Premier danese: "Un'azione ostile sulla Groenlandia sarebbe la fine della Nato"


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In senso strettamente geografico l’Artico è un mare mediterraneo, poiché vi si affacciano tre interi continenti: Asia,Europa e America. Come Africa,Asia ed Europa si affacciano sul Mediterraneo in senso proprio. Ma ormai possiamo comparare i due mari anche perché mutamento climatico e tecnologia li avvicinano per intensità di scambi e percorrenze.
L'articolo Groenlandia, perché Trump la vuole sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.


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Pragmatismo è, anche o soprattutto, capire i tempi della politica e delle crisi in atto. Quando Giorgia Meloni da Seoul dice che solo senza escalation si va (tutti) a dama in Groenlandia, chiede in primis di abbassare i toni, avviare una discussione “tra di noi” e usare il “luogo” della Nato al fine di lavorare insieme per rispondere a una preoccupazione che “ci coinvolge tutti”. Ovvero che attori ostili possano avere la meglio su un interesse comune.
In questo senso va letta, secondo la presidente del Consiglio, la volontà di alcuni Paesi europei di essere parte attiva all’interno di un progetto che miri ad una maggiore sicurezza in Artico, anche con l’invio di truppe. Inoltre dice chiaramente ciò che pensa sui dazi (“un errore”). Ma su questo secondo elemento secondo Meloni c’è stato un problema di comprensione e di comunicazione. Per cui il primo messaggio che giunge dalla Corea del Sud è fermare tutte quelle azioni che potrebbero innescare un quadro di altissima tensione e, piuttosto, avviare un dialogo costruttivo per meglio comprendere i parametri di analisi e di azioni. Il tutto tenendo ben presente un passaggio che, secondo Meloni, è nevralgico: da parte americana c’è la preoccupazione per l’eccessiva ingerenza esterna su una zona strategica e, al contempo, da parte europea vi è la volontà di contribuire ad affrontare questo problema. Per cui, è il sunto dell’analisi, si può e si deve trovare un punto di incontro tra Ue e Usa.
Un problema che investe, gioco forza, i destini europei per una serie di ragioni geopolitiche come emerso due giorni fa dalla presentazione da parte del governo di Roma del corposo documento programmatico sull’Artico, che vuole definire un percorso progettuale tramite il rafforzamento dell’impegno italiano nella regione. Sull’ipotesi di una possibile partecipazione militare italiana come segnale di unità con gli europei alla missione nell’isola Meloni fuga ogni dubbio: “Ora è prematuro parlarne perché sto lavorando per cercare di abbassare la tensione e di tornare al dialogo”.
Per questa ragione la premier ha parlato al telefono con Donald Trump (“al quale ho detto quello che penso”) e ho con il segretario generale della Nato (“che mi conferma un lavoro che l’Alleanza Atlantica sta iniziando a fare da questo punto di vista”). Ma non finisce qui, dal momento che ci sarà anche un contatto tra leader europei in occasione di una riunione a livello di Coreper dell’Unione europea. C’è anche spazio per una precisazione a uso interno quando Meloni spiega per l’ennesima volta che non c’è un problema politico con la Lega sui nuovi dazi annunciati da Trump contro i Paesi che hanno inviato truppe in Groenlandia.
Meloni cita la postura del premier finlandese, Alexander Stubb, che ha specificato come tra alleati serva dialogo e non pressioni. Il riferimento è alla necessità di un’azione coordinata dagli alleati al fine di ribadire “i principi dell’integrità territoriale e della sovranità”. La costante del ragionamento di Meloni tocca un caposaldo della strategia euro-atlantica, ovvero il ruolo della Nato: è solo quello “il luogo nel quale noi dobbiamo cercare di organizzare insieme strumenti di deterrenza verso ingerenze che possono essere ostili”. Il fatto che la Nato abbia cominciato a lavorare in tale direzione è certamente una buona notizia.


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Aumentare i dazi sarebbe “un errore“, ma tra Washington e Bruxelles c’è stato “un problema di comprensione e comunicazione“. La premier Giorgia Meloni torna a intervenire sul tema della Groenlandia e parlando coi giornalisti a Seul spiega di avere sentito Donald Trump proprio in queste ore, ovvero dopo l’annuncio da parte del presidente Usa di voler introdurre dazi al 10% per i Paesi europei che hanno deciso di inviare militari nell’Artico. Sull’argomento la stessa presidente del Consiglio ieri era rimasta tiepida: “Valutiamo la nostra presenza insieme agli alleati della Nato“. Mentre le altre cancellerie europee hanno risposto duramente a Trump: “Non ci faremo intimidire”, il messaggio di Berlino, Parigi e Stoccolma. Oggi è convocata una riunione di emergenza degli ambasciatori dei 27 Paesi dell’Unione Europea (l’inizio è previsto per le 17) proprio sul tema dell’isola danese e sulle sanzioni di Trump. Il governo italiano prova a mediare e già dal ministro della Difesa Guido Crosetto era arrivato un invito al dialogo e alla cautela.
È la linea ribadita stamani da Meloni. La premier precisa: “La previsione di un aumento di dazi nei confronti di quelle nazioni che hanno scelto di contribuire alla sicurezza della Groenlandia è un errore e non la condivido“. A suo avviso, c’è stato “un problema di comprensione e comunicazione” sull’iniziativa di alcuni Paesi Ue che non va letta in chiave “anti-americana“. Ma, avverte Meloni, bisogna “riprendere il dialogo ed evitare una escalation“. Da qui la sua telefonata a Washington. “Ho sentito il presidente Usa Donald Trump, gli ho detto quello che penso e mi pare fosse interessato ad ascoltare. E il segretario della Nato, Mark Rutte, che mi conferma che un lavoro che l’Alleanza sta iniziando a fare”, spiega la premier.
Meloni poi sottolinea: “Chiaramente nel corso della giornata sentirò anche i leader europei. Credo che in questa fase sia molto importante parlarsi ed evitare una escalation perché si può lavorare insieme per raggiungere un obiettivo che è utile e necessario“. Ma le tensioni tra Stati Uniti ed Europa restano alte, tanto che fonti informate vicine alla presidenza francese riferiscono come il presidente Emmanuel Macron sia pronto a chiedere l’attivazione dello strumento anticoercitivo dell’Ue in caso di nuovi dazi statunitensi. Macron è “mobilitato per coordinare la risposta europea alle minacce tariffarie inaccettabili formulate dal presidente Trump”, si apprende dall’entourage del presidente. Le stesse fonti precisano che Macron “sarà tutto il giorno in contatto con i suoi omologhi europei e chiederà, a nome della Francia, l’attivazione dello strumento anticoercitivo“. Secondo i più stretti collaboratori del presidente, “l’approccio americano pone la questione della validità dell’accordo sulle tariffe concluso l’estate scorsa dall’Unione europea con gli Stati Uniti”.
Ma a cosa sarebbe dovuta questa incomprensione tra le due sponde dell’Atlantico? “Condivido l’attenzione che la presidenza americana attribuisce, come ho detto molte volte, alla Groenlandia e in generale all’Artico, che è una zona strategica nella quale chiaramente va evitata una eccessiva ingerenza di attori che possono essere ostili“, spiega Meloni. Che però aggiunge: “Ma credo che in questo senso andasse letta la volontà di alcuni paesi europei di inviare le truppe, di partecipare, a una maggiore sicurezza, non nel senso di un’iniziativa fatta nei confronti degli Stati Uniti, ma semmai nei confronti di altri attori“. “Chiaramente – prosegue – mi pare che su questo ci sia stato un problema di comprensione e di comunicazione, per quello che mi riguarda continuo a insistere sul ruolo della Nato e la Nato è il luogo nel quale noi dobbiamo cercare di organizzare insieme strumenti di deterrenza verso ingerenze che possono essere ostili in un territorio che è chiaramente strategico”.
Se la premier Meloni ha definito comunque “un errore” i dazi annunciati ieri da Trump, diversa è stata la posizione di una parte della maggioranza di centrodestra. Nello specifico la Lega, che in una nota ha parlato di “deboli d’Europa” che hanno la “smania” di inviare soldati e raccolgono i loro “frutti amari“, ovvero le sanzioni americane. A una domanda sull’argomento, Meloni ha minimizzato: “Non c’è un problema politico con la Lega su questo punto”.
L'articolo Groenlandia, Meloni: “L’aumento dei dazi Usa è un errore. Ho sentito Trump, va evitata una escalation. Incomprensione sull’invio di militari” proviene da Il Fatto Quotidiano.


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Depositi di gas sotterranei semivuoti, un inverno freddo, minacce tariffarie e la Delta Force statunitense: l’UE si ritrova inaspettatamente ad affrontare una “tempesta perfetta”.
Venerdì scorso, Donald Trump ha dichiarato che potrebbe imporre dazi sui prodotti provenienti da Paesi, compresi quelli europei, se questi si opporranno ai piani degli Stati Uniti di annettere la Groenlandia.
La Groenlandia, con una popolazione di poco più di 55.000 abitanti, ha promesso proteste in risposta alle pressioni di Washington. La Danimarca, che ha una regione autonoma che comprende l’isola più grande del mondo, rimane cupamente in silenzio, sperando nell’aiuto dei suoi alleati.
Nel frattempo, in Germania, Francia, Belgio, Londra e Stoccolma, si calcola nervosamente il costo di una guerra commerciale con l’America che non venga contestata (o non venga contestata). I dazi di Trump sono una cosa seria; finiranno subito nelle loro tasche.
Ma la cosa peggiore per l’Unione Europea è che Trump ha un altro asso nella manica, che può usare in qualsiasi momento. Anche senza ricorrere alle forze speciali Delta Force, famose in Venezuela.
Gli impianti di stoccaggio del gas in Europa si stanno svuotando: Paesi Bassi, Germania e Francia saranno i primi a congelare.L’UE è attualmente aiutata dal fatto che molte aziende ad alta intensità energetica hanno ridotto la produzione
Le dichiarazioni di Donald Trump sulla necessità di stabilire il controllo americano sulla Groenlandia non sono più percepite in Europa come un’eccentrica vanagloria politica. Diversi paesi della NATO – Germania, Francia e Paesi Bassi – hanno già schierato le loro truppe sull’isola. Anche l’Estonia minaccia di inviare diverse truppe, fino a 10.
Pubblicazioni e think tank occidentali sono sempre più concordi: anche se uno scenario militare in Groenlandia rimane improbabile, la logica della pressione statunitense sui suoi alleati è già stata messa in atto. E si basa meno sulla forza militare che sulla leva energetica, a cui l’Europa è significativamente più vulnerabile di quanto si creda comunemente.

Groenlandia
Di cosa ha bisogno Trump?
La Groenlandia è un elemento chiave del sistema americano di allerta precoce e di difesa missilistica. Ma, cosa ancora più importante per Trump, contiene potenzialmente significative riserve di terre rare, petrolio e gas, e controlla le rotte di navigazione artiche, la cui importanza sta crescendo con lo scioglimento dei ghiacci.
Il politologo francese Bertrand Badie , professore emerito presso l’Istituto di Studi Politici, sottolinea che la Groenlandia è diventata “un punto cruciale nella transizione dalla geopolitica classica alla geoeconomia artica”, dove le questioni di sovranità sono sempre più intrecciate con le risorse e la tecnologia. È in questo contesto che Trump definisce ancora una volta l’isola “vitale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”, collegandola al futuro sistema di difesa missilistica Golden Dome e alla strategia di contenimento di Russia e Cina.
Perché Trump non farà marcia indietro
Per Trump, la Groenlandia non è un oggetto di “acquisto” simbolico, ma uno strumento per dimostrare il dominio americano. La sua logica è articolata.
Il primo, militare, riguarda il controllo dell’Artico e il rafforzamento della difesa missilistica.
Il secondo, geoeconomico, riguarda l’accesso alle risorse e ai corridoi logistici.
Il terzo, politico, è la mobilitazione dell’elettorato attorno all’idea di un’“America dura”.
Il quarto, quello degli alleati, è una prova della lealtà dell’Europa.
Notizie sui media2
Gli analisti americani, citati dall’agenzia Anadolu, sottolineano che tale retorica confonde deliberatamente i confini di ciò che è accettabile, costringendo gli alleati a reagire e quindi a riconoscere l’asimmetria di potere.
Trump è temuto dalla Francia alla Svezia.
Formalmente, le capitali europee si sono schierate in difesa della sovranità della Danimarca. Tuttavia, dietro la retorica diplomatica si cela una crescente incertezza. Ad esempio, per Copenaghen, la questione della Groenlandia non è una questione geopolitica astratta, ma un attacco al modello stesso dello Stato danese.
Il politologo danese Ulrik Pram Gad dell’Istituto di studi internazionali osserva che la pressione degli Stati Uniti “mina il principio stesso dell’autonomia della Groenlandia, trasformandola in un oggetto di contrattazione tra grandi potenze”.
Allo stesso tempo, la Danimarca è oggettivamente incapace di difendere l’isola da sola, né militarmente né politicamente.
Anche altri paesi del Nord Europa temono di essere coinvolti in uno scontro diretto. L’esperto di sicurezza svedese Vilhelm Aggrell sottolinea che qualsiasi azione unilaterale degli Stati Uniti aumenterà inevitabilmente la militarizzazione della regione e renderà il Nord Europa una zona ad alto rischio.
Gli analisti dell’Istituto francese per le relazioni internazionali (IFRI) sottolineano che anche solo discutere la possibilità di annettere un territorio dell’Unione mina le norme che l’Europa considera da decenni il fondamento della sicurezza.
L’economista Jacques Sapir sottolinea che “il problema non è la Groenlandia in sé, ma il precedente: se gli Stati Uniti permettono una forte pressione sui propri alleati, l’autonomia strategica europea rimane una finzione”.

Corridoio artico
Guerra economica tra Stati Uniti ed Europa
L’Unione Europea sta valutando diverse misure, che vanno dalla pressione diplomatica a una presenza militare simbolica. Tuttavia, tutte queste misure sono più psicologiche che pratiche.
Il Ministro della Difesa italiano Guido Crosetto ha apertamente ridicolizzato l’idea di inviare un “mini-contingente” in Groenlandia. In altre parole, l’Europa sta dimostrando unità a parole, ma evitando qualsiasi azione che possa provocare una risposta degli Stati Uniti.
La ragione non è solo la debolezza militare. Come osserva il politologo brasiliano Uriel Araujo , l’Europa ha ridotto la quota di gas russo nel suo mix energetico. Tuttavia, questo non ha portato alla sovranità energetica. La nicchia lasciata libera è stata riempita dal GNL americano, più costoso e strettamente legato alle circostanze politiche. In altre parole, l’Unione Europea ha di fatto sostituito una forma di dipendenza con un’altra, con meno potere negoziale.
Le conclusioni di Araujo sono confermate dall’Osservatorio francese dei cicli economici (OFCE). Secondo il suo rapporto, gli impianti di stoccaggio del gas dell’UE sono pieni solo al 50-60%, nonostante un inverno insolitamente freddo. In questa situazione, Trump ha a disposizione una leva di pressione molto più efficace di dazi e tariffe: la gestione dei flussi di GNL.
Indignazione politica
Gli economisti svedesi e francesi concordano: gli Stati Uniti non hanno bisogno di imporre un embargo economico ai paesi che sostengono la Groenlandia. Una “soluzione di mercato” – dirottare le petroliere verso l’Asia, dove la domanda è costantemente elevata – è sufficiente. Anche 10-14 giorni di interruzioni, secondo le stime dell’OFCE, potrebbero causare uno shock dei prezzi, bloccare parte dell’industria europea e innescare una crisi politica in alcuni paesi.
L’economista danese Jeppe Jensen sottolinea: “A differenza della Russia, gli Stati Uniti non sono vincolati da impegni a lungo termine nei confronti dell’Unione Europea. Questo rende la leva energetica particolarmente pericolosa”.
Un anno fa, proprio a gennaio, accadde un episodio emblematico . Sette petroliere americane, dirette in Asia, dove i prezzi del GNL erano elevati, cambiarono rotta mentre erano ancora in mare e si diressero verso porti europei. (…….)
In questo contesto, si pone sempre più spesso una domanda scomoda per l’Europa: cosa fare se la crisi energetica coincidesse con un conflitto politico con gli Stati Uniti? Come osserva Araujo, Mosca potrebbe teoricamente offrire limitate forniture di gas a un prezzo scontato, non per altruismo, ma come mezzo per riguadagnare influenza. Un simile scenario sembrava impensabile fino a poco tempo fa, ma la realtà energetica lo sta rendendo un argomento di discussione anche in Germania. Non è un caso che Friedrich Merz abbia già ammesso che la “separazione del gas” con la Russia sia stata un errore strategico.
Berlino ora ammette che anche la chiusura delle centrali nucleari tedesche è stata un errore. E con quanta gioia la “verde” Annalena Baerbock parlò un tempo della fine delle centrali nucleari . Ma dov’è ora?
Fonte: Svpressa.ru
Traduzione: Sergei Leonov

Por Juan Manuel de Prada
Después de los fiascos de Irán (sin paliativos) y Venezuela (donde sólo ha podido ofrecer a su parroquia el absurdo secuestro de Maduro), a Trump le queda el premio de consolación de Groenlandia, que podría arramplar fácilmente. Pero, para lograrlo con el aplauso de la ‘opinión pública’, tendría que engañar a los progres con cualquier milonga que les haga morder el anzuelo: con Venezuela no le funcionó la milonga del narcotráfico, demasiado chapucera (sobre todo porque no se recató de disimular su avaricia petrolera); en cambio con Irán logró engañar a los progres maravillosamente, haciéndoles creer que la falsa bandera orquestada por el Mossad y la CIA era una revuelta espontánea de mujeres desmelenadas que prendían un cigarrillo con la efigie en llamas de un ayatolá. Sin esforzarse apenas, Trump logró que todos los progres descerebrados del planeta, que tanto gemían por la masacre de los palestinos, se convirtieran en aliados de Netanyahu contra el mayor –y casi único– aliado de los palestinos; y, todavía más grotesco, consiguió aparecer ante el mundo como un paladín del feminismo, deseoso de liberar a las mujeres de la tiranía. Pero los ayatolás resultaron unos tipos bragados que, a la postre, le aguaron la fiesta.
Ahora, con el premio de consolación de Groenlandia, se le ofrece a Trump una oportunidad inmejorable para meterse en el bolsillo a todos los progres descerebrados del planeta, si los embauca con la milonga adecuada. Puede, por ejemplo, decir que quiere mejorar las condiciones de vida de una minoría étnica tan maltratada como el pueblo esquimal. Pero aquí podría ocurrirle como a aquellas señoras danesas que montaron una comisión para mejorar las condiciones de vida misérrimas de los esquimales de Groenlandia y se enteraron de que Bertrand Russell acababa de llegar a Copenhague. Corrieron las señoras con mucho bamboleo de tetas al hotel donde paraba el célebre escritor y lo abordaron sin remilgos: «Queremos, milord –le dijeron–, dotar a estos pobres desgraciados que habitan Groenlandia de luz eléctrica. Son tan pobres que en invierno, a falta de todo alimento graso, tienen que comerse hasta las velas». A lo que Russell replicó: «Lamentable, desde luego. Pero, ¿cree usted que serán más felices si, en lugar de velas, tuvieran que comerse bombillas eléctricas?».
Camba contaba que un explorador de las regiones polares, deseando un día celebrar el cumpleaños de un amigo esquimal, le preparó una tarta en la que invirtió gran parte de sus provisiones, ensartándole luego unas velas, para que las soplase. Pero el esquimal, después de manifestar su gratitud y contento frotándose sus narices con las del explorador, se deshizo de la tarta, como si fuese un mero soporte, y se comió las velas una por una. Pues las velas, sean de esperma o de sebo (las de cera de abeja resultan, en cambio, un poco más indigestas), constituyen un bocado exquisito para los esquimales, sólo superado por el aceite de foca, del que se aseguran provisión durante el invierno organizando cacerías en kayak. Los esquimales adosan a su kayak un rollo de cordel resistente que termina fijado al arpón; y, cuando se acerca una foca, lanzan el arpón con la rapidez del rayo y dejan que la foca herida se sumerja bajo las aguas desliando cientos de metros de cordel hasta que al fin, desangrada y sin fuerzas para arrastrar el kayak, sale a la superficie de las aguas, con el arpón todavía clavado, para expirar en medio de una horrible agonía.
En la prohibición de la caza de las focas podría tener Trump una segunda causa para convencer a los progres de la conveniencia de arramplar con Groenlandia. Pero no creo que Trump resulte demasiado convincente en ese papel; así que, aun a riesgo de repetirse más que la fabada, debería ordenar a la CIA una operación de falsa bandera también en Groenlandia, agitando protestas de las mujeres esquimales contra el patriarcado opresor. Aunque los esquimales sean los hombres más cariñosos del mundo (si bien el aliento les huele fatal, por alimentarse de pescado crudo), la CIA puede inventar un ‘relato’ que luego regurgiten todos los medios de cretinización de masas, asegurando que, entre los esquimales, los padres venden a sus hijas por una jarra de grasa de foca y permiten que el marido les tunda las costillas a palos, en la intimidad del iglú conyugal. Toda esta intoxicación se puede complementar luego con la fotografía de una falsa esquimal (una vasca puede servir, pues el groenlandés suena como el euskera) que aparezca quemando la foto de un chamán sobre el fondo de un valle guipuzcoano. Y si algún suspicaz se atreve a cuestionar que un paisaje tan verde y frondoso pueda hallarse en una isla cubierta de hielo la mayor parte del año, se le recordará que Groenlandia significa ‘tierra verde’; lo cual, sin duda, es un magnífico chiste danés.
Por supuesto, si desea que la milonga cuaje, Trump deberá complementarla con leyes que desbaraten la convivencia de los esquimales. Así, por ejemplo, se les debe prohibir por ley utilizar su método tradicional para zanjar disputas conyugales, que consiste en que cada uno de los cónyuges enfrentados componga una canción sarcástica sobre el otro y ambos las canten en una reunión familiar, dejando que los asistentes decidan quién es el ganador y obligando al perdedor a pedir perdón. Una vez prohibido este método, las disputas conyugales se resolverán en un tribunal, donde los varones esquimales tendrán aún más difícil demostrar su inocencia que los españoles. Pues, cuando nieguen haber agredido a su mujer, el juez les dirá:
—Afirma usted que no es el autor del delito que se le imputa. ¿Podría, entonces, decirme lo que hizo la noche del 15 de abril al 15 de octubre?
Con noches tan largas como las groenlandesas no hay manera de que nadie pueda probar su inocencia. Groenlandia, a poco que Trump se esfuerce, podría ser el paraíso que lo reconcilie con los progres, más fachas que él.


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Le nuove minacce di dazi annunciate dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump in relazione alla Groenlandia aprono un nuovo fronte di tensione tra Washington e l’Europa, intrecciando commercio, sicurezza e sovranità territoriale, nel giorno in cui in Danimarca e nella stessa capitale del territorio preteso dal tycoon della Casa Bianca migliaia di manifestanti sono scesi in piazza. Al centro dello scontro c’è sempre l’isola artica, territorio autonomo del Regno di Danimarca, da settimane al centro delle dichiarazioni aggressive del leader americano, che torna a evocare l’ipotesi di una sua acquisizione da parte degli Stati Uniti. Trump ha annunciato l’introduzione, a partire dal 1° febbraio, di dazi del 10% contro otto Paesi europei – Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Olanda e Finlandia – accusati di aver “osato” inviare contingenti militari in Groenlandia. Le tariffe, secondo quanto scritto dal presidente su Truth, resteranno in vigore fino a quando non verrà raggiunto un accordo per «l’acquisto completo e totale della Groenlandia”. Bruxelles parla di “pericolosa spirale discendente”, Parigi, Berlino, Londra e gli paesi protestano.
Parole definite “inaccettabili” dal presidente francese Emmanuel Macron, che ha affidato a X una dura replica. “Le minacce tariffarie non hanno alcun posto in questo contesto – ha scritto –. Gli europei risponderanno in modo unito e coordinato se saranno confermate. Garantiremo il rispetto della sovranità europea”. Macron ha ribadito che la decisione francese di partecipare all’esercitazione militare avviata dalla Danimarca in Groenlandia resta ferma, perché “è in gioco la sicurezza nell’Artico e ai confini della nostra Europa”. Il capo dell’Eliseo ha collegato la vicenda groenlandese alla più ampia difesa del principio di sovranità nazionale, lo stesso che guida, ha ricordato, il sostegno all’Ucraina contro l’aggressione russa. “Nessuna intimidazione o minaccia può influenzarci”, ha concluso.
Anche dalla Svezia è arrivata una risposta netta. Il premier Ulf Kristersson ha respinto ogni pressione americana, sottolineando che “solo Danimarca e Groenlandia decidono le questioni che le riguardano” e definendo la vicenda “una questione europea”. “Non ci lasceremo intimidire”, ha dichiarato. Più prudente, ma sulla stessa linea di coordinamento comunitario, la posizione della Germania. Il governo federale, ha fatto sapere il portavoce della cancelleria Stefan Kornelius, “è in stretto contatto con i partner europei” e valuterà insieme a loro “le risposte adeguate al momento opportuno”.
La minaccia del presidente Usa Donald Trump di imporre dazi alle nazioni europee che non gli permetteranno di acquisire la Groenlandia “arriva come una sorpresa“, ha detto il ministro degli Esteri danese, Lars Lokke Rasmussen, in una dichiarazione inviata all’Afp. “Lo scopo della maggiore presenza militare in Groenlandia, a cui fa riferimento il presidente, è proprio quello di migliorare la sicurezza nell’Artico”, ha detto Rasmussen. “Siamo in stretto contatto con la Commissione Europea e gli altri nostri partner sulla questione”, ha aggiunto. Pochi giorni fa Rasmussen ha partecipato a colloqui alla Casa Bianca sulla Groenlandia.
“L’integrità territoriale e la sovranità sono principi fondamentali del diritto internazionale. Sono essenziali per l’Europa e per la comunità internazionale nel suo complesso. I dazi doganali comprometterebbero le relazioni transatlantiche e rischierebbero di innescare una pericolosa spirale discendente. L’Europa rimarrà unita, coordinata e impegnata a difendere la propria sovranità” dichiarano in una nota congiunta Antonio Costa e Ursula von der Leyen. “Abbiamo costantemente sottolineato il nostro interesse transatlantico condiviso per la pace e la sicurezza nell’Artico, anche attraverso la Nato. L’esercitazione danese pre-coordinata, condotta con gli alleati, risponde alla necessità di rafforzare la sicurezza nell’Artico e non rappresenta una minaccia per nessuno. L’Ue è pienamente solidale con la Danimarca e il popolo della Groenlandia. Il dialogo rimane essenziale e siamo impegnati a portare avanti il processo avviato già la scorsa settimana tra il Regno di Danimarca e gli Stati Uniti”. “Il Ppe è favorevole all’accordo commerciale UE-USA, ma, viste le minacce di Donald Trump sulla Groenlandia, l’approvazione non è possibile in questa fase. I dazi dello 0% sui prodotti statunitensi devono essere sospesi” scrive su X il presidente del gruppo Ppe al Parlamento europeo, Manfred Weber.
L’Italia, pur avendo firmato la dichiarazione europea a sostegno della sovranità danese, non figura tra i Paesi colpiti dalle tariffe. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha chiarito che Roma si muoverà esclusivamente in ambito Nato. Sul fronte interno, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha espresso preoccupazione per l’escalation, criticando l’idea di “fare il tifo” per l’indebolimento economico degli alleati. “In un mondo che torna alla logica dell’ognuno per sé o della potenza militare – ha scritto su X – noi non siamo un vaso di ferro. Serve dialogo e buon senso”. Il riferimento è alla dichiarazione del senatore della Lega, Claudio BorghI “Vado a festeggiare i dazi di Trump alla Francia e alla Germania”.
L'articolo Groenlandia – Parigi, Berlino e Stoccolma contro i nuovi dazi di Trump: “Non ci faremo intimidire”. Ue: “Spirale discendente” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Prima la minaccia, adesso arriva l’annuncio. Donald Trump conferma che dal primo febbraio gli Stati Uniti imporranno dazi del 10% a Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda e Finlandia per tutte le merci spedite negli Usa. “Potrei imporre dazi doganali ai paesi ostili” al piano americano sulla Groenlandia, aveva anticipato ieri Trump. E oggi passa ai fatti. “Si sono recati” sull’isola “per scopi ignoti“, scrive su Truth social il presidente Usa facendo riferimento all’invio di personale militare da parte di diversi Paesi europei: “Stanno giocando a questo gioco molto pericoloso. Hanno messo in gioco un livello di rischio che non è sostenibile“, avverte. Tra i Paesi europei citati da Trump non c’è l’Italia che non ha inviato nessun militare: opzione non esclusa ma solo se prevista in ambito Nato, ha sottolineato la premier Giorgia Meloni.
“Dal primo giugno 2026 queste tariffe saliranno al 25%“, rimarca Trump sottolineando che i dazi “saranno dovuti e pagabili fino al momento in cui sarà raggiunto un accordo per l’acquisto completo e totale della Groenlandia“. “Gli Stati Uniti cercano di concludere questa transazione da oltre 150 anni“, continua il tycoon: “Molti presidenti ci hanno provato, e per buoni motivi, ma la Danimarca ha sempre rifiutato. Ora, a causa della Cupola Dorata e dei moderni sistemi d’arma, sia offensivi che difensivi, la necessità di acquisirla è particolarmente importante”.
“Oggi siamo in Paraguay in un momento storico, felice e importante. Siamo qui non solo per firmare l’accordo per la più grande zona economica del mondo ma anche per lanciare un messaggio chiaro: non servono conflitti ma pace e cooperazione. Per quanto riguarda l’annuncio di Trump, posso dire che l’Ue sarà sempre molto ferma nella difesa del diritto internazionale, ovunque a ancor di più nel suo territorio. A questo proposito sto coordinando una risposta congiunta degli Stati membri su questo tema”, ha replicato il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa.
Il presidente Usa si rivolge anche direttamente alle autorità di Copenaghen, dove oggi sono scesi in piazza contro Trump migliaia di cittadini (così come nella stessa Groenlandia): “Abbiamo sovvenzionato la Danimarca, e tutti i Paesi dell’Unione Europea e altri ancora, per molti anni, non applicando dazi o altre forme di remunerazione. Ora, dopo secoli, è tempo che la Danimarca ricambi il favore: è in gioco la pace mondiale“. Secondo Trump, “Cina e Russia vogliono la Groenlandia e non c’è nulla che la Danimarca possa fare al riguardo”. Il presidente Usa ha ribadito inoltre che l’isola dispone attualmente di “due slitte trainate da cani come protezione, una delle quali è stata aggiunta di recente”. “Solo gli Stati Uniti d’America, sotto la guida del presidente Donald J. Trump, possono partecipare a questo gioco, e con grande successo”, ha proseguito il capo della Casa Bianca, aggiungendo che “nessuno toccherà questo sacro pezzo di terra“, soprattutto perché “è in gioco la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e del mondo intero”.
L'articolo Trump annuncia dazi al 10% per i Paesi europei che hanno inviato militari in Groenlandia: “Da loro gioco pericoloso” proviene da Il Fatto Quotidiano.
La sicurezza dell’Artico e le minacce di Trump di prendersi la Groenlandia anche con la forza scopre un fronte fino a quel momento marginale per l’Europa centrale. La Polonia ha risposto in maniera più energica alla provocazione di Washington. Tuttavia, la cautela delle altre cancellerie centroeuropee vanifica un possibile contributo subregionale alla sicurezza artica.
L’Artico è il leitmotiv geopolitico che sta caratterizzando l’inizio del 2026 nonché l’ennesima sfida per la coesione euro-atlantica lanciata dal presidente USA, Donald Trump. In Europa, l’evento sta alzando un moto di solidarietà nei confronti della Danimarca che si traduce concretamente nel rinnovamento della presenza militare in Groenlandia. Il vertice statunitense-danese di Washington dello scorso 14 gennaio scorso indica che la questione è destinata a rimanere aperta ancora a lungo.
In questo scenario, il Gruppo di Visegrád (V4) — il forum centroeuropeo formato da Slovacchia, Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca — appare come un attore geograficamente distante e strategicamente impegnato – spesso a dividersi — su altri teatri, in primis quello ucraino. Ciononostante, i membri del Gruppo mostrano alcuni segnali che confermano le tendenze divisive preesistenti all’interno del formato V4. Varsavia emerge come l’attore più attivo sulla scena mentre le altre cancellerie, per motivi diversi, si defilano dalla questione. Pur non essendoci un documento definisca una Arctic policy centroeuropea, l’assenza di una postura V4 riflette coerentemente la complessità e la sporadicità con cui questi Paesi si affacciano alla sicurezza artica.
La posizione polacca
Varsavia si è dimostrata il membro V4 più attivo sulla questione groenlandese accodandosi in maniera attiva alla posizione europea. Da subito, il Primo Ministro (PM) polacco, Donald Tusk, ha avvisato che l’Unione europea (Ue) è tenuta ad unirsi nel sostegno a Copenaghen. Il Paese ha firmato congiuntamente con gli alleati europei la “Dichiarazione congiunta sulla Groenlandia” nella quale si afferma che l’Artico sia una questione di sicurezza collettiva dentro la NATO ribadendo con forza il principio di sovranità della Danimarca e della Groenlandia sul territorio. Il 7 gennaio, il ministro degli affari esteri, Radosław Sikorski, ha ribadito il concetto durante un incontro con gli omologhi francese, tedesco ed indiano a Parigi dove ha ricordato che le questioni territoriali, negli USA, sono decise in ultima istanza dal Congresso. Al contempo, Sikorski ha sostenuto la linea del suo omonimo francese, Jean-Noël Barrot per cui Parigi, Berlino e Varsavia elaboreranno una risposta congiunta alle mire di Trump che verrà poi estesa a livello europeo.
All’atto pratico, tuttavia, la posizione polacca risente della difficile coabitazione tra governo e Presidente della Repubblica, espressione di schieramenti politici contrapposti. Il Presidente polacco, Karol Nawrocki, ha mantenuto una posizione più cauta sollecitando una soluzione diplomatica che si svolga dentro il framework della NATO. Nei giorni successivi, la posizione di Nawrocki si è indurita arrivando ad affermare in un’intervista alla BBC Radio Four che la Polonia (e gli europei) debbano rimanere fuori dalla questione groenlandese affermando che sia solo un affare tra Copenaghen e Washington. Tale posizione rappresenta un ostacolo all’azione del governo, che evita fughe in avanti per scongiurare i veti, limitando tuttavia la propria capacità di tradurre il sostegno in azioni rilevanti. Ad esempio, Tusk ha negato la possibilità di qualsiasi coinvolgimento militare polacco in Groenlandia, scelta che cozza con le decisioni di altre cancellerie europee di rafforzare la presenza nell’Artico.
L’interesse della Polonia verso la regione polare non è frutto della contingenza attuale ma è un interesse di lungo periodo. La presenza polacca è stata per lungo tempo di carattere scientifico ma si è sviluppato a livello strategico dopo la Guerra Fredda a partire dall’acquisizione dello status di osservatore permanente presso il Consiglio Artico nel 1998. Ad oggi, la Polonia è l’unico Paese V4 a godere di questo status permettendole di partecipare ai vertici regionali. Lo sforzo diplomatico è andato definendosi nel tempo e le sue coordinate si sono strutturate in due documenti chiave: la “Strategia della ricerca polare polacca 2017-2027”, elaborato dall’Accademia delle Scienze della Polonia e il Polish Polar Policy del 2020 redatto dal ministero degli esteri. Quest’ultimo definisce quattro priorità strategiche: garantire la partecipazione attiva e l’influenza politica di Varsavia nella regione tramite diplomazia pubblica, scientifica ed economica; rafforzamento della ricerca scientifica polacca; coordinamento degli sforzi per la regione con altre politiche e strategie nazionali; e mantenere costante l’attività delle analisi delle attività socio-politiche. A queste si aggiungono obiettivi specifici quali la tutela ambientale e la valorizzazione della diaspora polacca nei Paesi della regione artica.
Cautele centroeuropee
L’attivismo polacco rappresenta un’eccezione nella realtà del Gruppo in quanto Slovacchia, Ungheria e Repubblica Ceca non hanno aderito alla Dichiarazione congiunta mantenendo una linea più neutra. Le motivazioni, come il grado di coinvolgimento nella regione artica, differiscono tra loro ma tutte condividono un elemento comune, il timore di innervosire Washington.
La postura di Praga assomiglia a quella polacca in quanto essa risente di una coabitazione politica antagonista tra governo e Presidente della Repubblica. Da un lato, il governo sovranista del neo PM, Andrej Babiš, si è distanziato dalla questione. In particolare, il ministro degli esteri, Petr Macinka, ha incontrato l’ambasciatore statunitense in Repubblica Ceca, Nicholas Merrick, e il suo vice, David Wisner con cui si è registrata una sostanziale convergenza tra Washington e Praga. Dall’altro lato, Petr Pavel, Presidente della Repubblica ed esponente dell’attuale opposizione, ha espresso vicinanza alla Danimarca invitando ad aderire alla Dichiarazione congiunta, invito rimasto disatteso. L’indirizzo di Pavel risulta più vicino al mainstream della strategica artica ceca basata sul coordinamento con l’Unione europea e sulla costruzione di relazioni scientifiche e diplomatiche con i partner euro-atlantici, finalizzate all’ottenimento dello status di osservatore presso il Consiglio Artico. Le azioni dell’esecutivo, quindi, sconfessano questa linea a favore di una vicinanza agli USA.
Bratislava e Budapest, invece, non hanno interessi strategici significativi nella regione che riflette la scarsa tradizione scientifica dei due Paesi. Ciononostante, non sono completamente fuori dalla partita. Il PM ungherese, Viktor Orbán, ha invitato le parti a discutere della questione groenlandese all’interno della NATO. Tale linea è una versione più morbida delle parole, dette a gennaio 2025, dal ministro degli esteri di Budapest, Péter Szijjártó, il quale sminuiva le parole di Trump sulla Groenlandia. A Bratislava, solo il ministro degli affari esteri, Juraj Blanár, si è esposto sulla vicenda mostrando solidarietà a Copenaghen tramite una telefonata all’omologo danese, Lars Løkke Rasmussen. Di contro, il PM slovacco, Robert Fico, non si è ancora ufficialmente esposto sulla vicenda.
Il distacco dell’Ungheria e della Slovacchia, manifestato dalla loro non partecipazione alla Dichiarazione congiunta, è strumentale alla loropolitica di non allineamento alle posizioni europee sulle questioni di sicurezza internazionale. Lo scopo è duplice: ottenere credito presso Washington da spendere sulle discussioni diplomatiche riguardanti il conflitto in Ucraina, confermando il loro ruolo di attori destabilizzanti dentro l’Ue, e disimpegnarsi dalle faccende internazionali a favore di questioni domestiche che siano elezioni (Ungheria) o crisi di consensi (Slovacchia).
Perciò, la frammentazione V4 sulla Groenlandia rappresenta un nuovo capitolo della paralisi che caratterizza il Gruppo. Nonostante il tema della sicurezza artica sia marginale nella sicurezza centroeuropea, l’incapacità di formulare una prospettiva sub-regionale compromette ulteriormente la rilevanza come attore geopolitico. Nei fatti, i V4 stanno dissipando nuovamente il potenziale di essere una voce dialogante dentro un legame euro-atlantico più che mai fragile.
Pare opportuno che una riflessione sui fatti del Venezuela debba andare ben oltre la classica visione del “giardino di casa” che per più un secolo ha ben dimostrato la natura degli interessi del capitalismo statunitense e le azioni a difesa dei suoi investimenti nel continente Sud Americano. Le vicende venezuelane non riguardano solo i rapporti tra nord e sud America, ma devono essere valutati per il loro impatto globale. Intervenire a Caracas in realtà nasconde l’intenzione di colpire molto più lontano; il vero obiettivo è ben più consistente che non un “caudillo” sudamericano, i veri scenari in gioco si trovano a migliaia di chilometri di distanza. Nel marzo dello scorso anno un articolo pubblicato sul n. 6 di Umanità Nova esponeva delle considerazioni sull’importanza strategica dell’area artica e sull’interesse che in quel momento l’amministrazione statunitense aveva pubblicamente manifestato per la regione. Interesse oggi rinnovato con forza da Trump e riproposto proprio a ridosso dall’intervento militare nel Venezuela, suscitando clamore e preoccupazione in campo internazionale. Quanto osservato quasi un anno fa sulle colonne di U.N. costituisce ancora oggi materiale più che attuale per le analisi geoeconomiche e geopolitiche relativamente agli interessi statunitensi legati alle nuove rotte artiche, alle materie prime rare e alla posizione strategica della piattaforma groenlandese e canadese per le intercettazioni dei missili nucleari. Tuttavia riproporre la questione del controllo dell’Artico in concomitanza con l’operazione scattata in Venezuela non è una semplice coincidenza. Il blitz militare in Venezuela non è “solo” una dimostrazione della volontà di espansione della potenza statunitense, come è stato comunemente interpretato dai media, ma un’azione che si collega a scenari più ampi.
Cerchiamo di procedere con ordine. Innanzitutto è bene sottolineare che la questione del narcotraffico è del tutto fuorviante ed ha solo un fondamento propagandistico. L’operazione in Venezuela è stata derubricata ad intervento di polizia internazionale contro il narcotraffico con il pretesto della difesa dell’interesse nazionale, evitando in tal modo il necessario passaggio al Congresso per l’autorizzazione di operazioni belliche extraterritoriali. Soprattutto si è collaudata una scorciatoia per eventuali successive ad analoghe operazioni, quali potrebbero essere eventuali interventi in Colombia o a Cuba (anche se in questo caso è probabile che l’opzione possa cadere più su azioni di destabilizzazioni interne che su interventi diretti). Tale scelta per un sistema democratico liberale, sia pur presidenziale, come quello statunitense, da un punto di vista politico è estremamente pericolosa, poiché espone al totale arbitrio dell’esecutivo, cioè del Presidente, con la possibilità del replicarsi di interventi militari mascherati da operazioni di polizia a difesa dell’interesse nazionale. Da ricordare, tra l’altro, che vicende come quella libica, irachena e afghana, dove è stato abbattuto un regime e spesso un dittatore ostile, simbolo internazionale dell’opposizione alla politica statunitense, hanno nel tempo innescato uno scenario nettamente peggiore del precedente, ben più complicato anche per gli stessi interessi americani, dove spesso gli U.S.A. sono risultati alla lunga perdenti. Abbattuto con successo e clamore mediatico il “dittatore”, sottoposto alla gogna di un “processo democratico” il nemico di sempre, si scopre poi, a giustizia eseguita, che ha lasciato in eredità un vuoto politico e sociale assoluto che viene inesorabilmente riempito da una miriade di improvvisati “capibanda” e “milizie”, di fatto una frantumazione. L’ attuale Libia ne è l’eclatante esempio, con una situazione che rende anche gli stessi interessi americani difficili da difendere e sottoposti a continue negoziazioni.
Vedremo presto se la situazione venezuelana riproduce scenari simili. Intanto, per comprendere quanto sta avvenendo, bisogna superare la lettura più banale e andare oltre l’orizzonte strategico del “giardino di casa”, cercando di comprendere le conseguenze internazionali di quanto accaduto a Caracas. Innanzitutto occorre ampliare lo sguardo alla posizione che la Cina occupa nell’economia globale e soprattutto alla dimensione economica che potrebbe raggiungere Pechino se ai livelli attuali dovesse aggiungere i vantaggi logistici commerciali delle nuove rotte artiche.
In questa prospettiva dichiarazioni di Trump, come “la Groenlandia ci serve per la sicurezza nazionale”, trovano reale fondamento e non possono che abbinarsi all’operazione venezuelana. Ambedue gli obiettivi si basano infatti sulla comune volontà di togliere energia alla macchina produttiva cinese, il vero competitor del capitalismo statunitense. In quest’ottica per gli USA è importante gestire direttamente la più grande riserva petrolifera mondiale, il Venezuela, e sovrintendere al contempo alle rotte artiche, la via più breve e sicura per il transito delle merci cinesi e orientali in genere. In sintesi, controllare le più grandi riserve petrolifere mondiali, quelle venezuelane, e controllare quella che sarà una delle vie logistiche più importanti del commercio globali tra Est ed Ovest, l’Artico.
È evidente che l’operazione anti Maduro ha per scopo lo sfruttamento delle maggiori riserve petrolifere mondiali, quali sono attualmente quelle venezuelane; e d’altra parte Trump stesso ha affermato che le industrie statunitensi estrarranno direttamente in loco. Quindi la posta in gioco è il possesso materiale di quello che sarà disponibile in futuro e l’obiettivo preciso dell’operazione è quello di mettere un freno all’espansionismo della macchina produttiva cinese e della sua influenza commerciale globale. Mettere sotto controllo le future rotte artiche, che avvantaggiano in prima battuta il commercio cinese, diventa dunque una priorità geostrategica. Va da sé che un’eventuale “operazione Groenlandia” non godrebbe dei vantaggi mediatici e propagandistici di quella anti Maduro, ma andrebbe incontro a evidenti, contraddizioni geopolitiche. Si tratterebbe infatti di una prima violazione territoriale interna alla NATO, di non facile soluzione e non sicuro gradimento da parte dell’opinione pubblica occidentale.
Al momento è incontestabile la supremazia militare statunitense, ma gli indubbi progressi tecnologici e scientifici cinesi, pur non consentendoci di fare previsioni, rendono altamente probabili, in tempi non lunghissimi, la possibilità di colmare il gap tra Cina ed USA. La questione di fondo è che Pechino ha un passo più veloce nell’innovazione: è qui che in sostanza il capitalismo mondiale prenderà le misure sul ruolo che i singoli paesi avranno nello scacchiere mondiale. Oggi la competizione sul mercato globale viene giocata da due competitori. Da una parte, Trump si presenta sulla scena con l’imposizione dei dazi, la politica delle cannoniere, ma soprattutto con il taglio dei finanziamenti pubblici alle sue migliori università; ostacola fortemente gli ambienti e le menti che dovrebbero essere protagoniste dell’intellighenzia, della ricerca, sia che si tratti di stranieri o di connnazionali non “allineati” alla sua politica, rinnegando il principio sacro del capitalismo secondo cui prima di tutto c’è il business, prima devi dimostrare di saper guadagnare, poi puoi dirmi come la pensi. Dall’altra parte, Pechino mostra un’altra faccia: un sistema scolastico ferocemente selettivo, che sceglie le “sue menti migliori”, le mette al servizio dello Stato e delle sue classi dirigenti impegnate in uno sfruttamento senza precedenti, vincendo la sfida per l’innovazione ed il futuro. Il capitalismo cinese è più pragmatico, lo ha imparato da millenni. Durante il “grande balzo” Deng Xiao Ping, il padre della Cina moderna, rispolverò l’antico detto mandarino, oggi più che mai attuale: “non importa che il gatto sia bianco o nero, l’importante è che acchiappi il topo”. Il che significa che gli affari si concludono con tutti i governi o gli interlocutori privati, il cui colore non interessa, perché l’importante è che l’affare vada a buon fine. Purtroppo chi paga il conto sono sempre gli sfruttati, e l’aguzzino è sempre lo Stato
Daniele Ratti
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Il dossier Groenlandia si conferma anche nel 2026 come uno dei principali fattori di attrito
nelle relazioni tra Stati Uniti ed Europa. Negli ultimi mesi, infatti, la pressione esercitata
dall’amministrazione Trump su questo fronte si è ulteriormente intensificata, con il ricorso a
una retorica sempre più assertiva da parte della Casa Bianca. L’obiettivo proclamato è
l’acquisizione dell’isola, parte integrante del Regno di Danimarca, al fine di rafforzare la
posizione strategica americana nell’Artico.
Tale atteggiamento ha suscitato crescente preoccupazione tra gli alleati europei, a partire da Copenaghen, sia per la messa in discussione dell’integrità territoriale danese sia, più in generale, per le potenziali ripercussioni dell’approccio di Washington sulla coesione dell’alleanza transatlantica.
L’incontro tenutosi a Washington il 14 gennaio tra rappresentanti statunitensi, danesi e groenlandesi non ha prodotto risultati risolutivi, confermando la persistenza di significative divergenze tra le parti. Gli Stati Uniti, infatti, hanno ribadito il proprio interesse a rafforzare l’influenza sulla Groenlandia, mentre la Danimarca non ha ottenuto rassicurazioni e non è riuscita a smussare la posizione degli interlocutori americani.
Al contempo, Copenaghen e alcuni alleati europei hanno annunciato una rinnovata presenza militare sull’isola, destinata a concretizzarsi con effetto immediato. Da un lato, dunque, la Danimarca manda un segnale a Washington sul proprio impegno a tutelare la sicurezza della Groenlandia, rispondendo così a uno dei temi della retorica di Trump utilizzato per legittimare le pretese americane sull’isola (con riferimento alla presunta inadeguatezza dello sforzo danese volto a salvaguardare sicurezza la Groenlandia); dall’altro, anche gli alleati europei compiono un salto di qualità nella loro postura rispetto al dossier in questione, aggiungendo al supporto diplomatico a Copenaghen e all’integrità territoriale danese una presenza militare concreta sul terreno. Parallelamente, le cancellerie europee hanno cercato di mantenere aperti i canali di dialogo con Washington, nel tentativo di scongiurare una crisi irreversibile e di individuare soluzioni condivise capaci di garantire sicurezza, stabilità e rispetto delle regole nell’Artico.
Il vertice USA-Danimarca e la risposta europea
L’incontro tenutosi a Washington tra i rappresentanti statunitensi e danesi–groenlandesi, che ha visto la partecipazione, da un lato, del vicepresidente J.D. Vance e del segretario di Stato Marco Rubio e, dall’altro, del ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen e della ministra degli Esteri groenlandese Vivian Motzfeldt, non ha prodotto risultati risolutivi. Al termine dei colloqui, Rasmussen ha riconosciuto l’esistenza di “disaccordi fondamentali” tra le parti, ammettendo il fallimento del tentativo di smussare la posizione americana. In particolare, il capo della diplomazia danese ha affermato che “è chiaro che Trump intende prendere possesso della Groenlandia”, pur sottolineando come una simile prospettiva appaia “non necessaria” alla luce della già consolidata presenza militare statunitense sull’isola.
Nelle stesse ore, la Danimarca e alcuni Paesi europei hanno annunciato l’intenzione di rafforzare la presenza militare in Groenlandia. Il Ministero della Difesa di Copenaghen, proseguendo sulla linea del potenziamento avviato già nel 2025, ha comunicato l’avvio di una nuova fase di dispiegamento di forze, in particolare in vista dell’esercitazione militare Arctic Endurance. Questa nuova presenza si concretizzerà principalmente attraverso l’invio di aerei, navi e soldati, accompagnate da unità di Paesi alleati appartenenti alla NATO. Tali forze saranno impiegate per intensificare la sorveglianza dei siti considerati più sensibili e per fornire assistenza alle autorità locali, comprese quelle di polizia. Secondo quanto dichiarato dal ministro Poulsen, nel corso delle prossime settimane verranno studiate, insieme agli alleati europei, ulteriori misure operative volte a incrementare la presenza danese ed europea nella regione artica, con l’obiettivo di rafforzare la difesa e la sicurezza della Groenlandia. La ministra degli Esteri groenlandese Motzfeldt, a sua volta, ha ribadito che la tutela della sicurezza dell’isola rappresenta una “priorità fondamentale” per il governo di Nuuk e ha accolto positivamente la messa a punto di una presenza militare europea.
La Germania, in questo contesto, ha fin da subito assunto un ruolo attivo annunciando l’invio, dal 15 al 17 gennaio, di una squadra di ricognizione composta da tredici unità. Questo gruppo è stato incaricato di esplorare e valutare le condizioni necessarie per un eventuale contributo militare tedesco a supporto della Danimarca nell’isola, con particolare attenzione al settore della sorveglianza marittima. Tale passo rappresenta un primo segnale concreto di coinvolgimento tedesco nella difesa della regione artica e nella tutela dell’integrità territoriale danese.
Anche la Francia ha confermato la propria partecipazione. Il Presidente Emmanuel Macron ha annunciato l’invio immediato di un primo gruppo di truppe, preannunciando l’aggiunta di ulteriori unità in seguito. Nei mesi scorsi, Parigi aveva già assunto una postura diplomatica chiara con riguardo al dossier groenlandese: nell’aprile 2025, infatti, Parigi e Copenaghen avevano siglato una Partnership Strategica che, tra l’altro, riaffermava l’importanza del rispetto dell’integrità territoriale degli Stati, anche alla luce delle dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia espresse fin dai primi mesi del suo secondo mandato. Più recentemente, la decisione di aprire un consolato francese in Groenlandia, prevista per il 6 febbraio, conferma la volontà di rafforzare anche sul piano politico e diplomatico il ruolo di Parigi nella regione.
La Svezia, attraverso l’annuncio del primo ministro Ulf Kristersson, ha confermato la propria partecipazione alla missione congiunta, dimostrando la compattezza dei partner nordici ed europei. È previsto, infatti, anche il coinvolgimento della Norvegia, mentre la Finlandia, tramite il ministro degli Esteri Elina Valtonen, ha dichiarato di aver ricevuto una richiesta formale in questo senso e che sono in corso le valutazioni su una possibile partecipazione. Per il resto, fonti internazionali, tra cui POLITICO, riportano inoltre la possibilità che anche Paesi Bassi e Canada aderiscano all’iniziativa, ampliando ulteriormente il fronte degli attori coinvolti.
Nel complesso, la reazione europea alla crisi groenlandese si sta configurando come un’azione congiunta e rapida, anche se dalla portata numerica per il momento limitata, incentrata sulla difesa dell’integrità territoriale della Danimarca e sulla riaffermazione del ruolo collettivo della NATO nella sicurezza della regione artica.
Europa, Groenlandia e USA: prospettive e divergenze
La posizione della Danimarca e dell’Unione Europea di fronte agli eventi in corso si caratterizza per una crescente preoccupazione rispetto all’escalation retorica e politica proveniente da Washington. La premier danese Mette Frederiksen ha dichiarato che un’eventuale acquisizione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti rappresenterebbe una minaccia di portata sistemica, tale da mettere in discussione non solo l’integrità territoriale del Regno di Danimarca, ma anche la stessa tenuta della NATO e, più in generale, l’architettura di sicurezza internazionale consolidatasi nel secondo dopoguerra.
Tali timori hanno trovato conferma anche presso volti di primo piano dell’UE, tra i quali il Presidente del Consiglio europeo António Costa e il Commissario europeo per la Difesa Andrius Kubilius, che hanno ribadito la centralità del rispetto del diritto internazionale con riguardo alle mire espresse da Washington.
In questa direzione si colloca anche la “Dichiarazione congiunta sulla Groenlandia” del 6 gennaio, firmata dai leader di Danimarca, Francia, Germania, Regno Unito, Italia, Polonia e Spagna, nella quale si afferma che la sicurezza della Groenlandia deve essere garantita collettivamente nell’ambito della NATO, nel rispetto della volontà della popolazione locale e in piena coerenza con i principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, in particolare quelli relativi alla sovranità, all’integrità territoriale e all’inviolabilità dei confini.
Allo stesso tempo, secondo quanto riportato da POLITICO, i leader dell’Unione Europea starebbero esplorando soluzioni volte a ridimensionare i toni e la portata delle mire espresse da Donald Trump. Tra le opzioni prese in considerazione figurano sia un rafforzamento della presenza NATO nell’Artico, di cui il dispiegamento delle forze europee costituirebbe una prima manifestazione, sia possibili concessioni agli Stati Uniti in ambito economico, in particolare nel settore dell’estrazione mineraria. Tale approccio segnala il tentativo europeo di privilegiare la conciliazione e la gestione negoziale della crisi, così come di scongiurare una svolta negativa e un contrasto aperto con Washington.
Il governo groenlandese, da parte sua, ha inquadrato la situazione in corso come una vera e propria “crisi geopolitica”. In questo contesto, il governo di Nuuk, verso il quale le capitali europee e la stessa UE hanno a più riprese espresso solidarietà e sostegno, ha assunto una posizione chiara: il 13 gennaio, il premier Jens-Frederik Nielsen, nel corso di una conferenza stampa congiunta con la premier danese Frederiksen, ha ribadito la volontà di appartenere al Regno di Danimarca, respingendo al contempo in modo esplicito qualsiasi ipotesi di assoggettamento agli Stati Uniti o di integrazione nel territorio americano.
Dal punto di vista statunitense, infine, il presidente Donald Trump ha giustificato la necessità di acquisire la Groenlandia presentandola come un tassello fondamentale del progetto “Golden Dome”, inserendo la questione all’interno di una narrativa di sicurezza nazionale. Secondo Trump, un mancato controllo americano dell’isola aprirebbe la strada a una possibile penetrazione strategica di Russia e Cina nella regione artica, con conseguenze potenzialmente negative per gli interessi di sicurezza degli Stati Uniti.
La natura particolarmente assertiva dell’approccio americano è stata descritta in termini espliciti nell’Intelligence Outlook pubblicato nel dicembre 2025 dai servizi danesi. Nel documento si afferma che gli Stati Uniti stanno facendo ricorso, anche nei confronti dei propri alleati, al proprio potere economico e politico per imporre le proprie posizioni, per esempio attraverso la minaccia dell’imposizione di dazi sui beni esportati, e che non escludono più, almeno a livello teorico, neppure il ricorso alla forza militare.
In linea con questa impostazione, Trump ha dichiarato di voler valutare “tutte le opzioni” per assumere il controllo della Groenlandia, senza escludere apertamente l’impiego della forza. Tra le ipotesi ventilate figura anche quella dell’acquisizione dell’isola attraverso un esborso economico: secondo quanto riportato da Reuters, l’eventualità di un pagamento diretto ai residenti sarebbe stata presa in considerazione a Washington, confermando l’intenzione dell’amministrazione americana di esplorare ogni possibile strada per raggiungere l’obiettivo prefissato.
Quali implicazioni per i rapporti Europa-America?
Il dossier groenlandese si configura oggi come uno dei principali banchi di prova per la solidità delle relazioni transatlantiche. La crescente assertività statunitense nei confronti dell’isola, giustificata in nome di imperativi di sicurezza nazionale e della competizione con Russia e Cina nell’Artico, si scontra infatti con i principi fondanti dell’ordine internazionale basato sulle regole storicamente propugnati dai Paesi occidentali: il rispetto della sovranità, dell’integrità territoriale e delle norme del diritto internazionale. La risposta europea, dettata anche dalla preoccupazione per ripercussioni negative sulla coesione della NATO, mira a contenere l’escalation e a preservare la cornice alleata, evitando una frattura irreversibile con Washington.
Le dinamiche in atto, oltre a confermare la crescente rilevanza della Groenlandia nella competizione tra potenze nell’Artico, evidenziano come il dossier groenlandese costituisca un indicatore particolarmente sensibile dell’evoluzione dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Le modalità di gestione e l’esito dell’attuale confronto su questo tema sono infatti destinati a incidere in modo significativo sulla traiettoria delle relazioni transatlantiche nei prossimi anni.
L’insistenza dell’amministrazione Trump sull’acquisizione della Groenlandia rivela dinamiche geopolitiche che trascendono la giustificazione militare. L’isola artica rappresenta un nodo strategico per il controllo delle risorse critiche, delle nuove rotte commerciali e per l’indipendenza tecnologica degli Stati Uniti dalla Cina, con implicazioni ambientali di portata globale.
L’interesse statunitense per la Groenlandia non costituisce una novità nella storia diplomatica americana. Già nel 1946, l’amministrazione Truman aveva avanzato un’offerta di acquisto alla Danimarca, proposta che venne respinta. Tuttavia, l’attuale pressione esercitata dall’amministrazione Trump per acquisire il controllo dell’isola presenta caratteristiche inedite che meritano un’analisi approfondita. La motivazione ufficiale addotta da Washington ruota attorno alla necessità di garantire la difesa del territorio artico dalle crescenti ambizioni di Cina e Russia. Questa giustificazione risulta tuttavia parziale e solleva interrogativi sulla reale portata degli obiettivi strategici americani.
La Groenlandia è già inserita nel perimetro difensivo della NATO e ospita dal 1951 la base spaziale di Pituffik, precedentemente nota come base aerea di Thule, che rappresenta una delle installazioni militari più settentrionali degli Stati Uniti. Gli accordi bilaterali vigenti tra Washington e Copenaghen consentirebbero già un’espansione significativa della presenza militare americana sull’isola senza necessità di modifiche sostanziali dello status giuridico del territorio. L’enfasi posta sulla dimensione securitaria appare quindi insufficiente a spiegare l’intensità della pressione diplomatica esercitata dall’amministrazione statunitense, suggerendo l’esistenza di motivazioni strategiche più complesse e articolate. Ed anzi, un atteggiamento tanto aggressivo da parte di Washington potrebbe avere, come in effetti sta avendo, l’effetto opposto di allontanare in maniera irreparabile Stati Uniti sia dalla Groenlandia, sia dall’Europa.Il monopolio cinese sulle terre rare e la sicurezza tecnologica
La questione delle risorse naturali costituisce probabilmente il vero fulcro dell’interesse americano per la Groenlandia. Il progressivo scioglimento della calotta glaciale, conseguenza diretta del riscaldamento globale, sta rendendo accessibili giacimenti minerari di portata straordinaria che fino a pochi decenni fa rimanevano impraticabili. La Groenlandia custodisce nel proprio sottosuolo risorse strategiche fondamentali per l’economia del ventunesimo secolo, trasformando l’isola in uno degli ultimi territori vergini disponibili per lo sfruttamento minerario su scala industriale.
Il controllo cinese sulla catena produttiva delle terre rare rappresenta una delle principali vulnerabilità strategiche degli Stati Uniti e dell’Occidente. Pechino controlla attualmente tra l’ottanta e il novanta per cento della raffinazione mondiale di questi elementi chimici, essenziali per la produzione di componenti elettronici avanzati, veicoli elettrici, turbine eoliche e sistemi d’arma di nuova generazione. Questa dipendenza tecnologica costituisce un rischio geopolitico che Washington intende eliminare attraverso la diversificazione delle fonti di approvvigionamento. L’acquisizione della sovranità sulla Groenlandia permetterebbe agli Stati Uniti di spezzare questo monopolio cinese senza dover sottostare alle stringenti normative ambientali europee o danesi che attualmente vincolano lo sfruttamento delle risorse dell’isola.
Le stime geologiche attribuiscono al sottosuolo artico, e groenlandese in gran parte, circa il tredici per cento delle riserve mondiali di petrolio non ancora sfruttate e il trenta per cento di quelle di gas naturale, oltre a quantità significative di uranio, zinco, oro e altri minerali strategici. Il giacimento di Kvanefjeld, situato nella parte meridionale dell’isola, rappresenta uno dei più grandi depositi al mondo di terre rare e uranio, con un potenziale produttivo che potrebbe soddisfare una quota rilevante del fabbisogno occidentale. La valorizzazione di queste risorse richiederebbe tuttavia la rimozione degli ostacoli normativi attualmente esistenti, obiettivo che potrebbe essere raggiunto solo attraverso un cambiamento radicale dello status politico del territorio.
L’impatto ambientale come variabile sacrificabile
L’estrazione e la lavorazione delle terre rare comportano processi industriali ad altissimo impatto ambientale, caratterizzati dalla produzione di ingenti quantità di scarti tossici e radioattivi. Molti giacimenti groenlandesi, incluso quello di Kvanefjeld, contengono concentrazioni significative di uranio e torio, elementi che richiedono specifici protocolli di sicurezza e producono fanghi di lavorazione altamente contaminanti. La raffinazione delle terre rare genera residui chimici pericolosi che devono essere stoccati in appositi bacini di contenimento per periodi prolungati, con rischi ambientali che le normative europee e danesi considerano inaccettabili.
Nel 2021, il governo locale della Groenlandia ha approvato una legge che vieta espressamente l’estrazione di uranio, decisione motivata dalla volontà di preservare l’ecosistema incontaminato dell’isola e di proteggere le comunità Inuit dalle conseguenze sanitarie dell’inquinamento industriale. Questa normativa ha di fatto bloccato progetti minerari di grande portata che avevano raccolto l’interesse di investitori internazionali, generando tensioni tra le autorità locali e i sostenitori dello sfruttamento delle risorse naturali come strumento di sviluppo economico.
L’acquisizione della sovranità statunitense sulla Groenlandia potrebbe consentire a Washington di aggirare questi vincoli normativi attraverso l’istituzione di zone economiche speciali o aree di interesse nazionale dove le leggi ambientali locali verrebbero subordinate alle esigenze della sicurezza nazionale americana. La Groenlandia potrebbe così trasformarsi nell’hub industriale necessario per la transizione tecnologica degli Stati Uniti, ospitando processi produttivi che risulterebbero politicamente insostenibili se localizzati in Stati come il Maine o la California. La vastità del territorio groenlandese e la sua bassissima densità demografica renderebbero più facilmente gestibili le conseguenze ambientali dello sfruttamento minerario, delocalizzando i costi ecologici lontano dagli occhi dell’elettorato americano.
Il controllo delle nuove rotte marittime artiche
Oltre alle agevolazioni in ambito minerario, lo scioglimento progressivo dei ghiacci artici sta determinando l’apertura di nuove rotte marittime commerciali che potrebbero ridisegnare i flussi del commercio globale nei prossimi decenni. Il Passaggio a Nord Ovest, che attraversa l’arcipelago artico canadese collegando l’Oceano Atlantico al Pacifico, sta diventando navigabile per periodi sempre più prolungati durante l’anno, riducendo drasticamente le distanze (nell’ordine dei 7-8000 km), e quindi i tempi e i costi di trasporto tra Europa e Asia rispetto alle rotte tradizionali che transitano attraverso il Canale di Suez o il Canale di Panama.
Il controllo della Groenlandia garantirebbe quindi agli Stati Uniti anche una posizione dominante lungo questa nuova autostrada commerciale del ventunesimo secolo. La possibilità di gestire direttamente i porti strategici dell’isola e di poter controllare il transito sulle acque territoriali circostanti rappresenta un vantaggio economico e geopolitico che non può essere assicurato attraverso i semplici accordi di cooperazione militare attualmente in vigore con la Danimarca. La sovranità territoriale consentirebbe inoltre a Washington di impedire che altre potenze, in particolare la Cina, possano acquisire posizioni di influenza lungo queste rotte attraverso investimenti infrastrutturali o accordi commerciali con un’eventuale Groenlandia indipendente.
La questione dell’indipendenza rappresenta infatti un elemento centrale nell’analisi delle motivazioni americane. La Groenlandia sta progressivamente intensificando le richieste di piena sovranità nei confronti della Danimarca, e il conseguimento dell’indipendenza politica esporrebbe l’isola a pressioni economiche che potrebbero renderla vulnerabile all’influenza cinese. Pechino ha già dimostrato interesse per investimenti strategici in Groenlandia, inclusi progetti per la costruzione e l’ammodernamento di infrastrutture aeroportuali che avrebbero accresciuto la presenza economica cinese nell’Artico. Un’eventuale Groenlandia indipendente e priva di risorse finanziarie adeguate potrebbe trovare nella diplomazia del debito cinese una soluzione attraente, scenario che Washington intende prevenire attraverso un’acquisizione preventiva del territorio.
L’attuale presenza militare americana in Groenlandia si basa su trattati bilaterali con la Danimarca che richiedono rinegoziazioni periodiche e che potrebbero essere messi in discussione da un cambio di status politico dell’isola. L’acquisizione della sovranità eliminerebbe questa incertezza giuridica e garantirebbe agli Stati Uniti un controllo permanente su un territorio che riveste importanza crescente per gli equilibri strategici globali. La Groenlandia rappresenta per l’amministrazione Trump quello che l’Alaska rappresentò nel 1867 quando gli Stati Uniti la acquistarono dall’Impero Russo, un investimento territoriale di lungo periodo le cui potenzialità strategiche ed economiche si sono rivelate nel corso dei decenni successivi, in piena coerenza con l’annunciata adesione alla dottrina Monroe in salsa trumpiana.
La convergenza tra sicurezza energetica, indipendenza tecnologica dalla Cina, controllo delle nuove rotte commerciali artiche e possibilità di delocalizzare processi industriali ad alto impatto ambientale configura un quadro strategico nel quale la retorica della difesa militare assume una funzione prevalentemente strumentale. L’acquisizione della Groenlandia costituirebbe per gli Stati Uniti un’opportunità per consolidare la propria egemonia in un’area geografica destinata ad assumere rilevanza centrale negli equilibri geopolitici del ventunesimo secolo, ridefinendo al contempo i termini della competizione tecnologica ed economica con la Cina.
Resta tuttavia una domanda fondamentale: gli Stati Uniti si possono permettere il deterioramento significativo delle relazioni con i partner europei e, al peggio, la sostanziale fine della NATO (probabilmente conseguente ad una acquisizione della sovranità sulla Groenlandia con la forza), per soddisfare queste esigenze strategiche?
Nella corsa alla gestione attiva della sicurezza geopolitica dell’Artico attraverso la NATO l’Unione europea si fa sentire. «Nella nostra proposta di bilancio, abbiamo raddoppiato i finanziamenti, portandoli a circa 530 milioni, il che dimostra il nostro impegno per il partenariato e l’importanza della sicurezza artica». Sono le parole della presidente della Commissione europea, che ha risposto così alle preoccupanti dichiarazioni dell’amministrazione Trump di questi giorni rispetto alla Groenlandia. Il presidente USA ha infatti paventato anche «the hard way» per aumentare il controllo statunitense sull’Artico, a suo parere minacciato da eccessive influenze di Cina e Russia.
Articolo precedentemente pubblicato su The Watcher Post.
La fotografia della difesa artica oggi
L’attuale presenza militare nell’Artico è oggi piuttosto limitata. Va subito sgombrato il campo che qualsiasi iniziativa per aumentare la presenza militare straniera in Groenlandia debba essere autorizzata dalla Danimarca (membro NATO) e dal governo locale. L’unica vera e propria base militare in Groenlandia è statunitense e si trova a Pituffik (ex Thule Air Base). E’ presente dal 1951, sulla base di un accordo Danimarca-USA; si trova nel nord-ovest dell’isola, è gestita dalla US Space Force e si occupa di sorveglianza radar e spaziale, dando supporto alle operazioni artiche gestite dalla NATO. La Groenlandia non ha un proprio esercito, e la difesa attualmente è affidata alla Danimarca tramite il Joint Arctic Command. Le principali strutture di difesa danesi sono il quartier generale del Comando Artico di Nuuk, la Station Nord (avamposto militare nel nord-est per sorveglianza e pattugliamento), l’aeroporto dual use di Kangerlussuaq e la pista d’atterraggio di Mestersvig. Tutte strutture che si occupano tra l’altro di controllare le preziose rotte artiche.
L’idea di una missione congiunta NATO
Il rilancio USA sull’Artico non passa solo dalle allusioni di Trump. L’inviato speciale USA in Groenlandia, Jeff Landry, ha affermato su X che la Danimarca «Ha occupato l’isola dopo la seconda guerra mondiale, riprendendone il controllo violando i protocolli ONU». Poi il Governatore della Lousiana ha aggiunto: «Gli Stati Uniti difesero la sovranità della Groenlandia durante la seconda guerra mondiale, quando la Danimarca non ci riuscì». La posizione europea su questa visione espressa dalla Von der Leyen è chiara: la Groenlandia appartiene al suo popolo e spetta alla Danimarca e alla Groenlandia stessa decidere sulle questioni che le riguardano. Ovvero nulla su di loro senza di loro. La Groenlandia è uscita dal Regno di Danimarca nel 1985, ben 40 anni fa. A Landry ha subito risposto l’ambasciatore danese a Washington, Jesper Moller Sorensen: «Il Regno di Danimarca è sempre stato al fianco degli Stati Uniti.
Dopo l’11 settembre la Danimarca ha risposto alla chiamata USA perdendo più soldati pro capite in Afghanistan di qualsiasi alleato NATO. Solo il popolo della Groenlandia ha il diritto di determinare il proprio futuro e questa settimana tutti e cinque i partiti del Parlamento locale hanno ribadito di non voler entrare a far parte degli Stati Uniti». La strada per la sicurezza artica non può che passare dalla NATO. Ed è per questo che Regno Unito e Germania starebbero pensando di proporre in sede NATO l’attivazione di una missione ad hoc sull’isola per garantirne autonomia e sicurezza. Sta a Trump decidere la postura degli USA rispetto all’Alleanza Atlantica. E la speranza è aggrappata a quel «I’m a fan of Denmark».

Long before the glitter of Greenland’s ice caught the covetous eye of Donald Trump, the minerals beneath were bewitching others. Among those dazzled was Karl Ludwig Giesecke, an actor-turned-mineralogist who became stranded on the island during the Napoleonic wars. Possessed of several pseudonyms during a colourful and globetrotting career, including as a minerals dealer, Giesecke travelled throughout Greenland in the early 19th century compiling an inventory of the island’s mineralogical treasures. His journal entries, which credit the prior knowledge of the Inuit, include descriptions of cryolite, mined there exclusively from the 1850s and known as “white gold” because of its industrial value as a chemical additive (synthetic alternatives are used today). Prospectors have been eyeing up the territory ever since, with Trump making clear that Greenland is still in his sights.
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