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Lituania: Legge sulla sicurezza calpesta diritti civili assicurando lo strapotere dei servizi



L’emendamento alla Legge sull’intelligence, approvata con 68 voti favorevoli, 8 astenuti e nessun voto contrario, conferisce enormi poteri ai servizi, riducendo a lumicino diritti civili. Tra i nuovi poteri concessi ai piedipiatti: ottenere segretamente impronte digitali, campioni vocali, odore e altri prelievi da una persona; utilizzare materiali o altri metodi di marcatura di esseri umani ai fini della loro identificazione; e acquisire equipaggiamento speciale, esplosivi e materiali esplosivi oltre alle armi d’ordinanza. Tutto ciò senza alcuna autorizzazione di un giudice, la quale potrebbe essere concessa a posteriori, 24 ore dopo. La procedura non riguarda solo i cittadini lituani, o extracomunitari, ma è applicabile anche a tutti i cittadini dell’UE residenti, soggiornanti o semplicemente in transito sul territorio lituano.

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Sepoltura per i cittadini musulmani, ancora ostacoli in Italia. E in assenza di aree resta solo il rimpatrio della salma

Morire e non essere sepolti. I corpi adagiati in una cella frigorifera, in un obitorio o su una barella che nessun Comune sa dove collocare. Succede oggi, in Italia, soprattutto ai cittadini di fede islamica, per i quali il diritto alla sepoltura dipende dal luogo in cui si muore, dalla disponibilità di un sindaco o da una deroga concessa all’ultimo momento. Negli ultimi giorni del 2025, il decesso di tre persone ha riportato alla luce un tema che da anni resta ai margini della cronaca. La Regione non è competente. I Comuni sono autonomi. Lo Stato si limita a fissare le regole generali. Nel mezzo, il problema resta: i morti di fede islamica non trovano un luogo dove essere sepolti, mentre le istituzioni si rimpallano le responsabilità.

L’ultimo rimpallo di responsabilità si registra in Lombardia. Dopo l’appello lanciato nei mesi scorsi da Abdullah Badinjki, assessore del Comune di Paullo, l’ufficio del presidente Attilio Fontana, interpellato da ilfattoquotidiano.it, ha risposto tramite la Direzione generale Welfare: Il riferimento è al DPR 285 del 1990, regolamento nazionale di polizia mortuaria. “La norma assegna ai Comuni la responsabilità della costruzione dei cimiteri attraverso i piani cimiteriali. La regione Lombardia non ha contezza degli spazi dedicati alle sepolture, perché parte integrante dei piani comunali definiti autonomamente dai sindaci”. Una risposta formalmente corretta, ma politicamente elusiva. La legge italiana prevede infatti che una persona possa essere sepolta esclusivamente nel Comune di residenza o in quello in cui è avvenuto il decesso. L’Islam, inoltre, vieta la cremazione e la tumulazione: il corpo deve essere inumato, con il volto rivolto verso la Mecca. Quando mancano aree dedicate, l’unica alternativa diventa il rimpatrio della salma. Anche quando la volontà del defunto e della famiglia è opposta.

È da qui che nasce l’appello di Badinjki, che non contesta la norma statale, ma il suo effetto concreto. “Il richiamo al DPR 285/1990 è corretto, ma va collocato nel suo perimetro reale. Il regolamento individua nei Comuni i soggetti attuatori, ma non esaurisce il ruolo delle Regioni, che possono integrare la disciplina attraverso indirizzo, coordinamento e programmazione”, replica l’assessore. “La sepoltura non è un servizio tecnico: è un diritto fondamentale che la Regione è chiamata a garantire, intervenendo dove c’è una mancanza dei comuni. Questa non è una battaglia politica né ideologica”. Secondo Badinjki, ridurre la questione a un problema di competenze significa ignorare il nodo politico: “Affermare che la Regione non abbia responsabilità perché i piani cimiteriali sono comunali significa trasformare il DPR in una norma di esclusione. Quando emerge una criticità strutturale, il governo del sistema impone un’assunzione di responsabilità, non un arretramento”.

Il dibattito istituzionale, però, ha conseguenze molto concrete. Negli ultimi giorni dello scorso anno, nel Sud-Est milanese, tre cittadini musulmani sono morti senza che fosse immediatamente disponibile un luogo di sepoltura. In un caso, la salma è stata rimpatriata solo grazie a una colletta della comunità, che ha raccolto tra i cinque e i seimila euro necessari. In un secondo caso, la sepoltura è avvenuta a San Donato Milanese esclusivamente perché il decesso è avvenuto nell’ospedale del Comune, uno dei pochi dell’area metropolitana di Milano ad aver adeguato il piano cimiteriale. Nel terzo caso, la salma è rimasta ferma per giorni prima di trovare posto a Bergamo, grazie a una deroga. “È inaccettabile che la morte diventi un problema logistico”, denuncia Badinjki. “Il diritto alla sepoltura non può dipendere dalla casualità di un ricovero o dal Comune in cui si muore”.

Il problema non riguarda solo la Lombardia. Secondo i dati di Fondazione ISMU, in Italia vivono circa 1,7 milioni di musulmani; 368mila risiedono in Lombardia, pari al 26% e il problema è diffuso da nord a sud. “Parliamo di seconde e terze generazioni”, sottolinea Badinjki. “Continuare a considerare il rimpatrio come soluzione ordinaria è semplicemente irreale. A livello nazionale lo conferma Yassine Baradai, presidente dell’Ucoii. “Abbiamo casi di salme ferme nelle celle frigorifere da venti giorni, tra gli ultimi uno di questi giorni in provincia di Padova, perché non si sa dove seppellirle. Succede in tutta Italia”, racconta. “Non è una questione religiosa o ideologica: è il diritto al lutto. Un figlio deve poter piangere suo padre vicino a casa”. Il quadro normativo, osserva Baradai, già consentirebbe soluzioni: “Il DPR del 1990 prevede la possibilità di individuare spazi per i defunti di altre confessioni. I requisiti sono minimi, non servono lavori né costi aggiuntivi. Spesso manca solo la volontà politica”.

La richiesta è sostenuta anche da una petizione pubblica, lanciata nel 2022 sempre da Badinjki , “Musulmani, la fatica di morire ed essere seppelliti in Italia”, che ha raccolto quasi 15 mila firme. Voci che non sembrano essere riconosciute. “Questo tema viene rimosso dal dibattito pubblico perché non porta consenso”, conclude Badinjki. “Ma è destinato a diventare esplosivo. Le seconde e terze generazioni sono già qui. Continuare a ignorarlo significa accettare che, nel 2026, in Italia si possa ancora morire senza sapere dove essere sepolti”. Un segnale che la domanda sociale esiste. Resta la risposta delle istituzioni. Per ora affidata a un rimpallo di competenze che, mentre si discute di chi deve fare cosa, continua a lasciare qualcuno senza un posto dove essere sepolto.

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Cipidillo, il Grillo parlante che allena sguardi e coscienza alla disabilità

Cipidillo non nasce come mascotte. Nasce come coscienza.
All’inizio si chiamava il Grillo della Cpd, un riferimento esplicito e voluto al Grillo Parlante di Pinocchio: non il personaggio simpatico, ma quella voce che disturba, richiama alla responsabilità e dice la verità anche quando non conviene.

È una scelta voluta dal presidente storico Paolo Osiride Ferrero, con un’idea molto chiara: la Consulta per le persone in difficoltà Cpd doveva fare sulla disabilità ciò che spesso nessuno ha il coraggio di fare: dire le cose come stanno, senza zucchero, senza pietismo, senza bugie consolatorie. Con amministratori, cittadini, imprenditori. Con tutti.

Da grillo parlante a Cipidillo

Con il tempo, però, il nome “Grillo” ha iniziato a creare un equivoco non voluto, legato alla nascita di un movimento politico. Per evitare sovrapposizioni e fraintendimenti, il nome cambia. La funzione resta identica.

Nasce così Cipidillo. Un nome che gioca ma non è leggero: “dillo alla Cpd”, “lo dice la Cpd”. Perché Cipidillo serve anche a questo: dire quello che spesso si evita, comprese le denunce di diritti negati, di barriere ignorate, di inclusioni raccontate bene e praticate male.

Perché Cipidillo serve anche a questo: dire quello che spesso si evita, comprese le denunce di diritti negati, di barriere ignorate, di inclusioni raccontate bene e praticate male. Oggi Cipidillo si definisce per ciò che fa: è un personal trainer emotivo per superare l’imbarazzo sulla disabilità. Non allena i muscoli. Allena lo sguardo, il linguaggio, le reazioni automatiche.
Smonta due narrazioni tossiche che dominano da anni il racconto della disabilità: il pietismo e l’eroismo. Due facce della stessa bugia.

Normalizzare la disabilità, non il disabile

Cipidillo non prova a “normalizzare il disabile”.
Fa qualcosa di più onesto e più scomodo: normalizza la disabilità come fatto umano, parte della nostra storia personale e collettiva. Che lo vogliamo oppure no. E riguarda tutti. Anche solo per una cosa che facciamo finta di dimenticare: la vecchiaia.

L’empatia strumento che piace ai bambini

L’ironia è il suo strumento principale.
Il pupazzo crea empatia immediata, abbassa le difese, apre una porta.
Con i bambini serve a preservare ciò che hanno già: la mancanza di pregiudizi.
Con adolescenti e adulti cambia registro: ogni tanto arriva una manata finta, uno schiaffo ironico ma preciso sul perbenismo, sull’inclusione di facciata, sulle parole giuste usate per non cambiare nulla.

Cipidillo è diventato anche teatro. Lo spettacolo teatrale è stato realizzato dalla Fondazione Casa Teatro Ragazzi di Torino, con la regia di Silvano Antonelli, ed ha esordito durante il DisFestival 2025. L’obiettivo è farlo girare nei teatri d’Italia.

Prima ancora di essere una mascotte, Cipidillo è diventato un peluche.
Si può adottare tramite una donazione alla Cpd, sostenendo concretamente i progetti dell’associazione.

Cipidillo sui social: linguaggi diretti, ironia e contenuti virali. Cipidillo è presente sulle principali piattaforme social, con linguaggi e formati pensati soprattutto per adolescenti e giovani adulti: Instagram; TikTok; YouTube.

Qui Cipidillo non fa divulgazione rassicurante. Usa video brevi, ironici e immediati per allenare lo sguardo e togliere imbarazzo.

Cipidillo sui social

Tra i contenuti che hanno raggiunto il maggior numero di visualizzazioni ce ne sono alcuni diventati emblematici.

In uno dei video più visti, Cipidillo ricorda che la disabilità non riguarda “gli altri”. Basta poco: un incidente in auto o in moto, una caduta, la vecchiaia. In questo racconto la carrozzina smette di essere un oggetto lontano o temuto e diventa un’opportunità per continuare a vivere, in modo diverso ma possibile. Non il problema, ma parte della soluzione.

Un altro video molto condiviso prende di mira il pietismo che ancora domina molte narrazioni sulla disabilità. Con tono ironico e diretto, Cipidillo smonta il linguaggio zuccheroso che sembra empatia ma in realtà crea distanza e superiorità morale.

Più irriverente, ma altrettanto preciso, è il format delle recensioni scherzose: tra queste, quella sulla candela Ferragni, raccontata attraverso finte recensioni “firmate” da diverse tipologie di disabilità. Un modo ironico e pungente per mettere in discussione il marketing dell’inclusione e l’uso superficiale della diversità come elemento decorativo o di tendenza.

Questo è il Cipidillo digitale: scherzoso ma mai innocuo, ironico ma sempre sul pezzo.

Cipidillo entra anche nelle scuole con la Città dell’Agenda della Disabilità ed è testimonial in eventi pubblici e aziendali.

Il futuro di Cipidillo è farlo conoscere sempre di più in Italia e sviluppare una linea di prodotti per sostenere i progetti della Cpd. Perché sulla disabilità non serve sentirsi migliori.
Serve diventare più onesti.

In apertura un’immagine di Cipidillo con alcuni bambini – tutte le fotografie da ufficio stampa

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Genitorialità, è anche una questione di welfare aziendale

Informare le dipendenti sulla prevenzione nell’ambito della fertilità. Aiutarle nel loro progetto di maternità e genitorialità, anche offrendo i servizi per la preservazione della fertilità. È questo l’obiettivo del progetto supportato da Otb foundation, fondazione non profit del gruppo moda Otb, in partnership con il gruppo Genera, realtà italiana nell’ambito della procreazione medicalmente assistita, che include anche le tecniche di crioconservazione degli ovociti della donna.

Genitorialità informata

L’iniziativa è stata spiegata da Arianna Alessi vicepresidente di Otb foundation, nell’ambito di una serie di altre attività promosse dalla fondazione «per favorire l’uguaglianza di genere anche sui luoghi di lavoro delle aziende del Gruppo, al fine di supportare le donne nei loro obiettivi personali e professionali per garantire che le decisioni riguardanti la maternità siano sempre più libere e individuali. Attualmente vi sono molteplici servizi a disposizione di coloro che decidono di intraprendere un progetto di genitorialità: dall’asilo interno alla flessibilità lavorativa, dai servizi per neogenitori fino a programmi di formazione e sensibilizzazione».

La fondazione finanzia il percorso

«In Italia la sanità pubblica copre il social freezing solo per specifiche patologie mediche, o con tempi di attesa lunghissimi, rendendo la pratica un privilegio per pochi che si vedono costretti a ricorrere a strutture private con costi elevati», ha aggiunto Alessi, «pertanto, la fondazione intende attivare questa ulteriore iniziativa impegnandosi a finanziare i percorsi per le colleghe del gruppo che aderiranno, al fine di promuovere la libertà di scelta sulla propria vita riproduttiva, contrastare l’infertilità legata all’età e offrire soluzioni a un’evoluzione sociale e lavorativa che spesso posticipa il desiderio di maternità».

Dati e contesto

Per approfondire la questione, non priva di risvolti etici, il progetto è stato presentato in un evento dal taglio scientifico rivolto ai dipendenti del gruppo Otb, dedicato ai temi della prevenzione, del tempo biologico e del futuro riproduttivo.

Al centro, Arianna Alessi, vicepresidente Otb foundation, con i relatori dell’incontro sul social freezing

Il punto di partenza è stato un dato: in un contesto in cui l’età media alla prima maternità continua a crescere, in Italia le donne diventano madri per la prima volta in media a 33,8 anni e il numero medio di figli per donna è pari a 1,18. Sempre più donne posticipano le scelte di genitorialità.

Al tempo non si comanda

«Il tempo è la variabile biologica centrale della fertilità e, a differenza di altri fattori, non può essere recuperato», ha affermato Filippo Maria Ubaldi, professore ordinario di ostetricia e ginecologia presso l’università della Calabria e direttore medico del gruppo Genera, intervenuto sul ruolo del tempo come principale variabile biologica non modificabile della fertilità.«Oggi, il problema non è la mancanza di possibilità, ma il ritardo nell’informazione. Quando la consapevolezza arriva tardi, le opzioni si riducono. Informare in modo tempestivo è una forma concreta di prevenzione, con un impatto diretto anche sul quadro demografico del Paese», ha proseguito.

L’opzione social freezing

«La preservazione della fertilità va letta nel rapporto tra età biologica, qualità ovocitaria e possibilità offerte oggi dalla scienza. In questo quadro, anche il social freezing può essere considerato, per alcune persone, una delle opzioni possibili in un contesto di vita e di lavoro in evoluzione, senza mai prescindere dal ruolo centrale del tempo biologico», ha spiegato Laura Rienzi, professoressa associata presso il dipartimento di scienze molecolari dell’università di Urbino e direttore scientifico del gruppo Genera.

Foto in apertura di Vardan Papikyan su Unsplash.

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L’eterno ritorno di Chat Control

Immagine in evidenza da stopchatcontrol.fr

Si torna a parlare di lotta agli abusi sui minori, privacy e crittografia end-to-end, dopo che, il 26 novembre, il Consiglio UE ha votato a favore dell’approvazione del nuovo testo del Child Sexual Abuse Regulation (CSAR), più comunemente conosciuto come Chat Control. La proposta di legge, di cui si discute ormai da più di tre anni, è volta a limitare la diffusione di materiale pedopornografico online attraverso nuove disposizioni per le piattaforme e i fornitori di servizi digitali, inclusa la possibilità di effettuare una scansione preventiva e costante dei contenuti che gli utenti si scambiano, per esempio, su WhatsApp, Telegram o Gmail, al fine di rilevare attività di adescamento di minori o movimento di materiale pedopornografico.

La proposta, che da tempo cerca un equilibrio tra la necessità di proteggere i minori da abusi sessuali e quella di tutelare i diritti fondamentali dei cittadini europei (a partire dalla privacy), ha sollevato non poche critiche da parte dei funzionari di governo, degli esperti di sicurezza, delle società di servizi coinvolte e, non da ultimi, degli utenti stessi. E ora, dopo il voto favorevole ottenuto dopo numerosi rinvii, il senso di preoccupazione sta rapidamente crescendo. Proprio per questo, è importante fare chiarezza sul cosiddetto Chat Control: cos’è, quali regolamentazioni prevede, quali sono i reali rischi per la privacy, e come potrebbe cambiare la nostra vita.

Chat Control: cos’è e cosa prevede

Era l’11 maggio 2022 quando, per la prima volta, la Commissione Europea presentava una nuova proposta legislativa “per prevenire e combattere gli abusi sessuali sui minori in rete”. Una manovra presentata come necessaria a causa della crescente diffusione di materiale pedopornografico in rete rilevata a partire dal 2021 – anno in cui, stando ai dati riportati dalla Commissione, sono stati segnalati “85 milioni di immagini e video che ritraggono abusi sessuali su minori” – e l’incapacità del sistema attualmente in vigore – il cosiddetto Chat Control 1.0, che prevede la segnalazione di abusi tramite monitoraggio volontario dei fornitori di servizi digitali – di proteggere adeguatamente i minori.

Per contenere quanto più possibile la situazione, in quell’occasione la Commissione ha proposto “una legislazione per affrontare efficacemente l’abuso sessuale su minori online, anche richiedendo ai prestatori di

rilevare materiale pedopornografico noto e […] la creazione di un Centro dell’UE di prevenzione e lotta contro l’abuso sessuale su minori”.

Una serie di norme, in sostanza, che consentirebbero a un’ampia gamma di fornitori di servizi Internet, compresi i servizi di hosting e di messaggistica, di accedere e scansionare le conversazioni private degli utenti al fine di “individuare, segnalare e rimuovere il materiale pedopornografico dai loro servizi”, o rilevare episodi di “adescamento di minori” (grooming). Un’operazione che le compagnie dovrebbero attuare attraverso “tecnologie che siano il meno invasive possibile per la privacy, in linea con lo stato dell’arte del settore, e che limitino il più possibile il tasso di errore dei falsi positivi”.

Allo stato attuale, il cosiddetto Chat Control richiede ai “prestatori di servizi di hosting e prestatori di servizi di comunicazione interpersonale” di individuare, esaminare e valutare “per ciascun servizio che offrono, il rischio di un suo uso a fini di abuso sessuale su minori online”. E poi di prendere “misure di attenuazione ragionevoli e adeguate al rischio individuato […] per ridurlo al minimo”.

Tra queste misure, come anticipato, rientra anche la scansione delle conversazioni private degli utenti: uno strumento che le piattaforme e i fornitori di servizi possono utilizzare ai fini della valutazione del rischio e della sua attenuazione. Tuttavia, la proposta prevede che, se dopo la valutazione e le misure adottate dal fornitore sussiste ancora un rischio significativo che il servizio possa essere utilizzato per abusi sui minori, le autorità nazionali designate possano avvalersi di questo strumento per indagare sulla diffusione di materiale pedopornografico. In questo caso, possono chiedere all’autorità giudiziaria o amministrativa di “emettere un ordine di rilevazione che impone a un prestatore di servizi di hosting o a un prestatore di servizi di comunicazione interpersonale rientrante nella giurisdizione dello Stato membro in questione di prendere le misure […] per rilevare casi di abuso sessuale su minori online in un servizio specifico”.

Anche in questo caso, però, la proposta della Commissione Europea specifica che le autorità devono avvalersi di tecnologie che non siano invasive nei confronti degli utenti coinvolti, ma che siano anzi “efficaci nel rilevare la diffusione di materiale pedopornografico noto o nuovo o l’adescamento di minori, a seconda dei casi” e “non in grado di estrarre dalle comunicazioni in questione informazioni diverse da quelle strettamente necessarie per rilevare […] pattern rivelatori di diffusione di materiale pedopornografico noto o nuovo o di adescamento di minori”.

Data la delicatezza della scansione, soprattutto nelle comunicazioni private e crittografate, il regolamento prevede una serie di garanzie, quali la limitazione della durata degli ordini, il controllo umano delle tecnologie di rilevamento, la riduzione al minimo dei dati trattati e l’accesso a meccanismi di ricorso per gli utenti e i fornitori. Pertanto, per garantire che il regolamento venga rispettato, la proposta introduce anche il Centro dell’UE per la prevenzione e la lotta contro gli abusi sessuali sui minori, che svolgerà un ruolo di supporto alle autorità e alle piattaforme fornendo banche dati di indicatori affidabili e tecnologie di rilevamento adeguate, contribuendo a ridurre i falsi positivi e gli impatti invasivi.

Le origini e le evoluzioni della proposta di legge

La proposta avanzata dalla Commissione Europea nel 2022 non dichiarava apertamente che i telefoni dei cittadini europei sarebbero stati scansionati alla ricerca di materiale pedopornografico, ma introduceva il concetto di “obblighi di rilevamento” che i fornitori di servizi dovevano rispettare, anche nel caso in cui questi proteggessero la privacy degli utenti con la crittografia end-to-end.

Questo significava, quindi, che le autorità coinvolte nella rilevazione potessero ricorrere alla scansione lato client, ossia all’analisi di contenuti digitali presenti sui dispositivi degli utenti prima ancora che venissero crittografati e inviati o ricevuti.

Com’è noto, la proposta ha sin da subito scatenato le critiche di governi ed esperti di sicurezza e privacy, tanto che nel 2023 il Parlamento Europeo ha escluso sia la crittografia end-to-end sia i messaggi di testo dall’ambito di applicazione degli obblighi, limitando questi ultimi ai casi di ragionevole sospetto e impedendo di fatto la scansione indiscriminata. Pertanto, solo se i fornitori non rispettano le norme per la sicurezza dei minori, le autorità competenti possono emettere un ordine di scansione e rilevamento di materiale pedopornografico dai dispositivi degli utenti.

Nel corso degli anni, però, la proposta ha subìto decine di modifiche e aggiornamenti. L’1 luglio 2025, il Consiglio dell’Unione Europea ha presentato una proposta in cui si afferma chiaramente che, per i servizi dotati di crittografia end-to-end (che impedisce a chiunque di leggere i messaggi, esclusi soltanto mittente e destinatario) come WhatsApp, Signal e Telegram, il rilevamento avviene “prima della trasmissione dei contenuti” – ossia prima che questi vengano crittografati – installando un software preposto alla scansione, ma con una clausola di “consenso dell’utente”.

Allo stato attuale, Chat Control rimane soltanto una proposta. Per far sì che diventi una legge a tutti gli effetti è necessario l’avvio di triloghi – “un negoziato interistituzionale informale che riunisce rappresentanti del Parlamento europeo, del Consiglio dell’Unione europea e della Commissione europea” – che mettano d’accordo le parti. Se la linea attuale del Consiglio dovesse essere approvata, questo comporterebbe l’installazione di un software che controlli i contenuti prima della crittografia per i servizi end-to-end; al contrario, se prevalesse la linea del Parlamento, non verrebbe effettuata alcuna scansione preventiva dei contenuti.

Proprio per questo, lo scorso 14 ottobre era stato fissato come data per il voto del Consiglio UE sul Child Sexual Abuse Regulation (Csar): un giorno in cui i ministri dei diversi paesi membri avrebbero espresso il proprio parere sulla proposta. A una settimana dalla data, dopo aver subito forti pressioni da parte dell’opinione pubblica, la Germania si era dichiarata contraria al disegno di legge, costringendo l’intero Consiglio a rimandare il voto finale sull’approvazione.

“Il monitoraggio ingiustificato delle chat deve essere un tabù in uno Stato di diritto. La comunicazione privata non deve mai essere soggetta a sospetti generalizzati. Né lo Stato deve obbligare a scansionare in massa i messaggi alla ricerca di contenuti sospetti prima di inviarli. La Germania non accetterà tali proposte a livello UE (…). Nemmeno i crimini peggiori giustificano la rinuncia ai diritti civili fondamentali”, ha dichiarato Stefanie Hubig, ministra federale della Giustizia e della Tutela dei consumatori, commentando la scelta della Germania, che ha stravolto l’agenda legislativa della Commissione Europea.

La svolta danese

Dopo tante controversie, lo scorso novembre la presidenza danese del Consiglio dell’Unione europea ha introdotto un’importante revisione alla proposta del Child Sexual Abuse Regulation (CSAR), in cui le “disposizioni relative agli obblighi di rilevamento (articoli da 7 a 11) sarebbero eliminate dal testo”.

In questo modo, il regolamento mantiene il monitoraggio delle chat private degli utenti, senza renderlo obbligatorio, ma trasformandolo in uno strumento che le aziende tecnologiche possono utilizzare a propria discrezione. Anche se, come si legge nella proposta della presidenza danese, “i fornitori di servizi ad alto rischio, in cooperazione con il Centro dell’UE, potrebbero comunque essere tenuti ad adottare misure per sfruttare le tecnologie adeguate per mitigare il rischio di abusi sessuali sui minori individuati sui loro servizi”.

La modifica della Danimarca ha segnato un momento importante nell’evoluzione di Chat Control, che lo scorso 26 novembre ha ottenuto l’approvazione dei rappresentanti dei 27 paesi membri dell’Unione Europea, dando così inizio all’ultima fase che precede l’approvazione del regolamento: la discussione tra Parlamento Europeo, Consiglio dell’Unione Europea e Commissione Europea.

“Ogni anno vengono condivisi milioni di file che ritraggono visivamente abusi sessuali su minori. Dietro ogni singolo video e immagine c’è un minore che ha subito gli abusi più orribili e tremendi. Ciò è del tutto inaccettabile”, ha commentato Peter Hummelgaard, ministro danese della Giustizia, dopo la votazione svoltasi a Bruxelles. “Sono pertanto lieto che gli Stati membri abbiano finalmente concordato una via da seguire che prevede una serie di obblighi per i prestatori di servizi di comunicazione al fine di combattere la diffusione di materiale di abuso sessuale su minori”. 

Allo stato attuale, secondo quanto approvato dai paesi membri dell’UE, “i fornitori di servizi online saranno tenuti a valutare il rischio che le loro piattaforme possano essere utilizzate impropriamente per diffondere materiale di abuso sessuale su minori o per adescare minori. Sulla base di tale valutazione, dovranno attuare misure di attenuazione per contrastare tale rischio. Tali misure potrebbero includere la messa a disposizione di strumenti che consentano agli utenti di segnalare casi di abuso sessuale su minori online, di controllare quali contenuti che li riguardano sono condivisi con altri e di predisporre impostazioni predefinite a tutela della vita privata dei minori”.

L’interesse del Consiglio è quello di arrivare ai triloghi il prima possibile, considerando che ad aprile 2026 scadrà la legislazione temporanea che consente alle app di eseguire la scansione alla ricerca di materiale pedopornografico. “Il Consiglio ha finalmente adottato la sua posizione sul regolamento CSA”, ha commentato in un post pubblicato su X il deputato spagnolo Javier Zarzalejos, leader delle negoziazioni in Parlamento. “Abbiamo bisogno di un quadro legislativo obbligatorio e a lungo termine con solide garanzie. Il tempo sta per scadere e ogni minuto che perdiamo senza una legislazione efficace significa più bambini danneggiati”.

La nuova proposta non sembra però incontrare né il sostegno delle forze dell’ordine, preoccupate che i contenuti illegali rimarranno nascosti nelle applicazioni con crittografia end-to-end, né gli attivisti a difesa della privacy, preoccupati che il rilevamento – seppur volontario – possa trasformarsi in uno strumento di sorveglianza di massa.

I rischi di Chat Control

E qui arriviamo a un altro dei punti deboli della proposta della Commissione ampiamente criticato dagli attivisti, l’alto tasso di falsi positivi. I sistemi di scansione automatica, infatti, spesso segnalano come illegali contenuti che non lo sono affatto, come le foto di bambini sulla spiaggia scattate durante le vacanze familiari. Secondo la polizia federale della Svizzera, per esempio, l’80% di tutte le segnalazioni elaborate da programmi informatici si rivelano infondate. E stando ai dati raccolti in Irlanda, invece, solo il 20% delle segnalazioni ricevute dal National Center for Missing and Exploited Children (NCMEC) nel 2020 sono state confermate come effettivo “materiale pedopornografico”. Il rischio, quindi, è che i cittadini vengano coinvolti in indagini sull’abuso di minori senza aver mai commesso alcun reato e, per di più, vedendo compromessa la propria privacy.

E non è tutto. Molti critici, infatti, temono anche il cosiddetto “function creep”: una volta che esisterà un sistema per la scansione di tutti i messaggi degli utenti, i futuri governi potrebbero essere tentati di estenderne l’applicazione ad altri settori, come il terrorismo o, nel peggiore dei casi, censurando il dissenso politico. “Una volta che viene implementato una tecnologia di questo genere, significa che avremo un sistema che controlla tutte le nostre comunicazioni e decide se sono legali o no”, ha commentato Udbhav Tiwari, VP strategy and global affairs di Signal, nel corso del webinar Stop Chat Control tenutosi lo scorso 30 settembre. “Il suo funzionamento dipende esclusivamente da come e con quali dati viene addestrato”.

Un’opinione condivisa dai governi di Repubblica Ceca, Paesi Bassi e Olanda, che hanno espresso un voto contrario lo scorso 26 novembre. E così pure – o quasi – dall’Italia, che ha deciso di astenersi dalla votazione, sottolineando la preoccupazione che una forma di sorveglianza delle comunicazioni potrebbe ledere i diritti costituzionali della persona.

“I titoli dei giornali sono fuorvianti: Chat Control non è morto, è solo stato privatizzato”, ha commentato Patrick Breyer, ex eurodeputato oggi alla guida del movimento Fight Chat Control. “Quello che il Consiglio ha approvato oggi è un cavallo di Troia. Consolidando la scansione di massa ‘volontaria’, stanno legittimando la sorveglianza di massa senza mandato e soggetta a errori di milioni di europei da parte delle aziende statunitensi”.

Il termine “volontario” per definire il rilevamento proposto dalla presidenza danese, secondo Breyer, sarebbe ingannevole: “Il testo mira a rendere permanente la normativa temporanea ‘Chat Control 1.0’”, che consente a fornitori come Meta o Google di scansionare le chat private degli utenti, indiscriminatamente e senza un mandato del tribunale. Nulla di troppo diverso, quindi, rispetto alla proposta originaria. Chat Control, secondo gli attivisti, è e continua a essere uno strumento pericoloso per la sicurezza e la privacy dei cittadini.

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bitume - diritti sociali e digitali - podcast

Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica, impreparata e inaspettata, a "cura" di Unit hacklab Milano.

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Mercoledì 5 luglio 2023, dallo studio radio di ZAM

Diritti sociali e digitali

  • Twitter e la rivoluzione francese

  • Immaginazione teoretica

  • API, social media, scraping e la possibilità di informarsi anonimamente

durata: 50 minuti

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