le relazioni tra Giappone e Italia sono definite un “Partenariato Strategico Speciale”. Il primo banco di prova è, fisiologicamente l’area dell’Indo-Pacifico incastonata all’interno del concetto di FOIP, ovvero Indo-Pacifico Libero e Aperto basato sullo stato di diritto. Per questa ragione hanno espresso il loro obiettivo di promuovere un’ulteriore collaborazione tra FOIP e Mediterraneo Globale.

LA COOPERAZIONE

La cooperazione in materia di difesa vede già un dialogo costante tra i vertici militari, con un addestramento congiunto ed esercitazioni militari all’interno dell’Accordo di Acquisizione e Interservizio (ACSA), entrato in vigore nel settembre scorso. Sul Gcap (il Programma Global Combat Air per sviluppare congiuntamente con il Regno Unito i velivoli da combattimento di nuova generazione) è stato rammentato l’obiettivo di consegnare il primo velivolo nel 2035, ma non finisce qui perché Meloni e Takaichi hanno spiegato di voler andare anche oltre, tramite nuovi equipaggiamenti e tecnologie per la difesa. Ciò è intimamente connesso ad altri due temi: il cosiddetto ordine economico libero ed equo, dove le garanzie di sicurezza sono architrave imprescindibile e riguardano le singole catene di approvvigionamento; e le politiche che danneggiano l’economia, come pratiche non di mercato, restrizioni all’esportazione, rischi per le componenti essenziali, distorsioni del mercato, sovraccapacità, concorrenza sleale.

Questa la ragione per cui Italia e Giappone sono già assieme per la cooperazione scientifica e tecnologica bilaterale in settori avanzati come la robotica AI, i semiconduttori e la biofabbricazione, partenariati industriali, investimenti diretti e flussi commerciali in entrambe le direzioni, soprattutto nei settori ad alta tecnologia. Le aziende e start-up giapponesi e italiane dialogheranno intensamente. Sugli scudi l’ItalyJapan Business Group che provvederà all’ulteriore approfondimento delle relazioni economiche tra Giappone e Italia. Anche lo spazio al centro delle intese, come le collaborazioni già consolidate come quella tra l’Agenzia Spaziale Italiana (Asi) e la Japan Aerospace Exploration che sono la base programmatica per future intese come nuove partnership commerciali, industriali, di sicurezza e scientifiche, nonché per coordinare nei pertinenti forum multilaterali la promozione dell’uso pacifico, responsabile e sostenibile dello spazio extra-atmosferico.

Non poteva mancare il tema del Mar Cinese dove spicca il no al tentativo unilaterale di modificare lo status quo con la forza. Prima Meloni e poi Takaichi hanno rinnovato la loro determinazione a continuare a lavorare insieme per raggiungere una pace giusta e duratura in Ucraina, poi hanno ribadito il carattere universale e unitario della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare definito nella dichiarazione congiunta “il quadro giuridico che regola tutte le attività negli oceani e nei mari”.

(Foto: Governo.it)

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Meloni rafforza l’export con l’Oman. Gli accordi e la prospettiva

C’è un passaggio della Dichiarazione congiunta in occasione della visita ufficiale della presidente del Consiglio nel Sultanato dell’Oman che, più di altri, accentua la speciale relazione che esiste fra Italia e Oman: la prospettiva, che poi è il tratto somatico del concetto di Italia globale. Ovvero rapporti attuali che le parti intendono rafforzare pragmaticamente per il futuro e non solo sulla carta attraverso progetti, iniziative, scambi, politiche ad hoc con l’obiettivo della profondità. Giorgia Meloni e Sua Maestà il Sultano Haitham bin Tarik lo hanno messo nero su bianco in occasione della visita ufficiale nel Sultanato dell’Oman. Non solo le parti in occasione dei colloqui hanno analizzato come migliorare le relazioni bilaterali, ma hanno espresso la volontà di espandere gli ambiti di cooperazione in maniera da favorire corposamente gli interessi reciproci. La cornice di tale sforzo è da ritrovare nel loro impegno a sviluppare ulteriormente il partenariato strategico tra le due Nazioni.

GLI ACCORDI

Entrando nel merito degli accordi, in primis va sottolineata la cooperazione nei settori del commercio, degli investimenti e dell’industria, incoraggiando i partenariati tra il settore pubblico e quello privato, e attivando al contempo il ruolo delle commissioni miste per potenziare gli scambi commerciali bilaterali. A questo proposito un ruolo primario verrà rivestito dal Piano di Azione 2026-2030 che di fatto sarà il braccio operativo delle intenzioni politiche che dovrà dare concretezza all’attuazione dei memorandum d’intesa e degli accordi sottoscritti e promuovere la cooperazione bilaterale in molteplici settori. Ad oggi Oman e Italia vantano già un paniere di accordi in vari ambiti strategici, come cultura, patrimonio, università e ricerca scientifica, ma l’obiettivo per il prossimo futuro è quello di estendere ancora di più tali intese potenziando gli scambi tra i due Stati in tali settori.

IL MEMORANDUM SACE-KHAZANAH MODERN OMAN

Un capitolo a parte lo merita il memorandum siglato tra Sace, Export Credit Agency italiana e Khazanah Modern Oman, player omanita attivo in diversi settori nevralgici per l’export italiano come infrastrutture, manifatturiero, food & beverage, energie rinnovabili e hospitality. Le firme sono state poste da Michele Pignotti, amministratore Delegato di Sace, e Azzan Al Wahaibi, managing director di Khazanah Modern Oman. Il memorandum, che riconosce il potenziale del know-how industriale e delle tecnologie italiane, costruisce un quadro di cooperazione per supportare progetti strategici in Oman, facilitando il coinvolgimento di imprese, appaltatori e fornitori di tecnologia italiani nei settori d’intervento di Khazanah. Sace così si impegna a fornire soluzioni finanziarie per migliorare la competitività dei progetti e delle relative catene di fornitura, a seguito di un’adeguata due diligence e in linea con il proprio mandato istituzionale. In occasione della missione nel Paese, inoltre, l’amministratore delegato di Sace ha incontrato i principali attori istituzionali e industriali locali, tra cui la società energetica omanita OQ, la società di investimento Ominvest, il principale fornitore di servizi logistici integrati dell’Oman Asyad Group al fine di identificare progetti nei quali coinvolgere le filiere italiane di riferimento.

LA GEOPOLITICA

Dal punto di vista geopolitico, poi, i due leader hanno affrontato tutte le tematiche di più stretta attualità, come le questioni di carattere regionale e internazionale di interesse comune, e “hanno ribadito il loro impegno a sostenere gli sforzi volti a raggiungere la sicurezza e la stabilità e a risolvere i conflitti con mezzi pacifici, in conformità con i principi del diritto internazionale”. In questo senso l’apprezzamento di Meloni al ruolo del Sultanato dell’Oman è sincero nel sostenere il dialogo e la pace regionale, mentre Haitham bin Tarik ha evidenziato il prezioso apporto di Roma nella promozione del dialogo, delle soluzioni pacifiche, e dell’impegno costruttivo.

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