Sorrentino, le corna del suo presidente e quell’eccesso di passato nelle nostre vite

Quello che gli aspiranti moralizzatori con pacchetto dati non capiscono è che «Vergogna!» non è la condanna che credono loro: nulla come vergognarci di quel che abbiamo detto o fatto o anche solo pensato ci tempra. Quello che non capiscono è che non ci si può vergognare al presente: la vergogna è fatta di senno di poi; e, adesso che di tutto resta traccia, abbiamo un eccesso di passato e quindi di vergognabilità. (Bisognerebbe dare meno valore al ricordare e più al pensare, diceva una certa Susan Sontag).
Io, per esempio, mi vergogno tantissimo ogni volta che, in quella funzione mnemonica lisergica che sono i ricordi di Facebook, appaiono i post che dodici o tredici anni fa scrivevo su “La grande bellezza”. Non perché nel frattempo abbia cambiato idea sul film (non l’ho mai rivisto, magari la cambierei, vergognandomi ancora di più): perché mi rileggo e mi trovo tragicamente ridicola, invasata, militante del «questo film mi dispiace e quindi deve dispiacere a tutti». Santiddio, non potevo limitarmi a dirlo a voce agli amici a cena? Se avessi fatto come s’era sempre fatto fino ad allora, ora godrei del lusso della rimozione. Invece è tutto lì, indelebile e perentorio, e guardami: sembro una dell’Internet.
I ricordi di Facebook sono sempre un crepaccio che si apre all’improvviso e ben che vada è uno spavento, perché i diari dovevi andare a rileggerli, e questo comportava tempo e gesti che ti preparavano al ricordo; il diario di Facebook è immateriale, non lo tiri fuori da scatole impolverate su soppalchi, ti appare all’improvviso nella pagina e sei lì, nuda, a rimirare la scemissima te di troppe incarnazioni fa.
Ho ripensato molto alla me furibonda coi fenicotteri e le altre immaginifiche e per me noiosissime trovate sorrentiniane di quell’anno lontano, mentre guardavo il Sorrentino di quest’anno, “La grazia”, che – chiedo scusa se gioco al piccolo critico cinematografico – non mi pare sia solo la combinazione delle due solite metà di Sorrentino.
I due Sorrentino abituali sono il Sorrentino di cui appunto niente m’importa, quello dell’astronauta che piange, del primo ministro portoghese al rallentatore sotto la pioggia, del presidente e del generale che parlano in quello spiazzo che sembra un qualche spot di pro loco per pubblicizzare i più bei borghi d’Italia: il Sorrentino delle immagini.
Poi c’è un altro Sorrentino, più ricevibile per chi come me s’interessa alle cose solo se qualcuno le verbalizza, per chi come me spreca il lavoro dei registi che s’inventano inquadrature, che organizzano carrelli, che usano le lenti degli occhiali.
È, quell’altro, il Sorrentino che nei casi migliori è Yasmina Reza (il dialogo a cena con la critica d’arte stronzissima che molla lì il pesce bollito e va a un’altra cena, una in cui si mangi davvero: che meraviglia), e nei casi che più piacciono al grande pubblico è il calendario di Frate Indovino. Quello che fa dire a Toni Servillo «non siamo stati bravi, siamo stati eleganti», che già ti pare di vedere la professoressa democratica che esce dall’Anteo ripromettendosi di usarla la prossima volta che litiga col cognato.
Però mi pare che “La grazia” sia innanzitutto un trattato sulla memoria, perché Paolo Sorrentino ha l’età alla quale Proust era già morto da quattr’anni, e noialtri che cominciamo per cinque sappiamo domandarci solo quella cosa lì: non «a chi appartengono i nostri giorni», ma «il tempo, il tempo, chi me lo rende?».
Non è solo il fatto che Toni Servillo passa le giornate a interrogarsi sulla moglie morta: lo aveva tradito quarant’anni prima, e lui non sa con chi; lui sta per terminare il settennato da presidente della repubblica, deve decidere se graziare due assassini e se firmare una legge sull’eutanasia, e pensa – come un ragazzino – solo al fatto che la sua bella l’ha tradito.
Succedeva – nel più brutto sceneggiato della storia della televisione, “Disclaimer” – lo stesso a Sacha Baron Coen, che passava non so quante puntate a costernarsi, indignarsi, straziarsi per aver scoperto che venti e più anni prima la moglie era stata a letto con un altro. (Ovviamente per recuperare questo riferimento ho dovuto scrivere “corna” nella ricerca di WhatsApp e trovare i messaggi sbeffeggianti mentre guardavo “Disclaimer”, perché altrimenti tutto quel che il cervello da menopausa mi permetteva di mettere a fuoco era: ma io di cornuto che non si capacita dopo secoli non ne ho visto un altro da poco?).
Ma – forse sono io che proietto – mi pare che per Servillo sia diverso, perché le corna non confessate, non analizzate, non elaborate in coppia, le corna che ti ha fatto una che ora è morta e non puoi più chiedergliene conto ma solo rimuginare, solo fare ciò che è il corrispondente, per il maschio adulto, della sedicenne che si tagliuzza le cosce, cioè chiedere a chiunque dimmi con chi mi tradiva, dimmi se mi tradiva con te, quelle corna lì sono un altro tassello del trattato: sono il ricordo che non puoi ricordare.
Nel sottofinale di “La grazia”, Servillo è su Zoom, negli occhiali gli si riflette lo schermo del computer e quindi si vedono i figli con cui è collegato. Normalmente avrei pensato che, come me, si rifiuta di pagare le lenti antiriflesso. Ma ho visto da poco “Breakdown: 1975”, in cui Martin Scorsese commenta una scena di Spielberg – una scena di “Lo squalo” in cui a un personaggio si riflette negli occhiali il giornale che sta leggendo – dicendo «That’s cinema», e quindi ora mi sento in colpa pensando alla fatica sprecata di questi poveri registi presso lo schieramento minore ma cocciuto di cui faccio parte: quello di chi fruisce i film come fossero radiodrammi.
Ci sono state – sono appena finite – un paio di terribili settimane in cui in Italia non era possibile vedere “Succession”: erano scaduti i diritti di trasmissione di Sky e non era ancora arrivata Hbo. L’ultima puntata che ho guardato prima che Sky mi sfilasse il giocattolo da sotto il naso è la stessa che ho guardato appena aperta la app di Hbo, quella su cui tutti i patiti di “Succession” sospirano da anni: il compleanno di Logan e quell’incredibile rap di Kendall.
Poiché sono sei anni più vecchia di quando la vidi la prima volta e tenni in sottofondo il rap di Kendall per settimane, stavolta di quella puntata mi ha colpita di più un’altra scena. Shiv regala al padre un album con le foto delle loro case, lui non sembra contento (quando mai Logan Roy sembra contento), neanche capisce che le case fotografate sono tutte loro. Lei è accomodante perché sta brigando per non farsi escludere dalla successione, gli dice «non ti piace granché il passato, eh?», e lui dà una risposta che con sei anni di ritardo mi ha uccisa: «Non è che non mi piaccia, è che ce n’è troppo».
Troppo perché i ricordi pesano, perché i morti mancano, o per quell’altra cosa che diceva Susan Sontag, che mentre lo vivevamo non sapevamo che era una zona sicura, ma adesso lo sappiamo – adesso che gli siamo sopravvissuti, al passato. Troppo o non abbastanza?
Servillo, all’inizio di “La grazia”, dice «io, quando ricordo, muoio», e alla fine «a me non piace dimenticare, a me piace ricordare», e io temo che siano tutte e due vere. E che avesse ragione Logan Roy, non solo perché di passato ce n’è decisamente troppo nelle vite di tutti noi, ma per quel concetto insensato eppure ovvio che aggiunge subito dopo: «Il futuro è concreto, il passato è tutto invenzione».
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