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Gaza, la pace di carta: scatta la “Fase 2”, ma nella Striscia si continua a morire

Nonostante l’avvio della cosiddetta “fase 2” del piano di pace promosso da Donald Trump a ottobre e validato dalle Nazioni Unite a novembre, nella Striscia di Gaza si continua a morire. A causa dei combattimenti e dei bombardamenti che non si sono mai realmente interrotti sebbene sia stato firmato un cessate il fuoco, ma anche a causa di un nemico più silenzioso delle bombe, che si infila sotto le tende e dentro ai rifugi di fortuna dove vive la quasi totalità della popolazione gazawa: il freddo. «Da un punto di vista logistico, la protezione della popolazione continua a essere in una situazione drammatica. Le condizioni meteorologiche avverse, con vento e forti piogge, continuano da almeno due mesi e dato che le persone vivono in tende fragili oppure sotto teli tirati tra le macerie e siccome non c’è più un sistema fognario, quando piove si allaga tutto e poi si rimane addosso coi vestiti bagnati, spiega a VITA Roberto Scaini, responsabile medico delle operazioni di Medici senza frontiere, che in questo momento si trova a Gaza City, dove l’ong continua a operare in attesa del rinnovo della licenza di permanenza nella Striscia da parte del governo israeliano.

La popolazione palestinese – e con essa gli operatori umanitari – deve fare i conti non solo con le macerie causate da due anni di bombardamenti a tappeto (secondo un rapporto Onu di ottobre, oltre l’80% degli edifici della Striscia era danneggiato o distrutto), ma anche con quelle “nuove”, accumulatesi dopo il cessate il fuoco. Secondo un’inchiesta del New York Times (realizzata grazie alle immagini satellitari di Planet Labs), da ottobre l’esercito israeliano ha distrutto almeno 2.500 strutture ancora in piedi. La motivazione addotta dall’Idf è che si tratta di tunnel o dei loro accessi e di case-trappola minate e pronte a saltare. In ogni caso, tra questo e il prosieguo dei combattimenti – in corso anche mentre Scaini è al telefono con il nostro giornale – i civili sono costretti a continuare a vivere in campi profughi.

Nuovi bisogni medici

«Va detto che da quando c’è stato il cessate il fuoco, si è registrato un aumento del volume di aiuti che entrano, ma siccome si è consentito che i bisogni rimanessero scoperto così a lungo, la risposta umanitaria rimane largamente insufficiente», sottolinea Scaini. Nonostante la continua distribuzione di tende e coperte, l’Onu stima che circa un milioni di persone (praticamente la metà della popolazione della Striscia) è in una condizione di emergenza per quanto riguarda la possibilità di avere un riparo sicuro. Le conseguenze si fanno sentire: in seguito ai violenti temporali degli scorsi giorni, tra l’8 e il 12 gennaio l’Ufficio per gli Affari umanitari delle Nazioni Uniti ha contato almeno sei morti per ipotermia o per il crollo di una struttura.

«In questa nuova fase, i bisogni medici della popolazione sono cambiati», spiega l’operatore di Medici senza frontiere. Se prima facevamo soprattutto interventi chirurgici di urgenza per i feriti, ora i problemi sono quelli di una popolazione che patisce il freddo e che vive in scarse condizioni igieniche: aumentano le malattie respiratorie, così come malattie della pelle come la parassitosi o la scabbia», racconta Scaini. «Al tempo stesso, il problema della malnutrizione sta lentamente migliorando, anche se ci sono ancora tanti bambini che nascono sottopeso, magari da parti precoci. E se non ce la fanno, non sono anche loro vittime della guerra?».

Un’infermiera di Medici senza frontiere misura la circonferenza del braccio di un bambino affetto da malnutrizione fin dalla nascita (Nour Alsaqqa/Medici senza frontiere)

È in questo contesto che si inserisce l’avvio della “fase 2” del piano di pace approntato dagli Stati Uniti con il benestare della comunità internazionale. Il Comitato tecnico palestinese si è riunito per la prima volta il 16 gennaio al Cairo. «La cosa più importante ora è istituire un fondo a livello mondiale, una Banca per la ricostruzione e gli aiuti alla Striscia di Gaza», ha detto intervistato da Cairo News il capo del Comitato, Ali Shaath. «I Paesi donatori hanno fornito sostegno finanziario al Comitato e hanno stabilito un bilancio per due anni, ma dopo due anni di guerra, i cittadini di Gaza hanno bisogno di più aiuti». Per questo, ha rivolto un appello alla comunità internazionale «affinché il popolo palestinese sia supportato e superi la difficile situazione in cui vive».

Troppo stanchi per l’entusiasmo

Dal canto suo, la popolazione, testimonia Scaini, ha accolto con molta cautela la notizia di questo nuovo passaggio politico-diplomatico. «Non ho notato alcun entusiasmo, le persone aspettano di vedere dei risultati concreti. Per esempio, è da diverse settimane che si parla dell’apertura del valico di Rafah [nel sud della Striscia, al confine con l’Egitto, ndr] e del fatto che sarà un momento di svolta, ma finora i cancelli sono rimasti sempre chiusi». Lentamente, però, i gazawi stanno cercando ci costruire una nuova normalità. «Rispetto a quando sono arrivato qui due mesi fa, vedo più ottimismo. C’è molto movimento di persone che erano sfollate al Sud e ora tornano verso Nord e poi sorgono delle nuove piccole attività economiche e di commercio. Non è niente di pazzesco, sono semplici tende con beni alimentari o di prima necessità, ma è una piccola transizione dalla sopravvivenza alla vita vera e propria, per quanto precaria a causa della situazione internazionale», rileva Scaini.

Proprio sulla precarietà della situazione pesano non solo i dubbi sulla volontà di Hamas di rispettare gli accordi – in questo senso, il 16 gennaio il portavoce di Hamas, Hazem Qassem, ha dichiarato al quotidiano qatariota Al-Arabi Al-Jadeed che «Hamas è pienamente pronta a trasferire la gestione della Striscia di Gaza a un comitato tecnocratico indipendente» – ma anche la minaccia, svelata dal Wall Street Journal, di una nuova offensiva israeliana. Secondo quanto raccolto dal quotidiano newyorkese e poi confermato dal Times of Israel, l’esercito di Tel Aviv avrebbe preparato un piano per attaccare Hamas a marzo soprattutto nella zona di Gaza City, con l’obiettivo di spostare la linea gialla – che oggi separa la zona controllata da Israele dove è in vigore il cessate il fuoco e quella controllata da Hamas – verso Ovest, cioè verso la costa, mettendo più alle strette il gruppo terroristico. «Sarebbe drammatico un ritorno alle ostilità, si perderebbe tutto quel poco che si è guadagnato finora e soprattutto sarebbe un enorme danno psicologico per una popolazione che solo ora sta iniziando ad affrontare quelli causati da due anni di guerra», commenta Scaini.

In apertura: Un campo profughi vicino a Zawaida, nel centro della Striscia di Gaza, martedì 13 gennaio. (AP Photo/Abdel Kareem Hana/LaPresse)

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