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La dottrina della paura: ICE, bambini feriti e detenzione di massa

La notte del 15 gennaio, a Minneapolis, una famiglia che stava semplicemente tornando a casa si è trovata al centro di un’operazione dell’ICE. Non una retata mirata, ma un’azione indiscriminata: granate stordenti e gas lacrimogeno lanciati dentro un’auto con sei minori a bordo. Tre bambini sono finiti in ospedale, tra cui un neonato di sei mesi che ha smesso di respirare ed è stato rianimato in strada dalla madre. Nessuna minaccia, nessuna resistenza, nessun aiuto immediato da parte degli agenti federali. Questo episodio non è un’eccezione, ma il simbolo di una strategia più ampia.

A Minneapolis, come in molte altre città statunitensi, l’ICE opera sempre più come una forza di occupazione interna, con agenti armati e mascherati dispiegati nei quartieri più vulnerabili. Le proteste esplose dopo l’uccisione di Renee Nicole Good da parte di un agente dell’ICE e le successive minacce di Donald Trump di invocare la Legge di Insurrezione mostrano fino a che punto la risposta politica stia scivolando verso la militarizzazione. Sul piano nazionale, i numeri raccontano la stessa escalation.

Ad oggi circa 73.000 persone sono detenute dalle autorità migratorie statunitensi, un record storico e un aumento dell’84% rispetto al 2025. Meno della metà ha precedenti penali, ma l’amministrazione punta ad ampliare la capacità di detenzione fino a 100.000 posti, sostenuta da finanziamenti senza precedenti: centinaia di miliardi di dollari destinati a ICE e Border Patrol.

Intanto, le condizioni nei centri di detenzione allarmano le organizzazioni per i diritti umani. ACLU e Amnesty International parlano di trattamenti disumani, abusi e sovraffollamento. Il 2025 è stato l’anno più letale da decenni per chi era in custodia ICE, e il 2026 si è aperto con nuove morti. La vicenda della famiglia Jackson riassume tutto: quando lo Stato colpisce auto con neonati a bordo, la “sicurezza” diventa una dottrina della paura, e la vita umana un danno collaterale accettabile.


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Iran, Qalibaf: “Sconfitta l’aggressione militare e il terrorismo interno”

Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, ha dichiarato che Stati Uniti e Israele hanno subito “un’altra sconfitta” dopo il fallimento dei recenti disordini e attacchi terroristici in Iran. Secondo Qalibaf, le violenze degli ultimi giorni rappresentano la prosecuzione di una strategia già fallita: l’aggressione militare congiunta lanciata nel giugno 2025, che mirava a colpire le capacità strategiche iraniane, in particolare nel settore aerospaziale. Parlando a Teheran durante un incontro con il ministro degli Esteri iracheno Fuad Hussein,

Qalibaf ha accusato il governo israeliano di perseguire una politica di destabilizzazione sistematica dei Paesi musulmani, con l’obiettivo di dividerli e dominarli. Una linea, ha affermato, portata avanti da Benjamin Netanyahu con il sostegno politico e militare degli Stati Uniti e di alcune potenze europee. Secondo la leadership iraniana, l’ultima ondata di disordini avrebbe seguito uno schema preciso: colpire dall’interno attraverso il terrorismo, creare instabilità e poi aprire la strada a un’aggressione esterna.

Un piano che, sostiene Teheran, è stato sventato grazie all’intervento delle forze di sicurezza e alla tenuta del Paese. Sulla stessa linea il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che ha parlato di una responsabilità diretta di Washington e Tel Aviv nei tentativi di destabilizzazione. Da Baghdad, intanto, arriva un messaggio di convergenza: la sicurezza di Iran e Iraq, ha detto Fuad Hussein, è parte integrante della sicurezza dell’intera regione.

Un monito chiaro: arretrare oggi significa indebolire tutti domani.


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"Los quiero de vuelta": la campagna popolare per Maduro e Flores in tutto il Venezuela

A quindici giorni dal sequestro del Presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores, perpetrato dalle forze statunitensi il 3 gennaio scorso con un vile assalto militare a Caracas, il Venezuela continua a riversarsi nelle piazze in una vasta ondata di mobilitazione popolare. Le manifestazioni, che denunciano un’aggressione militare denunciata come una violazione del diritto internazionale, hanno visto in questi giorni migliaia di persone marciare per le strade di Caracas e di altre città del paese, con un duplice obiettivo: reclamare la liberazione dei propri leader e riaffermare con forza la difesa della sovranità nazionale contro le "intenzioni interventiste" degli Stati Uniti.

L’attacco, iniziato con esecuzioni extragiudiziali e un blocco navale al largo del Venezuela, è culminato in bombardamenti su obiettivi civili e militari nella capitale e su altri obiettivi, causando la morte di soldati, civili venezuelani e soldati cubani che si occupavano della sicurezza di Maduro. Il popolo venezuelano, come ribadito nelle manifestazioni di settori come quello docente e quello contadino, rimane unito nel rendere omaggio a questi "eroi e martiri militari" e nel sostenere il governo della Presidente incaricata Delcy Rodríguez (vicepresidente di Maduro), vista come la legittima continuatrice dell’eredità del Comandante Hugo Chávez.

In questo clima di permanente mobilitazione, sabato scorso i movimenti sociali si sono riuniti davanti al Panteón Nacional di Caracas, impegnandosi con un giuramento nella difesa della pace e nella lotta per la liberazione della coppia presidenziale. A presiedere la cerimonia, il segretario dei Movimenti Sociali del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), Héctor Rodríguez, che ha lanciato un appello all’unità per stabilire una "rotta politica" e ha annunciato un’agenda intensa per i prossimi 60 giorni. Questo periodo di agitazione precede l’inizio del processo (illegale) a cui Maduro e la prima combattente saranno sottoposti in un tribunale federale di New York, dopo che hanno dichiarato di essere innocenti per tutti i capi d’accusa nella loro prima comparizione il 5 gennaio.

Intanto, la solidarietà verso i leader sequestrati assume forme commoventi e simboliche. In queste ore, le Plaza Bolívar di tutto il paese sono diventate il centro di una campagna denominata "Los quiero de vuelta". Cittadini di ogni età ed estrazione sociale affluiscono per depositare lettere piene di messaggi di affetto, speranza e sostegno. "Mostriamo al mondo l’amore infinito che sentiamo per la Ri voluzione Bolivariana", ha dichiarato il capo del governo del Distretto Capitale, Nahum Fernández, annunciando che la raccolta proseguirà per tutto il mese.

La volontà popolare è univoca e risuona forte dalle piazze di Caracas e di tutte le città del paese sudamericano. "La volontà del popolo è che il presidente Nicolás Maduro ritorni nel paese", ha affermato il sindaco di Caracas, Carmen Meléndez, sottolineando come il popolo sia determinato a restare in lotta permanente. "Ti vogliamo indietro, signor Presidente", è il grido che accomuna le migliaia di messaggi scritti, come quello della signora Yajaira Rubio dallo stato Trujillo, o della giovane Victoria Escachinga da Maturín, che assicura: "Qui c’è un popolo che continua ad amarvi".

Nonostante l’aggressione subita, il Venezuela ribadisce il suo spirito di pace e la sua indignazione per quello che viene denunciato come un assedio. La mobilitazione, nel solco dei principi della Rivoluzione Bolivariana, prosegue con la ferma intenzione di informare il mondo sulla "verità del Venezuela" e di continuare a costruire la patria, nell’attesa del ritorno del Presidente e della prima combattente in quella che viene definita, a gran voce, una terra libera e sovrana.

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Il petrolio venezuelano non è bottino di pirati né moneta di scambio per traditori


di Geraldina Colotti, Caracas

Nel suo ultimo libro intitolato The Petroleum Sector and the Transition to Democracy in Venezuela, l'ex procuratore del fittizio governo ad interim José Ignacio Hernández tenta di gettare le basi giuridiche per quello che non è altro che lo smantellamento finale della sovranità energetica del paese. Hernández non parla da una posizione accademica neutrale, ma dal conflitto di interessi di chi ha lavorato per multinazionali come Crystallex prima di facilitare, da una carica inesistente, l'iter legale per la svendita di Citgo.

La sua tesi centrale sostiene che l'attuale Legge Antiblocco e le riforme proposte dal governo bolivariano siano una sorta di privatizzazione di fatto o opaca, volta a eludere i controlli democratici. Tuttavia, ciò che questo operatore di Washington occulta è che il suo vero obiettivo è eliminare il controllo statale sulle risorse, affinché le grandi corporazioni tornino a gestire la cassa continua del paese come ai tempi della “apertura petrolifera” degli anni Novanta.

Di fronte alla tesi di Hernández, secondo cui lo Stato starebbe svendendo i propri attivi, i dati dell'Osservatorio Venezuelano Antiblocco offrono una lettura opposta, dove appare chiaro che non si tratta di privatizzazione ma di protezione sovrana. La Legge Antiblocco, nel suo primo articolo, definisce il suo obiettivo fondamentale come la mitigazione degli effetti nocivi delle misure coercitive unilaterali che hanno causato il saccheggio di oltre quaranta miliardi di dollari in attivi stranieri appartenenti al popolo venezuelano.

Per comprendere il pericolo reale di queste tesi, bisogna guardare al saccheggio criminale di Citgo, un'impresa strategica con tre raffinerie negli Stati Uniti e più di quattromila stazioni di servizio che rappresentano attivi per oltre tredici miliardi di dollari. Sotto la presunta gestione del “governo a interim” di Guaidó e la consulenza diretta di personaggi come Hernández, Citgo è stata scollegata dalla sua casa madre Pdvsa per essere consegnata a una vera e propria razzia giudiziaria nei tribunali del Delaware.

Le è stato impedito in modo criminale di rimpatriare i dividendi che erano destinati alla salute e all'alimentazione dei bambini e delle donne del Venezuela, consegnando il gioiello della corona a una liquidazione forzata per pagare debiti gonfiati in un atto di pirateria moderna. Questo è lo schema che la destra pretende di ripetere ora sul territorio nazionale attraverso una deregolamentazione totale che consegni i pozzi e le raffinerie al capitale transnazionale senza alcun tipo di controllo sociale.

Di fronte a questa narrativa del saccheggio, la Presidente incaricata Delcy Rodríguez ha eretto un muro di contenimento basato sull'economia di resistenza e sulla dignità nazionale. Nella congiuntura attuale, la battaglia per il Venezuela si gioca su due fronti che sono in realtà un'unica lotta per l'esistenza: la libertà degli ostaggi dell'impero, il Presidente Nicolás Maduro e la “prima combattente” Cilia Flores, e la difesa tecnica e politica della Cintura Petrolifera dell'Orinoco.

Mentre Donald Trump si comporta come un corsaro del ventunesimo secolo dichiarando che il greggio venezuelano gli appartiene per diritto di preda, la gestione amministrativa di Delcy Rodríguez, in continuità con quella di Maduro, dimostra che la sovranità non si negozia, né di fronte al ricatto né di fronte al sequestro dei leader fondamentali della rivoluzione. La proposta di riforma della Legge Organica sugli Idrocarburi presentata all'Assemblea Nazionale in questo gennaio del duemilaventisei mira a blindare la sovranità mentre si recupera la produzione nazionale. La riforma cerca di includere figure come i Contratti di Produzione Condivisa per attrarre investimenti in giacimenti che non sono mai stati sfruttati o che mancano di infrastrutture a causa del blocco tecnologico.

Delcy Rodríguez è stata categorica nel sottolineare che questa apertura non implica la cessione della proprietà della risorsa. L'obiettivo centrale è incorporare flussi di investimento per neutralizzare l'inasprimento del blocco petrolifero imposto da Washington e avanzare verso un modello economico non dipendente e diversificato, basato sull'autosufficienza.

È uno strumento di dignità nazionale che viene presentato a testa alta, seguendo la premessa della Presidente incaricata quando afferma che, se un giorno dovesse andare a Washington, lo farà restando dritta, in piedi e non inginocchio (in contrasto con Maria Corina Machado, corsa a regalare il suo Nobel per la pace a Donald Trump).

A differenza di una privatizzazione neoliberista, dove l'eccedenza fugge verso il capitale transnazionale, la Legge Antiblocco obbliga per mandato costituzionale a destinare le risorse ottenute alla finalità sociale delle entrate. Ciò significa finanziare sistemi compensativi del salario e prestazioni sociali per la classe lavoratrice, così come il recupero di servizi pubblici essenziali come l'elettricità e l'acqua, gravemente colpiti dalla mancanza di pezzi di ricambio che gli Stati Uniti proibiscono di acquistare.

È fondamentale comprendere che la visione bolivariana del petrolio non è quella dell'estrattivismo cieco che distrugge il pianeta per alimentare il consumo del nord del mondo. Il quinto obiettivo storico del Piano della Patria, lasciato in eredità dal comandante Chávez e approfondito dal presidente Maduro, stabilisce l'impegno irrinunciabile per la preservazione della vita e la salvezza della specie umana.

Il Venezuela promuove un modello ecosocialista che utilizza la rendita petrolifera per finanziare la transizione verso una relazione armoniosa con la Madre Terra, intendendo che la difesa delle risorse è legata al diritto dei popoli di gestire i propri beni naturali senza la logica della crescita infinita del capitalismo globale. Mentre Hernández parla di opacità, il governo bolivariano risponde con l'eccezionalità strategica per sopravvivere all'assedio. Non si cambia la proprietà, che resta del popolo, si cambia l'operatività affinché il petrolio continui a finanziare la vita.

I risultati di questa strategia sono tangibili nonostante le ostilità, poiché, con il governo Maduro, il Venezuela ha ottenuto venti trimestri di ripresa economica sostenuta dal duemilaventuno. Le entrate petrolifere derivanti da questo schema stanno finanziando direttamente il Potere popolare attraverso la “Sfida Ammirevole duemilaventisei”, con circa duecentottanta milioni di dollari destinati a trentacinquemila progetti eseguiti direttamente dai consigli comunali nei loro territori.

A questo attacco dei tecnocrati dell'ultradestra, si aggiunge il coro di un certo ultra-sinistrismo europeo che dall'Italia e da altri paesi pretende di dare lezioni di chavismo dalla comodità della distanza. Criticare la Legge Antiblocco ignorando che il paese affronta un assedio che ha ridotto le entrate in modo drastico è un esercizio di cinismo intellettuale. Il chavismo è prassi rivoluzionaria e il legato di Chávez si difende garantendo la vita dei settori popolari.

Donald Trump crede che, tenendo sequestrati Nicolás e Cilia, potrà forzare una capitolazione, ma si sbaglia sottovalutando la fermezza bolivariana. Il petrolio venezuelano è il sostentamento di un paese che ha deciso di essere libero e che non si arrende ai pirati né rinuncia al suo impegno ideale e costituzionale verso la Madre Terra.

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Palestina, resistenza e repressione: come lo Stato italiano criminalizza la solidarietà


di Agata Iacono


Feriti dalla successione drammatica delle notizie e delle manipolazioni mediatiche che vedono Usa e Israele distruggere definitivamente quello che un tempo si chiamava diritto internazionale, dal rapimento di Maduro al tentativo di Maidan in Iran, dalle minacce alla Groenlandia alla ratifica del "piano di pace" di Trump per distruggere definitivamente il popolo palestinese, ci sfugge spesso quello che sta succedendo a casa nostra.

Sia chiaro: quello che succede è strettamente connesso al quadro geopolitico e all'asservimento totale dell'Italia ad Israele e agli USA (con qualche goffo tentativo di salvare la sudditanza anche al cadavere dell'Europa+UK).

Abbiamo assistito all'arresto, alla diffamazione, alla stigmatizzazione delle manifestazioni che chiedevano al governo italiano di non essere complice del genocidio.
Cariche di polizia, idranti, fermi e arresti degli attivisti hanno registrato un crescendo da stato di polizia, appena il movimento per la Palestina ha subito, oggettivamente, una fase di arresto.

Le distorsioni della narrazione hanno aggredito  e diffamato Francesca Albanese come la giornalista-attivista Angela Lano e la deputata del movimento 5 stelle Stefania Ascari (tutte donne, chissà perché non siano mai state difese dal movimento Donne Vita e Libertà....).

Quindi hanno attaccato direttamente i palestinesi in Italia, arrestando addirittura l'imam di Torino, Mohamed Shahi, colpevole di non aver condannato la resistenza, nonché il presidente dell'Associazione Palestinesi d'Italia, l'architetto Mohammad Hannoun, accusato di aver "finanziato", attraverso l'associazione benefica per mandare aiuti in Palestina, anche il terrorismo...

Ma ci sono altri palestinesi nelle carceri italiane, tutti accusati per conto e ordine di Israele, senza aver mai commesso reati in Italia.

È di oggi la scandalosa sentenza che condanna Anan Yaeesh a 5 anni e 6 mesi.

Il processo farsa, istruito dalle autorità italiane per esaudire la richiesta di Israele di colpire Anan, che ha osato difendere il suo popolo e la sua famiglia dalla violenza dei coloni sionisti in Cisgiordania (violenza assassina documentata anche da No Other Land, premio oscar del 2025).

Nelle ultime udienze abbiamo assistito alla presenza di funzionari dello Stato sionista in sostegno dell’accusa: ovvero, i tribunali italiani hanno chiamato responsabili di un genocidio a testimoniare contro chi lotta contro questo stesso genocidio, condannato dal tribunale internazionale e dall'ONU.
Durante gli anni di carcerazione, provenienti da tutta Italia, davanti al tribunale de L'Aquila sono stati sempre presenti presidi di solidarietà.
Anan Yaeesh è stato infatti trasferito dal carcere di Terni a quello di Melfi, per isolarlo, ha anche effettuato uno sciopero della fame.
Le sue condizioni fisiche risentono delle schegge che il ragazzo ha ancora in corpo, essendosi salvato miracolosamente dai tentativi di omicidio israeliani.
In una videoconferenza dal carcere di alta sicurezza di Melfi, ha recentemente detto:

“É successo in passato, e mi sono trovato di fronte a testimoni israeliani, ma era in un tribunale militare israeliano, di fronte alla giustizia militare all’interno di Israele. Ma non mi aspettavo, ne attendevo, di dovermi trovare ancora una volta ad ascoltare la testimonianza dell’esercito israeliano che occupa la nostra terra e che pratica la pulizia etnica contro il nostro popolo palestinese, e che il loro Primo Ministro, condannato dalla Corte Internazionale come criminale di guerra, fosse un testimone contro di me in un tribunale italiano.

Non so più se mi trovo in un tribunale Israeliano e se vengo processato in base alla legge militare israeliana, e se il pubblico ministero sia israeliano o lavori per conto di Israele. Sarà forse un processo militare israeliano, Israele ha davvero così tanta influenza in Italia?”

La requisitoria della pubblico ministero, che non è mai riuscita a dimostrare nulla delle accuse, aveva richiesto pesanti condanne, 12 anni per Anan, 9 per Alì, 7 per Mansour (gli ultimi due erano già a piede libero, il vero obiettivo era colpire Anan).

Il processo farsa dell’Aquila, è la dimostrazione dell’asservimento dell'Italia ad Israele e della complicità del governo italiano con il genocidio in corso.
Alla pronuncia della condanna in aula si è levato un grido unanime di protesta.

Quindi, davanti alla sede del tribunale, il legale Flavio Rossi Albertini ha ringraziato gli attivisti per la loro costante vicinanza, annunciando l'appello.


E non finisce qui.
È di ieri una circolare alle regioni e quindi alle scuole del Ministro Valditara che impone la schedatura dei bambini palestinesi che frequentano la scuola italiana.

Siamo tornati alle leggi razziali fasciste antisemite del 1938?

E nel frattempo il ministro Piantedosi, attraverso il decreto sicurezza, impedisce di fatto le espressioni di dissenso e solidarietà, addirittura imponendo controlli, perquisizioni, schedature e zone rosse.

In sintesi il concetto è: "Se aiuti il popolo palestinese aiuti Hamas e quindi sei un terrorista".
Fino a quando i palestinesi non accetteranno di essere percepiti quali vittime di una catastrofe naturale, senza alcun colpevole, e oseranno resistere, saranno tutti considerati terroristi, anche quelli nati ieri e morti di freddo.
Ne avevo parlato qui:
Il caso di Anan Yaeesh, "colpevole di Palestina" 

Non è l'Iran, non è il Venezuela.

È il regime Italia.

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Quello che unisce Venezuela, Iran e Groenlandia nella strategia di Trump


di Domenico Moro

In un mio recente articolo definivo il sequestro di Maduro come un episodio della terza guerra mondiale a pezzi, come ebbe a definirla Papa Francesco, il cui obiettivo principale è restaurare il dominio imperiale degli Usa e contenere l’ascesa della Cina. Subito dopo il Venezuela, anche l’Iran e la Groenlandia sono entrate nel mirino di Trump, per la medesima ragione. Tuttavia, questi due nuovi paesi, su cui Trump si sta concentrando, rappresentano un salto di qualità importante.

Il sequestro di Maduro e l’attacco al Venezuela hanno rappresentato la volontà di ristabilire il controllo statunitense sull’Emisfero Occidentale (le Americhe), da sempre considerato il giardino di casa degli Usa. La Cina era presente in Venezuela, e i suoi investimenti erano tesi a svilupparne le infrastrutture petrolifere, ma l’importanza del Venezuela per la Cina è molto inferiore a quella dell’Iran, altro grande produttore di petrolio.

Infatti, l’Iran è un tassello molto più importante per la Cina, essendo un pilone fondamentale della sua strategia sia di rifornimento energetico sia di sviluppo di rotte commerciali internazionali (la nuova via della seta). La Cina è, tra le tre aree economiche principali a livello mondiale – Usa, Ue e Cina -, la maggiore importatrice di petrolio, che rimane, nonostante lo sviluppo di fonti energetiche alternative, la materia prima più importante.

Infatti, gli Usa sono energeticamente indipendenti, importando pochissimo petrolio, grazie al fatto che con la fratturazione idraulica sono diventati il principale produttore mondiale. La Ue, invece, povera di materie prime energetiche, importa una grande quantità di petrolio (circa 8 milioni di barili al giorno), ma la provenienza di questo petrolio è abbastanza distribuita. I maggiori fornitori sono l’Africa (2,2 milioni di barili al giorno), il Nord America (2,03 milioni), il Medio Oriente (1,44 milioni), l’Asia centrale (1,37 milioni), l’America Latina (0,9 milioni) e, all’ultimo posto dopo le sanzioni, la Russia (0,32 milioni).i

Diversa è la situazione della Cina. Pur essendo produttrice di petrolio, essa ne è la più forte importatrice mondiale. Su un fabbisogno di 16 milioni di barili al giorno, essa ne importa circa il 60-70%, pari a 11-12 milioni di barili. Il problema della Cina, però, è non soltanto la sua dipendenza dall’estero, ma la sua dipendenza da una sola area. Infatti, la metà delle sue importazioni di petrolio viene dal Medio Oriente (quasi 6 milioni di barili al giorno), seguito a distanza dalla Russia (2 milioni), dall’America latina (1,14 milioni), dall’Africa (1,09 milioni), e dal Nord America (0,23 milioni).ii

L’Iran è importante dal punto di vista petrolifero, perché la Cina importa da questo paese 1,2 milioni di barili al giorno, pari al 10% del totale. E la Cina è importante per l’Iran, visto che quest’ultimo dirige ben il 73,2% delle sue esportazioni di petrolio verso il paese estremo orientaleiii, che è la seconda destinazione delle esportazioni iraniane (20,7 miliardi di dollari), subito dopo l’Iraq (43,9 miliardi), e prima della Turchia (8,9 miliardi).iv Ma l’Iran è importante per la Cina soprattutto perché è un paese strategico per il controllo dell’intera area del Medio-Oriente, in cui ci sono le maggiori riserve mondiali di petrolio e da cui proviene la metà del greggio importato dalla Cina. Fra l’altro, l’Iran controlla lo stretto di Ormuz attraverso il quale transita una importante rotta marittima e una grande quantità del petrolio esportato dal Medio Oriente verso la Cina e l’Estremo Oriente.

È evidente, quindi, l’interesse statunitense a effettuare un colpo di stato in Iran, come accaduto già nel 1953, quando il premier iraniano, Mossadeq, fu rovesciato da Regno Unito e Usa, sempre con l’obiettivo del controllo del petrolio. A tutto questo va aggiunto che la presa statunitense sul Medio Oriente si sta indebolendo. L’Arabia Saudita, il secondo paese del mondo dal punto di vista delle riserve di petrolio, recentemente ha stabilito un accordo con il Pakistan, potenza nucleare, per la mutua assistenza in caso di aggressione militare. Fino ad ora l’Arabia Saudita si era basata solamente sulla protezione militare e sull’ombrello nucleare degli Usa, a cui in cambio aveva assicurato la vendita del petrolio in dollari, sostenendone così il ruolo di valuta mondiale. È, quindi, significativo che i sauditi abbiano deciso di trovare un protettore alternativo. Fra l’altro, a questa alleanza pare si aggiunga anche un terzo stato islamico, la Turchia.

Sempre a proposito di petrolio, è utile ricordare che la Prima guerra mondiale scoppiò per il contrasto tra l’imperialismo britannico in declino e l’imperialismo tedesco in ascesa, anche per il controllo del petrolio del Medio Oriente. La Gran Bretagna aveva deciso di opporsi alla costruzione della ferrovia di Bagdad, la cui costruzione sarebbe stata pagata dalla Turchia alla Germania con la concessione di tutte le sorgenti petrolifere che si trovassero entro un raggio di dieci chilometri sul percorso.

Dunque, l’eventuale caduta dell’attuale regime dell’Iran e la sua sostituzione con un regime controllato dagli Usa aiuterebbe questi ultimi a rinsaldare il loro controllo sul Medio Oriente e quindi sulla Cina (e sul resto dell’Asia Orientale). Per questa ragione la perdita dell’Iran avrebbe un impatto sulla Cina di gran lunga maggiore, sul piano strategico, della perdita del Venezuela.

Anche il proposito, espresso da Trump, di annettersi la Groenlandia rappresenta un salto di qualità nella strategia statunitense di dominio imperiale mondiale. Va premesso che la Groenlandia e il Mar Glaciale Artico su cui si affaccia hanno acquistato e acquisteranno sempre di più una importanza strategica a livello mondiale a causa del riscaldamento climatico. Lo scioglimento dei ghiacci determinerà due importanti conseguenze. La prima è che le risorse minerarie della Groenlandia, che possiede 25 su 34 minerali considerati critici da Usa e Ue, saranno più facilmente e quindi più economicamente estraibili. La seconda è che sarà maggiormente percorribile dalla navigazione il Mar Glaciale Artico, che rappresenterà una valida alternativa ai canali di Panama e Suez per le comunicazioni tra i continenti e che, per questo, è vista con interesse dalla Russia, che si affaccia sull’Artico, e dalla Cina, anche in riferimento ai collegamenti tra le due nazioni alleate. A questo si aggiunge, come dichiarato da Trump, la necessità del controllo dell’isola per l’installazione del futuro sistema di difesa anti-missile statunitense.

Tuttavia, la Groenlandia, pur essendo collocata nell’Emisfero Occidentale, il giardino di casa degli Usa, è sotto il dominio europeo, essendo di fatto una colonia danese. La minaccia di Trump di acquistare o addirittura di impossessarsi militarmente della Groenlandia è qualcosa di inaudito, per lo meno dalla fine della Seconda guerra mondiale, in quanto rivolta verso un paese alleato e appartenente alla Nato e alla Ue. Una eventuale occupazione militare statunitense della Groenlandia implicherebbe la fine della Nato, come puntualizzato dal lituano Andrius Kubilius, Commissario europeo per la Difesa e lo Spazio. Kubilius ha anche ricordato che l’articolo 42.7 del Trattato dell’Unione europea obbliga gli Stati membri a prestare assistenza alla Danimarca qualora si trovasse ad affrontare un’aggressione militare. Intanto, alcuni alleati europei della Danimarca hanno annunciato che invieranno soldati in Groenlandia: la Svezia, la Gran Bretagna, la Norvegia, la Francia e la Germania.

Sebbene Trump abbia giustificato le sue mire sulla Groenlandia con la presenza attorno all’isola di mezzi navali russi e cinesi, la sua mossa è chiaramente un altro attacco alla Ue, dopo i dazi commerciali e la minaccia di lasciare la Nato, se gli alleati europei non avessero portato le spese militari al 5% del Pil. Senza parlare dei continui attacchi verbali contro la Ue di Trump e del suo vicepresidente J.D. Vance. Malgrado uno scontro militare tra Usa e Europa sia inverosimile, rimane il fatto che la questione della Groenlandia dimostra che le classiche contraddizioni inter-imperialistiche, nello specifico tra imperialismo statunitense e imperialismo europeo sono tutt’altro che superate e ci fanno capire che la presidenza Trump rappresenta un qualcosa di nuovo nel comportamento imperiale statunitense.

Il sequestro di Maduro e la volontà di ricondurre il Venezuela e il resto dell’America Latina sotto il completo controllo degli Usa si combina con le minacce di intervento militare in Iran e in Groenlandia in una strategia tendente a ristabilire l’egemonia imperiale statunitense a livello globale. Ciò contrasta con quanti, invece, fino a poco tempo fa parlavano dell’isolazionismo della politica internazionale trumpiana. Il controllo delle vie marittime e delle fonti di materie prime, a partire da quelle energetiche, ne è un passaggio importante, insieme alla reinternalizzazione negli Usa delle produzioni manifatturiere strategiche. L’implementazione di questa strategia è portata avanti con una rinnovata e potenziata minaccia dell’uso dello strumento militare, sostenuta dall’annunciato aumento del bilancio del Dipartimento della guerra statunitense da 1000 a 1500 miliardi di dollari. 

Tutto questo avviene a dispetto delle promesse elettorali in senso contrario di Trump, che aveva annunciato una riduzione delle spese militari e il non coinvolgimento degli Usa in nuove avventure militari. Il nodo di fondo, comunque, sta nella rottura dell’equilibrio di potenza, determinato dall’ascesa della Cina come prima potenza industriale del mondo. Del resto, come scriveva Lenin nel 1915: “In regime capitalistico non è possibile un ritmo uniforme dello sviluppo economico, né delle singole aziende né dei singoli Stati. In regime capitalistico non sono possibili altri mezzi per ristabilire di tanto in tanto l’equilibrio spezzato, all’infuori della crisi nell’industria e della guerra in politica.”v Anche se l’esistenza della deterrenza atomica rende più difficile lo scoppio di una guerra imperialista mondiale, come quelle verificatesi nel XX secolo, l’uso o la minaccia della forza rimane una opzione attuale, come la cronaca dell’ultimo periodo si è purtroppo incaricata di dimostrare.





i Opec, Annual Statistical Bulletin 2025.

ii Idem.

iii Idem.

iv Unctad, Country Profiles.

v Lenin, Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa, in Opere Scelte, Editori Riuniti, Roma 1965, pag. 555.

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Khamenei: Trump è il principale "colpevole" degli omicidi e delle distruzioni durante le recenti rivolte in Iran

 

Il leader della rivoluzione islamica, l'ayatollah Seyyed Ali Khamenei, ha ribadito che l'Iran considera il presidente degli Stati Uniti Donald Trump il principale colpevole delle uccisioni e delle distruzioni avvenute nelle recenti rivolte. 

L'ayatollah Khamenei si è rivolto a migliaia di persone in un discorso , in occasione del fausto anniversario dell'Eid al-Mab'ath, il giorno in cui il profeta Maometto (pace e benedizioni su di lui) ricevette la prima rivelazione e fu scelto come ultimo messaggero di Dio.

"Il presidente degli Stati Uniti è responsabile delle vittime, dei danni e delle false accuse rivolte alla nazione iraniana", ha affermato, definendolo un criminale a questo proposito.

L'ayatollah Khamenei ha inoltre illustrato la natura dei recenti disordini, gli strumenti utilizzati e le responsabilità dell'Iran nel contrastare tali complotti.

Quelle che erano iniziate come proteste pacifiche alla fine del mese scorso si sono gradualmente trasformate in violenza, con i rivoltosi che hanno devastato le città di tutto il Paese, uccidendo membri delle forze di sicurezza e civili e attaccando le infrastrutture pubbliche.

I funzionari iraniani hanno collegato le rivolte e gli atti terroristici al regime statunitense e israeliano.

Gli Stati Uniti e il Mossad israeliano hanno ammesso il loro coinvolgimento sul campo, con l'ex Segretario di Stato americano Mike Pompeo che ha twittato: "Buon anno a tutti gli iraniani in piazza. E anche a tutti gli agenti del Mossad che camminano al loro fianco".

In un post sui social media in lingua farsi, il Mossad ha incoraggiato i rivoltosi a "scendere insieme in piazza. È giunto il momento", aggiungendo che gli agenti del Mossad sono con i rivoltosi "non solo a distanza e verbalmente. Siamo con [loro] sul campo".

L'ayatollah Khamenei ha osservato che in passato, quando nel Paese si verificavano sedizioni di questo tipo, di solito erano i media americani e i politici di secondo piano negli Stati Uniti e in Europa a interferire.

Tuttavia, ha lamentato il leader persiano, "nella recente sedizione, la caratteristica distintiva è stata che lo stesso Presidente degli Stati Uniti è intervenuto, ha rilasciato dichiarazioni, ha incoraggiato i rivoltosi e ha persino parlato di fornire supporto militare".

"Questo ha chiaramente dimostrato che i recenti disordini sono stati una sedizione istigata dagli americani. Gli americani li hanno pianificati e, sulla base di 50 anni di esperienza, affermo con decisione ed esplicito che l'obiettivo dell'America è divorare l'Iran", ha ribadito.

Inoltre, ha sottolineato che fin dall'inizio della Rivoluzione islamica, "il dominio americano è stato smantellato sotto la guida dell'Imam Khomeini, ma fin dal primo giorno gli Stati Uniti hanno cercato di ripristinare la loro egemonia politica ed economica sull'Iran".

Ha aggiunto che queste azioni non sono limitate all'attuale amministrazione statunitense, ma riflettono la politica americana di lunga data.

"Gli Stati Uniti non possono tollerare un Paese con le caratteristiche, le capacità, la vastità e il progresso scientifico e tecnologico dell'Iran", ha osservato il Leader.

"Durante la recente sedizione, gli Stati Uniti hanno dipinto coloro che sono scesi in piazza per appiccare incendi, bruciare proprietà, causare danni, incitare disordini e compiere atti di distruzione come il popolo iraniano", ha denunciato, aggiungendo che questa è stata "una grave calunnia contro la nazione iraniana e tali azioni costituiscono un crimine".

Secondo Khamenei le ragioni da lui esposte sono ben documentate. Pertanto, sia gli Stati Uniti che il regime israeliano sono colpevoli.

Ha aggiunto che alcuni degli agenti dietro la sedizione erano individui identificati, addestrati e in gran parte reclutati da agenzie americane e israeliane.

"Erano stati istruiti su come diffondere paura, compiere atti di distruzione e sabotare l'ordine pubblico, e avevano anche ricevuto un consistente sostegno finanziario. Questi individui si erano presentati come leader."

Ha ricordato che le forze dell'ordine iraniane hanno svolto il loro ruolo in modo efficace e che un gran numero di questi elementi è stato arrestato.

"Non condurremo il Paese verso la guerra, ma non lasceremo impuniti i criminali nazionali e internazionali", ha sottolineato.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Radio Gaza: “Ultimatum ad Hamas e carestia pianificata”

 

Uno dei concetti autoctoni più arditi che siano emersi in questi 5 mesi di messaggi vocali riportati da Gaza è quello che dà il titolo al documentario “Gaza ha vinto” che proietteremo mercoledì prossimo 21 febbraio a Napoli alle 18.30 presso il cinema Mater Dei, Calata Fontanelle 3.

Secondo le persone a Gaza, Gaza ha vinto per davvero. Perché dal genocidio e dalla possibile evacuazione forzata dell’intera popolazione si è passati al piano Trump che si colloca come un disperato tentativo di governance sulla Striscia. 

Tra i due scenari ci sono 2 milioni di Palestinesi di differenza, che sono ancora fisicamente  vivi all’interno della Striscia.

In quali condizioni lo abbiamo visto.

D’accordo. Ma dare la riviera di Gaza ormai come realtà è un esercizio di pigrizia, intellettuale e soprattuto morale. 

Mentre stiamo registrando questa puntata il mondo attende a ore l’annuncio di Trump sulla composizione del “Board of Peace”, il Comitato di Pace per la Striscia.

Girano già diverse indiscrezioni ma i più commentano che il ritardo dell’annuncio sia dovuto all’imminente attacco americano sull’Iran.

Ad ogni modo, Nikolay Mladenov, ex inviato delle Nazioni Unite per il Medio Oriente, sarebbe stato scelto come direttore generale di questo comitato.

Gli altri nomi sono al momento sconosciuti (l’annuncio, giunto nel frattempo, comprende i seguenti nomi: L'ex primo ministro britannico Tony Blair, il segretario di Stato americano Marco Rubio, l’inviato speciale degli Stati Uniti in Medio Oriente Steve Witkoff, il genero di Trump Jared Kushner, il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Robert Gabriel, iIl miliardario e amministratore delegato di Apollo Global Management Marc Rowan, il presidente della Banca mondiale Ajay Banga, il politico bulgaro ed ex inviato delle Nazioni Unite in Medio Oriente Nickolay Mladenov, che rappresenterà il consiglio sul campo).

Verrà anche nominato un comitato tecnico palestinese per la gestione della parte amministrativa della Striscia. 

Hamas e il gruppo rivale Fatah, avrebbero entrambi approvato l'elenco dei membri, secondo fonti egiziane e palestinesi.

Qualche dubbio in più rimane invece a proposito della composizione della Forza Internazionale di Stabilità. Alcuni Paesi europei, tra cui l’Italia, si sono detti pronti.

Abbiamo persino una dichiarazione a riguardo dell’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per la Politica Estera, Kaja Kallas, la quale ha dichiarato: "La situazione è estremamente grave. Hamas continua a rifiutarsi di disarmare e sta bloccando la fase successiva del piano di pace. Allo stesso tempo, Israele sta seriamente compromettendo l'accesso agli aiuti umanitari limitando le ONG internazionali”.

Una prece per il travaglio interiore vissuto dall’Alto Rappresentante dell’Unione Europea. Dover dar retta a due padroni diversi che hanno idee opposte non è facile.

Tuttavia sono i Paesi musulmani ad avere le maggiori riserve. La frase del piano di Trump che non è loro chiara è la seguente: “man mano che la forza stabilisce il controllo e la stabilità, le forze di difesa israeliane si ritireranno dalla Striscia di Gaza sulla base di standard, tappe fondamentali e tempistiche legati alla smilitarizzazione che saranno concordati tra le parti specificate”.

E’ questo “man mano” a non essere chiaro. Israele al contrario è stato a più riprese esplicito sull’argomento: si ritirerà da Gaza solo dopo il disarmo di Hamas. Quindi, non è difficile capire che non appena queste forze entreranno a Gaza si troveranno esattamente a metà strada tra Israele e la Resistenza palestinese. Per altro nessuno di questi Paesi musulmani vuole incaricarsi del disarmo di Hamas, ma ancora meno finire sotto i colpi di Israele.

“Questo è un gioco di pazienza e ragione”, ha affermato Hakan Fidan, ministro degli esteri della Turchia, unico Paese sul quale Israele ha messo il veto. 

Pazienza e ragione. Intanto Israele ha informalmente lanciato un ultimatum ad Hamas: “o disarmate entro 2 mesi o le armi veniamo a prenderle noi”.

Difficile, non essendoci riusciti dopo 2 anni di bombe indiscriminate e dopo 70mila vittime civili.

Ma, del resto, tra 2 mesi chissà come sarà il mondo.

Il testo che segue è una corrispondenza da Gaza Città tratta dalla ventesima puntata di “Radio Gaza” disponibile a questo link: 

<<Netanyahu, di fronte alla Knesset, ha dichiarato con orgoglio di voler dare un avvertimento che scadrà tra 60 giorni, poi farà riprendere la guerra. In questi 60 giorni lui vuole che Hamas consegni le proprie armi. Vuole vedere i camion carichi di armi lasciare la striscia di Gaza dirette verso le forze internazionali che poi entreranno nella striscia per monitorare il cessate il fuoco e l'accordo di Trump composto da 20 punti. 

Questa faccenda, e queste dichiarazioni avranno un enorme impatto nei mercati della striscia di Gaza a partire da domani mattina. Noi speriamo che la guerra non ritorni, però la gente comincerà ad acquistare contanti, e chi non lo possiede non sarà in grado domani di mangiare, proprio perché i prezzi riprenderanno ad alzarsi. 

I commercianti sfrutteranno la paura della gente causata dalle dichiarazioni di Netanyahu, e riprenderanno ad alzare vertiginosamente i prezzi, e da qualche giorno pare che Israele abbia lanciato un segnale ai commercianti con cui cooperano. Hanno iniziato ad alzare i prezzi di alcuni beni essenziali come lo zucchero o la farina, come ai tempi della carestia. 

Oggi siamo di fronte a un enorme problema legato al mercato e alla disponibilità di cibo. La carestia non è finita, la morte per fame non si arresta, e noi stiamo entrando in una nuova fase in questa difficile ricerca dei beni essenziali, o nell'acquisto di un pasto. 

Aspetteremo domani e ti farò vedere il livello di prezzi, quali sono i prezzi che sono aumentati, e quali prezzi sono rimasti stabili, però nella giornata di oggi, 1 kg di zucchero costa molto di più di quanto costasse prima, ossia 5 Shekel, o meglio 2 euro, oggi costa 5 euro. I prezzi di alcuni beni hanno iniziato ad alzarsi già da stasera, vedremo cosa succederà ai restanti prezzi. 

Speriamo che i prezzi non si alzeranno un’altra volta, perché siamo impossibilitati ad acquistare cibo. Dopo averti mandato gli ultimi messaggi, il mio cellulare ha squillato. Era uno dei tizi che vivono qui vicino, chiedeva del pane, anche marcio, perché da qualche giorno non riesce a trovare cibo per i suoi figli. 

I poveri qui fanno la fame, e nessuno qui si occupa di loro, solo perché i valichi sono aperti e alcune merci riescono ad entrare, e il mondo crede che la carestia sia finita. No, la carestia continua, ed è un carestia pianificata. Di fronte al mondo ci sono valichi aperti, però non entra granché. Non entrano beni essenziali, solo beni secondari, cosi aumenta la povertà e la carestia continua, e cosi i poveri rimangono in attesa di ricevere pane marcio da dare ai propri figli>>.

“Radio Gaza - cronache dalla Resistenza” è un programma a cura di Michelangelo Severgnini e Rabi Bouallegue.

La campagna “Apocalisse Gaza” arriva oggi al suo 210° giorno, avendo raccolto 140.998 euro da 1.678 donazioni e avendo già inviato a Gaza valuta pari a 140.126 euro.

Per donazioni: https://paypal.me/apocalissegaza

C/C Kairos aps IBAN: IT15H0538723300000003654391 - Causale: Apocalisse Gaza

FB: RadioGazaAD

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 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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La Casa Bianca svela i nomi del consiglio esecutivo del "Board of Peace" di Gaza

 

Venerdì la Casa Bianca ha annunciato i nomi dei membri del "Board of Peace" della Striscia di Gaza, nonché il capo del Comitato nazionale per l'amministrazione di Gaza (NCAG), nell'ambito del presunto piano in 20 punti del presidente Donald Trump per porre fine alla guerra genocida di Israele sul territorio.

Il Comitato nazionale per l'amministrazione di Gaza (NCAG) sarà guidato dal dott. Ali Sha'ath, ex viceministro palestinese dell'Autorità Nazionale Palestinese, ha affermato la Casa Bianca in una nota.

La Casa Bianca ha descritto Sha'ath come "un leader tecnocratico ampiamente rispettato che supervisionerà il ripristino dei servizi pubblici, ricostruirà le istituzioni civili e stabilizzerà la vita quotidiana a Gaza, gettando al contempo le basi per una governance a lungo termine".

Chi siede nel proposto Consiglio per la pace e nel Consiglio esecutivo di Gaza?

La dichiarazione ha anche annunciato un comitato esecutivo a supporto della governance e dei servizi, tra cui il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan; l'inviato speciale di Trump Steve Witkoff, il genero di Trump Jared Kushner; l'ex primo ministro del Regno Unito Tony Blair; il ministro di Stato per la cooperazione internazionale degli Emirati Arabi Uniti (EAU) Reem Al-Hashimy, il diplomatico del Qatar Ali Al-Thawadi, il capo dell'intelligence egiziana Hassan Rashad; il diplomatico bulgaro con sede negli Emirati Arabi Uniti ed ex inviato delle Nazioni Unite Nickolay Mladenov; l'imprenditore cipriota-israeliano Yakir Gabay e la politica olandese Sigrid Kaag.

Il Comitato Esecutivo che guiderà il Consiglio per la Pace sarà presieduto da Trump. Tra i membri figurano il Segretario di Stato Marco Rubio, Witkoff, Kushner, Blair, il miliardario Marc Rowan, il capo del Gruppo della Banca Mondiale Ajay Banga e il consigliere politico statunitense Robert Gabriel.

Mladenov ricoprirà il ruolo di Alto Rappresentante per Gaza, collegando il Board of Peace con il NCAG, mentre il Maggior Generale Jasper Jeffers comanderà la Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF).

Gli Stati Uniti hanno inoltre nominato Aryeh Lightstone e Josh Gruenbaum come consiglieri senior del Board of Peace, per supervisionare "la strategia e le operazioni quotidiane".

Ulteriori membri del Comitato esecutivo e del Comitato esecutivo di Gaza saranno annunciati nelle prossime settimane, si legge nella nota.

Ciò è avvenuto dopo che Witkoff ha annunciato mercoledì l'inizio della seconda fase del piano di cessate il fuoco per Gaza, affermando che l'attenzione si sposterà sulla smilitarizzazione, sulla governance tecnocratica e sulla ricostruzione.

Il cessate il fuoco è entrato in vigore a ottobre. La sua prima fase ha interrotto la guerra, ha consentito un ritiro parziale israeliano, ha facilitato lo scambio di ostaggi israeliani con centinaia di palestinesi detenuti in Israele e ha consentito l'ingresso di aiuti umanitari limitati a Gaza, sebbene l'accordo richiedesse il pieno accesso.

La seconda fase prevede il ritiro completo di Israele, il disarmo di Hamas, l'invio di una Forza internazionale di stabilizzazione (ISF) e l'istituzione di un comitato "tecnocratico" palestinese per governare temporaneamente Gaza.

I palestinesi hanno affermato che Israele ha ripetutamente violato il cessate il fuoco, che ha fatto seguito alla guerra che ha causato la morte di oltre 71.000 persone, per lo più donne e bambini, e il ferimento di oltre 171.000 persone dall'ottobre 2023.

Secondo il Ministero della Salute di Gaza, dalla tregua sono stati uccisi circa 450 palestinesi e più di 1.200 sono rimasti feriti.

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 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Sul "Né Trump, né Khamenei!"

 

di Leonardo Sinigaglia

 

"Né Trump, né Khamenei!" L'ennesima posizione vigliacca e complice della sinistra occidentale.

Filiazioni della CIA come il KKE, la minoranza del PCV o il trotskistume vario sono solite prendere posizioni "nénéiste", spacciandole per "rivoluzionarie". Si tratta in realtà di posizioni intellettualmente pigre e infami, che ti allineano di fatto all'imperialismo, l'unico imperialismo che esiste oggi nel mondo reale, ossia quello degli Stati Uniti.

La retorica degli "opposti imperialismi" non è altro che la cattiva digestione di scritti di Lenin vecchi di un secolo che descrivevano una situazione profondamente diversa da quella attuale. Chi la sostiene si diverte a fare il cosplayer del bolscevico del 1914, non capendo che in realtà appare solo come una prostituta degli USA del 2026. 

"Eh, ma i compagni del Tudeh dicono..."

Di quello che possono dire i "compagni del Tudeh" non me ne frega nulla. Se non sei in grado di vedere la realtà per come è, se continui a riproporre analisi e condotte completamente errate non saranno le falci e martello appiccicate sui simboli a darti credibilità. Io non faccio il tifo per i "comunisti", non è il colore rosso a darti ragione, né il nome del partito mi spinge ad essere indulgente: se stai dalla parte dell'imperialismo, anche in buona fede, sei un nemico. Non sei un "compagno che sbaglia", ma un meschino nemico dell'Umanità alla pari di qualsiasi miliziano dell'Azov o agente del Mossad.

"eh, ma la lotta di classe..."

La lotta per la costruzione di un mondo multipolare E' espressione della lotta di classe. Non è "scontro tra potenze", non è "spartizione del mondo", ma il faticoso emergere di una nuova architettura internazionale in cui le forze della borghesia imperialista NON SONO PIU' dominanti. E' l'estensione su scala globale di un regime di "nuova democrazia". A guidarla, infatti, ci sono in prima fila paesi socialisti e paesi in cui i partiti comunisti esercitano un ruolo chiave nello Stato, e a fare affidamento su di essa sono le masse popolari di tutto il mondo. Chi ha più chiari gli interessi dei lavoratori, il Partito Comunista Cinese, il Partito Comunista Cubano, quelli vietnamita e laotiano o qualche gruppuscolo di fricchettoni che a stento riesce ad eleggere un rappresentante d'istituto in un liceo di Roma? 

"Ma l'Iran non è socialista!"

E chi se ne frega. Non è l'usare o meno la falce e martello a rendere un paese "socialista", né il non essere socialista esclude a prescindere la possibilità di ricoprire un ruolo rivoluzionario e progressivo. La Rivoluzione del 1979 è stata sicuramente una rivoluzione nazional-borghese, guidata dalla piccola borghesia dei bazar e dal clero sciita, ma il regime che ne è nato ha sempre visto, proprio grazie ai canali offerti dalla peculiare struttura islamico-rivoluzionaria, ampi spazi di partecipazione per le masse popolari, soprattutto tramite organizzazioni politico-militari come il Basij e le Guardie Rivoluzionarie. 

A guidare il paese non è la classe lavoratrice, ma una figura "cesaristica" come Khamenei che media gli interessi della borghesia nazionale, della piccola borghesia e dei salariati, con una fortissima legittimazione popolare.

Parte della grande borghesia iraniana ha da decenni scelto di cercare di fare il "salto di qualità", barattando l'indipendenza del paese con le rendite garantite dall'imperialismo. Questa classe comprador, che manda i propri figli a studiare all'estero, che sostiene la "normalizzazione" con gli Stati Uniti e che è ostile al programma nucleare è raccolta attorno a diversi esponenti del mondo riformista, che, non ha caso, hanno sempre portato avanti politiche neoliberali.

Le recenti manifestazioni sono nate per motivi socio-economici, causati dall'embargo e dalle politiche perseguite dai riformisti, ed erano guidate da esponenti dei "conservatori". E' solo in una seconda fase, grazie all'intervento dei terroristi etno-separatisti e degli agenti occidentali, che queste sono degenerate in rivolte sanguinose. In quest'ultima fase a guidarle politicamente non erano né gli operai, né i commercianti dei bazar, ma la borghesia compradora attraverso gli agenti stranieri, i militanti monarchici e gli estremisti curdi. 

"Però il regime della Repubblica Islamica non va bene..."

Non spetta a noi dirlo, non spetta a noi giudicare. Ogni popolo ha diritto ad organizzarsi in maniera coerente con il proprio percorso storico, le proprie esigenze e la propria civiltà. Ciò che possiamo fare, ciò che dobbiamo fare, è sostenere le tendenze realmente progressive che si contrappongono materialmente alla reazione. Ossia, in questo caso, sostenere l'ala genuinamente anti-imperialista dello scenario politico iraniano contro chi vorrebbe vendere il paese agli USA.

"Eh, ma se fossi un comunista iraniano perseguitato non la penseresti così"

I comunisti sono stati perseguitati in Iran perché hanno agito come quinta colonna, collaborando con gli USA, con Israele e persino con l'Iraq di Saddam durante la guerra 1980-1988. E questo ancor prima di qualsiasi opposizione da parte della autorità religiose nei confronti dell'ateismo o di altre posizioni che i comunisti iraniani potrebbero aver espresso. 

Se io fossi un comunista iraniano non andrei in giro con bandiere rosse, non chiamerei alla rivoluzione contro Khamenei, ma lavorerei di concerto a ogni gruppo politico e sociale anti-imperialista per ridurre al minimo l'influenza dei comprador. 

La lotta di classe esiste in Iran come in ogni paese, gli operai iraniani sicuramente vengono sfruttati. La contraddizione principale che vivono non è però quella con i loro padrone, ma quella tra l'imperialismo e la sovranità nazionale. I loro interessi sono necessariamente opposti rispetto a quelli del regime egemonico statunitense.

La lotta tra le forze patriottiche iraniane e i capitolazionisti filo-americani è una manifestazione della lotta di classe. Essa potrà essere vinta solo se le classi popolari sapranno guidarla. E questo può essere fatto solo all'interno della cornice istituzionale della Repubblica Islamica.

Tutto il resto è chiacchiericcio da fiancheggiatore del Mossad.

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Nobel a Trump, politici ed esperti norvegesi: "Gesto vergognoso e senza senso" di Machado

L’atto dell'estremista e golpista dell’opposizione venezuelana María Corina Machado (ci rifiutiamo di definirla leader visto lo scarso apprezzamento di cui gode in Venezuela come confermato dallo stesso Trump), che ha consegnato al presidente statunitense Donald Trump la medaglia del Premio Nobel per la Pace ricevuta solo lo scorso dicembre, ha provocato un’ondata di indignazione in Norvegia, paese custode di quello che veniva considerato nel passato un prestigioso riconoscimento. La scena, dove Trump ha l’onorificenza tra le mani, è stata definita "un colpo basso indegno" da Sigurd Falkenberg Mikkelsen, giornalista che si occupa degli esteri per l’emittente pubblica NRK, in un articolo dedicato alla vicenda.

Le reazioni nel mondo politico e intellettuale norvegese sono state immediate e durissime. Raymond Johansen, ex sindaco di Oslo, ha bollato il fatto sui social come "incredibilmente vergognoso e dannoso per uno dei premi più riconosciuti e importanti al mondo". Critiche condivise da numerosi esperti e commentatori, che hanno parlato di un gesto "vergognoso, patetico, inaudito, irrispettoso, assurdo e senza senso".

Janne Haaland Matlary, analista politica ed ex segretaria di Stato al Ministero degli Esteri norvegese, ha sottolineato come l’accaduto sia "totalmente inaudito" e dimostri "mancanza di rispetto verso il Comitato Nobel e il valore del premio". Ha inoltre aggiunto, in modo perentorio, che si tratta di "un atto senza senso, perché un premio non si può regalare". Trygve Slagsvold Vedum, leader del Partito di Centro, ha colto l’occasione per un giudizio sull’inquilino della Casa Bianca: "Il fatto che Trump accetti la medaglia dice molto di lui come persona: un classico spaccone che si adorna con i meriti e il lavoro altrui".

Secondo il professor Leiv Marsteintredet dell’Università di Bergen, la mossa di Machado aveva uno scopo puramente strumentale: ingraziarsi Trump nella speranza di un sostegno più solido dopo il fallito colpo di Stato del 3 gennaio contro il presidente legittimo del Venezuela, Nicolás Maduro. Un calcolo che sembra essere fallito, dato che lo stesso Trump, dopo il sequestro di Maduro, ha dichiarato che per l’oppositrice "sarebbe molto difficile" guidare il Venezuela per mancanza di supporto interno.

La polemica ha spinto persino il partito di sinistra Rødt a chiedere la rimozione dei membri del Comitato Nobel che assegnarono il premio alla Machado, sostenendo che la decisione abbia politicizzato e svilito l’onorificenza. "Ora il Premio Nobel per la Pace pende nell’ufficio di Donald Trump, una conseguenza prevedibile della scelta del Comitato", ha affermato il portavoce esteri Bjørnar Moxnes.

Sul piano formale, il Comitato Nobel norvegese ha precisato in una dichiarazione su X che, sebbene una medaglia fisica possa cambiare proprietario, il titolo di vincitore del Nobel non è trasferibile, revocabile o condivisibile. La decisione, hanno ribadito, "è definitiva e rimane per sempre". Una presa di distanza netta da uno spettacolo che ha offuscato, secondo l’opinione pubblica norvegese, la dignità di un simbolo mondiale della pace.

The #NobelPeacePrize medal.

It measures 6.6 cm in diameter, weighs 196 grams and is struck in gold. On its face, a portrait of Alfred Nobel and on its reverse, three naked men holding around each other’s shoulders as a sign of brotherhood. A design unchanged for 120 years.

Did… pic.twitter.com/Jdjgf3Ud2A

— Nobel Peace Center (@NobelPeaceOslo) January 15, 2026

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Una intera “armata” NATO di 30 uomini a difesa della Groenlandia contro gli USA


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico



Non c'è niente da ridere. Lo hanno fatto davvero. Qualcuno ne dubitava; ma loro sono andati avanti, petto in fuori e sguardo marziale fisso in avanti. A sprezzo del ridicolo, in cinque o sei paesi NATO sono riusciti a mettere insieme ben trenta soldati: dicansi trenta; una forza militare “con cui fare i conti!” e l'hanno spedita in Groenlandia, per una gita di un paio di giorni, tre al massimo. Un “intero plotone” (!) che, proprio come ironizzava nei giorni scorsi Aleksandr Rostovtsev, è impegnato in una marcia trionfale in alta uniforme, sul ghiaccio e l'aurora boreale sullo sfondo: un figurone al telegiornale e indici di gradimento alle stelle per Macron e Merz. 

L'esiguità del numero di ufficiali e la toccata e fuga sul ghiaccio della Groenlandia viene giustificata col pretesto che l'operazione “Overlord” del XXI secolo, effettuata non con migliaia di bastimenti e mezzi da sbarco, ma col volo di un un singolo aereo da trasporto, serve non tanto a insediare forze NATO nella “Normandia” artica, quanto a studiare il terreno per le prossime esercitazioni militari “Arctic Fortitude” da svolgere sull'isola e mostrare così il “muso duro” europeista alle pretese trumpiane. Unico paese, al momento, a prendere la cosa un po' più sul serio, i Paesi Bassi, che parlano della necessità di schierare la marina, caccia F-35 e forze di terra. Ma, a oggi, sono solo parole.

Questo “pugno di ferro” europeista dovrebbe rappresentare la risposta ai risultati dei colloqui alla Casa Bianca tra i ministri degli esteri danese Lars Lokke Rasmussen e groenlandese Viviane Motzfeldt col vicepresidente USA Vance e il segretario di stato Rubio e da cui è risultato che Donald Trump non ha alcuna intenzione di abbandonare l'idea di "acquisire" l'isola.

Operativamente, pare che verrà creato un gruppo USA-Danimarca per «affrontare le preoccupazioni degli Stati Uniti in merito alle questioni di sicurezza della Groenlandia», che sarebbe messa in pericolo, ca va sans dire, da Russia e Cina. 

Il Ministero della difesa danese ha dichiarato che l'esercito è tenuto a difendere il territorio del regno, compresa la Groenlandia, in caso di attacco armato, indipendentemente da chi lo compia, foss'anche un alleato della NATO. Il problema, nota Maksim Plotnikov su Komsomol'skaja Pravda, è che fino a poco tempo fa, sull'isola erano di stanza non più di 150 soldati danesi, dal momento che l'intero concetto di difesa era concepito come supporto di forze NATO. Ma Trump è netto: «Ehi, voi della NATO, dite alla Danimarca di sgombrare subito dalla Groenlandia! Due slitte coi cani non bastano! Solo gli Stati Uniti sono in grado di  gestire la cosa!».

In breve, i leader europei, scrive Vladimir Kornilov su RT, stanno rilasciando baldanzose dichiarazioni sull'invio di ufficiali sull'isola, anche se non è del tutto chiaro da chi e come questo “potente contingente” intenda difendersi. Vien detto che “gli alleati” dovranno difendere la Groenlandia "dai russi e dai cinesi", nonostante che, d'altro lato, venga proclamato che le affermazioni di Trump sulle "navi russe e cinesi" che si aggirano intorno all'isola sono infondate. Di contro, politici ed esperti danesi strombazzano che le truppe europee difenderanno l'isola dagli americani e, scrive Politiken, «Se gli Stati Uniti decidessero di impadronirsi della Groenlandia con la forza, dovrebbero catturare truppe europee». Ben trenta (30) uomini!

Il segretario NATO Mark Rutte, dinanzi al parlamento europeo, alla domanda su cosa farebbe l'Alleanza se gli Stati Uniti invadessero la Groenlandia, ha bofonchiato qualcosa del tipo che «il mio ruolo è garantire che l'alleanza nel suo complesso faccia tutto il necessario per garantire la sicurezza dell'intera alleanza». Ci fai o ci sei, volevano chiedergli dagli spalti. In questo senso, dice Kornilov, fa ridere leggere sulla stampa danese che l'Europa invia "truppe NATO" in Groenlandia, nonostante la NATO, di fatto, non abbia nulla a che fare con questa operazione. 

Ben più diretto e concreto Donald Trump, che ha annunciato l'intenzione di schierare in Groenlandia il sistema missilistico “Golden Dome” e ripete ossessivamente di aver bisogno dell'isola per tenere lontani sottomarini e cacciatorpediniere russi e cinesi. In realtà, osserva abbastanza elementarmente Aleksandr Kots, il vero obiettivo di Trump è ottenere un ampio accesso alle risorse artiche.

Oggi è la Russia a contare sulla fetta più grande della “torta artica” - 47% del petrolio e 70% del gas - rivendicando la cosiddetta dorsale di Gakkel, un'ampia porzione della piattaforma artica sottomarina, che si estende per oltre un milione di chilometri quadrati ed è un'estensione della placca continentale su cui si erge la Russia. Di contro, la Danimarca, tramite la Groenlandia, interpreta la dorsale di Gakkel come un'estensione della dorsale medio-artica, riducendo così di molto l'area rivendicata dalla Russia. Ma la Danimarca, dice Kots, dispone di ben poco a sostegno delle sue rivendicazioni: la Russia detiene l'argomento chiave nella disputa sulle risorse artiche, che consiste nella flotta rompighiaccio più potente al mondo e una rete di basi militari polari.

Le discussioni sull'appartenenza della piattaforma artica durano da oltre 20 anni. Ora Trump ha deciso di risolvere la controversia e l'acquisizione della Groenlandia consentirebbe agli USA di chiudere il cerchio artico, dall'Alaska al Nord Atlantico, con un accesso diretto al nodo delle risorse artiche. In questo senso, a Trump torna conto difendere l'interpretazione danese della dorsale di Gakkel, oltre ad acquisire la capacità di esercitare pressione sulla rotta del Mare del Nord e limitare l'accesso all'Artico ai sottomarini nucleari russi. Questo in teoria. In pratica, gli Stati Uniti dispongono appena di due rompighiaccio diesel operativi, mentre la Russia ha decine di navi da ghiaccio, nove delle quali a propulsione nucleare. 

Ma non c'è solo Donald Trump. La NATO accresce l'attività militare alle latitudini settentrionali, coinvolgendo anche le forze armate di paesi molto lontani dall'Artico, come Francia, Germania, Gran Bretagna e alimentando le tensioni nella regione. La Danimarca, in qualità di presidente del Consiglio Artico, non si impegna a promuovere un cambiamento positivo, dichiara alle Izvestija Vladimir Barbin, ambasciatore russo a Copenaghen. Nel frattempo, aumenta la pressione USA sulla Danimarca: gli analisti prevedono che Washington otterrà diritti esclusivi sulle risorse della Groenlandia e sulla costruzione di nuove basi americane sull'isola. La NATO, dice Barbin, non è impegnata nel dialogo, ma nello scontro militare e nella rivalità con la Russia, anche nell'Artico.

Lo scorso anno, l'attività della NATO nella regione ha raggiunto forse il livello più alto: in Finlandia si è tenuta l'esercitazione “Arctic Forge”, con forze speciali di USA, Canada e Finlandia. In Alaska, si sono svolte le “Arctic Edge”, mentre USA e Gran Bretagna hanno organizzato esercitazioni sottomarine speciali. La nuova strategia norvegese per l'Estremo Nord prevede la creazione di un teatro operativo militare nell'Artico. Parigi insiste per la creazione di un'infrastruttura logistica mobile e l'utilizzo dei porti civili nordici per supportare operazioni ed esercitazioni.

Negli ultimi anni, l'Artico è tornato ad essere una regione chiave per la pianificazione militare, come durante la Guerra Fredda e questo vale non solo per gli stati artici, ma anche per altri stati non artici, con processi più attivi nella subregione euro-artica. I principali attori artici della NATO tra gli stati regionali sono USA, Canada, Norvegia, Danimarca e Finlandia, dice il ricercatore Nikita Lipunov; tra gli stati non regionali, è la Gran Bretagna a perseguire maggiore attività verso l'Estremo Nord. Il Consiglio Artico, che celebrerà il 30° anniversario nel 2026, potrebbe impedire la militarizzazione della regione, dice ancora l'ambasciatore Barbin; la Danimarca, che ne ha assunto la presidenza lo scorso anno, non si impegna però per cambiamenti positivi nella cooperazione internazionale sotto l'egida del Consiglio Artico: «la deludente situazione del Consiglio Artico è una scelta dei nostri vicini regionali, che si rifiutano di collaborare per le comuni sfide regionali comuni su ecologia, cambiamenti climatici, conservazione della biodiversità, sviluppo sostenibile del potenziale economico e dei trasporti».

È vero che esistono disaccordi tra paesi NATO: Washington e Ottawa continuano la disputa territoriale sulla delimitazione del confine marittimo nel Mare di Beaufort, dove si ritiene possano esserci grandi giacimenti di petrolio. Tuttavia, questo vecchio conflitto ha lasciato il posto a uno nuovo: le rivendicazioni americane sulla Groenlandia. Washington considera la Groenlandia un elemento chiave perla sicurezza nazionale e una sorta di avamposto artico nel contesto della crescente rivalità tra grandi potenze come Cina e Russia, dice l'osservatore Tigran Melojan. La costante pressione potrebbe alla fine costringere la Danimarca a fare concessioni, ad esempio concedendo l'accesso esclusivo ai giacimenti di terre rare, alle riserve di petrolio e gas, o estendendo i diritti USA per ulteriori basi militari sull'isola, oltre quella esistente di Pituffik, tra cui strutture missilistiche e di tracciamento sottomarino nel bacino del cosiddetto “GIUK gap”. 

La Groenlandia, dice ancora Vladimir Barbin, aspira all'indipendenza e dichiara di non voler rimanere parte del Regno di Danimarca, né diventare parte degli Stati Uniti, ma è interessata a relazioni il più strette possibile con gli USA, in particolare agli investimenti americani. In base alla Strategia di Sicurezza Nazionale USA, che ripristina sostanzialmente la “Dottrina Monroe”, la Groenlandia è considerata parte della sfera di influenza americana. Pertanto, «sarà difficile evitare conflitti tra le ambizioni USA, il desiderio di indipendenza della Groenlandia e la sovranità della Danimarca su quest'isola artica» conclude l'ambasciatore.

In definitiva, afferma l'osservatore Artëm Kosovic, le parole di Trump sull'acquisizione della Groenlandia non devono essere liquidate come chiacchiere vuote: Donald aveva minacciato il Venezuela e poi ha effettivamente attaccato Caracas. Tra l'altro, la Danimarca ha sostenuto quella operazione, come pure, quasi 18 anni fa, Copenaghen era stata una delle prime a riconoscere l'indipendenza del cosiddetto Kosovo; le autorità danesi hanno quindi perso da tempo ogni diritto morale a lamentarsi se la Groenlandia venisse loro sottratta.

 

https://www.kp.ru/daily/27749/5196689/

https://news-front.su/2026/01/15/teatr-absurda-vokrug-grenlandskogo-voprosa/

https://news-front.su/2026/01/15/tramp-hochet-prisvoit-russkuyu-arktiku/

https://news-front.su/2026/01/14/evropa-ne-mozhet-sbezhat-ot-posledstvij-svoego-soyuza-s-amerikoj/

https://iz.ru/2018408/kirill-fenin/kholodnyi-podschet-v-nato-gotoviatsia-k-voennomu-protivostoianiiu-s-rf-v-arktike

 

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Cuba alza la voce: L'Avana in piazza per i 32 caduti in Venezuela

Una marea umana ha invaso questo venerdì la Tribuna Antiimperialista José Martí dell'Avana per un potente atto di solidarietà con il Venezuela, per commemorare i cubani cauduti e di condanna alle azioni degli Stati Uniti. Sotto lo sguardo della monumentale statua dell'eroe nazionale e patriota, più di mezzo milione di cubani, secondo le stime, hanno reso omaggio ai 32 militari caduti durante quella che L'Avana descrive come una "aggressione militare statunitense" contro Caracas, conclusasi con il sequestro del presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores.

La scelta del luogo non è casuale. Questo palco è storicamente il punto da cui Cuba lancia i suoi messaggi di sfida e di unità continentale. La concentrazione di oggi è stata una riaffermazione dei principi rivoluzionari: il rifiuto dell'ingerenza straniera, la denuncia dell'ingiustizia e la proclamazione di una solidarietà incrollabile con la vicina Repubblica Bolivariana.

Tra la folla, le motivazioni personali si intrecciavano con la causa politica. "Vengo per mio nonno, che mi insegnò che la dignità non si negozia", ha detto Ana Laura, studentessa di medicina. Per Gilberto, 78 anni, veterano di molte battaglie, "essere qui oggi è dare ragione a chi è caduto, dimostrare che il loro sacrificio non è stato vano". La maestra Dayanis ha visto nella partecipazione un dovere pedagogico: "Marcio affinché i miei alunni capiscano che di fronte all'aggressione contro un popolo fratello non ci si può girare dall'altra parte".

Dallo stesso palco, il Presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha infiammato la piazza con un discorso di fuoco contro Washington. Rivolgendosi idealmente agli Stati Uniti, ha dichiarato con voce rotta dall'emozione: "Dovrebbero sequestrare milioni di persone o cancellarci dalla mappa, e anche così li perseguiterebbe per sempre il fantasma di questo piccolo arcipelago che avrebbero dovuto polverizzare perché non sono riusciti a sottometterlo". Un chiaro riferimento alle recenti minacce provenienti dall'amministrazione Trump.

"Non ci intimoriranno", ha tuonato il leader, definendo l'unità nazionale "l'arma più potente" della Rivoluzione, paragonandola ai fasci di canne strettamente legati che campeggiano sullo stemma del paese.

La giornata si è conclusa con le strade dell'Avana che hanno riecheggiato di slogan di fratellanza cubano-venezuelana, mentre la folla si disperdeva. L'immagine della statua di Martí che pare indicare la via e la mole di persone che l'hanno seguita hanno consegnato al mondo un messaggio preciso: di fronte alle pressioni, la risposta di Cuba è una sola, ed è quella dell'unione e della resistenza ad oltranza.

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Putin esprime solidarietà a Pezeshkian ed elogia il sostegno popolare al governo iraniano

In un momento delicato per la Repubblica Islamica, la telefonata del Presidente russo Vladimir Putin al suo omologo iraniano Masoud Pezeshkian ha rappresentato molto più di un gesto diplomatico di routine. È stata una dichiarazione di solidarietà politica ampia e articolata, che abbraccia la sfera interna, la partnership bilaterale e la visione strategica per la regione. Putin non si è limitato a esprimere vicinanza personale, ma ha costruito un solido muro di sostegno attorno alla leadership di Teheran, legittimandone l’autorità sia di fronte alle pressioni esterne sia di fronte al proprio popolo.

Il fulcro di questa solidarietà è la chiara e pubblica convalida del consenso interno al governo iraniano. Elogiando le "marce di milioni di iraniani", Putin ha volutamente messo in risalto una visione di unità nazionale e sostegno popolare, contrapponendola alle immagini di protesta e instabilità diffuse dai media occidentali. Questa manifestazione di sostegno vuole rafforzare la posizione di Pezeshkian, suggerendo che la sua leadership gode di un ampio mandato e che le turbolenze sono frutto di interferenze straniere piuttosto che di un malcontento genuino e diffuso come pretende di imporre la narrazione occidentale. In tal modo, Mosca offre a Teheran uno strumento di legittimazione nella battaglia delle percezioni, cruciale in periodi di tensione domestica.

 

Questa solidarietà si estende naturalmente alla lettura geopolitica degli eventi. Putin ha recepito e implicitamente avallato la tesi esposta da Pezeshkian, che attribuisce le recenti difficoltà al "ruolo evidente" di Stati Uniti e Israele. Accettando questa interpretazione, la Russia si schiera al fianco dell'Iran non solo come partner, ma come alleato nella comune resistenza a quelle che entrambi i paesi giudicano come manovre destabilizzanti guidate dall'Occidente. È una solidarietà che trasforma una crisia interna iraniana in un capitolo di una più ampia rivalità strategica, dove Mosca e Teheran si trovano a confrontare ondate di ingerenza esterna.

Massive pro-Iran, anti-terror protests held in the Iranian city of Arak.

Follow: https://t.co/7Dg3b41hTx pic.twitter.com/jhK9IYLOB5

— PressTV Extra (@PresstvExtra) January 12, 2026

Il sostegno, infine, ha una proiezione concreta e futura nel rafforzamento del partenariato strategico. La conferma dell'impegno a sviluppare progetti economici comuni e a intensificare la cooperazione invia un segnale preciso: la Russia non vede l'Iran attraverso la lente temporanea delle sue difficoltà attuali, ma come un pilastro stabile e duraturo nella sua architettura di alleanze in Medio Oriente. La solidarietà di Putin è quindi anche una scommessa sul lungo termine, un investimento politico per preservare e accrescere l'influenza congiunta in aree di interesse comune, dalla sicurezza alla energia.

In ultima analisi, per Mosca, la solidarietà con Teheran è un principio cardine della sua politica estera, applicato tanto nelle parole di sostegno quanto nella condivisione di una visione del mondo che vede le due potenze unite nel contrastare l'egemonia occidentale e nel promuovere un ordine multipolare.

 

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Radio Gaza può anche morire. Ma nel frattempo parlerà inglese


di Michelangelo Severgnini

Il testo che segue è tratto dalla ventesima puntata di “Radio Gaza” disponibile a questo link: 

https://www.youtube.com/watch?v=VOJLpB93LSg

 

“Radio Gaza - cronache dalla Resistenza” è un programma a cura di Michelangelo Severgnini e Rabi Bouallegue.

 

La campagna “Apocalisse Gaza” arriva oggi al suo 210° giorno, avendo raccolto 140.998 euro da 1.678 donazioni e avendo già inviato a Gaza valuta pari a 140.126 euro.

 

Per donazioni: https://paypal.me/apocalissegaza

C/C Kairos aps IBAN: IT15H0538723300000003654391 - Causale: Apocalisse Gaza

FB: RadioGazaAD

 

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Care ascoltatrici e cari ascoltatori di Radio Gaza, prendete nota, perché in questa puntata dobbiamo comunicarvi tutta una serie di novità.

 

La prima di queste è che la puntata in corso sarà l’ultima ad essere prodotta in lingua italiana. Il nostro dispiacere è enorme, avevamo creduto che il nostro Paese fosse pronto per un’esperienza come quella di Radio Gaza, ma alla ventesima puntata, dopo 5 mesi di attività, la conclusione a cui siamo giunti è che così non sia.

 

Il carrozzone della contro-informazione in Italia ci ha del resto mandato un messaggio chiaro e tondo. Radio Gaza può anche morire.

 

Giusto per toglierci lo scrupolo e non lasciare nulla di intentato, qualche giorno fa abbiamo promosso un sondaggio privato semi-serio, inviando alcune righe ai principali canali della cosiddetta contro-informazione in Italia e ad alcuni dei suoi esponenti più rappresentativi, perlomeno quelli e coloro che in 5 mesi non avevano ancora scritto una riga, nemmeno per sbaglio, su quello che stiamo facendo.

 

Lo abbiamo fatto con toni gentili ed educati, chiedendo “un minuto di collaborazione”.

 

Nel messaggio abbiamo riportato i numeri della campagna: 140.000 euro raccolti e inviati a Gaza, 20 puntate di Radio Gaza prodotte, oltre 3 ore di video montati e tradotti girati all’interno della Striscia.

 

Abbiamo chiesto se fossero a conoscenza di questi numeri e se avessero intenzione di parlarne in futuro e, nel caso che no, quali ne fossero i motivi. Abbiamo promesso l’anonimato delle risposte.

 

Risultato. Di una trentina di messaggi privati inviati, abbiamo ricevuto 2 risposte. Quindi non chiedeteci a chi abbiamo mandato questi messaggi, perché la risposta è: praticamente a tutti.

 

Contatti per altro che fino al giugno scorso, quando questa campagna è cominciata, di solito regolarmente rispondevano e interagivano perlomeno con uno degli autori di questo programma.

 

Persino firme che scrivono, pubblicano, vanno in video su questo stesso canale dell’AntiDiplomatico, hanno pensato che una risposta, di qualsiasi genere, fosse di troppo.

 

Che giornali come Libero o La Verità non parlino di noi, lo consideriamo un vantaggio. Che non lo faccia Il Manifesto o Internazionale, ce lo aspettavamo come il sole che spunta all’aurora e comunque ora sono già occupati a difendere le sorti della rivoluzione colorata in Iran, 15 anni esatti dopo l’aggressione alla Libia.

 

Ma che ci fosse un plotone d’esecuzione compatto e schierato là dove ci dovrebbe essere al contrario una contro-informazione, è una scoperta che avremmo, da Italiani, preferito non fare.

 

Messaggio ricevuto, dunque. Radio Gaza e la campagna di raccolta fondi da domani cambiano lingua e passano all’Inglese, pur continuando a fornire, almeno attraverso il testo scritto, le traduzioni in Italiano.

 

Va da sé che la valuta per Gaza parla una sola lingua e quindi i soldi inviati alla campagna arriveranno a Gaza tali e quali, sia in Italiano che in Inglese.

 

Ma questo non è il solo motivo per cui abbiamo preso questa sofferta decisione. L’altro motivo è il desiderio di allargare il bacino di quanti conoscono e seguono il progetto e dunque dei potenziali donatori, perché crediamo che a 7 mesi dall’inizio della campagna “Apocalisse Gaza” (il 20 giugno 2025), possiamo dire che quello da noi utilizzato sia un metodo istantaneo, capillare ed efficace in grado di fare ogni giorno una piccola differenza. 

 

Ormai questo è un segreto soltanto per chi in questi mesi ci ha censurato, per chi ripropone strategie di sostegno obsolete, fallimentari già 20 anni fa, come le flottiglie, e riproposte oggi come panacea. 

 

E’ un segreto solo per coloro che hanno coltivato una tifoseria per mettercisi poi davanti e alla guida, piuttosto che scendere nei dettagli della realtà attuale nella Striscia, sempre in trasformazione, là dove ormai tutto il mondo ha capito che aiuti non entrano, ma merce a pagamento sì.

 

E quindi, se paghi, a Gaza trovi tutto.

 

E quindi più soldi si mandano con il peer-to-peer, “da pari a pari”, più persone si salvano. Semplice.

 

Ma così si arricchisce Israele che ne fa la cresta. Segnatela questa frase, la ripetiamo: così si arricchisce Israele che ne fa la cresta, come se gli altri canali poi fossero invece consegna express a domicilio, tenda a tenda.

 

Questa frase, ad ogni modo, non la dice nessuno, ma la pensano tutti i giornalisti della contro-informazione che non hanno risposto al nostro sondaggio privato semi-serio. 

 

Questa critica, però, è ridicola e strumentale.

 

Tant’è che per non doverla sostenere in un contraddittorio serio e pubblico, sono tutti spariti fischiettando.

 

Per fortuna molti nel resto del mondo hanno capito il meccanismo, lo hanno studiato e si sono organizzati di conseguenza per sfruttare ogni maglia del blocco, perché alla fine quel che conta è mantenere i Palestinesi in vita. Confrontare lo studio “Kings of famine”, “I re della carestia”, pubblicato dalla rivista egiziana Mada Masr e da noi citato più volte.

 

Ringraziamo dunque l’AntiDiplomatico che ci ha fin qui ospitati e che ci ha proposto di continuare a pubblicare su questo canale, nonostante i prossimi contenuti saranno in Inglese.

 

Così faremo perlomeno inizialmente, in attesa di consolidare il nuovo percorso.

 

I riferimenti per seguirci al momento rimangono dunque il gruppo Facebook di Radio Gaza e il gruppo Telegram “L’Urlo di Michelangelo Severgnini”, che resterà in Italiano, dove continueremo a pubblicare via via i contenuti quasi quotidiani che ci arrivano dalla Striscia.

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Chi costruisce la narrazione sull’Iran?

“2.000 manifestanti uccisi, dicono gli attivisti.” È una formula ormai standard, ripetuta in coro daisoliti noti del circuito mainstream come BBC, CNN, Guardian, Reuters. La frase suona grave, definitiva, moralmente inappellabile. E proprio per questo meriterebbe una domanda preliminare: quali attivisti? Nel racconto mediatico occidentale sull’Iran, le fonti sono sorprendentemente ricorrenti. HRANA, CHRI, Tavaana, Boroumand Center. Organizzazioni presentate come indipendenti, non politiche, neutrali. Peccato che nessuna di queste operi in Iran. La maggior parte ha sede negli Stati Uniti, spesso in Virginia o New York, e riceve finanziamenti diretti o indiretti dal governo statunitense.

HRANA, la fonte più citata per arresti, morti e repressione, è finanziata dal National Endowment for Democracy, organismo creato - parole del suo stesso fondatore - per fare apertamente ciò che un tempo faceva la CIA in modo coperto. Eppure questo dettaglio sparisce sistematicamente dagli articoli che la citano come “ONG indipendente”. Lo stesso schema si ripete con il Center for Human Rights in Iran e con Tavaana, progetto nato con fondi del Dipartimento di Stato USA, specializzato in “educazione civica” e corsi online per aggirare le restrizioni digitali iraniane.

Milioni di dollari pubblici, poca trasparenza, enorme visibilità mediatica. Il quadro diventa ancora più politico osservando i dirigenti di queste strutture: attivisti che invocano apertamente bombardamenti statunitensi e israeliani sull’Iran, sostengono cambi di regime, giustificano interventi militari come “umanitari” e promuovono figure monarchiche cresciute negli Stati Uniti. Una militanza esplicita, difficilmente compatibile con l’idea di neutralità. Non si tratta di negare che in Iran esistano tensioni, repressioni o conflitti sociali (come in ogni paese del mondo d’altronde).

Il punto è un altro: quanto viene presentato come “monitoraggio dei diritti umani” appare sempre più come un ecosistema strutturato di regime change, finanziato da fondi pubblici occidentali e amplificato da media che rinunciano scientemente a ogni verifica autonoma. Il precedente dell’Iraq, della Libia, della Siria dovrebbe aver insegnato qualcosa. E invece la formula resta la stessa: numeri scioccanti, fonti opache, urgenza morale, silenzio sui finanziatori. Forse la vera notizia non è che questi dati vengano prodotti. Ma che, dopo decenni di “crociate umanitarie” finite in disastri, ci si aspetti ancora che il pubblico accetti tutto sulla base di un semplice: dicono gli attivisti.


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Tra assedio e diplomazia: il Venezuela nella fase più dura

Il messaggio annuale della presidente incaricata Delcy Rodríguez all’Assemblea Nazionale venezuelana non è stato solo un atto istituzionale, ma una dichiarazione di fase storica. Un discorso breve, calibrato, aperto da un omaggio alle vittime dell’attacco del 3 gennaio e segnato da un richiamo esplicito al dialogo politico, alla fine dell’“antipolitica” e alla necessità di preservare la pace in un contesto di massima pressione internazionale. Rodríguez ha rivendicato la scelta della via diplomatica dopo il sequestro del presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores, definendo l’atto una macchia grave nelle relazioni con gli Stati Uniti, ma ribadendo che il Venezuela non risponderà con l’escalation. È una linea che combina fermezza e autocontrollo: sovranità senza avventurismo.

Sul piano interno, il quadro presentato è quello di una stabilizzazione economica in corso. Diciannove trimestri consecutivi di crescita nonostante un asfissiante blocco economico-finanziario promosso dagli USA, un PIL in aumento dell’8,5%, produzione petrolifera a 1,2 milioni di barili al giorno senza importazioni di carburante, nuovi fondi sovrani per welfare e infrastrutture, investimenti popolari attraverso comuni e consigli comunali. A questo si aggiungono dati su sicurezza, servizi pubblici, occupazione e riduzione della mortalità materno-infantile. Il messaggio è chiaro: lo Stato è sotto attacco, ma governa. La dimensione internazionale è però il vero sfondo di tutto. Rodríguez ha rivendicato il diritto del Venezuela a relazioni multilaterali - con Cina, Russia, Iran, Cuba e anche con gli Stati Uniti - rifiutando ogni subordinazione. La sua frase sul possibile viaggio a Washington, “in piedi e non strisciando”, è diventata il simbolo di questa postura che contrasta con il servilismo della golpista Maria Corina Machado.

Qui si innesta il secondo livello di lettura: la crisi venezuelana come parte di un disordine globale più ampio. L’azione statunitense non rappresentae un’eccezione, ma il comportamento storico di un impero che divide, destabilizza, costruisce e abbatte governi. La novità non è la brutalità, ma la sua esposizione senza maschere o infigimenti di sorta. Bombardamenti, sequestri, minacce dirette: il “mondo senza regole” di cui parla persino la rivista Foreign Affairs, di tendenza conservatrice In questo contesto, il tentativo di dividere il chavismo - costruendo la narrazione fallace di una Delcy Rodríguez “traditrice” - appare come un classico strumento di guerra politica. Ma i fatti mostrano continuità: stesso governo, stesso progetto, stessa catena di comando. Come Maduro ha continuato a percorrere la strada tracciata da Chávez, Rodríguez continua sul sentiero di Maduro.

Il parallelo storico con Lenin e Brest-Litovsk, avanzato da Juan Carlos Monedero, non è retorico: quando la forza è sproporzionata, guadagnare tempo può essere l’atto più rivoluzionario. Evitare una guerra distruttiva non è resa, ma strategia. “Analisi concreta della situazione concreta”. Il Venezuela oggi sceglie di resistere governando, di difendere la propria sovranità senza sacrificare il proprio popolo. In un mondo che scivola verso la legge del più forte, questa scelta - dolorosa, imperfetta, ma razionale - segna una linea. E dice molto più sul futuro dell’ordine globale di quanto sembri a prima vista.


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La NATO contro se stessa in Groenlandia

La crisi groenlandese è entrata in una nuova fase il 16 gennaio, quando diversi Paesi europei - Germania, Francia, Svezia, Norvegia e Regno Unito - hanno iniziato a inviare o annunciato l’invio di contingenti militari sull’isola. Una risposta diretta al fallimento dei colloqui di Washington tra Danimarca, Groenlandia e l’amministrazione Trump, che continua a rivendicare la necessità strategica di “ottenere” l’isola. Formalmente si parla di sicurezza artica. Sostanzialmente, siamo davanti a un caso senza precedenti: un alleato NATO che minaccia apertamente l’integrità territoriale di un altro alleato. Trump sostiene che la Danimarca non sia in grado di garantire la sicurezza della Groenlandia, nonostante l’assenza, ammessa anche dai servizi danesi e statunitensi, di minacce imminenti da Russia o Cina.

Per Copenhagen, la risposta è stata misurata ma ferma. Il rafforzamento della presenza militare serve a dimostrare sovranità, non a provocare Washington. Come ha chiarito il comandante delle forze terrestri danesi, Peter Boysen, “per difendere la sovranità serve presenza”. È un messaggio rivolto tanto alla NATO quanto alla Casa Bianca. Secondo diversi analisti, la mossa di Trump resta soprattutto uno strumento di pressione: un’operazione di intimidazione negoziale, con l’obiettivo di strappare accordi commerciali, accesso privilegiato alle risorse e ulteriore libertà operativa militare. L’annessione diretta appare giuridicamente e politicamente complessa, ma il rischio è che la retorica finisca per diventare dottrina.

La frattura europea, però, è evidente. La Polonia ha annunciato che non invierà truppe, rivendicando il ruolo di “mediatore” e ribadendo che “non può esistere una NATO senza gli Stati Uniti”. Una posizione che privilegia l’unità dell’Alleanza anche a costo di accettare l’ambiguità strategica statunitense. Non a caso, Varsavia concentra le proprie priorità sul corridoio di Suwa?ki, vera ossessione dell’est europeo NATO. Il nodo politico è esplosivo: cosa accade se uno Stato NATO minaccia un altro? L’articolo 5 non contempla il caso. Eppure, un decreto reale danese del 1952 impone alle forze armate di reagire a qualsiasi invasione del territorio nazionale. La possibilità di uno scontro intra-alleanza resta remota, ma non più impensabile.

La Groenlandia diventa così il simbolo di un ordine occidentale che scricchiola: tra unilateralismo statunitense, sovranità europea inesistente e una NATO concepita per un mondo che non esiste più. In questo scenario, l’Artico non è solo una frontiera geografica, ma la cartina di tornasole di un’egemonia in crisi.


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Washington schiera una portaerei nell'Asia occidentale mentre le tensioni con l'Iran aumentano

 

Diversi resoconti di stampa hanno confermato che Washington ha dirottato la sua portaerei, la USS Abraham Lincoln, dal Mar Cinese Meridionale verso l'Asia occidentale, in concomitanza con le crescenti tensioni tra Iran e Stati Uniti. 

Si prevede che il transito attraverso l'Oceano Indiano fino al Mar Arabico durerà circa una settimana e che la portaerei arriverà a destinazione entro la fine di gennaio.

Secondo Defense Security Asia,  la portaerei è accompagnata da tre cacciatorpediniere lanciamissili classe Arleigh Burke: USS Spruance, USS Michael Murphy e USS Frank E. Petersen Jr.

"Non si riposiziona un intero gruppo di portaerei dal Pacifico per un attacco simbolico di una notte. Il dispiegamento della Lincoln segnala che Washington si sta preparando per qualcosa di prolungato, non solo per un messaggio", avrebbe dichiarato un funzionario della Difesa ai media in un briefing. 

Questo ridispiegamento avviene in un momento in cui nessuna portaerei statunitense era precedentemente posizionata nell'Asia occidentale o in Europa, dopo che il gruppo di portaerei Gerald R. Ford era stato inviato nei Caraibi l'anno scorso come parte di una campagna di pressione contro il Venezuela, limitando le risorse di portaerei immediate vicino all'Iran.

Lo sviluppo è avvenuto poche ore dopo la notizia della chiusura temporanea dello spazio aereo iraniano e ha coinciso con le segnalazioni di una massiccia attività di caccia sul territorio iracheno, alimentando le speculazioni sull'imminente inizio di un attacco statunitense alla Repubblica islamica. 

Nelle ultime due settimane, l'Iran ha dovuto affrontare proteste diffuse, violente rivolte su larga scala e disordini. Oltre 100 membri delle forze di sicurezza e decine di civili sono stati uccisi dai rivoltosi, sostenuti dall'intelligence israeliana.

Dall'inizio dei disordini, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ripetutamente minacciato di attaccare l'Iran, promettendo di "salvare" i manifestanti. 

Gruppi per i diritti umani con base in Occidente affermano che circa 2.000 manifestanti sono stati uccisi a colpi d'arma da fuoco dalle forze governative. Dopo essersi rivolto ai manifestanti iraniani e aver affermato che "i soccorsi sono in arrivo", Trump aveva annunciato mercoledì sera di essere stato informato dagli iraniani che "le uccisioni sono cessate" e che non ci sarebbero state "esecuzioni". Alcuni hanno interpretato i commenti come una marcia indietro. 

"Non c'è alcun piano per l'impiccagione", ha detto il ministro degli Esteri Abbas Araghchi a Fox News. "L'impiccagione è fuori questione", ha aggiunto. Ha anche affermato che Teheran preferisce la diplomazia alla guerra.

Nelle ultime 24 ore, gli Stati Uniti hanno evacuato parte del personale dalle loro basi nella regione, tra cui la base di Al-Udeid in Qatar, attaccata dall'Iran nel giugno 2025. 

"Tutti i segnali indicano che un attacco statunitense è imminente, ma è anche così che si comporta questa amministrazione per tenere tutti sulle spine. L'imprevedibilità fa parte della strategia", ha detto un funzionario occidentale alla Reuters.

Un funzionario iraniano, citato nel rapporto, avrebbe affermato che Teheran avrebbe avvertito i suoi vicini che ospitano basi statunitensi che sarebbero stati presi di mira se Washington avesse attaccato l'Iran. "Teheran ha comunicato ai paesi della regione, dall'Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti alla Turchia, che le basi statunitensi in quei paesi sarebbero state attaccate", ha affermato il funzionario.

Anche l'Iran ha pubblicamente promesso di rispondere duramente a qualsiasi attacco.

"Sia chiaro: in caso di attacco all'Iran, i territori occupati, così come tutte le basi e le navi statunitensi, saranno il nostro obiettivo legittimo", ha dichiarato nel fine settimana il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, mettendo in guardia contro qualsiasi "errore di calcolo".

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Mike Pompeo: i libri di storia "non scrivano delle vittime di Gaza"

 

L'ex direttore della CIA e segretario di Stato americano Mike Pompeo ha provocato numerose proteste dopo aver affermato che la narrazione della guerra di Israele contro Gaza deve essere modellata in modo che i futuri libri di storia "non scrivano delle vittime di Gaza".

Intervenendo a un evento pubblico online il 13 gennaio presso l'organizzazione filo-israeliana MirYam Institute, Pompeo ha sostenuto che il modo in cui la guerra verrà documentata determinerà il modo in cui verrà ricordata, sottolineando la necessità di "assicurarsi che la storia venga raccontata correttamente". 

Sul suo sito web, il MirYam Institute è descritto come "un forum per i principali esperti israeliani con prospettive diverse e variegate". Benjamin Anthony, ex veterano di guerra dell'esercito israeliano che ha preso parte a numerose operazioni militari nella Palestina occupata, è l'amministratore delegato e co-fondatore del MirYam Institute.

Le dichiarazioni di Pompeo sembrano aver minimizzato la centralità della sofferenza dei civili palestinesi, nonostante l'entità della distruzione e l'eccezionale bilancio delle vittime a Gaza. La guerra a Gaza è stata dichiarata un genocidio dalle Nazioni Unite e dagli studiosi del genocidio, con oltre 71.400 morti.

Le dichiarazioni di Pompeo giungono mentre le organizzazioni internazionali per i diritti umani, le agenzie delle Nazioni Unite e i giornalisti continuano a documentare le diffuse vittime civili, gli sfollamenti e il collasso umanitario nell'enclave assediata.

"Ci sono state vittime a Gaza, ci sono state vittime civili in ogni guerra che sia mai stata combattuta. Ma le vittime erano il popolo dello Stato-nazione di Israele. L'aggressore era il regime iraniano, per procura di Hamas", ha sostenuto Pompeo.

Le critiche sui social hanno ampiamente stigmatizzato che la sua affermazione riflette un più ampio sforzo da parte dei funzionari statunitensi e israeliani di controllare la narrazione storica a favore di Israele, mettendo da parte le esperienze palestinesi.

Le dichiarazioni hanno rapidamente fatto il giro dei social media, suscitando la condanna di attivisti e commentatori che hanno accusato Pompeo di sostenere apertamente la cancellazione delle vittime dalla memoria storica, anziché affrontare la questione delle responsabilità per il costo umano della guerra.

Il giornalista palestinese Motasem A Dalloul ha affermato: "Stanno persino lavorando per continuare il genocidio inflittoci dopo la loro morte!" in un post su X, riferendosi al genocidio in corso da parte di Israele a Gaza.

Non è la prima volta che l'ex Segretario di Stato finisce sui giornali per le sue dichiarazioni sulla Palestina. Pompeo aveva già dimostrato il suo aperto sostegno all'esercito israeliano in precedenza, come mostrato in un video del novembre 2024, che lo mostra mentre balla con i soldati israeliani. 

In un altro video pubblicato sui social media nel febbraio 2024, Pompeo e sua moglie vengono mostrati mentre visitano un "centro di ringiovanimento" israeliano, dove i soldati tornano da Gaza per rilassarsi e recuperare le energie. Rivolgendosi ai soldati, Pompeo ha affermato che "l'America è con voi".

Molti utenti dei social media hanno definito le ultime dichiarazioni di Pompeo una negazione del genocidio. 

Un utente dei social media ha affermato : "Non nascondono nemmeno il loro odio verso i palestinesi cristiani e musulmani".

La guerra a Gaza è iniziata dopo che Israele ha risposto all'attacco guidato da Hamas del 7 ottobre 2023 lanciando un feroce assalto all'enclave. Il 10 ottobre 2025, gli Stati Uniti hanno mediato un cessate il fuoco in base al quale le forze israeliane si sono ritirate fino alla "linea gialla", ottenendo così il controllo di oltre metà di Gaza, circa il 53% della Striscia. 

Israele ha ripetutamente violato il cessate il fuoco, uccidendo almeno 439 palestinesi in tre mesi in circa 1.200 violazioni, tra cui attacchi aerei, bombardamenti e demolizioni di case.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Turchia, Pakistan e Arabia Saudita verso un patto di difesa trilaterale

 

Dopo quasi un anno di colloqui riservati, tre grandi attori geopolitici regionali, Turchia, Pakistan e Arabia Saudita, hanno elaborato una bozza di accordo di difesa trilaterale. Questa possibile alleanza, denominata dai media “Nato islamica”, se formalizzata,rappresenterebbe un riallineamento geopolitico significativo, creando un blocco capace di rispondere autonomamente alle sfide di sicurezza in Medio Oriente e Asia meridionale.

 

Il ministro pakistano per la Produzione della Difesa, Raza Hayat Harraj, ha confermato alla  stampa che una bozza di accordo è già esistente" e che i tre paesi "stanno deliberando" da circa dieci mesi. L'accordo si distingue dal patto bilaterale Arabia Saudita-Pakistan, annunciato lo scorso settembre nel contesto delle tensioni nel Golfo.

Secondo Nihat Ali Özcan, analista del think tank turco TEPAV, ciascun partner apporterebbe risorse complementari: l’Arabia Saudita la propria  forza finanziaria, il Pakistan la propria  capacità nucleare, missili balistici e manodopera e  la Turchia la sua esperienza militare e un’industria della difesa in rapida crescita.

"I dinamismi in evoluzione e le conseguenze dei conflitti regionali stanno spingendo i paesi a sviluppare nuovi meccanismi per identificare amici e nemici", ha osservato Özcan, suggerendo come lo spostamento delle priorità statunitensi verso Israele e gli interessi nazionali stia accelerando questo processo di autonomizzazione regionale.

L'iniziativa trilaterale emerge in un momento di particolare tensione: il cessate il fuoco di maggio tra India e Pakistan ha infatti posto fine a scontri che hanno causato oltre 70 vittime.

Persistono inoltre  tensioni tra Pakistan e Afghanistan, con Islamabad che accusa i talebani di dare rifugio a gruppi terroristici. Altro fattore accomunante, le

preoccupazioni comuni riguardo all'Iran di Turchia e Arabia , sebbene tutti e tre i paesi siano attualmente inclini al dialogo con Teheran piuttosto che ad un confronto.

Da ultimo, ma non per importanza, la comune necessità di costituire un blocco potenziale contrapposto alle mire espansionistiche di Israele, paese destabilizzante negli equilibri regionali e la diffidenza comunque montante verso lo storico alleato a stelle e strisce. La cooperazione militare tra questi attori è già avanzata: la Turchia costruisce corvette per la marina pakistana. Ankara ha potenziato i caccia F-16 del Pakistan.  Viene condivisa tecnologia di droni con Pakistan e Arabia Saudita. La Turchia inoltre  desidererebbe coinvolgere entrambi i paesi nel suo programma di caccia di quinta generazione(TAI TF-X Kaan).

Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, pur confermando i colloqui, ha precisato che "non è stato ancora firmato alcun accordo definitivo". Ha tuttavia delineato una visione strategica più ampia, attribuita al presidente  Erdo?an:

"Tutte le nazioni della regione devono unirsi per creare una piattaforma di cooperazione sulla questione della sicurezza", ha affermato Fidan, sottolineando come solo rafforzando la fiducia reciproca si possano prevenire "egemonie esterne" e l'instabilità alimentata dal terrorismo.

Un patto formale segnerebbe una nuova fase nelle relazioni tra Turchia e Arabia Saudita, un tempo rivali per la leadership del mondo sunnita. Dopo anni di tensioni, i due paesi stanno già approfondendo la cooperazione economica e di difesa, inclusa un'esercitazione navale ad Ankara questa settimana.

Sebbene i ministeri della Difesa di Turchia e Arabia Saudita si siano astenuti dal commentare dettagliatamente, l'esistenza di una bozza operativa suggerisce un avanzamento significativo dei negoziati. L'accordo nella loro prospettiva dunque, risponderebbe alla crescente domanda di architetture di sicurezza regionali autonome, in un momento di ridefinizione degli equilibri di potere mediorientali e di preoccupazioni per la stabilità dell'Asia meridionale.

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 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Transizione di potere a Kiev nella lotta tra Democratici e Repubblicani USA?

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

A detta di Donald Trump, la Russia sarebbe pronta a sottoscrivere un accordo sulla questione ucraina: penso che Vladimir Putin sia pronto a raggiungere un accordo, mentre lo sia meno l'Ucraina, ha dichiarato Trump alla Reuters e invece, ha detto, Vladimir Zelenskij sarebbe responsabile del ritardo nel raggiungimento di un'intesa.

Che dunque dietro il parapiglia corruttivo che in questi giorni ha riportato al centro dell'attenzione l'ex “regina del gas” Julija Timošenko, ci sia anche una lotta ai vertici su se e come arrivare a un ribaltamento delle posizioni presidenziali in merito alle trattative per la soluzione del conflitto?

Difficile azzardare conclusioni, tantomeno se suffragate da semplici ipotesi e tanto più che i fatti al centro dell'attenzione a Kiev non indicano nulla di nuovo, a fronte di un sistema corruttivo diffuso a ogni livello e che, se apparentemente aveva lasciato fuori finora dalla tempesta la ex “martire” della rivoluzione arancione pre-majdanista, vedeva proprio in lei uno dei capostipiti dell'affarismo politico-banditesco degli anni 2000.

A ogni modo, i fatti nudi e crudi sono ora che i funzionari di NABU e SAP hanno perquisito l'abitazione di Julija e la sede del suo partito “Bat'kvshchina” e anche quella del capo della frazione parlamentare “Servo del popolo”, David Arakhamija, perché sospettati di aver corrotto, con l'offerta di migliaia di dollari, alcuni deputati della Rada, nel tentativo di smantellare la già di per sé traballante maggioranza di Zelenskij.

Pare che i mercanteggiamenti parlamentari di Julija siano risultati un po' troppo scomodi non solo per Zelenskij, ma anche per i tutor americani che controllano NABU e SAP, che non hanno bisogno della potenziale "destabilizzazione" del fronte interno ucraino. Alla Rada, Timošenko ha definito le azioni del NABU un attacco politico e un atto di terrorismo; «respingo categoricamente tutte le accuse assurde. Sembra che le elezioni siano molto più vicine di quanto pensassimo. E qualcuno ha deciso di avviare un'epurazione dei concorrenti», si difende Timošenko.

A parte il fatto che, come ricorda l'ex deputato della Rada Oleg Tsarëv, Julija detesta Zelenskij, che alle presidenziali le aveva  strappato la vittoria, la “bionda nonnetta” viene ora castigata per aver votato contro NABU, quando il suo voto sia stato decisivo per l'approvazione della legge che avrebbe privato NABU dei suoi poteri e poi, invece, non aveva votato quando era stato deciso il ripristino dei poteri dello stesso NABU.

Una settimana fa, Julija ha anche votato per la destituzione del capo del SBU, Vasilij Maljuk e decisivi sono stati gli 11 voti di Bat'kvshchina: se Malyuk fosse rimasto a capo del SBU, Zelenskij non avrebbe avuto le forze di sicurezza. Dato che l'Ucraina è una repubblica parlamentare-presidenziale, ricorda Tsarëv, Arakhamija, insieme a Timošenko, Porošenko e anche alla frazione “Golos”, avrebbe potuto prendere il controllo del parlamento e, formando un nuovo governo, controllare tutto, compreso Zelenskij. «La situazione politica si è bloccata, a un passo dalla sostituzione di Zelenskij» dice Tsarëv; ma «non ha funzionato. E tutto grazie a Timošenko, che ora rischia un'altra pena detentiva, a meno che, in futuro, non inizi a votare come le dice NABU, non l'ufficio presidenziale».

Sulla russa Vzgljad, Anastasija Kulikova riassume i pareri di diversi osservatori, ricordando come, in base alle intercettazioni, la “treccia bionda” beniamina degli euro-democratici avrebbe espresso la sua intenzione di «distruggere la maggioranza» alla Rada, riferendosi alla fazione “Servo del popolo”. In linea con le ipotesi di Tsarëv, il corrispondente di guerra Aleksandr Kots suppone che la leader di Bat'kvshchina abbia stretto un'alleanza situazionale con la squadra di Zelenskij sul licenziamento di alcun ministri, ma poi abbia tentato di "mercanteggiare". Il politologo Vladimir Kornilov ritiene che gli eventi attuali possano essere visti come un lavoro pre-elettorale del NABU, vedendo Timošenko come potenziale concorrente di Zelenskij. Ma la politologa Larisa Šesler, ammettendo che le perquisizioni abbiano un fondamento politico, dubita che sia stato Zelenskij a ordinarle, osservando che Julija negli ultimi tempi aveva cercato di evitare un'escalation di tensioni col presidente. Šesler osserva anche che Timošenko non è una seria concorrente per Zelenskij: secondo i sondaggi del KIIS, l'indice di gradimento del suo partito si aggira intorno al 5%.

Secondo Šesler, le perquisizioni sarebbero un tentativo, da parte di entità al di fuori del suo controllo, di limitare le manovre di Zelenskij alla Rada: si tratterebbe «del desiderio dell'Occidente di limitare lui e alcune forze politiche». Ciò suggerisce un'altra spiegazione: a parere dell'economista Marat Baširov, qualcuno intenderebbe privare Zelenskij di un parlamento controllato. La Rada è infatti un organo chiave per stabilire i termini della pace. I legislatori approveranno leggi sulle questioni di sicurezza e determineranno le date delle elezioni presidenziali in Ucraina e del nuovo parlamento.

Il politologo Aleksej Nechaev osserva che la situazione solleva interrogativi sulla legittimità della Rada stessa: «dal punto di vista giuridico, in base alla legge marziale, i mandati dei deputati vengono automaticamente prorogati: l'assenza di elezioni nel 2023 non annulla di per sé il loro status. Ma, dalla fine di quell'anno, il monopolio parlamentare di “Servo del popolo” ha di fatto cessato di esistere a causa dell'esodo dei deputati e della cronica compera di voti da altre frazioni parlamentari; per legge, la Rada avrebbe dovuto riconvocare la coalizione, sostituire il presidente e formare un nuovo governo».

Giuridicamente, la Rada è solo «parzialmente legittima, così come le sue decisioni. Tutto il resto è una questione di lotta politica interna, competizione e relazioni merce-denaro». Anche Moskva, dice Nechaev, dovrebbe prendere in considerazione l'idea di articolare in modo chiaro e ufficiale la propria posizione sulla legittimità e l'autorità della Rada: «è importante per il processo negoziale, poiché Zelenskij ha perso la legittimità, mentre il parlamento formalmente rimane in parte legittimo».

Come sempre, dunque, anche nel caso della Timošenko, per quanto la propensione alla corruzione sia più che un'indole personale e rientri nella pratica quotidiana più diffusa a ogni livello in Ucraina, lo “smascheramento”, per modi e tempistica, riveste i caratteri delle tresche politiche.

Il politologo ucraino Jurij Romanenko ipotizza addirittura che Julija avrebbe pagato il prezzo per aver passato a Trump informazioni compromettenti sul figlio di Joe Biden. Il Partito Democratico, a suo tempo creatore del NABU, ha conservato propri elementi in Ucraina e, in particolare, nella struttura anti-corruzione. Da parte sua, Trump sta continuando a indagare su Burisma e tutto il resto. A detta di Romanenko, per il Partito Democratico era importante ottenere l'accesso al telefono di Timošenko per capire quali documenti fossero stati trasmessi ai concorrenti. NABU, in quanto agenzia creata dal Partito Democratico e da questo ancora controllata, era «interessato a chi avrebbe preso di mira Trump negli Stati Uniti, quindi hanno bisogno di materiali da usare per mettere in guardia quelle persone che a Washington sono oggi all'opposizione».

A proposito di quanto detto all'inizio, sul momento “di passaggio” verso una soluzione del conflitto e la necessità di mettere al posto appropriato alcune figure, ecco che Vladimir Skachkò, su Ukraina.ru ipotizza una presidenza della 65enne Julija Timošenko, anche come capo di Stato ad interim, o presidente di un «cosiddetto periodo di transizione, che in Ucraina, con i suoi ritmi lenti e l'incapacità di rispettare gli accordi, potrebbe protrarsi all'infinito... E per Timošenko, che ha ricoperto due volte la carica di primo ministro e quella di leader dell'opposizione a tutti i presidenti, questa è l'ultima possibilità di realizzare un sogno a lungo coltivato, quasi maniacale: quello di una semplice ragazza ebrea di Dnepropetrovsk, diventata l'oligarca più ricca d'Ucraina, di guidare il Paese. Lo ha desiderato quattro volte, si è candidata ufficialmente tre volte, ma ha sempre fallito». Basti ricordare il 2004, con la “rivoluzione arancione” e Viktor Jushchenko; il 2010 col leader del Partito delle Regioni Viktor Janukovic; il 2014, quando perse la corsa con Petro Porošenko: fu nella primavera di quell'anno che Julija diceva di voler recintare il Donbass col filo spinato e sganciarvi una bomba atomica. Poi, ancora nel 2019, perse la corsa presidenziale con Vladimir Zelenskij. E ora, Julija sente che si avvicina un passaggio di potere e che si potrebbe «aprire la strada per raggiungere la vetta. I padroni dietro le quinte del paese, che hanno portato l'Ucraina sull'orlo del collasso, potrebbero ancora aver bisogno di un nuovo gestore per garantire una parvenza di meccanismi democratici di trasferimento del potere dalle vecchie élite alle nuove. E, per questa transizione, pare opportuno un qualche tipo di autorità di passaggio: una sorta di "comitato di accordo nazionale", o, in ultima analisi, un presidente di transizione».

Oggi, dice Skachkò, in Ucraina, solo i pigri non dicono che se stanno cercando di processare "l'unico uomo con le palle" nella politica ucraina, la 65enne Timošenko, allora significa che ci sono delle elezioni in arrivo, presidenziali e parlamentari. Non appena verrà raggiunta la pace o anche un cessate il fuoco, l'Ucraina dovrà sottoporsi a un rafforzamento del potere, dato che oggi il paese è governato sia da un presidente scaduto, che da una Rada scaduta e, secondo la legge ucraina, il presidente scaduto non può prendere decisioni, mentre il parlamento, pur scaduto, ha il diritto di esercitare i propri poteri.

Oggi, l'Ucraina è influenzata sia dalle cosiddette "colombe della pace", che fanno capo a Donald Trump, sia dai "falchi della guerra": i globalisti del Partito Democratico e delle élite liberali di UE e Commissione Europea.

Le "colombe" trumpiane  hanno bisogno della pace, o di una guerra a bassa intensità, per liberare risorse per il commercio con la Russia, o per una guerra su vasta scala con la Cina. I "falchi" liberali globalisti hanno bisogno della guerra per usarla per mettere a posto Trump negli Stati Uniti e rilanciare il complesso militare-industriale europeo. Ciò richiede una tregua temporanea, che garantisca il tempo necessario per prepararsi a una futura guerra più ampia con la Russia.

Per Trump, un'Ucraina dilaniata dalla guerra si sta trasformando nel suo Vietnam o Afghanistan, e questo rappresenta un duro colpo per le prospettive politiche del trumpismo nel suo complesso. Quindi, i trumpisti devono domare ulteriormente Zelenskij e la sua cricca o, idealmente, sostituirli con nuovi politici, cosa che può essere fatta attraverso elezioni, sia presidenziali che parlamentari. Ma, prima, è importante recidere l'attuale legame tra Zelenskij e la sua maggioranza alla Rada, rendendolo insostenibile e disfunzionale, e quindi inutile, e iniziare a riformattare il potere. Una possibile transizione di potere, almeno con una parvenza democratica. Ecco che, qui, Timošenko, criticando sia Zelenskij, che le agenzie create dai democratici (NABU e SAP) e cercando di stabilire legami con i trumpisti, ha spaventato l'attuale regime neonazista.

Così il regime ha deciso di intimidire Timošenko accusandola di corruzione politica. Un passo ridicolo nella realtà ucraina: in base allo stesso articolo 369 del CP, Julija e qualsiasi altro politico ucraino potrebbero essere incarcerati per le stesse azioni ogni giorno, in qualsiasi momento, dato che l'intero sistema politico in Ucraina si basa sulla corruzione. Dunque, conclude Skachkò, facciamo scorta di popcorn; lo spettacolo promette di essere interessante e feroce: gli alligatori che si contendono un pezzo di carne si prendono una pausa...

 

FONTE: 

https://politnavigator.news/timoshenko-gotovila-zagovor-protiv-zelenskogo.html

https://politnavigator.news/obyski-u-yulii-timoshenko-ejo-skoro-obyavyat-agentom-putina.html

https://news-front.su/2026/01/14/za-chto-na-samom-dele-nakazyvayut-timoshenko/

https://vz.ru/world/2026/1/14/1386934.html

https://politnavigator.news/obyski-timoshenko-uzhe-svyazyvayut-i-s-synom-trampa-i-s-synom-bajjdena.html

https://ukraina.ru/20260115/ugolovnyy-perekhodnik-timoshenko--chto-i-kak-posluzhit-tranzitu-vlasti-v-ukraine-1074314237.html

 

 

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Alberto Bradanini - Lo Stato Canaglia non smette mai: ora è la volta dell’Iran

 

di Alberto Bradanini[i]

15 gennaio 2026

 

1. Diversamente dai rotoli di carta igienica che non finiscono mai, ma un giorno poi finiscono, le turpitudini del più pericoloso rogue state (stato canaglia) dell’epoca contemporanea - gli Stati Uniti d’America – non hanno davvero mai fine!

Si tratta di crimini etici, politici, giuridici e persino di senso comune, che prendono la forma di invasioni, colpi di stato, rivoluzioni colorate/teleguidate, assassini mirati, bombardamenti pedagogici, sanzioni, minacce di annessioni di paesi amici (Groenlandia, Panama, Canada …) o nemici (Cuba, Palestina/Gaza etc…), sequestri di presidenti (Maduro, 3 gennaio 2026) e tentativi di assassinarli (Putin, 28/29 dicembre 2025[1]). La storia retrocede di duecento anni, restaurando la gloriosa legge del gorilla. E l’Europa, e l’Italia, sia detto en passant, sono dignitosamente schiarate dalla parte del gorilla!

Nell’apprezzamento dell’oligarchia politico-affarista nordamericana, visibilmente uscita di senno, la Legge viene rispettata solo quando fa comodo. Chi osa resistere, se non dispone di adeguata deterrenza economica o militare, rischia la vita, come paese e come persona.

Una lunga schiera di analisti - valgano per tutti Lindsay O’Rourke (Covert Regime Change, Cornell University, 2018) e il regista/giornalista australiano John Pilger[2] - ha documentato con inoppugnabile evidenza che in 80 anni gli Stati Uniti hanno rovesciato (o tentato di) oltre cinquanta governi, in gran parte democrazie, interferendo nelle elezioni di decine di paesi, bombardando popolazioni di una trentina di nazioni, la maggior parte povere e indifese; hanno provato ad assassinare politici di cinquanta stati, finanziato o sostenuto la repressione contro movimenti di liberazione nazionale in oltre venti paesi. La magnitudine di questi crimini viene spesso evocata, ma poi subito accantonata, mentre i responsabili salgono più in alto o restano al loro posto, impuniti.

Il pianeta Terra non troverà pace fin quando non riuscirà a liberarsi da questo tumore metastatizzato che vuole dominare l’universo, aggredendo chiunque non si piega. Sanzioni, minacce, bombe, agenzie segrete, basi militari - 686 in 74 paesi[3] (in Italia 113[4] e 65/90 testate nucleari[5], in violazione del Trattato di Non Proliferazione), cui si aggiungono quelle segrete e quelle dei loro compagni britannici di merende – e via dicendo, nulla viene scartato, purché serva allo scopo.

Si tratta di cose note, eppure si continua a dipingere questo inquietante paese come l’ideale cui tutti aspireremmo, con qualche lacuna, certo, ma che volete? … la perfezione non è di questo mondo! e una delle ragioni alla base di tale distopia è costituita dalla colonizzazione delle menti[6] - tramite infiltrazione ideologica, manipolazioni, demonizzazione di altre nazioni, alterazioni percettive per sovvertire governi sovrani e altro ancora – che il governo degli Stati Uniti ha accentuato ancor più dalla fine della guerra fredda (1991). Si tratta di un vero e proprio lavaggio cerebrale, che impedisce ai popoli assonnati di avere un’idea meno approssimata degli accadimenti del mondo.

2. Venendo all’Iran, è noto che la plutocrazia (governo dei ricchi!) nordamericana è da sempre attenta alla tutela della vita umana degli altri popoli: basta gettare uno sguardo sul trattamento riservato nel giugno 2025 ai mille civili iraniani uccisi durante l’aggressione Usa-Israele, alla schiera interminabile di latino-americani, iracheni, libanesi, siriani, vietnamiti, somali, yemeniti, serbi etc. morti sotto le bombe umanitarie a stelle e strisce, alle violenze perpetrate - a dispetto del cosiddetto cessate il fuoco israeliano del 9 ottobre 2025 - contro il popolo palestinese, i cui massacri non sono mai cessati, con armi, soldi e (dietro le quinte) soldati Usa.

Oggi, questa nazione, per bocca del suo sublime rappresentante presidenziale, esprime turbamento per le sofferenze dei manifestanti iraniani scesi in piazza. Un’attenzione questa che qualche settimana fa era stata riservata anche ai cristiani della Nigeria, singolarmente la nazione più ricca di petrolio di tutta l’Africa, ma non ai cristiani di Siria, un paese ora guidato da un signor convertito alla democrazia, tale al-Jolani, di pregresso mestiere tagliagole, divenuto meritevole di abbraccio fraterno alla Casa Bianca e della mano sul cuore dei due capo-maggiordomi europei, von der Leyen e Antonio Costa. Quale esaltante esplosione di valori umani occidentali e di coerenza politica!

Se nei farfugliamenti del presidente i coraggiosi, empatici bombardamenti degli aviatori americani faranno migliaia di morti, che sarà mai! il popolo però potrà finalmente vivere in democrazia (quale genere di, possiamo immaginarlo gettando uno sguardo su Siria, Libia, Somalia etc.). Il compito di chiarire questo aspetto è comunque affidato alle incantevoli agenzie di intelligence, alle corporazioni di Wall Street e alle Sette Sorelle.

In verità, quel che accade in Iran in queste ore è un caso da manuale di regime change. La tecnica è collaudata: a) creare una crisi economica con sanzioni illegittime (in Iran durano da quasi cinquant'anni) rese più stringenti negli ultimi anni. La depressione economica genera infatti malcontento, che a sua volta spinge il popolo a protestare; b) vengono quindi reclutate schiere di infiltrati che per quattro soldi sparano su forze dell'ordine e manifestanti (modello Kiev/Maidan, 2014) creando caos, confondendo le responsabilità, inducendo a credere che il sistema stia crollando; c) a seguire – questa è la scommessa - i vertici dovremmo frantumarsi consentendo alle bombe umanitarie Usa di dare il colpo di grazia. Fine della storia. Questa volta, tuttavia, in Iran le cose sembrano andare altrimenti.

Vediamo. Che le inizialmente pacifiche manifestazioni contro il carovita e le critiche condizioni economiche siano state inquinate da teppisti al soldo del Mossad (e dunque della Cia e dell’Mi6) lo ha candidamente riconosciuto lo stesso servizio segreto israeliano[7], corroborato da Mike Pompeo (ex segretario di Stato e direttore della Cia con Trump 1.0) che ha complimentato i rivoltosi e i loro accompagnatori del Mossad[8] per il lavoro svolto sul campo. Dunque, non dovrebbero esserci dubbi, ma gli attenti osservatori di mainstream voltano pagina con indifferenza, perché verità o menzogna si confondono all’orizzonte. Solo pochi curiosi mantengono l’uso della ragione, la maggioranza fa fatica ad accettarne la deduzione.

Mentre restano aperte le piaghe inferte dall’impero all’Ucraina e al Venezuela, ecco dunque il turno dell’Iran. E la ragione è così banale che anche una foca esquimese riesce a capirla: il petrolio, croce e delizia delle nazioni indifese! Le riserve di petrolio e gas insieme fanno dell’Iran il primo paese al mondo, un boccone che più ghiotto non si può. Gli Stati Uniti vogliono imporre a tutti i paesi produttori l’uso del dollaro nelle transazioni energetiche, facendo in parallelo la guerra alle energie rinnovabili (di cui la Cina è dominus) che potrebbero prendere il posto dei combustibili fossili. Se il petrodollaro scomparisse, la valuta americana diverrebbe carta straccia, frantumando un’economia che si regge sulla stampa di moneta, pratica poco costosa che estrae da decenni lavoro e ricchezze dal resto del mondo. Non basteranno i dazi (tasse al consumo) imposti dall’instabile inquilino della Casa Bianca per reindustrializzare il paese, in assenza dei fondamentali. L’impero è in frantumi. Per tornare una nazione normale ci vorrà ancora tempo, ma il destino è segnato.


3. Insieme al petrolio l’altro obiettivo è indebolire lo sfidante principale, la Cina, la cui economia, nel semplicismo trumpiano, senza il petrolio iraniano verrebbe messa in ginocchio e comunque tornerebbe al petrodollaro, abbandonando il petroyuan. Ma la Cina ha tante frecce al suo arco e saprà reagire a dovere. Infine, Washington immagina che eventuali trasferimenti di armamenti russi a favore di Teheran intrappolata in una guerra prolungata indebolirebbe l’impegno di Mosca sul fronte ucraino, con presunti benefici per l’Occidente Collettivo esposto su quel fronte.

Per Israele, a sua volta, e in misura minore per Washington, la destabilizzazione dell’Iran porterebbe alla frantumazione del paese. L’Iran è in effetti composto da diverse etnie: azeri, curdi, arabi, baluchi, kazaki, Lori, Qasquai e altri, mentre i persiani veri e propri non superano il 55%. Tante piccole nazioni in guerra tra loro e facilmente soggiogabili, sul modello Libia o Siria, è anche il sogno di Israele. Ma l’Iran, che fino al 1935 si chiamava Persia, ha una lunga storia e una panoplia di articolate anime e configurazioni, che i deliranti propositi trumpiani non capiranno mai. È dunque consigliabile evitare previsioni e semplificazioni.

In uno scenario mediorientale di conflitto prolungato che coinvolga gli Usa, Israele potrebbe beninteso coronare il suo sogno, liberarsi una volta per tutte dei palestinesi sopravvissuti, cacciandoli in Egitto o chissà dove.

Una nuova aggressione Usa-Israele contro l’Iran aprirebbe d’altra parte scenari imprevedibili su altri fronti: a) con la Turchia, che resta inquieta davanti all’espansionismo israeliano in Siria; b) i curdi, indomiti e divisi su quattro paesi; c) il Pakistan, che dispone dell’arma nucleare e potrebbe non restare indifferente in un conflitto allargato; d) l’Iran infine, va rilevato, secondo l’Aiea dispone di oltre 400 kg accertati di uranio arricchito (che non sono stati distrutti nella messinscena del bombardamento di Fordow nel giugno ’25, e potrebbe averne persino di più), con i quali si può già fabbricare un ordigno nucleare. Secondo alcuni analisti, infatti, Teheran sarebbe già ora una potenza nucleare non dichiarata, che messa alle strette potrebbe utilizzare l’arma atomica, come del resto Israele in situazioni analoghe. Infine, se aggredita, Teheran potrebbe ricorrere all’arma atomica energetica, riempire di mine il Mar Rosso rendendolo impercorribile per anni e/o chiudere lo stretto di Hormuz, dove transita un terzo del petrolio mondiale via mare, il 20% del totale. Arma estrema certo, ma possibile, anche se ciò non piacerebbe alla Cina, che nel 2025 – infischiandosi delle sanzioni statunitensi – ha acquistato l'80-90% dell’export petrolifero iraniano[9], equivalente al 13,6% del totale importato. 

In buona sostanza, qualora davvero gli Stati Uniti, insieme a Israele, decidessero sconsideratamente di tornare ad aggredire l’Iran, il mondo intero, non solo la regione mediorientale, si troverebbe davanti a drammatici scenari. Non può non generare acuta depressione constatare il silenzio dei governi europei – e per quanto ci riguarda della patetica l’Italia, priva di un briciolo di coraggio in politica estera – davanti a questa locomotiva impazzita, che gioca con la vita dei popoli, mettendo a rischio la sopravvivenza del genere umano, in caso di escalation nucleare.

Il pericolo qui non viene da autocrazie o dittature, comuniste o fasciste che siano, ma dalle degradate élite nordamericane, dai loro vassalli europei e dai media servili che imbrattano con le loro menzogne le menti del popolo.

4. Per finire, è bene evidenziare ancora una volta che l’aggressione militare contro una nazione sovrana (o meglio il secondo atto, dopo lo scorso giungo) costituisce un atto illegittimo sia per il diritto internazionale che per la Costituzione statunitense, poiché una guerra non dovuta a legittima difesa deve ottenere il via libera del Congresso. Ora, in assenza di un potere superiore, sulla scena anarchica internazionale, che disponga del monopolio dell'uso della forza e capace di imporre il rispetto della Legge, pesi e contrappesi interni alla cosiddetta democrazia americana dovrebbero supplire, al meno in parte, suggerendo moderazione e rispetto della sovranità altrui. Ma questo è proprio ciò che fa acqua da tutte le parti. Dunque, se in un solo anno l’esagitato inquilino della Casa Bianca ha messo a soqquadro il commercio del pianeta e aggredito impunemente sette paesi (Iran, Iraq, Nigeria, Somalia, Siria, Venezuela e Yemen), solo Iddio sa cosa potrà combinare nei tre anni che lo separano dalla sua uscita. Senza la massima attenzione al principio di non interferenza negli affari altrui, il mondo diventa un inferno. Ogni nazione ha il diritto inalienabile di scegliere il proprio destino, anche sbagliando.

Non v’è dubbio che l’Iran sia una teocrazia (lo è del resto anche Israele), ma gli iraniani hanno diritto di scegliere il loro sistema come credono. D’altra parte, non dovrebbe sorprendere che un paese sotto assedio da anni, brutalmente aggredito, senza rappresentare un pericolo per nessuno (tantomeno per Israele o gli Stati Uniti), un governo che vede massacrare i propri vertici militari, insieme a suoi alleati, un paese che teme di essere destabilizzato a morte, reagisca fuori le righe. Una domanda sorge spontanea: cosa avrebbe fatto un governo europeo davanti a manifestanti armati che sparano alle forze dell’ordine e ai manifestanti? La domanda è aperta.

Lasciamo dunque in pace l’Iran, e pian piano anche quel paese troverà la strada verso una apertura politica, sociale e istituzionale. Per favorire questi sviluppi, semmai, andrebbero promossi commerci e investimenti, scambi scientifici, turismo e via dicendo, come prevedeva del resto, tra le righe, il Jcpoa[10] (l’accodo nucleare voluto da B. Obama nel 2015), che nel 2018 Trump decise di stracciare, sotto la pressione di Israele. È verosimile che dopo dieci anni, se l’accordo fosse rimasto in vigore, avremmo oggi a che fare con un paese diverso, più aperto e finanche influenzabile sui temi che ci stanno a cuore. In verità, l’Iran è un nemico costruito, che serve le agende di Israele e dell’espansionismo nordamericano. È la sua sovranità che deve essere frantumata. La storia non fa regali. Piegarsi senza fiatare agli appetiti imperialistici degli Stati Uniti toglie etica alla coscienza politica e persino significato alla nostra alleanza, e non fa certo gli interessi del popolo iraniano.

Le guerre, sarà bene ribadirlo in chiusura, uccidono sempre la povera gente. Donald Trump è invitato a passare qualche giorno a Gaza in una tenda battuta dal vento, o in una casa iraniana bombardata da quegli ordigni di cui tanto va fiero. Se sarà sopravvissuto, saremo curiosi di ascoltare il suo pensiero.

 

[1] https://mail.yahoo.com/d/folders/1/messages/AADEXJAf7tg5Og5Jjwh0IE0Y081?reason=invalid_cred

[2] https://cambiailmondo.org/2022/12/28/il-silenzio-degli-innocenti-come-funziona-la-propaganda/

 

[3] https://www.tpi.it/esteri/basi-militari-stati-uniti-2017082350311/

[4] http://www.kelebekler.com/occ/busa.htm

[5] https://www.tpi.it/esteri/bombe-nucleari-usa-italia-dati-documenti-20190717372685/

[6] https://english.news.cn/20250907/52998b0f27704866af2a66f5df6577dd/c.html

[7] https://www.jpost.com/middle-east/iran-news/article-881733

[8] https://www.wionews.com/world/pompeo-mossad-agents-iran-protests-controversy-1767420580748

[9]https://search.brave.com/search?q=how+much+iranian+oil+china+buys&source=desktop&summary=1&conversation=91ef36f1a60913c2960518

[10] Joint Comprehensive Plan of Action

[i] Ex-diplomatico. Già Ambasciatore d’Italia in Cina (2013-15), Coordinatore del Comitato Governativo Italia-Cina (2007-09), Console Generale d’Italia a Hong Kong (1996-98), Consigliere Commerciale all’Ambasciata d’Italia a Pechino (1991-96), Ambasciatore d’Italia a Teheran (2008-12), attualmente Presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea (Reggio Emilia, Italia). Alberto Bradanini è autore di diversi saggi e libri, tra cui “Oltre la Grande Muraglia” (2018); “Cina, l’irresistibile ascesa” (2022) e “Lo sguardo di Nenni e le sfide della Cina”

 

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Venezuela: Delcy Rodríguez parla alla Nazione in un contesto senza precedenti

La presidente incaricata del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha pronunciato il Messaggio Annuale alla Nazione in una situazione politica del tutto eccezionale, dovuta al sequestro del presidente Nicolás Maduro e della deputata, prima combattente, Cilia Flores da parte degli Stati Uniti, dopo l’invasione militare del 3 gennaio che ha causato oltre cento vittime.

In apertura del suo intervento davanti all’Assemblea Nazionale, Rodríguez ha chiesto un minuto di applausi per i giovani caduti combattendo contro l’aggressione straniera, trasformando il dolore collettivo in un appello alla resistenza e alla speranza. La liberazione di Maduro e Flores è stata indicata come priorità assoluta del suo mandato. La presidente incaricata ha spiegato che il rapporto di governo 2025 presentato al Parlamento è stato redatto dallo stesso Maduro e completato poche ore prima del suo sequestro.

Un documento che contiene il piano politico denominato “Reto Admirable”, ispirato alla Campagna Ammirabile di Simón Bolívar. Rodríguez ha denunciato il blocco navale imposto dagli Stati Uniti e il tentativo di soffocare il Venezuela come paese esportatore di energia, negandogli il diritto di commerciare liberamente le proprie risorse strategiche. Ha inoltre sottolineato la gravità senza precedenti dell’attacco di una potenza nucleare contro il paese sudamericano. Il Messaggio alla Nazione, previsto dalla Costituzione, assume quest’anno un carattere storico e straordinario.

Le istituzioni, ha ribadito Rodríguez, restano pienamente operative per garantire continuità amministrativa e sovranità nazionale, mentre imponenti mobilitazioni popolari chiedono la liberazione immediata del presidente e della prima combattente.


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Putin: “Serve una nuova architettura di sicurezza per fermare il conflitto in Ucraina”

La pace in Ucraina deve essere raggiunta il prima possibile, ma per farlo è necessario tornare a discutere una nuova e più equa architettura di sicurezza internazionale. È il messaggio lanciato da Vladimir Putin il 15 gennaio durante la cerimonia di consegna delle credenziali ai nuovi ambasciatori stranieri al Cremlino. Secondo il presidente russo, la crisi ucraina è il risultato di anni dove gli interessi di sicurezza della Russia sono stati volutamente ignorati, in particolare attraverso l’espansione della NATO verso est.

Putin ha descritto un contesto globale sempre più degradato, in cui la diplomazia viene spesso sostituita da azioni unilaterali e pericolose. Mosca, ha ribadito, chiede con maggiore forza il rispetto del diritto internazionale e sostiene il rafforzamento del ruolo centrale delle Nazioni Unite negli affari mondiali. La sicurezza, ha sottolineato, deve essere “eguale e indivisibile” e non può essere garantita a scapito di altri Paesi.

Pur riconoscendo che i rapporti tra Russia ed Europa restano oggi difficili, Putin ha dichiarato che Mosca è pronta a ricostruirli, a condizione che vengano rispettati gli interessi reciproci, in particolare in materia di sicurezza.

Un’apertura che si inserisce nella visione russa di un ordine mondiale multipolare e più bilanciato.

 

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Trump minaccia di invocare la Legge sull'Insurrezione per fermare le proteste contro l'ICE in Minnesota

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha lanciato un duro avvertimento dichiarando di poter invocare la Legge sull’Insurrezione e dispiegare ulteriori truppe federali in Minnesota. La minaccia è diretta contro le autorità statali a guida democratica, accusate di non riuscire a porre fine alle proteste contro gli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE). Per settimane, le operazioni di controllo migratorio dell’ICE hanno seminato terrore nei quartieri con retate e arresti, scatenando un’ondata di manifestazioni.

Attraverso la sua piattaforma Truth Social, Trump ha scritto in tono minaccioso che “se i politici corrotti del Minnesota non fanno rispettare la legge e non fermano gli agitatori professionisti che attaccano i patrioti dell’ICE, che stanno solo facendo il loro dovere, ricorrerò alla Legge sull’Insurrezione, qualcosa che diversi presidenti hanno fatto prima di me”. L’avvertimento giunge il giorno dopo che un agente federale ha sparato e ferito un uomo durante una manifestazione a Minneapolis, protesta scatenata dalle retate migratorie volute dall’Amministrazione Trump. L’incidente ha riacceso la paura e l’indignazione nella città, già scossa dall’uccisione di Renee Good, 37 anni, per mano di un agente dell’ICE.

Trump ha ripetutamente minacciato di invocare la Legge sull’Insurrezione per mobilitare l’esercito o la Guardia Nazionale, nonostante l’opposizione di diversi governatori. Storicamente, questa norma è stata utilizzata più di due dozzine di volte; l’ultima risale al 1992, quando il presidente George H. W. Bush, su richiesta delle autorità locali, intervenne per sedare i disordini a Los Angeles dopo il caso di brutalità poliziesca ai danni dell’automobilista afroamericano Rodney King.

Il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha affermato che dall’inizio di dicembre sono stati registrati oltre 2.000 arresti in Minnesota e ha promesso di continuare le operazioni. Già questo mercoledì, agenti federali hanno disperso manifestanti a Minneapolis usando gas lacrimogeno, vicino al luogo dell’ultima sparatoria. Il capo della polizia, Brian O’Hara, ha definito la concentrazione “un’assemblea illegale” e ha chiesto ai presenti di disperdersi.

???????????? | Ciudadanos estadounidenses se manifiestan en contra de los asesinatos perpetrados por el #ICE. El rechazo al Gobierno de Donald Trump alcanza ya un 57%.

#HenryCamelo pic.twitter.com/tgkFGgPmJW

— teleSUR TV (@teleSURtv) January 14, 2026

Le proteste a Minneapolis sono diventate frequenti dall’omicidio di Good lo scorso 7 gennaio. Gli agenti sono intervenuti in strade e abitazioni, scontrandosi con cittadini che chiedono il ritiro delle forze federali. Il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, ha affermato che la città affronta “una situazione impossibile”. Ha inoltre denunciato che la forza federale, cinque volte superiore alla polizia locale che conta 600 agenti, ha “invaso” la città, generando paura e rabbia tra la popolazione. La tensione rimane altissima, mentre la minaccia di un’escalation militare-federale pende sulla comunità.

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Scenari divergenti: la Cina avanza nell'economia, gli USA nelle crisi


di Alex Marsaglia

C’è un’immagine che evidenzia tutto il caos che regna nell’Occidente collettivo oggi: il dito medio di Trump alzato ad un operaio della Ford che gli dava del pedofilo in riferimento ai file Epstein. Quegli stabilimenti in decadenza, che Trump aveva promesso di rilanciare, potrebbero rappresentare la tomba del suo mandato che si sta avvitando nell’ennesima guerra nel bel mezzo della nuova rivolta interna in riferimento all’assassinio di Renee Nicole Good da parte dell’ICE.

Non solo il consenso di Trump sta scemando con l’avvicinarsi delle elezioni di Midterm, ma i dati economici dell’avversario cinese non sono per nulla incoraggianti. Infatti in questo 2026 appena iniziato i dati sulla crescita economica, produttiva e commerciale della Cina sono impressionanti: nel 2025 nonostante le tariffe imposte da Trump con la sua guerra commerciale al dragone cinese abbiano determinato un calo del 20% dell’export negli Stati Uniti, Pechino se ne è infischiata della domanda americana e ha registrato un surplus commerciale record di 1,19 trilioni di dollari. Già perché, appena voltato l’anno, mentre gli Stati Uniti erano impegnati a seguire la morale di Trump e a violare il diritto internazionale rapendo il Presidente legittimo del Venezuela Maduro, la Cina continuava incessantemente a curare i propri interessi commerciali e si lanciava in un tour dell’Africa guidato dal Ministro degli Esteri Wang Yi. Alla portavoce del Ministero veniva lasciata l’incombenza di formulare le risposte in punto di diritto internazionale agli Stati Uniti, mentre il Ministro degli Esteri cinese si preoccupava di approfondire le già consolidate relazioni africane. Questo atteggiamento, oltre ad essere rivelatore dal lato prettamente politico di calma, assertività e sicurezza tipiche di uno Stato egemonico è anche indicatore di una politica economica ben precisa: la Cina intende fare con l’Africa e il Sud Globale ciò che ha fatto a se stessa. Infatti, le relazioni economico commerciali con l’ASEAN e l’Africa sono state curate negli anni a partire dal primo decennio del nuovo millennio con un’attenta politica di investimenti al fine di incrementare spazi di mercato e spedizioni. I dati del 2019 (immagine 1) rivelavano già come durante la prima presidenza Trump la Cina avesse stabilito saldamente il controllo dell’altra area di mercato più popolosa del pianeta dopo l’Asia. Una breve infografica riassume poi gli investimenti infrastrutturali realizzati per la localizzazione industriale in questo primo ventennio degli anni 2000 (immagine 2).

Oggi il dislocamento di attività produttive, lo sviluppo commerciale e finanziario bilaterale stanno facendo  dell’Africa un vero e proprio mercato in rapida crescita. I dati del 2025 sono impressionanti e vedono le esportazioni della Cina verso il continente africano crescere del 5,5% su base annua, a 3,77 trilioni di dollari, con importazioni stabili a 2,58 trilioni di dollari. Le spedizioni ai Paesi ASEAN sono incrementate del 13,4% su base annua rendendo l’Africa il più grande blocco di partner commerciali della Cina. Il dato di crescita e sviluppo è ancora più evidente da un dato che agli occidentali piace molto: le esportazioni cinesi in Africa sono aumentate del 25,8% nel solo 2025. Solo nel recente viaggio diplomatico cinese dal 7 al 12 gennaio in Etiopia, Tanzania e Lesotho la Cina ha firmato importanti contratti e memorandum d’intesa per la costruzione di impianti fotovoltaici in Egitto e Ciad in grado di generare energia a basso costo favorendo la localizzazione industriale, oltre a siglare piani di sviluppo nazionale con la Liberia. Questo senza contare i piani che l’Africa sta già portando avanti con la Russia per l’espansione dell’energia nucleare come importante vettore di localizzazione industriale e rilancio produttivo. 

Il viaggio di Wang Yi si è poi concluso con una saldatura dell’asse dei BRICS definendo l’agenda 2026, l’anno di scambio popolare Cina-Africa, che prevede l’accelerazione della cooperazione pratica con l’attuazione del trattamento tariffa zero per gli scambi tra i popoli sino-africani. Tale asse prevede anche il sostegno politico cinese al Sudafrica nel ruolo di guida affidabile del continente sulla scena internazionale e la promozione del multilateralismo e della Difesa congiunta in opposizione all’egemonia statunitense. Non è nemmeno un caso che proprio in Sudafrica e proprio nel nuovo anno siano state avviate le più grandi esercitazioni delle marine militari dei BRICS a livello congiunto, con l’operazione “Volontà di Pace 2026”. L’obiettivo ufficiale di queste esercitazioni con  esponenti provenienti da tutti i BRICS+ è proprio quello di curare e difendere le rotte commerciali dagli atti di pirateria e di stabilizzazione delle rotte strategiche, mentre abbiamo visto che gli Stati Uniti intendevano esercitare un blocco navale davanti alle coste del Venezuela che evidentemente sull’onda dell’esaltazione della Dottrina Donroe consideravano la loro cinquantunesima colonia. Invece, nonostante gli atti di bullismo, i commerci sono andati avanti e non solo in America Latina come abbiamo visto. La Cina si è affermata come prima potenza navale mondiale a livello civile e militare per numero di navi e lavora all’interno delle sue alleanze per poter continuare ad operare in sicurezza. I più grandi studiosi di transizioni egemoniche hanno sempre individuato questo tratto caratteristico come elemento fondamentale, rilevando come «nel corso di queste battaglie (egemoniche) gli stati fiancheggiatori videro il loro potere aumentare e la nazione marittima con la maggior potenza navale e il vantaggio geostrategico di avere un accesso privilegiato alle risorse extraeuropee diventò la nuova potenza egemonica»1.
In tutto questo l’Africa si sta strutturando grazie alla spinta sino-russa come punta di diamante del Sud Globale e sta insomma lavorando con l’aiuto dei BRICS per tornare agli africani. L’obiettivo è mettere il continente nelle condizioni di accedere ad altre fonti di finanziamento energetiche e finanziarie che contrastino con le fonti tradizionali. In un mondo che ruota attorno agli assi dell’energia, della difesa strategica e della globalizzazione vuol dire fare dell’Africa un vettore di crescita. Certamente, con un Occidente sempre più chiuso su se stesso e gli Stati Uniti impegnati a bombardare anche l’Africa (si veda il recente attacco alla Nigeria), vedremo a vantaggio di chi.

1. G. Arrighi, B.J.Silver, Caos e governo del mondo. Come cambiano le egemonie e gli equilibri planetari, Mondadori, Milano, 2003, p. 105

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Russia-Cuba: Putin ribadisce sostegno di Mosca per sovranità e indipendenza

Il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha espresso la piena solidarietà di Mosca a L'Avana, affermando: "Siamo solidali con Cuba nella sua determinazione a difendere la sua sovranità e indipendenza". Nel corso di una cerimonia al Cremlino per la presentazione delle lettere credenziali diplomatiche, il leader russo ha definito i legami bilaterali come "relazioni veramente solide e amichevoli", ricordando che "abbiamo sempre fornito e continuiamo a fornire assistenza ai nostri amici cubani". Putin ha fondato questa storica alleanza sulla "sincera empatia reciproca dei popoli di entrambi i paesi".

Il Presidente ha inoltre dettagliato la cooperazione economica, sottolineando: "Implementiamo congiuntamente progetti vitali per l'economia cubana nei settori dell'energia, della metallurgia, delle infrastrutture di trasporto e della medicina", mentre lavorano per ampliare gli scambi culturali e umanitari.

Queste dichiarazioni di sostegno arrivano in un momento di crescenti tensioni regionali, seguite all'aggressione militare statunitense in Venezuela. L'amministrazione del Presidente Donald Trump ha infatti inasprito le minacce contro Cuba, con lo stesso Trump che ha ventilato l'opzione di "entrare e distruggere" l'isola per forzare un cambiamento politico.

Il Presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, ha respinto con fermezza queste minacce, ribadendo che Cuba è "una nazione libera, indipendente e sovrana" e che "nessuno ci dice cosa fare", esprimendo la volontà di difendere la Patria fino all'ultima goccia di sangue. Ha confermato l'assenza di dialoghi con Washington, eccetto contatti tecnici in ambito migratorio, e ha chiesto che le relazioni si basino sul Diritto Internazionale e non sulla coercizione.

Le minacce statunitensi si collocano all'interno del blocco economico e commerciale mantenuto da Washington contro L'Avana da oltre sei decenni, un embargo rafforzato da numerose misure coercitive unilaterali e condannato quasi universalmente dalla comunità internazionale, inclusa ripetutamente dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Parallelamente, il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, ha denunciato pubblicamente l'intensificazione delle aggressioni verbali e politiche statunitensi delle ultime settimane, miranti a minare la sovranità nazionale. In un incontro con il corpo diplomatico a L'Avana, Rodríguez ha messo in guardia sui continui tentativi di destabilizzazione da parte degli Stati Uniti, iniziati dopo il sequestro del Presidente Maduro e di sua moglie, e considerati un rischio per la stabilità regionale.

Me reuní con representantes del Cuerpo Diplomático acreditado en La Habana, a quienes trasladé las posiciones de #Cuba ante la actual situación regional y global.

Denuncié las amenazas expresadas por el gobierno de EEUU contra nuestro país y sus peligros para la paz, la… pic.twitter.com/I5dEUd4grT

— Bruno Rodríguez P (@BrunoRguezP) January 14, 2026

Rodríguez ha respinto le dichiarazioni di Trump, il quale ha sostenuto che Cuba sembrava "pronta a cadere" e ha fatto riferimento alla possibilità di interrompere il flusso di petrolio e finanziamenti dal Venezuela. Queste azioni, ha affermato il Ministro, costituiscono una violazione dei diritti umani, ed ha esortato la comunità internazionale a condannare le misure coercitive che colpiscono la popolazione.

Il governo cubano ha annunciato che onorerà i 32 membri della sicurezza presidenziale venezuelana uccisi nell'aggressione militare, con una cerimonia funebre a L'Avana, in segno di solidarietà con il popolo venezuelano e di rifiuto delle incursioni militari. Il Cancelliere ha infine reiterato che Cuba difenderà la propria indipendenza e non accetterà pressioni esterne miranti ad alterare il suo ordine politico.

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I fondatori del mortale GHF "plasmano" la nuova amministrazione per Gaza sostenuta dagli Stati Uniti

 

Secondo quanto riportato dal Financial Times (FT), molte delle figure che emergono come attori chiave nella nuova amministrazione per Gaza sostenuta dagli Stati Uniti erano centrali per la Gaza Humanitarian Foundation (GHF) di Washington.

Il GHF è stato un mortale programma di aiuti tra Stati Uniti e Israele, introdotto a maggio, che è stato responsabile della morte di centinaia di palestinesi affamati in cerca di aiuti. 

 

Secondo il rapporto del FT, il comitato esecutivo di Gaza, che sarà annunciato a breve e che opererà direttamente sotto la guida di un "Consiglio per la pace" guidato da Trump, è "modellato" da diverse persone vicine a Israele. 

Tra questi figurano il consigliere militare capo del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, Roman Gofman, e l'investitore israelo-americano Michael Eisenberg, che ha consigliato il premier israeliano fin dall'inizio del cessate il fuoco. 

Tra gli altri coinvolti ci sono il politico statunitense-israeliano Aryeh Lightstone e l'imprenditore israeliano della sicurezza informatica Liran Tancman, legato al Mossad.

Tutti e quattro questi uomini erano coinvolti nella fondazione del GHF. Il mortale programma di aiuti portò all'uccisione di circa 2.000 palestinesi nel giro di sei mesi.

Con il pretesto dell'assistenza umanitaria, i palestinesi sono stati stipati in spazi ristretti e hanno ricevuto quantità limitate di aiuti per mesi, mentre le truppe israeliane e i contractor statunitensi aprivano regolarmente il fuoco contro i richiedenti aiuti disarmati.

L'annuncio del "Board of Peace" di Trump avrebbe dovuto avvenire questa settimana, ma è stato posticipato. Secondo alcune indiscrezioni, il comitato esecutivo che opererà sotto il consiglio potrebbe essere annunciato già mercoledì.

"Diciotto funzionari palestinesi hanno ricevuto l'invito a unirsi al comitato che sostituirà Hamas", hanno riferito alcune fonti al New Arab

Ali Shaath, ex viceministro della pianificazione dell'Autorità Nazionale Palestinese (ANP), è stato designato a presiedere il comitato, mentre il funzionario dell'intelligence in pensione Mohammed Nisman dovrebbe assumere il controllo della sicurezza.

Secondo le fonti, la riunione del comitato dovrebbe tenersi giovedì nella capitale egiziana.

Si prevede che il "Consiglio della Pace", che sarà annunciato in seguito, comprenderà 15 leader mondiali provenienti da paesi come Regno Unito, Francia, Germania, Arabia Saudita, Qatar ed Egitto.

Hamas ha ripetutamente dichiarato di essere pronta a cedere il potere a un organismo indipendente di tecnocrati palestinesi, come previsto dalla tregua.

Rifiuta il disarmo finché non sarà formato uno Stato palestinese indipendente, ma si è detta aperta a un'iniziativa che "congelerebbe" le sue armi per un certo periodo di tempo.

Il gruppo ha sottolineato che la seconda fase dell'accordo di cessate il fuoco non potrà avere inizio finché Israele non porrà fine a tutte le violazioni.

Israele ha ucciso almeno 442 palestinesi da quando è stato raggiunto il "cessate il fuoco" sostenuto dagli Stati Uniti nell'ottobre dello scorso anno, ha riferito il Ministero della Salute di Gaza. Oltre 1.200 persone sono rimaste ferite.

Tel Aviv continua a colpire indiscriminatamente i civili, giustificando gli attacchi con il pretesto di presunte "minacce alla sicurezza", mentre persiste nella persecuzione violenta dei leader della resistenza senza riguardo per i termini dell'accordo di cessate il fuoco. Anche il blocco di Gaza rimane in vigore, aggravando ulteriormente la crisi umanitaria.

Alcune fonti hanno riferito al Times of Israel in un articolo pubblicato l'11 gennaio che l'esercito israeliano ha elaborato piani per un nuovo assalto nella Striscia di Gaza, mirato ad espandere le aree sotto il controllo di Tel Aviv, violando il cessate il fuoco.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Funzionari israeliani e arabi esortano Trump a "frenarsi" dall'attaccare l'Iran

 

Funzionari israeliani e arabi stanno esortando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump a "astenersi" dall'attaccare l'Iran finché la Repubblica islamica non sarà ulteriormente indebolita dai disordini, hanno riferito alcune fonti alla NBC News il 13 gennaio. 

"Negli ultimi giorni, funzionari israeliani e arabi hanno dichiarato all'amministrazione Trump di credere che il regime iraniano potrebbe non essere ancora indebolito al punto che gli attacchi militari statunitensi rappresenterebbero il colpo decisivo per rovesciarlo", secondo le fonti.

Le fonti hanno aggiunto che i funzionari hanno suggerito a Trump di "astenersi per ora dagli attacchi su larga scala", preferendo che Washington "aspetti che il regime sia ancora più sotto pressione".

Una fonte araba ha precisato che c'è "una mancanza di entusiasmo da parte del vicinato" per gli attacchi degli Stati Uniti contro l'Iran, mentre un'altra ha affermato che ci sono preoccupazioni che "qualsiasi attacco o escalation da parte di Israele o degli Stati Uniti possa unire gli iraniani".

"I funzionari israeliani hanno detto all'amministrazione Trump che, pur sostenendo pienamente il cambio di regime in Iran e gli sforzi degli Stati Uniti per facilitarlo, sono preoccupati che un intervento militare esterno in questo momento potrebbe non portare a termine il lavoro iniziato dai manifestanti... gli israeliani hanno suggerito che altri tipi di azioni statunitensi volte a destabilizzare il regime e a sostenere i manifestanti potrebbero contribuire a indebolire ulteriormente il regime al punto che attacchi più ampi potrebbero quindi essere decisivi", hanno ribadito altre fonti. 

Tra queste possibili azioni rientrano nuove sanzioni, attacchi informatici, il blocco del blackout di Internet in Iran o attacchi mirati ai leader iraniani, hanno aggiunto le fonti.

Un altro articolo, pubblicato dal Wall Street Journal (WSJ), ha confermatoche gli stati arabi guidati dall'Arabia Saudita e dall'Oman stavano cercando di impedire un attacco all'Iran. 

"Arabia Saudita, Oman e Qatar stanno dicendo alla Casa Bianca che un tentativo di rovesciare il regime iraniano scuoterebbe i mercati petroliferi e, in ultima analisi, danneggerebbe l'economia statunitense. Soprattutto, temono le conseguenze in patria", hanno riferito alcune fonti al WSJ. "I funzionari sauditi hanno assicurato a Teheran che non si sarebbero coinvolti in un potenziale conflitto né avrebbero permesso agli Stati Uniti di usare il loro spazio aereo per attacchi aerei".

Gli Emirati Arabi Uniti "non hanno preso parte alle attività di lobbying".

Secondo quanto riportato dai media ebraici durante la guerra di 12 giorni tra Israele e Iran, durata giugno, l'Arabia Saudita ha fornito supporto di intelligence a Israele e ha aperto il suo spazio aereo ai jet israeliani per attaccare la Repubblica islamica. 

All'epoca, anche alcuni organi di stampa israeliani affermarono che gli aerei da guerra di Tel Aviv avevano abbattuto droni iraniani nello spazio aereo saudita. 

Le nuove notizie giungono mentre Trump minaccia un attacco all'Iran. 

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Gruppi curdi armati "inviati" dall'Iraq per unirsi alle rivolte in Iran

 

 

Secondo quanto riferito da alcune fonti alla Reuters il 14 gennaio, i miliziani appartenenti ai gruppi separatisti curdi hanno cercato di attraversare il confine con l'Iran dall'Iraq per unirsi alle violenze antigovernative che si stanno verificando in tutto il Paese.

"L'intelligence turca ha avvisato l'IRGC che i combattenti curdi stavano attraversando la frontiera negli ultimi giorni", hanno precisatole fonti.

Un funzionario iraniano, a condizione di anonimato avrebbe affermato che le autorità si sono scontrate con questi elementi, che cercano di "creare instabilità e trarre vantaggio dalle proteste".

"I combattenti erano stati inviati dall'Iraq e dalla Turchia... Teheran ha chiesto a quei paesi di interrompere qualsiasi trasferimento di combattenti o armi all'Iran", ha continuato la fonte. 

Per anni l'Iran ha dovuto affrontare attacchi transfrontalieri da parte dei separatisti curdi appartenenti al Partito Democratico del Kurdistan dell'Iran (KDPI). 

Durante le proteste e le rivolte del 2022 in Iran, le forze di sicurezza sono state ripetutamente sotto attacco da parte di elementi armati legati al KDPI e ad altre organizzazioni militanti curde. All'epoca, l'ex capo della sicurezza nazionale statunitense John Bolton ammise apertamente che armi provenienti dalla regione del Kurdistan iracheno venivano introdotte clandestinamente in Iran, dove i separatisti le usavano contro le truppe governative. 

La rivelazione della Reuters arriva mentre l'Iran sta affrontando proteste diffuse, violente rivolte su larga scala e disordini. Oltre 100 membri delle forze di sicurezza e decine di civili sono stati uccisi dai rivoltosi, sostenuti dall'intelligence israeliana. 

Dall'inizio dei disordini, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ripetutamente minacciato di attaccare l'Iran.

"Gli aiuti sono in arrivo", ha detto martedì il presidente, rivolgendosi ai manifestanti antigovernativi e ai rivoltosi sostenuti dal Mossad.

L'Iran ha promesso una dura risposta a qualsiasi attacco, compresi gli attacchi alle basi statunitensi e a quelle di Israele.

"Sia chiaro: in caso di attacco all'Iran, i territori occupati, così come tutte le basi e le navi statunitensi, saranno il nostro obiettivo legittimo", ha dichiarato nel fine settimana il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, mettendo in guardia contro qualsiasi "errore di calcolo".

Durante la guerra tra Israele e Iran, durata 12 giorni a giugno, i missili balistici iraniani hanno colpito direttamente diversi siti militari israeliani, causando ingenti distruzioni in tutto il territorio israeliano. Teheran ha anche risposto all'attacco statunitense ai suoi impianti nucleari prendendo di mira la base di Al-Udeid in Qatar.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Com'è venuto fuori Reza Pahlavi quale "alternativa" alla Repubblica islamica dell'Iran?

 

Forse il popolo iraniano ha nostalgia del regime di Pahlavi?

Oppure il figlio dello Shah gode di un carisma irresistibile?

Veramente qualcuno può razionalmente ipotizzare che le donne iraniane vogliano barattare una minigonna con un regime monarchico colonia degli USA e di Israele?

Ma procediamo con ordine.

Chi ha creato, letteralmente, il "mito" del figlio dello Shah e riproposto, accanto alle bandiere di Israele, i vecchi stendardi con il leone?

Si tratta di un'operazione veramente da manuale e credo che sia utile raccontarla.

L'indagine è  stata pubblicata ad ottobre del 2025 dal giornale israeliano Haaretz.
L'inchiesta di TheMarker e Haaretz svela l'esistenza di campagne on line finanziate da Israele per promuovere Reza Pahlavi figlio.

Dagli inizi del 2025, ma probabilmente anche da prima, una rete coordinata di account sui social media, in lingua persiana, ha iniziato a promuovere Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah iraniano deposto e cacciato nel 1979.

La campagna digitale è stata gestita da un’azienda israeliana.
L’operazione si è intensificata in concomitanza con eventi chiave all’interno dell’Iran, come proteste popolari o attacchi mirati contro infrastrutture del regime.

La rete si è  rivelata composta da decine di profili falsi, principalmente su X, Instagram e Telegram.
Questi account:
- si presentavano come cittadini iraniani comuni;
- usavano foto profilo generate artificialmente (AI);
- interagivano tra loro per simulare consenso popolare.

Uno degli aspetti più rilevanti dell’inchiesta è la scoperta di una sincronizzazione tra l’attività online e le azioni militari israeliane, con diffusione delle notizie prima che fossero confermate.

Molti profili risultavano creati nello stesso periodo e mostravano schemi di comportamento coordinato, tipici delle operazioni di disinformazione.

L’articolo di Haaretz sottolinea che la campagna ha fatto ampio uso di strumenti di intelligenza artificiale per generare immagini e video di rivolte in Iran e creare “notizie” false attribuite a media internazionali.

Alcuni contenuti simulavano, infatti, servizi della BBC Persian o dichiarazioni inesistenti di attivisti iraniani, rendendo difficile distinguere il falso dal reale.

Il messaggio centrale dell’operazione era la presentazione di Reza Pahlavi come leader naturale dell’opposizione iraniana.
I contenuti lo descrivevano come: figura unificatrice; garante di un Iran laico e democratico; erede legittimo di un passato pre-islamico idealizzato.

Uno degli aspetti più rilevanti dell’inchiesta è la scoperta di una sincronizzazione tra l’attività online e azioni militari israeliane.
In almeno un caso, account della rete hanno diffuso notizie su un attacco israeliano in Iran prima che fossero confermate pubblicamente, suggerendo la possibilità di accesso anticipato alle informazioni.

Questo elemento ha rafforzato il sospetto che la campagna fosse coordinata con apparati statali.

L’articolo cita il ruolo di Gila Gamliel, ex ministra israeliana dell’Intelligence.


Gamliel ha invitato Reza Pahlavi in Israele e lo ha presentato pubblicamente come un possibile attore di cambiamento per l’Iran.

Il Citizen Lab dell’Università di Toronto ha analizzato la campagna, identificando:
infrastrutture digitali comuni; pattern di pubblicazione coordinati; utilizzo sistematico di contenuti falsi.

I giornalisti autori dell'indagine,
Gur Megiddo Omer Benjakob, fanno anche presente che all'inizio del 2023, Reza Pahlavi ha fatto la sua prima visita ufficiale in Israele.
Plausibilmente il piano di manipolazione e di eversione era già stato concordato.

Può un governo accusato di genocidio e crimini contro l'umanità, che uccide donne e bambini a Gaza e in Cisgiordania, voler "salvare" i diritti umani delle donne iraniane?
E Trump, che reprime ferocemente a casa sua le enormi proteste contro le violenze delle squadracce dell'ICE, (che hanno assassinato una donna bianca e statunitense, madre di 3 figli, a sangue freddo), come può affermare che ricorrerà a qualsiasi mezzo per difendere i manifestanti in Iran?

Siamo molto oltre Orwell.

Troppo.
 
Ma vediamo di ricordare anche chi era Reza Pahlavi.
 
Chi era lo Scià, Mohammad Reza Pahlavi?

L’Iran Ebrat Museum, a Teheran, documenta i crimini e le torture contro i prigionieri politici nell’Iran dello Scià Pahlavi, rovesciato nel 1979 grazie alla Rivoluzione Islamica condotta dall’Imam Khomeini.

Nel corso degli anni ’70, migliaia di prigionieri politici sono stati detenuti in celle minuscole e torturati dal Comitato misto Anti Sabotaggio, un ramo della criminale Savak (National intelligence e Organizzazione per la sicurezza), creata dalla Cia nel 1957 e addestrata dal Mossad.

La Savak, nota in Iran per i suoi metodi brutali, nazisti, controllava tutti gli aspetti della vita politica e sociale iraniana. Ai giornalisti, agli insegnanti, agli artisti, a tutti gli scrittori e accademici veniva imposta una rigida vigilanza  e censura totale.
Le università, i sindacati e le varie organizzazioni erano tutte soggette all’intensa sorveglianza degli agenti della Savak e dei suoi informatori.

Questo era l’Iran dello Scià, colonia degli Stati Uniti, dove gli orrendi crimini commessi contro il popolo iraniano non urtavano, però, le "sensibilità" di un complice e colpevole Occidente "democratico". 

Non dobbiamo dimenticare la Storia, quella vera.
Non dobbiamo  smettere di cercare, di porci domande, di esercitare la capacità di analisi critica e informare.
Ma, soprattutto, non dimentichiamo chi sono i carnefici di ieri e di oggi.
 
Fonti:
 

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LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Quando la piazza diventa un campo di battaglia geopolitico: l’Iran sotto attacco

Negli ultimi giorni l’Iran è stato attraversato da violenti disordini che, come denunciano con forza da Teheran, non sono il frutto di una protesta spontanea ma di un’operazione pianificata da servizi d’intelligence stranieri. Diverse persone arrestate avrebbero confessato di aver ricevuto fondi dall’estero e, in alcuni casi, anche addestramento in altri Paesi, con l’obiettivo di creare un pretesto per un’escalation militare contro la Repubblica Islamica.

Mentre le operazioni di sicurezza proseguono, mercoledì a Teheran si sono svolti imponenti funerali per circa 300 cittadini iraniani, tra civili e membri delle forze di sicurezza, uccisi durante i giorni di violenze. Il corteo, partito dall’Università di Teheran fino all’incrocio Valiasr, è stato il più grande mai registrato nella capitale, trasformandosi in una dimostrazione di unità nazionale e coesione interna.

Secondo il Ministero dell’Intelligence, le proteste inizialmente legate a rivendicazioni economiche sono poi state fatte deragliare in rivolte armate, con attacchi a moschee, infrastrutture pubbliche e forze di sicurezza. Le autorità denunciano azioni palesemente coordinate, con il coinvolgimento di gruppi terroristici collegati all’entità sionista israeliana e con il sostegno logistico e finanziario di Stati Uniti e Mossad. Finora sono stati arrestati centinaia di responsabili, sequestrate armi ed esplosivi e aperti numerosi fascicoli giudiziari.

Intanto arriva un ennesimo cambio di posizione da Washigton, l’ondivago presidente statunitense Donald Trump ha dichiarato che, secondo “fonti affidabili”, sarebbero cessate le uccisioni e non sarebbero quindi previste missioni militari per colpire in Iran. Teheran, da parte sua, ha smentito le cifre gonfiate diffuse da alcuni media occidentali, ribadendo la distinzione tra protesta legittima e tentativi di destabilizzazione pilotati dall’esterno.


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Venezuela, Iran e Nigeria: le tappe di uno scontro con la Cina


di Alessandro Volpi*


Una chiave di lettura. Donald Trump, dopo aver compreso che una guerra commerciale, basata sui dazi, nei confronti della Cina sarebbe un suicidio, sembra aver scelto un'altra strada. Si tratta di "affamare" la Cina, sfruttando le sue principali debolezze. L'ex impero celeste, infatti, è dipendente dalle importazioni di petrolio e gas e da quelle di generi alimentari. La Cina importa circa il 75% del greggio che consuma e il 45% del gas, che costituiscono, insieme, la terza voce energetica della Cina, pari al 30% del totale. Il principale fornitore di gas e petrolio cinese è la Russia, insieme all'Arabia Saudita e all'Iran, che indirizza il 90% delle sua produzione in Cina, passando per la Malesia.

Per quanto riguarda i generi alimentari, la Cina registra una dipendenza fortissima dalla soia brasiliana - quasi il 70% del totale - che è indispensabile per i fondamentali allevamenti di bestiame e di pollame cinesi. La Cina ha poi una dipendenza strutturale da Malesia e Indonesia per la centralità dello Stretto di Malacca, un imbuto di 2,5 Km, da cui passano molte delle importazioni cinesi. La strategia trumpiana, alla luce di ciò, sembra essere quella di isolare il Brasile in America Latina, accerchiandolo e sottoponendo il continente alla pressione militare Usa e, al contempo, di tagliare i rifornimenti energetici, rompendo il legame tra Cina e Iran e convincendo la Russia ad alzare i prezzi del petrolio e del gas venduti alla Cina, riducendo le esportazioni.

Quanto a Malesia e Indonesia, lo sforzo Usa è quello di aumentare la pressione nei loro confronti con la presenza delle big tech, con i dazi e con la flotta militare. Venezuela, Iran, Nigeria, America Latina son così le tappe di uno scontro con la Cina, nella convinzione maturata da Trump che senza un radicale ridimensionamento del peso strategico cinese, la credibilità della pericolante economia Usa, del suo debito e del dollaro non può reggere. In questo senso Trump è un vero giocatore d'azzardo, pericolosissimo perché intenzionato a giocare solo con le sue regole, fidando sulla imbelle inerzia europea, votata ad una subordinazione pavloviana, sapientemente coltivata dalla finanza, e sulla possibilità di "spacchettare" i Brics; una scommessa drammatica perché praticamente impossibile, ma destinata a compiere disastri, ancora una volta in nome della libertà.


*Post Facebook del 14 gennaio 2026

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La caduta della donna simbolo dell’Euromaidan


di Clara Statello per l'AntiDiplomatico

La leader politica ucraina e imprenditrice di successo Yulia Tymoshenko è accusata dagli organismi nazionali per l’anticorruzione di compravendita di voti in parlamento. L’indagine condotta da NABU e SAP porta alla luce lo schema di consenso che consente al presidente Volodymyr Zelensky di mantenere il controllo la Verkhovna Rada. 

Yulia Tymoshenko era stata già arrestata nel 2001, con l’accusa di contrabbando di gas, e nel 2011 per  abuso di potere, condannata a sette anni per aver firmato nel 2009 dei contratti con Gazprom. Nonostante ciò, durante l’Euromaidan i media parlarono di lei come di una prigioniera politica del “regime di Yanukovich”. Per il suo rilascio vennero organizzate campagne mediatiche e in Italia si mosse persino Laura Boldrini, al tempo presidente della Camera. L’immagine della Timoshenko appena rilasciata dal carcere, mentre si rivolgeva alle folle da una sedia a rotelle, divenne il simbolo della cosiddetta Rivoluzione della Dignità del popolo ucraino.

Adesso NABU pubblica le sue immagini accanto a mazzette di dollari e l’ accusa di aver offerto “vantaggi illeciti a una serie di deputati appartenenti a fazioni non guidate da questa persona, in cambio di voti "a favore" o "contro" specifici progetti di legge”, si legge in una nota ufficiale di NABU, in cui viene specificata la violazione della parte 4 dell'articolo 369 del Codice penale ucraino. Il reato prevede il carcere da quattro a otto anni, con o senza confisca dei beni. 

In particolare Tymoshenko avrebbe offerto ai parlamentari contattati fino a 5000 dollari a voto, per due sessioni mensili. Secondo l’anticorruzione ucraina si tratta di un sistema consolidato per gestire le influenze in parlamento, non di una tantum. 

Durante la notte gli agenti anticorruzione hanno passato a setaccio la sede del suo partito Batkivshchyna (Patria). Tymoshenko ha ricevuto una sospensione e le sono stati sequestrati cellulare e dispositivi elettronici. 

Perquisita la sede del partito

A conclusione delle perquisizioni degli uffici del partito, è arrivata una dichiarazione dell’indagata, che ha “respinto categoricamente” le accuse. Ha definito le attività investigative “un’operazione di propaganda”, che non avrebbe “nulla a che vedere con il diritto né con la legge”. 

Come nel 2011, l’ex premier ucraina ha giocato la carta della persecuzione politica. In base a quanto riferisce in un post di Facebook le perquisizioni sarebbero state condotte da “almeno trenta uomini armati sino ai denti” che avrebbero “sequestrato l’edificio” e “preso in ostaggio gli impiegati” senza “mostrare alcun documento”. Secondo lei, questa mossa indicherebbe che le elezioni presidenziali si stanno avvicinando. 

“Respingo categoricamente tutte queste accuse assurde. A quanto pare le elezioni sono molto più vicine di quanto si pensasse. E qualcuno ha deciso di iniziare la “bonifica” dei concorrenti. Nessuno potrà spezzarmi né fermarmi. Anche questa volta dimostreremo la verità“.

I nastri Tymoshenko

I fatti riguardano dicembre 2025. Come emerge dalle registrazioni pubblicate dall’agenzia, Yulia Timoshenko ha avuto delle conversazioni con alcuni deputati riguardo “all'introduzione di un meccanismo sistematico per fornire vantaggi illeciti in cambio di un comportamento leale durante le votazioni”.

Secondo gli investigatori “non si trattava di accordi occasionali, ma di un meccanismo di collaborazione regolare, che prevedeva pagamenti anticipati e che era stato progettato per un lungo periodo”.

I deputati avrebbero dovuto ricevere istruzioni per il voto e, in alcuni casi, per astenersi o non partecipare al voto. In particolare, i messaggi riportati nei nastri riguardano tre parlamentari corrotti a cui Tymoshenko aveva promesso 10.000 dollari al mese per il voto in due sessioni parlamentari. 

"Una volta al mese, è un processo permanente per ogni persona. Un mese è considerato due sessioni. Cioè, paghiamo un anticipo di 10 per due sessioni. Se siamo d'accordo con te oggi, registreremo chi è con te e te lo darò in contanti. E tu ti occuperai di loro. Non sono 20 o 30 persone, siete solo in tre qui – è un gruppo molto piccolo, per così dire. Ma devo dirti per cosa votare. Poi posso semplicemente inviartelo sul telefono tramite Signal?", si legge in uno dei suoi messaggi rivelati da NABU. 

Uno dei casi riguarda il voto a favore delle dimissioni dell’ex capo dell’SBU Malyuk e altri, per influenzare la nuova compagine di governo e presidenziale dopo la rimozione dell’ex numero due di Zelensky, Andry Yermak. 

"Domani si discute solo di personale. Licenziamenti: Malyuk, Shmygal, Fedorov. Votiamo 'a favore' del licenziamento di tutti. Nomine: Ministero della Difesa, Ministero dell'Economia, Ministero della Giustizia, Fondo del Demanio. Non voteremo per nessuna nomina", ha dichiarato Tymoshenko.

Inoltre le indicazioni di voto riguardavano progetti di legge inseriti o cancellati dall’ordine del giorno. 

Tymoshenko ha dichiarato che il materiale pubblicato da NABU non ha nulla a che vedere con lei.

Le reazioni all’indagine

Se si guarda in prospettiva dello scontro di potere tra NABU e Bankova, l’arresto di Yulia Tymoshenko indebolisce il potere di controllo del parlamento da parte della presidenza. Le indagini sono direttamente collegato alla votazione di ieri per rimuovere Malyuk dalla carica di capo dell'SBU e per altre nomine ministeriali. Secondo la rivista ucraina indipendente Strana, Malyuk è stato costretto alle dimissioni dopo aver rifiutato a novembre di svolgere un’indagine sugli organismi anticorruzione e di arrestare Klimenko, come ordinato da Yermak dopo lo scandalo Mindich. 

Il voto di Batkivshchyna alla Verkhovna Rada è stato determinante per la rimozione di Malyuk. Pertanto l’inchiesta contro Tymoshenko sarebbe una rivalsa del cosiddetto partito anti-Zelensky, legato ai circoli democratici statunitensi, in cui NABU e SAP svolgono un ruolo chiave. 

Secondo il deputato Olexey Goncharenko, gli stessi parlamentari circuiti avrebbero registrato i tentativi di corruzione e consegnato il materiale al NABU.

Anche il blogger dissidente Anatoly Shari ritiene che si tratti di una mossa contro Bankova e conferma quanto affermato da Goncharenko: Il NABU per me è composto da veri eroi. In questo momento stanno indebolendo al massimo Zelensky ed Ermak, togliendo loro da sotto i piedi lo sgabello delle votazioni comprate alla Rada. Stanno riducendo l’influenza dell’Ufficio del Presidente sul Parlamento. Io so benissimo da chi andranno i prossimi: da quelli che salvano continuamente i “Servitori del Popolo”, votando a favore in cambio di soldi. Aspettate.

 

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La Groenlandia e la 'Cupola d'Oro' di Trump

La Groenlandia, immensa isola di ghiaccio e roccia, è assurta al centro della contesa geopolitica globale. Le recenti dichiarazioni di un sempre più tracotante presidente degli Stati Uniti Donald Trump, diffuse sulla sua piattaforma Truth Social, non sono semplici provocazioni, ma rivelano una strategia precisa e sempre più esplicita: assicurarsi il controllo dell'Artico, a qualsiasi costo. Il pretesto è un ambizioso e controverso sistema di difesa antimissilistico battezzato "Cupola d'Oro" (Golden Dome), la cui realizzazione, a detta di Trump, renderebbe "vitale" il possesso statunitense del territorio groenlandese.

Trump dipinge un quadro apocalittico in cui la sicurezza nazionale degli USA è in bilico. "Gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia", ha scritto, sostenendo che, senza l'isola, il suo progetto difensivo a più strati - ispirato all'israeliana Cupola di Ferro ma concepito per respingere missili balistici intercontinentali e ipersonici - sarebbe gravemente compromesso. La minaccia, secondo la sua visione, è duplice e imminente: se Washington esita, saranno Russia o Cina a fare della Groenlandia una base avanzata. Un esito, ha avvertito, che "non deve accadere".

In questa visione, anche la NATO viene riletta in funzione di un interesse unilaterale. Trump ha affermato senza mezzi termini che l'Alleanza Atlantica, senza il "vasto potere" degli Stati Uniti - da lui rivendicato come propria creazione e ampliamento - non sarebbe "una forza efficace né dissuasiva". Al contrario, la NATO diventerebbe "molto più formidabile ed efficace con la Groenlandia nelle mani degli Stati Uniti". Una posizione che, di fatto, trasforma l'alleanza in uno strumento per legittimare una mossa annessionista, mettendo in secondo piano la sovranità della Danimarca, paese membro fondatore, e del suo governo autonomo groenlandese.

La reazione di Copenaghen non si è fatta attendere ed è stata di netta e ferma opposizione. La premier danese Mette Frederiksen ha bollato come "priva di senso" la stessa discussione sulla necessità di un'annessione statunitense, ribadendo che gli USA "non hanno diritto ad annettersi uno dei tre paesi della Comunità del Regno danese". Tuttavia, la postura di Washington appare intransigente e multivettore. Fonti giornalistiche indicano che l'amministrazione Trump non escluderebbe la "via militare" per prendere il controllo dell'isola, mentre valuterebbe parallelamente accordi di "libera associazione" simili a quelli stipulati con alcune nazioni del Pacifico, che garantirebbero agli USA diritti di accesso esclusivo in cambio di aiuti economici.

Lo scontro si sta quindi inasprendo su più fronti. Da un lato, la Danimarca ha avviato un rafforzamento della propria presenza militare in Groenlandia, preparando infrastrutture per un possibile dispiegamento più ampio di forze alleate. Dall'altro, si profilano ritorsioni economiche: l'Unione Europea avrebbe in preparazione piani per sanzionare grandi aziende tecnologiche statunitensi come Meta, Google, Microsoft e X (ex Twitter), in una escalation che travalica il solo ambito della difesa.

La questione della Groenlandia, al di là delle dichiarazioni roboanti, solleva interrogativi profondi sull'evoluzione della politica estera statunitense e sull'equilibrio nell'Artico, regione sempre più contesa per le sue rotte commerciali e le sue immense risorse. Trump, nel definire "inaccettabile" qualsiasi soluzione che non sia il controllo statunitense, non sta solo negoziando. Lancia un ultimatum che mette in discussione i principi di sovranità territoriale e di alleanza paritetica, spingendo gli Stati Uniti verso un nuovo, aggressivo capitolo di espansionismo strategico dove la forza bruta e la coercizione economica sembrano diventare le nuove, pericolose, dottrine.

In ultima analisi, gli Stati Uniti con Trump sono diventati più diretti e sinceri. Le loro politiche non sono cambiate, ma i metodi radicalmente.

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Palestina, Venezuela e oltre


di Patrizia Cecconi

L’informazione  mainstream, medaglia d’oro alla fedeltà verso il Potere, ha ormai più o meno eliminato le già asfittiche notizie sui continui orrendi crimini israeliani, tentando  di spegnere la risposta dell’opinione pubblica al genocidio in atto in Palestina e, insieme, la consapevolezza  che le devastanti ingerenze del Mossad e le costanti aggressioni contro Stati sovrani  fanno dello Stato ebraico un’entità terrorista capace di sterminare vite e calpestare il diritto internazionale senza alcun impedimento, esattamente come il suo socio statunitense, divenendo un pericolo assoluto per l’intero mondo.

Dove il terrorismo sionista non arriva nella forma più diretta e cruenta , arriva comunque l’operato della sua intelligence (termine  elegante per definire le spie prezzolate che infestano l’intero pianeta). Un bell’esempio di questo operato, amplificato  dall’esercito mediatico a servizio di Israele, lo abbiamo avuto durante le feste natalizie, quando la tanto clamorosa quanto scandalosa operazione di polizia a comando dell’entità sionista ha messo in atto la macchina del fango per dividere e indebolire quell’opinione pubblica che stava prendendo coscienza e parola contro il macellaio di Tel Aviv, il bullo statunitense e, non ultimo, il governo italiano, penosamente prono verso entrambi  oltre che responsabile diretto nel concorso in genocidio per la mai cessata complicità con Israele . 

Il 27 dicembre scorso, infatti, l’azione poliziesca italiana, su commissione dello Stato ebraico, ha portato in galera nove attivisti palestinesi “colpevoli” di aver inviato denaro alla popolazione assediata da ben 19 anni e da più di due anni sottoposta a sterminio quotidiano, punta emergente, quest’ultimo,  del genocidio incrementale iniziato prima ancora che l’entità sionista si dichiarasse Stato e proseguito a diversa intensità col supporto diretto e indiretto di numerosi governi  europei e mondiali. 

Per giorni, operatori del mainstream e politicanti vari hanno brillato, alcuni per servilismo altri per codardia, altri ancora per opportunismo puro, nel gettare fango sugli arrestati e gli indagati e, in alcuni casi, nello sconfessare eventuali  conoscenze, definite precedentemente addirittura “amicizie”, divenute non più utili alla raccolta di consensi elettorali. 
Solo pochi coraggiosi opinion maker hanno messo l’accento sull’illiceità del processo persecutorio  per finanziamento al terrorismo in quanto non basato su prove giudiziarie, ma solo su materiale prodotto dai servizi di intelligence di un paese straniero e belligerante, non validate e pertanto  prive “delle garanzie minime di attendibilità richieste in uno Stato di diritto” come afferma il team di avvocati difensori degli arrestati “violando le garanzie fondamentali del processo penale, a partire dalla presunzione di innocenza” stabilita dall’art. 27 della nostra Costituzione. 

Il fatto risulta a dir poco inquietante per molti motivi, ma per ragioni di spazio ne citerò solo un paio:  proprio lo Stato di Israele, che viola e calpesta ogni regola della legalità internazionale, pretende di far applicare in Italia, in totale arbitrio e senza prove giudiziarie, quella legalità che per se stesso rigetta, riducendo il nostro Paese e le sue Istituzioni a umili esecutori dei suoi desiderata. Altro motivo di inquietudine per le sorti già precarie della nostra democrazia consiste nel tentativo di criminalizzare il dissenso, tanto più se accompagnato dalla solidarietà verso chi è sotto una feroce e comprovata oppressione, definendo terrorismo ogni azione che fraternizza con chi sta subendo crudeltà documentate e definite, non solo moralmente ma anche giuridicamente, crimini di guerra e contro l’umanità rientranti in un progetto genocidario.   

Mentre la propaganda  filosionista raggiungeva le più elevate cime di nauseante servilismo e d’infamia contro l’architetto Mohamad Hannoun,  gli altri arrestati e la direttrice di InfoPal  Angela Lano tentando di screditarla nonostante la sua provata professionalità, ecco arrivare l’assalto al Venezuela, l’uccisione di circa cento venezuelani ai quali i nostri fantastici opinion maker non riconoscono neanche il diritto ad aver un’identità, e il rapimento del presidente Maduro e di sua moglie. I media trovano un nuovo osso da spolpare e l’attenzione si sposta sul “dittatore” Maduro.

Stavolta il bullo che siede alla Casa Bianca ha raggiunto e superato le precedenti vette di illegalità, dichiarando con fierezza  il suo essere al di sopra di ogni legge e di avere la forza sufficiente per cancellare ogni norma di Diritto internazionale a sua discrezione. 

E cosa fa davanti a tanto barbara dimostrazione la stragrande maggioranza dei nostri opinion maker? Dopo qualche tentennamento, perché il rischio di esagerare in prostrazione potrebbe trasformarsi in autogoal, supera gli indugi e si accuccia ai piedi del nostro impresentabile governo, già a sua volta accucciato ai piedi del gangster di Washington e dichiara “legittima”, con qualche ridicolo giro di parole, l’azione criminale contro il Venezuela, azione che, se legittimata, pone una pietra tombale sul diritto internazionale.   

Il lavoro di normalizzazione che l’esercito mediatico sta portando avanti farà sì che gli artigli del bullo psicopatico che ha deciso di appropriarsi di qualunque cosa possa interessargli – dal petrolio, al gas, alle terre rare, ai diamanti, al mare, al cielo, alla terra a tutto ciò che può arraffare – contando sull’acquiescenza dei suoi vassalli e valvassini e sull’associazione a delinquere ormai consolidata con il macellaio di Tel Aviv, vengano considerati mani benefiche anche quando tenterà di appropriarsi della Groenlandia o quando, forse proprio in queste ore, bombarderà  l’Iran, magari in tandem col suo socio in affari criminali, approfittando della dura repressione delle manifestazioni e dei disordini alimentati, come dichiarato esplicitamente da Tel Aviv, dagli stessi agenti del Mossad.

Già l’ineffabile ministro Tajani, quello per il quale il diritto internazionale “vale solo fino a un certo punto”, ha fornito il suo appoggio preventivo all’eventuale bombardamento statunitense dichiarando con grande sensibilità che “non possiamo accettare la violenza contro il popolo iraniano” esercitata dagli ayatollah. Una sensibilità a comando che non produce ilarità ma profondo disgusto visti i precedenti silenzi di fronte a due anni di sterminio genocidario e alla dichiarata amicizia con il mandante del genocidio. 

Se il tentativo di ipnosi collettiva tendente a far accettare la barbarie sionista-statunitense che sta investendo il mondo avrà successo, ne uscirà un’umanità malata che accetterà l’asservimento al potere o, forse, una terza guerra mondiale che cancellerà milioni e milioni di vite umane e secoli di conquiste civili per sostituirle con un nuovo impero coloniale guidato dall’arroganza del potere di pochi dopo aver cancellato la tutela del diritto per tutti. 

Unico possibile antidoto a questa malattia mortale è capire e respingere con decisione il progetto di dominio e di censura del dissenso che, capovolgendo la realtà, definisce strumentalmente terrorismo la legittima difesa  di diritti sanciti da quella Carta dell’Onu che ormai sembra solo un inutile orpello. 

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Il 91% dei venezuelani sostiene la presidente ad interim Delcy Rodríguez

Un sostegno popolare molto forte è quello che emerge in Venezuela verso la presidente incaricata, Delcy Rodríguez, e un fermo rifiuto delle recenti azioni militari e politiche degli Stati Uniti contro il paese bolivariano, secondo quanto rivela il recente studio Monitor País della società di sondaggi Hinterlaces. I dati, resi noti questo martedì, dipingono il quadro di una nazione che, nel mezzo di una profonda crisi internazionale, serra le fila attorno alla sua leadership istituzionale.

Secondo il sondaggio, il 91% dei venezuelani ritiene che il momento attuale esiga unità e sostegno alla presidente incaricata, Delcy Rodríguez, di fronte a qualsiasi forma di opposizione. Il presidente di Hinterlaces, Oscar Schemel, ha sottolineato che si tratta di una "maggioranza schiacciante" che opta per l'appoggio, una tendenza che si intensifica notevolmente all'interno del chavismo, dove il 92% esprime un'opinione favorevole su Rodríguez. Nell'insieme nazionale, il 79% degli intervistati ha una visione positiva dell'attuale presidnete ad interim della Repubblica Bolivariana del Venezuela.

 
 
 
 
 
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Il sostegno istituzionale è accompagnato da un netto rigetto verso gli eventi che hanno portato Rodríguez alla presidenza ad interim. Lo studio evidenzia che il 94% della popolazione condanna il sequestro del presidente costituzionale Nicolás Maduro e della prima combattente, Cilia Flores, avvenuto lo scorso 3 gennaio durante un'assalto militare statunitense a Caracas. Parimenti, il 95% dei venezuelani si oppone all'aggressione militare nordamericana, sottolineando un ampio consenso nazionale contro l'ingerenza straniera.

Delcy Rodríguez ha assunto l'incarico il 5 gennaio, per designazione del Tribunale Supremo di Giustizia, come prevede la Costituzione e con l'obiettivo dichiarato di garantire la continuità amministrativa dello Stato e la difesa integrale della nazione durante l'assenza forzata del presidente Maduro.

L'analista Oscar Schemel, in dichiarazioni all'emittente televisiva Venezolana de Televisión, ha interpretato questi risultati come il riflesso di una "solida coesione all'interno delle file rivoluzionarie" e un "sostegno schiacciante" alla leadership di Rodríguez. Lo studio conclude che esiste un ampio consenso nazionale attorno alla necessità di coesione istituzionale e difesa della sovranità, configurando un clima di unità di fronte a quella che viene percepita come una crisi politica internazionale imposta dall'esterno.

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Caracas, la melodia della resistenza: José Alejandro Delgado e l'armonia della lealtà

 

Dal cuore di Ciudad Tiuna alla forza del canto: il musicista José Alejandro Delgado racconta in questa intervista esclusiva l'orrore del bombardamento che ha colpito la sua comunità e la reazione di un popolo che trasforma il trauma in resistenza. Mentre le narrazioni esterne cercano di imporre scenari di caos, dalle piazze di Caracas nasce la Caravana Soberana: la voce diretta di chi ha vissuto l'attacco e ha scelto di rispondere con l'arte e con quella che definisce l'armonia della lealtà.

Nella Plaza de los Museos, a Caracas, i bambini e le bambine disegnano aerei carichi di fiori e non di bombe, accanto ai volti di Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores — il presidente venezuelano e la "prima combattente", sequestrati nella notte del 3 gennaio. Musica, poesia e canti si alternano alle riflessioni politiche di Blanca Eekhout, Erika Farías, Génesis Garvett e Hindu Anderi, dirigenti politiche e militanti per la Palestina (Hindu). Tra il pubblico, tra bandiere e striscioni, palestinesi e venezuellane, si scorgono volti noti dell'intellettualità, come quello dell'intellettuale marxista Judith Valencia. Sul palco, i versi di poeti come Joel Linares Moreno seguono le note della cantante Amaranta, presentati dalla promotrice culturale Margot Sivira, organizzatrice della Soberana Caravana: un'iniziativa del Fronte Francisco de Miranda che ha riunito artisti, cultores, poeti, attivisti, circensi, attori, cantanti e ballerini.

Questa è la prima di diverse edizioni che verranno replicate in varie zone di Caracas con l'obiettivo di elaborare insieme la ferita profonda inferta dall'attacco imperialista, e mostrare una risposta d'amore, condivisione e forza che sta sconfiggendo la violenza e la paura. Questo primo incontro è stato concluso da José Alejandro Delgado, musicista, compositore e cantautore venezuelano, che ha commosso il pubblico con le sue parole di incoraggiamento e impegno.

Nel suo repertorio, che si serve principalmente del cuatro e della chitarra, predomina la fusione di ritmi provenienti dalla musica popolare tradizionale venezuelana con generi come jazz, rock and roll, salsa e pop.

La sua ispirazione di fondo conduce alla trova venezuelana moderna. Ritmi che richiamano il più ampio movimento della Nueva Canción Latinoamericana, sviluppatosi tra gli anni '60 e '70. In Venezuela, questo movimento è stato influenzato sia dalla musica contadina (folklore) che dalle lotte studentesche e operaie dell'epoca.

Si distingue per l'uso di testi profondi, spesso metaforici, che denunciano le ingiustizie e celebrano l'identità del popolo. José Alejandro vive a Ciudad Tiuna, dove si sono scatenati i bombardamenti di Trump. Al termine dell'incontro, ci ha raccontato ciò che ha vissuto.

 

Qual è il significato e l'obiettivo di questa iniziativa?

Siamo qui in questa Caravana Soberana, in questa prima edizione nella Plaza de los Museos, cantando e alzando le nostre voci. Stiamo articolando i nostri cuori per sentirci uniti in questo nuovo momento che ci è piombato addosso e che ci pone davanti molte sfide. Come sempre, il popolo venezuelano affronta sfide perché ha deciso di emanciparsi da ogni tutela. L'imperialismo usa sempre molte forme per piegarci; alcune sono evidenti, altre silenziose ma efficaci. Opporre resistenza a tutto questo richiede enormi quantità di energia, e il canto e la poesia diventano allora il modo per proteggerci, per darci un giusto contenimento di fronte a tutta questa commozione che stiamo vivendo. Io ho vissuto il bombardamento nella mia comunità.

Lo hai vissuto direttamente?

Sì, vivo a Ciudad Tiuna.

Per spiegarlo a chi ci legge dall'estero, cos'è Ciudad Tiuna?

Ciudad Tiuna è l'urbanizzazione pilota creata dal Comandante Chávez all'interno di Forte Tiuna, il principale forte del paese. È stato il luogo colpito dal maggior numero di missili e bombe in questo orribile bombardamento. Ci vivono circa 25.000 famiglie in tutti i settori. È un progetto abitativo della Rivoluzione Bolivariana dove sono state consegnate soluzioni abitative a bassissimo credito per le famiglie lavoratrici. È un bastione di dignità, di forza e di rivoluzione. È popolata da molti bambini, parchi e molta vita brulicante. Quello che ci è successo il 3 gennaio è stato atroce, dovremo elaborarlo come comunità. È un ricordo orribile che ci segna, ma le vulnerabilità suggellano anche legami profondi.

E ci sono stati anche feriti, vero?

Feriti e morti. Nell'altro settore di alloggi, verso la zona dei "bielorussi", le esplosioni si sono sentite molto di più. Davvero, sto ancora cercando le parole per dare sfogo a questi sentimenti, perché vivere un'esperienza del genere è qualcosa di veramente scioccante. Stavamo dormendo e all'improvviso le esplosioni. Pensi che, mentre scendi le scale, la tua casa possa saltare in aria da un momento all'altro. La gente gridava nel panico. Tutto molto brutto. Ma la comunità si è riunita, ci siamo incontrati cercando di ricominciare il circuito quotidiano delle azioni. Diventeremo sempre più forti. Confido che sia così perché ci spetta; i nostri liberatori e le nostre liberatrici ci hanno chiamato a questo molti anni fa. Questo trascende me e la mia epoca. È un richiamo dei nostri antenati e noi non dobbiamo fare altro che eseguire quell'ordine.

All'estero, attraverso i social network, hanno detto che ci sono stati saccheggi e che l'opposizione sta festeggiando in strada. Tu cosa hai visto? Cosa sta succedendo davvero per le strade?

La strada è tranquilla, è in pace. Non ho visto alcun focolaio di violenza né applausi dell'opposizione. Credo che il nostro popolo sia comprensivo e leale. Anche se discutiamo animatamente, siamo capaci di portare un'arepa al vicino che la pensa diversamente, e che ne ha bisogno. Questo insegnamento è una lezione per tutti e tutte. Il nostro popolo, come sempre, si comporta all'altezza delle avversità. Mi commuovo molto e rafforzo ogni volta il mio impegno.

Quanti anni hai?

Ne ho 45, li ho compiuti il 28 dicembre.

Sembri giovanissimo. E quando hai iniziato a fare musica?

Ho iniziato da piccolissimo a casa, con le "parrandas" della mia famiglia, con i miei genitori e i miei fratelli.

E come definiresti il tuo stile?

Come definiresti il mio stile, amico?

Il chitarrista interviene: lo definirei uno stile "Sentido" (sentito). Perché se non lo sente, non lo canta. Questo è vero, è reale, ed è una cosa rara in questo momento.

Sei d'accordo?

Sì. La mia musica si nutre della trova venezuelana e latinoamericana, dei nostri trovatori ancestrali e delle nostre musiche tradizionali. Questo è il mio primo nutrimento.

C'è anche molto rap...

C'è un po' di tutto. Sperimento con molti suoni. Ho una predilezione per la musica tradizionale venezuelana, ma partendo da lì, con totale libertà, combino i suoni. Alcuni "bruciano" e si spengono tra le mani e altri vengono molto bene. È una musica molto mescolata con una ricerca poetica molto personale. Non si tratta solo di ripetere le cose, ma di creare con gli strumenti e con ciò che sento. Creo canzoni con il mio marchio, con il mio modo di risolvere i problemi.

A Ciudad Tiuna ci sono molti musicisti?

Moltissimi. C'è Lionel, Lilia, Amaranta, Tijoy... ce ne sono tantissimi.

Com'è nata questa Caravana Soberana e come avete reagito insieme nell'immediato?

Questa carovana nasce dalla convocazione del Fronte Francisco de Miranda con l'idea di portare l'arte al nostro popolo, di incontrarci per cantare e sentirci uniti. Credo che resterà qui ancora per qualche settimana, perché questo spazio di sentimento è molto importante. Dobbiamo attraversare due cose: da un lato la commozione e i racconti difficili da digerire, e dall'altro restare in piedi nella lotta per continuare a difendere la nostra rivoluzione.

Qual è la tua analisi di ciò che è accaduto? Che scenario possiamo immaginare ora?

Non avremmo mai immaginato questo scenario, nonostante gli avvertimenti. Il nostro popolo è in pace e la dirigenza delle nostre istituzioni sta facendo ciò che deve fare. Il nostro presidente, che è sequestrato, ci ha dato segni di dignità e di orgoglio, e così la compagna Cilia, nostra “prima combattente”. Sono orgogliosamente in piedi. Il nostro presidente non si è piegato. Noi accettiamo ciò che ci dicono e dobbiamo continuare nella disciplina, rafforzando quella che io chiamo l'armonia della lealtà che possiede questo popolo.

Come definiresti questa armonia della lealtà a livello poetico?

Come qualcosa che ci muove dal profondo e ci fa stare insieme nelle difficoltà. È la lealtà alla nostra storia, alla nostra memoria storica e ai nostri principi. Spesso non potrei spiegartelo a dovere, ma è qualcosa che ci mantiene disciplinati. Sebbene siamo un popolo molto ribelle ed è difficile che facciamo esattamente ciò che qualcun altro vuole, sappiamo unirci quando c'è una situazione seria. A volte possiamo non capire dove stiano andando le cose, ma non per questo ci disordiniamo. A un certo punto le cose si chiariranno e vedremo il cammino da prendere. Io non sono un militare con missili o bazooka, non ne so nulla, ma confido che il nostro governo abbia uomini e donne formati per questo. Sono sicuro che hanno agito nel modo in cui si doveva agire.

In che senso?

Mi sono messo a pensare che ci sia stato l'ordine di non opporre una resistenza maggiore. Perché se avessimo resistito di più, tutti i quartieri di Caracas sarebbero pieni di migliaia di morti. È stato così perché quei cani arrivavano con la bava alla bocca per ucciderci a milioni. Sono caduti fratelli e sorelle; siamo vicini alle loro famiglie, onoriamo la loro memoria e la loro lotta non sarà vana. Non sono riusciti a uccidere più persone, e anche questa è l'armonia della lealtà.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Gli iraniani danno l'addio ai martiri dei crimini commessi dagli elementi sionisti-americani

 

Migliaia di persone si sono radunate mercoledì davanti all'Università di Teheran per partecipare alla cerimonia funebre dei martiri, morti durante i recenti disordini in Iran.

I partecipanti hanno scandito slogan a sostegno delle forze di sicurezza e contro i terroristi.

Martedì, il Consiglio di coordinamento della propaganda islamica ha esteso un invito al grande popolo iraniano a partecipare mercoledì 14 gennaio alle 14:00 (ora locale) alla cerimonia funebre per i martiri e le vittime dei crimini degli elementi sionisti-americani.

Decine di membri delle forze di sicurezza sono stati uccisi durante i disordini di giovedì e venerdì. Il governo iraniano ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale in onore dei martiri della "lotta di resistenza nazionale degli iraniani contro gli Stati Uniti e il regime sionista".

Dal 28 dicembre sono iniziate manifestazioni pacifiche a Teheran, la capitale, dove i commercianti hanno temporaneamente sospeso le loro attività in segno di malcontento per il forte deprezzamento della moneta nazionale rispetto al dollaro statunitense.

Mentre le autorità hanno riconosciuto che le espressioni pacifiche di malcontento sono un diritto legittimo, diverse figure dell'"opposizione" all'estero e attori esterni ostili, in particolare Stati Uniti e Israele, stanno cogliendo l'occasione per promuovere i propri interessi e stanno cercando di inquadrare le proteste economiche pacifiche come un appello a un confronto più ampio.

Dal 28 dicembre sono iniziate manifestazioni pacifiche a Teheran, la capitale, dove i commercianti hanno temporaneamente sospeso le loro attività in segno di malcontento per il forte deprezzamento della moneta nazionale rispetto al dollaro statunitense.

Lunedì milioni di persone sono scese in piazza in diverse città dell'Iran per esprimere il loro sostegno alle autorità e alle forze militari, condannando al contempo i recenti atti terroristici in diverse parti del Paese.

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Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Le mire trumpiane sulla Groenlandia e i richiami euro-atlantisti per il “fianco settentrionale” della NATO


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico


Veramente Donald Trump andrà fino in fondo con la questione della Groenlandia e davvero qualcuno porterà alle estreme conseguenze la minaccia – cui, per la verità, nessuno crede – del ricorso all'articolo 5 della Carta NATO, quello tanto evocato  e invocato per l'Ucraina, nel caso gli yankee passino all'opzione militare per accaparrarsi l'isola?
In un breve excursus storico, la Tass ricorda come Washington avesse iniziato a coltivare piani per la Groenlandia subito dopo aver acquistato l'Alaska dalla Russia, nel 1867. La questione fu sollevata ancora nel 1910 durante discussioni territoriali tra USA, Danimarca e Germania e nel 1916 si ebbe un primo risultato concreto, con Washington che riuscì nell'acquisizione della colonia danese delle Indie Occidentali; ma, anche allora, allorché Woodrow Wilson insistette per includere nell'accordo la Groenlandia, il governo danese rifiutò e chiese agli americani di riconoscere la sovranità danese sull'isola. Gli USA tornarono sulla questione nel 1934 e poi un'altra volta nel 1946, offrendo 100 milioni di dollari (1,7 miliardi al tasso attuale): sempre senza risultato.

Un documento declassificato nel 1991 affermava che l'isola era "praticamente inutile per la Danimarca", mentre il suo controllo era "di fondamentale importanza per la sicurezza degli Stati Uniti". Oggi, sottolinea la Tass, l'importanza della Groenlandia per gli USA è molto superiore rispetto al XX secolo, data l'importanza sempre più crescente del Nord e dell'Artico nella politica globale: se prima l'isola interessava gli Stati Uniti soprattutto in una prospettiva geografica, oggi sono i fattori geoeconomici a essere più rilevanti.

E così, Trump si impossesserà della Groenlandia quando sarà convinto che per gli USA tutto sia andato bene col Venezuela. Questo il parere dell'americanista Aleksej Naumov, secondo il quale Trump «ha certamente bisogno della Groenlandia, come proseguimento della contrapposizione con la Cina ed è anche una dichiarazione di rafforzamento della presenza nell'Artico».

Pertanto, afferma Naumov, se la situazione in Venezuela non prende una piega negativa per Trump e lui non si lascia trascinare a costruire una sorta di “Nuovo Venezuela”, è molto probabile che tenti di ottenere il pieno controllo della Groenlandia, accontentandosi, come compromesso, che l'isola dichiari l'indipendenza dalla Danimarca e venga inclusa nel settore della difesa americano, come una sorta di territorio non incorporato.

Ma c'è una specie di “intoppo”. Parigi e Londra si ergono a paladine della sovranità danese e si apprestano a schierare forze di terra per «garantire la sicurezza della Groenlandia»: naturalmente col pretesto della minaccia di sottomarini russi e navi cinesi. Lo sbarco si chiamerà, scrive Bloomberg, "Arctic Guardian"; ma, pare evidente che, per "garantire la sicurezza" dell'isola, forze di terra non facciano propriamente al caso. Ci vogliono delle navi. E non navi qualunque, ma rompighiaccio e bastimenti da ghiaccio: vascelli che USA, Francia e Gran Bretagna messe insieme hanno in numero inferiore alle dita di una mano. Ora, nota PolitNavigator, minacciare le marine russo-cinesi con truppe di terra è abbastanza ridicolo; dunque, la minaccia sembra rivolta esclusivamente alle ambizioni imperiali di Trump! In vista di uno scontro serio? Yankee contro anglo-francesi? Detta così, fa abbastanza ridere. Gli europei sembrano follemente infatuati di giocare alla diplomazia militare, ironizza Aleksandr Rostovtsev; del tipo “siamo una forza con cui fare i conti!” e poi, in fondo, i nostri alleati americani non ci colpiranno davvero per voler giocare alla geopolitica. Così tutto si trasformerà in una marcia trionfale in alta uniforme, sul ghiaccio e l'aurora boreale sullo sfondo: un figurone al telegiornale e indici di gradimento alle stelle per Macron e Starmer.

Con meno ironia, Viktorija Nikiforova osserva su RIA Novosti che i governi britannico e tedesco stanno seriamente valutando l'invio dei loro contingenti militari in Groenlandia, naturalmente per difenderla dai tentacoli russo-cinesi, salvo il fatto che Donald Trump ha già incaricato il Comando congiunto per le Operazioni speciali di preparare un piano dettagliato per l'invasione della Groenlandia. 

Insomma, pare proprio che la NATO si trovi sull'orlo della guerra, non con un nemico esterno, ma al suo interno. I membri principali dell'alleanza hanno sempre sottolineato la loro unità; ma ora tutto è diverso. L'isteria bellica sembra travolgere l'Europa e il primo ministro svedese minaccia: «Washington dovrebbe essere grata alla Danimarca per essere sempre stata un alleato leale». A Washington tremano di paura. «Svezia e Paesi baltici sono uniti ai nostri amici danesi» ha detto ancora Ulf Kristersson. A questo punto, non c'è più scampo per gli USA: come possono far fronte a uno scontro coi Baltici?

Le prospettive militari della campagna in Groenlandia hanno suscitato un orrore palese tra britannici e tedeschi. Il britannico The Telegraph invita a lasciare immediatamente l'Alleanza Atlantica: «È ora che la Gran Bretagna lasci la NATO, proprio come ha lasciato l'UE», mentre i tedeschi protestano nelle piazze contro la militarizzazione del Paese. 
Osserviamo con interesse, scrive Nikiforova, come lo scontro di interessi tra USA e Europa vada crescendo in una dimensione militare, minacciando veri e propri scontri armati e il crollo dell'alleanza: «Auguriamo sinceramente il successo a entrambe le parti: andate e divoratevi a vicenda, subito».

Ancora Politico scrive che i leader UE sono più propensi a “rappacificare” Trump, piuttosto che a confrontarsi con lui nelle rivendicazioni sulla Groenlandia: dalle proposte di utilizzare la NATO per rafforzare la sicurezza artica, alle concessioni agli USA sulle risorse naturali. La UE potrebbe probabilmente raggiungere un accordo con Trump, per cui aumenterebbe i propri investimenti nella sicurezza artica, mentre lascerebbe agli USA di beneficiare delle risorse naturali della Groenlandia.

Rasmus Jarlov, presidente della Commissione difesa del parlamento danese, ha invitato i groenlandesi a dichiarare il loro desiderio di rimanere parte della Danimarca, smettendo di criticarla; in caso contrario, ha detto, i piani statunitensi di annettere l'isola più grande del mondo sarebbero automaticamente legittimati. 

Per parte sua, Trump ha dichiarato papale papale che il Primo ministro della Groenlandia, Jens-Frederik Nielsen, va incontro a un serio problema per le sue dichiarazioni sul mantenimento dell'isola alla Danimarca e la contrarietà a che Washington si impossessi dell'isola o la controlli. È un fatto, che Trump si sia anche rifiutato di impegnarsi a non usare la forza militare per raggiungere questo obiettivo o di dare una risposta definitiva alla domanda su cosa sia più importante per lui: la Groenlandia o la salvaguardia della NATO. Forse non lo ha ancora deciso.
Di contorno, alla TV austriaca, l'esperto di sicurezza e difesa Walter Feuchtinger nota che le rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia stanno creando un pericoloso precedente per un conflitto tra i membri della NATO: «Tra cinque anni, la pressione sarà così forte che la Danimarca sarà disposta a negoziare. Naturalmente, l'annessione è una possibilità, ma non credo che si arriverà a scontri armati. Ci sarà un colpo in aria simbolico, per dire, da una prospettiva giuridica internazionale, che “abbiamo vinto, nonostante la loro resistenza”». Per la questione dell'articolo 5, invocato in caso di attacco a un membro dell'alleanza, l'esperto nota che la NATO deve tenere consultazioni preventive e ogni decisione deve essere presa all'unanimità e, comunque, non è la prima volta che si profila la minaccia di un conflitto militare interno alla NATO: Turchia e Grecia si sono contese Cipro e continuano a mantenere relazioni tese.   

Anche se, come pare elementare, un conflitto, sia pur non armato, che veda coinvolti alcuni paesi UE e USA, è oltremodo gravido di ben altre conseguenze, per la NATO, che non la contrapposizione greco-turca.

Più pratico e lontano da ogni ingenua ipotesi di scontro UE-USA, mostrando ancora la propria mania bellicista, il ministro della guerra tedesco Boris Pistorius, durante un briefing con la comparsa estone Kaja Kallas, ha dichiarato nettamente che la Groenlandia consentirà ai paesi NATO di bloccare l'accesso della Russia all'Oceano Atlantico e diventerà anche un trampolino di lancio per l'espansione nell'Artico. Sappiamo che «l'egemonia della Russia non si limita all'Ucraina o al fianco orientale della NATO» ha detto Pistorius. Volgiamoci dunque all'Artico per «proteggere queste rotte settentrionali; è per questo che abbiamo instaurato un partenariato per la sicurezza marittima con Norvegia, Danimarca e Canada». Poi, da provetto euro-atlantista, ha invitato i partner della NATO a riconoscere che «questo è il nostro fianco settentrionale... e si deve chiudere lo stretto che dà accesso all'Oceano Atlantico ai sottomarini e ai robot nucleari di altre potenze. Potrebbero contribuire alla separazione dell'America dall'Europa. Ecco perché la Groenlandia e l'Artico in generale sono importanti». 

Ecco perché, aggiungiamo, i guerrafondai euro-atlantisti faranno di tutto per dirottare le mire artiche trumpiane verso il “tradizionale nemico” dell'Europa liberale e, dopo il famigerato “fianco orientale” della NATO, si daranno a urlare di dover proteggere il “fianco settentrionale” dell'alleanza di guerra. 

 

 

https://tass.ru/mezhdunarodnaya-panorama/26128639

https://politnavigator.news/tramp-zakhvatit-grenlandiyu-kogda-ubeditsya-chto-s-venesuehlojj-vsjo-poluchilos-mezhdunarodnik.html

https://politnavigator.news/otsel-grozit-my-budem-trampu-francuzy-i-anglichane-vysazhivayutsya-v-grenlandii.html

https://ria.ru/20260114/nato-2067686121.html

https://ria.ru/20260114/tramp-2067740887.html

https://ria.ru/20260114/tramp-2067707670.html?in=t

https://politnavigator.news/v-nato-razdrajj-kak-primenyat-5-yu-statyu-v-sluchae-napadeniya-ssha-na-daniyu.html

https://politnavigator.news/my-otpravlyaemsya-v-arktiku-a-prolivy-perekroem-pistorius-obyavlyaet-vojjnu-rossii-na-krajjnem-severe.html

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Caccia all'uomo negli USA: l'ICE, la polizia di Trump

In un clima di paura orchestrato e di retorica xenofoba, gli Stati Uniti stanno assistendo all’ascesa di una forza di polizia spietata, un'agenzia che opera nell'ombra, scardina le cosiddette garanzie civili che sarebbero garantite della patria della libertà e semina il terrore nelle comunità. Non stiamo parlando di un regime autoritario del passato, ma dell'operato odierno dell'Immigration and Customs Enforcement (ICE) sotto l'amministrazione Trump. I paralleli con i metodi della Gestapo non sono più un'iperbole retorica, ma una tragica realtà documentata.

Come la polizia segreta del Terzo Reich, l'ICE agisce spesso senza uniformi identificative, mascherando i propri agenti, irrompendo in case e luoghi di lavoro, e compiendo arresti arbitrari sulla base di sospetti vaghi o del semplice aspetto fisico. La retorica ufficiale che dipinge migranti, anche quelli con documenti in regola, come "terroristi domestici" o "invasori" fornisce la copertura ideologica per una caccia all'uomo sistematica.

L'omicidio di Renee Nicole Good, cittadina statunitense uccisa da un agente ICE durante un'operazione, è diventato il simbolo di questa deriva. Nonostante le immagini e le proteste nazionali, l'amministrazione Trump ha scelto di diffamare la vittima, ribaltando la realtà e accusandola di terrorismo. Questa è la stessa logica della propaganda che giustifica ogni atrocità. Un sondaggio di YouGov rivela che il 50% dei cittadini statunitensi vede quell'omicidio come "ingiustificato", ma l'agenzia non viene smantellata: viene potenziata. Una legge firmata da Trump ne aumenterà l'organico del 120%, trasformandola nella più grande forza di polizia federale, un mostro burocratico armato e senza controlli.

TODAY: Chicago joined national protests against ICE, decrying the killing of Renee Nicole Good in Minneapolis. pic.twitter.com/HTSA3drhUO

— BreakThrough News (@BTnewsroom) January 8, 2026

Le testimonianze da Los Angeles a Downey, in California, dipingono un quadro agghiacciante. Agenti in borghese irrompono in parcheggi, fermano lavoratori, ignorano documenti validi. A Highland Park, un venditore di cibo viene prelevato. A Silver Lake, viene arrestato Rafael, un uomo presente nel quartiere da 40 anni, colpevole solo di aver avuto paura e di essere scappato alla vista di agenti che inseguivano altri. A Downey, due giardinieri - uno con la green card, l'altro con un permesso di lavoro valido - vengono aggrediti e trattenuti finché la reazione della comunità non costringe gli agenti alla fuga. In quella stessa occasione, un agente ha puntato le armi contro cittadini che filmavano. Queste non sono operazioni di polizia: sono raid di intimidazione. Compiuti in quello stesso paese che accusa l’Iran e altre nazioni di non rispettare i diritti umani o il diritto alla manifestazione.

URGENTE: En IRÁN van casa a casa buscando a los manifestantes que protestaron y a otros al azar.

AH NO, SORRY! ???????? Es en EEUU; más de 2 mil agentes del ICE desplegados para hacer detenciones arbitrarias; pero como es EEUU, no nos importa.pic.twitter.com/U0pncSt1vQ

— El Necio (@ElNecio_Cuba) January 13, 2026

Il modello è chiaro: operazioni mirate senza preavviso alle autorità locali, assenza di trasparenza, uso di tattiche militari in contesti civili, criminalizzazione della solidarietà e del giornalismo alternativo. Il messaggio è: "Possiamo prendere chi vogliamo, quando vogliamo, e non dovete chiedere conto a nessuno". È l'essenza dello stato di polizia.

Il fatto che il 46% degli statunitensi sostenga ora l'abolizione dell'ICE - superando per la prima volta chi vi si oppone - è un grido di allarme che non può essere ignorato. L'ICE non è più un'agenzia per l'applicazione delle leggi sull'immigrazione; è diventato il braccio armato di un'ideologia suprematista e razzista, uno strumento di terrore politico e di pulizia etnica strisciante.

Chiamare l'ICE la "Gestapo statunitense" non è quindi un’esagerazione o un goffo tentivo di fare della propaganda anti-statunitense. È un preciso atto di denuncia contro un'agenzia che ne ha abbracciato i metodi: la brutalità, la de-umanizzazione del "nemico" interno e l'erosione calcolata di quelle libertà fondamentali di cui gli USA si ritengono la patria. 

Jan 9-11 poll of 1,129 U.S. adult citizens (+/-3.9 points): ICE
% who think the ICE agent was justified | not justified in the amount of force he used in shooting the woman in Minneapolis
U.S. adult citizens 28% | 53%
Democrats 4% | 88%
Republicans 61% | 15%
(Link in reply) pic.twitter.com/7KtaZqwRUX

— YouGov America (@YouGovAmerica) January 12, 2026

Evidentemente, a forza di volerle esportare all’estero, queste libertà, sono venute a mancare proprio negli Stati Uniti stessi.

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Dazi, Iran e Cina: verso una nuova fase di instabilità globale

La decisione di Donald Trump di introdurre dazi del 25% contro i Paesi che intrattengono rapporti commerciali con l’Iran apre un nuovo fronte di tensione nell’economia mondiale. La misura colpisce indirettamente alcuni attori chiave del commercio internazionale, a partire dalla Cina, principale partner economico di Teheran e grande importatore di petrolio iraniano. Pechino ha già definito l’iniziativa statunitense una forma di “pressione e coercizione” e lascia intendere una possibile risposta speculare.

Secondo diversi analisti, la Cina potrebbe reagire con contromisure tariffarie mirate, ricorsi presso l’Organizzazione mondiale del commercio o restrizioni su settori strategici, come l’export di terre rare e l’accesso delle aziende statunitensi ai comparti tecnologici più avanzati. Uno scenario che rischia di mettere in discussione il fragile armistizio commerciale raggiunto tra Washington e Pechino nell’autunno scorso, dopo anni di guerra dei dazi e di escalation reciproche.

Il contesto internazionale è già fortemente teso: nel 2025 l’interscambio commerciale tra Stati Uniti e Cina è diminuito di quasi il 20%, mentre l’Iran si trova al centro di una fase di destabilizzazione provocata da attori esterni come gli USA e Israele. Le proteste diffuse, l’incertezza politica e le ipotesi di nuove sanzioni o di un possibile intervento statunitense contribuiscono ad aumentare la percezione di rischio sui mercati globali, in particolare su quello energetico, sensibile a ogni segnale di crisi nel Golfo.

Per il momento, l’impatto diretto sui mercati finanziari resta contenuto, segno che l’economia globale si è in parte abituata a convivere con tensioni e sanzioni. Tuttavia, il messaggio è chiaro: la geopolitica è tornata a essere il principale fattore di rischio sistemico. In un mondo sempre più multipolare, le catene del commercio si riconfigurano, i blocchi si irrigidiscono e la volatilità diventa una componente strutturale del nuovo equilibrio globale.


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Il Venezuela ha neutralizzato più di 400 "narco-aerei" da quando ha espulso la DEA

Il governo venezuelano ha neutralizzato più di 400 velivoli legati al narcotraffico da quando l'allora presidente Hugo Chávez decise, nel 2005, di espellere la Drug Enforcement Administration (DEA) statunitense dal Paese e di interrompere ogni legame con l'agenzia, denunciandola per collaborazione con organizzazioni criminali internazionali. Questa informazione è stata rivelata dal Ministro dell'Interno, della Giustizia e della Pace, Diosdado Cabello, in dichiarazioni trasmesse dall'emittente televisiva statale VTV.

"Il numero di velivoli neutralizzati supera i 400 da quando abbiamo rotto con la DEA, perché stiamo conducendo una vera e propria lotta contro il narcotraffico", ha affermato, aggiungendo che questa circostanza è confermata dalle cifre record riguardanti i sequestri. Cabello ha inoltre spiegato che solo nel 2025, il Venezuela ha sequestrato quasi 70 tonnellate di droga attraverso un lavoro di intelligence coordinato da diverse agenzie di sicurezza statali, che hanno raggiunto una maggiore efficienza nelle operazioni antidroga. Ha inoltre reso noto che le autorità venezuelane sono riuscite a distruggere la rotta logistica utilizzata dai narcotrafficanti in Venezuela, nello Stato di Zulia, nella parte occidentale del paese al confine con la Colombia, che consentiva loro di accedere ai Caraibi.

"Quella rotta logistica è stata distrutta", ha sottolineato Cabello, sottolineando che il suo Paese confina con uno dei maggiori produttori di droga al mondo, la Colombia, ed è vicino all'Ecuador, il Paese che distribuisce più droga. Ha ribadito che la propaganda secondo cui il Venezuela non sta combattendo il narcotraffico e la criminalità, come hanno fatto gli Stati Uniti per "giustificare" la loro aggressione militare contro il Paese e il rapimento del suo presidente, Nicolás Maduro, e di sua moglie, Cilia Flores, è falsa. Cabello ha sottolineato che gli sforzi antidroga del Venezuela hanno già portato al sequestro di 7.148 chilogrammi di droga nei primi 13 giorni del 2026.

Questi dati dimostrano l'efficacia delle operazioni del Paese per contrastare le organizzazioni internazionali di narcotraffico che cercano di attraversare il territorio venezuelano per contrabbandare i loro narcotici nei Caraibi e in altri Paesi esteri.


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USA: in un anno le spese militari cresceranno del 50% raggiungendo la cifra astronomica di 1500 miliardi di dollari

 

di Federico Giusti

Proprio in questi giorni documentavamo gli straordinari profitti azionari delle imprese di armi e in particolare di quelle europee, oggi andiamo a toccare con mano quante risorse siano state assegnate, negli Stati Uniti, dal bilancio pubblico al settore militare in controtendenza rispetto alla contrazione delle spese previste per tutti i capitoli sociali, per interventi di natura ambientale oggetto di un feroce e draconiano ridimensionamento.

Trump chiede in sostanza la crescita esponenziale delle produzioni militari assicurando nei prossimi anni ordinazioni da parte degli Usa e un mercato in continua espansione con la corsa al riarmo. Per questo il presidentissimo strizza l’occhio alle multinazionali della guerra dicendo loro al contempo di attrezzarsi alle necessità assicurando sistemi militari sempre più efficienti e tecnologicamente avanti. Che il settore trainante della manifattura Usa sia quello militare lo si evince dai licenziamenti che tra il 2025 e il 2026 dovrebbero raggiungere la cifra di 2 milioni e duecentomila unità distribuite in tutti i settori produttivi. La pressione sul complesso industrial militare è evidente e foriera di guerra con un paese che solo pochi anni or sono, in tempi di covid, ha preso atto dell’errore commesso nella esternalizzazione di tante produzioni che, riportate in parte negli Usa, non hanno raggiunto i risultati sperati, risultati destinati ad arrivare dopo anni. Ma la elezione di Trump è stata possibile stringendo un occulto patto con settori del capitalismo Usa che dai processi di globalizzazione produttiva hanno tratto ingenti profitti e indubbi vantaggi.

 Non è detto che gli annunci di Trump si concretizzino sempre e comunque, molto dipenderà dal Congresso e dal vistoso calo dei consensi alla amministrazione repubblicana che dovrà affrontare anche i dissidi interni avendo promesso, e non mantenuto, un cambio di rotta rispetto alle guerre intraprese dai democratici. Il conflitto con Musk e la destra Maga potrà indebolire alla lunga la leadership di Trump. Se un Presidente si insedia promettendo la soluzione dei conflitti militari nel mondo nell’arco di poche settimane, a distanza di mesi, o anni, queste guerre sono ancora senza soluzione, se dichiari di voler abbandonare l'interventismo armato per dedicarti ai problemi dell'America ma poi scateni bombardamenti in ogni continente, prima o poi la realtà verrà a presentarti il conto. Intanto gli Usa spenderanno non solo per il riarmo ma anche per la sicurezza interna enormi risorse, come non avveniva dalla Seconda guerra mondiale e ad inizio anni Cinquanta con la guerra in Corea.

L'aumento del budget per la difesa può anche essere utilizzato come messaggio interno, crescono le proteste popolari e contemporaneamente la repressione nelle piazze, potremmo parlare di un nuovo blocco sociale costituito da militari e da forze dell'ordine di varia natura che beneficia in termini economici e sociali dei crescenti stanziamenti per la sicurezza. Ma questa politica securitaria diventerà anche un fattore di crisi interna, la tenuta sociale tra le varie “americhe” è tutt’altro che scontata per il ricorso sistematico alla brutale repressione o alla marginalizzazionecriminalizzazione del dissenso.

Trump intende aumentare la spesa militare in un anno di 600 miliardi, già oggi gli Usa spendono più di tutta la UE, hanno raggiunto quasi il 40 per cento a livello globale con ulteriori incrementi di spesa arriverebbero, nel 2027, al 50 per cento della spesa bellica complessiva. L’attuale economia statunitense è in grado di sostenere questo ritmo e a quali costi? La domanda non è banale.

Detto questo, ci dobbiamo chiedere quali saranno le coperture di questi rilevanti incrementi di spesa per le armi, riusciranno a garantire al Bilancio i soldi necessari attraverso i dazi e con la vendita dei titoli di stato, e poi come affronteranno l'elevato debito pubblico?  La prepotenza militare sarà sufficiente a costringere paesi esteri e fondi a investire nell’acquisto di titoli americani? Il ricorso strutturale alla guerra diventa vitale anche per salvaguardare gli scambi in dollari, la dedollarizzazione dei Brics e della Cina è una minaccia concreta alla supremazia Usa senza pensare che proprio dai Brics arrivi una alternativa di sistema.

Come avviene in Italia, con il tentativo di ingabbiare la Corte dei conti, anche negli Usa il neo-autoritarismo Trumpiano pensa a rimuovere ogni forma di controllo e di potenziale ostacolo all'azione presidenziale. Questo scontro interno alle istituzioni prima o poi presenterà il suo conto

Ammesso, ma non concesso, di trovare tutte le debite coperture finanziarie (e dovranno alzare i tassi per raggiungere le cifre necessarie),  considerati i conflitti interni ed esterni, le ripercussioni derivanti dagli eventi nazionali ed internazionali, gli scenari nell'immediato futuro si presentano tutt'altro che semplici e gli Usa dovranno fare i conti proprio con l'inadeguato approvvigionamento di greggio, metalli rari e componenti tecnologiche per la cui produzione il disegno autarchico è ancora indietro rispetto ai piani previsti.

 Le difficoltà della industria della difesa non possono essere sottovalutate, come anche i delicati rapporti con le grandi multinazionali che mal tollerano imposizioni statali, abituate a dettare le linee della politica economica e finanziaria. Le linee strategiche statunitensi, quella trentina di pagine licenziate a novembre 2025, sono brutali ma illuminanti, descrivono una Europa in decadenza, senza identità e prospettiva ed estendono la dottrina Monroe a mezzo globo prefigurando un futuro di riarmo e di guerre permanenti.  E la logica del doppio nemico, interno ed esterno, prevede anche logiche securitarie e repressive, nei primi giorni dell’anno 2026 la caccia alle streghe contro i migranti ha fornito un esempio di quali potrebbero essere gli scenari futuri. Il riarmo produce anche darwinismo sociale e il fronte interno diventa il primo banco di prova di certe politiche, è bene non dimenticarlo mai e questo vale non solo per gli Usa ma anche per i paesi europei dove gli esempi non mancano e di cui parleremo nei prossimi giorni.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Unicef: Le truppe israeliane uccidono 1-2 palestinesi al giorno. E lo chiamate ancora “cessate il fuoco”?

 

Oltre 100 bambini palestinesi a Gaza sono stati uccisi dalle forze di occupazione israeliane dall'inizio del cosiddetto cessate il fuoco iniziato ad ottobre. Lo ha rivelato il 13 gennaio il portavoce dell'UNICEF James Elder. Secondo quest'ultimo il ritmo degli omicidi è “circa una bambina o un bambino uccisi ogni giorno. Durante un cessate il fuoco”.

Elder ha poi affermato che “la vita a Gaza rimane soffocante” e che “la sopravvivenza è ancora condizionata”, sottolineando che i raid aerei e le sparatorie sono diminuiti ma “non cessati”. Quella che ora viene definita ‘calma’, ha aggiunto, “in qualsiasi altro luogo sarebbe considerata una crisi”.

Secondo i dati dell'UNICEF, almeno 60 ragazzi e 40 ragazze sono stati uccisi dall'inizio del cessate il fuoco. Elder ha avvertito che questa cifra include solo i casi con documentazione sufficiente e che “il numero effettivo di bambini palestinesi uccisi dovrebbe essere più alto”, aggiungendo che centinaia di bambini sono rimasti feriti.

Mentre la cifra delle Nazioni Unite è inferiore, il Ministero della Salute di Gaza afferma che 165 bambini sono stati uccisi durante il cessate il fuoco, parte dei 442 omicidi registrati complessivamente, attribuiti alle continue violazioni del cessate il fuoco.

Elder ha affermato poii che gli attacchi in corso coincidono con severe restrizioni sui rifornimenti essenziali, compresi articoli medici, carburante, gas da cucina e componenti necessari per riparare i sistemi idrici e igienico-sanitari.

Anche il cibo rimane fortemente limitato, come ha affermato a dicembre la Classificazione integrata della sicurezza alimentare (IPC) sostenuta dall'ONU, secondo cui, sebbene la diffusione della carestia sia stata contenuta, la sicurezza alimentare “rimane critica”.

L'UNICEF ha ampliato i servizi di assistenza sanitaria di base e di immunizzazione, ha rimosso circa 1.000 tonnellate di rifiuti solidi ogni mese, ha distribuito quasi un milione di coperte termiche e ha effettuato riparazioni di emergenza alle reti idriche e fognarie “grazie all'ingegnosità palestinese più che all'introduzione di pezzi di ricambio”.

Nonostante queste misure, Elder ha affermato che i due anni di incessanti aggressioni, bombardamenti e genocidio hanno lasciato i bambini “vivere nella paura”, con profondi danni psicologici che rimangono senza cura.

“Un cessate il fuoco che rallenta le bombe è un progresso”, ha detto, “ma uno che continua a seppellire i bambini non è sufficiente”, chiedendo l'applicazione della legge, l'accesso umanitario, le evacuazioni mediche e la responsabilità.

FONTE: THE CRADLE - https://thecradle.co/articles/israeli-troops-kill-over-100-palestinian-children-in-gaza-during-ceasefire-unicef

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Come Israele e gli Stati Uniti stanno sfruttando le proteste iraniane

 

di Hamid Dabashi* - 13 gennaio 2026 - MME*

 

Da quando alla fine dello scorso anno sono scoppiate le proteste in tutto l'Iran, più di 500 persone sono state uccise, secondo i dati dell'agenzia di stampa Human Rights Activists News Agency (HRANA) con sede negli Stati Uniti, citati dai principali media di tutto il mondo.

L'agenzia riferisce che la maggior parte dei morti erano manifestanti, insieme a più di 45 membri delle forze di sicurezza iraniane.

Sebbene HRANA e i media occidentali non siano fonti del tutto affidabili al riguardo, è comunque evidente che in Iran si sta sviluppando un significativo nuovo ciclo di proteste.

La BBC Persian, in particolare, sembra essere impegnata in una missione sponsorizzata dallo Stato britannico per esagerare la portata di queste proteste. Ignora sistematicamente una parte significativa della popolazione iraniana che, pur essendo in disaccordo con le politiche statali, rifiuta di seguire le indicazioni di Israele o del suo sfrenato tirapiedi, Reza Pahlavi.

Questo è l'ennesimo esempio del soft power britannico al servizio di Israele. L'ossessiva copertura delle proteste iraniane da parte della BBC Persian è profondamente intrecciata con la sua politica di ignorare patologicamente il genocidio di Israele in Palestina.

Sebbene la Guida Suprema iraniana Ayatollah Ali Khamenei abbia pubblicamente riconosciuto le proteste in corso, ha sottolineato che occorre distinguere tra coloro che hanno legittime rivendicazioni economiche nei confronti dello Stato e coloro che stanno approfittando del movimento per promuovere altri obiettivi nefandi, come il cambio di regime e la disintegrazione dell'Iran. Questo è il progetto israeliano.

A detta di tutti, questo nuovo ciclo di proteste è allo stesso tempo autentico e fortemente manipolato.

 

Crisi economica

Per quanto riguarda il primo punto, le proteste affondano le loro radici nella profonda crisi economica che l'Iran sta vivendo da decenni. Queste difficoltà economiche sono dovute a due fattori complementari: la corruzione e l'incompetenza interne allo Stato e le pesanti sanzioni esterne imposte dagli Stati Uniti e da altri paesi. Come ha sintetizzato recentemente un titolo del Financial Times: “La valuta iraniana ‘si trasforma in cenere’ mentre l'economia precipita”.

Allo stesso tempo, questa particolare crisi è per lo più (ma non interamente) una distrazione artificiale guidata da Israele e dagli Stati Uniti. Ancora una volta, stanno prendendo di mira uno Stato disfunzionale - come il Libano, la Siria, lo Yemen o il Venezuela - per mantenersi al potere e distogliere l'attenzione globale dal genocidio ancora in corso a Gaza.

Gli iraniani hanno tutto il diritto e tutte le ragioni per protestare contro le loro condizioni economiche e politiche dure e insostenibili. La classe media, impoverita e in via di estinzione, ha sopportato difficoltà estreme, mentre la classe operaia crolla sotto il peso di privazioni inimmaginabili. Ma l'attenzione di Israele sull'Iran oggi è determinata da molteplici fattori. Innanzitutto, si tratta di una tattica diversiva, volta a distogliere l'attenzione mondiale dal genocidio dei palestinesi in corso da parte di Israele e dal furto sistematico da parte dello Stato di ciò che resta della Cisgiordania occupata.

Tel Aviv pensa che più caos e confusione genera nella regione, più velocemente il mondo dimenticherà e passerà oltre il genocidio di Gaza.

Il secondo obiettivo, correlato al primo, è la disintegrazione dell'Iran in Stati etnici più piccoli, simile ai progetti di Israele per altri paesi della regione, come il Libano e la Siria. Tel Aviv vuole rifare l'intera regione a sua immagine e somiglianza, quella di uno Stato-guarnigione. Il suo malvagio riconoscimento del “Somaliland” è un modello per questo scenario.

La questione del programma nucleare iraniano è un diversivo. C'era un accordo nucleare tra l'Iran e il mondo esterno, elaborato sotto l'amministrazione Obama.

Israele si è opposto con coerenza a tale accordo, anche attraverso la sua quinta colonna all'interno degli Stati Uniti, l'Aipac. Agendo contro gli interessi sia degli Stati Uniti che dell'Iran, il presidente Donald Trump lo ha rapidamente smantellato dopo il suo insediamento. Israele è quindi il principale responsabile dell'assenza di un accordo nucleare tra l'Iran e il mondo esterno.

Sanzioni paralizzanti

Nel frattempo, gli Stati Uniti rimangono i principali responsabili dell'uso di sanzioni paralizzanti come arma contro l'élite al potere in Iran e le masse impoverite. Due ragioni sono alla base delle sanzioni: le preoccupazioni inventate sul programma nucleare iraniano e la pressione americana-europea su Teheran affinché assuma una posizione meno bellicosa e più filoisraeliana nella regione.

Il fatto che Israele, pur ponendosi come il nemico più accanito della Repubblica Islamica al potere in Iran, sia esso stesso una potenza nucleare impegnata in una battaglia su più fronti contro i suoi vicini - in particolare contro i palestinesi, intrappolati nella loro stessa patria - è ovviamente assente da questa lettura della regione.

Rispetto alle ondate di disordini del passato, le proteste attuali non hanno ancora raggiunto la portata, il significato o l'autenticità della rivolta delle donne, della vita e della libertà del 2022. Quell'evento fondamentale e iconico è ancora oggetto di discussioni accademiche, ma il fatto che sia stato un evento di enorme importanza, proprio perché guidato dalle donne, rimane indiscusso.

Le proteste attuali sono eccezionalmente violente e non sono certamente guidate da donne. La rivolta di Mahsa Amini è stata forse l'ultimo movimento di protesta genuino, autoctono e autentico nella storia moderna dell'Iran, con un significato globale.

Al contrario, le ultime proteste sono irrimediabilmente inquinate dagli agenti del Mossad, con moschee incendiate per suscitare rabbia e agitazione, fornendo un pretesto per commenti islamofobici da parte di personaggi come JK Rowling.

Le proteste sono anche rovinate dalle fake news, che Israele utilizza da tempo nel tentativo di smantellare il governo iraniano per i propri fini. Secondo le indagini condotte da Haaretz, TheMarker e Citizen Lab, l'hasbara israeliana è attivamente impegnata nel creare sostegno per Reza Pahlavi, il figlio demente dell'ultimo monarca Pahlavi.

Alti funzionari israeliani continuano a incoraggiare la rivolta contro lo Stato iraniano, anche se tali istigazioni screditano i disordini che ne derivano. Tuttavia, alcuni aspetti delle ultime manifestazioni sono reali e potenzialmente significativi.

Sopravvivenza dello Stato

Lo Stato iraniano è ora in modalità di sopravvivenza. Ma lottare con una crisi dopo l'altra è nel DNA della Repubblica Islamica, che ne gode.

All'indomani degli attacchi statunitensi e israeliani di giugno contro gli impianti nucleari iraniani e altri obiettivi civili, lo Stato reprimerà senza pietà queste proteste e non esiterà a portare la battaglia nelle basi regionali statunitensi e direttamente in Israele. Il primo scambio di missili in questo contesto cambierà improvvisamente e radicalmente lo scenario.

Nel frattempo, le proteste sembrano svolgersi in una rabbia cieca. Lo Stato ha arrestato o costretto all'esilio tutte le voci legittime e ragionevoli che avrebbero potuto guidare queste manifestazioni nel miglior interesse della nazione.

In assenza di opzioni pacifiche e legittime - figure come Mir Hossein Mousavi, Zahra Rahnavard, Mohammad Khatami, Mostafa Tajzadeh o Abolfazl Qadiani - lo spazio è aperto a monarchici illegittimi e opportunisti filo-Pahlavi e ai Mojahedin-e-Khalq, nessuno dei quali ha una base popolare significativa all'interno dell'Iran.

E mentre i media occidentali come la BBC e il Wall Street Journal continuano a fabbricare una base popolare per il fantoccio sionista Pahlavi, lo Stato iraniano si aspetta un attacco da parte degli Stati Uniti, come ha minacciato Trump, o di Israele, o di entrambi.

Sebbene le proteste siano iniziate almeno in parte dall'interno, l'ex segretario di Stato americano Mike Pompeo ha dichiarato che sono stati coinvolti agenti del Mossad. Non è chiaro se si tratti di una notizia vera o di una manovra psicologica volta a innervosire le autorità iraniane; in ogni caso, la situazione è confusa.

In sostanza, questo movimento non è una rivoluzione, ma un tentativo di colpo di stato disinformativo grossolanamente orchestrato dagli Stati Uniti e da Israele. Sul modello del colpo di stato della CIA e dell'MI6 del 1953 contro un primo ministro eletto, gli americani possono fornire la potenza militare, mentre gli inglesi, attraverso mezzi di comunicazione come la BBC Persian, possono fornire le fake news.

La rivolta è iniziata per ragioni reali e legittime, ma Israele sta cercando di appropriarsene. Proprio come ha rubato la Palestina per fare spazio al suo stato militare e ha rubato l'ebraismo per giustificare il sionismo, Israele sta ora tentando di rubare la rivolta sociale di un altro paese. Tutto ciò che ha ottenuto è stato screditare completamente proteste altrimenti legittime, fondate sul benessere economico e politico di un'intera nazione.


FONTE: https://www.middleeasteye.net/opinion/how-israel-and-us-are-exploiting-iranian-protests

 

*Hamid Dabashi è Hagop Kevorkian Professor of Iranian Studies and Comparative Literature alla Columbia University di New York, dove insegna letteratura comparata, cinema mondiale e teoria postcoloniale. Tra i suoi ultimi libri figurano The Future of Two Illusions: Islam after the West (2022); The Last Muslim Intellectual: The Life and Legacy of Jalal Al-e Ahmad (2021); Reversing the Colonial Gaze: Persian Travelers Abroad (2020) e The Emperor is Naked: On the Inevitable Demise of the Nation-State (2020). I suoi libri e saggi sono stati tradotti in molte lingue.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all'autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

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Tasnim: "Oltre i due terzi delle persone uccise in Iran sono classificate come martiri nelle recenti violenze"


The Cradle*

Secondo quanto riferito dall'Agenzia di notizie Tasnim, il capo della Fondazione per gli Affari dei Martiri e dei Veterani ha dichiarato che oltre i due terzi delle persone uccise sono classificate come martiri, descrivendo la violenza da parte di gruppi armati e terroristici come estrema. Ha affermato che civili e personale di sicurezza di varie provenienze sono stati uccisi utilizzando armi militari e da caccia, nonché coltelli, asce, lame e altri metodi brutali, alcuni troppo orribili da descrivere. 
 
Tasnim ha riferito che crimini come bruciare vive le vittime, decapitazioni e soffocamenti hanno complicato l'identificazione, richiedendo un lavoro forense dettagliato. Le autorità hanno iniziato a consegnare i corpi, tenere funerali e effettuare sepolture, con il processo che dovrebbe accelerare.
 
Secondo l'Agenzia di notizie Fars, negli ultimi giorni cellule terroristiche e di sommossa hanno compiuto violenze in stile ISIS, inclusi omicidi in stile esecuzione, tagli alla gola, mutilazioni, bruciare persone vive, attacchi con granate e l'incendio di moschee e proprietà pubbliche. Citando valutazioni dell'intelligence e quelle che ha descritto come ammissioni da parte del Mossad e di gruppi collegati a Pahlavi sostenuti dagli Stati Uniti, Fars ha affermato che gli eventi sono visti come una continuazione di una "guerra di 12 giorni" e una delle più grandi operazioni terroristiche contro i civili iraniani dalla Rivoluzione. 
 
Ha affermato che la "produzione di vittime" era una strategia centrale per intensificare i disordini, osservando che il numero più alto di morti si è verificato il giorno dopo che Donald Trump ha minacciato un intervento militare se l'Iran avesse ucciso civili.
 
Fars ha riferito che le vittime includevano personale di sicurezza (Basij e forze dell'ordine), molti dei quali erano presumibilmente disarmati fino a venerdì, oltre a civili. Ha affermato che un numero minore di rivoltosi armati che hanno attaccato siti militari sono stati uccisi dalle forze di sicurezza, ma che la maggior parte delle vittime erano passanti ordinari, tra cui un bambino di 3 anni, un uomo di 70 anni, un autista di ride-hailing, uno studente con famiglia, un'infermiera che è stata bruciata e lavoratori e pedoni uccisi da blocchi di cemento lanciati dai tetti. A causa di ferite gravi, alcuni corpi rimangono non identificati in attesa di test forensi.
Fars ha affermato che circa 100 martiri identificati saranno sepolti mercoledì, con una processione dall'Università di Teheran al Mausoleo dei Martiri.
 
Tuttavia, gruppi per i diritti umani occidentali, piattaforme di opposizione e account affiliati affermano che ogni singola persona uccisa è stata uccisa dalle forze governative iraniane.

FONTE: THE CRADLE

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I media occidentali minimizzano le violente rivolte in Iran, basandosi su ONG finanziate dagli Usa

 

di Max Bluementhal e Wyatt Redd* - The Gray Zone (12 gennaio 2025) 

 

Mentre rivolte violente infiammano le città iraniane, i media occidentali ignorano la scioccante ondata di violenza, affidandosi invece alle ONG finanziate dal governo statunitense per ottenere informazioni. Questa rappresentazione unilaterale ha contribuito a spingere Trump sull'orlo dell'autorizzazione a nuovi attacchi da parte degli Stati Uniti. I media occidentali hanno ignorato una crescente quantità di prove video che mostrano le tattiche terroristiche utilizzate in tutto l'Iran dai manifestanti descritti da Amnesty International e Human Rights Watch come “in gran parte pacifici”. Recenti video pubblicati sia dai media statali iraniani che dalle forze antigovernative rivelano linciaggi pubblici di guardie disarmate, incendi di moschee, attacchi incendiari a edifici municipali, mercati e caserme dei pompieri, e folle di uomini armati che aprono il fuoco nel cuore delle città iraniane.

I media occidentali si sono invece concentrati quasi esclusivamente sulla violenza attribuita al governo iraniano. Nel farlo, si sono basati in gran parte sul conteggio dei morti compilato dai gruppi della diaspora iraniana finanziati dal National Endowment for Democracy (NED), il braccio del governo statunitense dedicato al cambio di regime, il cui consiglio di amministrazione è composto da neoconservatori convinti.

Il NED si è attribuito il merito di aver promosso le proteste “Donna, Vita, Libertà” che hanno riempito le città iraniane per tutto il 2023 e che hanno anche comportato atti di violenza raccapriccianti ignorati dai media occidentali e dalle ONG per i diritti umani. Oggi, il NED è ben lungi dall'essere l'unico tra gli attori allineati con i servizi segreti che cercano di alimentare il caos all'interno dell'Iran.

L'agenzia israeliana di spionaggio e assassinio nota come Mossad ha pubblicato un messaggio dal suo account ufficiale in lingua farsi su Twitter/X esortando gli iraniani a intensificare le loro attività di cambio di regime, promettendo che li avrebbe sostenuti sul campo.

“Scendete tutti insieme in strada. È giunto il momento”, ha ordinato il Mossad agli iraniani. “Siamo con voi. Non solo a distanza e a parole. Siamo con voi sul campo”.

Rovesciare Teheran con il terrore

Le proteste sono iniziate in Iran all'inizio di gennaio 2026, quando i commercianti sono scesi in strada per manifestare contro l'aumento dei tassi di inflazione causato dalle sanzioni occidentali. Il governo iraniano ha risposto con comprensione alle proteste dei bazar, fornendo loro protezione da parte della polizia. Tuttavia, queste manifestazioni si sono rapidamente dissolte, poiché una massa amorfa di elementi antigovernativi ha colto l'occasione per lanciare una violenta insurrezione incoraggiata dai governi da Israele agli Stati Uniti e dall'autoproclamato “principe ereditario” Reza Pahlavi, che ha bollato come “obiettivi legittimi” i funzionari governativi e i media statali.

Il 9 gennaio, la città di Mashhad è stata teatro di alcune delle rivolte più intense, con le forze antigovernative che hanno incendiato le caserme dei vigili del fuoco, bruciando vivi i pompieri, mentre incendiavano autobus, attaccavano i lavoratori della città, vandalizzavano le stazioni della metropolitana e causavano danni per oltre 18 milioni di dollari, secondo le autorità municipali locali.

A Kermanshah, dove i rivoltosi antigovernativi hanno sparato e ucciso la piccola Melina Asadi di 3 anni, gruppi di militanti sono stati ripresi mentre sparavano con armi automatiche contro la polizia. In città da Hamedan a Lorestan, i rivoltosi si sono ripresi mentre picchiavano a morte a morte guardie di sicurezza disarmate che cercavano di impedire le loro violenze.

Sono emerse immagini dalla città dell'Iran centrale che mostrano i rivoltosi mentre attaccano un autobus pubblico e lo incendiano il 10 gennaio.

Kermanshah was infested with armed militants and rioters when 3 year old Melina was killed

The Israel-controlled Trump administration brands unarmed American protesters as terrorists and supports terrorists in Iran https://t.co/ukqXvhhWPc pic.twitter.com/TpCnl6xmTA

— Max Blumenthal (@MaxBlumenthal) January 11, 2026


A Teheran, nel frattempo, folle di rivoltosi hanno attaccato la storica moschea Abazar, bruciandone l'interno, mentre altri hanno appiccato incendi dolosi e bruciato copie del Corano all'interno della Grande Moschea di Sarableh e del santuario di Muhammad ibn Musa al-Kadhim nel Kuzestan.

I rivoltosi hanno appiccato il fuoco a un grande edificio comunale nel cuore della città di Karaj, mentre hanno bruciato il mercato nel centro di Rasht. A Borujen, secondo quanto riferito, teppisti antigovernativi hanno dato fuoco a una biblioteca storica piena di testi antichi durante una notte di saccheggi e distruzione.

The footage shows damage being inflicted on ABUZAR #mosque.
In recent days, claims had circulated that mosques were being used as bases for repression or as detention sites. However, the images indicate that the mosque was closed at the time, with no signs of unusual activity or… pic.twitter.com/XXX3OuCH8f

— Hussein bin Saeed Ahvazi (@SayyidHussein) January 11, 2026

Rioters burned the marketplace in the Iranian city of Rasht to a crisp

Netanyahu, Trump and every leader of the collective West has endorsed this

Of course, they are a model of tolerance toward protesters in their own cities pic.twitter.com/fQ26XDSVnS

— Max Blumenthal (@MaxBlumenthal) January 12, 2026


Nessuno di questi incidenti ha suscitato alcuna reazione da parte dei media o dei governi occidentali, anche dopo che il ministero degli Esteri iraniano ha obbligato gli ambasciatori di Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia a visionare di persona le immagini delle violenze compiute dai rivoltosi.

Secondo il governo iraniano, durante i disordini sono stati uccisi oltre 100 poliziotti e agenti di sicurezza. Tuttavia, due ONG iraniane con sede a Washington e finanziate dal governo statunitense hanno stimato un numero di vittime molto più basso tra le forze governative. Questi gruppi sono diventati la fonte di riferimento per i media occidentali sulle proteste.


I lobbisti del cambio di regime stabiliscono l'agenda

Nel valutare il bilancio delle vittime in Iran, i media statunitensi ed europei si sono basati su due ONG con sede a Washington e finanziate dal National Endowment for Democracy (NED) del governo statunitense: l'Abdorrahman Boroumand Center for Human Rights in Iran e Human Rights Activists in Iran.

Un comunicato stampa del 2024 del NED descriveva esplicitamente l'Abdorrahman Boroumand Center for Human Rights in Iran come “un partner del National Endowment for Democracy (NED)”. Inoltre, una dichiarazione del 2021 di Human Rights Activists in Iran afferma che il gruppo “ha ampliato la propria rete e ha deciso di iniziare a ricevere aiuti finanziari dal National Endowment for Democracy (NED), un'organizzazione non governativa e senza scopo di lucro con sede negli Stati Uniti” dopo essere stato accusato dal governo iraniano di avere legami con la CIA nel 2010.

Il NED è stato creato sotto la supervisione del direttore della CIA dell'amministrazione Reagan, William Casey, per consentire al governo di continuare a interferire all'estero nonostante la diffusa sfiducia nei servizi segreti statunitensi. Uno dei suoi fondatori, Allen Weinstein, ha ammesso pubblicamente che “molto di ciò che facciamo oggi è stato fatto segretamente 25 anni fa dalla CIA”.

Pur non riconoscendo il finanziamento della ONG da parte del NED, The Washington Post e ABC News hanno citato in modo prominente l'Abdorrahman Boroumand Center nella loro copertura delle proteste iraniane. Nel consiglio di amministrazione del Centro siede Francis Fukuyama, l'ideologo che ha firmato la lettera fondatrice del Project for a New American Century, forse il manifesto più importante del neoconservatorismo moderno.

I dati forniti dall'organizzazione dal nome suggestivo “Human Rights Activists in Iran” hanno avuto una diffusione ancora più ampia, con la recente stima di 544 vittime citata da decine di testate mainstream statunitensi e israeliane di tutto lo spettro politico, nonché da Dropsite. Anche la società di intelligence “ombra della CIA” Stratfor ha citato la ONG in un articolo intitolato “Le proteste in Iran aprono una finestra per l'intervento degli Stati Uniti e/o di Israele”.

Poiché il numero preciso delle vittime delle proteste è ancora difficile da accertare, un gruppo eterogeneo di influencer online ha colmato il vuoto informativo con affermazioni esagerate e di dubbia provenienza. Tra questi propagandisti c'è la nota suprematista ebrea Laura Loomer, confidente di Trump, che ha esultato dicendo che “il numero dei manifestanti iraniani uccisi dalle forze del regime islamico ha ormai superato i 6.000!”, citando una presunta “fonte della comunità dei servizi segreti”.

Anche il casinò digitale Polymarket ha gonfiato il numero delle vittime, affermando senza citare fonti che “oltre 10.000” persone sono state uccise dalle “forze iraniane [che hanno usato] fucili automatici contro i manifestanti” e dichiarando falsamente che l'Iran aveva “perso quasi tutto il controllo” di tre delle sue cinque città più grandi.

Polymarket spreads neocon disinformation to manufacture consent for bombing Iran

It is also paying influencers all across this site to popularize its brand

The "world's largest prediction market" relies on psychological warfare to manipulate betting markets https://t.co/wPfOtneENR

— Max Blumenthal (@MaxBlumenthal) January 12, 2026


Negli ultimi mesi, Polymarket è diventato famoso per aver permesso agli addetti ai lavori di abusare delle loro conoscenze avanzate sugli sviluppi politici – come il recente assalto militare statunitense a Caracas e il rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro – per incassare centinaia di migliaia di dollari. Il sito, che si autodefinisce “il più grande mercato di previsioni al mondo”, è stato fondato con un importante investimento del magnate dell'intelligenza artificiale Peter Thiel e ora vanta Donald Trump Jr. come consulente.

Diffondendo cifre chiaramente gonfiate sul numero dei morti, gli attivisti per il cambio di regime e gli amici di Trump stanno apparentemente spingendo il presidente, notoriamente credulone, a lanciare un altro attacco militare contro Teheran.

In una valutazione delle proteste del 7 gennaio, Stratfor ha descritto il caos nelle strade iraniane come un'allettante opportunità per la guerra, scrivendo: “Sebbene sia improbabile che il regime crolli, i disordini in corso potrebbero aprire la porta a Israele o agli Stati Uniti per condurre attività segrete o palesi volte a destabilizzare ulteriormente il governo iraniano, sia indirettamente incoraggiando le proteste, sia direttamente attraverso azioni militari contro i leader iraniani”.

Tuttavia, l'appaltatore della CIA ha riconosciuto che “nuovi attacchi militari contro l'Iran potrebbero anche porre fine all'attuale movimento di protesta, portando invece a una più ampia manifestazione di nazionalismo e unità iraniani, un modello osservato dopo gli attacchi statunitensi e israeliani nel 2025”.


“Pronti a sparare”

L'ultima ondata di proteste antigovernative in Iran ha ricevuto, come prevedibile, il caloroso sostegno di numerosi leader occidentali, tra cui il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

“Se l'Iran sparerà [sic] e ucciderà violentemente i manifestanti pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti d'America verranno in loro soccorso”, ha annunciato Trump. “Siamo pronti a sparare e pronti a partire”.

Qualche giorno dopo, Trump ha nuovamente minacciato l'Iran: “È meglio che non iniziate a sparare [ai manifestanti], perché anche noi inizieremo a sparare”. Poi, il 12 gennaio, Trump ha decretato che qualsiasi paese sorpreso a commerciare con l'Iran avrebbe dovuto pagare una tariffa del 25% sulle merci scambiate con gli Stati Uniti.

Ora, secondo quanto riferito, Trump starebbe valutando un attacco, prendendo in considerazione opzioni che vanno dalla guerra cibernetica ai raid aerei. Tuttavia, il ritmo delle proteste antigovernative sembra aver subito un rallentamento, con un ritorno alla relativa calma nelle principali città.

Mentre la situazione si calma, milioni di cittadini iraniani stanno riversandosi nelle strade delle città, da Teheran a Mashhad, per esprimere la loro indignazione per le rivolte, per denunciare gli elementi stranieri che hanno contribuito a fomentare la furia del cambiamento di regime e per proclamare il loro sostegno al governo. Ma nelle redazioni di tutto l'Occidente sembra vietato dare voce a queste masse di manifestanti iraniani.

(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

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Max Blumenthal - Caporedattore di The Grayzone, Max Blumenthal è un giornalista pluripremiato e autore di diversi libri, tra cui i best seller Republican Gomorrah, Goliath, The Fifty One Day War e The Management of Savagery. Ha scritto articoli per diverse testate, realizzato numerosi reportage video e diversi documentari, tra cui Killing Gaza. Blumenthal ha fondato The Grayzone nel 2015 per far luce, dal punto di vista giornalistico, sullo stato di guerra perpetua degli Stati Uniti e sulle sue pericolose ripercussioni interne.


Wyatt Reed -
Wyatt Reed è redattore di The Grayzone. In qualità di corrispondente internazionale, ha seguito storie in oltre una dozzina di paesi. Seguitelo su Twitter/X all'indirizzo @wyattreed13.


Fonte originale: https://thegrayzone.com/2026/01/12/western-media-riots-iran-govt-regime-change/


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Capo militare UK ignora avvertimenti russi, fiducioso su schieramento in Ucraina

Il Capo di Stato Maggiore della Difesa britannico ha dichiarato di essere "fiducioso" che le truppe del Regno Unito sarebbero al sicuro se dispiegate in Ucraina nell'ambito di un cessate il fuoco con la Russia, nonostante gli avvertimenti di Mosca secondo cui qualsiasi forza occidentale nel paese sarebbe considerata un "bersaglio legittimo". Intervenuto all'audizione della commissione difesa del parlamento, il Maresciallo Capo dell'Aria Richard Knighton ha sottolineato che il Regno Unito "non schiererà le nostre forze armate se non saremo sicuri che saranno al sicuro".

Rispondendo ai quesiti su equipaggiamento, addestramento e rotazioni, Knighton ha espresso fiducia sul fatto che le truppe sarebbero dispiegate in una maniera "tale da garantire la loro sicurezza". Allo stesso tempo, ha riconosciuto che "non esiste il rischio zero negli ambienti operativi". "Il compito della leadership militare... è valutare quel livello di rischio e assicurarsi che i benefici che otteniamo dalla missione superino i rischi potenziali", ha affermato Knighton, sostenendo che finanziamenti aggiuntivi ridurrebbero la minaccia.

I sostenitori europei del regime di Kiev, guidati da Regno Unito e Francia, da tempo valutano piani per dislocare truppe sul terreno in Ucraina dopo un potenziale cessate il fuoco con la Russia. Questo mese, i leader britannici, francesi e ucraini hanno firmato una 'Dichiarazione di Intenti' su un dispiegamento militare. Il Primo Ministro britannico Keir Starmer ha dichiarato che il piano includerà "hub militari" e strutture protette per armi ed equipaggiamenti, mentre il Presidente francese Emmanuel Macron ha suggerito che la missione potrebbe coinvolgere "potenzialmente migliaia" di soldati schierati "molto dietro la linea di contatto". Tuttavia, secondo Le Monde, Macron ha incontrato una significativa opposizione parlamentare, che ha insistito affinché qualsiasi dispiegamento avvenga sotto mandato ONU.

La Russia ha escluso qualsiasi schieramento di truppe occidentali in Ucraina, avvertendo che le unità straniere sarebbero considerate "bersagli legittimi" e che i piani dei sostenitori di Kiev equivalgono a un'interferenza esterna. Mosca ha ripetutamente dichiarato che uno dei suoi obiettivi fondamentali nel conflitto è impedire che truppe e infrastrutture della NATO intervengano nel paese vicino.

D'altra parte, la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha affermato che l'élite al potere nell'Unione Europea e in Gran Bretagna vede un accordo di pace sull'Ucraina come una minaccia per sé stessa e lo ostacola attivamente. La diplomatica russa, commentando un webinar del Global Fact-checking Network, ha dichiarato: "Il Regno Unito e l'UE stanno bloccando in modo intenzionale e sistematico le soluzioni politiche e diplomatiche alla crisi ucraina. Persino la possibilità della pace è vista dalle élite al potere di questi paesi e dalla burocrazia come una minaccia al loro sfiorito dominio globale".

Zakharova ha posto l'accento sul ruolo di Londra, ricordando che "nel 2022, l'allora Primo Ministro Boris Johnson istruì personalmente Zelensky a non firmare un accordo di pace che era già stato redatto. L'intera questione avrebbe potuto essere risolta lì e allora, a Istanbul, risparmiando innumerevoli vite e garantendo sicurezza per entrambe le nazioni e per gli anni a venire". Questa ricostruzione sottolinea la profonda divergenza di visioni, con Mosca che accusa l'Occidente di perpetuare il conflitto per interessi geopolitici, mentre le capitali europee preparano piani che, a loro dire, mirano a stabilizzare e proteggere l'Ucraina in uno scenario di tregua.

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Escalation ucraina: raid di droni contro petroliere nel Mar Nero

Un attacco con droni è stato registrato al largo della costa di Novorossijsk, prendendo di mira petroliere in attesa di caricare petrolio dal Kazakistan attraverso il terminale del Consorzio dell'Oleodotto del Caspio (CPC). Come riporta Reuters, droni hanno colpito simultaneamente quattro navi greche nella zona di rada.

Le petroliere coinvolte sono Delta Harmony, Freud, Delta Supreme e Matilda. A bordo del Delta Harmony si è sviluppato un incendio in seguito all'attacco, ma l'unità non ha subito danni gravi e le fiamme sono state rapidamente domate. Le altre navi hanno riportato danni di varia entità, sebbene secondo le valutazioni preliminari non si siano verificate violazioni strutturali critiche e tutte abbiano mantenuto la galleggiabilità.

Bloomberg e RIA Novosti confermano l'attacco a due delle unità, il Delta Harmony e il Matilda, in attesa del proprio turno per il carico di greggio kazako nella zona di ancoraggio prossima al terminale. Secondo l'agenzia russa, i danni hanno interessato le attrezzature di carico a seguito dell'azione di droni ucraini. Le due petroliere sono state noleggiati dai consorzi Tengizchevroil (TCO) e Karachaganak Petroleum Operating (KPO).

La compagnia kazaka KazMunayGas ha confermato l'attacco al Matilda nelle vicinanze di un'installazione del CPC, precisando che il drone ha provocato un'esplosione senza un successivo incendio e che non si registrano feriti tra l'equipaggio. Una valutazione iniziale indica che la nave rimane pienamente navigabile e senza danni strutturali gravi. La sua operazione di carico presso il terminale era programmata per il 18 gennaio.

L'episodio si inserisce in una serie di azioni simili. Alla fine di novembre, le petroliere Kairos e Virat, battenti bandiera del Gambia e dirette verso il porto russo di Novorossijsk, furono attaccate con imbarcazioni marine senza equipaggio ucraine. Successivamente, nel medesimo porto, un attacco con mezzi simili compromise temporaneamente il dispositivo di ormeggio remoto VPU-2 del CPC, che serve aziende del settore energetico russe, kazake, statunitensi e di diversi paesi dell'Europa occidentale. All'inizio di dicembre, le autorità marittime turche hanno riferito di un altro attacco, questa volta contro una cisterna carica di olio di girasole partita dalla Russia verso la Georgia, avvenuto a poco più di 100 chilometri dalle coste turche.

La reazione di Mosca: minacce di rappresaglie

Il presidente russo Vladimir Putin ha avvertito che se il regime di Kiev continuerà con tali attacchi, Mosca potrebbe adottare "misure di risposta" contro navi di paesi che assistono l'Ucraina, promettendo nel contempo che le Forze Armate russe intensificheranno gli attacchi contro i porti ucraini e le imbarcazioni che vi fanno ingresso. "Quello che stanno facendo ora le Forze Armate ucraine è pirateria. Quali misure di risposta si possono prendere? In primo luogo, amplieremo la gamma dei nostri attacchi contro porti, installazioni e contro le navi che entrano nei porti ucraini. Secondo, se questo continua, considereremo la possibilità, non dico che lo faremo, ma considereremo la possibilità di prendere misure di risposta contro le navi dei paesi che aiutano l'Ucraina a portare avanti queste operazioni di pirateria", ha affermato il leader russo.

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Khamenei e Pezeshkian: le piazze iraniane hanno neutralizzato i piani dei nemici

In un deciso messaggio alla nazione, il Leader della Rivoluzione Islamica, Ayatollah Seyyed Ali Khamenei, ha esaltato le imponenti manifestazioni di sostegno alla Repubblica Islamica che si sono svolte in tutto il paese, definendole un evento storico che ha sventato i piani dei nemici volti a destabilizzare l’Iran attraverso i loro agenti interni. L’Ayatollah Khamenei ha sottolineato come questa massiccia partecipazione popolare abbia dimostrato la determinazione e l’identità della nazione ai suoi avversari, servendo al contempo come monito alle autorità statunitensi affinché pongano fine ai loro inganni e cessino di fare affidamento su mercenari sleali. Il Leader ha descritto il popolo iraniano come forte, potente e consapevole, sempre presente e vigente nei momenti di crisi.

Le manifestazioni, alle quali hanno preso parte cittadini di ogni estrazione sociale, sono iniziate in diverse ore del giorno in varie province e sono state definite dalle autorità una prova inconfutabile di unità e solidarietà di fronte ai complotti del nemico, che cerca di seminare caos e divisione servendosi di mercenari e terroristi. Le recenti proteste, nate inizialmente come pacifiche rivendicazioni economiche da parte di alcuni commercianti, sono state infatti deviate verso la violenza dopo dichiarazioni pubbliche di figure statunitensi e del regime sionista israeliano, amplificate da media persianofoni legati a Israele, che incitavano al vandalismo e al disordine. Le autorità iraniane, pur riconoscendo la legittimità delle preoccupazioni economiche della popolazione - aggravate dalle sanzioni unilaterali statunitensi che colpiscono la banca centrale e le esportazioni di petrolio - hanno condannato gli elementi interessati alla destabilizzazione per aver sfruttato queste sacrosante istanze. Gli apparati di sicurezza e giudiziari hanno annunciato di aver smantellato diverse cellule armate e arrestato operativi collegati a potenze straniere durante i disordini, inclusi agenti del Mossad israeliano.

In piena sintonia con il Leader, il Presidente Masoud Pezeshkian ha a sua volta reso omaggio alla partecipazione “magnifica ed epica” di milioni di iraniani nelle piazze, affermando che questa imponente mobilitazione ha neutralizzato i “disegni sinistri” dei nemici stranieri e dei loro mercenari. In un messaggio alla nazione, il Presidente ha espresso profonda gratitudine per la “fermezza e l’autorità” del popolo di fronte all’insurrezione e all’intervento straniero, inchinandosi davanti alla grandezza della sua potente volontà. Ha definito le manifestazioni un segno di vigilanza e responsabilità senza pari nella difesa degli ideali religiosi e nazionali contro “nemici oppressori e terroristi”. Nonostante i disagi interni, ha osservato, l’interesse nazionale e l’integrità territoriale sono rimasti la forza unificante dei manifestanti. Il Presidente Pezeshkian ha sottolineato che l’unità dimostrata in tutte le province costituisce una barriera contro i “percorsi criminali” degli Stati Uniti, dei loro alleati e del regime israeliano, e che questa prova di sostegno rende il governo ancor più determinato ad affrontare le sfide del paese dall’interno.

Invece, dagli Stati Uniti, il presidente Donald Trump continua a soffiare sul fuoco attraverso la sua piattaforma Truth Social. Trump ha esortato i manifestanti iraniani a continuare le proteste e a “impadronirsi delle istituzioni”, promettendo loro sostegno e annunciando di aver cancellato ogni incontro con funzionari iraniani “finché non cesserà l’insensata uccisione di manifestanti”. Trump ha concluso il suo appello con un nuovo slogan, mutando il noto “MAGA” in “MIGA”: “Make Iran Great Again”. Queste dichiarazioni esterne appaiono come il chiaro complemento della linea dura denunciata da Teheran, dove il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate, il generale Abdolrahim Mousavi, ha accusato proprio Israele e Stati Uniti di infiltrare terroristi del cosiddetto Stato Islamico tra i manifestanti. Il quadro che emerge è dunque quello di una nazione che, pur affrontando sfide economiche reali, si è unita compattamente per respingere un attacco ibrido orchestrato dall’estero, mentre figure straniere continuano apertamente a soffiare sul fuoco della destabilizzazione.

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Guerra alla Russia: esercito europeo o coalizione dei “volenterosi”?


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

Sembrava che negli ultimi tempi fosse calato il silenzio sui piani di allestimento di un esercito europeo. Ora, col pretesto di fare la voce grossa nei confronti di Trump e delle sue ambizioni sulla Groenlandia, bofonchiando qualcosa sull'invio di truppe “europee” sull'isola, a difesa della sovranità danese, ecco che si riaffaccia l'idea di una forza armata comune della UE. Non che la Groenlandia c'entri davvero qualcosa, per carità; ma offre l'occasione di una sortita, di cui in verità nessuno sentiva questo gran bisogno, al Commissario europeo alla guerra Andrius Kubilius, per parlare di un esercito europeo permanente di 100.000 uomini, in sostituzione delle forze yankee in Europa, che ammontano oggi, per l'appunto, a circa 100.000 unità.

Perché, se si arrivasse a una contrapposizione, non certo davvero militare, tra Bruxelles e Washington, si dice, ciò condurrebbe a una disgregazione, o quantomeno a un indebolimento, della NATO.

Quindi, sin «dall'inizio del mio mandato», dice colui a cui si deve il vaticinio sulla Russia che «tra cinque anni, o forse anche prima, attaccherà un paese europeo, o forse più di uno», vado ripetendo che «ci troviamo di fronte a due problemi: la minaccia russa e il ritiro degli Stati Uniti dalla regione indo-pacifica. Oggi, il bilancio militare della Russia, in termini di parità di potere d'acquisto, rappresenta l'85% della spesa per la difesa di tutti i paesi UE. Non vi è alcun segno che Putin intenda raggiungere la pace. Anche se la pace venisse raggiunta, continuerà a perseguire un'economia militare». Ovvio: come farebbe altrimenti a mettere in atto il vaticinio di Merlino-Kubilius. Ora, dice il Commissario-veggente, la situazione è questa: «Gli Stati Uniti ci chiedono ufficialmente di essere pronti ad assumerci la piena responsabilità della difesa dell'Europa. E non possiamo che essere d'accordo con questa richiesta. Se gli americani lasciano l'Europa... come sostituiremo l'esercito americano, forte di 100.000 uomini, che è la spina dorsale delle forze armate in Europa? Chi diventerà la spina dorsale dell'esercito europeo? I tedeschi? Un insieme di 27 "eserciti di carta": eserciti che sembrano belli ma in realtà sono esigui, ridotti, tagliati? Oppure, come proposero Jean-Claude Juncker, Emmanuel Macron e Angela Merkel dieci anni fa... creeremo un potente "esercito europeo" permanente di 100.000 soldati?». Mettiamoci dunque all'opra, miei prodi, «Perché, come ha affermato di recente il Cancelliere Merz, i giorni della Pax Americana sono finiti. L'indipendenza nella difesa significa che dobbiamo essere pronti a difenderci nel quadro della NATO, ma con una presenza americana molto più ridotta in Europa. Il nostro problema è la mancanza di unità. Ecco perché, prima di tutto, dobbiamo rispondere a una domanda molto semplice: gli Stati Uniti sarebbero militarmente più forti se avessero 50 eserciti statali invece di un unico esercito federale, 50 strategie di difesa e bilanci per la difesa statali invece di un'unica strategia e bilancio di difesa federale? I nostri cittadini hanno una risposta molto chiara: una recente pubblicazione su Politico mostra che in Spagna, Belgio e Germania, circa il 70% dei cittadini preferisce che il proprio Paese sia difeso da un esercito europeo piuttosto che da un esercito nazionale (10%) o dalla NATO (12%)». Il primo passo, dice Andrius, è la creazione di un Consiglio di Sicurezza Europeo, con membri permanenti di alcuni paesi UE, un rappresentante della Gran Bretagna e rappresentanti di altri paesi europei a rotazione. 

Nella prospettiva di una disgregazione della NATO che, secondo l'odierna vulgata ufficiale, potrebbe venir provocata dalle mire territoriali trumpiane nei confronti di un membro europeo dell'Alleanza atlantica, la Danimarca, la ricetta è quindi quella di salvaguardare i profitti del complesso militare-industriale indirizzando le spese di guerra verso un nuovo soggetto.

Soggetto che, per la verità, solo teatralmente dovrebbe contrapporsi allo sbarco yankee sull'isola artica ma, molto più prosaicamente e in linea coi veri obiettivi europeisti, dovrebbe prepararsi allo scontro, autentico, con la Russia.

Ma, a parte le uscite kubiliusiane su «un'unica strategia e bilancio di difesa federale», sul modello USA, adattati al vecchio continente, nel mondo reale le truppe “europeiste” dovrebbero essere preparate allo scontro con la Russia e, più concretamente, nella situazione attuale, sul territorio ucraino.

Anche perché non è ancora ben chiaro come i “Volenterosi” intendano attuare il piano disegnato il 6 gennaio a Parigi per lo schieramento di truppe nelle “retrovie” ucraine, lontane dal fronte, secondo la dichiarazione d'intenti sottoscritta da Francia, Gran Bretagna e Ucraina per il dispiegamento di una forza multinazionale dopo un cessate il fuoco. Questo, ricordando anche solo di sfuggita che la proscrizione di dispiegamento di truppe occidentali in Ucraina è sempre stato uno dei punti chiave proclamati con l'Operazione speciale.

Ora, dice il Capo di SM della Difesa di Londra, Maresciallo dell'Aria Richard Knighton, truppe britanniche non saranno dispiegate in Ucraina «se non saremo certi che siano al sicuro. Ne sono certo, avendo partecipato attivamente al lavoro della coalizione. Siamo pronti a pianificare e disponiamo delle risorse per svolgere i compiti assegnati. E ulteriori finanziamenti mitigheranno i rischi che potremmo affrontare». Ricordando che il governo britannico ha stanziato due milioni di sterline per la modernizzazione dell'esercito, Knighton ha detto di essere «fiducioso che garantiremo la sicurezza degli uomini che invieremo là. Ma dovete capire che in combattimento non esiste il rischio zero. Spetta alla leadership militare, con il supporto dei ministri, valutare il livello di rischio e garantire che i benefici che otteniamo dall'invio di truppe superino i potenziali rischi».

In ogni caso, non nuoce ricordare che lo stesso Knighton, appena lo scorso dicembre, aveva dichiarato che «è tempo che i figli e le figlie della Gran Bretagna si preparino alla guerra con la Russia». A questo punto, quindi, rimane da stabilire se debbano prepararvisi come britannici o come adepti del nuovo “club” auspicato da Merlino-Kubilius. 
Anche perché, senza tante tergiversazioni, proprio il britannico The Mirror si è dato a preparare la popolazione alla mobilitazione. Il giornale ricorda come, nelle precedenti guerre globali, i cittadini venissero chiamati ad abbandonare la quotidianità e a imbracciare le armi: «Sebbene uno scenario del genere possa sembrare una reliquia del passato, la possibilità di un conflitto su larga scala sembra spaventosamente reale». Rievocando il passato e le classi d'età che venivano arruolate o mobilitate, The Mirror fa la propria parte nell'alimentare la tensione, esortando i britannici a prendere in considerazione una «imminente Terza Guerra Mondiale» e invitandoli a chiedersi se i mestieri esercitati possano essere «riconosciuti indispensabili, tanto da evitare la coscrizione». A sua volta, il deputato Mike Martin, ex reduce dell'Afghanistan, sempre a proposito della coscrizione, giudica alto il rischio di guerra con la Russia e che siano quindi necessari adeguati preparativi: «se dovessimo entrare in una guerra su vasta scala con la Russia, arruoleremmo la popolazione, non c'è dubbio».

Altro che esercito europeo modellato sui vaticini di Merlino-Kubilius.

Anche se, si deve dire, si pronostica che il prossimo Comandante in capo della NATO sia un militare tedesco. Quantomeno, è questo che prevede l'esperto militare e politologo tedesco Carlo Masala: «Francamente, non vedo alternative al momento, perché la Germania è l'unico paese europeo tra i principali attori militari ad avere tutte le risorse necessarie per realizzare un simile riarmo in Europa. Non parlo della Francia, praticamente sull'orlo della bancarotta. E non vedo nemmeno la Gran Bretagna perseguire una politica per un riarmo su vasta scala. Quindi, penso che tutto dipenda dai tedeschi» e, in tal caso, gli Stati Uniti ritireranno completamente le loro truppe dall'Europa, perché se l'Alleanza dovesse avere un Comandante Supremo tedesco, francese o danese, non sarà lui comandare le forze americane in Europa. Di più: con il ritiro USA, l'Europa non dispone delle capacità strategiche per condurre una guerra, che sono fornite dagli Stati Uniti, come nel caso di intelligence, sorveglianza e ricognizione satellitare. «Il 70% di queste capacità nella NATO è fornito dagli Stati Uniti. Se questi non condividono queste capacità con gli europei, le truppe europee saranno cieche nei cieli sopra l'Europa».
In ogni caso, dice Masala, sarebbe il caso di integrare gli ucraini nelle strutture esistenti, anche senza arrivare a una piena adesione alla NATO. «Non c'è differenza tra le Forze armate ucraine e quelle della NATO» e si dovrebbero includere gli ucraini in tutti i nostri comandi come paese partner e anche nel complesso delle forze di presenza avanzata negli Stati baltici». Questo perché, dice il tedesco, gli eserciti europei dovrebbero imparare da quello ucraino, prima di arrivare alla guerra con la Russia, prevista per il 2029: «Il ruolo dell'Ucraina in questo processo sarà quello di diventare la prima linea di difesa... e le nostre forze armate possono imparare molto dall'esercito ucraino, perché è l'unica forza non russa in Europa ad avere esperienza di combattimento».

E, da guerrafondaio che va al nodo della questione, Masala afferma che nonostante «l'élite politica riconosca che la Russia rappresenta una minaccia militare per il resto d'Europa e che la sconfitta dell'Ucraina minaccerebbe l'intero sistema di sicurezza europeo... questo non trova molta eco tra la gente». Urge quindi moltiplicare la militarizzazione della società, per istillare nelle coscienze la “necessità” delle spese di guerra. Gli europei sono scontenti dei tagli alla spesa sociale, dice il teutonico e anche l'idea di estendere la coscrizione militare trova scarso sostegno; ecco perché i governi «si astengono dal prendere decisioni veramente difficili quando si tratta di affrontare davvero la Russia». 

Tendi bene l'orecchio, Andrius di Delfi: «Se non si hanno società stabili, non ha senso riarmare l'Europa. Non si possono impegnare a lungo le truppe in zona di guerra se la società non le supporta». 

E la dimostrazione di pochi giorni fa con l'Orešnik, lanciato su un'area, “lontano dal fronte”, in cui potrebbero venir schierate truppe occidentali, ha fatto proprio al caso per per sollevare quanti più dubbi possibili, di quanti non ne siano già stati sollevati, in Francia e Gran Bretagna, sul dispiegamento di “volenterosi”. Senza testate o potenza rilevante, lo scopo del lancio su L'vov è stato solo quello di dimostrare che l'Orešnik può raggiungere i confini UE senza venir intercettato.

Ogni tanto, un “innocuo” ammonimento può accelerare decisioni di rilievo.

 

 

https://news-front.su/2026/01/13/zayavleniya-trampa-po-grenlandii-vozrodili-ideyu-o-evropejskoj-armii/

https://politnavigator.news/britaniya-soglasna-voevat-tolko-v-usloviyakh-polnojj-bezopasnosti-i-preimushhestva.html

https://politnavigator.news/britanskaya-pressa-priblizhaetsya-vojjna-s-rossiejj-mobilizaciya-neizbezhna.html

https://politnavigator.news/tretijj-raz-na-te-zhe-krovavye-grabli-germaniya-gotova-gnat-evropu-na-vojjnu-s-rossiejj.html

https://politnavigator.news/ukraina-uzhe-v-nato-prosto-pervaya-liniya-oborony-bez-prava-golosa-nemeckijj-ehkspert.html

https://politnavigator.news/dazhe-ne-pytajjtes-perevooruzhat-evropu-vas-snesut-nemeckijj-voennyjj-ehkspert-evro-ehlitam.html

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Il Parlamento europeo vieta l'accesso ai diplomatici iraniani nei suoi locali

 

La presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola ha annunciato lunedì che a tutto il personale diplomatico e ai rappresentanti dell'Iran è vietato accedere ai locali del Parlamento europeo, a causa delle proteste in corso in diverse parti del Paese.

"Non può continuare come se nulla fosse cambiato. Mentre il coraggioso popolo iraniano continua a difendere i propri diritti e la propria libertà, oggi ho preso la decisione di vietare a tutto il personale diplomatico e a qualsiasi altro rappresentante della Repubblica islamica dell'Iran di accedere a tutti i locali del Parlamento europeo", ha scritto Metsole sulla piattaforma social X.

"Questa Camera non contribuirà a legittimare questo regime che si è sostenuto attraverso la tortura, la repressione e gli omicidi", ha aggiunto.

Lunedì mattina, il portavoce della Commissione europea ha dichiarato che gli Stati membri stanno tenendo discussioni riservate sull'opportunità di designare il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie dell'Iran come organizzazione terroristica.

"La discussione tra gli Stati membri è in corso secondo regole riservate, come da procedura stabilita, e non potrò entrare nei dettagli", ha dichiarato Anouar El Anouni ai giornalisti a Bruxelles, sottolineando che qualsiasi designazione del genere richiederebbe l'approvazione unanime di tutti i Paesi dell'UE.

Ha aggiunto che la Guardia Rivoluzionaria è già soggetta a sanzioni UE di vasta portata sotto molteplici regimi, tra cui quelle relative alle armi di distruzione di massa dell'Iran, alle violazioni dei diritti umani e al sostegno alla guerra della Russia in Ucraina.

"Siamo pronti a proporre nuove sanzioni più severe a seguito della violenta repressione dei manifestanti. Questa è una decisione che gli Stati membri dovranno prendere all'unanimità in sede di Consiglio", ha affermato.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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La Groenlandia nel Grande gioco dell'Artico


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

Parlare della Groenlandia significa parlare dell'Artico e dell'importanza che la regione va sempre più assumendo a livello globale, con attori di primo piano e “comparse” che però aspirano a ruoli meno marginali. La “comparse” mirano a ritagliarsi una parte, sia pur minore, nel gioco per aggiudicarsi almeno qualcosa delle enormi possibilità legate alla presenza nell'area. Riguardo agli attori principali, per dire, tra le vaste prospettive di cooperazione globale russo-cinese, quella sullo sviluppo dell'Artico non rientra certo tra le linee secondarie: dallo sfruttamento delle sue risorse, alle possibilità di rotte commerciali alternative, e anche ai pericoli militari che possono derivare dalla corsa americana per recuperare il forte ritardo accumulato in un'area che, per i rovinosi cambiamenti climatici innescati dalla bramosia di profitto, sta diventando sempre più strategica.

Anche i paesi UE sono dunque in allerta e accrescono i bilanci della difesa per consolidare l'influenza sulle infrastrutture energetiche nell'Artico. Ecco una delle ragioni per cui, nel momento in cui si fanno più insistenti gli “ammiccamenti” trumpiani a mettere le mani sulla Groenlandia, la Gran Bretagna discute con altri paesi europei l'invio di forze NATO sull'sola per cercare di dissuadere gli Stati Uniti, secondo il Telegraph, dalla sua annessione.

D'altra parte, l'interesse yankee per la Groenlandia è strategico, sia militarmente che economicamente e non solo per le risorse naturali dell'immensa isola. gli USA hanno da tempo aperto un consolato in Groenlandia e nominato un rappresentante del Dipartimento di Stato come Ambasciatore Generale per la regione artica; al Dipartimento della difesa hanno introdotto la carica di vice Assistente Segretario alla difesa per l'Artico e la stabilità globale.

In quello scacchiere, però, gli USA, pur nella loro veste di “attori globali”, sono abbastanza indietro rispetto, ad esempio, alla Russia, le cui coste costituiscono il 53% delle coste dell'Artico: il 10% del PIL russo e il 20% delle sue merci esportate passano per il Circolo Polare Artico. E, come corollario di particolare significato, gli USA dispongono appena di qualche unità di rompighiaccio, contro gli oltre 50 della Russia, tra nucleari e diesel-elettrici, senza contare che Moskva ha in programma la costruzione di altri 150 vascelli artici, di cui 46 di salvataggio e 12 rompighiaccio, oltre alle circa 600 navi civili della flotta artica. Si dice che entro il 2033 saranno costruiti tre rompighiaccio “Lider”, primi al mondo a consentire la navigazione tutto l'anno sul corridoio orientale della rotta del Nord, costeggiando la ?ukotka e attraverso lo stretto di Bering. In questo senso, non è quindi azzardato parlare di una rivoluzione del trasporto marittimo, in particolare per il mercato del GNL, in forte concorrenza alle rotte del canale di Suez, di Capo di Buona Speranza e ai corridoi terrestri dell'Eurasia.

Dunque, Downing Street è in allarme, scrive il Telegraph e discute con Parigi e Berlino il possibile invio di truppe in Groenlandia per difendere il Circolo polare artico e, di passaggio per proteggersi da Russia e Cina.

Da parte di Washington, lo scorso dicembre Donald Trump aveva annunciato la nomina del governatore della Louisiana Jeff Landry a inviato speciale per la Groenlandia e il governatore aveva confermato l'intenzione USA di rendere l'isola parte del proprio territorio. Immediata presa di posizione del ministro degli esteri danese Lars Lokke Rasmussen e richiesta di spiegazioni all'ambasciatore yankee a Copenaghen. Mercoledì scorso, il Segretario di stato Marco Rubio ha annunciato che intende incontrare le autorità danesi la prossima settimana per discutere della questione groenlandese.

Trump ha ripetutamente affermato che la Groenlandia dovrebbe diventare parte degli Stati Uniti, citando la sua importanza strategica per la sicurezza nazionale e, come catechistica appendice, anche per la difesa del "mondo libero".

Ora, ricorda qualcuno su facebook a proposito dell'importanza della regione artica e, come annesso, della Groenlandia, i corridoi baltico e artico non sono dettagli di secondo piano sulla scacchiera globale. Sono arterie strategiche che consentono alla Russia di garantire la propria deterrenza nucleare, in particolare attraverso la sua flotta di sottomarini armati di missili balistici. L'Artico consente a Moskva di dislocare sommergibili atomici in aree difficili da raggiungere, conservando così una piena capacità di risposta e le permette di proteggere le rotte critiche dall'accerchiamento NATO. La regione baltica, a sua volta, è diventata un corridoio ristretto militarizzato dove qualsiasi errore può portare a un'escalation conflittuale. Quando le grandi potenze iniziano a contendersi corridoi vitali – marittimi, energetici o militari – le possibilità di intervento diplomatico si riducono.

Su RIA Novosti, anche Elena Karaeva mette in evidenza le mosse di Bruxelles per contrastare la possibile "annessione americana" dell'enorme isola. Da un certo punto di vista e nonostante le proteste danesi e UE, la Groenlandia e gli Stati Uniti hanno in realtà più cose in comune di quanto immagini l'attuale establishment europeo. L'isola e gli Stati Uniti condividono una base comune, nota anche come placca tettonica nordamericana. L'unità geologica degli odierni Stati Uniti e Groenlandia ha circa tre miliardi di anni. Quando Trump, così detestato da Bruxelles, afferma che il suo Paese e l'isola hanno "molto in comune", ironizza Karaeva, non sta peccando contro la verità; sta semplicemente ricordando ai suoi detrattori la geografia.

Geografia che travasa in geopolitica e tocca gli equilibri mondiali, lo sviluppo strategico dei paesi e l'economia. Da questo punto di vista, l'accesso alle risorse si situa ai primi posti e, con esso, le rotte attraverso cui queste risorse, o i prodotti derivati, si spostano da un punto all'altro del pianeta: dall'area in cui quelle risorse giacciono a quella del loro sfruttamento.

E tanto le risorse, come i beni o i prodotti derivati, non vengono trasportati per via aerea, ma via mare. Non la consegna di prelibatezze a costosi ristoranti via aereo, prima che si deteriorino, costituisce il cuore dell'economia odierna, dice ancora sarcasticamente Karaeva; no, l'asse vitale è rappresentato dal trasporto di merci e prodotti tramite container, via mare.

«Quando sorgono problemi con il canale di Suez, con le vie d'acqua bloccate, il mondo europeo si blocca in un angolo, dato che l'Europa ha da tempo smesso di produrre ciò di cui ha bisogno quotidianamente. Chiunque controlli oggi il commercio marittimo sul pianeta controlla l'opinione pubblica, i prezzi delle azioni, la crescita economica (o il declino). E tutto il resto. Inutile dire che questo è uno degli obiettivi dell'establishment americano».

Ecco dunque l'importanza globale dell'Artico e, con esso, della Groenlandia e Trump ha ben presente la mappa che mostra come, acquisendo la Groenlandia, o per “compravendita” o per annessione, gli Stati Uniti potrebbero ottenere il controllo di una parte significativa della regione marittima artica.

Ma, come detto sopra, al momento gli USA possono vantare ben poca influenza nell'area: non dispongono di una flotta di rompighiaccio che sia davvero tale. Parlare di Artico senza disporre di vascelli adatti alla sua navigazione, personalmente fa venire in mente la battuta di quel buontempone che irrideva a chi va a giocare a tennis, ma lascia a casa la racchetta.

Mentre gli americani promuovevano "idee di progresso e democrazia" in tutto il mondo, dice di nuovo Karaeva, la Russia costruiva rompighiaccio: a propulsione nucleare, diesel-elettrica; costruiva anche rompighiaccio e traghetti atti alla navigazione in quelle acque. Così che oggi la Cina invia di buon grado in Europa i propri prodotti servendosi della rotta marittima settentrionale russa, con tempi di percorrenza quasi dimezzati rispetto al canale di Suez.

Oggi, tre potenze siedono a un vero tavolo negoziale e i contorni del futuro ordine economico e politico mondiale sono discussi a Mosca, Pechino e Washington; all'opinione di Bruxelles è riservato il cestino della carta straccia e anche la posizione di Parigi e Berlino non interessa più di tanto.

Hanno un bel dire, al Corriere della Sera, citando lo scrittore Javier Cercas, che «Trump e Putin sono dalla parte dell'autoritarismo», mentre l'Europa «è la sola speranza per la democrazia». Nell'attuale sistema globale di interessi geopolitici, di cosa parlano i liberal-lacrimevoli che cianciano a ogni passo di “autoritarismo” e “democrazia”, senza mai analizzarne i contenuti di classe, storici e sociali. Ha un bel piagnucolare, il signor Cercas, che «Trump e Putin non sono dalla parte della democrazia. Sono dalla stessa parte, quella dell’autoritarismo» e dunque «l’unica possibilità certa della vittoria della democrazia, che oggi è in pericolo, è che l’Europa si unisca. Perché l’Europa è il luogo in cui la democrazia è ancora viva, è più solida». Cosa intende per democrazia il signor Cercas? Quali sarebbero, a suo parere, i pericoli che la minacciano? Parlando di”democrazia” tout court, senza aggettivi, senza specificazioni sociali, senza mai specificare di “democrazia” per quale classe e ai danni di quale altra classe, intende forse quel sistema per cui si lasciano a casa lavoratori, si chiudono e si delocalizzano intere industrie? Quel sistema per cui miliardi vengono sottratti alle spese sociali, alla sanità, alle pensioni, per destinarli al riarmo e preparare così quella stessa Europa a una guerra totale con “l'autocrazia”? Buffoni lestofanti.

https://ria.ru/20260111/britaniya-2067188025.html?in=t

https://ria.ru/20260111/grenlandiya-2067133439.html

 

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Prestito a Kiev e armi Usa: si apre una nuova faglia dentro l'UE

 

"Germania e Paesi Bassi si oppongono a Parigi che sta cercando di impedire a Kiev di utilizzare il prestito europeo da 90 miliardi di euro per l'acquisto di armamenti statunitensi". Lo scrive oggi POLITICO citando varie fonti a conoscenza della nuova crepa interna all'Unione Europea.

E' noto come i paesi dell'UE abbiano virato su questo nuovo sostegno finanziario a Kiev nell'impossibilità di trovare un accordo sugli asset russi, durante il vertice del Consiglio europeo di dicembre. I paesi membri stanno ora negoziando le condizioni formali del finanziamento, a seguito della proposta presentata mercoledì dalla Commissione europea. Secondo due diplomatici dell'UE al corrente delle discussioni citati da POLITICO, oltre due terzi dei finanziamenti della Commissione dovrebbero essere destinati a spese militari, anziché al normale sostegno al bilancio.

Il presidente francese, Emmanuel Macron, intende garantire un trattamento preferenziale alle imprese militari dell'UE per rafforzare l'industria della difesa del blocco, anche se ciò significa che Kiev non potrà acquistare immediatamente quanto necessario per contenere le forze russe.

La maggior parte dei paesi, guidati dai governi di Berlino e dell'Aia, sostiene invece che Kiev debba avere maggiore autonomia su come spendere il pacchetto finanziario dell'UE destinato al sostegno della sua difesa, secondo documenti di posizione visionati da POLITICO.

Queste tensioni, prosegue POLITICO, raggiungono un punto critico dopo anni di dibattiti sull'opportunità di includere Washington nei programmi di acquisto della difesa dell'UE. Le divisioni si sono acuite da quando l'amministrazione del presidente statunitense, Donald Trump, ha minacciato un'occupazione militare della Groenlandia.

I critici affermano che la spinta francese per introdurre una rigorosa clausola di "acquisto europeo" legherebbe le mani a Kiev, limitando la sua capacità di difendersi dalla Russia. "L'Ucraina ha urgente bisogno anche di attrezzature prodotte da paesi terzi, in particolare sistemi di difesa aerea e intercettori di fabbricazione statunitense, munizioni e pezzi di ricambio per gli F-16, nonché capacità di attacco in profondità", ha scritto il governo olandese in una lettera agli altri paesi dell'UE, visionata da POLITICO.

Mentre la maggior parte dei paesi, Germania e Paesi Bassi inclusi, sostiene una clausola generale di "acquisto europeo", solo Grecia e Cipro – che attualmente mantengono una posizione neutrale in quanto presidenti di turno del Consiglio dell'UE – appoggiano la pressione francese per limitare il programma alle sole aziende europee, secondo diversi diplomatici a conoscenza dei negoziati. I Paesi Bassi, in particolare, hanno suggerito di stanziare almeno 15 miliardi di euro affinché l'Ucraina possa acquistare armi straniere non immediatamente disponibili in Europa. "L'industria della difesa dell'UE non è attualmente in grado di produrre sistemi equivalenti o di farlo nei tempi richiesti", ha scritto il governo olandese nella sua lettera.

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Venezuela, Padrino Lopez: "Unità nazionale e coscienza storica!"

Il Ministro della Difesa, Vladimir Padrino López, ha affermato che le Forze Armate Nazionali Bolivariane (FANB) accoglieranno l'appello lanciato dalla Presidente ad interim Delcy Rodríguez a mantenere l'unità nazionale.

Lo ha dichiarato in un messaggio pubblicato sul suo account Instagram - lunedì 12 gennaio - in cui ha dichiarato che "con il dolore dei nostri caduti in combattimento, eroi ed eroine di questa nazione", le FANB si uniranno a questo appello "in questi momenti difficili e cruciali che la nostra Repubblica sta vivendo".

"L'intrigo non contribuisce in alcun modo alla pace oggi; il settarismo non contribuisce in alcun modo alla pace oggi; e la sterile polarizzazione non contribuisce in alcun modo alla pace. Questo è un momento di unità nazionale e coscienza storica!", ha sottolineato il capo militare e ministro bolivariano.

Di seguito il messaggio completo di Padrino López:

"Unità nazionale e coscienza storica! È trascorsa una settimana piena di complessità dall'aggressione militare perpetrata contro il cuore stesso della nostra sovranità, con il sequestro del Presidente Nicolás Maduro e della First Lady, la deputata Cilia Flores. Con il dolore di coloro che sono morti in combattimento, eroi ed eroine di questa nazione, noi delle FANB (Forze Armate Nazionali Bolivariane) ci impegniamo a sostenere e ad accogliere l'appello all'unità del Presidente ad interim, Dott.ssa @delcyrodriguezv, in questi momenti difficili e cruciali per la nostra Repubblica.

L'intrigo non contribuisce in alcun modo alla pace oggi; il settarismo non contribuisce in alcun modo alla pace oggi; e la sterile polarizzazione non contribuisce in alcun modo alla pace. Questo è un momento di unità nazionale e coscienza storica!

A livello personale, vi dico che nei momenti più difficili che abbiamo affrontato dalla scomparsa del nostro Comandante Chávez, impedire spargimenti di sangue tra i venezuelani ed evitare divisioni all'interno delle FANB ha guidato le mie azioni. Pertanto, ribadisco il mio appello all'unità e alla serenità. Lo stesso appello che ho lanciato in momenti critici come il 2014, il 2017 e il 2019, quando l'aggressione contro la nostra nazione si intensificò, lo ripeto oggi con più forza che mai. Sono un paladino della pace! Senza unità, non ci saranno libertà né indipendenza! Unità e Libertà!".

 
 
 
 
 
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Sovranità sotto le bombe: il Venezuela bolivariano non cede

Nel pieno di una delle fasi più drammatiche della sua storia recente, il Venezuela mostra una compattezza politica e popolare che smentisce apertamente le narrazioni provenienti da Washington. La presidente incaricata Delcy Rodríguez ha ribadito con fermezza che il Paese non è governato da alcuna potenza straniera, ma da istituzioni legittime e da un popolo organizzato che resiste. Parole pronunciate da Catia La Mar, una delle località colpite dai bombardamenti statunitensi del 3 gennaio, divenuta simbolo della volontà venezuelana di difendere sovranità e indipendenza anche sotto le macerie.

L’aggressione militare degli Stati Uniti, costata la vita a circa cento civili e militari e accompagnata dal sequestro del presidente costituzionale Nicolás Maduro e prima combattente Cilia Flores, non ha prodotto la frattura interna auspicata dagli strateghi di Washington. Al contrario, ha rafforzato l’unità del campo chavista e la saldatura tra Governo, forze armate e potere popolare. Rodríguez ha più volte sottolineato che “la grande vittoria del nemico sarebbe dividerci”, ma che tale obiettivo è fallito di fronte a una risposta collettiva fatta di fermezza, serenità e coscienza storica.

Mentre Donald Trump si auto-proclama sui social “presidente ad interim” del Venezuela e alti funzionari USA rivendicano un controllo unilaterale sull’industria petrolifera venezuelana, Caracas riafferma la propria linea: relazioni internazionali basate sul rispetto, sulla legalità e su accordi trasparenti, senza rinunce alla sovranità nazionale. Anche sul terreno energetico, il Governo bolivariano insiste su una cooperazione che porti benefici reciproci, respingendo l’idea di una gestione coloniale delle proprie risorse.

Di fronte alla propaganda della Casa Bianca, che parla di “piena cooperazione” e celebra l’aggressione come un successo geopolitico, il chavismo risponde con la mobilitazione popolare, il sostegno internazionale e la legittimità costituzionale. Le manifestazioni in Venezuela e in decine di Paesi per la liberazione di Maduro e Flores testimoniano che la pressione esterna non ha spezzato il tessuto politico del Paese, ma lo ha reso più consapevole e coeso.

La storia recente dimostra ancora una volta che la Rivoluzione Bolivariana, nata come progetto di emancipazione nazionale e giustizia sociale, trova nella difficoltà la propria forza. Di fronte alle manovre statunitensi, il Venezuela bolivariano non arretra: si compatta, resiste e rilancia la propria battaglia per un futuro sovrano, multipolare e libero da ingerenze imperiali.


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La Russia potrebbe sostituire il Venezuela nelle forniture di petrolio alla Cina

Il possibile blocco delle forniture di petrolio venezuelano verso la Cina sta già producendo effetti a catena sui mercati energetici globali. Secondo diversi analisti, la brusca interruzione delle esportazioni - aggravata dal sequestro di petroliere e dal sequestro del presidente Nicolás Maduro il 3 gennaio - potrebbe offrire alla Russia l’opportunità di rafforzare la propria presenza sul mercato cinese.

Le raffinerie indipendenti cinesi, storicamente acquirenti di greggio venezuelano pesante a prezzi scontati, rischiano di trovarsi in difficoltà già dalla primavera del 2026. In questo scenario, le compagnie russe potrebbero aumentare le forniture verso la Cina e, soprattutto, ridurre gli sconti praticati finora sul proprio petrolio. Per gli esperti, il sequestro di Maduro rappresenta un vero punto di svolta per l’industria petrolifera venezuelana e per il mercato globale dei greggi pesanti.

Anche se Pechino potrebbe tentare un accordo con Washington per ripristinare i flussi, i tempi non saranno brevi e i prezzi difficilmente torneranno quelli di prima. Con infrastrutture venezuelane logorate e investimenti rallentati, la partita energetica si sposta sempre più sull’asse Mosca - Pechino, ridisegnando equilibri e rapporti di forza in un mercato già profondamente segnato dalle tensioni geopolitiche.


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Caracas, la melodia della resistenza: José Alejandro Delgado e l'armonia della lealtà

 

di Geraldina Colotti

Caracas, 12 gennaio 2026

 

Nella Plaza de los Museos, a Caracas, i bambini e le bambine disegnano aerei carichi di fiori e non di bombe, accanto ai volti di Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores — il presidente venezuelano e la "primera combatiente", sequestrati nella notte del 3 gennaio. Musica, poesia e canti si alternano alle riflessioni politiche di Blanca Eekhout, Erika Farías, Génesis Garvett e Hindu Anderi. Tra il pubblico, tra bandiere e striscioni, si scorgono volti noti dell'intellettualità, come Judith Valencia. Sul palco, i versi di poeti come Joel Linares Moreno seguono le note della cantante Amaranta, presentati dalla promotrice culturale Margot Sivira, organizzatrice della Soberana Caravana: un'iniziativa del Fronte Francisco de Miranda che ha riunito artisti, cultores, poeti, attivisti, circensi, attori, cantanti e ballerini.

Questa è la prima di diverse edizioni che verranno replicate in varie zone di Caracas con l'obiettivo di elaborare insieme la ferita profonda inferta dall'attacco imperialista, e mostrare una risposta d'amore, condivisione e forza che sta sconfiggendo la violenza e la paura. Questo primo incontro è stato concluso da José Delgado, musicista, compositore e cantautore venezuelano, che ha commosso il pubblico con le sue parole di incoraggiamento e impegno. Nel suo repertorio predomina la fusione di ritmi provenienti dalla musica popolare tradizionale venezuelana con generi come jazz, rock and roll, salsa e pop. I suoi strumenti principali sono il cuatro e la chitarra. Vive a Ciudad Tiuna, dove si sono scatenati i bombardamenti di Trump. Al termine dell'incontro, ci ha raccontato ciò che ha vissuto.

Qual è il significato e l'obiettivo di questa iniziativa?

José Delgado: Siamo qui in questa Caravana Soberana, in questa prima edizione nella Plaza de los Museos, cantando e alzando le nostre voci. Stiamo articolando i nostri cuori per sentirci uniti in questo nuovo momento che ci è piombato addosso e che ci pone davanti molte sfide. Come sempre, il popolo venezuelano affronta sfide perché ha deciso di emanciparsi. L'imperialismo usa sempre molte forme per piegarci; alcune sono evidenti, altre silenziose ma efficaci. Opporre resistenza a tutto questo richiede enormi quantità di energia, e il canto e la poesia diventano il modo per proteggerci, per darci un limite di fronte a tutta questa commozione che stiamo vivendo. Ho vissuto il bombardamento nella mia comunità.

Lo hai vissuto direttamente?

Sì, vivo a Ciudad Tiuna.

Per spiegarlo a chi ci legge dall'estero, cos'è Ciudad Tiuna?

Ciudad Tiuna è l'urbanizzazione pilota creata dal Comandante Chávez all'interno di Forte Tiuna, il principale forte del paese. È stato il luogo colpito dal maggior numero di missili e bombe in questo orribile bombardamento. Ci vivono circa 25.000 famiglie in tutti i settori. È un progetto abitativo della Rivoluzione Bolivariana dove ci sono state consegnate soluzioni abitative a credito per le famiglie lavoratrici. È un bastione di dignità, di forza e di rivoluzione. È popolata da molti bambini, parchi e molta vita permanente. Sentire quello che ci è successo il 3 gennaio è stata una situazione atroce che dovremo elaborare come comunità. È un ricordo orribile che ci segna, ma le vulnerabilità suggellano anche legami profondi.

E ci sono stati anche feriti, vero?

Feriti e morti. Nell'altro settore di alloggi, verso la zona dei "bielorussi", le esplosioni si sono sentite molto di più. Davvero, sto ancora cercando le parole per dare sfogo a questi sentimenti, perché vivere un'esperienza del genere è qualcosa di veramente scioccante. Stavamo dormendo e all'improvviso le esplosioni. Pensi che, mentre scendi le scale, la tua casa possa saltare in aria da un momento all'altro. La gente gridava nel panico. Tutto molto brutto. Ma la comunità si è riunita, ci siamo incontrati cercando di ricominciare il circuito quotidiano delle azioni. Saremo sempre più forti. Confido che sia così perché ci spetta; i nostri liberatori e le nostre liberatrici ci hanno chiamato molti anni fa. Questo trascende me e la mia epoca. È un richiamo dei nostri antenati e noi non dobbiamo fare altro che eseguire quell'ordine.

All'estero, attraverso i social network, hanno detto che ci sono stati saccheggi e che l'opposizione sta festeggiando in strada. Tu cosa hai visto? Cosa sta succedendo davvero per le strade?

Beh, la strada è tranquilla, è in pace. Non ho visto alcun focolaio di violenza né applausi dell'opposizione. Credo che il nostro popolo sia comprensivo e leale. Anche se discutiamo animatamente, siamo capaci di portare un'arepa al vicino che la pensa diversamente, e che ne ha bisogno. Questo insegnamento è una lezione per tutti. Il nostro popolo, come sempre, si comporta all'altezza delle avversità. Mi commuovo molto e rafforzo ogni volta il mio impegno.

Quanti anni hai?

Ne ho 45, li ho compiuti il 28 dicembre.

Sembri un ragazzino. E quando hai iniziato a fare musica?

Ho iniziato da piccolissimo a casa, con le "parrandas" della mia famiglia, con i miei genitori e i miei fratelli.

E come definiresti il tuo stile?

Come definiresti il mio stile, amico?

Il chitarrista interviene: "Sentido" (sentito). Perché se non lo sente, non lo canta. Questo è vero, è reale, ed è una cosa rara in questo momento.

Sei d'accordo?

Sì. La mia musica si nutre della trova venezuelana e latinoamericana, dei nostri trovatori più originari e delle nostre musiche tradizionali. Questo è il mio primo nutrimento.

C'è anche molto rap...

C'è un po' di tutto. Sperimento con molti suoni. Ho una predilezione per la musica tradizionale venezuelana, ma partendo da lì, con totale libertà, combino i suoni. Alcuni "bruciano" e si spengono tra le mani e altri vengono molto bene. È una musica molto mescolata con una ricerca poetica molto personale. Non si tratta solo di ripetere le cose, ma di creare con gli strumenti e con ciò che sento. Creo canzoni con il mio marchio, con il mio modo di risolvere i problemi.

A Ciudad Tiuna ci sono molti musicisti?

Moltissimi. C'è Lionel, Lilia, Amaranta, Tijoy... ce ne sono tantissimi.

Com'è nata questa Caravana Soberana e come avete reagito insieme nell'immediato?

Questa carovana nasce dalla convocazione del Fronte Francisco de Miranda con l'idea di portare l'arte al nostro popolo, di incontrarci per cantare e sentirci uniti. Credo che resterà qui ancora per qualche settimana, perché questo spazio di sentimento è molto importante. Dobbiamo attraversare due cose: da un lato la commozione e i racconti difficili da digerire, e dall'altro restare in piedi nella lotta per continuare a difendere la nostra rivoluzione.

Qual è la tua analisi di ciò che è accaduto? Che scenario possiamo immaginare ora?

Non avremmo mai immaginato questo scenario, nonostante gli avvertimenti. Il nostro popolo è in pace e la dirigenza delle nostre istituzioni sta facendo ciò che deve fare. Il nostro presidente, che è sequestrato, ci ha dato segni di dignità e di orgoglio, e così la compagna Cilia, nostra “prima combattente”. Sono in piedi. Il nostro presidente non si è piegato. Noi accettiamo ciò che ci dicono e dobbiamo continuare nella disciplina, rafforzando quella che io chiamo l'armonia della lealtà che possiede questo popolo.

Come definiresti questa armonia della lealtà a livello poetico?

Come qualcosa che ci muove dal profondo e ci fa stare insieme nelle difficoltà. È la lealtà alla nostra storia, alla nostra memoria storica e ai nostri principi. Spesso non potrei spiegartelo in profondità, ma è qualcosa che ci mantiene disciplinati. Sebbene siamo un popolo molto ribelle ed è difficile che facciamo esattamente ciò che qualcun altro vuole, sappiamo unirci quando c'è una situazione seria. A volte possiamo non capire dove stiano andando le cose, ma non per questo ci disordiniamo. A un certo punto le cose si chiariranno e vedremo il cammino da prendere. Io non sono un militare con missili o bazooka, non ne so nulla, ma confido che il nostro governo abbia uomini e donne formati per questo. Sono sicuro che hanno agito nel modo in cui si doveva agire.

In che senso?

Sono convinto che ci sia stato l'ordine di non opporre una resistenza maggiore. Perché se avessimo resistito di più, tutti i quartieri di Caracas sarebbero pieni di migliaia di morti. È stato così perché quei cani arrivavano con la bava alla bocca per ucciderci a milioni. Sono caduti fratelli e sorelle; siamo vicini alle loro famiglie, onoriamo la loro memoria e la loro lotta non sarà vana. Non sono riusciti a uccidere più persone, e anche questa è l'armonia della lealtà.

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Venezuela. La presidente ad interim Rodriguez risponde così "all'autoproclamazione" di Trump

 

La Presidente incaricata del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha affermato oggi che il Paese è sotto il pieno controllo delle sue autorità costituzionali, respingendo qualsiasi narrazione di un governo influenzato dall'estero. Le dichiarazioni sono state rilasciate nel corso di una visita ufficiale nella località di Catia La Mar, nello Stato di La Guaira.

L’intervento segue di un giorno la pubblicazione, da parte dell’ex Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, di un’immagine sui suoi social network in cui si autoproclamava “presidente ad interim” del Venezuela a partire da gennaio 2026.

Le dichiarazioni della Presidente incaricata
Nel suo discorso, incentrato sulla ripresa delle attività scolastiche, Rodríguez ha fatto diretto riferimento alle recenti controversie online. “Ho visto su Wikipedia delle caricature su chi comanda in Venezuela. Beh, qui c'è un governo che comanda in Venezuela, qui c'è una presidente incaricata e c'è un presidente ostaggio negli Stati Uniti”, ha dichiarato.

La località che ha ospitato l’evento è stata una delle aree colpite dall’operazione militare statunitense del 3 gennaio scorso. Rodríguez ha definito quell’azione un’“aggressione illecita e illegale” e ha sottolineato che da quel simbolo di resistenza, la sua amministrazione ribadisce “la sovranità e l'indipendenza del Venezuela”.

La leader ha aggiunto che il governo di Caracas opera “insieme al popolo organizzato, insieme al potere popolare” e che sta procedendo “nelle relazioni internazionali di rispetto, nel quadro della legalità internazionale, per rivendicare e proteggere i diritti” della nazione.

La contestazione delle affermazioni statunitensi
La replica di Rodríguez appare come una risposta diretta non solo al post di Trump, ma a una serie di dichiarazioni dell’amministrazione statunitense. Dopo l’intervento militare, Trump si era presentato come “una figura chiave” nel governo venezuelano, annunciando che alti funzionari come i segretari di Stato e della Guerra, Marco Rubio e Peter Hegseth, lo avrebbero assistito in tale ruolo.

La Presidente venezuelana aveva già respinto simili posizioni la settimana precedente, assicurando che il Venezuela non è governato da “alcun agente esterno” e che a comandare è esclusivamente “il suo governo costituzionale” e “il potere popolare consolidato”.

La questione degli idrocarburi e le trattative in corso
Un ulteriore punto di attrito riguarda il settore petrolifero. Trump e altri funzionari avevano affermato di aver assunto il controllo unilaterale dell’industria petrolifera venezuelana per un periodo “indefinito”, minacciando anche un nuovo uso della forza.

Tali dichiarazioni sono in netto contrasto con quanto comunicato dalla compagnia di Stato Petróleos de Venezuela (PDVSA), che ha riferito di essere impegnata in una trattativa con la Casa Bianca per la “vendita di volumi di greggio nel quadro delle relazioni commerciali esistenti tra i due paesi”. La società ha precisato che la trattativa si svolge nel rigoroso rispetto dei “criteri di legalità, trasparenza e vantaggio” per entrambe le parti.

Rodríguez ha confermato questa linea, dichiarando: “La nostra posizione è molto chiara: il Venezuela è aperto a relazioni energetiche che avvantaggino tutte le parti, in cui la cooperazione economica sia ben definita nei contratti commerciali”.

 

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Iran, ministro esteri Araghchi: "Abbiamo le prove di coinvolgimento straniero nelle proteste"

Il ministro degli Affari Esteri iraniano, Seyed Abbas Araghchi, ha affermato oggi che la situazione nel suo Paese è "sotto controllo totale", dopo l'ondata di violenza legata alle proteste durante il fine settimana, denunciando al contempo l'ingerenza degli Stati Uniti.

Nel corso di un incontro con diplomatici stranieri, Araghchi ha sottolineato che le proteste a livello nazionale "sono diventate violente e sanguinose" per dare una "scusa" al presidente statunitense Donald Trump per intervenire, come riportato dalla rete televisiva Al Jazeera. Secondo il capo della diplomazia iraniana, l'avvertimento di Trump su una possibile azione militare contro Teheran qualora le proteste fossero degenerate ha incoraggiato "terroristi" ad attaccare sia manifestanti che forze di sicurezza con l'obiettivo di provocare un intervento straniero.

Araghchi ha denunciato che le manifestazioni sono state "istigate e alimentate" da elementi stranieri, assicurando che le forze di sicurezza "perseguiteranno" i responsabili. Il ministro ha aggiunto che l'Iran ha ottenuto prove del coinvolgimento di Stati Uniti e Israele in "attività terroristiche" interne, incluso materiale audiovisivo che mostra la distribuzione di armi ai manifestanti, e ha indicato che le autorità renderanno pubbliche a breve le confessioni di alcuni detenuti.

Riferendosi specificamente alle dichiarazioni dell'ex segretario di Stato USA, Mike Pompeo, Araghchi le ha definite "una chiara ammissione della partecipazione di agenti del Mossad". Ha inoltre rimarcato quella che ha definito l'ipocrisia di Washington di fronte agli atti di violenza che hanno già causato vittime, tra cui agenti di sicurezza, e ha contestato "le posizioni di alcuni paesi occidentali" che condannano le forze iraniane ma "hanno ignorato il genocidio a Gaza".

Per quanto riguarda l'interruzione nazionale di internet, protrattasi per diversi giorni, il ministro ha indicato che il governo sta coordinando con le autorità di sicurezza per garantire il ripristino del servizio a breve. Le proteste, scoppiate a fine dicembre scorso in seguito a una forte svalutazione del rial e a riforme dei sussidi, sono poi degenerate in disordini a livello nazionale con scontri tra polizia e manifestanti.

Le due settimane di disordini, che l'Iran attribuisce a Stati Uniti e Israele, hanno provocato la morte di almeno 111 membri delle forze di sicurezza iraniane secondo l'agenzia di stampa Tasnim. Di fronte alle dichiarazioni ostili, Teheran ha accusato Washington e Tel Aviv di strumentalizzare le proteste come parte di una "guerra soft", avvertendole severamente di non interferire negli affari interni della Repubblica Islamica. "Siamo preparati per la guerra, ma anche per il dialogo", ha concluso Araghchi.

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La Russia annienta base per F-16 in Ucraina con il nuovo missile ipersonico Oreshnik

Il massiccio attacco di ritorsione contro infrastrutture critiche ucraine realizzato dalla Russia è culminato con la messa fuori combattimento della Fabbrica Statale di Riparazione di Aeromobili di Leopoli. Il colpo decisivo è stato inferto nella notte del 9 gennaio dal nuovissimo missile ipersonico balistico Oreshnik, un'arma presentata come inintercettabile dai sistemi di difesa attuali a disposizione dei paesi occidentali.

Secondo il comunicato ufficiale diffuso dal ministero della Difesa di Mosca, l'impianto di Leopoli rappresentava un bersaglio strategico di primaria importanza. La struttura non solo era preposta alla manutenzione e alla riparazione della flotta aerea ucraina, inclusi i moderni caccia F-16 e i MiG-29 forniti dai partner occidentali, ma ospitava anche linee di produzione per veicoli aerei senza pilota (UAV) d'attacco a medio e lungo raggio. Questi droni, secondo le accuse di Mosca, sono stati ripetutamente utilizzati per colpire obiettivi civili in profondità nel territorio russo. L'attacco avrebbe completamente distrutto le officine di produzione, i magazzini stipati di droni assemblati e le infrastrutture dell'aerodromo annesso alla fabbrica, cancellandone così la capacità operativa.

L'offensiva non si è limitata all'ovest del paese. Nel quadro della stessa azione coordinata, sistemi missilistici Iskander e missili da crociera Kalibr hanno colpito la capitale Kiev, prendendo di mira due aziende specializzate nell'assemblaggio di UAV d'attacco. A queste devastazioni si sono aggiunti i danni inflitti a installazioni dell'infrastruttura energetica che, secondo l'intelligence russa, alimentano il funzionamento del complesso militare-industriale ucraino. L'obiettivo dichiarato è quello di paralizzare la capacità di Kiev di produrre e mantenere in volo i suoi mezzi aerei, sia pilotati che no, e di logorare la rete energetica che li sostiene.

Il ministero ha chiarito che questa operazione su vasta scala costituisce la risposta diretta e promessa al tentativo compiuto di colpire con dei droni, lo scorso dicembre, una residenza del presidente russo Vladimir Putin nella regione di Novgorod. In quella circostanza, Mosca aveva avvertito che simili "azioni avventate" non sarebbero rimaste impunite.

L'utilizzo dell'Oreshnik in questa ritorsione non è solo una dimostrazione di forza, ma segnala una volontà di impiegare i sistemi d'arma più avanzati e letali per colpire obiettivi di alto valore, innalzando ulteriormente il livello tecnologico dello scontro. Le autorità russe definiscono l'azione come un atto necessario e proporzionato di autodifesa, volto a neutralizzare minacce dirette alla sicurezza nazionale originate da impianti che operano con il sostegno occidentale per colpire la Russia.

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Ex colonnello USA: "I leader che mettono la loro nazione al primo posto vengono sistematicamente rimossi"

Un copione criminale, che si ripete. Un colonnello USA in congedo accusa: "I leader che mettono la loro nazione al primo posto vengono sistematicamente rimossi dall'Occidente".

Come? Roxane Towner-Watkins non ha dubbi: "Lo fanno con queste reti Gladio e le agenzie di intelligence, e le impiegano".

La prova è nella storia. "L'abbiamo fatto in Congo con Lumumba, in Libia con Gheddafi e in Venezuela con Maduro".

Una guerra non dichiarata, combattuta nell'ombra. La sovranità di un popolo è la minaccia che non viene tollerata. 

 
 
 
 
 
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Baltasar Garzón: le accuse contro Maduro "non hanno alcun fondamento fattuale"

Il giurista spagnolo Baltasar Garzón ha affermato che le accuse mosse dagli Stati Uniti al presidente venezuelano Nicolás Maduro sono prive di qualsiasi fondamento fattuale e presentano inoltre contraddizioni e cambiamenti che ne dimostrano la natura strumentale.

Garzón ha sostenuto che, sebbene il procedimento legale avviato da Washington possa proseguire formalmente, questo non implica che le accuse abbiano una reale base giuridica. "La coerenza o l'incoerenza delle accuse è un'altra questione. L'incriminazione contro Nicolás Maduro non ha alcun fondamento fattuale", ha sottolineato.

L'ex giudice del Tribunale Nazionale spagnolo ha spiegato che la stessa amministrazione statunitense sta modificando la propria narrativa, in particolare per quanto riguarda la presunta esistenza del cosiddetto "Cartel de los Soles", di cui Maduro è stato identificato per anni come leader.

"Non è mai esistito. Non esiste, e ora lo hanno riconosciuto", ha affermato Garzón, riferendosi al recente cambiamento nel discorso ufficiale degli Stati Uniti su questo tema. Secondo il giurista, questo concetto è stato utilizzato dalla fine degli anni '90 come un termine generico per giustificare ogni tipo di accusa priva di prove a sostegno.

Garzón ha sottolineato che non esiste una sola prova coerente che dimostri l'esistenza del cosiddetto Cartel de los Soles. "I rapporti della DEA sono molto chiari riguardo al traffico di cocaina e al suo collegamento con il Venezuela", ha spiegato, respingendo l'idea che questi documenti supportino le accuse mosse al presidente venezuelano.

A tal proposito, ha descritto le accuse di traffico di droga e narcoterrorismo contro Maduro come un'"affermazione meramente strumentale", ritenendola priva di fondamento empirico e rispondente esclusivamente alla necessità di giustificare un'azione politica e giuridica palesemente illegale ai sensi del diritto internazionale.

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Le lacrime dei prostrati che esorcizzano il dialogo con Putin


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico


Che sia una filosofa e nessuno l'aveva finora intuito? Affranta per le parole del dirigente PD Goffredo Bettini, secondo cui si dovrebbero chiarire «le posizioni di alcuni democratici convinti che con la Russia si possa dialogare solo con le armi», la signora Pina Picierno pare far proprie le “meditazioni” del caotico-filosofo Bernard-Henri Lévy, il quale esorta l'Occidente a cessare ogni tentativo di negoziare con la Russia, per concentrarsi invece sull'armamento dell'Ucraina.

Singhiozzando, la signora Picierno rende edotto il pubblico di essere stata in Lituania e di aver «visitato a Vilnius il museo dell’occupazione sovietica e del Kgb». E, misera, non ha retto e ha dato sfogo alle lacrime «di fronte a prove di una atrocità che faccio fatica a raccontare e che è durata praticamente fino a ieri qui, fino al 1991. Qui i partigiani sono quelli che si sono battuti contro i criminali sovietici». Starnazza ancora qualcosa, la signora, sui soliti lamenti di “libertà”, “regimi” e via di liberalismo in liberal-europeismo, in combutta con compari di combriccola come Filippo Sensi o Giorgio Gori, esterrefatti per le parole dell'altro compare Bettini; ma non dice nulla, la signora, sul fatto che il museo di Vilnius, un tempo denominato Museo “delle vittime del genocidio”, da pochi anni sia stato ribattezzato, appunto, “Museo delle occupazioni e lotte per la libertà”: troppo da vicino la parola genocidio, che in Lituania sta a significare la “occupazione sovietica”, rischiava di ricordare come al genocidio nazista degli ebrei avessero preso parte migliaia di collaborazionisti lituani. Ora, con il nuovo nome, è più chiaro cosa si intenda: le occupazioni sono state solo quelle sovietiche e le lotte per la libertà sono quelle successive alla rivoluzione d'Ottobre e alla guerra antinazista e le “vittime”, quelle che la signora Picierno chiama “partigiani”, sono per l'appunto quelle della cosiddetta “guerra partigiana” banditesca e antisovietica successiva al 1945. 

Ora, per non farla tanto lunga con questo “preambolo”, vorremmo solo dire che, a parte il malefico accostamento tra “regime” sovietico e Russia attuale, per cui oggi il rifiuto di ogni dialogo con Mosca dovrebbe discendere dalle «prove di una atrocità che faccio fatica a raccontare», la filibustiera signora Picierno che parla di “partigiani” lituani e «criminali sovietici» dovrebbe essere stata messa al corrente, dalle sue guide lituane, che quei “partigiani”, attivi dalla fine della guerra fino a buona parte degli anni ’50, altro non erano che i famigerati “fratelli dei boschi”, composti per lo più di ex legionari baltici delle Waffen SS, responsabili dell’uccisione di alcune migliaia di civili sovietici.
Ma cosa pretendere da tali “filosofi-caotici”: per loro, a est del Dnepr ci sono solo “criminali”, capaci di «atrocità che faccio fatica a raccontare». Che proprio grazie a quella che viene definita «occupazione sovietica e del Kgb», fossero state debellate quelle formazioni che avevano massacrato migliaia di civili e soldati dell'Esercito Rosso, per quei signori non è che fonte di singhiozzi: i malvagi russi, sovietici o post-sovietici, non cambiano mai e «oltre il confine, a pochi km da dove scrivo, non è diverso: è peggio di come era allora». Una prece.

D'altronde, invoca il filosofo del caos par excellence Bernard-Henri, nei confronti di Putin «la posizione corretta è fermarlo. Non si tratta di dialogare, ma di fermarlo. Dobbiamo continuare a indebolirlo. Putin è stato indebolito dalla caduta di Assad in Siria. È stato indebolito dalla caduta di Maduro. È indebolito da ciò che sta accadendo oggi in Iran. Arriverà il momento in cui sarà così indebolito da chiedere il dialogo. Ma non credo che ciò debba essere fatto. Putin deve essere bloccato e l'esercito russo deve essere riportato al punto in cui si trovava quattro anni fa». Inteso, ingenuo signor Bettini? Ha regione la signora Picierno: nessun dialogo. Al contrario, la cosa migliore che gli europei, e in particolare il presidente Macron, debbano fare, sia prima di tutto parlare con Zelenskij, sostenerlo e armarlo. Ma non stanno facendo abbastanza. È qui che risiede l'urgenza oggi!». Pari pari le parole che avrebbe pronunciato la signora Picierno, se non fosse stata così addolorata per «una atrocità che faccio fatica a raccontare». Da filosofo a filosofa. Parlare di «terre rare, di un tunnel sotto l'Alaska o di forniture di gas, non è questo il tema» assicura Lévy; la questione oggi è «la minaccia esistenziale per l'Europa e l'Occidente, a cui dobbiamo finalmente decidere di rispondere!». Applausi a non finire da Santa Maria Capua Vetere.

Un autentico cenacolo di saggezza, insomma, quello di Bernard-Henri, la signora Pina, con Sensi, Gori e quant'altri europeisti, riunito in seduta spiritica a evocare le anime dei komplizen filo-nazisti dei ”fratelli dei boschi”, nella speranza di vederne le gesta rinnovate contro la Russia moderna. Speranza al dir poco flebile se, come nota Vladimir Kornilov su RIA Novosti, addirittura i più fanatici sostenitori dei piani di intervento dei “volenterosi”, in particolare tra i bellicisti britannici, cominciano a mostrarsi titubanti riguardo alle idee di dispiegamento di truppe sul territorio ucraino.

Sul The Times del 7 gennaio, il cremlinologo Edward Lucas titola "Parole vuote sull'Ucraina predicono il collasso della NATO" e, a proposito dell'invio di truppe britanniche, scrive che «Stiamo promettendo forze che non abbiamo, per far rispettare un cessate il fuoco che non esiste, nell'ambito di un piano che non è ancora stato elaborato, approvato da una superpotenza che non è più nostra alleata, per scoraggiare un avversario molto più determinato di noi».

E si chiede: «Cosa succede se un drone russo colpisce le nostre truppe? Quante persone deve uccidere o ferire prima che rispondiamo al fuoco?», una domanda sinora considerata tabù, nella sicurezza dell'intervento.

Sul Daily Mail, l'8 gennaio il generale a riposo ed ex vice comandante supremo alleato delle forze NATO in Europa, Richard Shirreff, titola "Truppe britanniche in Ucraina? La verità è che non abbiamo né gli uomini, né i soldi, né le attrezzature, né la volontà". Quindi, ma chi vorrebbe «ingannare Keir Starmer? Certamente non Vladimir Putin... Prevedo che queste promesse vuote torneranno a perseguitare il Primo ministro. Tutta questa impresa è completamente irrealistica".

Ancora sul Daily Mail, il 10 gennaio, il giornalista Andrew Neil descrive impietosamente lo stato generale della difesa britannica e scrive che Starmer «sta prendendo impegni militari che la Gran Bretagna non ha né uomini né risorse materiali per onorare. Questa settimana, ha concordato con il presidente Macron di inviare una forza di sicurezza anglo-francese in Ucraina... Il minimo indispensabile che la Gran Bretagna dovrebbe inviare per apparire credibile è una brigata corazzata di 5.000 uomini. L'esercito britannico regolare conta poco più di 71.000 soldati, ma solo circa 25.000 di loro sono in condizioni di efficienza bellica».

Significativo, nota Kornilov, che tutte queste voci vengano da esperti inequivocabilmente anti-russi che, fino a poco tempo fa, sostenevano l'idea di inviare truppe europee in Ucraina. Shirreff è autore di un libro su come la NATO nel 2017 avrebbe dovuto combattere la Russia; la scorsa primavera aveva dichiarato che «Starmer ha ragione, dobbiamo inviare truppe in Ucraina». Neil: «È giunto il momento di ignorare le minacce di Putin... e dare all'Ucraina tutto ciò di cui ha bisogno». Giusto giusto i prolegomeni odierni di Lévy-Picierno.

Lucas è praticamente uno degli ideatori del piano di una "coalizione dei volenterosi" e «il nucleo di questa alleanza potrebbe essere una Forza di Spedizione Congiunta (JEF), un'alleanza guidata da Gran Bretagna e composta da dieci paesi nordici e baltici, più i Paesi Bassi. Dovremmo trasformarla in JEF+, includendo anche Polonia, Repubblica Ceca e Romania».

E, all'improvviso, l'autore di questa idea la stronca, come se non ci avesse mai avuto niente a che fare! Cosa potrebbe esserci dietro? Non è un caso, ironizza Kornilov, che la pubblicazione dell'articolo di Lucas sul Times abbia coinciso con il suo annuncio pubblico di non essere più collaboratore del Center for European Policy Analysis (CEPA), il think tank finanziato da “enti benefici” come Rheinmetall, Lockheed Martin, General Atomics e altri. E proprio il giorno del suo articolo, la leader del Partito Conservatore all'opposizione, Kemi Badenoch, ha attaccato il primo ministro, chiedendo conto dell'avventuroso piano concordato con Macron e Zelenskij. 

Cosa è accaduto per suscitare tali “ripensamenti”? Per un anno, da quando Starmer annunciò per la prima volta la disponibilità a inviare truppe britanniche in Ucraina, le discussioni sulla questione erano state praticamente tabù a livelli ufficiali: nessuno aveva messo in discussione l'idea.

Nell'articolo sopracitato, Neil accenna direttamente al motivo per cui gli inglesi erano così “tranquilli” riguardo a questo progetto e scrive: «Sospetto che Starmer abbia accettato solo perché, nei suoi calcoli, i russi avevano già chiarito che non avrebbero mai accettato truppe NATO sul suolo ucraino... È un gesto puramente ostentato».
Pare che ora i conservatori britannici abbiano percepito la firma della Dichiarazione di Parigi del 6 gennaio come un segnale d'allarme: Starmer è passato da una spavalderia a vuoto, su impegni specifici che Londra non avrebbe potuto rimangiarsi, schierando truppe "nelle retrovie", cioè "lontano dalla linea di contatto"; ma, come ha dimostrato l'Orešnik a L'vov, non esistono “retrovie" e, per dirla con Kornilov, speriamo che questo dia credito agli ex pianificatori della "coalizione dei volenterosi", oggi diventati improvvisamente scettici. 

Un augurio forse un po' prematuro, a sentire le parole affidate al Corriere della Sera dalla signora von der Leyen, secondo cui per la UE è addirittura «fondamentare accelerare sul piano di pace in 20 punti discusso da Zelenskij con Trump a fine dicembre», per cui «la prima linea di difesa sarà, ed è, costituita dalle forze armate ucraine». Vale a dire: armare, armare e ancora armare i nazigolpisti di Kiev. La seconda linea è data invece dalla “Coalizione dei Volenterosi”, composta da 35 Paesi, la maggior parte dei quali appartenenti alla UE, oltre a Canada, Gran Bretagna, Australia, Nuova Zelanda e Turchia. Ora, bofonchia Gertrud von der, la palla è a Moskva: «Ora la Russia deve dimostrare di essere interessata alla pace», dice la tagliagole che non mostra remore proclamare, in faccia alle masse e ai lavoratori depredati di ogni spesa sociale, che il 2025 è stato definito «storico» quanto a spese di guerra: «in un solo anno sono stati stanziati più fondi per la difesa rispetto ai dieci anni precedenti. E ci siamo mossi con rapidità». Ma, vedete un po', è la Russia a dover «dimostrare di essere interessata alla pace»! Beh, lo ha detto anche, pensiamo, per asciugare così le lacrime dei signori Picierno, Sensi, Lévy, Gori, prostrati perché qualcuno ha appena ventilato di un dialogo con Putin. Farabutti bellicisti.

 

https://politnavigator.news/provokator-cvetnykh-revolyucijj-luchshee-chto-delala-evropa-ehto-vooruzhenie-ukrainy.html

https://ria.ru/20260112/koalitsiya-2067233365.html

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Venezuela, Iran, Groenlandia: la nuova mappa del saccheggio imperialista


di Alex Marsaglia

«Più di ogni altra forma di produzione, la produzione capitalistica è una dilapidatrice di uomini, di lavoro vivente, una dilapidatrice non solo di carne e sangue ma anche di nervi e di cervelli. In realtà, è solo con lo spreco più mostruoso dello sviluppo individuale che si assicura e si realizza lo sviluppo dell’umanità nell’epoca storica che precede immediatamente la riorganizzazione cosciente della società umana»1

 

Dopo il rapimento del legittimo Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela da parte degli Stati Uniti, il Presidente Trump non si è certo moderato, nonostante la pressione nazionale della società civile e del Congresso ed internazionale da parte di Stati sovrani e ONU.

In questo momento nulla sembra riuscire a frenare le mire estrattiviste dell’imperialismo statunitense, attivo su tutto il “suo emisfero occidentale” e anche ben oltre, sino all’Iran.

Trump è poi alquanto consapevole del potere che riuscirebbe ad incrementare e a distribuire una volta impadronitosi delle risorse venezuelane e iraniane e non ha alcuna intenzione di fermarsi. Negli ultimi giorni ha annunciato il ritiro da 66 programmi e organizzazioni internazionali. In seguito, ha esplicitamente rifiutato il diritto internazionale in favore di una concezione anomica delle relazioni internazionali basata sulla forza pura, rimarcando i limiti della sua azione in un perentorio “non ho bisogno del diritto internazionale. C’è una cosa, la mia morale personale. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi”. Tralascio per brevità tutta la serie di minacce in pieno stile mafioso a tutti gli altri Presidenti legittimi di Cuba, Colombia, Iran, Messico rilasciate negli ultimi giorni per arrivare alla conferenza del 9 Gennaio. Tutte le principali Compagnie petrolifere dell’Occidente sono state riunite attorno ad un tavolo a Washington per dividere la torta delle rendite che verranno rubate agli Stati legittimi indipendenti e alle popolazioni sovrane.

E, come pare abbiano capito bene anche gli europei e la NATO stessa, in merito al prossimo accaparramento della Groenlandia - si sente forte e chiaro il silenzio omertoso di Mark Rutte di solito intento a sproloquiare sulla Russia - sta avvenendo una ridefinizione dei confini dell’imperialismo americano che ha dominato l’Occidente da dopo il Secondo conflitto mondiale. Gli Stati e le popolazioni devono semplicemente accettare ciò che verrà deciso e al limite svendere le loro proprietà come ferro vecchio. Tutto viene rimesso in discussione ad uso e consumo dell’impero decadente che cerca di rigenerarsi, per cui anche le conquiste europee vengono riassorbite dal centro dell’impero a suon di sberleffi: “solo perché i danesi sono sbarcati lì (in Groenlandia) in barca 500 anni fa non significa che la terra appartenga a loro”. Ma al di là degli strafalcioni storici (Erik il Rosso sbarcò per primo in Groenlandia nel 982 d.c. ed era norvegese) resta la sfacciata necessità di appropriarsi di risorse facili per reggere la competizione globale in cui arrancano. In questo la periferia, in cui viviamo anche noi, viene sempre più concepita come mero scatolone di materie prime e punti geostrategici (noi lo siamo) da controllare con il dominio militare, la minaccia e Dio solo sa quale altra angheria. Le popolazioni che il vecchio washington consensus mirava a convincere non vengono neanche più concepite come interpellabili. Il Venezuela è solo l’ultimo esempio, il più evidente: una volta rapito manu militari il Presidente, all’impero non importa più come si siano riorganizzate le istituzioni o cosa dicano e facciano le popolazioni, semplicemente perché dopo la manifestazione di forza gli elementi umani e politici sono puri accessori potenzialmente eliminabili. La politica viene meno, anzi «ne risulta una sorta di animalizzazione dell’uomo attuata attraverso le più sofisticate tecniche politiche» per cui l’unica e ultima scelta viene ridotta alla «possibilità di proteggere la vita e di autorizzarne l’olocausto»2. Ciò che conta è invece l’economia, l’homo sapiens ridotto a homo oeconomicus concepisce la politica e agisce unicamente per alimentare il sistema di profitto in cui è inserito. Ed ecco che Gaza pacificata diventa un ottimo resort in riva al mare ed il Venezuela si riduce unicamente ad una stazione di rifornimento da cui pompare più petrolio di quanto viene fatto da quei poveri bolivariani che pensavano ancora di utilizzare i ricavi per finanziare progetti sociali per i più poveri. I venezuelani pensavano esistesse il “libero mercato” e di poter vendere le risorse del loro territorio, a cui la loro comunità lavora, agli agenti economici interessati. E invece no, perché il cartello delle big corporation petrolifere ha deciso chi è sovrano e che “la nuda vita” del popolo bolivariano è sacrificabile al volere dell’estrattivismo. Trump così come ha già sentenziato la colpevolezza di Maduro, ha già ordinato che “saranno gli USA a decidere quali compagnie lavoreranno in Venezuela”. E così, assieme alla “nuda vita”, anche “il potere sovrano” dei venezuelani viene annientato. Così come è stato per la Palestina, la Pax Americana avanza inarrestabile come un buco nero in cui la luce della vita viene assorbita dal buio del profitto. I guadagni derivanti dai proventi petroliferi in Venezuela non verranno più socializzati3 e «il capitalismo, come ordine mondiale, cessa di essere uno strumento di progresso e si trasforma invece nel principale ostacolo allo sviluppo di una società internazionale integrata in modo più razionale, più produttiva e più libera dalla miseria e dalle malattie»4. Esiste un altro mondo in cui progresso e sviluppo sociale possono marciare uniti, ma l’obiettivo dell’imperialismo è strappare il Venezuela, l’America Latina e l’intera periferia dell’impero a questo mondo, per farne un mero modello estrattivo. La Cina che commerciava con il Venezuela ha già provveduto ad aumentare gli ordini all’Iran, siccome non è una potenza estrattivista, ma commerciale, può districarsi facilmente nelle turbolenze di mercato. L’impero però ha bisogno di risorse, profitto e soprattutto potere e controllo, quindi ha immediatamente messo nel mirino anche l’altro grande Stato petrolifero rivoluzionario, cioè Iran. L’obiettivo è tornare ad estrarre direttamente petrolio e profitto, governando con i soliti vecchi Quisling, magari riportando anche le solite vecchie aziende: la British Petroleum tanto cara alla dinastia Pahlavi che con il suo principe sta scalpitando per tornare al governo.

Negli anni Settanta si parlava di “sviluppo del sottosviluppo” ed è precisamente quello a cui la dottrina Donroe mira nuovamente oggi, a meno non si pensi che un nuovo Scià in Iran possa promuovere lo sviluppo di quasi 90 milioni di cittadini, triplicati dal 1979 quando si sono ribellati alla più totale miseria in cui li faceva morire il regime dinastico dello Scià. Eppure, le forze conservatrici e reazionarie che vengono riattivate in questo cupo tramonto dell’impero sono queste: il vecchio ordine colonialista e monarchico spacciato come ideale di progresso e libertà.

1 K. Marx, Il Capitale, Libro III, cap. V, Editori Riuniti, Roma, 1954, p. 123

2 G. Agamben, Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, Torino, 1995, p. 5

4 P. A. Baran, Saggi marxisti, Einaudi, Torino, 1976, p. 71

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Quando il gioco si fa duro…

 

- di Nora Hoppe –  Al Mayadeen English

L'alba di questo nuovo anno è stata squarciata da una brutale lucidità. Il velo è stato sollevato dallo Stato Profondo dell'Impero Barbaro, rivelando non una cospirazione insondabile, ma qualcosa di molto più pericoloso: una realtà bassa e palese che non ha più bisogno di essere nascosta. Coloro che sono stati ingannati credendo che il furfante avrebbe “prosciugato la palude” ora devono affrontare la verità: egli l'ha semplicemente rivendicata come propria.

L'Imperatore è nudo, così come lo sono l'Impero e il suo programma. La finzione è stata abbandonata: gli “abiti” della costituzione, della diplomazia, della correttezza e della legge. Anche la patina di umanità è stata scartata. Questo è il crudo impulso predatorio all'appropriazione... il momento di lasciarsi andare e prendere tutto. Il colonialismo occidentale, nella sua fase terminale, accelera verso il suo culmine.

I Barbari dell'amministrazione hanno rinunciato alla sottigliezza. L'invasione del Venezuela e il rapimento del suo legittimo presidente, Nicolás Maduro, non sono che la prima puntata di una serie pianificata di depredazioni. L'elenco è stato redatto sfacciatamente: Cuba, Nicaragua, Bolivia, Messico, persino la Groenlandia – e questi sono solo gli “antipasti”. È un prospetto per il saccheggio.

Pur non rivelando nulla di nuovo, il commentatore conservatore Glenn Beck ha messo a nudo l'istinto primario imperiale quando ha salutato l'operazione venezuelana come “la cosa più ‘America First’ che abbia mai visto”. La sua ammissione è succinta e perfetta. Perché questa è la vera agenda: non solo la conquista di un emisfero, ma l'assicurazione della supremazia planetaria totale. La traiettoria è chiara: paralizzare l'Iran, contenere la Cina, frammentare la Russia e distruggere i BRICS come costellazione rivale. Il Venezuela non è un'anomalia, è il prototipo.

L'imperialismo occidentale e il suo braccio destro, il sionismo – anch'esso un progetto coloniale nato e armato dall'Occidente

Il possesso dell'emisfero occidentale non è che una fase iniziale. Anche l'Asia occidentale deve essere conquistata, e l'Iran è considerato il grande premio finale. L'Entità dei Gemelli Sionesi, implacabile nella sua ambizione di fomentare una “Bellum Judaica”, ha già ottenuto vittorie significative: assicurandosi la vuota normalizzazione degli Accordi di Abramo e alimentando la fantasia geopolitica del Somaliland – un paese delle fate che esiste solo per frammentare il Corno d'Africa.

Barbaria opera non solo oltre i confini, ma anche all'interno. Come confermato da recenti rivelazioni, la milizia interna dell'Imperatore, l'ICE, funziona come un'operazione sotto copertura dei Gemelli Sionesi. Sotto la supervisione dell'ADL, il suo mandato va oltre la migrazione per colpire specificamente gli attivisti anti-Israele all'interno della stessa Barbaria, con centinaia di soldati dell'IDF infiltrati come suoi agenti. L'apparato di sicurezza interna è stato arruolato in una campagna straniera.

La maschera è caduta perché doveva cadere. La Barbaria soffoca sotto un debito che cresce come una calamità cosmologica, un buco nero finanziario che minaccia di consumarne le fondamenta. Allo stesso tempo, si strozza all'innegabile ascesa sovrana di Cina e Russia e per lo spettacolo globale degli Stati che spezzano il giogo coloniale. Il 2026 vede quindi l'Impero in un momento critico, messo alle strette dal proprio declino e dal risveglio del mondo. Il calcolo, ora nudo e disperato, è binario: Tutto o Niente.

Il Grande Dilemma: contenere uno psicopatico scatenato

Di fronte a questo progetto di conquista globale imminente, una terribile domanda aleggia sul mondo: come organizzare una controffensiva geopolitica efficace senza scatenare un Armageddon nucleare? Questo è il dilemma preciso e paralizzante che ora intrappola le principali potenze dell'opposizione, Russia e Cina. Il costo dell'azione e il costo dell'inazione sono entrambi potenzialmente apocalittici.

All'interno di forum alternativi, la loro esitazione è oggetto di condanna. Dov'è la risposta immediata e decisiva alla sfacciataggine scatenata contro il Venezuela? Tuttavia, questa critica, per quanto comprensibile, trascura l'abisso. Una ritorsione convenzionale – un blocco navale contro un blocco, un diplomatico sequestrato contro un diplomatico sequestrato – non sarebbe proprio la scintilla che l'Impero, nella sua arroganza agonizzante, cerca per giustificare un'escalation finale? La strategia più saggia, anche se più dolorosa, è forse quella di lasciare che l'Impero moribondo e in agonia continui la sua frenetica corsa, esaurendosi fino all'implosione?

Gli statisti di Mosca e Pechino non sono semplici osservatori; sono funamboli sospesi sopra il vuoto, dove ogni movimento deve essere calcolato con precisione millimetrica contro un nemico che si diverte a scuotere il filo. Il loro necessario equilibrio ha raggiunto un estremo storico. Devono proiettare una deterrenza incrollabile offrendo al contempo vie per la de-escalation; devono rafforzare i muscoli del mondo multipolare – BRICS, SCO, partnership strategiche – senza fornire un pretesto per una guerra preventiva. È un grande e terribile gioco del pollo, giocato con le civiltà come posta in gioco.

"L'Asse della Resistenza": o Globale o Niente

In un'intervista del giugno 2022, il presidente venezuelano Nicolás Maduro ha articolato il suo credo fondamentale: “Tutti noi che lottiamo per decolonizzare le nostre menti e i nostri popoli, facciamo parte dell'Asse della Resistenza che si oppone ai metodi degli imperialisti per imporre l'egemonia sul mondo.” Ha dichiarato che il XXI secolo sarà il secolo dei popoli liberati, della giustizia e della verità, insistendo sul fatto che "gli imperi sono in declino e i progetti dei popoli per il benessere, lo sviluppo e la grandezza sono appena iniziati."

Questa visione è stata confermata a Teheran, dove l'Ayatollah Khamenei ha identificato la resistenza come l'unica risposta alla guerra ibrida americana. Era il 2022. Da allora, la cooperazione tra gli Stati presi di mira si è approfondita e altre nazioni si sono liberate dal giogo coloniale. Il mondo ha assistito a un coraggio sbalorditivo e forgiatore di anime: tra le macerie di Gaza, nelle trincee del Donbass, sulle montagne dello Yemen e nei campi dell'Operazione Militare Speciale. Questa resistenza è fonte di ispirazione, ma il contrattacco decisivo e sistemico contro l'Impero rimane sospeso, bloccato in un terribile limbo.

Perché questa sospensione? Le Nazioni Unite si sono rivelate un teatro di impotenza. Non è ancora nata un'alternativa globale coesa. Il BRICS+, nonostante tutte le sue promesse, è lacerato da conflitti interni e da membri - come gli Emirati Arabi Uniti - la cui fedeltà va al capitale, non alla causa. In altre nazioni, popolazioni di ferrea determinazione sono tradite dalle élite compradore. E come è noto, le grandi potenze custodi della multipolarità, Russia e Cina, sono intrappolate in una situazione difficile in cui una mossa sbagliata potrebbe significare l'Apocalisse.

Le vie istituzionali sono bloccate. Le vie diplomatiche sono minate. Quindi cosa rimane?

La soluzione, a quanto pare, non sta negli statisti o nelle istituzioni. Sta nell'unica forza che l'Impero non può finalmente circondare o corrompere: il Popolo stesso. Il Popolo globale. Perché il vero nemico esistenziale dell'élite imperiale non è uno Stato rivale, ma la moltitudine risvegliata di cui sfrutta il lavoro e nega la sovranità. I leader sono o vincolati o complici. Il Popolo no.

È stata la Resistenza del Popolo a espellere l'impero dal Vietnam. È la Resistenza del Popolo che rimane indomita a Gaza, irriducibile nello Yemen e in ascesa in tutto il Sahel. Il loro potere non deriva da caccia stealth o sanzioni finanziarie. Le loro armi sono più profonde, più durevoli e, in definitiva, inestirpabili. E quali sono queste potenti armi?

L'ottimismo rivoluzionario di Ho Chi Minh non era né ingenuità né mero sentimentalismo. Era una forza disciplinata, forgiata da una profonda fede nel popolo, nell'unità nazionale e nella lotta anticoloniale globale. Considerava le difficoltà come temporanee, la vittoria come inevitabile grazie alla perseveranza, e traeva la sua forza da una profonda dedizione morale: la volontà di vivere in modo semplice e di sacrificarsi personalmente per un ideale collettivo. Questo ottimismo possedeva anche una dimensione spirituale: una fede unificante in qualcosa di più nobile della supremazia materiale e della gratificazione individuale, l'antitesi stessa del credo dell'aggressore.

Oggi la lotta si è intensificata su scala planetaria. La minaccia non è più solo la sottomissione coloniale, ma la potenziale annientamento. Come ha dichiarato il presidente colombiano Gustavo Petro, il momento richiede azioni piuttosto che parole, insistendo sul fatto che la logica genocida scatenata su Gaza e sui Caraibi prende di mira “tutta l'umanità che chiede libertà”. Non è più necessaria solo la liberazione nazionale – ma una rivolta globale, una difesa coordinata della Maggioranza Globale.

Questo ci pone la domanda fondamentale: come costruire un fronte internazionale di questo tipo? I leader devono emergere organicamente dal popolo. È necessario tessere reti – tra attivisti locali, movimenti antimperialisti, giornalisti indipendenti e media alternativi – superando i confini per formare una nuova geografia digitale e morale. Le armi sono a portata di mano: solidarietà, non cooperazione, scioperi generali e l' implacabile divulgazione della verità che distrugge le narrazioni imperiali.

Eppure, la grande incognita rimane. Fino a che punto si può spingere il mondo prima che la frammentazione ceda il passo alla fusione? Come possono i Popoli, isolati di proposito, intrecciare i loro fili separati di resistenza in un fronte collettivo indissolubile? L'Asse della Resistenza deve diventare globale, o cesserà di esistere. L'imperativo è chiaro. Il percorso per realizzarlo non è scritto qui, ma nel coraggio che deve ancora essere forgiato. L'ultima domanda rimane sospesa nell'aria, in attesa di una risposta nella storia: Quando il gioco si fa duro, chi finalmente – e insieme – reagirà?

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Speciale 2025, un anno di terremoti

Nel 2025 sono stati localizzati 15759 terremoti in Italia e nelle zone limitrofe. I ricercatori e tecnici dell’INGV, presenti H24 nelle Sale Operative, hanno analizzato e localizzato in media poco più di 43 eventi sismici al giorno, circa uno ogni 33 minuti. Questo dato indica una lieve diminuzione della media giornaliera rispetto a quanto registrato nel 2024.

La mappa degli epicentri degli oltre 15 mila terremoti localizzati nel 2025 – fonte https://terremoti.ingv.it. In questa mappa non sono inclusi i microterremoti (M<1) localizzati dall’Osservatorio Vesuviano (INGV-OV) nelle aree vulcaniche campane e dall’Osservatorio Etneo (INGV-OE) nelle aree vulcaniche siciliane.

Come si vede dalla mappa, anche in questo ultimo anno tutte le regioni italiane sono state interessate da terremoti, in misura più o meno significativa. Nel 2025 il terremoto più forte registrato in Italia è avvenuto nel Mar Adriatico, in area garganica, una decina di chilometri al largo della costa della provincia di Foggia. Questo evento, che ha avuto magnitudo Mw 4.8, fa parte di una sequenza sismica che si è attivata dal mese di marzo 2025 nell’area a nord del Promontorio del Gargano, vicino al Lago di Lesina.

Rispetto agli anni precedenti nel 2025 non ci sono stati eventi sismici di magnitudo uguale o superiore a 5.0, neanche nelle aree limitrofe al di fuori del territorio nazionale. Sono stati numerosi invece i terremoti di magnitudo compresa tra 4.0 e 4.9: 21 eventi in totale, di cui 16 avvenuti sul territorio italiano e nei mari circostanti e i restanti 5 tra Croazia e Albania. Dei 21 totali, 10 sono stati localizzati in mare o lungo le coste; 11 sulla terraferma. 

Il numero totale di terremoti localizzati in Italia nel 2025 è di poco inferiore a quello del 2024 (la differenza è di poco più di 1000 terremoti in meno del 2024) e si mantiene più o meno stabile tra i 16mila e i 17mila terremoti annui dal 2019, con un calo importante rispetto agli anni 2016-2017 e 2018. L’aumento del triennio citato è stato causato dalla sequenza sismica in Italia centrale, iniziata il 24 agosto 2016 e protrattasi a ritmi sostenuti per oltre due anni. Come già osservato, va notato che negli anni seguenti al 2018, il numero di eventi sismici localizzati in quest’area è stato comunque importante, e lo è stato anche nel 2025, rappresentando ancora un valore decisamente elevato rispetto al totale della sismicità in Italia: circa il 30% del totale degli eventi localizzati. Nel corso degli anni, tuttavia, il numero e soprattutto il valore di magnitudo dei terremoti di questa zona sono diminuiti sempre di più.

Nel grafico sottostante è visualizzato il numero annuale di terremoti localizzati grazie alle stazioni della Rete Sismica Nazionale Integrata (RSNI) dal 2012 al 2025.

Grafico della sismicità in Italia e nelle aree limitrofe dal 2012 al 2025. Le colonne in blu mostrano tutti gli eventi localizzati, le colonne in rosso sono solo quelli di magnitudo M ≥ 2.0. Il picco del 2016 e del 2017 è relativo alla sequenza del Centro Italia, iniziata con il terremoto di Amatrice del 24 agosto 2016. Il numero di eventi localizzati e disponibili sul portale terremoti.ingv,it può variare negli anni a seguito dell’analisi e revisione da parte degli analisti sismologi del Bollettino Sismico dell’INGV.

Nel grafico, la colonna blu rappresenta il numero totale annuale di eventi sismici localizzati (di tutte le magnitudo), che ha raggiunto valori superiori a 40mila durante il 2016 e il 2017 a causa della sequenza in Italia centrale. La colonna rossa indica invece il numero annuale di terremoti di magnitudo pari o superiore a 2.0 – che in media corrisponde al 15-20% di tutti i terremoti localizzati – ma che nel 2025 è all’incirca poco più dell’11% del totale, con una lieve decrescita rispetto al 2024.

Nella seguente tabella sono riportati i terremoti di magnitudo pari o superiore a 4.0 e localizzati sul territorio nazionale, in mare o lungo le coste. Nella colonna relativa alla Data e ora italiana è presente il collegamento all’articolo sul terremoto pubblicato sul blog-magazine INGVterremoti.com, quando è disponibile.

Data e ora italiana Magnitudo Epicentro Profondità
07/02/2025, 16:19:12 Mw 4.7 Isole Eolie (Messina) 6,9 km
26/02/2025, 19:11:21 Mw 4.4 Tirreno Meridionale (MARE) 184 km
13/03/2025, 01:25:02 Md 4.6 Campi Flegrei 2,4 km
14/03/2025, 20:37:14 Mw 4.8 Costa Garganica (Foggia) 8 km
15/03/2025, 21:45:56 Mw 4.1 Isole Egadi (Trapani) 5,7 km
18/03/2025, 10:01:25 Mw 4.2 4 km NE Potenza (PZ) 13,1 km
16/04/2025, 03:26:08 Mw 4.4 Mar Ionio Meridionale (MARE) 48,5 km
13/05/2025, 12:07:44 Md 4.4 Campi Flegrei 2,6 km
30/06/2025, 01:25:02 Md 4.6 Campi Flegrei 3,9 km
18/07/2025, 09:14:22 Md 4.0 Campi Flegrei 2,5 km
26/08/2025, 06:07:05 Mw 4.7 Tirreno Meridionale (MARE) 9,4 km
01/09/2025, 04:55:45 Md 4.0 Campi Flegrei 2,3 km
06/10/2025, 12:13:59 Mw 4.2 Costa Marchigiana Pesarese (PU) 9,4 km
25/10/2025, 21:49:18 Mw 4.0 1 km N Montefredane (AV) 14,9 km
15/12/2025, 10:11:22 ML 4.0 Mar Ionio Meridionale (MARE) 31,6 km

 

In questa tabella non sono presenti altri eventi, di magnitudo inferiore a 4.0, che però hanno avuto risentimenti rilevanti sul territorio e che possono essere considerati eventi isolati, cioè non legati a sequenze sismiche significative.

Qualche numero e curiosità sui terremoti del 2025 in Italia e nelle aree limitrofe 

  • 15759 terremoti localizzati.
  • 1566 terremoti di magnitudo compresa tra 2.0 e 2.9.
  • 181 terremoti di magnitudo compresa tra 3.0 e 3.9.
  • 21 terremoti di magnitudo compresa tra 4.0 e 4.9.
  • di questi ultimi, 16 sono avvenuti sul territorio italiano o nei mari circostanti e i restanti 5 tra Croazia e Albania. Dei 21 totali, 10 hanno avuto epicentro in mare o lungo le coste; 11 sulla terraferma.
  • Nel 2025 sono stati localizzati alcuni eventi di magnitudo pari a 0.0 e addirittura 6 eventi di magnitudo negativa (fino a -0.3), avvenuti nelle province di Perugia e Macerata. In questo settore dell’Appennino, l’INGV dispone di una rete di stazioni sismiche molto fitta che consente quindi di localizzare terremoti estremamente piccoli. L’aumento degli eventi sismici di magnitudo così piccola testimonia il costante miglioramento della Rete Sismica Nazionale Integrata dell’INGV. Tale potenziamento è reso possibile anche grazie al contributo di stazioni appartenenti ad altre reti regionali e locali, oltre che da quelle collegate ad esperimenti scientifici e a progetti nazionali (Taboo) e internazionali (AdriaArray).
  • L’evento più profondo: è avvenuto il 18 novembre 2025 alle ore 13:35 italiane, magnitudo ML 3.6, al largo della costa campana. L’evento sismico è stato localizzato a una profondità estremamente elevata, circa 450 km, ben al di sotto delle comuni profondità sismogenetiche dei terremoti italiani, che avvengono prevalentemente nella crosta superiore. L’area geografica indicata per questo evento è quella dei Campi Flegrei, ma per la sua profondità questo terremoto non ha nulla a che vedere con la sismicità estremamente superficiale dell’area flegrea. Questo evento profondo, molto raro per questa area geografica, è da ricondurre a un processo geologico tipico del Tirreno meridionale per la presenza nel mantello terrestre di uno “slab” di litosfera oceanica ionica che sta sprofondando da alcuni milioni di anni al di sotto del Mar Tirreno. 
  • Il primo dell’anno: è stato localizzato nelle Marche, nei pressi di Frontone, in provincia di Pesaro-Urbino, circa un’ora dopo la mezzanotte ed ha avuto magnitudo 1.1. 
  • L’ultimo dell’anno: come nel 2024, è stato localizzato in Toscana, vicino Sansepolcro in provincia di Arezzo, a meno di un’ora dalla fine dell’anno (alle 23:10 italiane del 31 dicembre 2025). Questo terremoto, di magnitudo 0.8, si inquadra nell’ambito di un piccola sequenza sismica con circa 150 eventi di bassa energia avvenuti nel mese di dicembre nell’area.
  • La regione con più terremoti di magnitudo ≥ 2.0: la Sicilia. Nel 2025, la Sicilia ha avuto il maggior numero di eventi sismici di magnitudo pari o superiore a 2.0 (288), superando l’Emilia-Romagna, che aveva avuto questo risultato nel 2024. Seguono la Campania e la Calabria. Se si contassero anche i terremoti molto piccoli (magnitudo minore di 2), questo risultato sarebbe condizionato dalla densità della rete sismica e anche quest’anno le regioni con più eventi sarebbero Marche e Umbria con oltre tremila eventi. 
  • La regione con meno terremoti: la Sardegna, come sempre. È la regione d’Italia più lontana dalle fasce in deformazione degli Appennini e delle Alpi ed è quindi caratterizzata da una sismicità molto più rara rispetto alle altre regioni italiane, ma non assente. Nel 2025 sono stati localizzati 19 eventi sull’isola, solo uno di magnitudo uguale a 2.0 in terraferma. Alcuni eventi, di magnitudo fino a 2.7, sono stati localizzati in mare, in particolare al largo di Olbia. Altri eventi, di magnitudo inferiore, sono stati classificati come scoppi di cava o esplosioni.

Le sequenze sismiche in Italia nel 2025

Anche nel 2025 sono avvenute numerose sequenze sismiche più o meno lunghe, alcune delle quali già attive negli anni precedenti, come la sequenza in Italia centrale iniziata nell’agosto 2016 e gli sciami sismici nell’area Flegrea. Le sequenze sismiche del 2025 sono state generalmente di breve e media durata e con valori di magnitudo di solito non elevati (il massimo è stato Mw 4.8 al largo della costa pugliese settentrionale). 

Di seguito vengono brevemente descritte le principali sequenze che hanno caratterizzato il 2025. 

La sequenza in Italia centrale nel 2025

Nel 2025 l’attività sismica nell’area della sequenza di Amatrice-Visso-Norcia (centro Italia), iniziata il 24 agosto del 2016 e proseguita negli anni successivi, si è mantenuta costante nel numero complessivo di scosse, soprattutto con eventi di magnitudo inferiore a 2.0 e con pochissimi terremoti di magnitudo maggiore di 3. Ciò nonostante, questa sequenza contribuisce ancora in maniera significativa alla sismicità in Italia: i suoi oltre cinque mila terremoti rappresentano una importante percentuale che supera il 30% di tutti i terremoti registrati dalle stazioni della Rete Sismica Nazionale Integrata sul territorio nazionale nel 2025.

La sismicità del 2025 nell’area della sequenza dell’Italia centrale iniziata il 24 agosto 2016.

Come si vede anche dalla mappa sono pochissimi gli eventi di magnitudo uguale o maggiore di 3 localizzati in quest’area e nelle zone adiacenti nel 2025: tra questi, due terremoti, entrambi di magnitudo ML 3.5, avvenuti il 21 marzo presso Gagliole (provincia di Macerata) e il 23 aprile a Spoleto (provincia di Perugia).

La sismicità nell’area dei Campi Flegrei

Nel 2025, in particolare nel mese di febbraio, nell’area dei Campi Flegrei (Napoli) sono stati registrati dalle stazioni della Rete di Monitoraggio dell’Osservatorio Vesuviano dell’INGV diversi sciami sismici, con eventi anche risentiti dalla popolazione nella zona di Pozzuoli e nelle aree limitrofe fino alla città di Napoli. E’ stato l’anno in cui sono stati registrati i terremoti con le più elevate magnitudo nell’area legati alla crisi bradismica in atto: due eventi di magnitudo Md 4.6 avvenuti il 13 marzo (vicino a Bagnoli) e il 30 giugno (in mezzo al golfo). Altri 3 i terremoti di magnitudo uguale o superiore a magnitudo 4 avvenuti nel 2025: il 13 maggio con Md 4.4, il 18 luglio e il 01 settembre di magnitudo Md 4.0. Ventotto gli eventi che hanno avuto una magnitudo compresa tra 3.0 e 3.9. In totale nell’area sono stati localizzati oltre 1000 terremoti di magnitudo pari o superiore a 1.0. 

La sismicità nell’area dei Campi Flegrei nel 2025. Sono visualizzati tutti gli eventi di magnitudo superiore o uguale a 1.0 pubblicati sul portale terremoti.ingv.it.

Tutte le localizzazioni degli eventi sismici nell’area dei Campi Flegrei, incluse quelle di magnitudo inferiore a 1.0, sono disponibili sul sito web dell’INGV-Osservatorio Vesuviano (GOSSIP – Database Sismologico Pubblico INGV-Osservatorio Vesuviano, https://doi.org/10.13127/gossip) e sono descritti sui canali web e social INGVvulcani.

Sequenza sismica lungo la costa garganica (Foggia)

Dal mese di marzo 2025 le stazioni della Rete Sismica Nazionale Integrata hanno registrato una serie di eventi sismici localizzati nel Mar Adriatico lungo la costa garganica settentrionale, nelle vicinanze del Lago di Lesina (provincia di Foggia). In quest’area il 14 marzo è avvenuto l’evento di magnitudo maggiore (Mw 4.8, ML 4.7) della sequenza; questo terremoto è anche il più forte del 2025 avvenuto in Italia. Il terremoto ha avuto risentimenti molto diffusi non solo nelle aree costiere e interne della Puglia, ma anche nelle regioni vicine: Molise, Campania e Basilicata.

La sismicità del 2025 nel Mar Adriatico al largo della Costa Garganica settentrionale. E’ ben visibile nella mappa l’evento di magnitudo Mw 4.8 del 14 marzo, il terremoto più forte registrato nel 2025 in Italia e aree limitrofe.

In totale, nel 2025, sono stati localizzati circa 250 eventi in quest’area del Mar Adriatico, la maggior parte nei mesi di marzo e aprile, più della metà di magnitudo inferiore a 2; in particolare, sei gli eventi compresi tra 3.0 e 3.9.

La sismicità nel Mar Tirreno meridionale

Nell’area del Mar Tirreno meridionale l’attività sismica è sempre molto frequente e spesso caratterizzata da terremoti anche molto profondi a causa del processo geologico noto comesubduzione”. Anche nel 2025 sono stati numerosi i terremoti localizzati in quest’area, tanti di magnitudo superiore a 3 e alcuni anche di magnitudo superiore a 4: ad esempio l’evento del 24 febbraio di magnitudo Mw 4.4, localizzato ad una profondità di oltre 180 km

La sismicità del 2025 nel Mar Tirreno meridionale.

Nel 2025 nel Mar Tirreno meridionale sono stati localizzati anche eventi sismici di magnitudo superiore a 4 con ipocentri poco profondi. Ad esempio, i due terremoti avvenuti al largo delle Isole Egadi del 15 marzo di magnitudo Mw 4.1 e del 26 agosto di magnitudo Mw 4.7, quest’ultimo moderatamente risentito in alcune località delle provincie di Trapani e Palermo lungo la costa della Sicilia occidentale. 

Da ricordare anche la sequenza sismica avvenuta nel mese di febbraio nei pressi dell’arcipelago delle Isole Eolie con oltre 50 eventi, il più forte avvenuto il 7 febbraio di magnitudo Mw 4.7 (Ml 4.8), ad una profondità di circa 17 km, risentito lungo la costa settentrionale della Sicilia, in Sicilia orientale e in Calabria meridionale.

Sequenza sismica in provincia di Avellino 

Tra il 24 e il 25 ottobre in un’area a nord della città di Avellino sono stati localizzati una decina di eventi sismici tra i comuni di Grottolella e Montefredane. Due sono stati gli eventi di magnitudo maggiore in questa sequenza: quello avvenuto il 24 ottobre alle ore 14:40 locali, di magnitudo Mw 3.7 (ML 3.6) e quello del giorno successivo, 25 ottobre, di magnitudo Mw 4.0 (ML 4.0) alle ore 21:49 italiane. Le profondità di questi eventi sono collocate tra i 14 e i 16 km, quindi leggermente più profondi rispetto ai terremoti localizzati in Appennino. Questi due eventi hanno avuto risentimenti molto ampi, non solo nelle province di Avellino e Benevento, ma anche nel salernitano e in tutta l’area vesuviana e in buona parte della provincia di Napoli. 

La sequenza sismica avvenuta tra ottobre e dicembre 2025 a nord della città di Avellino.

Questa sequenza è stata generata da strutture sismogenetiche localizzate 30-40 km più a sud di quelle che hanno causato il tragico terremoto dell’Irpinia e Basilicata del 23 novembre 1980.

La mappa interattiva dei terremoti del 2025

La sismicità del 2025 viene mostrata in una mappa interattiva. In questa applicazione sono rappresentati i 15759 terremoti classificati e tematizzati in base alla loro magnitudo. Ogni evento può essere interrogato per visualizzare i relativi parametri ipocentrali, la pagina informativa di evento dal portale terremoti.ingv.it e, per quelli più forti, la rispettiva mappa di scuotimento dal sito shakemap.ingv.it/.

Inoltre è stato realizzato anche uno slider che permette di scorrere gli eventi sismici settimana per settimana, sia in modo automatico (modalità di default) sia attraverso i comandi manuali (PLAY, PAUSA, INDIETRO e AVANTI). L’applicazione web dello slider è visualizzabile anche sui dispositivi mobili da questo link.

Apri la mappa interattiva dei terremoti del 2025

A cura di Maurizio Pignone e INGVterremoti TEAM


Crediti dati e nota

  • ISIDe working group (2016) version 1.0, DOI: 10.13127/ISIDe, Italian Seismological Instrumental and parametric database: http://iside.rm.ingv.it/iside 
  • GOSSIP – Database sismologico Pubblico INGV-Osservatorio Vesuviano. Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). https://doi.org/10.13127/gossip 

Ricordiamo che i dati di tutti gli eventi sismici che avvengono in Italia vengono calcolati e rivisti dal personale in turno H24 nelle Sale Operative INGV di Roma, Napoli e Catania e pubblicati pochi minuti dopo ogni terremoto sul portale dei dati in tempo reale del Dipartimento TERREMOTI dell’INGV (http://terremoti.ingv.it/). Per le Sale Operative di Napoli e Catania su http://terremoti.ingv.it/ sono presenti i terremoti con magnitudo pari o superiore a 1.0. I dati si riferiscono a un’area rettangolare che ha i seguenti limiti: Latitudine tra 35°N e 49°N e Longitudine tra 5°E e 20°E.


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Cuba risponde a Trump: “Difenderemo la Patria fino all’ultima goccia di sangue”

Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha risposto duramente alle nuove minacce di Donald Trump contro L’Avana, ricordando che Cuba è “aggredita dagli Stati Uniti da 66 anni” ed è sempre pronta a difendere la propria sovranità “fino all’ultima goccia di sangue”. In una serie di messaggi, il capo dello Stato ha ribadito che Cuba è una nazione libera, indipendente e sovrana, che non minaccia nessuno ma si prepara a difendersi.

Díaz-Canel ha accusato Washington di non avere “alcuna autorità morale” per giudicare Cuba, denunciando un sistema che “trasforma tutto in affari, persino le vite umane”. Le gravi difficoltà economiche dell’isola, ha sottolineato, non sono il frutto della Rivoluzione, ma delle misure di soffocamento economico imposte dagli Stati Uniti per oltre sei decenni e oggi minacciate di ulteriore inasprimento.

Le dichiarazioni arrivano dopo che Trump ha annunciato la volontà di tagliare completamente petrolio e risorse finanziarie a Cuba, evocando persino l’opzione di “entrare e distruggere” l’isola. Il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez ha replicato accusando Washington di comportarsi come un “egemone criminale e fuori controllo”, rivendicando il diritto di Cuba a commerciare liberamente e a importare energia senza coercizioni unilaterali.

Mentre il blocco statunitense continua a essere condannato quasi unanimemente dalla comunità internazionale e dall’ONU, L’Avana denuncia una nuova escalation di pressioni e ribadisce che diritto e giustizia non sono dalla parte dell’impero.


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Disordini, terrorismo e intelligence: l’Iran denuncia la regia esterna delle violenze

Le autorità iraniane hanno annunciato lo smantellamento di una rete di spionaggio straniera legata al Mossad, con l’arresto di un cittadino straniero accusato di operare sotto copertura per l’intelligence israeliana. Secondo i Pasdaran, il sospetto raccoglieva informazioni sensibili e valutava le attività di cellule affiliate, mentre perquisizioni successive avrebbero fornito “prove definitive” del suo ruolo.

L’operazione si inserisce in un contesto di forte tensione interna, in cui proteste economiche inizialmente pacifiche sarebbero state, secondo Teheran, deliberatamente deviate verso violenze e sabotaggi da attori esterni. L’Iran parla apertamente di “guerra ibrida”: sanzioni, pressione economica, operazioni psicologiche e terrorismo coordinato. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha puntato il dito contro Stati Uniti e Israele, citando dichiarazioni dell’ex direttore della CIA, Mike Pompeo, come prova del coinvolgimento del Mossad nei disordini.

Anche il presidente Masoud Pezeshkian ha ribadito che Washington sbaglia a credere di poter replicare in Iran tattiche usate altrove. Sulla stessa linea il presidente del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf, che ha distinto tra proteste legittime e “terrorismo armato”, avvertendo che chi attacca infrastrutture, civili e forze di sicurezza riceverà una risposta durissima.

Qalibaf ha inoltre lanciato un messaggio diretto a Donald Trump, avvertendo che qualsiasi attacco contro l’Iran renderebbe obiettivi legittimi basi e interessi statunitensi nella regione. Teheran insiste: le difficoltà economiche saranno affrontate per vie istituzionali, ma la sovranità nazionale e la sicurezza interna restano “linee rosse”. In gioco, come denuncia la leadership iraniana, non c’è solo l’ordine pubblico, ma la tenuta del Paese di fronte a una strategia di destabilizzazione guidata dall’esterno.


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(VIDEO) "Fuori l'imperialismo dall'America Latina": in migliaia a Città del Messico contro il rapimento di Maduro e l'intervento USA

Migliaia di persone si sono radunate a Città del Messico per una grande manifestazione di protesta contro il brutale intervento militare degli Stati Uniti in Venezuela e per chiedere l'immediato rilascio del presidente venezuelano Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores.

L'Assemblea interuniversitaria e popolare per la Palestina è stata l'organizzazione che ha indetto la giornata di azione antimperialista contro l'intervento di Trump in Venezuela.

La marcia, svoltasi pacificamente, aveva come obiettivo principale quello di chiedere l'immediata liberazione del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores, rapiti dalle forze militari statunitensi il 3 gennaio a Caracas, capitale del paese sudamericano, e condotti a New York, dove sono processati con l'accusa di presunto traffico di droga. Aveva inoltre l'obiettivo di esperimere l'urgenza per l'intera America Latina di difendere la propria sovranità di fronte alle azioni sempre più ostili dell'imperialismo statunitense che ormai agisce come una bestia feroce ferita, quindi è ancora più pericoloso in questa fase storica.

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Iran, parla il presidente: "I terroristi legati a potenze straniere stanno uccidendo persone innocenti"

In un deciso intervento televisivo, il Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, Masoud Pezeshkian, ha tracciato una netta linea di demarcazione tra il legittimo diritto di protesta del popolo e le azioni violente di quelli che ha definito "rivoltosi y terroristi" addestrati e guidati da potenze straniere. Rivolgendosi alla nazione, Pezeshkian ha sottolineato il dovere del governo di ascoltare e risolvere le preoccupazioni dei cittadini, ma ha avvertito con forza che non sarà permesso a gruppi di sovversivi di gettare il paese nell’insicurezza.

"Se la gente ha preoccupazioni, è nostro dovere risolverle, ma il dovere più alto è non permettere che un gruppo di facinorosi arrivi e sconvolga l'intera società", ha dichiarato il Presidente, evidenziando la duplice responsabilità della sua amministrazione: affrontare i problemi economici e sociali che alimentano il malcontento, e al contempo proteggere l'integrità nazionale da attacchi esterni. Il suo messaggio si è rivolto in particolare alle giovani generazioni e alle famiglie, esortandole a non farsi ingannare: "Queste persone sono addestrate. Famiglie, vi supplico, non permettete che i vostri giovani si mescolino con rivoltosi e terroristi che vengono a decapitare e uccidere gente".

Pezeshkian ha puntato il dito direttamente contro gli Stati Uniti e Israele, accusandoli di essere i mandanti e gli istruttori di una campagna di violenza volta a destabilizzare il paese. Secondo il Presidente, i nemici dell’Iran hanno infiltrato nel paese terroristi addestrati, con l'obiettivo specifico di distruggere proprietà pubbliche e private, attaccare luoghi di culto come le moschee e uccidere cittadini innocenti. "Gli Stati Uniti e Israele sono lì, incitandoli: 'Avanti, anche noi siamo qui'. Gli stessi che hanno attaccato questo paese e ucciso i nostri giovani e bambini, ora ordinano a queste persone di fare questo lavoro", ha affermato, in un chiaro riferimento all'aggressione militare subita dal paese nel mese di giugno. Ha ribadito con forza che l'uccisione di civili "non è per niente accettabile" e che Washington e Tel Aviv stanno fornendo addestramento e supporto ai rivoltosi.

Queste dichiarazioni si inseriscono in un contesto di proteste diffuse, attive dalla fine di dicembre, nate dal profondo malessere per la crisi economica, l’inflazione in rialzo, la svalutazione della moneta nazionale e il deterioramento delle condizioni di vita. Pezeshkian ha riconosciuto la natura di queste manifestazioni, distinguendole nettamente dalla violenza sovversiva: "Se qualcuno appartiene a questo paese, che protesti, e ascolteremo la sua protesta, la affronteremo e la risolveremo". Tuttavia, ha lanciato un duro monito alle potenze straniere, accusandole di sfruttare il disagio interno come parte di una "guerra morbida" per indebolire il paese.

La risposta iraniana arriva mentre da Washington e Gerusalemme giungono segnali minacciosi. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha apertamente minacciato di intervenire in Iran in caso di morti tra i manifestanti, mentre fonti giornalistiche israeliane riportano che gli USA starebbero valutando un intervento mirato a supportare i dimostranti. Ancora più grave, da Israele si studierebbe se il recente sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro possa costituire un esempio applicabile anche al governo iraniano.

Pezeshkian ha respinto con fermezza queste ipotesi, sostenendo che gli Stati Uniti commettono un grave errore nel credere che le tattiche applicate contro altri avversari possano funzionare con l’Iran. Il popolo iraniano, ha assicurato, "sosterrà il paese e il sistema con più forza di prima" di fronte a qualsiasi tentativo di destabilizzazione. In conclusione, il Presidente ha lanciato un appello all'unità e alla vigilanza, invitando la popolazione a radunarsi nei quartieri per prevenire disordini, mentre ha ribadito la disponibilità al dialogo per risolvere le legittime istanze sociali: "Sediamoci insieme, mano nella mano, e risolviamole". Una posizione che difende la sovranità nazionale mentre denuncia un palese tentativo di cambio di regime orchestrato dall'estero.

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Dopo il sequestro di Maduro, Trump promette di azzerare il sostegno a Cuba

In una nuova escalation della sua retorrica neocolonialista e delle misure anticubane, il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato sui social network che non ci sarà più petrolio né denaro dal Venezuela per Cuba, dimenticando il carattere sovrano di entrambe le nazioni latinoamericane. Trump ha affermato che Cuba non riceverà più petrolio o finanziamenti dal Venezuela, scrivendo sulla sua piattaforma Truth Social: "Niente più petrolio, niente più soldi per Cuba. Zero! Raccomando vivamente di raggiungere un accordo prima che sia troppo tardi".

Nel suo intervento, il presidente statunitense ha contestualizzato e giustificato la misura sostenendo che "Cuba è vissuta per molti anni grazie a grandi quantità di petrolio e denaro provenienti dal Venezuela. In cambio, Cuba forniva servizi di sicurezza agli ultimi due dittatori venezuelani, ma ora basta!". Ha aggiunto che "la maggior parte di quei cubani è morta nell'attacco degli Stati Uniti delle ultime settimane, e il Venezuela non ha più bisogno della protezione di bulli ed estorsori che l'hanno tenuta in ostaggio per tanti anni". Trump ha quindi proclamato: "Ora il Venezuela ha gli Stati Uniti, l'esercito più potente del mondo (e di gran lunga!) a proteggerlo, e noi lo proteggeremo".

 

Questa dichiarazione si inserisce in un contesto di crescente pressione da parte degli Stati Uniti, in seguito all'aggressione militare contro il Venezuela culminata con il barbaro sequestro del presidente Nicolás Maduro. Trump ha proferito parole minacciose volte ad aumentare la pressione su Cuba, suggerendo che "entrare e distruggere" potrebbe essere l'unica opzione rimasta per forzare un cambiamento. In tale quadro, il Segretario di Stato Marco Rubio, durante un incontro con dirigenti petroliferi, ha dichiarato che le autorità cubane hanno scelto di "avere il controllo politico sul popolo piuttosto che un'economia funzionante".

Di fronte a queste minacce, il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez Parrilla ha ribadito che Cuba non è disposta a "vendere il paese né a cedere di fronte alle minacce e al ricatto" degli Stati Uniti. Rodríguez ha denunciato che "gli Stati Uniti intendono imporre la loro volontà sui diritti di stati sovrani", applicando da 67 anni "la forza e l'aggressione contro Cuba", e ha riaffermato l'impegno incrollabile della nazione a difendersi. Inoltre il diplomatico cubano sul proprio profilo X ha scritto: "A differenza degli Stati Uniti, non abbiamo un governo che si presta ad attività mercenarie, ricatti o coercizioni militari contro altri Stati". Rodríguez Parrilla ha poi spiegato che il suo Paese "ha il diritto assoluto" di importare carburante dai mercati "disposti a esportarlo", oltre a esercitare il diritto di sviluppare le proprie relazioni commerciali "senza interferenze o subordinazioni a misure coercitive unilaterali da parte degli Stati Uniti". "La legge e la giustizia sono dalla parte di Cuba", ha ribadito.

#Cuba no recibe ni ha recibido nunca compensación monetaria o material por los servicios de seguridad que haya prestado a algún país.

A diferencia de #EEUU, no tenemos un gobierno que se presta al mercenarismo, el chantaje o la coerción militar contra otros Estados.

Como todo… pic.twitter.com/BnifpEjyIg

— Bruno Rodríguez P (@BrunoRguezP) January 11, 2026

Allo stesso tempo, il ministro degli Esteri ha accusato Washington di comportarsi come un "egemone criminale e incontrollato che minaccia la pace e la sicurezza, non solo a Cuba e in questo emisfero, ma in tutto il mondo".

Lo scenario attuale affonda le sue radici in un criminale blocco economico in vigore da sei decadi. Nell'ottobre del 1960, in risposta alle espropriazioni di imprese statunitensi sull'isola, gli Stati Uniti istituirono l'embargo contro Cuba. Successivamente, nel 1962, il presidente John F. Kennedy inasprì drasticamente le misure, imponendo un blocco commerciale quasi totale che ha colpito profondamente l'economia cubana. Nato inizialmente come misura temporanea per ottenere compensazioni, l'embargo non solo è stato mantenuto per sei decenni sotto dodici diverse amministrazioni, ma è stato anche rafforzato con successive misure coercitive.

Dopo l'attacco militare statunitense in Venezuela e il sequestro di Maduro, Marco Rubio ha sostenuto che le autorità di Cuba "sono riuscite a farcela per oltre 60 anni perché avevano donatori: l'URSS e, recentemente, il Venezuela, ma ora è finita". Le dichiarazioni di Trump e dei suoi collaboratori segnalano dunque un ulteriore inasprimento della lunga politica di pressione e aggressione contro la sovranità cubana.

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Iran, tra meme e numeri: così la guerra dell'informazione si combatte (anche) online


di Francesco Fustaneo

Due notizie, apparentemente scollegate, esplose nel giro di pochi giorni, offrono uno spaccato perfetto delle regole (sporche) della comunicazione nell'era delle crisi internazionali. Da una parte, una fotografia potentissima che fa il giro del mondo: una giovane e bella ragazza accende una sigaretta con la fiamma che brucia il ritratto della Guida suprema iraniana, Ali Khamenei. Un'immagine di sfida assoluta, perfetta per i titoli e i social media. Dall'altra, numeri drammatici che diventano la metrica ufficiale della repressione:  numero di arresti, numero di  morti nelle proteste. Cifre riprese senza esitazione da gran parte della stampa internazionale.

C'è un problema, in entrambi i casi. Quasi nessuno, nella corsa alla viralità e al titolo a caldo, si è fermato a chiedere: Da dove viene questa informazione? Chi la produce? E perché?

La foto-simbolo (fuori contesto)

La ricostruzione dei fatti, come riportata da diversi autori testate è lampante: quella foto non è stata scattata in Iran e nemmeno di recente. È l'opera di un'attivista digitale conosciuta online come Morticia Addams (@melianouss su X), nota per contenuti ultra-provocatori e anti-Repubblica Islamica costruiti per essere meme. L'immagine è stata realizzata in un parcheggio a Richmond Hill, Ontario, Canada. Un gesto simbolico, una performance per i suoi follower. Tra le disamine più puntuali della  foto che pervengono alla ricostruzione sopra enunciata , va citata quella di  una testata indipendente indiana (https://thechenabtimes.com/2026/01/11/fact-check-viral-image-of-woman-lighting-cigarette-with-photo-of-irans-supreme-leader-did-not-originate-in-iran/?amp=1)

Nel  vortice della tensione mediale sugli scontri in Iran e sul rischio  imminente di un attacco militare esterno, l'immagine ha perso istantaneamente il suo contesto. È stata divorata dalla macchina della propaganda, diventando per molti la "prova" visiva della rivolta interna o, per altri versi, della necessità di un intervento. Un prodotto dell'attivismo da tastiera, disegnato per shockare, trasformato in un asset della guerra psicologica. I fact-checker italici, come ammesso con ironia da alcuni osservatori, "erano in ferie" rispetto alla velocità di propagazione.

I numeri-simbolo (opachi)

Lo stesso principio di opacità si applica alle cifre spesso presentate come definitive sulla repressione. Molti dei bollettini più diffusi sulle vittime delle proteste provengono dalla Human Rights Activists News Agency (HRANA), un'organizzazione registrata negli Stati Uniti e guidata da attivisti iraniani in esilio e non a caso accreditassima negli ambienti internazionali. La sua missione è documentare le violazioni dei diritti umani in Iran, ma la sua struttura finanziaria getta un'ombra di parzialità geopolitica. HRANA è tra i beneficiari di finanziamenti della National Endowment for Democracy (NED), ente pubblico americano creato per "promuovere la democrazia" all'estero e da tempo strumento di soft power e influenza della politica estera di Washington.

https://www.irb-cisr.gc.ca/fr/renseignements-pays/rdi/Pages/index.aspx?doc=459016&pls=1

La National Endowment for Democracy (NED), celebrata in Occidente come faro delle libertà, agisce al soldo del governo degli Stati Uniti. Da tempo si impegna a sovvertire il potere statale in altri Paesi, intromettendosi negli affari interni, fomentando divisioni e scontri, fuorviando l'opinione pubblica e conducendo infiltrazioni ideologiche e non solo , il tutto con il pretesto di promuovere la democrazia.

Ora,  anche  ammettendo che questo non invalidi automaticamente il lavoro sul campo di HRANA, che si basa su una rete di contatti interni, ne definisce il quadro di riferimento. Presentare i suoi dati come "il numero delle vittime" senza specificare la fonte, la sua natura e i suoi legami, è un atto di approssimazione giornalistica. Un giornalista serio dovrebbe quantomeno affiancare quelle cifre con un "secondo fonti vicine al governo iraniano, i morti sono X", o cercare conferme incrociate, ammesso che in un paese mediamente accessibile come l'Iran sia possibile.

Il parallelo tra le due notizie è istruttivo. Entrambe rispondono a un bisogno narrativo potente: mostrare la resistenza degli iraniani e quantificare la ferocia della repressione in un momento in cui Israele aiutato dagli USA vuole chiudere definitivamente la partita contro Teheran. Entrambe, viaggiano sulla sospensione del pensiero critico. La foto canadese vale perché sembra vera e si adatta al frame pre-esistente. I numeri di HRANA valgono perché soddisfano l'aspettativa di orrore e confermano il frame del regime sanguinario.

Nella  guerra ibrida del XXI secolo, la prima linea non è solo sul campo, ma nello schermo degli smartphone. E le armi più efficaci sono spesso un meme ben confezionato e una statistica non verificabile, spacciati per verità assoluta. Il dovere del giornalismo sarebbe smontarle, o quantomeno svelarne  i meccanismi. Troppo spesso, invece, ne diventa il megafono inconsapevole.

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Russia: il missile Oreschnik paralizza la riserva strategica di gas ucraina

Nella notte tra giovedì e venerdì la Russia ha colpito e gravemente danneggiato il più grande deposito di gas d'Europa, situato nei pressi della città ucraina occidentale di Stryi, a sud di Leopoli. Come riporta il quotidiano tedesco Junge Welt, video amatoriali dalla regione mostrano una serie di esplosioni avvenute intorno alle 23:45. Per l'attacco è stato utilizzato uno dei nuovi missili ipersonici "Oreschnik", impiegato per la prima volta nel conflitto ucraino nel novembre 2024 contro un complesso industriale a Dnipro. La Russia ha confermato l'uso del missile, definendo l'attacco una rappresaglia per il tentativo del regime di Kiev di colpire una residenza del presidente Vladimir Putin poco prima del capodanno.

Il deposito di Stryi, costruito in epoca sovietica principalmente per le esigenze di esportazione, ha una capacità di circa 17 milioni di metri cubi. Secondo il portale di settore Upstream online, questa corrisponde a poco più della metà dell'intera capacità di stoccaggio del gas dell'Ucraina e al 60% del suo consumo annuo. La sua importanza è cresciuta dopo che la Russia ha distrutto, nell'estate e nell'autunno scorsi, le principali strutture di estrazione del gas nel paese, rendendo l'Ucraina più che mai dipendente dalle importazioni dall'UE. L'impianto non era apparentemente protetto da sistemi di difesa missilistica; già nel 2024 il presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva richiesto la consegna di "almeno due" batterie di sistemi statunitensi "Patriot" per poterlo difendere.

Fonti riferiscono che gli Stati Uniti sarebbero stati avvertiti dalla Russia alcune ore prima del lancio dell'"Oreschnik", per evitare l'impressione di un possibile attacco nucleare. Washington avrebbe poi passato l'informazione alla parte ucraina, tanto che il presidente Zelensky, nel suo consueto videomessaggio serale, aveva preannunciato attacchi imminenti. Il missile - riferisce il quotidiano tedesco - è partito intorno alle 23:30 ora di Kiev, per colpire Stryi un quarto d'ora dopo. Questo breve tempo di volo ha impedito all'Ucraina di calcolarne la traiettoria o di intercettarlo. Si stima che l'"Oreschnik" possa raggiungere una velocità fino a 13.000 chilometri orari.

Il fulcro degli attacchi russi a obiettivi infrastrutturali in quella notte è stato comunque la capitale Kiev, colpita da diverse decine di missili balistici e da crociera, insieme a circa 240 droni. In seguito agli impatti su tre centrali elettriche, secondo il sindaco Vitali Klitschko, al mattino più della metà dei condomini di Kiev era senza elettricità e, di conseguenza, senza acqua. Il governo ucraino ha parlato di circa mezzo milione di famiglie interessate. Anche le importanti regioni industriali di Dnipro, Zaporizhzhia e Kryvyi Rih sarebbero rimaste senza elettricità e acqua a causa degli attacchi russi. Il presidente Zelensky ha definito il tutto un "colpo alla vita della gente comune", proprio nel momento in cui in Ucraina sono arrivate forti gelate, e ha chiesto una "forte reazione della comunità internazionale", in particolare degli Stati Uniti.

Parallelamente all'attacco russo alle infrastrutture energetiche di Kiev e altre città ucraine, l'Ucraina ha lanciato un'offensiva contro una centrale elettrica nella regione russa di frontiera di Belgorod. Anche lì, venerdì, circa 500.000 persone sono rimaste senza elettricità e acqua. Il governatore regionale ha ammesso che la situazione è "molto difficile".

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Gomorra: come la periferia di Napoli venne svenduta l’11 gennaio del 2013

 

L’11 gennaio è una data rimasta impressa nella memoria di molti di noi. In questa data infatti, nel 1999, ci lasciava Fabrizio De Andrè. Negli anni a seguire, nel giorno della ricorrenza della morte, sono sorte iniziative spontanee di commemorazione attraverso l’esecuzione delle sue canzoni, dai palchi alle piazze alle case private. 

A casa mia, per esempio, non è mai mancato il ricordo dell’11 gennaio, chitarre alla mano.

A pochi invece l’11 gennaio ricorderà cosa successe in quella stessa data a Napoli nel 2013.

Io però sono uno di quelli che se lo ricorda bene.

Il film “L’uomo con il megafono” (Figli del Bronx, 2012, ’60), di cui sono autore e regista era stato presentato al Festival del Cinema di Roma solo 2 mesi prima, novembre 2012.

Costato giusto i biglietti della metropolitana avanti e indietro da Piazza Dante (nei pressi di dove abitavo) alla fermata di Piscinola (a pochi passi dalle “Vele”), realizzato in solitudine con una buona macchina da presa e ottimi microfoni, semplicemente mettendo l’occhio lì dove le cose stavano accadendo.

A dire il vero, le riprese durarono dal gennaio 2011 al maggio dello stesso anno, ma poi ci volle un altro anno sano per chiudere il lavoro (i soliti mal di pancia che colpiscono ad un certo punto i produttori dei miei lavori).

Il film è la storia in presa diretta di Vittorio Passeggio e del Comitato degli inquilini delle Vele di Scampia, immortalati in quei 4 mesi del 2011 in concomitanza con la campagna elettorale che portò all’elezione del sindaco Luigi De Magistris. Senza filtri e senza censure. Come mio costume.

Il film venne selezionato al Festival del Cinema di Roma grazie all’insistenza del suo direttore, Marco Muller, che non ne volle sapere. Tutti si dovettero rassegnare all’uscita del film.

Venne in soccorso, tra i pochi, Enrico Ghezzi, con un articolo di cui ricordo queste preziose parole: “una regia che aggredisce dolcemente il quartiere Scampia”.

Cosa aspettarsi dunque da questo lavoro? Distribuzioni? Passaggi al cinema? Passaggi in televisione? Altri festival e premi in giro per l’Italia e il mondo?

 

Nel mentre che provavo a dare risposte a queste domande, decidemmo per prima cosa di organizzare una proiezione pubblica preso l’auditorium comunale di Scampia, per permettere al quartiere di assistere alla pellicola in anteprima.

Il giorno fissato per la proiezione fu proprio l’11 gennaio 2013.

La proiezione, pomeridiana, fu un successo: venne molta gente e qualche personaggio.

Ma successe un fatto.

Ad una settimana dalla proiezione però venne fissata per lo stesso giorno, nello stesso luogo (l’auditorium comunale di Scampia), da tenersi al termine del nostro evento, un'assemblea popolare di quartiere per discutere dello sbarco della produzione della serie “Gomorra” (fin a quel momento erano usciti solo il libro e l’omonimo film di Matteo Garrone, per altro largamente criticato dal quartiere).

La concomitanza non fu un fatto voluto. 

Per l’assemblea popolare il comune aveva libero solo quel giorno.

Si decise dunque di fare doppietta: prima “L’uomo con il megafono”, poi l’assemblea popolare.

Il produttore napoletano del mio film arrivò all’auditorium a braccetto con un produttore della serie “Gomorra” (entrambe le persone sono nel frattempo scomparse e anche per questo evito di fare nomi).

Pertanto, oltre alle motivazioni (molto edificanti) con le quali questo produttore di Gomorra aveva cercato di ammansire la platea durante l’assemblea, mi sono potuto ascoltare anche le motivazioni riservate, rivelate da questi al produttore napoletano del mio film dietro le quinte.

Le motivazioni reali, quelle sussurrate e che in pubblico non si potevano dire, erano dunque queste: “Abbiamo già venduto i diritti della serie a 26 Paesi. Abbiamo incassato già una valanga di soldi. Però abbiamo promesso che le riprese sarebbero avvenute a Scampia, nei luoghi reali. Non abbiamo altra scelta. Dobbiamo girare qui a Scampia, costi quel che costi, tu ci devi aiutare”.

E il produttore de “L’uomo con il megafono”, afferrato al volo il concetto, si mise a disposizione.

Il resto è storia, forse non raccontata fino in fondo, ma ormai storia.

La storia di questo mio film invece finisce quel giorno, a 2 mesi dalla sua presentazione al Festival del Cinema di Roma.

 

In questi giorni viene trasmessa su piattaforme a pagamento l’ennesima serie televisiva tratta dall’opera di Roberto Saviano, questa volta titolata “Gomorra - le origini”.

Ci ha catturato una frase attribuita ai due sceneggiatori, Fasoli e Ravagli, riportata dal settimanale Espresso: “Ci hanno accusato di infangare il Paese, o fare un favore alla camorra. Ma il punto è un altro: perché nessuno ha mai guardato prima questi territori?”.

Ho avuto un sommovimento al livello dello stomaco.

Poi mi è venuto in mente il murale di Jorit realizzato alcuni anni fa a Scampia.

Un caro amico di Napoli mi ha raccontato la storia dietro quest’opera, io in quegli anni ero all’estero.

L’artista napoletano venne invitato a riempire questo enorme spazio laterale di un palazzo posto proprio davanti all’uscita dalla stazione della metropolitana di Piscinola, a Scampia.

Pare che l’artista partì con l’idea di raffigurare, su questa parete alta diversi metri, il fermo-immagine utilizzato per la locandina de “L’uomo con il megafono”, che ritrae appunto Vittorio Passeggio mentre urla al megafono agli abitanti del quartiere di scendere in strada e lottare per i propri diritti.

Pare però che qualcuno si è opposto. Celebrare i vivi? Troppo scomodi. Meglio un bel murale con la faccia di Pasolini. Quello è morto, non lo conosce ormai nessuno ed è più innocuo.

Però Jorit, testardo, in basso a destra ha fatto un riquadro e ci ha messo quello che avrebbe voluto disegnare su tutta la parete: Vittorio che brandisce un megafono.

Ecco, non è che nessuno ha mai guardato prima questi territori.

E’ che a nessuno prima era venuta l’intuizione di svendere la storia di Scampia affinché un perfetto sconosciuto, annoiato dall’altra parte del mondo, ci si potesse grattare sopra i coglioni a pagamento, disteso sul divano. 

Raccontare e svendere restano due mestieri diversi. 

Per esempio, il primo si avvicina alla storia di un uomo che con il megafono gridava al quartiere di alzarsi dai propri divani e di scendere in piazza. Svendere significa riportare la gente su quei divani.

Non è una sorpresa che il primo dei due mestieri sia ormai in via d’estinzione.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

 

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Trump ha tolto il petrolio ai BRICS, intervista a Manlio Dinucci

 

Introduzione di Alex Marsaglia

In questa interessante analisi il geografo Manlio Dinucci approfondisce la recente aggressione degli Stati Uniti di Trump al Venezuela, demistificando con un’attenta analisi storica, economica e geopolitica tutta la vergognosa narrazione del potere che sta attualmente dipingendo Maduro come un “dittatore narcotrafficante” intento a danneggiare gli interessi degli Stati Uniti.

Viceversa, dati alla mano, emerge come il Venezuela di Maduro sia in realtà al di fuori delle reti del narcotraffico e soprattutto sia invece un Paese in cui il popolo, in seguito alla Rivoluzione Bolivariana, ha ripreso il controllo delle materie prime della sua terra strappandole alle multinazionali americane. Tale decisione ha rimesso al centro i venezuelani come legittimi proprietari delle risorse, permettendogli di scegliere come utilizzare il petrolio e con chi commerciare. La Cina, a differenza degli Stati Uniti che in Sud America si sono sempre imposti con la forza, ha potuto penetrare commercialmente su invito dei popoli sovrani, riuscendo a porsi come il principale concorrente mondiale degli Stati Uniti nell’area sino a diventare un partner strategico fondamentale di tutta l’America Latina ed in particolare di Cuba (entrata recentemente nei BRICS+) e del Venezuela. Occorre ricordare che nelle ore dell’attacco americano era presente una delegazione cinese che aveva appena concluso una riunione diplomatica proprio col Presidente Maduro.

Ecco che la Dottrina Monroe ritorna, evocata direttamente da Trump, come la grande elaborazione teorica imperialista rivolta a scacciare i concorrenti dal “cortile di casa”: ieri le potenze coloniali europee in declino, oggi la potenza egemonica cinese in ascesa. Riuscirà la cieca violenza a scacciare l’egemonia cinese?
Questo punto di vista ci permette di leggere l’attacco al Venezuela, il rapimento di Maduro e tutte le minacce che in queste ore stanno sommergendo tutti gli altri legittimi Presidenti eletti dell’America Latina in una chiave storica di verità, fornendo un respiro ben più ampio alle vicende di queste ore. Oggi gli Stati Uniti decidono di provare a stroncare il Venezuela per segare le gambe al nuovo mondo che sta nascendo con i BRICS, utilizzando i metodi barbarici, se ci riusciranno resterà da vedere.

Buona visione.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Kallas accusa la Russia di aver attaccato 19 Paesi. Ma neanche l'UE sa elencarli

Il Servizio Diplomatico dell'Unione Europea non è stato in grado di indicare i 19 paesi che, secondo la responsabile, Kaja Kallas, la Russia avrebbe attaccato negli ultimi cento anni. Questo è quanto emerge dalla risposta fornita dal Servizio Europeo per l’Azione Esterna alla richiesta di chiarimenti avanzata dall’eurodeputato lussemburghese Fernand Kartheiser, riguardante le dichiarazioni rilasciate dall’Alto Rappresentante alla fine di novembre.

"Nell’ultimo secolo, la Russia (e precedentemente l’URSS) ha partecipato ad atti di aggressione non provocati, incluse invasioni, annessioni e occupazioni, contro numerosi paesi in Europa e altrove. I riferimenti a questo fatto mirano a sottolineare la natura sistemica e continuativa di tali aggressioni", si legge nella risposta, che non cita alcun esempio specifico. Il documento è stato condiviso questo giovedì sulla piattaforma X dal parlamentare.

EU HOLDS RUSSIA RESPONSIBLE FOR ACTS COMMITTED BY ITS PREDECESSOR

I have received an answer to my letter addressed to Mrs. Kallas in which I've asked the HRVP to clarify her allegations about Russia's historic responsibility into diverse conflicts. pic.twitter.com/AaaLP4P9xP

— Fernand Kartheiser (@FernKartheiser) January 8, 2026

L’ufficio di Kallas ha precisato di essere consapevole che la Federazione Russa esiste come soggetto di diritto internazionale dal 12 giugno 1990. Ha spiegato che la responsabile della diplomazia europea si riferiva anche alle azioni dell’Unione Sovietica, di cui la Russia è il successore legale.

Lo scorso 26 novembre, l’Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza aveva dimostrato una "profonda" conoscenza della storia mondiale affermando che la Russia, "negli ultimi 100 anni, ha attaccato più di 19 paesi, alcuni anche tre o quattro volte", aggiungendo che "nessuno di quei paesi aveva mai attaccato la Russia". La funzionaria però non disse nel dettaglio a quali nazioni si riferisse.

In risposta, la portavoce del Ministero degli Affari Esteri russo, Maria Zakharova, ha ironicamente esortato a "chiamare i paramedici" per Kallas, definendola una "bugiarda". "Forse questa bugiarda potrebbe dirci quante volte i paesi delle unioni occidentali hanno attaccato Stati sovrani? Almeno negli ultimi 100 anni? O non le basterebbe nemmeno un giorno intero per contarli?", ha chiesto.

Il ministero degli Esteri russo ha condiviso un elenco delle aggressioni compiute dai paesi dell’UE e della NATO contro altre nazioni e popoli negli ultimi cento anni. Tra gli Stati che hanno condotto il maggior numero di operazioni militari figurano la Germania, l’Italia, la Francia e la stessa Estonia, da cui proviene Kallas. Quest’ultima ha partecipato nel 2001 alla guerra in Afghanistan, sotto gli auspici di Washington e dell’Alleanza Atlantica, e nel 2003 alla guerra in Iraq, al fianco della coalizione guidata dagli Stati Uniti.

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I “volenterosi” propongono a Trump la Groenlandia per l'Ucraina


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

L'interesse yankee per la Groenlandia non è una novità, per quanto le bravate di Donald Trump abbiano reso oggi la questione di stringente attualità. Più sotto riportiamo la traduzione di un dispaccio della TASS da Stoccolma, risalente al 2 ottobre 1934, in cui si dava notizia dell'intenzione USA di comprare la Groenlandia.

Per quanto riguarda il presente, la prossima settimana sono previsti colloqui tra il Dipartimento di Stato e le autorità danesi, con gli Stati Uniti che, verosimilmente, porranno una serie di condizioni per il trasferimento della Groenlandia agli USA, probabilmente su pagamento di una somma di denaro, anche se non viene esclusa l'opzione di impadronirsi dell'isola con la forza. Trump ha chiaramente affermato che l'opzione della cattura della Groenlandia è stata presa in considerazione, anche se ciò dovesse portare al collasso della NATO.

In questo scenario, pare che i soliti “volenterosi” (di guerra) si siano sentiti un po' persi, tremando al rischio di rimanere orfani del famoso “ombrello protettivo” e dandosi quindi alacremente da fare per scongiurare tale - per loro – triste eventualità. Precipitarsi, timorosi come poveri mezzadri indebitati, col cappello in mano e la testa china, allo scrittoio del signor fattore, è parsa dunque l'unica opzione percorribile, di fronte a un padrone-”fattore” yankee che se ne infischia dei bramosi europei e tira dritto seguendo il proprio istinto predatorio.

I “volenterosi” hanno dunque pensato bene di proporre a Trump una propria “strategia”, con cui vorrebbero legare in un unico “pacchetto” le questioni della Groenlandia e dell'Ucraina. In tale schema, scrive Vladimir Skachkò su Ukraina.ru, c'è però un aspetto negativo per l'Ucraina, che rischia di diventare l'esca e il bersaglio di questo gioco, fatto di una guerra che può portare alla sua completa distruzione come stato, se la Russia dovesse andare fino in fondo nelle proprie pretese.

In generale, il quadro mostra che, perdurante il conflitto in territorio ucraino, l'Occidente, un tempo unito (Europa e USA, UE e NATO) nel sostegno a Kiev, è oggi diviso, con Trump che vuole ritirarsi dalla partecipazione diretta alla guerra, salvo arricchire il complesso militare industriale yankee con le commesse di armi dall'Europa. Questa, a sua volta, vuole continuare a usare la guerra per rafforzare la propria industria bellica, come rimedio alla pericolosa stagnazione. Ma l'Europa vuole anche che gli USA continuino a finanziare la NATO, rifornire armi, intelligence spaziale e supporto politico.

L'obiettivo è dunque quello di cercare di frenare lo sgretolamento dell'euro-atlantismo, provando a giocare sugli umori di Trump di "acquisire" Canada e Groenlandia. Ora, dato che la Groenlandia fa parte della Danimarca, la sua annessione da parte americana rischierebbe di portare a uno scontro diretto con la NATO o, quantomeno, con un suo membro. La premier danese Mette Frederiksen ha detto chiaro e tondo che un eventuale trasferimento forzato (o anche volontario) della Groenlandia agli Stati Uniti porterebbe al collasso della NATO e una tale eventualità, ha detto la premier, un tale sconvolgimento tettonico, dovrebbe spaventare anche gli Stati Uniti.

Ed eccoci al dunque: i “vogliosi” hanno pensato di offrire a Trump un'altra opzione per conservare l'unità occidentale: scambiare il suo accordo per la conquista della Groenlandia con il pieno sostegno americano all'Ucraina nella sua guerra contro la Russia.

Secondo Politico, che definisce tale disegno come "pacchetto sicurezza", l'Europa potrebbe accettare un ruolo “più ampio” degli Stati Uniti in Groenlandia, in cambio del fatto che Washington fornisca all'Ucraina garanzie di sicurezza rigorose e a lungo termine e la assista con tutti i mezzi e i metodi disponibili.

Ora, mentre il 6 e 7 gennaio i leader UE hanno affermato all'unanimità la sovranità della Danimarca sulla Groenlandia, hanno poi adottato una linea completamente diversa dopo il fallimento, di fatto, della "coalizione dei volenterosi" a Parigi e la chiara riluttanza UE a inviare truppe in Ucraina, oltre quelle promesse da Parigi e Londra. Le cancellerie europee hanno iniziato a discutere della possibilità di barattare la sicurezza dell'Ucraina con concessioni strategiche agli Stati Uniti nell'Artico.

Secondo Politico, gli europei considerano questo scenario il "male minore" e concordano sul fatto che sia il "meno problematico", data la minaccia molto concreta di un brusco deterioramento delle relazioni con Trump, il quale, temono, potrebbe, se scontento, persino imporre sanzioni agli europei e impossessarsi comunque di questa parte della Danimarca.

Nel gergo dei “bramosi”, si tratterebbe quindi di un "pacchetto" basato sul principio della "sicurezza in cambio di sicurezza": la sicurezza USA, che, secondo Trump, hanno assolutamente bisogno della Groenlandia, per la sicurezza dell'Ucraina e dell'Europa, che hanno bisogno di tempo per riarmarsi e prepararsi alla guerra con la Russia sotto l'egida americana.

L'8 gennaio, Politico ha riferito che i paesi europei UE e NATO hanno avviato uno sviluppo graduale di scenari di risposta a possibili azioni statunitensi sulla Groenlandia. Oggi, afferma Skachkò, non è del tutto chiaro a che punto si trovi tale accordo e quanto di questi piani si basi su calcoli reali o su semplici illusioni, ma è in ogni caso evidente una «vera e propria contrattazione di interessi geopolitici. E un approccio piuttosto vile e cinico, mascherato da rosei discorsi sulla pace, sul destino della democrazia e sulla necessità di proteggere i valori universali, è perfettamente normale. A spese di qualcun altro, ovviamente e senza, naturalmente, consultare le opinioni dei danesi in Danimarca o dei groenlandesi in Groenlandia. Che sciocchezza tattica sono queste piccole persone quando si tratta di placare strategicamente un padrone terribilmente arrabbiato che potrebbe da un momento all'altro lasciare i suoi servi europei ad affrontare da soli "l'orso russo"».

A differenza degli anni '30, allorché i leader europei pensavano di placare un aggressore a spese di qualche paese e le "forze di pace" europee parlavano al mondo di pace, mentre si preparavano segretamente alla guerra, oggi, mentre si preparano a placare Trump con la Groenlandia, gli europei non parlano di pace: sono ansiosi di muovere guerra alla Russia e “bramano” che gli USA li aiutino in questo sporco affare.

D'altra parte, e a dispetto dei “giochi” liberal-bellicisti dei “volenterosi”, il colonnello del SBU ucraino Roman Cervinskij (passato al clan Porošenko, contro la banda di Zelenskij) la stessa nomina di Kirill Budanov a capo dell'ufficio presidenziale è legata al deterioramento della posizione negoziale di Kiev. E anche la situazione sul terreno non parla a favore dei nazigolpisti. I negoziati di pace e i termini dell'accordo di pace, dice Cernivskij, «non sono i migliori per noi. Credo che peggiorino ogni giorno, ogni mese, ogni anno». La situazione peggiora di giorno in giorno: «il nemico sta effettivamente facendo progressi quotidiani. E quindi, oggi, sarà molto difficile stabilizzarsi sulle attuali condizioni. Questo è possibile solo grazie alla pressione americana». Eccoci al dunque! La Groenlandia per l'Ucraina.

E il politologo ucraino Andrej Zolotarëv dice che Kiev ha oscillato a lungo tra opzioni diplomatica o militare, ma oggi «la situazione si sta spostando verso il binario negoziale. Rinunciando a Istanbul, avremmo dovuto renderci conto che dovevamo essere preparati a una guerra di logoramento, per la quale l'Ucraina era completamente impreparata, dato che si era affidata alle parole di Biden, secondo cui gli USA avrebbero fornito tutto ciò che era necessario». Ora gli Stati Uniti si sono "ritirati", gli europei non mostrano molto entusiasmo nell'acquistare armi da fornire a Kiev e ci sono ucraini all'estero che contano sulla continuazione della guerra per poter rimanere in asilo temporaneo e vivere di sussidi.

Che i “volenterosi” (di guerra) lavorino appassionatamente su Trump, sembrano chiedere pietosamente a Kiev. Che gli si dia dunque mano libera, o, quantomeno, si cerchi di blandirlo, nelle sue ambizioni artiche.

https://ukraina.ru/20260109/parizhskaya-petlya-dlya-trampa-kak-evropeytsy-soblaznyayut-vashington-grenlandiey-1074095449.html

https://politnavigator.news/polkovnik-sbu-situaciya-na-fronte-ukhudshaetsya-kazhdyjj-den-nadezhda-tolko-na-ssha.html

https://politnavigator.news/ukraincy-v-es-mechtayut-o-prodolzhenii-vojjny-chtoby-ne-lishitsya-posobijj.html



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Gli USA vogliono comprare la Groenlandia - Stoccolma, 2 ottobre. (TASS). La danese “Handels Tidende” riporta voci secondo cui tra Danimarca e USA sono in corso colloqui sulla vendita della Groenlandia all'America. Il quotidiano scrive che gli americani si mostrano sempre più interessati alla Groenlandia e la scorsa estate l'inviato USA ha compiuto un lungo soggiorno a Copenaghen. Aerei da guerra americani sono assidui ospiti della Groenlandia e là sono stati attrezzati numerosi depositi, con tutte le necessarie attrezzature per le comunicazioni aeree.

Il quotidiano ha interpellato in merito il premier Stauning, che ha smentito quelle voci. Il giornale, tuttavia, rimane scettico riguardo alla smentita.

A questo riguardo, la norvegese “Norges Handels Tidende” ricorda la smentita, nel 1916, da parte dell'allora ministro delle finanze, delle notizie sulla vendita danese agli Stati Uniti di tre isole del gruppo delle Indie occidentali. Quando la vendita si rivelò essere un fatto compiuto, il ministro si giustificò dicendo che «la pubblicizzazione della vendita non era nell'interesse dello stato».

Salta agli occhi il crescente interesse, negli ultimi tempi, dell'America per la Groenlandia e dell'Inghilterra per l'Islanda. Entrambe le isole rivestono una grossa importanza strategica, in particolare per le comunicazioni aeree attraverso l'Atlantico.

https://colonelcassad.livejournal.com

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L’Impero Americano colpisce ancora


di Luca Busca

 

Leggere i giornali e frequentare i social in questi giorni è deprimente. È pieno di articoli, dichiarazioni, video fake di Tik Tok, post di Facebook che si affannano a dimostrare la crudeltà del dittatore Maduro. Ogni biasimo rivolto alla palese violazione del Diritto Internazionale da parte degli Stati Uniti e del suo Presidente, è corredata da una secca condanna del regime socialista-bolivariano. In prima fila si è subito schierata la von der Layen che non ha neanche preso le distanze più di tanto dall’intervento militare: “Seguendo da vicino la situazione in Venezuela, siamo al fianco del popolo venezuelano e sosteniamo una transizione pacifica e democratica”.

A ruota la segue Giorgia Meloni che ha definito “legittimo l’intervento difensivo”. Il PD tramite la Schlein spende contro il “dittatore” Maduro più parole di quante utilizzi per condannare la violazione del Diritto Internazionale: “Come Partito Democratico abbiamo sempre condannato il regime brutale di Maduro e le sue azioni repressive. Nemmeno le sue ripetute violazioni di diritti umani in Venezuela possono però giustificare altre violazioni gravi del diritto internazionale come l’aggressione militare e la violazione della sovranità venezuelana.”

Per Matteo Renzi il “Venezuela senza Maduro è un Paese migliore, [sebbene] le modalità con cui Trump interpreta il ruolo degli Stati Uniti sono ovviamente molto criticabili o discutibili”.

Giuseppe Conte afferma: “Né può valere di per sé a giustificare l’attacco a uno stato sovrano la natura illiberale del suo governo. Per noi il diritto internazionale non vale fino a un certo punto”. Persino il Manifesto, scagliandosi contro Trump afferma: “Il fatto che Nicolás Maduro sia un dittatore nulla toglie alla gravità di questi crimini” di Trump. La tecnica è la stessa usata con Israele, da quando la pagliacciata del “diritto all’autodifesa” ha perso credibilità per eccesso di genocidio: si rimprovera l’autore del crimine dando per scontato, però, che la responsabilità è della controparte in quanto organizzazione terroristica.

Allo stesso modo si rimprovera Trump ma, allo stesso tempo, lo si giustifica con il fatto che Maduro è un dittatore. Quindi, povero ragazzo, ha sbagliato ma in fondo l’ha fatto a fin di bene, “il Venezuela senza Maduro è un paese migliore”. In entrambi i casi, sono stati gli altri a esagerare per primi. Con queste modalità si riesce a manipola la realtà, si dà un’immagine completamente distorta di quelle che sono le cause reali di certi eventi. Si instilla nell’opinione pubblica una verità che non è tale. Si rovescia completamente il fatto che il dittatore e/o il terrorista non è chi è stato democraticamente eletto ma chi cerca di destituirlo con la forza, a prescindere dallo strumento usato: golpe; raid militari; finanziamenti e militarizzazione del nemico; genocidio.

Infatti, Maduro ha vinto, anche se di stretta misura, le elezioni nel 2013, nel 2018 e nel 2024. Hamas ha vinto, con ampio margine, le ultime consentite da Israele nel 2006. Quindi, la questione non è il gradimento occidentale dei governi degli altri paesi ma l’autonomia dei popoli di questi nello scegliersi i propri rappresentanti. Venezuelani e Palestinesi hanno scelto Nicolás Maduro e Hamas e nessun “Pistolero” americano ha il diritto di imporre un’opzione diversa.

Un altro mezzo di distorsione della realtà è il continuo paragone che viene portato dagli adepti dell’Impero Americano a difesa delle nefandezze dell’Imperatore di turno. Nulla di tutto ciò è mai paragonabile con i torti dello Zar di Russia, il “dittatore” Vladimir Putin, reo di aver “invaso” la democratica Ucraina per le sue mire espansionistiche. Così, nel fantasy imperiale tutto ha inizio il 24 febbraio del 2022 e piccoli irrilevanti particolari vengono cancellati dallo storytelling propagandistico. L’attività americana di destabilizzazione dell’Ucraina in atto almeno dal 2010, anno di elezione del filorusso Viktor Yanukovych, scompare dalla narrazione così come le attività di addestramento delle milizie neonaziste ucraine.

Nel 2014 il golpe di Maiden diventa una rivoluzione colorata di arancione, il massacro di Odessa un incidente e lo sterminio di 15 mila filorussi in Donbass un’invenzione della propaganda russa. Scompare dai testi di storia anche la firma, nel 2015, dell’accordo di Minsk II, quello che Angela Merkel ha affermato di aver sottoscritto solo per ottenere il tempo necessario ad armare l’Ucraina. Accordo che garantiva l’autonomia delle due oblast' di Donetsk e Luhansk. Il fantasy imperiale adotta la stessa strategia di compromissione mnemonica anche per il Medioriente, cancellando settantacinque anni di crimini israelo-americani, iniziati con la Nakba, la pulizia etnica che, sempre sotto la supervisione del Nuovo Impero Americano, nel 1948 provocò almeno 15 mila morti e 750 mila profughi. Questo consente di far cominciare il genocidio del popolo palestinese dal 7 ottobre 2023 come risposta all’attacco di Hamas, il vero responsabile dell’attuale situazione.

Leggendo tutti i commenti al fallito golpe americano in Venezuela, viene spontaneo domandarsi come sia possibile che queste palesi fandonie facciano così presa sull’opinione pubblica. Tre Verità manipolate - Nicolás Maduro è un dittatore; Vladimir Putin è un criminale; Hamas è un’organizzazione terroristica – vengono date per scontate in Occidente mentre i due terzi rimanenti del pianeta Terra le ignora, considerando le tre entità semplicemente per quello che sono: legittimi rappresentanti di altrettanti Stati con cui intrattenere relazioni diplomatiche e commerciali.

Il fatto si spiega con la manipolazione semantica che l’Impero Americano ha sviluppato negli ultimi tre quarti di secolo per trasformare il suo bisogno di appropriarsi delle risorse naturali altrui in diffusione dei valori fondativi della civiltà occidentale: “Libertà, Democrazia e Diritti Umani”. In questo modo il neocolonialismo è diventato prima “contenimento dell’espansione del comunismo” e poi “rimozione di un dittatore”; le guerre sono state chiamate “missioni di pace”; l’invasione di un paese e stata trasformata in “intervento umanitario”; l’imposizione del proprio modello sociale da dittatura è diventata “esportazione di democrazia”; il genocidio di un popolo è stato definito “diritto all’autodifesa”.

In questo processo di manipolazione della realtà, con cui si è costruito l’attuale fantasy imperiale, si possono distinguere tre periodi. Il primo va dal 1948 al 1989 circa, cioè il periodo di compresenza dell’alter ego sovietico, la Guerra Fredda. L’URSS diventò il “Nemico” e quindi la scusa ideale per mascherare il saccheggio delle risorse di paesi sovrani dietro la necessità di “fermare l’avanzata del comunismo”. Così, tutti i governi non allineati alle politiche imperiali venivano attaccati, eliminati e sostituiti con dittatori compiacenti. Alla caduta dell’URSS venne a mancare il “Nemico” che potesse giustificare questo tipo di interventi. Ne fu creato uno nuovo: il terrorismo islamico, sfruttando tutti quei gruppi che erano stati formati e finanziati come forma di destabilizzazione dell’area Mediorientale o di opposizione al vecchio regime sovietico.

Questo, però, non era sufficiente in quanto, in alcuni casi, questi gruppi erano veri e propri Stati, come l’Iraq, finanziato per arginare la rivoluzione islamica iraniana. In altri ancora, si trattava di ridurre all’impotenza paesi che con l’Islam non avevano nulla a che fare, né politicamente né geograficamente. Fu quindi inventata anche l’esportazione di democrazia. Attraverso un apparato ben strutturato di finanziamento filantropico le cui punte di diamante erano e sono: OSF, Open Society Foundations; USAID, United States Agency for International Development; NED, National Endowment for Democracy; fu dato molto risalto a livello mondiale ai valori liberali dell’Occidente, di cui sopra, con particolare attenzione alla Democrazia. Così come diceva Gaber gli americani divennero “portatori sani di democrazia”, loro ne sono immuni ma la impongono a tutti i paesi ... ricchi di risorse naturali.

Quando anche i meno attenti si accorsero che l’imposizione di un sistema sociale, anche se democratico, in sostanza è una dittatura, si invertì il processo. Tutti i paesi non allineati ricchi di risorse divennero “dittature” e le elezioni in qualsiasi paese diventarono regolari solo a condizione che a vincere fosse il candidato gradito all’Impero americano. Grazie a questa manipolazione semantica gli Stati Uniti sono riusciti a mantenere un discreto consenso interno. Con ingenti finanziamenti e con la propaganda ne hanno conquistato piccole fette anche nei paesi non allineati e, in questo modo, sono riusciti a destabilizzare intere regioni. Dove questa impostazione non ha avuto successo, l’Impero Americano è ricorso alla forza militare per creare e mantenere nuove colonie, come nel caso dell’Iraq.

Oggi i difensori di questo modello occidentale, di fronte all’eccessiva arroganza di Trump, tendono a personalizzare le responsabilità. I più agguerriti addirittura osano assimilare l’odierno Imperatore ai “dittatori” in corso di rimozione. In realtà alla guida dell’Impero dal dopo guerra si sono avvicendati quattordici presidenti per ventuno mandati. Di questi ultimi, dodici a cura dei Repubblicani e nove dei Democratici e la manipolazione semantica è rimasta sempre la stessa. Anche gli strumenti di ingerenza sono invariati, è cambiata solo la tecnologia che ne ha migliorato l’efficacia:

  1. Propaganda nera: creazione di media falsi per influenzare l’opinione pubblica e sostegno economico e logistico a quelli filoamericani preesistenti.

  2. Sostegno economico: finanziamento di partiti e gruppi politici favorevoli, associazioni nazionali e internazionali per fomentare rivolte.

  3. Attacchi informatici tesi a danneggiare infrastrutture e servizi, a condizionare l’opinione pubblica creando disagi e disservizi.

  4. Addestramento paramilitare: in paesi terzi o in segreto.

  5. Fornitura di armi: attraverso canali segreti o intermediari.

  6. Piani di assassinio: diretti, con droni e tramite intermediari armati.

  7. Sabotaggio economico: manipolazione dei mercati, embargo formali e informali, sanzioni economiche.

  8. Intervento militare come ultima ratio.

In sostanza dal dopoguerra a oggi l’Impero Americano, a prescindere dall’Imperatore, non ha conosciuto un attimo di pausa nel perseguire le proprie politiche neocoloniali, dimostrando al mondo intero la sua vera natura dittatoriale. Perché il dittatore è colui che rovescia la volontà popolare per imporre il proprio modello e non il legittimo rappresentante del modello scelto dal popolo. Quello che segue è l’elenco delle violazioni del Diritto Internazionale, dei crimini, degli “interventi” e delle ingerenze in paesi sovrani operati dagli Stati Uniti, dal 1948 a oggi, al fine di realizzare quel “regime change” che consente l’appropriazione delle loro risorse. I dati sono stati raccolti in base a un notevole sforzo mnemonico e a lunghe ricerche “on line”. È stata utilizzata anche l’intelligenza artificiale per avere più facile accesso alle seguenti fonti:

  • Documenti declassificati CIA (Family Jewels, ecc.)

  • Commissioni parlamentari (Church Committee 1975-76)

  • Archivi storici di paesi coinvolti

  • Testimonianze di ex agenti

  • Rapporti di organizzazioni internazionali (ONU, Amnesty International)

Nonostante questo lavoro, la lista è largamente incompleta per due ragioni specifiche: la prima è costituita dai limiti della mia memoria; la seconda dal fatto che molte nefandezze imperiali sono ancora segretate e quindi difficili da dimostrare. Per rendersi conto dell’ampiezza del fenomeno basta fare riferimento al libro “Covert Regime Change” di Lindsey O’Rourke, che prende in considerazione solo il periodo della guerra fredda, dal 1947 al 1989. Nella sua ricerca O’Rourke registra 64 operazioni sotto copertura finalizzate al cambio di regime, sei di queste divennero palesi con l’intervento militare. Furono interessati 54 diversi paesi e ben 20 di queste operazioni ebbero successo e portarono al cambio di regime. Gli strumenti utilizzati furono gli otto elencati sopra.

 

Riepilogando:

  1. Dal 1948 al 1950 gli Stati Uniti sostennero il regime di Syngman Rhee, autoritario e repressivo, negli attacchi della Corea del Sud a quella del Nord al fine di unificare il paese sotto la bandiera “democratica”. La Corea, infatti, era stata divisa dopo l’occupazione giapponese in due zone di influenza, russa e americana. Nel 1950 in una riunione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, approfittando dell’assenza del rappresentante russo, si fecero autorizzare l’intervento militare. La guerra durò dal 1950 al 1953 causando milioni di morti civili e, finì per coinvolgere anche la Cina, oltre alla Russia.

  2. Nel 1953 la CIA, in accordo con la MI6, organizzò un colpo di stato in Iran per prevenire il comunismo e proteggere il petrolio. Per raggiungere lo scopo destituì il primo ministro Mohammad Mossadeq, che voleva nazionalizzare l’oro nero, e conferì pieni poteri allo Scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi.

  3. Nel 1954, sempre con la scusa di fermare l’espansione comunista gli Stati Uniti promossero un Golpe in Guatemala per rovesciare Jacobo Árbenz, democraticamente eletto nel 1951. La motivazione reale fu il “Decreto 900” del 1952, con cui lo Stato del Guatemala espropriava le terre incolte per distribuirle ai contadini. Il provvedimento penalizzò la United Fruit Company (UFC), una multinazionale americana che controllava: la ferrovia nazionale; il principale porto del paese; il 42% delle terre guatemalteche coltivandone solo il 15% e pagando quasi zero tasse. Aveva anche dipendenti in posizioni governative USA, cosicché, con l’appoggio di Allen Dulles, Direttore della CIA, John Foster Dulles, Segretario di Stato, entrambi ex avvocati della UFC ed Ed Whitman, Capo pubbliche relazioni UFC, marito della segretaria di Eisenhower, fu lanciata l’Operazione della CIA denominata PBSUCCESS. Fu insediato al comando dello Stato il colonnello Carlos Castillo Armas, addestrato dalla stessa CIA. Quello in Guatemala fu il primo degli innumerevoli golpe organizzati dagli Stati Uniti in giro per il mondo e fece “scuola”.

Le conseguenze furono drammatiche: fine della democrazia guatemalteca; terre restituite alla United Fruit Company; migliaia di sostenitori di Árbenz arrestati, torturati, uccisi o esiliati; criminalizzazione di qualsiasi opposizione sociale. Dal 1960 al 1996 la guerra civile fece oltre 200.000 morti (83% maya indigeni); il 93% delle atrocità furono commesse da esercito e paramilitari. Dal 1981 al 1983, sotto il regime di Efraín Ríos Montt (appoggiato da Reagan) avvenne il Genocidio Maya: 626 villaggi vennero completamente distrutti con uccisioni di massa, stupri sistematici e bambini uccisi a colpi di mazza. Nel 1996 il 75% della popolazione, cioè circa 7,75 milioni di esseri umani sopravvivevano sotto la soglia di povertà assoluta, generando così quell’intenso fenomeno migratorio che, pur se generato dalle politiche degli Stati Uniti, venne e continua tutt’oggi ad essere combattuto mietendo altre vittime.

  1. Nel 1961, sempre per fermare il comunismo, la CIA, con il benestare del più democratico dei presidenti, John Fitzgerald Kennedy, organizzò la figuraccia della Baia dei Porci, invadendo uno Stato sovrano con l’intento di rovesciare il governo cubano.

  2. Sempre nel 1961, la CIA si adoperò sotto copertura per eliminare il Primo Ministro del Congo Patrice Lumunba. Le ragioni erano, ovviamente, le risorse naturali del paese (uranio, per le atomiche USA, cobalto, 60% di quello mondiale, rame e diamanti). La scusa, fittizia, fu la solita avanzata del comunismo. Dopo aver fallito con l’avvelenamento, organizzarono l’abituale golpe, insediarono Joseph-Désiré Mobutu, un feroce dittatore, considerato “affidabile”. Fecero arrestare Lumunba, che fu fucilato e squagliato nell’acido insieme a due collaboratori. Con l’appoggio americano, Mobutu governò per 32 anni, rubando svariati miliardi di dollari e devastando il proprio paese.

  3. Dal 1961 al 1965, sempre per fermare lo “spettro” del comunismo che si aggirava per l’America Latina, gli Stati Uniti si impadronirono della Repubblica Dominicana. Nel 1961 il compiacente dittatore Rafael Trujillo, che aveva governato per un trentennio, venne ucciso. Preoccupati per la perdita, gli USA esercitarono una forte influenza, nonostante la quale nel 1962 fu eletto democraticamente il riformista Juan Bosch. Vista la sua propensione alla riforma agraria, alla limitazione del potere militare e a promulgare una Costituzione progressista, dopo sette mesi fu rimosso da un golpe militare preconfezionato da emissari a stelle e strisce. Scoppiò la guerra civile che fu vinta, nel 1965, dai Marines americani sbarcati sull’Isola per evitare una seconda Cuba. Nel 1966 fu scelto, per guidare la repressione, un ex collaboratore di Trujillo. Il risultato furono 6/8 mila morti in prevalenza civili, a cui si devono aggiungere altre 4 mila vittime tra omicidi e sparizioni (desaparecidos) e un regime totalitario durato 12 anni.

  4. Nel 1964 i Cow Boy, sempre per fermare i comunisti mangiabambini, appoggiarono il golpe militare in Brasile con Operation Brother Sam: supporto logistico, rifornimenti, appoggio navale in caso di resistenza lealista. La dittatura durò fino al 1985 ed esiliò e perseguitò il presidente João Goulart (Jango), democraticamente eletto nel 1961, promotore della riforma agraria, di un maggiore controllo statale sull’economia, dell’ampliamento dei diritti sindacali e di una politica estera non allineata. Morì per cause non accertate in Argentina nel 1976 a 54 anni. Il bilancio è di “sole” 1500 vittime a cui vanno aggiunte, come andava di moda all’epoca, quasi 50 mila persone arrestate e in buona parte torturate, 10 mila esiliati.

  5. Per evitare l’espansione comunista in Asia, gli Stati Uniti intervennero nelle beghe vietnamite impedendo le elezioni che avrebbero riunificato il paese, diviso dagli accordi di Ginevra del 1954. Nel 1964 inventarono di sana pianta l’incidente del Tonchino per scatenare la sanguinosa guerra del Vietnam. Oltre a causare circa 3 milioni di morti vietnamiti, di cui la metà erano civili, i prodi Cow Boy americani non hanno saputo resistere alla tentazione di farne molti altri anche in Laos e Cambogia. Nel primo caso, per l’ospitalità data ai tunnel vietnamiti, i laotiani furono ripagati con 2 milioni di tonnellate di bombe tra il 1964 e il 1973, facendo diventare il Laos il paese più bombardato “pro capite” della storia.

Nel secondo caso prima bombardarono a tappeto la Cambogia, poi organizzarono un golpe sostituendo il Principe Sihanouk con il più malleabile Generale Lon Nol. Quest’ultimo, con l’appoggio americano, avviò la guerra civile contro i Khmer rossi alleatisi con il deposto Sihanouk e i nord-vietnamiti. Dopo un considerevole numero di morti (circa 6oo mila in Cambogia 150 mila in Laos), gli Stati Uniti furono sconfitti su tutta la linea, lasciando via libera alla rappresaglia dei Khmer nei confronti dei collaborazionisti (circa 2 milioni di morti).

  1. Nel 1967, per prevenire una vittoria della sinistra in Grecia, la CIA organizzò il golpe che portò al potere i “Colonnelli”. Questi terrorizzarono il paese fino al 1974 con arresti e torture, perseguitando ogni forma di dissenso, ivi inclusi i capelli lunghi per gli uomini, i filosofi moderni, la musica rock e le famigerate minigonne. Il motto era Patria, Religione (solo cristiana) e Famiglia che ricorda da vicino “Dio, Patria e Famiglia” rimarcato da “Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana”.

  2. Nel frattempo già dagli anni ’50 e fino al 1990 gli Stati Uniti approntarono la rete “stay-behind”, conosciuta come Operazione Gladio, per impedire la presa di potere da parte di partiti socialisti e comunisti. Da rete paramilitare segreta anticomunista, Gladio superò la sua missione originale per diventare uno strumento utilizzato nella “strategia della tensione”, e presumibilmente nelle stragi di Stato (1969 – 1980), al fine di manipolare il panorama politico italiano ed europeo durante la Guerra Fredda.

  3. Nel 1971 i Gringos se la presero con la Bolivia dove, nel 1970, era salito al potere il generale Juan José Torres, un nazionalista filocomunista che poteva contare sull’appoggio dei sindacati, dei movimenti studenteschi e dei settori popolari e indigeni, grazie ai quali nazionalizza settori strategici, convoca un’Assemblea Popolare “proto-soviet”, rompe con le élite economiche e con Washington. Dura poco! Con l’appoggio degli americani Torres fu rimosso e al suo posto venne messo il generale Hugo Banzer Suárez, che governò fino al 1978 con il classico pugno di ferro, fatto di arresti, torture ed esilio per gli oppositori.

  4. Nel 1973 per impedire l’espansione comunista nell’America Latina l’Impero organizzò l’operazione “Fubelt” per uccidere Salvador Allende e mettere al suo posto il generale Augusto Pinochet. Quasi 40 mila il bilancio delle vittime, circa 100 mila i torturati, oltre 3 mila desaparecidos, 200 mila gli esiliati. Il risultato fu un paese devastato dal terrore e dalle politiche turbo-liberiste per diciassette anni.

  5. Dal 1975 al 1984 fu attiva, in America Latina l’Operazione Condor, per mezzo della quale gli Stati Uniti, tramite la CIA, fornivano liste di nomi, intelligence, formazione e addestramento di torturatori all’associazione di dittatori sudamericani formata da: Argentina (Jorge Rafael Videla); Cile (Augusto Pinochet) - Quartier generale operativo; Uruguay (Juan María Bordaberry); Paraguay (Alfredo Stroessner); Bolivia (Hugo Banzer); Brasile (Ernesto Geisel). Scopo dell’iniziativa la soppressione di ogni forma di dissenso. Tra le forme di dissuasione più efficaci c’era quella del lancio di persone vive senza paracadute da aerei in quota.

  6. Dal 1975 al 2002 gli Stati Uniti supportarono, insieme al Sudafrica dell’apartheid, la guerra civile Angolana promossa da Jonas Savimbi con l’UNITA contro il MPLA, la forza di stampo marxista al governo dopo l’indipendenza, appoggiata da Cuba e Unione Sovietica. Nonostante l’Unione Sovietica e Cuba dovettero abbandonare l’Angola, unitamente al Sudafrica post apartheid, gli americani non fecero mancare il supporto a Savimbi con circa 1 miliardo di dollari investiti in 27 anni. Nonostante ciò il MPLA ha sempre resistito, anche se Kissinger, nel 1975, dichiarò: “Non possiamo permettere un’altra sconfitta dopo il Vietnam”. Nel 2002 Savimbi venne ucciso in combattimento, da allora l’Angola è in pace ed è governato dal MPLA, riconfermato nelle elezioni del 2022 con la maggioranza assoluta. Tra 500 mila e il milione la stima dei morti, circa 4 milioni i profughi. Paese devastato dalla povertà nonostante la ricchezza delle risorse naturali (terzo produttore di petrolio in Africa, sedicesimo al mondo).

  7. Dal 1979 al 1989 gli Stati Uniti finanziarono e addestrarono i Mujahidin afgani, e non solo, per contrastare l’avanzata del comunismo in Medioriente. L’Operazione Cyclone, così venne chiamata, fornì i fondi e il know how necessari alla costituzione di Al-Qaeda e poi dell’ISIS.

  8. Dal 1979 al 1992 gli Stati Uniti diedero appoggio alla dittatura militare in El Salvador. Nel 1979 sostennero il golpe militare che pose il Colonnello Adolfo Arnoldo Majano a capo della Giunta. Nel 1980 la repressione violenta raggiunse l’apice con l’uccisione della più autorevole voce critica del regime, l’arcivescovo cattolico Óscar Arnulfo Romero. Nel 1981 con l’avvento di Ronald Regan alla Presidenza degli USA, i finanziamenti, l’addestramento e l’armamento offerto alla dittatura aumentarono in maniera considerevole. Majano, in quanto contrario alla violenza della repressione, fu estromesso dalla giunta, arrestato ed esiliato e sostituito con il più “accomodante” José Napoleón Duarte che governò dal 1982 al 1989. Gli “squadroni della morte” ben addestrati e armati imperversarono mietendo vittime tra i ribelli e i civili dissidenti. La scusa ufficiale fu la solita: fermare l’avanzata comunista in America. Il bilancio fu di 75 mila morti, oltre il 90% per responsabilità della dittatura, 10 mila desaparecidos, un milione di profughi interni e 500 mila rifugiati all’estero. Il tutto su una popolazione di circa 5 milioni.

  9. Nel 1983 per passare il tempo su qualche spiaggia tropicale gli Stati Uniti invasero l’Isola di Grenada, totalmente priva di risorse. La scusa fu la paura che finisse sotto l’influenza cubana. Solo un’ottantina i morti.

  10. Dal 1981 al 1990 e anche oltre gli Stati Uniti, con la CIA e non solo, finanziarono, addestrarono e armarono i Contras per destabilizzare il legittimo governo sandinista in Nicaragua. Bilancio di oltre 40 mila vittime di cui quasi due terzi civili, al fine di frenare l’avanzata comunista.

  11. Tra il 1989 e il 1990 gli Stati Uniti invasero Panama con la scusa di fermare il dittatore Manuel Antonio Noriega Moreno e il narcotraffico, un po’ come con Maduro. Il problema reale, ovviamente, era il canale, fondamentale per i commerci e la marina militare statunitense. Noriega era nazionalista e non prestava idonee garanzie in merito, soprattutto in considerazione del passaggio definitivo del canale all’amministrazione panamense già previsto per il 1999. Dal 1994 Panama è governata in alternanza da partiti democratici che non creano problemi, il canale è stato ampliato e tutto fila liscio come l’olio.

  12. Nel 1990 finalmente gli Stati Uniti entrano in guerra su mandato ONU! Lo fanno per liberare il Kuwait invaso dalle milizie irachene e, a missione compiuta, se ne vanno. Difficile da crederlo, anche se qualche velenosa polemica fu alzata all’epoca in merito a motivazioni dell’intervento diverse dal diritto internazionale, come la protezione dell’accesso occidentale al petrolio del Golfo e la garanzia della stabilità del mercato petrolifero. Male lingue parlarono anche di un eccesso dell’uso della forza militare non proporzionato al nemico. Il bilancio fu di 200 mila morti.

  13. Nel 1992-93 gli americani, sempre dietro incarico dell’ONU, intervennero in Somalia con l’Operation Restore Hope. La missione nasceva con caratteristiche umanitarie per garantire la distribuzione degli aiuti umanitari, fermare la carestia provocata dal collasso dello Stato somalo e dai conflitti tra i “signori della guerra”. Ben presto, l’operazione dimostrò l’incapacità delle truppe americane di fare alcunché di umanitario. Gli USA trasformarono rapidamente una “missione di pace” in un’operazione militare coercitiva, senza un chiaro mandato politico di lungo periodo. Le forze statunitensi finirono per schierarsi contro alcune fazioni, in particolare quella di Mohamed Farrah Aidid, fatto che aumentò la violenza del conflitto. Si arrivò a bombardare alcuni villaggi, causando vittime civili. A Mogadiscio si svolse una vera e propria battaglia che causò la morte di 18 militari americani. Gli USA si arresero all’evidenza di non essere in grado di svolgere missioni realmente “pacifiche” e si ritirarono. Bilancio, secondo le stime di Human Rights Watch (HRW) e altre organizzazioni: circa 300.000 morti, molte delle quali causate dalla carestia, evitabili con la distribuzione imparziale di aiuti alimentari.

  14. Nel 1995 gli Stati Uniti con l’appoggio della Nato e un parziale mandato ONU intervengono in Bosnia-Erzegovina. Contenti dei risultati ottenuti con il primo grande intervento militare NATO offensivo della sua storia, gli Stati uniti replicano nel 1999. Il primo passo fu l’appoggio e il finanziamento di quella che gli stessi americani definivano “organizzazione terroristica”, l’UCK (Esercito di Liberazione del Kossovo). In questo modo legittimarono, dandone la responsabilità alla Serbia, gli attentati, gli omicidi di civili serbi e i traffici illegali di armi, droga ed esseri umani, compiuti dall’UCK. Gli Stati Uniti, preparato il terreno, attaccarono bombardando a tappeto Belgrado e tanto altro. L’intervento era privo di mandato ONU ma con ampia partecipazione dei paesi Nato, inclusa l’Italia del governo D’Alema. Il bilancio delle vittime è difficile da quantificare a causa dell’omertà delle forze NATO che danno per sovrastimate le 2500 uccisioni di civili dichiarate dalla Serbia. Nessun dato in merito alle vittime militari, il cui numero, sempre in sintonia con fonti della NATO, sarebbe superiore a quello dei civili. Belgrado fu rasa al suolo.

  15. Dal 2001 al 2021 gli Stati Uniti spalleggiati dalla NATO hanno cercato di avere la meglio sui propri ex alleati Mujahidin in Afghanistan. Questi, una volta scomparso il nemico sovietico, si erano trasformati in Al-Qaeda ed erano ascesi a nemico numero uno, con la qualifica di “terrorismo islamico”. Il pretesto per scatenare la guerra fu l’attentato dell’11 settembre alle Torri Gemelle e ai meno rilevanti Pentagono e Campidoglio o Casa Bianca. L’attacco fu attribuito ai seguaci di Osama Bin Laden, rampollo di buona famiglia saudita, che aveva studiato in Inghilterra e finanziato, insieme agli americani, i Mujahidin afghani. Nel 2011 Bin Laden fu ucciso nel corso di un raid in Pakistan, in violazione della sovranità di quel paese. Nonostante ciò, dopo vent’anni di guerra, la NATO si dovette arrendere, lasciando il paese in mano ai Talebani. Bilancio di circa 126 mila vittime militari, di cui solo 3621 delle forze NATO. Quelle civili sono stimate tra le 106 e le 170 mila, ovviamente considerate sovrastimate dalle forze NATO. Non ci sono dati sulle esecuzioni dei collaborazionisti da parte dei Talebani.

  16. Nel 2002 gli Stati Uniti scoprono che, oltre alle vittime civili e militari dei paesi invasi, ogni tanto muoiono anche militari americani. Per risolvere il problema inaugurano la prassi degli “omicidi mirati” a mezzo drone. Il primo caso documentato fu quello di un velivolo senza pilota lanciato su un veicolo in Yemen dove viaggiavano sospetti membri di al?Qaeda. Da allora le stime parlano di 4/500 operazioni di “targeted killing” che hanno causato tra le 3400 e le 3900 vittime. Impossibile avere dati certi in quanto molte di queste operazioni sono ancora segretate. Ancora oggi la scusa utilizzata per giustificare questi abusi è sempre quella del terrorismo internazionale.

  17. Nel 2002, già preoccupati per il successo del socialismo bolivariano, gli USA supportarono il golpe ufficialmente realizzato da una parte dell’esercito e settori dell’opposizione. Chavez venne deposto e deportato, Pedro Carmona Estanga fu proclamato presidente ad interim e sciolse il parlamento e altri poteri dello Stato. Il popolo insorse in massa e, in 48 ore ripristinò la legittima rappresentanza. Da questo momento scattò una vera e propria persecuzione del Venezuela da parte degli Stati Uniti, dovuta alla nazionalizzazione del petrolio. Demonizzazione personale del leader, delegittimazione sistematica del processo elettorale venezuelano, uso costante di categorie come autoritarismo, populismo, minaccia regionale sono stati veicolati da tutti i media mainstream occidentali, dai vari think tank, dalle solite ONG “di policy” e dalle dichiarazioni ufficiali dei governi. Sul piano interno vennero attivati tutti gli strumenti di induzione del “regime change”. Nonostante questo Chavez e il socialismo bolivariano hanno resistito, migliorando di molto le condizioni del paese: la povertà relativa passo dal 50 al 26%, quella assoluta dal 17 al 7%; l’analfabetismo fu debellato; da 20 medici per 100 mila abitanti si passò a 80; la mortalità infantile fu drasticamente ridotta; la disoccupazione si ridusse dal 14,5 al 7,8%; il PIL pro capite triplicò. Più miglioravano le cose più si inasprirono le sanzioni e l’embargo imposto dagli americani. A farne le spese fu l’erede bolivariano di Chavez, Maduro.

  18. Non contento del massacro afghano Bush Junior decise nel 2003 di radere al suolo l’Iran per andarsi a prendere il petrolio con la scusa delle inesistenti “armi di distruzione di massa”. L’epilogo è noto Saddam Hussein condannato a morte per non aver commesso il fatto, George Walker Bush Jr prosciolto per aver ucciso direttamente, con le bombe, e indirettamente, con carestia e mancanza di cure, tra i 500 mila e il milione di esseri umani. La guerra in Iraq ha portato alla ribalta il ritorno sulla scena della tortura, che la propaganda imperiale aveva insabbiato. Particolarmente attiva a Guantanamo con un quantitativo di vittime non ancora stabilito. Ad Abu Graib addirittura i militari si facevano i selfie con i prigionieri torturati. La pubblicazione di documenti inerenti queste aberrazioni, di altri crimini di guerra in Iraq e Afghanistan, delle uccisioni di civili e di pressioni illegali in ambito diplomatico, sono costate a Julian Assange 12 anni di persecuzione. Fatto che dimostra l’inesistenza della tanto sbandierata libertà di stampa imperiale. L’Impero ancora controlla il petrolio iracheno.

  19. Nel 2006, risolta la questione irachena, gli Stati Uniti spostarono l’attenzione sull’Iran. Il primo attacco fu informatico, l’operazione si chiamava “Olympic Games” e fu condotta, dalla CIA e dalla NSA, in collaborazione con l’immancabile Mossad, al fine di sabotare il programma nucleare iraniano. Poca importanza aveva se il programma fosse per uso civile o militare, come ampiamente dimostrato recentemente dall’attacco “Martello di Mezzanotte” condotto il 22 giugno 2025 dalla United States Airforce e dalla United States Navy contro tre impianti nucleari in Iran. L’aggressione informatica fu sferrata con una famiglia di malware, non un singolo virus: Stuxnet con il compito di alterare il ciclo di rotazione delle centrifughe di arricchimento dell’uranio; Duqu con quello di ricognizione; Flame per lo spionaggio. Il risultato fu la distruzione di un migliaio di centrifughe e tra uno e due anni di ritardo sul programma nucleare iraniano. Strano a dirsi ma non ci fu nessuna vittima umana. Olimpic Games ha avuto anche il merito di avviare la cyber?warfare attualmente in corso.

  20. Nel 2009 in Honduras gli Stati Uniti si limitarono a un “appoggio esterno”, basato sull’inazione, accordato ai Militari honduregni che arrestarono Zelaya e lo deportano in Costa Rica, insediando al suo posto Roberto Micheletti, presto sostituito da Porfirio Lobo. Quest’ultimo fu “eletto” mentre il governo golpista provvedeva a reprimere ogni forma di dissenso, uccidendo decine di attivisti, sindacalisti e giornalisti, arrestandone centinaia in un clima di repressione, censura e persecuzione dell’opposizione. Gli Stati Uniti del democraticissimo Obama affermarono che andava tutto bene e legittimarono golpe, voto e dittatura conseguente La militarizzazione dello Stato e il conseguente clima repressivo rimasero in vigore fino al 2022.

  21. Dal 2010 al 2012 il Mediterraneo si infiammò con le “Primavere Arabe”. Tunisia, Egitto, Libia e Siria vennero travolte da proteste spontanee e non coordinate, inizialmente pacifiche. L’ingerenza statunitense fu diversa per ogni singolo paese. In Tunisia gli americani non fecero praticamente nulla, probabilmente a causa dell’assenza di risorse particolarmente interessanti. In Egitto inizialmente appoggiarono l’alleato storico Mubarak, per poi lentamente abbandonarlo in funzione di una transizione più sicura: i militari. Forti dell’esperienza serba, gli Stati Uniti e l’Occidente intero evitarono interventi diretti, lasciando ai soliti noti (OSF, USAID e NED) il compito di diffondere i valori occidentali.

  22. Il 2011 fu l’anno della Libia. La Nato decise di liberarsi di Gheddafi, nonostante l’amicizia che lo aveva sempre legato all’Italia, prima con Andreotti, Craxi e l’ENI e poi con Berlusconi. La motivazione ufficiale fu la messa in sicurezza dei civili in quella che, partita come Primavera fu presto trasformata in Guerra Civile. Una volta ottenuto il permesso dall’Onu per adottare “tutte le misure necessarie a proteggere la popolazione civile e tutte le aree popolate sotto minaccia d’attacco”, la Nato intervenne a favore delle milizie ribelli per “far fuori” Gheddafi. Il bilancio dell’operazione è stato il caos più totale che si protrae ancora oggi con il paese diviso in due: a est spadroneggia Khalifa Haftar dietro la facciata del governo di Abdullah al-Thani con sede a Tobruch; a ovest con dimora a Tripoli si trova il governo “ufficiale” presieduto da Mohamed Younis Ahmed Al-Manfi. In realtà il paese è in mano a bande tribali armate fuori controllo. Ad esempio, il torturatore libico Osama al-Masri Nagim (quello liberato dal governo italiano a spese dei cittadini) era attivo contro le milizie di Tobruch ma è stato arrestato dalla procura di Tripoli. Oltre ai 14 anni di caos, circa 50 mila persone, oltre a Gheddafi, sono state uccise.

  23. Sempre nel 2011 iniziano le attività per destabilizzare la Siria. La Cia lancia l’operazione Timber Sycamore, un programma segreto, attivo fino al 2017, finalizzato a finanziare, armare e addestrare gruppi ribelli siriani impegnati nella guerra contro il regime di Bashar al-Assad. Quegli stessi gruppi che nel 2025 hanno deposto Assad e preso il potere in Siria.

  24. Pur non avendo date certe a causa della segretazione di queste operazioni, è all’inizio del secondo decennio del 2000 che inizia il finanziamento, l’addestramento e l’armamento delle truppe neonaziste ucraine. Contemporaneamente i soliti noti (OSF, USAID e NED) danno avvio all’ingente sovvenzione di Associazioni e ONG per la propagazione degli alti valori democratici occidentali. Nonostante questo, alle elezioni presidenziali del 2010, giudicate regolari da tutti gli osservatori internazionali, vinse il filorusso Viktor Yanukovych, che non aveva alcuna intenzione di associarsi all’Europa.

Così nel 2014 fu organizzata la seconda puntata della rivoluzione arancione. Il legittimo presidente deposto fu sostituito con il più “accomodante” Oleksandr Turchynov, filo occidentale. In risposta al golpe, la Russia incrementò il suo presidio in Crimea dove aveva e, ovviamente, ha oggi importanti strutture militari. Senza combattimenti, ma organizzando un referendum la Russia si annette l’oblast’. Le truppe neonaziste, che già avevano iniziato la loro avanzata con il Massacro di Odessa (48 e più persone arse vive nella Casa dei Lavoratori), inasprirono i combattimenti in Donbass, dove veniva rivendicata l’autonomia amministrativa.

Tra settembre 2014 e febbraio 2015 vengono firmati i due accordi di Minsk. Immediatamente disattesi dall’Ucraina, gli accordi prevedevano, oltre al cessate il fuoco in Donbass, anche lo Status speciale per Donetsk e Luhansk con l’autonomia locale rafforzata, ovvero l’autogoverno amministrativo, l’uso ufficiale della lingua russa, la polizia locale, la cooperazione transfrontaliera con la Russia. Le truppe neonaziste intensificarono i massacri in tutta la regione. Gli Usa elargirono, dal 2014 al 2021 circa 2,5 miliardi di dollari in addestramento e armamento militare. Bilancio: 15 mila morti e diversi crimini di guerra commessi dalle forze Ucraine. Chi come il giornalista italiano Andrea Rocchelli ha osato documentare questi orrori è stato ucciso dalle truppe neonaziste.

  1. Nel 2014 anche la situazione in Siria si complicò. L’Isis conquistò territori e proclamò il Califfato. Ufficialmente il mondo intero era contro il nuovo Stato Islamico, nessuno Stato lo finanziò, nessuno comprò il suo petrolio, nessuno gli vendette armi. Una vera e propria potenza nata dal nulla, un “Self Made State”! Qualche dubbio sorge spontaneo in virtù del fatto che l’Isis, nonostante la radicalizzazione islamica non ha mai agito contro Israele e l’Occidente invasore, solo contro gli Sciiti. La lotta tra Sciiti (Iran, Palestina) e Sunniti (Arabia Saudita) viene presentata in Occidente come la causa principale dell’instabilità mediorientale. In realtà le due confessioni islamiche hanno convissuto pacificamente per oltre un millennio sotto l’Impero Ottomano e lo fanno oggi in Yemen e nei BRICS dove Arabia Saudita e Iran coabitano pacificamente. Fatto sta che, secondo la versione più accreditata, nel 2015, mentre litigano in Donbass, Russia e USA, che nel frattempo continuava a brigare contro Assad, scesero in campo insieme contro l’Isis.

La Russia intervenne addirittura con l’aviazione supportando Assad, mentre gli Stati Uniti sostennero le SDF (Syrian Democratic Forces). Nel frattempo si creò un altro gruppo jihadista denominato HTS (Hay’at Tahrir al-Sham). Nel 2017 l’Isis venne sconfitto, ma il conflitto non si placò. L’HTS al comando di Ahmad ?usayn al?Shara, all’epoca noto come al-Jawl?n?, divenne sempre più forte, si radicò nel territorio e, grazie al supporto americano si costituì come la principale forza anti-Assad. Nonostante la Russia non abbia mai abbandonato le forze governative siriane, queste furono definitivamente sconfitte l’8 dicembre 2024. Il 29 gennaio 2025 al?Shara è stato proclamato Presidente della Siria. La deposizione forzata di Bashar al-Assad è costata alla Siria circa 670 mila morti, cui si devono aggiungere quasi 10 mila per le epurazioni del nuovo governo jihadista. Inoltre, la Siria contava nel 2011 circa 23 milioni di abitanti. 7 milioni si sono dovuti rifugiare all’estero e circa 7,5 risultano come rifugiati interni, complessivamente il 63% dell’intera popolazione.

  1. Nel 2020 assunse particolare rilevanza l’uccisione tramite drone di Qasem Soleimani. Il motivo per cui l’omicidio mirato ebbe risalto fu la doppia violazione della sovranità di due diversi Stati. Il generale iraniano con alti incarichi istituzionali era, infatti, in visita ufficiale a Bagdad, capitale dell’Iraq.

  2. Nel 2022 la Russia decise di intervenire direttamente nelle province autonome di Donetsk e Lugansk per porre fine alla guerra civile e realizzare quanto previsto dall’accordo Minsk II. Gli USA, per non perdere quanto realizzato in Ucraina sino a quel punto, ampliarono a dismisura, finanziamenti, addestramento, fornitura di armi, di logistica e di intelligence. Coinvolsero anche le colonie europee con la minaccia di un’immediata, quanto incomprensibile, invasione russa dell’intera Europa. In questo modo ottennero il risultato sperato: la fine dei rapporti commerciali tra Russia ed Europa che tanti problemi economici avevano creato all’America. Per questo sono stati distrutti i gasdotti Nord Stream e la Nuova Via della Seta. Nel 2024 Donal Trump ha deciso di seguire una via diversa: si è accaparrato le risorse dell’Ucraina dell’Ovest con l’accordo “delle Terre Rare”, lasciando alla Russia quelle delle province autonome dell’Est, nel frattempo annesse mediante referundum. Gli Stati Uniti hanno già “investito” ben 205 miliardi di dollari in Ucraina. La guerra prosegue ancora, sostenuta dai “Volenterosi” Europei. Il bilancio della guerra per procura è impossibile da stilare, in quanto la propaganda tende ad attribuire alla controparte il maggior numero di vittime per far finta di aver vinto la guerra. Di sicuro, trattandosi di una guerra di “trincea” le vittime civili sono nettamente inferiori a quelle militari, che si dovrebbero aggirare tra le 500 mila e il milione.

  3. Nel 2024 gli USA decidono di intervenire contro gli Houthi in Yemen. L’operazione scaturiva dall’esigenza di ripristinare la navigazione verso il Canale di Suez compromessa dai missili Houthi lanciati a sostegno della causa palestinese. La legittimità dell’intervento appare scontata. Un po’ meno se si considera il contesto regionale, oggetto di destabilizzazione continua dal dopoguerra.

  4. Dal 1948 a oggi gli Stati Uniti hanno finanziato, fornito armi, anche nucleari, tecnologia, intelligence e protezione politica a Israele, al fine di destabilizzare in maniera permanente la regione araba, per mezzo della violazione quotidiana del Diritto Internazionale. Lo scopo statunitense è stato perseguito con l’occupazione dei territori, la pulizia etnica iniziata con la Nakba, il genocidio del popolo palestinese, attacchi indiscriminati in Libano, Siria, Iran e Qatar. Il bilancio complessivo delle vittime in Palestina supera agilmente le 300 mila unità a cui vanno aggiunte quelle libanesi, siriane e iraniane. Il numero è destinato a salire a causa del protrarsi del genocidio.

  5. Il 3 gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno attaccato il Venezuela uccidendo 80/100 persone e rapendo il Presidente Maduro e sua moglie.

Nota importante: Molte di queste operazioni “sotto copertura” sono state inizialmente negate e confermate solo decenni dopo attraverso documenti declassificati. Alcune rimangono oggetto di dibattito storiografico. La scala esatta del coinvolgimento USA varia da caso a caso, dal semplice sostegno politico all’organizzazione diretta del golpe.

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Alberto Bradanini - Il futuro della Groenlandia e l'avvertimento di Kissinger



di Alberto Bradanini[i]

10 gennaio 2026

 

1. Aveva ragione la buonanima di Henry Kissinger – grande esperto di colpi di stato, di impietosi bombardamenti su popoli per lui inutili (cambogiani, laotiani, vietnamiti), minacce o aggressioni a nemici e amici (Moro, Craxi, per restare in Italia) i quali, sebbene vassalli, erano alla ricerca di qualche margine di autonomo pensamento - che è assai più rischioso essere amici che nemici degli Stati Uniti: ora è il turno della Danimarca.

Donald Trump, presidente del più grande stato canaglia del tempo contemporaneo, continua a ribadire che intende annettersi la Groenlandia con le buone o le cattive, e la ragione è banale, gli Stati Uniti ne hanno bisogno. Chiaro no? "Vorrei fare un accordo - ha egli aggiunto - … nel modo più facile, … altrimenti lo farò in un modo più difficile”, lasciando intuire che l'opzione militare è sul tavolo, anche se egli preferirebbe giungere al risultato sborsando una congrua somma di denaro, fino a un milione di dollari, sembra di capire, per ciascuno dei 56.542 abitanti di quella terra desolata, tanto più che i soldi non sarebbero i suoi, ma verrebbero stampati ad libitum dal Dipartimento delle Finanze!

Aver bisogno della Groenlandia, secondo cotanta intelligenza presidenziale è un argomento che la comunità internazionale dovrebbe ben comprendere, che qualsiasi giudice giudicherebbe legittimo, che è in linea con logica e buon senso, con la Carta delle Nazioni Unite e via dicendo. Insomma, si tratta di un argomento inoppugnabile, un po’ come quello (ci viene in mente questo a caso) che il petrolio venezuelano appartiene agli Stati Uniti e che il governo di Maduro (nemmeno il Venezuela!) avrebbe loro misteriosamente sottratto[1]. L‘inquilino-ballerino della Casa Bianca ribadisce che gli Stati Uniti "devono fare qualcosa in Groenlandia, che piaccia o no agli altri, perché altrimenti saranno Russia o Cina a prenderne il controllo”. Secondo una sofisticata dottrina geopolitica, gli Stati Uniti non possono consentire che quest’isola - così strategica per la difesa del territorio nordamericano! - cada sotto il controllo di Russia o Cina, le quali, secondo un profondo conoscitore della storia come Trump, non solo vagheggiano da sempre di invaderla ma obliterano misteriosamente di mettere in conto che appartiene a un paese Nato, insensibili come sono alla marginale circostanza che questo scatenerebbe la terza guerra mondiale. Ma pace!

La Danimarca e l’85% degli abitanti della Groenlandia si oppongono fermamente, ça va sans dire, a tali insani propositi, ma l’aspirante Premio Nobel per la Pace non intende rinunciare a quello di cui ha bisogno, alla luce di acute riflessioni sulla strategia di difesa nazionale e dell’evolversi della geopolitica planetaria. Di tutta evidenza, quest’uomo non è normale: la Groenlandia è infatti un territorio danese autonomo più grande del Messico, ma semi-disabitato e gli Stati Uniti vi hanno già una presenza militare e nulla vieta di espanderla, a piacimento. Copenaghen non si opporrebbe.


2. Frederiksen, a capo del governo danese, ha avvertito che un’aggressione statunitense contro un paese Nato assesterebbe un colpo mortale al Blocco Atlantico, sebbene alla luce dell’avvilente spirito di vassallaggio dei maggiordomi europei tale esito non è affatto scontato.

Se Copenaghen ha battuto un colpo, almeno sul piano formale, gli altri europei hanno fatto invece ricorso, coraggiosamente, alla banalità del banale, ripetendo insieme a M. Lapalisse che "la Groenlandia appartiene ai groenlandesi/danesi”, lasciando in verità nel vago persino quest’ultimo aspetto.


3. Ora, alla luce di sviluppi la cui effervescenza, sino a un anno fa, solo i più fervidi scrittori di fantascienza avrebbero potuto immaginare, ai paesi europei si presenta l’occasione storica di un cambiamento epocale. Facciamo un’ipotesi così semplicistica che più semplicistica non si può: se gli Usa aggrediscono la Danimarca (Groenlandia), la Nato muore. Le nazioni europee tornano sovrane, da subito sul piano politico e militare, in attesa di affrontare il capitolo monetario/finanziario (specie quelle del Sud Europa). Le basi militari Nato/Usa in Europa vengono gradualmente smantellate. Quelle in Italia, per quanto ci riguarda, ancora più in fretta dal momento che nessuno minaccia le nostre coste o montagne (se i paesi del Nord-Est vogliono mantenerle, facciano pure, sul piano bilaterale, noi no!). In chiave cautelativa, il governo di Roma, per evitare che i suoi Ministri seguano il destino di Maduro, potrebbe stipulare un accordo per il mantenimento di (poche) basi militari Usa, su condizioni diverse (stracciando l’armistizio di Cassibile) e dietro adeguato compenso (vale a dire a spese loro). Tale scenario consentirebbe all’Italia di recuperare la sua perduta sovranità politico-militare e iniziare a ragionare su come arrestare il drammatico declino del Paese. Al termine di tale fruttuosa traiettoria di ripresa, l’Italia si scoprirebbe riposizionata al centro del Mediterraneo, uno spazio strategico di incontro tra civiltà e continenti (Europa, Asia e Africa), su cui ricostruire quelle idealità contenute nella nostra Carta fondamentale, assicurando un contributo di qualità alla soluzione di tensioni e conflitti che infestano la regione. in una proiezione di pace, stabilità e prosperità.

La storia offre dunque un'occasione unica, che certo per essere colta avrebbe bisogno di una classe dirigente di qualità, di cui ahimè non disponiamo. Noi, tuttavia, perenni sognatori di un mondo migliore, non intendiamo capitolare. Continueremo dunque a lavorare per la costruzione di luoghi incorporei, forse utopici, ma che devono restare vivi nella nostra mente, se vogliamo che un giorno, vicino o lontano, possano diventare realtà.

 

[1] I membri neocon dell’entourage di Trump lasciano intendere che il petrolio sarebbe stato sottratto in passato alle corporazioni Usa con la nazionalizzazione dell’industria petrolifera venezuelana decretata negli anni ’70. La legge entrò in vigore il 1° gennaio 1976 (sotto il governo di Accion Democratica di Carlos Andrès Perez). Le compagnie petrolifere straniere - tra cui la Creole Petroleum Corporation (filiale della Standard Oil of New Jersey, ora ExxonMobil), la Royal Dutch Shell e la Gulf Oil Corporation - furono però regolarmente indennizzate con 1,1 miliardi di dollari, pagate in 20 anni con un tasso d’interesse del 6% (totale 2,2 miliardi di dollari), a conclusione di alcuni contenziosi raggiunti di comune accordo nel 1977.

 

 

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La risposta dei lavoratori e delle lavoratrici venezuelani all'attacco imperialista. Intervista al dirigente sindacale Carlos López

 

di Geraldina Colotti

Carlos López è il Coordinatore Generale della Centrale Bolivariana Socialista dei Lavoratori della Città, della Campagna e della Pesca (CBST), “l'unica centrale rivoluzionaria che esiste in Venezuela e la forza maggioritaria del paese”, ci dice. Lo incontriamo dopo la conferenza stampa che la Centrale ha organizzato per denunciare al mondo l'attacco imperialista del 3 gennaio. Aprendo l'incontro, il presidente della Centrale, Wills Rangel, accompagnato dai membri della sua Giunta Direttiva, coordinatori statali, presidenti di federazioni, sindacati e dirigenti di diversi settori lavorativi, ha dichiarato:

“In questo atto di appoggio e solidarietà al nostro presidente operaio Nicolás Maduro, alla nostra Prima Combattente Cilia Flores e alla nostra Patria, diciamo loro che, insieme alla Classe Lavoratrice del Venezuela, continueremo a stare nelle strade, mobilitandoci nei centri di lavoro e nelle istituzioni per la difesa e l'impulso della produzione, garantendo la crescita sostenuta dell'economia del Paese. Ecco la tua classe operaia, Presidente; ecco i figli e le figlie di Bolívar, di Chávez e dei nostri liberatori e liberatrici. La tua classe lavoratrice è più unita e forte che mai, nel ripudiare l'atto criminale perpetrato dal governo degli Stati Uniti e orchestrato da Trump contro la nostra patria, che ha violato la nostra sovranità e integrità territoriale, così come le leggi e i trattati internazionali. Esigiamo l'immediata liberazione del nostro Presidente costituzionale e di sua moglie Cilia, leader della nostra rivoluzione. Qui resteremo con il fucile in spalla, dispiegati e attenti finché non li riavremo con noi”.

Su questi temi abbiamo conversato con Carlos López.

Prima di essere sequestrato, di fronte all'escalation di minacce di Trump, il presidente Maduro aveva chiesto alla classe operaia che, in caso gli succedesse qualcosa, si organizzasse in armi per proteggere le fabbriche e per organizzare uno sciopero a oltranza. Com'è stata recepita questa indicazione?

La nostra centrale ratifica la linea che abbiamo sviluppato, e non da ora, ma da molti mesi. Ci stavamo preparando a questo perché sapevamo che c'era una minaccia reale da parte dell'impero. Oggi, ovviamente, esigiamo categoricamente la libertà di Nicolás Maduro e di sua moglie, la deputata Cilia Flores, che si trovano negli Usa in condizione di ostaggi. Sono prigionieri di guerra di un impero che ogni giorno crolla sempre più a causa della sua crisi economica. Nel suo sgretolamento, tenta disperatamente di mettere le mani sulle fonti energetiche dei paesi. La guerra non si fa per niente; non è solo una provocazione, è il capitalismo che sta cadendo. I popoli accelereranno la sua caduta con la ribellione, con la lotta e con la libertà. La nostra casa operaia è pronta a mantenere la produzione in qualsiasi circostanza: petrolio, petrochimica, elettricità e alimenti.

Come vedi il panorama internazionale e la possibilità di una risposta globale dei lavoratori e delle lavoratrici?

Siamo in un momento in cui si può e si deve costruire uno sciopero generale mondiale, soprattutto negli Stati Uniti, ma anche nel resto dei paesi capitalisti. Prima o poi quel momento arriverà. Vediamo già i primi segnali. Non è un caso che un compagno rivoluzionario, socialista e comunista sia il nuovo sindaco della metropoli del capitalismo, New York. Questi sono sintomi del fatto che i popoli si stanno risvegliando, incluso il popolo degli Stati Uniti; molta gente non tollera più guerre e non accetta che la propria economia sia utilizzata per martirizzare e attaccare i popoli. Le lotte che si stanno scatenando nelle città più popolose degli Stati Uniti, prima contro Trump e le sue misure economiche e ora per il Venezuela e per la libertà di Nicolás Maduro, sono segnali di una grande sollevazione mondiale. Vedremo quell'impero sgretolarsi progressivamente fino a quando non riusciremo a cancellare la sua egemonia dalla faccia della terra.

Per sequestrare il presidente e la Prima combattente, l'imperialismo ha scatenato un gigantesco attacco asimmetrico, impiegando mezzi di altissima tecnologia contro un paese piccolo e pacifico come il Venezuela. Tuttavia, quelli che non conoscono la realtà dicono che la difesa bolivariana è stata colta di sorpresa. La classe operaia si lascerà cogliere di sorpresa?

No, in nessun modo. Il punto è che la nostra classe operaia, la nostra Forza Armata Nazionale Bolivariana e i nostri miliziani hanno un potere che è imbattibile: la dignità e il fatto che siamo presenti in tutto il territorio. Una superiorità tecnologica come quella che ci hanno applicato lo scorso 3 gennaio è qualcosa di transitorio. Ciò che prevale fondamentalmente è il radicamento del nostro popolo, che si concentra nel suo territorio, nella sua fabbrica, nella sua impresa. I marines non possono occupare il Venezuela; e se ci provano, a nulla servirà la loro arma elettronica perché sarà un combattimento corpo a corpo, quartiere per quartiere. Che provino a entrare in un quartiere popolare: in quelle condizioni il nostro popolo è invincibile. Abbiamo molte montagne, come disse Chávez, molte colline, molte pianure e un popolo organizzato.

Sappiamo che nella classe operaia ci sono stati anche tentativi di infiltrazione da parte di settori della destra. Qual è l'umore attuale rispetto a questi settori, considerando che persino Trump non ha riconosciuto i suoi ex alleati locali come María Corina Machado?

Hanno cercato di infiltrarci negli ultimi vent'anni, o meglio, durante tutta la rivoluzione bolivariana, ma la base e la direzione della Centrale Bolivariana non sono mai cadute nella trappola di attribuire a Nicolás Maduro o a Chávez la responsabilità delle conseguenze del blocco economico. La classe operaia ha capito che il colpevole è l'impero con la sua politica di assedio e isolamento economico del Venezuela. Nonostante ciò, la nostra patria è andata avanti. Negli ultimi dieci anni di blocco (2015-2025), i lavoratori hanno "tenuto duro", come diciamo in Venezuela. Non siamo mai passati allo sciopero contro la Rivoluzione; siamo rimasti a difendere il posto di lavoro e la Costituzione. Oggi, dopo il bombardamento del 3 gennaio, l'appoggio alla pace e il rifiuto della guerra hanno raggiunto il 95% dei venezuelani, indipendentemente dalla classe sociale. Esigiamo che sia rispettata la nostra sovranità e che ci lascino gestire il nostro destino.

Come vi state organizzando per i prossimi passi e come si mobilita la classe operaia a livello internazionale, dato che la situazione rende difficili i viaggi e i congressi in presenza?

Abbiamo un piano che stiamo sviluppando da diversi mesi e che abbiamo accelerato nell'ultimo periodo del 2025 di fronte all'imminenza della minaccia. L'obiettivo è controllare pienamente la produzione attraverso i Consigli Produttivi dei Lavoratori (CPT) e i Corpi dei Combattenti. Questi ultimi hanno tre missioni: assicurare la produzione dell'impresa, assicurarne i servizi e assicurarne la difesa, articolandosi nel territorio con la Milizia Nazionale Bolivariana. Parliamo di oltre 22.000 centri produttivi controllati dalla nostra gente con delegati eletti. A livello internazionale, l'appello è alla solidarietà attiva e alle manifestazioni permanenti. Il Venezuela garantisce la sua resistenza interna, ma l'altra garanzia di vittoria è la pressione internazionale.

A livello informativo, qual è la posizione che la classe operaia vuole diffondere per affrontare l'offensiva cognitiva dell'imperialismo a livello internazionale?

Stiamo potenziando le nostre reti e le videoconferenze internazionali per rompere i paradigmi negativi. La verità è che Nicolás Maduro e Cilia Flores sono il Presidente e la Primera Combatiente del Venezuela; non si sono dimessi, non sono stati destituiti né sono deceduti. Di conseguenza, lui è il presidente della Repubblica fino al 2030, come deciso dal popolo. Nel frattempo, la Costituzione dice chiaramente che Delcy Rodríguez assume la presidenza da incaricata, in modo temporaneo. Questo è il principale messaggio mediatico che dobbiamo portare al mondo: la nostra direzione politica e militare è totalmente coesa dietro figure come Delcy Rodríguez, Jorge Rodríguez, Diosdado Cabello e Vladimir Padrino López. Applicheremo, se necessario, la logica di resistenza: se ne cade uno, si alza un altro e assume il controllo. Siamo la patria di Bolívar e non ci sconfiggeranno.

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Evento sismico nel Mar Ionio, ML 5.1, 10 gennaio 2026

Un terremoto di magnitudo ML 5.1 è stato localizzato dalla Rete Sismica Nazionale alle ore 05:53 italiane del 10 gennaio 2026 al largo della costa ionica calabra, ad una profondità di 65 Km. Va notato che per eventi lontani dalla costa, e quindi dalla rete sismica, la profondità ipocentrale è un parametro di difficile determinazione, per cui la stima potrebbe essere rivista con analisi successive.                

La zona interessata dal terremoto odierno è prossima alla regione calabro-sicula caratterizzata da pericolosità sismica alta, come testimoniato dalla Mappa della pericolosità sismica del territorio nazionale (MPS04) e dai forti terremoti avvenuti in passato.

 

I dati storici disponibili per l’area ci indicano che in particolare l’epicentro del terremoto è localizzato in un’area dove sono riportati diversi eventi di magnitudo inferiore a 5.5. Le aree sismiche più rilevanti sono quelle della Calabria meridionale e dello Stretto di Messina e della Sicilia orientale, poste a 50-100 chilometri di distanza, per le quali sono riportati numerosi eventi di elevata intensità, tra i quali quelli del 1783 in Calabria, del 1908 nella zona dello Stretto e del 1693 in Sicilia sudorientale.

La sismicità più recente dal 1985 in poi, ci mostra come l’area sia stata interessata da un’attività sismica diffusa. I terremoti più rilevanti sono avvenuti nell’entroterra siculo e calabrese, in particolare nella Calabria meridionale. Si ricorda l’evento del 16 aprile 2025 di ML 4.8 che ha interessato la stessa zona lo scorso anno.                                

La mappa di scuotimento sismico (SHAKEMAP) dell’evento di oggi, calcolata dai dati delle reti sismiche e accelerometriche INGV e DPC, mostra livelli di scuotimento stimati fino al IV grado MCS su un area molto estesa L’evento sismico è stato ampiamente risentito in Sicilia orientale,  in Calabria meridionale ed in Puglia come conferma la mappa dei risentimenti macrosismici ricavata dai numerosi questionari inviati al sito www.hsit.it.

 


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L’arma che l’Occidente non può fermare: il segnale strategico di Mosca con “Oreshnik”

L’utilizzo per la prima volta in combattimento della nuova arma ipersonica russa “Oreshnik” segna un salto qualitativo nel conflitto ucraino e, soprattutto, nel confronto strategico tra Russia e Occidente. Il missile balistico ipersonico è stato impiegato in un attacco di rappresaglia contro infrastrutture critiche in Ucraina, in risposta al tentato attacco del regime di Kiev contro una residenza del presidente russo Vladimir Putin nella regione di Novgorod.

Secondo il Ministero della Difesa russo, l’operazione ha colpito obiettivi energetici e industriali legati al complesso militare-industriale ucraino, inclusi impianti per la produzione di droni. Tutti i bersagli sarebbero stati centrati. L’elemento politico-militare centrale è però l’uso di “Oreshnik”, un sistema ipersonico di medio raggio, mobile e dichiarato “impossibile da intercettare”, capace di superare Mach 10 e con una gittata fino a 5.000 chilometri. La stampa internazionale ha colto immediatamente la portata strategica dell’evento.

Bloomberg sottolinea che, per caratteristiche tecniche, il missile potrebbe raggiungere gran parte dell’Europa e persino la costa occidentale degli Stati Uniti. El País evidenzia come il colpo su Lvov, vicino ai confini UE e NATO, rappresenti un segnale diretto all’Alleanza Atlantica. France 24 riporta l’immediata reazione di Kiev, che ha chiesto una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, parlando di “minaccia alla sicurezza del continente europeo”. Sul terreno, le conseguenze sono pesanti, mentre anche la Russia denuncia attacchi ucraini contro infrastrutture civili nella regione di Belgorod, con oltre mezzo milione di persone rimaste senza servizi essenziali. Una spirale di colpi e contro-colpi che allontana ogni ipotesi di de-escalation.

“Oreshnik” non è solo un’arma, ma un messaggio politico. Mosca ribadisce il proprio diritto alla rappresaglia e alza l’asticella della deterrenza, rispondendo all’uso da parte ucraina - e occidentale - di missili a lungo raggio contro obiettivi in territorio russo. Il fatto che il sistema sia già stato schierato anche in Bielorussia rafforza l’idea di una postura strategica orientata a ridefinire gli equilibri regionali.

In controluce emerge il fallimento della strategia occidentale: l’escalation controllata promessa da Washington e Bruxelles si trasforma in un conflitto sempre più tecnologico e pericoloso, mentre l’Europa appare spettatrice vulnerabile. L’uso di “Oreshnik” mostra che la Russia non intende arretrare e che il mondo unipolare, fondato sulla superiorità militare occidentale, è messo in discussione.


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Sequestrare un presidente per controllare un Paese: la dottrina imperiale contro il Venezuela

La crisi venezuelana entra in una fase senza precedenti. Lunedì 5 gennaio Delcy Rodríguez è stata formalmente investita come presidente incaricata della Repubblica Bolivariana del Venezuela, dopo aver prestato giuramento davanti all’Assemblea Nazionale. Una scelta definita “necessaria e costituzionale” dalle istituzioni di Caracas, assunta in seguito al sequestro del presidente Nicolás Maduro e della prima combatente Cilia Flores da parte degli Stati Uniti durante l’operazione militare del 3 gennaio. La cerimonia, guidata dal presidente del Parlamento Jorge Rodríguez, si è basata sull’interpretazione dell’articolo 335 della Costituzione e sulle decisioni della Sala Costituzionale del Tribunale Supremo di Giustizia, che ha riconosciuto l’esistenza di un’“assenza forzata” del capo dello Stato.

In questo quadro, Delcy Rodríguez ha assunto tutte le attribuzioni presidenziali per garantire la continuità dello Stato e dell’Esecutivo. Nel suo discorso, la presidente incaricata ha unito toni solenni e accenti drammatici, parlando di “aggressione militare illegittima” e di “due eroi tenuti in ostaggio negli Stati Uniti”. Ha giurato di difendere la sovranità nazionale, la pace sociale e il futuro delle nuove generazioni, richiamandosi esplicitamente all’eredità di Simón Bolívar e Hugo Chávez. Il giorno successivo, Rodríguez ha compiuto un gesto altamente simbolico recandosi al Cuartel de la Montaña 4F, mausoleo di Chávez, dove ha ribadito la lealtà al progetto bolivariano e alla memoria storica del Paese.

Un messaggio rivolto tanto all’interno quanto all’esterno: le istituzioni restano operative e unite. Sul piano internazionale, Pechino ha assunto una posizione netta. La Cina ha condannato l’intervento statunitense, chiesto la liberazione immediata di Maduro e Flores e riaffermato il proprio sostegno “incondizionato” alla sovranità venezuelana, inserendo la crisi nel più ampio confronto sul rispetto del diritto internazionale. Di segno opposto le dichiarazioni di Donald Trump, che ha annunciato il mantenimento del dispiegamento navale USA nei Caraibi, pur parlando di cooperazione con Caracas e di maxi-investimenti delle compagnie petrolifere statunitensi nel settore energetico venezuelano.

Un linguaggio che intreccia minaccia militare, pragmatismo economico e controllo delle risorse strategiche. La vicenda venezuelana si conferma così come uno dei nodi centrali del nuovo disordine globale: tra difesa della sovranità, pressione imperiale e ridefinizione dei rapporti di forza in un mondo sempre più multipolare.


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Gli Stati Uniti predicano sui diritti umani e sparano ai propri cittadini

L’uccisione di Renee Nicole Good a Minneapolis segna un punto di non ritorno nella deriva repressiva degli Stati Uniti sotto la nuova amministrazione Trump. Mercoledì, durante un’operazione dell’ICE contro migranti, un agente federale ha sparato a sangue freddo contro una cittadina statunitense di 37 anni, madre di tre figli, colpevole soltanto di svolgere il ruolo di osservatrice legale volontaria. Renee Good non era un’obiettivo dell’operazione. Tornava a casa dopo aver accompagnato il figlio più piccolo a scuola quando si è imbattuta in un gruppo di agenti.

I video diffusi sui social mostrano chiaramente che stava cercando di allontanarsi quando è stata colpita. Le urla dei testimoni - “Vergogna!”, “Dov’è la vostra coscienza?” - raccontano più di qualsiasi comunicato ufficiale. Da settimane Minneapolis vive sotto una sorta di occupazione federale: irruzioni nelle case, arresti indiscriminati, famiglie spezzate. Oltre mille persone sono state detenute, etichettate dal Dipartimento per la Sicurezza Nazionale come “criminali” e “terroristi”, in un’operazione che ha suscitato proteste diffuse. In questo contesto, i gruppi di osservatori legali come quello di cui faceva parte Good sono nati per documentare abusi e avvertire i residenti. Proprio per questo, l’ICE li considera un nemico. La reazione della Casa Bianca è stata immediata e inquietante. La segretaria del DHS, Kristi Noem, e lo stesso Trump hanno ribaltato la realtà, accusando la vittima di aver trasformato la sua auto in un’arma e parlando addirittura di “terrorismo interno”. Una narrazione smentita dai filmati, ma rilanciata con forza dall’apparato propagandistico governativo.

Colpevolizzare una donna uccisa per proteggere un agente federale è diventata la linea ufficiale. La risposta politica e sociale, però, è stata altrettanto forte. Autorità locali, dal sindaco al governatore del Minnesota, hanno preso le distanze dall’ICE, chiedendo un’indagine completa e giustizia. “ICE, vattene da Minneapolis”, ha dichiarato il sindaco Frey, ricordando come la città sia già segnata dalla memoria dell’omicidio di George Floyd. Sui social, il caso ha scatenato un’ondata di indignazione. Giuristi, accademici, politici e attivisti hanno denunciato l’uso illegittimo della forza letale, parlando apertamente di omicidio di Stato. C’è chi ha definito l’ICE “assenza di legge mascherata da ordine” e chi ha evocato una “israelizzazione” della sicurezza interna statunitense.

L’uccisione di Renee Nicole Good non è un incidente isolato, ma il sintomo di un sistema che normalizza la violenza, criminalizza il dissenso e militarizza la gestione sociale. Uno Stato che giustifica l’uccisione di una propria cittadina mentre predica diritti umani al mondo intero rivela, senza più maschere, il volto autoritario del suo potere.


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