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Auto contro un muretto nel Barese, morti fratello e sorella

(Adnkronos) – Due giovani di Altamura, Antonio Bigi di 21 anni e la sorella Cecilia, di 24 anni, sono morti nell’incidente stradale di questa mattina sulla strada provinciale 41 Altamura-Laterza, al km 7, in territorio di Altamura. Erano a bordo di un Suv, guidato da un loro amico, che nel perdere il controllo è finito fuori strada dove ha impattato contro un muretto. Il ragazzo è morto sul colpo, vani i soccorsi del 118. La ragazza non ce l’ha fatta, è deceduta nella rianimazione del Policlinico di Bari nel pomeriggio.  

A bordo dell’auto c’erano cinque ragazzi, tutti di Altamura. Gli altri tre ragazzi sono in prognosi riservata nel Policlinico di Bari, nel Miulli di Acquaviva delle Fonti e nell’ospedale della Murgia di Altamura. 

cronaca

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Fognini, l’incontro con Pellegrini e la battuta sulla gravidanza: “Ehi cicciona…”

(Adnkronos) – Selfie tra campioni a Milano. Federica Pellegrini e Fabio Fognini si sono incontrati nel corso di un evento organizzato da EA7 Emporio Armani, fornitore ufficiale delle divise del Team Italia per i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026.  

L’occasione ha permesso all’ex tennista e all’ex nuotatrice di ritrovarsi e di scambiare qualche parola. Amici di vecchia data, i due si sostengono da tempo anche fuori dal mondo sportivo. Fognini, reduce dall’esperienza di Ballando con le stelle, ha ricevuto più volte il supporto della campionessa olimpica che sui social aveva incitato i follower a votare per lui.  

L’incontro è stato immortalato da un selfie condiviso sui social: “Ballerino”, ha scritto lei ironicamente. Affettuosa e scherzosa la replica di Fognini: “Ehi tu cicciona”, accompagnata da emoticon sorridenti. Un commento che fa riferimento al pancione di Pellegrini, oggi al settimo mese di gravidanza. Lo ha raccontato anche oggi ospite e Verissimo, dopo la campionessa ha spiegato che sarà un parto cesareo ed è previsto per il mese di aprile.  

sport

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Serie A, oggi Milan-Lecce – Diretta

(Adnkronos) – Il Milan torna in campo in Serie A. Oggi, domenica 18 gennaio, i rossoneri ospitano il Lecce – in diretta tv e streaming – a San Siro nel posticipo della 21esima giornata di campionato. La squadra di Allegri arriva dal successo nel recupero infrasettimanale contro il Como, mentre i salentini hanno perso l’ultima partita contro l’Inter.  

Nella prossima giornata di Serie A, il Milan sfida la Roma all’Olimpico mentre il Lecce ospiterà la Lazio. 

 

sport

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Federica Pellegrini incinta: “Il parto sarà cesareo. Il nome? È ancora top secret”

(Adnkronos) – “Sarà un parto cesareo”. Federica Pellegrini e Matteo Giunta, ospiti oggi a Verissimo, hanno parlato dell’emozione che stanno vivendo ora che la famiglia si sta allargando. Presto, nel mese di aprile, i due diventeranno genitori per la seconda volta.  

“Sono molto contento. Preoccupato, ma molto contento. Sono contento che nostra figlia Matilde abbia una sorellina, anche se sarò in minoranza”, ha confidato l’allenatore a Silvia Toffanin. 

La campionessa olimpica, al settimo mese di gravidanza, ha già deciso che il suo sarà un parto cesareo programmato: “L’altra volta è stato tosto anche per la bambina. Ho fatto un parto cesareo d’urgenza. Questa volta sappiamo già come andrà”.  

La coppia ha già scelto il nome della loro seconda bambina. “Questa volta il nome l’ha scelto Matilde. È un’appassionata di libri e si è appassionata a una storia in particolare la cui protagonista è entrata nelle nostre vite”. Il nome è già stato scelto quindi, ma la coppia non ha voluto rivelarlo: “Possiamo dirvi però che significa ‘calma’”. 

 

spettacoli

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La Fiorentina sbanca Bologna, 2-1 nel ricordo di Commisso

BOLOGNA (ITALPRESS) – La Fiorentina domina il Bologna e ricorda nel migliore dei modi il presidente Rocco Commisso. Sotto il diluvio del Dall’Ara, la Viola batte per 2-1 un brutto Bologna e trova la prima vittoria in trasferta del suo campionato. I gol portano le firme di Mandragora e Piccoli per gli ospiti e di Fabbian, ma solo nel finale, per i rossoblù. Nonostante il profondo dolore, la Fiorentina è voluta scendere ugualmente in campo per onorare Commisso, indossando il lutto al braccio e una maglia celebrativa nel riscaldamento. Inoltre, tutto il gruppo squadra ha partecipato alla trasferta, compresi gli infortunati (tra cui Kean). Il primo tempo è un monologo viola, anche per demerito di un Bologna spento e in affanno nel contenere le iniziative avversarie sulle fasce. Al 17′ la rete di Ndour viene annullata per il fuorigioco di rientro di Parisi a inizio azione. La formazione emiliana, però, non coglie il campanello d’allarme e, due minuti più tardi, si lascia nuovamente sorprendere, stavolta da Mandragora. Su assist di Gudmundsson, il centrocampista attacca il secondo palo e devia il pallone in rete, firmando l’1-0 e punendo la staticità della difesa del Bologna.
Dopo il gol Mandragora ha rivolto un pensiero a Commisso, mostrando una maglia della Fiorentina col “suo” numero 5 e il nome Rocco sul retro. Al 45′ è arrivato anche il raddoppio targato Piccoli, la cui marcatura è stata inizialmente annullata per fuorigioco e poi convalidata dal Var. Su azione di ripartenza, l’assist di Dodo carambola sui piedi di Freuler e finisce casualmente alla punta ex Cagliari che segna con la punta.
I quattro cambi del Bologna all’intervallo rendono l’idea dell’insoddisfazione di Italiano: entrano dunque Rowe, Fabbian, Moro e Zortea per Orsolini, Odgaard, Freuler e Holm. Nella ripresa, però, continuano le difficoltà dei padroni di casa ed è anzi la Fiorentina con Pongracic a sfiorare il tris al 52′. Con l’orgoglio ci prova il Bologna nel finale: segna Fabbian al 88′ su assist di Rowe, poi l’occasione di Cambiaghi non evita agli emiliani la sconfitta. La Fiorentina si conferma in grande ripresa, agganciando il Lecce (impegnato stasera a San Siro col Milan) al terz’ultimo posto; il Bologna, invece, rimane ottavo, ma la Lazio domani potrebbe sorpassarlo.
– foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).

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Clizia Incorvaia dopo il proscioglimento: “Sarcina? Nostro amore era tossico, voglio preservare mia figlia”

(Adnkronos) –
Clizia Incorvaia è stata prosciolta dalle accuse dell’ex marito Francesco Sarcina. Ospite a Verissimo, l’influencer ha parlato per la prima volta pubblicamente della vicenda giudiziaria in cui era stata accusata per trattamento illecito di dati personali per aver pubblicato sui social immagini della figlia minore senza il consenso del padre.  

“Quando io e Francesco – ha spiegato Incorvaia – stavamo insieme pubblicavamo sempre Nina sui social, fu lui a portarmi in un’agenzia di pubblicità di influencer marketing”. Dopo la separazione, tra i due ci sarebbe stato solo un accordo verbale: “Avevamo stabilito che avrei potuto mostrare mia figlia solo di spalle. Nulla di scritto”.  

L’influencer ha poi sottolineato la disparità di comportamento: “Lui pubblica il suo secondogenito sui social, lo fa da quando è nato”. I rapporti tra i due sono oggi “freddi e distaccati”. Incorvaia ha definito la relazione con l’ex marito come un “amore tossico”. “Non è stato un rapporto sano, per tanto tempo ho pensato di potermi accontentare di quell’amore fatto di pianti, pensavo fosse un amore normale. Poi ho capito che non era un amore giusto”.  

Clizia Incorvaia ha lasciato intendere dei tradimenti da parte di lui senza però entrare nei dettagli: “Poi quando è venuto meno il rispetto ho capito che dovevo prendere le distanze. Ci sono state cose molto pesanti che io ho sotterrato, mi bruciò più di sei paia di scarpe. Il motivo era legato a litigi e discussioni, niente di che. All’epoca non ho denunciato perché non volevo che Nina leggesse questo”.  

E alla domanda di Silvia Toffanin su eventuali violenze fisiche, Clizia Incorvaia ha preferito il silenzio: “Non voglio che ci sia tutto sui giornali, voglio preservare mia figlia. Ci sono delle cose che è meglio omettere”. 

Francesco e Nina hanno un bellissimo rapporto: “Io non ho mai cercato di infangare la sua figura con mia figlia. Lui sarà sempre il papà di Nina e sono contenta di questo”. L’influencer ha spiegato che a marzo ci sarà una nuova udienza per ristabilire le “nostre responsabilità genitoriali”.  

spettacoli

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Malen segna all’esordio, ma l’arbitro annulla: cos’è successo in Torino-Roma

(Adnkronos) – Gol ed episodi arbitrali in Torino-Roma. Oggi, domenica 18 gennaio, i giallorossi si sono visti annullare il primo gol con la maglia romanista di Donyell Malen, appena arrivato in prestito con opzione di riscatto dall’Aston Villa, per fuorigioco. Succede tutto al 23′ del primo tempo: Malen riceve palla da Dybala al vertine sinistro dell’area di rigore, coverge superando un difensore e batte Paleari sul palo lontano. 

La Roma esulta, l’arbitro Chiffi però viene richiamato dal Var, che sta controllando proprio la posizione di partenza dell’olandese. Le immagini infatti mostrano che, al momento del passaggio in profondità di Dybala Malen si trova di mezza spalla avanti rispetto all’ultimo difensore del Torino. Motivo per cui il direttore di gara annulla la rete per fuorigioco, tra il rammarico e le proteste di Gasperini. 

Poco male, con Malen che si rifà appena quattro minuti dopo, segnando di nuovo in un’azione fotocopia alla precedente. E questa volta in posizione regolare, per il vantaggio della Roma allo stadio Olimpico Grande Torino. 

 

sport

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Sardegna, 53enne accoltellato e dato alle fiamme in un parco a Carbonia: si cerca il killer

Erano intervenuti dopo essere stati chiamati per spegnere un incendio nel Parco Rosmarino di Carbonia, in Sardegna. Non immaginavano che sotto al rogo di sterpaglie si nascondesse un cadavere. Proprio in questo modo, invece, i vigili del fuoco scoperto il corpo di Giovanni Musu, disoccupato 53enne, con alcuni precedenti penali. Le fiamme avevano raggiunto il cadavere alle gambe. Secondo quanto emerso finora, Musu sarebbe stato colpito ripetutamente con un’arma da taglio: una delle ferite, inferta alla gola, potrebbe essere stata mortale. Musu è stato ritrovato sanguinante e con le gambe avvolte dalle fiamme. L’incendio sarebbe un tentativo di cancellare le tracce.

Erano le 4 del mattino. Sul posto sono arrivati i carabinieri della Compagnia di Carbonia insieme al nucleo investigativo di Cagliari e poi anche il Ris. A coordinare le indagini il pm della procura del capoluogo sardo Danilo Tronci. La zona del ritrovamento è stata delimitata e sul corpo del 53enne è stato eseguito un primo esame dal medico legale, in attesa della dell’autopsia, disposta dallo stesso pm.

L’indagine si muove negli ambienti dello spaccio e del consumo di droga. Gli investigatori stanno cercando di ricostruire gli ultimi mesi di vita dell’uomo e la rete di relazioni. L’ipotesi è che il delitto possa essere maturato al termine di un litigio degenerato o come conseguenza di contrasti legati a dinamiche criminali, anche se al momento nessuna pista viene esclusa. Sono già stati ascoltati numerosi testimoni e sono scattate diverse perquisizioni. I controlli hanno riguardato l’abitazione della vittima e le case di persone ritenute potenzialmente coinvolte, nel tentativo di raccogliere elementi utili a individuare il responsabile.

Da capire se l’aggressione sia avvenuta nel parco o in un luogo esterno. Le indagini si concentrano – oltre che sui motivi dell’omicidio e sulla ricerca del colpevole – anche sul passato recente di Musu. Non si esclude una possibile assunzione di droghe prima di essere ucciso, dato il ritrovamento di alcune siringhe – che sembrerebbero confermare anche la pista legata al mondo delle sostanze stupefacenti.

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Il selvaggio west digitale sta distruggendo l’infanzia: perché i bambini dovrebbero stare lontani dai social media

    Di Anastasia Mironova, rt.com   Maleducazione, pubblicità e pedofilia. Questo è solo un breve elenco dei motivi per cui i bambini non dovrebbero usare i social media. L’elenco completo occuperebbe quasi un’intera pagina. Ho capito che le persone più sagge della Terra vivono dove vagano canguri, koala e wombat. L’Australia ha vietato ai […]

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Dove marciano gli imperi, si organizzano i popoli del mondo

Il momento storico che stiamo vivendo non ammette né neutralità né esitazioni.

Comunicato del movimento Masar Badil

Mentre l’imperialismo americano intensifica la sua offensiva contro i popoli del mondo, intensificando guerre, blocchi, colpi di stato e processi di colonizzazione economica, la Palestina rimane in prima linea nello scontro globale, affrontando l’occupazione sionista come l’espressione più avanzata del progetto coloniale contemporaneo.


Allo stesso tempo, gli attacchi permanenti contro Libano, Siria, Yemen e Iraq dimostrano che l’aggressione imperialista e sionista si estende a tutta la regione araba , costituendo una guerra aperta contro i popoli che rifiutano di sottomettersi. Il Venezuela, sottoposto a un assedio imperiale per decenni, conferma che il dominio non si limita a territori specifici, ma costituisce un’architettura internazionale di saccheggio, repressione e controllo politico .

L’America Latina e il Brasile stanno attraversando una fase delicata, segnata dall’avanzata dell’estrema destra, dalla militarizzazione della politica e da elezioni decisive sotto una permanente interferenza imperialista. È in questo contesto che il Masar Badil, il Movimento Palestinese per la Via Rivoluzionaria Alternativa, invita i popoli, le organizzazioni e le forze popolari a riunirsi a San Paolo, non per un’attività passeggera , ma per la costruzione di una risposta storica, rivoluzionaria e organizzata .

Terra, lotta e internazionalismo

L’apertura al pubblico della Conferenza, in commemorazione della Giornata della Terra , celebrata il 30 marzo e anticipata a sabato 28 marzo , nelle strade, di fronte al Centro politico culturale palestinese al-Janiah , non è un gesto simbolico casuale: la terra è al centro della disputa , dalla Palestina occupata ai territori saccheggiati dell’America Latina.

La festa politica e culturale di questa giornata afferma davanti alle masse che:

La Palestina non è in vendita e l’America Latina non è adatta alla colonizzazione . I nostri popoli non accetteranno la normalizzazione del dominio imperiale né l’esportazione, da parte del sionismo, di tecnologie di guerra, sorveglianza e repressione nei nostri paesi.

Il 30 e 31 marzo , ad al-Janiah, le giornate di dibattito e organizzazione tra movimenti e organizzazioni provenienti da Brasile e America Latina daranno forma concreta alla ricostruzione del campo rivoluzionario. Il 31 marzo , terremo un’attività di presentazione pubblica della linea politica di Masar Badil :

  • Liberazione della Palestina dal fiume al mare
  • Liberazione di tutti i prigionieri palestinesi
  • Garanzia completa del diritto di reso
  • Confronto diretto con l’imperialismo
  • L’organizzazione internazionale dei popoli oppressi come via strategica verso la liberazione

Movimento dei lavoratori senza terra in Brasile

Il nostro compito storico

Questo appello nasce dalla convinzione che coloro che combattono per la Palestina combattono per il Venezuela , che coloro che si scontrano con il sionismo si scontrano con l’imperialismo e che la sconfitta della lobby sionista costituisce un passo fondamentale per la liberazione dei nostri popoli dal dominio imperiale.

Riaffermiamo il nostro sostegno incondizionato alla resistenza palestinese, alla resistenza libanese e alla resistenza yemenita, nonché alla resistenza di tutti i popoli liberi che affrontano l’oppressione.

Non c’è emancipazione possibile senza smantellare le strutture del capitalismo coloniale che sostengono lo sfruttamento, la miseria e la guerra. In tempi di offensiva reazionaria e di ricolonizzazione, il nostro compito storico è ricostruire un fronte internazionale di resistenza , riallacciare i fili della lotta tra Palestina e America Latina ed erigere un progetto rivoluzionario commisurato alla crisi del sistema.

IL FUTURO NON SARÀ CONCESSO DA ELEZIONI MEDIATE DAGLI INTERESSI DELL’IMPERIALISMO, NE’ DA PATTI CON GLI OPPRESSORI. SARÀ CONQUISTATO CON L’AUTO-ORGANIZZAZIONE, CON LA COSCIENZA E ATTRAVERSO LA LOTTA DEI POPOLI DEL MONDO.

*Fonte dell’immagine in evidenza 


Fonte: Global Research

Traduzione: Luciano Lago


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“Governo inadempiente col Pnrr, rischio collasso della giustizia italiana”: l’Anm vuole essere audita alla Commissione Ue

L’Associazione nazionale magistrati ha chiesto di essere audita dalla Commissione europea. Il motivo? Il sindacato delle toghe vuole illustrare la “situazione allarmante“, dovuta al “rischio di collasso della Giustizia italiana per l’inadempimento del governo italiano agli impegni assunti in sede europea con riguardo all’Ufficio per il processo“. Mentre infuria lo scontro tra magistratura ed esecutivo in vista del referendum sulla separazione delle carriere, c’è un altro fronte che si apre tra toghe e politica: quello dell’attuazione del Pnrr in tema di giustizia. La richiesta di audizione è contenuta nel documento approvato dal Consiglio direttivo centrale dell’Associazione nazionale dei magistrati.

“Il personale sta lasciando gli uffici”

Ricordando che l’Ufficio per il processo è stato “incluso nel Pnrr quale misura di natura strutturale, destinata a modificare in modo permanente l’organizzazione del lavoro degli uffici giudiziari e dei giudici italiani”, l’Anm sottolinea che “a gennaio 2026 a meno di sei mesi dal termine del progetto, nessun bando è stato pubblicato o reso noto per la stabilizzazione dei funzionari addetti all’Ufficio per il processo, che nel frattempo stanno lasciando gli uffici giudiziari per altre opportunità di lavoro”. Eppure nel rendiconto al 31 ottobre scorso dell’Unità di missione del ministero della Giustizia sull’attuazione degli interventi del Pnrr, il governo ha dato atto “che la misura sull’Ufficio per il processo e Capitale Umano prevede l’assunzione e la permanenza in servizio di 10mila unità di personale Pnrr (addetti all’Ufficio per il Processo e personale tecnico-amministrativo), con l’obiettivo di creare un vero e proprio staff di supporto al magistrato e alla giurisdizione – con compiti di studio, ricerca, redazione di bozze di provvedimenti – e pone, altresì, le fondamenta di una struttura al servizio dell’intero Ufficio giudiziario, con funzioni di raccordo con le cancellerie e le segreterie, anche con mansioni tipicamente amministrative quale naturale preparazione e completamento dell’attività giurisdizionale, di assistenza al capo dell’ufficio ed ai presidenti di sezione indirizzi giurisprudenziali e di banca datì”.

“Nessun bando pubblicato per assumere funzionari”

Eppure, aggiunge il sindacato della toghe,”la stessa relazione riferisce che al 31 ottobre 2025, il personale effettivamente in servizio si era ridotto a 8.930 unità. È infatti accaduto che in assenza di qualsivoglia progetto concreto di stabilizzazione del personale assunto con i fondi del Pnrr, oltre mille funzionari, tra i più capaci, appositamente formati ed inseriti nei progetti dell’Ufficio per il processo, abbiano lasciato l’amministrazione della Giustizia per altre opportunità di lavoro”. “L’11 agosto del 2025 – prosegue l’Anm – il ministero della Giustizia ha annunciato che entro il mese di ottobre avrebbe avviato una procedura comparativa per la stabilizzazione dei funzionari addetti all’Ufficio per il processo. A gennaio 2026, a meno di sei mesi dal termine del progetto, nessun bando è stato pubblicato o reso noto per la stabilizzazione dei funzionari Addetti all’Ufficio per il processo”.

Rischio per processi su diritto di asilo

Dunque, sottolinea il sindacato dei magistrati, “il governo non ha stanziato i fondi necessari a reclutare 10mila unità di funzionari” previsti dal progetto del Pnrr in cui il governo italiano si è impegnato verso l’Unione europea. Quindi, è l’allarme, si rischia così “di disperdere risorse e progettualità, di essere costretti ad abbandonare un ormai consolidato metodo di lavoro in team e di dissipare, in breve tempo i progressi raggiunti nell’attuazione del Pnrr”. Il sindacato delle toghe specifica che “la situazione è particolarmente grave nelle Sezioni specializzate per la protezione internazionale che sono chiamate ad attuare il sistema comune europeo dell’asilo e nelle quali un team di supporto al giudice è indispensabile per assicurare le funzioni minime del processo in materia di asilo”. L’Associazione ricorda che la stessa relazione dell’Unità di Missione per il Pnrr per la Giustizia evidenzi come i tribunali e le corti italiani abbiano “raggiunto con ampio anticipo rispetto al termine del progetto (30 giugno 2026) il target della riduzione del 25% del Disposition Time (rispetto alla baseline del 2019) dei processi penali nei tre gradi di giudizio e sono prossimi a raggiungere nei tempi concordati l’abbattimento dell’arretrato dei procedimenti civili di durata ultra-triennale”. A questo punto, dunque, resta “invece incerta la possibilità di raggiungere l’ultimo target, ossia la riduzione del 40% del Disposition Time (rispetto alla baseline del 2019) dei processi civili nei tre gradi di giudizio”.

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Perde una mano a Capodanno per l’esplosione di un petardo artigianale: muore dopo 18 giorni a Vercelli

Aveva perso la mano sinistra a causa dello scoppio di un petardo artigianale durante la notte di Capodanno e da allora era ricoverato in gravissime condizioni al Sant’Andrea di Vercelli. È morto questa mattina Bruno Savoia, 43 anni. A riportare la notizia è il quotidiano La Stampa. Troppo gravi le ferite ricevute a seguito dell’esplosione del botto – autoprodotto – che lo aveva colpito anche all’addome. Sul corpo dell’uomo erano presenti diverse ustioni.

Savoia abitava a Vercelli, in via Leopardi 11. Viveva assieme alla compagna Grazia, che la notte dell’incidente ha subito raggiunto l’uomo, ferito. E che oggi denuncia: “ho chiamato l’ambulanza 18 volte, non arrivava mai”. La Notte di San Silvestro la coppia ha trascorso il veglione con degli amici. Dopo la mezzanotte, Savoia era sceso con loro nel cortile del palazzo e aveva acceso il petardo. Il rumore dell’esplosione era stato forte, tanto da aver attirato l’attenzione di tutti gli inquilini dello stabile.

Immediatamente trasportato al pronto soccorso da un’auto della compagnia, le sue condizioni erano immediatamente apparse gravi tanto che i medici non erano riusciti a ricostruire l’arto nonostante un delicato intervento chirurgico. Le indagini dei carabinieri di Vercelli intanto proseguono, ed è possibile che verrà disposta un’autopsia.

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Guerriglia in A1, scontri nati da furto di bandiera romanista?

(Adnkronos) – A far degenerare i tafferugli tra ultras giallorossi e fiorentini sull’autostrada A1, all’altezza di Casalecchio, potrebbe esserci stato il tentativo di sottrarre bandiere e striscioni agli avversari. In alcuni post di ambienti ultras che circolano sul web si parla (con tanto di foto) di una bandiera dei romanisti che sarebbe stata ‘rubata’ durante gli scontri di oggi. 

cronaca

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Serie A, Torino-Roma 0-0 – Diretta

(Adnkronos) – La Roma torna in campo in Serie A. I giallorossi sfidano oggi, domenica 18 gennaio, il Torino – in diretta tv e streaming – in trasferta nella 21esima giornata di campionato. La squadra di Gasperini è reduce dalla vittoria contro il Sassuolo, battuto 2-0 all’Olimpico, mentre quella di Baroni è stata superata con lo stesso risultato dall’Atalanta a Bergamo, mentre in Coppa Italia ha superato gli ottavi di finale vincendo proprio contro la Roma per 3-2. 

 

Questa sera invece è previsto il match tra Milan e Lecce a San Siro. 

sport

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Referendum, Fedez: “Io testimonial del Sì? Porcheria totalmente infondata”

(Adnkronos) – “Una porcheria totalmente infondata”. Fedez definisce così il contenuto dell’articolo del Fatto Quotidiano che lo associa al Sì al referendum sulla riforma della giustizia e lo indica come ‘testimonial’ ingaggiato dal governo. 

“Ieri mi stavo serenamente godendo il weekend quando vengo raggiunto da insistenti telefonate da parte di un numero che non avevo in rubrica. Chiedo per messaggio chi fosse. Mi dice di essere un giornalista del ‘Fatto quotidiano’ e di voler sapere la mi posizione in merito al referendum sulla giustizia. Gli faccio notare che chiamare con così tanta insistenza non è cosa a me gradita e che se mai volessi esprimermi sul tema lo farei attraverso i miei canali. Fine della conversazione”, scrive il rapper sui social. 

“Per tutta risposta questa mattina trovo un articolo sul ‘Fatto quotidiano’ a firma di questo giornalista che insinua che io sarei stato ingaggiato dal Governo Meloni come testimonial per il sì. Eccomi qui a dover rendere conto dell’ennesimo racconto di fantasia travestito da giornalismo”, aggiunge l’artista. 

“Ci tengo a raccontare quanto accaduto -spiega- perchè la dice lunga sulla genesi di certe notizie che potete leggere sui maggiori quotidiani italiani e sullo stato di salute dell’informazione del nostro Paese. L’unico ‘fatto’ certo è che al mio podcast fino ad oggi ho avuto solo ospiti che si stanno spendendo per il No (Gherardo Colombo e Nicola Gratteri). Pregherei gentilmente il ‘Fatto quotidiano’ di pubblicare la smentita di questa porcheria totalmente infondata o altrimenti pubblicare le prove di ciò che hanno scritto. Complimenti per l’ottimo lavoro. Come sempre. Ovviamente senza nessuna prova giornalistica ma con un mio virgolettato che lascia quasi intendere che abbia qualcosa da nascondere. Follia pura”.  

politica

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Il mondo che stanno preparando

Le mosse degli Stati Uniti non dovrebbero stupire nessuno: l’imperialismo americano non nasce oggi ma affonda nella vecchia convinzione di sentirsi “eccezionali”, moralmente superiori e chiamati a guidare il mondo. Dietro agli slogan ricivettati dai media sul ritorno della dottrina Monroe si nascondono interessi materiali che conosciamo bene: risorse, mercati, tecnologia, supremazia militare. La crisi in Venezuela è solo l’ennesima tappa di un progetto di avvicinamento allo scontro globale, che non consiste solo nella sequela di conflitti più o meno vicini a casa, da quelli più seguiti nei momenti di maggior clamore, come l’Ucraina o la Palestina, a quelli sempre rimasti sotto traccia, di serie B, ma consiste piuttosto nell’agitare un mercato saturo, stanco, e di ridare fiducia ed entusiasmo ad una economia globale discostando l’attenzione della società prossima all’orlo del precipizio ambientale. Una soluzione facile e trasversale, e la paghiamo noi, ovviamente, non chi decide.

E mentre si bombarda altrove, qui si prepara il terreno: tagli allo stato sociale, paura, patriottismo d’accatto e retorica militarista, perché a qualcuno serve che restiamo l’uno contro l’altro, impauriti, zitti e produttivi. E nel frattempo cosa succede agli altri poveri diavoli come noi in terre di conflitto? Muoiono o fuggono, mentre i soliti pochi continuano ad arricchirsi ed a vivere in un’altra dimensione (economica, fisica e mentale) totalmente distaccati dalla realtà che viviamo noi. A loro non interessa il nostro lavoro, né la nostra salute, né la nostra libertà. Interessa che continuiamo a generare valore. E allora la domanda è semplice: se non noi, chi difenderà ciò che resta del lavoro, della libertà e dell’umanità? Pensiamo davvero che lo farà una classe politica che campa di autoconservazione e che non manca mai di consegnare i nostri soldi e le nostre speranze al miglior offerente? Pensiamo davvero che lo faranno l’indignazione e la frustrazione sfogate sui social? Siamo dentro una fase storica in cui sono saltate le barriere di autodifesa dei popoli. Si sta smantellando ciò che conoscevamo come stato sociale e si sta preparando un assetto economico che considera normale” la guerra, perché la guerra è uno dei pochi motori di profitto che non si inceppa mai. Qui torna utile un pensiero che lastoria ha provato a cancellare: l’anarchismo cresciuto dentro le lotte dei lavoratori, degli sfruttati del secolo scorso, che ci ricorda che il mutuo appoggio non è una fantasia romantica, ma la condizione reale per vivere senza padroni e senza eserciti. Che la solidarietà non è debolezza, ma difesa collettiva. Che la libertà non è concessa dall’alto, ma costruita dal basso o non esiste. Non abbiamo bisogno di eroi, ma di persone che smettano di sentirsi sole, uniti possiamo cambiare questo mondo per renderlo migliore. Perché se non lo facciamo noi, non lo farà nessun altro.

 

FAI – Federazione Anarchica Italiana

Sez. “M. Bakunin” – Jesi

Sez. “F. Ferrer” – Chiaravalle

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Israele teme di non riuscire a difendersi dall’Iran

di  Joe Lauria
Benjamin Netanyahu ha chiamato Donald Trump per esortarlo a non bombardare l’Iran perché, secondo alcune fonti, Israele si sente vulnerabile a un contrattacco iraniano.
Israele teme che i suoi sistemi di difesa aerea, indeboliti dagli iraniani durante il conflitto durato dodici giorni lo scorso giugno, non siano stati sufficientemente ripristinati per resistere a una potente risposta da parte di Teheran, qualora le dichiarazioni pubbliche incendiarie di Donald Trump lo spingessero a bombardare l’Iran.
Per questo motivo, mercoledì il primo ministro Benjamin Netanyahu ha contattato Trump chiedendogli di abbandonare qualsiasi offensiva finché Israele non sarà pronto.
Il media israeliano Ynet Global ha riportato :
” Secondo la CNN, i funzionari israeliani hanno avvertito che i sistemi di difesa aerea sono stati ampiamente utilizzati durante il conflitto diretto con l’Iran dell’anno scorso e che non credono che il regime iraniano crollerà rapidamente senza una prolungata campagna militare .”
La CNN ha scritto venerdì:
” Dietro le quinte… alcuni dei principali alleati degli Stati Uniti hanno compiuto sforzi urgenti per evitare un intervento militare. Trump, ansioso di evitare azioni dalle conseguenze incerte che avrebbero potuto mettere in pericolo le truppe americane, è sembrato aperto a queste argomentazioni, secondo diversi funzionari statunitensi.”
Mercoledì pomeriggio, Trump ha parlato al telefono con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che lo ha incoraggiato a rimandare qualsiasi attacco pianificato, secondo una fonte vicina alla questione.
Gli israeliani non credevano che il regime sarebbe caduto rapidamente senza una campagna prolungata e lo stato del sistema di difesa missilistica del paese, ampiamente utilizzato nel conflitto iraniano-israeliano dell’anno precedente, era motivo di preoccupazione, secondo un’altra fonte a conoscenza della questione.
Questo messaggio ha avuto un peso particolare per il presidente, visti i precedenti appelli di Netanyahu alla partecipazione all’azione militare israeliana contro l’Iran. Il New York Times è stato il primo a rivelare questa conversazione .
Giovedì il New York Times ha pubblicato un articolo piuttosto curioso, intitolato ” Israele e i paesi arabi chiedono a Trump di astenersi dall’attaccare l’Iran “, con il seguente sottotitolo:
” Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto al presidente di rinviare qualsiasi attacco pianificato. I funzionari israeliani e arabi temono ritorsioni da parte dell’Iran .”
L’articolo inizia citando un alto funzionario statunitense che afferma che Netanyahu ” ha chiesto al presidente Trump di rinviare qualsiasi piano per un attacco militare statunitense contro l’Iran ” .
Tuttavia, l’articolo non spiega perché Netanyahu, che di solito sostiene un attacco americano, avrebbe preso questa decisione, né giustifica il sottotitolo che afferma che Israele teme una rappresaglia iraniana. Sarebbe stato esplosivo per il Times rivelare che Israele non è preparato a un contrattacco iraniano dopo i danni subiti nella guerra di giugno.
L’articolo non fornisce ulteriori dettagli e passa ad altri argomenti senza menzionare nuovamente l’appello di Israele a fermare l’attacco. Sembrava quasi che il Times avesse paura di ammettere il motivo per cui Israele aveva chiesto a Trump di ritirarsi: perché, nell’attuale stato di impreparazione, il Paese è terrorizzato dall’Iran.
Cercando di fare un brutto scherzo
Ynet Global ha riferito che il presidente degli Stati Uniti pensava di poterlo sorprendere:
” Trump voleva portare a termine un attacco potente e rapido, preferibilmente un’azione singola o a brevissimo termine, con l’obiettivo principale di un risultato chiaro: il crollo del regime iraniano.
Tuttavia, i suoi consiglieri e i generali del Pentagono non potevano garantire la rapidità di un’operazione del genere. Un’operazione rapida e decisa avrebbe richiesto una preparazione considerevole, come nel caso del Venezuela, una preparazione che avrebbe richiesto settimane.
In ogni caso, i generali e i funzionari del Consiglio di sicurezza nazionale hanno fatto notare a Trump che anche un attacco contro l’Iran non porterebbe necessariamente al crollo del regime .
Questa notizia deve aver deluso Trump quando si è reso conto che il rovesciamento del governo iraniano non sarebbe avvenuto in un pomeriggio e che l’Iran avrebbe reagito.
” Quello che era certo era che un attacco del genere avrebbe innescato una rappresaglia. Le basi americane in tutto il Medio Oriente sarebbero state attaccate, Israele sarebbe stato costretto a fronteggiare il fuoco di missili e droni , e anche le industrie energetiche di altri alleati degli Stati Uniti nel Golfo avrebbero potuto essere colpite. Ciò avrebbe portato a un aumento dei prezzi globali del petrolio e del costo dei prodotti petroliferi, anche negli Stati Uniti .”
Il Times of Israel ha confermato questa informazione:
” Gli esperti hanno avvertito che Israele potrebbe ritrovarsi meno equipaggiato a difendersi dalla minaccia dei missili balistici iraniani rispetto a quanto non lo fosse durante i dodici giorni di scontri di giugno, durante i quali Israele ha preso di mira la leadership militare, il programma nucleare e la produzione di missili della Repubblica islamica .”
Le scorte degli intercettori sono esaurite
Solo cinque giorni dopo l’inizio di questa guerra durata dodici giorni, il Wall Street Journal riportò che le scorte israeliane di missili intercettori Arrow stavano per esaurirsi, ” sollevando preoccupazioni circa la capacità del Paese di contrastare i missili balistici a lungo raggio iraniani se il conflitto non fosse stato risolto rapidamente ” .

Bat Yam, Tel Aviv, colpita da missili iraniani
La guerra finì sette giorni dopo. Senza di essa, Israele avrebbe potuto esaurire tutte le sue scorte.
Gli Stati Uniti intervennero in aiuto di Israele, ma dovettero schierare 150 intercettori THAAD, pari al 25% delle loro scorte totali, per supportare il Paese. Ci sarebbe voluto più di un anno per rifornire quelle scorte, riportò il Wall Street Journal il 24 luglio 2025, un mese dopo la fine della guerra. In quell’articolo, il quotidiano spiegava:
” Sebbene Israele disponga di un sofisticato sistema di difesa multistrato, che include sistemi come Arrow, David’s Sling e Iron Dome, alla fine del conflitto il Paese era a corto di intercettori e di risorse. Se l’Iran avesse sparato qualche salva di missili in più, Israele avrebbe potuto esaurire le sue scorte di munizioni avanzate Arrow 3 “, ha affermato un funzionario statunitense.
Nonostante i danni ingenti subiti dai suoi sistemi di difesa aerea in seguito agli attacchi aerei israeliani, l’Iran si è chiesto se continuare la guerra, poiché ciò avrebbe messo Israele in una posizione difficile.
Secondo questo rapporto del WSJ , l’Iran avrebbe potuto distruggere i principali intercettori di difesa aerea israeliani se avesse lanciato un’ulteriore salva di missili. L’Iran potrebbe non esserne a conoscenza all’epoca e aver accettato il cessate il fuoco imposto da Trump su richiesta di Israele.
A sette mesi dalla guerra, Israele sembra ancora incapace di ricostituire la sua insufficiente scorta di intercettori per contrastare i missili balistici iraniani in caso di un conflitto prolungato. Non ci sono indicazioni su quando Israele sarà pronto.
I danni causati dall’Iran
Durante la guerra, l’Iran ha lanciato 550 missili balistici e più di 1.000 droni contro Israele. Tel Aviv afferma di averne intercettato l’86%.
Nonostante i notevoli sforzi compiuti dalle autorità israeliane per sopprimere le informazioni provenienti dalle zone bombardate, tra cui l’arresto di gruppi di giornalisti, l’entità della distruzione subita da Israele a causa dei pochi colpi che hanno raggiunto la loro destinazione è considerevole.
Il quotidiano israeliano Haaretz ha riferito che il rinomato sistema di difesa aerea israeliano non è riuscito a fermare completamente l’assalto delle munizioni iraniane. ” L’autorità fiscale israeliana ha ricevuto richieste di assistenza finanziaria per circa 33.000 edifici danneggiati ” , ha aggiunto.
Il giornale riportava:
A Tel Aviv , 480 edifici sono stati danneggiati, molti gravemente, in cinque siti distinti. A Ramat Gan, 237 edifici sono stati danneggiati in tre siti, di cui circa dieci gravemente colpiti. In un altro sobborgo di Tel Aviv, Bat Yam, 78 edifici sono stati danneggiati da un singolo impatto; 22 dovranno essere demoliti.

Palazzi a Tel Aviv colpiti

L’autorità fiscale israeliana ha ricevuto richieste di assistenza finanziaria per quasi 33.000 strutture danneggiate. Sono stati inoltre aperti 4.450 casi per la perdita di beni e attrezzature e altri 4.119 per veicoli danneggiati .
Gli attacchi iraniani hanno ucciso 29 civili israeliani e, secondo una mappa pubblicata da Haaretz , hanno danneggiato gravemente 96 edifici. A titolo di confronto, durante la Guerra del Golfo del 1991, l’Iraq ha lanciato 42 missili Scud su Tel Aviv e Haifa, uccidendo due israeliani e danneggiando 4.100 edifici, 28 dei quali sono stati distrutti. L’articolo di Haaretz riguardava solo edifici civili. L’Iran ha anche colpito diverse basi militari israeliane, tra cui Kirya e Camp Moshe Dayan a Tel Aviv, così come la raffineria di petrolio BAZAN a Haifa, causando danni significativi, e l’Istituto Weizmann di Scienze a Rehovot , distruggendo due edifici.

È un trucco?
Quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato un’aggressione contro l’Iran lo scorso giugno, entrambi i paesi hanno finto che l’attacco non fosse imminente. Gli Stati Uniti hanno cullato l’Iran in un falso senso di sicurezza, facendogli credere di essere impegnato nei negoziati per un accordo nucleare. Trump ha menzionato una scadenza di “due settimane” per raggiungere un accordo, sotto minaccia di conseguenze.
Ma lui colpì prima della fine di quella quindicina.

Si è trattato di uno stratagemma deliberato per nascondere i preparativi americani per un attacco. Questo stratagemma è stato rivelato dal New York Times in un articolo intitolato ” Cambiamento di rotta e disinformazione: come Trump ha deciso di colpire l’Iran ” .
Mentre il gruppo d’attacco della portaerei USS Abraham Lincoln prosegue il suo viaggio verso il Golfo Persico, si moltiplicano le speculazioni su una nuova manovra organizzata tra israeliani e americani.
Venerdì, il direttore del Mossad David Barnea è arrivato a Washington per i colloqui del fine settimana. Se Trump decidesse di colpire, sfiderebbe gli stati arabi del Golfo e l’Egitto, che lo implorano di non incendiare la regione.
Ma è più probabile che stia ascoltando il Primo Ministro israeliano. E quando Trump e Netanyahu complottano, tutto può succedere.

Fonte: Notizie del Consorzio 

Traduzione: Luciano Lago
 
 
 


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Allarme chimico nelle crocchette per cani Eurospin: “Livelli di aflatossina superiori ai limiti”. Ecco il lotto ritirato dal Ministero della Salute

Scatta l’allarme per le crocchette per cani della marca Radames, commercializzata nei supermercati Eurospin. Il Ministero della Salute ha disposto il richiamo del prodotto venduto nel pacco da 10 chili, con lotto di produzione 5286 e con scadenza datata 13 aprile 2027 (le crocchette in questione sono prodotte da Gheda Mangimi S.r.l., presso la sede stabilimento Ostiglia -Mantova, Via Comuna Santuario, 1). Nel cibo, infatti, è stata rilevata la presenza di “aflatossina B1” oltre i limiti della legge. L’avviso è stato pubblicato lo scorso 9 gennaio sul portale del Ministero, che ha specificato che coloro che hanno acquistato il prodotto sono tenuti a non consumarlo e a riconsegnarlo presso il punto vendita.

Crediti: Eurospin

Che cos’è l’aflatossina? Si tratta di un agente chimico prodotto dalla muffa Aspergillus flavus, che prolifera sui cereali spesso utilizzati come ingredienti per i mangimi degli animali domestici. È bene sottolineare che l’aflatossina è un componente presente in maniera naturale all’interno dei cibi composti da cereali. Tuttavia, come nel caso delle crocchette di Radames, se la quantità della tossina supera i limiti di legge il cibo non deve essere ingerito. L’assunzione di livelli elevati di aflatossina può provocare vomito, diarrea, perdita di appetito, ittero e, nei casi più estremi, la morte dell’animale. I nostri amici a quattro zampe sono più vulnerabili a questo agente chimico perché, a differenza degli esseri umani che seguono una dieta variegata, si nutrono degli stessi alimenti per lunghi periodi.

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Iran, una ong smentisce Israele sulla notizia della morte di Erfan Soltani: “È vivo”. Ancora accesso filtrato di internet

Mentre dentro e fuori l’Iran la tensione rimane altissima, lo scontro è anche sulle informazioni che arrivano da un Paese dove le comunicazioni sono ancora molto complicate dopo il blackout imposto dal regime. Nelle scorse ore, l’ong Hengaw, specializzata in difesa dei diritti umani, ha smentito la notizia diffusa da Israele sulla morte di Erfan Soltani, giovane diventato un simbolo delle ultime proteste contro gli ayatollah. L’organizzazione umanitaria infatti, ha diffuso su X un comunicato con la foto del ragazzo dove si dice che alla famiglia “è stata concessa una breve visita di persona oggi” e si conferma “che è attualmente vivo e in condizioni fisiche stabili”. L’aggiornamento arriva dopo che un account ufficiale su X del governo israeliano in farsi aveva reso noto che secondo alcune fonti Soltani sarebbe stato “brutalmente ucciso mentre era in custodia della Repubblica islamica”.

Accesso “fortemente filtrato” a internet

Intanto, secondo i media locali, le autorità iraniane stanno valutando di ripristinare “gradualmente” l’accesso a internet dopo il blocco delle comunicazioni. L’agenzia Afp ha anche fatto sapere di esser riuscita a connettersi a internet dall’ufficio di Teheran, sebbene la maggioranza dei provider web e mobili restino interrotti. I dati sul traffico indicano un ritorno significativo di alcuni servizi online, tra cui Google, il che suggerisce che sia stato abilitato un accesso fortemente filtrato, a conferma delle segnalazioni degli utenti su un ripristino parziale” della rete, ha spiegato NetBlocks in un post sui social. Le chiamate internazionali sono possibili da martedì 13 e la messaggistica di testo è stata ripristinata ieri 17 gennaio. L’Iran avvierà il ripristino “graduale” dell’accesso a Internet, bloccato dall’8 gennaio 2026 a causa delle proteste nazionali iniziate il 28 dicembre, ha riferito all’Ansa una fonte informata. Anche i social network Instagram, Telegram, X, Facebook e YouTube erano stati vietati in Iran alcuni anni fa, spingendo gli utenti a utilizzare le Vpn, ma anche le Vpn sono state vietate dall’8 gennaio.

Media: “Potrebbero essere più di 16mila i morti”

Secondo un rapporto redatto da medici iraniani e citato dal Sunday Times, “le vittime nella repressione delle proteste in Iran supererebbe i 16.500 morti”. Il rapporto afferma nello specifico che la maggior parte delle vittime sono giovani sotto i 30 anni e che altre 330.000 persone sono rimaste ferite, con gran parte delle uccisioni avvenute nell’arco di due giorni. “Questo è un livello di brutalità completamente nuovo”, ha dichiarato al Times il professor Amir Parasta, chirurgo oculista iraniano-tedesco che ha contribuito a creare la rete di medici che ha messo a punto il documento. “Questa volta stanno usando armi di livello militare e quello che stiamo vedendo sono ferite da arma da fuoco e da schegge alla testa, al collo e al torace”. Il rapporto afferma che i dati sono stati raccolti dal personale di otto importanti ospedali oculistici e 16 pronto soccorso in tutto l’Iran. Afferma che i medici sono stati in grado di comunicare utilizzando la tecnologia vietata Starlink durante il blocco di Internet. Il rapporto segnala anche un elevato numero di lesioni agli occhi: le forze di sicurezza avrebbero fatto ricorso anche a fucili da caccia, con almeno 700 persone che hanno perso la vista.

EXCLUSIVE – Hengaw

Hengaw has learned that the family of Erfan Soltani has been granted a brief in-person visit with him today, Sunday, January 18, 2026, and has confirmed that he is currently alive and in stable physical condition.

This development comes after days of extreme… pic.twitter.com/kwcSHVeVMG

— Hengaw Organization for Human Rights (@Hengaw_English) January 18, 2026

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Così l’Italia rafforza il suo ruolo nel cuore dell’Asia orientale

La missione asiatica di Giorgia Meloni in Oman, Giappone e Corea del Sud si inserisce in una traiettoria strategica chiara. L’Italia sceglie di collocarsi in modo stabile nel nuovo baricentro globale dell’Indo-Pacifico, rafforzando la propria proiezione internazionale in sintonia con Washington e con i partner del G7. In questo percorso, la tappa coreana assume un ruolo centrale perché condensa alcune delle principali dinamiche del sistema internazionale contemporaneo. Il rapporto con la Cina, il de-risking tecnologico europeo e la riorganizzazione della sicurezza in Asia nord-orientale trovano qui un punto di convergenza strategica.

Tokyo, il partenariato “speciale” e una visione condivisa

A Tokyo, nel corso della sua terza visita in Giappone da quando è alla guida del governo, la Presidente Meloni incontra per la prima volta in un vertice bilaterale la premier giapponese Sanae Takaichi, diventando il primo leader europeo a visitare il Paese dopo il suo insediamento. La visita si colloca nel contesto del centosessantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche, un passaggio simbolico scelto per elevare il rapporto bilaterale a partenariato strategico speciale e per dare impulso al Piano d’Azione Italia-Giappone 2024-2027, definito in occasione del G7 di Hiroshima.

Il linguaggio adottato dai due governi riflette una visione condivisa. Al centro vi sono l’idea di un Indo-Pacifico libero e aperto, il rispetto dello stato di diritto, la sicurezza delle catene di approvvigionamento e una crescente interoperabilità in ambito difensivo. In questo quadro, Italia e Giappone sviluppa una convergenza anche su Africa e Mediterraneo allargato. Tokyo riconosce in Roma un ponte verso l’Europa e il Nord Africa, mentre Roma individua nel Giappone un partner capace di rafforzare le proprie capacità industriali e tecnologiche in settori chiave come spazio, cyber e difesa.

Seul, un equilibrio diverso e il peso della Cina

A Seoul il contesto assume caratteristiche differenti. Per Meloni questa è la prima visita a Seoul, mentre per il presidente Lee Jae-myung rappresenta una delle prime visite ufficiali di un leader straniero dall’avvio del ritorno della presidenza alla Blue House, una scelta simbolica volta a marcare una discontinuità politica rispetto al predecessore Yoon Suk-yeol. Lee esprime una leadership progressista, caratterizzata da una diplomazia pragmatica e orientata all’equilibrio. Il recente dialogo di Seul con Pechino segnala una volontà di riaffermare un ruolo centrale della presidenza nella definizione della politica estera e di gestire con maggiore flessibilità le dinamiche regionali, con la consapevlozze di cercare spazi di maggiore autonomia.

Sul piano strategico, la Corea del Sud valorizza un equilibrio calibrato. L’alleanza militare con gli Stati Uniti resta un pilastro, anche nel quadro della deterrenza verso Pyongyang, mentre il mantenimento di un canale politico con la Cina contribuisce alla stabilità regionale, e completa a livello diplomatico la gestione del dossier nordcoreano.

L’attenzione di Seul verso la Cina si inserisce in una strategia volta a favorire la stabilità nella penisola coreana e a mantenere margini negoziali ampi. Con una Corea del Sud più cauta rispetto agli orientamenti normativi del Free and Open Indo-Pacific (FOIP), l’Italia considera il fattore cinese come una variabile da gestire con pragmatismo. In questo contesto, il lessico adottato privilegia il riferimento alla cooperazione regionale e a un approccio graduale, capace di tenere insieme sicurezza e stabilità economica.

Economia reale, tecnologie critiche, difesa

La cooperazione economica tra Italia e Corea del Sud poggia su basi solide. Nel 2024 l’interscambio ha raggiunto circa 11,4 miliardi di euro, all’interno del quadro regolatorio dell’Accordo di Libero Scambio UE-Corea in vigore dal 2011. Seul rappresenta oggi il primo partner asiatico dell’Italia in termini pro capite, con catene del valore particolarmente integrate nei settori dell’automotive, della meccanica di precisione, della chimica fine, della moda e dell’agroalimentare di alta gamma.

La visita è accompagnata dalla definizione di una dichiarazione congiunta su commercio, investimenti e partenariati industriali, affiancata da intese operative su protezione civile e tutela del patrimonio culturale. Questi ambiti rafforzano la dimensione bilaterale e contribuiscono a proiettare l’immagine dell’Italia come partner tecnologicamente affidabile e culturalmente attrattivo, capace di coniugare competenze industriali e soft power.

Semiconduttori e de-risking, perché Seul conta

Tuttavia, il baricentro politico del vertice riguarda principalmente la cooperazione tecnologica avanzata, in particolare nel settore dei semiconduttori. L’Italia guarda con interesse alla Corea del Sud come attore di primo piano nella produzione di chip di memoria e negli impianti di nuova generazione. In un contesto europeo orientato al de-risking, Roma individua in Seoul un partner affidabile per diversificare fornitori e rafforzare la resilienza delle filiere industriali strategiche.

Questa cooperazione si inserisce in modo coerente nel perimetro euro-atlantico e risulta compatibile con le dinamiche della Chip 4 Alliance, che riunisce Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud e Taiwan. Per Seoul, un rafforzamento strutturato dei rapporti con l’Italia favorisce l’accesso ai mercati europei e accresce il peso politico a Bruxelles. Per Roma, la partnership contribuisce a consolidare la competitività industriale e la sicurezza tecnologica in settori strategici.

Difesa, GCAP e nuove sinergie industriali

Accanto alla dimensione tecnologica civile, la cooperazione in ambito difesa si afferma come un vettore strutturale di convergenza tra Italia e Asia orientale. L’esperienza maturata dall’Italia nel Global Combat Air Programme (GCAP), sviluppato insieme a Giappone e Regno Unito, ha rafforzato in modo significativo il posizionamento nazionale nel segmento più avanzato dell’industria aerospaziale e militare. Il GCAP è un programma congiunto per lo sviluppo di un sistema di combattimento aereo di nuova generazione, centrato su una piattaforma di sesta generazione integrata con droni, sensori avanzati, intelligenza artificiale, capacità di comando e controllo multi-dominio e architetture digitali aperte. Si tratta di un ecosistema tecnologico che connette difesa, spazio, cyber e manifattura avanzata.

La partecipazione italiana al GCAP ha accresciuto la credibilità del Paese come partner tecnologico di lungo periodo. Questo posizionamento ha suscitato un interesse crescente anche in Asia, dove il modello di cooperazione trilaterale viene osservato come riferimento per nuove forme di partenariato industriale e tecnologico.

In questo contesto si inserisce il dialogo con la Corea del Sud, che dispone di un’industria della difesa dinamica e fortemente orientata all’export, con competenze consolidate nei settori aerospaziale, navale e dei sistemi avanzati. Con Seul si esplorano possibili collaborazioni industriali in ambito aerospaziale e navale, con particolare attenzione ai sistemi anti-drone, ai sensori di nuova generazione, alle piattaforme a duplice uso e all’integrazione tra componenti hardware e software ad alta intensità digitale. La complementarità tra le capacità italiane nei sistemi, nell’elettronica avanzata e nella cantieristica navale, le tecnologie europee in ambito missilistico e di comando e controllo, e le competenze coreane nella produzione, nell’automazione e nella scalabilità industriale apre spazi concreti per iniziative congiunte.

Una partnership che funziona perché pragmatica

Questa sinergia offre prospettive operative non limitate al perimetro bilaterale. La possibilità di sviluppare soluzioni integrate e competitive consente di guardare a mercati terzi in modo strutturato, valorizzando una presenza industriale congiunta.

Tutto mentre “Mediterraneo globale”, per usare un’espressione di Meloni, Africa e Indo-Pacifico emergono come aree coerenti con la proiezione marittima e industriale di lungo periodo dell’Italia, dove la domanda di sicurezza, sorveglianza, protezione delle infrastrutture critiche e controllo degli spazi marittimi è in costante crescita.

Pertanto, la cooperazione in ambito difesa assume una valenza che va oltre la dimensione industriale. Essa contribuisce a rafforzare l’autonomia strategica dell’Italia all’interno del quadro euro-atlantico, consolida relazioni di fiducia con partner tecnologicamente avanzati e proietta il sistema industriale nazionale in una rete indo-pacifica sempre più centrale negli equilibri globali di sicurezza.

La relazione italo-coreana si fonda quindi su interessi convergenti e risultati tangibili. Commercio, investimenti, tecnologie critiche, difesa e resilienza delle catene di approvvigionamento costituiscono un terreno comune solido.

Proprio questa dimensione pragmatica rafforza la credibilità della partnership. Per l’Italia rappresenta uno strumento efficace di ancoraggio all’Indo-Pacifico e di rafforzamento dell’autonomia strategica all’interno del quadro euro-atlantico. Per la Corea del Sud costituisce una leva per ampliare la propria presenza in Europa, diversificare le relazioni economiche e accrescere il peso nei grandi dossier globali di sicurezza economica e tecnologica.

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Bologna-Fiorentina 1-2, vittoria viola con dedica a Commisso

(Adnkronos) – La Fiorentina supera il Bologna al Dall’Ara per 1-2 nella 21esima giornata di Serie A, all’indomani della scomparsa del presidente viola Rocco Commisso, a cui la squadra ha tributato un omaggio in fase di riscaldamento con maglie bianche che sul dorso avevano “Rocco 1” e sul davanti un “Grazie Rocco”. I gol della Fiorentina sono stati realizzati da Mandragora e Piccoli. Il Bologna ha accorciato le distanze con Fabbian. La vittoria consente alla formazione toscana di salire a 17 punti. Il Bologna rimane a quota 30. 

 

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Cina, ricavi record nel 2025 per il mercato delle arti performative di Pechino

PECHINO (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Nel 2025 Pechino ha registrato un mercato delle arti performative particolarmente vivace, con ricavi annuali che per la prima volta hanno superato i 5 miliardi di yuan (circa 713,5 milioni di dollari), segnando un aumento del 27% su base annua, secondo l’ufficio municipale della cultura e del turismo.

Le statistiche mostrano che lo scorso anno nella capitale si sono svolti oltre 60.000 spettacoli commerciali, attirando più di 14 milioni di spettatori. Entrambi i dati sono cresciuti rispettivamente del 5% e del 9% rispetto all’anno precedente.

Numerose produzioni nazionali e internazionali hanno debuttato in Cina proprio a Pechino, tra cui i musical originali “Singin in the Rain” e “Sunset Boulevard”.

Nel 2025 gli spettacoli di grande formato, inclusi concerti e festival musicali, hanno continuato a riscuotere enorme successo, con un aumento del 37% su base annua. In una delle principali aree per le arti performative del distretto di Haidian è stato creato un cerchio di vita di cinque ore attorno agli eventi musicali: oltre 60 esercizi di ristorazione hanno prolungato l’orario di apertura fino alle 2 di notte e più di 20 hotel convenzionati hanno offerto sconti ai possessori dei biglietti, trasformando l’affluenza del pubblico in vitalità dei consumi.

– Foto Xinhua –

(ITALPRESS).

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Poche emozioni al Tardini, pari senza reti tra Parma e Genoa

PARMA (ITALPRESS) – Parma e Genoa non si fanno del male. Lo scontro salvezza del Tardini, valevole per la ventunesima giornata di Serie A 2025/2026, termina con un pareggio a reti bianche. La formazione ospite si rende pericolosa dopo appena 4′ con una bella iniziativa di Colombo, che rientra sul mancino ma calcia alto sopra la traversa. La squadra gialloblù prova a reagire, ma al 16′ sono ancora i liguri a mettere in affanno la difesa avversaria con Colombo che, imbeccato da Ellertson, si presenta a tu per tu con Corvi; quest’ultimo è bravo a chiuderlo con un’uscita bassa. I padroni di casa fanno fatica e i nervi diventano un pò tesi, tanto che Pairetto è costretto ad estrarre tre cartellini gialli nell’arco di 15′. Al 29′ arriva la prima occasione per gli uomini di Carlos Cuesta con Bernabè che, dopo un uno-due con Keita, calcia ad incrociare trovando la risposta di Leali. Nel finale di primo tempo il Genoa si ritaglia una doppia chance prima con un colpo di testa di Sabelli, finito di poco a lato, e poi con un calcio di punizione di Vitinha deviato da Leali. Si va a riposo sul parziale di 0-0.
Il Parma, anche in apertura di ripresa, soffre il possesso palla avversario, ma con il passare dei minuti inizia a prendere fiducia. Al 68′ Valenti si rende protagonista di un’ottima incursione e serve Oristanio, il quale calcia troppo centrale per impensierire Leali. La girandola di sostituzioni effettuata da entrambi gli allenatori, spezza il ritmo della gara e le occasioni da rete latitano. A due minuti dal 90′, però, i rossoblù costruiscono una clamorosa chance con Colombo, che si invola versa lo porta e calcia, ma Corvi si supera e salva i suoi, blindando lo 0-0 finale.
Il Parma sale a 23 punti e mantiene un vantaggio di tre lunghezze sul Genoa, che si porta a quota 20. Nel prossimo turno gli emiliani saranno impegnati nella trasferta della New Balance Arena contro l’Atalanta di domenica 25 gennaio, mentre i liguri ospiteranno il Bologna al Ferraris.

– foto Image –
(ITALPRESS).

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Piers Morgan cade e si rompe il femore: “Colpa di Trump”

(Adnkronos) – Piers Morgan in ospedale per un’operazione dopo una caduta. “Colpa di Donald Trump…”, scrive l’anchorman britannico sul proprio profilo X nel post in cui pubblica la proprio foto dall’ospedale. Morgan racconta la propria disavventura con un elenco dettagliato degli eventi. “1. Sono inciampato su un piccolo gradino. 2 In un ristorante di un hotel a Londra. 3 Femore fratturato. 4. Così male che ho avuto bisogno di un’anca nuova. 5. Convalescenza in ospedale. 6. Stampelle per 6 settimane. 7. Niente spostamenti lunghi per 3 mesi. 8. Partenza scoppiettante per il nuovo anno”, scrive Morgan prima del punto numero 9, tra ironia e mistero: “Do la colpa a Donald Trump”. 

 

internazionale/esteri

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Scontri tra 200 ultras di Fiorentina e Roma in autostrada a Bologna: auto danneggiate

(Adnkronos) – Scontri in autostrada oggi, domenica 18 gennaio, tra l’autogrill Cantagallo e l’uscita per Bologna Casalecchio tra ultras della Fiorentina e della Roma, in viaggio per raggiungere i luoghi delle trasferte delle rispettive squadre, a Bologna e a Torino. Alcune auto sono rimaste danneggiate nel corso dei tafferugli. Sono al vaglio le immagini delle videocamere per ricostruire quanto è accaduto.  

cronaca

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Groenlandia, Paesi europei minacciati: “Con dazi Trump si rischia una pericolosa spirale”

(Adnkronos) – Le minacce di Donald Trump di nuovi dazi per la Groenlandia rischiano di “minare le relazioni transatlantiche e rischiano di innescare una pericolosa spirale”. E’ quanto si legge nella dichiarazione congiunta degli otto Paesi – Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Olanda, Norvegia, Svezia e Regno Unito – che sarebbero colpiti da nuovi dazi il primo febbraio per aver inviato militari nell’isola artica, territorio autonomo danese, che Trump vuole annettersi.  

Nella loro dichiarazione i Paesi europei, tutti membri della Nato, affermano di essere “impegnati a rafforzare la sicurezza dell’Artico nell’ambito di interessi transatlantici condivisi”. E sottolineano che l’esercitazione di questo weekend, guidata dalla Danimarca in Groenlandia, Artic Endurance, rientra nell’ambito di questo impegno. “La minaccia di dazi mina le relazioni transatlantiche e rischia di innescare una pericolosa spirale, noi continueremo ad essere uniti e coordinare le nostre risposte, siamo impegnati a difendere la nostra sovranità”, conclude la dichiarazione delle otto nazioni, tutte tranne Norvegia e Regno Unito nella Ue, ribadendo la solidarietà alla Danimarca e al popolo groenlandese e sottolineando che è il dialogo, non le minacce di dazi, a risolvere le differenze. “Costruire sul processo avviato la scorsa settimana – affermano riferendosi all’incontro di Washington tra Usa, Danimarca e Groenlandia – noi siamo pronti ad un dialogo fondato sui principi di sovranità e integrità territoriale”.  

 

“In un mondo instabile e imprevedibile, la Danimarca ha bisogno di stretti amici e alleati” ha detto il ministro degli esteri danese, Lars Lokke Rasmussen, ha annunciato un tour diplomatico, che lo porterà oggi a Oslo, domani a Londra e giovedì a Stoccolma, all’indomani della minaccia di Donald Trump di imporre dazi aggiunti a otto Paesi Europei, tra i quali i tre Paesi che Rasmussen visita, che si oppongono alle sue mire espansionistiche sull’isola artica, territorio autonomo danese.  

“I nostri Paesi condividono la stessa posizioni sulla necessità di rafforzare il ruolo della Nato nell’Artico e sono ansioso di discuterne con loro”, ha aggiunto il capo della diplomazia danese.  

 

Il team di ricognizione di 15 militari tedeschi inviato nei giorni scorsi in Groenlandia lascerà oggi l’isola artica per recarsi a Copenhagen. Lo ha reso noto un portavoce militare tedesco alla Dpa, riferendosi ai militari arrivati venerdì nell’ambito della missione ricognizione guidata dalla Danimarca in vista della prevista esercitazione militare. Il portavoce del centro comando e controllo delle forze tedesche ha spiegato che la missione si è conclusa e che “i risultati della ricognizione saranno analizzati nei prossimi giorni”.  

Il rientro dei militari tedeschi arriva all’indomani che Donald Trump ha annunciato dazi aggiuntivi da partire dal primo febbraio per gli otto Paesi europei che hanno inviato militari nell’isola, territorio autonomo danese, che hanno annunciato la partecipazione alle esercitazioni.  

 

 

 

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Federica Brignone iscritta al gigante di Plan de Corones: “Deciderà al mattino se gareggiare o meno”

Si avvicina il rientro di Federica Brignone, ferma dallo scorso aprile per il grave infortunio rimediato alla gamba – frattura del piatto tibiale e del perone e lesione del legamento crociato anteriore – durante i campionati italiani. L’azzurra infatti risulta iscritta al gigante di Coppa del Mondo di sci in programma martedì a Plan de Corones e dovrebbe quindi tornare a gareggiare a poco più di due settimane dall’inizio delle Olimpiadi di Milano Cortina.

“La detentrice della sfera di cristallo prenderà parte alla sciata in pista del mattino e poi deciderà se gareggiare o meno – fa sapere la Fisi – Per lei si tratterebbe del rientro agonistico a distanza di 292 giorni dal terribile infortunio occorsole lo scorso 3 aprile in Val di Fassa”. La gara altoatesina vedrà al via per l’Italia anche Sofia Goggia, Lara Della Mea, Asja Zenere, Ilaria Ghisalberti, Giorgia Collomb, Ambra Pomarè, Alice Pazzaglia e Anna Tocker. La prima manche sulla pista Erta è in programma alle 10.30, la seconda alle 13.30.

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L’indignazione del comitato per il Nobel dopo che Machado ha consegnato la medaglia a Trump: “Non si può condividere il premio”

“Un vincitore del Premio Nobel per la Pace non può condividere il premio con altri, né trasferirlo una volta annunciato”. Il Comitato per il Premio Nobel per la Pace ha espresso forte indignazione in merito al gesto di María Corina Machado, che ha consegnato la sua medaglia a Donald Trump, definendo l’atto come una violazione delle norme che regolano il premio. La dichiarazione ufficiale del Comitato ha sottolineato con fermezza che un vincitore del Premio Nobel non può trasferire il premio ad altre persone né condividerlo, e che una volta che il premio è stato assegnato, esso non può essere revocato. Nonostante non abbia fatto riferimento esplicito né a Machado né a Trump, il Comitato ha ribadito che la decisione è definitiva e non può essere modificata dalle azioni del vincitore. Il 3 gennaio il blitz Usa, voluto da Trump, ha portato alla cattura di Nicola Maduro.

Il Comitato ha poi specificato che la medaglia, il diploma e il premio in denaro che accompagnano il Nobel sono simboli che appartengono al vincitore, ma che, sebbene questi oggetti possano essere donati o venduti, l’identità del destinatario del premio rimane immutata nella storia. Tra i vari esempi, il comitato ha citato il caso di Kofi Annan, che ha donato la propria medaglia all’Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra, e quello del giornalista Dmitry Muratov, che ha venduto la propria medaglia per sostenere i bambini ucraini. Gesti molto diversi da quelli dell’attivista e con un valore totalmente differente.

Il gesto di Machado, leader dell’opposizione venezuelana, è stato visto come un “momento emozionante” e simbolico, in quanto, secondo le sue parole, ha deciso di donare la medaglia a Trump per riconoscere il suo impegno a favore della libertà in Venezuela e in tutta la regione. Tuttavia, la sua spiegazione non ha placato le polemiche. Donald Trump, dal canto suo, ha espresso un tono di rispetto nei confronti di Machado, definendola una “donna molto gentile” e sottolineando che l’atto di ricevere la medaglia è stato per lui un “gesto molto carino”. Il presidente statunitense – che più volte ha sostenuto di meritare il premio (che Barack Obama ottenne “sulla fiducia” nel 2009, ndr) ha affermato di essere rimasto colpito dal suo impegno e ha voluto esternare la sua gratitudine per aver ricevuto il premio.

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“Certe cose non sono coincidenze”: la moglie defunta perse la fede nuziale in un campo di ulivi, dopo 50 anni degli sconosciuti la ritrovano e gliela restituiscono

“Certe cose non sono coincidenze, sono abbracci che attraversano il cielo”. Una fede nuziale persa 50 anni fa in un campo di ulivi è tornata tra le mani del proprietario. Il Corriere di Arezzo ha riportato la vicenda accaduta tra Antria e San Polo, a pochi chilometri da Arezzo. A ritrovare l’anello è stata l’associazione di Subbiano “Quelli della Karin”, specializzata nella perlustrazione dei campi locali alla ricerca di reperti bellici. La zona è nota per i ritrovamenti di ordigni e piastrine di riconoscimento dei soldati della Seconda guerra mondiale ma, questa volta, la scoperta è stata ben diversa. La fede, ritrovata a circa dieci centimetri di profondità grazie a un metal detector, aveva al suo interno un’incisione: Alfiero 5-4-1970.

Il dettaglio ha colpito uno dei membri dell’associazione impegnato nella ricerca sul campo. L’uomo, originario della zona, ha collegato il nome inciso sull’anello al proprietario dell’oliveto ed è andato a bussare alla sua porta di casa, non lontana dal luogo del ritrovamento. Come raccontato dal Corriere di Arezzo, il signor Alfiero, proprietario dell’anello, si è emozionato alla vista dell’oggetto. L’anziano ha raccontato di aver infilato l’anello alla moglie il 5 aprile del 1970. Oggi, la coniuge non c’è più. La donna, infatti, è morta nel 2022. La restituzione della fede è diventata un momento di gioia collettiva.

“Quando abbiamo bussato alla sua porta per restituirgliela, il tempo si è fermato. Lacrime, emozione pura e mani che tremavano”, hanno dichiarato i membri dell’associazione, come riferisce Fanpage. “Siamo certi che sua moglie, da lassù, abbia guidato quel metal detector esattamente nel punto giusto. Perché certe cose non sono coincidenze”, hanno concluso dall’associazione.

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L’autostrada ostaggio degli ultras: guerriglia tra tifosi di Fiorentina e Roma sull’A1, auto danneggiate

L’autostrada diventa il nuovo terreno di battaglia degli ultras. Oggi poco dopo le ore 12.30 gruppi organizzati delle tifoserie di Fiorentina e Roma si sono scontrati sulla corsia d’emergenza dell’A1 a Casalecchio di Reno, alle porte di Bologna, poche ore prima del fischio d’inizio del match tra i rossoblu e i viola, valido per la Serie A.

Circa 200 persone, con cappucci e con i volti coperti, sono scese dalle macchine in autostrada e si sono fronteggiate con caschi e spranghe, mentre gli altri veicoli hanno rischiato incidenti per evitarli. Alcune auto sono rimaste danneggiate nel corso dei tafferugli. I tifosi della Fiorentina erano appunto diretti a Bologna, mentre quelli della Roma a Torino per l’altro match di Serie A, in programma alle ore 18.

La polizia di Bologna è al lavoro per identificare i responsabili: sono al vaglio le immagini delle videocamere anche per ricostruire quanto è accaduto. Tutto sarebbe cominciato al vicino autogrill del Cantagallo, dove un gruppo di tifosi della Fiorentina (diretti a Bologna per la partita del Dall’Ara) hanno incontrato un gruppo di romanisti che stavano andando a Torino per la partita con i granata in programma alle 18. Gli scontri sono avvenuti qualche chilometro dopo, dove molte auto e alcuni minibus si sono fermati nella corsia d’emergenza e nelle piazzole. I tifosi sono scesi dalle auto e si sono affrontati con mazze, martelli, spranghe e caschi. Il tutto è durato pochi minuti, poi le auto sono ripartite, prima dell’intervento delle forze di polizia, avvertite dalle auto in transito.

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A fuoco gli addobbi sul soffitto per le candele pirotecniche: chiusa discoteca a Crema. Stop anche a un locale di Cremona

Due discoteche di Crema e Cremona sono state chiuse temporaneamente a seguito di alcune violazioni in materia di sicurezza e ordine pubblico. Il provvedimento è stato disposto dal questore di Cremona, Carlo Ambra, che sulla base dell’articolo 100 del TULPS ha attuato due sospensioni di licenza. I locali coinvolti sono il “Moma Club” di Crema (chiuso per 8 giorni) la discoteca “Juliette” di Cremona (chiusa per 15 giorni). I controlli sono stati eseguiti nei primi giorni di gennaio, e si inseriscono in una tipologia di controlli resi necessari probabilmente anche in reazione alla strage di Crans-Montana e al rinnovato interesse pubblico sulla questione sicurezza nei luoghi chiusi. Proprio domenica da Roma è arrivata la notizia, invece, del sequestro preventivo del Piper club di Roma.

Tra gli episodi contestati spiccano due avvenimenti: il 6 gennaio scorso, nella discoteca di Cremona, un giovane è stato aggredito alla gola con la lama di un taglierino. La ferita, fortunatamente superficiale, ha richiesto comunque l’intervento sanitario. Nella discoteca Moma Club, invece, nei giorni scorsi si è verificato un principio d’incendio di alcuni addobbi posizionati sul soffitto del locale causato dalle fontane pirotecniche installate sulle bottiglie. Una dinamica che ricorda fortemente quanto avvenuto in Svizzera la notte di Capodanno. Il locale è intervenuto su Facebook per precisare che “l’episodio relativo a un principio di incendio di alcuni addobbi natalizi, causati dai flambé, è avvenuto antecedentemente alla tragedia successa in Svizzera. Mettere in relazione i due eventi è scorretto, fuorviante e falso”. E, continua ancora la nota, dopo quanto avvenuto e dopo i fatti di Crans-Montana “i flambé sono stati completamente eliminati”.

Oltre a questi due avvenimenti, sono stati segnalati sia ripetuti episodi violenti – all’interno e all’esterno dei locali – sia la somministrazione di bevande alcoliche ai minorenni. I controlli sono stati effettuati a Cremona il 16 gennaio e a Crema il 17 e sono stati compiuti dalla Polizia di Stato con la collaborazione dei Vigili del Fuoco, della Polizia Locale, dell’ATS Valpadana e dell’Ispettorato del Lavoro.

Tra le criticità del locale “Juliette” si segnalano: mancato documento di valutazione rischi, irregolarità nella licenza, presenza di materiali non ignifughi nei pressi delle fonti di calore e mancata omologazione – sempre rispetto alla reazione al fuoco – di alcuni arredamenti. Inoltre, assente la documentazione relativa alla formazione dei lavoratori e preoccupanti le condizioni delle uscite di sicurezza – bloccate o per lo meno compromesse da tavolini e sedie.

Nel “Moma Club” invece il controllo ha fatto emergere, oltre al già citato principio di incendio, anomalie come la presenza di minorenni in serate esclusive ai maggiorenni, la mancata verifica dei documenti d’identità e l’occultamento delle – anche qui – due uscite di sicurezza, coperte da delle tende. Inoltre, come nelle discoteca Juliette è stata riscontrata la presenza di materiali non classificati alla reazione al fuoco. Nel corso dell’ispezione sono stati infine individuati dieci lavoratori in nero, il mancato aggiornamento del documento di valutazione dei rischi e la presenza di soli due operatori antincendio rispetto ai quattro previsti.

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Pavimento crolla durante la festa di compleanno a Parigi: evacuati tre edifici e almeno 20 feriti

Una festa nel quinto piano di un edificio dell’XI arrondissement di Parigi è finita nel panico quando il pavimento della casa è crollato, probabilmente a causa del peso a cui era sottoposto per via delle presenza di 50 persone. Gli avventori, in casa per una festa, sono stati evacuati e nel crollo sono rimaste ferite 20 persone. Una donna, soccorsa dai pompieri sotto le macerie, era in arresto cardiaco e le sue condizioni sono considerate gravi. Il suo cuore ha ripreso a battere, ma non sarebbe considerata ancora fuori pericolo.

L’episodio è avvenuto dopo la mezzanotte al 34 bis di rue Amelot, vicino piazza della Bastiglia, zona della movida parigina ancora affollata a quell’ora del sabato sera. Le vie sottostanti sono state teatro di alcune scene di tensione per la fuga dei presenti. Sul posto è intervenuta una carovana di soccorsi formata da 125 pompieri, una quarantina di camion dei vigili del fuoco e una decina di ambulanze. Fonti della polizia francese confermano come l’edificio sia “un residenziale senza precedenti noti di problemi ”

L’architetto Antoine Cardon, in qualità di esperto accorso sul posto, parlando con Franceinfo ha fornito dettagli sul crollo che dovrebbe essere strutturale: “Abbiamo osservato che un pavimento era stato indebolito dall’acqua infiltrata da un balcone. L’infiltrazione ha portato al deterioramento del pavimento, che ha causato una reazione a catena di crolli su tutto il piano”. Oltre all’intero edificio, di sei piani, sono stati evacuate le due strutture adiacenti. I residenti hanno fatto rientro nelle loro abitazioni durante la notte, verso le ore 04:00.

La procura di Parigi ha aperto un’indagine sulle cause delle lesioni e del crollo e sono in corso aggiornamenti. All’interno dell’edificio era in corso una festa, come racconta uno degli invitati a LCL: “Eravamo tutti riuniti per festeggiare il 60esimo compleanno di un’amica. Proprio mentre stavamo iniziando a farle gli auguri ed eravamo tutti riuniti intorno a lei, il pavimento è crollato. Siamo caduti dal quinto al quarto piano. È successo così velocemente che non riesco nemmeno a descriverlo, ti senti solo scivolare“.

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Referendum, Alessandro Barbero spiega perché voterà No: “Si rischiano magistrati agli ordini del governo. Peso della politica superiore nei Csm”

“Ci ho messo un po’ a decidere di girare questo video in cui spiego le ragioni per cui voterò no”. Inizia così l’intervento con cui Alessandro Barbero spiega pubblicamente le ragioni del suo voto no al referendum sulla separazione delle carriere. Sono 4 minuti e mezzo di video, inviato dallo storico al Comitato “Società civile per il no”, guidato da Giovanni Bachelet, che lo ha pubblicato sul suo canale Youtube. Barbero mette in fila i motivi che lo hanno spinto a schierarsi contro la riforma del ministro Carlo Nordio. Parte da un elemento: “Il referendum non è sulla separazione delle carriere fra pubblici ministeri e giudic. La separazione di fatto c’è già. Già adesso il magistrato che prende servizio decide in quale dei due ruoli lavorare e può cambiare una sola volta nella vita e pochissimi lo fanno”, spiega lo storico, riferendosi al fatto che oggi i passaggi di ruolo tra pm e giudici avvengano con percentuali da prefisso telefonico (Nel 2023 8giudici su 6.665, lo 0,12%, diventati pm. Ventisei pm su 2.186, l’1,19%, diventati giudici).

E infatti il cuore della questione, dice il professore, è un altro. Al centro della riforma “c’è la distruzione del Consiglio superiore della magistratura, così come era stato voluto dall’assemblea Costituente. E allora spieghiamoci: il Csm è l’organo di autogoverno dei magistrati con funzioni anche disciplinari, cioè fa qualcosa che prima sotto il regime fascista faceva il ministro della Giustizia. Quindi, era il governo, cioè la politica, che sorvegliava la magistratura e che nel caso la sanzionava”. Con il suo inconfondibile tono, reso celebre da centinaia di puntate di podcast storici, Barbero improvvisa una lezione di storia costituente: “I padri costituenti vedevano benissimo che la separazione dei poteri è una garanzia indispensabile di democrazia, che il cittadino non è sicuro se si trova davanti inquirenti e giudici che prendono ordini dal governo e che possono essere puniti dal governo. Per questo la Costituzione prevede che il Csm sia composto per due terzi da magistrati ordinari eletti dai colleghi e per un terzo da professori di giurisprudenza e avvocati di grande esperienza, i cosiddetti membri laici eletti dal Parlamento”. Il Csm, dunque, “è la garanzia che la magistratura sarà sì in contatto col potere politico, ascolterà le ragioni del governo, ma sarà libera nelle sue scelte, non dovrà obbedire agli ordini”.

Se passerà il Sì, avverte Barbero, la riforma indebolirà il Csm con il rischio di una deriva autoritaria. “Intanto perché prevede che sia sdoppiato, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, e che al di sopra dei Csm ci sia un altro organo disciplinare separato, anch’esso composto da rappresentanti dei magistrati e da membri di nomina politica. Ma soprattutto la riforma prevede che in tutti questi organi i membri togati, cioè quelli che rappresentano i magistrati e che finora erano eletti dai colleghi, siano tirati a sorte. La giustificazione di questa misura pazzesca che non si usa in nessun organo di grande responsabilità, è che la magistratura e politicizzata, cosa considerata orribile, e che quando vota la magistratura elegge i rappresentanti delle sue diverse correnti e questo si vorrebbe evitarlo”. Il vero nodo, dunque, è rappresentato dal sorteggio ibrido: puro per i componenti togati dei Csm, cioè i rappresentanti dei magistrati, temperato per i laici, gli esponenti della politica, che saranno sorteggiati sulla base di un elenco compilato dal Parlamento. Solo che di questa lista non si è ancora specificata la consistenza numerica, che potrà essere di poco superiore (o addirittura identica) al numero di posti da coprire. Di fatto quindi la politica – a differenza della magistratura – continuerà a scegliere in qualche modo i propri rappresentanti al Consiglio superiore. Dunque avremo due Csm “dove i membri magistrati sono tirati a sorte mentre il governo continua a scegliere quelli che nomina lui“, sintetizza Barbero. “A me sembra che questi organismi saranno per forza di cose organismi dove il peso della componente politica sarà molto superiore. Dove di fatto il governo potrà di nuovo, come in uno stato autoritario, dare ordini ai magistrati e minacciarli di sanzioni. Ora, naturalmente, chi è favorevole alla riforma può benissimo dire, come infatti molti dicono, che va bene così. È proprio questo che vogliamo. Uno stato moderno ed efficiente deve funzionare così. Io la penso diversamente e per questo voterò no. E alla fine ho deciso che poteva aver senso che provassi a spiegare pubblicamente le ragioni per cui lo farò”.

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Bologna-Fiorentina, l’omaggio a Rocco Commisso. De Gea: “Come se fosse qui con noi”

Momenti di commozione al Dall’Ara prima del match della 21esima giornata di Serie A tra Bologna e Fiorentina. Dopo l’inno usuale, le squadre in campo hanno osservato il minuto di silenzio per la morte di Rocco Commisso: i Viola giocano con il lutto al braccio e in fase di riscaldamento hanno indossato una maglia celebrativa con “Grazie Rocco” sul petto e una foto del presidente scomparso a 76 anni che palleggia. Sulla schiena invece il numero 1 e la scritta Rocco al posto del proprio cognome.

I funerali di Commisso saranno celebrati a New York mercoledì prossimo, nella cattedrale di San Patrizio. “Vorrei mandare un grande abbraccio alla famiglia Commisso da parte di tutta la squadra e la società e ringraziarli per quello che hanno fatto per la Fiorentina e per il calcio. Oggi anche lui è qui con noi in partita“, ha detto il capitano viola David De Gea ai microfoni di Dazn ricordando Rocco Commisso, scomparso ieri all’età di 76 anni. “Abbiamo una responsabilità ancora più grande nel fare qualcosa di importante quest’anno – ha aggiunto – Sappiamo qual è l’obiettivo, si parte da oggi, vero che abbiamo fatto buoni risultati nelle ultime partite, dobbiamo dare continuità“.

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Macron torna a minacciare l’uso dello “Strumento anti-coercizione” contro i dazi di Trump: che cos’è

E un’opzione mai sperimentata ed è sta ribattezzata, nei corridoi di Bruxelles, il “bazooka” delle misure commerciali. Il suo obiettivo primario è la deterrenza, prevenendo l’uso stesso dello strumento: ecco perché spesso viene definita come “l’opzione nucleare” dell’Ue. Lo Strumento anti-coercizione (Aci) torna oggi ad essere rievocato dal presidente francese Emmanuel Macron, dopo l’annuncio da parte di Donald Trump di imporre dazi al 10% dal primo febbraio agli 8 Paesi europei che hanno inviato militari in Groenlandia. “Dal primo giugno 2026 queste tariffe saliranno al 25%“, ha minacciato il presidente Usa sottolineando che riguarderanno tutte le merci spedite negli Stati Uniti e saranno in vigore fino a quando “non sarà raggiunto un accordo per l’acquisto completo e totale della Groenlandia“.

Macron aveva evocato l’utilizzo dello strumento già lo scorso luglio in piena guerra dei dazi da parte degli Usa. Arma disinnescata poco dopo, quando l’Ue ha raggiunto l’intesa con Trump. Adesso però l’opzione torna sul tavolo. Macron, che sarà “in contatto con i suoi omologhi europei per tutto il giorno”, chiederàl’attivazione dello strumento anti-coercizione Ue” se le minacce di dazi per la Groenlandia brandite da Donald Trump saranno attuate, fanno sapere fonti dell’entourage del presidente francese. Inoltre, aggiungono le fonti, le minacce commerciali americane “sollevano la questione della validità dell’accordo” sui dazi doganali raggiunto lo scorso luglio tra Stati Uniti e Unione Europea.

L’Anti-Coercion Instrument – la cui attuazione richiede una maggioranza qualificata dei Paesi della Ue – consiste in una risposta dell’Unione europea alla coercizione economica da parte di Paesi terzi, ovvero ad interferenze indebite tramite misure o minacce che colpiscono il commercio o gli investimenti per condizionare scelte politiche. È stato approvato dalle istituzioni europee nel 2023 come arma di deterrenza nei confronti della Cina che aveva “punito” con restrizioni commerciali la Lituania colpevole di aver rafforzato i legami con Taiwan.

Le contromisure economiche sono considerate solo come ultima risorsa, soggette a condizioni di necessità e proporzionalità. Sono progettate per essere mirate, temporanee e con impatto minimo sull’economia dell’Ue. La gamma di opzioni è ampia. Una volta attivato, quello strumento pensato per “scoraggiare l’intimidazione economica” consentirebbe di adottare misure che vanno ben oltre i contro-dazi. Per esempio si potrebbe limitare l’accesso dei gruppi Usa ai mercati finanziari europei, escluderli da appalti pubblici, revocare loro licenze di importazione e persino introdurre restrizioni sui diritti di proprietà intellettuale. Bruxelles potrebbe – potenzialmente – arrivare a vietare ai gruppi statunitensi di monetizzare in Europa servizi digitali come le piattaforme di streaming o l’utilizzo di software. Divieti e limiti possono colpire un intero Paese ma anche singoli individui o aziende.

La fase di determinazione di un atto di coercizione spetta al Consiglio, che agisce su proposta della Commissione. La successiva adozione di misure di risposta è di competenza della Commissione, assistita da un comitato di Stati membri. In specifici casi (per esempio norme di origine) si utilizzano atti delegati, coinvolgendo anche il Parlamento Europeo. Il processo prevede il coinvolgimento delle parti interessate per valutare l’impatto delle misure e un obbligo di informazione costante del Parlamento e del Consiglio.

Le possibili misure da mettere in campo sono pertanto tante e molto potenti, per questo l’Aci è considerata un’opzione estrema. E bisogna considerare i rischi. Oltre alle eventuali reazioni del Paese terzo (in questo caso gli Usa) c’è il timore che a pagare siano i consumatori e le imprese Ue. In primis con una riduzione dei servizi, considerato che quasi tutti i gruppi che li offrono sono statunitensi, o un aumento dei costi. C’è poi l’aspetto politico. Per attivarlo su proposta della Commissione – che deve attestare l’esistenza di un tentativo di “coercizione economica” – serve un voto a maggioranza qualificata in Consiglio: devono esprimersi a favore 15 Paesi su 27, che rappresentino almeno il 65% della popolazione dell’Unione. Quindi serve la convergenza tra le principali capitali europee, cosa ovviamente non scontata.

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Crans Montana, “Jacques Moretti condannato in Svizzera nel 2016 per lavoro nero”

Jacques Moretti, proprietario del bar Le Constellation di Crans-Montana e ora in carcere, “è stato condannato nel 2016 in Svizzera per aver impiegato lavoratori illegalmente”. La notizia viene riportata dal quotidiano NZZ am Sonntag. Il passato di Moretti e di sua moglie da ormai due settimane viene scandagliato dai cronisti, che hanno puntato i fari sul business e sull’ascesa finanziaria della coppia. Questo episodio – riportato dal quotidiano tedesco che ha una versione svizzera – ha sollevato interrogativi sull’opportunità di concedergli un permesso per la gestione di un’attività commerciale, considerando la legge vallesana che limita tali permessi a chi ha precedenti.

Tuttavia, il passato di Jacques Moretti è segnato da altri inciampi con la giustizia. Nel 2008, infatti, era stato condannato a dodici mesi di carcere in Francia per sfruttamento della prostituzione, legato a un centro massaggi a Ginevra. L’indagine, avviata dalla polizia francese dopo una segnalazione su giovani donne reclutate in Francia, aveva portato alla sua condanna. Nonostante Moretti avesse sempre respinto le accuse, sostenendo di aver gestito il locale solo per pochi mesi e di non aver costretto le lavoratrici, la pena fu sospesa grazie alla condizionale.

Nel 2015, Moretti, insieme alla moglie Jessica, ha preso in gestione il bar Le Constellation, che in breve tempo è diventato uno dei punti di riferimento della vita notturna di Crans-Montana. Nel 2022, la coppia ha acquisito l’immobile del locale per oltre 1,5 milioni di franchi svizzeri, come riportato dai cronisti di insideparadeplatz.ch. Ma tra ipoteche e mancati introiti dovuti alla chiusura degli altri locali della coppia i Moretti sarebbero “senza redditi”. Tanto che, tra le polemiche, la cauzione fissata per la libertà è stata fissata in poco più di 400mila franchi svizzeri.

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“Inviteremo Valentino al matrimonio, ma sarà impegnato. L’altra figlia a 28 anni chiede ancora l’assegno di mantenimento”: le accuse di Ambra Arpino, compagna di Graziano Rossi

“Apriremo le porte a tutti i parenti, a partire da Valentino”. Ambra Arpino sceglie la provocazione per rompere il silenzio sulla vicenda che la vede al centro della denuncia presentata da Valentino Rossi per circonvenzione d’incapace. La compagna di Graziano Rossi, 54enne dirigente di un ente pubblico e legata all’ex pilota da oltre quindici anni, intervistata da Il Resto del Carlino respinge ogni accusa e rivendica il proprio ruolo accanto a Graziano, compresa la decisione sul matrimonio ormai imminente: “Dalla famiglia di Graziano mi sono sentita umiliata e offesa, ho subìto episodi gravissimi. Eppure sono la compagna del papà di Valentino da quasi vent’anni”. E aggiunge: “Purtroppo per loro sono una donna vera, sana, trasparente”.

Sul nodo dei circa 200mila euro finiti al centro della denuncia, la donna fornisce la sua versione. I primi 100mila euro sarebbero legati al mutuo della sua abitazione: “Graziano mi ha detto che voleva aiutarmi a pagare il mutuo residuo pari a 100mila euro. Così mi ha versato due bonifici da 50mila euro come prestito infruttifero”. Gli altri 100mila, secondo Arpino, sarebbero invece transitati da una carta di credito ottenuta da Valentino Rossi quando era amministratore di sostegno del padre: “Sono soldi serviti a gestire le spese della casa e di tutto quello che riguarda il mio compagno. Ogni uscita è documentata”.

La compagna di Graziano parla apertamente di un clima ostile e collega la denuncia alle imminenti nozze: “Ci sposiamo e lo faremo entro pochissimo tempo. Temono che possa sconvolgere l’asse ereditario”. Difficile crederlo, almeno per quanto riguarda Valentino Rossi, che di certo non ha problemi economici e che anzi ha contribuito direttamente alle ricchezze del padre. Ambra Arpino difende anche le condizioni di salute del compagno, sostenendo che i problemi sarebbero stati causati da terapie sbagliate: “Le medicine che gli erano state prescritte gli facevano danni gravissimi. Io mi sono assunta la responsabilità di bloccarle”.

Il passaggio più duro riguarda però la famiglia di Graziano Rossi. Arpino afferma che nessuno, a parte lei, si sarebbe preso cura dell’ex pilota: “Valentino non è mai venuto a verificare le condizioni del padre. Come lui tutti gli altri, compresa l’altra figlia che a 28 anni chiede ancora l’assegno di mantenimento. Quando Graziano è stato ricoverato c’ero io vicino al suo letto, non altri”. Un’affermazione che viene però smentita da fonti vicine alla famiglia Rossi, secondo le quali Clara Rossi, la figlia 28enne di Graziano avuta dal secondo matrimonio, sarebbe stata a lungo presente in ospedale accanto al padre durante i ricoveri. Clara, che mantiene rapporti stretti con Valentino, oggi non vedrebbe più il padre, come confermato dallo stesso Graziano e dalla compagna, che appunto ha sottolineato nell’intervista la volontà del suo futuro marito di togliere l’assegno di mantenimento.

Nell’intervista, Arpino conferma infine i preparativi per il matrimonio e lancia un invito che suona come una provocazione: “Apriremo le porte a tutti i parenti, a partire da Valentino. Ma sono convinta che sarà molto impegnato e non riuscirà ad esserci”. Intanto l’indagine della procura di Pesaro va avanti e dovrà chiarire se i movimenti di denaro siano stati frutto di una libera scelta di Graziano Rossi o se, come sostiene il figlio Valentino, qualcuno abbia approfittato di una sua condizione di fragilità.

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“Mio figlio ha tentato il suicidio in carcere bevendo sette bottiglie di metadone. Sono stati periodi difficili”: così Martina Colombari a “Verissimo”

“Sono sempre positiva, cerco sempre di avere un sorriso sul volto, a volte vero, altre forzato” ha raccontato Martina Colombari, ospite di Silvia Toffanin a “Verissimo”. L’attrice si è soffermata sul figlio Achille Costacurta. Il ragazzo soffre di problemi neuro degenerativi, diagnosticati dopo 7 Tso. Il giovane, figlio di Martina e Alessandro Costacurta, ha scontato oltre un anno di carcere per spaccio di droga: lì, Achille ha tentato il suicidio bevendo 7 bottiglie di metadone. Colombari ha parlato del periodo complicato: “Sono stati periodi difficili, non sono una madre coraggio. Ho fatto ciò che ogni madre avrebbe fatto, ho cercato di tenerlo per mano”. E ancora: “L’obiettivo è mettere tuo figlio in sicurezza, fortunatamente è stato bloccato in questo modo. Rischiava di farsi male e farlo agli altri. È stato un periodo duro”. Attualmente, tra madre e figlio c’è un bel rapporto, come svelato da Colombari: “Il nostro rapporto è migliorato, sono orgogliosa di essere la sua mamma“.

Nelle difficoltà, Martina Colombari ha potuto contare sull’appoggio del marito Alessandro. A breve i due festeggeranno i 30 anni di relazione. L’ex Miss Italia ha raccontato così il loro amore: “Siamo molto diversi, ma se duriamo c’è amore. C’è stata una crisi al settimo anno, ci siamo allontanati, ma siamo tornati insieme. La vita di coppia va coltivata. Certo, se due persone non sono felici insieme fanno bene a separarsi. Noi non abbiamo mai dovuto affrontare questo tema. Le difficoltà di Achille ci hanno unito, in quel momento siamo stati l’uno il supporto dell’altro”. Colombari ha concluso facendo un augurio a sé stessa: “Mi auguro di avere il sorriso sul volto, un viso che sorride conta tanto. Ognuno nella vita merita almeno un periodo di serenità. La vita è tutta una sorpresa, e forse anche questo è il bello”.

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Prima il dito rotto, ora il furto da mezzo milione: il difficile inizio di Füllkrug al Milan

Disavventura per Niclas Füllkrug, la nuova punta del Milan. Mentre era in trasferta a Como con i compagni l’attaccante tedesco ha subito un furto da mezzo milione di euro.

L’ambientamento del tedesco, ex Borussia Dortumund e West Ham, è stato più difficile del previsto. Arrivato da poco, l’esperto numero 9 non ha ancora trovato una sistemazione fissa e si è dovuto temporaneamente “accontentare” di una stanza nell’albergo Hotel Melià in Zona Fiera, vicino San Siro. Il 13 gennaio Füllkrug si rompe un dito del piede in uno dei primi allenamenti in maglia rossonera. In casa Milan c’è emergenza, l’attaccante parte comunque a Como per dare manforte alla squadra nel recupero del 15 gennaio della sedicesima giornata. Il Milan vincerà 3 a 1 e il tedesco giocherà mezz’ora, guadagnandosi i complimenti dell’allenatore.

“È venuto con un mezzo dito infrazionato, è voluto venire per forza e si è messo a disposizione. Giocatori così trascinano anche gli altri” aveva detto Allegri su di lui a fine partita. Peccato che mentre lui era nel capoluogo lariano, nella sua camera gli scassinatori agivano sottraendo, dalla cassaforte, diversi oggetti di valore per una somma di circa 500mila euro. In particolare, gioielli e orologi di lusso. Il furto è avvenuto verosimilmente nella giornata del 15 gennaio, ma è stato scoperto solo nella giornata di ieri, sabato 17 gennaio, durante la mattina.

Sul posto sono intervenuti gli agenti di polizia e della Scientifica della questura di Milano: le indagini sono in corso. La denuncia è arrivata, su delega del nazionale tedesco, da un dirigente del Milan. Oggi Füllkrug sarà in panchina contro il Lecce perché ancora dolorante al dito, sperando di entrare e cambiare – magari con un gol – la sua (per ora sfortunata) avventura milanese.

Primo acquisto del calciomercato invernale, il classe 1993 è arrivato alla corte di Allegri per sopperire alla fragilità dei centravanti e delle ali rossonere che – quasi a rotazione – sono state interessate da settembre da diversi infortuni: Pulisic, Leao, Nkunku per non parlare del lungodegente Gimenez. Il numero 9 è arrivato in prestito oneroso fino al termine della stagione con diritto di riscatto fissato a 5 milioni di euro.

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Il Patronage di Odessa come snodo della strategia italiana in Ucraina

Come nel resto del mondo anche l’Italia è stata colta di sorpresa dall’invasione russa del febbraio 2022, ma rispetto ad altri paesi ha seguito un percorso più lungo per elaborare una strategia sull’Ucraina, anche perché sei mesi dopo lo scoppio del conflitto, ci sono state le elezioni politiche con il passaggio di governo da Mario Draghi a Giorgia Meloni.

Definire la strategia italiana in Ucraina

La definizione di una strategia nazionale italiana per l’Ucraina è stata complessa anche per ragioni storiche. Francia e Germania erano state coinvolte direttamente fin dal 2014 nei negoziati di pace tra Russia e Ucraina, a seguito dell’occupazione militare russa della Crimea e del Donbas,attraverso il “Normandy Format”, cioè un tavolo a 4 con i due contendenti. Questo significa che sia a Parigi che a Berlino(come naturalmente a Washington) c’era già un “dossier Ucraina” sul tavolo con risorse diplomatiche dedicate. Altri paesi come il Regno Unito, i Paesi scandinavi e quelli Baltici hanno adottato subito una posizione di sostegno aperto all’Ucraina, perché storicamente più sensibili e preoccupatidall’aggressività militare russa fin dalla nascita dell’Unione Sovietica.

A differenza di oggi, l’Ucraina non era una priorità per la politica estera italiana. Kiev è sempre stata per i diplomatici italiani una destinazione meno prestigiosa e con meno risorse rispetto a Mosca, che era molto importante anche per l’export delle aziende italiane. Questo ha creato un dissidio interioremolto rilevante per la politica estera italiana, perché la scelta di sostenere attivamente l’indipendenza dell’Ucraina ha comportato il deterioramento della lunga relazione amichevole con la Russia.

Come spesso succede, ci sono dei fattori esterni che fungono da catalizzatori del cambiamento. E questi furono uno stranoinciampo diplomatico a Lugano e un attacco drammatico aOdessa.

Lo schiaffo diplomatico di Lugano

Agli inizi di luglio 2022, pochi giorni prima delle dimissioni del Presidente del Consiglio Mario Draghi, si tenne la conferenza di Lugano per la ricostruzione dell’Ucraina, con l’illusione che la guerra sarebbe finita presto. A questo incontro il Primo Ministro ucraino Denis Shmigal presentò al pubblico di esperti internazionali una grande mappa con le regioni e le grandi città dell’Ucraina contrassegnate da bandierine dei paesi che avrebbero dovuto prendersi la responsabilità dei progetti nei vari territori. Praticamente, era una proposta di lottizzazione della ricostruzione in base agli interessi nazionali.

La cosa che lasciò gli addetti ai lavori italiani a bocca aperta fu l’assegnazione all’Italia di Rivne, una piccola città vicino al confine con la Bielorussia, e di Donetsk, nel Donbas. Se non era chiaro quale potesse essere l’interesse dell’Italia per Rivne, per Donetsk si trattava di un’ipotesi del tutto irreale, data l’occupazione russa dal 2014. Sulle città più importanticome Kiev, Odessa, Dnipro, Leopoli, Zaporizhzja e Karkhiv, sventolavano altre bandiere nazionali. Curiosamente, su Odessa, città nota per il legame con l’Italia, c’erano labandierina svizzera e quella francese.

Questa concessione all’Italia delle ultime caselle vuote e, in particolare, di una città non disponibile, era il segno di una scarsa considerazione del ruolo economico e diplomatico dell’Italia, e della priorità data agli altri Paesi (USA, UK, Germania, Francia, Svizzera, Canada, Polonia e Turchia). La poco esperta diplomazia ucraina aveva elaborato uno strumento di indirizzo non privo di stimoli intellettuali, ma senza un vero approfondimento preliminare con tutti i paesicoinvolti.

Ma la mancata attribuzione di Odessa all’Italia, era piuttostoimbarazzante, se si tiene conto non solo del legame storico-culturale, ma anche delle eccellenze italiane in settori come la cantieristica, la logistica marittima e le infrastrutture portuali, che non erano state considerate dal piano ucraino.

Per sanare questo schiaffo diplomatico si mosse l’ambasciatore a Kiev Pierfrancesco Zazo, che si era guadagnato l’ammirazione degli ucraini per essere stato l’ultimo capo diplomatico europeo ad abbandonare una Kiev semicircondata dai Russi. Inoltre, nell’aprile 2022, fu uno dei primi a riaprire un’ambasciata nella capitale ucraina. Fu lui a sensibilizzare il Governo ucraino sulle grandi opportunità che offriva una partnership italo-ucraina con perno sulla città di Odessa. Nel 2023, a sottolineare questo legame tra il porto del Mar Nero e l’Italia, fu inaugurata la sede del nuovo Console onorario italiano. Era dalla Seconda Guerra Mondiale che mancava un consolato dell’Italia a Odessa.

L’attacco alla cattedrale ortodossa di Odessa

Il secondo fatto catalizzatore avvenne il 23 luglio del 2023: l’attacco missilistico notturno alla Cattedrale ortodossa della Trasfigurazione di Odessa, che distrusse il tetto e gli internidell’edificio. A poche ore dall’evento che traumatizzò tutta la città, sia il Presidente del Consiglio Meloni che il Ministro degli Esteri Tajani dichiararono che l’Italia si sarebbe occupata del restauro della chiesa. Curiosamente proprio quel giorno era in visita a Odessa una delegazione di Deputati italiani della Commissione Esteri della Camera, che furonotestimoni oculari delle macerie fumanti dopo l’attacco.

Da quella decisione del Governo italiano, nata da un moto di solidarietà, è partito un percorso che ha portato alla definizione di una strategia più strutturata sull’Ucraina. Nel settembre del 2023 ci fu a Odessa la prima visita dell’inviato speciale per l’Ucraina Davide La Cecilia, già ambasciatore a Kiev fino al 2020, insieme alla responsabile dell’UNESCO a Kiev Chiara Dezzi Bardeschi, e due esponenti della cultura italiana: il presidente del Museo MAXXI di Roma Alessandro Giuli (oggi Ministro italiano della Cultura) e il presidente del Museo La Triennale di Milano arch. Stefano Boeri.

Dal quel primo incontro partì il processo di definizione del piano che approdò l’11 giugno 2024 a Berlino alla firma del Memorandum sul Patronage italiano per la ricostruzione di Odessa e della sua regione tra il Ministro degli esteri Antonio Tajani e il Ministro ucraino per lo Sviluppo delle Infrastrutture Vasyl Shkurakov, alla presenza del sindaco diOdessa, Gennadiy Trukhanov. Qualche mese prima di quella firma era stato aperto l’ufficio a Kiev dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo (AICS), per coordinare gli aiuti umanitari in Ucraina e controllarne l’efficacia.

Il MoU delineava la nuova strategia italiana in Ucraina, che oltre agli aiuti militari, comprendeva un programma articolato di progetti umanitari, culturali e di sviluppo economicofocalizzati su Odessa e la sua regione. La finalità complessiva di questo piano era la creazione di un ecosistema favorevole agli investimenti italiani e alle partnership industriali per la ricostruzione nel dopoguerra.

L’Ucraina riscopre l’Italia

Parallelamente a questo sviluppo della politica estera italiana, cresceva la relazione Italia-Ucraina, come testimoniato dalle crescenti visite a Roma di Zelensky per incontrare Giorgia Meloni, Sergio Mattarella e i due Papi Francesco e Leone XIV. Inoltre, se l’ex Ministro degli Esteri ucraino Kuleba aveva vissuto per anni in Italia, tuttora nell’Ufficio del Presidente dell’Ucraina alcuni responsabili sono stati nell’ambasciata a Roma e sono esperti nelle relazioni diplomatiche con l’Italia.

L’Italia è divenuta per l’Ucraina un paese di riferimento stabile, in confronto alle continue crisi di governo in Francia, Germania e Regno Unito. Inoltre, le relazioni molto amichevoli tra il governo Meloni e la nuova amministrazione Trump offre all’Italia un ruolo di moderatore nelle difficili relazioni ucraino-americane. Inoltre, è importante notare che gli ambasciatori dei Paesi del G7 a Kiev svolgono un ruolo rilevante nel processo di riforme per modernizzare e stabilizzare l’Ucraina. Infatti hanno incontri regolari con i ministri ucraini e monitorano i provvedimenti legislativi con il diritto di parola. Un caso unico al mondo di influenza del G7, e quindi anche dell’Italia, in una crisi internazionale.

Dopo il mandato di Pierfrancesco Zazo, a luglio 2024 l’Italia ha nominato nel luglio 2024 a Kiev l’ambasciatore Carlo Formosa, un diplomatico con esperienza di servizio in paesi difficili come l’Iran e l’Afghanistan, e in passatovicepresidente del gruppo Leonardo, il cluster italiano della difesa. Una competenza utile per la partnership militare italiana con l’Ucraina.

Perché Odessa?

La scelta di Odessa è stata ispirata da un riferimento storico-culturale. La città fu fondata nel 1794 dal comandante napoletano Josè de Ribas al servizio di Caterina La Grande, e gli immigrati italiani del Regno delle Due Sicilie furono la prima classe dirigente della città. Le maggiori realizzazioni architettoniche della città portano la firma di architetti italiani.

Ma la scelta della capitale marittima dell’Ucraina è spinta anche dagli interessi nazionali italiani. L’importanza di Odessa, obiettivo prioritario della strategia militare russa, è data da molte ragioni:

Economia. I 7 porti della regione di Odessa sono il cancello del 90% dell’export ucraino. Chi controlla Odessa ha il controllo dell’economia ucraina. L’Italia è un importatore di materiali ferrosi e candidata a diventare la prima porta d’ingresso per l’export dell’acciaio “verde” ucraino. Inoltre ci sono diversi settori italiani che dipendono dalle importazioni di derrate alimentari ucraine. Durante il blocco navale russo dei porti ucraini nel 2022, il settore dell’allevamento (zootecnia) fu colpito duramente dalla mancanza di mais ucraino usato nell’alimentazione degli animali, come l’arresto delle importazioni di grano dall’Ucraina penalizzò i produttoridi pasta italiana.

Cultura. Odessa è la città ucraina più famosa al mondo grazie al cinema, alla letteratura, alla musica e all’arte contemporanea. La parola “Odessa” è un potente brand usato nel design e nel marketing industriale. Tra tutte le città ucraine Odessa è un palcoscenico di grande visibilità internazionale.

Politica. Dalla sua fondazione Odessa è la città della tolleranza culturale e linguistica. Rappresenta il modello multiculturale di sviluppo dell’Ucraina, contrapposto al modello nazionalistico mono-linguistico. Il luogo ideale del dialogo per la ricostruzione non solo fisica, ma anche morale del Paese.

Sicurezza. La proiezione militare ucraina sul mare per proteggere il traffico maritimo ha reso Odessa il guardiano del Mar Nero, obliterando il ruolo Sebastopoli, che è stata abbandonata dalla flotta russa. La città è oggi il laboratorio più avanzato al mondo di nuove tecnologie militari navali.

Carriera marittima e arte militare: grazie a Odessa l’Ucraina impara a navigare e a combattere. Le sue accademie navali formano la più alta percentuale al mondo di ufficiali di marina mercantile di etnia europea. Inoltre, alla scuola militare di Odessa si sono diplomati in generali Zaluzhny e Budanov.

La Conferenza per la Ricostruzione dell’Ucraina (URC2025)

L’Italia ha scelto di occuparsi di alcuni dei simboli dei luoghi che compongono il mosaico identitario della Nazione ucraina: quel luogo è Odessa”. Così disse Giorgia Meloni all’apertura della Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina. Per l’Italia la diplomazia culturale e della cooperazione non profit svolge un ruolo importante per aprire la strada alle imprese nazionali. In effetti, alcuni campioni industriali nazionali presero parte al gioco.

Durante la URC2025 a Roma la Fincantieri, il più grande gruppo europeo di cantieristica navale, annunciò un progetto pilota per la difesa del porto di Odessa con tecnologie innovative, sia di superficie che subacquee. Un progetto in linea con l’importanza della città nella sicurezza del Mar Neroe con le ambizioni industriali navali dell’Italia. È utile menzionare che proprio nel gennaio del 2025, Fincantieri aveva acquisito dal gruppo Leonardo la società UAS Underwater Business per la protezione di infrastrutture portuali da sottomarini, droni navali e siluri.

Il più grande costruttore italiano Webuild, firmò tre accordi: 1) 2 miliardi con Automagistral, azienda di Odessa specializzata nella costruzione di strade; 2) 600 milioni con l’azienda Ukrhydroenergo per produzione di energia; 3)cooperazione con l’Agenzia ucraina per la ricostruzione e le infrastrutture.

Gli interessi stranieri a Odessa

Ma l’Italia arriva in una piazza già in parte occupata da altri investimenti esteri, che si concentrano in prossimità dei suoi maggiori porti (Odessa, Chornomorsk e Yuzhny). Ecco i paesi protagonisti:

Germania. Il più grande investimento infrastrutturale tedescoin Ucraina è il CTO-Container Terminal Odessa, del gruppo HHLA, il principale operatore portuale tedesco, la cui azionista di maggioranza è il Comune di Amburgo. HHLA ha anche un terminal nei porti di Tallinn e Trieste.

Dubai. Il campione della logistica portuale degli Emirati Arabi Uniti (Dubai) DP World controlla TIS Group, il maggiore operatore privato del primo porto dell’Ucraina, Yuzhny (a nord di Odessa).

Usa. Il maggiore investimento logistico statunitense (150 milioni di dollari) è il Neptune Grain Terminal del gruppoCargill di Minneapolis, completato nel 2018 dentro il porto di Yuzhny.

Cina. Uno dei primi partner commerciali dell’Ucraina. Primoimportatore di mais e orzo ucraino (20% dell’esportazione totale nel 2021) e il secondo di olio di girasole (15%), dopo l’India (30%). È anche il principale esportatore in Ucraina di prodotti di largo consumo (USD 8,25 miliardi nel 2020).

Svizzera. La Confederazione elvetica vanta in Odessa la presenza di due grandi aziende: Risoil S.A., holding agroindustriale e principale operatore del porto di Chornomorsk; e la Mediterranean Shipping Company (MSCS.A.), la più grande compagnia di shipping al mondo. Le due società hanno sede legale a Ginevra (anche se in entrambe i capitali non sono svizzeri).

Italia: il maggiore investimento italiano diretto è l’azienda di comunicazione unificata Wildix, anche se la sopra menzionata MSC appartiene alla famiglia napoletana Aponte.

Singapore. Il principale investimento diretto della città-stato asiatica è Delta Wilmar Group, una società ucraina parte della multinazionale agroindustriale Wilmar International. Il gruppo comprende due stabilimenti nella regione di Odessa per la lavorazione di semi oleosi e oli tropicali.

Paesi Bassi. La Louis Dreyfus Company (LDC) possiede un grande terminal nel porto storico di Odessa. L’antica holding mercantile francese, che si occupa di agricoltura, finanza,trasformazione alimentare e spedizioni internazionali, ha sede ad Amsterdam e un ufficio operativo a Rotterdam. Inoltre, la Dutch Entrepreneurial Development Bank (controllata al 51% dallo Stato olandese) ha una quota nella Alseeds Black Sea, uno dei più grandi esportatori privati di olio di girasole in Ucraina, che gestisce un nuovissimo terminal di carico di olio vegetale nel porto Yuzhny.

Il luogo ideale per gli investimenti italiani

La strategia elaborata dall’Italia sull’Ucraina mostra un cambiamento rispetto alle consuetudini della sua politica estera. Innanzitutto, non ha paura di esplicitare gli interessi nazionali, mobilitando grandi aziende. Questo nuovo stile della diplomazia italiana è coerente con il nuovo “Piano d’azione per l’export italiano nei mercati extra-Ue” varato a maggio 2025. L’Ucraina rientra in questa categoria.

In secondo luogo, la scelta di un territorio come la città/regione di Odessa, rappresenta qualcosa di nuovo, dai tempi lontani in cui le potenze europee prendevano in concessione città in altri paesi (come Tientsin in Cina per l’Italia). L’aspetto interessante è che Odessa, per la sua posizione geografica e il suo ambiente economico-sociale, offre alla diplomazia dei progetti culturali e degli aiuti umanitari, combinata con gli interessi nazionali, le condizioni ideali per gli obiettivi strategici dell’Italia.

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Quando Zouhair Atif disse “mi piacerebbe uccidere una persona”. Il padre: “Voglio chiedere scusa, il coltello non lo ha preso a casa”

L’omicidio di Abanoub Youssef, il 18enne accoltellato da un compagno di scuola all’interno di un istituto professionale della Spezia, ha sollevato non solo un acceso dibattito politico sulla sicurezza nelle scuole, ma anche perplessità su una frase espressa dall’accoltellatore. Ai giornalisti viene riferito un episodio che coinvolge un’insegnante dell’istituto accusata di aver ignorato una dichiarazione di Zouhair Atif, mesi prima delle coltellate.

Secondo quanto riferito da alcuni compagni di scuola e testimoni, l’insegnante avrebbe chiesto agli studenti di esprimere un sogno durante un incontro in classe. Quando fu il turno di Zouhair, l’adolescente avrebbe pronunciato una frase che ha lasciato tutti senza parole: “Mi piacerebbe vedere che emozione si prova a uccidere una persona“. La dichiarazione, definita disturbante da chi era presente, non avrebbe suscitato, secondo alcuni, reazioni adeguate da parte dell’insegnante, che non avrebbe intrapreso alcuna azione per segnalare l’incidente o per affrontare il tema con il giovane.

Le polemiche sulla gestione della sicurezza e la reazione delle istituzioni

Questo nuovo particolare, che getta luce su un episodio preoccupante mai affrontato a dovere, si aggiunge alla già complessa situazione riguardante la gestione della sicurezza nelle scuole. Se da un lato le forze politiche e i sindaci si confrontano sull’approccio giusto per prevenire simili tragedie, dall’altro emergono interrogativi sulle modalità con cui le istituzioni scolastiche affrontano la crescita del disagio giovanile. La sindaca di Genova, Silvia Salis, in una intervista, ha accusato il governo di ridurre il fenomeno della violenza giovanile a semplici slogan, proponendo misure punitive che non risolvono le problematiche profonde. “Cosa risolvi con multe alle famiglie in difficoltà?“, ha dichiarato, sollecitando un approccio più integrato, che includa politiche sociali e di sostegno psicologico, piuttosto che punizioni generiche.

Il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha invece elogiato il coraggio dell’insegnante che ha affrontato l’aggressore, ma ha anche fatto un passo indietro rispetto all’uso esclusivo di misure repressive come metal detector nelle scuole. “Serve una rivoluzione culturale“, ha affermato, indicando che la violenza non può essere fermata solo con il controllo fisico, ma richiede un cambiamento nelle mentalità degli studenti e nelle dinamiche scolastiche.

Le scuse

“Io sono padre e penso ad un altro padre che ha perso suo figlio. Voglio chiedere scusa a lui, alle sorelle del ragazzo, a tutta la sua famiglia. Proprio perché padre capisco il loro dolore. Mi dispiace tantissimo per quello che è successo – dice in un’intervista al Corriere della Sera Boulkhir Atif, il padre del 19enne – Per noi era un ragazzo tranquillo. Ogni mattina si alzava, prendeva l’autobus, andava a scuola. Poi il sabato e la domenica ma anche durante l’estate, prendeva nuovamente il pullman, per andare a Lerici dove faceva il cameriere. Lo faceva per portare i soldi a casa e una parte poi li dava alla sua mamma”. In merito al coltello usato dal figlio, Boulkhir Atif spiega: “Noi in casa abbiamo solo questo per tagliare il pane e poi altri più piccoli per mangiare. Non ci sono altri coltelli in giro. Se lui lo ha portato a scuola sicuramente non lo ha preso qui in casa. Forse l’ha comprato da qualche altra parte. Giuro che io non l’ho mai visto con un coltello in mano in casa. Me ne sarei sicuramente accorto. Questa è una casa piccola. Dove poteva andarlo a nascondere? Qui in casa di coltelli non ne ha mai avuti. Questo è sicuro”.

La protesta

Parenti, amici e compagni della vittima hanno inscenato una protesta spontanea domenica mattina di fronte all’obitorio dell’ospedale cittadino. Un centinaio di persone ha occupato il marciapiede e la sede stradale esponendo cartelli per chiedere il massimo della pena nei confronti dell’assassino e l’impegno delle istituzioni nel rendere sicure le scuole. “La scuola è complice”, “Giustizia per Abu”, “Vogliamo una giustizia veloce”, “Abbiamo paura a tornare a scuola” si legge su alcuni dei cartelli mostrati dai manifestanti. Nessun momento di tensione, ma piuttosto di commozione per i parenti straziati dal dolore.

oggi è intervenuta anche la ragazza che frequentava Zouhair Atif: “Chiederei di non inventare gossip scherzando sulla morte di un ragazzo che tra l’altro ho fatto il possibile per evitare litigi fra i due. Non sono mai entrata in tribunale a difendere il mio ragazzo anzi non gli ho rivolto parola (come giusto che sia) sono stata sottoposta ad altro [il riferimento sarebbe ad un interrogatorio della polizia – ndr]. È stato sconvolgente anche per me. Chi ha visto parli, chi sa mi scriva, ogni testimonianza è importante. Sentirò tutti appena posso, sono l’unica che può fare qualcosa, e combatterò fino all’ultimo per lui e la sua famiglia. Le mie più grandi condoglianze alla famiglia, che cercherò di contattare al più presto“.

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“Una storia molto brutta, mio figlio ha fatto di tutto per riallacciare i rapporti con Graziano”: parla la mamma di Valentino Rossi

“Se Graziano avesse fatto il falegname, Ambra sicuramente non era lì”. Dopo l’iniziale silenzio, nella vicenda che vede contrapposti Valentino Rossi e il padre Graziano interviene anche Stefania Palma, mamma del nove volte campione del mondo ed ex moglie di Rossi senior. Le sue parole, riportate da Il Resto del Carlino, aggiungono un nuovo tassello a una storia familiare diventata ormai di dominio pubblico: “Una storia molto brutta e devo dire che mio figlio ha fatto di tutto per riallacciare i rapporti con il padre”.

La madre di Valentino insiste soprattutto sul tema della frattura familiare, che a suo dire non esisteva fino a pochi anni fa: “Per Natale ci si è sempre visti tutti quanti assieme a tavola. Tutto questo è terminato quando quella donna è entrata in casa di Graziano”, dice riferendosi alla compagna dell’ex pilota, la 54enne Ambra Arpino, oggi al centro della denuncia per circonvenzione d’incapace presentata da Valentino Rossi.

Un passaggio che rafforza la linea già raccontata dal campione di Tavullia, che ha parlato di una rottura improvvisa e inspiegabile con il padre. Stefania Palma sottolinea anche il legame costante con il figlio: “Se sento Valentino? Certamente e tutti i giorni”, spiegando di condividere il suo dolore: “Di questa vicenda dico che la trovo veramente molto brutta”. Alla domanda se questa sia “una storia dove le donne dettano legge”, Palma chiude con una risposta netta: “Questa è una domanda che dovete rivolgere ad Ambra”.

Le sue parole arrivano mentre la procura di Pesaro valuta se archiviare l’indagine sulla compagna di Graziano Rossi. Intanto, il fronte familiare appare sempre più compatto attorno a Valentino: oltre alla notizia del matrimonio tra Graziano Rossi e la compagna Ambra Arpino, infatti, è diventata di dominio pubblico anche la volontà del padre di interrompere l’assegno di mantenimento che attualmente versa all’altra figlia, la 28enne Clara Rossi, avuta in secondo nozze. La ragazza è in ottimi rapporti con Valentino Rossi. Anche lei, però, non vede più il padre, come hanno confermato lo stesso 71enne e la compagna.

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Meloni ufficializza la presenza dell’Italia nel Board per Gaza: “Siamo stati invitati”

“Siamo stati invitati anche noi a farne parte. Penso che l’Italia possa giocare un ruolo di primo piano, siamo pronti a fare la nostra pace nella costruzione del piano di pace”. Lo ha detto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ai giornalisti riuniti per il punto stampa a Seul ha confermato l’invito dell’Italia a far parte del Board of peace per Gaza. La notizia era stata anticipata già ieri da diversi giornali ma la premier aveva sottolineato come mancasse ancora l’ufficialità. “Mi pare” che l’Italia, ha aggiunto Meloni, sia “un attore molto attivo nella regione, in buoni rapporti con tutti gli altri attori regionali, e quindi siamo contenti e faremo del nostro meglio per dare il nostro contributo, che pensiamo possa fare la differenza”

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Organizzare un viaggio a gennaio costa meno rispetto agli altri mesi: cos’è e come funziona la tecnica “early bird”, prima prenoti e meno spendi

Gennaio è il mese perfetto per prenotare una vacanza. L’influenza del Blue Monday (il giorno più triste dell’anno) spinge le persone a iniziare a programmare i viaggi estivi. Nel settore del turismo è radicata la promozione “early bird”, che permette di organizzare una vacanza a prezzi vantaggiosi. Dunque, prima prenoti e meno spendi. Tale promozione, pensata per stimolare la domanda in un periodo di bassa attività, incoraggia ad agire tempestivamente per ottenere vantaggi sul prezzo. Il modello soddisfa tanto i viaggiatori, che possono risparmiare, quanto i tour operator, che hanno modo di organizzarsi in anticipo e di ridurre il rischio di posti invenduti.

La tecnica dell’early bird non riguarda, però, solo i viaggi. Tra i tour operator che offrono più vantaggi ci sono WeRoad e la compagnia aerea Turkish Airlines, che propongono sconti fino a 300 euro se si prenota in anticipo la propria vacanza estiva. Alla compagnia turca si aggiunge Ryanair, che propone importanti sconti per volare nelle principali città europee. Il meccanismo è stato copiato anche dalla Biennale di Venezia, che ha appena messo in vendita i biglietti per la Biennale Arte del 2026.

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Diego Baroni scomparso da Verona. Il telefono del 14enne agganciato a Milano e i video su TikTok

Di Diego Baroni, 14 anni, non si hanno notizie da lunedì. L’adolescente, studente dell’istituto tecnico Giorgi di Verona e scomparso ormai da sei giorni, è originario di San Giovanni Lupatoto – nel Veronese – ma a seguito di alcune segnalazioni le ricerche del giovane si stanno concentrando anche su Milano. Le ricerche sono condotte dal nucleo operativo di Verona in contatto con i colleghi del comune veneto e di quello meneghino, anche se per il momento la scomparsa di Baroni è avvolta nel più totale mistero.

Il telefono

Il cellulare del ragazzino ha agganciato due volte un’antenna nel centro del capoluogo lombardo, ma il dispositivo – a quanto riferiscono gli agenti – non è acceso da lunedì. Un avvistamento importante è quello avvenuto lo stesso giorno nella stazione di Porta Nuova di Verona, dove Diego, prima di partire, avrebbe confessato a due ex compagne della scuola media incontrate casualmente di star prendendo un treno per Milano. Quella mattina del 12 gennaio il ragazzo ha quindi saltato scuola, ha preso regolarmente il bus delle 6.45 che ogni mattina lo portava nel plesso, poco distante dal centro cittadino.

La descrizione

Per adesso, le ipotesi degli investigatori vanno verso la direzione della fuga volontaria. Diego è alto un metro e ottanta, gioca a basket, ha i capelli corti e castani e indossava – almeno quando è uscito di casa lunedì – un berretto di lana scuro, un giubbino blu con il cappuccio, pantaloni scuri di tuta e scarpe sportive nere. Dalle parole della madre – Sara Agnolin, che ha postato appelli condivisi anche da Luca Zaia – Diego avrebbe condiviso dopo la scomparsa tre video su TikTok. Che farebbero pensare all’utilizzo di un altro dispositivo dal suo o l’accensione a intermittenza del suo cellulare, forse in modalità aereo.

Proprio sullo stesso social intanto aumentano i contenuti dei suoi amici e coetanei, preoccupati per la potenziale fuga del giovanissimo. Possibili testimoni o amici informati sono monitorati dall’Arma per avere anche un minimo dettaglio che possa aiutare le indagini. La famiglia Baroni intanto afferma che – dalle loro informazioni – il ragazzo non avrebbe contatti a Milano. Questo rende le indagini ancora più complesse, in mancanza di un qualsiasi punto di riferimento dal quale partire. Intanto la prefettura di Verona ha diffuso a livello nazionale il protocollo di ricerca avviato mercoledì, mentre la Procura dello stesso comune ha aperto un fascicolo d’indagine ad ora senza ipotesi di reato.

L’angoscia della famiglia

I genitori, che vivono al momento grandi momenti di angoscia, affermano: “è stato un fulmine a ciel sereno”. La madre Sara ha scritto su Facebook: “Non ho più notizie di mio figlio Diego da lunedì, non è andato a scuola e il telefono risulta spento, ho già fatto denuncia dai carabinieri. Ho bisogno di aiuto per ritrovarlo. Contattatemi se l’avete visto o condividete”. Anche il comune di San Giovanni Lupatoto si è unito alla preoccupazione degli ultimi giorni, e ha annunciato che “chiunque possa fornire informazioni utili è invitato a rivolgersi alle Forze dell’Ordine: ogni segnalazione può essere determinante per il ritrovamento del ragazzo. L’Amministrazione comunale esprime la propria vicinanza alla famiglia e ringrazia tutti coloro che stanno collaborando con responsabilità e senso civico”.

Appelli condivisi anche da molte pagine sportive dedicate al basket. Il ragazzo, cestista e grande appassionato, milita nella squadra dei Sangio Wolves. Intanto lunedì 19 gennaio nell’orario serale è prevista una camminata silenziosa e di preghiera da parte della comunità cittadina di San Giovanni e della famiglia di Diego. Il ritrovo è davanti al campo da calcio Battistoni, e il corteo proseguirà lungo via XXIV Maggio fino alla chiesa di Pozzo. Qui vi sarà un momento di raccoglimento guidato dal parroco Don Michele Zampieri.

Il sindaco Attilio Gastaldello afferma che “l’auspicio è che Diego possa tornare a casa prima, e che questo momento diventi un’occasione di ringraziamento per il suo ritrovamento ma – aggiunge – qualora così non fosse, oltre alla preghiera rivolta al Cielo, l’incontro vuole mantenere alta l’attenzione sulla sua scomparsa e testimoniare la vicinanza della comunità alla famiglia”.

Foto diffusa dal comune di San Giovanni Lupatoto con l’invito di collaborazione

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Paolo De Chiesa: “La mia ex mi ha sparato in faccia, sono vivo per miracolo. Ho mentito per coprire tutti e per tre anni ho vissuto nell’incubo”

Un anno dopo aver rotto un silenzio durato più di quarant’anni, Paolo De Chiesa torna a raccontare lo sparo che gli ha cambiato la vita. Se dodici mesi fa, al Corriere del Trentino, l’ex campione di sci e storico commentatore Rai aveva ammesso di aver “insabbiato tutto e coperto tutti”, oggi, in una lunga intervista al Corriere della Sera, ricostruisce nei dettagli quella notte dell’ottobre 1978 che interruppe bruscamente la sua carriera agonistica.

All’epoca De Chiesa aveva 22 anni ed era uno dei talenti più brillanti dello sci mondiale. “Ero fidanzato da quattro anni con una ragazza di Cortina, ma il nostro amore stava finendo. Scoprii solo dopo che aveva una storia con un pilota di motocross”, racconta. La sera dello sparo si trovavano a cena a casa di amici, vicino a Busto Arsizio. “Avevo deciso di chiudere, aspettavo la fine della serata per dirglielo. A tavola c’era un tizio che non conoscevo, che a un certo punto tirò fuori una pistola e la mise sul tavolo”. Un’arma vera, carica. “Era una Smith & Wesson calibro 38, un’arma devastante. Gli dissi di non fare lo stupido e di metterla via. Solo dopo scoprii che era il fratello di quel pilota di motocross”. De Chiesa, allora nella Guardia di Finanza, capì subito il pericolo. “Conoscevo le armi, ci stavo attento. Ma la mia ragazza prese in mano la pistola e mi disse: ‘Che, hai paura?’”.

Un attimo dopo, lo sparo. “La padrona di casa mi chiamò, io mi girai, e quel piccolo spostamento mi ha salvato la vita. Perché la mia ragazza mi ha sparato in faccia”. La pallottola gli attraversò il lato sinistro del collo, sfiorando punti vitali. “Era passata a quindici millimetri dalla carotide e a quattordici dalla spina dorsale. Sono vivo per miracolo”. Il ricordo di quei minuti è ancora vivido: “Portai la mano sinistra alla nuca e la ritirai sporca di sangue. Mi accasciai a terra, realizzai che avevo un foro nel collo. Mi si fermò il respiro e pensai: sto morendo”. Fu lui stesso a mettersi in macchina per raggiungere l’ospedale di Gallarate. “Entrai al pronto soccorso urlando: ‘Aiutatemi, mi hanno sparato, sto morendo!’”.

Come già raccontato un anno fa, De Chiesa scelse di coprire tutto. Al poliziotto che lo interrogò al risveglio disse che “era partito un colpo mentre stavo pulendo la pistola”. Una versione che nessuno approfondì davvero: “Mi rispose: ‘Sono convinto che qualcuno le abbia sparato e lei ora lo voglia coprire. Ma siccome dall’alto arriva l’ordine di chiudere il caso, faccio finta di non capire’”.

Da quel momento iniziò una discesa lunga e dolorosa. “La versione ufficiale parlava di un esaurimento nervoso. E io stavo male davvero. Non riuscivo più a parlare, a studiare, a dormire; figuriamoci ad allenarmi”. Perse dodici chili e si allontanò dalle gare di sci. “Il momento peggiore era la notte: incubi, angoscia, emicranie. Ti giri e ti rigiri fino a entrare in una specie di limbo. Poi il dolore torna, lacera, toglie il respiro”. Una condizione che oggi De Chiesa chiama senza esitazioni con il suo nome: “Si chiama sindrome da stress post-traumatico. Parli e ti sembra che stia parlando un altro. Ti isoli dal mondo. Ero ridotto a una larva d’uomo”. Per tre anni visse con una paura che non conosceva: “Mi ritrovavo a pensare: meglio morire che vivere così”.

La risalita fu lenta: “Nessuno sapeva cosa mi era capitato, non volevo che pensassero che fossi finito”. Nel dicembre 1981, più di tre anni dopo lo sparo, arrivò il ritorno sul podio in una gara di Coppa del Mondo di sci: terzo a Madonna di Campiglio, alle spalle di Stenmark e Phil Mahre: “Sul podio mi sciolsi in un pianto liberatorio, tra le braccia di Piero Gros”. Un anno dopo aver raccontato per la prima volta quella vicenda, Paolo De Chiesa aggiunge nuovi dettagli a una storia rimasta troppo a lungo sepolta. E ribadisce il peso di una scelta che ancora oggi lo accompagna: “Non feci denuncia, non volli rovinarle la vita. Ma quella notte ha rovinato la mia”.

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“48 ore prima dell’ennesimo referto medico, la mia mente vaga verso scenari negativi”: Giovanni Allevi confida ai fan l’ansia per la malattia

Un corridoio d’ospedale, una risonanza magnetica da affrontare, l’attesa di un referto. Giovanni Allevi torna a mostrarsi sui social con uno scatto che lo ritrae poco prima di un nuovo esame diagnostico e affida a poche righe un aggiornamento sul momento che sta vivendo. Il pianista, 56 anni, convive infatti dal 2022 con un mieloma multiplo. Da allora ha scelto di rendere pubblico il suo percorso, alternando periodi di silenzio a momenti di condivisione molto personale, nei quali racconta terapie, pause forzate e il peso emotivo dei controlli clinici. Anche questa volta il post pubblicato su Instagram nasce in un momento di attesa. “48 ore prima dell’ennesimo referto medico, tutti i muscoli del mio corpo si irrigidiscono, il respiro si fa affannoso, il dolore si intensifica e la mia mente vaga verso scenari negativi”, scrive Allevi, descrivendo in modo puntuale l’ansia che precede ogni esame. Parole che restituiscono la dimensione quotidiana della malattia, fatta non solo di cure ma anche di tensione psicologica.

Subito dopo, il musicista spiega come cerca di reagire a quello stato di allarme: “Per riprendere il controllo, mi ripeto: ‘La sofferenza è la nuvola, ma io sono il cielo’”. Una frase che negli ultimi anni è diventata una sorta di riferimento costante nel suo modo di raccontare la malattia, non come negazione del dolore, ma come tentativo di non lasciarsene definire. Nella foto condivisa, Allevi appare visibilmente dimagrito, il volto segnato dalle terapie, ma il sorriso è smagliante: l’immagine è stata scattata, come lui stesso spiega, poco prima di sottoporsi a una nuova risonanza magnetica, uno degli esami chiave nel monitoraggio della patologia.

Sotto al post, nel giro di poche ore, sono arrivati migliaia di messaggi. Fan, colleghi e semplici utenti hanno espresso vicinanza e incoraggiamento, commentando le sue parole più che l’immagine. Un sostegno che Allevi ha spesso riconosciuto come parte importante del suo percorso, insieme alla musica, che negli ultimi mesi è tornato a portare sul palco nonostante le difficoltà fisiche.

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“Vogliamo solo giustizia, 9 anni tragici e logoranti”. La madre di una vittima nel giorno della commemorazione per la tragedia di Rigopiano

Il 18 gennaio 2017, una valanga di circa 120.000 tonnellate travolse e distrusse l‘hotel Rigopiano, un resort situato a 1.200 metri di altitudine nel versante pescarese del Gran Sasso. Il disastro provocò la morte di 29 persone, tra cui 28 ospiti e 12 dipendenti, mentre solo 11 riuscirono a salvarsi. Oggi, a distanza di nove anni, la memoria di quella tragedia è ancora viva e i familiari delle vittime tornano sul luogo della sciagura per ricordare i propri cari.

Ma, a nove anni dalla tragedia, il percorso giudiziario legato a questa vicenda non è ancora concluso. Il prossimo 11 febbraio si attende la sentenza dell’appello bis. In primo grado, il tribunale di Pescara aveva inflitto cinque condanne e 25 assoluzioni, mentre in appello, ad Aquila, le condanne erano salite a otto. Tuttavia, la Cassazione aveva annullato quelle condanne e riaperto le posizioni di sei dirigenti regionali accusati di disastro colposo per non aver predisposto la Carta valanghe, un documento che avrebbe potuto, forse, prevenire la tragedia.

L’appello bis

Il procuratore generale di Perugia, Paolo Barlucchi, lo scorso novembre, ha chiesto di confermare le condanne a 3 anni e 4 mesi per due dirigenti della Provincia di Pescara, Paolo D’Incecco e Mauro Di Blasio, e di 2 anni e 8 mesi per l’allora sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta, e per il tecnico comunale Enrico Colangeli. Questi imputati sono accusati di lesioni e omicidio colposo, reati che secondo la Cassazione sono già prescritti. Tuttavia, il procuratore ha avanzato l’ipotesi che i termini della prescrizione possano essere rideterminati in aumento, facendo riferimento a quelli previsti per i reati dolosi. In questo contesto, la conclusione del processo appare ancora lontana: la sentenza di appello potrebbe infatti essere impugnata e portare la vicenda di nuovo in Cassazione. Per i dirigenti regionali, la richiesta è di una condanna di 3 anni e 10 mesi.

Il 2 febbraio ci sarà una nuova udienza, seguita, probabilmente, da un’altra, il 5 febbraio. Poi la sentenza. “Siamo fiduciosi, dobbiamo esserlo per forza – avevano detto i rappresentanti del comitato vittime di Rigopiano – Abbiamo ascoltato le difese, abbiamo assistito al solito scaricabarile. Noi abbiamo sempre sostenuto che la Regione avesse delle responsabilità. Ora la parola passa al giudice”.

La valanga

L’hotel Rigopiano di Farindola (Pescara) il 18 gennaio 2017 fu travolto e distrutto da una valanga poche ore dopo il terremoto che si registro in Centro Italia. L’indagine fu molto complessa: si indagò sulle responsabilità di Comune e provincia e Regione, sull’omessa pianificazione territoriale di una Legge del 1992 e la carta valanghe approntata in ritardo. Accertamenti sulla strada provinciale n.8 che non era stata liberata dalla neve impedendo agli ospiti dell’hotel, che avrebbero avuto la possibilità di lasciarlo dopo le scosse di terremoto, di andare via perché era rotta una turbina spazzaneve. Si indagò sull’allarme dato in ritardo e quello che era stato ignorato. Secondo gli ermellini sarebbe stato possibile prevenire il disastro. Le 29 vittime vittime erano ospiti della struttura e dipendenti, undici i superstiti tirati fuori dalla neve e dalle “macerie” della struttura dai soccorritori che lavorarono giorno e notte per salvare più persone possibile, mentre l’Italia teneva il fiato sospeso. Sul nuovo processo, il cui verdetto potrebbe essere nuovamente impugnato davanti alla Suprema corte, incombe la prescrizione.

La madre di una vittima

“Vogliamo solo giustizia, io la voglio, speriamo che questa volta sia così perché nove anni sono stati veramente tragici e logoranti: ce la devono dare perché non hanno fatto nulla per salvare quei ragazzi che hanno telefonato fino all’ultimo momento” dice Loredana Lazzari, la madre di Dino Di Michelangelo, il poliziotto morto nove anni fa con la moglie Marina Serraiocco nel crollo dell’hotel Rigopiano, tragedia dalla quale si salvò il figlio della coppia, Samuel. I due, originari di Chieti, risiedevano a Osimo. “Ci spero ancora nella giustizia – ha aggiunto Lazzari – però la voglio come anche le altre mamme: c’erano delle turbine libere, per una competenza non le hanno volute perché la turbina era dell’Anas, ne erano due, li avrebbero salvati tutti. L’Anas sarebbe andata, una era a Penne, è tutto accertato”.

“Penso che la verità su quanto accaduto quel tragico pomeriggio di nove anni fa sia emersa, in questi anni, dalle varie aule di tribunale – ha sottolineato Alessandro Di Michelangelo – le responsabilità sono state individuate e i giudici di Cassazione hanno evidenziato che più di una catastrofe naturale, a causare la tragedia è stata la negligenza di molti su vari livelli. Ora spetta ai giudici di Perugia scrivere la parola fine. Accertata la verità ora ci aspettiamo giustizia per le 29 vittime e per tutte le altre che in questi anni ci hanno lasciato, penso a mio padre fino al povero Gianni Colangeli. La giustizia è per loro oltre che per noi, per me. Spero di chiudere presto il cerchio di questa vita che ci è stata cambiata radicalmente nove anni fa. Il mio pensiero alle mamme e ai papà delle vittime di Crans Montana, solo chi ha vissuto questo dolore può capire e dare loro forza per sopravvivere a tutto ciò che dovranno vivere da adesso in poi. Un grazie alla Polizia di Stato , la mia seconda famiglia e penso che senza di essa non mi sarei mai più rialzato”.

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“Sono una di quelle persone che pensa che dopo il vaccino ci sentiamo tutti un po’ così…”. Le parole di Belen fanno infuriare Bassetti: “Chi fa spettacolo si occupi di quello”

Tre giorni a letto, febbre alta e tosse persistente. È da qui che nasce il botta e risposta tra Belen Rodriguez e Matteo Bassetti, esploso dopo un racconto affidato ai social dalla showgirl argentina e la successiva replica del medico all’Adnkronos Salute. Rodriguez ha spiegato di aver appena superato una forma influenzale particolarmente intensa. “Ora mi sono ripresa, ma sono stata completamente ko, con 39 di febbre e tosse”, ha raccontato ai suoi follower. Nel messaggio, però, ha aggiunto un’osservazione che ha attirato l’attenzione: “Molti miei amici stanno passando la stessa cosa. Sono una di quelle persone che pensa che dopo il vaccino ci sentiamo tutti un po’ così…”. Un riferimento lasciato volutamente generico, senza specificare se parlasse del vaccino antinfluenzale o di quello anti-Covid.

A intervenire è stato Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie Infettive dell’ospedale San Martino di Genova, che all’Adnkronos Salute ha risposto in modo diretto. “Chi fa spettacolo si occupi di quello e lasci a medici e sanitari le questioni sanitarie”, ha detto l’infettivologo. Poi ha aggiunto un passaggio netto sul piano pratico: “Se Belen avesse fatto il vaccino dell’influenza, probabilmente avrebbe avuto meno problemi”. L’infettivologo ha poi affrontato il punto più delicato, chiarendo il tema dei vaccini anti-Covid. “Se si riferisce a quello, quando parla di vaccini, è un’uscita infelice”, ha spiegato, sottolineando che “è dimostrato che il vaccino anti-Covid ha cambiato in meglio la vita di tutti noi, senza nessun aumento di patologie”.

Il medico ha comunque voluto distinguere il piano personale da quello del messaggio pubblico: “Sono da sempre un estimatore di Belen, una donna molto capace e anche intelligente. Spero che le sia semplicemente scappata questa affermazione”, ha precisato. Ma il richiamo finale resta fermo: “In un momento come questo non si devono confondere le idee alle persone, altrimenti si ottengono risultati al contrario”.

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QUELLO CHE UNISCE VENEZUELA, IRAN E GROENLANDIA NELLA STRATEGIA DI TRUMP

  Di Domenico Moro per ComeDonChisciotte.org   In un mio recente articolo definivo il sequestro di Maduro come un episodio della terza guerra mondiale a pezzi, come ebbe a definirla Papa Francesco, il cui obiettivo principale è restaurare il dominio imperiale degli Usa e contenere l’ascesa della Cina. Subito dopo il Venezuela, anche l’Iran e […]

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Le dichiarazioni di Merz sul dialogo con la Russia hanno allarmato i politici occidentali – media

Pechino , 18 gennaio 2026, 12:37 — Regnum News Agency. Le dichiarazioni del cancelliere tedesco Friedrich Merz sul suo desiderio di ripristinare il dialogo con la Russia hanno allarmato i politici europei, secondo la pubblicazione cinese Sohu 

Il 15 gennaio, Merz ha definito la Russia un Paese europeo con cui è necessario ritrovare un equilibrio . Ha affermato che il raggiungimento di un dialogo sostenibile con la Russia porterebbe libertà, pace e fiducia nel futuro alla Germania e a tutta l’Europa.

Secondo quanto riportato dai media, la dichiarazione pacifica di Merz ha causato disordini negli ambienti politici europei, poiché solo pochi mesi fa il politico tedesco aveva caldeggiato lo scontro con la Russia e la creazione di un esercito potente.

Secondo l’autore dell’articolo, il cambio di posizione del cancelliere è dettato da pressioni esterne e interne derivanti dai problemi economici e sociali della Germania. Quando prezzi dell’energia, deficit di bilancio, malcontento pubblico e minaccia nucleare si intrecciano, per quanto duri possano essere gli slogan, devono cedere il passo all’istinto di autoconservazione, osserva inoltre l’articolo.

Oltre a Merz, anche altri leader dell’UE hanno espresso interesse al dialogo con la Russia. Il 9 gennaio, il Primo Ministro italiano Giorgia Meloni ha dichiarato che era giunto il momento di parlare con la Russia dell’Ucraina . E il 6 gennaio, il Presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato che avrebbe voluto parlare con il leader russo nelle prossime settimane .

Il 16 gennaio, il portavoce del presidente russo Dmitrij Peskov ha osservato che per stabilire la pace in Ucraina è necessario un dialogo non solo con gli Stati Uniti, ma anche con i leader europei. Le recenti dichiarazioni dei leader dell’UE avevano escluso negoziati con la Russia, ma ora sono stati compiuti progressi su questo tema, ha aggiunto.

Il presidente russo Vladimir Putin, da parte sua, ha sottolineato che i leader europei si sono autoesclusi dai colloqui di pace sull’Ucraina. Il capo dello Stato ha sottolineato che questi politici si sono illusi di poter infliggere una “sconfitta strategica alla Russia” e hanno quindi reciso ogni legame con Mosca.

Nota: ll cambiamento di posizione della Germania è clamoroso. Un ritorno al realismo constatando la reale situazione dell’Europa totalmente ininfluente, in crisi economica e con la Germania che si trova in aperta recessione industriale per aver acconsentito alla chiusura delle sue fonti energetiche provenienti dalla Russia. Inoltre si è aperta una chiara frattura con gli Stati Uniti per la questione Groenlandia che mette in discussione anche la Nato e gli attuali equilibri. Troppo tardi per ripensare alle scelte fatte ma un modo per far riflettere tutti coloro che sostenevano la necessità di una sconfitta strategica della Russia ed acconsentivano ad inviare soldi ed armi che sono finiti nel buco nero dell’Ucraina. Scelte dettate dai burocrati di Bruxelles e fatte pagare a tutti i cittadini europei.

Fonte: Regnum.ru

Traduzione e nota: Luciano Lago

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“Hanno guadagnato più di 250 mila euro su Onlyfans senza dichiararli al Fisco”: due influencer italiane nel mirino della Finanza

OnlyFans promette guadagni facili e immediati, spesso lontani dai circuiti tradizionali del lavoro. Ma quando i compensi crescono e diventano continui, anche il fisco entra in gioco. È quanto emerge dall’indagine conclusa dalla Guardia di Finanza di Lodi su due creator italiane, entrambe poco più che ventenni, diventate popolari sulla piattaforma di contenuti per adulti. Secondo gli accertamenti delle Fiamme Gialle, le due influencer avrebbero incassato complessivamente oltre 250 mila euro tra il 2021 e il 2025 senza mai dichiararli. I soldi arrivavano dagli abbonamenti mensili pagati dai follower per accedere ai contenuti e da ulteriori somme versate come “donazioni”, accreditate direttamente sui conti correnti personali tramite bonifico.

I finanzieri del Gruppo di Lodi sono riusciti a ricostruire nel dettaglio i flussi di denaro, mettendo in evidenza quella che viene definita una condotta “totalmente evasiva”: entrate regolari e consistenti, ma nessuna traccia nelle dichiarazioni dei redditi. Per questo sono state contestate violazioni relative alle imposte dirette e all’Iva. Non solo. Nell’ambito dei controlli è stata applicata anche la cosiddetta “ethic tax”, un’addizionale introdotta nel 2006 che prevede un aumento del 25% delle imposte sui redditi per chi produce, distribuisce o vende materiale pornografico, anche se questa attività non è svolta in modo esclusivo. Secondo la Guardia di Finanza, i contenuti pubblicati su OnlyFans dalle due ragazze rientrano pienamente in questa categoria.

Le verifiche fanno parte di un filone sempre più frequente di controlli sulle attività digitali e sui redditi generati online, un settore in forte crescita ma spesso percepito, soprattutto dai più giovani, come distante dagli obblighi fiscali tradizionali. In questo caso, spiegano gli investigatori, l’analisi dei movimenti bancari è stata decisiva per ricostruire con precisione i guadagni accumulati in cinque anni.

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Federica Pellegrini criticata sui social per gli allenamenti in palestra al settimo mese di gravidanza, lei replica: “Li faccio tenendo conto di 3 cose specifiche”

Hanno fatto discutere le immagini di Federica Pellegrini che si allena in palestra al settimo mese di gravidanza. La campionessa olimpica è a pochi mesi dal parto della seconda genita. Il sesso della nascitura è già noto (sarà una femmina), mentre Federica e il marito Matteo Giunta non hanno ancora rivelato il nome della bimba. Nell’attesa della nascita, Pellegrini continua a tenersi in forma con gli allenamenti in palestra. La sportiva ha condiviso un video su Instagram, attirando critiche e scatenando il dibattito nei commenti. Un utente ha scritto: “Non esagerare, puoi fare qualcosa di più leggero”, mentre un altro ha commentato così: “Concordo con l attività fisica, ma alcuni esercizi personalmente non li farei in gravidanza”.

Tanto che la Divina ha deciso di replicare, spiegando di aver concordato gli esercizi con un personal trainer che le ha indicato come allenarsi senza correre rischi. In una storia di Instagram Pellegrini ha chiarito: “Bisogna tenere conto di tre specifiche molto importanti. La prima: cosa è stato abituato a fare il corpo della donna in passato, la seconda è la tipologia di parto che si andrà a fare e la terza è la situazione corrente a livello ginecologico e fisiologico della donna in gravidanza. Quindi, tenendo conto di questi tre aspetti, abbiamo impostato un determinato tipo di preparazione atletica“. Insomma, la nuotatrice ha assicurato di allenarsi in completa sicurezza.

L’annuncio della gravidanza

Lo scorso dicembre, Federica Pellegrini ha annunciato sui social la seconda gravidanza. La campionessa olimpica ha postato una foto della pancia, stretta tra le mani del marito Matteo Giunta e della prima figlia Matilde, insieme alla frase: “Inaspettata come le cose più belle. Ti aspettiamo piccolina”.

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Massimo Cacciari si è sposato a 81 anni: le nozze segrete con Chiara Patriarca dopo 30 anni insieme

Massimo Cacciari si è sposato. Il filosofo, 81 anni, ha pronunciato il suo sì nella prima metà di dicembre, a Milano, con Chiara Patriarca, 52 anni, compagna di una relazione lunga oltre trent’anni. La notizia, confermata in questi giorni, è stata tenuta volutamente lontana da qualsiasi esposizione pubblica: non è noto se la cerimonia sia stata religiosa o civile, né il luogo preciso delle nozze. A riportare i dettagli è il Corriere della Sera, che ricostruisce una love story rimasta a lungo fuori dalla cronaca. Fino a poche settimane fa infatti, lo stesso Cacciari aveva smentito l’esistenza di un matrimonio, nonostante a fine ottobre fosse comparso online un atto di pubblicazione nei registri dei Comuni di Venezia e Milano. “Fake news”, aveva liquidato la questione. Oggi, invece, arriva la conferma che quelle pubblicazioni corrispondevano a una scelta reale, maturata nel massimo riserbo.

Cacciari e Patriarca si sono conosciuti a Venezia negli anni Novanta, quando lei era studentessa di Filosofia e lui già professore di Estetica allo Iuav, oltre che figura centrale del dibattito culturale italiano. Secondo quanto ricostruito dal Corriere, la loro relazione è iniziata in quel contesto accademico e si è sviluppata nel tempo senza mai diventare pubblica. Patriarca, descritta da chi l’ha conosciuta come una studentessa molto rigorosa e oggi come una donna di grande cultura, ha sempre mantenuto un profilo lontano dai riflettori. La relazione ha attraversato fasi diverse, ma non si è mai interrotta. La svolta sarebbe arrivata durante la pandemia, quando i due hanno iniziato a convivere stabilmente a Milano. Secondo persone a loro vicine, sarebbe stata la prima convivenza della vita di Cacciari. Da allora il legame si è rafforzato fino alla decisione di sposarsi.

Patriarca, originaria di Trieste e figlia di un medico noto in città, dopo gli studi veneziani si è trasferita a Milano, dove oggi lavora nel settore della formazione cooperativa. Non ha una presenza pubblica né sui social, scelta coerente con l’estrema riservatezza che ha sempre caratterizzato il rapporto con il filosofo. Due volte sindaco di Venezia, intellettuale di riferimento e presenza fissa nei talk politici, Cacciari ha sempre difeso la propria vita privata da indiscrezioni e voci, arrivando a smentire pubblicamente relazioni mai esistite.

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“Mio papà soffriva di depressione, è una cosa che temo molto. Mia mamma invece era molto ansiosa e mi ha trasmesso l’ansia”: le confessioni di Nicola Savino a Ciao Maschio

“Ho una vena di malinconia che tengo a bada”. Nicola Savino parte da qui per raccontarsi a Ciao Maschio, ospite di Nunzia De Girolamo nella puntata andata in onda sabato 17 gennaio su Rai 1. L’attore spiega la sua storia familiare: “Avendo avuto un papà che ha sofferto di depressione, è una cosa che temo molto”. E aggiunge un altro tassello: “Avevo una mamma molto ansiosa. Quell’ansia me l’ha trasmessa”.

Il racconto si sposta poi all’infanzia, che definisce “solitaria“, trascorsa spesso da solo, tra giochi e costruzioni: “Stavo in cameretta, con i Lego”, ricorda. Il motivo principale era l’assenza del padre, legata al lavoro: “Mio papà era un ingegnere, lavorava sui pozzi petroliferi”, racconta. Un impiego che comportava però lunghi periodi lontano da casa: “Io ero sempre senza il papà”. Alla domanda diretta di De Girolamo — quindi avevi un papà assente? — Savino risponde senza polemica: “Diciamo di sì. Per motivi di lavoro. Una cosa che un bambino capisce poco“.

Uno dei passaggi più significativi dell’intervista riguarda gli ultimi momenti di dialogo con il padre. Savino ricorda una domanda che gli fu rivolta poco prima della morte: “Sono stato un buon padre?”. La risposta, racconta, fu immediata e senza esitazioni: “No, tu sei stato un padre meraviglioso“. Un confronto che per Savino ha avuto un valore decisivo: “È importante dirsi le cose”, sottolinea, lasciando intendere quanto quel dialogo abbia chiuso un capitolo rimasto aperto per anni. Nel racconto trova spazio anche il lato più leggero, quando Savino parla degli anni da dj e smonta uno stereotipo diffuso: “Ho avuto poche, pochissime donne. Sono stato un dj atipico“, dice. E con un sorriso aggiunge: “Un bravo guaglione. O almeno mi dipingo così”.

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Groenlandia, Meloni: “L’aumento dei dazi Usa è un errore. Ho sentito Trump, va evitata una escalation. Incomprensione sull’invio di militari”

Aumentare i dazi sarebbe “un errore“, ma tra Washington e Bruxelles c’è stato “un problema di comprensione e comunicazione“. La premier Giorgia Meloni torna a intervenire sul tema della Groenlandia e parlando coi giornalisti a Seul spiega di avere sentito Donald Trump proprio in queste ore, ovvero dopo l’annuncio da parte del presidente Usa di voler introdurre dazi al 10% per i Paesi europei che hanno deciso di inviare militari nell’Artico. Sull’argomento la stessa presidente del Consiglio ieri era rimasta tiepida: “Valutiamo la nostra presenza insieme agli alleati della Nato“. Mentre le altre cancellerie europee hanno risposto duramente a Trump: “Non ci faremo intimidire”, il messaggio di Berlino, Parigi e Stoccolma. Oggi è convocata una riunione di emergenza degli ambasciatori dei 27 Paesi dell’Unione Europea (l’inizio è previsto per le 17) proprio sul tema dell’isola danese e sulle sanzioni di Trump. Il governo italiano prova a mediare e già dal ministro della Difesa Guido Crosetto era arrivato un invito al dialogo e alla cautela.

È la linea ribadita stamani da Meloni. La premier precisa: “La previsione di un aumento di dazi nei confronti di quelle nazioni che hanno scelto di contribuire alla sicurezza della Groenlandia è un errore e non la condivido“. A suo avviso, c’è stato “un problema di comprensione e comunicazione” sull’iniziativa di alcuni Paesi Ue che non va letta in chiave “anti-americana“. Ma, avverte Meloni, bisogna “riprendere il dialogo ed evitare una escalation“. Da qui la sua telefonata a Washington. “Ho sentito il presidente Usa Donald Trump, gli ho detto quello che penso e mi pare fosse interessato ad ascoltare. E il segretario della Nato, Mark Rutte, che mi conferma che un lavoro che l’Alleanza sta iniziando a fare”, spiega la premier.

Meloni poi sottolinea: “Chiaramente nel corso della giornata sentirò anche i leader europei. Credo che in questa fase sia molto importante parlarsi ed evitare una escalation perché si può lavorare insieme per raggiungere un obiettivo che è utile e necessario“. Ma le tensioni tra Stati Uniti ed Europa restano alte, tanto che fonti informate vicine alla presidenza francese riferiscono come il presidente Emmanuel Macron sia pronto a chiedere l’attivazione dello strumento anticoercitivo dell’Ue in caso di nuovi dazi statunitensi. Macron è “mobilitato per coordinare la risposta europea alle minacce tariffarie inaccettabili formulate dal presidente Trump”, si apprende dall’entourage del presidente. Le stesse fonti precisano che Macron “sarà tutto il giorno in contatto con i suoi omologhi europei e chiederà, a nome della Francia, l’attivazione dello strumento anticoercitivo“. Secondo i più stretti collaboratori del presidente, “l’approccio americano pone la questione della validità dell’accordo sulle tariffe concluso l’estate scorsa dall’Unione europea con gli Stati Uniti”.

L’incomprensione tra Usa e Ue secondo Meloni

Ma a cosa sarebbe dovuta questa incomprensione tra le due sponde dell’Atlantico? “Condivido l’attenzione che la presidenza americana attribuisce, come ho detto molte volte, alla Groenlandia e in generale all’Artico, che è una zona strategica nella quale chiaramente va evitata una eccessiva ingerenza di attori che possono essere ostili“, spiega Meloni. Che però aggiunge: “Ma credo che in questo senso andasse letta la volontà di alcuni paesi europei di inviare le truppe, di partecipare, a una maggiore sicurezza, non nel senso di un’iniziativa fatta nei confronti degli Stati Uniti, ma semmai nei confronti di altri attori“. “Chiaramente – prosegue – mi pare che su questo ci sia stato un problema di comprensione e di comunicazione, per quello che mi riguarda continuo a insistere sul ruolo della Nato e la Nato è il luogo nel quale noi dobbiamo cercare di organizzare insieme strumenti di deterrenza verso ingerenze che possono essere ostili in un territorio che è chiaramente strategico”.

Se la premier Meloni ha definito comunque “un errore” i dazi annunciati ieri da Trump, diversa è stata la posizione di una parte della maggioranza di centrodestra. Nello specifico la Lega, che in una nota ha parlato di “deboli d’Europa” che hanno la “smania” di inviare soldati e raccolgono i loro “frutti amari“, ovvero le sanzioni americane. A una domanda sull’argomento, Meloni ha minimizzato: “Non c’è un problema politico con la Lega su questo punto”.

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Federica Torzullo, trovato un cadavere nell’azienda del marito: riaffiorata una mano durante gli scavi. L’uomo sotto interrogatorio

Gli investigatori, che indagano per omicidio dopo la scomparsa della 41enne Federica Torzullo, hanno trovato un corpo nell’azienda del marito che è indagato. La donna è scomparsa ad Anguillara Sabazia, vicino Roma, l’8 gennaio. I carabinieri sono all’interno della sede operativa della ditta. Dalle prime informazioni, al momento, emergerebbe solo il ritrovamento di una parte del cadavere. Sabato la procura di Civitavecchia aveva diffuso una nota in cui si informava che erano state trovate tracce di sangue ovunque: sui vestiti, sul luogo di lavoro e sulla macchina di Claudio Agostino Carlomagno. L’uomo, che aveva denunciato la scomparsa della moglie, era stato sentito dagli inquirenti ma le sue dichiarazioni erano apparse subito contraddittorie.

L’uomo si trova nella caserma dei carabinieri. Gli investigatori sono tornati nell’azienda dell’uomo ad Anguillara e si è iniziato a scavare in un determinato punto. Quando è affiorata una mano sono state interrotte le operazioni in attesta dell’arrivo degli esperti del Ris per i rilievi tecnico-scientifici. Intanto un’ambulanza a sirene spiegate è arrivata a via Caduti di Nassirya, dove ha sede la caserma dei carabinieri di Anguillara Sabazia. L’intervento è stato reso necessario per il malore di un carabiniere.

Le immagini e le incongruenze

Dalle verifiche effettuate sui sistemi di videosorveglianza, che presidiano anche la villetta della coppia, era emerso che Federica Torzullo non risultava uscire di casa dalle 19.30 dell’8 gennaio, né vi erano segnali che il suo telefono cellulare si fosse mosso al di fuori dell’abitazione. La sua auto era ancora parcheggiata nei pressi di casa e all’interno dell’abitazione non risultava mancare nulla, ad eccezione della borsa e del cellulare. Diversa la situazione del marito, che la mattina di venerdì 9 gennaio era uscito di casa intorno alle 7.30 per andare al lavoro. Proprio sulla ricostruzione dei suoi spostamenti e sui rapporti con la moglie, secondo la Procura, emergono “divergenze allo stato insanabili” tra la versione fornita dall’uomo e quanto accertato dagli investigatori e dalle persone informate sui fatti. Contraddizioni giudicate tali da rendere necessaria la sua iscrizione nel registro degli indagati.

I sequestri e le tracce di sangue

Le indagini, condotte dai carabinieri di Anguillara Sabazia e dal Nucleo investigativo di Ostia, con il supporto del RIS di Roma, hanno portato al sequestro dell’abitazione, delle autovetture di entrambi i coniugi e dell’azienda di movimento terra riconducibile a Carlomagno. Secondo quanto comunicato dalla Procura, sono state repertate tracce di sangue: all’interno della casa dei coniugi; sugli abiti da lavoro dell’indagato; all’interno della sua auto; in una cava; su un mezzo meccanico utilizzato nell’azienda familiare. Sugli oggetti e sui materiali sequestrati sono in corso accertamenti tecnici irripetibili finalizzati all’individuazione del DNA. Gli esiti, fa sapere la Procura, dovrebbero essere disponibili a breve e rappresentano un passaggio decisivo per chiarire quanto accaduto.

Un’inchiesta ancora aperta

L’ultimo messaggio apparentemente riconducibile alla donna risale alla mattina di venerdì 9 gennaio ed è uno scambio di sms con la madre. Da allora, nessuna traccia. “Le indagini proseguono – sottolineava nella nota il procuratore Liguori – per riscontrare le dichiarazioni rese, ricostruire integralmente la vicenda, individuare il movente ed eventuali responsabilità di altre persone”. Alcuni testimoni avevano visto nelle settimane precedenti litigare la coppia che era in via di separazione, tanto che era stata già fissata l’udienza davanti al giudice. La donna aveva una nuova relazione e gli investigatori avevano raccolto immediatamente anche la sua testimonianza. “L’invito” è “a chi si è reso responsabile del grave fatto, di rivolgersi” a carabinieri e procura “e collaborare per porre fine, innanzitutto, allo strazio di parenti e amici che vivono appesi alla speranza di ritrovare Federica e anche per fruire di futuri trattamenti sanzionatori più miti previsti dalla legge” aveva detto il procuratore di Civitavecchia Alberto Liguori. La Procura di Civitavecchia “coglie l’occasione per sensibilizzare chiunque abbia notizie utili sulla vicenda a fornirle ai Carabinieri di Anguillara Sabazia e di Ostia” .

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Rogo di Crans-Montana: i “caschi” e i travestimenti dello staff. I testimoni: “È stata Jessica a mandarci a prendere i travestimenti”

Mentre i coniugi Moretti attendono – tra le polemiche – che un “amico misterioso” versi la cauzione di 430.000 euro per garantirne la liberazione, fissata dalla procura di Sion, continuano a emergere contraddizioni significative tra la loro versione dei fatti e quella dei testimoni del devastante incendio che, nella notte di Capodanno, ha causato la morte di 40 persone e il ferimento di 116. L’indagine della procura elvetica si concentra soprattutto sui momenti che hanno preceduto il rogo, scatenato dalle scintille delle candele accese sulle bottiglie di champagne.

Le dichiarazioni discordanti

Durante uno degli interrogatori, Jessica Moretti aveva accusato lo staff del Constellation, e in particolare Cyane Panin, la “ragazza con il casco” apparsa in un video mentre veniva portata sulle spalle da un collega e che ha perso la vita nell’incendio, di aver organizzato l’uscita “pirotecnica” delle bottiglie, con l’intento di creare un’atmosfera speciale. “Per il servizio quella sera, il team aveva voglia di fare spettacolo, e quindi i caschi. Ci prendono la mano”, ha dichiarato la Moretti.

Tuttavia, la versione dei camerieri e delle altre persone coinvolte nella vicenda sembra contrastare nettamente con quella fornita dai titolari del locale. Louise Leguistin, una delle cameriere in servizio quella notte, ha raccontato agli inquirenti che, contrariamente a quanto detto dalla Moretti, fu proprio Jessica a ordinare lo staff di indossare i travestimenti. “È stata Jessica a mandarci a prendere i travestimenti“, ha affermato. Una discordanza che non può essere interpretata come una semplice coincidenza o distrazione.

La testimonianza di Jessica Moretti

La stessa indagat, nel corso del suo interrogatorio, ha ammesso di essere stata presente con il suo staff durante l’uscita delle bottiglie. “Ero con loro, e ho filmato”, ha confermato la titolare del Constellation. Le testimonianze di Leguistin e degli altri camerieri sembrano dunque rivelare una versione dei fatti che mette in discussione le dichiarazioni dei coniugi Moretti. Poco prima che scoppiasse l’incendio, infatti, secondo i racconti dello staff, la titolare sembrava già in fuga, diretta verso l’uscita, mentre i dipendenti cercavano di salvare i clienti. “Sono corsa dai miei figli”, ha dichiarato la stessa Jessica, giustificando il suo allontanamento improvviso dal locale. Allontanamento avvenuto con i soldi incassati durante la serata.

Le indagini

Il tragico incidente di Crans-Montana ha avuto una forte eco anche in Italia, dove si sono intensificati i controlli sulla sicurezza nei locali pubblici. E che oggi hanno portato al sequestro del Piper di Roma. Le indagini vallesane sono focalizzate su un possibile inquinamento delle prove e sulle responsabilità legate alla gestione del locale. Oltre ai gravi errori strutturali, emerge il dubbio sull’effettiva preparazione dello staff e sulla consapevolezza della pericolosità delle scelte fatte quella sera, tra cui l’uso delle candele accese su bottiglie di champagne, un gesto che in un ambiente affollato e con scarse misure di sicurezza si è rivelato fatale.

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“Mi sono scelto questo mestiere per evitare la profondità. Non la riesco a gestire”: Stefano De Martino si commuove a “C’è posta per te” per la storia di Francesco e Chiara, orfani di padre e con la mamma malata

Stefano De Martino non è riuscito a trattenere le lacrime durante la puntata di C’è posta per te”, andata in onda ieri, 17 gennaio. Il conduttore e ballerino è stato invitato da Maria De Filippi per fare una sorpresa a Francesco e Chiara. I due giovani hanno accettato l’invito della madre Antonietta, che ha voluto regalare un momento di spensieratezza ai figli. Nel 2023, la vita della famiglia si è spezzata. In appena due settimane, i ragazzi hanno affrontato la morte del papà Paolo, stroncato da un infarto, e la notizia del tumore della mamma. Antonietta ha parlato dei suoi limiti emotivi, promettendo ai figli di cambiare per loro. La signora ha detto: “Il mio carattere mi limita, ma per voi voglio cambiare, perché siete tutta la mia vita”. La donna ha aggiunto di non essere spaventata dalla morte, ma dal pensiero di lasciare soli Francesco e Chiara.

A sorpresa, è entrato in studio Stefano De Martino, amatissimo dai due ragazzi. Il conduttore di “Affari Tuoi” ha parlato con la voce rotta, ammettendo le sue difficoltà nel gestire le emozioni. Il presentatore ha detto: “Per me è una faticata venire qui ogni anno, perché io mi sono scelto questo mestiere per evitare la profondità. Non la riesco a gestire“. De Martino ha aggiunto di essere certo di conoscere Paolo, il padre dei ragazzi, dopo tutti i racconti ascoltati durante la serata. Stefano ha dichiarato: “Sono sicuro di conoscere vostro padre dopo tutti i racconti di stasera. Io sono un figlio e provo a fare il papà nel migliore dei modi. Dietro certi abbracci e certi gesti so cosa si spera di ottenere. Guardando voi tre insieme, mi sembra che abbia fatto un ottimo lavoro”. Infine, il ballerino ha consegnato a Francesco e Chiara alcuni regali: al ragazzo una macchina fotografica in vista del suo viaggio in Lapponia, mentre alla giovane un casco e un corso di equitazione. I due hanno deciso di aprire la busta e hanno abbracciato la mamma.

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La madre di uno dei figli di Elon Musk fa causa a Gork: “L’intelligenza artificiale ha creato mie foto fake seminuda, ho provato dolore e disagio mentale”

La madre di un figlio di Elon Musk fa causa alla IA di X per le immagini deepfake di Grok. Ashley St Clair, madre del figlio di Musk, Romulus, ha querelato X per “dolore e disagio mentale” causate dalle false immagini di intelligenza artificiale generate dal chatbot Grok, in quanto avrebbe permesso agli utenti di generare immagini deepfake a scopo di sfruttamento sessuale che la ritraevano seminuda, causandole umiliazione e sofferenza emotiva. Come riporta Al Jazeera, la causa è stata intentata poco prima che il procuratore generale della California Rob Bonta inviasse una lettera di diffida alla società AI di Musk, chiedendole di interrompere la creazione e la distribuzione di immagini sessualizzate non consensuali generate da Grok.

“La valanga di segnalazioni che descrivono dettagliatamente questo materiale, che a volte raffigura donne e bambini coinvolti in attività sessuali, è scioccante e, come ha stabilito il mio ufficio, potenzialmente illegale”, ha affermato Bonta poche ore fa parlando con la stampa USA. Secondo quanto riportato dai legali della donna, i responsabili della piattaforma hanno risposto che le immagini non violavano le propria policy, ma St.Clair ha ribattuto che non avrebbe consentito l’utilizzo o la modifica di immagini che la ritraevano senza il suo consenso. A quel punto la piattaforma social ha reagito rimuovendo il suo abbonamento premium X e il segno di spunta di verifica, continuando quindi a consentire la pubblicazione di immagini false e degradanti che la ritraevano. “Ho sofferto e continuo a soffrire di gravi dolori e disagio mentale a causa del ruolo di xAI nella creazione e distribuzione di queste immagini alterate digitalmente di me”, ha sottolineato St Clair.

In un’intervista rilasciata ai media statunitensi all’inizio di questa settimana, la donna ha ricordato che la sua battaglia con Grok “non riguardava solo me”. “Si tratta di costruire sistemi, sistemi di intelligenza artificiale in grado di produrre, su larga scala, e abusare di donne e bambini senza ripercussioni. E non ci sono davvero conseguenze per quello che sta succedendo in questo momento”.

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Sequestro preventivo per il Piper di Roma: irregolarità nella sicurezza e modifiche strutturali non autorizzate

Il Piper, uno dei locali storici della vita notturna della Capitale, è stato sottoposto a sequestro preventivo. Il provvedimento, che dovrà essere convalidato dall’autorità giudiziaria, arriva al termine di una serie di controlli accurati e in seguito a irregolarità riscontrate nelle strutture del locale di via Tagliamento.

Secondo quanto riferito dalle forze dell’ordine, all’interno della discoteca sono state trovate gravi carenze sotto il profilo della sicurezza. Tra le principali problematiche, gli agenti hanno segnalato modifiche non autorizzate all’impianto strutturale del locale, che potrebbero compromettere l’incolumità dei frequentatori in caso di emergenza. Le irregolarità riscontrate riguardano anche il sistema di evacuazione, che sarebbe insufficiente per garantire un’uscita sicura in caso di necessità. Inoltre, sono emerse carenze legate alla mancanza di certificazioni obbligatorie e la presenza di un numero di persone superiore rispetto a quello consentito per la capienza del locale.

Il sequestro preventivo è stato effettuato nell’ambito di un’operazione che si inserisce in un più ampio piano di verifica e monitoraggio della sicurezza nei locali pubblici di Roma. I controlli, infatti, sono stati intensificati dalla Questura dopo Crans-Montana, ma già da mesi l’attenzione era alta sulle norme di sicurezza dei locali.

All’interno della discoteca sarebbero state riscontrate anche pessime condizioni igienico-sanitarie. La struttura è sottoposta a sequestro preventivo, che quindi necessita di convalida dell’autorità giudiziaria. I controlli della Questura nei locali vanno avanti da tempo e proseguiranno in una logica di continuità. Lo scorso anno sono stati chiusi circa 60 esercizi commerciali. Negli ultimi mesi, infatti, la Questura ha intensificato i controlli in tutta la città dopo una serie di incidenti e il crescente allarme legato alla sicurezza nei luoghi di aggregazione. Oltre agli aspetti strutturali e alla gestione delle emergenze, le forze dell’ordine stanno monitorando anche il rispetto delle normative sul numero di persone ammesse all’interno e sulle condizioni igieniche dei locali.

L’incidente di Crans-Montana, che ha messo in luce le gravi lacune nei controlli di sicurezza dei locali pubblici, ha avuto un forte impatto anche sulle istituzioni italiane, spingendo le autorità a una maggiore vigilanza. Con l’entrata in vigore di nuove disposizioni e controlli più stringenti, le discoteche e i locali pubblici di Roma dovranno adeguarsi a standard sempre più elevati per garantire la sicurezza e la protezione dei propri clienti. Per quanto riguarda il Piper i sigilli della polizia, in passato, sono scattati già più volte: nel novembre del 2024 questore aveva decretato la sospensione della licenza a causa di “criticità riscontrate sotto il profilo dell’ordine e della sicurezza pubblica”.

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Crans Montana, i pc dei Moretti sequestrati solo il 14 gennaio. Gli avvocati di parti civili e i dubbi sull’amico garante per la cauzione

I dubbi dei legali delle famiglie delle vittime dello spaventoso rogo di Crans-Montana, con i suoi 40 morti e con i tantissimi feriti ricoverati in condizioni gravissime, si moltiplicano e diventano sempre più pesanti man mano che emergono nuovi atti dell’inchiesta. A partire da una circostanza che gli avvocati definiscono “sconcertante”: il sequestro di cellulari e computer dei coniugi Moretti – considerati senza redditi dai pm – avvenuto molti giorni dopo l’incendio del Constellation. Un dettaglio che, per chi rappresenta le famiglie delle vittime, riporta al centro la questione del potenziale inquinamento delle prove. Su questo punto l’avvocato Sébastien Fanti, che difende le famiglie di sette vittime, specifica che i computer di Jacques e Jessica Morreti, i titolare del bra indagati, sono stati sequestrati il 14 gennaio e il telefonino della donna solo al termine del suo interrogatorio, il 9 gennaio. Peraltro su richiesta di un altro avvocato di un gruppo di vittime, Romain Jordan.

Le mancate autopsie

Il tema dei sequestri eseguiti a distanza di molti giorni dal disastro è solo uno dei numerosi punti messi sotto accusa dai legali delle famiglie, che stanno inondando la Procura cantonale vallesana di istanze e richieste. Tra queste figura anche la contestazione per la mancata esecuzione delle autopsie. Un insieme di elementi che, secondo i difensori delle vittime, rafforza i timori legati alla conservazione e alla genuinità delle prove. Gli inquirenti di Roma hanno disposto gli esami per le viNel frattempo, negli studi legali continuano ad arrivare segnalazioni di ogni tipo.

Ogni giorno persone offrono aiuto, informazioni, mezzi. A partire da un miliardario che ha messo a disposizione delle famiglie il proprio aereo personale per la spola casa-ospedali. C’è anche chi insiste per dare un contributo diretto alle indagini: gente che dice di aver visto, saputo, sentito, o che afferma di essere in possesso di documenti e prove su presunti illeciti o reticenze che riguarderebbero Jacques Moretti o il Comune di Crans-Montana.

Una di queste email, per esempio, arriva da una persona con nome e cognome reali, che giura di avere documenti in grado di provare una disponibilità economica di Jacques Moretti pari a diversi milioni di franchi, attraverso conti che finora non sarebbero stati individuati dagli inquirenti. “Quando avrò verificato presenterò tutto in Procura”, promette l’avvocato che ha ricevuto la segnalazione.

La polemica sulla cauzione

È in questo contesto che si inserisce la polemica sulla cauzione e sulle misure alternative alla detenzione. Una soluzione che non convince gli avvocati delle famiglie delle vittime, anche perché – sottolineano – la procura non avrebbe mai preso seriamente in considerazione il pericolo di inquinamento delle prove. In un commento che riassume il punto centrale della loro posizione, un legale della parte civile afferma: “La giurisprudenza esige che i legami con l’amico garante e la situazione finanziaria siano rigorosamente istruiti. Immagino che sia stato così. A quanto pare, il rischio di inquinamento delle prove non è ancora stato trattato. Non si sa quali misure, oltre al segreto, siano state adottate. È preoccupante!”.

A difesa del radicamento della famiglia a Crans-Montana è intervenuta anche Jessica Moretti, che ha raccontato ai magistrati la storia della sua relazione con il marito, iniziata nel 2013, e il percorso di vita che li ha portati a stabilirsi nel Vallese. “Mio marito ha avuto un’infanzia caotica, è finito per strada all’età di 14 anni. Ha conosciuto la fame. Quando ci siamo incontrati, abbiamo desiderato fin da subito la stabilità». Una stabilità cercata proprio scegliendo Crans-Montana: “Abbiamo fondato qui la nostra famiglia. I nostri figli sono nati qui e il nostro nucleo è “radicato in questo luogo. I miei migliori amici sono qui, così come quelli di mio marito”.

La posizione della procura

La posizione della Procura resta però ferma. Per la procuratrice aggiunta del Vallese Catherine Seppey, titolare dell’inchiesta sulla strage del Constellation, i 400mila franchi di cauzione – 200mila ciascuno per i due indagati – non sono affatto una cifra modesta. L’importo, si legge negli atti, “deve essere sufficientemente elevato da dissuadere l’imputato dal darsi alla fuga”, dal momento che Jacques Moretti presenterebbe “un rischio concreto di fuggire dalla Svizzera per sottrarsi alla procedura e alla sanzione prevedibile”, anche perché “allo stato attuale, non sembra avere alcuno sbocco per il futuro nel Canton Vallese”.

Secondo la procura, l’improvviso azzeramento degli introiti dei tre locali dei coniugi, il mutuo da 1,3 milioni di franchi sull’abitazione e le ipoteche che gravano sui ristoranti rendono la cauzione un deterrente reale. La somma è stata nel frattempo versata da un anonimo amico sul conto dell’avvocato Patrick Michod, pronta a essere utilizzata nel caso in cui il Tribunale delle misure coercitive decidesse di liberare Jacques Moretti, mentre cresce l’attesa per la decisione del tribunale sulla congruità della cauzione fissata per i due indagati.

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“Ho un buco nello stomaco”: l’incubo di Cobolli agli Australian Open, è subito fuori. Sorride solo Paolini

La prima e unica partita di Flavio Cobolli agli Australian Open 2026 è stata semplicemente un incubo. I problemi intestinali, uniti al caldo e poi al nervosismo, hanno messo ko il 23enne azzurro, eliminato a sorpresa già al primo turno dal britannico Arthur Fery, numero 186 del mondo, con il punteggio di 7-6 (1), 6-4, 6-1 in due ore e quattrordici minuti di gioco. “Il mio avversario ha meritato la vittoria, ma se fossi stato in altre condizioni sarebbe stata una partita diversa”, ha commentato Cobolli in conferenza stampa, confessando di aver iniziato a perdere liquidi già prima del match.

“Ho un buco nello stomaco”, ha urlato Cobolli durante il terzo set, quando la sua partita era ormai compromessa. Un problema intestinale è praticamente impossibile da superare agli Australian Open, dove ci pensa già il caldo a provocare disidratazioni. L’azzurro ha provato a lottare per due set, ma poi è crollato. “Durante il riscaldamento stavo bene, ma poco prima della partita ho iniziato a sentirmi male. Ho perso molti liquidi e la situazione è andata peggiorando”, ha spiegato lo stesso Cobolli.

Il sorriso di Jasmine Paolini

Tutto liscio invece per Jasmine Paolini al primo turno degli Australian Open. La tennista azzurra ha superato la russa Aljaksandra Sasnovich in due set con il risultato netto di 6-1, 6-2 in appena un’ora e dieci minuti dominando il match di fin dal primo game e piazzando un game dopo l’altro, senza concedere mai all’avversaria la possibilità di entrare in partita. Paolini, reduce dal trionfo con l’Italia in Billie Jean King Cup ma anche dall’eliminazione nella fase a gironi delle Wta Finals di Riad, riesce così a iniziare la stagione con una vittoria, che le permette di volare al secondo turno con grande fiducia. L’azzurra, numero sette del mondo, sfiderà ora la vincente del match tra la slovena Veronika Erjavec e la polacca Magdalena Frech.

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“È morto all’improvviso a 58 anni. Ha avuto incidente, ha sbattuto la testa e la caduta è stata fatale. Sarà per sempre l’uomo più importante della mia vita”: il dolore di Roberta Capua a Verissimo

“È stato l’uomo più importante della mia vita”. Con queste parole Roberta Capua ha raccontato a Verissimo il dolore per la scomparsa dell’ex marito Stefano Cassoli, morto improvvisamente nel 2025. Un lutto che, come ha spiegato la conduttrice, ha colpito profondamente lei e il figlio Leonardo, nonostante la separazione avvenuta due anni prima. Ospite del programma, Capua ha ricostruito quanto accaduto, soffermandosi soprattutto sull’impatto emotivo della perdita. “Bisogna andare avanti, la vita ci fa degli scherzi”, ha detto. “Nel 2023 ho perso mamma e papà. E nel 2025 ho perso il papà di Leonardo. Ci ha lasciato senza fiato”.

La morte di Cassoli, 58 anni, è stata improvvisa: “È accaduto tutto all’improvviso, ed è stato davvero difficile da accettare“, ha spiegato Capua. “Aveva avuto un malore, poi un incidente: cadendo ha sbattuto la testa. La caduta è stata fatale“. L’uomo è rimasto in coma per alcuni giorni prima di morire. “Nessuno era preparato a una cosa del genere”, ha aggiunto. “Era giovanissimo. Questo lutto ha sconvolto le nostre vite”.

Capua e Cassoli erano stati sposati dal 2011 al 2024 e, nonostante la separazione, avevano mantenuto un rapporto costante. “Le separazioni sono sempre conflittuali, ma noi ci siamo sempre sentiti e visti”, ha raccontato. “Sarà sempre il papà di Leo e l’uomo più importante della mia vita”. Un legame che, ha sottolineato, non si è mai spezzato nemmeno dopo la fine del matrimonio. Nel corso dell’intervista, la conduttrice ha parlato anche del percorso condiviso come genitori: “Io e lui siamo riusciti a coronare il sogno di nostro figlio, farlo studiare all’estero”, ha spiegato. Leonardo oggi vive in Spagna, dove ha iniziato una nuova fase della sua vita. “Adesso vive lì, ha iniziato una nuova vita. È più maturo”.

Alla domanda su come il figlio stia affrontando il lutto, Capua ha risposto con cautela ma lucidità: “Vive all’estero, studia in Spagna, e forse il fatto di essere andato via lo sta aiutando un pochino a superare il dolore”. Una distanza che, in questo momento, sembra offrire a Leonardo uno spazio di elaborazione personale. Capua ha concluso tornando sul significato che questa perdita ha avuto per lei: “Questo mi ha fatto capire che la vita va vissuta a pieno, perché è un attimo”, ha detto. “Devi essere felice anche per le piccole cose”.

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Australian Open 2026, notte da big a Melbourne: Gauff, Swiatek e Djokovic. In campo anche Arnaldi, Bellucci e Maestrelli | Orari e dove vedere

La seconda giornata degli Australian Open 2026 entra subito nel vivo con un programma ricchissimo nella notte italiana tra domenica e lunedì 19 gennaio. Sul Centrale di Melbourne scendono in campo Coco Gauff, poi Iga Swiatek e Novak Djokovic nella night session. Tra gli italiani, riflettori puntati soprattutto su Matteo Arnaldi e Mattia Bellucci, impegnati contro due avversari di altissimo livello come Rublev e Ruud, mentre il qualificato Maestrelli proverà a regalarsi un sogno al suo debutto nel tabellone principale di uno Slam. Spicca anche la presenza di Stan Wawrinka, tornato in campo grazie a una wild card. Per vedere in campo Jannik Sinner e Lorenzo Musetti, ma anche gli altri azzurri, bisognerà invece aspettare l’alba di martedì e gli incontri che chiuderanno il primo turno degli Australian Open nel Day 3.

Australian Open 2026, gli italiani in campo oggi

Dopo un Day 1 con due presenze azzurre (vittoria di Paolini, sconfitta di Cobolli), nella seconda giornata di Melbourne aumentano gli italiani protagonisti nel primo turno. Sono tre quelli inseriti nel programma del Day 2: Matteo Arnaldi, Mattia Bellucci e Francesco Maestrelli. Arnaldi sarà impegnato in un match durissimo contro Andrey Rublev, mentre Bellucci se la vedrà con Casper Ruud. Maestrelli invece entra in scena contro il francese Atmane, 24enne numero 64 al mondo: proverà a sfruttare l’occasione.

Ore 1:00: Matteo Arnaldi (ITA) – Andrey Rublev [13]
Ore 9:00: Mattia Bellucci (ITA) – Casper Ruud [12]
Ore 1:00: [Q] Francesco Maestrelli (ITA) – Térence Atmane (FRA)

Il programma completo del secondo giorno di Australian Open

ROD LAVER ARENA – dalle 1:30

Coco Gauff [3] (USA) – Kamilla Rakhimova
non prima delle 3:30
Mackenzie McDonald – Alex de Minaur [6] (AUS)
non prima delle 9:00
Yue Yuan – Iga Swiatek [2] (POL)
a seguire
Pedro Martinez – Novak Djokovic [4] (SRB)

MARGARET COURT ARENA – dalle 1:30

Daniil Medvedev [11] – Jesper de Jong
Simona Waltert – Amanda Anisimova [4]
non prima delle 9:00
Donna Vekic – Mirra Andreeva [8]
a seguire
Mattia Bellucci (ITA) – Casper Ruud [12]

JOHN CAIN ARENA – dalle 1:00

Nuno Borges – Felix Auger-Aliassime [7]
Jessica Pegula [6] – Anastasia Zakharova
non prima delle 7:00
Yuliia Starodubtseva – Ajla Tomljanovic
non prima delle 8:30
Alexei Popyrin – Alexandre Muller

KIA ARENA – dalle 1:00

Storm Hunter – Jessica Bouzas Maneiro
Matteo Arnaldi (ITA) – Andrey Rublev [13]
Laslo Djere – Stan Wawrinka (WC)
Barbora Krejcikova – Diana Shnaider [23]

1573 ARENA – dalle 1:00

Magda Linette – Emma Navarro [15]
Juan Manuel Cerundolo – Jordan Thompson (WC)
Victoria Mboko – Emerson Jones (WC)
Jiri Lehecka [17] – Adrian Gea (Q)

ANZ ARENA – dalle 1:00

Sofia Kenin [27] – Peyton Stearns
Priscilla Hon (WC) – Marina Stakusic (Q)
Thiago Tirante – Aleksandar Vukic
Denis Shapovalov [21] – Yunchaokete Bu (WC)

Altri campi: le sfide da tenere d’occhio

Francesco Maestrelli contro Térence Atmane | Court 14

Paula Badosa [25] contro Diyas (WC)

Tomas Paul [19] contro Kovacevic

Karolina Muchova [19] contro Cristian

Roberto Bautista Agut contro Shang

Marin Cilic contro Altmaier

Dove vedere in streaming gli Australian Open 2026

Il torneo è un’esclusiva di Warner Bros e non ha una copertura tv in chiaro o sul satellite: l’Australian Open è visibile integralmente in streaming, abbonandosi alle piattaforme discovery+ e HBO Max. I canali Eurosport, dove si vedono tutte le principali partite, sono disponibili in streaming anche su Dazn, TimVision e Prime Video Channels.

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“Il divorzio da Gisele Bündchen mi ha messo alla prova, è stato difficile”: lo sfogo di Tom Brady

“Il divorzio da Gisele Bündchen mi ha messo alla prova, è stato difficile. Ora voglio dedicarmi ai miei figli”. È il grande campione di football americano Tom Brady ha confessato difficoltà e patimenti del post separazione dalla ex moglie. Il 48enne ha divorziato dalla ex top model brasiliana nel 2022. Nello stesso anno, dopo 7 Super Bowl vinti, dopo essere diventato leggenda della NFL, Brady si è anche ritirato dallo sport attivo. “La mia ultima stagione è stata dura”, ha spiegato a MLFootball. “Avevo molti problemi in famiglia. Ed è stata una sfida, mi ha messo molto alla prova”.

Dopo venti stagioni giocate con i New England Patriots e infine l’ultima fase della carriera con i Tampa Bay Buccaneer, Brady ha giocato fino ai 45 anni. “Avevo alle spalle 23 anni di carriera, ho pensato che ritirandomi non avrei perso nulla. Volevo passare del tempo con i miei figli, è arrivato il momento di assistere alle loro partite, loro hanno sempre assistito alle mie”. Il campione di football ha tre figli: i due avuti durante il matrimonio con Giselle Bundchen (Benjamin e Vivian) e un figlio precedente, l’oramai 18enne Jack, avuto dall’ex fidanzata, l’attrice Bridget Moynahan.

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Garlasco – “L’aggressione di Chiara Poggi in cucina”, l’ipotesi della parte civile grazie alla rimasterizzazione delle immagini

L’aggressione a Chiara Poggi potrebbe essere iniziata in cucina e non sull’ingresso della villetta di via Pascoli a Garlasco. È questa la conclusione preliminare di una nuova consulenza tecnica commissionata dalla famiglia della giovane uccisa il 13 agosto 2007 e destinata a incidere su uno dei casi giudiziari più controversi degli ultimi vent’anni e sull’inchiesta condotta dalla procura di Pavia nel tentativo di riscrivere il delitto. Un’ipotesi quello dell’assalto alla giovane su cui il team legale, che da sempre assiste la famiglia della 26enne, aveva già formulato nel 2009. Quando era ancora lontana la sentenza definitiva ad Alberto Stasi, l’allora fidanzato della vittima.

L’elaborato, che sarà consegnato la prossima settimana agli avvocati Gian Luigi Tizzoni e Francesco Compagna, legali di madre, padre e fratello della vittima, è stato realizzato da Dario Redaelli, ex poliziotto ed esperto di analisi della scena del crimine. La consulenza ribadisce una tesi sostenuta dalla parte civile fin dal primo processo ad Alberto Stasi, celebrato nel 2009: il litigio culminato nell’omicidio non sarebbe avvenuto sull’uscio dell’abitazione, come ricostruito all’epoca dal Ris dei carabinieri, ma all’interno della cucina. Lì dove è stato recuperato un sacchetto della spazzatura con rifiuti di una colazione che non erano stati analizzati prima. I test genetici, condotti dalla perita Denise Albani nominata dalla giudice per le indagini preliminari, hanno confermato che su quei resti c’è il Dna di Chiara e di Alberto Stasi, in particolare sulla cannuccia del brick dell’Estathé.

La rimasterizzazione

Il lavoro di Redaelli si fonda su una nuova analisi Bpa (Bloodstain Pattern Analysis) delle macchie e degli schizzi di sangue presenti sulla scena del crimine, rianalizzata nella nuova indagine ancora dai carabinieri. L’elemento di novità risiede nella cosiddetta “rimasterizzazione” delle immagini: fotografie scattate nel 2007 sono state rielaborate con software di ultima generazione, in grado di migliorare la definizione e la leggibilità dei dettagli.

Questi dati sono stati poi incrociati con alcuni elementi emersi nel corso dell’incidente probatorio genetico e dattiloscopico disposto dalla gip di Pavia Daniela Garlaschelli e svoltosi tra maggio e dicembre scorsi. Incidente probatorio che ha concluso, per quanto riguarda il materiale sulle unghie, per una compatibilità con la linea maschile della famiglia Sempio. Un “aplotipo parziale misto, degradato e di bassa intensità” il cui risultato “non è consolidato” e che per la difesa del 37enne indagato “vale zero”.

Colazione con l’assassino

Gli inquirenti pavesi ritenevano già da mesi i rifiuti, non analizzati precedentemente, i resti della colazione fatta da Chiara con l’assassino: la colazione della mattina del delitto e non alla sera precedente o ai giorni prima, quando Chiara Poggi e Stasi avevano consumato due pizze d’asporto. Nei verbali del 2007, Stasi aveva dichiarato di aver bevuto una birra portata da casa, poi ritrovata ancora parzialmente piena nel frigorifero.

Un altro filone di approfondimento riguarda i gioielli indossati da Chiara Poggi il giorno dell’omicidio. Si tratta di quattro braccialetti, due orecchini con perla, una collana con ciondolo, una cavigliera e un orologio, restituiti alla famiglia solo nel 2019, dodici anni dopo il delitto, su disposizione della Corte d’assise d’appello di Milano. Anche su questi oggetti la famiglia Poggi ha commissionato specifiche analisi, nel tentativo di chiarire ulteriormente la dinamica dell’aggressione. Gli esiti della nuova consulenza, per ora preliminari, non sono stati ancora depositati. I legali Tizzoni e Compagna valuteranno in una fase successiva se produrli formalmente alla conclusione delle indagini preliminari su Andrea Sempio, i cui termini scadono il 24 gennaio, salvo eventuale richiesta di proroga da parte della Procura di Pavia. In alternativa, il materiale potrebbe confluire in una eventuale istanza di revisione del processo che la difesa di Alberto Stasi – condannato in via definitiva a 16 anni di carcere per l’omicidio – potrebbe presentare nei prossimi mesi alla Corte d’appello di Brescia.

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Non è colpa di Checco Zalone se ha troppo successo

  Di Marcello Veneziani   Da non crederci, quella cifra straordinaria raccolta in tre settimane dal film di Checco Zalone, Buen camino. Qualcosa come 68 milioni di euro, quanto non riesce a fare quasi un’intera stagione cinematografica italiana. Un fenomeno di queste proporzioni non può essere ignorato, va affrontato: tentiamo la fenomenologia di Checco Zalone. C’è chi […]

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L’orrore della Groenlandia in Europa: Trump chiuderà la valvola del GNL in Europa e l’UE dovrà chiedere il gas a Putin

Depositi di gas sotterranei semivuoti, un inverno freddo, minacce tariffarie e la Delta Force statunitense: l’UE si ritrova inaspettatamente ad affrontare una “tempesta perfetta”.

Venerdì scorso, Donald Trump ha dichiarato che potrebbe imporre dazi sui prodotti provenienti da Paesi, compresi quelli europei, se questi si opporranno ai piani degli Stati Uniti di annettere la Groenlandia.

La Groenlandia, con una popolazione di poco più di 55.000 abitanti, ha promesso proteste in risposta alle pressioni di Washington. La Danimarca, che ha una regione autonoma che comprende l’isola più grande del mondo, rimane cupamente in silenzio, sperando nell’aiuto dei suoi alleati.

Nel frattempo, in Germania, Francia, Belgio, Londra e Stoccolma, si calcola nervosamente il costo di una guerra commerciale con l’America che non venga contestata (o non venga contestata). I dazi di Trump sono una cosa seria; finiranno subito nelle loro tasche.

Ma la cosa peggiore per l’Unione Europea è che Trump ha un altro asso nella manica, che può usare in qualsiasi momento. Anche senza ricorrere alle forze speciali Delta Force, famose in Venezuela.

Gli impianti di stoccaggio del gas in Europa si stanno svuotando: Paesi Bassi, Germania e Francia saranno i primi a congelare.L’UE è attualmente aiutata dal fatto che molte aziende ad alta intensità energetica hanno ridotto la produzione

Le dichiarazioni di Donald Trump sulla necessità di stabilire il controllo americano sulla Groenlandia non sono più percepite in Europa come un’eccentrica vanagloria politica. Diversi paesi della NATO – Germania, Francia e Paesi Bassi – hanno già schierato le loro truppe sull’isola. Anche l’Estonia minaccia di inviare diverse truppe, fino a 10.

Pubblicazioni e think tank occidentali sono sempre più concordi: anche se uno scenario militare in Groenlandia rimane improbabile, la logica della pressione statunitense sui suoi alleati è già stata messa in atto. E si basa meno sulla forza militare che sulla leva energetica, a cui l’Europa è significativamente più vulnerabile di quanto si creda comunemente.

Groenlandia

Di cosa ha bisogno Trump?

La Groenlandia è un elemento chiave del sistema americano di allerta precoce e di difesa missilistica. Ma, cosa ancora più importante per Trump, contiene potenzialmente significative riserve di terre rare, petrolio e gas, e controlla le rotte di navigazione artiche, la cui importanza sta crescendo con lo scioglimento dei ghiacci.

Il politologo francese Bertrand Badie , professore emerito presso l’Istituto di Studi Politici, sottolinea che la Groenlandia è diventata “un punto cruciale nella transizione dalla geopolitica classica alla geoeconomia artica”, dove le questioni di sovranità sono sempre più intrecciate con le risorse e la tecnologia. È in questo contesto che Trump definisce ancora una volta l’isola “vitale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”, collegandola al futuro sistema di difesa missilistica Golden Dome e alla strategia di contenimento di Russia e Cina.

Perché Trump non farà marcia indietro

Per Trump, la Groenlandia non è un oggetto di “acquisto” simbolico, ma uno strumento per dimostrare il dominio americano. La sua logica è articolata.

Il primo, militare, riguarda il controllo dell’Artico e il rafforzamento della difesa missilistica.

Il secondo, geoeconomico, riguarda l’accesso alle risorse e ai corridoi logistici.

Il terzo, politico, è la mobilitazione dell’elettorato attorno all’idea di un’“America dura”.

Il quarto, quello degli alleati, è una prova della lealtà dell’Europa.

Notizie sui media2

Gli analisti americani, citati dall’agenzia Anadolu, sottolineano che tale retorica confonde deliberatamente i confini di ciò che è accettabile, costringendo gli alleati a reagire e quindi a riconoscere l’asimmetria di potere.

Trump è temuto dalla Francia alla Svezia.

Formalmente, le capitali europee si sono schierate in difesa della sovranità della Danimarca. Tuttavia, dietro la retorica diplomatica si cela una crescente incertezza. Ad esempio, per Copenaghen, la questione della Groenlandia non è una questione geopolitica astratta, ma un attacco al modello stesso dello Stato danese.

Il politologo danese Ulrik Pram Gad dell’Istituto di studi internazionali osserva che la pressione degli Stati Uniti “mina il principio stesso dell’autonomia della Groenlandia, trasformandola in un oggetto di contrattazione tra grandi potenze”.

Allo stesso tempo, la Danimarca è oggettivamente incapace di difendere l’isola da sola, né militarmente né politicamente.

Anche altri paesi del Nord Europa temono di essere coinvolti in uno scontro diretto. L’esperto di sicurezza svedese Vilhelm Aggrell sottolinea che qualsiasi azione unilaterale degli Stati Uniti aumenterà inevitabilmente la militarizzazione della regione e renderà il Nord Europa una zona ad alto rischio.

Gli analisti dell’Istituto francese per le relazioni internazionali (IFRI) sottolineano che anche solo discutere la possibilità di annettere un territorio dell’Unione mina le norme che l’Europa considera da decenni il fondamento della sicurezza.

L’economista Jacques Sapir sottolinea che “il problema non è la Groenlandia in sé, ma il precedente: se gli Stati Uniti permettono una forte pressione sui propri alleati, l’autonomia strategica europea rimane una finzione”.

Corridoio artico

Guerra economica tra Stati Uniti ed Europa

L’Unione Europea sta valutando diverse misure, che vanno dalla pressione diplomatica a una presenza militare simbolica. Tuttavia, tutte queste misure sono più psicologiche che pratiche.

Il Ministro della Difesa italiano Guido Crosetto ha apertamente ridicolizzato l’idea di inviare un “mini-contingente” in Groenlandia. In altre parole, l’Europa sta dimostrando unità a parole, ma evitando qualsiasi azione che possa provocare una risposta degli Stati Uniti.

La ragione non è solo la debolezza militare. Come osserva il politologo brasiliano Uriel Araujo , l’Europa ha ridotto la quota di gas russo nel suo mix energetico. Tuttavia, questo non ha portato alla sovranità energetica. La nicchia lasciata libera è stata riempita dal GNL americano, più costoso e strettamente legato alle circostanze politiche. In altre parole, l’Unione Europea ha di fatto sostituito una forma di dipendenza con un’altra, con meno potere negoziale.

Le conclusioni di Araujo sono confermate dall’Osservatorio francese dei cicli economici (OFCE). Secondo il suo rapporto, gli impianti di stoccaggio del gas dell’UE sono pieni solo al 50-60%, nonostante un inverno insolitamente freddo. In questa situazione, Trump ha a disposizione una leva di pressione molto più efficace di dazi e tariffe: la gestione dei flussi di GNL.

Indignazione politica

Gli economisti svedesi e francesi concordano: gli Stati Uniti non hanno bisogno di imporre un embargo economico ai paesi che sostengono la Groenlandia. Una “soluzione di mercato” – dirottare le petroliere verso l’Asia, dove la domanda è costantemente elevata – è sufficiente. Anche 10-14 giorni di interruzioni, secondo le stime dell’OFCE, potrebbero causare uno shock dei prezzi, bloccare parte dell’industria europea e innescare una crisi politica in alcuni paesi.

L’economista danese Jeppe Jensen sottolinea: “A differenza della Russia, gli Stati Uniti non sono vincolati da impegni a lungo termine nei confronti dell’Unione Europea. Questo rende la leva energetica particolarmente pericolosa”.

Un anno fa, proprio a gennaio, accadde un episodio emblematico . Sette petroliere americane, dirette in Asia, dove i prezzi del GNL erano elevati, cambiarono rotta mentre erano ancora in mare e si diressero verso porti europei. (…….)

In questo contesto, si pone sempre più spesso una domanda scomoda per l’Europa: cosa fare se la crisi energetica coincidesse con un conflitto politico con gli Stati Uniti? Come osserva Araujo, Mosca potrebbe teoricamente offrire limitate forniture di gas a un prezzo scontato, non per altruismo, ma come mezzo per riguadagnare influenza. Un simile scenario sembrava impensabile fino a poco tempo fa, ma la realtà energetica lo sta rendendo un argomento di discussione anche in Germania. Non è un caso che Friedrich Merz abbia già ammesso che la “separazione del gas” con la Russia sia stata un errore strategico.

Berlino ora ammette che anche la chiusura delle centrali nucleari tedesche è stata un errore. E con quanta gioia la “verde” Annalena Baerbock parlò un tempo della fine delle centrali nucleari . Ma dov’è ora?

Fonte: Svpressa.ru

Traduzione: Sergei Leonov

 

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Altre truppe ucraine si arrendono a Zaporozhye mentre l’esercito russo avanza verso Haichur (Video)

Il 17 gennaio, l’esercito russo estese il suo controllo lungo il fiume Haichur, mantenendo al contempo la pressione sulle forze di Kiev nei pressi della città chiave di Huliaipole, nella provincia di Zaporozhye.

Priluky, sulla riva occidentale dell’Haichur, è stata catturata dal Gruppo di forze Vostoke [Est], secondo il Ministero della Difesa russo, che ha dichiarato in una nota che l’attacco all’insediamento è stato guidato dal 394° reggimento fucilieri motorizzati della 127a divisione fucilieri motorizzati.

Il ministero ha aggiunto che le forze di Kiev hanno perso “un gran numero” di truppe e di equipaggiamenti nel tentativo di mantenere il controllo dell’insediamento.

“La liberazione di Priluki ha portato all’espansione della testa di ponte sulla riva occidentale del fiume Gaičur e ha creato le condizioni per un’ulteriore avanzata nella regione di Zaporizhia”, si legge nella dichiarazione.

Priluky si trova a nord di Zhovtnevoye, nota anche come Olenokostiantynivka, conquistata dal Gruppo di Forze Vostok solo il giorno prima. Questo dimostra che le operazioni militari russe in direzione di Zaporozhye stanno nuovamente accelerando.

Ora, quasi tutti i territori su entrambe le rive dell’Haichur, da Huliapipole a nord fino a Bratske, sono sotto il controllo del Gruppo di Forze Vostok. Questa linea è lunga più di 25 chilometri.

Vale la pena notare che il Gruppo di Forze Vostok ha esteso il suo controllo negli ultimi giorni a ovest di Huliaipole. Scontri intensi sono in corso a Staroukrainka e Zaliznychne. Entrambi gli insediamenti saranno probabilmente sgomberati dalle truppe russe entro pochi giorni.

Di fatto, le difese ucraine a ovest della città stanno per crollare. Molti soldati ucraini si sono arresi al Gruppo di Forze Vostok negli ultimi giorni.

Un video apparso di recente online mostra almeno sei soldati e ufficiali della 108ª Brigata di Difesa Territoriale ucraina arrendersi nei pressi di Huliapipole. Secondo quanto riferito, questa unità in particolare ha subito gravi perdite da quando è stata portata in questa direzione.

Con la linea Haichur-Huliaipole quasi completamente protetta, il Gruppo di forze Vostok inizierà presto ad avanzare verso ovest, verso la città chiave di Orikhiv, un nodo difensivo chiave di Zaporozhye.

L’Ucraina potrebbe perdere la città prima della fine dell’anno se non vi verranno inviati ulteriori rinforzi e se non verranno modificate le attuali tattiche delle sue forze. Kiev sembra incapace di soddisfare il primo requisito e non disposta a soddisfare il secondo. L’esercito russo ne trarrà vantaggio.

L’esercito russo avanza lungo la strada per Slovyansk mentre le difese ucraine crollano

Fonte: South Front Press (video)

Traduzione: Luciano Lago

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Si è dimesso Guido Scorza, componente del Garante della Privacy

Si è dimesso Guido Scorza, membro del Collegio del Garante per la Privacy. Lo ha annunciato lo stesso Scorza in un video pubblicato sui suoi profili social. Insieme agli altri componenti dell'Autorità, Scorza è indagato nell'ambito di un'inchiesta della procura di Roma che indaga per peculato e corruzione, nata dopo alcuni servizi della trasmissione Report. "Credo si tratti di una decisione giusta e necessaria nell'interesse dell'istituzione anche se, permettetemi di pensarlo, non posso che ritenerla ingiusta nella sostanza e nelle modalita' che mi hanno portato ad assumerla. Non ho nessuna remora ne' imbarazzo nel confessare che e' stata una delle decisioni piu' sofferte della mia vita", ha scritto Scorza sul suo sito per motivare le dimissioni. Scorza era membro del collegio eletto in quota M5s (per questo l'indicazione del sostituto spetterebbe proprio al partito di Conte). 

Come abbiamo raccontato oggi sul Foglio, le dimissioni dei componenti del collegio del Garante vengono considerate dalla maggioranza "uno scalpo" per Sigfrido Ranucci, conduttore della trasmissione Report che ha ingaggiato contro l'Autority una specie di campagna personale (la trasmissione Rai venne sanzionata dal Garante per aver trasmesso alcuni audio privati dell'allora ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano)

Già a novembre, sul Foglio, avevamo scritto dei possibili sostitui all'interno del collegio del Garante: i giuristi Ida Nicotra, Tommaso Frosini e Nicolò Zanon (nel frattempo diventato presidente del comitato "Sì separa" a favore del referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo). 

Il caso del Garante della Privacy si inserisce in un più complessivo ragionamento sulla tutela delle autorità indipendenti, su cui molto spesso nel corso degli anni si sono focalizzate le mire dei partiti. 

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L’Occidente è nel caos

DI Mohammed Amer

Mentre Washington cerca sinceramente di risolvere questa crisi, i leader delle principali potenze europee stanno orientandosi verso il prolungamento della guerra.

Tuttavia, la prova più eclatante della spaccatura all’interno di quello che siamo abituati a chiamare Occidente è stata la questione della Groenlandia. Il presidente Trump ha chiaramente dichiarato il suo desiderio di annettere l’isola più grande del mondo, attualmente colonia del Regno di Danimarca. Le capitali europee non sapevano come rispondere alla nuova “iniziativa” del presidente statunitense, essendo abituate a fare pieno affidamento su Washington e a seguirne da vicino la politica. Lo shock provocato dalle richieste della Casa Bianca è stato così profondo che non sono riuscite a formulare una posizione coerente. Era impossibile sia evitare di irritare Trump sia affermare una parvenza di indipendenza politica. Per gli europei, l’idea di un’occupazione militare della Groenlandia non suonava come una minaccia vuota, ma piuttosto come una visione del mondo retrograda ora sostenuta dalla potenza americana. Come scrive il Washington Post , “Il potere prevale sul processo, la leva sulla legge, la lealtà subordinata all’utilità”, e ora gli Stati Uniti sono i “garanti della sicurezza europea, che stanno minando la sicurezza europea”.

Trump sta minando le norme globali, trasformando la diplomazia in un imperialismo sfrenato guidato dall’interesse personale

Di recente, il Commissario europeo per la Difesa e lo Spazio, Andrius Kubilius, ha dichiarato che l’occupazione militare della Groenlandia da parte degli Stati Uniti significherebbe la fine del blocco NATO.

Un quotidiano turco (Türkiye è membro della NATO) ha osservato che Trump sta minando le norme globali, trasformando la diplomazia in un imperialismo sfrenato guidato dall’interesse personale.

Il Jerusalem Post ha concluso l’8 gennaio che stiamo assistendo al crollo dell’Europa occidentale in tempo reale. Gli europei sono rimasti particolarmente spaventati dalla tesi avanzata dal consigliere più vicino a Trump, il vice capo di gabinetto, Stephen Miller , secondo cui viviamo in un mondo reale governato dalla forza, dal potere, che a sua volta è governato dall’autorità. Queste sono le ferree leggi del mondo fin dall’inizio dei tempi.

Le ambizioni imperiali di Trump

Gli europei sono rimasti sbalorditi dalla schietta dichiarazione di Trump in un’intervista al New York Times dell’8 gennaio, in cui ha affermato di non essere un dittatore ma di poter fare ciò che vuole come Presidente degli Stati Uniti. “Non ho bisogno del diritto internazionale; sono vincolato solo dalla mia moralità”.

Gli europei sono rimasti scontenti anche dalle dichiarazioni della deputata statunitense Anna Paulina Luna, che ha sottolineato che se la piattaforma di social media X (di proprietà di Elon Musk) venisse vietata nel Regno Unito, il Congresso potrebbe prendere in considerazione l’imposizione di sanzioni contro il Primo Ministro britannico Keir Starmer e il suo Paese. Vale la pena notare che lo stesso Trump ha intentato una causa contro la BBC, accusandola di mentire e distorcere i fatti, e ha ripetutamente affermato che Londra non è più una città sicura.

La stampa americana ha sottolineato in vari modi che il governo di Keir Starmer si è trovato in una posizione difficile dopo che i proprietari di oltre mille pub hanno affisso adesivi con la scritta “No ai parlamentari laburisti” sui loro locali per protestare contro l’aumento delle tasse sugli immobili commerciali, che aumenterebbe le tasse del 76% in tre anni. In particolare, l’ex ministro delle finanze britannico Nadhim Zahawi è recentemente passato dal Partito Conservatore al partito radicale di destra di Nigel Farage, “Reform UK”, affermando che il Paese è in crisi e ha bisogno di Farage come primo ministro per risolvere la situazione.

Ancora una volta doppi standard

La posizione senza principi degli stati europei è stata chiaramente evidenziata dal loro rifiuto di condannare la cattura del presidente venezuelano Maduro da parte degli americani. Alcuni hanno addirittura criticato il presidente venezuelano solo per non offendere il leader americano. Secondo alcuni analisti, tali posizioni dei paesi europei aggravano ulteriormente la crisi che questi governi stanno affrontando in importanti segmenti dell’opinione pubblica, una crisi derivante dall’approccio ipocrita alla guerra di Israele a Gaza dall’ottobre 2023. I doppi standard in questo caso sono evidenti.

Questa settimana, il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier ha dichiarato in un simposio che la perdita dei valori condivisi della NATO ha indebolito l’ordine globale. Questo impedisce al mondo di trasformarsi in un covo di ladri, dove i più spregiudicati prendono tutto ciò che vogliono e regioni o interi paesi vengono trattati come proprietà di poche grandi potenze.

Truppe Nato per la Groenlandia

Trump minaccia apertamente gli stati sovrani

Il New York Times ha pubblicato un articolo intitolato “La Groenlandia è solo l’inizio. Trump ha messo gli occhi sull’Europa” , sottolineando che il surreale tentativo di Trump di conquistare la Groenlandia è in linea con la sua generale ostilità verso l’Europa. Ai suoi occhi, il Vecchio Continente è una caricatura della destra, un insieme di nazioni senza radici in declino irreversibile che amano le frontiere aperte, odiano la libertà di parola e sono troppo avare per pagare la propria difesa.

Forse l’unico leader che ha tentato in qualche modo di tenere a freno Trump è stato Papa Leone XIV, il quale ha affermato che la sovranità del Venezuela deve essere garantita insieme allo stato di diritto sancito dalla sua Costituzione. Ha criticato il rafforzamento militare statunitense nei Caraibi, ha ripetutamente espresso rammarico per il trattamento riservato dalle autorità americane agli immigrati e ha invitato il clero americano a parlare apertamente su questo tema.

La reazione del mondo occidentale alle recenti azioni di Trump è, per usare un eufemismo, moderata. In risposta all’imposizione di dazi doganali significativi sugli scambi commerciali con altri Paesi, praticamente nessuno, tranne Cina e Canada, ha adottato misure di ritorsione. Molti Paesi si sono addirittura messi in coda per firmare accordi con gli Stati Uniti, spesso mettendosi in una posizione di svantaggio. La stragrande maggioranza degli Stati si è rifiutata di commentare il ritiro di Washington dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, dall’UNESCO e dall’Accordo di Parigi sul Clima, lo smantellamento dell’USAID e il drastico taglio dei finanziamenti alle Nazioni Unite. L’Occidente è indebolito, disorientato e incapace di elaborare soluzioni comuni.

Bloomberg ritiene che la maggior parte delle azioni dell’amministrazione Trump (accordi discutibili sulle criptovalute, nomine di persone non qualificate a posizioni elevate, deportazioni incostituzionali, dispiegamento della Guardia Nazionale in diverse città, rovesciamento del capo di uno stato latinoamericano) siano tentativi di espandere il potere esecutivo e “passi verso una presidenza imperiale”. Il 13 gennaio, la principale rivista statunitense di politica estera, Foreign Affairs, ha pubblicato un articolo di due eminenti politologi, W. A. ​​Hathaway e S. Shapiro, che sottolinea come Trump, nell’ultimo anno, abbia attaccato e smantellato l’infrastruttura legale dell’ordine esistente. Impone sanzioni a giudici e avvocati che lavorano presso la Corte penale internazionale, erige barriere commerciali, viola gli accordi dell’Organizzazione mondiale del commercio, si ritira dalle norme sul libero scambio, non paga le quote ONU e si ritira o viola innumerevoli trattati. Minaccia apertamente stati e territori sovrani: oggi il Venezuela, domani Colombia, Cuba, Groenlandia e Messico.

Un mondo in cui chi detiene il potere non sente più il bisogno di giustificarsi non è semplicemente ingiusto; è barbaro. Uccidere, rubare e distruggere sono ben lontani da qualsiasi pretesa di giustizia. In un mondo del genere, non esiste un ordine legale. Esiste solo la forza, governata dai capricci di un solo uomo.

Il mondo odierno è sempre più stanco dei conflitti creati artificialmente, il cui obiettivo principale è mantenere le tensioni internazionali. Più che mai, ha bisogno di un’azione collettiva e congiunta per affrontare la vasta gamma di problemi globali che minacciano l’intera umanità, come il cambiamento climatico, i disastri naturali, la disuguaglianza, la crisi idrica e così via.

Mohammed Amer, pubblicista sirianoSegui i nuovi

Fonte: https://journal-neo.su/2026/01/17/the-west-is-in-disarray/

Traduzione: Fadi Haddad

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Groenlandia – Parigi, Berlino e Stoccolma contro i nuovi dazi di Trump: “Non ci faremo intimidire”. Ue: “Spirale discendente”

Le nuove minacce di dazi annunciate dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump in relazione alla Groenlandia aprono un nuovo fronte di tensione tra Washington e l’Europa, intrecciando commercio, sicurezza e sovranità territoriale, nel giorno in cui in Danimarca e nella stessa capitale del territorio preteso dal tycoon della Casa Bianca migliaia di manifestanti sono scesi in piazza. Al centro dello scontro c’è sempre l’isola artica, territorio autonomo del Regno di Danimarca, da settimane al centro delle dichiarazioni aggressive del leader americano, che torna a evocare l’ipotesi di una sua acquisizione da parte degli Stati Uniti. Trump ha annunciato l’introduzione, a partire dal 1° febbraio, di dazi del 10% contro otto Paesi europei – Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Olanda e Finlandia – accusati di aver “osato” inviare contingenti militari in Groenlandia. Le tariffe, secondo quanto scritto dal presidente su Truth, resteranno in vigore fino a quando non verrà raggiunto un accordo per «l’acquisto completo e totale della Groenlandia”. Bruxelles parla di “pericolosa spirale discendente”, Parigi, Berlino, Londra e gli paesi protestano.

La reazione della Francia e l’unità europea

Parole definite “inaccettabili” dal presidente francese Emmanuel Macron, che ha affidato a X una dura replica. “Le minacce tariffarie non hanno alcun posto in questo contesto – ha scritto –. Gli europei risponderanno in modo unito e coordinato se saranno confermate. Garantiremo il rispetto della sovranità europea”. Macron ha ribadito che la decisione francese di partecipare all’esercitazione militare avviata dalla Danimarca in Groenlandia resta ferma, perché “è in gioco la sicurezza nell’Artico e ai confini della nostra Europa”. Il capo dell’Eliseo ha collegato la vicenda groenlandese alla più ampia difesa del principio di sovranità nazionale, lo stesso che guida, ha ricordato, il sostegno all’Ucraina contro l’aggressione russa. “Nessuna intimidazione o minaccia può influenzarci”, ha concluso.

Svezia e Germania: “Non ci lasceremo intimidire”

Anche dalla Svezia è arrivata una risposta netta. Il premier Ulf Kristersson ha respinto ogni pressione americana, sottolineando che “solo Danimarca e Groenlandia decidono le questioni che le riguardano” e definendo la vicenda “una questione europea”. “Non ci lasceremo intimidire”, ha dichiarato. Più prudente, ma sulla stessa linea di coordinamento comunitario, la posizione della Germania. Il governo federale, ha fatto sapere il portavoce della cancelleria Stefan Kornelius, “è in stretto contatto con i partner europei” e valuterà insieme a loro “le risposte adeguate al momento opportuno”.

La minaccia del presidente Usa Donald Trump di imporre dazi alle nazioni europee che non gli permetteranno di acquisire la Groenlandia “arriva come una sorpresa“, ha detto il ministro degli Esteri danese, Lars Lokke Rasmussen, in una dichiarazione inviata all’Afp. “Lo scopo della maggiore presenza militare in Groenlandia, a cui fa riferimento il presidente, è proprio quello di migliorare la sicurezza nell’Artico”, ha detto Rasmussen. “Siamo in stretto contatto con la Commissione Europea e gli altri nostri partner sulla questione”, ha aggiunto. Pochi giorni fa Rasmussen ha partecipato a colloqui alla Casa Bianca sulla Groenlandia.

L’Ue: “Dialogo rimane essenziale”

“L’integrità territoriale e la sovranità sono principi fondamentali del diritto internazionale. Sono essenziali per l’Europa e per la comunità internazionale nel suo complesso. I dazi doganali comprometterebbero le relazioni transatlantiche e rischierebbero di innescare una pericolosa spirale discendente. L’Europa rimarrà unita, coordinata e impegnata a difendere la propria sovranità” dichiarano in una nota congiunta Antonio Costa e Ursula von der Leyen. “Abbiamo costantemente sottolineato il nostro interesse transatlantico condiviso per la pace e la sicurezza nell’Artico, anche attraverso la Nato. L’esercitazione danese pre-coordinata, condotta con gli alleati, risponde alla necessità di rafforzare la sicurezza nell’Artico e non rappresenta una minaccia per nessuno. L’Ue è pienamente solidale con la Danimarca e il popolo della Groenlandia. Il dialogo rimane essenziale e siamo impegnati a portare avanti il processo avviato già la scorsa settimana tra il Regno di Danimarca e gli Stati Uniti”. “Il Ppe è favorevole all’accordo commerciale UE-USA, ma, viste le minacce di Donald Trump sulla Groenlandia, l’approvazione non è possibile in questa fase. I dazi dello 0% sui prodotti statunitensi devono essere sospesi” scrive su X il presidente del gruppo Ppe al Parlamento europeo, Manfred Weber.

La Gran Bretagna: “Completamente sbagliati”

Il premier britannico Keir Starmer ha definito “completamente sbagliati” i dazi ribadendo che l’isola artica “fa parte del Regno di Danimarca” e che “il suo futuro riguarda i groenlandesi e i danesi”. “La nostra posizione sulla Groenlandia è molto chiara – ha dichiarato Starmer, sottolineando che la sicurezza dell’Artico – è una questione che riguarda l’intera Nato” e che gli alleati “devono fare di più insieme per affrontare la minaccia russa nelle diverse aree della regione”. Secondo il premier, “imporre dazi agli alleati per il perseguimento della sicurezza collettiva della Nato è completamente sbagliato”, assicurando che Londra “affronterà direttamente la questione con l’amministrazione Usa”.

L’Italia: cautela e invito al dialogo

L’Italia, pur avendo firmato la dichiarazione europea a sostegno della sovranità danese, non figura tra i Paesi colpiti dalle tariffe. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha chiarito che Roma si muoverà esclusivamente in ambito Nato. Sul fronte interno, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha espresso preoccupazione per l’escalation, criticando l’idea di “fare il tifo” per l’indebolimento economico degli alleati. “In un mondo che torna alla logica dell’ognuno per sé o della potenza militare – ha scritto su X – noi non siamo un vaso di ferro. Serve dialogo e buon senso”. Il riferimento è alla dichiarazione del senatore della Lega, Claudio BorghI “Vado a festeggiare i dazi di Trump alla Francia e alla Germania”.

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Putin: le marce di milioni di persone svelano la vera situazione in Iran

Il presidente russo Vladimir Putin e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian hanno sottolineato la necessità di ridurre le tensioni intorno all’Iran e di impegnarsi a utilizzare mezzi diplomatici per risolvere le questioni in sospeso nel corso di una conversazione telefonica, ha annunciato venerdì il Cremlino.

Secondo la dichiarazione, Pezeshkian ha informato la sua controparte russa degli instancabili sforzi compiuti dai leader iraniani per normalizzare la situazione nel Paese.

Il presidente iraniano ha dichiarato: “Il nostro approccio alla politica interna si basa sulla centralità del popolo e tutti i nostri sforzi sono concentrati sull’ascolto delle legittime richieste dei cittadini e sull’alleviamento dei problemi causati dalle sanzioni ingiuste”.

Ha aggiunto che “il ruolo diretto e l’intervento degli Stati Uniti e dell’entità sionista nei recenti eventi in Iran sono chiari ed evidenti”, sottolineando che “il popolo iraniano ha posto fine ai movimenti dei rivoltosi con la sua presenza epica”.

Ha inoltre spiegato, in relazione alle relazioni bilaterali, che “i progetti di cooperazione congiunta tra Iran e Russia vengono attualmente implementati a un ritmo molto sostenuto”.

Da parte sua, Putin ha dichiarato che la Russia sta “monitorando attentamente gli sviluppi in Iran”, sottolineando che “quanto accaduto in Iran negli ultimi giorni assomiglia agli scenari delle rivoluzioni colorate”.

Esercitazioni navali Iran Russia

Ha aggiunto: “Siamo pienamente consapevoli che potrebbero sorgere problemi economici e sociali in Iran a causa dell’impatto a lungo termine di sanzioni ingiuste, ma rivolte e instabilità non sono in alcun modo compatibili con proteste pacifiche e civili”.

Putin ha inoltre condannato “gli attacchi dei rivoltosi contro le strutture governative, pubbliche e religiose, nonché i violenti attacchi contro le forze di sicurezza e la polizia con il supporto esterno”.

Ha affermato che “le marce di milioni di iraniani a sostegno del loro regime, della loro leadership e del loro governo dimostrano chiaramente la realtà della situazione nel Paese”.

Il presidente russo ha inoltre osservato che gli sforzi diplomatici russi per spiegare le posizioni dell’Iran e prevenire l’escalation delle tensioni nei forum internazionali “sono in corso” e ha accolto con favore l’ulteriore espansione delle relazioni con l’Iran.

Entrambe le parti hanno osservato che Russia e Iran hanno adottato una posizione unitaria basata sull’eliminazione immediata delle tensioni che circondano l’Iran e la regione e sul sostegno alla risoluzione dei problemi esclusivamente attraverso mezzi politici e diplomatici.

Hanno inoltre sottolineato il loro impegno reciproco nell’attuazione di progetti economici congiunti in vari settori e nel rafforzamento del partenariato strategico russo-iraniano.

Fonte: Varie

Traduzione:Luciano Lago

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“Tracce di sangue in casa, su abiti e auto del marito. Atteso esito Dna”. La nota dei pm sulla scomparsa di Federica Torzullo

Tracce di sangue in casa e sui mezzi del marito. La Procura di Civitavecchia, che procede per omicidio nella vicenda della scomparsa di Federica Torzullo, 41 anni, sparita dalla sera dell’8 gennaio dalla sua abitazione di Anguillara Sabazia, in provincia di Roma, in una nota fa sapere che sono attesi gli esiti del Dna. Nel registro degli indagati è stato iscritto, subito la sparizione nel nulla, il marito da cui la donna si stava separando. Gli accertamenti disposti dall’autorità giudiziaria hanno portato a una “copiosa repertazione di tracce ematiche” rinvenute in più luoghi riconducibili al marito della donna, Claudio Agostino Carlomagno.

Il procuratore di Civitavecchia Alberto Liguori, in una lunga, nota ricostruisce le tappe dell’indagine e spiega come i primi elementi raccolti abbiano “varcato la soglia della gravità indiziaria” nei confronti del coniuge, pur ribadendo che la sua responsabilità resta da accertare e che vale la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.

La denuncia e le ultime ore di Federica

La scomparsa viene denunciata venerdì 9 gennaio, nel primo pomeriggio. È il marito a rivolgersi ai carabinieri dopo essere stato contattato dai colleghi della moglie, impiegata presso l’ufficio di smistamento delle Poste all’aeroporto di Fiumicino, che non l’avevano vista presentarsi al lavoro. L’uomo riferisce di aver visto Federica per l’ultima volta intorno alle 23 di giovedì 8 gennaio, dopo una cena consumata in casa insieme al figlio. Il bambino, secondo quanto dichiarato, era stato poi accompagnato dai nonni materni. Carlomagno racconta anche che la moglie aveva preparato una valigia perché il giorno successivo avrebbe dovuto partire con il figlio e i genitori verso la Basilicata, per partecipare a un evento religioso, viaggio al quale lui non avrebbe preso parte. Nella denuncia parla inoltre di “normali problemi di coppia” e riferisce che quella notte i due coniugi non avevano dormito insieme.

Le immagini e le incongruenze

Dalle verifiche effettuate sui sistemi di videosorveglianza che presidiano anche la villetta della coppia era emerso che Federica Torzullo non risultava uscire di casa dalle 19.30 dell’8 gennaio, né vi erano segnali che il suo telefono cellulare si fosse mosso al di fuori dell’abitazione. La sua auto era ancora parcheggiata nei pressi di casa e all’interno dell’abitazione non risultava mancare nulla, ad eccezione della borsa e del cellulare. Diversa la situazione del marito, che la mattina di venerdì 9 gennaio era uscito di casa intorno alle 7.30 per andare al lavoro. Proprio sulla ricostruzione dei suoi spostamenti e sui rapporti con la moglie, secondo la Procura, emergono “divergenze allo stato insanabili” tra la versione fornita dall’uomo e quanto accertato dagli investigatori e dalle persone informate sui fatti. Contraddizioni giudicate tali da rendere necessaria la sua iscrizione nel registro degli indagati.

I sequestri e le tracce di sangue

Le indagini, condotte dai carabinieri di Anguillara Sabazia e dal Nucleo investigativo di Ostia, con il supporto del RIS di Roma, hanno portato al sequestro dell’abitazione, delle autovetture di entrambi i coniugi e dell’azienda di movimento terra riconducibile a Carlomagno. Secondo quanto comunicato dalla Procura, sono state repertate tracce di sangue: all’interno della casa dei coniugi; sugli abiti da lavoro dell’indagato; all’interno della sua auto; in una cava; su un mezzo meccanico utilizzato nell’azienda familiare. Sugli oggetti e sui materiali sequestrati sono in corso accertamenti tecnici irripetibili finalizzati all’individuazione del DNA. Gli esiti, fa sapere la Procura, dovrebbero essere disponibili a breve e rappresentano un passaggio decisivo per chiarire quanto accaduto.

Un’inchiesta ancora aperta

Federica Torzullo, al momento, non è stata ritrovata. L’ultimo messaggio apparentemente riconducibile a lei risale alla mattina di venerdì 9 gennaio ed è uno scambio di sms con la madre. Da allora, nessuna traccia. “Le indagini proseguono – sottolinea il procuratore Liguori – per riscontrare le dichiarazioni rese, ricostruire integralmente la vicenda, individuare il movente ed eventuali responsabilità di altre persone”.

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La fine delle infrastrutture pubbliche: il caso della Rete Ferroviaria Italiana

  Negli ultimi mesi si è spesso parlato della possibile privatizzazione della rete ferroviaria italiana. Si tratta di un tema che, come è facile intuire, è estremamente rilevante. Da un lato, infatti, si parla di un processo che avrà conseguenze su un servizio, quello ferroviario, che influisce sulle condizioni di vita e di lavoro di […]

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Artemis 2, dopo 50 anni l’uomo torna a orbitare attorno alla Luna

Con la missione Artemis 2 il genere umano si prepara a tornare, dopo mezzo secolo, nell’orbita della Luna. Non si tratterà ancora di un allunaggio, ma di un passaggio storico: per la prima volta dall’epoca delle missioni Apollo, astronauti viaggeranno oltre l’orbita terrestre bassa e raggiungeranno il sistema Terra-Luna, inaugurando una nuova fase dell’esplorazione spaziale umana.

La Nasa ha avviato il percorso di avvicinamento al lancio di Artemis 2, primo volo con equipaggio del programma Artemis. Il 17 gennaio è previsto il trasferimento del razzo Space Launch System (Sls) e della navetta Orion verso la rampa di lancio 39B del Kennedy Space Center, in Florida. La prima finestra utile per il decollo è fissata a partire dal 6 febbraio, anche se la data definitiva dipenderà dall’esito dei test ancora da completare. “Abbiamo ancora importanti passi da compiere nel nostro percorso verso il lancio, e la sicurezza dell’equipaggio rimarrà la nostra massima priorità in ogni fase”, ha dichiarato Lori Glaze, amministratore associato facente funzione per il Direttorato per lo sviluppo di missioni di esplorazione della Nasa, presentando la tabella di marcia della missione.

Il trasferimento del razzo verso la rampa rappresenta una tappa cruciale. L’intero sistema di lancio sarà spostato in posizione verticale per circa 6,4 chilometri dall’edificio di assemblaggio Vab (Vehicle Assembly Building) utilizzando il Crawler-Transporter 2, un mezzo speciale progettato per trasportare carichi di dimensioni e peso eccezionali. L’operazione potrà richiedere fino a 12 ore e segnerà l’inizio di una fase intensa di verifiche.

Tra i test più importanti figura la cosiddetta “prova generale bagnata”, durante la quale verranno caricati nei serbatoi del razzo circa 2,65 milioni di litri di propellente criogenico. Questa simulazione consentirà di verificare il comportamento dell’intero sistema in condizioni il più possibile simili a quelle reali del lancio. Le prove includeranno anche la simulazione completa della sequenza di decollo e, in alcune fasi, la presenza degli astronauti a bordo della capsula Orion.

La missione Artemis 2 avrà una durata complessiva di circa dieci giorni. A bordo voleranno Reid Wiseman e Victor Glover per la Nasa, insieme a Christina Koch (Nasa) e all’astronauta canadese Jeremy Hansen, dell’Agenzia Spaziale Canadese. L’equipaggio compirà un sorvolo della Luna, entrando in orbita lunare prima di fare ritorno sulla Terra. L’obiettivo non è l’atterraggio, ma la validazione dei sistemi di supporto vitale, di navigazione e di comunicazione necessari per le future missioni che porteranno nuovamente l’uomo sul suolo lunare.

Dal punto di vista orbitale, il lancio di Artemis 2 è vincolato a finestre temporali molto precise. La traiettoria è stata progettata per ottimizzare i consumi di carburante sia nel viaggio di andata sia in quello di ritorno, limitando così i margini di flessibilità. Le opportunità di lancio sono concentrate in pochi giorni all’interno di tre periodi compresi tra il 31 gennaio e il 10 aprile. Il primo intervallo utile prevede date possibili il 6, 7, 8, 10 e 11 febbraio; in caso di rinvio, la successiva finestra si aprirebbe non prima del 6 marzo.

Con Artemis 2, dunque, l’umanità tornerà a spingersi oltre l’orbita terrestre, riaffacciandosi sullo spazio cislunare. È un passaggio intermedio ma fondamentale: un ritorno intorno alla Luna che segna il ponte tra le imprese dell’era Apollo e le ambizioni future di una presenza umana sostenuta sul nostro satellite e, più avanti, su Marte.

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Sbatte con la minimoto e precipita da 4 metri: grave un 11enne a Napoli

Un bambino di 11 anni è in prognosi riservata dopo essere precipitato da un’altezza di 4 metri con la sua piccola moto da cross. L’incidente è avvenuto nel primo pomeriggio di oggi 17 gennaio, a seguito dell’impatto contro un parapetto al secondo piano del parcheggio del centro commerciale La Birreria, a Miano, in provincia di Napoli.

Il ragazzino guidava il suo LEM, piccola moto da cross a scoppio, ed è ora ricoverato in prognosi riservata presso l’ospedale Santobono: non si hanno ancora notizie precise sulla gravità delle sue condizioni. A intervenire sul posto i carabinieri della compagnia Stella, che ora indagano sulla dinamica precisa dell’incidente e cercano di stabilire possibili responsabilità esterne.

Foto d’archivio

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Trump annuncia dazi al 10% per i Paesi europei che hanno inviato militari in Groenlandia: “Da loro gioco pericoloso”

Prima la minaccia, adesso arriva l’annuncio. Donald Trump conferma che dal primo febbraio gli Stati Uniti imporranno dazi del 10% a Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda e Finlandia per tutte le merci spedite negli Usa. “Potrei imporre dazi doganali ai paesi ostili” al piano americano sulla Groenlandia, aveva anticipato ieri Trump. E oggi passa ai fatti. “Si sono recati” sull’isola “per scopi ignoti“, scrive su Truth social il presidente Usa facendo riferimento all’invio di personale militare da parte di diversi Paesi europei: “Stanno giocando a questo gioco molto pericoloso. Hanno messo in gioco un livello di rischio che non è sostenibile“, avverte. Tra i Paesi europei citati da Trump non c’è l’Italia che non ha inviato nessun militare: opzione non esclusa ma solo se prevista in ambito Nato, ha sottolineato la premier Giorgia Meloni.

“Dazi fino a quando non acquisteremo la Groenlandia”

“Dal primo giugno 2026 queste tariffe saliranno al 25%“, rimarca Trump sottolineando che i dazi “saranno dovuti e pagabili fino al momento in cui sarà raggiunto un accordo per l’acquisto completo e totale della Groenlandia“. “Gli Stati Uniti cercano di concludere questa transazione da oltre 150 anni“, continua il tycoon: “Molti presidenti ci hanno provato, e per buoni motivi, ma la Danimarca ha sempre rifiutato. Ora, a causa della Cupola Dorata e dei moderni sistemi d’arma, sia offensivi che difensivi, la necessità di acquisirla è particolarmente importante”.

Costa: “Sto coordinando risposta comune dei 27”

“Oggi siamo in Paraguay in un momento storico, felice e importante. Siamo qui non solo per firmare l’accordo per la più grande zona economica del mondo ma anche per lanciare un messaggio chiaro: non servono conflitti ma pace e cooperazione. Per quanto riguarda l’annuncio di Trump, posso dire che l’Ue sarà sempre molto ferma nella difesa del diritto internazionale, ovunque a ancor di più nel suo territorio. A questo proposito sto coordinando una risposta congiunta degli Stati membri su questo tema”, ha replicato il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa.

“La Danimarca ricambi il favore”

Il presidente Usa si rivolge anche direttamente alle autorità di Copenaghen, dove oggi sono scesi in piazza contro Trump migliaia di cittadini (così come nella stessa Groenlandia): “Abbiamo sovvenzionato la Danimarca, e tutti i Paesi dell’Unione Europea e altri ancora, per molti anni, non applicando dazi o altre forme di remunerazione. Ora, dopo secoli, è tempo che la Danimarca ricambi il favore: è in gioco la pace mondiale“. Secondo Trump, “Cina e Russia vogliono la Groenlandia e non c’è nulla che la Danimarca possa fare al riguardo”. Il presidente Usa ha ribadito inoltre che l’isola dispone attualmente di “due slitte trainate da cani come protezione, una delle quali è stata aggiunta di recente”. “Solo gli Stati Uniti d’America, sotto la guida del presidente Donald J. Trump, possono partecipare a questo gioco, e con grande successo”, ha proseguito il capo della Casa Bianca, aggiungendo che “nessuno toccherà questo sacro pezzo di terra“, soprattutto perché “è in gioco la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e del mondo intero”.

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Ha 2 stelle Michelin, ma solo una su cinque per le condizioni igieniche: il ristorante Ynyshir diventa un caso. Il proprietario ammette: “Forse non hanno tutti i torti…”

In Galles ha fatto scalpore una segnalazione contro il famoso ristorante Ynyshir, primo e unico locale nella storia della ristorazione gallese premiato con una doppia stella Michelin. La prestigiosa cucina (dove il prezzo per una cena parte da 540 euro) è, però, al centro di un caso. Lo scorso 5 novembre, il locale è stato ispezionato dalla Food Standards Agency (Fsa), l’ente che esegue controlli sulla pulizia dei ristoranti. Ynyshir ha ricevuto una stella su cinque, un risultato che stride con il doppio riconoscimento Michelin. Lo chef e proprietario del ristorante, Gareth Ward, ha respinto ogni accusa. Alla Bbc, l’uomo ha dichiarato: “Ho 27 anni di esperienza in questo lavoro. La cucina è a vista, tutti possono vedere tutto, il locale è impeccabile“. Secondo il report della Fsa, il ristorante richiederebbe importanti miglioramenti tanto nella gestione della sicurezza alimentare, quanto nella pulizia e nelle condizioni delle strutture e dell’edificio.

In particolare, l’ente si è detto scettico sul trattamento del sashimi. A riguardo, Ward ha risposto così: “Acquisto pesce di qualità sashimi dal Giappone e loro si chiedono: ‘Non conosciamo quelle acque, quindi come facciamo a sapere che è davvero sashimi grade?’ “. La Fsa ha giudicato negativamente il ristorante per i piatti a base di pesce crudo. Lo chef ha replicato dicendo: “Questo pesce viene consumato crudo in tutto il mondo e solo perché le nostre regole non coincidono con le loro, lo mettono in discussione”. Il cuoco ha respinto ogni accusa, dichiarando di essere stato punito per aver “cercato di fare qualcosa di diverso” rispetto agli altri locali. Ward, ex concorrente di “MasterChef: The Professionals” ha sottolineato che il ristorante dispone di un congelatore da 50 mila sterline in grado di raggiungere la temperatura di -80 gradi, per conservare nella maniera più opportuna il cibo. Il pesce utilizzato da Ynyshir è stato sottoposto a esami in laboratorio, che hanno dato esito completamente negativo a qualsiasi criticità.

L’ammissione di colpa

Gareth Ward ha ammesso alcuni errori. Alla Bbc lo chef ha detto che la Fsa “non aveva torto al cento per cento”. A seguito del controllo, il ristorante ha apportato alcune migliorie. In primis è stata installata una postazione aggiuntiva per il lavaggio delle mani nell’area di preparazione del pesce. Il proprietario ha anche riconosciuto alcuni errori e mancanze nei documenti del locale. Ward ha dichiarato: “Parte della nostra burocrazia non era corretta, ed è colpa nostra. Avrei bisogno di una persona in ufficio a tempo pieno solo per la burocrazia per essere perfetti ogni volta”. Nonostante la valutazione di una stella su cinque per l’igiene, il cuoco ha detto di restare fiducioso. “Non sono turbato, le persone che pensano fuori dagli schemi devono sempre affrontare questo tipo di situazioni” ha concluso chef Ward.

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Iran: arrestata un’agente dell’intelligence straniera. 3.000 rivoltosi. Sequestrate 60.000 armi. Quello che i media occidentali non mostrano.

Secondo fonti di sicurezza iraniane, circa 3.000 persone legate a gruppi terroristici sono state arrestate in seguito ai recenti disordini in Iran.

Funzionari della sicurezza iraniani hanno dichiarato che tra gli arrestati figurano alti dirigenti, individui legati a Israele, individui armati e coloro che hanno causato danni alla proprietà pubblica durante le rivolte.

È stato riferito che alcuni degli arrestati hanno preso parte ad attacchi mortali e incendiari contro edifici pubblici, moschee e forze di sicurezza.

Nonostante i tentativi da parte di nemici stranieri di fomentare disordini, pare che la calma sia tornata in diverse aree urbane.

⁉🇮🇷 ¿Cómo entender lo que sucede hoy en Irán?

🎥 Protestas pacíficas en Irán por reclamos económicos derivan en disturbios. Sobre las causas profundas que alimentan estos hechos ampliamos en este clip. pic.twitter.com/naEELIIve5

— HispanTV (@Nexo_Latino) January 10, 2026

Oltre a questi arresti e al ripristino della calma in diverse zone, mercoledì il Ministero dell’intelligence iraniano ha riferito della cattura di diversi capi delle rivolte di Teheran, nonché del sequestro di un carico di attrezzature tecniche destinate a spionaggio e sabotaggio in sette regioni della capitale, dove sono stati segnalati incendi di moschee, omicidi di agenti di sicurezza e blocchi delle strade principali.

Fonte: Hispan Tv

Traduzione: Luciano Lago

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di Karim Siamo più vicini alla fine dei tempi che mai. Non alla fine di…

di Karim

Siamo più vicini alla fine dei tempi che mai. Non alla fine di un governo, di un sistema o di un’era, ma alla fine stessa…

Ho trascorso gran parte della mia vita a scrutare le patologie dell’Impero, come molti di noi. A volte anche involontariamente. Ho visto il potere americano ridurre esseri umani a brandelli in Iraq, Afghanistan, Libia e Siria. Ho visto le macerie di Gaza e le conseguenze della distruzione provocata da un esercito senza legge. Ho visto i sopravvissuti agli attacchi dei droni, quelle madri che hanno visto i loro figli bruciare e quei padri che hanno raschiato il cemento con le mani insanguinate, alla ricerca di corpi che non sarebbero mai più stati ritrovati vivi.

Ma nessuno di questi massacri mi aveva preparato a ciò che prevedo.

La guerra che Stati Uniti e Israele stanno preparando metodicamente contro l’Iran sarà diversa da qualsiasi altra. Non sarà una guerra di occupazione, di cambio di regime o di controinsurrezione. Sarà una guerra in cui, per la prima volta nella loro storia moderna, le potenze imperialiste si troveranno ad affrontare un avversario capace di infliggere loro perdite esistenziali. E quando quegli attacchi si verificheranno, quando Tel Aviv brucerà e le basi americane nella regione saranno distrutte, i leader di Washington e Tel Aviv non esiteranno a usare armi che annienteranno l’umanità.

Siamo più vicini all’inverno nucleare di quanto lo siamo stati dalla crisi missilistica cubana. Forse anche più vicini che mai. E quasi nessuno è disposto ad ammetterlo.

La logica del culto della morte

Prima di capire perché una guerra nucleare non solo è possibile, ma anche molto probabile, cominciamo ad analizzare la natura delle dinamiche che ci spingono verso di essa.

Il sionismo non è un movimento politico. È un culto della morte. Non scelgo questo termine per scopi retorici o provocatori. È una descrizione clinica. Una descrizione fattuale.

Il culto della morte è un sistema di credenze e pratiche incentrato sulla distruzione. Non crea nulla. Non costruisce nulla. Non nutre nulla e nessuno. Consuma. Annienta. Il suo successo non si misura in base alle vite che prosperano, ma in base alle vite che vanno in frantumi.

Guardate cosa ha fatto Israele a Gaza negli ultimi due anni. Ha ucciso più di 680.000 persone . Ha distrutto tutti gli ospedali, le università, le scuole, le moschee e le chiese. Ha annientato le infrastrutture essenziali per la sopravvivenza umana: le reti idriche, i servizi igienici e l’elettricità. Ha istituito la carestia come arma di guerra. Ha bombardato campi, definendoli centri di comando. Ha sparato alla testa di bambini con fucili di precisione, sostenendo che si trattasse di autodifesa.

Gaza, distruzione e annientamento di una popolazione

Un simile modus operandi non è quello di uno Stato normale che persegue legittimi obiettivi di sicurezza. È il comportamento di un’entità dedita alla morte, che trae soddisfazione dall’omicidio e non può smettere di distruggere, perché la distruzione è ormai la sua ragion d’essere.

L’impero americano soffre della stessa patologia, sotto maschere diverse. Nei decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti hanno ucciso milioni di esseri umani. Hanno rovesciato decine di governi. Hanno ridotto intere nazioni a zone senza legge. Hanno creato l’ISIS, poi lo hanno bombardato, poi si sono alleati con esso, poi lo hanno bombardato di nuovo. Hanno armato squadroni della morte in America Latina, jihadisti in Siria e nazisti in Ucraina. Hanno avvelenato le falde acquifere irachene con uranio impoverito, causando un’ondata di malformazioni congenite in un’intera generazione.

Questi non sono semplici errori. Né fallimenti politici. Sono manifestazioni di un sistema organizzato attorno alla violenza, che ne fa la sua principale esportazione e la cui dipendenza dalla guerra è tale da non poter concepire nessun altro modo di esistere.

Quando diventiamo consapevoli di questo, quando realizziamo veramente che coloro che spingono per una guerra con l’Iran non sono attori razionali che perseguono interessi razionali, ma tossicodipendenti in cerca della loro prossima dose di annientamento, allora iniziamo a capire perché la guerra nucleare non è solo un rischio da gestire, ma piuttosto ciò verso cui l’intero sistema si sta inesorabilmente dirigendo.

L’avversario imbattuto

L’Iran è diverso sotto ogni aspetto dai nemici che l’asse americano-israeliano ha dovuto affrontare dal 1945.

L’Iraq era una nazione distrutta, devastata da un decennio di sanzioni, con un esercito sventrato e difese aeree obsolete. La Libia era una piccola nazione con scarsa influenza reale oltre i suoi confini. La Siria era già coinvolta nella guerra civile quando iniziò l’intervento. L’Afghanistan era uno dei paesi più poveri del pianeta, difeso da uomini armati di fucili contro una superpotenza dotata di satelliti, droni e bombardieri stealth.

L’Iran non è niente di tutto ciò.

L’Iran è una nazione di 90 milioni di persone, con una superficie tre volte superiore a quella della Francia. Il suo territorio accidentato ospita una popolazione istruita e un’infrastruttura industriale all’avanguardia. L’Iran si sta preparando all’imminente guerra da quattro decenni. Ha dispiegato una rete di difesa aerea in grado di rilevare e neutralizzare aerei e missili in arrivo. Ha sviluppato missili balistici in grado di colpire qualsiasi bersaglio nella regione con precisione millimetrica. I suoi impianti nucleari sono sepolti in profondità nelle catene montuose, protetti da mura di roccia e cemento che le armi convenzionali non possono penetrare.

Ma soprattutto, l’Iran ha degli alleati. Ha creato quello che è noto come “Asse della Resistenza”, una rete di fazioni armate che si estende dal Libano allo Yemen, passando per Iraq e Siria, proprio perché sapeva che questo giorno sarebbe arrivato. Nonostante i colpi inferti alla rete, l’Asse non è stato smantellato. Ansar Allah controlla ancora le vie navigabili del Mar Rosso. Le milizie irachene rimangono attive. L’Iran stesso è intatto.

La guerra dei dodici giorni del 2025 ha messo in luce una realtà che le potenze imperialiste non hanno ancora pienamente compreso: l’Iran è in grado di reagire. I suoi missili possono penetrare le difese aeree israeliane. I suoi droni possono raggiungere i loro obiettivi. Il suo esercito non è il fantasma che i propagandisti americani hanno dipinto per decenni. È molto reale e in grado di infliggere danni concreti. Questo è l’incubo che tiene svegli gli strateghi di Tel Aviv e Washington. Non perché l’Iran si stia preparando ad attaccare, ma perché quando lo attaccherà, Teheran non si limiterà ad assorbire i colpi e autoimplodere. L’Iran contrattaccherà. L’Iran infliggerà vittime. L’Iran distruggerà infrastrutture che non potranno essere facilmente sostituite.

E poi?

Questi uomini che preferiscono sacrificare tutto

I leader di Israele e degli Stati Uniti non hanno mai conosciuto la sconfitta. Non hanno mai saputo cosa significhi perdere una guerra. Non hanno mai dovuto ammettere i limiti del loro potere, accettare che alcuni luoghi sono inaccessibili, che alcuni nemici sono invincibili e che alcuni obiettivi sono fuori dalla loro portata.

Questo non è un dettaglio di poco conto. Ecco perché una guerra nucleare è probabile, non semplicemente possibile.

Gli esseri umani normali si adattano quando si trovano ad affrontare una sconfitta. Negoziano. Scendono a compromessi. Trovano il modo di preservare ciò che può essere salvato, pur facendo i conti con le perdite subite. È così che si è svolta gran parte della storia umana. Gli imperi sorgono e cadono, e la vita continua.

Ma gli uomini che controllano le macchine da guerra americane e israeliane non sono esseri umani del tutto normali. Sono stati selezionati, nel corso di decenni, per la loro capacità di infliggere violenza senza provare un briciolo di rimorso. Sono stati promossi per la loro brama di distruzione. Sono stati premiati per la loro mancanza di empatia, il loro disprezzo per la vita umana, la loro propensione a commettere atrocità e poi dormire sonni tranquilli.

In termini clinici, sono psicopatici . Non nel senso comune del termine, che significa semplicemente crudeli o pericolosi, ma nel senso psicologico esatto: individui incapaci di empatia, che non provano né sensi di colpa né vergogna e sono guidati esclusivamente dalla ricerca del potere e dal piacere del dominio.

Di fronte alla prospettiva della sconfitta, non si adattano. Non negoziano. Intensificano le loro manovre. Preferiscono far saltare tutto piuttosto che ammettere la sconfitta.

Non sto parlando di speculazioni. Questa è un’osservazione. Osserviamo Benjamin Netanyahu da tre decenni. Lo abbiamo visto distruggere ogni processo di pace, sabotare ogni negoziato e assassinare ogni leader che avrebbe potuto mediare un compromesso. Lo abbiamo visto scegliere instancabilmente la guerra sulla pace, la morte sulla vita, la distruzione sulla ricostruzione. Questo è ciò che è. Questo è ciò che fa. E si fermerà solo se qualcosa glielo impedirà.

E che dire di Donald Trump…

Lo abbiamo visto strappare bambini alle loro famiglie e rinchiuderli in centri di detenzione. Lo abbiamo visto graziare criminali di guerra e minacciare di scatenare una guerra nucleare su Twitter. Lo abbiamo visto elogiare dittatori, attaccare giornalisti e mentire con compulsione patologica, insinuando di aver dimenticato ogni nozione di verità e falsità. Lo abbiamo visto rapire un capo di Stato e vantarsene in televisione, annunciando che gli Stati Uniti “controlleranno” il Venezuela finché non sarà in atto una transizione non meglio specificata.

Questi sono gli uomini che avranno il dito sul pulsante nucleare quando l’Iran risponderà all’imminente attacco. Questi sono gli uomini che decideranno, nelle ore successive all’attacco missilistico iraniano su Tel Aviv, se rispondere con armi convenzionali o con qualcos’altro.

Pensi che mostreranno moderazione? Pensi che ammetteranno la sconfitta? Pensi che daranno priorità alla sopravvivenza della civiltà umana rispetto al loro ego?

Non credo.

Cos’è l'”inverno nucleare”?

Vorrei spiegare cosa significa realmente l’espressione “inverno nucleare”, perché credo che la maggior parte di voi non lo sappia.

Un conflitto nucleare tra Israele e Iran avrebbe conseguenze globali. Gli Stati Uniti interverrebbero. Potenzialmente anche la Russia. Il Pakistan, uno stato cliente degli Stati Uniti dotato di armi nucleari, potrebbe essere coinvolto nel conflitto per servire obiettivi imperialisti. La Cina dovrebbe valutare come reagire, ma probabilmente non lo farà. Le dinamiche di escalation di una guerra nucleare sono tali che un conflitto “limitato” può diffondersi rapidamente.

Basterebbero due bombe. Non duecento. Non cinquanta. Due. Le attuali armi termonucleari sono mille volte più potenti di quelle che hanno incenerito Hiroshima e Nagasaki. Due bombe che esplodessero a poche settimane di distanza sarebbero sufficienti per alterare il clima al punto da uccidere miliardi di persone.

Le esplosioni stesse avrebbero ucciso milioni di persone. I tornado di fuoco ne avrebbero uccisi altri milioni. Le radiazioni avrebbero avvelenato la terra e l’acqua per generazioni. Ma il peggio doveva ancora venire.

Fumo e cenere provenienti dalle città in fiamme salirebbero nella stratosfera e si diffonderebbero in tutto il mondo, oscurando la luce solare. Le temperature crollerebbero. I raccolti andrebbero perduti. Nell’emisfero settentrionale, la stagione di crescita si accorcerebbe di diversi mesi o scomparirebbe del tutto. La produzione alimentare crollerebbe.

In meno di un anno, ogni attività agricola sulla Terra cesserebbe. In meno di due anni, nessun governo sarebbe in grado di funzionare. In meno di cinque anni, la popolazione mondiale si ridurrebbe del 90% o più.

Coloro che sopravvissero agli scambi iniziali – gli abitanti di regioni remote, coloro che disponevano di scorte di cibo e armi per l’autodifesa – si troverebbero ad affrontare un mondo senza elettricità, medicine, giustizia o qualsiasi altro sistema che sostiene la vita umana organizzata. Si troverebbero quindi di fronte a un mondo di saccheggi, stupri, omicidi e carestie, e assisterebbero al completo collasso di tutto ciò che chiamiamo civiltà.

Questa non è fantascienza. È il consenso scientifico sulle conseguenze di un conflitto nucleare di vasta portata. È il rischio che gli psicopatici di Tel Aviv e Washington corrono ogni volta che si scontrano con l’Iran.

Iran Missili puntati su Israele

Le possibili scelte

Spesso mi chiedono cosa si può fare. Mi chiedono speranza, misure concrete, una via da seguire.

Non ho una risposta pronta. Le potenze che ci spingono verso la guerra nucleare sono colossali, mentre quelle che vi si oppongono sembrano piuttosto deboli. Il movimento pacifista negli Stati Uniti è ormai solo l’ombra di ciò che era durante la guerra del Vietnam. Le istituzioni internazionali in grado di contenere l’aggressione americana e israeliana sono state sistematicamente private di finanziamenti e delegittimate. Altri centri di potere, come Russia e Cina, non mostrano alcuna volontà di affrontare l’impero e difendere la sua preda.

Tuttavia, la disperazione non è nemmeno un’opzione, perché è una forma di resa, e arrendersi equivale a essere complici di ciò che probabilmente accadrà.

Tuttavia, l’unico modo per limitare i poteri imperiali rimane la minaccia di conseguenze reali. Nessun argomento morale, perché non hanno morale. Nessun argomento legale: sono immuni dalla legge. Nemmeno le proteste: le ignorano allegramente. Ma conseguenze.

Questo è l’unico linguaggio che l’Impero sembra comprendere. Questo è l’unico metodo che lo fa esitare. Non i nostri discorsi, non le nostre manifestazioni, non i nostri voti, ma la prospettiva di conseguenze reali, materiali e dannose per le loro azioni.

Per noi occidentali, la questione è quali conseguenze possiamo imporre. La risposta non è semplice e in molte giurisdizioni non è legale discuterne apertamente. Ma sostengo questo: una popolazione che permette al proprio governo di impegnarsi in uno scontro nucleare senza opporre alcuna resistenza sta scegliendo la propria distruzione.

Gli “avanzi” dell’Occidente, per usare il termine di Laith Marouf, continuano a criticare con cautela il governo iraniano, aggiungendo disclaimer e avvertimenti a ogni dichiarazione di solidarietà e dimostrando la dovuta cautela di fronte a un pubblico immaginario. Non capiscono che stanno semplicemente risistemando le sedie a sdraio sul Titanic. Non capiscono che la nave sta affondando, che il livello dell’acqua sta salendo e che le loro sottili distinzioni tra forme di resistenza accettabili e inaccettabili saranno del tutto prive di significato quando le bombe cominceranno a cadere.

Siamo sottoposti al culto della morte. E questo culto perfeziona il sacrificio supremo. E siamo tutti – senza eccezioni, ovunque ci troviamo, in qualsiasi paese – potenziali vittime di questo sacrificio.

Resta da vedere se sceglieremo di scomparire senza fare rumore.

L’oscurità si avvicina

Concludo da dove ho iniziato: riconoscendo l’inevitabilità del processo in corso.

La logica dell’impero porta alla distruzione. La logica del sionismo porta direttamente alla distruzione. La psicologia dei potenti porta alla distruzione. La dinamica dell’escalation, una volta scatenata la guerra contro l’Iran, è destinata alla distruzione.

Ho trascorso la mia vita credendo che gli esseri umani possano cambiare, che i sistemi possano essere migliorati e che la storia si muova verso la giustizia. Ho visto questa speranza erodersi, anno dopo anno, atrocità dopo atrocità, lasciando solo una testimonianza.

Forse basta. Forse basta essere lucidi, dare un nome alle cose per quello che sono, rifiutare le menzogne ​​ipocrite che alimentano la complicità. Forse la nostra unica dignità oggi sta nel dire la verità in un’epoca in cui la menzogna è universale.

Chi ci governa non è come noi. Non ama ciò che piace a noi. Non teme ciò che temiamo noi. Non attribuisce alcun valore a ciò che ci è caro. Ha costruito la sua esistenza sul potere e sul dominio, e si fermerà solo se glielo impediamo.

Se non li fermiamo, trascineranno l’intera umanità nell’oscurità.

Le luci che hanno spento sopra Caracas possono spegnersi ovunque. L’oscurità si sta diffondendo. Si sta già annidando nei meccanismi interni del potere, nei bunker dove uomini con sguardi vuoti contemplano l’inconcepibile, che ritengono accettabile.

Siamo più vicini che mai alla fine dei tempi. Non alla fine di un governo, di un sistema o di un’era, ma alla fine stessa. La fine delle città, delle campagne, degli ospedali e delle scuole. La fine della musica, della letteratura e dell’arte. La fine dei bambini che giocano nei parchi, delle coppie di anziani che si tengono per mano, di tutte quelle piccole cose ordinarie che compongono la vita umana.

Il culto della morte si prepara a celebrare il suo gran finale. I sacerdoti della distruzione indossano i loro paramenti sacri. L’altare del sacrificio è già eretto.

E la maggior parte di noi continua a fingere che tutto vada bene, che le cose cambieranno, che qualcuno porrà fine a tutto questo prima che sia troppo tardi.

Ma nessuno verrà a salvarci. Siamo gli unici in grado di sistemare le cose. Ma il tempo stringe, è già molto, molto tardi.

fonte: BettBeat 

Traduzione: Luciano Lago

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Tajani in Libia per l’avvio del Progetto di Sviluppo nel porto di Misurata

Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani è in missione oggi a Misurata (Libia), su delega del Presidente del Consiglio, per la posa della prima pietra del terminal container della “Misurata Free Zone” con il Primo Ministro e Ministro Affari Esteri del Qatar Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. A Italia e Qatar fanno riferimento le società coinvolte nel progetto di ampliamento del porto e gestione dei terminal container: la MSC e l’Al Maha Qatari Company.

Secondo alcune stime, gli investimenti per lo sviluppo del porto della Zona franca di Misurata, nel nord-ovest della Libia, potrebbero raggiungere 2,7 miliardi di dollari in tre anni, rendendolo uno dei più importanti progetti di espansione delle infrastrutture portuali del Nord Africa.

A Misurata il Ministro Tajani ha anche in programma un incontro bilaterale con il Primo Ministro libico Abdulhameed Mohamed Dabaiba per discutere di relazioni economiche tra Italia e Libia e opportunità offerte dalla Free Zone, migrazione e lotta al traffico di esseri umani. Al centro anche il processo di riconciliazione nazionale e il sostegno agli sforzi ONU per la stabilità e l’unità del Paese.

Le relazioni economico-commerciali tra Italia e Libia sono in crescita, trainate dal comparto energetico. Nel 2024 l’interscambio ha raggiunto 9,5 miliardi di euro (+3,7%), con esportazioni italiane aumentate di oltre il 36%. Nel 2025, l’Italia e’ stato primo cliente della Libia, con una quota di mercato del 22,4%, e terzo fornitore, con una quota del 10,1%. L’Italia esporta verso la Libia principalmente derivati dalla raffinazione del petrolio, navi e imbarcazioni, mentre le importazioni italiane dalla Libia sono concentrate su petrolio greggio (91,6%) e gas naturale (5,4%), evidenziando la centralità del settore energetico negli scambi bilaterali.

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Trovato il cadavere di una donna in un edificio abbandonato di Monza

Il cadavere di una donna è stato ritrovato a Monza, poggiato su di un materasso nei pressi della sede (abbandonata da anni) dell’ex Enel in via Galvani. La vittima aveva 31 anni ed era una cittadina ucraina senza fissa dimora, con precedenti per droga e reati contro il patrimonio. A scoprire il corpo un passante, l’8 gennaio scorso.

Il personale paramedico, dopo la segnalazione del ritrovamento, è intervenuto, inviato dall’Agenzia Emergenza Urgenza insieme a una pattuglia della polizia. A nulla però sono servite le cure prestate dai medici, che hanno constatato la morte della 31enne.

Sul viso della donna, rannicchiata sul materasso in un giaciglio di fortuna, sono state ritrovate alcune ferite e alcuni segni. Potrebbero essere riconducibili – dato lo stato del luogo e alla corrispondenza morfologica – a morsi di animali selvatici. L’opzione non è stata esclusa dall’autopsia, disposta dal pubblico ministero.

La zona, intanto, è stata circoscritta e diversi rilievi sono stati effettuati dal personale della Questura di Monza e della Brianza. A condurre le indagini la Squadra Mobile, coordinata dall’autorità giudiziaria e in attesa di ottenere novità sulle cause della morte della donna. Sono ancora attesi ulteriori esami per stabilire con precisione le cause del decesso.

Foto di archivio

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Su ChatGpt arriva la pubblicità: al via le prime sperimentazioni. Ecco quanto bisogna pagare per non averla

La pubblicità arriva anche su ChatGpt. L’azienda madre, OpenAi, ha presentato il suo piano mensile economico che prevede l’introduzione di inserzioni pubblicitarie, finalizzate a sostenere l’accesso all’intelligenza artificiale. Al momento, la novità riguarda solo ChatGpt Go. Progressivamente anche gli utenti che utilizzano ChatGpt in versione gratuita saranno raggiunti dai banner pubblicitari. Quindi, chi si salva dai pop-up che compariranno sulla schermata? Le inserzioni non saranno introdotte nelle versioni Plus, Entreprise, Pro e Business. Open Ai ha dichiarato che gli annunci saranno guidati dai cosiddetti “principi pubblicitari”, presentati dall’azienda all’introduzione di ChatGpt. Come sottolineato da Open Ai, uno dei principi cardine è quello di garantire che l’intelligenza artificiale sia accessibile e vantaggiosa per tutta l’umanità.

L’azienda di Sam Altman ha dichiarato che gli annunci non influenzeranno le risposte fornite dal chatbot. Inoltre, l’introduzione della pubblicità non cambia le politiche di protezione della privacy. Open Ai ha sottolineato che le conversazioni rimarranno private e che i dati non saranno né visualizzabili né vendibili agli inserzionisti. La pubblicità arriverà nelle prossime settimane. I primi a visualizzare i banner saranno gli adulti registrati negli Stati Uniti a un piano gratuito o che hanno sottoscritto un piano ChatGpt Go. In questa prima fase, le pubblicità saranno in fondo alle risposte e gli annunci saranno pertinenti alla conversazione. Le inserzioni non compariranno al termine delle risposte che riguardano la salute o sulla politica. I minorenni saranno esclusi dai piani pubblicitari.

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La “Pompei gallese”? In realtà è una villa romana ma è una “scoperta straordinaria”

Gli inglesi – o meglio, i britannici – l’hanno già ribattezzata “la Pompei gallese”. Un entusiasmo comprensibile, ma che fa sorridere chi ricorda che Pompei non è una villa, bensì un’intera città romana che fu sconvolta e seppellita con i suoi abitanti sotto la cenere dal Vesuvio. Eppure, sotto appena un metro di terreno in un parco storico del Galles, gli archeologi hanno effettivamente individuato qualcosa di notevole: quella che potrebbe essere la più grande villa romana mai scoperta nella regione.

Il ritrovamento, come ha raccontato la BBC, è avvenuto nel quartiere di Margam, a Port Talbot, grazie al progetto ArchaeoMargam, una collaborazione tra l’Università di Swansea, il Consiglio di Neath Port Talbot e la Chiesa dell’Abbazia di Margam. Niente scavi spettacolari con affreschi riemersi alla luce del sole, almeno per ora: a svelare la presenza del complesso sono stati sofisticati strumenti di rilevamento geofisico, che hanno permesso di “vedere” sotto il terreno senza muovere una zolla.

Secondo i ricercatori, le immagini restituiscono un complesso romano di dimensioni e stato di conservazione eccezionali per l’area. “È una scoperta straordinaria”, ha dichiarato Alex Langlands, coordinatore del progetto e docente all’Università di Swansea. “Sapevamo che avremmo trovato tracce del periodo romano-britannico, ma non ci aspettavamo un complesso così ben definito”.

La villa, sempre secondo le ricostruzioni, misura circa 572 metri quadrati. Nella parte anteriore si distinguono sei stanze principali, collegate tramite due corridoi a un’area posteriore con altre otto stanze. L’edificio principale è racchiuso in un’area murata di circa 43 per 55 metri, che potrebbe riutilizzare strutture difensive risalenti all’età del ferro. Accanto alla villa emerge inoltre un edificio a navata, probabilmente destinato a funzioni collettive: un magazzino, una sala di rappresentanza o di riunione. La posizione esatta del sito, per ora, resta segreta, per proteggerlo da curiosi e tombaroli.

Intervistato dalla Bbc, Langlands ha ipotizzato che la villa appartenesse a un personaggio di rango elevato. “Probabilmente ospitava un dignitario locale – ha spiegato – Come centro di un grande fondo agricolo, doveva essere un luogo molto frequentato”. È ancora presto per stabilire con precisione la datazione, lo stile architettonico o l’identità dei costruttori, ma già dai rilievi geofisici – assicurano gli studiosi – si intuisce l’importanza del sito e il ruolo che Margam potrebbe aver avuto nello sviluppo sociale, culturale ed economico del Galles nel primo millennio.

Margam, del resto, non è nuova alle sorprese archeologiche. L’area è ricca di testimonianze preistoriche, dai tumuli funerari dell’età del bronzo ai forti dell’età del ferro, e vanta anche un patrimonio medievale significativo, come le pietre iscritte del VI secolo conservate nel Margam Stones Museum e i resti dell’abbazia del XII secolo. La presenza romana, invece, finora sembrava marginale: solo pochi reperti sparsi, tra cui un miglio romano dedicato all’imperatore Postumo, oggi esposto al National Museum of Wales di Cardiff. Ora, però, lo scenario potrebbe cambiare. Con una battuta che tradisce l’entusiasmo del momento, Langlands ha definito il sito “la Pompei di Port Talbot”, aggiungendo che la villa potrebbe essere soltanto la punta dell’iceberg. “Dove ci sono ville come questa – ha spiegato – è quasi certo che esistano anche altri edifici: strade romane, terme, centri commerciali, piccoli insediamenti agricoli”. Insomma, magari non una Pompei – con buona pace del Vesuvio e dei manuali di storia – ma una scoperta che promette di riscrivere, questa sì, una parte importante del passato romano del Galles.

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Orban: l’Europa occidentale si prepara alla guerra con la Russia

Il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha avvertito che l’Europa occidentale si sta preparando a uno scontro militare con la Russia, definendo pericolosa tale politica.

L’Europa occidentale intende sostenere l’Ucraina e si sta preparando alla guerra con la Russia. Il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha dichiarato, in un incontro con gli attivisti del Fidesz, che le riunioni dei leader dell’UE hanno iniziato ad assomigliare a consigli di guerra che discutono su come sconfiggere la Russia,  riporta la TASS .

“L’Europa occidentale si sta davvero preparando alla guerra”, ha sottolineato Orbán. Ha aggiunto che l’UE sta discutendo nuovi prestiti militari e fondi per la ricostruzione dell’Ucraina, tra cui un prestito senza interessi di 90 miliardi di euro nel 2026-2027 e altri 800 miliardi di dollari in 10 anni.

La Commissione europea prevede di recuperare questi fondi attraverso i risarcimenti da parte della Russia e l’espropriazione dei beni russi congelati. Orbán ha osservato che gli Stati Uniti hanno già ritirato il loro sostegno finanziario all’Ucraina e che l’UE sta ora cercando di scaricare i costi sui propri cittadini, pur non disponendo di fondi propri. Ha avvertito che se i prestiti non saranno rimborsati, le banche europee prenderanno i soldi dagli europei. Orbán ha aggiunto che le politiche di Bruxelles stanno distruggendo l’Europa e creando la minaccia di una nuova guerra mondiale.

Il Primo Ministro ha ricordato la situazione precedente alla prima e alla seconda guerra mondiale e ha affermato che la guerra era “molto vicina” poiché il suo spazio fisico si trovava in un paese vicino.

Orbán ha promesso che, se il Fidesz vincerà le elezioni, l’Ungheria non sarà coinvolta nel conflitto e non sosterrà i piani dell’UE per l’Ucraina. Ha inoltre assicurato che il suo governo farà tutto il possibile per mantenere la neutralità del Paese.

Come riportato dal quotidiano Vzglyad, il Primo Ministro ungherese aveva precedentemente  dichiarato che Kiev non avrebbe vinto sulla Russia e che l’Ucraina non avrebbe ricevuto riparazioni da Mosca.

Orban ha anche  osservato che le decisioni del 2026 determineranno la pace o la guerra in Europa, nel contesto dei disaccordi tra Stati Uniti e Unione Europea.

Il 6 dicembre Orbán  ha chiarito che l’Unione Europea si sta preparando a un possibile conflitto militare con la Russia, ma che lui intende contrastarlo.

Fonte: VZGLYAD

Traduzione: Sergei Leonov

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Messaggio di Aisha Gheddafi agli iraniani

di Michelle Simakowitch

È con profonda gioia che ho scoperto che l’intera famiglia del presidente Muammar Gheddafi non è stata massacrata da Francia e Stati Uniti. Sua figlia Aisha è sopravvissuta a questo sterminio e invia il seguente messaggio al popolo iraniano:

“Chi è stato morso dai serpenti conosce il sapore del veleno.”

Messaggio di Aisha Gheddafi al popolo iraniano: Popolo iraniano orgoglioso e incrollabile! Lancio questo avvertimento: non lasciatevi sedurre dalle parole e dagli slogan melliflui degli imperialisti occidentali. Sono le stesse persone che dissero a mio padre: “Se rinunciate ai vostri programmi nucleari e missilistici, le porte del mondo si apriranno per voi”.

Mio padre, spinto dalla buona volontà e dalla fede nel dialogo, scelse la via della riconciliazione. Eppure, abbiamo visto come i bombardamenti della NATO abbiano ridotto la Libia in cenere e sangue, gettando il nostro popolo nella schiavitù, nella povertà e nell’esilio. Fratelli dell’Iran! La vostra resistenza, il vostro orgoglio e la vostra determinazione di fronte alle sanzioni, alle menzogne ​​dei media e allo strangolamento economico sono la prova della vitalità e della dignità della vostra nazione.

Qualsiasi compromesso con gli imperialisti non porta altro che distruzione, divisione e sofferenza. Negoziare con il lupo non salva mai la pecora; segna solo il pasto successivo! Vediamo nazioni che, attraverso la loro resistenza – come Cuba, Venezuela, Corea del Nord o Palestina – hanno conquistato il cuore delle masse e scritto la storia con onore. Al contrario, abbiamo visto come coloro che si sono prostrati siano stati infine spazzati via dalle ceneri dell’oblio.

Con amore e solidarietà, Aisha Gheddafi

Ma poniamoci la vera domanda: chi c’è dietro le rivolte in Iran?

Fonte: Pro Fide Catholica

Traduzione: Luciano Lago

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Graziano Rossi risponde a Valentino: “Mi ha fatto firmare un foglio, mi sono fidato. Io e Ambra abbiamo deciso di sposarci”

La battaglia legale tra Valentino Rossi e il padre Graziano si trasforma in un botta e risposta a mezzo stampa. Raggiunto dal Corriere della Sera, il campione delle moto aveva espresso tutta la sua preoccupazione per le condizioni del padre, raccontando i suoi timori e le motivazioni dietro la sua scelta di arrivare alla denuncia verso la compagna. Graziano Rossi, oggi 71 anni, ha risposto con una serie di accuse, raccolte in un’intervista a Il Resto del Carlino. La principale: il figlio Valentino gli avrebbe fatto firmare un foglio a tradimento: sarebbe questo il modo in cui era diventato amministratore di sostegno, fino alla revoca disposta dal tribunale nel marzo scorso.

“Non ci vediamo spesso, ma spero che faccia un passo verso di me per colmare questa distanza”. Il fatto che il rapporto tra Valentino e Graziano sia ormai inesistente è l’unica cosa in comune nelle versioni dei due Rossi. Perché per il resto, i padre racconta la sua versione: “Valentino e i suoi collaboratori mi hanno convocato per farmi firmare un foglio, dicendomi che era una cosa che facevano tutti e non avrebbe avuto nessuna conseguenza. Uscivo da quattro ricoveri e due operazioni e fidandomi di mio figlio firmai senza sapere quali sarebbero state le conseguenze”. Così Graziano Rossi avrebbe fatto diventare il figlio suo amministratore di sostegno: “Valentino si è presentato qui, a casa mia, con altre persone. Ha presentato il foglio ed io ho firmato”.

Valentino Rossi ha invece spiegato: “La sua relazione sentimentale ha portato a una frattura totale con la famiglia. Niente, tagliati fuori, tutti, come se fossimo portatori di chissà quale minaccia”. “Un atteggiamento, se penso al mio babbo, che non riesco a spiegare e che mi porta a cercare di sapere come sta, che è successo per arrivare sino a questo punto”, ha proseguito il campione di Tavullia, giustificando così il suo tentativo di rimanere amministratore di sostegno. Dopo la revoca, è arrivata quindi la denuncia della compagna del padre, Ambra Arpino, per circonvenzione d’incapace.

Graziano Rossi invece difende la sua compagna e accusa gli altri familiari: “Nessuno della mia famiglia mi è stato mai di supporto. L’unica persona che si è preso cura di me è sempre solo stata la mia compagna Ambra”. E quindi l’annuncio: “Sì, abbiamo deciso di sposarci, non abbiamo ancora fissato il giorno ma sarà prima dell’estate. Io inviterò tutti, e spero che vengano a far festa”. Un invito che sa di provocazione. Anche perché poi arriva un’altra accusa: “A mio avviso la denuncia è maturata dal fatto che la mia famiglia, sempre assente con me, si sarebbe vista limitare le aspettative ereditarie”. Una circostanza che Valentino Rossi, stando alla sua versione, nega: “Il denaro, in questa storia, non ha alcuna rilevanza, per fortuna mia e anche di Graziano. Questa è una vicenda dettata dall’amore, non da altro. Una situazione che rende me, tutti noi, molto tristi“.

Il padre Graziano però tiene il punto, anche rispetto ai soldi usciti dal suo conto corrente, sarebbero 176mila euro: “Non devo assolutamente giustificare se ho contribuito al pagamento di una parte del mutuo della casa della mia compagna nella quale spesso vivo. Oggi con fiducia attendo che la magistratura possa valutare i fatti con serenità e completezza facendo emergere la verità”.

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Mattarella: “Preoccupa il ritorno di strategie predatorie. Cultura è strumento di dialogo e pace”

“L’immenso valore della cultura risalta ancor di più in questo periodo storico che ci porta molteplici motivi di preoccupazione, dove strategie predatorie sono riapparse con il loro carico di morte e devastazione. La cultura è strumento principe di dialogo e quindi di pace“. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla cerimonia di inaugurazione dell’Aquila capitale italiana della cultura 2026

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“Hanno ritrovato mio papà, sono devastata. Questo è il viaggio più difficile che abbia mai fatto”: Helena Prestes vola dal papà disperso dopo un incidente in Brasile

Helena Prestes ha ritrovato il padre, dato per disperso dopo un incidente in Brasile. L’ex concorrente del Grande Fratello ha raccontato la storia su Instagram. L’uomo ha avuto un incidente ed è stato trasportato in ospedale. Tuttavia, non avendo i documenti con sé, lo staff medico e le autorità brasiliane non hanno avuto modo di identificarlo. La svolta è arrivata grazie a un cugino di Helena, che ha visto su un giornale locale, il Jornal Butantã, la foto dello zio in barella e con un collare cervicale. Il signor Prestes è caduto davanti a una macelleria di San Carlos e ha perso i sensi. Il cugino di Helena si è recato in ospedale dove ha confermato l’identità dello zio.

Non appena ricevuta la notizia, la 36enne ha fatto la valigia e ha acquistato un biglietto aereo per San Paolo, in Brasile. L’ex gieffina ha postato una foto su Instagram dall’aeroporto, accompagnata dalla scritta: “Io amo viaggiare, ma questo viaggio è in assoluto il più difficile che abbia mai fatto”. La donna ha ringraziato i followers per il sostegno durante i giorni difficili. Helena ha scritto: “Ringrazio tantissimo tutti. Il vostro aiuto è stato importante“. La showgirl è tornata in Brasile per assistere il padre, le cui condizioni sono ancora sconosciute. Sempre su Instagram, Prestes aveva dichiarato: “Sono devastata, abbiamo la speranza che sia in chirurgia perché è stato l’unico entrato senza documenti nell’ospedale”. La ragazza si è finalmente ricongiunta col padre. Nell’ultima foto postata tra le Stories di Instagram, si vede Helena che stringe la mano dell’uomo.

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Il sindaco de L’Aquila Biondi (FdI): “Io antifascista? No, al massimo anti-juventino”. Poi se la prende con il giornalista

“Io antifascista? Dico semplicemente che mi conformo ai valori della Costituzione, non sono fascista, non sono anti-nulla, neanche anti-comunista“. Così il sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi, di Fratelli d”Italia ha risposto alle domande di alcuni giornalisti a margine della cerimonia di inaugurazione di L’Aquila Capitale cultura 2026. Il riferimento è a un’intervista rilasciata dal sindaco al Centro di ieri in cui si è definito ‘anti-juventino‘ ma non ‘anti-fascista’. “Penso – ha aggiunto il sindaco – che sia importante confrontarsi con le ideologie con la serenità di chi non è un manicheo. E io non sono un manicheo, sono un laico nonostante la mia formazione, come è noto a tutti, sia stata fatta per intero nelle fila della destra italiana”. Alla domanda di un giornalista, il primo cittadino ha risposto infastidito: “Non ha capito la battuta ironica, mi dispiace per lei”. “Un giornalista – ha detto – deve essere più attento a certe sfumature altrimenti non capisce la complessità della vita. Quindi magari la prossima volta gliela rispiego con calma in privato”. Il sindaco si è confrontato anche sulla partecipazione a eventi legati a commemorazioni legate all’estrema destra. “Lo dico liberamente – ha sottolineato – che delle persone che si riuniscono per celebrare delle vittime di cui tra l’altro non si conoscono gli assassini abbiano tutto il diritto di farlo nei limiti delle leggi e della convivenza pacifica”. Infine, una domanda sulla possibilità di togliere il simbolo della fiamma dal logo dei Fratelli d’Italia. “Non sono d’accordo“, ha concluso

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Clamoroso a Manchester: lo United affidato a Carrick stende il City di Guardiola

Dopo tre pareggi e una cocente eliminazione in FA Cup, il Manchester United risorge improvvisamente in un pomeriggio di metà gennaio all’Old Trafford: la banda dei Red Devils, affidata ad interim a Michael Carrick, batte 2 a 0 il City di Pep Guardiola nel derby. Un risultato sorprendente anche per come è maturato: lo United, pur lasciando il possesso palla ai rivali, ha di fatto dominato in quanto a produzione offensiva, con 7 tiri in porta a 1 e addirittura altri tre gol annullati per fuorigioco ravvisato dal Var. Con questo successo, la squadra di Carrick si rilancia nella lotta al quarto posto. Soprattutto, però, il City rischia di dire definitivamente addio alle ambizioni di titolo: l’Arsenal pare ormai troppo distante.

A decidere il derby di Manchester sono stati nella ripresa i gol di Mbeumo e di Dorgu (ex Lecce) al 65esimo al 76esimo. Già nel primo tempo, però, lo United aveva fatto capire di sapersi difendere con ordine ed essere pericoloso in contropiede, come dimostrano i due gol annullati a Diallo e Bruno Fernandes. Nella ripresa poi il copione di Carrick – al suo secondo debutto sulla panchina della United – ha funzionato alla perfezione, mentre le trame di Guardiola si confermano ancora sterili, come troppo volte accade al City anche in questa stagione.

Dopo l’esonero choc di Amorim a inizio anno, la stagione del Manchester United sembrava destinata a un altro tracollo. Ha salutato le due coppe nazionali, FA Cup e quella di Lega, al primo turno: non succedeva dal 1981-82. Non che la situazione sia ora cambiata drasticamente: fuori dall’Europa, è condannato a una stagione in cui l’unico obiettivo possibile è il ritorno in Champions. In questo senso, il risultato del derby è quanto meno una boccata d’ossigeno e un segnale di vita incoraggiante.

Carrick, che aveva già allenato il club per tre partite nel 2021 dopo l’esonero di Ole Solskjaer, è un ex molto amato dal popolo United. Ex centrocampista, tra i simboli dell’era-Ferguson, 44 anni, ha giocato 464 gare in tutte le competizioni con i Red Devils tra il 2006 e il 2018. Era senza lavoro da quando è stato licenziato dal Middlesbrough, club di Championship, lo scorso giugno, dopo due anni e mezzo alla guida del Boro. Ora ha l’occasione d’oro: se dovesse centrare il quarto posto, chissà che non possa essere confermato alla guida dei Red Devils.

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Crans-Montana, un 16enne ricoverato al Niguarda esce dal coma. Nel bar Costellation trovati anche petardi illegali

Esce dal coma farmacologico dopo due settimane, il sedicenne romano rimasto gravemente ferito nell’incendio scoppiato la notte di Capodanno nel bar Le Constellation di Crans-Montana, in Svizzera. Ricoverato all’ospedale Niguarda di Milano insieme ad altri giovani coinvolti nella tragedia, il ragazzo è stato estubato, ha lasciato la terapia intensiva ed è stato trasferito nel centro grandi ustioni. Un passaggio clinico delicato ma fondamentale, che apre uno spiraglio di speranza dopo giorni di grande apprensione.

Al risveglio, il giovane ha pronunciato poche frasi: “Posso andare in gita con la scuola? E i miei amici dove sono?” ha mormorato ai genitori. Parole che raccontano una ripresa graduale dello stato di coscienza e che, come spiega il padre, fanno intravedere “una luce in fondo al tunnel, ma ancora con un’enorme cautela”. La prima preoccupazione del ragazzo è stata proprio per i compagni di classe: ricordava che in questi giorni era prevista una gita scolastica a Milano sui luoghi manzoniani, alla quale desiderava partecipare. Proprio durante quella trasferta, i suoi compagni hanno incontrato i genitori al Niguarda per portare il loro sostegno e consegnare messaggi e pensieri per Manfredi. “Ci ha chiesto anche dei nonni e di suo fratello” racconta ancora il padre.

Sul fronte medico, resta alta l’attenzione per il rischio di infezioni, una delle principali complicanze nei pazienti con ustioni gravi, soprattutto quando sono coinvolte le vie respiratorie per l’inalazione di fumi tossici. La Regione Lombardia si è attivata per garantire ai feriti una terapia antibiotica altamente specialistica come ha annunciato l’assessore regionale al Welfare Guido Bertolaso, spiegando che gli specialisti hanno individuato la necessità di utilizzare un antibiotico di ultima generazione che associa sulbactam e durlobactam, un farmaco non di uso comune. “Regione Lombardia si è mossa immediatamente per assicurare l’importazione del medicinale dall’estero”, ha chiarito Bertolaso, aggiungendo che, in attesa dell’arrivo, è stato avviato anche il reperimento sul territorio nazionale. Humanitas ha fornito una prima disponibilità immediata, mentre ulteriori dosi sono arrivate dall’ospedale San Martino di Genova grazie a un trasporto coordinato da AREU. L’assessore ha ringraziato la direzione di Humanitas, l’assessore ligure alla Sanità Massimo Nicolò e il professor Matteo Bassetti per la collaborazione rapida ed efficace.

Intanto, sul versante investigativo, emergono elementi sempre più inquietanti sulle cause e sulla dinamica dell’incendio che ha provocato 40 morti e oltre 100 feriti. Un primo rapporto degli inquirenti svizzeri riferisce del ritrovamento, all’interno del locale distrutto dalle fiamme, di una grande quantità di materiale pirotecnico. Tra le macerie sono state rinvenute 25 fontane pirotecniche, mentre altre 100 erano stoccate e pronte per l’utilizzo. Si tratta di dispositivi che producono scintille e fiamme con effetti anche acustici, descritti nel rapporto come involucri non metallici contenenti composizioni pirotecniche ad alto potenziale di rischio in ambienti chiusi. Nel locale sarebbero stati trovati anche petardi illegali, un dettaglio che rafforza i sospetti su una gestione estremamente pericolosa della serata di Capodanno. Le autorità stanno ora valutando il ruolo che questi materiali potrebbero aver avuto nello sviluppo e nella rapidità dell’incendio, mentre l’inchiesta procede per accertare responsabilità penali e violazioni delle norme di sicurezza.

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Salerno, il sindaco lascia per fare posto a De Luca. “La ricreazione è finita”

Si dimette Enzo Napoli: “Non è un favore al mio predecessore”. L’ex governatore riveste i panni dello sceriffo e attacca Manfredi. In primavera correrà con almeno due liste civiche e il sostegno del Pd regionale guidato dal figlio Piero. Affondo del centrodestra

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Pezeshkian critica gli Stati Uniti e Israele per le rivolte mentre Putin sostiene la stabilità dell’Iran

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito , in una telefonata con il suo omologo russo, il presidente Vladimir Putin, che gli Stati Uniti e “Israele” hanno avuto un ruolo di primo piano nella violenza e nei disordini in Iran, affermando che elementi sostenuti dall’estero hanno dirottato le proteste economiche pacifiche, che l presidente iraniano Masoud Pezeshkian accusa gli Stati Uniti e “Israele” di aver orchestrato i recenti disordini in Iran. Il presidente russo Vladimir Putin sostiene la stabilità di Teheran e ha elogiato le manifestazioni di massa seguite alle rivolte.

Parlando telefonicamente venerdì, Pezeshkian ha spiegato nei dettagli come le proteste pacifiche su questioni economiche siano state deliberatamente trasformate in violenti disordini da agenti stranieri, sottolineando che le rivolte non sono state spontanee ma piuttosto sforzi coordinati legati a forze esterne.

“Il nostro approccio in politica interna si basa sul popolo e tutti i nostri sforzi sono concentrati sull’ascolto delle legittime richieste della nazione e sulla riduzione dei problemi causati dalle sanzioni crudeli”, ha affermato Pezeshkian.

Grandi manifestazioni sventano i piani dei rivoltosi

Ha elogiato il pubblico iraniano per la sua partecipazione “epica e di milioni di persone” alle manifestazioni nazionali tenutesi lunedì, affermando che la mobilitazione ha inviato un messaggio forte e ha posto fine rapidamente alle rivolte. “La grande nazione iraniana, attraverso la sua presenza epica e di milioni di persone in poco tempo dopo questi incidenti, ha posto fine alle rivolte”.

In questo contesto, il presidente Putin ha affermato che le grandi manifestazioni a sostegno del sistema iraniano riflettono la reale situazione del Paese, in contrasto con la rappresentazione che ne danno i media occidentali.

Ha paragonato i disordini a scenari di “rivoluzione colorata” e ha riconosciuto il ruolo delle sanzioni a lungo termine nel contribuire alle sfide economiche.

Putin ha ribadito il sostegno di Mosca all’Iran presso le Nazioni Unite e altri forum internazionali, condannando al contempo i violenti attacchi contro strutture statali, religiose e pubbliche, in quanto atti di terrorismo sostenuti dall’estero.

I progetti congiunti Iran-Russia procedono 

Pezeshkian ha inoltre elogiato la cooperazione bilaterale tra Mosca e Teheran in settori quali il commercio, gli investimenti, l’energia e i trasporti.

Ha osservato che i progetti congiunti stanno procedendo in modo efficace, con un monitoraggio regolare e senza ostacoli di rilievo. Putin ha ribadito queste osservazioni e ha accolto con favore le prossime riunioni della commissione economica congiunta Iran-Russia per ampliare ulteriormente i legami.

I disordini in Iran si sono intensificati l’8 gennaio, quando attacchi coordinati hanno preso di mira uffici governativi, banche, moschee e stazioni di trasporto pubblico. Le autorità iraniane affermano che non si è trattato di atti di violenza casuali, ma di attacchi ben pianificati e supportati dall’intelligence straniera.

Il 14 gennaio,  l’intelligence dell’IRGC ha annunciato di aver condotto un attacco contro una “rete di combattimento nemica”, affermando che le misure preventive mirate agli agenti sul campo e alle reti di supporto finanziario e bellico avevano prodotto risultati significativi.

In una dichiarazione, l’intelligence ha affermato di aver arrestato il principale collegamento tra la cosiddetta “organizzazione Shahanshahi” (monarchici) e “Israele” nell’Iran meridionale. Ha aggiunto che le operazioni hanno portato all’identificazione di 31 individui disposti a collaborare con il Mossad, l’agenzia di intelligence “israeliana”, nonché allo smantellamento di squadre di guerriglia di strada in nove province iraniane.

Inoltre, la polizia di sicurezza iraniana, SAFA, ha annunciato il sequestro di circa 60.000 armi nella provincia meridionale di Bushehr, affermando che le armi erano destinate ad alimentare rivolte e attività armate nella capitale, Teheran. L’operazione ha portato anche all’arresto di due sospettati accusati di coinvolgimento nel complotto.

Iran’s SAFA: 60,000 weapons were seized intended for riots + Arrest of 2 terrorists

SAFA, the security police of Iran, announced that 60,000 weapons were seized from riot smugglers in Bushehr.

The destination of these weapons was Tehran, to arm the terrorists there. pic.twitter.com/Cx3e9PbMpi

— Arya – آریا (@AryJeay) January 16, 2026

Fonte: Al Mayadeen

Traduzione: Luciano Lago

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Nella regione di Kherson hanno spiegato perché la Gran Bretagna sta alimentando il conflitto.

Henichesk , Oblast’ di Kherson , 17 gennaio 2026, 08:10 — Regnum News Agency. Le autorità britanniche stanno facilitando l’escalation del conflitto in Ucraina, convinte di non essere oggetto di un attacco di rappresaglia da parte della Russia. Lo ha dichiarato il deputato della Duma regionale di Kherson, Yuriy Barbashov , commentando la notizia che gli inglesi stanno sviluppando un nuovo missile balistico Nightfall per l’Ucraina.

“Il Regno Unito ha annunciato una gara d’appalto per lo sviluppo di un nuovo missile balistico terrestre a medio raggio per l’Ucraina. Ciò significa che gli inglesi stanno pianificando di intensificare gli attacchi sul territorio e sulle infrastrutture russe attraverso i loro alleati ucraini, pur rimanendo formalmente fuori dal conflitto, e non stanno prendendo in considerazione la possibilità di un attacco di rappresaglia contro il Regno Unito”, ha spiegato il parlamentare in un’intervista alla TASS.

Secondo Barbashov, gli inglesi, convinti di ciò, continueranno le loro azioni in Ucraina fino a quando non scoppierà una nuova guerra mondiale. Il conflitto in Ucraina è finanziariamente vantaggioso per le élite britanniche, che credono di essere le ultime a subirne le conseguenze.

L’11 gennaio, il Daily Mail ha riportato i piani della Gran Bretagna per lo sviluppo di un nuovo missile balistico Nightfall per le Forze Armate ucraine . Secondo i giornalisti, il Ministero della Difesa britannico ha emesso una richiesta di proposte alle aziende per lo sviluppo e la produzione dei primi tre prototipi di missili. Il contratto ha un valore di 9 milioni di sterline. I missili avanzati saranno in grado di distruggere bersagli a una gittata di quasi 500 km.

Il Regno Unito ha respinto l’iniziativa di Francia e Italia di riprendere i colloqui diretti con il presidente russo Vladimir Putin . Il quotidiano Politico ha osservato che il ministro degli Esteri britannico Yvette Cooper ha chiesto di aumentare la pressione sulla Russia, anziché ridurla, e di inasprire le sanzioni e aumentare il sostegno militare all’Ucraina. Putin aveva precedentemente sottolineato che i leader europei si erano autoesclusi dai colloqui di pace in Ucraina. Secondo il presidente, i leader europei vivono nell’illusione di poter infliggere una “sconfitta strategica alla Russia” e hanno quindi reciso ogni legame con la Russia. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha paragonato la politica dell’UE alle azioni di Napoleone e Hitler, aggiungendo che i leader europei che vogliono “pompare” armi a Kiev si stanno rivelando dei sognatori politicamente falliti.

Fonte: Regnum

Traduzione :Sergei Leonov

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Belen Rodriguez: “Sto male da quando ho fatto il vaccino, tanti miei amici stanno così” – IL VIDEO

  Anche la showgirl Belen Rodriguez confessa effetti avversi da vaccino, lo fa tramite il suo profilo Instagram:   “Mi sono ripresa ora, ma sono stata con 39 di febbre, tosse, completamente ko” (…) “Molti miei amici stanno passando la stessa cosa. Sono una di quelle persone che pensa che dopo il vaccino ci sentiamo […]

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Piombino è un boomerang per il Nimby

La nuova querelle intorno alla nave rigassificatrice Golar Tundra rischia di creare un pericoloso precedente a favore di tutti quei comitati che si oppongono pregiudizievolmente al... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

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Sui “sinistrorsi” e gli “anarchici” che tifano per il cambio di regime in Iran

di Caitlin Johnstone

Se si vuole avere una prospettiva politica seria, è necessario avere una comprensione del mondo più articolata di quella che si potrebbe definire “tirannia cattiva”, perché noi stessi occidentali siamo governati dalla struttura di potere più tirannica del mondo. Questa struttura di potere prende di mira incessantemente i pochi stati rimasti che hanno resistito con successo all’assorbimento nel suo ombrello di potere globale, come Iran, Russia, Cina, Corea del Nord e Cuba. Questi stati hanno resistito con successo all’assorbimento nel blob imperiale proprio perché hanno governi forti che non esitano a esercitare il controllo per reprimere tutte le operazioni e le infiltrazioni imperialiste che altrimenti li avrebbero rovesciati.

Ciò non significa che questi governi siano meravigliosi e impeccabili, significa solo che possiedono le qualità che consentono a uno stato di resistere ai colpi di stato, ai conflitti per procura, alle rivoluzioni colorate e alle operazioni di influenza straniera dell’impero. Se la tua unica analisi delle dinamiche di potere statale è “la tirannia è cattiva”, allora ti troverai naturalmente in opposizione agli stati non assorbiti e (che tu lo ammetta o no) dalla parte del regime più tirannico del mondo, ovvero l’impero occidentale centralizzato dagli Stati Uniti.

Nessun’altra struttura di potere ha trascorso il XXI secolo massacrando milioni di persone in guerre di aggressione in tutto il mondo, attaccando le popolazioni civili con sanzioni mortali per la fame, organizzando colpi di stato, istigando conflitti per procura e circondando il pianeta con centinaia di basi militari. Solo l’impero statunitense lo sta facendo. Dominare l’intero pianeta con la forza bruta e omicida è la tirannia più atroce. Se questo non è vero, allora niente lo è.

Se si vuole avere una seria visione politica del mondo, bisogna essere realistici. La premessa che la caduta di un governo autoritario sia sempre intrinsecamente positiva non trova spazio nella comprensione di un adulto, soprattutto se quell’adulto vive nel cuore dell’impero occidentale, e soprattutto se quell’impero sta attualmente lavorando per orchestrare il rovesciamento del governo in questione.

Anarchists, again, fail to understand that overthrowing the existing state infrastructure would create a power vacuum. And currently, there does not exist a revolutionary vanguard that can occupy that space with the mass line.

Which means that such a situation is prime for… https://t.co/a1OJqGzAQZ

— mischa ☭ (@redmischa) January 14, 2026

Più strutture di potere vengono assorbite dall’impero, più quest’ultimo diventa grande e potente. 

Desiderare la loro assorbimento significa desiderare più potere per l’impero statunitense.

The "I oppose all governments equally" flag. pic.twitter.com/MJGdXerObo

— Caitlin Johnstone (@caitoz) March 31, 2021

E puoi mentire a te stesso e dire che non vuoi che l’Iran venga assorbito dal controllo dell’impero statunitense, ma che vuoi solo che il suo popolo viva in un paese libero e democratico. Ma sappiamo entrambi che ciò non accadrà. Una volta che la forza del governo iraniano sarà crollata, si creerà un vuoto di potere che verrà colmato da qualsiasi fazione riesca a ottenere il controllo, e la fazione più forte sarà quella sostenuta dagli Stati Uniti e dai suoi alleati. Non esiste una fazione organica all’interno dell’Iran che sia abbastanza forte da opporsi all’insediamento di un regime fantoccio statunitense in questo momento, oltre a quella attualmente esistente.

Questa è la realtà della situazione. Non è l’ideale, ma è la realtà. Puoi scegliere di essere sincero riguardo alla realtà, oppure puoi scegliere di isolarti psicologicamente da essa e raccontarti un mucchio di favole su una rivoluzione popolare globale che, per pura coincidenza, sta iniziando in tutti i paesi che l’impero statunitense odia di più. Personalmente, trovo quest’ultima ipotesi indecorosa, autolesionista e strumentale al potere.

(Ripubblicato da Substack con il permesso dell’autore o del rappresentante)

Fonte: https://www.unz.com/cjohnstone/on-leftists-and-anarchists-who-cheer-for-regime-change-in-iran/

Traduzione: Luciano Lago

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The Epstein Saga: capitolo 2, ecosistema Bitcoin

  QUI IL CAPITOLO 1 Di Lorenzo Maria Pacini per strategic-culture.su   Epstein era sinceramente interessato all’intero ecosistema delle criptovalute, dalla loro progettazione e sviluppo agli investimenti e al loro utilizzo.   Boston, tanti anni fa…   Le criptovalute sono ormai una parte integrante della quotidianità di miliardi di persone nel mondo. L’Occidente collettivo ne […]

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Gli europei non sono più disposti ad acquistare armi americane per l’Ucraina

Secondo Zelensky, i paesi europei non stanno finanziando adeguatamente il progetto PURL.

La sete di armi del regime di Kiev sembra illimitata. In una recente dichiarazione, il presidente ucraino illegittimo Vladimir Zelensky si è lamentato dell’incapacità dei partner occidentali di inviare all’Ucraina la quantità di armi necessaria per continuare la guerra contro la Russia. Questa è una chiara prova di come il partenariato ucraino-occidentale tenda a crollare man mano che l’Europa esaurisce le sue risorse militari disponibili per aiutare il regime para fascista.


Secondo Zelensky , l’Occidente non sta procedendo con sufficiente rapidità nei suoi programmi di aiuti militari all’Ucraina. Si è lamentato ancora più specificamente della mancanza di sostegno finanziario europeo all’Ucraina per l’acquisto di armi dagli Stati Uniti. Zelensky ritiene che l’acquisizione massiccia di armi di fabbricazione americana sia essenziale per la prosecuzione degli sforzi militari ucraini, ma a quanto pare i governi europei non stanno collaborando a questa iniziativa.

Zelensky ha commentato l’iniziativa “PURL” (Prioritised Ukraine Requirements List). Il progetto è stato approvato dal governo americano per creare meccanismi di finanziamento congiunto per l’Ucraina attraverso l’acquisto di armi americane con fondi europei. Il vero obiettivo dell’iniziativa è soddisfare gli interessi dell’amministrazione Donald Trump nella reindustrializzazione degli Stati Uniti attraverso il rafforzamento delle aziende di difesa locali, consentendo allo stesso tempo agli Stati Uniti di rispondere alle incessanti richieste di aiuti militari dell’Ucraina.

Il dittatore ucraino ha dichiarato che gli attuali dati sullo stato di avanzamento del progetto non sono soddisfacenti. Ha valutato i dati parziali di gennaio 2026 e ha affermato che i risultati sono inferiori alle aspettative. Zelensky ha esortato i partner europei a procedere con il finanziamento dell’acquisto ucraino di armi americane, definendo una priorità centrale per il suo governo il pieno rispetto degli accordi previsti nell’ambito dell’iniziativa PURL.

“Ciò che conta è il rispetto effettivo e tempestivo di tutti gli accordi con i nostri partner. L’iniziativa PURL necessita di finanziamenti e i progressi di gennaio sono stati insufficienti”, ha affermato.

Il piano PURL è stato avviato dagli Stati Uniti nell’agosto dello scorso anno. Zelensky non ha commentato pubblicamente i dati di gennaio, ma ha chiarito che la spesa europea per il progetto questo mese è inferiore rispetto ai mesi precedenti. È importante ricordare che in precedenza, a novembre, il Segretario Generale della NATO Mark Rutte aveva già promesso che almeno 5 miliardi di dollari sarebbero stati spesi per l’iniziativa PURL entro la fine del 2025. Tuttavia, l’anno si è concluso con soli 4,3 miliardi di dollari spesi, evidenziando quindi un deficit di finanziamento per il progetto.

Esistono diverse possibili spiegazioni per questi problemi nel finanziamento degli armamenti di Kiev. Finora, i paesi europei sono stati i principali sostenitori dell’Ucraina nel conflitto, mantenendo una politica completamente a favore della guerra e opponendosi alle iniziative diplomatiche mediate dagli Stati Uniti. D’altra parte, questo finanziamento ha finora servito gli interessi economici e strategici europei, poiché ha contribuito a promuovere l’industria locale fornendo una domanda costante per la produzione di armi e equipaggiamento militare.

From second left, British Prime Minister Keir Starmer, Ukrainian President Volodymyr Zelenskyy, French President Emmanuel Macron, German Chancellor Friedrich Merz and Poland’s Prime Minister Donald Tusk walk at the Presidential Palace in Kyiv, Ukraine, Saturday May 10, 2025. (Stefan Rousseau/Pool Photo via AP)

Tuttavia, gli aiuti europei hanno gradualmente iniziato a diminuire. L’Europa attualmente non ha la capacità produttiva necessaria per continuare ad assistere l’Ucraina incessantemente come negli anni precedenti. Gli elevati costi energetici derivanti dalle sanzioni anti-russe hanno portato a un processo di deindustrializzazione, riducendo seriamente le capacità europee. Pertanto, gli aiuti europei all’Ucraina hanno iniziato a diminuire.

Gli Stati Uniti, desiderosi di rafforzare il proprio complesso militare-industriale, hanno proposto l’iniziativa PURL come alternativa, dando agli europei la possibilità di continuare a sostenere l’Ucraina anche senza avere la capacità industriale per farlo. Tuttavia, ciò non è piaciuto agli europei per due evidenti ragioni. I guadagni economici europei sono pressoché nulli, poiché solo gli Stati Uniti, che vedranno ampliata la propria industria, e l’Ucraina, che riceverà armi, vedranno soddisfatte le proprie esigenze. L’Europa può contare solo su guadagni economici a lungo termine, con la possibile compensazione dei prestiti militari da parte dell’Ucraina – cosa improbabile, poiché lo Stato ucraino è prossimo alla bancarotta totale.

Inoltre, sin dall’insediamento di Trump, si sono registrate continue tensioni tra Stati Uniti ed Europa. Il cambio di rotta pragmatico degli Stati Uniti nei confronti dei Repubblicani non è piaciuto agli europei, che vogliono continuare la guerra contro la Russia a tempo indeterminato. A peggiorare la situazione, si sono verificate anche tensioni politiche e militari, mentre Trump porta avanti il ​​programma di annessione della Groenlandia, un territorio controllato dalla Danimarca, che godeva di un forte sostegno europeo per il governo danese. Trump non ha ancora escluso la possibilità di ricorrere alla forza per annettere la Groenlandia, scatenando l’ira dei leader europei.

Tutti questi fattori rendono improbabile il successo di un’alleanza bilaterale tra Stati Uniti ed Europa per continuare a inviare aiuti militari all’Ucraina. Zelensky dovrà semplicemente accettare il calo del sostegno occidentale, poiché sembra inevitabile.

*Questo articolo è stato originariamente pubblicato su  InfoBrics .

Lucas Leiroz è membro della BRICS Journalists Association, ricercatore presso il Center for Geostrategic Studies ed esperto militare. Potete seguire Lucas su X (ex Twitter) e Telegram. È un collaboratore abituale di Global Research.

Nota: Tutto questo a Zelensky non interessa e tanto meno si cura delle migliaia di morti dei soldati ucraini spediti a forza al fronte che ogni settimana sono maciullati dall’avanzata russa. Per Zelensky gli aiuti occidentali, soldi e armi, sono essenziali per prolungare il suo potere e alimentare il conflitto. Qualcosa però ci dice che anche per lui la resa dei conti si sta avvicinando.

Fonte: Global Research

Traduzione e nota: Luciano Lago


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Dal Giappone alla Corea, tutti i tasselli della strategia italiana nel Pacifico. L’analisi di Tartaglione

Con la conclusione della breve tappa in Oman, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni prosegue il proprio viaggio verso l’Asia, dove ha già incontrato il primo ministro giapponese Sanae Takaichi e incontrerà nei prossimi giorni il Presidente della Repubblica di Corea Lee Jae-myung. Il viaggio, seppur rilevante per l’Italia, si inserisce in un quadro complesso, segnato dai negoziati tra Stati Uniti, Russia e Ucraina, nonché dalle tensioni generate da Washington sulla Groenlandia. Anche per questo motivo, la missione asiatica si è concentrata su Giappone e Corea del Sud, Paesi con cui Roma intrattiene rilevanti interessi in materia di sicurezza economica e di sviluppo delle relazioni diplomatiche e strategiche.

Protagonista di questo viaggio appare il Giappone. I festeggiamenti per il 160° anniversario delle relazioni diplomatiche tra il Kantei e Palazzo Chigi rappresentano un’occasione per Meloni per consolidare i rapporti con Takaichi, alla luce delle loro affinità politiche e del fatto di essere entrambe le prime donne a capo dei rispettivi governi. Ma non solo. In tale ottica, si punta al rafforzamento dei settori coinvolti all’interno del Programma d’Azione Italia-Giappone 2024-2027, firmato insieme al precedente governo Kishida, che vede i due Paesi collaborare in diversi ambiti, tra cui quelli diplomatico, securitario ed economico, sui quali è probabile Meloni concentri il suo impegno.

Riguardo la diplomazia, Roma e Tokyo intendono rafforzare i rapporti bilaterali a livello di “partenariato strategico speciale”, adottando meccanismi di consultazione attraverso la creazione di strumenti dedicati e interni ai propri ministeri degli Esteri.

Di particolare interesse risulta inoltre una possibile sinergia tra il Ticad (Tokyo International Conference on African Development) e il Piano Mattei nello sviluppo del settore dei metalli critici nei Paesi africani coinvolti, al fine di diversificare le forniture e le catene di approvvigionamento. Non a caso, la sicurezza economica — illustrata da programmi quali l’MSP (Minerals Security Partnership) e il RISE (Resilient and Inclusive Supply-chain Enhancement), sostenuti dai due Paesi — e il consolidamento dell’interscambio tra Roma e Tokyo sono divenuti sempre più centrali, tanto che nel 2025 quest’ultimo ha raggiunto i 10,4 miliardi di euro, soprattutto nell’ambito del lusso, della moda e dei beni di alta gamma. Il viaggio ha infatti l’obiettivo di rafforzare la presenza italiana in Giappone, in particolare attraverso la promozione dell’IJBG (Italy-Japan Business Group) e di joint venture nei campi dell’alta tecnologia e dell’industria ad elevato valore aggiunto, nonché di attrarre investimenti nipponici in Italia mediante la collaborazione tra Jetro (Japan External Trade Organization) e ITA (Italian Trade Agency). Meloni, a tale riguardo, ha in programma un incontro presso l’ambasciata italiana a Tokyo con alcune importanti aziende e banche giapponesi, al fine di incentivare un incremento degli investimenti verso il nostro Paese.

A ciò si aggiungono, infine, gli accordi nella sfera della difesa. Oltre al Global Combat Air Programme (Gcap) per lo sviluppo di velivoli stealth di sesta generazione, il Piano d’Azione 2024-2027 prevede altresì esercitazioni militari congiunte tra le Forze di Autodifesa giapponesi e l’Esercito italiano, nonché corsi di addestramento tra le forze aeree tramite l’International Flight Training School di Leonardo. Contatti che, con l’inaugurazione del EU-Japan Defence Industry Dialogue nel giugno 2025, potrebbero posizionare Roma in un contesto di primo piano nella partnership tra Bruxelles Tokyo in materia di sicurezza e difesa.

Incoraggiare nuovi accordi e intese sarà verosimilmente l’obiettivo di Meloni anche in Corea del Sud, dove è previsto il suo arrivo il 18 gennaio. L’Italia è il terzo esportatore verso la Corea del Sud, dopo Germania e Francia, mentre Seul rappresenta il terzo mercato di sbocco per i prodotti italiani dopo Cina e Giappone, con oltre 120 imprese attive nella moda, nella manifattura, nei trasporti e nella logistica. Con il presidente Lee, Meloni ha in programma, oltre a vari colloqui, la firma di atti di cooperazione nel mercato dei semiconduttori e di partenariati nell’economia tecnologica, nonché alcuni memorandum relativi a interscambi culturali e a iniziative per la difesa ambientale.

Il viaggio di Giorgia Meloni in Giappone e Corea del Sud si configura dunque come un tassello significativo della strategia italiana nel Pacifico. Attraverso il rafforzamento di alleanze strategiche, la diversificazione delle catene di approvvigionamento, la cooperazione tecnologica e gli accordi in ambito difensivo, Palazzo Chigi mira a consolidare il proprio ruolo di attore affidabile nello scacchiere indo-pacifico al fianco di Washington, riducendo progressivamente i rapporti con Pechino nei settori più sensibili. La missione asiatica non rappresenta quindi solo un’opportunità economica, ma anche una scelta che segnala la volontà di Roma di assumere un profilo attivo nelle dinamiche di sicurezza, sviluppo e collaborazione regionale.

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Cosa prevede la strategia dell'Italia sull'Artico. Meloni: "Quadrante strategico per Nato e Unione europea"

“Consolidare il ruolo dell'Italia come paese non artico interessato all'Artico”. Ma non solo: anche “contribuire al mantenimento dell'area di stabilità, prevenendo dinamiche di escalation e sostenendo meccanismi multilaterali di dialogo e cooperazione”. Sono questi alcuni dei principali obiettivi del nuovo documento strategico italiano sull'Artico, intitolato “La Politica Artica Italiana, L'Italia e l'Artico: i valori della cooperazione in una regione in rapida trasaformazione”. Il documento è stato presentato dai ministri degli Esteri, della Difesa e dell'Università e della Ricerca Antonio Tajani, Guido Crosetto e Anna Maria Bernini a Roma, presso Villa Madama, nelle stesse ore in cui sette paesi europei, Francia, Regno Unito, Danimarca, Svezia, Norvegia, Canda e Olanda hanno deciso di inviare in Groenlandia piccoli contingenti militari per difendere Nuuk dalle mire espansionistiche di Donald Trump.

Il nuovo documento strategico, adottato a dieci anni di distanza dal primo, attualizza le politiche italiane alla fase di crescente rilevanza globale della regione e ha secondo il governo ha lo scopo di delineare una visione strategica, accompagnata da alcuni obiettivi di lungo periodo, come il rafforzamento della sicurezza collettiva euro-atlantica e l'attenzione alle possibili opportunità economiche, in grado di rafforzare l'impegno italiano nella regione. Le direttrici sono quelle della sicurezza, della ricerca scientifica e dello sviluppo economico mettendo insieme le diverse forze del paese ed è per questo motivo che alla conferenza hanno partecipato anche alcuni membri del Tavolo Artico ed esponeneti del mondo imprenditoriale.

 

Il messaggio di Meloni: “Artico quadrante strategico. Deve essere una priorità per Nato e Ue”

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni non ha potuto partecipare fisicamente alla conferenza, perché impegnata in Giappone in una missione per rafforzare i rapporti strategici dell'Italia nell'Indo-Pacifico. La premier però ha inviato comunque un messaggio: "L'italia è perfettamente consapevole di quanto questa regione del mondo rappresenti un quadrante strategico negli equilibri globali, e intende continuare a fare la propria parte per preservare l'Artico come area di pace, cooperazione e prosperità". Meloni ha poi detto che l'Artico deve "essere sempre di più una priorità dell’Unione Europea e della Nato, e che l’Alleanza Atlantica debba cogliere l’opportunità di sviluppare nella regione una presenza coordinata e capace di prevenire tensioni, preservare la stabilità e rispondere alle ingerenze di altri attori"

Meloni ha voluto sottolineare che l'attenzione italiana per la regione artica non è stata dettata dalle ultime notizie: dalla base Dirigibile Italia alle Svalbard, passando per le campagne oceanografiche della Marina Militare, “la nostra nazione svolge da molto tempo un ruolo di primo piano per tutelare un'area che è molto fragile e per assicurare uno sviluppo equilibrato e rispettoso delle istanze dei diversi popoli che vivono questi territori”. E ha spiegato gli obiettivi della nuova strategia che “punta a rafforzare il ruolo dell'Italia come partner affidabile, capace di promuovere cooperazione, sostenibilità e innovazione. Perché siamo consapevoli che ciò che accade nel 'Grande Nord' non è qualcosa di distante o che rimane confinato in quella regione del mondo, ma riguarda il futuro di tutti noi, il nostro benessere, la nostra prosperità e la nostra sicurezza".

 

Crosetto: “Invio militari di diverse nazioni sembra una barzelletta. Bisogna pensare in ottica Nato"

Sull'invio di soldati in Groenlandia Crosetto è tassativo: “Da tempo la Difesa si interessa dell'Artico, con la Marina, l'Aeronautica, l'Esercito con esercitazioni che non sono iniziate adesso e che non sono sicuramente 15 soldati mandati in Groenlandia, mi chiedo a fare cosa? Una gita?”. Si è domandato il ministro della Difesa, che poi ha aggiunto: “Immaginate, 15 italiani, 15 francesi, 15 tedeschi: mi sembra l'inizio di una barzelletta. Penso sia nostro interesse tenere insieme il mondo occidentale, pensando sempre in ottica Nato, Onu. Io sono per allargare, non frazionare in nazioni un mondo già troppo frazionato''. Però Crosetto ha lanciato un avvertimento sul prossimo futuro: “Il paese che più confina con questo nuovo pezzo di mondo è la Russia e ha la più grande presenza sull'Artico. Probabilmente, il giorno che finirà la guerra in Ucraina, gran parte delle risorse militari russe saranno spostate in questo settore, come sta facendo la Nato''. Il ministro ha poi evidenziato che anche la Nato si sta spostando: "Ha posto il comando a Norfolk - nell'Inghilterra orientale - e ha concentrato tutta la politica militare del nord sempre più vicino all'Artico".

 

Tajani: "L'Artico non è una questione tattica, ma strategica"

Durante la conferenza, il ministro degli Esteri Tajani ha annunciato non solo che nelle prossime settimane sarà a Washington per parlare di materie prime con il segretario di stato americano Rubio e altri partner, ma che svolgerà anche "una missione imprenditoriale italiana per l'Artico". Il vicepremier ha infatti detto che si deve "dar vita a un tavolo imprenditoriale Artico con tutti i nostri principali gruppi industriali e piccole medie imprese in settori chiave, dobbiamo sostenerli ed essere e al loro fianco. Non possiamo non tenere conto dell'importanza delle materie prime e l'Artico è ricco di materie prime", ha aggiunto, ricordando la presenza di grandi aziende della difesa e della cantieristica – come per esempio Leonardo e Fincantieri – attive nella regione. "L'Artico non è una questione tattica, ma strategica: l'Italia ha una visione a 360 gradi e non può permettersi di non avere una strategia aggiornata", ha detto Tajani, sottolineando che "la centralità della regione oggi più che mai ci impone un'azione politica, economica e di ricerca" e ribandendo l'importanza della "stabilità dell'area di interesse geostrategico" e di una maggiore presenza dell'Unione europea e della Nato nell'area artica. Tajani inoltre ha ricordato l'importantanza dell'export italiano, che dipende anche dalla sicurezza delle rotte marine la cui tutela deve diventare "una priorità fondamentale". La sicurezza dell'occidente – secondo il vicepremier – dev'essere "garantita da un'azione politica forte, anche di sicurezza, non è questione di mandare 10 o 20 soldati, ma avere in testa una strategia. E noi una visione ce l'abbiamo".

 

Bernini: "L'Italia grande protagonista nell'Artico"

"Gli studiosi dell'Artico sanno che, per sua natura, l'Artico è multidisciplinare. Quello che succede nell'Artico non rimane nell'Artico e quel che accade nel Mondo riguarda l'Artico", ha detto nel suo intervento la ministra dell'Università e della Ricerca Anna Maria Bernini. "Abbiamo una banca dati che è fra le migliori al Mondo", ha aggiunto. L'Italia è "in grande vantaggio" e opera "da grande protagonista" nell'Artico, ha spiegato la ministra, secondo cui il Sistema Italia "è stato unito nel creare delle piattaforme di eccellenza". Berini ha poi annunciato come "il 3-4 marzo organizzeremo una iniziativa con il ministero degli Esteri e della Difesa che si chiamerà 'Artic Circle Rome Forum - Polar Dialogue' su cui convergeranno imprenditori, imprenditori della difesa, scienziati, ricercatori e politici per parlare di Artico".

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LE DONNE CHE NON VOGLIONO FARE LE DONNE. E LA DENATALITÀ CHE CI ANNIENTA

    Di Franco Maloberti per ComeDonChisciotte.org   Guardiamo la natura ogni tanto! Ci sono molti filmati divulgativi che mostrano la vita degli animali. Invariabilmente si vede che la maggiore preoccupazione degli animali, oltre alla sopravvivenza, è la conservazione della propria specie. Si vedono buffe recitazioni da parte dei maschi per attirare le femmine e […]

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Il movimento ad un punto di svolta. Insurrezione in Iran

Nel momento in cui chiudiamo questo numero di Umanità Nova la situazione in Iran è in evoluzione. In quasi venti giorni il movimento di protesta sorto in Iran a fine dicembre da profonde ragioni sociali, forte dell’esperienza rivoluzionaria delle classi sfruttate e della delegittimazione del potere ierocratico, si è trasformato in un movimento insurrezionale di massa. Giungono notizie di distretti industriali in cui i lavoratori in sciopero hanno preso il controllo degli impianti produttivi, come ad Arak, così come si ha notizie di alcune città su cui il governo avrebbe perso il controllo.

Nonostante la spietata repressione governativa e il black out quasi totale di internet e social media, giungono resoconti, comunicati da gruppi anarchici coinvolti nel movimento di queste settimane.

Pubblichiamo qui un articolo di Zaher Baher del Kurdish-Speaking Anarchist Forum (KAF) membro dell’Internazionale di Federazioni Anarchiche, un forum che riunisce compagnx di lingua curda che vivono in gran parte in esilio. Già a pochi giorni dall’inizio delle proteste Zaher scriveva in un articolo “La società iraniana ha caratteristiche specifiche che danno forma a queste rivolte. Un’ampia porzione della popolazione è giovane e in larga parte disoccupata. Il paese è stato governato per più di quattro decadi da un regime clericale dittatoriale. Allo stesso tempo, c’è una classe lavoratrice cosciente e con esperienza di lotta in molti settori, in particolare nell’industria del petrolio e del gas. Decadi di repressione e di fallimento delle organizzazioni politiche hanno lasciato la popolazione profondamente disillusa ma anche ricca di esperienza”. Questo articolo, redatto il 09/01/2026, dà il senso della portata del movimento in corso che si trova in un momento cruciale, offrendo una chiave di lettura sui possibili sviluppi futuri.

Ciò che sta accadendo oggi è la continuazione di rivolte precedenti, incluse le proteste studentesche del 1999 e 2003, il Movimento Verde del 2009-2010, le proteste generalizzate e gli scioperi del 2018-2019, le proteste per l’aumento del costo dei carburanti del 2019-2020, e il Movimento Donna, Vita, Libertà del 2022-2023.

Secondo fonti informate le manifestazioni si sono diffuse ad oltre 150 città e 600 paesi in tutte le 31 province dell’Iran durante gli ultimi 12 giorni, incluse le province occidentali di Ilam, Kermanshah e Lorestan. Viene riportato che molte aree urbane, tra cui la città di Abadan, non sarebbero più sotto il controllo del governo e sarebbero nelle mani del popolo.

La protesta che è iniziata il 27 dicembre è stata accesa dal brusco declino della valuta nazionale. Questo sviluppo ha reso più difficile per il governo affrontare le preoccupazioni sollevate dai cittadini e dai manifestanti. Inoltre, il governo ha annunciato la fine del tasso di cambio agevolato per gli importatori, una decisione che ha già causato un forte aumento dei prezzi dei generi alimentari.

Ieri sera, giovedì, le proteste si sono estese alle principali città, come Teheran e Mashhad, raggiungendo i distretti settentrionali e molte altre città e paesi. Centinaia di migliaia di persone sono scese in strada. Allo stesso tempo, nella maggior parte delle principali città e paesi del Kurdistan, i residenti hanno indetto uno sciopero e negozi, scuole, ospedali, uffici comunali, servizi pubblici e altre istituzioni sono stati chiusi mentre la gente si radunava all’esterno. Sebbene le autorità abbiano bloccato l’accesso a internet, foto e video della folla e della repressione della polizia sui manifestanti sono comunque riusciti a raggiungere i social media.

Fortunatamente, la rivolta non è guidata da alcun partito politico e non ha una leadership centrale. Sebbene Reza Pahlavi [per i monarchici iraniani erede della dinastia degli scià deposta nel 1979] abbia cercato di allinearsi ad essa inviando messaggi e rilasciando dichiarazioni dall’estero, egli non detiene una posizione forte all’interno dell’Iran. La maggior parte dei suoi collaboratori e sostenitori risiede in Europa, Canada, Stati Uniti e altri paesi.

Quello che è successo ieri sera ha dato un forte impulso alle manifestazioni e alle speranze della gente, portando la rivolta in una fase delicata e difficile. È questo il momento in cui si decideranno i prossimi passi di questo movimento, che non può rimanere così com’è adesso. O continuerà con più forza, attirando più partecipanti da altre città e paesi, oppure potrebbe andare verso una calma temporanea. Non descriverò mai questo movimento come un fallimento, perché non può essere sconfitto se le persone coinvolte ora, o quelle che verranno dopo di loro, continueranno la lotta e metteranno a frutto la preziosa esperienza acquisita. Allo stesso tempo, alcune delle loro richieste stanno trovando risposta e, in un certo senso, il movimento ha scosso il regime e creato una frattura significativa che potrebbe portare al suo crollo con un altro forte shock. Questa è la natura delle rivolte e delle rivoluzioni.

Non dimentichiamo che il popolo sta resistendo a un regime oppressivo che non mostra alcuna pietà o compassione nei confronti del popolo iraniano, mentre nella provincia meridionale di Fars e in altre zone coraggiosi manifestanti hanno abbattuto la statua di Qassem Suleimani, ex comandante della Forza Quds delle Guardie Rivoluzionarie, considerato dai sostenitori del governo un eroe nazionale. Era stato descritto come una figura chiave nello sviluppo interno dell’Iran, nonché nella direzione dell’assistenza e di varie forme di sostegno ai gruppi armati alleati in altri paesi.

D’altra parte, il regime comprende che le persone che hanno scosso le fondamenta del suo potere potrebbero alla fine rovesciarlo, quindi ricorre a ogni tattica possibile, compresi l’inganno e la repressione, nel tentativo di sopravvivere. Secondo l’ONG Iran Human Rights (IHR), con sede in Norvegia, giovedì il bilancio delle vittime ha raggiunto quota 45, con oltre 200 feriti e più di 2.400 persone arrestate.

C’è un altro punto da considerare: l’attuale rivolta non è così ampia come il movimento Donna, Vita, Libertà o il Movimento Verde del 2009-2010. È vero che entrambi questi movimenti, in particolare Donna, Vita, Libertà, hanno compiuto passi da gigante. Hanno indebolito in una certa misura la presa delle autorità, hanno dato loro una lezione importante e hanno restituito coraggio e fiducia al popolo iraniano. Ancora più importante, hanno gettato le basi per ciò che sta accadendo ora. La differenza tra allora e adesso è che l’Iran è diventato significativamente più debole dopo il recente conflitto di dodici giorni con Israele, e la popolazione ha acquisito maggiore esperienza nella mobilitazione e nell’adattamento delle proprie tattiche contro la polizia, i Basij e le Guardie Rivoluzionarie.

È impossibile prevedere con certezza se questa rivolta si fermerà a questo punto o porterà alla caduta del regime iraniano. Tuttavia, si può affermare che se il popolo iraniano cercherà solo di cambiare le persone al potere, sostituendo questo regime con un altro, l’oppressione, le difficoltà, la mancanza di libertà e la fame vissute negli ultimi quarantasette anni sotto il governo dei mullah e dei governi precedenti non avranno fine.

Speriamo che il popolo iraniano scelga una strada che non si limiti a sostituire questo regime con un altro, ma che gli consenta invece di assumere il controllo dei propri affari e delle proprie vite, libero da autorità sia centralizzate che decentralizzate. Che possa giungere alla convinzione che la vera libertà per tutti esiste al di fuori del potere del governo e dello Stato e che, se non tutti sono liberi, la libertà degli individui o di qualsiasi comunità non può essere pienamente realizzata.

Zaher Baher

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Corsa verso l’abisso. L’uccisione di Renee Good: il volto del trumpismo

Un fischio, poi un altro e un altro ancora: l’ICE è arrivata. Poi arriva la lunga esplosione: fiuuuuuuuu! L’ICE ha preso qualcuno.

Questi sono i codici che i gruppi di pronto intervento a sostegno degli immigrati stanno usando per avvisare i loro vicini e colleghi quando viene avvistata l’ICE e quest’ultima rapisce qualcuno.

Gli agenti federali sono armati in modo militare. Contro di loro, la gente comune ha fischietti, coraggio sconfinato e l’acronimo S.A.L.U.T.E. per le informazioni da raccogliere: le dimensioni (Size) degli schieramenti di agenti federali, le azioni (Actions) che stanno intraprendendo, la posizione (Location) specifica, le uniformi che indossano, il tempo e l’equipaggiamento, o il tipo di armi.

Durante i corsi di formazione organizzati in tutto il Paese, i soccorritori simulano come dimostrare solidarietà agli immigrati e superare la paura per sfidare il terrore. L’attivismo dal basso e l’azione diretta hanno giocato un ruolo fondamentale nella storia popolare degli Stati Uniti, una storia di lotte che hanno portato all’abolizione della schiavitù, assicurato la libertà di organizzazione sindacale e conquistato libertà civili.

La trentasettenne Renee Nicole Good era una paladina della solidarietà e della lotta per la libertà. Come moltissimi altri statunitensi provenienti da ogni ceto sociale, fungeva da occhi e orecchie dei suoi vicini latini e somali, avvisandoli della presenza dell’ICE e di altri agenti federali.

Good, madre di tre figli, faceva parte di un gruppo informale di pronto intervento, ICE Watch, composto dai genitori della scuola paritaria frequentata da suo figlio. “È stata addestrata su come comportarsi con questi agenti dell’ICE: cosa fare, cosa non fare, è un addestramento molto approfondito”, ha detto un genitore al New York Post, un tabloid conservatore che ha cercato di dare un’immagine negativa del suo attivismo. “Ascoltare i segnali, conoscere i propri diritti, fischiare quando si vede un agente dell’ICE”.

L’amministrazione Trump ha descritto Renee Nicole Good come una “terrorista interna”. Ma le persone che conoscevano Good la hanno descritta come una cristiana dichiarata, vedova di un veterano, una donna queer, una cantante e una poeta. “Quello che ho visto nel suo lavoro è stata una scrittrice che stava cercando di illuminare la vita degli altri”, ha detto un’insegnante, descrivendo il suo interesse per la vita degli anziani, dei veterani e di persone provenienti da diversi paesi ed epoche.

Come molti di noi che hanno una vita frenetica ma trovano il tempo per stare accanto agli altri, aveva accompagnato il figlio di sei anni a scuola poco prima che l’ICE la uccidesse. L’analisi delle riprese video da tre angolazioni effettuata dal New York Times mostra che Good sembra allontanare il suo SUV dagli agenti federali mentre l’agente dell’ICE Jonathan Ross cammina davanti al veicolo. Quindi quest’ultimo spara tre colpi a bruciapelo contro il veicolo, uccidendola in pieno giorno non lontano dalla sua abitazione, come si vede nelle riprese.

La sua compagna era sulla scena con lei. “Mercoledì, 7 gennaio, ci siamo fermate per aiutare i nostri vicini. Avevamo dei fischi. Avevano le pistole”, ha detto Rebecca Good in una dichiarazione venerdì. “Abbiamo cresciuto nostro figlio insegnandogli che, indipendentemente dalla propria provenienza o dal proprio aspetto fisico, tutti meritano compassione e gentilezza”.

Lo scorso settembre, il cuoco Silverio Villegas-Gonzalez è stato ucciso a colpi di pistola durante un controllo stradale a Chicago, poco dopo aver accompagnato i suoi due figli all’asilo, mentre presumibilmente tentava di fuggire. Il bracciante agricolo Jaime Alanís García si è rotto il collo a luglio, quando è caduto dal tetto di una serra nella contea di Ventura, in California, mentre tentava di sfuggire alla caccia degli agenti dell’ICE, ed è morto dopo il ricovero in ospedale. Trentadue persone sono morte mentre erano sotto la custodia dell’ICE nel 2025 – l’anno più letale per l’agenzia, ormai trasformata in una forza paramilitare, dalla sua fondazione nel 2003.

A differenza di Villegas-Gonzalez e Garcia, entrambi lavoratori immigrati provenienti dall’America Latina, Good era una cittadina statunitense bianca. Non avrebbe dovuto essere nella lista delle persone che l’ICE ha brutalizzato impunemente a causa della loro origine o del loro status di immigrati. Ma lei si è rifiutata di rimanere a guardare l’ingiustizia e ha protetto i suoi vicini. Non era tenuta a schierarsi, ma lo ha fatto. In realtà, alcuni membri della sua famiglia avrebbero preferito che non lo facesse.

Spesso diciamo che la solidarietà è una pratica molto importante, e Good ha agito, esercitando i diritti che tutti noi abbiamo, indipendentemente dallo status di immigrati, di documentare l’attività violenta della polizia e di esprimere la propria opinione.

Un attivista sindacale ha collegato la sua azione solidale alle lotte operaie. “Nel nostro sindacato abbiamo la tradizione di indossare abiti rossi ogni giovedì per onorare un membro molto speciale della CWA (Communications Workers of America), Gerry Horgan, ucciso mentre esercitava il suo diritto fondamentale di scioperare e partecipare a un picchetto. Proprio come Gerry, Renee Nicole Good è stata uccisa mentre esercitava il suo diritto di esprimersi e di essere solidale con la sua comunità, diritto che dovrebbe essere protetto dalla Costituzione”.

Noi siamo ciò che facciamo. Se la scelta che dobbiamo affrontare è tra Good e ICE, la popolazione di Minneapolis sceglie Good. Si stima che circa 10.000 persone abbiano partecipato a una veglia a lume di candela il 7 gennaio per onorare la sua vita.

La violenza scatenata dall’amministrazione Trump sul suolo statunitense non riuscirà a raggiungere i suoi obiettivi dichiarati.

Nessun personaggio nell’amministrazione USA ha mai avuto tanto potere come Stephen Miller, il consigliere per la sicurezza interna di Trump. Esercita una straordinaria autorità su una fascia insolitamente ampia delle branche di governo, dall’immigrazione alla giustizia penale fino anche alle operazioni militari sul suolo americano. Gran parte di ciò che caratterizza l’era Trump – rapimenti mascherati per le strade degli Stati Uniti, scontri tra gli scagnozzi dell’ICE e i manifestanti, pattuglie militari per le strade degli Stati Uniti – è stato creato da Miller.

Eppure, ora che siamo a un anno dall’inizio del secondo mandato del presidente Trump, è chiaro che, sotto molti aspetti importanti, Miller non sta riuscendo a realizzare i suoi piani autoritari più elaborati. Le espulsioni sono molto indietro rispetto alle sue aspettative. Non è riuscito a convincere Trump a esercitare il potere dittatoriale che tanto desidera vedere. E ha scatenato un movimento culturale in difesa degli immigrati che è più potente di quanto avesse previsto.

Il sogno di Miller di 3.000 arresti giornalieri rimane questo: un sogno. Miller spera di deportare un milione di persone all’anno, ma con il tasso attuale non si avvicinerà a questo. Mentre l’amministrazione sta ancora aumentando il personale dell’ICE, e le deportazioni potrebbero aumentare, molti esperti si aspettano che Miller resti molto al di sotto dell’obiettivo di un milione di deportazioni all’anno nel corso dell’intero mandato di Donald Trump.

Ma l’obiettivo del governo USA va oltre il numero delle deportazioni.

Molti settori produttivi sarebbero nei guai se il governo andasse davvero avanti con le sue deportazioni di massa annunciate. La caccia ai migranti e il modo brutale e arbitrario in cui viene effettuata (gli arresti dei migranti sono fatti davanti alle telecamere come per pubblicizzare la loro pericolosità) sembra progettata per diffondere la paura e per dividere la classe operaia. La paura (dei migranti, del crimine, della violenza, delle minoranze, dei poveri, del decadimento morale e altro) è costantemente alimentata e giustapposta all’immagine rassicurante del potente leader fiducioso e della sua squadra di guerrieri senza paura. L’amministrazione Trump diffonde paura ovunque. Nella popolazione in genere per creare la paura dell’estraneo infiltrato all’interno della comunità nazionale, che farà la fine del capro espiatorio, e perseguitando questo capro espiatorio la maggioranza della popolazione viene compattata dalla paura su un terreno comune. Così si forma una falsa comunità e si evita il pericolo di una classe operaia unificata.

L’esperienza del nazismo in Germania ci mostra quanto sia importante il processo di esclusione di un capro espiatorio interno nel forgiare la volksgemeinschaft, la comunità del popolo. Quella che sta combattendo l’amministrazione Trump è una una battaglia ideologica per creare una comunità nazionale, una “volksgemeinschaft” che è disposta a combattere e morire per il capitale. Si tratta di un attacco alle spinte verso l’unità e l’autonomia della classe operaia, un elemento fondamentale della preparazione alla guerra, che non è solo preparazione militare, ma soprattutto attacco alle forze antimilitariste e internazionaliste.

Di fronte all’arroganza dell’amministrazione e alla marcia verso la guerra, è incoraggiante vedere quanto rapidamente siano apparse reazioni spontanee e intense contro i raid dell’ICE a Los Angeles, New York e Chicago. Anche l’organizzazione di quartiere (allertando una rete di attivisti solidali quando agenti dell’ICE entrano in un’area) si è diffusa nelle città. Lo stesso assassinio di Renee Good è frutto della reazione governativa a questa mobilitazione dal basso, mentre le reazioni che ha provocato in tante città americane testimonia la profondità del movimento.

Il governo Trump usa qualsiasi pretesto per espandere i suoi mezzi repressivi e per abituare la popolazione alla presenza dei militari nelle strade. Anche questa è la preparazione alla guerra. Trump ha detto che le grandi città sarebbero un buon campo di addestramento per i militari. È convinto che una terribile repressione entusiasmerà il suo esercito MAGA e intimidirà i suoi avversari. È la costruzione della nazione per salvare la civiltà occidentale. Nel frattempo quella civiltà produce la bolla dell’IA, la bolla delle criptovalute, il banking ombra e molti altri fenomeni che portano all’abisso. Trump potrebbe essere l’Hoover, il presidente repubblicano della crisi del 1929, dei nostri giorni. Ma è stato il successore “progressista” di Hoover, il democratico Franklin Delano Roosevelt che si è rivelato il più grande ostacolo alla crescita della coscienza di classe autonoma del proletariato.

Avis Everhard

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Meloni incontra Takaichi a Tokyo: “Crediamo molto nell’alleanza Italia-Giappone”

Rafforzare un legame storico e proiettarlo verso una cooperazione sempre più stretta su sicurezza, economia e innovazione. È il messaggio lanciato dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel bilaterale con la prima ministra giapponese Sanea Takaichi al Kantei di Tokyo, in occasione del 160° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone.

“Sono estremamente contenta di essere qui dopo il nostro breve incontro a Johannesburg e i nostri dialoghi telefonici”, ha esordito Meloni, sottolineando il valore di una relazione costruita nel tempo. “Questa è la terza volta che vengo in Giappone in tre anni di governo e non è stato un caso, è stata una scelta”, ha spiegato, rimarcando come la frequenza delle visite rifletta una strategia politica precisa.

 

La premier ha chiarito il significato politico del viaggio: “Il messaggio di questa terza visita è che crediamo molto in questa alleanza, crediamo molto in questa cooperazione, crediamo molto in questa amicizia”. Un percorso scandito da tappe concrete: “La prima volta che sono venuta qui abbiamo elevato i nostri rapporti a partenariato strategico. La seconda, durante il G7 di Hiroshima, abbiamo definito un Piano d’azione triennale 2024-2027 con obiettivi chiari e scadenze che abbiamo rispettato”. Ora, con il nuovo incontro a Tokyo, Roma e Tokyo compiono un ulteriore passo avanti. “Torno qui per la terza volta – ha aggiunto Meloni – sono il primo leader europeo a visitare il Giappone da quando lei si è insediata, e cogliamo l’occasione per elevare ancora una volta le nostre relazioni a livello di partenariato strategico speciale”.

Un’intesa che affonda le radici nella storia ma guarda al futuro. “Il 160° anniversario delle nostre relazioni bilaterali racconta quanto siano profonde, quanto siano state durature e continuative”, ha concluso la presidente del Consiglio, ribadendo la volontà comune di rafforzare il coordinamento su dossier globali, dalla sicurezza internazionale alla cooperazione economica e tecnologica. Il vertice conferma così l’asse Roma-Tokyo come uno dei pilastri della politica estera italiana in Asia, nel segno di una partnership che entrambe le leader definiscono ormai “speciale”.

La visita della premier in Giappone e Corea del sud era prevista ad agosto scorso, nell’ambito di un viaggio più ampio nell’Indo-Pacifico che prevedeva tappe anche in Bangladesh, Singapore e Vietnam. Poi Palazzo Chigi aveva rinviato tutto per concentrarsi su questioni più urgenti, fra le quali i negoziati tra America, Russia e partner europei sulla pace in Ucraina – poi falliti. E quindi il viaggio nell’Indo-Pacifico è iniziato mercoledì 14 gennaio, ma con un programma ridotto a due soli paesi, Giappone e Corea del sud, e quindi senza la tappa a Dacca, cruciale per le politiche migratorie del governo.

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La diplomazia della menzogna del Cremlino

Alla cerimonia di presentazione delle credenziali dei nuovi ambasciatori stranieri in Russia, Vladimir Putin ha accolto i diplomatici, fra i quali sedeva anche l’ambasciatore italiano a Mo... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

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L’Istanza di conduzione sistemica: quando la grammatica occulta la struttura

Di Hakan Illatiksi   Ciò che abitiamo non è una crisi che interrompe un ordine, ma un ordine la cui ragion d’essere è la stabilizzazione permanente di una crisi senza una chiara via d’uscita. Le categorie con cui per secoli si è pensata la politica, l’economia e la storia – direzione, progresso, sovranità, soggetto, progetto […]

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Aldilà del giardino di casa. Venezuela e Groenlandia – politiche di aggressione USA e interessi del capitale

Pare opportuno che una riflessione sui fatti del Venezuela debba andare ben oltre la classica visione del “giardino di casa” che per più un secolo ha ben dimostrato la natura degli interessi del capitalismo statunitense e le azioni a difesa dei suoi investimenti nel continente Sud Americano. Le vicende venezuelane non riguardano solo i rapporti tra nord e sud America, ma devono essere valutati per il loro impatto globale. Intervenire a Caracas in realtà nasconde l’intenzione di colpire molto più lontano; il vero obiettivo è ben più consistente che non un “caudillo” sudamericano, i veri scenari in gioco si trovano a migliaia di chilometri di distanza. Nel marzo dello scorso anno un articolo pubblicato sul n. 6 di Umanità Nova esponeva delle considerazioni sull’importanza strategica dell’area artica e sull’interesse che in quel momento l’amministrazione statunitense aveva pubblicamente manifestato per la regione. Interesse oggi rinnovato con forza da Trump e riproposto proprio a ridosso dall’intervento militare nel Venezuela, suscitando clamore e preoccupazione in campo internazionale. Quanto osservato quasi un anno fa sulle colonne di U.N. costituisce ancora oggi materiale più che attuale per le analisi geoeconomiche e geopolitiche relativamente agli interessi statunitensi legati alle nuove rotte artiche, alle materie prime rare e alla posizione strategica della piattaforma groenlandese e canadese per le intercettazioni dei missili nucleari. Tuttavia riproporre la questione del controllo dell’Artico in concomitanza con l’operazione scattata in Venezuela non è una semplice coincidenza. Il blitz militare in Venezuela non è “solo” una dimostrazione della volontà di espansione della potenza statunitense, come è stato comunemente interpretato dai media, ma un’azione che si collega a scenari più ampi.

Cerchiamo di procedere con ordine. Innanzitutto è bene sottolineare che la questione del narcotraffico è del tutto fuorviante ed ha solo un fondamento propagandistico. L’operazione in Venezuela è stata derubricata ad intervento di polizia internazionale contro il narcotraffico con il pretesto della difesa dell’interesse nazionale, evitando in tal modo il necessario passaggio al Congresso per l’autorizzazione di operazioni belliche extraterritoriali. Soprattutto si è collaudata una scorciatoia per eventuali successive ad analoghe operazioni, quali potrebbero essere eventuali interventi in Colombia o a Cuba (anche se in questo caso è probabile che l’opzione possa cadere più su azioni di destabilizzazioni interne che su interventi diretti). Tale scelta per un sistema democratico liberale, sia pur presidenziale, come quello statunitense, da un punto di vista politico è estremamente pericolosa, poiché espone al totale arbitrio dell’esecutivo, cioè del Presidente, con la possibilità del replicarsi di interventi militari mascherati da operazioni di polizia a difesa dell’interesse nazionale. Da ricordare, tra l’altro, che vicende come quella libica, irachena e afghana, dove è stato abbattuto un regime e spesso un dittatore ostile, simbolo internazionale dell’opposizione alla politica statunitense, hanno nel tempo innescato uno scenario nettamente peggiore del precedente, ben più complicato anche per gli stessi interessi americani, dove spesso gli U.S.A. sono risultati alla lunga perdenti. Abbattuto con successo e clamore mediatico il “dittatore”, sottoposto alla gogna di un “processo democratico” il nemico di sempre, si scopre poi, a giustizia eseguita, che ha lasciato in eredità un vuoto politico e sociale assoluto che viene inesorabilmente riempito da una miriade di improvvisati “capibanda” e “milizie”, di fatto una frantumazione. L’ attuale Libia ne è l’eclatante esempio, con una situazione che rende anche gli stessi interessi americani difficili da difendere e sottoposti a continue negoziazioni.

Vedremo presto se la situazione venezuelana riproduce scenari simili. Intanto, per comprendere quanto sta avvenendo, bisogna superare la lettura più banale e andare oltre l’orizzonte strategico del “giardino di casa”, cercando di comprendere le conseguenze internazionali di quanto accaduto a Caracas. Innanzitutto occorre ampliare lo sguardo alla posizione che la Cina occupa nell’economia globale e soprattutto alla dimensione economica che potrebbe raggiungere Pechino se ai livelli attuali dovesse aggiungere i vantaggi logistici commerciali delle nuove rotte artiche.

In questa prospettiva dichiarazioni di Trump, come “la Groenlandia ci serve per la sicurezza nazionale”, trovano reale fondamento e non possono che abbinarsi all’operazione venezuelana. Ambedue gli obiettivi si basano infatti sulla comune volontà di togliere energia alla macchina produttiva cinese, il vero competitor del capitalismo statunitense. In quest’ottica per gli USA è importante gestire direttamente la più grande riserva petrolifera mondiale, il Venezuela, e sovrintendere al contempo alle rotte artiche, la via più breve e sicura per il transito delle merci cinesi e orientali in genere. In sintesi, controllare le più grandi riserve petrolifere mondiali, quelle venezuelane, e controllare quella che sarà una delle vie logistiche più importanti del commercio globali tra Est ed Ovest, l’Artico.

È evidente che l’operazione anti Maduro ha per scopo lo sfruttamento delle maggiori riserve petrolifere mondiali, quali sono attualmente quelle venezuelane; e d’altra parte Trump stesso ha affermato che le industrie statunitensi estrarranno direttamente in loco. Quindi la posta in gioco è il possesso materiale di quello che sarà disponibile in futuro e l’obiettivo preciso dell’operazione è quello di mettere un freno all’espansionismo della macchina produttiva cinese e della sua influenza commerciale globale. Mettere sotto controllo le future rotte artiche, che avvantaggiano in prima battuta il commercio cinese, diventa dunque una priorità geostrategica. Va da sé che un’eventuale “operazione Groenlandia” non godrebbe dei vantaggi mediatici e propagandistici di quella anti Maduro, ma andrebbe incontro a evidenti, contraddizioni geopolitiche. Si tratterebbe infatti di una prima violazione territoriale interna alla NATO, di non facile soluzione e non sicuro gradimento da parte dell’opinione pubblica occidentale.

Al momento è incontestabile la supremazia militare statunitense, ma gli indubbi progressi tecnologici e scientifici cinesi, pur non consentendoci di fare previsioni, rendono altamente probabili, in tempi non lunghissimi, la possibilità di colmare il gap tra Cina ed USA. La questione di fondo è che Pechino ha un passo più veloce nell’innovazione: è qui che in sostanza il capitalismo mondiale prenderà le misure sul ruolo che i singoli paesi avranno nello scacchiere mondiale. Oggi la competizione sul mercato globale viene giocata da due competitori. Da una parte, Trump si presenta sulla scena con l’imposizione dei dazi, la politica delle cannoniere, ma soprattutto con il taglio dei finanziamenti pubblici alle sue migliori università; ostacola fortemente gli ambienti e le menti che dovrebbero essere protagoniste dell’intellighenzia, della ricerca, sia che si tratti di stranieri o di connnazionali non “allineati” alla sua politica, rinnegando il principio sacro del capitalismo secondo cui prima di tutto c’è il business, prima devi dimostrare di saper guadagnare, poi puoi dirmi come la pensi. Dall’altra parte, Pechino mostra un’altra faccia: un sistema scolastico ferocemente selettivo, che sceglie le “sue menti migliori”, le mette al servizio dello Stato e delle sue classi dirigenti impegnate in uno sfruttamento senza precedenti, vincendo la sfida per l’innovazione ed il futuro. Il capitalismo cinese è più pragmatico, lo ha imparato da millenni. Durante il “grande balzo” Deng Xiao Ping, il padre della Cina moderna, rispolverò l’antico detto mandarino, oggi più che mai attuale: “non importa che il gatto sia bianco o nero, l’importante è che acchiappi il topo”. Il che significa che gli affari si concludono con tutti i governi o gli interlocutori privati, il cui colore non interessa, perché l’importante è che l’affare vada a buon fine. Purtroppo chi paga il conto sono sempre gli sfruttati, e l’aguzzino è sempre lo Stato

Daniele Ratti

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Palestina: quando la solidarietà fa paura. DdL Delrio e bavagli sionisti

Nelle ultime settimane del 2025 abbiamo assistito ad una crescita esponenziale della spirale repressiva contro il movimento di solidarietà al popolo palestinese, un movimento che nei mesi precedenti aveva dato luogo a grandiose manifestazioni di piazza e a riusciti scioperi generali contro il genocidio palestinese.

Lo Stato aveva evitato immediate azioni repressive contro agitazioni che avevano l’evidente simpatia dell’opinione pubblica ed ha aspettato che la falsa tregua trumpiana facesse calare l’attenzione per scatenare la sua rabbiosa reazione. Vogliono rendere illegale la solidarietà alla Palestina.

Prima il decreto di espulsione nei confronti dell’imam di Torino Mohamed Shahin, poi il violento sgombero del centro sociale Askatasuna (con la complicità del sindaco PD) e gli arresti indiscriminati anche di minorenni che avevano partecipato a manifestazioni di protesta, poi le sanzioni comminate dalla Commissione “di garanzia” ai sindacati di base che avevano indetto lo sciopero generale del 3 ottobre 2025, quindi l’operazione “antiterrorismo” che ha portato all’arresto di Mohamed Hannoun e di altri esponenti della comunità palestinese in Italia, sulla base di informative provenienti direttamente dalla polizia israeliana.

L’uso di veline provenienti dal Mossad è un copione già collaudato in precedenza per arrestare e mandare a processo Anan, Mansour e Alì, tre militanti accusati di aver compiuto atti di resistenza contro l’occupazione israeliana. In tutti questi casi gli inquirenti italiani hanno considerato credibili alcune informazioni provenienti da uno Stato sotto processo per genocidio e che persegue come “terroristiche” persino le organizzazioni di assistenza ai profughi gestite dall’ONU.

In precedenti articoli su UN (n. 28 e 29/2025) avevamo denunciato la presenza in Parlamento di tre disegni di legge (Romeo, Scalfarotto e Gasparri) volti a criminalizzare la solidarietà alla Palestina con il pretesto di contrastare l’”antisemitismo”. A questi se ne è aggiunto un quarto, presentato, alla fine di novembre, dall’ex ministro Graziano Delrio, e da altri 10 senatori/senatrici del PD, incluso il politico di lungo corso Pier Ferdinando Casini, l’ex ministra Beatrice Lorenzin e la senatrice Tatjana Rojc quest’ultima teoricamente rappresentante della minoranza slovena, ma prodigatasi a suo tempo a sostegno della legge per l’istituzione della Giornata degli alpini che celebra la battaglia di Nikolaevka (cioè l’aggressione nazi-fascista contro l’URSS).

Nonostante le proteste di Schlein e soci, Delrio si è rifiutato di ritirare il disegno di legge, e quindi il PD sta predisponendo un proprio progetto di legge “più garantista” (ahinoi!). La situazione appare di estrema gravità, visto che c’è ormai un attacco concentrico da parte di tutti i sostenitori della politica genocida di Israele per introdurre anche in Italia norme repressive simili a quelle già in vigore in Germania e nel Regno Unito.

Il DdL Delrio si differenzia dai precedenti perché è una proposta di “legge delega”, cioè delega il governo (Meloni) ad emanare entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge una serie di decreti attuativi che, sulla base della definizione operativa di antisemitismo approvata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), prevedano (art. 2) una stretta sui social con rimozione dei contenuti “antisemiti”. Ai contenuti “antisemiti” verrebbe attribuito un codice speciale per essere segnalati dagli altri utenti, e gli utenti che li pubblicassero con continuità verrebbero esclusi dalla piattaforma per sei mesi. Gli utenti (anche riuniti in associazioni e “in collaborazione con gli organismi rappresentativi delle comunità ebraiche”) potranno autonomamente segnalare i contenuti “antisemiti”. Le piattaforme che non applicassero il filtro a questi contenuti subirebbero sanzioni.

Con l’articolo 3 del DdL Delrio le università verrebbero di fatto obbligate a collaborare con enti e università israeliane col pretesto di tutelare la libertà di ricerca. Con l’articolo 4 ogni università sarebbe tenuta a individuare al suo interno “un soggetto preposto alla verifica e al monitoraggio delle azioni per contrastare i fenomeni di antisemitismo, in linea con il codice etico della stessa università e in conformità con quanto previsto dalla Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo.”. Questa norma bavaglio è tra l’altro già in vigore in Germania.

Con l’articolo 5 le scuole sarebbero tenute a comunicare “annualmente, attraverso i sistemi informativi del Ministero dell’Istruzione e del Merito, i dati circa le azioni attuate per contrastare i fenomeni di antisemitismo”.

Come abbiamo visto nei precedenti articoli, il problema nasce dal fatto che la “definizione operativa” dell’IHRA identifica di fatto antisemitismo e antisionismo. Negli “indicatori” sono infatti previsti come esempi di antisemitismo:

“Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo.” Oppure: “Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti”.

Quindi diventerebbe impossibile per legge denunciare l’apartheid su cui si basa lo Stato di Israele e la politica genocidaria (obiettivamente di stampo nazista) che sta perseguendo nei confronti dei palestinesi. Col pretesto della lotta all’”antisemitismo” stiamo assistendo a una convergenza (solo apparentemente paradossale) tra il governo di Israele e le peggiori destre occidentali (queste realmente antisemite!), il cui collante vero è una forma diversa di razzismo: l’islamofobia, cioè la repulsione nei confronti degli arabi (specie se musulmani) molto forte in Europa. Razzismo a senso unico, alimentato anche da buona parte dei governi “progressisti” in funzione anti-immigrati e per allinearsi alle politiche USA.

Come anarchiche e anarchici siamo fieramente contrarie/i ad ogni forma di razzismo e di discriminazione contro chiunque, e vediamo ancora una volta confermata la nostra analisi secondo cui ogni religione (Cristianesimo, Ebraismo, Islam…) e ogni Stato sono uno strumento di odio, di divisione e di oppressione. In questo inizio di 2026 dobbiamo moltiplicare le mobilitazioni contro questa legislazione infame che si sta preparando. Per difendere la libertà di pensiero, di parola, di organizzazione e di manifestazione!

Mauro De Agostini

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Reminder: Nota di accreditamento stampa – Conferenza di presentazione del Documento Strategico sull’Artico (Villa Madama, 16 gennaio 2026)

REMINDER: NOTA DI ACCREDITAMENTO STAMPA

Conferenza di presentazione del Documento Strategico sull’Artico

(Villa Madama, 16 gennaio 2026)

 

Venerdì 16 gennaio 2026, dalle ore 11.30, si terrà a Villa Madama la Conferenza di presentazione della Politica Artica Italiana, un Documento Strategico che delinea gli obiettivi per il rafforzamento dell’impegno italiano nella regione, con particolare riferimento al dialogo politico, ai temi di sicurezza, alla ricerca scientifica e allo sviluppo economico.

Interverranno alla Conferenza il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Antonio Tajani, il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, il Ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, il Presidente del CNR, Andrea Lenzi, e il Presidente di ENEA, Francesca Mariotti.

I giornalisti e i cine-foto-operatori interessati a seguire la Conferenza potranno richiedere l’accreditamento entro le ore 17:00 di giovedì 15 gennaio, registrandosi attraverso il link https://portaleaccreditamento.esteri.it e allegando la documentazione richiesta.

Chi è si è già registrato al Portale online e ha già ricevuto conferma dal sistema di accettazione della propria registrazione, potrà accedere al proprio profilo e selezionare la partecipazione all’evento.

Per qualunque chiarimento in merito, si prega di rivolgersi all’Unità per la comunicazione – Segreteria Generale, tel. 06/3691.3432 – 8210 – 8573 –3078 (accreditamentostampa@esteri.it).

I badge di accreditamento dovranno essere ritirati personalmente presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, ingresso centrale, lato sinistro, dalle ore 10.30 entro le ore 11.00.

Non essendo possibile raggiungere Villa Madama con mezzi propri, una volta accreditati, i giornalisti saranno accompagnati a Villa Madama con un servizio di navette dalla Farnesina (andata e ritorno), operativo fino al termine dell’evento.

 

La comunicazione dei dati personali sopra indicati equivale ad autorizzarne l’utilizzo ai sensi del Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n. 196 e del GDPR (Regolamento UE 2016/679) da parte della Unità per la comunicazione della Segreteria Generale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, titolare del trattamento, per fini strettamente professionali e/o legati allo svolgimento dell’evento in oggetto.

 

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Quo vadis Venezuela? A fianco di ogni popolo, contro ogni governo

L’enorme pressione militare sul Venezuela ha dato i suoi frutti. Senza ricorrere all’invasione di terra, è bastato al governo USA esercitare un’accorta operazione di corruttela su gangli del regime individuati come malleabili e abbordabili per effettuare una specie di colpo di Stato. Sequestrati Maduro e consorte senza che le truppe d’assalto statunitensi versassero una solo goccia di sangue, Trump ha dato il via libera ad un governo costituito dalla stessa élite dell’epoca maduriana. L’ex presidente che diventa presidente, il fratello che apre le porte delle carceri agli oppositori che lui stesso e i suoi accoliti avevano messo dentro, il ministro delle risorse energetiche che stringe i patti con chi vuole mettere le mani sull’oro nero, qualcuno che fa finta di inneggiare al presidente deposto. Insomma una scena da cabaret, se non fosse per il centinaio di morti (tra i quali i trentadue miliziani cubani che costituivano la guardia del corpo: evidentemente Maduro si fidava ben poco dei suoi).

Passati i primi giorni di attesa attraversati dal timore e dalla paura, mentre all’estero i venezuelani festeggiavano per la caduta del presidente, gruppi di manifestanti si sono riversati nelle strade delle principali città del paese per denunciare l’aggressione statunitense e rivendicare l’indipendenza nazionale.

Provenienti dalle periferie, dai sobborghi della capitale, agitando gli emblemi della ‘rivoluzione bolivariana’, erano e sono la dimostrazione più evidente della profonda frattura che divide il Venezuela.

Quando nel 1998 Hugo Chavez – che già nel 1992 fu protagonista di un fallito colpo di Stato per rovesciare il presidente Carlos Pérez accusato di corruzione – vinse con un largo margine le elezioni, affermò di voler governare opponendosi a tutti i segmenti del potere tradizionale della società venezuelana per avviare una rivoluzione del sistema politico nazionale, abbracciando una piattaforma anti-neoliberale.

Chavez non veniva dal nulla, ma era il frutto di una società attraversata da una profonda divisione di classe legata all’ineguale distribuzione dei proventi della vendita del petrolio in una fase di vertiginosa crescita del suo prezzo nel mercato internazionale. Nell’ultimo ventennio del Novecento il Venezuela godeva del più alto tasso di reddito pro capite dell’intero continente, ma questa ricchezza andava ad alimentare sprechi e corruzione, creando ricchezze sempre più ingenti e facendo sprofondare nella povertà settori della popolazione già emarginati per il colore della pelle, per la mancanza d’istruzione, per la precarietà del lavoro.

Le cosiddette terapie d’urto neoliberali, in voga nel periodo, aggravarono la situazione generando conflitti sociali, fuga dei capitali all’estero e aumento del debito estero. In soli 11 anni la percentuale di coloro che vivevano sotto la soglia di povertà passò dal 36% del 1984 al 66% del 1995; quelli che vivevano in condizioni di estrema povertà passarono dall’11% al 36%.

È questo il contesto che portò alla vittoria elettorale Hugo Chavez, che rivolse l’attenzione sua e del suo governo alla lotta contro la povertà e l’emarginazione dei settori più deboli della popolazione. Le prime misure adottate riguardarono l’introduzione per la prima volta nella storia del paese del sistema di sanità universale, l’assicurazione di un pasto giornaliero in migliaia di scuole, la scolarizzazione diffusa, l’inserimento nel processo decisionale politico di vasti segmenti della società tradizionalmente esclusi (donne, popolazioni indigene, persone omosessuali), la riforma agraria tesa a distribuire ai contadini la terra incolta dei grandi proprietari terrieri, la riforma delle aree urbane stabilendo il diritto di proprietà sulle occupazioni illegali e promuovendo l’autogoverno delle comunità tramite l’istituzione di comitati territoriali costituiti da non più di 200 famiglie provenienti dai quartieri poveri. Una serie di misure di stampo sostanzialmente socialdemocratico, ma che in un paese come il Venezuela, governato da due partiti borghesi, assolutamente indifferente alle condizioni di vita dell’80% della popolazione, rappresentarono una rottura nell’ordine delle cose.

Per finanziare queste misure Chavez istituì, per la prima volta nella storia del paese, una serie di tasse per quanti godevano di redditi significativi. Ovviamente le parti più ricche della società non accolsero favorevolmente questa decisione, mentre il ceto medio non ebbe nessuna ricaduta positiva dalle politiche chaviste.

L’11 aprile 2002 un colpo di Stato, orchestrato dalle forze di opposizione in combutta con la presidenza USA, occupata allora da Bush, cercò di scalzare Chavez dal potere. Per 47 ore il presidente venne deposto e sostituito da Pedro Carmona, capo della federazione commerciale, ma imponenti manifestazioni popolari e l’appoggio di settori dell’apparato militare lo rimisero al suo posto.

Il fallimento del golpe rafforzò Chavez, anziché indebolirlo e mise le basi del regime, che venne riconfermato con le elezioni del 2000, 2006 e 2012. Elezioni sulle quali sono state presentate molte denunce relative a irregolarità di vario tipo. La morte di Chavez aprì le porte al suo successore, Maduro, con i risultati che abbiamo visto e dei quali abbiamo scritto nell’articolo di UN del 16 novembre.

Trump deve avere imparato la lezione ricevuta da Bush nel 2002, operando in modo diretto piuttosto che delegare a settori dell’opposizione interna la gestione del golpe contro Maduro.

D’altronde si è trovato ad operare in una situazione in cui l’élite madurista ha dimostrato da tempo di aver messo la sordina all’eredità di Hugo Chavez, proteggendo sostanzialmente i propri privilegi, a scapito delle condizioni di vita non solo dei milioni che hanno dovuto abbandonare il paese sia per motivi economici che politici, ma anche degli stessi loro primitivi sostenitori, spesso e frequentemente repressi nel corso degli scioperi e delle manifestazioni di protesta contro il regime (ricordiamoci delle violenze poliziesche del 2017 con 120 morti nelle piazze).

Il ricorso, sempre più frequente, alla repressione delle opposizioni, l’emarginazioni dei settori critici dello stesso chavismo, la messa fuori legge di partiti come il Partito Comunista, l’arroccarsi in difesa di uno Stato sempre più legato ai proventi del petrolio, l’adozione di forme di governo sempre più dittatoriali accompagnate da politiche economiche fallimentari hanno progressivamente indebolito l’immagine stessa di Maduro, trasformandolo in un capo espiatorio per la salvezza degli interessi dei suoi ex sodali.

Trump vuole il petrolio e soprattutto vuole che non vada in Cina. Preferisce mercanteggiare con il governo chavista piuttosto che si scateni un conflitto tra le correnti venezuelane, tra la borghesia e i ceti popolari, inaugurando una scenario di tipo libanese.

Sta ora, una volta di più, alle componenti storicamente più sfruttate che hanno beneficiato di una politica di redistribuzione della ricchezza sociale, difendere quanto ottenuto. Lo possono fare se solo abbandonano la fiducia nei loro governanti, che proprio in questi giorni hanno dimostrato quanto hanno a cuore i propri interessi invece degli interessi di coloro che agitano in piazza le bandiere chaviste.

E gli stessi che ora si sbracciano per la fine di Maduro stiano molto attenti, perché ottenere la liberazione da un potere esterno comporta sempre la subordinazione agli interessi dello Stato dominante, in una situazione di tipo coloniale.

È un’indicazione questa che dovrebbe essere presente soprattutto in una fase come questa, di ripresa di pratiche di guerra su scala mondiale.

Se vogliamo perseguire la libertà di tutti i popoli bisogna abbandonare le scelte di campo a favore di questo o di quello Stato, di questo o di quel governo.

Nemici di ogni Stato e di ogni governo gli anarchici hanno sempre reclamato il diritto di vivere e di svilupparsi nella piena libertà di tutti i gruppi sociali ed etnici come di tutti gli esseri umani. Ed è per quello che, oggi come allora, siamo a fianco di ogni popolo che lotta per la sua libertà, quella vera, costruita con l’autodeterminazione e nell’autogestione, contro ogni potere interno ed esterno.

In Venezuela, in Palestina, in Iran, in Sudan, in Siria, ovunque.

Massimo Varengo

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L’hub del silenzio. Livorno: narcotraffico e rimozione di un’economia parallela

Livorno non è più soltanto una città portuale toscana segnata dalla deindustrializzazione; è diventata, dati alla mano, una piattaforma logistica globale per la criminalità organizzata. Il report di “Codice Rosso”, testata web livornese, definisce questo fenomeno “La grande rimozione”, sistematica cancellazione dal dibattito pubblico di una realtà che sta riscrivendo gli assetti finanziari e sociali del territorio. I sequestri record degli ultimi anni, che hanno visto la Guardia di Finanza intercettare carichi di cocaina nell’ordine delle tonnellate, non sono eventi eccezionali. Sono la norma statistica di un sistema consolidato.

Per comprendere la gravità della situazione è necessario abbandonare la narrazione episodica della cronaca nera e adottare un approccio clinico ai numeri. Nel 2023 e nel 2024, il porto di Livorno ha scalato le classifiche nazionali per volumi di sostanza stupefacente sequestrata, contendendo il primato a scali storicamente caldi come Gioia Tauro. Tuttavia, il dato più allarmante non è quello che emerge dai comunicati stampa, ma quello che rimane sommerso. Le stime più accreditate indicano che le autorità riescono a ispezionare fisicamente circa il 2% dei container in transito. Questo significa che il 98% dei carichi attraversa la dogana senza verifica diretta.

Applicando una proiezione statistica a questo dato, lo scenario assume proporzioni industriali. Se le tonnellate sequestrate – che nel biennio di riferimento hanno superato quota 4.000 kg in singole maxi-operazioni, con proiezioni stimate per il 2025 in linea con questo trend ascendente – rappresentano solo la frazione intercettata in quel 2% di controlli, il volume reale di cocaina che entra in Europa attraverso la Darsena Toscana è calcolabile in decine di tonnellate annue. Stiamo parlando di un flusso di merce il cui valore di mercato, una volta tagliata e distribuita, supera il PIL di intere province italiane. La “Rimozione” consiste esattamente in questo: accettare che una mole di capitale illecito di tale portata attraversi la città senza interrogarsi sulle conseguenze strutturali che essa genera sull’economia locale.

Il porto di Livorno è stato scelto dai cartelli sudamericani e dalla ‘ndrangheta – che agisce come broker globale e garante della logistica – per ragioni tecniche precise. La configurazione dello scalo permette l’applicazione sistematica della tecnica del “rip-off” (o “gancho ciego”). A differenza delle vecchie metodologie che prevedevano la complicità dell’intero equipaggio o dell’armatore, il rip-off è una tecnica parassitaria ad alta efficienza: la droga viene caricata all’origine in container contenenti merce legale all’insaputa del spedizioniere, piazzata subito dietro i portelloni in borsoni pronti all’uso. Una volta giunto a Livorno, il carico deve essere recuperato rapidamente prima che il container esca dal porto o venga ispezionato.

È qui che il fenomeno globale diventa locale. Per eseguire un rip-off serve una “batteria” di operatori a terra. Questa operazione richiede tempi strettissimi e una conoscenza millimetrica delle procedure portuali. Non la possono fare i colombiani, la devono fare i locali. È evidente come le organizzazioni criminali abbiano attuato una campagna acquisti sul territorio, sfruttando le fragilità del tessuto lavorativo.

Ma l’impatto economico non si ferma alla banchina. Il denaro incassato da queste “squadre” locali deve essere speso o investito. E qui si apre il capitolo più insidioso dell’analisi: l’inquinamento dell’economia legale. Livorno, città che ha visto contrarsi il suo settore manifatturiero e industriale, assiste paradossalmente a un fiorire di attività commerciali, aperture di locali, ristrutturazioni immobiliari che non trovano giustificazione nei fondamentali macroeconomici della zona. È il riciclaggio di prossimità. Parte del denaro di questo hub del narcotraffico entra nel circuito cittadino drogando il mercato: altera i prezzi degli immobili, falsa la concorrenza tra esercizi commerciali, e crea una bolla di benessere apparente.

Il report di Codice Rosso sottolinea come la ‘Ndrangheta abbia scelto la Toscana e Livorno non come terra di conquista violenta, ma come hub di servizi. La strategia è quella dell’inabissamento e della mimetizzazione. Non ci sono sparatorie in strada, non c’è il controllo militare del territorio visibile, tipico delle regioni di origine delle cosche. C’è invece una penetrazione invisibile nei salotti che contano, nelle società di servizi, nella consulenza. I broker criminali vivono in città, frequentano i luoghi che vanno frequentati, stringono mani. Questa assenza di violenza esplicita è il fattore che facilita la “Grande Rimozione”. Finché non scorre il sangue, la città preferisce credere che il problema sia confinato dentro le recinzioni doganali, un affare tra guardie e ladri che non tocca la vita civile.

Invece la tocca eccome. La disponibilità di enormi quantità di cocaina ad altissima purezza ha saturato anche il mercato locale dello spaccio al dettaglio. Se il porto è il grossista, la città è il primo cliente. I quartieri popolari, e sempre più spesso anche il centro storico, sono diventati piazze di spaccio capillarizzato. Anche qui, la dinamica è economica: lo spaccio un ammortizzatore sociale distorto, un welfare illegale che garantisce reddito dove lo stato e il mercato legale hanno fallito.

La “Rimozione” denunciata nel report è dunque una patologia istituzionale e mediatica. Si osserva una discrepanza inquietante tra la magnitudo dei sequestri e la reazione pubblica. Di fronte al ritrovamento di 2 o 3 tonnellate di cocaina in un colpo solo – quantità sufficienti a inondare il mercato nazionale per settimane – la risposta politica è spesso formale, quasi burocratica. Manca un’analisi sistemica. Le associazioni di categoria, i sindacati, le istituzioni locali sembrano temere che parlare troppo di mafia portuale possa danneggiare il “brand” Livorno, scoraggiando investimenti turistici o commerciali. Si preferisce la retorica del “caso isolato” o dell’efficienza delle forze dell’ordine, eppure ogni sequestro è la prova di un flusso che non si è mai interrotto.

Inoltre, il sistema di controllo presenta falle strutturali. Con milioni di TEU (l’unità di misura dei container) movimentati ogni anno, l’ispezione a tappeto è tecnicamente impossibile senza paralizzare il commercio globale. I trafficanti lo sanno. Giocano sulla saturazione del sistema. Utilizzano tecniche di diversificazione del rischio, spedendo carichi frazionati su più navi, o utilizzando aziende di import-export “pulite” come vettori inconsapevoli. La ‘Ndrangheta ha dimostrato una capacità di adattamento superiore a quella degli apparati repressivi, utilizzando tecnologie di comunicazione criptata e modificando le rotte in tempo reale in base al livello di allerta dei vari porti europei.

L’Agenzia delle Dogane e la Guardia di Finanza operano attraverso l’analisi dei rischi, selezionando i container “sospetti” in base a provenienza, tipologia di merce e storico dello spedizioniere. Ma i trafficanti hanno imparato a profilare i loro carichi per aggirare gli algoritmi di rischio. Usano carichi di copertura banali, spedizioni frequenti di basso valore per costruire uno storico affidabile, e triangolazioni complesse attraverso porti intermedi per mascherare l’origine sudamericana. In questo gioco del gatto col topo, il vantaggio è strutturalmente dalla parte di chi muove la merce, non di chi la cerca.

Un altro aspetto critico sollevato dall’analisi riguarda la governance portuale e la trasparenza delle concessioni. La permeabilità degli uffici amministrativi è un rischio che viene spesso sottovalutato rispetto all’operatività in banchina, ma è altrettanto strategico.

La dimensione finanziaria del fenomeno livornese impone poi una riflessione sui flussi di capitale. Dove finiscono i proventi del servizio logistico offerto dai clan locali? Le inchieste patrimoniali faticano a tenere il passo con la velocità di circolazione del denaro liquido. Si assiste a una frammentazione dei capitali in mille rivoli: acquisto di beni di lusso, prestiti usurai (altro settore in crescita in città), investimenti in criptovalute. L’economia criminale livornese non accumula tesori in grotte, ma sui mercati globali, e la parte che immette nel flusso sanguigno della città rende sempre più difficile distinguere il capitale sano da quello infetto. Questo crea una dipendenza: se domani il traffico si fermasse, interi settori dell’economia locale rischierebbero uno shock di liquidità.

La “Grande Rimozione” è quindi un meccanismo di autodifesa collettiva che permette alla città di non guardarsi allo specchio. Ammettere di essere un hub del narcotraffico significherebbe ammettere il fallimento di un modello sociale e riconoscere che quel modello è stato eroso dall’interno dalla logica del profitto criminale. Significherebbe dover sottoporre a screening antimafia non solo le grandi opere, ma la vita quotidiana del commercio cittadino. È un processo doloroso e politicamente costoso, che nessuno sembra voler intestarsi.

Eppure, i dati del 2025 proiettati sulle tendenze attuali non lasciano scampo a interpretazioni consolatorie. La pressione criminale su Livorno è destinata ad aumentare, non a diminuire. La rotta tirrenica è considerata più sicura rispetto ai porti del Nord Europa (come Rotterdam e Anversa), dove la saturazione dei controlli e la violenza tra bande rivali hanno alzato troppo il livello dello scontro. Livorno offre ancora quella “pace operativa” che il business richiede. La città garantisce efficienza, silenzio e una rete di complicità diffusa che non fa domande.

In conclusione, l’analisi clinica della situazione impone di rovesciare la prospettiva. Non bisogna chiedersi quanta droga è stata sequestrata, rallegrandosi per il successo, ma quanta ne è passata, preoccupandosi per il fallimento sistemico. Se il 2% dei controlli produce tonnellate di sequestri, il restante 98% è un’autostrada aperta. La battaglia non si vince aumentando il numero dei finanzieri in banchina, ma rompendo la cappa di silenzio e complicità che avvolge il porto. Bisogna aggredire la “zona grigia”.

Finché Livorno continuerà a rimuovere il problema, trattandolo come un corpo estraneo invece che come una malattia sistemica, l’economia della cocaina continuerà a prosperare, divorando dall’interno le risorse sane del territorio. La sobrietà dei numeri è l’unico antidoto alla retorica della negazione. E i numeri dicono che Livorno non è più solo la città dei Quattro Mori, ma uno dei nodi cruciali della ragnatela globale del narcotraffico. Ignorarlo non è più una scelta politica legittima; è una forma di connivenza.

Silvano Cacciari della redazione di Codice Rosso

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Strade Sicure e il perdurante deficit di cultura della difesa in Italia

Il ministro della Difesa ha chiarito che anche quest’anno non calerà il numero di militari dell’Esercito impegnati nell’operazione Strade Sicure. Anche se l’operazione è già finanziata nella sua attuale configurazione fino al 2027, la decisione ha comunque sollevato un dibattito perché negli scorsi mesi il ministro si era dichiarato più volte deciso a ridurre la componente dell’Esercito schierata nell’operazione.

In realtà la decisione non stupisce affatto. Da quando è iniziata, nel luglio del 2008, tutti i governi italiani, sia di sinistra che di destra, l’hanno confermata e spesso prorogata. Gli unici che hanno effettivamente tentato di ridurre il contingente sono stati il ministro Pinotti e il ministro Guerini. Pinotti aveva tentato una graduale riduzione a dicembre 2014, ma a seguito degli attacchi terroristici in Francia aveva prima dovuto fare marcia indietro e poi aumentare decisamente il contingente. Guerini aveva tentato una riduzione già nel 2019, ma i suoi piani erano deragliati a causa della pandemia. Nel dicembre 2021 il ministro era riuscito effettivamente a ridurre il contingente da 7.800 a 5.000, ma dopo le elezioni il governo Meloni è tornato ad aumentare gli organici.

Come spiego nel mio libro (Military Policing in Advanced Democracies: Italy in Comparative Perspective, Routledge) , le ragioni per cui questo particolare impiego dell’Esercito è così difficile da interrompere sono tre: due sono contingenti, mentre una è strutturale. Il primo dei motivi contingenti è che questo impiego è estremamente popolare. Tutti i sondaggi condotti dal 1992 – cioè da quando è iniziata questa pratica – dimostrano che agli italiani piacciono (e tanto) le divise verdi per la strada. L’Esercito aumenta la percezione di sicurezza, e in Italia la sicurezza è sempre al primo posto tra le preoccupazioni dei cittadini. Tagliare Strade Sicure è quindi una scelta estremamente impopolare. Per poter ridurre il numero di militari dell’Esercito bisognerebbe sostituirli con altrettante forze dell’ordine, così nessuno potrebbe lamentare una riduzione della sicurezza. E qui veniamo al secondo motivo contingente per cui l’operazione non finisce: sostituire l’Esercito con forze dell’ordine costa molto, perché richiede l’assunzione di personale aggiuntivo nella Polizia e/o nei Carabinieri. E la difficile congiuntura economica in cui è entrata l’Italia nel 1992 ha reso molto difficile trovare risorse sufficienti per queste assunzioni. Anzi, la scelta di molti governi è stata quella di tagliare il numero di forze dell’ordine e di compensare questi tagli con l’Esercito. È stata dunque proprio la combinazione di una diffusa percezione di insicurezza e di una grave penuria di risorse che ha dato il via all’operazione.

A questi due motivi occorre in realtà aggiungerne un terzo, meno importante ma comunque significativo. Come accaduto in altri Paesi, come in Francia, per anni i vertici dell’Esercito si sono espressi a favore di queste operazioni. La ragione per cui lo hanno fatto era legata a questioni di natura finanziaria. Queste operazioni, infatti, consentono all’Esercito di ottenere qualche fondo in più per la manutenzione delle infrastrutture e dei materiali e l’acquisizione di equipaggiamenti aggiuntivi. I nostri vertici agivano in buona fede: essi erano consapevoli dei problemi che questo impiego avrebbe creato all’Esercito, ma sapevano anche la situazione finanziaria dell’Esercito era al limite del sostenibile. Questo approccio, particolarmente pragmatico, ha prevalso negli anni ’90 e per i primi anni di Strade Sicure. A partire dal 2014/2015 però l’approccio è gradualmente cambiato. Oggi, come si nota spesso ascoltando i discorsi del Generale Masiello, i nostri vertici dichiarano pubblicamente di auspicare una riduzione del contingente.

Il motivo strutturale consiste nella grave carenza di una cultura della difesa. Intendo con questo termine una diffusa carenza di sapere, soprattutto nella classe politica, nei media e nell’università, riguardo la natura, i compiti e le necessità delle Forze armate. A causa della pesante eredità storica che ci portiamo dalla fine della guerra, la società italiana sconta una grave ignoranza di tutto ciò che riguarda gli affari militari. È per questo che così poche persone sono effettivamente in grado di comprendere i danni che questa operazione genera nelle Forze armate. Alla più parte dei cittadini sfugge il fatto che, sin da quando esiste l’Esercito, in tempo di pace il mestiere dei militari è quello di addestrarsi; che ogni ora passata a far la guardia a una metro o a un’ambasciata corrisponde a numerose ore di addestramento perso; che ogni ora di addestramento perso comporta un calo della capacità operativa dell’Esercito; e che un Esercito che non ha capacità operativa non è in grado di assolvere alla missione affidatagli dallo Stato. A che servono allora le decine di miliardi che il parlamento sta giustamente spendendo per acquisire mezzi e materiali all’avanguardia, se il nostro Esercito comunque non è in grado di assolvere alla propria missione? A cosa serve parlare di aumento degli organici, se poi i militari che arruoliamo non possono essere addestrati?

La popolarità di Strade Sicure è l’esempio più visibile del perdurante deficit di cultura della difesa che affligge il nostro Paese. Un deficit grave, riconosciuto pubblicamente sia dal ministro della Difesa che dai nostri vertici militari, che inibisce la capacità operativa delle Forze armate. La soluzione a questo problema, così come al problema di Strade Sicure, risiede nella dimensione dell’educazione. Per mettere fine a Strade Sicure bisogna spiegare alla società, alla politica, ai media e anche all’università che cosa sono le Forze armate, a cosa servono, e quali necessità hanno. In questa prospettiva, è fondamentale che le istituzioni assumano un ruolo attivo nel sostenere e finanziare programmi di formazione, corsi universitari, master specialistici e iniziative di ricerca dedicate ai temi della difesa e della sicurezza. Solo attraverso un investimento sistematico nella dimensione educativa è possibile rafforzare la cultura strategica del Paese, favorire un dibattito pubblico più informato e, in ultima analisi, creare le condizioni politiche e sociali per superare soluzioni emergenziali come Strade Sicure e restituire alle Forze armate un impiego coerente con la loro missione primaria.

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Amare l’Italia è inutile

    Di Roberto Pecchioli, ereticamente.net   Ha destato interesse un intervento di Marcello Veneziani sull’amor patrio. L’intellettuale pugliese, coetaneo dell’autore di queste note, confessa la sua delusione, il disincanto verso l’oggetto dell’amore di tutta una vita, la patria italiana. Qualcosa dell’amarezza che traspare è legata all’età che avanza, alle illusioni perdute, alle incomprensioni vissute. […]

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Il “partito della guerra” colpisce anche in Romagna

32 denunce per un blocco stradale avvenuto al porto di Ravenna durante lo sciopero generale del 28 novembre scorso promosso dai sindacati di base, quando un centinaio di persone per due ore aveva bloccato l’accesso al terminal container contro l’invio di armi e merci dirette verso lo Stato di Israele. È quanto la stampa, locale e nazionale, ha anticipato11, pubblicando una nota della questura ravennate. Al momento le denunce non sono ancora state notificate, per quanto ne sappiamo. Facciamo però notare la loro tempistica, a poco tempo di distanza dalla nascita di un Coordinamento popolare contro i traffici di armi nel porto di Ravenna, che, ricordiamo, è uno dei principali scali del mar Adriatico, nel quale dopo l’ottobre 2023 è aumentato il transito di forniture militari verso lo Stato israeliano. Per il momento l’effetto immediato che si voleva ottenere è dare la percezione che l’apparato repressivo è pronto a colpire chi cerca di opporsi ai traffici di armi. Si prova, come sempre, ad intimidire. La nota della questura non lascia dubbi, affermando che insieme alle denunce sarebbero in corso valutazioni per l’applicazione di misure amministrative di polizia, che sappiamo essere da anni tra le armi preferite per provare a soffocare voci critiche e movimenti di lotta.

Quanto detto, ovviamente, si inserisce in un clima di costante attacco alle libertà in generale e ai movimenti di contestazione in particolare, attacco che in Italia e non solo sta registrando un’accelerazione che corre parallela alla preparazione degli Stati alla guerra, con un accanimento particolare contro le componenti giovanili che partecipano alle lotte in corso, prima tra tutte l’opposizione al tentativo genocidiario del governo israeliano nella striscia di Gaza.

Il comunicato di solidarietà2222 che alcune realtà anarchiche e libertarie romagnole hanno diffuso dopo la pubblicazione della notizia delle denunce identificava in maniera puntuale la ragione dell’attacco repressivo proprio nell’opposizione alla guerra e, nel complesso, al militarismo che avanza nella società e nell’economia. La guerra, in questa congiuntura storica ancor più che nel recente passato, è diventata opzione economica capace di generare altissimi profitti che non tollerano impedimenti di sorta.

Un vero e proprio “partito della guerra” ha assunto ormai la direzione, riuscendo a determinare scelte e strategie politiche delle nazioni in cui opera. Non si tratta solo delle gerarchie militari e dell’industria direttamente coinvolta nella produzione degli armamenti, diventata forza economica trainante nei progetti di riarmo e riconversione, ma di tutto un indotto che coinvolge fondazioni bancarie, holding, trust della finanza ma anche centri di ricerca, startup e laboratori universitari (come è il caso del progetto ERiS di Thales Alenia Space3333 che prevede l’insediamento di un nuovo polo aerospaziale a Forlì per la produzione di antenne satellitari “dual use”, cioè con ambiti di applicazione sia civili che militari, e che vede coinvolto il laboratorio CIRI Aerospace dell’Università di Bologna).

Non è un caso che il governo Meloni attraverso il Decreto sicurezza (convertito in legge il 9 giugno 2025), abbia reintrodotto il reato di blocco stradale, esteso il DASPO urbano, introdotto nuovi reati e previste apposite aggravanti per colpire chi esprime idee e pratiche indesiderate al governo e ai grandi cartelli economici. Sono misure preventive, come lo sono le altre che il governo ha promosso sempre in direzione repressiva, per limitare il dissenso e per gestire gli effetti dei tagli alla spesa pubblica finalizzati a finanziare il riarmo. Queste misure non sono le ultime previste, oltretutto, dato che il governo ha già annunciato ulteriori decreti per poter contrastare le proteste venture, dando più poteri alle forze di polizia.

Quando l’opposizione riesce a dare fastidio perché tocca interessi reali – quasi sempre economici, come la compravendita di armi – la funzione dello Stato emerge nella sua forma più esplicita, e in definitiva nella vera funzione che è chiamato a ricoprire: il ruolo del gendarme. In un presente di guerra, la forma Stato sta rapidamente gettando via ogni apparenza liberale ed anche il diritto formale – sull’esempio di quanto va accadendo da tempo al cosiddetto diritto internazionale – viene rielaborato in funzione del nuovo corso, restringendo il perimetro del consentito. Come accaduto nel caso del blocco stradale o picchetto, usato da sempre nei contesti di movimento e dalle organizzazioni operaie di tutto il mondo come mezzo di pressione e di lotta, ciò che ieri era lecito, o comunque non compreso come reato, dall’oggi al domani può non esserlo più, mostrando in questo modo tutta l’arbitrarietà del potere e l’artificiosità della distinzione legale/illegale. Di fronte alla repressione, come sempre, la cosa migliore da fare, oltre naturalmente alla solidarietà tangibile, è rilanciare e intensificare le lotte. In questo caso rilanciare a tutti i livelli l’antimilitarismo, che mai in questi ultimi anni è apparso così fondamentale.

Piccoli Fuochi Vagabondipiccolifuochivagabondi.noblogs.org

1 https://www.corriereromagna.it/ravenna/ravenna-bloccarono-la-strada-per-due-ore-per-protesta-contro-il-transito-di-armi-verso-israele-32-denunce-BH1801267

2 Il comunicato delle realtà anarchiche e libertarie romagnole è stato pubblicato anche sul sito internet di Umanità Nova: https://umanitanova.org/la-guerra-interna-si-intensifica-sulle-32-denunce-per-il-blocco-del-porto-di-ravenna/

3 Sul progetto ERiS a Forlì si legga il contributo del Collettivo Samara: https://umanitanova.org/forli-aerospazio-e-guerra-il-progetto-eris-di-leonardo-e-thales/

 

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I molteplici volti della repressione. Sanzioni per sciopero e ispezioni scolastiche

Alla fine dell’anno è scattata l’immancabile repressione contro l’autunno caldo 2025, quel momento di particolare intensità raggiunto dalle lotte in solidarietà alla Flotilla, dalle proteste contro il genocidio a Gaza, contro le politiche di riarmo e l’economia di guerra. Una repressione che si è manifestata in vari modi, alcuni più eclatanti, come l’operazione scattata a Genova, altri rimasti più in ombra, ma non per questo meno significativi. A fine dicembre infatti sono arrivate le multe ai sindacati che il 3 ottobre avevano proclamato lo sciopero generale senza rispettare il preavviso minimo dei dieci giorni previsto dalle normative antisciopero. Una sanzione esclusivamente economica, concretizzatasi in una serie di multe fino a 20.000 euro, ma soprattutto un’azione repressiva di considerevole gravità.

Lo sciopero del 3 ottobre era stato indetto nella serata del 1° ottobre da Usb, Cub, Sgb, Cobas, Cib Unicobas, Cobas Sardegna e Cgil. Il mancato rispetto del preavviso previsto dalla legge 146 del 1990 era motivato dalla particolare recrudescenza della situazione politica e umanitaria a Gaza che si aveva in quei giorni e dal blocco e sequestro della Flotilla, avvenuto proprio il 1° ottobre; condizioni che per i sindacati proclamanti richiamavano la deroga prevista sempre dalla medesima legge per situazioni di particolare gravità. Nonostante la Commissione di Garanzia avesse emesso immediata indicazione di revoca, dichiarandolo illegittimo, lo sciopero è stato mantenuto, ottenendo adesioni come non se ne vedevano da anni, accompagnate, in molti luoghi, da pratiche di significativa radicalità concretizzatesi in blocchi di porti, ferrovie, snodi stradali e attività produttive. Nel periodo immediatamente successivo la Commissione di Garanzia ha aperto la procedura di infrazione e disposto gli accertamenti patrimoniali nei confronti delle organizzazioni sindacali. L’esito sanzionatorio era scontato, ma la formulazione della delibera, emessa il 18 dicembre, è stata l’occasione per esplicitare una presa di posizione politicamente marcata da parte dell’organo istituzionale.

Completamente disconosciute le motivazioni formali addotte dai sindacati, che sostanzialmente sottolineavano la gravità di un’aggressione armata da parte di Israele in acque internazionali contro imbarcazioni civili, 18 delle quali battenti bandiera italiana; la necessità di tutelare la sicurezza di lavoratrici e lavoratori imbarcati; la necessità di rendere disponibile per lavoratrici e lavoratori italiani lo strumento dello sciopero immediato quale mezzo per esprimere tempestivamente dissenso nei confronti dell’aggressione israeliana e del governo italiano che non intraprendeva nessuna azione a tutela dei cittadini italiani imbarcati, con grave pregiudizio delle fondamentali tutele costituzionali.

Messo da parte tutto questo, la Commissione di Garanzia ha ribadito che mancavano i requisiti di deroga al preavviso di sciopero. Non vi era infatti alcuna esigenza di difesa dell’ordine costituzionale, in quanto ciò – a parere del Garante – può configurarsi solo in caso di concreto attacco fisico, lesivo non tanto della Costituzione, che essendo semplicemente un “bene giuridico”, cioè un documento, non può subire attacchi fisici, quanto dello Stato e dei suoi gangli vitali.

Si diano pace quindi tutti gli accaniti difensori della Costituzione, perché la Commissione ha chiarito ciò che qualcuno di noi già sospettava da tempo, cioè che la Costituzione non conta nulla, conta lo Stato, contano i suoi apparati, contano le persone fisiche che rivestono alte cariche istituzionali.

Interessante anche la motivazione con cui la Commissione ha deciso di multare i sindacati per lo sciopero del 3 ottobre, diversamente da quanto fu fatto in occasione degli scioperi per l’inizio della guerra nel Golfo (1991) e contro la partecipazione attiva dell’Italia alla guerra in Jugoslavia (2000). Anche allora si trattò di scioperi indetti senza preavviso e perciò dichiarati illegittimi, ma, a differenza del 3 ottobre 2025, all’epoca non furono emesse sanzioni perché “azioni di lotta in difesa della pace sono nella tradizione storica dei sindacati”. Voler instaurare questa differenza tra lo sciopero del 3 ottobre e i precedenti è un preciso atto politico, funzionale ad esprimere una condanna – che pretenderebbe di essere esemplare – nei confronti di uno sciopero di denuncia aperta del genocidio operato da Israele e delle politiche guerrafondaie e conniventi del governo italiano. La Commissione, organo apparentemente tecnico, si mostra per quello che è, emanazione diretta delle politiche governative.

Un’altra iniziativa repressiva di cui non si è parlato molto è stata messa in atto a dicembre 2025, in questo caso specificamente rivolta al settore scuola. Nello sciopero del 3 ottobre, così come in quello precedente del 22 settembre, il comparto scuola si è distinto per alta partecipazione, evidenziando una sensibilità marcata attorno alle tematiche della guerra e della situazione palestinese in particolare. Una vitalità del settore che non è certo sfuggita. L’annullamento del corso di formazione organizzato il 4 novembre dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole, come pure l’insistenza sul settore scuola e università dei vari disegni di legge che equiparano antisionismo e antisemitismo [vedi altro articolo a pag. 5] non sono davvero casuali. Ecco dunque che a metà dicembre sono scattate ispezioni verso alcuni istituti scolastici che avevano attivato un collegamento webinar con Francesca Albanese per attività didattiche di approfondimento sulla questione palestinese. L’operazione è stata disposta in seguito a segnalazioni di esponenti della destra che hanno sollecitato l’intervento del ministro Valditara, ottenendone pronta e immediata risposta, annunciata seduta stante durante la kermesse Atreju di Fratelli d’Italia.

L’intervento ispettivo trovava motivazione formale nel mancato rispetto di una nota ministeriale del 7 novembre, rinforzata da una successiva nota del 12 dicembre, in cui si prescriveva di osservare il criterio del contraddittorio in attività scolastiche riguardanti trattazione di problematiche sociali. Le iniziative intraprese da alcune scuole interloquendo con Francesca Albanese in sostanza violavano la disposizione, in quanto la tematica sarebbe stata affrontata orientando ideologicamente e a senso unico gli studenti. Da qui le ispezioni e gli interrogatori a cui sono stati sottoposte le docenti coinvolte.

Aldilà della gravità delle ispezioni, che rappresentano un pesante attacco alla libertà di insegnamento e di apprendimento, ma che sono comunque un episodio, in ogni caso repressivo; aldilà di condividere o meno, come metodo didattico, il ricorso alla figura dell’esperto autorevole e titolato per affrontare questioni che fanno parte del campo dell’esperienza sociale e politica diffusa; aldilà di tutto questo c’è la gravità inaudita e il vasto portato repressivo di quelle note ministeriali, che chiaramente non si limitano al caso in questione e permangono oltre il fatto; ne è un esempio la scuola di Bologna in cui il dirigente scolastico, osservando la nota ministeriale, ha annullato l’incontro con due obiettori dell’esercito israeliano perché sarebbe mancato il contraddittorio.

Censura, ingerenza nella didattica, intimidazione, abusi di potere: di questo si tratta. Imporre il contraddittorio è aberrante. Ci sono questioni su cui non si discute, su cui non è ammissibile né tollerabile ascoltare “l’altra campana” o aprire all’assurda pratica anglosassone del “debate”. Questioni che anche nella scuola – con tutti i sui limiti istituzionali, gerarchici e classisti – hanno rappresentato punti fermi, almeno programmaticamente. L’antifascismo, l’antirazzismo, il contrasto delle discriminazioni, sia pure in salsa moderata e convenzionale, non sono mai stati messi in discussione, almeno sulla carta, ma la carta conta, è un vincolo e fornisce tutela. Non è un caso se un’altra carta ora pretende di dare disposizioni diverse, mascherando con l’esigenza di “garantire il pluralismo e l’educazione alla complessità” la volontà di legittimare politicamente i fautori dell’odio, della violenza, della sopraffazione. Il fascismo di chi ci governa ha anche questa faccia. Opporci a tutto questo è indispensabile e urgente.

Patrizia Nesti

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L’Ayatollah quotidiano

Il M5s si è astenuto, unico partito, sulla mozione in sostegno del popolo iraniano. Basterebbe questo a qualificarli, e non c’è nulla di strano che il Fatto quotidiano, consentaneo sempre ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

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Il petrolio tra l’Iran e il Venezuela

Storicamente, le crisi politiche nei paesi produttori di petrolio sono associate a choc energetici. Non bisogna ritornare alle crisi petrolifere degli anni Settanta, prima in seguito alla ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

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Oltre le macerie

Eccoci di nuovo qui. Riprendiamo le pubblicazioni dopo le consuete settimane di pausa, ma per le lotte non c’è stata sosta nella crescente stretta autoritaria e militarista. Multe, denunce, sgomberi. Questi sono i regali che si sono scambiati governo e padroni insieme a magistrati e partiti d’opposizione. Le multe da 2500 a 20000 euro che hanno colpito le organizzazioni sindacali che hanno convocato lo sciopero generale del 3 ottobre, giudicato illegittimo dalla Commissione di garanzia per l’attuazione della legge sullo sciopero. Le centinaia di denunce e decreti penali di condanna recapitati da Nord a Sud per la partecipazione al movimento dello scorso autunno in solidarietà alla Global Sumud Flottilla, in particolare per i blocchi nei porti, nelle stazioni ferroviarie e sulle strade. L’operazione repressiva che a partire da Genova ha colpito singoli e associazioni palestinesi con l’accusa di terrorismo, chiaramente orientata a indebolire e criminalizzare le organizzazioni palestinesi in Italia. Lo sgombero del centro sociale Askatasuna a Torino e l’annuncio di un attacco repressivo generalizzato contro gli spazi sociali: i media ufficiali hanno parlato di una lista di 200 spazi da sgomberare, mentre Salvini ha annunciato sgomberi a Torino, Milano, Roma e… Livorno.

Provvedimenti repressivi che colpiscono contesti differenti, che hanno i propri limiti e contraddizioni, ma che in modo diverso costituiscono un problema per chi detiene il potere. L’ampia varietà di soggetti colpiti e la diversità dei provvedimenti mostra come l’attacco repressivo sia generalizzato e ponga importanti precedenti che minacciano anche altre situazioni di lotta. Viene colpito lo strumento dello sciopero, verrà condotto a processo per la prima volta un ampio movimento forse applicando le nuove più gravi pene previste per blocchi stradali e ferroviari, vengono colpite strutture di tipo associativo, e – questa non è una novità – si colpiscono le infrastrutture di movimento con la minaccia di chiusura di moltissimi spazi sociali.

È chiaro il significato di questo attacco repressivo. Mentre le tensioni internazionali continuano a crescere, il governo italiano vuol far capire che è disposto anche ad una più vasta repressione per andare avanti sulla strada della guerra per la nuova spartizione del mondo in questa fase di crisi e ridefinizione degli equilibri imperialisti a livello globale. Basti pensare all’attacco statunitense in Nigeria e in Venezuela, come anche alla rapida militarizzazione dell’Europa, che non solo continua ad alimentare la guerra in Ucraina, ma si prepara sempre più alla guerra con la stretta sulla leva in tanti paesi, e con la riorganizzazione di produzione e servizi pubblici in funzione del clima di guerra. La risposta in grado di ribaltare il gioco e di fermare la corsa dei governi verso la guerra e la devastazione sociale dobbiamo costruirla giorno dopo giorno, a partite dalle reti di solidarietà e dall’internazionalismo. Vediamo che all’interno degli stessi USA si riaccende la tensione sociale e politica con la mobilitazione contro l’ICE e l’assassinio di Renee Good da parte degli agenti a Minneapolis. Così come abbiamo visto crescere rapidamente la sollevazione popolare in Iran.

Queste otto pagine ovviamente non bastano per affrontare quanto è successo nel corso delle poche settimane di pausa delle pubblicazioni. Ma grazie ai contributi di diversx compagnx abbiamo cercato di offrire spunti di discussione e strumenti di lotta che possano aiutare ad orientarci in questo momento. Non tanto per provare a indovinare quale sarà la prossima mossa dei padroni del mondo, ma per proseguire insieme sulla strada della liberazione sociale.

La redazione

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I guasti del multiculturalismo

A volte una clip dice tutto. Craig Guildford, capo della polizia delle West Midlands britanniche, si rivolge alla telecamera: “Salam alaikum”, disse alla comunità musulmana di Birmingham n... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

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Il mondo dell’astronomia saluta Mario Rigutti

È scomparso lo scorso 12 gennaio 2026 a Firenze, all’età di 99 anni, Mario Rigutti, figura di riferimento dell’astrofisica italiana e protagonista del rinnovamento dell’Osservatorio astronomico di Capodimonte.

Mario Rigutti, 29 giugno 1979. Crediti: Inaf Capodimonte

Nato a Trieste nel 1926, Rigutti attraversò da giovanissimo gli anni difficili della guerra, mantenendo però intatta la passione per l’astronomia che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita. Dopo gli studi tra Trieste e Firenze, si formò all’Osservatorio di Arcetri sotto la guida di Giorgio Abetti e Guglielmo Righini, distinguendosi per le sue ricerche sulla fotosfera solare e sulle bande molecolari del cianogeno. Negli anni Sessanta del secolo scorso, il suo percorso scientifico si aprì alla dimensione internazionale: prima al Dominion Observatory di Ottawa in Canada, poi all’Università di Berkeley in California dove entrò in contatto con alcuni dei protagonisti della fisica e dell’astrofisica solare del tempo. Fu protagonista di numerose spedizioni per l’osservazione di eclissi totali di Sole, contribuendo in modo decisivo alla conoscenza della corona solare. Fu in Canada (1963), in Grecia (1966), in Brasile (1966) e in Mauritania (1973). Da quest’ultima spedizione trasse ispirazione per il volume La scomaprsa del Sole (Gianinni 2014), un racconto di viaggio e di culture nuove e di scienza.

Nel 1969 approdò a Napoli come professore ordinario di astronomia all’Università Federico II e direttore degli osservatori di Capodimonte e di Teramo. A Napoli, la sua guida, durata fino al 1992, segnò una stagione di profonda trasformazione scientifica, culturale e infrastrutturale.

«A lui si deve una profonda trasformazione scientifica e infrastrutturale dell’istituto» commenta l’attuale direttore dell’Osservatorio di Capodimonte, Pietro Schipani «l’introduzione dell’indirizzo astrofisico all’Università di Napoli, la modernizzazione della strumentazione, la creazione del planetario didattico, dell’Auditorium e, nel 1991, del museo dell’Osservatorio. Anche gli attuali astronomi di Capodimonte devono qualcosa al prof. Rigutti».

Nella sua attività di ricerca, Mario Rigutti si è occupato degli strati esterni del Sole – fotosfera, cromosfera e corona – e dei fenomeni legati all’attività solare, come brillamenti e protuberanze. Tra il 1968 e il 1972 è stato membro della European Solar Research Organization e fino al 1973 chairman del Gruppo di lavoro per le eclissi totali di Sole dell’Unione astronomica internazionale. Autore di oltre 150 pubblicazioni scientifiche e instancabile divulgatore, Rigutti seppe parlare al grande pubblico con chiarezza e passione. Il suo libro Cento miliardi di stelle rimane un punto di riferimento per generazioni di lettori. Negli ultimi anni si dedicò anche alla narrativa e alla poesia, ottenendo numerosi riconoscimenti. Nel 2019 il Minor Planet Center gli ha dedicato il pianetino (33823) Mariorigutti, un tributo alla sua lunga vita spesa a osservare e raccontare l’universo.

Disegno a matita su carta dell’Osservatorio astronomico di Capodimonte (Napoli), eseguito da Mario Rigutti nel 1992. Crediti: Inaf Capodimonte

Accanto alla scienza, coltivava l’arte del disegno a matita e un profondo amore per la musica classica che considerava una forma di armonia affine a quella del cosmo. Socio di numerose società scientifiche, Rigutti è stato presidente dell’Accademia di scienze fisiche e matematiche di Napoli nel 1991 e della Società astronomica italiana dal 1977 al 1981. È stato inoltre tra i fondatori e direttore del Giornale di astronomia, contribuendo in modo decisivo alla crescita della cultura astronomica nel nostro Paese. La comunità astronomica italiana perde un protagonista appassionato e generoso, un uomo capace di unire rigore scientifico, visione culturale e un profondo impegno civile nella diffusione del sapere.

 

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Chiara Ferragni assolta dall'accusa di truffa aggravata: "Grazie agli avvocati e ai miei follower"

Chiara Ferragni è stata assolta nel processo con rito abbreviato che la vede imputata a Milano per truffa aggravata in relazione alle operazioni commerciali "Pandoro Balocco Pink Christmas" (Natale 2022) e "Uova di Pasqua Chiara Ferragni – sosteniamo i Bambini delle Fate" (Pasqua 2021 e 2022)".

"Siamo tutti commossi. Ringrazio i miei avvocati e i miei follower che, per due anni, mi hanno sostenuta fino a qui", ha detto l'influencer subito dopo l'assoluzione. La sentenza è stata pronunciata dal giudice Ilio Mannucci Pacini che ha dichiarato il "non luogo a procedere per accettazione di remissione di querele". L'esito è legato al mancato riconoscimento da parte del tribunale dell'aggravante. Il reato di truffa aggravata è infatti procedibile d'ufficio, mentre per quella semplice serve una querela (che però è stata ritirata in un secondo momento dall'associazione dei consumatori Codacons dopo l'accordo extragiudiziale sui risarcimenti con Ferragni). Il reato di truffa, dal punto di vista tecnico, è così stato dichiarato estinto e Ferragni è stata prosciolta con sentenza di non doversi procedere da parte del giudice. 

Si chiude così il cosiddetto "Pandorogate", per lo meno a livello processuale. La procura di Milano, con l'aggiunto Eugenio Fusco e il pm Cristian Barilli, aveva chiesto per Ferragni una condanna a un anno e otto mesi. Secondo l'accusa, l'imprenditrice digitale avrebbe ottenuto, tramite le due campagne commerciali tra il 2020 e il 2021, un presunto ingiusto profitto per circa 2,2 milioni di euro. L'imprenditrice della moda, assistita dagli avvocati Giuseppe Iannaccone e Marcello Bana, si è sempre dichiarata innocente ed ha già effettuato risarcimenti e donazioni per 3,4 milioni di euro. Sono stati assolti sempre con la formula del "non luogo a procedere" anche il suo ex braccio destro, Fabio Damato, e Francesco Cannillo, presidente del cda di Cerealitalia. Per loro i pm avevano chiesto rispettivamente la condanna di un anno e otto mesi e di un anno. 

  

Per approfondire

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Lo sciopero eterno (e senza senso) dei taxi

 

Ieri c’è stato l’ennesimo sciopero dei taxi. Non protestano contro una riforma: chiedono più privilegi. A dispetto di innumerevoli tentativi di revisione, la legge che disciplina al settore risale al 1992: appena un anno dopo l’introduzione del protocollo http (la preistoria di internet), contemporaneamente al lancio del Nokia 1011 (il primo telefono cellulare Gsm disponibile in commercio) e quindici anni prima del primo iPhone. Nel frattempo è cambiato tutto, ma la legislazione sulle autopubbliche no. Infatti, i tassisti si oppongono a qualunque tentativo di aggiornarla. A parole, il loro nemico numero uno sono ancora le piattaforme (e in particolare Uber, che in Italia – diversamente dalla maggior parte degli altri paesi – consente solo di prenotare auto con conducente professionista, sia esso un tassista o un ncc). Lo stesso Loreno Bittarelli, presidente dell’Unione Radiotaxi d'Italia e del consorzio itTaxi, ha spiegato al Foglio che gli intermediari online non sono il nemico ma un’opportunità. La realtà è che i tassisti odiano le piattaforme perché temono che aprano le porte alla concorrenza degli ncc. Recentemente, la Corte costituzionale ha accolto il ricorso del governatore della Calabria, Roberto Occhiuto, contro l’obbligo per gli ncc di sostare almeno venti minuti tra una corsa e l’altra e quello di utilizzare una app del ministero per registrare i servizi. In ballo, dunque, non c’è la minaccia della liberalizzazione: c’è semmai la pretesa di forzare una legge obsoleta, contro il diritto e contro la storia, per renderla ancora più impermeabile al tempo che passa. I tassisti, che hanno cacciato da Piazza Colonna il segretario dei Radicali Matteo Halissey e il giornalista Ivan Grieco, hanno ottenuto una convocazione dal ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, il quale però difficilmente potrà accoglierne le richieste. Nessuna delle forze dell’attuale maggioranza, men che meno la Lega, è mai stata ostile ai tassisti. Avendoli abituati a vincere semplicemente alzando la voce (e occasionalmente menando le mani) oggi il centrodestra raccoglie ciò che ha seminato: non la gratitudine dei tassisti ma la loro prepotenza.

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La meravigliosa sinistra per il “sì” al referendum sulla giustizia

  

La sinistra che dice sì al referendum sulla giustizia è una specie di album di famiglia del progressismo liberale e garantista, che è stata la versione più interessante dell’evoluzione della sinistra post-comunista. L’ex presidente della Consulta, Augusto Barbera, ha espresso questo senso di continuità affermando che quella di Nordio “è una riforma liberale che per la sorte della storia è stata portata avanti, nell’ultimo tratto, da forze politiche che si richiamano a ‘legge e ordine’”, ma che esprime principi che “invece appartengono a un patrimonio della sinistra e del centrosinistra”. Il fatto stesso che sia una personalità che ha ottenuto la massima rappresentanza della sinistra nell’organo che vigila sull’osservanza della Carta costituzionale a pronunciarsi in questo modo rende evidente la strumentalità delle accuse rivolte alla legge Nordio di manipolare i principi costituzionali. Si tratta peraltro di argomenti già ampiamente illustrati da Stefano Ceccanti, professore di diritto costituzionale e leader del movimento Libertà Eguale, che da 25 anni sostiene la separazione delle carriere. Il punto di partenza di tutti è la riforma di Giuliano Vassalli, che trasforma il processo da inquisitorio in accusatorio, richiedendo la reciproca indipendenza di accusatori e giudicanti.

 

La sinistra per il sì aspira a ricoprire un ruolo simile a quello che a suo tempo fu esercitato dalla piccola ma storicamente decisiva pattuglia dei “cattolici per il no” all’abrogazione della legge sul divorzio. La sinistra per il sì, peraltro, non si presenta come una rottura: rivendica anzi la coerenza con la tradizione della sinistra italiana, persino con le sue proposte recenti contenute nel programma elettorale del Pd del 2022, che voleva togliere al Csm dominato dalle correnti la giurisdizione sui magistrati. Non si tratta di una rivincita dei sconfitti o del preannuncio di nuove scissioni: la sinistra per il sì resta a sinistra e voterà a sinistra alle elezioni, ma non vuole una sinistra accodata all’asse tra Conte e Landini. Su questo troverà spazio e consenso nella sinistra riformista anche dopo il referendum sulla giustizia.

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Come con Israele, anche sull’Iran Merz ha il coraggio di dire quello che altri non osano

  

Non è né popolare né sciolto come Angela Merkel, la cancelliera venuta dall’est, ma non passa neppure per un leader algido e ingessato come Olaf Scholz da Amburgo. Ogni leader tedesco ha i propri pregi e il renano Friedrich Merz, fra i suoi, conta il parlar chiaro. A volte anche troppo, come quando lo scorso ottobre ha creato un putiferio in patria affermando che il suo governo sta facendo molto in tema di migrazione “ma naturalmente abbiamo sempre questo problema nel paesaggio urbano e per questo lavoriamo a rimpatri su larga scala”. Ieri il cancelliere della Cdu si è espresso su un tema che gli riesce meglio: la politica internazionale. Da Bangalore, la Silicon Valley dell’India, dove è in visita, Merz ha parlato della leadership iraniana senza usare perifrasi: “Presumo che stiamo assistendo agli ultimi giorni e alle ultime settimane di questo regime”. Un’uscita che ha colpito per la schiettezza e i media tedeschi si sono domandati se il cancelliere abbia parlato così perché al corrente di qualcosa che i Herr e le Frau Müller ignorano. Ma il suo ragionamento attiene al meccanicismo. D’altronde, ha osservato, “se un regime resta al potere solo con la violenza, allora è di fatto alla fine”. Fra l’auspicio e la profezia, il cancelliere tedesco dimostra coerenza a se stesso – solo lunedì aveva condannato con forza la violenza “sproporzionata” e “brutale” delle forze di sicurezza iraniane a danno dei manifestanti – e al quadro di riferimento atlantico che ha instradato la sua intera carriera politica. Non è un caso che un imprevedibile Donald Trump sempre pronto a maltrattare ospiti e alleati lo abbia accolto da vero amico alla Casa Bianca. Lontano anni luce dagli sbandamenti ora terzomondisti ora sedicenti anticolonialisti o anti-islamofobi di troppi leader europei affetti da tafazzismo incurabile, Merz è lo stesso cancelliere che mesi fa disse ad alta voce quello che nessuno osava dire: combattendo contro il jihadismo “Israele sta facendo il lavoro sporco per tutti noi”.

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Italia–Taiwan: visita di una Delegazione parlamentare italiana a Taipei

Diplomazia parlamentare, cooperazione tecnologica e dialogo politico

Tra l’8 e il 12 gennaio 2026, Taiwan ha accolto una Delegazione parlamentare italiana ampia e
politicamente trasversale, una delle più numerose giunte sull’isola. A guidare la missione è stato
l’Onorevole Alessandro Cattaneo, in qualità di Capo Delegazione, insieme ai Deputati Roberto Traversi,Vanessa Cattoi, Fabrizio Benzoni, Emanuele Loperfido, Gerolamo Cangiano e alla Senatrice Simona Flavia Malpezzi.

La Delegazione Parlamentare italiana era composta da esponenti da sei diverse forze politiche, a
testimonianza della sua natura trasversale. Oltre al Capo Delegazione, l’On. Alessandro Cattaneo di Forza Italia, ne hanno fatto parte l’On. Roberto Traversi del Movimento 5 Stelle, la Sen. Simona Flavia Malpezzi del Partito Democratico, l’On. Vanessa Cattoi della Lega, l’On. Fabrizio Benzoni di Azione, nonché gli On.li Emanuele Loperfido e Gerolamo Cangiano di Fratelli d’Italia. La composizione del Gruppo riflette un ampio spettro dell’attuale panorama parlamentare italiano, rafforzando il significato politico della visita.

La visita si inserisce nel quadro delle attività del Gruppo interparlamentare di amicizia Italia–Taiwan, che sin dall’inizio degli anni Novanta rappresenta uno dei principali canali di continuità del dialogo parlamentare tra i due Paesi, contribuendo in modo costante allo sviluppo delle relazioni bilaterali e al rafforzamento della conoscenza reciproca. La Delegazione è stata accompagnata dal Rappresentante d’Italia a Taipei, Min. Plen. Marco Lombardi, a conferma del coordinamento tra iniziativa parlamentare e rappresentanza italiana a Taipei.

La composizione della Delegazione — con parlamentari appartenenti sia alla maggioranza sia all’opposizione — conferisce alla visita un rilievo particolare, evidenziando come l’attenzione verso Taiwan e la stabilità dello Stretto costituiscano un tema condiviso nel Parlamento italiano, al di là delle appartenenze politiche.

Incontro con il Ministro degli Affari Esteri Lin Chia-lung

L’8 gennaio la Delegazione è stata ricevuta dal Ministro degli Affari Esteri taiwanese, Lin Chia-lung, che ha espresso un caloroso benvenuto e ha sottolineato come la visita si collochi in una fase di rafforzamento dei rapporti politico-parlamentari tra Italia e Taiwan.

Nel suo intervento, Lin ha ricordato la cerimonia di inaugurazione, nel settembre 2025, dei locali rinnovati della Rappresentanza di Taiwan in Italia, alla quale avevano preso parte sedici parlamentari italiani, interpretandola come un segnale significativo dell’interesse e dell’amicizia istituzionale nei confronti di Taiwan. Il Ministro ha inoltre richiamato la tradizione di scambi culturali tra i due Paesi, ricordando l’attrattività dell’Italia per studenti e giovani professionisti taiwanesi nei settori del design, della moda e delle arti, nonché esempi simbolici come la presenza di celebri violini Stradivari nelle collezioni del Museo Chimei.

Accanto alla dimensione culturale, Lin ha posto l’accento sulla crescente cooperazione economica e tecnologica, citando l’apertura, nel 2025, dello stabilimento per wafer da 12 pollici della GlobalWafers a Novara, indicata come esempio concreto di collaborazione industriale e di rafforzamento della resilienza delle catene di approvvigionamento europee nel settore dei semiconduttori.

Europa e Indo-Pacifico: una sicurezza interconnessa

Nel corso delle attività ufficiali, la Delegazione ha partecipato a un pranzo istituzionale durante il quale è intervenuto il Vice Ministro degli Affari Esteri, François Chihchung Wu (吳志中). Nel suo intervento, Wu ha ringraziato il governo e il Parlamento italiani per il sostegno alla pace e alla stabilità nello Stretto di Taiwan, sottolineando come la sicurezza europea e quella dell’Indo-Pacifico siano oggi sempre più strettamente interconnesse.

In questo contesto, è stato evidenziato il ruolo crescente dei Parlamenti Europei nel sostenere l’ordine internazionale basato sulle regole e nel promuovere la stabilità regionale. Italia e Taiwan sono state descritte come partner democratici, con un significativo potenziale di cooperazione in ambiti quali le tecnologie critiche, l’innovazione, la ricerca scientifica, la cultura e l’istruzione superiore.

Il messaggio della Delegazione parlamentare italiana

A nome della Delegazione, l’On. Alessandro Cattaneo ha ringraziato le Autorità taiwanesi per l’invito, sottolineando come la composizione del Gruppo rappresenti un segnale di attenzione condivisa del Parlamento italiano verso Taiwan. Il carattere trasversale della missione evidenzia come la questione della stabilità dello Stretto e il rafforzamento dei rapporti con Taipei siano considerati temi di interesse comune, indipendenti dalle dinamiche politiche interne.

In tale prospettiva, il Gruppo interparlamentare di amicizia Italia–Taiwan continua a svolgere un ruolo di raccordo e continuità, favorendo il dialogo parlamentare e sostenendo iniziative di cooperazione nei settori politico, economico, tecnologico e accademico.

I membri della Delegazione hanno espresso l’intenzione di approfondire la conoscenza della società taiwanese, riconoscendone il pluralismo e la solidità democratica, e di rafforzare la collaborazione nei settori del commercio, dell’intelligenza artificiale, dei semiconduttori, della ricerca e degli scambi universitari. È stata inoltre ribadita la volontà di mantenere la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan all’attenzione dell’agenda parlamentare italiana.

Incontri istituzionali e visite all’ecosistema tecnologico

Nel corso della visita, la Delegazione ha incontrato alte cariche istituzionali taiwanesi e rappresentanti di diversi dicasteri, nonché esponenti del potere legislativo. Particolare rilievo ha avuto la dimensione scientifica e industriale del programma, con visite a importanti istituti di ricerca, al Parco Scientifico di Hsinchu e a strutture dedicate ai semiconduttori e all’intelligenza artificiale.

Queste tappe hanno consentito ai parlamentari italiani di acquisire una visione diretta dell’ecosistema tecnologico taiwanese e di individuare possibili ambiti di cooperazione a medio e lungo termine con il sistema produttivo e della ricerca italiano ed europeo.

Una visita nel quadro del rafforzamento delle relazioni bilaterali

In un contesto internazionale caratterizzato da crescenti tensioni regionali e da una competizione tecnologica sempre più intensa, la visita della Delegazione parlamentare italiana a Taiwan si inserisce nel più ampio processo di rafforzamento delle relazioni tra Italia e Taiwan. La natura trasversale della missione e il coordinamento tra iniziativa parlamentare e rappresentanza italiana a Taipei confermano l’interesse condiviso a mantenere un dialogo costante e costruttivo, fondato su valori comuni e su una cooperazione concreta nei settori di interesse reciproco.

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Il cortocircuito Trentini. Il simbolo costruito contro il governo si rovescia contro i suoi promotori

  

La liberazione di Alberto Trentini e di Mario Burlò dopo oltre 420 giorni di detenzione in Venezuela è una notizia di gioia, ma anche di riflessione sul modo in cui la politica e i media costruiscono simboli e narrazioni. Trentini non era l’unico italiano trattenuto arbitrariamente nel paese sudamericano: prima della serie di rilasci annunciati all’indomani della caduta del regime di Nicolás Maduro, erano quasi trenta i connazionali in carcere, molti senza accuse formali chiare. Eppure l’attenzione pubblica, la pressione politica e la copertura giornalistica si sono concentrate soprattutto su di lui. Non è un caso. Trentini rappresentava un’immagine facilmente mobilitante: il cooperante di sinistra, sostenuto da reti associative e con l’appello di figure come Don Ciotti. Per la sinistra il suo è diventato il “caso” per eccellenza, simbolo di un paese, il nostro, incapace di proteggere i suoi cittadini di fronte all’arbitrio di un regime e, per estensione, strumento di critica al governo italiano. Nel racconto, molte altre storie di cittadini italiani detenuti sono rimaste sullo sfondo. Il taglio di fotografie in alcuni grandi quotidiani della sinistra per isolare la figura di Trentini nel giorno della sua liberazione non è stato un errore banale (Burlò scompariva) ma un atto di costruzione di senso.

Il cortocircuito emerge ora. Trentini è stato liberato sotto il governo Meloni ed è stato liberato grazie a un’operazione americana che ha fatto ricorso alla forza e alla pressione diretta sul regime di Caracas. La stessa operazione contro cui la Cgil è scesa in piazza parlando di violazione del diritto internazionale. Il simbolo dell’impotenza del governo torna a casa per effetto di una scelta che quella stessa area politica ha contestato. Qui non c’è da esultare né da ritrarsi. C’è da ricordare che la politica estera non è un seminario né materia di propaganda. E c’è da interrogarsi su chi seleziona i prigionieri “giusti” e oscura gli altri. La maturità sta nel riconoscere i risultati quando arrivano, anche se smentiscono le narrazioni.

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La morte in Ilva. Il decesso di un operaio e l’agonia del siderurgico nel silenzio del governo

   

Claudio Salamida, un operaio di 47 anni, è morto in Ilva precipitando dall’unico impianto attualmente in funzione. Mentre stava lavorando non alla produzione, ma proprio alle manutenzioni di impianti che cadono a pezzi. Nonostante la proclamazione dello sciopero immediato, però, l’acciaieria ha continuato a colare. Sintomo che ormai i sindacati sono totalmente ininfluenti per i lavoratori, i padroni e la politica. Nessun commento è arrivato dal premier Giorgia Meloni, né dal loquace ministro Adolfo Urso.

 

Nonostante quel lavoratore sia morto in un impianto dello stato su un impianto gestito dai commissari straordinari scelti dal governo quando ha deciso di togliere l’acciaieria ad ArcelorMittal. Eppure in quel periodo produceva più di oggi, e senza incidenti. L’ultimo mortale risale al 2015, anche allora l’impianto era in amministrazione straordinaria. L’ingegner Quaranta, commissario scelto da Urso, era già stato condannato per altri morti bianche nel siderurgico. Eppure nessuno, neppure i sindacati, ne hanno contestato la nomina. La facoltà di scegliere chi tenere in fabbrica e chi in cassa integrazione ha superato nelle relazioni aziendali l’attenzione sui livelli di sicurezza. E solo la bassa produzione non ha reso questi incidenti all’ordine del giorno. L’ultimo, senza feriti, risale a maggio scorso quando ha preso fuoco l’altoforno inaugurato pochi mesi prima da Urso con una pomposa cerimonia. Da quel momento la procura di Taranto lo tiene sotto sequestro, ravvisando che era stato riacceso senza le dovute sicurezze (altrettanto avverrà dopo l’incidente). Sia la premier sia il ministro hanno duramente criticato l’azione della magistratura per questo. Ma se per i presunti reati ambientali aveva torto, per la sicurezza no. Forse per questo ieri il governo ha taciuto, mentre dalle basse fila di FdI arrivavano frasi di cordoglio e inviti ad accertare le responsabilità. Eppure la fabbrica è in mano loro. E in mano loro, con la morte dell’ultimo operaio, forse è morta anche l’Ilva. 

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La morte in Ilva. Il decesso di un operaio e l’agonia del siderurgico nel silenzio del governo

   

Claudio Salamida, un operaio di 47 anni, è morto in Ilva precipitando dall’unico impianto attualmente in funzione. Mentre stava lavorando non alla produzione, ma proprio alle manutenzioni di impianti che cadono a pezzi. Nonostante la proclamazione dello sciopero immediato, però, l’acciaieria ha continuato a colare. Sintomo che ormai i sindacati sono totalmente ininfluenti per i lavoratori, i padroni e la politica. Nessun commento è arrivato dal premier Giorgia Meloni, né dal loquace ministro Adolfo Urso.

 

Nonostante quel lavoratore sia morto in un impianto dello stato su un impianto gestito dai commissari straordinari scelti dal governo quando ha deciso di togliere l’acciaieria ad ArcelorMittal. Eppure in quel periodo produceva più di oggi, e senza incidenti. L’ultimo mortale risale al 2015, anche allora l’impianto era in amministrazione straordinaria. L’ingegner Quaranta, commissario scelto da Urso, era già stato condannato per altri morti bianche nel siderurgico. Eppure nessuno, neppure i sindacati, ne hanno contestato la nomina. La facoltà di scegliere chi tenere in fabbrica e chi in cassa integrazione ha superato nelle relazioni aziendali l’attenzione sui livelli di sicurezza. E solo la bassa produzione non ha reso questi incidenti all’ordine del giorno. L’ultimo, senza feriti, risale a maggio scorso quando ha preso fuoco l’altoforno inaugurato pochi mesi prima da Urso con una pomposa cerimonia. Da quel momento la procura di Taranto lo tiene sotto sequestro, ravvisando che era stato riacceso senza le dovute sicurezze (altrettanto avverrà dopo l’incidente). Sia la premier sia il ministro hanno duramente criticato l’azione della magistratura per questo. Ma se per i presunti reati ambientali aveva torto, per la sicurezza no. Forse per questo ieri il governo ha taciuto, mentre dalle basse fila di FdI arrivavano frasi di cordoglio e inviti ad accertare le responsabilità. Eppure la fabbrica è in mano loro. E in mano loro, con la morte dell’ultimo operaio, forse è morta anche l’Ilva. 

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Anche i più illusi hanno capito che Putin cerca solo altra guerra. Kyiv schiaffeggia gli affari russi nel Caspio

La risposta russa ai colloqui di pace per mettere fine alla guerra in Ucraina è arrivata nella notte fra giovedì e venerdì, con il missile Oreshkin lanciato ai confini con la Polonia e una scarica di bombe sulla capitale Kyiv per lasciare i suoi abitanti senza luce, senza acqua e senza riscaldamento con una temperatura esterna  arrivata fino a meno tredici gradi. Anche i più ottimisti e illusi si sono convinti: Putin non vuole trattare, vuole altra guerra.

Per fortuna l’Ucraina non ha mai smesso di lavorare contemporaneamente sulla pace e sulla propria difesa e, pur mandando i suoi negoziatori a lavorare a una bozza di accordo per far finire la guerra, ha continuato a occuparsi degli affari correnti: resistere e frenare la macchina della guerra di Mosca. Uno dei modi più diretti per danneggiare le capacità russe è colpire le strutture con cui il Cremlino si arricchisce e Kyiv riesce ad agire in modi sempre più sensazionali. Domenica sono state colpite tre piattaforme di trivellazione appartenenti alla Lukoil e situate nel Mar Caspio. “L’entità dei danni è in fase di valutazione”, hanno detto le Forze ucraine, ma l’attacco si somma a quelli nel territorio russo contro le raffinerie e a quelli contro la flotta ombra che permette al Cremlino di portare ovunque il suo petrolio.

Gli attacchi ucraini finora hanno funzionato più delle sanzioni occidentali, costringendo alcune regioni a organizzare un razionamento. Sul campo di battaglia la situazione è complicata per l’esercito ucraino, ma Kyiv non ha mollato e non ha intenzione di farlo. È pronta alla pace, quando sarà giusta ed efficace, ma dopo quattro anni di guerra e vedendo il Cremlino che non ha intenzione di fermarsi, l’Ucraina sa che deve andare avanti, proteggersi, danneggiare Mosca, di cui conosce tutti i punti deboli. Il 24 febbraio del 2022, Vladimir Putin iniziò l’aggressione convinto di chiuderla in poco tempo. Dopo quattro anni si ritrova con l’industria del petrolio e del gas a portata di droni ucraini. 

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Collirio contro gli occhi rossi: perché potrebbe non essere una buona idea

Qualche goccia di collirio per togliere l’arrossamento degli occhi dopo aver fumato: un gesto automatico per moltissimi consumatori di cannabis. Ma dietro quelle gocce apparentemente innocue si nasconde un meccanismo farmacologico preciso che, in caso di abuso o uso prolungato, è tutt’altro che privo di rischi. Gli occhi rossi non sono un difetto da cancellare: …
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Misteriosa onda d’urto attorno a una nana bianca

Gas e polveri che fluiscono dalle stelle possono, nelle giuste condizioni, scontrarsi con l’ambiente circostante e creare un’onda d’urto. Un team di astronomi ha ora sfruttato il Vlt (Very Large Telescope) dell’Eso (Osservatorio europeo australe) per riprendere una splendida onda d’urto che circonda una stella morta. Ciò che hanno visto li ha lasciati perplessi: secondo tutti i meccanismi noti, la piccola stella morta Rxj 0528+2838 non dovrebbe avere attorno a sé una struttura di questo tipo. Questa scoperta, tanto enigmatica quanto sorprendente, mette alla prova la nostra comprensione di come le stelle morte interagiscono con l’ambiente circostante.

Immagine ottenuta dal Vlt della stella morta che crea un’onda d’urto mentre si muove nello spazio. Crediti: Eso/K. Iłkiewicz and S. Scaringi et al. Background: PanStarrs

«Abbiamo trovato qualcosa di mai visto prima e, cosa ancora più importante, del tutto inaspettato», dice Simone Scaringi, professore associato presso la Durham University (Regno Unito) e coautore principale dello studio – firmato tra gli altri anche dalle astronome dell’Istituto nazionale di astrofisica Domitilla de Martino e Sara Motta – pubblicato oggi su Nature Astronomy. «Le nostre osservazioni rivelano un potente efflusso che, secondo le nostre attuali conoscenze, non dovrebbe esserci», aggiunge Krystian Ilkiewicz, ricercatore post-dottorato presso il Centro astronomico Nicolaus Copernicus di Varsavia (Polonia) e co-responsabile dello studio. Efflusso (outflow in inglese) è il termine usato dagli astronomi per descrivere il materiale espulso dagli oggetti celesti.

La stella Rxj 0528+2838 si trova a 730 anni luce di distanza da noi e, come il Sole e altre stelle, ruota intorno al centro della nostra galassia. Durante questo moto, interagisce con il gas che permea lo spazio tra le stelle, creando un tipo di onda d’urto particolare (la cosiddetta onda di prua, o bow shock in inglese), «un arco curvo di materia, simile all’onda che si forma davanti a una nave», spiega Noel Castro Segura, ricercatore presso l’Università di Warwick (Regno Unito) e collaboratore di questo studio. Queste onde di prua sono create di solito dalla materia che fuoriesce dalla stella centrale, ma nel caso di Rxj 0528+2838 nessuno dei meccanismi noti può spiegare completamente le osservazioni.

Rxj 0528+2838 è una nana bianca, il nucleo residuo di una stella di piccola massa morente, e ha una compagna simile al Sole che le orbita intorno. In questi sistemi binari, la materia della stella compagna viene trasferita alla nana bianca, attraverso la formazione di un disco. Il disco alimenta la stella morta, ma parte della materia viene espulsa nello spazio, creando potenti efflussi. Ma Rxj 0528+2838 non mostra segni della presenza di un disco, rendendo un mistero l’origine dell£efflusso e della nebulosa che ne risulta intorno alla stella.

«Scoprire che un sistema apparentemente tranquillo e privo di disco potesse generare una nebulosa così spettacolare è stata una sorpresa, uno di quei rari momenti wow», assicura Scaringi.

Il gruppo di lavoro ha individuato per la prima volta una strana nebulosità intorno a Rxj 0528+2838 nelle immagini del telescopio Isaac Newton, in Spagna. Notandone la forma insolita, l’hanno osservata più in dettaglio con lo strumento Muse installato sul Vlt dell’Eso. «Le osservazioni con lo strumento Muse dell’Eso ci hanno permesso di mappare in dettaglio l’onda d’urto e di analizzarne la composizione. Questo è stato fondamentale per confermare che la struttura provenga effettivamente dal sistema binario e non da una nebulosa o una nube interstellare non correlata», spiega Ilkiewicz.

La forma e le dimensioni dell’onda d’urto implicano che la nana bianca stia emettendo un potente efflusso da almeno mille anni. Gli scienziati non sanno esattamente come una stella morta e senza disco possa alimentare un efflusso così duraturo, ma hanno un’ipotesi.

È noto che questa nana bianca ospita un forte campo magnetico, come confermato dai dati Muse. Il campo incanala il materiale sottratto alla stella compagna direttamente sulla nana bianca, senza formare il disco intorno ad essa. «La nostra scoperta mostra che, anche senza disco, questi sistemi possono generare potenti efflussi, rivelando un meccanismo che ancora non comprendiamo. Questa scoperta sfida l’idea corrente di come la materia si muove e interagisce in questi sistemi binari estremi», aggiunge Ilkiewicz.

I risultati suggeriscono una fonte di energia nascosta, probabilmente il forte campo magnetico, ma questo “motore misterioso”, come lo definisce Scaringi, deve ancora essere studiato. I dati mostrano che la forza dell’attuale campo magnetico è sufficiente solo per alimentare un’onda d’urto della durata di poche centinaia di anni, quindi spiega solo in parte ciò che gli astronomi stanno osservando.

Per comprendere meglio la natura di questi efflussi senza disco, è necessario studiare molti altri sistemi binari. Il futuro Extremely Large Telescope (Elt) dell’Eso aiuterà gli astronomi «a mappare un numero maggiore di questi sistemi, ma anche alcuni più deboli, in dettaglio e a rivelarne di simili, contribuendo in ultima analisi a comprendere la misteriosa fonte di energia che rimane oggi inspiegata», prevede Scaringi.

Fonte: press release Eso

Per saperne di più:

Guarda il video sul canale YouTube dell’Eso:

 

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Il saccheggio imperialista del Venezuela

Pubblichiamo due contributi sulla situazione venezuelana. Il primo è il comunicato della Federazione Anarchica Francofona scritto subito dopo l’attacco statunitense, il secondo è di varie organizzazioni/gruppi anarchici del latino america uscito i giorni precedenti all’attacco. Nuovi approfondimenti nei prossimi giorni. La redazione web

 

Il saccheggio imperialista del Venezuela

Quello che è accaduto in Venezuela nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026 è estremamente grave: l’aeronautica e la marina statunitense hanno bombardato il Venezuela mentre le forze speciali hanno rapito Nicolás Maduro e sua moglie in direzione degli Stati Uniti.

Prima dell’aggressione militare del 2 gennaio, l’amministrazione Trump aveva già affondato diverse navi venezuelane che sospettava di trasportare droga. Questi sequestri di petroliere e questi attentati ai pescherecci (a volte di sussistenza) ovviamente non hanno nulla a che fare con la presunta lotta contro il traffico di droga. Con questo pretesto, Trump e la sua cricca intendono saccheggiare le immense risorse petrolifere del paese attaccato, tra le prime al mondo.

Da parte loro, Nicolás Maduro e il suo regime non sono difendibili sotto alcun piano. Le loro politiche economiche clientelari stanno causando sofferenze all’intera popolazione del Venezuela. Le loro politiche repressive hanno spinto persino i loro ex alleati (chavisti, Partito Comunista Venezuelano, ecc.) a unirsi alle fila degli oppositori. A questo quadro cupo si aggiungono più di un decennio di blocco economico da parte di imperialisti di ogni tipo, in particolare degli Stati Uniti, che soffocano sempre di più il popolo venezuelano.

Siamo indubbiamente entrati in un’era estremamente pericolosa di governo capitalista. Il “diritto internazionale”, presuntamente difeso dai cosiddetti stati liberali, non finge nemmeno più di esistere sulla carta. Le reazioni dei leader internazionali, soprattutto quelli europei, non sono in nulla all’altezza della situazione.

Ieri, l’aggressione russa contro l’Ucraina. Oggi quello in Venezuela degli Stati Uniti. Domani, quella di Taiwan da parte della Cina?

Gli imperialismi stanno portando il mondo al caos e alla guerra per avere sempre più petrolio, terre rare, territori…

La Federazione Anarchica condanna fermamente l’aggressione militare degli Stati Uniti contro il Venezuela.

Solo i venezuelani hanno il diritto di decidere il proprio destino. Spetta a loro e solo a loro gestire la loro società. E’ a loro che spetta il diritto di condannare i loro leader corrotti.

Federation Anarchiste, 4 gennaio 2026

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Comunicato internazionale: Denunciamo l’offensiva imperialista contro il Venezuela

Questo comunicato è stato preparato e firmato da organizzazioni che compongono il Coordinamento Anarchico dell’ America Latina – Coordinación Anarquista LatinoAmerica (CALA). La Black Rose/Rosa Negra (BRRN) è stata invitata a firmare il comunicato come organizzazione sorella.

Il Coordinamento Anarchico dell’America Latina e le organizzazioni sorelle condannano le minacce di intervento diretto in Venezuela da parte del governo USA, condotte dall’amministrazione TRump

Questi tentativi e minacce di intervento non sono incidenti isolati, non sono una risposta temporanea a presunti problemi di “sicurezza”, “traffico di droga”, o “terrorismo”. Al contrario, questi sono parte di una lunga storia di interferenza imperiale in America Latina e nei Caraibi, i cui effetti sono sistematicamente caduti sui popoli e sulle classi oppresse della regione.

La storia è ben nota: ogni volta gli Stati Uniti hanno invocato questi pretesti, il risultato è stato devastazione sociale, perdita di sovranità e violenza. Panama nel 1989, Iraq nel 2003, e molteplici interventi nella nostra regione, mostrano che tutto questo non ha a che fare con il “difendere la democrazia”, ma piuttosto con il controllo politico, militare ed economico. Nel caso del Venezuela, queste minacce arrivano dopo oltre dieci anni blocco economico che ha colpito duramente la vita quotidiana delle persone, inasprendo la carenza di beni di prima necessità, l’incertezza e il deterioramento delle condizioni materiali di esistenza.

Riguardo a questo, è essenziale sottolineare che l’aggressione imperialista non punisce le elite di governo, ma invece cade direttamente sui settori popolari. Blocchi, sanzioni, intimidazioni militari, e soffocamento finanziario non sono strumenti “chirurgici”: sono meccanismi di guerra economica che cercano di rompere la resistenza di un intero popolo, disciplinarlo e forzarlo ad accettare un ordine di subordinazione.

Un esempio recente ed evidente di questa logica è l’atto di pirateria e di furto spudorato di una petroliera venezuelana da parte del personale militare statunitense, che è stata bloccata e sottratta in base a sanzioni unilaterali. Al di là dei tecnicismi legali con cui Washington cerca di giustificare queste azioni, ciò che risulta evidente è un esercizio di pirateria moderna: l’uso del potere militare, giudiziario e finanziario per appropriarsi di risorse. Questo non è solo un attacco allo stato venezuelano, ma anche una diretta aggressione contro la popolazione, perché ogni trasporto sequestrato, ogni asset bloccato, ogni proprietà confiscata, è un peggioramento delle condizioni di vita imposte dal blocco.

Ancora di più, il loro disprezzo per le vite delle persone è evidente nella facilità assoluta con cui hanno lanciato esplosivi alle barche di pescatori a largo della costa venezuelana, prendendosi stavolta non solo i mezzi di sussistenza delle persone, ma anche le loro vite e il loro diritto di difendersi da accuse non provate. Il massacro è stato trasmesso in televisione e celebrato dai vertici del potere.

Questo genere di azioni rivelano chiaramente cosa significa oggi l’ordine internazionale difeso dagli USA: un sistema in cui i principali poteri si arrogano il diritto di decidere chi può commerciare, chi può produrre, e chi merita di essere punito. Il diritto internazionale è selettivo, flessibile per gli alleati e brutalmente rigido per coloro che non si sottomettono. In questo contesto, il sequestro delle navi, il congelamento degli asset, e le sanzioni economiche funzionano come arma di guerra anche se sono presentate come misure amministrative.

La recente assegnazione del Premio Nobel per la Pace a María Corina Machado segue la stessa logica di cinismo e doppio standard. Questo genere di primi non esprime valori universali, ma piuttosto allineamenti geopolitici. Lontana dal rappresentare una difesa genuina dei diritti del popolo venezuelano, questo riconoscimento è un gesto politico da parte di poteri imperiali verso un leader che ha apertamente avallato sanzioni, blocchi economici, e minacce di intervento. La destra venezuelana lontana dall’offrire una via d’uscita per le classi lavoratrici, si presenta come un partner necessario in una strategia che rende più profonda la sofferenza e la dipendenza sociale.

La riapparizione esplicita della Dottrina Monroe nei recenti documenti e dichiarazioni del governo statunitense non fa che confermare questa linea d’azione. Il vecchio slogan “L’America agli americani” – ovvero subordinata agli interessi di Washington – viene nuovamente affermato senza eufemismi, ripristinando l’idea dell’America Latina come zona naturale di dominio. Ciò minaccia non solo il Venezuela, ma tutti i popoli del continente, legittimando interventi, pressioni economiche, colpi di Stato e l’allineamento forzato dei governi che si allontanano dagli interessi imperiali. Un esempio lampante di ciò è stato l’intervento senza precedenti dell’amministrazione Trump in Argentina negli ultimi mesi, in particolare nella politica economica interna, nel mercato dei cambi e persino nel processo elettorale, dando un improvviso impulso al governo di Milei.

Nel contesto attuale, gli Stati Uniti non sono più una potenza incontrastata, ma rimangono un attore centrale in un ordine mondiale basato sulla violenza, il saccheggio e l’imposizione. La loro crescente aggressività riflette anche le loro crisi interne e la loro necessità di riaffermare il controllo su territori strategici ricchi di petrolio, minerali, acqua e biodiversità. L’America Latina, ancora una volta, appare come il bottino e la retroguardia di un progetto imperiale che rimane profondamente pericoloso.

Difendere l’autodeterminazione dei popoli – classi dominate, sfruttate e oppresse all’interno dei cosiddetti contesti “nazionali” – non significa idealizzare i governi o negare le contraddizioni interne inerenti al processo venezuelano, di cui siamo critici, ma piuttosto rifiutare categoricamente l’intervento straniero e affermare il diritto di ogni classe dominata, sfruttata e oppressa di lottare per il miglioramento del proprio destino senza minacce, blocchi o occupazioni. In questo senso, affermiamo che l’organizzazione di fronte a questa situazione non può venire dall’alto né essere delegata alle strutture statali, ma può essere costruita solo dal basso, attraverso l’organizzazione popolare e la partecipazione diretta di coloro che sostengono la vita quotidiana in condizioni di assedio.

Il caso della nave sequestrata, come il blocco economico nel suo complesso, dimostra che l’imperialismo non cerca di “correggere” i governi, ma piuttosto di soggiogare interi popoli attraverso la fame, l’isolamento e la punizione collettiva.

In Venezuela, come nel resto dell’America Latina, anche tra le difficoltà causate dalla burocratizzazione, dai limiti e dalle tensioni con lo Stato che tendono a indebolire l’organizzazione di base, vediamo le comuni, gli spazi territoriali e le forme di organizzazione popolare sostenere la resistenza materiale e sociale quotidiana di fronte al blocco, alla carenza di beni e all’aggressione imperialista.

La nostra lotta va oltre i confini imposti dagli Stati e ci unisce a tutte le classi oppresse. Il governo imperialista del Nord ha assunto una posizione xenofoba, razzista e persecutoria nei confronti delle comunità di migranti presenti sul suo territorio. L’attacco al Venezuela si basa ideologicamente sul razzismo insito nello Stato statunitense – come in altri Stati – che si irradia internamente ed esternamente a favore delle classi dominanti di quel Paese.

Di fronte a questa offensiva, come anarchici denunciamo il governo statunitense e sosteniamo che la soluzione non verrà da Stati più forti o da dispute tra potenze, né dalle cosiddette organizzazioni internazionali create dagli Stati e per gli Stati, ma dalla costruzione di un popolo forte, organizzato dal basso, con indipendenza politica e una reale capacità di contestare il potere.

La storia dell’America Latina dimostra che ogni avanzata dell’imperialismo ha incontrato resistenza anche in condizioni avverse. Ciò sostiene la dignità e la capacità di una risposta collettiva. È la base materiale del potere popolare dal basso.

Di fronte all’imperialismo la neutralità non è possibile. O si sta dalla parte del dominio, del saccheggio e della guerra, oppure si sta dalla parte degli oppressi.

Il nostro impegno è a lungo termine ma chiaro: rafforzare l’organizzazione popolare, approfondire la resistenza e costruire dal basso un orizzonte emancipatorio per le classi oppresse del mondo.

L’imperialismo non passerà!

Viva chi lotta!

Coordinación Anarquista Latinoamerica (CALA)

Federación Anarquista Uruguaya (FAU) – Uruguay

Federación Anarquista Santiago (FAS) – Chile

Coordenação Anarquista Brasileira (CAB) – Brazil

Federación Anarquista Rosario (FAR) – Argentina

Organización Anarquista Resistencia (OAR) – Argentina

Organización Anarquista Tucumán (OAT) – Argentina

Organización Anarquista Cordoba (OAC) – Argentina

Organización Anarquista Santa Cruz (OASC) – Argentina

La Tordo Negro – Organización Anarquista Enterriana – Argentina

Organización Anarquista Impulso – Argentina

Organizzazioni Sorelle

Black Rose Anarchist Federation / Federación Anarquista Rosa Negra (BRRN) – USA

 

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Decine di morti nell'incendio di Capodanno a Crans-Montana. L'ambasciatore: "19 italiani dispersi"

Un incendio di origine ancora sconosciuta ha devastato nella notte un bar della rinomata località sciistica alpina di Crans-Montana, nel Canton Vallese, in Svizzera, causando una strage. Il bilancio provvisorio è drammatico: almeno 40 morti e 115 feriti. Secondo quanto riferito dalle autorità locali, molte delle vittime non sono al momento identificabili a causa delle gravissime ustioni riportate.

In collegamento con il Tg4, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, assicurando che domani si recherà sul posto "per dare solidarietà alla Svizzera, ma anche per essere vicino ai nostri concittadini che aspettano notizie", ha detto che "abbiamo una dozzina di italiani ricoverati negli ospedali nella Svizzera. Tre sono stati rimpatriati con elicotteri'' e portati ''all'ospedale Niguarda". Guido Bertolaso, assessore al Welfare della Lombardia, ha detto che questi "giovanissimi italiani" presentano "ustioni tra il 30 e il 40 per cento" e al momento "sono intubati". Ci sono poi, aggiunge, "altri due italiani gravissimi ricoverati a Berna e a Zurigo, però sono in condizioni talmente critiche che gli stessi medici svizzeri hanno sconsigliato al momento di evacuarli sul nostro ospedale".

Già nella tarda mattinata l'ambasciatore italiano a Berna, Gian Lorenzo Cornado, a SkyTg24 aveva riferito che "ci sono connazionali di cui non si ha notizia al momento". L'ambasciatore parla di "una cinquantina di persone" che si trovano al centro congressi per avere informazioni. Ma, dice Cornado, "non posso azzardare stime", sulle persone potenzialmente coinvolte e racconta anche che i soccorritori “hanno difficoltà ad accedere ai locali per le ricerche perché la struttura è pericolante”. In serata l'ambasciatore comunica che gli italiani dispersi sono 19 e assicura: "Le autorità svizzere mi hanno promesso che mi forniranno l'elenco degli italiani feriti stasera, al massimo domani mattina, e lo condividerò immediatamente con la Farnesina".

 

La prima ricostruzione degli eventi

L’incendio è iniziato intorno all’1:30, mentre nel locale erano presenti oltre duecento persone, tra cui numerosi minorenni, riporta il quotidiano svizzero Blick, che stavano festeggiando l’arrivo del nuovo anno. Dopo l'incendio il cantone svizzero Vallese ha dichiarato lo stato di emergenza. “Era l'1:30 del mattino quando è stato avvistato del fumo", ha raccontato Frederic Gisler, capo della polizia di Crans-Montana. "Un testimone ha quindi contattato la caserma dei pompieri per segnalare l'incendio. È scattato l'allarme rosso. All'1:32 sono arrivate le prime pattuglie da Crans-Montana, assistite dalla mobilitazione dei vigili del fuoco. Sono stati rapidamente portati in ospedale. Alle 4:14 del mattino è stato attivato un numero verde e un servizio di supporto psicologico. Poco dopo le 5:00, tutti i feriti hanno ricevuto assistenza medica”. 

Sulla base delle informazioni fornite dalla Polizia cantonale, l’incendio sarebbe di natura non dolosa. "Un attentato può essere assolutamente escluso", ha detto la Procuratrice Generale Beatrice Pilloud. Il quotiano Blick, che riporta una prima ricostruzione delle forze dell'ordine, sostiene che ad andare a fuoco per primo dovrebbe essere stato il sistema isolante nel soffitto del locale. Tra le diverse ipotesi, basate per ora su alcune testimonianze, ha preso piede quella che ritiene che a fare partire l'incendio potrebbe essere stato un dispositivo pirotecnico – una "fontanella", un bengala o una candela scintillante – infilata sul collo di una bottiglia di champagne e pericolosamente avvicinata al soffitto. Anche dalle immagini pubblicate sul canale Youtube del locale, relativi a feste precedenti a quella di Capodanno, si vede che spesso si festeggiava con delle fontanelle pirotecniche fissate sulle bottiglie.

La tragedia, secondo quanto hanno riferito le autorità cantonali ai media svizzeri, ha assunto queste dimensioni a causa della velocità di propagazione delle fiamme, il cosiddetto "flashover", cioè un ’’fenomeno che vede il fuoco propagarsi all’improvviso e con violenza in ambienti chiusi provocando una o più esplosioni". Si ipotizza che il fuoco si sia propagato velocemente a causa del calore che si era accumulato sotto al soffitto, i gas di combustione si siano diffusi rapidamente, facendo salire molto rapidamente la temperatura all'interno del locale. "A quel punto la sopravvivenza è praticamente impossibile. La situazione rappresenta un pericolo mortale anche per i vigili del fuoco", hanno spiegato i media svizzeri.

La ricostruzione troverebbe conferma dalle testimonianze di diversi ragazzi che erano all'interno del locale, come quella di Melko, 19 anni. Secondo il suo racconto alcuni fuochi d'artificio installati su bottiglie ordinate nella discoteca avrebbero provocato un incendio al soffitto. Il fuoco si sarebbe poi propagato molto rapidamente, provocando scene di panico e una fuga precipitosa verso l'uscita della sala situata nel seminterrato, accessibile tramite una scala che conduceva a un corridoio.

Le indagini per accertare la vera causa dell'incidente sono però ancora in corso. Le autorità svizzere hanno dichiarato che "è troppo presto" per fornire informazioni certe sull'accaduto.

In ogni caso la macchina dei soccorsi si è attivata immediatamente. Le autorità locali stanno lavorando senza sosta per mettere in sicurezza l’area, assistere i feriti e ricostruire l’esatta dinamica dell’accaduto. Il quotidiano svizzero Blick riporta che gli elicotteri stanno sorvolando la zona ogni dieci minuti da ore. Il sito che monitora i voli in tempo reale, Flight Radar, mostra inoltre che quasi tutti gli elicotteri di soccorso in Svizzera, compreso uno dall'Italia, sono operativi. La tragedia ha messo a dura prova i servizi di emergenza: sono stati mobilitati dieci elicotteri e 150 operatori e l'ospedale del Vallese sta collaborando con altri ospedali in tutto il paese per curare tutti i feriti.

Un gruppo di tre ragazzi di Milano, tutti di 16 anni, è rimasto coinvolto nell'esplosione. In particolare, da quanto ha appreso l'Ansa, una ragazza è ricoverata in coma all'ospedale di Zurigo. Un altro ragazzo invece è in arrivo in elicottero all'ospedale di Niguarda di Milano con ustioni gravi a una mano, oltre che alla testa. Il terzo amico è stato invece respinto all'ingresso del bar le Constellation dove è avvenuta l'esplosione che ha poi visto da fuori.

Durante una conferenza stampa con il presidente del Consiglio di Stato Mathias Reynard, il consigliere di Stato Stéphane Ganzer, la procuratrice generale Beatrice Pilloud e Frédéric Gisler, comandante della polizia cantonale del Vallese, è stato reso noto che si prevede che tra le vittime e i feriti ci siano anche turisti stranieri. Il ministero degli Esteri francese ha annunciato che due cittadini francesi sono rimasti feriti nell'incendio. In una nota ufficiale il Quai d'Orsay fa sapere che "le squadre consolari sono in costante contatto con le autorità svizzere nel caso in cui altri cittadini siano coinvolti. La Francia esprime le sue condoglianze alle famiglie e ai cari delle vittime dell'incendio".

In serata è stata convocata un'altra conferenza stampa durante la quale la procuratrice generale Beatrice Pilloud ha dichiarato che, fino a questo momento, "non sono stati fatti arresti e non è stato identificato alcun sospettato". E ha precisato che le indagini per scoprire quello che è successo sono ancora in corso: "Non conosciamo la capienza del locale'' e ''non sappiamo quante persone si trovavano all'interno del bar".

Sul fronte diplomatico, l’ambasciatore d’Italia in Svizzera e la console generale d’Italia a Ginevra si sono recate verso Crans-Montana. A Roma, la Farnesina ha attivato un’unità operativa composta da funzionari dell’Unità di crisi e dell’Unità per la tutela degli italiani all’estero, per fornire assistenza e raccogliere informazioni su eventuali connazionali coinvolti. E' stato inoltre allestito un punto di raccolta per i familiari presso il centro congressi le Regent, di Crans-Montana.

 

   

Dove è avvenuto l'incendio

Il luonge bar, chiamato Le Constellation, era molto frequentato da turisti e residenti. A confermare i primi dettagli è stato Gaëtan Lathion, portavoce della polizia cantonale vallesana, che ha parlato di “diversi feriti e diversi morti”, sottolineando che l’intervento dei soccorsi è ancora in corso. Le immagini diffuse dai media svizzeri mostrano l’edificio avvolto dalle fiamme e numerosi mezzi di emergenza impegnati nelle operazioni di soccorso nelle aree circostanti.

 

 

Le Constellation è un luonge bar che negli anni è diventato un punto di riferimento per il turismo di lusso nella regione nonché uno dei locali più famosi della zona. Si trova in Rue Centrale 35 e, con i suoi due piani, tra cui una terrazza riscaldata, può contenere fino a 400 persone che, oltre a bere cocktail e degustare vini, possono assistere agli eventi sportivi trasmessi in tv sui 14 schermi del locale. Il bar è la meta preferita di turisti facoltosi provenienti da tutto il continente: i dj si esibivano regolarmente e l'atmosfera festosa attirava un pubblico prevalentemente internazionale. Secondo le guide turistiche e le recensioni online, Le Constellation era considerato un luogo alla moda per l'après-ski e la vita notturna. Ma sulle piattaforme di valutazione, il bar ha ottenuto solo 6,5 punti su 10 nella categoria sicurezza. All'interno era presente una sola via di accesso e di fuga nel seminterrato, il che avrebbe ostacolato l'evacuazione in caso di emergenza. Inoltre, il ristorante era arredato con molti elementi in legno, fattore che oggi, a posteriori, appare particolarmente critico.

 

Le Constellation è stato fondato nel 2015 da una coppia francese originaria della Corsica, che ha rilevato l'edificio allora fatiscente e lo ha completamente ristrutturato. Tuttavia, le recensioni negative hanno ripetutamente criticato il servizio clienti, la mancanza di professionalità e, a volte, il pessimo rapporto qualità-prezzo. Poco dopo l'incendio, la presenza online del bar è scomparsa: le sue pagine Facebook e Instagram sono state chiuse e Google ha indicato il locale come "temporaneamente chiuso".

Il luonge bar si trova a Crans-Montana, nel sud-ovest della Svizzera, nella parte francofona del Canton Vallese, nel distretto di Sierre. Crans-Montana è un'importante stazione sciistica che si è sviluppata a partire dai primi anni del secolo scorso e si è specializzata nello sci alpino, La città ha ospitato tra l'altro i Campionati mondiali 1987, i Campionati mondiali juniores 2011 e numerose tappe della Coppa del Mondo e della Coppa Europa della disciplina.

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Le 25 immagini che hanno fatto il 2025

Difficile comprimere un anno in poche parole. Molto più agile raccontarlo attraverso le immagini dei principali fatti che l'hanno composto. Dal ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, con tutti gli scompigli politici ed economici che ne sono derivati, al ritorno a casa degli ostaggi rapiti da Hamas il 7 ottobre del 2023. Il conflitto in Ucraina invece ha proseguito la sua spirale di bombardamenti e distruzione per mano russa, nonostante i molteplici tentativi di raggiungere un accordo. Nell'anno del Giubileo è morto un papa, Francesco, e se ne è scelto un altro, Leone XIV. E poi la reunion degli Oasis, la diffusione sempre più capillare dell'intelligenza artificiale e l'approdo del governo guidato da Giorgia Meloni nella lista di quelli più longevi della storia della Repubblica. Ecco qualche foto per sfogliare il 2025

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Milano, il realismo della sicurezza 

Nonostante l’indefesso sforzo dei pm dell’edilizia per gonfiare il numero dei crimini commessi a Milano, battezzando pure nuove fattispecie come la “corruzione urbanistica”, la situazione dei reati – e della correlata sensazione di insicurezza nel capoluogo lombardo è decisamente migliore di quanto la “percezione” e la narrazione mediatica provino ogni giorno a farci credere.

 

Nel tradizionale incontro di fine anno della prefettura e dei vertici delle Forze di polizia con la stampa, il prefetto di Milano Claudio Sgaraglia ha snocciolato dati che danno sostanza al realismo di chi non crede a Gotham City (volendo, può essere letto anche come un segnale di trend nazionale). Il totale dei reati è in calo, e ormai da anni: meno 8 per cento in città (diecimila in meno sul 2024) e proprio in quella fascia di criminalità che colpisce il normale cittadino. Un vero crollo dei furti in casa (-13) e nei negozi (-12) e delle rapine (-18). Diminuiscono anche in reati sessuali (meno 18 per cento) anche grazie a leggi più stringenti, ma il dubbio secondo alcuni è quello di minori denunce.

 

Tutto bene, dunque? Ovviamente no, e non lo dicono né il prefetto né il questore Bruno Megale. Che evidenziano, ad esempio, che oggi uno dei problemi più gravi per la sicurezza sono i reati dei minori. Nel 2025 sono stati fermati o arrestati 2.240 minorenni, sopratutto per quei reati predatori che spaventano i cittadini e spesso colpiscono altri minorenni. “C’è violenza in genere da parte e dei ragazzi, si assiste sicuramente all’uso di coltelli che tutti hanno, legato anche all’uso di alcol e sostanze stupefacenti”. Il consumo di droghe è in crescita e fa di Milano un mercato a rischio. Dunque realismo e attenzione sociale, a fronte di interventi di polizia in costante crescita. Anche sull’immigrazione illegale è falsa la narrazione di inefficienza delle autorità: in un anno ci sono stati 686 stranieri rimpatriati verso e 1.856 espulsioni. La realtà non è semplice, ma è molto diversa dalla narrazione allarmista che fa comodo solo al populismo ma non aiuta a risolvere i fenomeni. 

  

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Sono state evacuate le persone bloccate al Passo del Moro dopo l’incidente alla funivia di Macugnaga. VIDEO

Sono state evacuate tutte le persone rimaste bloccate questa mattina nella zona del Passo del Moro, a circa 2.800 metri di quota, in seguito a un incidente all’impianto funiviario di Macugnaga, nel Verbano-Cusio-Ossola. In totale si tratta di circa cento persone, tra turisti e lavoratori, riportate a valle nel corso del pomeriggio.

L’incidente è avvenuto intorno alle 11.25, quando una cabina non si è fermata nel punto previsto all’interno della stazione di arrivo, urtando la barriera di protezione. Secondo quanto riferito dai vigili del fuoco, sono due le cabine coinvolte: una ha impattato contro la struttura della stazione di monte e una contro quella di valle. Nella cabina giunta alla stazione di monte sono rimasti feriti tre dei quindici passeggeri a bordo; a valle è rimasto ferito anche il manovratore dell’impianto. Nessuna delle persone coinvolte risulta in pericolo di vita.

A seguito dell’incidente l’impianto di risalita è stato fermato e le piste da sci sono state chiuse. Le operazioni di evacuazione sono state coordinate dai vigili del fuoco, con il supporto del personale sanitario e l’impiego di elicotteri, e si sono concluse poco prima delle 15. Sulle cause dell’accaduto sono in corso accertamenti tecnici. Secondo quanto comunicato dalla società che gestisce l’impianto, la Macugnaga Trasporti e Servizi, la cabina avrebbe decelerato in modo non corretto durante l’ingresso in stazione, attivando i sistemi di emergenza. "Abbiamo avuto un inconveniente tecnico. Stiamo facendo valutazioni, dalle prime informazioni l'impianto non ha correttamente decelerato entrando in stazione ha urtato la barriera di stazione", ha spiegato all'Ansa Filippo Besozzi, amministratore della società. "Per fortuna - aggiunge - non c'è nessun ferito grave. La persona che ha riportato le ferite più serie è un 59enne che ha una ferita al braccio. Altre hanno avuto piccole escoriazioni".

L’impianto, costruito nel 1962, era stato sottoposto a una revisione generale all’inizio del 2023. I lavori costarono due milioni di euro, di cui 1,8 milioni finanziati dalla Regione Piemonte e 200mila euro dal Comune di Macugnaga.

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Tanti auguri di buone feste da ISTORECO Livorno

Si comunica che l’Istituto resterà chiuso al pubblico dal 23 dicembre 2025 al 6 gennaio 2026.

Le attività e i servizi riprenderanno regolarmente da mercoledì 7 gennaio, secondo le consuete modalità.

Cogliamo l’occasione per augurare a tutte e tutti serene festività e un anno migliore per tutti.

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Dolce Vita 121 novembre/dicembre 2025

E’ uscito il NUMERO 121 nei nostri 250 punti di distribuzione in tutta Italia, in versione cartacea e digitale sul nostro shop online. EDITORIALE Il tempo della speranza è finito, adesso arriva la resa dei conti. Nel momento in cui si è toccato il punto più basso della repressione governativa al fiore di canapa industriale, il settore torna …
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Una slitta speciale arriva a Milano grazie a Vespa

Una slitta di Babbo Natale dal design inedito, ispirata all’inconfondibile stile Vespa, fa il suo ingresso nel centro di Milano tra suggestioni natalizie, creatività e l’occasione perfetta per uno scatto da condividere.

Questa originale reinterpretazione della slitta più amata di sempre diventa il punto focale per un selfie di Natale fuori dal comune. L’atmosfera delle feste, le luci curate nei minimi dettagli e la cornice esclusiva di Vespa The Empty Space danno vita a un set ideale per catturare un momento speciale e inviare un augurio natalizio in modo originale.

Lo spirito del Natale incontra l’anima Vespa nel cuore della città. All’interno di Vespa The Empty Space, il nuovo concept store inaugurato di recente in via Broletto 13, a pochi passi dal Duomo, prende forma una creazione davvero unica: la slitta di Babbo Natale rivisitata secondo il celebre linguaggio stilistico Vespa.

A trainarla sono cinque Vespa Primavera nella vivace colorazione Red, mentre la slitta richiama le linee iconiche dello scooter simbolo del Made in Italy. Lo scudo frontale, le finiture raffinate e la pedana ridisegnata con inserti in gomma nera trasformano l’elemento tradizionale natalizio in un vero e proprio oggetto di design, immediatamente riconducibile al mondo Vespa.

Un’installazione esclusiva, capace di fondere tradizione e innovazione, che evoca la magia e la fantasia della notte di Natale, quella che continua ad alimentare i sogni di grandi e piccoli. I visitatori di Vespa The Empty Space possono ammirarla da vicino e renderla protagonista di un selfie natalizio davvero speciale.

Tra addobbi festivi e un’illuminazione pensata per esaltare ogni particolare, l’esperienza è pronta per essere vissuta e condivisa sui social, portando con sé un messaggio di buon Natale fatto di stile, emozione e inconfondibile spirito Vespa.

Fonte Foto Account ufficiale Vespa

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Mariah Carey accende San Siro: musica e sport si incontrano nel cammino verso Milano-Cortina 2026

Lo stadio di San Siro si prepara a ospitare un appuntamento dal forte valore simbolico, capace di fondere il linguaggio della musica pop con quello dei grandi eventi sportivi. Protagonista della serata sarà Mariah Carey, scelta per inaugurare uno dei momenti chiave che accompagneranno Milano verso i Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina 2026.

La partecipazione della star internazionale trasformerà il Meazza in una scenografia spettacolare, dove intrattenimento e sport si intrecciano per raccontare lo spirito olimpico attraverso note e performance. Un evento pensato come celebrazione, in grado di parlare a un pubblico eterogeneo e di andare oltre i confini del mondo sportivo.

L’iniziativa si inserisce in un progetto più ampio volto a valorizzare i luoghi iconici della città e a costruire una narrazione moderna dei Giochi, mescolando cultura pop, spettacolo e identità metropolitana. In questo contesto, San Siro si conferma crocevia di esperienze e simboli, non solo sportivi.

L’ufficialità è arrivata con una nota della Fondazione Milano Cortina 2026: sarà proprio Mariah Carey, voce simbolo del pop mondiale e artista da milioni di copie vendute, a guidare la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici Invernali.

La cerimonia è stata concepita come un equilibrio tra richiamo internazionale e racconto artistico, destinato non solo ad aprire le competizioni, ma anche a rappresentare un saluto carico di significato allo stadio Giuseppe Meazza, avviato verso una profonda fase di rinnovamento. Lo show si svilupperà attraverso una narrazione visiva che unirà talento creativo italiano e presenze internazionali, anticipando valori e messaggi universali dell’Olimpiade.

Milano-Cortina 2026 segna il ritorno delle Olimpiadi invernali in Italia a vent’anni dall’ultima edizione: l’apertura si svolgerà a Milano, mentre la cerimonia di chiusura, prevista per il 22 febbraio, avrà luogo nello scenario suggestivo dell’Arena di Verona.

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Milano celebra il Natale a ritmo anni Novanta: sabato 20 dicembre torna “We Love The 90s”

Il Natale 2025 a Milano si tinge di nostalgia e ritmo dance. Sabato 20 dicembre, Info Milano presenta uno degli appuntamenti più attesi della stagione: “We Love The 90s – Natale a 90”, un Christmas Party interamente dedicato alla musica che ha segnato un’epoca.

L’evento andrà in scena al Farinami Garden, in via Nino Bixio 1 a Sesto San Giovanni, nell’area Bicocca / Fulvio Testi, con apertura porte fissata alle 22:30. E non si tratta di un semplice dettaglio organizzativo: già a quell’ora il locale entra subito nel vivo della serata, con pista pronta e atmosfera carica fin dai primi minuti.

Il format We Love The 90s, da anni punto di riferimento per gli amanti della dance anni Novanta, propone una vera e propria esperienza immersiva: un viaggio nel tempo fatto di hit indimenticabili, animazione a tema, scenografie natalizie, allestimenti speciali e gadget pensati per rendere la notte ancora più coinvolgente.

SCARICA QUI IL TUO INGRESSO OMAGGIO ALLA FESTA :
https://www.infomilano.news/eventi/welovethe90snatale/

La festa, che torna una volta al mese ed è tra le più seguite dal pubblico, è pensata per chi non resiste alla voglia di cantare e ballare sulle note che hanno fatto la storia delle discoteche. Protagonisti della serata saranno il Resident DJ Madras, il DJ set e concerto musicale dalle 23:00 alle 3:00, l’animazione delle WL90s Girls e uno speciale allestimento Christmas.

L’ingresso è gratuito su accredito, valido dalle 22:30 alle 00:30. Partecipare è semplice: dopo aver compilato il form di accredito, è obbligatorio inviare un messaggio WhatsApp al +39 339 8868889 indicando:

Sabato 20 Dicembre 2025

Farinami Garden

We Love The 90s

Nome e cognome

Numero dei partecipanti

Orario di arrivo

Recapito telefonico

Un appuntamento dedicato ai veri appassionati della dance anni ’90, dove la musica diventa protagonista assoluta e il Natale si festeggia con energia, ricordi e tanta voglia di divertirsi.

Info e prenotazioni: 339 8868889
Email: info@welovethe90s.it

#wl90s #Milano #Anni90 #ChristmasParty

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Nuovo Direttivo e prospettive per il 2026

 

Nuovo Direttivo e prospettive per il 2026

Il 12 dicembre 2025 si è svolta l’assemblea di ISTORECO Livorno, un momento centrale per la vita dell’Istituto e occasione di confronto sul presente e sul futuro. L’incontro ha sancito l’approvazione del nuovo Direttivo, composto da 17 rappresentanti di enti locali, associazioni antifasciste e realtà culturali e civiche del territorio. Claudio Massimo Seriacopi è stato confermato Presidente, mentre Lilia Benini ricoprirà il ruolo di Vicepresidente.

La data scelta ha richiamato simbolicamente l’anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, sottolineando l’impegno dell’Istituto per la memoria, la democrazia e il dialogo internazionale.

Le novità principali

  • Ingresso nel Direttivo di ANED – Associazione Nazionale ex Deportati nei Campi nazisti – e Arci Livorno.
  • Ammissione di nuovi soci, tra cui giovani ricercatori e figure attive nella vita culturale e civile della città e della provincia.
  • Nomina del nuovo Comitato Scientifico, ampliato e composto da docenti universitari, storici e personalità del territorio: Catia Sonetti, Enrico Mannari, Mario Tredici, Angelo Gaudio, Federico Creatini, Ilaria Pavan, Maurizio Bettini, Daniele Menozzi e Marco Manfredi. L’obiettivo di rafforzare la ricerca storica e la programmazione culturale.

Le sedi

ISTORECO ha annunciato due importanti aggiornamenti:

  • Prosegue l’allestimento della biblioteca di via Galilei, destinata a diventare un punto di riferimento per la consultazione e la ricerca storica nella provincia.
  • All’inizio del 2026 è prevista l’assegnazione definitiva della nuova sede presso la Torre dell’Orologio a Porta a Mare. In quell’occasione verranno presentate ulteriori novità sull’organigramma, tra cui il passaggio della direzione scientifica da Catia Sonetti a Giovanni Brunetti.

Ringraziamenti e auspici

L’Istituto ha espresso un sentito ringraziamento alle istituzioni, associazioni e realtà presenti – dai Comuni alla Cgil Livorno, da So.Crem Livorno ad Anpi Provinciale, Anppia Federazione Livorno e ai singoli soci – per il loro contributo al percorso condiviso sul calendario civile, sulla didattica della memoria e sulla ricerca storica.

Con l’augurio di buon lavoro a tutte e tutti, ISTORECO guarda al 2026 come a un anno di pace, collaborazione e rinnovato impegno civile

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Online il nuovo sito InfoMilanoCapodanno.com: tutte le proposte per festeggiare l’ultimo dell’anno a Milano

È ufficialmente online www.infomilanocapodanno.com, il portale dedicato a chi vuole vivere un Capodanno su misura nel cuore di Milano.

Il nostro sito completamente rinnovato, pensato per aiutare ogni persona a trovare l’esperienza perfetta per celebrare il 31 dicembre.

Che siate alla ricerca di una serata elegante, di una festa in discoteca, di una cena gourmet, di un evento per famiglie o di un party alternativo, su InfoMilanoCapodanno.com troverete soluzioni personalizzate per ogni stile e per ogni gusto.

Navigazione semplice, informazioni aggiornate e un’ampia selezione di proposte rendono il sito il punto di riferimento ideale per organizzare il proprio Capodanno in città.

Il nuovo portale è ora online: scopri la tua serata perfetta e prenota il tuo Capodanno a Milano con noi

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Capodanno ai Magazzini Generali: il grande evento in una delle icone della nightlife milanese

Nel cuore della zona Porta Romana Milano, precisamente in Via Pietrasanta 16, si trova uno dei templi più riconosciuti della scena clubbing cittadina: i Magazzini Generali, da anni punto fisso per chi ama musica, spettacolo e serate indimenticabili.

Per comprare il tuo Ticket Online >
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Per Info scrivere su WhatsApp
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Un grande spazio moderno dal carattere industriale
Questa storica struttura milanese, facilmente raggiungibile con tutti i mezzi di superficie, mantiene ancora oggi il fascino delle sue origini. Nata da vecchi capannoni dei primi anni 2000, un tempo dedicati alle attività artigianali e al deposito merci della ferrovia, è stata trasformata nel 1995 in uno dei poli più vivaci per concerti ed eventi dal vivo.
Il suo palco maestoso, il lungo bancone bar e l’ampia pista la rendono perfetta per ospitare performance musicali e DJ set di altissimo livello. Numerosi artisti nazionali e internazionali hanno calcato questo spazio, contribuendo a renderlo un simbolo della musica live in città.

Oggi i Magazzini Generali sono un punto di riferimento sia per concerti che per serate clubbing a tutto ritmo. Con una capienza di circa 1000 ospiti, rappresentano anche la soluzione ideale per eventi aziendali o privati grazie ai servizi integrati, come Wi-Fi ad alta velocità, stampante e un’impostazione tecnologica pensata per stimolare un’esperienza multisensoriale.


Un Capodanno all’insegna dell’energia: “Dubai Night Experience”

Per salutare l’arrivo del 2026, i Magazzini Generali presentano un super evento: DUBAI NIGHT EXPERIENCE, un party immersivo ispirato all’eleganza e allo sfarzo della città degli Emirati.

Dalle 20:30 aprirà la CENA A BUFFET, disponibile anche nella versione VIP, con servizio dedicato.

BUFFET APERTO DALLE 20:30 ALLE 23:00

Dopo la mezzanotte, il countdown lascerà spazio alle danze: musica top, scenografie scintillanti e un viaggio spettacolare tra palme dorate, luci del deserto e skyline futuristici.
Due sale, due atmosfere:

Main Room: Commerciale / House / Reggaeton

Second Room: Hip Hop / Urban Dubai Vibes

Una festa che promette emozioni fino all’alba, perfetta per chi vuole vivere il Capodanno in grande stile.

Dress Code: Dubai Luxury Edition — Oro, bianco, nero e glitter per un look elegante e brillante.


TARIFFE CAPODANNO 2026 – MAGAZZINI GENERALI MILANO

CENA A BUFFET + SERATA: €50 a persona — include 2 drink

CENA A BUFFET VIP + SERATA: €80 a persona — include 2 drink + 1 bottiglia di spumante ogni 5 persone + servizio camerieri + tavolo d’appoggio fino alle 00:30 in area balconata riservata (prive consolle su richiesta)

INGRESSO SERALE: €30 dalle 23:30 — include 1 drink

TAVOLO PRIVÉ PISTA: €250 per 5 persone

TAVOLO PRIVÉ BALCONATA: €300 per 5 persone

TAVOLO PRIVÉ CONSOLLE: €640 per 8 persone


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Una Suite Natalizia nel cuore di Brera: merende, pranzi e cene di Natale firmati Coca-Cola

Il Natale arriva a Milano con un’iniziativa unica dedicata a famiglie, bambini e realtà aziendali: “Una Suite per Babbo Natale”, all’interno della Suite Brera, l’elegante sala del Bar Brera in via Brera 23.

Dal 1° dicembre al 6 gennaio, questo spazio si trasforma in un accogliente rifugio natalizio, dove vivere merende, pranzi e cene immersi in un’atmosfera calda e scenografica realizzata in collaborazione con Coca-Cola, il marchio per eccellenza delle festività.


Un angolo di magia nel quartiere più suggestivo di Milano

Brera, da sempre una delle zone più affascinanti della città, diventa il palcoscenico di una nuova esperienza natalizia.
La Suite Brera si vestirà come un piccolo universo incantato, ricreando l’atmosfera della casa di Babbo Natale grazie a:

luci che scintillano in ogni dettaglio

decorazioni esclusive a tema Coca-Cola

elementi scenografici che rimandano al villaggio di Santa Claus

profumo di dolci, cioccolata calda e panettone appena affettato

Un luogo perfetto per famiglie, gruppi di amici o piccoli team aziendali che vogliono vivere il Natale in modo autentico, nel cuore della città ma lontano dalla frenesia.


La Merenda con Babbo Natale: il momento più atteso

Ogni giorno, dalle 16:00 alle 18:00, la Suite accoglie la Merenda con Babbo Natale, un appuntamento pensato per stupire i più piccoli e regalare attimi di dolcezza anche agli adulti.

Durante la merenda:

i bambini possono incontrare Babbo Natale

consegnargli la letterina dei desideri

scattare foto ricordo in un ambiente caldo e fiabesco

gustare una vera merenda natalizia con panettone artigianale e cioccolata calda

Tariffe di partecipazione:

25€ per gli adulti

15€ per i bambini

La partecipazione richiede prenotazione obbligatoria tramite il link dedicato (posti limitati).


La magia Coca-Cola prende vita

Coca-Cola, simbolo delle festività in tutto il mondo, firma l’allestimento della Christmas Suite con:

oggetti iconici e decorazioni esclusive

tonalità rosse, dettagli luminosi e richiami alle celebri campagne natalizie

spazi pensati per creare contenuti e scattare foto da condividere sui social

Un ambiente che sembra uscito da una favola di Natale, perfetto per vivere momenti speciali insieme a grandi e piccini.


Pranzi e cene natalizie per aziende e famiglie

La Suite per Babbo Natale non è dedicata solo alla merenda:
lo spazio può essere riservato anche per pranzi e cene di Natale, un’idea ideale per aziende, team, clienti o famiglie che desiderano festeggiare in un contesto intimo, curato ed elegante.

Al fine di gestire in modo ottimale l’organizzazione, per i lunch o le cene aziendali è necessario mandare un’e-mail a comunicazione@barbrera.com per tutti i dettagli e le informazioni operative.

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Capodanno 2026 al Circle Milano, in Via Stendhal 36: nel cuore pulsante della zona Tortona, storica icona della moda cittadina.

Una location moderna e di carattere!

Il Circle si presenta come uno spazio versatile e contemporaneo.

L’ambiente, ricavato da un ex capannone industriale oggi sotto la gestione Diesel, combina design moderno, atmosfera dinamica e un tocco di eleganza urbana.

L’ampiezza degli spazi, le luci morbide e il grande bancone centrale in stile American bar creano un colpo d’occhio scenografico.
A dominare la sala, un enorme lampadario che cambia tonalità in continuo movimento, rendendo l’atmosfera ancora più suggestiva.

A completare il mood del locale ci sono i drappi bordeaux e le opere dai colori vivaci che decorano le pareti, donando allo spazio un’aria accogliente e conviviale, perfetta per occasioni speciali.

Per Info scrivere su WhatsApp
https://wa.me/+393398868889

Per comprare il tuo Ticket Online >
https://circlenye2026.eventbrite.it/?aff=infomilano

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Muffin salato ai funghi con fondente di parmigiano al profumo di tartufo

BIS DI PRIMI
Risotto mantecato alla crema di zucca e la sua polpa con dischetto di cotechino arrostito
Pasta fresca con bocconcini di spada, olive taggiasche e pomodorini alla menta

SECONDO
Arrosto di reale vitello al Pinot Grigio con la sua salsa e patate arrostite al rosmarino

DESSERT
Panettone e Pandoro serviti con creme dello chef

– 

INGRESSO DOPOCENA 40€

Entrando dopo la Mezzanotte
1 drink

TAVOLI 600€

2 bottiglie
Max 10 persone


Capodanno 2026 nel cuore della Tortona District

Per la notte del 31 dicembre, il Circle Milano propone un evento pensato per chi desidera divertirsi senza rinunciare alla qualità.

Chi vuole vivere l’intera esperienza può iniziare la serata con un cenone servito a menù fisso, composto da piatti gustosi che uniscono tradizione e creatività, pensati per soddisfare ogni tipo di palato, anche quello più raffinato.

Per Info scrivere su WhatsApp
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CIRCLE MILANO
Via Stendhal 36 – Milano

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Capodanno 2026 al Farinami Garden: dinner show, apericena e festa fino a notte fonda

Il Farinami Garden accoglie il nuovo anno con un evento scintillante tra giochi di luce, atmosfere dorate e vibrazioni da disco party.


Una proposta completa che combina dinner show, apericena a buffet e after party con musica e brindisi fino a tarda notte.

A pochi minuti da Milano, il locale è perfetto per chi cerca un Capodanno informale ma curato nei dettagli: cena di pesce servita con un menù strutturato, apericena abbondante per chi preferisce un’opzione più leggera e formula dopocena con ingresso disponibile prima o dopo la mezzanotte.

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MENU CENONE

Antipasti
•⁠  ⁠Polpo, patate e olive taggiasche
•⁠  ⁠Cocktail di gamberi
•⁠  ⁠Insalata di mare
•⁠  ⁠Coda di gamberone in panko su crema di zola e riduzione di aceto balsamico
Primi
•  Lasagnetta di zucchine e gamberetti
•⁠  ⁠Risotto ai frutti di mare
Secondo
•⁠  ⁠Trancio di salmone al forno con indivia brasata in salsa teriyaki e ratatouille di verdure
Dolce
•⁠  ⁠Panettone e pandoro con crema dello chef

Cotechino e lenticchie
1 bottiglia di vino ogni 4 px
Acqua illimitata
1 flute di bollicine per il brindisi

Il dinner show prevede un percorso di mare composto da antipasti, primi piatti, un secondo a base di salmone, dessert e il tradizionale cotechino con lenticchie, il tutto accompagnato da acqua, vino e un flute di bollicine per il momento del brindisi.

L’Apericena Buffet offre un’ampia selezione di proposte al buffet con drink incluso e calice di spumante, mentre le formule After Dinner consentono di partecipare esclusivamente alla festa e al brindisi di mezzanotte.

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FARINAMI GARDEN
Via Nino Bixio 1
Sesto San Giovanni – Milano

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Capodanno Pineta Milano: cena di gala, apericena e festa no-stop

Pineta Milano si prepara ad accogliere il 2026 con un evento ricco di gusto, musica e atmosfera. Per la notte del 31 dicembre 2025 il locale propone un programma completo, pensato per soddisfare diverse esigenze: da chi vuole vivere il classico cenone a chi preferisce arrivare più tardi e dedicarsi direttamente alla serata danzante.

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CENONE DI GALA – 160 €

La cena di fine anno prevede un menu raffinato, studiato per esaltare sapori ricercati e presentazioni curate.

Antipasti

Insalatina di mare con polpo, gamberi, cozze e vongole, accompagnata da pomodorini e olive taggiasche.

Prosciutto crudo San Daniele servito con burratina di Andria.

Primi

Risotto allo Champagne.

Lasagnetta con astice e crostacei.

Intermezzo

Sorbetto al limone di Amalfi.

Secondo

Guancia di manzo brasata con purè e ombrina in crosta di patate al tartufo.

Dessert

Panettone artigianale con crema chantilly.

Il pacchetto comprende acqua, caffè e una bottiglia di vino ogni tre persone, per un’esperienza elegante e conviviale perfetta per celebrare l’arrivo del nuovo anno.


APERICENA A BUFFET – 50 €

Per chi desidera un’opzione più smart e informale, è disponibile l’apericena che include:

1 drink

1 calice di spumante

Accesso al buffet dedicato

Una formula leggera ma festosa, ideale per iniziare la serata e proseguire poi con il party.


Dopocena: formule di ingresso

Chi vuole partecipare solo alla festa può scegliere tra due modalità:

Ingresso prima della mezzanotte – 50 €

1 drink

1 flute di spumante

Ingresso dopo la mezzanotte – 40 €

1 drink incluso

Una doppia proposta pensata per chi desidera vivere il countdown alla Pineta o unirsi ai festeggiamenti a serata già iniziata.


Tavoli e aree riservate

Per gruppi e clienti che cercano un’esperienza più esclusiva sono disponibili tavoli in diverse zone del locale, con prezzi variabili in base alla posizione:

Privé VIP interno: 1.500 € (10 persone)

Terrazza: 1.200 € (10 persone)

Dom Pérignon Area: 1.000 € (12 persone)

Palchetto rialzato: 900 € (12 persone)

Pista interna/esterna: 600 € (12 persone)

Laterali esterni: 300 € (6 persone)

Ogni area garantisce un punto privilegiato per vivere la serata con servizio dedicato e comfort esclusivi.


Prenotazione obbligatoria

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PINETA MILANO
Via Messina 38 – Milano

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Palazzo Lombardia è una fantastica pista di pattinaggio per Natale

A partire da domenica 23 novembre 2025, la grande piazza coperta del Palazzo Lombardia a Milano accoglie la pista di pattinaggio su ghiaccio più estesa della città. Con i suoi circa 600 metri quadrati, l’impianto indoor diventa un punto di riferimento per famiglie, amanti degli sport invernali e visitatori che desiderano vivere un’atmosfera festiva.

Per tutto il periodo natalizio la pista resterà aperta fino al 18 gennaio 2026, proponendo numerose iniziative tra musica, proiezioni, spettacoli dal vivo e sessioni introduttive di hockey.

L’apertura ufficiale è stata giovedì 27 novembre alle ore 18:00, alla presenza del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana.

Chi non dispone di pattini può noleggiarli direttamente sul posto: il costo è di 10 € per un’ora o 15 € per due ore. Per chi porta i propri pattini, l’accesso è di 8 € per un’ora oppure 10 € per due ore. Sono previste tariffe agevolate per i bambini sotto il metro e trenta, e sono disponibili supporti per aiutare i principianti. Il servizio guardaroba, particolarmente utile nelle giornate fredde, ha un costo simbolico di 1 €.

Lo scorso anno la pista aveva attirato oltre 40.000 persone, e l’obiettivo per questa edizione è di superare tale traguardo.

Oltre al pattinaggio, l’area coperta di Palazzo Lombardia propone diverse attività: proiezioni cinematografiche il giovedì sera, esibizioni live ogni venerdì e appuntamenti sportivi dedicati alle associazioni il mercoledì.

Tra le attrazioni da non perdere c’è anche il Belvedere al 39° piano, da cui si può ammirare una spettacolare vista su Milano. Durante il periodo natalizio sarà accessibile al pubblico previa prenotazione.

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Osservatorio costituzionale di finanza pubblica

La presente Rubrica intende offrire agli studiosi l’occasione - allo stato inedita - per intercettare, analizzare e approfondire ad un primo e sintetico esame le tematiche di tono costituzionale in materia di finanza pubblica sottese a ricorsi, ordinanze e pronunce della Corte costituzionale via via pubblicate nella Gazzetta Ufficiale, Serie speciale della Corte costituzionale, garantendo così un continuo aggiornamento nel merito.

Le brevi note di commento - per una pronta ricerca da parte del lettore - recano, nel titolo, i numeri dei ricorsi e delle ordinanze di remissione, oltreché delle sentenze pubblicate in Gazzetta.

L’Osservatorio - curato da Clemente Forte e Marco Pieroni – presenta peculiare attualità, anche per la frequenza delle questioni di legittimità costituzionale di cui viene investita la Corte costituzionale in argomento (solo nell’ultimo decennio, ad esempio, si concentra circa il 40% delle questioni concernenti l’art. 81, terzo comma, Cost.), questioni che vanno sin d’ora analizzate, anche tenuto conto dell’impatto ordinamentale della nuova Governance fiscale europea, approvata nell’aprile 2024, nel vigente sistema costituzionale interno.

 

AGGIORNAMENTO DEL 7 GENNAIO 2026
Corte cost. sent. n. 204/2025 Profili finanziari della l.r. Toscana n. 16/2025 sulle modalità organizzative per l’accesso alle procedure di suicidio medicalmente assistito
Corte cost., sent. n. 216/2025 Non contrasta con gli artt. 3 e 38 Cost., il regime speciale di pignorabilità della pensione erogata dall’INPS per il recupero di indebite prestazioni percepite ovvero da omissioni contributive
Corte conti, ordd. n. 248, 249, 250 e 251 del 2025 Sottrazione alla giurisdizione della Corte dei conti del contenzioso degli atti di ricognizione delle amministrazioni pubbliche operata annualmente dall’ISTAT
AGGIORNAMENTO DEL 29 DICEMBRE 2025
Corte cost. sent. n. 189/2025 È illegittima la legislazione regionale che estende i comandi e i distacchi anche ai dipendenti delle società a partecipazione pubblica
Ordinanza di rimessione Corte dei conti n. 246 del 2025 Sottrazione alla giurisdizione della Corte dei conti del contenzioso degli atti di ricognizione delle amministrazioni pubbliche operata annualmente dall’ISTAT
AGGIORNAMENTO DEL 4 DICEMBRE 2025
Corte cost., sent. n. 174/2025 Legge Regione Campania e perimetro sanitario (art. 20, d.lgs. n. 118/2011): illegittimità costituzionale
AGGIORNAMENTO DEL 24 NOVEMBRE 2025
Corte cost., sent. n. 167/2025 Rivalutazione pensionistica in tensione e manovra di finanza pubblica
AGGIORNAMENTO DEL 12 NOVEMBRE 2025
Corte cost. sent. n. 165/2025 Aumento della spesa per il personale regionale: rimessione degli atti per jus superveniens
Corte cost. sent. n. 161/2025 Nuove assunzioni previste da legge regionale: inammissibilità per oscurità motivazionale del ricorso
AGGIORNAMENTO DEL 27 OTTOBRE 2025
Corte cost. sent. n. 150/2025 in tema di bilancio e contabilità pubblica, Regione Umbria, agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (ARPA)
Corte cost. sent. n. 152/2025 in tema di bilancio e contabilità pubblica, finanza pubblica allargata, contributo alla finanza pubblica, contributo aggiuntivo richiesto alle regioni ordinarie per il quinquennio 2025-2029
AGGIORNAMENTO DEL 1 OTTOBRE 2025
Ricorso del Presidente del Consiglio contro Regione Siciliana (art. 6, l.r. n. 26/2025)
Questione di legittimità costituzionale sull’utilizzo delle risorse del Fondo sanitario regionale per attività non LEA: ordinanza della Corte dei conti Liguria e profili critici
AGGIORNAMENTO DEL 6 AGOSTO 2025
Corte cost. sent. n. 135/2025 in tema di impiego pubblico, trattamento economico, applicazione del tetto retributivo ai magistrati, necessaria temporaneità della misura
Corte cost. sent. n. 122/2025 in tema di sanità pubblica, livelli essenziali di assistenza, norme della Regione Puglia, immediata vigenza del d.P.C.m. LEA e delle relative tariffe non ancora entrate in vigore e poi sostituite
AGGIORNAMENTO DEL 30 LUGLIO 2025
Corte cost. sent. n. 121/2025 in tema di istruzione, formazione professionale, carta docente, beneficiari, estensione ai docenti non di ruolo all’esito della interpretazione della Corte di giustizia
Corte cost. sent. n. 114/2025 in tema di sanità pubblica, approvazione dei piani dei fabbisogni triennali per il SSR, predisposti dalle regioni con decreto del Ministro della salute di concerto con il Ministro dell’economia
Corte cost. sent. n. 94/2025 in tema di previdenza, assegno ordinario d’invalidità liquidato interamente con il sistema contributivo, divieto di applicazione delle disposizioni sull’integrazione al minimo
Corte cost. sent. n. 91/2025 in tema di bilancio e contabilità pubblica, bilancio degli enti locali dissestati, ipotesi di bilancio stabilmente riequilibrato, presentazione da parte del consiglio comunale al Ministro dell’interno
AGGIORNAMENTO DEL 30 APRILE 2025
Ordinanza del 3 marzo 2025 della Corte dei conti Sezione regionale di controllo per la Regione Campania nel giudizio di parificazione del rendiconto generale della Regione Campania per l’esercizio f
Corte dei Conti contro Regione Campania. Ricorso per legittimità costituzionale 3 marzo 2025, n. 53
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 5 marzo 2025 (della Regione Campania) n. 13
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 26 febbraio 2025 (della Regione Puglia)
Corte cost. sent. n. 45/2025 Criticità del bilanciamento della spesa costituzionalmente necessaria con la cd. spesa indistinta a fronte di risorse scarse alla luce della nuova Governance europea
Corte cost. sent. n. 57/2025 Non sono in via di principio inibite nuove spese alla Regione in disavanzo sanitario
AGGIORNAMENTO DEL 16 APRILE 2025
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 14 gennaio 2025 (del Presidente del Consiglio dei ministri) Sanità – Livelli essenziali di assistenza (LEA)
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 15 gennaio 2025 (del Presidente del Consiglio dei ministri) Sanità pubblica - Servizio sanitario regionale (SSR)
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 29 gennaio 2025 (del Presidente del Consiglio dei ministri) . Appalti pubblici - Norme della Regione Puglia
Ordinanza del 15 gennaio 2025 della Corte dei conti nel giudizio di parificazione del rendiconto generale della Regione Umbria per l’esercizio finanziario 2023 Bilancio e contabilità pubblica
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 7 febbraio 2025 (del Presidente del Consiglio dei ministri). Sanità pubblica - Professioni
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Laura Diaz: politica e passione nell’Italia repubblicana

Laura Diaz
politica e passione nell’Italia repubblicana

Riprende il Ciclo di incontri “Gli archivi raccontano: storie di protagonisti del Novecento livornese” promosso da ISTORECO e Archivio di Stato Livorno

È con piacere che il nostro Istituto, insieme all’Archivio di Stato di Livorno, riprende le iniziative sui protagonisti della storia livornese del Novecento attraverso le carte disponibili nei rispettivi patrimoni archivistici, e con l’ausilio della memoria dei testimoni.

Ricominciamo con la figura di Laura Diaz, comunista, sorella del sindaco Furio, deputata alla Camera e molto presente nelle vicende della ricostruzione del secondo dopoguerra in città, in particolare nel settore dell’infanzia e dell’organizzazione dei cosiddetti “treni della felicità” insieme ad altre militanti di spicco di quegli anni: Primetta Cipolli, Bruna Gigli, Walchiria Gattavecchi, Edy Palla. Attiva negli organi dirigenti del Partito soprattutto sui temi dell’emancipazione delle donne, a livello nazionale si occupò a lungo delle tematiche della decolonizzazione.

Il suo percorso umano e politico sarà presentato con l’aiuto del prof. Enrico Mannari (Luiss School of Government), dell’ on. Anna Maria Biricotti e della direttrice di ISTORECO, Catia Sonetti.

L’iniziativa ha valore formativo per i docenti di ogni ordine e grado e verrà rilasciato a chi lo chiederà un attestato per 2 ore di formazione.

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Due interventi del nostro presidente, Claudio Massimo Seriacopi, per il seminario con Anna Foa e l’anniversario dell’8 settembre 1943

Condividiamo due interventi tenuti dal nostro presidente, Claudio Massimo Seriacopi, in occasione del seminario di presentazione del libro di Anna Foa “Il suicidio d’Israele”, e delle celebrazioni annuali dell’8 settembre 1943.

 

  • Introduzione di Claudio Massimo Seriacopi alla presentazione del libro di Anna Foa “Il suicidio di Israele’

Buon Pomeriggio ai presenti ed ai nostri ospiti, sono Claudio Seriacopi il Presidente dell’Istituto Storico della Resistenza e della Società contemporanea nella Provincia di Livorno. Istoreco e’ stato fondato nel 2008 per volontà della Provincia di Livorno e di tutti i comuni del nostro territorio oltre alle associazioni antifasciste Anpi, Anei e Anppia.

Istoreco si propone di favorire il reperimento e la salvaguardia delle fonti documentarie, nonché di promuovere la ricerca storica, l’attività didattica e quella culturale allo scopo di approfondire la conoscenza della società contemporanea, con particolare riguardo alle vicende legate all’opposizione al fascismo, alla lotta di Liberazione e all’età repubblicana.

Possono iscriversi a Istoreco tutti i cittadini che si riconoscono nei valori espressi dalla nostra Costituzione nata dalla lotta di liberazione contro l’occupazione tedesca e contro il fascismo.

Auspico, con la piena collaborazione del Comune di Livorno, appena saranno risulti i problemi burocratici ancora presenti, di potervi invitare all’inaugurazione nella nuova sede, presso la Torre dell’orologio all’ingresso dell’ex cantiere, con la possibilità di avere pieno accesso al nostro archivio e poter riaprire anche la biblioteca ormai chiusa da 2 anni.

Il 2025 sarà un anno importante e denso di iniziative ricorrendo l’ottantesimo anniversario della Liberazione dal Nazi-Fascismo.

Oggi abbiamo ospiti illustri per affrontare il delicato tema dei rapporti tra Israeliani e Palestinesi tenendo su piani separati e distinti le questioni della Shoah dalla guerra in corso.

Ringrazio per la loro disponibilità, il dottor Bruno Manfellotto, grande giornalista con prestigiosi incarichi, che voglio ricordare soprattutto come apprezzato direttore del Tirreno e la professoressa Anna Foa, in collegamento a causa di una improvvisa indisponibilità, autrice di molte opere sulla storia degli ebrei in Italia ed in Europa.

Il 14 maggio del 1948, in seguito alla Dichiarazione d’indipendenza israeliana, scoppiava la prima guerra arabo-israeliana, conclusasi con la vittoria e l’insediamento dello Stato d’Israele. Altre guerre hanno tormentato l’area acutizzando i problemi irrisolti. Dopo oltre 70 anni l’ennesimo riaccendersi del conflitto israelo-palestinese ha suscitato nuove tragedie e grandi preoccupazioni.

Questo conflitto ha origini remote, risalenti al periodo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, quando, in risposta al crescente antisemitismo contro gli ebrei in Europa, si affermò un “movimento sionista” che, sostenendo la necessità di creare uno Stato ebraico, favorì a tal fine l’immigrazione di ebrei europei in Palestina, avvenuta in diverse ondate, ma soprattutto durante e dopo la Seconda guerra mondiale e dopo l’Olocausto.

Inevitabilmente ciò portò a continui e crescenti attriti tra la comunità ebraica, sempre più numerosa, e l’autoctona comunità arabo-palestinese. Entrambe, dopo la caduta dell’Impero ottomano e il Mandato per l’amministrazione della Palestina al Regno Unito, aspiravano alla creazione di Stati nazionali. Tuttavia, avendo esse rifiutato alcune proposte di spartizione dei territori contesi (da ultimo il Piano di spartizione approvato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1947), il conflitto si cristallizzò estendendosi, dopo la nascita di Israele, anche agli Stati arabi vicini, periodicamente intervenuti a favore della comunità araba palestinese e con l’obiettivo di distruggere Israele.

Nel 1993 con gli accordi di Oslo e la storica stretta di mano sul prato della Casa Bianca tra Rabin e Arafat, davanti a Clinton, si pensava e si sperava che si aprisse una fase nuova e pacifica.

Rabin aveva bisogno di un gesto importante per tentare di fermare le violenze esterne ed interne; Arafat invece faceva assumere all’OLP con la nascita dell’Autorità Nazionale Palestinese la responsabilità del rispetto delle intese, veniva riconosciuto lui e la sua organizzazione come interlocutori.

Nell’accordo non si faceva riferimento alla nascita di uno stato palestinese, si parlava solo di un’area da gestire amministrativamente da parte dall’entità palestinese per 5 anni. Un accordo annacquato era sicuramente meglio di nessun accordo, e dava credito ad Israele nei confronti della comunità internazionale e verso i paesi arabi.

Grazie anche agli accordi di Oslo, Israele firma la pace con la Giordania.
La morte violenta di Rabin per mano di un estremista israeliano ed i successivi governi di destra, hanno bloccato il processo di pace e le intese raggiunte ad Oslo.

Arafat, leader di un popolo senza stato, composto da frammenti di tanti gruppi, ci aveva creduto in quell’accordo; era un politico capace, riconosciuto come tale dalla maggioranza dei palestinesi ma non da tutti. Credeva di poter creare qualcosa di positivo per il suo popolo, sapeva che “il nemico” si insediava anche al suo interno. Per raggiungere gli obiettivi previsti era riuscito a “controllare” e “ridimensionare” le fazioni di sinistra e quelle islamiche presenti all’interno della variegata galassia palestinese.

In ogni caso, non si può anche ricordare la responsabilità di Arafat, per la dilagante corruzione presente all’interno dell’OLP, continuata dopo la costituzione dell’ANP e proseguita indisturbata con Abu Mazen.

La situazione, in quella turbolenta area é andata continuamente peggiorando, poiché i governi di destra israeliani l’hanno aggravata autorizzando continui nuovi insediamenti di “coloni” in Cisgiordania, terra da sempre abitata dai palestinesi.

Ulteriore novità negativa fu la decisione de La Knesset del 18 luglio 2018 di approvare la legge che, per la prima volta nella storia di Israele, definisce ufficialmente lo stato come “la casa nazionale del popolo ebraico“, tagliando fuori gli arabi-israeliani. I membri del parlamento, pur divisi, approvarono il disegno di legge con 62 voti favorevoli, 55 contrari e due astenuti.

Dopo il brutale attacco terrorista di Hamas del 7 ottobre ad Israele, “l’Accordo di Abramo” che doveva culminare nella normalizzazione delle relazioni diplomatiche fra Arabia Saudita e Israele entra in crisi, congelato da una guerra dai confini ancora imprevedibili.

La questione attuale, anche per noi associazioni promotrici di questo incontro, va affrontata con equilibrio. Il rischio di essere strumentalizzati ed accusati di antisemitismo é sempre presente.

“2 popoli, 2 stati” era un progetto che avrebbe potuto portare ad una coabitazione pacifica, ora purtroppo sta diventando uno slogan vuoto per il proliferare continuo e illegale di nuovi insediamenti di “coloni” israeliani in Cisgiordania, siamo passati da una presenza di 250.000 coloni all’epoca degli accordi di Oslo ai circa 750.000 attuali.
Inoltre non potranno esserci mai 2 stati fino a quando non verrà riconosciuto anche ai palestinesi il diritto ad uno Stato libero, ancora troppi paesi mancano all’appello, tra cui il nostro.

Nessun dubbio che quello di Hamas sia un movimento terrorista che, non a caso, il 7 ottobre ha attaccato inermi popolazioni israeliane, proprio quelle politicamente più vicine alla causa palestinese, causando la morte di oltre 1200 civili e il rapimento di altri 250.

Hamas aveva messo in conto anche una dura reazione Israeliana, sperava però di aggregare alla causa Palestinese tutto il mondo arabo, ma i palestinesi ancora una volta sono rimasti soli.

La reazione israeliana all’attacco terrorista di Hamas è andata oltre ogni logica, con bombardamenti indiscriminati sulla striscia di Gaza, in Libano per colpire Hezbollah, attacchi aerei in Siria dopo la caduta di Assad e l’occupazione delle alture del Golan. In televisione e sulla rete si vedono immagini sconvolgenti con distruzione e morti.

Per colpire ed eliminare i capi di Hamas, Netanyahu ha di fatto autorizzato una strage, che ha prodotto oltre 41000 morti di cui ben 14000 bambini, tutto questo nell’indifferenza delle potenze mondiali e nell’incapacità degli organismi internazionali di promuovere un accordo, o perlomeno una tregua.

Non si può continuare a rimanere in silenzio. Non mi appassionano neanche le polemiche, se l’azione di Netanyahu, si possa configurare o meno come un genocidio. La senatrice Liliana Segre recentemente ha ricordato che non ricorrono le condizioni per definire, quanto sta succedendo, come tale. In ogni caso siamo di fronte a una strage, siamo di fronte a “crimini di guerra” e “crimini contro l’umanità”.

Con decisione del 20 maggio 2024 il Procuratore Capo del Tribunale Penale Internazionale ha ipotizzato l’esistenza di crimini di guerra da parte di Israele e di Hamas chiedendo al Tribunale l’emissione di mandati di cattura per il Premier Benjamin Netanyahu, per il Ministro della difesa Yoan Gallant e per il leader di Hamas Yhahya Sinwar (nel frattempo ucciso), e di altri 3 capi. (Mohammed Deif, Ismail Haniyeh e Diab Ibrahim Al Masri), di questi sembra rimasto in vita solo Mohammed Deif).

Il Governo Netanyahu non si é limitato a far bombardare indiscriminatamente Gaza, ma ha anche bloccato gli aiuti per la popolazione palestinese e bloccato le forniture per gli ospedali, producendo distruzioni a tappeto, morte, fame ed epidemie.

Penso che la popolazione israeliana e quella palestinese abbiano gli stessi nemici: Netanyahu e Hamas.

Recentemente avevamo provato a presentare, con Gad Lerner, l’ultima sua opera “Gaza” “odio e amore per Israele”, purtroppo non ci siamo riusciti per indisponibilità della casa editrice, questa è l’ennesima dimostrazione del clima attuale.
“La frase più significativa del libro di Gad Lerner é, secondo me, : “Si può vivere in paradiso sapendo di avere l’inferno accanto?”

La Professoressa Anna Foa recentemente ha pubblicato il suo ultimo libro “Il suicidio di Israele”.
Invito tutti alla lettura purché é un testo molto utile per conoscere meglio quella realtà in tutta la sua complessità.

Mi avvio alla conclusione riportando alcune significative frasi tratte dalla seconda di copertina che fotografano bene la situazione attuale e le prospettive:

“Israele stava già attraversando un periodo di crisi drammatica prima del criminale attacco del 7 ottobre 2023. Grandi manifestazioni chiedevano a gran voce le dimissioni di Netanyahu e del suo governo e il paese era praticamente bloccato. La risposta al gesto terroristico di Hamas con la guerra di Gaza rischia però di essere un vero e proprio suicidio per Israele.
Qualunque sostegno ai diritti di Israele – esistenza, sicurezza – non può prescindere da quello dei diritti dei palestinesi. Senza una diversa politica verso i palestinesi Hamas non potrà essere sconfitto ma continuerà a risorgere dalle sue ceneri. Non saranno le armi a sconfiggere Hamas, ma la politica.”

Insieme alle altre associazioni antifasciste abbiamo un ottimo e consolidato rapporto con la Comunità Ebraica Livornese con cui abbiamo condiviso, in questi anni, non solo le celebrazioni del giorno della memoria ma altre importanti iniziative. Anche in questa occasione abbiamo cercato di coinvolgerla ma con nostro dispiacere ha declinato l’invito.

Ringrazio la Compagnia Lavoratori Portuali che, ancora una volta, ci ospita.

Coordina l’incontro Catia Sonetti direttrice di Istoreco.

Livorno 18 dicembre 2024

 

 

  • Orazione di Claudio Massimo Seriacopi per l’anniversario dell’8 settembre 1943

Quest’anno, come non mai, l’anniversario dell’8 settembre 1943 si colloca in un clima di guerra più ampio e drammatico del solito. Nella vecchia Europa un paese ha fatto seguire ad un’invasione ingiustificata e criminale, una guerra della quale non riusciamo a intravedere la fine, quella della Russia contro l’Ucraina.

Da un’altra parte, in medio oriente, in seguito all’attacco criminale del 7 ottobre perpetrato da Hamas, il governo israeliano con l’appoggio incondizionato degli Usa, sta portando avanti con la spinta della destra religiosa e più integralista, nonostante le folle oceaniche che cercano di dimostrare la propria opposizione, un disegno di annessione e di annientamento del territorio e del popolo palestinese.

Perché cominciare con queste riflessioni? Perché l’8 settembre del 1943 dischiuse la possibilità al nostro Paese di avviarsi ad un riscatto dopo il ventennio fascista tramite l’organizzazione dal basso e volontaria della Resistenza partigiana. Proviamo a sintetizzare quegli avvenimenti.

Il 1943 è l’anno della svolta della seconda guerra mondiale. Sul fronte orientale inizia la controffensiva dell’Armata Rossa, che vince la lunga e difficile battaglia di Stalingrado cominciata già alla fine del 1942. Nello scacchiere meridionale si ha, nel maggio di quell’anno, la capitolazione definitiva delle truppe italo-tedesche in Africa. Immediatamente dopo, gli Alleati sbarcano in Sicilia, iniziando così lo sfondamento della “fortezza Europa”.

In Italia, gli scioperi del marzo 1943, il bombardamento di Roma del luglio e la caduta, nello stesso mese (25.7.1943), del fascismo, fanno precipitare la situazione. Il paese è al tracollo, la guerra è persa su ogni fronte e l’Italia si arrende: il 3 settembre viene stipulato l’armistizio con gli Alleati. Verrà divulgato il successivo 8 settembre.

Venticinque luglio e otto settembre 1943 sono due date cruciali nella storia d’Italia. Nella notte tra il 24 e il 25 luglio il Gran Consiglio del Fascismo approva con 19 voti favorevoli, 7 contrari e 1 astenuto, l’ordine del giorno presentato da Dino Grandi che esautora Mussolini dalle funzioni di capo del governo. Poche ore dopo l’ormai ex duce è fatto arrestare e imprigionare dal re Vittorio Emanuele III.

Il 25 luglio segna dunque la data della fine del fascismo come forma istituzionale e regime legittimo. Non è, tuttavia, la fine del fascismo tout court, che di lì a pochi giorni si riproporrà in una nuova veste alla guida della Repubblica Sociale Italiana, al cui vertice sarà lo stesso Benito Mussolini.

Il maresciallo Pietro Badoglio, nominato dal re capo del governo lo stesso 25 luglio, si affretta a reprimere gli entusiasmi popolari e annuncia alla nazione che “la guerra continua”:

Il 3 settembre, a Cassibile, in Sicilia, Italia e Alleati anglo-americani firmano un armistizio, noto come “armistizio breve”. Le clausole dell’armistizio breve – che sarà seguito, il 29 settembre 1943, dall’“armistizio lungo” – prevedono in realtà la resa incondizionata dell’Italia.

La sera dell’8 settembre 1943, tocca nuovamente al maresciallo Badoglio, leggere alla radio un proclama che annuncia al paese l’armistizio tra Italia e Alleati. L’accordo viene reso noto solo dopo pesanti pressioni da parte anglo-americana: gli Alleati, infatti, pretendono che il governo italiano smetta di tergiversare e annunci la resa dell’Italia, e di conseguenza circa un’ora prima del proclama badogliano la notizia dell’armistizio è diffusa dalla radio alleata di Algeri.

Il proclama di Badoglio, volutamente ambiguo sull’atteggiamento da tenere nei confronti degli ex alleati tedeschi, è probabilmente uno dei testi più noti ed emblematici della storia nazionale.

“Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane.

La richiesta è stata accolta.

Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo.

Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.”

Nel tempo che intercorre, simbolicamente e materialmente, tra i due proclami di Badoglio, i tedeschi hanno modo di occupare quasi tutta l’Italia e di preparare i piani che permetteranno loro, dopo l’annuncio dell’armistizio – interpretato dal Reich, come “tradimento dell’alleanza” – di disarmare, deportare e uccidere, in alcuni casi, centinaia di migliaia di soldati italiani, colti completamente di sorpresa e abbandonati dalle istituzioni che avrebbero dovuto prepararli alla svolta. Le forze armate italiane terminano la guerra – o almeno questa prima fase di guerra – come l’hanno iniziata, nel segno dell’impreparazione e dell’inadeguatezza.

Comincia, tuttavia, una nuova guerra, che per una parte sarà quella tesa alla liberazione del paese, per un’altra quella della fedeltà alla barbarie del nazifascismo.

Nella memoria collettiva l’8 settembre è divenuto uno dei momenti più tragici della storia nazionale ma anche un momento fondamentale per una presa di coscienza democratica. Gli italiani, senza più ordini dall’alto, devono scegliere da che parte stare. Come ha scritto Claudio Pavone, quello è il momento della scelta e non come sostiene Galli Della Loggia, il momento della “morte della Patria”.

Fu la classe dirigente italiana, ad esclusione di alcune eccezioni, a mostrare la propria inettitudine e codardia. All’annuncio infatti seguì la precipitosa fuga notturna da Roma di re, governo e comando supremo. L’unica direttiva alle forze armate furono le oscure parole lette da Badoglio alla radio, con l’unica preoccupazione di non cadere in mani tedesche. Soltanto alle 0:50, in seguito a valanghe di richieste di istruzioni, il Capo di Stato Maggiore dell’esercito Roatta fece trasmettere il fonogramma: “Ad atti di forza reagire con atti di forza”.

Ricordiamoci che Roatta come lo stesso Badoglio e Graziani dovevano essere giudicati per crimini contro l’umanità. Accusa poi lasciata decadere nell’immediato secondo dopoguerra.

Scatta su tutto il territorio italiano, in Francia, in Croazia, in Grecia e Jugoslavia il piano tedesco per il disarmo delle truppe italiane. Un esercito numericamente notevole ma male equipaggiato e con armamento inadeguato alle esigenze del momento e soprattutto senza indicazione di sorta sul “da farsi”.

La notizia dell’armistizio è pubblicata dai giornali italiani il 9 settembre 1943.

La famiglia reale e i generali, in fuga, raggiungono Pescara e si imbarcano per Brindisi; Roma è abbandonata, e nessuno ne ha organizzato la difesa. L’unico che si impegna in tal senso, è il generale Caviglia, storico rivale di Badoglio.
Nasce il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN): gli antifascisti cercano di coprire il vuoto di potere. Iniziano ad organizzarsi le prime formazioni partigiane che daranno vita a forme di Resistenza armata e civile per i restanti venti mesi di guerra.

Nel nord Italia, a Salò sul Garda, si forma la Repubblica Sociale Italiana fortemente voluta dai nazisti per meglio operare sul territorio italiano.

Ha inizio la drammatica vicenda dei militari italiani, che non aderiscono alla Repubblica di Salo’,  fatti prigionieri e trasferiti, ad esclusione delle migliaia periti durante i trasferimenti a causa delle condizioni disumane con le quali furono tradotti nei campi di concentramento in Germania. Per loro verrà coniata la categoria di Imi i nostri soldati perdono il loro status di prigionieri di guerra e diventano “Internati Militari Italiani”, privi di ogni diritto e tutela, in balia dei nazisti che li considerano traditori.
In pochi giorni i tedeschi disarmano e catturano circa un milione di militari italiani su un totale dell’esercito di circa due milioni.

Ricordiamoci che prima dell’armistizio del 1943 altre centinaia di migliaia di soldati erano stati catturati dalle truppe americane, inglesi e francesi e trasportati in campi di prigionia sparsi in tutto il mondo: dall’Europa agli Stati Uniti, dall’India all’Australia.

Dunque ne deriva che nell’autunno del 1943 quasi l’intero esercito italiano è stato sgominato e fatto prigioniero. Del totale dei deportati, 650 mila finiscono nei lager tedeschi Il loro calvario si concluderà solo nel maggio 1945, con la caduta del Terzo Reich, 200 mila riescono a fuggire, andando a formare il grosso delle file partigiane.

Nel 1943 i lager venivano attivati dai nazisti, oggi invece in forme indubbiamente diverse l’occidente costruisce dispositivi simili per contrastare l’immigrazione di moltitudini di uomini e donne che fuggono da guerre e da crisi climatiche.

L’occidente, dove e’ nata la democrazia, dimostra  di essere impreparato a gestire un processo irreversibile, succube dei nazionalismi e delle lobby delle armi.

L’Europa, che potrebbe diventare un terzo polo tra Stati Uniti,  Cina e paesi emergenti, purtroppo sta dimostrando tutta la sua inconsistenza.

Per contrastare il  “rischio” Putin, su pressioni di Trump, aumenteranno al 5% del PIL le spese militari,  un riarmo nazionale assurdo che non  renderà  l’Europa più sicura, ma taglierà risorse fondamentali alla  sanità, all’ istruzione e allo stato sociale.

Nella guerra a Gaza ed in Cisgiordania dove, a seguito della rabbiosa reazione israeliana  all’attacco terroristico di Hamas,  il governo che si può definire fascista di Netanyahu, sta sterminando la  popolazione palestinese con bombardamenti indiscriminati,  privandola degli aiuti umanitari, causando morti per denutrizione sopratutto tra i bambini, proponendo e provocando  deportazioni di massa; l’Europa, per le sue divisioni, non riesce a  farsi sentire e  parlare con una sola voce. Dovrebbe, come primo atto,  chiedere con forza  il cessate il fuoco immediato ed il rilascio di tutto gli ostaggi, interrompere la  fornitura di armi ad Israele, far riconoscere a tutti i paesi membri dell’Unione lo Stato Palestinese, far riaprire la striscia di Gaza agli aiuti ed alle organizzazioni umanitarie, purtroppo non si va mai oltre generiche e inconcludenti dichiarazioni.

Ancora una volta la storia non ha insegnato nulla, solo la pace e la coesistenza possono portare un futuro positivo per tutti.

Livorno 8 settembre 2025

 

 

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UTOPIE DI PACE. Manifesti di un futuro possibile nel patrimonio archivistico di ISTORECO

Il futuro inizia ieri: manifesti per la pace

In occasione della XIII edizione della settimana “Archivi Aperti” dal titolo Il futuro inizia ieri, promossa dalla Rete Archivistica della provincia di Livorno, ISTORECO presenta una mostra dedicata ai manifesti politici e sociali inneggianti alla pace, con particolare attenzione al periodo che va dal secondo dopoguerra agli anni Novanta.

Attraverso le opere tratte dal fondo PCI e dal fondo Oriano Niccolai dell’Archivio dell’Istituto, la mostra racconta le mobilitazioni, le campagne e le aspirazioni collettive verso un mondo senza guerre. Un viaggio visivo e storico che testimonia il ruolo centrale della pace nel dibattito politico e sociale del Novecento.

Dalla guerra alla solidarietà internazionale

Dalla fine della Seconda guerra mondiale, la pace diventa un tema cruciale per la società e per tutti i partiti politici. Il PCI, inserito nel blocco dei paesi dell’Est, ha espresso il proprio internazionalismo attraverso mobilitazioni, manifestazioni e atti concreti di solidarietà: dalla cucitura delle bandiere arcobaleno alle donazioni di sangue per i vietcong, dall’accoglienza dei profughi alla protesta contro le industrie belliche.

A Livorno, queste iniziative hanno trovato terreno fertile, grazie anche al lavoro grafico e militante di Oriano Niccolai, che ha saputo tradurre in immagini potenti il desiderio di pace e giustizia sociale.

Informazioni pratiche
• Dove: Archivio di Stato di Livorno
• Quando: dal 24 al 28 novembre

Orari:
• Lunedì, mercoledì, venerdì: 8.30 – 13.30
• Martedì, giovedì: 8.30 – 17.00
• Ingresso: libero

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Oltrecortina. Comunisti in fuga (1946-1978). Alla Libreria Feltrinelli di Livorno ISTORECO presenta il volume di Enrico Miletto

Enrico Miletto, uno dei più importanti studiosi del tema dei profughi istriani con incursioni anche nella storia del movimento operaio, da molti anni ospite gradito di ISTORECO, ha pubblicato da poco un volume dal titolo Oltrecortina. Comunisti in fuga (1946-1978) (Ed. Morcelliana, Brescia, 2025) che presentiamo con molto piacere presso la Libreria Feltrinelli di Livorno Venerdì 14 novembre.

Il testo è il frutto di una ricerca accurata sulla vicenda dei comunisti, in particolare quelli della Volante rossa che, nell’immediato secondo dopoguerra, in seguito ad azioni di rappresaglia contro gerarchi fascisti e altri responsabili del passato regime, si videro trascinati in tribunale e condannati a pene molto severe collegate anche al clima di caccia alle streghe instaurato da Scelba e dal potere democristiano contro il Partito comunista e tutti quelli che in modo più o meno diretto si richiamavano ad esso. Una vicenda complessa e per niente lineare, che porterà molti di loro sulla strada per la Cecoslovacchia dove, con lo stesso aiuto del Pci, daranno il via alle esperienze di due radio, “Radio Praga” e “Radio Oggi in Italia”.

Anche un livornese, Sauro Camici figlio di Mario, antifascista riconosciuto e perseguitato dal regime, si trovò a far parte di questa piccola schiera. Negli anni Settanta un’amnistia concessa del presidente Pertini permise loro rientrare in Italia, ma non tutti lo fecero. Alcuni decisero di eleggere a seconda patria proprio il paese dell’Est che li aveva ospitati. Alla presentazione, che si svolgerà a partire dalle 17.00, prenderanno parte l’autore del libro Enrico Miletto e la Direttrice di ISTORECO Livorno Catia Sonetti.

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Un nuovo sito web per l’ISTORECO Livorno

Il progetto di graduale rinnovamento dell’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea nella Provincia di Livorno (ISTORECO) include la realizzazione di un portale web accessibile e ricco di contenuti, disponibile all’indirizzo https://istorecolivorno.it. Questo sito rappresenta un punto di svolta nella diffusione del patrimonio archivistico, bibliotecario ed emerotecario dell’Istituto, offrendo al pubblico un accesso diretto e semplificato alle risorse documentarie e alle iniziative culturali.

Il portale è stato concepito per rispondere alle esigenze di un pubblico ampio e diversificato, con particolare attenzione al mondo della scuola e alle organizzazioni della società civile. Attraverso una navigazione intuitiva, gli utenti possono esplorare le collezioni digitali, consultare pubblicazioni recenti e accedere a materiali audio come i podcast storici.

ISTORECO Livorno, costituito nel 2008 come associazione senza scopo di lucro e divenuto ormai Ente del Terzo Settore, ha tra i suoi obiettivi statutari la promozione della ricerca storica e dell’attività didattica, con particolare riferimento alla Resistenza, alla lotta di Liberazione e all’età repubblicana. Il nuovo sito web riflette questa missione, proponendosi come ambiente digitale di educazione alla cittadinanza, dove la memoria storica diventa risorsa per la formazione democratica e la partecipazione consapevole.

Attraverso il portale, l’Istituto intende rafforzare il dialogo con il territorio e con le nuove generazioni, offrendo contenuti aggiornati, iniziative culturali e strumenti didattici che favoriscano la conoscenza della storia locale e nazionale. In questo modo, la tecnologia si mette al servizio della memoria, contribuendo a costruire un futuro più informato e responsabile.

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Google esplora il caos quantistico sul suo più potente chip per computer quantistici

Gli "echi quantistici" che attraversano il chip Willow del computer quantistico di Google, pur in un clima di cautela da parte di alcuni osservatori, potrebbero avvicinare i ricercatori alla realizzazione di calcolatori in grado di superare le prestazioni dei computer classici....

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HAARETZ: ISRAELE HA CHIAMATO INFLUENCER A GAZA PER DIMOSTRARE CHE LA FAME A GAZA È CAUSATA DA ONU E HAMAS

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Il Ministero della Diaspora ha chiamato influencer americani e israeliani nei siti di distribuzione della GHF per contrastare la narrativa secondo cui Israele starebbe affamando la popolazione.
http://dlvr.it/TMfl3Q

L'articolo HAARETZ: ISRAELE HA CHIAMATO INFLUENCER A GAZA PER DIMOSTRARE CHE LA FAME A GAZA È CAUSATA DA ONU E HAMAS proviene da Giubbe Rosse News.

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La montagna non si arrende ai giochi d’azzardo

Nessun impianto, nessun rimorso: alcune considerazioni e un racconto a più voci della mobilitazione dello scorso febbraio

Lo scorso 9 febbraio una quindicina di escursioni hanno punteggiato la dorsale appenninica e l’arco alpino al grido La montagna non si arrende. Dopo l’esperienza di Reimagine winter (marzo ’23) e Ribelliamoci AlPeggio (ottobre ’23) decine di associazioni, spazi sociali, comitati di abitanti, climattiviste si convocano in risposta alla chiamata dell’Associazione Proletari Escursionisti.
Un primo dato interessante sta proprio qui: realtà diverse, associative e militanti, singoli oppositori o gruppi organizzati riflettono le proprie voci di dissenso a progetti che disegnano una prospettiva di turismo sempre più aggressiva basata sulla depredazione dei territori. Troviamo che questa saldatura descriva due importanti momenti. Tanto per cominciare, sappiamo che in questa fase le lotte locali fanno paura al potere e sono tra le poche efficaci. Basti qui ricordare la pesantissima repressione NoTav, le manganellate al parco Don Bosco di Bologna, le forze dell’ordine sempre più spesso mandate a monitorare gruppi e iniziative di protesta locale o ancora le lotte contro il furto d’acqua e le dighe d’Oltralpe. Unire queste lotte a partire dall’urgenza dello sperpero olimpico e metterle in connessione tra loro non farà che rafforzarle e migliorarne l’efficacia, rendendo una volta ancora più esplicito il trait d’union che le accomuna: la necessità di sviluppare comunità disposte a interagire con i territori e a ragionare di come starci dentro e non sopra, insieme alll’improrogabilità di opporsi a prospettive che minacciano e calpestano luoghi ogni anno più fragili. Visioni superate, fuori tempo massimo, che strizzano ancora dopo aver spremuto. Idee sepolte, energivore, idrovore e che possono essere tranquillamente descritte come negazioniste del cambiamento climatico.

In questo solco la proposta di una giornata di mobilitazione sincrona che riconosce nei Giochi olimpici invernali 2026 l’elemento apicale di una lunga sequenza di iniziative nocive e imposte, che drenano risorse pubbliche e minano la vita non solo umana nei territori coinvolti, può fungere da apripista a una galassia di resistenze contro cave e miniere, grandi opere stradali sovradimensionate, impianti eolici industriali, estrazione di fonti fossili, nuovi impianti di risalita. Un cartello capace di interrogare e interrogarsi su possibili forme di mutuo appoggio, produzione di spazi di confronto e formazione, impellenza di far emergere le lotte con lo scopo di portare a casa piccoli e grandi risultati utili a infondere fiducia nel binomio stop nocività / riprogettazione dal basso. Tutto nasce dall’appello: «Le terre alte bruciano. Non è una metafora. Lo zero termico a 4200 metri in pieno autunno, i ghiacciai si sfaldano, il permafrost si scioglie, le alluvioni devastanti sono la realtà quotidiana delle nostre montagne. Una realtà che stride con l’ostinazione di chi, dalle Alpi agli Appennini, continua a proporre un modello di sviluppo anacronistico e predatorio, basato su pratiche estrattive e grandi-eventi come i giochi olimpici invernali.

La monocoltura turistica sottrae risorse economiche pubbliche a beneficio di pochi, a scapito di modelli plurali e alternativi di contrasto allo spopolamento delle terre interne e di convivenza armonica in territori montani fragili e unici».

I numeri, le opere (e i giorni) di una crisi

Il versante sud delle alpi paga per primo il costo della crisi climatica: 260 impianti sciistici dismessi, oltre 170 in funzione “a intermittenza”, i bacini per l’innevamento artificiale crescono del 10% toccando la cifra record di 158 secondo il Rapporto Neve Diversa di Legambiente. Sempre in tema di dati, le prime analisi della Rete Open Olympics illustrano l’economia della promessa olimpica a partire dagli open data pubblicati sul sito di SiMiCo, l’SpA a controllo pubblico e principale stazione appaltante delle infrastrutture del ticket Milano-Cortina 2026. Dati che raccontano il modello spompo di una nazione al collasso che dopo essere implosa nell’industria e nella sua capacità di produzione non sa far altro che iniettare liquidità per generare reddito sottraendo spazi di cittadinanza. E così si ruba acqua a comunità che necessitano di autobotti per bagnare gli orti, si progettano impianti che abbattono boschi, si trasformano rifugi alpinistici in resort di lusso. La logica della turistificazione genera souvenir finto-artigianali, attrae gruppi di investimento, cancella servizi essenziali per le comunità. Il risultato di questo “favore al turismo” costi quel che costi altro non è che l’annientamento di economie locali, la crescita dei prezzi e l’impossibilità di vivere e sviluppare relazioni dove si è nati e cresciuti, quando anche vi ci si volesse rimanere.
L’esplosione e l’atomizzazione del tessuto sociale.

Scritte contro l’eccessiva invadenza del turismo all’Alpe di Siusi

A un anno dallo start nella gestione del cantiere olimpico 2026, la metà delle opere risulta ancora in progettazione o in gara, le attese di una VAS nazionale sono state tradite e sulla Lombardia insiste il carico più alto (50% ca. di 3,38 miliardi) sia per numero di opere che per costo. La conclusione di diverse opere di “legacy”, che per il 70% sono stradali e per il 30% ferroviarie) è già in agenda per il 2028, 2030, 2032. Il binomio fretta/ritardo, distrattamente salutato come pura imperizia, costituisce una leva fondamentale della logica commissariale e della sua capacità di accelerare i processi di trasformazione territoriale bypassando i processi democratici di ascolto, interlocuzione, cessione di potere all’agognata sovranità popolare. A questo scenario si aggiungono i costi per la realizzazione dei Giochi veri e propri, in carico alla Fondazione Milano Cortina 2026 per 1,6 miliardi di euro.

Il 70% delle opere collaterali alle Olimpiadi – in una nazione in cui crollano ponti, si sfaldano guardrail e lo stato di edifici pubblici a cominciare dalle scuole è pessimo, in cui le case non a norma, abusive, e a forte rischio in caso di evento sismico o meteorologico è disarmante, in cui  la manutenzione è inesistente e la priorità è spostare masse di turisti nel grand tour dell’invasione – sono strade. La politica pretende di ridurre gli intasamenti stradali aumentando il numero delle carreggiate – come nel caso del Passante di Bologna – e delle carrozzabili – come per la tangenziale di Bormio – senza ammettere che così facendo fa aumentare il volume del traffico e torna al “via”, a dover ampliare e costruire ancora e ancora.
Opere per giustificare opere: infrastrutture per raggiungere borghi e città tronfi di mattone e bonus edilizi, centri urbani tirati a lucido e gentrificati, in preda alla smania di decoro e respingenti. Un Paese ricco di infrastrutture turistiche mal progettate che chiamano ciclabili. Opere inutili rispetto all’idea originaria – agevolare la mobilità interna -, che quando non contribuiscono a causare disastri, come in Emilia, sottraggono spazio ai marciapiedi e pedoni.
L’ottica turistica nasconde nocività sotto al tappeto e inventa peculiarità e tradizioni, economie e bella vita, in una valanga schizofrenica che si ingigantisce e travolge tutto quel che incontra. Impianti anacronistici e funi ricollocate nella tradizionale destinazione d’uso, come nel caso dell’ovovia di Trieste, «una vetrina commerciale per le sue [di Leitner, ndr] cabinovie urbane, dato che il cambiamento climatico preclude altri impianti in quota». Meleti pervasivi che occupano il territorio in maniera tossica, fatta di fitofarmaci e pesticidi, mentre si invita la gente a voltarsi dall’altra parte per ammirare funivie che trasporteranno la frutta da stoccare. È questo il progetto Melinda che, vestiti i panni di novella Grimm, racconta una Biancaneve al contrario fatta di una funivia, riduzione del traffico di camion, buone mele “green” e biodiversità. Come se non fosse una presa per i fondelli parlare di biodiversità mentre si impone una monocoltura (o bi-coltura, se includiamo i vigneti) nociva.
Come se la costruzione e il mantenimento di un impianto non fossero energivori, non impattassero sul territorio non inquinassero; come se, tolte poche centinaia di metri al trasporto su gomma – l’”ultimo miglio” – i camion non continuassero a portar merce dai produttori alla stazione di partenza della funivia, e dalla cella ipogea della cava di stoccaggio ai centri di distribuzione.

In Trentino, la regione “illuminata” in cui l’invasione di animali umani inizia a produrre più noie che reddito, la Provincia preferisce millantare invasioni di una fauna anch’essa re-introdotta a uso turistico, salvo non garantirle il minimo spazio vitale e negarle corridoi di dispersione per poterla poi additare a emergenza criminale e pretendere di abbatterla.
La negazione della vita per l’aleatorietà del fatturato perché, grattata la vernice, la menzogna si svela per quello che è: altro che interesse per l’ambiente, rispetto per le comunità, scelte lungimiranti per la collettività.

Interesse privato e pittate di vernice, stop

Per i Giochi è previsto l’arrivo di 1,8 milioni di presenze, che a mezzo stampa si usa arrotondare a 2 milioni, ma che in realtà è un modo curioso di parlare di 500.000 persone, per intenderci un settantesimo del giubileo capitolino.
Il Rapporto di sostenibilità, impatto e legacy è una lettura di sicuro svago per gli amanti della chiarezza circa gli obiettivi dell’impresa: rafforzare la posizione sia di Milano, come città met dinamica e votata ad ospitare eventi internazionali, che di Cortina, quale località nel cuore delle Dolomiti e della regione alpina, attrazione turistica e polo leader a livello mondiale per sport invernali. Se solo escludiamo i nomi di località e discipline che riportano la parola alpina o alpino questa è l’unica volta in cui le Alpi sono citate in 164 pagine di documento. A titolo di paragone il lemma Milano (sede di gara della maggior parte delle discipline) restituisce oltre 250 risultati.

Narrazioni dunque, cumuli di narrazioni che mirano a intruppare e a spostare l’attenzione dal cuore del problema: il modello di business distruttivo.
Ecco perché è importantissimo questo inizio di “camminata larga”, ecco perché ci auguriamo che la contestazione fuori e oltre, al tema stretto “Milano-Cortina”, si allarghi. Partire dalle singole opere, dagli impianti, dai progetti – che siano in alto come in basso, in città come in piccoli borghi semi-disabitati –; partire dai sommovimenti e dalle lotte, metterle in “rete”. Perché le narrazioni attorno all’Olimpiade o a qualsiasi altro soggetto speculativo si adattano di volta in volta succhiando respiro, ma sono accomunate dalla stessa logica, perfettamente sovrapponibile a quella che anima l’assalto a tutto lo stivale: soldi, sfruttamento, impoverimento sociale.

Leggere la dinamica aiuta a allargare lo sguardo, apre riflessioni di respiro, e sposta il piano. In questa logica non ha senso controbattere alla produzione immaginifica del monolite olimpico fatto di mille piedi, stare sul pezzo delle Olimpiadi come evento anacronistico, immaginare un unico motore no-olimpico.

Come bene ha scritto Alberto di Monte, il nostro compagno Abo, su Umanità Nova: «L’importante non è vincere, oggi è importante non partecipare». Ne siamo convinti, le montagne meritano una nuova diserzione, le olimpiadi meritano diserzione, questo mondo merita diserzione.
Disertare le loro battaglie e le loro costruzioni del nemico, spostare l’asse verso il conflitto giusto: non contro le narrazioni sognanti e distorcenti che produce il capitale, ma contro esso stesso.

Bormio – Fake snow, real profit!

La comitiva in arrivo in pullman da Milano è accolta a Bormio dalla prima neve di stagione, che da qualche giorno scende copiosa in alta valle. Le centocinquanta persone partecipanti inscenano un’escursione-manifestazione-perlustrazione fino all’imbocco della Valdidentro prima di ripiegare nel centro storico per un pomeriggio di presidi itineranti. Sì perché la contestazione olimpica non è ben accetta dall’amministrazione locale né dalla questura di Sondrio e diverse iniziative sono state precettate nel tentativo di scorare i dimostranti e di tenere a distanza le sensibilità più curiose. L’epilogo di fronte all’ecomostro delle tribune al piede delle piste, lungo la via che dovrebbe intercettare il traffico della nuova tangenzialina, è la fotografia plastica dei “Giochi della sostenibilità”.

Lo ski stadium di Bormio durante il presidio

Per raggiungere Bormio abbiamo risalito la Valle Camonica e scavallato il passo dell’Aprica. Lungo il tragitto, sopra le nostre teste nubi dense contrastano con un paesaggio brullo, fatto per l’ennesimo inverno consecutivo di scarsissime precipitazioni, sia piovose che nevose.
Attraversando la valle scorgiamo Montecampione, località sciistica fallita, e per fortuna: per tutta la bassa valle non s’intravede nemmeno una spruzzata di bianco. È febbraio ma sembra autunno.
Più a Nord la situazione non è migliore, qualche incrostazione dalla Presolana, dal Pizzo Badile camuno e dalla Concarena in su, macchia appena monti di oltre 2000m di quota.
All’Aprica, poco meno di 1200 mslm, scorgiamo i primi spazzaneve, i primi fiocchi. Siamo quasi stupiti, siamo in cinque ed è la prima neve dell’anno che vediamo. La località è triste: poca gente per la via centrale, ancor meno sulle piste, lingue bianche e artificiali a dividere masse verdi d’abete. Forse anche la gente si sta stancando di sport invernali senza inverno.

Il passo dell’Aprica la mattina del 9 febbraio

Scendiamo in Valtellina: a Tirano monti e fondovalle sono asciutti quanto quelli camuni. Man mano che ci inerpichiamo verso Bormio riprendono i fiocchi, “sta a vedere che portiamo il dono più prezioso al nemico”. Arriviamo a Bormio in leggero anticipo, la Piana dell’Alute è magnifica, ampia, di un verde che comincia a imbiancare.
I bormini le sono molto legati, la amano per la sua storia, per il suo valore paesaggistico, per quello che è. Andrebbe vista, visitata, protetta; la nuova amministrazione invece la vorrebbe devastare per farci passare la “tangenzialina”. Altro che tangere, sventrare una piana stupenda per proiettare il vomito-massa nel cuore di Bormio. Chissà se reggerà a queste sollecitazioni. Chissà se questo piccolo microcosmo resisterà all’infarto.

Cercando un parcheggio attraversiamo piazza Kuerc dove ancora non c’è nessuno. Lasciamo l’auto, calziamo gli scarponi e torniamo in centro. Bormio fa la stessa impressione dell’Aprica: pochi turisti, poco movimento in pista e fuori, i vecchi fasti delle località sciistiche sono passati, resistono giusto i comprensori-mastodonte come il Tonale, luogo di un’altra camminata di questo 9 febbraio.
In piazza ci dirigiamo verso un bar per un caffè, due ragazze ci fermano e chiedono se sia qui il ritrovo. «Sì, e manca poco. Speriamo che il meteo non rovini la giornata».
Al bar veniamo accolti bene, le ragazze che lo gestiscono ci chiedono se siamo qui per via della manifestazione, sono curiose. Fuori le stesse scene, qualche passante ci saluta e chiede, così come gli agricoltori che hanno approntato un mercatino sotto la copertura della piazza.
La storiella dei valligiani chiusi, dei montanari ostili ai movimenti e felici di vedere “soldi per lo sviluppo” si scioglie come i fiocchi che cadono sul selciato di questa piazza.
Il pullman da Milano è in ritardo, cogliamo l’occasione per salutare qualche conoscenza e per conoscere persone nuove che nel frattempo si stanno radunando. Il pericolo è scongiurato, gente ce n’è.
A un certo punto avvertiamo una presenza chiassosa, svolto l’angolo e intravedo uno striscione che recita «Milano-Cortina 2026. Dalle Montagne alle città. Olimpiadi insostenibili».
È arrivato il pullman, e bene: la questura ha vietato di tutto un po’, cortei compresi, ma la cosa non preoccupa né impensierisce troppo.
Ci muoviamo quasi subito dietro lo striscione, ci sono anche alcune bandiere e intoniamo cori. I milanesi hanno studiato un canzoniere simpatico, provocatorio, scherzoso.
Il corteo si fa, e attraversa tutto il paese. Qualche curioso si sporge dalle finestre, qualcun’altra chiede. Un signore è incuriosito dalla bandiera palestinese che sventola. «Cosa c’entra con questa iniziativa?», chiede. «Le lotte si tengono assieme, così si dà senso alle cose, alle sorellanza».
Capisce. Annuisce. Se ne va sorridendo.
Attraversiamo il fondovalle costeggiando il canale termale e poi pieghiamo a destra, inerpicandoci nei boschi, la neve attacca e meglio così, sotto di lei insidiose lastre di ghiaccio fanno pattinare e battere le natiche a terra a più di uno di noi. Ma fa presa anche negli animi, i cani ci zampettano felici, qualcuno ci si tuffa, si comincia una divertita battaglia a palle di neve. Nel frattempo tre digos stanchi, compito ingrato, ci seguono a sempre maggior distanza.
Disinteressati.

I locali hanno preparato alcuni interventi che danno il senso della giornata: la tangenziale, il progetto spalti della pista Stelvio che è già costato decine di milioni di euro e che altrettanti ne mangerà, la gentrificazione, la difficoltà del vivere ai margini dell’impero.
C’è di tutto, ce n’è per tutti; quello che una volta tanto manca è la frustrazione, il senso di impotenza, e forse questa è la cosa più importante.
Il senso della giornata, il motivo dell’umore positivo è dato alla perfezione da uno degli interventi del pomeriggio, di nuovo in Piazza del Kuerc, nel primo dei presidi mobili a cui i divieti questurini di corteo ci hanno obbligato. Tessere, unirsi, combattere. Essere consci che non è una battaglia per vincere, che le olimpiadi si faranno, ma che su qualche opera si può vincere e se su quelle vittorie si costruisce consapevolezza si segna un punto importante, si aggrega, si rilancia.
Ci sarebbe di che confrontarsi, ce ne sarà occasione: i problemi bresciani risuonano in quelli valtellinesi, che fanno eco a quelli milanesi, del tutto simili a quelli appenninici, «che al mercato mio padre comprò»; se saremo bravi sarà semplice intersecare le lotte, riportarle a quello che sono: un’unica grande battaglia contro un unico nemico arrogante.

Durante il rientro attraversiamo boschi di abeti e larici, vallette, passiamo dietro ai bagni di Bormio (ora irrimediabilmente chic), ci immergiamo in questa testimonianza silente delle peculiarità di un territorio maestoso e delicato. Lungo il cammino e prima della foto di rito da un belvedere, a fine camminata, è previsto un altro breve intervento che – appunto perché la lotta è una – include anche il racconto di quello che è successo al lago Bianco, dove si è pensato di posare tubi al fine di sfruttare il bacino per l’innevamento artificiale. In pieno Parco Nazionale dello Stelvio, prosciugando una torbiera e la sua complessità ecologica, a dimostrazione che è tutto sott’attacco, anche le aree più fragili e che pensavamo tutelate.

La camminata è stata intensa, avvolta dall’odore e da quel senso di ovattamento sempre più raro che regala la neve, che aiuta a riflettere, che fa meglio percepire le sinapsi. Torniamo in piazza, mangiamo qualcosa e ci prepariamo per l’ultima parte della giornata, fatta di presidi dinamici che descrivano il senso dell’iniziativa e i cantieri “insostenibili”, con ultima tappa sotto le colate di cemento della già citata pista Stelvio.
Si uniscono a noi comitati locali, due arzilli avanti con gli anni volantinano e raccolgono firme per i trasporti gestiti da regione Lombardia, contro il suo assessore, contro Trenord. Altro piccolo legame tra le due valli unite nello scempio: in quella camuna si va sviluppando il primo progetto italiano di treno a idrogeno su una linea capace di offrire soltanto disservizio, da anni.

A causa di un piccolo acciacco e della conseguente sofferenza di uno di noi ce ne andiamo poco prima della fine e dei saluti, non partecipando all’ultimo dei presìdi, del resto “si parte e si torna insieme”. Ce ne andiamo però soddisfatti, pieni del senso di una giornata proficua, necessaria.
Le connessioni ci sono tutte, le volontà anche. Non resta che cospirare.

Caldarola – Anche in Appennino: la montagna non si arrende
(a due passi dai Sibillini)

Ci ritroviamo a camminare nell’Appennino maceratese a distanza di diversi mesi dall’escursione che ci portò a osservare dall’alto l’area interessata dal progetto monster degli impianti di Sassotetto e a diversi anni dalla fantastica Festa di Alpinismo Molotov del 2018. In questa fascia di montagna, a rispondere all’appello per la giornata di mobilitazione sono state due associazioni locali: C.A.S.A. Cosa Accade se Abitiamo e L’Occhio Nascosto dei Sibillini, ma la partecipazione come vedremo è stata poi molto più ampia, sia da parte di singoli che di realtà del territorio. Ma partiamo dalle basi, sottolineando un aspetto che non smetteremo di evidenziare: le dinamiche predatorie e speculative che interessano quest’area sono le stesse che ritroviamo in tutte le terre alte (e non solo in quelle), con l’aggravante che vanno a insistere su un territorio che ancora mostra tutte le ferite del sisma 2016/2017. Ferite visibili, fatte di case e paesi ancora – quando va bene – in fase di ricostruzione e di un tessuto sociale sempre più in difficoltà. Quando, nei primi mesi del post-terremoto, parlavamo di un territorio che rischiava di essere ancor più sotto attacco perché reso più debole dalle scosse e dalla mala gestione dell’emergenza (prima) e della ricostruzione (poi), facevamo una previsione fin troppo semplice.

Per questo mobilitarsi in queste aree ha a avrà per lungo tempo una doppia valenza, una “di base” e una specifica sulle varie tematiche che si intendono affrontare. Questa volta gli interventi che hanno unito i nostri passi si sono concentrati su tre temi di base: i progetti turistici sui Sibillini, il Gasdotto SNAM che attraversa queste zone, il parco eolico che dovrebbe sorgere proprio dove stiamo camminando. Quest’ultimo tema è quello su cui ci si è soffermati maggiormente, anche ma non solo per il luogo scelto per l’escursione di questa giornata.
Riprendiamo dall’appello: “(…) a ridosso del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, tra i comuni di Caldarola, Camerino e Serrapetrona, in provincia di Macerata, dovrebbe sorgere un parco eolico con aerogeneratori alti 200 m. A conferma di come l’energia rinnovabile, di cui ovviamente condividiamo la necessità alla base, non sia buona “di per sé” ma vada comunque sempre inserita in un contesto di rapporti sociali, politici ed economici e valutata considerando anche l’impatto sull’ambiente, sulle comunità e sull’intero territorio. Non è illogico riconoscere che dietro la famigerata transizione ecologica si nascondano altri interessi (il parco eolico in questione è stato richiesto appunto da una multinazionale norvegese con sede anche in Italia) che non hanno nessuna ricaduta positiva sulle comunità – defraudate di qualunque potere decisionale – perpetuando in chiave “green” lo stesso sistema economico che ci ha portato fino a questo punto.”
Riportiamo queste considerazioni perché sono tornate più volte nel corso degli interventi e perché se sostituiamo il parco eolico con gli impianti di risalita o con il gasdotto il risultato finale non cambia: nessuna ricaduta positiva sui territori ed estrattivismo da parte del capitale. Su queste basi ci ritroviamo lungo il sentiero che da poco più avanti l’abitato di Castiglione si muove verso i Prati delle Raie e Croce di Valcimarra. Ci muoviamo intorno ai mille metri di quota e una fitta nebbia ci accompagna fin dalla partenza, siamo 100? 120? 90? È persino difficile contarsi e nel lungo serpentone si riconoscono le sagome solo dei dieci avanti e dietro ciascuno di noi. Una composizione variegata e di tutte le età, compagne e compagni che si incontrano sia in piazza che lungo i sentieri di montagna ma anche appassionati di escursionismo e persone del luogo sensibili agli argomenti trattati. Chi conosce questi posti racconta di come normalmente il panorama da quassù sia fantastico, da un lato le vette dei Sibillini che a tratti spuntano dietro ogni curva, dall’altro la vallata e Camerino in lontananza. Oggi la nebbia rende tutto surreale e qualcuno aggiunge che “oggi non avremmo visto neanche le pale se le avessero già piazzate”.

Durante le prime due soste sul gasdotto e – soprattutto – sul parco eolico sono tante le domande e le considerazioni che si accavallano e chi ne sa di più prova a rispondere, non tanto sui tecnicismi quanto sull’assurdità del progetto in sé. Qualcuno ricorda che solo nelle Marche sono più di cento le pale eoliche – alte 250 metri – che dovrebbero essere installate lungo i crinali appenninici, tanto che sempre oggi sul Monte Strega è in corso un’altra escursione sempre sullo stesso tema.
Continuiamo a salire e si iniziano a vedere i primi scampoli di cielo blu, giusto in tempo per la foto di rito con uno striscione realizzato con su scritto a caratteri cubitali “La montagna non si arrende”. Dopo poche centinaia di metri accompagnati dal sole l’itinerario ci porta a ripiombare nella nebbia per l’ultima “pausa narrata” sui progetti da decine di milioni di euro che andranno a impattare sui Sibillini con la scusa della “transizione turistica”, che ovviamente non viene chiamata così, ma sembra troppo affine alla transizione ecologica per non fare un accostamento.

Scendendo ci siamo chiesti cosa avesse significato questa giornata e l’opinione di tutti è che, nonostante il meteo e un territorio che negli ultimi anni ne ha passate di tutti i colori, c’è ancora una spinta a mobilitarsi su questi temi. Spinta che ci auguriamo sia solo il primo passo di una rincorsa verso i prossimi appuntamenti, perché l’escursione di oggi ci ha dimostrato che nonostante tutto gli spazi di possibilità ci sono. Sempre.

Ponte di Legno – Ri-pensare le terre alte per la loro salvaguardia

La camminata a Ponte di Legno – pensata e condotta da APE Brescia, MTO2694, Unione Sportiva Stella Rossa, Collettivo 5.37 e L’Oco! Orco che orto – ha visto la partecipazione di un centinaio di persone, nonostante una fitta nevicata lungo il sentiero e pioggia battente all’imbocco della Val Sozzine, luogo di ritrovo della manifestazione, ma non è stata che l’apice di un percorso preparatorio di respiro.
Va infatti fatta una doverosa premessa: in Valle Camonica sono state organizzate tre serate preparatorie alla camminata del 9 febbraio, con l’intento di coinvolgere una popolazione che sobbolle disorientata, di mettere a fuoco le tante questioni camune sul tavolo – Terme di Ponte di Legno, depredamento del bacino del Lago Bianco per realizzare un nuovo impianto di innevamento artificiale, ampliamento del comprensorio del Monte Tonale, Montecampione, terra di progetti di turistificazione varia – tra i quali spicca Imago nei parchi Nazionali delle Incisioni Rupestri. – e di tentativi di costruire relazioni stabili tra cittadini sparsi, associazioni, comitati e collettivi locali che si stanno opponendo o che ragionano criticamente su singoli progetti, per rinforzare la protesta.
Tre serate molto partecipate e vivaci, organizzate da realtà strutturate che sono state in grado di aprirsi e accogliere la partecipazione non scontata di tanti singoli sparsi, sensibili ai temi ambientali e sociali del territorio. Tre assemblee grazie alle quali si è generato un passaparola propedeutico a allargare lo sguardo e le presenze del 9 febbraio.

Nel suo complesso, la mobilitazione è infatti stata molto più larga rispetto a quella che ha frequentato il serpentone colorato del 9; sintomo di una tematica sentita e della capacità di intercettare molte istanze e soprattutto molti volti nuovi rispetto a quelli a cui ci la militanza camuna è abituata.
Il  percorso scelto si è snodato lungo la ciclabile che da Ponte di Legno sale verso il Passo del Tonale, una camminata adatta a tutti, con punti panoramici dai quali osservare direttamente i luoghi delle criticità trattate e sufficientemente visibile perché i turisti in risalita verso le piste del Tonale se ne accorgessero. Ad accogliere i partecipanti giunti in auto e con un pullman, una micro delegazione delle forze dell’ordine che, una volta rassicurate rispetto all’idea pacifica della mobilitazione e della mancanza di volontà di bloccare le piste – voce preoccupata e forse messa in circolo con una certa malizia – si è allontanata salutando. Di altro tenore l’interesse della stampa locale, presente con rappresentanti di tutte le emittenti, che si è presentata per produrre servizi e articoli una volta tanto piuttosto potabili.
Il meteo non è stato clemente, ma un percorso ben studiato ha consentito a chi non fosse attrezzato o si trovasse in difficoltà a camminare sotto la neve di seguire gli interventi muovendosi da una sosta all’altra, lungo la strada. Gli interventi hanno rivendicato maggiore vivibilità, sia economica e sociale che ecologica e ambientale. Hanno messo in luce la scarsità di prospettive e di servizi per i camuni: spopolamento, mancanza di servizi, redditi inferiori rispetto a quelli di pianura, impossibilità di non avere un’auto a causa dell’inefficienza della mobilità pubblica, aggravata dal progetto di Trenord di realizzare una linea sperimentale a idrogeno e ribadito contrarietà al continuo sperpero di risorse per ampliare i demani sciabili.
La Valle Camonica infatti, anche se non sarà direttamente impattata dalle Olimpiadi, fa parte di quei territori che continuano a drenare fondi collettivi per cercare di rilanciare il turismo con nuovi comprensori, cannoni e sbancamenti, senza pensare minimamente di diversificare le proposte o gettando lo sguardo a un turismo più responsabile e meno impattante.

Immaginando le tappe di avvicinamento e la giornata di mobilitazione, si è scelto un percorso indagante, morbido e inclusivo ben riassunto da questa dichiarazione del comitato MTO2694: «Progetti come quello sul Monte Tonale Occidentale, poco chiaro e ancora fumoso, che  in alcune ipotesi prevede lo sbancamento della cima e il disboscamento della Valle del Lares, sono un attacco all’ambiente e alla biodiversità». Un progetto «anacronistico, fuori tempo massimo». […] «Le critiche sono tante e addirittura alcune sono condivise da Regione Lombardia. La stessa Regione Lombardia che ha parzialmente finanziato questi impianti. Le criticità sono davanti agli occhi di tutti». Siamo contrari agli ampliamenti dei demani sciabili con nuovi impianti perché ci sembra una forzatura, non solo nei confronti dell’ambiente ma anche del clima che cambia. Noi non siamo contro lo sci, siamo contro le forzature».

Per concludere, questa scelta, premiata da una folta partecipazione complessiva, ha dimostrato che stimolando un dibattito serio ci sono forze per continuare a sviluppare percorsi di critica, e si riesce anche a attrarre nuove presenze, fino all’8 febbraio per nulla scontate.

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Fonti istituzionali

Cruscotto con lo stato di avanzamento delle opere in carico a Simico

Dossier di candidatura

Rapporto di Sostenibilità, Impatto e Legacy 2023

Proposta Programma per la Realizzazione dei Giochi Olimpici

 

Fonti open

Primo report OpenOlympics

Secondo report OpenOlympics

Rapporto Neve diversa 2024

 

Fonti compagne

La montagna non si arrende (utili in calce alla pagina “materiali audio” e “cose interessanti”)

Tracce (immagini satellitari impianti sciistici in lombardia dal 2016, Off Topic Lab)

Umanità nova (articolo di Alberto “Abo” di Monte)

Video integrale convegno Off Topic

Video Duccio Facchini – Altreconomia

L'articolo La montagna non si arrende ai giochi d’azzardo sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.

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Al 9 febbraio: la montagna non si arrende, e nemmeno noi

Per il 9 febbraio c’è una chiama imprescindibile.
Non solo le Olimpiadi di cui abbiamo scritto un anno fa, ciò che accade nelle terre interne, lungo i rilievi di tutta la penisola, non può lasciare indifferenti.

Mentre la terra brucia per via della crisi climatica in cui siamo immersi, annusatone il sangue, i predoni dell’estrattivismo che fa rima con accanimento apparecchiano un banchetto di corvi sulla pretesa carogna di intere comunità, decisi a spremere dal turismo tutto quel che possono.
Disboscano foreste giunte al limite di sopportazione e colpite da bostrico, Vaia e dissesti assortiti, percorrono la strada della cementificazione esasperata per nuove strutture, infrastrutture e palazzetti dal gusto distopicoAttraggono mosche sullo zucchero di non-altrove utili a mettere in scena experience fotocopia, fatte degli stessi panorami fitti di vetro e cemento, degli stessi sapori, odori, colori e ritmi; le rinchiudono a sciare in cattedrali post-atomiche, a passeggio per i “corsi” di ex villaggi di pastori e stalle, ingozzandosi degli stessi cibi di lusso.
Venghino siori venghino, il ceto medio si indebiti per una settimana bianca all-inclusive, terme-spa-motoslitta e pesce di mare. Per un giro a Cortina a respirare la stessa aria di Milano e replicarne le stesse pose fatte di vasche dello shopping e apericena.

Sono gli ultimi colpi di maglio di un capitalismo – col capitale degli altri però (cioè soldi nostri) – che mette la sua rovina in scena, che non immagina altro che portare allo sfinimento un modello fatto in questo caso di altri piloni e di cannoni via via più performanti (si legga: idrovori).
Beautiful che incontra il sogno di soldi facili e il fatalismo della corsa all’oro nel Klondike, l’eterno presente capitalista la cui mentalità viene diffusa a pioggia da soap opere eterne, con Ridge in decadenza che giunto all’ottantesima stagione – i primi impianti coincidono grossomodo con l’Italia repubblicana – è costretto a recitare aggrappato al deambulatore e col catetere infilato.

Un modello che attrezza pacchetti divertimento per qualsiasi gusto purché non siano rispettosi nemmeno quando sono causa dell’agonia di luoghi in cui non spingono a calarsi incuriositi, ma a colonizzare; all’occorrenza si può sempre far sbriluccicare specchietti conditi dalla retorica del “recupero” della montagna abbandonata, dal recover washing si potrebbe dire.

Champagne e motori; sfarzo sguaiato e arroganza, il requiem della nostra decadenza fatta di topi festanti mentre la nave affonda, quando non andrebbero spazzati via soltanto questi abbagli di uno sviluppo che non c’è se non nei conti in banca di chi lo sfrutta, andrebbero rimosse anche tutta un’infrastrutturazione nociva, le narrazioni sull’aria sana, i miti romantici dell’alpe e del quanto si stia bene in montagna.
Tutto ciò non è emendabile, non è perfettibile, non c’è compensazione o posti-lavoro-in-cambio che tenga. È da abbattere in toto, fino a festeggiarne il cadavere. Solo allora sarà possibile provare a immaginare qualcosa che possa avere senso.

Il quadro che abbiamo tracciato è piuttosto apocalittico, e tutt’attorno ai monti non è meglio. L’intero pianeta umano sta subendo scosse telluriche forti, capaci di disarticolare e annichilire il pensiero dei più positivi.
È frustrante trovarsi immersi in questo clima, sa dell’amara perdita di ogni speranza e voglia di rimettersi in gioco.

Del resto i primi a rendersi conto che la pacchia del turismo invernale è finita sono proprio i costruttori di impianti di risalita, che infatti cercano grottescamente di rifilare le loro cabinovie alle città, spacciandole per mezzi di trasporto urbani sostenibili ed eco-friendly.

È successo a Kotor in Montenegro, sta succedendo a Trieste, prossimamente succederà a Genova. A Trieste la mobilitazione spontanea di cittadini e comitati di quartiere è per ora riuscita a fermare un progetto ad alto impatto ambientale, che prevede la distruzione di un bosco protetto per permettere la costruzione di una cabinovia al servizio delle navi da crociera e del loro indotto. Diciamo “per ora” perché dopo due anni di mobilitazioni e di azioni legali è finalmente saltato il finanziamento PNRR; ma l’ineffabile ministro Salvini ha promesso un finanziamento ad hoc, con fondi ministeriali, perché lo Stato e la ditta appaltatrice, la Leitner, non possono permettersi di essere messi in scacco da un’accozzaglia di pezzenti.

Proprio per questo è ancora più importante esserci a ogni latitudine, tener duro e non abbandonarsi al fato.
Siamo in ottima compagnia, la rete che sta stringendo le maglie è larga e importante, dobbiamo darle continuità e forza ben oltre alle Olimpiadi, perché ne va anche delle nostre vite, della differenza che corre tra arrancarvici e viverle.

Abbiamo deciso di aderire all’appello La montagna non si arrende e di mettere a nudo le difficoltà che attraversano noi e l’intero paesaggio.
Ci sono iniziative di tutti i tipi, sono ben accette anche piccole testimonianze pressoché individuali, contribuiamo a propagare l’onda, partecipate, inventatevi qualcosa e stringete rapporti.
Dal canto nostro, noi non ci concentreremo su una manifestazione singola ma contamineremo e ci faremo contaminare, spalmandoci e stando nella galassia di iniziative che si vanno a creare.
Restituiremo le esperienze dei nostri corpi. A dopo il 9, ancora e ancora.

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Moschettoni e doppi legami: le ferrate tra marketing e repressione (seconda puntata)

Nella prima parte di questa disamina abbiamo affrontato due differenti approcci: quello che pretende che il potere garantisca la fruizione in sicurezza dell’adrenalina facile e quello colpevolizzante verso l’escursionista per scaricare su di lui le responsabilità di politica e marketing, cioè di chi l’ha invogliato a andare in montagna promettendo adrenalina facile e sicura.
In questo secondo pezzo vorremmo dar conto della visione Molotov, che è radicalmente opposta a entrambi agli approcci precedenti, perché li considera facce della stessa medaglia: l’estrattivismo turistico che va contestato in maniera radicale. La voce molotova promuove la conoscenza e il rispetto del territorio, la consapevolezza dei propri limiti e la responsabilità nell’assunzione del rischio. Per farlo, a seguito di una prima analisi, utilizzeremo un esempio assurto alle cronache quest’estate.

PARTE TERZA
– La versione Molotov –

Le vere lacune, quello che manca in toto nel dibattito, sono conoscenza e consapevolezza di quel che si sta andando a fare. È più che evidente. E infatti si commentano drammi senza capacità di analizzarli, additando.
Se ipotizzassimo una libertà di scelta consapevole e informata non sarebbe necessario garantire qualcuno, ma semplicemente assumere responsabilità senza pretesa di voler distribuire colpe. Come in ogni cosa della vita se ci si infila nei casini ci si arrangia, se non si è sicuri si evita.

Detto in pratica, secondo noi la responsabilizzazione avrebbe senso se servisse a smontare l’idea che tanto, dovesse andar male qualcosa, qualcuno dall’alto dei cieli aiuterà se non si è capaci, se non si è ragionevolmente al sicuro.
Semplicemente deve essere reso chiaro come dato ambientale che non ci si può fidare al 100% di nessun cavo, che non ci si può fidare di nessun sentiero, mappa, tacca, cartello, app, di niente e nessuno.
Ci si può fidare di quello che si sa valutare, si impara a farlo non fidandosi, e non si è comunque del tutto immuni dal rischio. Riassumendo va sviluppata competenza a saggiare il territorio, a calarcisi dentro e non a starci sopra: la mappa non è il territorio.

La consapevolezza di una scelta, in questo caso estrema: Hansjörg Auer in solitaria e slegato sulla Via attraverso il pesce alla Punta Rocca in Marmolada.

C’è caso e caso: c’è chi assume la propria responsabilità conscio di quel che affronta e c’è chi non ha il senso dello stare in montagna tenendo conto degli altri.
Tornare ‘slegati’ da un sentiero impervio e selvaggio, anche attrezzato, oppure scegliere di salire ‘slegati’ un itinerario alpinistico, osare quindi, è una cosa. E fa parte del gioco, pericoloso certo ma consapevole. Altra cosa è mettersi in mostra in una situazione turistica, non sapere cosa si rischia e si fa rischiare a chi è intorno.
Per un sacco di ragioni. La prima che ci viene in mente è che se il terreno è isolato o poco frequentato si rischierà in proprio. I pericoli oggettivi sono comunque dietro l’angolo, ma non più che in ogni cosa della vita.

Conoscere bene una zona e i propri limiti aiuta a saper valutare con sufficiente precisione e a ‘mettersi in sicurezza’. La stessa persona, con la stessa esperienza, saprà cambiare approccio di salita o discesa in relazione a un contesto diverso, da parco divertimenti. Ecco perché se si è su un tratto attrezzato zeppo di gente non è buona prassi passare slegati. Perché si fa rischiare, oltre a rischiare in proprio. L‘appiattimento di sfumatura che porta con sé l’iper-frequentazione non dà ragione di queste dinamiche spicce, figuriamoci di altre, ben più delicate.

OUTRO
– Un esempio –

Prendiamo un esempio di cronaca e una ferrata che risponde al criterio dello snaturamento storico in ottica turistica: la Bepi Zac alle cime di Costabella.
Una ferrata storica importante, in una regione a vocazione turistico-alpina talmente forte che va tenuta in piedi a qualsiasi costo. Ricordiamo qui che i grimaldelli che tengono in vita con accanimento questo come altri percorsi, sono l’inserimento delle infrastrutture della grande guerra tra i beni culturali protetti dal codice Urbani e la “sicurezza”.

L’invasività dei lavori di consolidamento e “messa in sicurezza” della Ferrata Bepi Zac alle creste di Costabella.

Il fatto è il seguente:
alcune famigliole portano i bambini slegati sulla ferrata Bepi Zac che percorre sfasciumi in quota e sale fino attorno ai 2700mslm. Le foto sono state scattate nel secondo tratto, in zona Costabella.
Di pericoli oggettivi ce ne sono, caduta massi ad esempio, ma non è nemmeno questo il punto, è proprio che ci sono passaggi esposti (come nella quasi totalità dei casi quando c’è un cavo) e portarsi un pargolo in braccio perché incapace a percorrerla (e forse spaventato) non pare il caso, tout court.
A cadere su un terreno del genere ci si può far male-male; se si cade con un bimbo in braccio ci si è comportati idioti.
Premesso questo, e che portare figli piccoli senza attrezzatura è promuovere l’incultura e non la cultura della fruizione della montagna, il dibattito a cui normalmente si assiste in questi casi è fuorviante, e suona più o meno sempre allo stesso modo: «criminali», oppure «se i tizi fossero dei super esperti della zona che avessero valutato quello che stavano facendo e non dei turisti sprovveduti?»

Per quanto ci riguarda restano vittime del marketing. Possono essere tra i più esperti dell’Universo, sono però in un ambiente altamente frequentato, in cui il pericolo oggettivo è in primis l’affollamento (le scariche di sassi che ne possono derivare, attese lunghe e estenuanti fissi a un cavo, cadute altrui…).
Altrettanto oggettivo è il fatto che un figlio piccolo non può essere esperto, che il genitore sta decidendo per lui (al punto che in alcuni scatti il genitore se lo carica in collo).
Se ti cade un etto di sasso sul braccio che fai?
È la visione indotta del marketing, in cui l’escursionista-consumatore viene preso in trappola, è la modalità di vendita della fruizione a proiettare l’immagine per cui basta spendere, comprare l’attrezzatura cara, per essere sicuri e al sicuro.
Aggiungiamo poi che se il terreno di gioco è quello alpinistico, in cui il potere d’acquisto applicato alla retorica e al terreno acrobatico, al linguaggio spesse volte ricalcato da quello bellico – militarista –, essere indotti nell’abbaglio del superuomo che fa tutto da solo è un passo brevissimo.
Comportamenti del genere su terreni a zero possibilità di sperimentazione, che obbligano a seguire un tracciato più pedissequamente che una via alpinistica o un sentiero, sono stupidi e non del tutto consapevoli.
È una protesi del gioco che l’imprenditoria e la politica stanno costruendo sulla pelle delle valli e delle cime.

In conclusione non caschiamo nel gioco: sono le scelte di indirizzo a generare i mostri cui la politica che le ha prodotte non vuole rispondere in maniera proficua.
La responsabilità è politica, la colpa è del modello economico che ha intenzione di sfruttare ancor di più la montagna in ogni modo, oltre qualunque limite di ragionevolezza.
In altre parole: se si precludono i corridoi faunistici agli orsi che si è ‘preteso’ di importare sul territorio anche per aumentare l’afflusso turistico, salvo poi lamentarsi del loro sovrannumero e proporre come unica soluzione l’abbattimento, si sta giocando con la pelle degli animali non umani.
Se si rendono instagrammabili i sentieri, con panchine giganti e ammiccamenti acchiappa click, perché si vuol far crescere il turismo in maniera esponenziale e incontrollata ma poi li si chiude quando qualcuno si fa male, si sta giocando con la pelle degli animali umani.
Se si trova normale spendere valanghe di soldi per alimentare i comprensori sciistici (o per realizzare skidome al chiuso in assenza di neve), per alimentare la speculazione edilizia, per realizzare Olimpiadi che lasceranno scheletri e macerie; se si pretende eliminare il rischio nelle attività ludiche criminalizzando per decreto o divieto ma si dà per assodata l’alta probabilità di farsi male in quell’obbligo alienante che è il mondo del lavoro si sta giocando con la pelle della società.

Così facendo le amministrazioni e governi dimostrano di prendere scelte politiche di indirizzo che non manifestano rispetto alcuno verso i luoghi, verso le differenti specie animali che abitano quei luoghi, nessun rispetto anche verso le persone che abitano la montagna o che vengono da fuori, invogliate ad andare a ‘fare il ponte tibetano’ con la stessa spensieratezza con cui andrebbero nell’ennesimo inutile nuovissimo iper mega centro commerciale.
In questi precisi ambiti queste scelte vanno censurate e attaccate.
Servono cultura e capacità interpretative, sensibilizzazione, non overdose di emozioni indotte, normate da chi al primo guaio provocato si lava le mani e risponde con l’unico strumento che padroneggia: la repressione.

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Moschettoni e doppi legami: le ferrate tra marketing e repressione

INTRO
– inquadramento-

La storia dell’alpinismo, in genere, è una storia coloniale ed elitaria: il ricco, il nobile (“il” perché questa storia porta con sé anche un approccio maschilista) arriva ai monti inizialmente per ragioni cartografiche ed esplorative, in seguito per ragioni di conquista e blasone.
In questa narrazione l’abitante, ‘il montanaro’, è un esserino grezzo e impaurito, che non sa godere delle bellezze della montagna, che non fa passeggiate o arrampicate per “vivere le cime” – con tutto il fascino di verticalità, desolazione e pericolosità – ma che tutt’al più “serve” perché conosce i luoghi circostanti a quelli che abita e può indicarli, e perché da bravo spallone può farsi portatore di strumenti e vettovaglie*.

Il monte come luogo piacevole e d’incanto, salubre, unito alla massificazione turistica cominciata tra gli anni ’60 e ‘70, porta allo sviluppo di un nuovo terreno di gioco, anche se non particolarmente originale, basti pensare alle similitudini con l’impiego di corde fisse. Se prima la ferrata era turistica e poi fu utilizzata per scopi militari, ora finte élite di eroici bardati assaltano il percorso ‘di massa’, un combinato da logica turistica: colonizzazione dello spazio e appiattimento dell’immaginario.

Addentrarsi in questo ambiente è provare a sviscerare un tema tecnico e ispido, sul quale scegliamo di non intervenire, però qualche considerazione e riflessione generale crediamo vada fatta.

 

La successione di cenge attrezzate per mettere in sicurezza l’itinerario. Bocchette centrali di Brenta.

Ci sono varie tipologie di ferrata: talune, storiche, nascono con l’idea di mettere in sicurezza percorsi già frequentati, altre, specie quelle dolomitiche o di bassa quota non sono realizzate per portare in un dato luogo ma esplicitamente per cercare la difficoltà.
Fino ad una certa fase, forse, lo sviluppo di alcune ferrate assurde ha avuto a che fare con echi di arrampicata in artificiale, con diversi mezzi ma la medesima propensione a non porsi problema di manomissione del contesto.
Un esempio di itinerario con logiche di artificiale, scale come staffe: ferrata Castiglioni alla Cima d’Agola.

Possiamo distinguere grossomodo tre tipi di ferrate e conseguenti tipi di fruizione.

  1. Opera militare mantenuta o ristrutturata a scopo turistico. Quasi assente in alpi occidentali;
  2. attrezzatura fissa di un itinerario che semplifica una via alpinistica, rendendola accessibile a escursionisti ‘esperti’, e che di solito serve ad arrivare in cima o a traversare. È il caso della ferrata Bolver-Lugli a Cima Vezzana nelle Pale di San Martino o della Arosio al Corno di Grevo, nel gruppo dell’Adamello;
  3. ferrata estrema, acrobatica, mozzafiato-adrenalina, tipicamente fine a sé stessa, in ottica di lunapark, di solito ridondante di infrastruttura: scalette, ponti, ecc., più orientata a palestrati che ad alpinisti/escursionisti. Non infrequente in alpi occidentali anche francesi, la ferrata Du Diable risponde sicuramente al caso lunapark.

A sinistra la ferrata du Diable in tutta la sua insensatezza.
A destra la ferrata Arosio al Corno di Grevo, già via alpinistica di cresta. Per anni è stata accompagnata da polemiche, più volte ne sono stati sabotati i fittoni e un tempo erano visibili scritte come «no ferrata» e «CAI Cedegolo incivile».

Che ad esempio nei tardi anni ’30, in Dolomiti di Brenta, si sia pensato di attrezzare un percorso sfruttando le sequenze di cenge lì esistenti e ne siano così nate le Bocchette Centrali, può essere una cosa ragionevole.
Il problema tuttavia, più che l’attrezzatura dei percorsi in sé, è la fruizione che se ne fa, la turistificazione intensiva dovuta al boom e al conseguente aumento del potere d’acquisto del ceto medio.
Da qui nascono i ‘ferrata adventure park’ o percorsi come quello delle Aquile in Paganella e Intersport nel Donnerkogel. Tra questi ultimi e gli itinerari classici, storici, dovrebbe esserci una gran differenza.

Sopra la  ferrata delle Aquile in Paganella.
Sotto la ferrata Intersport al Donnerkogel.

PARTE PRIMA
– l’approccio sceriffo –

Ci pare che negli ultimi anni le modalità di fruizione abbiano appiattito le sfumature costruttive in virtù di un’unica fruizione possibile.

Così già da tempo (immagine del 2016): botta-risposta su un noto blog dedicato al tema.

Si vendono – si compra-vendono – ferrate. L’espansione tremenda della frequentazione alpina e del movimento dell’arrampicata sportiva, se da un lato testimoniano di una moda, dall’altro concorrono alla creazione e all’ingigantimento del problema. Notiamo che il modo di stare sulla ferrata, la terminologia di che ne racconta le difficoltà, gli entusiastici report fotografici che ne seguono, descrivono atteggiamenti assimilabili al tipo 3.

Ci si concentra sull’adrenalina e si riflette poco – o per nulla – di sicurezza o rispetto dell’ambiente col quale si interagisce. Non si dice mai ad esempio, ed è disonesto, che una caduta su ferrata è potenzialmente molto più pericolosa di una in arrampicata. Senza tutto un sistema di dissipazione in ordine, senza competenze specifiche (spesso risolte con ‘compra l’attrezzatura’), si possono generare fattori di caduta nettamente più alti che scalando, con sollecitazioni che, per come sono progettati, moschettoni e corde non possono reggere. E se resistessero, non lo farebbe il corpo umano. La strada che si sta percorrendo – stiamo ragionando per ipotesi – è quella del «vorrei ma non posso, però c‘è la ferrata». È così che questi percorsi si sono guadagnati e si stanno guadagnando una larga ‘fetta di mercato’.

Come per gli orsi e i lupi, come per il Natisone, buona parte delle criticità che stanno alla base  del discorso sono la turistificazione e lo sfruttamento, il rilassamento delle sinapsi preposte all’accortezza, in favore della deresponsabilizzazione collettiva: ci si diverte, si provano ‘brividi’, si racconta l’atto acrobatico con la go-pro. Nel frattempo si intasa, si erode, si sovra-alimenta la bulimia del profitto, e così ferrate che potevano tranquillamente rientrare nella categoria 1, quella di opera militare manutenuta come il Sentiero dei Fiori in Adamello, grazie al battage pubblicitario schizzano dritte nella 3: adrenalina.

Passerelle si materializzano al ritmo dei ponti tibetani, lavori degni di grandi opere, appalti con imprese e eccesso di infrastruttura. Nomi evocativi, da marketing, come nel caso dell’Epic trail.
L’epica dell’Odissea, de Il mucchio selvaggio, messe a disposizione per pochi spicci a chi passa le settimane sfruttato sul luogo di lavoro, con giubilo dei geometri che progettano siffatti percorsi.

Tram a Milano pubblicizzano il sentiero dei fiori.

Se questa è la logica, ci sentiamo di affermare che, indipendentemente da quel che si pensi della loro bontà, una volta che una ferrata esiste chi va in montagna tende a pensare che sia in ordine. Che sia sufficiente fissare il moschettone a un cavo che terrà, i cui chiodi non salteranno via come bottoni, e seguirlo camminando. Su questo aspetto risulta impossibile colpevolizzare l’escursionista, e infatti si gioca alla deresponsabilizzazione, al ‘ludico gestito dalla legge’. Soprattutto se gli escursionisti vengono attratti e invogliati a percorrere quella ferrata dagli opuscoli delle Pro Loco.

In alcune zone – Dolomiti su tutte – si esaspera il ruolo di parco giochi dei sentieri attrezzati, pensati esplicitamente per cercare la difficoltà e frequentati da individui accessoriati. In altre la dimensione tecnica conta molto meno, i percorsi sono stati conservati come retaggi militari o sono nati soprattutto per poter dire «li abbiamo anche qui», anche se non sono nemmeno lontanamente paragonabili ai primi e salvo poche eccezioni hanno molto meno senso.
Se si costruiscono parchi giochi si promuove una certa idea per cui si paga il biglietto – leggi “compra l’attrezzatura giusta e cool per agganciarti alle pareti e il più è fatto” – ed è ragionevole che il consumatore pretenda che lo spettacolo fili liscio: che la messa in scena sia sicura e l’attrezzatura che userà sarà in buono stato, funzionante e certificata.

PARTE SECONDA
– l’approccio bimbominkia –

Nei cantieri sono di solito posti cartelli in cui si elencano i vari strumenti di protezione e si invita i lavoratori a usarli. Della pericolosità del lavoro in sé niente, non si sa, non si dice.
Aspetti diversi, certo, il cui trait d’union è che si può – si deve visto che si fa poco o nulla per evitarlo – morire di lavoro. Attraverso il marketing si raccontano domatori di montagne su ferrata salvo poi drammatizzare i sentieri per tenere alla larga rogne legali come capitato, ad esempio a San Felice in Circeo.

Ordinanza di chiusura sentieri del comune di San Felice in Circeo. Stando al sito del parco del Circeo, nel momento in cui scriviamo il sentiero 750 risulta ancora interdetto (clicca qui per leggere l’ordinanza completa).

Manovre per le quali non è difficile immaginare la funzione di anticamera per stabilire parcelle di soccorso, nella cornice di un attacco al tempo libero, alla preservazione della ‘carne-lavoro’.
Il tema delle garanzie e dei diritti – compreso quello alla sicurezza – vengono insomma innestati su aspetti della vita in cui non entrerebbero – o non dovrebbero entrare – per nulla, come gli ambienti naturali.
La frequentazione di ambienti ‘selvaggi’ con tale mentalità, avviene dando per scontato che ‘qualcuno’ si occupi di ‘far funzionare’ tutto, che sia un preciso diritto del fruitore, che se qualcosa non funziona ci deve per forza essere qualcuno che ne ha colpa.

In questo contesto a poco vale, è anzi fuorviante, l’idea lanciata dal CAI sulle pagine de Lo Scarpone di predisporre un non meglio descritto codice di ‘autoresponsabilità sui sentieri’. Proposta che suona stonata quanto la colpevolizzazione dell’atteggiamento individuale di fronte a altri due macro-temi: la crisi climatica e la gestione pandemica appena trascorsa.

A una lettura di superficie del dispositivo che dovrebbe responsabilizzare si potrebbe rispondere con qualcosa come: «Alla buon’ora. Bene.»
Tuttavia rileggendo l’articolo de Lo Scarpone le certezze vanno sgretolandosi.
Anzitutto si scrive solo di sentieri e escursionisti, e non si fa cenno a tutte quelle situazioni e manovre dove responsabilità ‘altre, dall’alto e collettive’ potrebbero esserci: come è attrezzata una via alpinistica, da quanto? Quanto sono manutenute una ferrata o una falesia (ecc.)? Ce lo chiediamo perché in fin dei conti una via di roccia, misto o ghiaccio – e a maggior ragione una ferrata – non sono altro che sentieri tecnicamente più difficili.
In secondo luogo leggiamo: «i volontari che si occupano della manutenzione della rete sentieristica non possono essere responsabili di chi s’incammina lungo i sentieri con troppa leggerezza».
Questa frase suona un po’ come uno scarico di responsabilità
post tragedia in Marmolada.
O post alluvione: non si muove un dito per piani di assesto idrogeologico, per uno studio approfondito e conseguente messa in sicurezza del territorio, in generale si continua ovunque nell’opera di cementificazione.
Si irride il rischio, si perseguono disboscamenti e depauperamenti dei territori, si realizzano grandi opere. Ma se succede qualcosa, se questo qualcosa si ripete con sempre maggior frequenza, tocca che si renda d’obbligo l’assicurazione, che l’individuo paghi.

Vecchio gioco applicato all’alpe: quando mai non si è sovraccaricato il singolo di comportamenti non corretti per la morale corrente?
Criminalizzare l’individuo è una mossa del cavallo tipica, utile a tutelare l’amministrazione pubblica di turno e il profitto dell’indotto.
Molti sentieri sono manutenuti dai comuni, enti, o associazioni da questi riconosciute. Con l’iper-turistificazione in atto nelle terre alte ci si auto-sgrava da quel che si produce: intasamento e scarsa conoscenza.
In rete e sui blog si leggono sempre più richieste del tenore: «la (tal ferrata) è percorribile d’inverno?», «è aperta anche se ha fatto molta neve? Fa freddo: se c’è ghiaccio ci si può andare?», come se un percorso fosse equiparabile o assimilabile a un impianto di risalita. Col relativo gestore a attivarne e regolarne la corrente, il flusso.

L’idea di indagare Comuni e centri meteo a seguito della tragedia in Marmolada era pessima, le ipotesi di reato sono state archiviate, pare però che il CAI voglia espungere dal discorso quell’ipotesi per sovraccaricare il singolo di un altrettanto presunto e assurdo comportamento scorretto.
Teniamo inoltre presente che a decidere non sarà uno specialista di monti, ma un giudice che non potrà applicare attenuanti, che anzi sarà messo in condizione di aggravare la posizione individuale sulla scorta di una valutazione di tipo morale.

Una proposta che non impedirà comunque chiusure arbitrarie di percorsi in nome del securitarismo, della ‘sterilizzazione del pericolo’. Un’idea che rafforzerà la caccia alle streghe, i discorsi allucinati sulle responsabilità del capo-gita o cordata, individuato come ‘il più capace’ e dunque responsabile in toto della salute di interi gruppi amicali e/o parentali. Il meccanismo piuttosto ricorrente, insomma, per cui si nasconde sotto al tappeto la responsabilità collettiva e si individua un capro espiatorio. E dal momento in cui tutto è acquistabile, non è difficile immaginare qualcosa di simile a vecchie proposte come il patentino di montagna o l’obbligo assicurativo per le calamità naturali o per sciare in pista. «Per sgravarsi dalla responsabilità su sentiero va pagata la guida», che è un po’ quello che già succede con l’obbligo di Artva, pala e sonda: «non conta dove vai o cosa fai, ma cosa possiedi. Compra l’attrezzatura, anche quella inutile o che non sai usare, e godrai di un trattamento ‘riservato’».
Il fatto che nell’articolo si dica che molti dei lavori di manutenzione sono fatti da volontari fa puzzare la situazione, perché se dall’altra parte c’è il dito puntato sulla responsabilità individuale si corre il rischio di allontanarli, in fin dei conti sono individui pure loro.

Fin qui ci siamo concentrati su due diversi approcci: quello dell’escursionista che pretende che il potere gli garantisca la fruizione in totale sicurezza dal momento che ha speso e acquistato materiale – confondendolo con l’esperienza – e quello del potere che dopo aver creato quest’illusione scarica in toto le responsabilità sull’individuo. Non sono due modi separati, stanno assieme e descrivono una sorta di double bind, di «grazie alla nostra ferrata puoi salire in sicurezza ma se il cavo si rompe e cadi è colpa tua».
Per non restare intrappolati in questa costrizione bisogna allora ribaltare la prospettiva. Lo faremo nella prossima puntata, dando conto della nostra idea di come frequentare la montagna, rispettandola e rispettandosi.

 

*Segnaliamo per attinenza, fra i libri di storia dell’alpinismo, Montagne della mente. Storia di una passione di Robert Macfarlane (Einaudi tascabili, 2020).

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Giuliano, ciao

Clicca sull’immagine per ascoltare la sua “Ironica la vita”.

Due giorni fa è mancato Giuliano Contardo, musicista amato e stimato nonché fratello del nostro compagno Daniele.
Quando manca un fratello, un compagno di vita, ci si stringe attorno alla casa comune.

Ci uniamo al passo e al cordoglio della famiglia, si parte e si torna insieme.

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Valsusa, Territori Occupati

Di fronte alla prospettiva di dover vivere per chissà quanti anni
a ridosso di un cantiere militarizzato,
si pensa all’alternativa di vendere.
E andarsene piuttosto che vedere la tua casa
occupata (che ho detto mioddio perdono,
sono gli squòtter che occupano!)
abitata da chi ti ci ha cacciato.
Ricorda niente?
Esatto,
Territori Occupati.

Il chilometro “elastico”. Da questa notte per raggiungere la stazione di Susa da San Giuliano è necessario circumnavigare l’area sgomberata, col risultato di trovarsi a percorrere un itinerario lungo più di 12 km (in linea d’aria sono 2,4 km!).

Arrivano nella notte le notizie dalla Valsusa, pronte per mandar di traverso il caffè appena svegli. La polizia ha sgomberato San Giuliano, storico presidio NoTav dove alcuni militanti avevano allestito mobilhomes e tende per poter pernottare.

Nulla di nuovo e nessuna meraviglia.

Il terreno è quello acquisito tempo addietro da oltre un migliaio di persone, ognuno una piccola parte, per rendere complicato l’esproprio annunciato. All’interno dell’area soggetta a esproprio si trovano anche alcune case abitate e al momento non ci è chiaro se verranno espropriati anche questi immobili o se il cantiere vi crescerà intorno.  Fra un commento e l’altro all’interno del nostro gruppo iniziamo a chiederci se e come sia possibile che “lo Stato” possa agire dentro un terreno privato attraverso le “forze dell’ordine”, senza che queste siano chiamate a intervenire dai proprietari. Domande un po‘ naïf se vogliamo ma nel momento in cui si spaccano i maroni da decenni prima con terroni, rom & sinti e poi con gli “extracomunitari” (forse si riferivano agli americani che comprano case in Sicilia) accusati di prendere con la forza le case “agli ‘taliani”, che si faccia spallucce nel momento in cui la polizia in assetto di guerra sgombera il “sacro terreno privato” lo troviamo un segnale quantomeno strano. Perfino La Stampa, mai tenera col movimento, fa notare che i terreni verranno sì espropriati mercoledì prossimo 9 ottobre 2024, ma che il clima del presidio era pacifico e che la situazione sarebbe precipitata in caso di azioni delle “forze dell’ordine”.
Un cambio di paradigma significativo: il presidio NoTav è stato sgomberato in via preventiva tra la notte di domenica 6 ottobre 2024 e questa mattina, mentre era radicato su un terreno ancora oggi di proprietà privata.
La cosa che lascia perplessi è un’“opinione pubblica” così attenta alla roba, alla proprietà, alla “casa occupata”, che fa spallucce al potere poliziesco, il quale fa quel che fa.
Preoccupa che gli abitanti e le autorità di Susa (il Sindaco, cascato dalle nuvole, è al mare), ancorché puntualmente informati da tempo dagli esperti del movimento, non sembrano pensare che siano fatti loro, nemmeno di fronte a esistenze che verranno rese schifosamente difficili per anni dall‘ennesimo cantiere inutile.
Vite già complicate dallo sgombero necessario per far spazio alla rotaia, dicono, mentre da stamattina si devono percorrere dodici chilometri e mezzo per colmare lo spazio di quei 2-3 che separano San Giuliano dalla stazione di Susa.

Abbiamo ragione di pensare che anche a causa della gestione militarizzata dell’emergenza covid degli ultimi anni, del suo linguaggio narrativo, ci sia stata una rimilitarizzazione dell’immaginario.
Un atto di forza evidente, davanti al quale sembra che la maggior parte dell’opinione pubblica si sia abituata.
Nonostante decenni di guerre preventive finite malissimo, l’opinione pubblica fatica – anzi, si ostina – a non capire che il paradigma è Gaza, che sarà Gaza per tutti. E *non possiamo* capirlo a fondo perché è troppo enorme, non saremo mai pronti a capirlo.
Si subisce il rapporto di forza in modo acritico, passivo, rassegnato, al limite fideistico.

Facciamo un po’ ridere, oggi, a scrivere di gas lacrimogeni CS vietati dalla convenzione di Ginevra e usati dai reparti di polizia italiani, quando il paradigma di riferimento che ci siamo dati è Gaza, quando gli orchi hanno fame e chiedono di fare più figli, quando è ormai palese che contro uno stato che si comporta illegalmente, la legalità può soltanto perdere.

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Metalli rari: una minaccia per le nostre montagne

Clicca sulla mappa per consultarla (è a circa metà articolo)

Siamo in piena crisi energetica e le politiche europee galoppano in retromarcia.
Su sollecitazione europea l’Italia si appresta a sostenere la ricerca di giacimenti di metalli rari.

Rileviamo inoltre che mentre per le fonti rinnovabili è stata data delega alle regioni, sarà il governo stesso a gestire la questione di quelle fossili.
Dopo le concessioni per trivellare in mare, mentre non si fa nulla per contrastare la crisi climatica, si passa al capitolo estrattivismo, un ritorno al futuro a tinte distopiche.
Metalli rari indispensabili allo “sviluppo”, che servono, stando al nuovo mantra energivoro, alla “transizione ecologica”.
L’arco alpino, la Sardegna e tutta la costa tirrenica sono le zone maggiormente minacciate, ma è l’intera penisola a essere in grave pericolo.

In Valsusa e nel Pinerolese ci sono parecchie miniere “storiche”, la cosa mostruosa è che una buona parte dei siti segnalati in mappa (appoggiare il mouse per leggere i nomi) sono in quota anche in posti impervi e per ora lontani da strade.

Facciamo alcuni esempi di siti censiti:
– in bassa valle “Cruino” (che dovrebbe essere Cruvin, ndr) praticamente un alpeggio nel vallone del Prebec, a circa 1700 metri;
– in Val Pellice “Castelluzzo” (Castlus), un appicco selvaggio tra l’altro luogo della resistenza valdese, a circa 1400 metri di quota;
– in Friuli è segnata la val Aupa. Si tratta si una valle selvaggia pochissimo abitata, percorsa da una strada in cui se due macchine si incrociano una deve fare un km di retromarcia. Un posto         bellissimo;
– in Val Germanasca “Vallon Cros” (anche Valloncrò), altro alpeggio. Dovrebbe essere il vallone che porta al colle del Beth, a quota 2700, zona di miniere dal sec. XVIII. Oltretutto la rete escursionistica della zona è basata in gran parte sulle splendide mulattiere costruite proprio per le miniere o per scopi militari. Due reti sono praticamente indistinguibili e insistono sullo stesso territorio.

Negli ultimi trent’anni le mulattiere sono parecchio deteriorate, ma fino agli anni ‘80 erano ben conservate e godibilissime. L’idea di strade e camion a 2700 metri è agghiacciante. Un vero massacro. E le valli in questione sono ormai quasi spopolate, per cui anche resistere allo scempio sarà difficilissimo.
Per fortuna per ora in elenco mancano la grande quantità di miniere ancora più a monte. L’intera Val Germanasca è un paradiso e ne è piena, l’idea che venga consegnata alle compagnie minerarie è terrorizzante.

Utilizzare la lotta al fossile per rendere politicamente corretto l’estrattivismo è come usare la lotta all’antisemitismo per rendere politicamente corretto il genocidio dei palestinesi.
Invitiamo chiunque a osservare la mappa al link e a mobilitarsi per difendere il proprio territorio.

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Mattie: la discarica perc*lata

 

Ieri ci siamo imbattuti in questa buona notizia che volentieri segnaliamo.

Molto brevemente, Regione Piemonte e Città Metropolitana di Torino volevano realizzare, di concerto con ACSEL, uno stoccaggio di rifiuti contenenti amianto a Camposordo di Mattie, luogo di una preesistente discarica. Erano già partite le valutazioni di impatto ambientale, sintomo della volontà di un’approvazione repentina.

Il 31 maggio Luna Nuova ha fatto percolare la notizia prima che potessero farlo i liquami contaminati, vanificando in tal modo l’effetto sorpresa.

Una mobilitazione dal basso contro l’avvelenamento del territorio ha spinto sui comuni interessati dal progetto e soci della stessa ACSEL, portando al gioioso epilogo di ieri: dopo 3 ore e mezza di assemblea i sindaci all’unanimità hanno rispedito il progetto al mittente.

L’abbiamo scritto più volte, ne siamo convinti e lo ribadiamo: la mobilitazione non è fatta di sole sconfitte.
Appuntiamolo a memoria: ogni tanto si vince, oggi una volta in più.

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In marcia con la Banda Hood nella foresta di Mambrica

Clicca sull’immagine per maggiori info e dettagli

Dopo aver legato gli scarponi per osservare Montecampione e raccontarne la cementificazione, dopo aver esplorato i progetti di turismo dissennato della Valle Camonica e non solo, Alpinismo Molotov continua a frequentare il territorio.
A tessere complicità, a costruire narrazioni.

Domenica 23 giugno ci muoveremo a fianco del CSA Sisma, a Wu Ming 4 e al Bosco di Mambrica A.P.S..
Tra i boschi del maceratese, felici di riallacciare in carne e ossa i nodi con vecchi compagni di cordata.

Ritrovo alle 9.00 a Torre Beregna, per immergerci in una camminata adatta a tutti – 5 chilometri per 300 metri di dislivello – che ci condurrà al rifugio di Manfrica, dove alle 11.30 Wu Ming 4 presenterà il suo nuovo lavoro: La vera storia della banda Hood.  Racconto indispensabile di questi tempi, fatto di una banda di fuorilegge che sa muoversi tra le pieghe del potere, di ritorno alle origini delle cose, dei versi che le hanno accompagnate.

Un libro denso di storie che, per citare un altro compagno di scorribande «sono vere quando si sente che dentro c’è la vita».

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Riflessioni sulla morte di tre ragazzi nel fiume Natisone

In passato ci siamo occupati di sicurezza in montagna a proposito del crollo del ghiacciaio della Marmolada. All’epoca abbiamo fatto delle riflessioni che a nostro avviso hanno una valenza più generale, e possono essere applicate ad altre situazioni in cui ci si approccia ad ambienti naturali o semi-naturali. Torniamo ora sull’argomento in seguito a un episodio che ha riempito le cronache, verificatosi alcuni giorni fa a Premariacco, nel Friuli orientale, sul greto del Natisone. In breve: tre giovani (due ragazze e un ragazzo) sono stati sorpresi dalla piena del fiume mentre si trovavano su un ghiaione normalmente frequentato come spiaggia e, presi dal panico, sono rimasti bloccati per una decina di minuti mentre il livello dell’acqua e la forza della corrente aumentavano rapidamente, fino ad essere sommersi e poi trascinati nella forra a valle.

 

Ad oggi sono stati recuperati i corpi delle due ragazze, e sono ancora in corso le ricerche del corpo del ragazzo. Il modo in cui i media stanno parlando dell’episodio è molto simile a quello in cui era stato affrontato l’episodio della Marmolada: da un lato c’è la colpevolizzazione dei giovani, con punte di crudeltà insostenibili, una miscela micidiale di carogneria da paese e di cinismo da social. Dall’altro la ricerca di un capro espiatorio istituzionale (la protezione civile, i vigili del fuoco, il sindaco, il 118, il 112…), insomma la via giudiziaria alla risoluzione dei problemi. Qualcuno ovviamente propone interventi securitari, come il divieto di avvicinamento al fiume a prescindere; qualcun altro invece si frega le mani prefigurando appalti per la “messa in sicurezza” del luogo. La cosa che quasi nessuno dice, invece, è che la leggerezza con cui i tre ragazzi si sono mossi è conseguenza della non conoscenza del territorio, che a sua volta è conseguenza dell’interruzione della trasmissione orale di tale conoscenza. C’è stato un tempo, che nel Friuli orientale è finito intorno alla metà degli anni ottanta, in cui i paesi situati vicino ai fiumi vivevano di e sul fiume. Nel fiume si pescava e si raccoglieva la legna dopo le piene, i contadini in estate di sera facevano il bagno per lavarsi via il sudore e la polvere, i ragazzini passavano l’estate a tuffarsi e nuotare.  Tutti sapevano quali erano i punti pericolosi, e soprattutto *quando* erano pericolosi. Si sapevano leggere i segni di una piena in arrivo, si teneva d’occhio il livello e il colore dell’acqua. Cose che non si sapevano per scienza infusa, ma perché da piccoli te le insegnavano i grandi. La gente affogava anche allora, sia chiaro, ma c’era una consapevolezza del rischio che ora manca. I bei tempi non ci sono mai stati, lo diciamo sempre. Il punto è che non ci sono nemmeno adesso, non ci sono *soprattutto* adesso. Per un paio di decenni le rive dei fiumi sono diventate non-luoghi, o luoghi da cuore di tenebra. E dopo 20 anni di oblio si è cominciato a parlare di “riscoperta” e di “valorizzazione” (che, ricordiamolo, significa “messa a valore”), è arrivato il tempo dei luoghi pittoreschi, poi diventati “instagrammabili”, decontestualizzati dall’ambiente naturale e antropico circostante; il tempo in cui si può progettare una “Premariacco beach” su un ghiaione che si trova tra lo sbocco di una forra e l’ingresso della forra successiva, un luogo tranquillo e sicuro per gran parte dell’anno, sì, ma pericolosissimo in occasione di piogge abbondanti nelle montagne retrostanti.

Come per la montagna, si è persa la consapevolezza che il letto di un fiume è un ambiente naturale che presenta dei rischi, che non possono essere eliminati o tenuti sotto controllo, ma possono essere conosciuti e valutati di volta in volta. In generale, si dimentica una cosa che dovrebbe essere ovvia: nessuna autorità può garantirci l’incolumità di fronte a un fenomeno naturale, per il semplice fatto che autorità e fenomeni naturali sono concetti che appartengono a piani discorsivi e di realtà distinti. Questa amnesia, se ci si pensa, è alla base anche dell’antropizzazione scriteriata delle aree prossime ai fiumi, con le conseguenze su vasta scala che stiamo sperimentando sempre più spesso.

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VANCE, IL REPUBBLICANO NUOVO


La corsa di J. D. Vance verso Donald Trump non è stata breve né facile: l’endorsement che gli ha fatto conquistare l’Ohio, il noto autore di Hillbilly Elegy lo ha dovuto sospirare. Ma una volta espiati i precedenti da Never Trumper, la nomina di candidato vice del Tycoon poteva in effetti calzargli a pennello per una serie di ragioni. Per la campagna elettorale orchestrata da Luke Thompson – aggressiva, spericolata ma efficace – che ne ha messo in luce tutto il potenziale. Per l’abilità con cui racconta il redneck e le sue frustrazioni profonde, ma in una favola che rispolvera il più classico sogno americano e con un linguaggio che parla anche al laureato suburbano.

Soprattutto, però, per la sua capacità di attrarre fondi, dati anche i legami con settori dell’economia verso cui Trump, evidentemente, ha uno sguardo sempre più attento. C’è il mondo delle criptovalute ad esempio, con cui Vance ha entusiastici rapporti e le cui aspettative nei confronti di Trump – dopo quattro anni di bastonature democratiche – sembrano alte. E c’è una Silicon Valley sempre meno dem.



Elon Musk
Tecno-ottimisti per Trump

“Certo” – commenta l’informatissimo Teddy Schleifer – “il vostro vicepresidente medio di Google crede ancora nel cambiamento climatico o nei visti H-1B, e andrà a San Francisco per protestare contro il divieto anti-islamico. Ai livelli più alti e più ricchi dell’industria, però, i creatori di tendenze culturali hanno ingoiato la pillola rossa”. Anche perché, a differenza che nel 2016, oggi essere presi di mira da persone di sinistra sui social potrebbe essere commercialmente un vantaggio. Ma al di là di un crescente fastidio per il fanatismo ricattatorio di marca woke, ciò che irrita i magnati del tecno-ottimismo è la stretta fiscale sulle startup o la prospettiva di una IA rigidamente controllata. La proposta di un’imposta sulle plusvalenze non realizzate, ad esempio, è stata la goccia di troppo per Marc Andreessen e Ben Horowitz, fondatori di una delle più importanti società di venture capital della Silicon Valley. E analoghi sono i discorsi che si fanno al Cicero Institute di John Lonsdale o dalle parti del suo amico Elon Musk, che oggi incassa contro Biden anche l’appoggio di un megadonatore democratico come Jeff Skoll. Siamo nel mondo della Little Tech Agenda che scalpita sotto i tacchi del GAFAM. Dove Meta o Google – che da anni mantengono, insieme alle loro posizioni dominanti, il baraccone della censura progressista – vengono liquidati come modelli obsoleti. E in cui libertà d’espressione fa rima con libertà dalla stretta politica che si traduce in tasse e burocrazia. Una prospettiva integralmente libertaria e liberista, quindi. Ma non massimalista. Anzi, strategicamente molto scaltra.



Lina Khan, presidente della Federal Trade Commission

Ci si potrebbe stupire ad esempio che la corte trumpiana – pur unita dalla richiesta di un laissez faire radicale – stia imparando a tollerare figure come Lina Khan, l’agguerrita presidente della Federal Trade Commission. Che sostiene da tempo l’idea di una legge sull’antitrust potenziata. Non focalizzata solo su prezzi e tariffe, ma su natura e qualità dei servizi, sul pluralismo dell’offerta, sull’equilibrio tra piccole e grandi aziende. In realtà si capisce che quella suggestione oggi si insinui anche in ambienti conservatori, dove matura la consapevolezza che il modello progressista non si sconfigge depotenziandone le casematte. Semmai, anzi, rafforzandole e sfruttandole.



I conservatori non possono disarmare unilateralmente o non usare il potere del governo per promuovere il loro programma. Lo dice l’esperienza: la struttura amministrativa porterebbe avanti la propria agenda, spesso in contrasto con quella conservatrice, anche sotto un governo conservatore. A meno che non mettano in mano alla burocrazia il potere di promuovere un programma di libertà, non fermeranno la sua marcia anti-libero mercato e di sinistra


Così si legge nel voluminoso Project 2025, patrocinato dalla Heritage Foundation. Ritorcere contro i democratici gli odiati residui post New Deal è il momento tattico fondamentale. Ben venga dunque un antitrust che colpisca gli oligopoli a dispetto dei cavilli. In quanto pericolosi non solo per il consumatore di merci ma anche per il cittadino, fruitore del mercato delle idee. Quindi ben vengano le bordate (quantomeno rumorose) della Khan al GAFAM e il modello teorico che le sostiene. Perché “è ora di smantellare Google”, come dice senza mezzi termini Vance. Il quale del resto appoggia la proposta di revisione della Sezione 230 del Communication Decency Act, che tanto dispiacerebbe a Microsoft. E da tempo è investitore di Rumble, piattaforma alternativa a YouTube.





Giovani Repubblicani crescono

Questa Silicon Valley sempre più plurale, pro-crypto, pro-business, ma disposta alla strategia politica, in Vance trova l’uomo ideale. Perché è essenzialmente uno di loro, ed è capace di tradurne le aspirazioni in parole d’ordine efficaci. Oltretutto non ha ancora quarant’anni, guarda al lungo periodo e ha una vasta rete di relazioni. Non ultima, peraltro, l’amicizia col magnate visionario (e suo megafinanziatore) Alex Thiel, con cui Trump evidentemente mira a ricucire rapporti da tempo gelidi (ne abbiamo parlato qui).Inoltre, Vance incarna un nuovo tipo di attivista repubblicano. Quello rappresentato da gruppi come il Rockbridge Network, di cui è co-fondatore. Una rete di facoltosi sostenitori del GOP che ama la discrezione (il New York Times parlò di Secret Coalition). Ma che in uno dei rari documenti resi pubblici, risalente al 2021, già dichiarava a chiare lettere la propria mission: “sostituire l’attuale ecosistema repubblicano di think tank, organizzazioni mediatiche e gruppi di attivisti che hanno contribuito al declino del Partito con persone e istituzioni più orientate all’azione, più efficaci e focalizzate sulla vittoria”. Concretamente: rinnovare la rete dei media conservatori e le modalità di comunicazione, lavorare su contenziosi strategici, formare nuovo personale politico, strutturarsi capillarmente sui territori. Cultura di governo, non solo vittorie elettorali. E vittorie con largo margine, per assicurarsi spazi egemonici sufficienti. Ma soprattutto declinazione di strategie, obiettivi e risorse come in una sorta di political venture capital, dove ogni donatore è un azionista. Un modello potrebbe offrirlo il fondo d’investimento anti-woke Capital 1789 di Christopher Buskirk e Omeed Malik (non senza i fondi di Mercer e del solito Thiel). L’obiettivo allora era rompere il muro dei tradizionali donatori, scettici su Trump. E lo è verosimilmente anche oggi, dato che i Rockbridge – di solito restii ad invitare candidati in corsa alle loro iniziative – qualche mese fa hanno voluto il Tycoon in un incontro a porte chiuse. Ma oltre questo, c’è la volontà di rimettere in gioco forze giovani per destrutturare le obsolete liturgie repubblicane. “La si potrebbe pensare” avrebbe detto uno dei partecipanti “come una sorta di ambiziosa coalizione di destra che mescola dinamismo americano, nuova tecnologia spaziale, infrastrutture di sicurezza nazionale e innovazione con la politica repubblicana. Tutto molto più cool, sotto ogni punto di vista, rispetto ai tradizionali eventi e alle coalizioni repubblicane che ovviamente non sono cool per definizione“.Di “tecno-populismo” ha parlato subito la stampa liberal. In realtà la prospettiva di Vance – forse contraddittoria, a tratti propagandistica – è esplosiva. E ispirata da un’elaborazione non improvvisata. Nulla di paragonabile alla rete Koch o al Growth Club, polverosi monumenti al GOP che fu, con cui pure ovviamente Trump non disdegna interlocuzioni. Questa è la cifra che distingue Vance da quelli che la stampa dava come i suoi principali concorrenti, Nikki Haley o Tim Scott. Con lui, Trump ha fatto una scelta di campo, anche in questo senso. Vance, in sostanza, si candida ad essere il volto di un trumpismo che ormai sembra definitivamente uscito dalla fase delle malattie infantili.






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“Con quel visino può fare l’escort, ci pensi....”. Succede alle donne negli Atenei italiani

L'Udu (Unione degli universitari) ha raccolto in un report i risultati di un questionario sul fenomeno delle molestie: per la maggior parte delle ragazze i luoghi meno sicuri sono gli uffici dei docenti. Il professore è individuato come la figura più incline alla molestia

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La cover Espresso è un punto per Chiara Ferragni: ma attenzione a reputarlo decisivo

Prima l'affaire pandoro, poi il video del pentimento e infine l'intervista da Fazio. Il  "sentiment" è sempre stato negativo. Ma sebbene la cover del settimanale possa sembrare un punto a suo favore, non è detto che il vento sia cambiato. L'analisi di Roberto Esposito, ceo di DeRev, società di strategia, comunicazione e marketing digital

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Mattarella ricorda Giulia e le altre vittime di femminicidio: "Serve una profonda azione culturale"

"Come non ricordarne le vittime nei tanti femminicidi, anche in giorni recenti? Come non ricordare, per tutte, Giulia Cecchettin, la cui tragedia ha coinvolto nell'orrore e nel dolore l'intera Italia? Si è detto tante volte - anche in quei giorni - che occorre una profonda azione culturale per far acquisire a tutti l'autentico senso del rapporto tra donna e uomo: l'arte è un veicolo efficace e trainante di formazione e di trasmissione di valori della vita. Per questo, oggi, rendiamo omaggio ed esprimiamo riconoscenza al protagonismo artistico delle donne". Lo dice il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della celebrazione della "Giornata internazionale della donna" al Quirinale.

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Biden: "Chi è contro l'aborto non conosce potere delle donne"

Se rieletto e con un'adeguata maggioranza al Congresso, Joe Biden promette di ripristinare il diritto all'aborto a livello nazionale. "Nella sua decisione di ribaltare Roe v. Wade, la maggioranza della Corte Suprema ha scritto: 'Le donne non sono prive di potere elettorale o politico'. Non sto scherzando. Chiaramente coloro che si vantano di aver ribaltato la causa Roe v. Wade non hanno la minima idea del potere delle donne in America. Ma lo hanno scoperto quando la libertà riproduttiva era in ballo e ha vinto nel 2022, 2023, e lo scopriranno di nuovo nel 2024", ha detto il presidente nel suo discorso sullo Stato dell'Unione. "Se gli americani mi mandassero un Congresso che sostenga il diritto di scelta, vi prometto: ripristinerò Roe v. Wade di nuovo come legge del Paese", ha aggiunto.

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Strappati e imbrattati a Roma i manifesti della Lega contro il velo islamico. La rabbia dei paesi arabi

A Roma manifesti leghisti contro il velo islamico sono stati strappati e imbrattati. “Un attacco alla convivenza” protestano gli ambasciatori della Lega Araba in Italia. Ceccardi: "Un messaggio d’amore per le donne"

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Chi era Marianne Weber, madre negletta della sociologia

Riletto oggi, "La Donna e la Cultura" non perde nulla in termini di attualità. Sostiene l’opportunità di una revisione fondativa del canone sociologico, che vada oltre l’incorporazione delle pensatrici di fine '800 come tessere di un mosaico che nei contenuti principali resta inalterato

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8 marzo, Mattarella: "Troppe e inaccettabili molestie sulle donne". E ricorda Giulia Cecchettin

Il presidente parlando delle donne nel mondo dell'arte: "Solo le dittature promuovono quella di Stato". Giorgia Meloni ne approfitta per la polemica del giorno: "È stata la sinistra italiana a farla con chi non era d'accordo con loro"

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Per Eglantyne Jebb e tutte le donne che sono scese in piazza nell'ultimo secolo

Ai primi del Novecento, la fondatrice di Save the Children ha reclamato uno spazio di azione pubblica, rivoluzionando il concetto di “prendersi cura” dell’infanzia. Non più atto caritatevole, ma investimento per creare società giuste, democratiche e sostenibili
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Inchiesta Onu conclusa: Mahsa Amini "uccisa dalle violenze fisiche della polizia iraniana"

Nel rapporto al Consiglio per i diritti umani si legge che l’Iran ha fatto “un uso non necessario e sproporzionato della sua forza letale” per reprimere le manifestazioni scoppiate dopo la morte della ragazza, rea di non indossare correttamente il velo islamico

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L’importanza della prevenzione nelle malattie cardiovascolari

A giocare un ruolo fondamentale sono tutti quei fattori su cui è possibile intervenire. Un corretto stile di vita, un’alimentazione sana, un’adeguata attività fisica sono tutti insegnamenti che ci vengono dati sin dalla nascita, ma che possono davvero far la differenza e ridurre il rischio cardiovascolare
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Contatto

Giuliano Sangiorgi incontra scrittori, chef, attori e comici e condivide con loro i punti in comune delle loro carriere: l’immaginazione e la capacità di sognare.
Con questo podcast, il cantante mette a confronto il processo creativo in campi anche molto diversi tra loro, regalando all'ospite di ogni puntata una nuova improvvisazione musicale e a chi ascolta un ritratto a due inedito e sorprendente

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È USCITO IL NUOVO LIBRO DI DANIELE PERRA: “Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov”

Lev Tolstoj, nel suo racconto I cosacchi, così descrive la prima penetrazione del mondo russo nell’area caucasica: “Molto, molto tempo fa i loro avi, vecchi credenti, scapparono dalla Russia e si stabilirono oltre il Terek, tra i ceceni del Greben’, la prima striscia di montagne boschive della Grande Cecenia. Vivendo tra i ceceni, i cosacchi si mescolarono con loro e si appropriarono delle usanze, del modo di vita e dei gusti dei montanari; ma mantennero anche lì, in tutta la sua bellezza primitiva, la lingua russa e la vecchia fede. La leggenda ancora oggi più viva tra i cosacchi dice che lo zar Ivan il Terribile venne sul Terek, chiamò a sé dal Greben’ i vecchi, regalò loro la terra da questo lato del fiume, lì esorto a vivere in pace e promise di non costringerli né alla sudditanza, né a cambiare la fede. Ancora oggi le stirpi cosacche si considerano dello stesso ceppo dei ceceni e l’amore per la libertà, per l’ozio, per il saccheggio e per la guerra costituisce il tratto principale del loro carattere”.

Tolstoj, come noto, militò nel corpo di spedizione dello Zar in Caucaso, nel corso della guerra pluridecennale che infiammò la regione a metà del XIX secolo ed almeno fino al 1864, anno che convenzionalmente ne segna la fine. Dunque, chi meglio di lui poteva raccontare, arricchendola di espedienti narrativi, l’epopea caucasica della Russia? Tuttavia la sua opera fu in qualche modo l’espressione più tardiva di quello che si potrebbe definire l’“orientalismo russo”, ed anche quella meno incline alla fascinazione immaginifica per l’Oriente che si ritrova, invece, in altri interpreti del calibro di Puškin e Lermontov. Tolstoj, di fatto, racconta la guerra caucasica per quello che sostanzialmente è stata: una guerra sì di espansione (talvolta brutale, a differenza dell’estensione imperiale verso la Siberia) ma con caratteristiche precipuamente russe. E quali sono queste caratteristiche?

Daniele Perra, nella sua opera Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov (edita dalla storica casa editrice parmense Edizioni all’insegna del Veltro, che ha in catalogo diversi testi sull’“altra Europa”), cerca di dare una risposta a questa domanda, partendo dall’affermazione dello storico Andreas Kappeler secondo cui “la trasposizione semplicistica dei concetti di imperialismo e colonialismo nella realtà russa, diffusa soprattutto nella ricerca americana, finisce per occultare molto più di quanto spieghi”. Facendo nostro per un attimo il pensiero di uno dei padri della “scienza” geopolitica, Friedrich Ratzel, si potrebbe addirittura affermare che, avendo seguito una direttrice lineare nello spazio e nel tempo, l’utilizzo della categoria “colonialismo” in rapporto all’espansione russa sia del tutto fuorviante. Questa, in realtà, fu una storia di incontro, scontro, assimilazione, convivenza, vantaggio ed arricchimento reciproco (soprattutto culturale) che ha plasmato in modo determinante l’autocoscienza del gigante eurasiatico, a prescindere dalle pulsioni nazionalistiche (in molti casi eterodirette) che l’hanno ciclicamente minacciato (non esclusa l’esperienza dell’Imamato di Šamil, che, come fa notare Perra, ebbe la sua buona dose di sostegno da parte turca, francese e britannica). Eppure, c’è chi ancora oggi parla di “de-colonization of Russia”, sostenendo la necessità di smantellarla territorialmente per renderla innocua sia sul piano demografico che su quello economico e militare.

Ad onor del vero, parte di questo piano è stato portato a compimento con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, che, come osserva lo stesso Perra, fu “l’erede geopolitica” dell’Impero zarista. A tale proposito, l’ormai veterano della rivista di studi geopolitici “Eurasia” fa notare che, con il crollo del colosso socialista (provocato da spinte sia interne che esterne), la Russia “si ritrovò privata di circa 5,3 milioni di chilometri quadrati di territorio, una superficie superiore a quella dell’intera Unione Europea odierna (4,3 milioni di chilometri quadrati) o dell’India (2,3 milioni di chilometri quadrati). A ciò si aggiunga il fatto che si vide totalmente tagliata fuori da diverse aree di primaria importanza strategica (nel Baltico, nel Caucaso ed in Asia Centrale) e sulle quali con grande difficoltà poteva ristabilire una certa influenza”. Parte della strategia dell’arco di crisi di Brzezinski e soci consisteva proprio nella destabilizzazione dei confini russi, in primo luogo nella fascia meridionale. Prosegue inoltre l’autore: “con la disintegrazione dell’URSS, i diversi anelli che formavano il complesso energetico integrato sovietico finirono per trovarsi al di fuori dei confini della Russia. Mosca, sul finire degli anni ’90, era in una posizione in cui, da un lato, doveva affrontare la crescente concorrenza di ex Repubbliche sovietiche come Turkmenistan, Azerbaigian e Kazakistan (capaci di aumentare in breve tempo la produzioni di idrocarburi grazie a massicci investimenti occidentali) e, dall’altro, doveva affrontare altri Paesi di nuova indipendenza come Ucraina, Bielorussia e Moldavia tutti fortemente indebitati con la Russia per il mancato pagamento di approvvigionamenti energetici”.

È in un tale contesto che si inserisce il conflitto ceceno, che viene esaminato nella seconda parte di questo lavoro (la prima è dedicata più in generale alla storia del Caucaso). Ed è in Cecenia che, nonostante gli errori ed orrori di una “guerra sporca” (e fratricida) ben raccontata dall’autore di Obiettivo Ucraina (Anteo Edizioni 2022), rinasce una Russia capace di opporsi a quello che Perra definisce come un processo di “occidentalizzazione dello spazio” o di “desacralizzazione dello spazio”. Si ha infatti a che fare con un mero consumo di territorio, cultura e vita, che nello specifico caso caucasico è rappresentato dalla perniciosa penetrazione del wahhabismo (“l’Islam americano”), la quale, minando i fondamenti tradizionali dei popoli della regione, ha suscitato l’opposizione anche di molti esponenti del separatismo ceceno della prima ora. In Cecenia, dunque, rinasce la Russia, la quale, mantenendo la sua presenza nel Caucaso ed evitando la parcellizzazione etnico-settaria, attraverso la Cecenia ha saputo ritagliarsi uno spazio di rilievo nel mondo musulmano, del quale essa stessa fa parte.

Il libro di Daniele Perra, approfondendo anche tradizione e aspetti peculiari dell’Islam caucasico, presenta nel dettaglio la storia e la geopolitica di una regione che rimane centrale per comprendere la complessità e le sfumature dell’odierna “guerra mondiale a pezzi”. Di conseguenza, la sua lettura è assolutamente consigliata.

Daniele Perra, Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2024, pp. 192, € 24,00.

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Sfida per la Casa Bianca

Il 5 novembre 2024 gli Stati Uniti d’America sceglieranno il nuovo presidente. Ai blocchi di partenza ci sono sempre loro due, Donald Trump e Joe Biden. Ex presidente e presidente uscente, 77 e 81 anni a testa. In un Paese sempre più diviso. Tra ricorsi storici e ricorsi in aule di giustizia, quest’elezione segnerà forse più di altre il presente e il futuro, non solo dell’America ma dell’intero Occidente. Vi racconteremo le grandi storie, dei nostri giorni e del passato, quelle che hanno fatto grande gli Stati Uniti d’America. E faremo chiarezza, per capire insieme come, tra caucus, primarie, congressi, grandi elettori, si diventa presidente del più forte e importante Paese del mondo. Un podcast mensile di Gerardo Greco e Giulio Ucciero.

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La Federazione delle Associazioni Italia-Israele contro la risoluzione del Consiglio comunale di Firenze: “Hamas è un gruppo terroristico, Nardella chiarisca”

Il presidente Bruno Gazzo contro il documento approvato dalla maggioranza: “C’è da domandarsi se le richiamate 'pace, giustizia e dignità dei popoli' enunciati nell’atto possano basarsi su presupposti che non hanno alcun rapporto con la realtà”

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