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Terre rare, chi tifa per dividere Usa e Ue?

Un altro motivo per cui l’Ue deve accelerare su materie prime e terre rare è che a Cina non si ferma nel suo progetto di restare monopolista mondiale. Infatti il gigante dell’acciaio Baowu riceve per la prima volta minerale di ferro dalla Guinea, tramite una spedizione dalla miniera di Simandou: un fatto che segna un passo strategico per la sicurezza energetica della Cina, ma che al contempo testimonia (una volta di più) tutta la difficoltà del vecchio continente di farsi autonomo quanto ad approvvigionamento. Anche in questo senso vanno lette le relazioni del governo Meloni in aree altamente strategiche come Corea del Sud e Taiwan, “dense” di materie prime e elementi come i semiconduttori che sono vitali per le imprese italiane.

Il più grande investimento minerario realizzato in Africa riguarda il progetto realizzato in collaborazione tra il governo guineano e il consorzio Winning Consortium Simandou, Baowu, Chinalco e Rio Tinto. Si tratta di 600 chilometri di ferrovia transguineana e nuove infrastrutture portuali che consentiranno di esportare fino a 120 milioni di tonnellate di ferro all’anno. Ma al di là del singolo progetto in questione spicca il dato, generale e geopolitico, dato dalla forte volontà di Pechino di restare in cima alla classifica mondiale: i diciassette metalli che compongono le terre rare sono di fatto nelle mani di Pechino, ovvero i lantanidi e lo scandio che possono essere utilizzati in vari ambiti industriali, tutti strategici per le economie mondiali.

Il ritardo accumulato dall’Ue, sommato ad una regolamentazione asimmetrica, è un dato oggettivo su cui si stanno concentrando le iniziative di alcuni governi come quello di Roma che hanno compreso come tale gap sia deleterio per il futuro stesso della sopravvivenza di interi comparti industriali. Non bisogna dimenticare, infatti, che un caccia F-35 contiene centinaia di chili di terre rare e al contempo missili, radar, satelliti e sistemi di comunicazione sono fatti con leghe ad hoc derivate dalle terre rare, di cui la Cina detiene l’80% delle miniere mondiali. La Cina a partire dagli anni ’80 ha avviato quella che è stata ribattezzata la “dittatura monopartitica” sull’investimento nell’estrazione e nella capacità di lavorazione. E il vantaggio cinese nel settore non è dato esclusivamente dalla dotazione di risorse, ma dalla sua capacità di integrare estrazione, lavorazione e produzione su larga scala.

Al momento altri giacimenti significativi esistono negli Stati Uniti, in Australia, in Brasile, in India e anche nell’Artico. Per cui gli Stati Uniti e i suoi alleati lavorano per stemperare il predominio di Pechino che, di fatto, stringe la morsa cinese sulle terre rare: la prima iniziativa messa in campo è quella di accelerare i progetti sulle terre rare e diversificare la loro fornitura in risposta alle restrizioni alle esportazioni della Cina. Ma non è facile, anche perché tra gli alleati degli Usa non mancano Paesi molto contigui al regime cinese.

Pochi giorni fa a Washington si è tenuto un vertice con i ministri delle finanze del G7 e altri alleati, tra cui Australia, India, Corea del Sud e Ue, per affrontare le vulnerabilità nella catena di approvvigionamento delle terre rare. Un altro momento in cui assumere la consapevolezza che, al di là delle singole mosse della Casa Bianca su dazi, Artico e Iran, serve una maggiore unità di intenti anche da parte dell’Ue che deve capire la difficoltà geopolitica del momento. Cavalli di troia in questa fase sarebbero non solo pericolosi, ma un cappio al collo del vecchio continente.

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Un accordo storico sui chip tra Usa e Taiwan fa infuriare la Cina

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Amazon mette le mani sul rame. Perché è importante l’ultimo accordo in Arizona

Che ci sia un problema di energia legato allo sviluppo dell’intelligenza artificiale è storia nota. I più energivori sono i data center, allo stesso tempo essenziali per garantire il progresso. Amazon prova a trovare una soluzione. Lo fa partendo dall’ultima miniera di rame rivitalizzata lo scorso anno, l’unica in grado di dare agli Stati Uniti un apporto di rame da oltre un decennio. Il sito si trova in Arizona, nei pressi di Tucson, e appartiene alla società di estrazione mineraria Rio Tinto. Che, come scrive in esclusiva il Wall Street Journal, insieme ad Amazon Web Service – che fornirà servivi di cloud computing – ha sottoscritto un accordo di fornitura biennale per estrarre giacimenti di rame di bassa qualità. La tecnica è innovativa. Si usano batteri e acido per tirare fuori il rame dai minerali che vengono considerati troppo poveri o troppo costosi per essere trattati. A guidare l’estrazione sarà la tecnologia Nuton, che può essere vista come un prototipo, un tentativo per capire la fattibilità di questo nuovo metodo di estrazione.

La vicenda mette in luce tutti i nodi che potrebbero presentarsi negli anni a venire. La necessità di metalli, soprattutto di rame, è fondamentale per alimentare i data center. Chi tra le Big Tech ci mette le mani per prima, avrà un bel vantaggio sulla concorrenza. Ecco perché tutte hanno fretta di chiudere accordi. Con ovvie conseguenze sui prezzi del metallo. Il rame viene venduto a Londra e New York a prezzi record, con scambi che superano i 6 dollari a libbra e con i future del 2025 che hanno registrato un forte rialzo (+41%). Ad aumentarne ancor di più il valore sono poi i dazi di Donald Trump, che starebbe pensando di imporre nuove tariffe su alcuni prodotti realizzati in rame.

Anche se la politica della Casa Bianca va in direzione opposta, preferendo tornare alle trivellazioni piuttosto che abbracciare la trasformazione green, tutta questa necessità di rame farà inevitabilmente diminuire l’offerta, incapace di star dietro alla domanda. Secondo S&P Global, si stima che la richiesta di rame aumenterà del 50% entro il 2040, segnando un gap con la produzione del 25%.

C’è anche un ostacolo tempistico. Da quando una miniera viene aperta a che diventare operativa, richiede più di vent’anni di pazienza. Tanto, troppo tempo che le aziende non possono permettersi di aspettare. Per questo Rio Tinto ha deciso di affidarsi a Neuton. Andando a recuperare quello che gli altri hanno sempre scartato. Secondo le previsioni dell’azienda, il 70% delle riserve globali di rame è contenuto in questi minerali considerati poco vantaggiosi per il trasporto, la fusione e la raffinazione.

L’enorme consumo di energia avrà anche delle ripercussioni sulla popolazione civile. Anzi, le sta già avendo. Molti americani si sono ritrovati bollette onerose, molto più del passato. È la tassa dell’intelligenza artificiale, un’imposta necessaria per garantire agli Usa il predominio tecnologico. Spiegarlo agli elettori però non è semplice. Anche su questo sembra esserci consapevolezza. Non a caso, Microsoft ha annunciato di voler coprire una parte dei costi e di fornire aiuto e collaborazione alle aziende locali. “Soprattutto quando le aziende tecnologiche sono così redditizie, è ingiusto e politicamente irrealistico per il nostro settore chiedere al pubblico di farsi carico dei costi aggiuntivi dell’elettricità per l’intelligenza artificiale”, ha spiegato il vicepresidente e presidente Brad Smith. Trump ringrazia e promette che tanti altri seguiranno l’esempio dell’azienda di Redmond: “I data center sono fondamentali (per il boom dell’intelligenza artificiale negli Stati Uniti), ma le grandi aziende tecnologiche che li costruiscono devono ‘pagarsi di tasca propria’. Congratulazioni a Microsoft. Presto ne arriveranno altri”, ha scritto il presidente sui suoi social.

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