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IMSA | Daytona-Roar, Sessione 7: Hyett vola con Spike dopo la pioggia

Terminano con la Sessione 7 i test Roar Before the 24 in quel di Daytona, dove i protagonisti dell'IMSA SportsCar Championship hanno affrontato gli ultimi 90' di prove in vista della 24h del prossimo fine settimana.
Il cielo nuvoloso che questa mattina si era presentato in Florida ha scaricato acqua proprio dopo la sesta sessione, durante l'ora di pranzo. Nel pomeriggio toccava solamente ai ...Continua a leggere

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L’ordine mondiale basato sulle regole è ormai un ricordo del passato.

di Pranay Kumar Shome

La diffusa convinzione nella stabilità di un ordine mondiale basato su regole è stata seriamente scossa dalle recenti azioni degli Stati Uniti.

L’idealismo, una delle più importanti e antiche scuole di pensiero in politica internazionale, postula che gli esseri umani siano altruisti e razionali, alla ricerca del proprio benessere e di quello altrui. In questo contesto, il diritto e le norme internazionali svolgono un ruolo cruciale nel limitare le ambizioni extraterritoriali degli Stati.

Questa tradizione risale a Immanuel Kant, filosofo tedesco del XVIII secolo, e si basa sulla sua teoria della ” pace perpetua “. Da allora, questa corrente di pensiero si è evoluta notevolmente. Uno dei suoi principali contributi è il concetto di un ordine mondiale basato su regole; si tratta dell’idea che il diritto e le norme internazionali impongano sanzioni agli Stati che perseguono politiche estere aggressive, in particolare quelle che minacciano l’esistenza di altri Stati, garantendo così il mantenimento della pace e della stabilità. Tuttavia, questa idea è stata gravemente compromessa dalle recenti azioni degli Stati Uniti contro il Venezuela. Il 3 gennaio, le forze statunitensi hanno condotto un raid su Caracas , la capitale del Venezuela, rapendo il presidente Nicolás Maduro e sua moglie, prima di riportarli negli Stati Uniti. Questa “straordinaria operazione militare”, soprannominata ” Operazione Absolute Resolve “, ha scioccato i sostenitori di un ordine mondiale basato su regole.

In questo contesto, è fondamentale comprendere le implicazioni delle azioni degli Stati Uniti.

Il ritorno della legge della giungla

Nel suo libro ” L’origine delle specie “, il biologo britannico Charles Darwin propose la teoria dell’evoluzione. Delineò l’idea che, per sopravvivere, le specie, siano esse vegetali o animali, debbano sviluppare caratteristiche anatomiche specializzate che consentano loro di prosperare in un ambiente naturale ostile. Questa idea divenne nota come “legge della giungla”, ovvero che solo i più adatti sopravvivono. Questa modalità di sopravvivenza si basa sulla competizione e sull’eliminazione reciproca delle specie nella lotta per il predominio.

Questa idea può quindi essere estrapolata al contesto delle azioni americane in Venezuela. Nonostante la superiorità morale rivendicata dai leader, dalle istituzioni e dalle forze armate americane in merito al rispetto del diritto internazionale, le azioni degli Stati Uniti hanno chiaramente comportato un cambio di regime.

Sostenitori governo Venezuela

Purtroppo, queste azioni rientrano in una più ampia tendenza americana per quanto riguarda le sue attività nell’emisfero occidentale. Dall’inizio del XX secolo, i governi americani che si sono succeduti sono intervenuti più di quaranta volte negli affari interni degli stati latinoamericani, sia per orchestrare un cambio di regime, sia per garantire l’esistenza di un regime in grado di conformarsi alla politica americana.

Politica delle risorse a scapito della stabilità interna

Le risorse minerarie hanno sempre svolto un ruolo fondamentale nella storia dell’umanità. Carbone, petrolio e gas naturale sono stati al centro delle lotte di potere globali in passato, e oggi sono le terre rare a dominare il dibattito. Ora, la politica petrolifera è tornata, più aggressiva che mai. L’amministrazione statunitense ha chiarito che il suo intervento in Venezuela mira a dominare il mercato petrolifero globale. Il Venezuela possiede le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo , pari a 300 miliardi di tonnellate, pari a un quinto delle riserve globali. Annunciando la sua intenzione di governare il Venezuela, l’amministrazione Trump ha chiarito che avrebbe sfruttato le riserve petrolifere venezuelane, se ne sarebbe appropriata e le avrebbe vendute su scala globale.

Ma la domanda più importante è questa: che dire della stabilità interna di questi paesi? La storia è piena di esempi di come, con il pretesto di promuovere la democrazia attraverso l’interventismo liberale, l’America abbia finito per distruggere il futuro di intere nazioni: Iraq, Afghanistan, Libia e Siria , per citarne solo alcune. Oggi, questi paesi sono coinvolti in guerre civili o alle prese con terrorismo e conflitti settari. Paradossalmente, un tale intervento è stato impossibile quando si è trattato di rispondere a vere e proprie crisi umanitarie come quelle in Sudan e Yemen, principalmente perché questi paesi non solo sono insignificanti in termini di contributo alle risorse globali, ma anche a causa della dimensione razziale dei problemi umanitari. Pertanto, la stabilità interna e gli interessi legittimi delle popolazioni diventano preoccupazioni secondarie per l’America e i suoi alleati occidentali quando si tratta di sfruttare altri paesi.

Lezioni per i paesi del sud

Henry Kissinger, rinomato diplomatico e intellettuale, dichiarò: ” Essere nemici dell’America può essere pericoloso, ma esserne amici è mortale “. Le azioni americane, di grande attualità, contengono importanti insegnamenti per i paesi del Sud del mondo:

In primo luogo , le sfere di influenza stanno riacquistando importanza. La Strategia per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti 2025 ha ripreso la Dottrina Monroe , sottolineando che gli Stati Uniti danno priorità al loro primato nell’emisfero occidentale e faranno tutto il possibile per mantenerlo. Di conseguenza, potenze come Cina, India e altre devono insistere sulla necessità di creare un accordo globale alternativo che garantisca la stabilità e la sovranità dei paesi del Sud del mondo.

In secondo luogo , la reazione sostanzialmente tiepida degli ambienti europei alle azioni americane riflette il fatto che l’Europa, attraverso il suo silenzio, approva tacitamente queste azioni audaci. Ciò invia un chiaro segnale ai paesi del Sud del mondo: non possono contare sul sostegno dell’opinione pubblica europea in caso di un incidente simile. Pertanto, l’autonomia diventa una necessità per la sopravvivenza.

Appare quindi chiaro che il palese intervento americano in Venezuela avrà conseguenze ampiamente negative, di cui il mondo potrebbe rendersi conto presto.

Fonte: New Eastern Outlook

Traduzione: Luciano Lago

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La politica italiana reagisce ai dazi di Trump per la Groenlandia

Da Tajani appello al dialogo: "Insieme, essendo tutti parte della Nato, possiamo lavorare per garantire la sicurezza della Groenlandia". Schlein attacca Meloni: "Ci aspettavamo una posizione netta in difesa della Groenlandia"

© RaiNews

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IMSA | Daytona-Roar, Sessione 6: ancora tre Porsche al comando

Cielo nuvoloso sopra Daytona, dove i protagonisti dell'IMSA SportsCar Championship sono tornati in macchina per la Sessione 6 dei test Roar Before the 24, nell'ultima giornata di lavori prima della 24h del prossimo weekend.
Temperature ancora attorno ai 20°C in una atmosfera umida che hanno visto la maggior parte dei team sfruttare i 60' a disposizione per mettere insieme ancora più giri ...Continua a leggere

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Terre rare, chi tifa per dividere Usa e Ue?

Un altro motivo per cui l’Ue deve accelerare su materie prime e terre rare è che a Cina non si ferma nel suo progetto di restare monopolista mondiale. Infatti il gigante dell’acciaio Baowu riceve per la prima volta minerale di ferro dalla Guinea, tramite una spedizione dalla miniera di Simandou: un fatto che segna un passo strategico per la sicurezza energetica della Cina, ma che al contempo testimonia (una volta di più) tutta la difficoltà del vecchio continente di farsi autonomo quanto ad approvvigionamento. Anche in questo senso vanno lette le relazioni del governo Meloni in aree altamente strategiche come Corea del Sud e Taiwan, “dense” di materie prime e elementi come i semiconduttori che sono vitali per le imprese italiane.

Il più grande investimento minerario realizzato in Africa riguarda il progetto realizzato in collaborazione tra il governo guineano e il consorzio Winning Consortium Simandou, Baowu, Chinalco e Rio Tinto. Si tratta di 600 chilometri di ferrovia transguineana e nuove infrastrutture portuali che consentiranno di esportare fino a 120 milioni di tonnellate di ferro all’anno. Ma al di là del singolo progetto in questione spicca il dato, generale e geopolitico, dato dalla forte volontà di Pechino di restare in cima alla classifica mondiale: i diciassette metalli che compongono le terre rare sono di fatto nelle mani di Pechino, ovvero i lantanidi e lo scandio che possono essere utilizzati in vari ambiti industriali, tutti strategici per le economie mondiali.

Il ritardo accumulato dall’Ue, sommato ad una regolamentazione asimmetrica, è un dato oggettivo su cui si stanno concentrando le iniziative di alcuni governi come quello di Roma che hanno compreso come tale gap sia deleterio per il futuro stesso della sopravvivenza di interi comparti industriali. Non bisogna dimenticare, infatti, che un caccia F-35 contiene centinaia di chili di terre rare e al contempo missili, radar, satelliti e sistemi di comunicazione sono fatti con leghe ad hoc derivate dalle terre rare, di cui la Cina detiene l’80% delle miniere mondiali. La Cina a partire dagli anni ’80 ha avviato quella che è stata ribattezzata la “dittatura monopartitica” sull’investimento nell’estrazione e nella capacità di lavorazione. E il vantaggio cinese nel settore non è dato esclusivamente dalla dotazione di risorse, ma dalla sua capacità di integrare estrazione, lavorazione e produzione su larga scala.

Al momento altri giacimenti significativi esistono negli Stati Uniti, in Australia, in Brasile, in India e anche nell’Artico. Per cui gli Stati Uniti e i suoi alleati lavorano per stemperare il predominio di Pechino che, di fatto, stringe la morsa cinese sulle terre rare: la prima iniziativa messa in campo è quella di accelerare i progetti sulle terre rare e diversificare la loro fornitura in risposta alle restrizioni alle esportazioni della Cina. Ma non è facile, anche perché tra gli alleati degli Usa non mancano Paesi molto contigui al regime cinese.

Pochi giorni fa a Washington si è tenuto un vertice con i ministri delle finanze del G7 e altri alleati, tra cui Australia, India, Corea del Sud e Ue, per affrontare le vulnerabilità nella catena di approvvigionamento delle terre rare. Un altro momento in cui assumere la consapevolezza che, al di là delle singole mosse della Casa Bianca su dazi, Artico e Iran, serve una maggiore unità di intenti anche da parte dell’Ue che deve capire la difficoltà geopolitica del momento. Cavalli di troia in questa fase sarebbero non solo pericolosi, ma un cappio al collo del vecchio continente.

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Solo senza escalation si giunge a un’intesa sulla Groenlandia. L’invito di Meloni

Pragmatismo è, anche o soprattutto, capire i tempi della politica e delle crisi in atto. Quando Giorgia Meloni da Seoul dice che solo senza escalation si va (tutti) a dama in Groenlandia, chiede in primis di abbassare i toni, avviare una discussione “tra di noi” e usare il “luogo” della Nato al fine di lavorare insieme per rispondere a una preoccupazione che “ci coinvolge tutti”. Ovvero che attori ostili possano avere la meglio su un interesse comune.

In questo senso va letta, secondo la presidente del Consiglio, la volontà di alcuni Paesi europei di essere parte attiva all’interno di un progetto che miri ad una maggiore sicurezza in Artico, anche con l’invio di truppe. Inoltre dice chiaramente ciò che pensa sui dazi (“un errore”). Ma su questo secondo elemento secondo Meloni c’è stato un problema di comprensione e di comunicazione. Per cui il primo messaggio che giunge dalla Corea del Sud è fermare tutte quelle azioni che potrebbero innescare un quadro di altissima tensione e, piuttosto, avviare un dialogo costruttivo per meglio comprendere i parametri di analisi e di azioni. Il tutto tenendo ben presente un passaggio che, secondo Meloni, è nevralgico: da parte americana c’è la preoccupazione per l’eccessiva ingerenza esterna su una zona strategica e, al contempo, da parte europea vi è la volontà di contribuire ad affrontare questo problema. Per cui, è il sunto dell’analisi, si può e si deve trovare un punto di incontro tra Ue e Usa.

Un problema che investe, gioco forza, i destini europei per una serie di ragioni geopolitiche come emerso due giorni fa dalla presentazione da parte del governo di Roma del corposo documento programmatico sull’Artico, che vuole definire un percorso progettuale tramite il rafforzamento dell’impegno italiano nella regione. Sull’ipotesi di una possibile partecipazione militare italiana come segnale di unità con gli europei alla missione nell’isola Meloni fuga ogni dubbio: “Ora è prematuro parlarne perché sto lavorando per cercare di abbassare la tensione e di tornare al dialogo”.

Per questa ragione la premier ha parlato al telefono con Donald Trump (“al quale ho detto quello che penso”) e ho con il segretario generale della Nato (“che mi conferma un lavoro che l’Alleanza Atlantica sta iniziando a fare da questo punto di vista”). Ma non finisce qui, dal momento che ci sarà anche un contatto tra leader europei in occasione di una riunione a livello di Coreper dell’Unione europea. C’è anche spazio per una precisazione a uso interno quando Meloni spiega per l’ennesima volta che non c’è un problema politico con la Lega sui nuovi dazi annunciati da Trump contro i Paesi che hanno inviato truppe in Groenlandia.

Meloni cita la postura del premier finlandese, Alexander Stubb, che ha specificato come tra alleati serva dialogo e non pressioni. Il riferimento è alla necessità di un’azione coordinata dagli alleati al fine di ribadire “i principi dell’integrità territoriale e della sovranità”. La costante del ragionamento di Meloni tocca un caposaldo della strategia euro-atlantica, ovvero il ruolo della Nato: è solo quello “il luogo nel quale noi dobbiamo cercare di organizzare insieme strumenti di deterrenza verso ingerenze che possono essere ostili”. Il fatto che la Nato abbia cominciato a lavorare in tale direzione è certamente una buona notizia.

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Nuova piramide alimentare made in Usa: cosa dice davvero la scienza su carne, grassi e cereali

Negli Stati Uniti è stata recentemente pubblicata una rivoluzione nelle linee guida nutrizionali federali che capovolge il tradizionale modello dietetico, ponendo le proteine e gli alimenti ricchi di nutrienti al centro dei pasti e relegando i cereali integrali “in fondo” alla vecchia piramide alimentare. E’ importante valutare criticamente i messaggi positivi e le possibili criticità di questo cambiamento.

I ‘pro’ delle nuove indicazioni

– Ridurre gli alimenti ultraprocessati è un obiettivo salutare. Molti studi scientifici concordano che un consumo elevato di alimenti ultraprocessati (ossia prodotti industriali ricchi di additivi, zuccheri e grassi poco salutari) si associa a un aumento del rischio di obesità, diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari. Invitare la popolazione a preferire cibi “veri”, preparati in casa, con ingredienti freschi, è un messaggio coerente con la promozione di una dieta salutare basata su alimenti minimamente lavorati.

– Valorizzare frutta, verdura e grassi “buoni”. Le linee guida mantengono il consiglio di includere 5 porzioni di frutta e verdura al giorno, insieme a grassi insaturi da olio d’oliva, avocado, frutti di mare e frutta secca. Indicazioni solide supportate da molte evidenze epidemiologiche.

– Moderazione degli zuccheri aggiunti. Ridurre lo zucchero aggiunto e le bevande zuccherate è un punto condivisibile e utile per contrastare le patologie metaboliche diffuse.

I ‘contro’ delle nuove indicazioni

– Ruolo eccessivo attribuito alla carne rossa e ai latticini interi. Posizionare in cima alla piramide alimentare bistecche, formaggi e latte intero senza distinguere chiaramente tra qualità e quantità può inviare messaggi fuorvianti. La ricerca suggerisce che un consumo elevato di carne rossa lavorata, ad esempio, è associato a un aumento del rischio di alcune malattie croniche. È fondamentale bilanciare le fonti proteiche, privilegiando anche pesce, legumi e carni bianche, e mantenere i grassi saturi sotto controllo. Chiara mano tesa nei confronti dei grandi produttori americani di carne rossa, latticini e formaggi.

– Ridimensionare i cereali integrali può non essere vantaggioso. Posizionare i cereali integrali “in fondo” è un cambiamento discutibile: cereali integrali ben scelti (come farro, avena, riso integrale) sono fonti importanti di fibre, micronutrienti e sostengono la salute intestinale e cardiometabolica. La loro marginalizzazione rischia di indebolire uno degli aspetti più solidi delle raccomandazioni nutrizionali basate sull’evidenza.

– Interpretazione dei grassi saturi e dei grassi “sani”. La nuova guida sembra promuovere grassi saturi (come il burro) a favore di alcuni oli di semi. Tuttavia, la comunità scientifica internazionale raccomanda di privilegiare grassi insaturi (olio d’oliva, frutta secca) per il benessere cardiovascolare, pur mantenendo i grassi saturi sotto una soglia moderata.

– Controversie sull’applicabilità e l’evidenza scientifica. Alcuni esperti nutrizionisti hanno sollevato dubbi sulla solidità scientifica di certe raccomandazioni, soprattutto quelle legate all’attribuzione di “peso” ai macronutrienti (proteine, grassi, carboidrati) senza un chiaro consenso internazionale. È fondamentale che le linee guida siano radicate su evidenze robuste e non su ideologie o pressioni politiche.

Le nuove linee guida americane contengono intuizioni valide, soprattutto nella lotta contro gli alimenti ultraprocessati e nel promuovere alimenti freschi e nutrienti. Tuttavia, alcune prescrizioni, come la centralità delle proteine animali e il minor ruolo attribuito ai cereali integrali, devono essere interpretate con cautela e adattate alle esigenze individuali e ai principi di una dieta equilibrata. Per chi si ispira alla dieta mediterranea, la chiave resta sempre la varietà, la qualità delle scelte alimentari e l’equilibrio tra nutrienti, piuttosto che l’adesione a modelli troppo rigidi.

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Il cadavere trovato è di Federica Torzullo, fermato il marito

Carlomagno è stato fermato dopo l'interrogatorio nella caserma dei Carabinieri, il legale: "Voleva consegnarsi ma è stato arrestato prima". Tracce di sangue della donna erano state ritrovate in casa, sull'auto e sugli abiti da lavoro dell'uomo

© RaiNews

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IMSA | Daytona-Roar, Sessione 4-5: prima Cadillac e poi Porsche

Cadillac e Porsche si dividono i primati assoluti nelle ultime due sessioni di prove di questo sabato che ha visto i protagonisti dell'IMSA SportsCar Championship andare avanti coi preparativi nei test Roar Before the 24 a Daytona.
La quarta sessione è durata solamente 60' e non ci sono state particolari situazioni da segnalare, a parte i lavori di sostituzione del motore sulla Porsche 'Rexy' ...Continua a leggere

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Two More Offshore Wind Projects in the US Allowed to Continue Construction

Friday a federal judge "cleared U.S. power company Dominion Energy to resume work on its Virginia offshore wind project." But a U.S. federal judge also ruled Thursday that another major offshore wind farm is allowed to resume construction, reports the Hill. "The project, which would supply power to New York, was one of five that were halted by the Trump administration in December...." In fact, there were three different court rulings this week each allowing construction to continue on a U.S. wind project: Judge Carl Nichols, a Trump appointee, granted a preliminary injunction allowing Empire Wind to keep building... Another, Revolution Wind, was also allowed to move forward in court this week... The project would provide enough power for up to 500,000 homes, according to its website. The court's decision allows construction to resume while the underlying case against the Trump order plays out. Meanwhile, power company Orsted "is also suing over the pause of its Sunrise Wind project for New York," reports the Associated Press, "with a hearing still to be set." The fifth paused project is Vineyard Wind, under construction in Massachusetts. Vineyard Wind LLC, a joint venture between Avangrid and Copenhagen Infrastructure Partners, joined the rest of the developers in challenging the administration on Thursday. CNN points out that the Vineyard Wind project "has been allowed to send power to the grid even amid Trump's suspension, a spokesperson for regional grid operator ISO-New England told CNN in an email." Residential customers in the mid-Atlantic region, including Virginia, desperately need more energy to service the skyrocketing demand from data centers â" and many are seeing spiking energy bills while they wait for new power to be brought online. CNN notes that president Trump said last week "My goal is to not let any windmill be built; they're losers." The Associated Press adds that "In contrast to the halted action in the US, the global offshore wind market is growing, with China leading the world in new installations. Nearly all of the new electricity added to the grid in 2024 was renewable. The British government said on Wednesday it had secured a record 8.4 gigawatts of offshore wind in Europe's largest offshore wind auction, enough clean electricity to power more than 12m homes."

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IMSA | Daytona-Roar, Sessione 3: doppietta Porsche-Penske sulle Cadillac

Il sole splende su Daytona e la temperatura finalmente diventa più godibile (20°C) per i protagonisti dell'IMSA SportsCar Championship, che hanno nuovamente calcato l'asfalto della Florida per la terza Sessione dei test Roar Before the 24.
I 90' a disposizione delle 60 vetture iscritte al primo evento stagionale 2026 di Endurance Cup sono in realtà stati ridotti a 30' per le Oreca di Tower ...Continua a leggere

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Su ChatGpt arriva la pubblicità: al via le prime sperimentazioni. Ecco quanto bisogna pagare per non averla

La pubblicità arriva anche su ChatGpt. L’azienda madre, OpenAi, ha presentato il suo piano mensile economico che prevede l’introduzione di inserzioni pubblicitarie, finalizzate a sostenere l’accesso all’intelligenza artificiale. Al momento, la novità riguarda solo ChatGpt Go. Progressivamente anche gli utenti che utilizzano ChatGpt in versione gratuita saranno raggiunti dai banner pubblicitari. Quindi, chi si salva dai pop-up che compariranno sulla schermata? Le inserzioni non saranno introdotte nelle versioni Plus, Entreprise, Pro e Business. Open Ai ha dichiarato che gli annunci saranno guidati dai cosiddetti “principi pubblicitari”, presentati dall’azienda all’introduzione di ChatGpt. Come sottolineato da Open Ai, uno dei principi cardine è quello di garantire che l’intelligenza artificiale sia accessibile e vantaggiosa per tutta l’umanità.

L’azienda di Sam Altman ha dichiarato che gli annunci non influenzeranno le risposte fornite dal chatbot. Inoltre, l’introduzione della pubblicità non cambia le politiche di protezione della privacy. Open Ai ha sottolineato che le conversazioni rimarranno private e che i dati non saranno né visualizzabili né vendibili agli inserzionisti. La pubblicità arriverà nelle prossime settimane. I primi a visualizzare i banner saranno gli adulti registrati negli Stati Uniti a un piano gratuito o che hanno sottoscritto un piano ChatGpt Go. In questa prima fase, le pubblicità saranno in fondo alle risposte e gli annunci saranno pertinenti alla conversazione. Le inserzioni non compariranno al termine delle risposte che riguardano la salute o sulla politica. I minorenni saranno esclusi dai piani pubblicitari.

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IMSA | Daytona-Roar, Sessione 2: Van Der Linde porta davanti la BMW

Si conclude la prima giornata dei test Roar Before the 24 che i protagonisti dell'IMSA SportsCar Championship stanno affrontando in preparazione alla 24h di Daytona del 22-25 gennaio.
Giornata assolata ma fresca in Florida, dove le attività pomeridiane si sono aperte con una bandiera rossa sventolata dopo appena una decina di minuti, quando Job Van Uitert è finito fuori in curva 1 con la ...Continua a leggere

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I giovani se ne vanno, ma senza di loro l’Italia non cresce

«I nostri giovani vanno via perché li trattiamo male, così come trattiamo male chi viene da fuori. Lo diciamo da tempo, ma è la prima volta che sento un’analisi di questo tipo da chi gestisce i numeri della macroeconomia». Così Emiliano Manfredonia, presidente nazionale di Acli, commenta le parole di Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, intervenuto all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Messina. In quell’occasione Panetta ha ricordato che «circa un decimo dei giovani laureati italiani si è trasferito all’estero».

I giovani laureati si spostano alla ricerca di ambienti di lavoro in cui il merito sia pienamente riconosciuto, attraverso contratti stabili, impieghi coerenti con le competenze e percorsi di carriera più dinamici

Fabio Panetta, governatore Banca d’Italia

Un vero e proprio esodo, dovuto anche a fattori economici: «Un giovane laureato in Germania guadagna in media l’80% in più di un coetaneo italiano». Ma, ha precisato Panetta, «le differenze retributive non sono l’unica determinante della scelta di lasciare l’Italia. I giovani laureati si spostano alla ricerca di ambienti di lavoro in cui il merito sia pienamente riconosciuto, attraverso contratti stabili, impieghi coerenti con le competenze e percorsi di carriera più dinamici».

Emiliano Manfredonia


In fuga da un destino povero (anche di opportunità)

I numeri, in effetti, sono impressionanti. Come ricorda Manfredonia, «nel 2024 abbiamo raggiunto un record, con oltre 155mila laureati andati via. Un dato inquietante, che ha certamente una dimensione economica: chi ha la fortuna di avere un salario stabile in Italia versa il 33% dello stipendio all’ente previdenziale per ottenere una pensione che sarà di poco superiore al 60% dell’ultima retribuzione. La destinazione finale, soprattutto per chi ha salari bassi – giovani, donne e stranieri – è la povertà».

Precarizziamo i giovani a inizio carriera, depauperando le migliori energie del Paese con lavori umilianti, che sviliscono competenze, motivazione e desiderio di impegnarsi

Emiliano Manfredonia, presidente nazionale Acli

Ma il problema non è solo economico. «È anche culturale e riguarda la mancanza di opportunità, come ha riconosciuto lo stesso Panetta. In Italia i giovani non trovano la possibilità di essere valutati per il proprio merito né di intraprendere carriere che offrano una prospettiva di futuro. Precarizziamo i giovani a inizio carriera, depauperando le migliori energie del Paese con lavori umilianti, che sviliscono competenze, motivazione e desiderio di impegnarsi».

Una condizione che ha effetti diretti anche sulla natalità: «Se i giovani sono precari nel lavoro, lo sono anche nella vita. Facciamo esattamente il contrario di ciò che avrebbe senso fare: dovremmo pagare di più le persone quando sono giovani e di meno quando sono anziane e hanno già sostenuto i costi maggiori».

Il “sistema Paese” investa sui giovani

Come invertire questa tendenza? Da dove partire per fermare la fuga dei giovani o almeno favorire il loro ritorno, valorizzando in Italia le competenze acquisite all’estero? «Di certo non saranno bonus e fiscalizzazioni a risolvere il problema. Serve una riforma strutturale, costruita dal sistema Paese. Il limite della politica degli ultimi vent’anni è stato l’incapacità di immaginare il futuro e di lavorare sulle strutture», osserva Manfredonia.

Una riforma strutturale è necessaria anche sul tema della casa, una delle principali emergenze per i giovani e una delle cause della loro precarietà. «Gli affitti brevi hanno creato un mostro: nel nostro Paese la rendita è tassata meno del lavoro faticato, ed è un paradosso. Servono norme e politiche che garantiscano l’accesso alla casa a tutti, a partire dai giovani».


C’è poi il nodo dell’istruzione, anche professionale. «Abbiamo circa 30mila studenti che frequentano le scuole di formazione professionale dell’Ente nazionale Acli Istruzione professionale (Enaip). Registriamo un forte mismatch tra le richieste delle aziende e la preparazione dei ragazzi: è un problema che va affrontato».

Infine, il ruolo del Terzo settore, che può fare molto e in parte lo sta già facendo. «Dobbiamo soprattutto favorire la partecipazione, perché un giovane che si sente scartato rischia non solo di non votare, ma di non prendere parte alla vita attiva. Dalla ricerca che abbiamo realizzato con l’Iref, Né dentro né contro, emerge che i giovani sono interessati alle questioni sociali, ma non sentono il bisogno di impegnarsi in un’organizzazione. Per questo, come Acli, abbiamo dato vita a un Patto per la partecipazione: per ritrovare gioia, coraggio e forza nel mettersi in gioco, offrire la propria visione del mondo e provare a cambiarlo».

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IMSA | Daytona-Roar, Sessione 1: si comincia col tris Porsche

In una mattinata piuttosto fresca, si accendono finalmente i motori a Daytona per dare il via ai test Roar Before the 24 che i protagonisti dell'IMSA SportsCar Championship affrontano in questo fine settimana di preparazione alla 24h che si terrà il 22-25 gennaio.
Il sole deve ancora scaldare l'ambiente e i primi 75' di attività sul tracciato della Florida sono serviti principalmente per ...Continua a leggere

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Positive vibes per Plato

Plato, la missione dell’Agenzia spaziale europea destinata a scoprire esopianeti simili alla Terra, ha superato con successo una prima serie di test necessari per garantire che sia idoneo al lancio. In particolare, per verificare le sue capacità di resistere agli scossoni e alle intense vibrazioni che sperimenterà durante il lancio, posticipato ufficialmente al 2027, il veicolo spaziale è stato sottoposto ai test di vibrazione.

Plato è arrivata a Estec, nei Paesi Bassi, all’inizio di settembre 2025, e dopo il completamento dell’assemblaggio dello schermo solare e dei pannelli fotovoltaici il payload era pronto per la fase dei test ambientali. I test di vibrazione si sono svolti in tre fasi distinte. Nel corso della prima fase il veicolo spaziale è stato montato su un quad shaker e scosso energicamente rispetto all’asse Z (su e giù, come possiamo vedere nel video qui sotto, pubblicato ieri dall’Esa). Nelle altre due fasi  è stato sottoposto allo stesso test tramite uno shaker “laterale”, e scosso lateralmente avanti e indietro in due direzioni perpendicolari (assi X e Y).  Ogni prova è durata circa un minuto, durante il quale la frequenza delle oscillazioni è stata gradualmente aumentata da 5 a 100 oscillazioni al secondo (hertz). A frequenze più elevate non siamo più in grado di percepire il movimento, ma soltanto il rombo interno del veicolo spaziale causato dalle rapide vibrazioni. Il suono si intensifica in questo caso “a ondate”, quando vengono raggiunte le frequenze di risonanza.

Ricordiamo che i primi due minuti di un volo spaziale sono i più critici, poiché in questa fase il payload deve sopportare le vibrazioni estreme del lancio. Sottoponendo in anticipo il veicolo a questi stress, gli ingegneri si assicurano che nessun componente hardware venga danneggiato durante il lancio a causa di questo stress.

Dopo i test di vibrazione, il payload è stato collocato all’interno della camera di test acustici e bombardato da un suono ad altissima intensità, paragonabile a quello che sperimenterà durante il decollo. Anche questo test è andato come previsto. A breve la sonda verrà spostata nel Large Space Simulator – la più grande camera a vuoto d’Europa, sempre a Estec – per verificare che possa resistere alle temperature estreme e al vuoto dello spazio.

Entro la fine dell’anno Plato dovrà essere pronta al lancio, pianificato da Ariane Space per gennaio 2027.

 

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Groenlandia: una prospettiva centroeuropea

La sicurezza dell’Artico e le minacce di Trump di prendersi la Groenlandia anche con la forza scopre un fronte fino a quel momento marginale per l’Europa centrale. La Polonia ha risposto in maniera più energica alla provocazione di Washington. Tuttavia, la cautela delle altre cancellerie centroeuropee vanifica un possibile contributo subregionale alla sicurezza artica.

L’Artico è il leitmotiv geopolitico che sta caratterizzando l’inizio del 2026 nonché l’ennesima sfida per la coesione euro-atlantica lanciata dal presidente USA, Donald Trump. In Europa, l’evento sta alzando un moto di solidarietà nei confronti della Danimarca che si traduce concretamente nel rinnovamento della presenza militare in Groenlandia. Il vertice statunitense-danese di Washington dello scorso 14 gennaio scorso indica che la questione è destinata a rimanere aperta ancora a lungo.

In questo scenario, il Gruppo di Visegrád (V4) — il forum centroeuropeo formato da Slovacchia, Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca — appare come un attore geograficamente distante e strategicamente impegnato – spesso a dividersi — su altri teatri, in primis quello ucraino. Ciononostante, i membri del Gruppo mostrano alcuni segnali che confermano le tendenze divisive preesistenti all’interno del formato V4. Varsavia emerge come l’attore più attivo sulla scena mentre le altre cancellerie, per motivi diversi, si defilano dalla questione. Pur non essendoci un documento definisca una Arctic policy centroeuropea, l’assenza di una postura V4 riflette coerentemente la complessità e la sporadicità con cui questi Paesi si affacciano alla sicurezza artica.


La posizione polacca


Varsavia si è dimostrata il membro V4 più attivo sulla questione groenlandese accodandosi in maniera attiva alla posizione europea. Da subito, il Primo Ministro (PM) polacco, Donald Tusk, ha avvisato che l’Unione europea (Ue) è tenuta ad unirsi nel sostegno a Copenaghen. Il Paese ha firmato congiuntamente con gli alleati europei la “Dichiarazione congiunta sulla Groenlandia” nella quale si afferma che l’Artico sia una questione di sicurezza collettiva dentro la NATO ribadendo con forza il principio di sovranità della Danimarca e della Groenlandia sul territorio. Il 7 gennaio, il ministro degli affari esteri, Radosław Sikorski, ha ribadito il concetto durante un incontro con gli omologhi francese, tedesco ed indiano a Parigi dove ha ricordato che le questioni territoriali, negli USA, sono decise in ultima istanza dal Congresso. Al contempo, Sikorski ha sostenuto la linea del suo omonimo francese, Jean-Noël Barrot per cui Parigi, Berlino e Varsavia elaboreranno una risposta congiunta alle mire di Trump che verrà poi estesa a livello europeo.


All’atto pratico, tuttavia, la posizione polacca risente della difficile coabitazione tra governo e Presidente della Repubblica, espressione di schieramenti politici contrapposti. Il Presidente polacco, Karol Nawrocki, ha mantenuto una posizione più cauta sollecitando una soluzione diplomatica che si svolga dentro il framework della NATO. Nei giorni successivi, la posizione di Nawrocki si è indurita arrivando ad affermare in un’intervista alla BBC Radio Four che la Polonia (e gli europei) debbano rimanere fuori dalla questione groenlandese affermando che sia solo un affare tra Copenaghen e Washington. Tale posizione rappresenta un ostacolo all’azione del governo, che evita fughe in avanti per scongiurare i veti, limitando tuttavia la propria capacità di tradurre il sostegno in azioni rilevanti. Ad esempio, Tusk ha negato la possibilità di qualsiasi coinvolgimento militare polacco in Groenlandia, scelta che cozza con le decisioni di altre cancellerie europee di rafforzare la presenza nell’Artico.

L’interesse della Polonia verso la regione polare non è frutto della contingenza attuale ma è un interesse di lungo periodo. La presenza polacca è stata per lungo tempo di carattere scientifico ma si è sviluppato a livello strategico dopo la Guerra Fredda a partire dall’acquisizione dello status di osservatore permanente presso il Consiglio Artico nel 1998. Ad oggi, la Polonia è l’unico Paese V4 a godere di questo status permettendole di partecipare ai vertici regionali. Lo sforzo diplomatico è andato definendosi nel tempo e le sue coordinate si sono strutturate in due documenti chiave: la “Strategia della ricerca polare polacca 2017-2027”, elaborato dall’Accademia delle Scienze della Polonia e il Polish Polar Policy del 2020 redatto dal ministero degli esteri. Quest’ultimo definisce quattro priorità strategiche: garantire la partecipazione attiva e l’influenza politica di Varsavia nella regione tramite diplomazia pubblica, scientifica ed economica; rafforzamento della ricerca scientifica polacca; coordinamento degli sforzi per la regione con altre politiche e strategie nazionali; e mantenere costante l’attività delle analisi delle attività socio-politiche. A queste si aggiungono obiettivi specifici quali la tutela ambientale e la valorizzazione della diaspora polacca nei Paesi della regione artica.

Cautele centroeuropee


L’attivismo polacco rappresenta un’eccezione nella realtà del Gruppo in quanto Slovacchia, Ungheria e Repubblica Ceca non hanno aderito alla Dichiarazione congiunta mantenendo una linea più neutra. Le motivazioni, come il grado di coinvolgimento nella regione artica, differiscono tra loro ma tutte condividono un elemento comune, il timore di innervosire Washington.


La postura di Praga assomiglia a quella polacca in quanto essa risente di una coabitazione politica antagonista tra governo e Presidente della Repubblica. Da un lato, il governo sovranista del neo PM, Andrej Babiš, si è distanziato dalla questione. In particolare, il ministro degli esteri, Petr Macinka, ha incontrato l’ambasciatore statunitense in Repubblica Ceca, Nicholas Merrick, e il suo vice, David Wisner con cui si è registrata una sostanziale convergenza tra Washington e Praga. Dall’altro lato, Petr Pavel, Presidente della Repubblica ed esponente dell’attuale opposizione, ha espresso vicinanza alla Danimarca invitando ad aderire alla Dichiarazione congiunta, invito rimasto disatteso. L’indirizzo di Pavel risulta più vicino al mainstream della strategica artica ceca basata sul coordinamento con l’Unione europea e sulla costruzione di relazioni scientifiche e diplomatiche con i partner euro-atlantici, finalizzate all’ottenimento dello status di osservatore presso il Consiglio Artico. Le azioni dell’esecutivo, quindi, sconfessano questa linea a favore di una vicinanza agli USA.


Bratislava e Budapest, invece, non hanno interessi strategici significativi nella regione che riflette la scarsa tradizione scientifica dei due Paesi. Ciononostante, non sono completamente fuori dalla partita. Il PM ungherese, Viktor Orbán, ha invitato le parti a discutere della questione groenlandese all’interno della NATO. Tale linea è una versione più morbida delle parole, dette a gennaio 2025, dal ministro degli esteri di Budapest, Péter Szijjártó, il quale sminuiva le parole di Trump sulla Groenlandia. A Bratislava, solo il ministro degli affari esteri, Juraj Blanár, si è esposto sulla vicenda mostrando solidarietà a Copenaghen tramite una telefonata all’omologo danese, Lars Løkke Rasmussen. Di contro, il PM slovacco, Robert Fico, non si è ancora ufficialmente esposto sulla vicenda.

Il distacco dell’Ungheria e della Slovacchia, manifestato dalla loro non partecipazione alla Dichiarazione congiunta, è strumentale alla loropolitica di non allineamento alle posizioni europee sulle questioni di sicurezza internazionale. Lo scopo è duplice: ottenere credito presso Washington da spendere sulle discussioni diplomatiche riguardanti il conflitto in Ucraina, confermando il loro ruolo di attori destabilizzanti dentro l’Ue, e disimpegnarsi dalle faccende internazionali a favore di questioni domestiche che siano elezioni (Ungheria) o crisi di consensi (Slovacchia).


Perciò, la frammentazione V4 sulla Groenlandia rappresenta un nuovo capitolo della paralisi che caratterizza il Gruppo. Nonostante il tema della sicurezza artica sia marginale nella sicurezza centroeuropea, l’incapacità di formulare una prospettiva sub-regionale compromette ulteriormente la rilevanza come attore geopolitico. Nei fatti, i V4 stanno dissipando nuovamente il potenziale di essere una voce dialogante dentro un legame euro-atlantico più che mai fragile.

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La NSS 2025 parla di un mondo cambiato e del nuovo approccio Trumpiano

La pubblicazione della National Security Strategy rappresenta un cambiamento ideologico significativo nella politica estera americana. Il documento è caratterizzato da una maggiore focalizzazione sugli interessi visti come strettamente nazionali. Non solo, il documento riflette una visione strumentale agli interessi della Amministrazione e del bisogno di adattarsi a sfide emergenti. La NSS è utile per capire come l’Amministrazione Trump interpreta lo scenario internazionale e racconta di come gli Stati Uniti intendono rispondere e guidare, in parte, tale cambiamento.

La pubblicazione della National Security Strategy del 2025 segna uno dei momenti più rilevanti nella definizione del pensiero strategico statunitense sotto la seconda Amministrazione Trump. Con questo documento viene ripensata la gerarchia degli interessi nazionali e viene posto l’accento su priorità direttamente collegate ai mezzi a disposizione del Paese. Non solo, nel documento trovano conferma i nuovi equilibri creatisi nei mesi passati e continuamente evocati dai membri dell’Amministrazione, come il disimpegno dal continente europeo e un focus maggiore sul continente americano. Inoltre, l’analisi della NSS 2025 e unconfronto con le strategie precedenti e in particolare la NSS 2017, aiuta a comprendere come la seconda Amministrazione Trump intende approcciare uno scenario internazionale profondamente mutato, alla luce della sua stessa interpretazione. 

La NSS 2025 come la strada “necessaria” da seguire 

“L’America è forte e rispettata di nuovo e per questa ragione, stiamo costruendo la pace in tutto il mondo”. Con questa frase nel paragrafo introduttivo, la National Security Strategy del 2025 mette subito in chiaro il tono del documento: un ritorno all’idea che la ristabilita forza economica, industriale e militare degli Stati Uniti, sia la precondizione della stabilità internazionale. Prima ancora però di delineare le nuove priorità, la strategia sceglie di guardare indietro. L’introduzione, dal titolo “How American Strategy Went Astray”, è una spiegazione di come, negli ultimi decenni, la politica di sicurezza degli Stati Uniti si sia progressivamente ampliata fino a diventare troppo vaga e incapace di stabilire confini chiari tra ciò che è vitale e ciò non lo è, finendo, appunto, fuori strada. 

In generale, la NSS stabilisce che cosa gli Stati Uniti vogliono ottenere in termini di sicurezza, interessi nazionali e ruolo internazionale, dove la sicurezza è intesa come il perseguimento degli interessi nazionali all’interno di un ruolo internazionale che ne è al tempo stesso guida e risultato. Nella NSS 2025 si inizia proprio dal concetto di strategia, e viene illustrato come ciò che la rende realistica sia l’esistenza di una connessione fra gli obiettivi e i mezzi; inoltre, una strategia deve essere in grado di delineare delle priorità. Si spiega poi che i “best interests” per l’America siano quelli legati direttamente alla sicurezza nazionale, e non un generico “caricarsi degli oneri globali”. 

Il testo sostiene poi che Washington si sia caricata di missioni troppo ambiziose, come ad esempio mantenere l’ordine globale e intervenire in crisi lontane. Tale ambizione è stata perseguita inoltre senza assicurarsi di avere i mezzi necessari per sostenerla. I problemi elencati possono essere ricondotti a tre punti riassuntivi: troppe ambizioni, eccessiva dipendenza da supply chains globali vulnerabili e incapacità di svincolarsi da concetti come globalism o free trade. La NSS 2025 si propone dunque di intrecciare in modo pragmatico la politica di sicurezza con cambiamenti all’agenda industriale, fra cui la ricerca di maggiore indipendenza produttiva. L’Amministrazione Trump sostiene poi di aver dimostrato, nel suo primo mandato, che è possibile sottrarsi a impegni troppo ampi e a visioni generiche, preferendo un orientamento più aderente alle risorse disponibili. 

È dunque significativo osservare come la strategia della NSS 2017 enfatizzasse, ad esempio, il ruolo degli Stati Uniti nel favorire la stabilità di fragili. Il paragrafo Encourage Aspiring Partners affermava che tra alcuni dei maggiori successi della diplomazia americana vi era l’aiuto dato ai Paesi in via di sviluppo a diventare società prospere, creando mercati redditizi, alleati capaci di sostenere equilibri regionali favorevoli e partner per condividere responsabilità internazionali, un elemento evidentemente mancante nella strategia dell’attuale Amministrazione come anche dimostrato dal precedente smantellamento dello USAID e dalla recente comunicazione di ritiro da 66 organizzazioni internazionali

Il destino di Europa e Medio Oriente e il “pivot to West” 

Nella NSS 2017, la sezione dedicata all’Europa sottolineava che un continente forte e libero e basato sui principi condivisi di democrazia e libertà era di vitale importanza; e veniva ricordato il ruolo centrale degli Stati Uniti nella ricostruzione e nello sviluppo dell’area. Nel 2025, al contrario, la strategia si allontana da questa visione piuttosto tradizionale. L’Europa, tenendo fede anche a una serie di dichiarazioni recenti, è ora considerata meno centrale per gli interessi degli Stati Uniti e valutata soprattutto in funzione della capacità dei governi nazionali, intesi come singoli, di contribuire alla stabilità regionale. L’attenzione strategica viene allora spostata verso l’emisfero occidentale, con l’obiettivo di affrontare flussi migratori, cartelli, rotte marittime e crisi locali. Ed è proprio in ragione di questo pivot strategico o revisione della Dottrina Monroe, che l’Amministrazione Trump dichiara di voler dare maggiore centralità al continente Americano, con una postura definita come neo-imperialista. Concentrarsi verso Ovest significa vedere come assolute priorità tre minacce principali (nell’emisfero occidentale): migrazione, droga e criminalità, e Cina. Un esempio di questa postura o “Corollario Trump” lo offrono sia la recente operazione speciale condotta in Venezuela, dove proprio queste tre minacce si intrecciano, unite allo sfruttamento delle risorse, sia le ultime dichiarazioni riguardo alla volontà di “prendere” la Groenlandia per “questioni di sicurezza nazionale”.

L’elemento di maggiore discontinuità rispetto alla prima Amministrazione Trump riguarda proprio il ruolo attribuito all’Europa. Nella NSS 2017, il continente europeo era concepito come un pilastro strategico della politica americana: la stabilità e la prosperità europea venivano considerate essenziali per la sicurezza nazionale, e veniva attivamente promossa la cooperazione. Nella NSS 2025, sebbene non venga negato il legame “sentimentale” tra il vecchio Continente e gli Stati Uniti, l’Europa viene letta attraverso le lenti della debolezza economica, della stagnazione industriale e soprattutto della limitazione delle libertà nazionali da parte di organizzazioni transnazionali come l’Unione Europea. Il documento denuncia come regolamentazioni interne ed europee compromettano la produttività, mentre politiche migratorie, censura, calo demografico e perdita di identità nazionale minacciano la coesione e la capacità strategica del continente. In particolare, si fa implicitamente riferimento a regolamenti come il Digital Markets Act e il Digital Services Act che sono stati interpretati dall’Amministrazione come atti di economic warfare.  È evidente poi che gli interessi condivisi siano considerati come subordinati rispetto agli interessi esclusivamente americani. Nel complesso, l’analisi riguardante il continente europeo risulta guidata da evidenti principi ideologici. 

Anche sul Medio Oriente vi è un tentativo di inversione di rotta rispetto al passato. La NSS 2025 afferma l’intenzione di far passare in secondo piano la regione nella pianificazione strategica. Il documento sostiene che, per almeno mezzo secolo, la politica estera americana abbia attribuito al Medio Oriente una priorità superiore a quella di tutte le altre regioni, in ragione dell’importanza energetica, della competizione tra superpotenze e della natura potenzialmente espansiva dei conflitti locali. Almeno due di queste dinamiche non risultano più valide: la forte diversificazione delle forniture energetiche, che ha permesso agli Stati Uniti di tornare a essere un esportatore netto di energia, e il mutamento del contesto strategico verso una competizione tra grandi potenze in cui Washington mantiene una posizione di vantaggio. 

La scomparsa della Great Power Competition e l’approccio alla Cina

Nella National Security Strategy del 2025 vi è un cambiamento significativo del linguaggio utilizzato per affrontare le questioni riguardanti la Cina, sia rispetto all’Amministrazione Biden, sia rispetto al 2017. La nuova impostazione non elimina del tutto la competizione, ma la declassa a questione soprattutto economica e tecnologica, collegata alla protezione dell’apparato industriale nazionale e alla riduzione della dipendenza in vari settori. La Cina rimane dunque un attore rilevante, senza però essere la priorità assoluta dell’attuale agenda strategica.

Il documento insiste piuttosto sulla necessità di rapporti commerciali più equilibrati, menzionando appena le storiche preoccupazioni, come Taiwan, di natura economica, geopolitica e ideologica. Anche la dimensione militare è decisamente circoscritta: la deterrenza nel Pacifico è menzionata, ma senza porre l’attenzione sulla rivalità sistemica come fatto invece negli anni precedenti. Anche su questo tema, nel confronto con la NSS 2017 emerge un distacco evidente. Quel documento identificava la Cina come potenza revisionista e la collocava al centro della competizione strategica globale. Gli Stati Uniti nel 2025 non costruiscono più la propria architettura strategica attorno a Pechino. Ne deriva una postura più selettiva e mutata nella valutazione del peso reale che la competizione sino-americana dovrebbe avere nella definizione degli obiettivi nazionali. Un’anomalia degna di nota, anche rispetto alla NSS del 2017, è l’assenza di una menzione alla One China Policy, in linea però con l’atteggiamento di Trump di incoerenza e noncuranza verso impegni strategici, anche quelli vecchi di mezzo secolo. Inoltre, sebbene da un lato venga enfatizzata la cooperazione quadrilaterale, la deterrenza, la protezione delle Island Chains e l’importanza del contributo degli alleati per il raggiungimento di questi scopi; dall’altra non vengono menzionate le Filippine e l’AUKUS. 

Nel documento viene poi abbandonata anche la retorica dello scontro tra grandi potenze che ha fortemente caratterizzato le relazioni sino-americane in passato. Come sottolineato in un’analisi sul The Diplomat però, la logica profonda della NSS 2025 potrebbe essere meno favorevole alla Cina di quanto non sembri. “Questo cambiamento potrebbe essere meno carico di ideologia rispetto ai documenti NSS del 2017 e del 2022, ma è anche più attuabile”, infatti, questa attenuazione del linguaggio non implica necessariamente un ammorbidimento sostanziale dell’approccio statunitense nei confronti della Cina. La competizione viene riorientata sul piano economico-industriale, ma non scompare. 

Quanto la NSS è coerente e concreta

Nel complesso, la principale differenza tra la NSS del 2025 e altre pubblicate in passato, non sta tanto nel non porre l’America al centro del contesto internazionale, ma nel ridurre il numero di interessi vitali per il Paese. Il documento non rivela poi nulla di nuovo rispetto agli atteggiamenti e alle ambizioni sia della prima Amministrazione Trump che di quella attuale. Alcune analisi hanno però messo in luce l’incoerenza e l’ipocrisia della visione del mondo dell’Amministrazione. Sebbene Trump si sia presentato più volte come il Presidente della Pace, ha poi “ordinato operazioni militari illegali e inutili contro i trafficanti di droga civili nei Caraibi”; sebbene il documento dichiari di voler evitare di impegnarsi in guerre infruttuose e di non voler imporre il cambiamento in altri Paesi, Trump ha ordinato l’avvio di un’operazione speciale in Venezuela dagli esiti dubbi. L’operazione denominata Absolute Resolve, condotta il 3 gennaio 2026 a Caracas e nel nord del Paese, e che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, rappresenta infatti una palese violazione del principio di non ingerenza, pietra miliare del diritto internazionale. 

Inoltre, l’enfasi posta sulla sovranità risulta essere debole di fronte, ad esempio, all’atteggiamento lassista verso l’invasione su vasta scala dell’Ucraina avviata dalla Russia. Il documento ricorda poi, nella sezione peraltro intitolata “Predisposition to Non-Interventionism”, che “tutti gli esseri umani possiedono uguali diritti naturali dati da Dio”, che è in forte contrasto con le politiche migratorie recentemente adottate. 

Sotto certi punti di vista, la NSS 2025 è più retorica che concreta, ed è naturale porsi degli interrogativi su quanto il documento rifletta realmente una strategia nuova o pragmatica, piuttosto che una giustificazione ideologica di decisioni già prese o in corso d’opera. 

Nel complesso, la NSS 2025 si configura come un documento caratterizzato da una forte componente ideologica, in cui la riaffermazione di principi quali pace, sovranità e non interventismo entra in tensione con le scelte operative effettivamente adottate dall’Amministrazione. Questa discrepanza evidenzia limiti di coerenza interna e riduce la capacità della strategia di fornire indicazioni concrete sulla politica estera, confermando come il documento serva più a legittimare decisioni già prese che a delineare un percorso strategico realmente operativo.

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Corsa verso l’abisso. L’uccisione di Renee Good: il volto del trumpismo

Un fischio, poi un altro e un altro ancora: l’ICE è arrivata. Poi arriva la lunga esplosione: fiuuuuuuuu! L’ICE ha preso qualcuno.

Questi sono i codici che i gruppi di pronto intervento a sostegno degli immigrati stanno usando per avvisare i loro vicini e colleghi quando viene avvistata l’ICE e quest’ultima rapisce qualcuno.

Gli agenti federali sono armati in modo militare. Contro di loro, la gente comune ha fischietti, coraggio sconfinato e l’acronimo S.A.L.U.T.E. per le informazioni da raccogliere: le dimensioni (Size) degli schieramenti di agenti federali, le azioni (Actions) che stanno intraprendendo, la posizione (Location) specifica, le uniformi che indossano, il tempo e l’equipaggiamento, o il tipo di armi.

Durante i corsi di formazione organizzati in tutto il Paese, i soccorritori simulano come dimostrare solidarietà agli immigrati e superare la paura per sfidare il terrore. L’attivismo dal basso e l’azione diretta hanno giocato un ruolo fondamentale nella storia popolare degli Stati Uniti, una storia di lotte che hanno portato all’abolizione della schiavitù, assicurato la libertà di organizzazione sindacale e conquistato libertà civili.

La trentasettenne Renee Nicole Good era una paladina della solidarietà e della lotta per la libertà. Come moltissimi altri statunitensi provenienti da ogni ceto sociale, fungeva da occhi e orecchie dei suoi vicini latini e somali, avvisandoli della presenza dell’ICE e di altri agenti federali.

Good, madre di tre figli, faceva parte di un gruppo informale di pronto intervento, ICE Watch, composto dai genitori della scuola paritaria frequentata da suo figlio. “È stata addestrata su come comportarsi con questi agenti dell’ICE: cosa fare, cosa non fare, è un addestramento molto approfondito”, ha detto un genitore al New York Post, un tabloid conservatore che ha cercato di dare un’immagine negativa del suo attivismo. “Ascoltare i segnali, conoscere i propri diritti, fischiare quando si vede un agente dell’ICE”.

L’amministrazione Trump ha descritto Renee Nicole Good come una “terrorista interna”. Ma le persone che conoscevano Good la hanno descritta come una cristiana dichiarata, vedova di un veterano, una donna queer, una cantante e una poeta. “Quello che ho visto nel suo lavoro è stata una scrittrice che stava cercando di illuminare la vita degli altri”, ha detto un’insegnante, descrivendo il suo interesse per la vita degli anziani, dei veterani e di persone provenienti da diversi paesi ed epoche.

Come molti di noi che hanno una vita frenetica ma trovano il tempo per stare accanto agli altri, aveva accompagnato il figlio di sei anni a scuola poco prima che l’ICE la uccidesse. L’analisi delle riprese video da tre angolazioni effettuata dal New York Times mostra che Good sembra allontanare il suo SUV dagli agenti federali mentre l’agente dell’ICE Jonathan Ross cammina davanti al veicolo. Quindi quest’ultimo spara tre colpi a bruciapelo contro il veicolo, uccidendola in pieno giorno non lontano dalla sua abitazione, come si vede nelle riprese.

La sua compagna era sulla scena con lei. “Mercoledì, 7 gennaio, ci siamo fermate per aiutare i nostri vicini. Avevamo dei fischi. Avevano le pistole”, ha detto Rebecca Good in una dichiarazione venerdì. “Abbiamo cresciuto nostro figlio insegnandogli che, indipendentemente dalla propria provenienza o dal proprio aspetto fisico, tutti meritano compassione e gentilezza”.

Lo scorso settembre, il cuoco Silverio Villegas-Gonzalez è stato ucciso a colpi di pistola durante un controllo stradale a Chicago, poco dopo aver accompagnato i suoi due figli all’asilo, mentre presumibilmente tentava di fuggire. Il bracciante agricolo Jaime Alanís García si è rotto il collo a luglio, quando è caduto dal tetto di una serra nella contea di Ventura, in California, mentre tentava di sfuggire alla caccia degli agenti dell’ICE, ed è morto dopo il ricovero in ospedale. Trentadue persone sono morte mentre erano sotto la custodia dell’ICE nel 2025 – l’anno più letale per l’agenzia, ormai trasformata in una forza paramilitare, dalla sua fondazione nel 2003.

A differenza di Villegas-Gonzalez e Garcia, entrambi lavoratori immigrati provenienti dall’America Latina, Good era una cittadina statunitense bianca. Non avrebbe dovuto essere nella lista delle persone che l’ICE ha brutalizzato impunemente a causa della loro origine o del loro status di immigrati. Ma lei si è rifiutata di rimanere a guardare l’ingiustizia e ha protetto i suoi vicini. Non era tenuta a schierarsi, ma lo ha fatto. In realtà, alcuni membri della sua famiglia avrebbero preferito che non lo facesse.

Spesso diciamo che la solidarietà è una pratica molto importante, e Good ha agito, esercitando i diritti che tutti noi abbiamo, indipendentemente dallo status di immigrati, di documentare l’attività violenta della polizia e di esprimere la propria opinione.

Un attivista sindacale ha collegato la sua azione solidale alle lotte operaie. “Nel nostro sindacato abbiamo la tradizione di indossare abiti rossi ogni giovedì per onorare un membro molto speciale della CWA (Communications Workers of America), Gerry Horgan, ucciso mentre esercitava il suo diritto fondamentale di scioperare e partecipare a un picchetto. Proprio come Gerry, Renee Nicole Good è stata uccisa mentre esercitava il suo diritto di esprimersi e di essere solidale con la sua comunità, diritto che dovrebbe essere protetto dalla Costituzione”.

Noi siamo ciò che facciamo. Se la scelta che dobbiamo affrontare è tra Good e ICE, la popolazione di Minneapolis sceglie Good. Si stima che circa 10.000 persone abbiano partecipato a una veglia a lume di candela il 7 gennaio per onorare la sua vita.

La violenza scatenata dall’amministrazione Trump sul suolo statunitense non riuscirà a raggiungere i suoi obiettivi dichiarati.

Nessun personaggio nell’amministrazione USA ha mai avuto tanto potere come Stephen Miller, il consigliere per la sicurezza interna di Trump. Esercita una straordinaria autorità su una fascia insolitamente ampia delle branche di governo, dall’immigrazione alla giustizia penale fino anche alle operazioni militari sul suolo americano. Gran parte di ciò che caratterizza l’era Trump – rapimenti mascherati per le strade degli Stati Uniti, scontri tra gli scagnozzi dell’ICE e i manifestanti, pattuglie militari per le strade degli Stati Uniti – è stato creato da Miller.

Eppure, ora che siamo a un anno dall’inizio del secondo mandato del presidente Trump, è chiaro che, sotto molti aspetti importanti, Miller non sta riuscendo a realizzare i suoi piani autoritari più elaborati. Le espulsioni sono molto indietro rispetto alle sue aspettative. Non è riuscito a convincere Trump a esercitare il potere dittatoriale che tanto desidera vedere. E ha scatenato un movimento culturale in difesa degli immigrati che è più potente di quanto avesse previsto.

Il sogno di Miller di 3.000 arresti giornalieri rimane questo: un sogno. Miller spera di deportare un milione di persone all’anno, ma con il tasso attuale non si avvicinerà a questo. Mentre l’amministrazione sta ancora aumentando il personale dell’ICE, e le deportazioni potrebbero aumentare, molti esperti si aspettano che Miller resti molto al di sotto dell’obiettivo di un milione di deportazioni all’anno nel corso dell’intero mandato di Donald Trump.

Ma l’obiettivo del governo USA va oltre il numero delle deportazioni.

Molti settori produttivi sarebbero nei guai se il governo andasse davvero avanti con le sue deportazioni di massa annunciate. La caccia ai migranti e il modo brutale e arbitrario in cui viene effettuata (gli arresti dei migranti sono fatti davanti alle telecamere come per pubblicizzare la loro pericolosità) sembra progettata per diffondere la paura e per dividere la classe operaia. La paura (dei migranti, del crimine, della violenza, delle minoranze, dei poveri, del decadimento morale e altro) è costantemente alimentata e giustapposta all’immagine rassicurante del potente leader fiducioso e della sua squadra di guerrieri senza paura. L’amministrazione Trump diffonde paura ovunque. Nella popolazione in genere per creare la paura dell’estraneo infiltrato all’interno della comunità nazionale, che farà la fine del capro espiatorio, e perseguitando questo capro espiatorio la maggioranza della popolazione viene compattata dalla paura su un terreno comune. Così si forma una falsa comunità e si evita il pericolo di una classe operaia unificata.

L’esperienza del nazismo in Germania ci mostra quanto sia importante il processo di esclusione di un capro espiatorio interno nel forgiare la volksgemeinschaft, la comunità del popolo. Quella che sta combattendo l’amministrazione Trump è una una battaglia ideologica per creare una comunità nazionale, una “volksgemeinschaft” che è disposta a combattere e morire per il capitale. Si tratta di un attacco alle spinte verso l’unità e l’autonomia della classe operaia, un elemento fondamentale della preparazione alla guerra, che non è solo preparazione militare, ma soprattutto attacco alle forze antimilitariste e internazionaliste.

Di fronte all’arroganza dell’amministrazione e alla marcia verso la guerra, è incoraggiante vedere quanto rapidamente siano apparse reazioni spontanee e intense contro i raid dell’ICE a Los Angeles, New York e Chicago. Anche l’organizzazione di quartiere (allertando una rete di attivisti solidali quando agenti dell’ICE entrano in un’area) si è diffusa nelle città. Lo stesso assassinio di Renee Good è frutto della reazione governativa a questa mobilitazione dal basso, mentre le reazioni che ha provocato in tante città americane testimonia la profondità del movimento.

Il governo Trump usa qualsiasi pretesto per espandere i suoi mezzi repressivi e per abituare la popolazione alla presenza dei militari nelle strade. Anche questa è la preparazione alla guerra. Trump ha detto che le grandi città sarebbero un buon campo di addestramento per i militari. È convinto che una terribile repressione entusiasmerà il suo esercito MAGA e intimidirà i suoi avversari. È la costruzione della nazione per salvare la civiltà occidentale. Nel frattempo quella civiltà produce la bolla dell’IA, la bolla delle criptovalute, il banking ombra e molti altri fenomeni che portano all’abisso. Trump potrebbe essere l’Hoover, il presidente repubblicano della crisi del 1929, dei nostri giorni. Ma è stato il successore “progressista” di Hoover, il democratico Franklin Delano Roosevelt che si è rivelato il più grande ostacolo alla crescita della coscienza di classe autonoma del proletariato.

Avis Everhard

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Aldilà del giardino di casa. Venezuela e Groenlandia – politiche di aggressione USA e interessi del capitale

Pare opportuno che una riflessione sui fatti del Venezuela debba andare ben oltre la classica visione del “giardino di casa” che per più un secolo ha ben dimostrato la natura degli interessi del capitalismo statunitense e le azioni a difesa dei suoi investimenti nel continente Sud Americano. Le vicende venezuelane non riguardano solo i rapporti tra nord e sud America, ma devono essere valutati per il loro impatto globale. Intervenire a Caracas in realtà nasconde l’intenzione di colpire molto più lontano; il vero obiettivo è ben più consistente che non un “caudillo” sudamericano, i veri scenari in gioco si trovano a migliaia di chilometri di distanza. Nel marzo dello scorso anno un articolo pubblicato sul n. 6 di Umanità Nova esponeva delle considerazioni sull’importanza strategica dell’area artica e sull’interesse che in quel momento l’amministrazione statunitense aveva pubblicamente manifestato per la regione. Interesse oggi rinnovato con forza da Trump e riproposto proprio a ridosso dall’intervento militare nel Venezuela, suscitando clamore e preoccupazione in campo internazionale. Quanto osservato quasi un anno fa sulle colonne di U.N. costituisce ancora oggi materiale più che attuale per le analisi geoeconomiche e geopolitiche relativamente agli interessi statunitensi legati alle nuove rotte artiche, alle materie prime rare e alla posizione strategica della piattaforma groenlandese e canadese per le intercettazioni dei missili nucleari. Tuttavia riproporre la questione del controllo dell’Artico in concomitanza con l’operazione scattata in Venezuela non è una semplice coincidenza. Il blitz militare in Venezuela non è “solo” una dimostrazione della volontà di espansione della potenza statunitense, come è stato comunemente interpretato dai media, ma un’azione che si collega a scenari più ampi.

Cerchiamo di procedere con ordine. Innanzitutto è bene sottolineare che la questione del narcotraffico è del tutto fuorviante ed ha solo un fondamento propagandistico. L’operazione in Venezuela è stata derubricata ad intervento di polizia internazionale contro il narcotraffico con il pretesto della difesa dell’interesse nazionale, evitando in tal modo il necessario passaggio al Congresso per l’autorizzazione di operazioni belliche extraterritoriali. Soprattutto si è collaudata una scorciatoia per eventuali successive ad analoghe operazioni, quali potrebbero essere eventuali interventi in Colombia o a Cuba (anche se in questo caso è probabile che l’opzione possa cadere più su azioni di destabilizzazioni interne che su interventi diretti). Tale scelta per un sistema democratico liberale, sia pur presidenziale, come quello statunitense, da un punto di vista politico è estremamente pericolosa, poiché espone al totale arbitrio dell’esecutivo, cioè del Presidente, con la possibilità del replicarsi di interventi militari mascherati da operazioni di polizia a difesa dell’interesse nazionale. Da ricordare, tra l’altro, che vicende come quella libica, irachena e afghana, dove è stato abbattuto un regime e spesso un dittatore ostile, simbolo internazionale dell’opposizione alla politica statunitense, hanno nel tempo innescato uno scenario nettamente peggiore del precedente, ben più complicato anche per gli stessi interessi americani, dove spesso gli U.S.A. sono risultati alla lunga perdenti. Abbattuto con successo e clamore mediatico il “dittatore”, sottoposto alla gogna di un “processo democratico” il nemico di sempre, si scopre poi, a giustizia eseguita, che ha lasciato in eredità un vuoto politico e sociale assoluto che viene inesorabilmente riempito da una miriade di improvvisati “capibanda” e “milizie”, di fatto una frantumazione. L’ attuale Libia ne è l’eclatante esempio, con una situazione che rende anche gli stessi interessi americani difficili da difendere e sottoposti a continue negoziazioni.

Vedremo presto se la situazione venezuelana riproduce scenari simili. Intanto, per comprendere quanto sta avvenendo, bisogna superare la lettura più banale e andare oltre l’orizzonte strategico del “giardino di casa”, cercando di comprendere le conseguenze internazionali di quanto accaduto a Caracas. Innanzitutto occorre ampliare lo sguardo alla posizione che la Cina occupa nell’economia globale e soprattutto alla dimensione economica che potrebbe raggiungere Pechino se ai livelli attuali dovesse aggiungere i vantaggi logistici commerciali delle nuove rotte artiche.

In questa prospettiva dichiarazioni di Trump, come “la Groenlandia ci serve per la sicurezza nazionale”, trovano reale fondamento e non possono che abbinarsi all’operazione venezuelana. Ambedue gli obiettivi si basano infatti sulla comune volontà di togliere energia alla macchina produttiva cinese, il vero competitor del capitalismo statunitense. In quest’ottica per gli USA è importante gestire direttamente la più grande riserva petrolifera mondiale, il Venezuela, e sovrintendere al contempo alle rotte artiche, la via più breve e sicura per il transito delle merci cinesi e orientali in genere. In sintesi, controllare le più grandi riserve petrolifere mondiali, quelle venezuelane, e controllare quella che sarà una delle vie logistiche più importanti del commercio globali tra Est ed Ovest, l’Artico.

È evidente che l’operazione anti Maduro ha per scopo lo sfruttamento delle maggiori riserve petrolifere mondiali, quali sono attualmente quelle venezuelane; e d’altra parte Trump stesso ha affermato che le industrie statunitensi estrarranno direttamente in loco. Quindi la posta in gioco è il possesso materiale di quello che sarà disponibile in futuro e l’obiettivo preciso dell’operazione è quello di mettere un freno all’espansionismo della macchina produttiva cinese e della sua influenza commerciale globale. Mettere sotto controllo le future rotte artiche, che avvantaggiano in prima battuta il commercio cinese, diventa dunque una priorità geostrategica. Va da sé che un’eventuale “operazione Groenlandia” non godrebbe dei vantaggi mediatici e propagandistici di quella anti Maduro, ma andrebbe incontro a evidenti, contraddizioni geopolitiche. Si tratterebbe infatti di una prima violazione territoriale interna alla NATO, di non facile soluzione e non sicuro gradimento da parte dell’opinione pubblica occidentale.

Al momento è incontestabile la supremazia militare statunitense, ma gli indubbi progressi tecnologici e scientifici cinesi, pur non consentendoci di fare previsioni, rendono altamente probabili, in tempi non lunghissimi, la possibilità di colmare il gap tra Cina ed USA. La questione di fondo è che Pechino ha un passo più veloce nell’innovazione: è qui che in sostanza il capitalismo mondiale prenderà le misure sul ruolo che i singoli paesi avranno nello scacchiere mondiale. Oggi la competizione sul mercato globale viene giocata da due competitori. Da una parte, Trump si presenta sulla scena con l’imposizione dei dazi, la politica delle cannoniere, ma soprattutto con il taglio dei finanziamenti pubblici alle sue migliori università; ostacola fortemente gli ambienti e le menti che dovrebbero essere protagoniste dell’intellighenzia, della ricerca, sia che si tratti di stranieri o di connnazionali non “allineati” alla sua politica, rinnegando il principio sacro del capitalismo secondo cui prima di tutto c’è il business, prima devi dimostrare di saper guadagnare, poi puoi dirmi come la pensi. Dall’altra parte, Pechino mostra un’altra faccia: un sistema scolastico ferocemente selettivo, che sceglie le “sue menti migliori”, le mette al servizio dello Stato e delle sue classi dirigenti impegnate in uno sfruttamento senza precedenti, vincendo la sfida per l’innovazione ed il futuro. Il capitalismo cinese è più pragmatico, lo ha imparato da millenni. Durante il “grande balzo” Deng Xiao Ping, il padre della Cina moderna, rispolverò l’antico detto mandarino, oggi più che mai attuale: “non importa che il gatto sia bianco o nero, l’importante è che acchiappi il topo”. Il che significa che gli affari si concludono con tutti i governi o gli interlocutori privati, il cui colore non interessa, perché l’importante è che l’affare vada a buon fine. Purtroppo chi paga il conto sono sempre gli sfruttati, e l’aguzzino è sempre lo Stato

Daniele Ratti

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Sono rientrati gli astronauti della Crew-11

«Alle 3:41 del mattino, ora della costa orientale [le 9:41 ora italiana di oggi, ndr], la navicella Dragon Endeavor di SpaceX è ammarata con successo al largo della costa della California in condizioni meteorologiche ottimali. Questa missione ha riportato a casa sani e salvi i membri dell’equipaggio della Crew-11. Gli astronauti della Nasa Zena Cardman e Michael Fincke, l’astronauta della Jaxa Kimiya Yui e il cosmonauta della Roscosmos Oleg Platonov sono tutti in buona salute e di ottimo umore. Tutti i membri dell’equipaggio sono attualmente sottoposti alla consueta valutazione medica post-ammaraggio. Il membro dell’equipaggio che destava preoccupazione sta bene. Condivideremo aggiornamenti sul loro stato di salute non appena sarà opportuno farlo».

Immagine del recupero in mare della navicella Dragon Endeavor con a bordo i quattro astronauti della Crew-11, rientrati anticipatamente a causa di un problema medico di uno di loro. L’ammaraggio è avvenuto in condizioni nominali alle 09:41 di questa mattina (ora italiana) a largo di San Diego, in California, e i quattro astronauti sono ora in una clinica per le valutazioni mediche post-rientro. Crediti: Nasa

Comincia così la conferenza stampa tenuta questa mattina alla Nasa riguardo il rientro anticipato della Crew-11 dalla Stazione spaziale internazionale (Iss), dovuto a un problema medico di uno dei quattro membri dell’equipaggio. A parlare è l’amministratore dell’agenzia Jared Isaacman, che sottolinea come la Nasa fosse pronta a questa evenienza nonostante fosse la prima volta nella storia e come abbia saputo gestirla al meglio.

La permanenza della Crew-11 alla Iss è durata circa cinque mesi (167 giorni), durante i quali gli astronauti hanno dedicato oltre 850 ore a esperimenti e studi scientifici, tra cui ricerche sulla perdita ossea in microgravità e lo stoccaggio a lungo termine di fluidi criogenici nello spazio. Esperimenti che – sottolinea l’amministratore – avrebbero applicazioni dirette in campo medico e industriale e che hanno migliorato la nostra comprensione dei voli spaziali di lunga durata. I quattro astronauti si trovano ora in una clinica nella periferia di San Diego, in California, dove trascorreranno la notte per poi fare ritorno a Houston venerdì.

Da sinistra: Il cosmonauta della Roscosmos Oleg Platonov, gli astronauti della Nasa Mike Fincke e Zena Cardman e l’astronauta della Jaxa Kimiya Yui all’interno della navicella spaziale SpaceX Dragon Endeavour a bordo della nave di recupero Shannon di SpaceX poco dopo l’ammaraggio nell’Oceano Pacifico, al largo della costa di Long Beach, in California, giovedì 15 gennaio 2026. Crediti: Nasa/Bill Ingalls

Il prossimo mese vedrà due appuntamenti importanti per la Nasa e, più in generale, per il volo umano. Il 6 febbraio si apre la finestra di lancio di Artemis II, la missione che porterà quattro astronauti in orbita attorno alla Luna per la prima volta dopo le missioni Apollo. Si tratta del primo volo con equipaggio del razzo Space Launch System (Sls) e della navicella spaziale Orion. In questi giorni la Nasa sta preparando il trasferimento del veicolo completamente assemblato alla piattaforma di lancio 39B del Kennedy Space Center in Florida, che avverrà non prima di sabato 17 gennaio 2026. A seguire, il 15 febbraio si apre la finestra di lancio della Crew-12 per la Stazione spaziale internazionale, che vedrà fra i membri dell’equipaggio l’astronauta francese Sophie Adenot dell’Agenzia spaziale europea (Esa).

Guarda il video dell’ammaraggio della capsula Dragon con i quattro astronauti della Crew-11:

 

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Quo vadis Venezuela? A fianco di ogni popolo, contro ogni governo

L’enorme pressione militare sul Venezuela ha dato i suoi frutti. Senza ricorrere all’invasione di terra, è bastato al governo USA esercitare un’accorta operazione di corruttela su gangli del regime individuati come malleabili e abbordabili per effettuare una specie di colpo di Stato. Sequestrati Maduro e consorte senza che le truppe d’assalto statunitensi versassero una solo goccia di sangue, Trump ha dato il via libera ad un governo costituito dalla stessa élite dell’epoca maduriana. L’ex presidente che diventa presidente, il fratello che apre le porte delle carceri agli oppositori che lui stesso e i suoi accoliti avevano messo dentro, il ministro delle risorse energetiche che stringe i patti con chi vuole mettere le mani sull’oro nero, qualcuno che fa finta di inneggiare al presidente deposto. Insomma una scena da cabaret, se non fosse per il centinaio di morti (tra i quali i trentadue miliziani cubani che costituivano la guardia del corpo: evidentemente Maduro si fidava ben poco dei suoi).

Passati i primi giorni di attesa attraversati dal timore e dalla paura, mentre all’estero i venezuelani festeggiavano per la caduta del presidente, gruppi di manifestanti si sono riversati nelle strade delle principali città del paese per denunciare l’aggressione statunitense e rivendicare l’indipendenza nazionale.

Provenienti dalle periferie, dai sobborghi della capitale, agitando gli emblemi della ‘rivoluzione bolivariana’, erano e sono la dimostrazione più evidente della profonda frattura che divide il Venezuela.

Quando nel 1998 Hugo Chavez – che già nel 1992 fu protagonista di un fallito colpo di Stato per rovesciare il presidente Carlos Pérez accusato di corruzione – vinse con un largo margine le elezioni, affermò di voler governare opponendosi a tutti i segmenti del potere tradizionale della società venezuelana per avviare una rivoluzione del sistema politico nazionale, abbracciando una piattaforma anti-neoliberale.

Chavez non veniva dal nulla, ma era il frutto di una società attraversata da una profonda divisione di classe legata all’ineguale distribuzione dei proventi della vendita del petrolio in una fase di vertiginosa crescita del suo prezzo nel mercato internazionale. Nell’ultimo ventennio del Novecento il Venezuela godeva del più alto tasso di reddito pro capite dell’intero continente, ma questa ricchezza andava ad alimentare sprechi e corruzione, creando ricchezze sempre più ingenti e facendo sprofondare nella povertà settori della popolazione già emarginati per il colore della pelle, per la mancanza d’istruzione, per la precarietà del lavoro.

Le cosiddette terapie d’urto neoliberali, in voga nel periodo, aggravarono la situazione generando conflitti sociali, fuga dei capitali all’estero e aumento del debito estero. In soli 11 anni la percentuale di coloro che vivevano sotto la soglia di povertà passò dal 36% del 1984 al 66% del 1995; quelli che vivevano in condizioni di estrema povertà passarono dall’11% al 36%.

È questo il contesto che portò alla vittoria elettorale Hugo Chavez, che rivolse l’attenzione sua e del suo governo alla lotta contro la povertà e l’emarginazione dei settori più deboli della popolazione. Le prime misure adottate riguardarono l’introduzione per la prima volta nella storia del paese del sistema di sanità universale, l’assicurazione di un pasto giornaliero in migliaia di scuole, la scolarizzazione diffusa, l’inserimento nel processo decisionale politico di vasti segmenti della società tradizionalmente esclusi (donne, popolazioni indigene, persone omosessuali), la riforma agraria tesa a distribuire ai contadini la terra incolta dei grandi proprietari terrieri, la riforma delle aree urbane stabilendo il diritto di proprietà sulle occupazioni illegali e promuovendo l’autogoverno delle comunità tramite l’istituzione di comitati territoriali costituiti da non più di 200 famiglie provenienti dai quartieri poveri. Una serie di misure di stampo sostanzialmente socialdemocratico, ma che in un paese come il Venezuela, governato da due partiti borghesi, assolutamente indifferente alle condizioni di vita dell’80% della popolazione, rappresentarono una rottura nell’ordine delle cose.

Per finanziare queste misure Chavez istituì, per la prima volta nella storia del paese, una serie di tasse per quanti godevano di redditi significativi. Ovviamente le parti più ricche della società non accolsero favorevolmente questa decisione, mentre il ceto medio non ebbe nessuna ricaduta positiva dalle politiche chaviste.

L’11 aprile 2002 un colpo di Stato, orchestrato dalle forze di opposizione in combutta con la presidenza USA, occupata allora da Bush, cercò di scalzare Chavez dal potere. Per 47 ore il presidente venne deposto e sostituito da Pedro Carmona, capo della federazione commerciale, ma imponenti manifestazioni popolari e l’appoggio di settori dell’apparato militare lo rimisero al suo posto.

Il fallimento del golpe rafforzò Chavez, anziché indebolirlo e mise le basi del regime, che venne riconfermato con le elezioni del 2000, 2006 e 2012. Elezioni sulle quali sono state presentate molte denunce relative a irregolarità di vario tipo. La morte di Chavez aprì le porte al suo successore, Maduro, con i risultati che abbiamo visto e dei quali abbiamo scritto nell’articolo di UN del 16 novembre.

Trump deve avere imparato la lezione ricevuta da Bush nel 2002, operando in modo diretto piuttosto che delegare a settori dell’opposizione interna la gestione del golpe contro Maduro.

D’altronde si è trovato ad operare in una situazione in cui l’élite madurista ha dimostrato da tempo di aver messo la sordina all’eredità di Hugo Chavez, proteggendo sostanzialmente i propri privilegi, a scapito delle condizioni di vita non solo dei milioni che hanno dovuto abbandonare il paese sia per motivi economici che politici, ma anche degli stessi loro primitivi sostenitori, spesso e frequentemente repressi nel corso degli scioperi e delle manifestazioni di protesta contro il regime (ricordiamoci delle violenze poliziesche del 2017 con 120 morti nelle piazze).

Il ricorso, sempre più frequente, alla repressione delle opposizioni, l’emarginazioni dei settori critici dello stesso chavismo, la messa fuori legge di partiti come il Partito Comunista, l’arroccarsi in difesa di uno Stato sempre più legato ai proventi del petrolio, l’adozione di forme di governo sempre più dittatoriali accompagnate da politiche economiche fallimentari hanno progressivamente indebolito l’immagine stessa di Maduro, trasformandolo in un capo espiatorio per la salvezza degli interessi dei suoi ex sodali.

Trump vuole il petrolio e soprattutto vuole che non vada in Cina. Preferisce mercanteggiare con il governo chavista piuttosto che si scateni un conflitto tra le correnti venezuelane, tra la borghesia e i ceti popolari, inaugurando una scenario di tipo libanese.

Sta ora, una volta di più, alle componenti storicamente più sfruttate che hanno beneficiato di una politica di redistribuzione della ricchezza sociale, difendere quanto ottenuto. Lo possono fare se solo abbandonano la fiducia nei loro governanti, che proprio in questi giorni hanno dimostrato quanto hanno a cuore i propri interessi invece degli interessi di coloro che agitano in piazza le bandiere chaviste.

E gli stessi che ora si sbracciano per la fine di Maduro stiano molto attenti, perché ottenere la liberazione da un potere esterno comporta sempre la subordinazione agli interessi dello Stato dominante, in una situazione di tipo coloniale.

È un’indicazione questa che dovrebbe essere presente soprattutto in una fase come questa, di ripresa di pratiche di guerra su scala mondiale.

Se vogliamo perseguire la libertà di tutti i popoli bisogna abbandonare le scelte di campo a favore di questo o di quello Stato, di questo o di quel governo.

Nemici di ogni Stato e di ogni governo gli anarchici hanno sempre reclamato il diritto di vivere e di svilupparsi nella piena libertà di tutti i gruppi sociali ed etnici come di tutti gli esseri umani. Ed è per quello che, oggi come allora, siamo a fianco di ogni popolo che lotta per la sua libertà, quella vera, costruita con l’autodeterminazione e nell’autogestione, contro ogni potere interno ed esterno.

In Venezuela, in Palestina, in Iran, in Sudan, in Siria, ovunque.

Massimo Varengo

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Groenlandia, la nuova frontiera dell’egemonia americana: oltre la retorica della difesa

L’insistenza dell’amministrazione Trump sull’acquisizione della Groenlandia rivela dinamiche geopolitiche che trascendono la giustificazione militare. L’isola artica rappresenta un nodo strategico per il controllo delle risorse critiche, delle nuove rotte commerciali e per l’indipendenza tecnologica degli Stati Uniti dalla Cina, con implicazioni ambientali di portata globale.

L’interesse statunitense per la Groenlandia non costituisce una novità nella storia diplomatica americana. Già nel 1946, l’amministrazione Truman aveva avanzato un’offerta di acquisto alla Danimarca, proposta che venne respinta. Tuttavia, l’attuale pressione esercitata dall’amministrazione Trump per acquisire il controllo dell’isola presenta caratteristiche inedite che meritano un’analisi approfondita. La motivazione ufficiale addotta da Washington ruota attorno alla necessità di garantire la difesa del territorio artico dalle crescenti ambizioni di Cina e Russia. Questa giustificazione risulta tuttavia parziale e solleva interrogativi sulla reale portata degli obiettivi strategici americani.

La Groenlandia è già inserita nel perimetro difensivo della NATO e ospita dal 1951 la base spaziale di Pituffik, precedentemente nota come base aerea di Thule, che rappresenta una delle installazioni militari più settentrionali degli Stati Uniti. Gli accordi bilaterali vigenti tra Washington e Copenaghen consentirebbero già un’espansione significativa della presenza militare americana sull’isola senza necessità di modifiche sostanziali dello status giuridico del territorio. L’enfasi posta sulla dimensione securitaria appare quindi insufficiente a spiegare l’intensità della pressione diplomatica esercitata dall’amministrazione statunitense, suggerendo l’esistenza di motivazioni strategiche più complesse e articolate. Ed anzi, un atteggiamento tanto aggressivo da parte di Washington potrebbe avere, come in effetti sta avendo, l’effetto opposto di allontanare in maniera irreparabile Stati Uniti sia dalla Groenlandia, sia dall’Europa.Il monopolio cinese sulle terre rare e la sicurezza tecnologica

La questione delle risorse naturali costituisce probabilmente il vero fulcro dell’interesse americano per la Groenlandia. Il progressivo scioglimento della calotta glaciale, conseguenza diretta del riscaldamento globale, sta rendendo accessibili giacimenti minerari di portata straordinaria che fino a pochi decenni fa rimanevano impraticabili. La Groenlandia custodisce nel proprio sottosuolo risorse strategiche fondamentali per l’economia del ventunesimo secolo, trasformando l’isola in uno degli ultimi territori vergini disponibili per lo sfruttamento minerario su scala industriale.

Il controllo cinese sulla catena produttiva delle terre rare rappresenta una delle principali vulnerabilità strategiche degli Stati Uniti e dell’Occidente. Pechino controlla attualmente tra l’ottanta e il novanta per cento della raffinazione mondiale di questi elementi chimici, essenziali per la produzione di componenti elettronici avanzati, veicoli elettrici, turbine eoliche e sistemi d’arma di nuova generazione. Questa dipendenza tecnologica costituisce un rischio geopolitico che Washington intende eliminare attraverso la diversificazione delle fonti di approvvigionamento. L’acquisizione della sovranità sulla Groenlandia permetterebbe agli Stati Uniti di spezzare questo monopolio cinese senza dover sottostare alle stringenti normative ambientali europee o danesi che attualmente vincolano lo sfruttamento delle risorse dell’isola.

Le stime geologiche attribuiscono al sottosuolo artico, e groenlandese in gran parte, circa il tredici per cento delle riserve mondiali di petrolio non ancora sfruttate e il trenta per cento di quelle di gas naturale, oltre a quantità significative di uranio, zinco, oro e altri minerali strategici. Il giacimento di Kvanefjeld, situato nella parte meridionale dell’isola, rappresenta uno dei più grandi depositi al mondo di terre rare e uranio, con un potenziale produttivo che potrebbe soddisfare una quota rilevante del fabbisogno occidentale. La valorizzazione di queste risorse richiederebbe tuttavia la rimozione degli ostacoli normativi attualmente esistenti, obiettivo che potrebbe essere raggiunto solo attraverso un cambiamento radicale dello status politico del territorio.

L’impatto ambientale come variabile sacrificabile

L’estrazione e la lavorazione delle terre rare comportano processi industriali ad altissimo impatto ambientale, caratterizzati dalla produzione di ingenti quantità di scarti tossici e radioattivi. Molti giacimenti groenlandesi, incluso quello di Kvanefjeld, contengono concentrazioni significative di uranio e torio, elementi che richiedono specifici protocolli di sicurezza e producono fanghi di lavorazione altamente contaminanti. La raffinazione delle terre rare genera residui chimici pericolosi che devono essere stoccati in appositi bacini di contenimento per periodi prolungati, con rischi ambientali che le normative europee e danesi considerano inaccettabili.

Nel 2021, il governo locale della Groenlandia ha approvato una legge che vieta espressamente l’estrazione di uranio, decisione motivata dalla volontà di preservare l’ecosistema incontaminato dell’isola e di proteggere le comunità Inuit dalle conseguenze sanitarie dell’inquinamento industriale. Questa normativa ha di fatto bloccato progetti minerari di grande portata che avevano raccolto l’interesse di investitori internazionali, generando tensioni tra le autorità locali e i sostenitori dello sfruttamento delle risorse naturali come strumento di sviluppo economico.

L’acquisizione della sovranità statunitense sulla Groenlandia potrebbe consentire a Washington di aggirare questi vincoli normativi attraverso l’istituzione di zone economiche speciali o aree di interesse nazionale dove le leggi ambientali locali verrebbero subordinate alle esigenze della sicurezza nazionale americana. La Groenlandia potrebbe così trasformarsi nell’hub industriale necessario per la transizione tecnologica degli Stati Uniti, ospitando processi produttivi che risulterebbero politicamente insostenibili se localizzati in Stati come il Maine o la California. La vastità del territorio groenlandese e la sua bassissima densità demografica renderebbero più facilmente gestibili le conseguenze ambientali dello sfruttamento minerario, delocalizzando i costi ecologici lontano dagli occhi dell’elettorato americano.

Il controllo delle nuove rotte marittime artiche

Oltre alle agevolazioni in ambito minerario, lo scioglimento progressivo dei ghiacci artici sta determinando l’apertura di nuove rotte marittime commerciali che potrebbero ridisegnare i flussi del commercio globale nei prossimi decenni. Il Passaggio a Nord Ovest, che attraversa l’arcipelago artico canadese collegando l’Oceano Atlantico al Pacifico, sta diventando navigabile per periodi sempre più prolungati durante l’anno, riducendo drasticamente le distanze (nell’ordine dei 7-8000 km), e quindi i tempi e i costi di trasporto tra Europa e Asia rispetto alle rotte tradizionali che transitano attraverso il Canale di Suez o il Canale di Panama.

Il controllo della Groenlandia garantirebbe quindi agli Stati Uniti anche una posizione dominante lungo questa nuova autostrada commerciale del ventunesimo secolo. La possibilità di gestire direttamente i porti strategici dell’isola e di poter controllare il transito sulle acque territoriali circostanti rappresenta un vantaggio economico e geopolitico che non può essere assicurato attraverso i semplici accordi di cooperazione militare attualmente in vigore con la Danimarca. La sovranità territoriale consentirebbe inoltre a Washington di impedire che altre potenze, in particolare la Cina, possano acquisire posizioni di influenza lungo queste rotte attraverso investimenti infrastrutturali o accordi commerciali con un’eventuale Groenlandia indipendente.

La questione dell’indipendenza rappresenta infatti un elemento centrale nell’analisi delle motivazioni americane. La Groenlandia sta progressivamente intensificando le richieste di piena sovranità nei confronti della Danimarca, e il conseguimento dell’indipendenza politica esporrebbe l’isola a pressioni economiche che potrebbero renderla vulnerabile all’influenza cinese. Pechino ha già dimostrato interesse per investimenti strategici in Groenlandia, inclusi progetti per la costruzione e l’ammodernamento di infrastrutture aeroportuali che avrebbero accresciuto la presenza economica cinese nell’Artico. Un’eventuale Groenlandia indipendente e priva di risorse finanziarie adeguate potrebbe trovare nella diplomazia del debito cinese una soluzione attraente, scenario che Washington intende prevenire attraverso un’acquisizione preventiva del territorio.

L’attuale presenza militare americana in Groenlandia si basa su trattati bilaterali con la Danimarca che richiedono rinegoziazioni periodiche e che potrebbero essere messi in discussione da un cambio di status politico dell’isola. L’acquisizione della sovranità eliminerebbe questa incertezza giuridica e garantirebbe agli Stati Uniti un controllo permanente su un territorio che riveste importanza crescente per gli equilibri strategici globali. La Groenlandia rappresenta per l’amministrazione Trump quello che l’Alaska rappresentò nel 1867 quando gli Stati Uniti la acquistarono dall’Impero Russo, un investimento territoriale di lungo periodo le cui potenzialità strategiche ed economiche si sono rivelate nel corso dei decenni successivi, in piena coerenza con l’annunciata adesione alla dottrina Monroe in salsa trumpiana.

La convergenza tra sicurezza energetica, indipendenza tecnologica dalla Cina, controllo delle nuove rotte commerciali artiche e possibilità di delocalizzare processi industriali ad alto impatto ambientale configura un quadro strategico nel quale la retorica della difesa militare assume una funzione prevalentemente strumentale. L’acquisizione della Groenlandia costituirebbe per gli Stati Uniti un’opportunità per consolidare la propria egemonia in un’area geografica destinata ad assumere rilevanza centrale negli equilibri geopolitici del ventunesimo secolo, ridefinendo al contempo i termini della competizione tecnologica ed economica con la Cina.

Resta tuttavia una domanda fondamentale: gli Stati Uniti si possono permettere il deterioramento significativo delle relazioni con i partner europei e, al peggio, la sostanziale fine della NATO (probabilmente conseguente ad una acquisizione della sovranità sulla Groenlandia con la forza), per soddisfare queste esigenze strategiche?

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Absolute Resolve e l’evoluzione dell’impiego offensivo del cyber power statunitense

Con l’operazione Absolute Resolve, gli Stati Uniti potrebbero aver segnato un punto di svolta nell’impiego del cyber power. Le allusioni pubbliche di Donald Trump al blackout venezuelano rompono la tradizionale ambiguità sull’uso offensivo del cyberspazio, contribuendo a normalizzare la cyber warfare come strumento centrale della coercizione strategica americana.

It was dark, the lights of Caracas were largely turned off due to a certain expertise that we have. It was dark, and it was deadly.” Con queste parole pronunciate il 3 gennaio 2026, poche ore dopo l’operazione Absolute Resolve, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha offerto una delle descrizioni pubbliche più suggestive — e controverse — di un’azione militare statunitense nell’era moderna. La frase, pronunciata durante una conferenza stampa a Mar-a-Lago a commento del blitz che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, sta alimentando un acceso dibattito politico e militare proprio perché Trump ha collegato esplicitamente il blackout di Caracas a una “expertise” di Washington, suggerendo in modo implicito il possibile impiego di capacità cibernetiche offensive nel corso dell’azione. Questo tipo di allusione pubblica è inusuale per operazioni che coinvolgono potenzialmente strumenti digitali, dato che gli Stati Uniti raramente riconoscono apertamente l’uso di cyber power contro un altro Stato, nel solco di quella che in dottirna viene definita come “plausible deniability”.

Se questa ricostruzione trovasse conferma – come numerosi indizi operativi e dichiarazioni ufficiali lasciano intendere – ci troveremmo di fronte a uno dei casi più espliciti e politicamente rivendicati di impiego offensivo del cyber power statunitense contro una nazione sovrana. Un precedente di rilievo, destinato non solo a riaprire il dibattito sui limiti giuridici, strategici ed escalation-related dell’uso della forza nel dominio digitale, ma anche a segnare un punto di svolta nella piena maturazione delle Multi-Domain Operations (MDO) come paradigma operativo integrato e politcamente perseguito.

In questo senso, risultano particolarmente significative le parole del generale Dan Caine, Chairman del Joint Chiefs of Staff, pronunciate nel corso della medesima conferenza stampa. Caine ha infatti dichiarato che lo U.S. Cyber Command, lo U.S. Space Command e i comandi operativi regionali avevano “iniziato a stratificare effetti differenti” con l’obiettivo di “creare un corridoio operativo” per l’ingresso delle forze statunitensi nel Paese. Pur evitando deliberatamente di precisare la natura di tali effetti, la dichiarazione conferma implicitamente il ricorso a una pianificazione multidominio in cui le capacità cyber e spaziali hanno svolto un ruolo abilitante fin dalle fasi iniziali dell’operazione.

Da quanto emerge, Absolute Resolve non è stata una semplice operazione cinetica, bensì un’azione pianificata e condotta attraverso la sincronizzazione intenzionale di molteplici leve operative distribuite su diversi domini. Le capacità di HUMINT sono state impiegate per penetrare e destabilizzare la cerchia più ristretta del regime venezuelano, mentre la SIGINT ha permesso l’identificazione, il tracciamento dinamico del bersaglio in tempo quasi reale. A queste dimensioni si sono affiancate operazioni di cyber warfare offensiva, orientate alla neutralizzazione di nodi infrastrutturali critici e alla degradazione dell’ambiente informativo, nonché attività di guerra elettronica e Navigation Warfare, finalizzate a erodere e sopprimere la bolla difensiva costruita attorno al regime con sistemi di origine russa e cinese.

Questa convergenza multidimensionale restituisce l’immagine di una trasformazione profonda del modo di fare la guerra: i domini informativo e digitale non operano più come semplici moltiplicatori di efficacia a supporto delle operazioni cinetiche, ma assumono una funzione strutturale e abilitante del disegno strategico complessivo, contribuendo in modo determinante a modellare il campo di battaglia prima, durante e dopo l’impiego della forza militare tradizionale.

L’elemento cyber più evidente di Absolute Resolve è rappresentato dal blackout che ha colpito Caracas intorno alle 02:00 locali, proprio mentre le forze statunitensi si avvicinavano alla capitale. Secondo numerosi osservatori e specialisti, l’interruzione dell’energia elettrica non appare riconducibile a bombardamenti fisici diretti, ma piuttosto a un attacco cyber mirato contro i sistemi industriali di controllo (SCADA) che regolano la distribuzione dell’energia dalla diga di Guri — principale fonte elettrica del Paese. Questa interpretazione è coerente con dichiarazioni ufficiali che includono lo U.S. Cyber Command tra le forze coinvolte nella creazione di “effetti stratificati” a supporto dell’azione militare, pur senza dettagli operativi precisi. 

Seguendo questo ragionamento, il blackout non sarebbe stato il risultato di un evento improvviso o isolato, bensì la fase finale di una campagna informatica pianificata con mesi di anticipo. Tale attacco avrebbe richiesto, difatti, un accesso prolungato ai sistemi di controllo della rete elettrica venezuelana e un’attenta mappatura delle dipendenze tra tecnologie IT e OT, al fine di individuare i punti critici da colpire e ottenere una paralisi mirata e temporanea della rete.  

L’accesso iniziale agli asset strategici sarebbe stato ottenuto attraverso tecniche di compromissione della supply chain e furto di credenziali, seguito da una fase di deep reconnaissance volta a comprendere le relazioni di controllo tra dispositivi e processi industriali. In quella fase preparatoria, gli attaccanti avrebbero potuto alterare gradualmente configurazioni, inserire codice malevolo e creare condizioni di vulnerabilità difficili da rilevare. La sequenza operativa finale si sarebbe svolta in tre fasi distinte: preparazione dell’ambiente, modellamento delle relazioni di controllo e attivazione sincrona dell’interruzione dei servizi. Nel momento in cui i blackout si sono verificati, alle 02:00, gli elicotteri e i mezzi aerei delle forze statunitensi stavano già entrando a Caracas solamente un minuto più tardi, alle 02:01.  

Questa lettura – sebbene non ancora confermata ufficialmente nei dettagli tecnici – sembra rafforzata dal fatto che l’infrastruttura elettrica venezuelana, fortemente dipendente da un unico nodo come la diga di Guri, ha già una storia di frequenti interruzioni strutturali negli anni precedenti, dimostrandosi particolarmente vulnerabile a interferenze da remoto e attacchi cyber,

Un ulteriore elemento di analisi riguarda, come accennato, l’impiego di tecniche di Navigation Warfare (NavWar), coordinate presumibilmente dallo U.S. Space Command, che sembrano aver accompagnato le fasi di avvicinamento all’operazione. Diverse ricostruzioni riportano che nei giorni precedenti all’attacco si siano verificati episodi di jamming e spoofing del segnale GPSl ungo la costa venezuelana, con un duplice effetto operativo: da un lato, degradare la capacità di navigazione e sincronizzazione dei sistemi civili e militari del regime; dall’altro, garantire alle forze statunitensi una superiorità informativa e operativa grazie all’uso di segnali GPS protetti e resistenti alle interferenze, facilitando così il movimento e l’impiego di assetti terrestri, aerei e navali in un ambiente ostile.

Questa manipolazione deliberata del dominio della navigazione radio evidenzia come, già prima dell’inizio dell’azione cinetica, siano stati messi in atto strumenti non convenzionali per erodere la capacità di comando e controllo venezuelana e per rafforzare la precisione e la sicurezza delle operazioni.

A rafforzare questa interpretazione contribuisce anche il dato relativo alla connettività di rete: il gruppo giornalistico di monitoraggio di Internet NetBlocks ha registrato una marcata riduzione dell’accesso a Internet in vaste aree di Caracas proprio durante le ore in cui si svolgeva l’operazione, in coincidenza con i blackout elettrici. Questa corrispondenza temporale difficilmente può essere spiegata come un evento puramente accidentale e risulta più coerente con un’azione deliberata di degradazione delle comunicazioni e dell’infrastruttura informativa, capace di ostacolare la capacità di comando e controllo delle forze venezuelane e di indebolire la reattività del regime. 

Particolarmente significativa è stata anche l’integrazione tra SIGINT e cyber-intelligence, che ha costituito l’ossatura operativa “invisibile” di Absolute Resolve. Le attività plausibilmente condotte includono l’intercettazione delle telecomunicazioni venezuelane, sfruttando la configurazione delle dorsali regionali che transitano per nodi situati negli Stati Uniti, nonché l’impiego di falsi ripetitori (IMSI catcher) e veicoli aerei unmanned SIGINT (come i droni MQ-9 Reaper) per monitorare lo spettro elettromagnetico e/o identificare e triangolare i dispositivi mobili appartenenti all’entourage di Nicolás Maduro. 

Questo uso assertivo del cyber power non nasce nel vuoto. Già nel 2018 l’amministrazione Donald Trump aveva adottato un memorandum riservato volto ad ampliare significativamente l’autonomia del Pentagono nella conduzione di operazioni informatiche offensive, successivamente affinato sotto l’amministrazione Biden. La vera discontinuità, tuttavia, non risiede tanto nel quadro dottrinale o autorizzativo, quanto nel livello di esposizione e rivendicazione politica di tali capacità.

I commenti di Trump successivi all’operazione rappresentano infatti uno dei rari casi in cui un presidente degli Stati Uniti abbia alluso in modo così esplicito all’impiego di cyber offensive operations contro un altro Stato sovrano. È una scelta comunicativa che contribuisce a normalizzare l’uso del dominio digitale come strumento di coercizione strategica, collocandolo apertamente sullo stesso piano — se non addirittura in posizione prioritaria — rispetto alla forza cinetica tradizionale. Ed è anche un avvertimento a Cina, Russia Iran, e a tutti i principali cyber competitors di Washington.

Absolute Resolve segna un passaggio cruciale nella storia recente della guerra contemporanea per almeno tre ragioni fondamentali.

In primo luogo, rappresenta un salto di qualità nella cyber warfare, dimostrando come le operazioni cibernetiche possano essere impiegate non solo come strumenti di disturbo o sabotaggio episodico, ma come armi strategiche capaci di modellare l’ambiente operativo in modo decisivo, selettivo e temporalmente sincronizzato con l’azione militare convenzionale.

In secondo luogo, l’operazione costituisce una maturazione concreta delle Multi-Domain Operations, non più intese come mera giustapposizione di domini, ma come integrazione funzionale in cui effetti cyber, spaziali, informativi ed elettromagnetici precedono e abilitano l’impiego della forza cinetica. 

Infine, Absolute Resolve segna un avanzamento politico e normativo implicito: l’uso pubblico e rivendicato delle capacità cibernetiche offensive contribuisce a ridefinire le soglie di accettabilità e legittimità dell’azione statale nel cyberspazio, accelerando un processo di normalizzazione della cyber wardare che avrà implicazioni durature sul piano della deterrenza, dell’escalation e della stabilità strategica.

Absolute Resolve dimostra che il dominio cyber non è più uno strumento autonomo o meramente preparatorio, ma una capacità integrata, sincronizzata e politicamente spendibile, impiegata per generare effetti operativi immediati e abilitare l’azione militare convenzionale. Non più dunque “plausible deniability” ma “persistent engagement” e “defend forward”. A rendere questo passaggio particolarmente significativo è il fatto che, per la prima volta, una capacità cyber offensiva plausibile viene non solo impiegata, ma implicitamente rivendicata a livello politico, rompendo la tradizionale ambiguità che aveva finora accompagnato l’uso della forza nel dominio digitale. È questa convergenza tra dottrina, operazione e comunicazione strategica a segnare il vero salto di qualità rispetto al passato.

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La letteratura non è insegnabile. La lezione di Manganelli

di Andrea Cortellessa   È la trecentesima della sessione. Alla catena di montaggio degli Esami è rimasto, della Cattedra, l’ultimo degli avventizi: quasi cinquantenne e senza prospettive di carriera (se tutto va bene, entrerà di ruolo alle soglie della pensione); pingue e dai baffi piangenti, non si può certo dire un adone (se n’è fatto …

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[2026-01-23] PRESENTAZIONE del n.28 della rivista JACOBIN Italia 📖 *CASA A PRIMA VISTA* @ Casa del Popolo Bottegone

PRESENTAZIONE del n.28 della rivista JACOBIN Italia 📖 *CASA A PRIMA VISTA*

Casa del Popolo Bottegone - Strada Statale Fiorentina, 697, 51100 Bottegone PISTOIA
(venerdì, 23 gennaio 18:30)
PRESENTAZIONE del n.28 della rivista JACOBIN Italia 📖 *CASA A PRIMA VISTA*

PRESENTAZIONE del n.28 della rivista JACOBIN Italia


CASA A PRIMA VISTA

Indagine sul tema della casa come nodo centrale delle attuali diseguaglianze e ingiustizie sociali, inquadrandolo dentro l’ultradecennale carenza di politiche pubbliche, in un contesto di trasformazioni delle forme speculative e del comando, mettendo a critica la forma stessa dell’abitare dominante.
VENERDì 23 GENNAIO
ore 18.30

intervengono
_Simona Baldanzi - scrittrice working class e redattrice di JACOBIN Italia;
_ Silvia Bini - presidente ARCI Pistoia;
_Davide Innocenti - SUNIA di Pistoia e Prato;
_Teresa Menchetti - attivista del progetto C.A.S.A. di Mondeggi Bene Comune;
Il patrimonio edilizio da bene comune diventa invece un asset finanziario in un sistema incentrato sulla rendita e sulla concentrazione dei profitti, a scapito dei redditi da lavoro, sempre più impoveriti dal carovita.Una questione urgente per molte persone, al centro del dibattito pubblico, ripresa anche dal numero della rivista JACOBIN Italia su "Casa a prima vista" (https://jacobinitalia.it/rivista/casa-a-prima-vista/)

CASA del POPOLO di BOTTEGONE
Via Fiorentina n.697, PISTOIA
a seguire aperello conviviale

INFO:

https://www.facebook.com/events/2987481511434904/
gruppoletturajacobinpiana@gmail.com
Copie della rivista JACOBIN Italia disponibili all'acquisto in loco

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Il sequestro della Marinera e la sfida americana al diritto del mare

Il recente abbordaggio della petroliera russa nel Nord Atlantico segna un punto di svolta nelle relazioni internazionali marittime. L’operazione statunitense, giustificata dalla necessità di implementare delle sanzioni, ma inquadrata nella nuova National Security Strategy 2025, solleva questioni fondamentali sulla tenuta del sistema giuridico internazionale e sui rischi di un ritorno a pratiche unilaterali che minacciano l’ordine marittimo globale, oltre a manifestare forti rischi di escalation militare.

Il sequestro della petroliera Marinera, precedentemente nota come Bella 1, avvenuto il 7 gennaio 2026 nel Nord Atlantico tra Islanda e Regno Unito, rappresenta un caso paradigmatico delle crescenti tensioni tra applicazione unilaterale di sanzioni economiche e rispetto del diritto internazionale del mare. L’operazione, condotta da forze speciali statunitensi dopo un inseguimento di oltre due settimane attraverso l’Atlantico, pone interrogativi cruciali sul futuro dell’ordine giuridico marittimo e sulle implicazioni geopolitiche di una prassi che, se normalizzata, potrebbe destabilizzare profondamente gli equilibri internazionali.

La vicenda assume particolare rilevanza alla luce della National Security Strategy 2025 pubblicata dalla Casa Bianca il 4 dicembre scorso, documento che rivela le vere motivazioni strategiche dell’azione americana ben oltre le giustificazioni formali addotte. La strategia riafferma la Dottrina Monroe attraverso un cosiddetto Trump Corollary, dichiarando l’intenzione di negare a competitori extra-emisferici la capacità di posizionare forze o controllare asset strategicamente vitali nell’emisfero occidentale. In questo quadro, il sequestro della Marinera non appare come un semplice atto di enforcement sanzionatorio, ma come parte di una più ampia riconfigurazione della proiezione di potenza americana nel suo emisfero di influenza.

Le basi giuridiche del diritto internazionale marittimo

Il diritto del mare si fonda su un principio cardine sancito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare del 1982, nota come UNCLOS. L’articolo 92 della Convenzione stabilisce con chiarezza che le navi in alto mare sono soggette alla giurisdizione esclusiva dello Stato di bandiera, principio che affonda le sue radici nel diritto consuetudinario internazionale e rappresenta uno dei pilastri dell’ordine marittimo globale. Questo sistema, costruito faticosamente nel dopoguerra, garantisce la libertà di navigazione e la certezza giuridica necessarie al commercio internazionale.

La Convenzione prevede eccezioni limitate e tassative al principio della giurisdizione esclusiva. L’articolo 110 consente l’abbordaggio in alto mare esclusivamente in caso contrasto alla pirateria, tratta di schiavi, trasmissioni abusive non autorizzate, o quando vi sia fondato motivo di ritenere che la nave sia priva di nazionalità. Evidentemente, la violazione di sanzioni economiche unilaterali non figura tra le fattispecie che legittimano l’uso della forza in acque internazionali secondo il diritto del mare, a meno di una autorizzazione specifica proveniente o dallo Stato di bandiera, o dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

La Russia ha, di fatti, immediatamente contestato il sequestro richiamando proprio questi principi. Il Ministero dei Trasporti russo ha dichiarato che in conformità alle norme della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare del 1982, in acque internazionali vige il regime di libertà di navigazione e nessuno Stato ha il diritto di usare la forza contro navi regolarmente registrate nelle giurisdizioni di altri Stati. Mosca ha precisato che la Marinera aveva ricevuto permesso temporaneo di navigare sotto bandiera russa il 24 dicembre 2025, registrazione comunicata formalmente agli Stati Uniti il 31 dicembre.

Le argomentazioni statunitensi e la dottrina della nave apolide

La difesa giuridica americana si articola sulla qualificazione della Marinera come nave priva di nazionalità. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha definito la nave come un vascello della flotta ombra venezuelana, dichiarandola apolide dopo aver battuto una bandiera falsa. Questa argomentazione si fonda sulla tesi che il cambio di bandiera, avvenuto mentre la nave era inseguita dalle autorità americane, costituisse un atto fraudolento privo del legame sostanziale tra nave e Stato di registro richiesto dall’articolo 91 dell’UNCLOS.

La dottrina statunitense sostiene infatti che, quando una nave utilizza più bandiere per convenienza o effettua cambi di registro in circostanze sospette, essa possa essere trattata come priva di nazionalità e quindi soggetta alla giurisdizione universale. Washington ha inoltre richiamato il mandato di sequestro emesso da un tribunale federale americano, basato su precedenti violazioni delle sanzioni statunitensi da parte della Bella 1, sanzionata nel giugno 2024 per presunto trasporto di petrolio per conto del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane.

Tuttavia, questa costruzione giuridica presenta fragilità evidenti sul piano del diritto internazionale. Il concetto di legame sostanziale, pur presente nella Convenzione, non è definito in modo preciso e la prassi internazionale ha sempre riconosciuto ampia discrezionalità agli Stati nel determinare le condizioni di registrazione delle proprie navi. La rapidità del cambio di bandiera, per quanto sospetta, non costituisce di per sé prova di frode se, come nel caso di specie la Russia, lo Stato di registro ha formalmente accettato la nave nel proprio registro navale e ne ha dato comunicazione agli altri Stati.

Le vere motivazioni strategiche secondo la National Security Strategy 2025

Oltre le giustificazioni giuridiche formali, la National Security Strategy 2025 rivela le autentiche motivazioni dell’azione americana. Il documento definisce come interesse nazionale vitale degli Stati Uniti garantire che l’emisfero occidentale rimanga ragionevolmente stabile e ben governato, prevenendo migrazioni di massa, facilitando la cooperazione governativa contro i cartelli della droga e impedendo incursioni straniere ostili o proprietà di asset chiave. La strategia identifica esplicitamente il controllo delle vie marittime cruciali e delle catene di approvvigionamento strategico come priorità fondamentale per impedire ad attori stranieri di danneggiare l’economia americana.

In questo contesto, il sequestro della Marinera appare come applicazione pratica del principio secondo cui gli Stati Uniti non tollerano più la presenza o il controllo di asset strategici da parte di competitori extra-emisferici nella loro sfera di influenza. Il petrolio venezuelano, risorsa strategica dell’emisfero occidentale, diventa oggetto di contesa non solo per ragioni sanzionatorie, ma come strumento di riaffermazione del dominio regionale americano. La cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, avvenuta il 4 gennaio 2026, conferma che il blocco navale non è un’azione isolata ma parte di una strategia complessiva di riproposizione della supremazia statunitense nell’emisfero.

In sostanza, la National Security Strategy 2025 riorienta gli Stati Uniti verso l’emisfero occidentale e riafferma la Dottrina Monroe con un Trump Corollary, essenzialmente asserendo una presenza neo-imperialista. Questa riconfigurazione strategica potrebbe anche comportare il trasferimento di risorse militari da teatri considerati meno rilevanti, come l’Europa e il Medio Oriente, verso l’emisfero occidentale e l’Indo-Pacifico, segnalando una ridefinizione delle priorità geopolitiche americane.

Le criticità per l’ordine internazionale

L’accettazione della prassi americana costituirebbe tuttavia un pericoloso precedente per il sistema giuridico internazionale marittimo. Se ogni potenza ritenesse legittimo disconoscere la bandiera di navi straniere sulla base di proprie valutazioni unilaterali circa la legittimità del cambio di registro, il principio della giurisdizione esclusiva dello Stato di bandiera verrebbe svuotato di significato. Le conseguenze sarebbero devastanti per la certezza giuridica e la prevedibilità delle relazioni marittime internazionali.

Il caso solleva questioni di asimmetria di potere particolarmente rilevanti per le medie potenze e per l’Unione Europea. Se gli Stati Uniti possono sequestrare navi in alto mare invocando violazioni delle proprie sanzioni unilaterali, altri Stati potrebbero rivendicare lo stesso diritto rispetto alle proprie normative interne. Questa frammentazione del diritto del mare, finirebbe per compromettere gravemente la libertà di navigazione, principio fondamentale non solo per il commercio globale ma anche per la proiezione di potenza delle marine militari europee e della stessa Italia, da dove il confronto diretto con la presenza statunitense diventa impari.

Per l’Italia, nazione con una lunga tradizione marittima e interessi commerciali globali, il precedente della Marinera presenta rischi concreti. Il nostro Paese beneficia enormemente del sistema di libertà di navigazione garantito dall’UNCLOS e dalla certezza giuridica che ne deriva. Un mondo in cui le maggiori potenze possono unilateralmente sequestrare navi in alto mare sulla base di proprie sanzioni domestiche, è un mondo in cui gli operatori marittimi italiani ed europei si troverebbero esposti a rischi giuridici imprevedibili, con conseguenze negative per la competitività del nostro sistema portuale e della nostra flotta mercantile.

Sul piano geopolitico più ampio, la vicenda tende ad accelerare la tendenza alla multipolarizzazione conflittuale degli spazi marittimi. In effetti, la Russia aveva dispiegato forze navali, incluso un sottomarino, per scortare la nave, segnalando la determinazione di Mosca a contrastare l’azione americana. Sebbene le forze russe non siano arrivate in tempo, l’episodio dimostra come le tensioni su questioni marittime possano rapidamente provocare escalation in cui singoli incidenti possono condurre verso confronti militari diretti tra grandi potenze.

La questione assume inoltre particolare delicatezza sotto il punto di vista dell’unità di intenti per il vecchio continente. Il Regno Unito ha fornito supporto logistico e di sorveglianza all’operazione americana, ma altri Stati membri dell’Unione Europea, inclusa l’Italia, non sono stati consultati su un’azione che stabilisce un precedente potenzialmente lesivo dei loro interessi marittimi di lungo periodo. Questa asimmetria rivela le fragilità dell’autonomia strategica europea, anche in materia di diritto del mare, oltre alla necessità di una posizione più coesa e assertiva dell’Unione su questioni che toccano interessi fondamentali comuni.

In conclusione, il sequestro della Marinera rappresenta molto più di una controversia giuridica su sanzioni economiche. Esso segna un possibile punto di svolta nell’ordine marittimo internazionale, dove le norme consolidate del diritto del mare rischiano di essere subordinate agli obiettivi strategici unilaterali delle grandi potenze. Per l’Italia e per l’Europa, la vicenda impone una riflessione urgente sulla necessità di difendere il sistema multilaterale basato su regole, anche quando ciò comporti divergenze rispetto alle scelte del principale alleato atlantico. La tutela della libertà di navigazione e della certezza giuridica in alto mare non è questione tecnica ma interesse strategico vitale per una Nazione marittima come l’Italia, ma anche un modo per evitare pericolose escalation fra potenze marittime e militari. È quanto mai opportuno che ciascuna nazione faccia quindi valere le proprie posizioni nelle sedi appropriate, dal Tribunale Internazionale del Diritto del Mare alle istituzioni europee e atlantiche.

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Groenlandia: l’UE rilancia il ruolo della NATO

Nella corsa alla gestione attiva della sicurezza geopolitica dell’Artico attraverso la NATO l’Unione europea si fa sentire. «Nella nostra proposta di bilancio, abbiamo raddoppiato i finanziamenti, portandoli a circa 530 milioni, il che dimostra il nostro impegno per il partenariato e l’importanza della sicurezza artica». Sono le parole della presidente della Commissione europea, che ha risposto così alle preoccupanti dichiarazioni dell’amministrazione Trump di questi giorni rispetto alla Groenlandia. Il presidente USA ha infatti paventato anche «the hard way» per aumentare il controllo statunitense sull’Artico, a suo parere minacciato da eccessive influenze di Cina e Russia.

Articolo precedentemente pubblicato su The Watcher Post.


La fotografia della difesa artica oggi

L’attuale presenza militare nell’Artico è oggi piuttosto limitata. Va subito sgombrato il campo che qualsiasi iniziativa per aumentare la presenza militare straniera in Groenlandia debba essere autorizzata dalla Danimarca (membro NATO) e dal governo locale. L’unica vera e propria base militare in Groenlandia è statunitense e si trova a Pituffik (ex Thule Air Base). E’ presente dal 1951, sulla base di un accordo Danimarca-USA; si trova nel nord-ovest dell’isola, è gestita dalla US Space Force e si occupa di sorveglianza radar e spaziale, dando supporto alle operazioni artiche gestite dalla NATO. La Groenlandia non ha un proprio esercito, e la difesa attualmente è affidata alla Danimarca tramite il Joint Arctic Command. Le principali strutture di difesa danesi sono il quartier generale del Comando Artico di Nuuk, la Station Nord (avamposto militare nel nord-est per sorveglianza e pattugliamento), l’aeroporto dual use di Kangerlussuaq e la pista d’atterraggio di Mestersvig. Tutte strutture che si occupano tra l’altro di controllare le preziose rotte artiche.

L’idea di una missione congiunta NATO
Il rilancio USA sull’Artico non passa solo dalle allusioni di Trump. L’inviato speciale USA in Groenlandia, Jeff Landry, ha affermato su X che la Danimarca «Ha occupato l’isola dopo la seconda guerra mondiale, riprendendone il controllo violando i protocolli ONU». Poi il Governatore della Lousiana ha aggiunto: «Gli Stati Uniti difesero la sovranità della Groenlandia durante la seconda guerra mondiale, quando la Danimarca non ci riuscì». La posizione europea su questa visione espressa dalla Von der Leyen è chiara: la Groenlandia appartiene al suo popolo e spetta alla Danimarca e alla Groenlandia stessa decidere sulle questioni che le riguardano. Ovvero nulla su di loro senza di loro. La Groenlandia è uscita dal Regno di Danimarca nel 1985, ben 40 anni fa. A Landry ha subito risposto l’ambasciatore danese a Washington, Jesper Moller Sorensen: «Il Regno di Danimarca è sempre stato al fianco degli Stati Uniti.

Dopo l’11 settembre la Danimarca ha risposto alla chiamata USA perdendo più soldati pro capite in Afghanistan di qualsiasi alleato NATO. Solo il popolo della Groenlandia ha il diritto di determinare il proprio futuro e questa settimana tutti e cinque i partiti del Parlamento locale hanno ribadito di non voler entrare a far parte degli Stati Uniti». La strada per la sicurezza artica non può che passare dalla NATO. Ed è per questo che Regno Unito e Germania starebbero pensando di proporre in sede NATO l’attivazione di una missione ad hoc sull’isola per garantirne autonomia e sicurezza. Sta a Trump decidere la postura degli USA rispetto all’Alleanza Atlantica. E la speranza è aggrappata a quel «I’m a fan of Denmark».

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Ferrari Testarossa, scolpita negli anni 80

Realizzata di metallo, con portiere e cofano posteriore apribile, la versione del 1986 della Ferrari Testarossa era caratterizzata dalla presenza dei doppi specchietti retrovisori, soluzione adottata a metà carriera che la rese più "simmetrica" in una evoluzione che non ne tradì mai la linea originale rispetto alla nativa monospecchio.

Fedele all’icona

La carrozzeria, nel classico Rosso Ferrari ma disponibile anche in altre tonalità, colpisce per la fedeltà delle forme: il frontale basso e largo e i fari a scomparsa, perfettamente integrati e sollevabili grazie a un comando posto sotto il modello, comunicano il buon lavoro modellistico voluto da Martin Kosmann per questa linea. Le superfici sono pulite, con ottimi incastri, e i movimenti risultano precisi nelle aperture con tolleranze di spazi mai eccessivi. Impossibile non soffermarsi sulle iconiche feritoie laterali, marchio di fabbrica della Testarossa: in questa scala sono un vero elemento decorativo, profonde e ben separate. Gli pneumatici, dalla spalla realistica, appaiono proporzionati al peso visivo del modello.

Apribile e dagli interni sobri

Aprendo le portiere si accede a un abitacolo che, pur nella sua impostazione sobria, è reso con grande cura. I sedili neri riproducono fedelmente le forme originali, con un risultato convincente nelle imbottiture. Il cruscotto, come per l'originale, è lineare e funzionale e ospita una strumentazione leggibile e ben posizionata. Il volante a tre razze, con il classico stemma del Cavallino al centro, è uno degli elementi che meglio trasmettono il carattere dell’auto: semplice, diretto, senza concessioni superflue. La console centrale, con la leva del cambio e i comandi secondari, completa un interno che privilegia l’atmosfera autentica rispetto all’eccesso di dettagli fini, scelta corretta per un modello di questa scala e tipologia. Un punto di forza del modello emerge sollevando il cofano posteriore, dove trova spazio una completa riproduzione del motore, che valorizza appieno la natura “apribile” del modello e che rispetta la disposizione e i volumi, offrendo un colpo d’occhio che ripaga il collezionista. La scala 1:12 è pensata per chi ama il modellismo come racconto tecnico ed emotivo dell’automobile, una dimensione da "salotto" che solitamente si aggira su prezzi ben più alti dei 199 euro richiesti, cifra che colloca questa e tutta la serie firmata KK Scale (www.kk-scale.de) sul podio per rapporto tra qualità e prezzo.

Ferrari Testarossa - 1Ruoteclassiche
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Consapevolezza situazionale: la prima vera risorsa del prepper

“Situational Awareness (SA): vedere prima, reagire meglio”

Nel mondo del prepping si tende spesso a concentrare l’attenzione su scorte, attrezzature e piani di emergenza. Tutti elementi importanti, ma non sufficienti.
La vera base della preparazione individuale e familiare è una competenza spesso sottovalutata: la consapevolezza situazionale, nota anche come situational awareness.

Essere consapevoli di ciò che accade intorno a noi, comprenderne il significato e anticiparne le possibili evoluzioni consente di ridurre i rischi, evitare decisioni impulsive e affrontare le emergenze in modo razionale, senza ricorrere a comportamenti estremi o allarmistici.

Questo concetto è pienamente coerente con la cultura della protezione civile, che pone al centro la prevenzione, l’autoprotezione e il comportamento responsabile del cittadino prima, durante e dopo un’emergenza.

Cos’è la consapevolezza situazionale

La consapevolezza situazionale è la capacità di osservare l’ambiente, interpretare correttamente le informazioni disponibili e valutare come una situazione potrebbe evolvere nel tempo.
È un principio adottato in ambiti come l’aviazione, la sanità d’emergenza e la protezione civile, dove la corretta lettura del contesto è fondamentale per ridurre il rischio e coordinare interventi efficaci.

Nel prepping civile, questa competenza consente di anticipare criticità e adottare comportamenti adeguati, in linea con le indicazioni delle autorità competenti.

I livelli della Situational Awareness (SA)

La consapevolezza situazionale può essere descritta attraverso tre livelli progressivi, pienamente compatibili con l’approccio della protezione civile.

I livelli sono:

  1. Percezione
  2. Comprensione
  3. Proiezione

Questo concetto è ampiamente utilizzato in ambito aeronautico, militare, sanitario e nella protezione civile, ma risulta altrettanto applicabile alla vita quotidiana e al prepping civile.

1) La Percezione

Il primo livello è la percezione:

  • ciò che si vede
  • ciò che si sente
  • ciò che cambia rispetto alla normalità

Consiste nel notare ciò che accade e ciò che cambia rispetto alla normalità. Segnali come un’interruzione improvvisa dell’energia elettrica, un traffico anomalo o l’indisponibilità di servizi essenziali rappresentano elementi che, se osservati con attenzione, permettono una prima valutazione della situazione.

Esempi concreti possono essere:

  • un’interruzione improvvisa dell’energia elettrica
  • strade insolitamente congestionate
  • servizi pubblici non operativi
  • comportamenti anomali delle persone

Riconoscere ciò che non rientra nella routine è il primo passo verso una corretta valutazione del rischio.

2) La Comprensione

Il secondo livello è la comprensione:

  • è un evento isolato o diffuso?
  • è temporaneo o potrebbe protrarsi?
  • è già accaduto in passato?

In questa fase si attribuisce un significato a ciò che si è osservato. Un blackout che coinvolge più comuni, come accaduto in diverse aree d’Italia, non è solo un disagio temporaneo, ma un evento che può avere conseguenze su mobilità, comunicazioni e accesso ai servizi. È lo stesso principio utilizzato dalla protezione civile per distinguere un evento locale da una criticità più ampia.

Esempi concreti di disagi possono essere:

  • approvvigionamenti
  • mobilità
  • comunicazioni
  • sicurezza

3) La Proiezione

Il terzo livello è la proiezione e riguarda la previsione degli sviluppi:

  • cosa potrebbe accadere nelle prossime ore?
  • quali servizi potrebbero interrompersi?
  • quali effetti secondari potrebbero manifestarsi?

Ovvero la capacità di anticipare possibili sviluppi. Durante eventi come alluvioni, frane, ondate di calore o forti perturbazioni meteo, prevedere gli effetti secondari consente di adottare comportamenti di autoprotezione e di non ostacolare eventuali operazioni di soccorso.

Consapevolezza situazionale e sicurezza personale nei contesti sociali

Quando si parla di pericoli, spesso si pensa a eventi eccezionali o a scenari estremi. In realtà, molte delle situazioni più rischiose nascono in contesti assolutamente ordinari: una piazza affollata, un concerto, una discoteca, una manifestazione, una serata di festa. Nella maggior parte dei casi, non è l’evento in sé a trasformarsi in tragedia, ma il modo in cui le persone reagiscono quando qualcosa cambia improvvisamente.

La consapevolezza situazionale è proprio questo: la capacità di leggere ciò che sta accadendo intorno a noi, coglierne i segnali iniziali e capire quando è il momento di allontanarsi prima che una situazione diventi pericolosa.

Molti episodi avvenuti negli ultimi anni, come il panico in Piazza San Carlo a Torino nel giugno del 2017 o diversi incidenti in locali e discoteche, mostrano un elemento comune: il pericolo non nasce sempre da un crollo, da un incendio o da un’aggressione, ma dalla dinamica della folla. Quando le persone si spaventano tutte insieme, il movimento collettivo diventa incontrollabile. A quel punto non conta più quanto si è forti o veloci: si viene semplicemente trascinati.

Un caso reale: Piazza San Carlo a Torino

Senza ripercorrere nel dettaglio i fatti avvenuti in Piazza San Carlo a Torino, si vuole portare all’attenzione del lettore una conseguenza significativa della fuga incontrollata della folla. Dopo il diradamento delle persone e quando la macchina dei soccorsi è riuscita ad agire, si è infatti verificato un consistente ritrovamento e conseguente accumulo di scarpe e calzature di vario tipo (vedi foto). Nel video dell’articolo linkato è inoltre possibile osservare chiaramente l’effetto della cosiddetta “marea umana”.

Questo elemento, apparentemente secondario, è in realtà molto significativo.
In caso di calca dovuta al cosiddetto effetto “marea umana”, è estremamente facile perdere le calzature, che rappresentano l’unica protezione dei piedi contro oggetti taglienti come cocci di vetro o altri materiali presenti a terra.
La perdita delle scarpe aumenta in modo rilevante il rischio di ferimenti e, di conseguenza, anche il rischio di cadute.
In un contesto di movimento incontrollato della folla, una caduta può rapidamente trasformarsi in una situazione potenzialmente letale a causa del calpestamento.

Questo episodio mostra in modo molto chiaro che, in simili contesti, la consapevolezza situazionale non serve a “gestire” il panico quando è ormai in atto, ma soprattutto a non trovarsi all’interno della dinamica di panico quando questa si innesca.

fonte Rai News

Considerazioni preventive

La prima e più efficace misura di riduzione del rischio sarebbe stata evitare di trovarsi in una situazione di questo tipo. Per la natura stessa dell’evento, il rischio di comportamenti violenti o di movimenti di massa incontrollati era oggettivamente elevato. È tuttavia importante ricordare che dinamiche simili possono verificarsi anche in contesti ritenuti meno critici, come mercatini, sagre paesane o altri eventi molto affollati.

In termini pratici, alcune semplici attenzioni avrebbero potuto ridurre l’esposizione al rischio:

  • osservare preventivamente la conformazione dell’area e individuare non solo le vie di uscita principali, ma anche passaggi secondari o meno evidenti, tenendo conto che il comportamento istintivo porta la maggior parte delle persone a dirigersi verso gli spazi più ampi, con conseguente formazione di colli di bottiglia;
  • mantenersi, per quanto possibile, in prossimità delle vie di fuga già individuate, in modo da poter lasciare l’area tempestivamente ai primi segnali di criticità, evitando di essere coinvolti nel movimento della massa;
  • in presenza di grandi assembramenti, scegliere un abbigliamento adeguato e in particolare calzature chiuse e ben allacciate, che riducano il rischio di sfilarsi e garantiscano una migliore protezione del piede in caso di spinta o di presenza di oggetti a terra.

Un caso reale: tragedia Crans Montana

Altro caso reale è la tragedia avvenuta nella discoteca di Crans-Montana, è utile soffermarsi su alcuni elementi che aiutano a comprendere come, in contesti chiusi e molto affollati, il rischio principale non sia rappresentato solo dall’evento iniziale, ma soprattutto dalle conseguenze che esso genera in termini di comportamento collettivo e gestione dello spazio.

In situazioni di questo tipo, caratterizzate da elevata densità di persone, scarsa visibilità, rumore e stimoli sensoriali intensi, anche un evento inizialmente limitato — come un principio d’incendio, del fumo o un guasto tecnico — può innescare una reazione a catena estremamente rapida.
Inoltre anche l’osservazione delle condizioni del luogo che si va ad occupare per l’evento può lasciare adito a considerazioni personali sulla effettiva sicurezza che questo luogo possa avere.
Il panico, unito alla necessità istintiva di allontanarsi dal pericolo, porta molte persone a muoversi simultaneamente verso le stesse vie di uscita, generando sovraffollamento, compressione e, nei casi peggiori, situazioni di schiacciamento.

In ambienti chiusi, la perdita di orientamento è uno dei primi effetti collaterali del panico. La combinazione di luci, fumo, musica ad alto volume, struttura non correttamente adeguata alle norme di sicurezza e confusione rende difficile comprendere dove ci si trovi e quale sia il percorso più sicuro per uscire.
In queste condizioni, le persone tendono a seguire il flusso della massa, anche quando questo conduce verso colli di bottiglia o zone già congestionate, aggravando ulteriormente la situazione.

Questo tipo di eventi mostra con chiarezza come, in contesti ad alta densità di persone, il fattore critico non sia solo la presenza del pericolo, ma la dinamica della folla che si genera in risposta ad esso.

Considerazioni preventive

Dal punto di vista della prevenzione individuale, alcune semplici attenzioni possono contribuire a ridurre l’esposizione al rischio in contesti simili:

Effetto Spettatore
  • evitare ambienti eccessivamente affollati o che trasmettono una sensazione generale di sovraccarico e disorganizzazione;
  • individuare sempre, al momento dell’ingresso, le uscite principali e secondarie, e mantenere una minima consapevolezza della propria posizione rispetto ad esse;
  • farsi subito un’idea se il locale effettivamente è sicuro e idoneo al tipo di evento a cui si partecipa, verificare la presenza dei presidi di sicurezza minimi (estintori, illuminazione di emergenza, cassette primo soccorso, etc), in caso di assenza di presidi è consigliabile desistere dal permanere nel locale in questione.
  • evitare di posizionarsi stabilmente in zone che appaiono già congestionate o difficili da attraversare;
  • prestare attenzione ai primi segnali di anomalia e non rimandare la decisione di allontanarsi confidando che la situazione si risolva da sola (pregiudizio di normalità) o siano gli altri a risolverla (effetto spettatore).

Anche in questo caso, emerge con chiarezza un principio fondamentale: chi si muove per tempo spesso riesce a evitare di trovarsi coinvolto nella fase più pericolosa dell’evento.

Una lezione generale

La tragedia di Crans-Montana, come altri eventi simili, ricorda che nei luoghi chiusi e affollati il rischio maggiore non è quasi mai legato solo all’evento iniziale, ma alla combinazione tra locali inadeguati, panico, disorientamento e dinamiche di massa.

La consapevolezza situazionale, intesa come attenzione all’ambiente e capacità di riconoscere per tempo i segnali di criticità, rappresenta uno degli strumenti più semplici ed efficaci per ridurre l’esposizione a questo tipo di rischi.

Spesso i segnali ci sono. Prima che una situazione degeneri, l’ambiente cambia: il rumore aumenta, le persone iniziano a voltarsi tutte nella stessa direzione, si percepisce tensione, qualcuno inizia a spingere o a muoversi in modo disordinato. Chi è completamente immerso nel proprio telefono o distratto da quello che sta facendo tende a non notare nulla. Chi invece mantiene un minimo di attenzione all’ambiente circostante si accorge che qualcosa non va, quando c’è ancora tempo per allontanarsi con calma.

Lo stesso principio vale per i rischi di aggressione o rapina. Questi eventi raramente avvengono “dal nulla”. Nella maggior parte dei casi sono preceduti da una fase di osservazione, in cui qualcuno cerca una persona distratta, isolata o disorientata. Una persona che cammina con aria consapevole, che guarda intorno a sé e che sembra sapere dove sta andando, è molto meno attraente come bersaglio rispetto a chi appare completamente assorbito dal telefono o spaesato.

Anche nei locali affollati o nei grandi eventi, la consapevolezza situazionale comincia ancora prima che succeda qualcosa. Entrare in un posto e notare dove sono le uscite, quali sono i passaggi più stretti, dove si concentra più gente, non è paranoia: è semplice buon senso. Se durante la serata si vede che una zona diventa eccessivamente piena, che si fa fatica a muoversi o a respirare, quello è già un segnale di rischio. Oltre una certa densità, le persone smettono di muoversi come individui e iniziano a muoversi come una massa. In quel momento, il controllo personale si riduce drasticamente.

Uno degli errori più comuni è pensare: “Aspetto ancora un attimo e vedo come va”. Purtroppo, quando la situazione peggiora davvero, non c’è più tempo per decidere. Chi si muove per tempo, invece, spesso riesce semplicemente ad andarsene senza nemmeno capire, se non dopo, quanto fosse vicino al problema.

In fondo, la consapevolezza situazionale non è uno stato di allerta permanente e non significa vivere con paura. Significa mantenere un filo di attenzione verso l’ambiente in cui ci si trova, sufficiente per riconoscere quando qualcosa sta cambiando in modo anomalo.

La sua funzione più importante non è aiutare a reagire nel caos, ma evitare di trovarsi nel caos.

Ed è proprio questo che la rende uno degli strumenti più semplici e più efficaci di prevenzione personale e collettiva.

Nei prossimi articoli affronteremo alcuni aspetti psicologici della Consapevolezza Situazionale, tra cui il Gray Man, Normai Bias, Effetto spettatore etc.

Perché la consapevolezza situazionale è centrale nel prepping

Nel contesto italiano, caratterizzato da un territorio fragile e da una frequente esposizione a rischi naturali, la consapevolezza situazionale rappresenta uno strumento fondamentale di prevenzione non strutturale, esattamente come promosso dalla protezione civile.

Essere consapevoli significa:

  • ridurre la probabilità di esporsi inutilmente al rischio
  • alleggerire la pressione sui servizi di emergenza
  • favorire una gestione ordinata e collaborativa delle situazioni critiche

Inoltre la consapevolezza situazionale permette di:

  • intervenire prima che l’emergenza diventi critica
  • proteggere la propria famiglia
  • utilizzare in modo efficiente le risorse disponibili
  • mantenere lucidità anche in situazioni stressanti

Molte emergenze non diventano crisi per chi riesce a leggere correttamente i segnali iniziali.

Il prepper consapevole non si sostituisce alle istituzioni, ma collabora indirettamente attraverso comportamenti corretti e responsabili.

Applicazione nella vita quotidiana

La consapevolezza situazionale non equivale a vivere in costante allerta. È invece una forma di attenzione equilibrata, simile a quella promossa nelle campagne di informazione della protezione civile.

Al contrario, si basa su:

  • osservazione calma
  • attenzione selettiva
  • conoscenza della normalità

Conoscere il territorio in cui si vive, i principali rischi locali (idrogeologici, sismici, climatici) e le procedure di emergenza previste dal proprio comune consente di riconoscere più facilmente le anomalie e di reagire in modo appropriato.

Anche semplici abitudini quotidiane contribuiscono a rafforzare questa capacità, rendendo il cittadino parte attiva del sistema di protezione civile.

Alcuni esempi pratici:

  • osservare le uscite quando si entra in un luogo
  • notare comportamenti fuori contesto
  • ascoltare le comunicazioni ufficiali, senza ignorare i segnali locali
  • conoscere la normalità per riconoscere l’anomalia

Errori comuni da evitare

Una cattiva applicazione della consapevolezza situazionale può risultare controproducente.
Tra gli errori più frequenti si riscontrano:

  1. l’ipervigilanza, che genera stress e decisioni affrettate
  2. la sottovalutazione del rischio, in contrasto con il principio di prevenzione
  3. l’uso di fonti non ufficiali o non verificate
  4. la dipendenza esclusiva dalla tecnologia, che può non essere disponibile in emergenza

La protezione civile insegna che informazione corretta e comportamento adeguato sono elementi chiave della sicurezza.

Come allenare la consapevolezza situazionale

Allenare questa competenza significa sviluppare una mentalità preventiva.
Osservare l’ambiente, analizzare eventi passati e conoscere i piani comunali di emergenza permette di costruire una base solida di consapevolezza. Anche la partecipazione a esercitazioni, incontri informativi o attività di volontariato contribuisce a rafforzare questa capacità.

Più avanti si affronteranno anche esercizi per affinare la propria SA, come ad esempio:

  • il Gioco di Kim
  • LA visione Periferica
  • Caccia agli Oggetti
  • OODA Loop

Prepararsi non significa aspettarsi il peggio, ma sapere cosa fare se accade.

Box – Cosa fare prima, durante e dopo

La consapevolezza situazionale accompagna ogni fase dell’emergenza.

Prima
Prima che si verifichi un evento, è fondamentale conoscere il territorio, i principali rischi locali e le procedure di emergenza. Informarsi attraverso canali ufficiali, preparare un piano familiare e osservare i segnali precoci consente di agire con anticipo e lucidità.

Durante
Durante l’emergenza, la priorità è mantenere la calma, valutare l’evoluzione della situazione e adottare comportamenti di autoprotezione. Seguire le indicazioni delle autorità, evitare spostamenti inutili e non diffondere informazioni non verificate contribuisce alla sicurezza propria e al buon funzionamento del sistema di soccorso.

Dopo
Dopo l’evento, la consapevolezza situazionale aiuta a comprendere quando il pericolo è realmente cessato. È importante continuare a informarsi, verificare eventuali danni, evitare zone a rischio e collaborare con

Box – Consigli AIP

In linea con i principi della protezione civile, l’Associazione Italiana Prepper suggerisce di:

  • conoscere i rischi del proprio territorio
  • informarsi attraverso canali ufficiali
  • adottare comportamenti di autoprotezione
  • mantenere calma e lucidità
  • evitare azioni che possano intralciare i soccorsi

La consapevolezza situazionale è uno strumento di responsabilità individuale al servizio della sicurezza collettiva.

Conclusione

Nel prepping moderno, la consapevolezza situazionale rappresenta la prima e più importante risorsa.
Scorte e strumenti sono utili, ma senza la capacità di comprendere la realtà e anticiparne le evoluzioni perdono gran parte della loro efficacia.

Essere prepper significa essere attenti, informati e responsabili, contribuendo alla propria sicurezza e a quella della comunità.

L'articolo Consapevolezza situazionale: la prima vera risorsa del prepper proviene da Associazione Italiana Preppers.

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I piani 2026 della FSFE, tra Sovranità Digitale, Software Libero nella UE e… ambizioni USA sulla Groenlandia!

Poco prima della fine dell’anno a tutti i membri della community FSFE (Free Software Foundation Europe) è arrivato un messaggio che purtroppo non portava con sé molto spirito natalizio. Questo messaggio è rimasto nella casella fino a qualche giorno fa, quando preso dall’ottimismo post-ferie ho deciso di analizzarlo per dargli visibilità. Ora che l’ho fatto...

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Il saccheggio imperialista del Venezuela

Pubblichiamo due contributi sulla situazione venezuelana. Il primo è il comunicato della Federazione Anarchica Francofona scritto subito dopo l’attacco statunitense, il secondo è di varie organizzazioni/gruppi anarchici del latino america uscito i giorni precedenti all’attacco. Nuovi approfondimenti nei prossimi giorni. La redazione web

 

Il saccheggio imperialista del Venezuela

Quello che è accaduto in Venezuela nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026 è estremamente grave: l’aeronautica e la marina statunitense hanno bombardato il Venezuela mentre le forze speciali hanno rapito Nicolás Maduro e sua moglie in direzione degli Stati Uniti.

Prima dell’aggressione militare del 2 gennaio, l’amministrazione Trump aveva già affondato diverse navi venezuelane che sospettava di trasportare droga. Questi sequestri di petroliere e questi attentati ai pescherecci (a volte di sussistenza) ovviamente non hanno nulla a che fare con la presunta lotta contro il traffico di droga. Con questo pretesto, Trump e la sua cricca intendono saccheggiare le immense risorse petrolifere del paese attaccato, tra le prime al mondo.

Da parte loro, Nicolás Maduro e il suo regime non sono difendibili sotto alcun piano. Le loro politiche economiche clientelari stanno causando sofferenze all’intera popolazione del Venezuela. Le loro politiche repressive hanno spinto persino i loro ex alleati (chavisti, Partito Comunista Venezuelano, ecc.) a unirsi alle fila degli oppositori. A questo quadro cupo si aggiungono più di un decennio di blocco economico da parte di imperialisti di ogni tipo, in particolare degli Stati Uniti, che soffocano sempre di più il popolo venezuelano.

Siamo indubbiamente entrati in un’era estremamente pericolosa di governo capitalista. Il “diritto internazionale”, presuntamente difeso dai cosiddetti stati liberali, non finge nemmeno più di esistere sulla carta. Le reazioni dei leader internazionali, soprattutto quelli europei, non sono in nulla all’altezza della situazione.

Ieri, l’aggressione russa contro l’Ucraina. Oggi quello in Venezuela degli Stati Uniti. Domani, quella di Taiwan da parte della Cina?

Gli imperialismi stanno portando il mondo al caos e alla guerra per avere sempre più petrolio, terre rare, territori…

La Federazione Anarchica condanna fermamente l’aggressione militare degli Stati Uniti contro il Venezuela.

Solo i venezuelani hanno il diritto di decidere il proprio destino. Spetta a loro e solo a loro gestire la loro società. E’ a loro che spetta il diritto di condannare i loro leader corrotti.

Federation Anarchiste, 4 gennaio 2026

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Comunicato internazionale: Denunciamo l’offensiva imperialista contro il Venezuela

Questo comunicato è stato preparato e firmato da organizzazioni che compongono il Coordinamento Anarchico dell’ America Latina – Coordinación Anarquista LatinoAmerica (CALA). La Black Rose/Rosa Negra (BRRN) è stata invitata a firmare il comunicato come organizzazione sorella.

Il Coordinamento Anarchico dell’America Latina e le organizzazioni sorelle condannano le minacce di intervento diretto in Venezuela da parte del governo USA, condotte dall’amministrazione TRump

Questi tentativi e minacce di intervento non sono incidenti isolati, non sono una risposta temporanea a presunti problemi di “sicurezza”, “traffico di droga”, o “terrorismo”. Al contrario, questi sono parte di una lunga storia di interferenza imperiale in America Latina e nei Caraibi, i cui effetti sono sistematicamente caduti sui popoli e sulle classi oppresse della regione.

La storia è ben nota: ogni volta gli Stati Uniti hanno invocato questi pretesti, il risultato è stato devastazione sociale, perdita di sovranità e violenza. Panama nel 1989, Iraq nel 2003, e molteplici interventi nella nostra regione, mostrano che tutto questo non ha a che fare con il “difendere la democrazia”, ma piuttosto con il controllo politico, militare ed economico. Nel caso del Venezuela, queste minacce arrivano dopo oltre dieci anni blocco economico che ha colpito duramente la vita quotidiana delle persone, inasprendo la carenza di beni di prima necessità, l’incertezza e il deterioramento delle condizioni materiali di esistenza.

Riguardo a questo, è essenziale sottolineare che l’aggressione imperialista non punisce le elite di governo, ma invece cade direttamente sui settori popolari. Blocchi, sanzioni, intimidazioni militari, e soffocamento finanziario non sono strumenti “chirurgici”: sono meccanismi di guerra economica che cercano di rompere la resistenza di un intero popolo, disciplinarlo e forzarlo ad accettare un ordine di subordinazione.

Un esempio recente ed evidente di questa logica è l’atto di pirateria e di furto spudorato di una petroliera venezuelana da parte del personale militare statunitense, che è stata bloccata e sottratta in base a sanzioni unilaterali. Al di là dei tecnicismi legali con cui Washington cerca di giustificare queste azioni, ciò che risulta evidente è un esercizio di pirateria moderna: l’uso del potere militare, giudiziario e finanziario per appropriarsi di risorse. Questo non è solo un attacco allo stato venezuelano, ma anche una diretta aggressione contro la popolazione, perché ogni trasporto sequestrato, ogni asset bloccato, ogni proprietà confiscata, è un peggioramento delle condizioni di vita imposte dal blocco.

Ancora di più, il loro disprezzo per le vite delle persone è evidente nella facilità assoluta con cui hanno lanciato esplosivi alle barche di pescatori a largo della costa venezuelana, prendendosi stavolta non solo i mezzi di sussistenza delle persone, ma anche le loro vite e il loro diritto di difendersi da accuse non provate. Il massacro è stato trasmesso in televisione e celebrato dai vertici del potere.

Questo genere di azioni rivelano chiaramente cosa significa oggi l’ordine internazionale difeso dagli USA: un sistema in cui i principali poteri si arrogano il diritto di decidere chi può commerciare, chi può produrre, e chi merita di essere punito. Il diritto internazionale è selettivo, flessibile per gli alleati e brutalmente rigido per coloro che non si sottomettono. In questo contesto, il sequestro delle navi, il congelamento degli asset, e le sanzioni economiche funzionano come arma di guerra anche se sono presentate come misure amministrative.

La recente assegnazione del Premio Nobel per la Pace a María Corina Machado segue la stessa logica di cinismo e doppio standard. Questo genere di primi non esprime valori universali, ma piuttosto allineamenti geopolitici. Lontana dal rappresentare una difesa genuina dei diritti del popolo venezuelano, questo riconoscimento è un gesto politico da parte di poteri imperiali verso un leader che ha apertamente avallato sanzioni, blocchi economici, e minacce di intervento. La destra venezuelana lontana dall’offrire una via d’uscita per le classi lavoratrici, si presenta come un partner necessario in una strategia che rende più profonda la sofferenza e la dipendenza sociale.

La riapparizione esplicita della Dottrina Monroe nei recenti documenti e dichiarazioni del governo statunitense non fa che confermare questa linea d’azione. Il vecchio slogan “L’America agli americani” – ovvero subordinata agli interessi di Washington – viene nuovamente affermato senza eufemismi, ripristinando l’idea dell’America Latina come zona naturale di dominio. Ciò minaccia non solo il Venezuela, ma tutti i popoli del continente, legittimando interventi, pressioni economiche, colpi di Stato e l’allineamento forzato dei governi che si allontanano dagli interessi imperiali. Un esempio lampante di ciò è stato l’intervento senza precedenti dell’amministrazione Trump in Argentina negli ultimi mesi, in particolare nella politica economica interna, nel mercato dei cambi e persino nel processo elettorale, dando un improvviso impulso al governo di Milei.

Nel contesto attuale, gli Stati Uniti non sono più una potenza incontrastata, ma rimangono un attore centrale in un ordine mondiale basato sulla violenza, il saccheggio e l’imposizione. La loro crescente aggressività riflette anche le loro crisi interne e la loro necessità di riaffermare il controllo su territori strategici ricchi di petrolio, minerali, acqua e biodiversità. L’America Latina, ancora una volta, appare come il bottino e la retroguardia di un progetto imperiale che rimane profondamente pericoloso.

Difendere l’autodeterminazione dei popoli – classi dominate, sfruttate e oppresse all’interno dei cosiddetti contesti “nazionali” – non significa idealizzare i governi o negare le contraddizioni interne inerenti al processo venezuelano, di cui siamo critici, ma piuttosto rifiutare categoricamente l’intervento straniero e affermare il diritto di ogni classe dominata, sfruttata e oppressa di lottare per il miglioramento del proprio destino senza minacce, blocchi o occupazioni. In questo senso, affermiamo che l’organizzazione di fronte a questa situazione non può venire dall’alto né essere delegata alle strutture statali, ma può essere costruita solo dal basso, attraverso l’organizzazione popolare e la partecipazione diretta di coloro che sostengono la vita quotidiana in condizioni di assedio.

Il caso della nave sequestrata, come il blocco economico nel suo complesso, dimostra che l’imperialismo non cerca di “correggere” i governi, ma piuttosto di soggiogare interi popoli attraverso la fame, l’isolamento e la punizione collettiva.

In Venezuela, come nel resto dell’America Latina, anche tra le difficoltà causate dalla burocratizzazione, dai limiti e dalle tensioni con lo Stato che tendono a indebolire l’organizzazione di base, vediamo le comuni, gli spazi territoriali e le forme di organizzazione popolare sostenere la resistenza materiale e sociale quotidiana di fronte al blocco, alla carenza di beni e all’aggressione imperialista.

La nostra lotta va oltre i confini imposti dagli Stati e ci unisce a tutte le classi oppresse. Il governo imperialista del Nord ha assunto una posizione xenofoba, razzista e persecutoria nei confronti delle comunità di migranti presenti sul suo territorio. L’attacco al Venezuela si basa ideologicamente sul razzismo insito nello Stato statunitense – come in altri Stati – che si irradia internamente ed esternamente a favore delle classi dominanti di quel Paese.

Di fronte a questa offensiva, come anarchici denunciamo il governo statunitense e sosteniamo che la soluzione non verrà da Stati più forti o da dispute tra potenze, né dalle cosiddette organizzazioni internazionali create dagli Stati e per gli Stati, ma dalla costruzione di un popolo forte, organizzato dal basso, con indipendenza politica e una reale capacità di contestare il potere.

La storia dell’America Latina dimostra che ogni avanzata dell’imperialismo ha incontrato resistenza anche in condizioni avverse. Ciò sostiene la dignità e la capacità di una risposta collettiva. È la base materiale del potere popolare dal basso.

Di fronte all’imperialismo la neutralità non è possibile. O si sta dalla parte del dominio, del saccheggio e della guerra, oppure si sta dalla parte degli oppressi.

Il nostro impegno è a lungo termine ma chiaro: rafforzare l’organizzazione popolare, approfondire la resistenza e costruire dal basso un orizzonte emancipatorio per le classi oppresse del mondo.

L’imperialismo non passerà!

Viva chi lotta!

Coordinación Anarquista Latinoamerica (CALA)

Federación Anarquista Uruguaya (FAU) – Uruguay

Federación Anarquista Santiago (FAS) – Chile

Coordenação Anarquista Brasileira (CAB) – Brazil

Federación Anarquista Rosario (FAR) – Argentina

Organización Anarquista Resistencia (OAR) – Argentina

Organización Anarquista Tucumán (OAT) – Argentina

Organización Anarquista Cordoba (OAC) – Argentina

Organización Anarquista Santa Cruz (OASC) – Argentina

La Tordo Negro – Organización Anarquista Enterriana – Argentina

Organización Anarquista Impulso – Argentina

Organizzazioni Sorelle

Black Rose Anarchist Federation / Federación Anarquista Rosa Negra (BRRN) – USA

 

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Solidarietà al Refugio

La Federazione Anarchica Livornese esprime solidarietà e sostegno allx abitantx del palazzo del Refugio e al Teatrofficina Refugio, ancora una volta oggetto degli attacchi provocatori di esponenti della destra cittadina. È ormai chiaro a tuttx che comparsate televisive, messaggi di odio sui social ed esposti di certi personaggi che vorrebbero presentarsi come paladini della cittadinanza, […]
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PDVSA confirma que negocia con EEUU, tras el anuncio de Trump sobre la entrega de «entre 30 y 50 millones de barriles»

La estatal Petróleos de Venezuela S.A. (PDVSA) confirmó este miércoles que mantiene negociaciones con Estados Unidos para concretar la venta de “volúmenes de petróleo”. El anuncio ocurre horas más tarde del anuncio del presidente norteamericano Donald Trump sobre un acuerdo con el gobierno venezolano para la entrega de entre 30 y 50 millones de barriles de petróleo a Estados Unidos.

“Este proceso se desarrolla bajo esquemas similares a los vigentes con empresas internacionales, como Chevron, y está basado en una transacción estrictamente comercial, con criterios de legalidad, transparencia y beneficio para ambas partes», señaló la empresa en un comunicado difundido en sus redes sociales.

Las conversaciones se desarrollan en medio de la flexibilización de ciertas sanciones y buscan definir las condiciones para el envío de crudo venezolano al mercado estadounidense después de años de restricciones.

Las nuevas políticas sobre la comercialización del petróleo venezolano, que implicarían desviar cargamentos que originalmente tenían como destino China, transcurren tras el operativo militar que secuestró en Caracas a Nicolás Maduro y derivó en la asunción de la presidencia interina por Delcy Rodríguez.

El anuncio de Trump, realizado a través de la red social Truth Social, implica que el crudo será vendido a precio de mercado y que los fondos obtenidos estarán bajo control de su administración, con el compromiso de destinarlos a iniciativas que beneficien tanto a la población venezolana como a los intereses de Washington.

“Ese dinero será controlado por mí, como presidente de Estados Unidos, para asegurar que se utilice en beneficio de los pueblos de Venezuela y Estados Unidos”, afirmó Trump en su declaración.

Por su parte, el secretario de Energía de Estados Unidos, Chris Wright, en la conferencia de energía de Goldman Sachs manifestó: “Vamos a comercializar el crudo que sale de Venezuela, primero este petróleo almacenado que estaba represado, y luego, indefinidamente, de aquí en adelante, venderemos la producción que salga de Venezuela en el mercado. Estados Unidos será el proveedor de diluyente que tendrá que bajar allá para permitir esa producción. Vamos a hacer que eso vuelva a fluir. Y a medida que avancemos con el gobierno, habilitaremos la importación de repuestos, equipos y servicios, para evitar que la industria colapse, estabilizar la producción y luego, lo más rápido posible, empezar a verla crecer nuevamente. Y por supuesto, a largo plazo, crear las condiciones para que las grandes empresas estadounidenses, que estuvieron allí antes —quizás no lo estaban, pero quieren ir—, regresen nuevamente”.

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Cina e Usa, due modelli sempre più alternativi

L’incontro di Busan

Ci sono degli avvenimenti, magari non ufficialmente percepiti al momento come molto importanti, mentre i media ne parlano soltanto per un paio di giorni, che segnano invece uno spartiacque profondo per le implicazioni che comportano. 

Questo è stato il caso dell’incontro del 30 ottobre tra Xi Jinping e Donald Trump a Busan, una città della Corea del Sud. La reale importanza di tale incontro non sta tanto nella pur importante tregua commerciale concordata in quella sede tra Cina e Stati Uniti, ma nella dimostrazione evidente, quasi ufficiale, che il Paese asiatico può ormai affrontare gli Stati Uniti da pari a pari (Doshi, 2025), con una tendenza anzi, a nostro parere, del rovesciamento dei rapporti di forza tra i due paesi. Si tratta ovviamente di una constatazione della massima importanza sulla strada di un rilevante mutamento dell’ordine internazionale. Più in generale, il 2025 è stato un anno molto favorevole al Paese asiatico.

Nell’ambito di una guerra che dura ormai da parecchio tempo, almeno sin dai tempi di Barak Obama e del suo pivot to Asia, Trump ha ingaggiato una battaglia, mesi prima dell’incontro fatidico, imponendo dazi ai prodotti cinesi di oltre il 140%, convinto che il Paese asiatico si sarebbe piegato, come tanti altri, ai diktat Usa; ma Xi ha risposto colpo su colpo con armi che hanno alla fine neutralizzato l’avversario. E tutti hanno percepito come l’incontro di Busan abbia sancito la vittoria dei cinesi. 

Le armi della vittoria sono costituite dal quasi monopolio delle terre rare e dei magneti (comunque alla fine “una pistola puntata alle tempie agli Stati Uniti”, Doshi, 2025), ma per capire come è stato ottenuto questo risultato è necessario anche considerare altre implicazioni che ci sono dietro. Tra queste, il fatto che la stragrande maggioranza dei farmaci utilizzati negli Stati Uniti dipendono dalle forniture dei componenti di base che provengono dalla Cina. Inoltre va considerato che senza le merci cinesi il livello dei prezzi della gran parte dei beni di consumo venduti sul mercato interno americano sarebbe salito in maniera verticale, e alcune merci sarebbero diventate di difficile reperimento. Qualcuno, ad esempio, aveva rilevato già nei mesi primaverili che senza i condizionatori cinesi gli americani avrebbero sofferto molto più caldo nel periodo estivo, sarebbero mancati gli arredi di Natale, che, come è noto, provengono pressoché tutti da un’unica città cinese, così come le bandiere americane e i cappellini con la scritta Maga. Tutto ciò, sino a non molto tempo fa. 

In questo quadro, il testo che segue si sofferma soltanto su alcuni punti relativi ai differenti modelli di sviluppo dei due Paesi, non tanto analizzando le grandi differenze tra le caratteristiche generali del sistema economico e politico cinese e di quello statunitense, quanto piuttosto concentrando l’attenzione su alcuni temi specifici venuti alla luce nell’ultimo periodo.

L’AI, due modelli differenti

Il modello di sviluppo dell’Intelligenza Artificiale portato avanti dai grandi gruppi Usa del settore appare mirato ad affermare la loro supremazia tecnologica attraverso enormi investimenti (OpenAI da sola programma di impegnare 400 miliardi di dollari nei prossimi anni nel settore), che producono massicci programmi proprietari chiusi e a pagamento, con il controllo dell’esportazione delle tecnologie dei chip e del software avanzati verso la Cina. Donald Trump ha dichiarato a questo proposito che gli Stati Uniti faranno qualsiasi cosa che sarà necessaria per essere la guida mondiale nel settore dell’IA (Thornhill, 2025).

La Cina invece investe somme certo importanti, ma nettamente inferiori a quelle degli Usa: secondo una stima cinese gli impegni del Paese asiatico nel settore tra il 2023 e il 2025 sono stati dell’82% più bassi di quelli degli Stati Uniti (Global Times, 2025), mentre altre stime sono un poco più elevate, ottenendo peraltro risultati sostanzialmente equivalenti a quelli statunitensi, con la diffusione poi di un sistema aperto a tutti e gratuito, con il parallelo obiettivo di diffondere rapidamente e in maniera diffusa la tecnologia. Si tratta evidentemente di un approccio che sarà privilegiato nei Paesi del Sud del mondo, ma anche in molti casi in quelli del Nord. In effetti si registra un crescente uso dei modelli cinesi anche negli Stati Uniti; si cita tra l’altro il caso di Airbnb (Global Times, 2025).

Lo stesso boss di Nvidia prevede che nella gara per la supremazia nel settore alla fine vincerà la Cina, mentre altri esperti statunitensi affermano che gli Stati Uniti stanno facendo un errore strategico catastrofico nello scommettere così pesantemente sui modelli IA giganti e chiusi e che gli Stati Uniti sono nel settore dalla parte sbagliata della storia (Thornhill, 2025). C’è chi prevede che il successo dei modelli di IA aperti cinesi, sei volte meno cari di quelli Usa, (Surman, 2025), faranno scoppiare la bolla dei valori oggi fortemente gonfiati delle imprese del settore statunitense. 

I ricercatori asiatici della Silicon Valley

Per altro verso, gli undici ricercatori che presso il gruppo Meta perseguono l’ambizioso obiettivo di costruire un programma che eguagli o sia più potente del cervello umano sono tutti immigrati educati in altri Paesi e sette di questi sono cinesi (Metz, Tan, 2025). Più in generale, l’industria high tech statunitense dipende in rilevante misura da ingegneri cinesi. E quindi se l’amministrazione Trump portasse ancora avanti la sua politica di contrasto agli scienziati del Paese asiatico presenti negli Stati Uniti le società della Silicon Valley resterebbero indietro nella gara per il primato nel campo dell’AI (Metz, Tan, 2025). E in effetti diversi ricercatori di primo livello hanno già lasciato gli Stati Uniti tornando nella madrepatria. C’è da pensare che diversi altri li seguiranno. 

Le cose peggiorerebbero ancora se anche per gli scienziati indiani, come per qualche verso si profila, l’aria diventasse difficile nel paese; si tratta infatti della seconda componente fondamentale del capitale umano della Silicon Valley dopo quella cinese. 

Una dipendenza sorprendente

Abbiamo visto come i grandi gruppi Usa dell’IA stiano portando avanti una forsennata politica di investimenti nei centri dati in giro per il mondo. Ora l’Agenzia Internazionale per l’Energia prevede che per alimentare tali centri nel 2030 si consumerà un quinto di tutta l’energia generata negli Stati Uniti nello stesso anno (Sandlund, 2025).

Per quanto riguarda la componentistica necessaria per tali impianti- sistemi di immagazzinamento dell’energia, convertitori, trasformatori, ecc.- le imprese statunitensi stanno ricorrendo in misura massiccia alle imprese cinesi, in ragione della maggiore rapidità di consegne rispetto ai concorrenti di altri paesi come la Corea del Sud, della maggiore affidabilità e durata e di costi più vantaggiosi. Tutto questo mentre in teoria gli Stati Uniti vorrebbero ridurre la loro dipendenza dalla Cina nei settori chiave (Sandlund, 2025). 

La lotta al cambiamento climatico

Anche nel campo dell’ecologia si possono rilevare due atteggiamenti molto diversi tra Usa e Cina. Nel primo caso con l’amministrazione Trump ci troviamo di fronte alla negazione che ci sia un problema di qualche natura in campo climatico (come ribadito ancora nel dicembre del 2025) e a tentativi di bloccare in tutti i modi possibili gli investimenti nel settore nel suo Paese, oltre allo sforzo di frenare gli accordi relativi in sede internazionale. Del resto gli Stati Uniti erano assenti dai recenti incontri della Cop30 in Brasile.

C’è da sottolineare che la ricetta trumpiana non viene seguita negli Stati governati dai democratici, che cercano invece, tra crescenti ostacoli federali, di portare avanti dei programmi alternativi.

Nel frattempo la Cina è diventato di gran lunga il Paese che investe di più nel settore (normalmente almeno quanto il resto del mondo messo assieme) e il leader tecnologico su di un fronte molto ampio di prodotti relativi, dalle auto e camion elettrici, alle pale eoliche, ai pannelli solari, alle grandi batterie da accumulo; i suoi prodotti tendono ormai a conquistare i mercati mondiali, nonostante il boicottaggio degli Stati Uniti e in parte dell’Unione Europea. Senza le tecnologie cinesi non si riuscirà a combattere efficacemente il cambiamento climatico. Il Paese sembra poi aver raggiunto il picco delle emissioni nel 2025, in largo anticipo rispetto all’obiettivo precedentemente fissato del 2030. Anche quello di emissioni zero fissato ufficialmente al 2060, sarà presumibilmente raggiunto molto prima, tra il 2050 e il 2053.

Alla fine, comunque, Trump consegna il futuro dell’energia a livello mondiale alla Cina (Luce, 2025).

Le criptovalute e le stablecoin

L’Oxford English Dictionary definisce le criptovalute come sistemi di pagamento digitale che operano indipendentemente da un’autorità centrale e che impiegano tecniche crittografiche per controllare e verificare le transazioni. Se questo sistema si diffondesse largamente gli effetti sulla regolamentazione e stabilizzazione delle economie nazionali potrebbero essere devastanti. 

Le cripto non hanno valore in senso economico, non generano reddito, non sono legate ad alcun tipo di produzione, non pagano dividendi. Quello che le spinge in avanti non sono quindi i cash flow, ma le aspettative, in particolare quelle che in futuro qualcun altro compri tali titoli ad un prezzo maggiore di quello di oggi (Editorial, 2025). 

Le criptovalute minacciano lo stesso concetto di lotta al denaro sporco e alla criminalità. 

Le stablecoin sono degli strumenti digitali che offrono agli investitori la flessibilità delle criptovalute, ma che, al contrario delle stesse, non presentano apparentemente rischi di oscillazione di prezzo delle stesse, dal momento che sono legate ad un asset stabile, quale una valuta, dei depositi bancari, o un bene come l’oro. In realtà i rischi in proposito sono rilevanti.

Donald Trump Jr. afferma che lo sviluppo delle stablecoin aiuterà a rinforzare il dominio del dollaro nel mondo, attraendo tra l’altro flussi di investimento verso gli Stati Uniti, nonostante che sul piano politico il Paese stia perdendo qualche colpo (Walker, 2025). La famiglia Trump, del resto, ha lanciato nel 2025 una serie di iniziative di criptovalute attraverso le quali, sia pure tra alti e bassi, sembra sia riuscita a guadagnare diversi miliardi di dollari.

La tendenza statunitense sottesa a tali movimenti è quella ad una privatizzazione e deregolamentazione spinta della valuta e dei mercati finanziari. 

Molto diverso appare l’atteggiamento cinese (Zhu Lanxu, 2025), (Grossi, 2025). In un recente incontro sulla lotta alla speculazione sulle valute virtuali, la Banca Centrale di Pechino, preoccupata dalla crescita della stessa speculazione cripto in Cina e dalle mosse di Trump, avendo già lanciato lo yuan digitale pubblico, ha dichiarato che intensificherà una politica proibizionista sul trading e sulla speculazione su bitcoin e criptovalute. Tali strumenti infatti  non possono circolare in Cina, ne essere usati sul mercato. 

G20, COP30, aiuti all’Africa

Due recenti vertici molto importanti, il G20 di e il G30 in Sud Africa hanno visto l’assenza dei rappresentanti degli Stati Uniti; del resto Trump non ama le assemblee di tutti i tipi, preferendo di gran lunga i rapporti bilaterali, situazione in cui può più facilmente prevalere sull’avversario. Invece la Cina ha afferrato l’occasione per presentarsi come sostenitrice di un ordine multipolare, della cooperazione internazionale, dei trattati ambientali, guadagnandosi maggiore fiducia dei paesi del Sud del mondo (Noci, 2025).

Poco tempo prima, mentre gli Stati Uniti bloccavano gli aiuti ai paesi africani, la Cina aboliva tutti i dazi nei confronti delle merci provenienti dai Paesi di tale continente.

Le esportazioni cinesi resistono a Trump

E’ noto come Trump, estendendo azioni già avviate dalle precedenti presidenze, abbia attivato forti azioni verso tutti i paesi del mondo sul fronte del commercio, imponendo loro dazi più o meno elevati, avendo di mira in particolare la Cina, non solo come rivale geopolitico, ma come Paese che godeva anche di larghi surplus negli scambi reciproci.

Pechino è riuscito a parare la mossa di Trump: è vero che le sue esportazioni verso gli Stati Uniti si sono ridotte in misura significativa, ma sono invece aumentate quelle verso altre destinazioni, dai Paesi dell’Asean a quelli dell’UE, tanto che alla fine complessivamente le sue esportazioni hanno continuato a crescere. Così nel periodo gennaio-novembre 2025 il surplus della bilancia commerciale cinese aveva battuto ogni precedente record, raggiungendo i 1.080 miliardi di dollari (più che nell’intero 2024), con le esportazioni che erano cresciute nel periodo intorno al 6%. E le previsioni sono per un’ulteriore crescita nel 2026.

Cosa può produrre la Cina in casa

E’ anche noto che la teoria dei vantaggi comparati messa a suo tempo a punto da David Ricardo e che tanto successo ha avuto sino ai nostri giorni prevede che ogni paese opera gli scambi con gli altri sulla base dei vantaggi comparati che ognuno possiede. Così conveniva che il Portogallo si specializzasse nella produzione del vino e lo scambiasse con i tessuti dell’Inghilterra; in tale modo ambedue i paesi ne avrebbero tratto vantaggio.

Come sottolinea un testo recente apparso sul Financial Times (Harding, 2025) su questo fronte la Cina ha ora un problema molto rilevante.

Non si tratta solo del fatto che la Cina abbia un crescente surplus commerciale con il resto del mondo, quanto semmai della prospettiva che tendenzialmente sarà sempre più in grado di produrre anche le cose che al momento importa, come semiconduttori, software, aerei commerciali, macchinari avanzati per la produzione. Non si capisce quindi, quando – fra un certo non lunghissimo numero di anni – essa riuscirà a produrre praticamente tutto in casa (ha tutti i progetti in atto per farlo), cosa potrà importare per bilanciare almeno parzialmente le cose. A quel punto il commercio internazionale del Paese risulterebbe in teoria impossibile.

Per ottenere di riequilibrare in qualche modo le cose ci sarebbero comunque diverse mosse possibili. 

La Cina dovrebbe intanto potenziare fortemente il mercato interno, cosa che non è riuscito a fare in misura adeguata almeno sino ad oggi, mentre un blocco come quello dei Paesi dell’UE dovrebbe riuscire ad elevare il suo livello di competitività e trovare nuove fonti di creazione di valore, come gli Stati Uniti hanno fatto sino ad adesso con la loro industria tecnologica. Evento peraltro improbabile, che se non portato avanti, condurrebbe ad un progressivo protezionismo. Inoltre presumibilmente la Cina potrebbe continuare a importare dai Paesi vicini prodotti semilavorati: sarà inoltre obbligata in ogni caso ad importare le materie prime necessarie alle sue attività (anche se le attività di riciclaggio dei materiali potrebbero ridurre anche questa fonte), mentre potrebbe anche spingere sugli investimenti diretti all’estero e sull’apprezzamento dello yuan.

C’è un altro aspetto della questione che non va certo sottovalutato. I surplus commerciali della Cina stanno diventando già oggi, con le loro grandi dimensioni, insostenibili per il resto del mondo e tendono a produrre una spinta nei vari paesi a erigere delle barriere protezionistiche (Prasad, 2025). A questo punto sembra che la Cina debba trovare una soluzione che non può che andare di nuovo in direzione della crescita dei consumi interni, di una spinta a spingere gli investimenti diretti per sostituire la produzione in loco, alle esportazioni e di nuovo dell’apprezzamento dello yuan.

Conclusioni

Con il passare del tempo appare sempre più evidente come il modello di sviluppo statunitense e quello cinese tendano a divergere profondamente su molti aspetti, con quest’ultimo Paese che sembra tra l’altro più pronto a incontrare le aspettative del pianeta in termini ambientali, tecnologici, finanziari, nonché di un ordine mondiale più equo, mentre gli Stati Uniti sembrano sempre più chiusi in una logica di stretta adesione a quelli che appaiono i suoi più stretti interessi senza curarsi molto delle conseguenze delle loro azioni per il resto del mondo. Alla fine, il risultato effettivo delle decisioni di Trump è quello di accelerare la presa della Cina in particolare sui paesi del Sud; come scrive qualcuno, il presidente americano sta consegnando alla Cina e alla Russia gli strumenti per accelerare la disintegrazione dell’Occidente (Luce, 2025).

Questo non significa che il sistema cinese non abbia problemi, che vanno dalla elevata disoccupazione giovanile, ai deboli consumi interni e ad un livello di esportazioni sempre più insostenibile per il resto del mondo, nonché infine ad un livello di indebitamento elevato pubblico e privato. Nonostante questo, il 2025 è stato molto favorevole al Paese asiatico e le possibili previsioni per il 2026 sembrano ancora positive. In particolare stiamo assistendo ad una vera esplosione che sembra inarrestabile dell’innovazione tecnologica del Paese in molti settori.

Articoli citati nel testo

-Doshi R., The moment China proved it was America’s equal, www.nytimes.com, 19 novembre 2025

Editorial, The Guardian view on crypto’s latest crash: it reveals who pays the price for a failing economy, www.theguardian.com, 18 novembre 2025

-Global Times, GT voice: What does Silicon Valley’s rising use of AI models developed in China mean ?,  www.globaltimes.cn,  1 dicembre 2025

-Grossi G., Cina: nuovo attacco a bitcoin, crypto e stablecoin…, www.cryptovaluta.it.,29 novembre 2025

-Harding R., China is making trade impossible, www.ft.com, 26 novembre 2025

-Luce E., China’s escalation dominance over Trump, www.ft.com, 16 dicembre 2025

-Metz C., Tan E., In the A.I. race, Chinese talent still drives American research, www.nytimes.com, 19 novembre 2025 

-Noci G., G20 e COP30, la Cina colma il vuoto degli Usa, Il Sole 24 Ore, 25 novembre 2025

-Prasad E., China’s $1tn trade surplus is a problem for Beijing – and the world, www.ft.com, 14 dicembre 2026

-Sandlund W., Investors bet on Chinese companies powering global AI build-up, www.ft.com, 16 dicembre 2025

-Surman M., Open source could pop the AI bubble – and soon, www.ft.com, 17 dicembre 2025

-Thornhill J., The US may be running the wrong AI race, www.ft.com., 4 dicembre 2025 

-Walker O., Stablecoin surge will preserve US dollar dominance, says Donald Trump Jr., www.ft.com, 1 ottobre 2025

-Zhou Lanxu, China tightens crackdown on virtual currency speculation, www.chinadaily.com.cn., 25 novembre 2025

L'articolo Cina e Usa, due modelli sempre più alternativi sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

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[2026-01-16] Pizzata benefit. Cabaret&concerto @ Circolo Clapié

Pizzata benefit. Cabaret&concerto

Circolo Clapié - Cels (Exilles, TO)
(venerdì, 16 gennaio 18:30)
Pizzata benefit. Cabaret&concerto

Tra le alte vette della val di susa doppio show di novita freschissime. Cabaret a carbone 'amore dal sottosuolo', concerto con Yellow Pennarello (new wave da sotto casa)

A condire la serata pizzata benefit inguaiati col glutine

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Luce infrarossa e mitocondri

Nella foto le lampade con le quali mi diverto a fare esperimenti su mio figlio.A sinistra quella a ultravioletti (UVA+UVB) a destra due a infrarossi.I mitocondri assorbono i fotoni nello spettro del rosso e del vicino infrarosso e producono adenosina trifosfato (ATP), la “moneta” energetica fondamentale per le nostre cellule per espletare le loro funzioni ...continua a leggere "Luce infrarossa e mitocondri"
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NASA Armstrong Advances Flight Research and Innovation in 2025

12 min read

Preparations for Next Moonwalk Simulations Underway (and Underwater)

In 2025, NASA’s Armstrong Flight Research Center in Edwards, California, advanced work across aeronautics, Earth science, exploration technologies, and emerging aviation systems, reinforcing its role as one of the agency’s primary test sites for aeronautics research. From early concept evaluations to full flight test campaigns, teams enhanced measurement tools, refined safety systems, and generated data that supported missions across NASA. Operating from the Mojave Desert, NASA Armstrong continued applying engineering design with real-world performance, carrying forward research that informs how aircraft operate today and how new systems may function in the future.

The year’s progress also reflects the people behind the work – engineers, technicians, pilots, operators, and mission support staff who navigate complex tests and ensure each mission advances safely and deliberately. Their efforts strengthened partnerships with industry, small businesses, and universities while expanding opportunities for students and early career professionals. Together they sustained NASA Armstrong’s long-standing identity as a center where innovation is proven in flight and where research helps chart the course for future aviation and exploration.

“We executed our mission work safely, including flight of the first piloted NASA X-plane in decades, while under challenging conditions,” said Brad Flick, center director of NASA Armstrong. “It tells me our people embrace the work we do and are willing to maintain high levels of professionalism while enduring personal stress and uncertainty. It’s a testimony to the dedication of our NASA and contractor workforce.”

Teams continued advancing key projects, supporting partners, and generating data that contributes to NASA’s broader mission.

Quiet supersonic flight and the Quesst mission

A NASA F-15D aircraft flies above a cloud layer under a bright blue sky, pitched slightly to the right with its lower right wing closest to the viewer. Two pilots are visible – one in the front seat and one in the rear. The NASA logo appears on the aircraft’s right vertical stabilizer. The aircraft is framed by the wing of another white aircraft in the foreground.
NASA’s F-15D research aircraft conducts a calibration flight of a shock-sensing probe near NASA’s Armstrong Flight Research Center in Edwards, California. The shock-sensing probe is designed to measure the signature and strength of shock waves in flight. The probe was validated during dual F-15 flights and will be flown behind NASA’s X-59 to measure small pressure changes caused by shock waves in support of the agency’s Quesst mission.
NASA/Jim Ross

NASA Armstrong continued its quiet supersonic research, completing a series of activities in support of NASA’s Quesst mission. On the X-59 quiet supersonic research aircraft, the team performed electromagnetic interference tests and ran engine checks to prepare the aircraft for taxi tests. The Schlieren, Airborne Measurements, and Range Operations for Quesst (SCHAMROQ) team completed aircraft integration and shock-sensing probe calibration flights, refining the tools needed to characterize shock waves from the X-59. These efforts supported the aircraft’s progression toward its first flight on Oct. 28, marking a historic milestone and the beginning of its transition to NASA Armstrong for continued testing.

The center’s Commercial Supersonic Technology (CST) team also conducted airborne validation flights using NASA F-15s, confirming measurement systems essential for Quesst’s next research phase. Together, this work forms the technical backbone for upcoming community response studies, where NASA will evaluate whether quieter supersonic thumps could support future commercial applications.

  • The X-59 team completed electromagnetic interference testing on the aircraft, verifying system performance and confirming that all its systems could reliably operate together.
  • NASA’s X-59 engine testing concluded with a maximum afterburner test that demonstrated the engine’s ability to generate the thrust required for supersonic flight.
  • Engineers conducted engine speed-hold evaluations to assess how the X-59’s engine responds under sustained throttle conditions, generating data used to refine control settings for upcoming flight profiles.
  • NASA Armstrong’s SCHAMROQ team calibrated a second shock-sensing probe to expand measurement capability for future quiet supersonic flight research.
  • NASA Armstrong’s CST team validated the tools that will gather airborne data in support the second phase of the agency’s Quesst mission.
  • NASA’s X-59 team advanced preparations on the aircraft through taxi tests, ensuring aircraft handling systems performed correctly ahead of its first flight.
  • NASA Armstrong’s photo and video team documented X-59 taxi tests as the aircraft moved under its own power for the first time.
  • The X-59 team evaluated braking, steering, and integrated systems performance after the completion of the aircraft’s low-speed taxi tests marking one of the final steps before flight.
  • NASA Armstrong teams advanced the X-59 toward first flight by prioritizing safety at every step, completing checks, evaluations, and system verifications to ensure the aircraft was ready when the team was confident it could move forward.
  • NASA and the Lockheed Martin contractor team completed the X-59’s historic first flight, delivering the aircraft to NASA Armstrong for the start of its next phase of research.

Ultra-efficient and high-speed aircraft research

A man prepares a rectangular system on a metal rectangular surface, which is connected to a cylinder-shaped machine that will severely shake it. Sets of wires are attached to both ends of the rectangular system.
Jonathan Lopez prepares the hypersonic Fiber Optic Sensing System for vibration tests in the Environmental Laboratory at NASA’s Armstrong Flight Research Center in Edwards, California. Testing on a machine called a shaker proved that the system could withstand the severe vibration it will endure in hypersonic flight, or travel at five times the speed of sound.
NASA/Jim Ross

Across aeronautics programs, Armstrong supported work that strengthens NASA’s ability to study sustainable, efficient, and high-performance aircraft. Teams conducted aerodynamic measurements and improved test-article access for instrumentation, enabling more precise evaluations of advanced aircraft concepts. Engineers continued developing tools and techniques to study aircraft performance under high-speed and high-temperature conditions, supporting research in hypersonic flight.

  • The Sustainable Flight Demonstrator research team measured airflow over key wing surfaces in a series of wind tunnel tests, generating data used to refine future sustainable aircraft designs.
  • Technicians at NASA Armstrong installed a custom structural floor inside the X-66 demonstrator, improving access for instrumentation work and enabling more efficient modification and evaluation.
  • Armstrong engineers advanced high-speed research by maturing an optical measurement system that tracks heat and structural strain during hypersonic flight, supporting future test missions.

Transforming air mobility and new aviation systems

The top of a black tripod with black testing instruments stands in the foreground on a concrete pad with a desert landscape and power lines in the background. A black and white aircraft is in the sky above in the background with blue sky and clouds behind as the aircraft hovers. The aircraft has six black propellors that sit on white arms and connect to the aircraft body, which has black doors and is pod-shaped. The aircraft sits on three small wheels.
One of multiple NASA distributed sensing ground nodes is set up in the foreground while an experimental air taxi aircraft owned by Joby Aviation hovers in the background near NASA’s Armstrong Flight Research Center in Edwards, California, on March 12, 2025. NASA is collecting information during this study to help advance future air taxi flights, especially those occurring in cities, to track aircraft moving through traffic corridors and around landing zones.
NASA/Genaro Vavuris

NASA Armstrong supported multiple aspects of the nation’s growing air mobility ecosystem. Researchers conducted tests and evaluations to better understand aircraft performance, airflow, and passenger experience. Additional work included assessing drone-based inspection techniques, developing advanced communication networks, performing drop tests, and refining methods to evaluate emerging mobility aircraft.

These studies support NASA’s broader goal of integrating new electric, autonomous, and hybrid aircraft safely into the national airspace.

  • A small business partnership demonstrated drone-based inspection techniques that could reduce maintenance time and improve safety for commercial aircraft operations.
  • NASA Armstrong researchers tested air traffic surveillance technology against the demands of air taxis flying at low altitudes through densely populated cities, using the agency’s Pilatus PC-12 to support safer air traffic operations.
  • Researchers at NASA Armstrong collected airflow data from Joby using a ground array of sensors to examine how its circular wind patterns might affect electric air taxi performance in future urban operations.
  • NASA Armstrong’s Ride Quality Laboratory conducted air taxi passenger comfort studies in support of the agency’s Advanced Air Mobility mission to better understand how motion, vibration, and other factors affect ride comfort, informing the industry’s development of electric air taxis and drones.

Earth observation and environmental research

A hand gives a thumbs-up from a vehicle window as a NASA ER-2 taxis down the runway at Armstrong Flight Research Center.
From the window of the ER-2 chase car, a crew member gives a thumbs up to the pilot as NASA Armstrong Flight Research Center’s ER-2 aircraft taxis at Edwards, California, on Thursday, Aug. 21, 2025. The gesture signals a final check before takeoff for the high-altitude mission supporting the Geological Earth Mapping Experiment (GEMx).
NASA/Christopher LC Clark

Earth science campaigns at NASA Armstrong contributed to the agency’s ability to monitor environmental changes and improve satellite data accuracy. Researchers tested precision navigation systems that keep high-speed aircraft on path, supporting more accurate atmospheric and climate surveys. Airborne measurements and drone flights documented wildfire behavior, smoke transport, and post-fire impacts while gathering temperature, humidity, and airflow data during controlled burns. These efforts also supported early-stage technology demonstrations, evaluating new wildfire sensing tools under real flight conditions to advance fire response research. High-altitude aircraft contributed to missions that improved satellite calibration, refined atmospheric measurements, and supported snowpack and melt studies to enhance regional water-resource forecasting.

  • Researchers at NASA Armstrong tested a new precision‑navigation system that can keep high‑speed research aircraft on exact flight paths, enabling more accurate Earth science data collection during airborne environmental and climate‑survey missions.
  • NASA’s B200 King Air flew over wildfire‑affected regions equipped with the Compact Fire Infrared Radiance Spectral Tracker (c‑FIRST), collecting thermal‑infrared data to study wildfire behavior, smoke spread, and post‑fire ecological impacts in near real time.
  • NASA Armstrong’s Alta X drone carried a 3D wind sensor and a radiosonde to measure temperature, pressure, humidity, and airflow during a prescribed burn in Geneva State Forest, gathering data to help improve wildland fire behavior models and support firefighting agencies.
  • NASA’s ER‑2 aircraft carried the Airborne Lunar Spectral Irradiance (air-LUSI) instrument on night flights, measuring moonlight reflectance to generate calibration data – improving the accuracy of Earth‑observing satellite measurements.
  • The center’s ER-2 also flew above cloud layers with specialized instrumentation to collect atmospheric and cloud measurements. These data help validate and refine Earth observing satellite retrievals, improving climate, weather, and aerosol observations.
  • Airborne campaigns at NASA Armstrong measured snowpack and melt patterns in the western U.S., providing data to improve water-resource forecasting for local communities.

Exploration technology and Artemis support

A drone with four rotors hoovers against a canvas of deep blue sky prior to releasing the experiment it carries high above the desert floor.
An Alta X drone is positioned at altitude for an air launch of the Enhancing Parachutes by Instrumenting the Canopy test experiment on June 4, 2025, at NASA’s Armstong Flight Research Center in Edwards, California. NASA researchers are developing technology to make supersonic parachutes safer and more reliable for delivering science instruments and payloads to Mars.
NASA/Christopher LC Clark

NASA Armstrong supported exploration technologies that will contribute to agency’s return to the Moon and future missions deeper into the solar system, including sending the first astronauts – American astronauts – to Mars. Teams advanced sensor systems and conducted high-altitude drop tests to capture critical performance data, supporting the need for precise entry, descent, and landing capabilities on future planetary missions.

Contributions from NASA Armstrong also strengthen the systems and technologies that help make Artemis – the agency’s top priority – safer, more reliable, and more scientifically productive, supporting a sustained human presence on the Moon and preparing for future human exploration of Mars.

  • The EPIC team at NASA Armstrong conducted research flights to advance sensor technology for supersonic parachute deployments, evaluating performance during high-speed, high-altitude drops relevant to future planetary missions.
  • Imagery from the EPIC test flights at NASA Armstrong highlights the parachute system’s high-altitude deployment sequence and demonstrated its potential for future Mars delivery concepts.

People, workforce, and community engagement

The center expanded outreach, education, and workforce development efforts throughout the year. Students visited NASA Armstrong for hands-on exposure to careers in aeronautics, while staff and volunteers supported a regional robotics competition that encouraged exploration of the field. Educators brought aeronautics concepts directly into classrooms across the region, and interns from around the country gained experience supporting real flight research projects.

NASA Armstrong also highlighted unique career pathways and recognized employees whose work showcases the human side of NASA missions. A youth aviation program launched with a regional museum provided additional opportunities for young learners to explore flight science, further strengthening the center’s community impact:

  • Students from Palmdale High School Engineering Club visited NASA Armstrong, where staff engaged with them to explore facilities, discuss aerospace work, and promote STEM careers as part of the center’s community outreach.
  • NASA Armstrong staff and volunteers mentored high school teams at the 2025 Aerospace Valley FIRST Robotics Competition, helping students build and test robots and providing hands-on experience with engineering to foster interest in STEM careers.
  • In April, NASA Armstrong expanded outreach in 2025 by bringing aeronautics concepts to students through classroom workshops, presentations, and hands-on activities, giving young learners direct exposure to NASA research and inspiring possible future careers in science and engineering.
  • Students from across the country participated in internships at NASA Armstrong, gaining hands-on experience in flight research and operations while contributing to real-world aerospace projects.
  • In May, a NASA Armstrong videographer earned national recognition for work that highlights the people behind the center’s research missions, showing how scientists, engineers, and flight crews collaborate to advance aeronautics and space exploration.
  • Daniel Eng, a systems engineer with NASA’s Air Mobility Pathfinders project, shared his career path from the garment industry to aerospace, illustrating how diverse experiences contribute to the center’s technical workforce and support its advanced flight research and engineering projects.
  • In June, NASA Armstrong recognized one of its interns for hands-on work with the center’s aircraft. With more than a decade in the auto industry, they demonstrated how early career engineers can gain real-world experience and develop skills for careers in aerospace and flight research.
  • NASA Armstrong partnered with a regional museum to create a youth aviation program that introduces students to flight science and operations, providing hands-on learning opportunities and inspiring interest in aerospace and STEM careers.

Center infrastructure and research capabilities

Two men attach an engine onto a subscale aircraft.
Justin Hall, left, and Justin Link attach the wings onto a subscale aircraft on Wednesday, Sept. 3, 2025, at NASA’s Armstong Flight Research Center in Edwards, California. Hall is chief pilot at the center’s Dale Reed Subscale Flight Research Laboratory and Link is a pilot for small uncrewed aircraft systems.
NASA/Christopher LC Clark

Facility improvements and new platforms strengthened NASA Armstrong’s research capabilities. A rooftop operation removed a historic telemetry pedestal to make way for updated infrastructure, while preserving an important artifact of the center’s flight test heritage. Engineers also completed a new subscale research aircraft, providing a flexible, cost-effective platform for evaluating aerodynamics, instrumentation, and flight control concepts in preparation for full-scale testing:

  • The center improved workspace access and supported a re-roofing project during a helicopter crew operation that removed a 2,500-pound telemetry pedestal from a building rooftop, preserving a piece of the center’s flight history heritage.
  • Engineers at NASA Armstrong built a new subscale experimental aircraft to replace the center’s aging MicroCub. The 14-foot wingspan, 60-pound aircraft provides a flexible, cost-effective platform for testing aerodynamics, instrumentation, and flight control concepts while reducing risk before full-scale or crewed flight tests.

Looking ahead

A smiling child poses behind a cutout of an astronaut suit with a Moon landing backdrop.
On June 17, 2025, NASA’s Armstrong Flight Research Center in Edwards, California, hosted Bring Kids to Work Day, offering hands-on activities that introduced children and their families to the exciting world of aeronautics and flight research.
NASA/Christopher LC Clark

NASA Armstrong will continue advancing flight research across aeronautics and Earth science, building on this year’s achievements. Upcoming efforts include additional X-59 flights, expanded quiet supersonic studies, new air mobility evaluations, high-altitude science campaigns, and maturing technologies that support hypersonic research and the Artemis program for future planetary missions.

“Next year will be a year of continuity, but also change,” Flick said. “The agency’s new Administrator, Jared Isaacman, will bring a renewed mission-first focus to the agency, and NASA Armstrong will push the boundaries of what’s possible. But the most important thing we can do is safely and successfully execute our portfolio of work within budget and schedule.”

For more than seven decades, NASA Armstrong has strengthened the nation’s understanding of flight. This year’s work builds on that legacy, helping shape the future of aviation and exploration through research proven in the air.

To explore more about NASA Armstrong’s missions, research, and discoveries, visit:

https://www.nasa.gov/armstrong

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NASA videographer Jacob Shaw recently earned first place for outstanding documentation for his film, Reflections, which chronicles the 2024 Airborne Science ...
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NASA Ignites New Golden Age of Exploration, Innovation in 2025

Artemis II NASA astronauts (left to right) Reid Wiseman, Victor Glover, and Christina Koch, and CSA (Canadian Space Agency) astronaut Jeremy Hansen stand in the white room on the crew access arm of the mobile launcher at Launch Pad 39B as part of an integrated ground systems test at the agency’s Kennedy Space Center in Florida on Sept. 20, 2023.
Credit: NASA/Frank Michaux

With a second Trump Administration at the helm in 2025, NASA marked significant progress toward the Artemis II test flight early next year, which is the first crewed mission around the Moon in more than 50 years, as well as built upon its momentum toward a human return to the lunar surface in preparation to send the first astronauts — Americans — to Mars.

As part of the agency’s Golden Age of innovation and exploration, NASA and its partners landed two robotic science missions on the Moon; garnered more signatories for the Artemis Accords with 59 nations now agreeing to safe, transparent, and responsible lunar exploration; as well as advanced a variety of medical and technological experiments for long-duration space missions like hand-held X-ray equipment and navigation capabilities.

NASA also led a variety of science discoveries, including launching a joint satellite mission with India to regularly monitor Earth’s land and ice-covered surfaces, as well as identifying and tracking the third interstellar object in our solar system; achieved 25 continuous years of human presence aboard the International Space Station; and, for the first time, flew a test flight of the agency’s X-59 supersonic plane that will help revolutionize air travel.

Sean Duffy, named by President Trump, is serving as the acting administrator while NASA awaits confirmation of Jared Isaacman to lead the agency. Isaacman’s nomination hearing took place in early December, and his nomination was passed out of committee with bipartisan support. The full Senate will consider Isaacman’s nomination soon. President Trump also nominated Matt Anderson to serve as deputy administrator, and Greg Autry to serve as chief financial officer, both of whom are awaiting confirmation hearings. NASA named Amit Kshatriya to associate administrator, the agency’s highest-ranking civil servant position.

Key accomplishments by NASA in 2025 include:

Astronauts exploring Moon, Mars is on horizon

Under Artemis, NASA will send astronauts on increasingly difficult missions to explore more of the Moon for scientific discovery, economic benefits, and to build upon our foundation for the first crewed mission to Mars. The Artemis II test flight is the first flight with crew under NASA’s Artemis campaign and is slated to launch in early 2026. The mission will help confirm systems and hardware for future lunar missions, including Artemis III’s astronaut lunar landing.

NASA also introduced 10 new astronaut candidates in September, selected from more than 8,000 applicants. The class is undertaking nearly two years of training for future missions to low Earth orbit, the Moon, and Mars. 

Progress to send the first crews around the Moon and on the lunar surface under Artemis includes:

  • NASA completed stacking of its Space Launch System rocket and Orion spacecraft for Artemis II. Teams integrated elements manufactured across the country at NASA’s Kennedy Space Center in Florida, including the rocket’s boosters and core stage, as well as Orion’s stage adapter and launch abort system, to name a few.
  • Ahead of America’s 250th birthday next year, the SLS rocket’s twin-pair of solid rocket boosters showcases the America 250 emblem.
  • The Artemis II crew participated in more than 30 mission simulations alongside teams on the ground, ensuring the crew and launch, flight, and recovery teams are prepared for any situation that may arise during the test flight. Soon, crew will don their survival suits and get strapped into Orion during a countdown demonstration test, serving as a dress rehearsal for launch day.
  • The agency worked with the Department of War to conduct a week-long underway recovery test in preparation to safely collect the Artemis II astronauts after they splashdown following their mission.
  • To support later missions, teams conducted a booster firing test for future rocket generations, verified new RS-25 engines, test-fired a new hybrid rocket motor to help engineering teams better understand the physics of rocket exhaust and lunar landers, as well using various mockups to test landing capabilities in various lighting conditions. Teams also conducted human-in-the-loop testing in Japan with JAXA (Japan Aerospace Exploration Agency) with a rover mockup from their agency.
  • NASA also continued work with Axiom Space, to develop and test the company’s spacesuit, including completing a test run at the Neutral Buoyancy Laboratory at NASA Johnson ahead of using the suit for Artemis training. The spacesuit will be worn by Artemis astronauts during the Artemis III mission to the lunar South Pole.
  • On the Moon, future crew will use a lunar terrain vehicle, or LTV, to travel away from their landing zone. NASA previously awarded three companies feasibility studies for developing LTV, followed by a request for proposals earlier this year. The agency is expected to make an award soon to develop, deliver, and demonstrate LTV on the lunar surface later this decade. The agency also selected two science instruments that will be included on the LTV to study the Moon’s surface composition and scout for potential resources.
  • For operations around the Moon, NASA and its partners continued to develop Gateway to support missions between lunar orbit and the Moon’s surface. Construction and production of the first two elements, a power and propulsion system and habitation element, each progressed, as did development and testing of potential science and technology demonstrations operated from Gateway. International partners also continued work that may contribute technology to support those elements, as well as additional habitation capabilities and an airlock.
  • This past year, NASA’s Lunar Surface Innovation Consortium team collaborated with over 3,900 members from academia, industry, and government on key lunar surface capabilities. Members from across the U.S. and 71 countries participated in two biannual meetings, three lunar surface workshops, and monthly topic meetings, resulting in 10 studies, four reports, and nine conference presentations. 

Building on previous missions and planning for the future, NASA will conduct more science and technology demonstrations on and around the Moon than ever before. Work toward effort included:

  • Selected a suite of science studies for the Artemis II mission, including studies that focus on astronauts’ health.
  • Launched two CLPS (Commercial Lunar Payload Services) flights with NASA as a key customer, including Firefly’s Blue Ghost Mission One, which landed on the Moon March 2, and Intuitive Machines’ Nova C lunar lander, which touched down on March 6.
    • Experiments and tech demos aboard these flights included an electrodynamic dust shield, lunar navigation system, high-performance computing, collection of more than 9,000 first-of-a-kind images of the lunar lander’s engine plumes, and more.
  • For future CLPS flights, NASA awarded Blue Origin a task order with an option to deliver the agency’s VIPER (Volatiles Investigating Polar Exploration Rover) to the lunar South Pole in late 2027, as well as awarded Firefly another flight, slated for 2030.
  • Teams studied regolith (lunar dirt and rocks) in a simulated lunar gravity environment and tested how solid materials catch fire in space.
  • The agency’s 55-pound CubeSat in lunar orbit, CAPSTONE, exceeded 1,000 days in space, serving as a testbed for autonomous navigation and in-space communications.
  • Published findings from this Artemis I experiment highlighting why green algae may be a very good deep space travel companion.
NASA announced its 2025 Astronaut Candidate Class on Sept. 22, 2025. The 10 candidates, pictured here at NASA’s Johnson Space Center in Houston are: U.S. Army CW3 Ben Bailey, Anna Menon, Rebecca Lawler, Katherine Spies, U.S. Air Force Maj. Cameron Jones, Dr. Lauren Edgar, U.S. Navy Lt. Cmdr. Erin Overcash, Yuri Kubo, Dr. Imelda Muller, and U.S. Air Force Maj. Adam Fuhrmann.
Credit: NASA/Josh Valcarcel

Technological and scientific steps toward humanity’s next giant leap on the Red Planet include:

  • Launched a pair of spacecraft, known as ESCAPADE, on a mission to Mars, arriving in September 2027, to study how its magnetic environment is impacted by the Sun. This data will better inform our understanding of space weather, which is important to help minimize the effects of radiation for future missions with crew.
  • NASA announced Steve Sinacore, from the agency’s Glenn Research Center in Cleveland, to lead the nation’s fission surface power efforts.
  • Selected participants for a second yearlong ground-based simulation of a human mission to Mars, which began in October, as well as tested a new deep space inflatable habitat concept.
  • Completed the agency’s Deep Space Optical Communications experiment, which exceeded all of its technical goals after two years. This type of laser communications has the potential to support high-bandwidth connections for long duration crewed missions in deep space.
  • NASA completed its fourth Entry Descent and Landing technology test in three months, accelerating innovation to achieve precision landings on Mars’ thin atmosphere and rugged terrain. 
  • Other research to support long-duration missions in deep space include how fluids behave in space, farming space crops, and quantum research.

Through the Artemis Accords, seven new nations have joined the United States, led by NASA and the U.S. Department of State, in a voluntary commitment to the safe, transparent, and responsible exploration of the Moon, Mars, and beyond. With nearly 60 signatories, more countries are expected to sign in the coming months and years. 

Finally, NASA engaged the public to join its missions to the Moon and Mars through a variety of activities. The agency sought names from people around the world to fly their name on a SD card aboard Orion during the Artemis II mission. NASA also sponsored a global challenge to design the spacecraft’s zero gravity indicator, announcing 25 finalists this year for the mascot design. Artemis II crew members are expected to announce a winner soon.

NASA’s gold standard science benefits humanity

In addition to conducting science at the Moon and Mars to further human exploration in the solar system, the agency continues its quest in the search for life, and its scientific work defends the planet from asteroids, advances wildfire monitoring from its satellites, studies the Sun, and more.

  • Garnering significant interest this year, NASA has coordinated a solar system-wide observation campaign to follow comet 3I/ATLAS, the third known interstellar object to pass through our solar system. To date, 12 NASA spacecraft and space-based telescopes have captured and processed imagery of the comet since its discovery in the summer.

Astrobiology

  • A Perseverance sample found on Mars potentially contain biosignatures, a substance or structure that might have a biological origin but requires additional data and studying before any conclusions can be reached about the absence or presence of life.
  • NASA’s Curiosity rover on Mars found the largest organic compounds on the Red Planet to date.
  • Teams also are working to develop technologies for the Habitable Worlds Observatory, and the agency now has tallied 6,000 exoplanets.
  • Samples from asteroid Bennu revealed sugars, amino acids, and other life-building molecules.

Planetary Defense

Heliophysics

In addition to launching the NISAR mission, here are other key science moments:

  • Completion of NASA’s next flagship observatory, the Nancy Grace Roman Space Telescope, is done, with final testing underway. The telescope will help answer questions about dark energy and exoplanets and will be ready to launch as early as fall of 2026.
  • The agency’s newest operating flagship telescope, James Webb Space Telescope, now in its third year, continued to transform our understanding of the universe, and Hubble celebrated its 35th year with a 2.5-gigapixel Andromeda galaxy mosaic.
  • Juno found a massive, hyper-energetic volcano on Jupiter’s moon Io.
  • NASA’s Parker Solar Probe team shared new images of the Sun’s atmosphere, taken closer to the star than ever captured before.
  • Lucy completed a successful rehearsal flyby of the asteroid Donaldjohanson.
  • The agency’s SPHEREx space telescope is creating the first full-sky map in 102 infrared colors.
  • NASA space telescopes including Chandra X-ray Observatory, IXPE, Fermi, Swift, and NuSTAR continued to reveal secrets in the universe from record-setting black holes to the first observations of the cosmos’ most magnetic objects.
NASA’s ESCAPADE (Escape and Plasma Acceleration and Dynamics Explorers) mission launched at 3:55 p.m. EST atop a Blue Origin New Glenn rocket at Launch Complex 36 at Cape Canaveral Space Force Station.
NASA’s ESCAPADE (Escape and Plasma Acceleration and Dynamics Explorers) mission launched on Nov. 13, 2025, atop a Blue Origin New Glenn rocket at Launch Complex 36 at Cape Canaveral Space Force Station.
Credit: Blue Origin

25 years of continuous presence in low Earth orbit

In 2025, the International Space Station celebrated 25 years of continuous human presence, a milestone achievement underscoring its role as a beacon of global cooperation in space. The orbital laboratory supported thousands of hours of groundbreaking research in microgravity in 2025, advancing commercial space development and preparing for future human exploration of the Moon and Mars.

  • For the first time, all eight docking ports were occupied by visiting spacecraft to close out the year, demonstrating the strength of NASA’s commercial and international partnerships. Twenty-five people from six countries lived and worked aboard the station this year. In all, 12 spacecraft visited the space station in 2025, including seven cargo missions delivering more than 50,000 pounds of science, tools, and critical supplies to the orbital complex.  

Research aboard the International Space Station continues to benefit life on Earth and support deep space exploration.

  • Several studies with Crew-10 and Crew 11 aimed at understanding how the human body adapts to spaceflight, including a new study to assess astronauts’ performance, decision making, and piloting capabilities during simulated lunar landings. 
  • In September, the U.S. Food and Drug Administration approved an early-stage cancer treatment, supported by research aboard the space station, that could reduce costs and shorten treatment times for patients.
  • Scientists also published findings in peer-reviewed journals on topics such as astronaut piloting performance after long missions, the use of biologically derived materials to shield against space radiation, robotic telesurgery in space, and how spaceflight affects stem cells, all advancing our understanding of human physiology in space and on Earth.
  • Researchers 3D-printed medical implants with potential to support nerve repair; advanced work toward large-scale, in-space semiconductor manufacturing; and researched the production of medical components with increased stability and biocompatibility that could improve medication delivery.

Additional notable space operations accomplishments included:

  • NASA’s SpaceX Crew-9 astronauts Nick Hague, Suni Williams, and Butch Wilmore returned in March after a long-duration mission, including more than eight months for Williams and Wilmore. The trio completed more than 150 scientific experiments and 900 hours of research during the stay aboard the orbiting laboratory. Williams also conducted two spacewalks, setting a new female spacewalking record with 62 hours, 6 minutes, and ranking her fourth all-time in spacewalk duration. 
  • NASA astronaut Don Pettit returned in April with Roscosmos cosmonauts Alexey Ovchinin and Ivan Vagner, concluding a seven-month mission. Pettit, who turned 70 the day of his return, completed 400 hours of research during his flight, and has now logged 590 days in space across four missions. 
  • SpaceX Dragon cargo missions 32 and 33 launched in April and August, delivering more than 11,700 pounds of cargo, while SpaceX 33 tested a new capability to help maintain the altitude of station.  
  • Axiom Mission 4, the fourth private astronaut mission to the space station, concluded in July, furthering NASA’s efforts to support and advance commercial operations in low Earth orbit. 
  • NASA SpaceX Crew-11 mission launched in August with NASA astronauts Zena Cardman and Mike Fincke, JAXA (Japan Aerospace Exploration Agency) astronaut Kimiya Yui, and Roscosmos cosmonaut Oleg Platonov aboard. The crew remains aboard the space station where they are conducting long-duration research to support deep space exploration and benefit life on Earth. 
  • NASA’s SpaceX Crew-10 mission completed more than 600 hours of research before returning in August, when they became the first crewed SpaceX mission for NASA to splash down in the Pacific Ocean.  
  • In September, the first Northrop Grumman Cygnus XL spacecraft arrived, delivering more than 11,000 pounds of cargo, including research supporting Artemis and Mars exploration. 
  • NASA Glenn researchers tested handheld X-ray devices that could help astronauts quickly check for injuries or equipment problems during future space missions. 
  • For nearly six years, NASA’s BioNutrients project has studied how to produce essential nutrients to support astronaut health during deep space missions, where food and vitamins have limited shelf lives. With its third experiment now aboard the International Space Station, the research continues to advance preparations for long-duration spaceflight.
  • NASA astronaut Chris Williams arrived with Roscosmos cosmonauts Sergey Kud-Sverchkov and Sergei Mikaev for an eight-month science mission aboard the station. Following their arrival, NASA astronaut Jonny Kim returned home, concluding his own eight-month mission. 

NASA has worked with commercial companies to advance development of privately owned and operated space stations in low Earth orbit from which the agency, along with other customers, can purchase services and stimulate the growth of commercial activities in microgravity. This work is done in advance of the International Space Station’s retirement in 2030.

Among the many achievements made by our partners, recent advancements include:

  • Axiom Space has completed critical design review, machining activities, and the final welds, moving to testing for the primary structure of Axiom Station’s first module.
  • Starlab completed five development and design milestones focused on reviews of its preliminary design and safety, as well as spacecraft mockup and procurement plans.
  • Completed testing of the trace contaminant control system for Vast’s Haven-1 space station using facilities at NASA Marshall, confirming the system can maintain a safe and healthy atmosphere.
  • Blue Origin’s Orbital Reef completed a human-in-the-loop testing milestone using individual participants or small groups to perform day-in-the-life walkthroughs in life-sized mockups of major station components. 
  • The agency also continues to support the design and development of space stations and technologies through agreements with Northrop Grumman, Sierra Space, SpaceX, Special Aerospace Services, and ThinkOrbital.
On Nov. 2, 2025, the International Space Station celebrated 25 years of continuous human presence. Here, clouds swirl over the Gulf of Alaska and underneath the aurora borealis blanketing Earth’s horizon in this photograph from the space station as it orbited 261 miles above on March 12, 2025.
Credit: NASA

Pioneering aviation research 

This year saw a major triumph for NASA’s aviation researchers, as its X-59 one-of-a-kind quiet supersonic aircraft made its historic first flight Oct 28. NASA test pilot Nils Larson flew the X-59 for 67 minutes up to an altitude of about 12,000 feet and an approximate top speed of 230 mph, precisely as planned. The flight capped off a year of engine testing including afterburner testing, taxi testing, and simulated flights from the ground — all to make sure first flight went safely and smoothly. The X-59 team will now focus on preparing for a series of flight tests where the aircraft will operate at higher altitudes and supersonic speeds. This flight test phase will ensure the X-59 meets performance and safety expectations. NASA’s Quesst mission also began testing the technologies that they will use to measure the X-59’s unique shock waves and study its acoustics during future mission phases.  

Researchers also made other major strides to further aviation technologies that will benefit the public and first responders, including live flight testing of a new portable airspace management system with the potential to greatly improve air traffic awareness during wildland fire operations.  

During the past year, the agency’s aeronautics researchers also: 

A white NASA experimental aircraft with a long, pointed nose flies through the air for the first time.
NASA’s X-59 quiet supersonic research aircraft lifts off for its first flight on Oct. 28, 2025, from U.S. Air Force Plant 42 in Palmdale, California. The aircraft’s first flight marks the start of flight testing for NASA’s Quesst mission, the result of years of design, integration, and ground testing.
Credit: NASA/Lori Losey

Technologies that advance exploration, support growing space economies

From spinoff technologies on Earth to accelerating development of technologies in low Earth orbit and at the Moon and Mars, NASA develops, demonstrates, and transfer new space technologies that benefit the agency, private companies, and other government agencies and missions.

Accomplishments by NASA and our partners in 2025 included:

  • NASA and Teledyne Energy Systems Inc. demonstrated a next-generation fuel cell system aboard a Blue Origin New Shepard mission, proving it can deliver reliable power in the microgravity environment of space. 
  • Varda Space Industries licensed cutting-edge heatshield material from NASA, allowing it to be produced commercially for the company’s capsule containing a platform to process pharmaceuticals in microgravity. Through this commercial collaboration NASA is making entry system materials more readily available to the U.S. space economy and advancing the industries that depend on it. 
  • The maiden flight of UP Aerospace’s Spyder hypersonic launch system demonstrated the U.S. commercial space industry’s capacity to test large payloads (up to 400 pounds) at five times the speed of sound. NASA’s support of Spyder’s development helped ensure the availability of fast-turnaround, lower cost testing services for U.S. government projects focused on space exploration and national security.  
  • The NASA Integrated Rotating Detonation Engine System completed a test series for its first rotating detonation rocket engine technology thrust chamber assembly unit.
  • NASA successfully completed its automated space traffic coordination objectives between the agency’s four Starling spacecraft and SpaceX’s Starlink constellation. The Starling demonstration matured autonomous decision-making capabilities for spacecraft swarms using Distributed Spacecraft Autonomy software, developed by NASA’s Ames Research Center in California’s Silicon Valley.  
  • NASA announced an industry partnership to design the Fly Foundational Robots mission to demonstrate use of Motiv Space Systems’ robotic arm aboard a hosted orbital flight test with Astro Digital. 
  • The third spacecraft in the R5 (Realizing Rapid, Reduced-cost high-Risk Research) demonstration series launched aboard SpaceX’s Transporter-15 mission. This series of small satellites leverage terrestrial commercial off-the-shelf hardware to enable affordable, rapid orbital flight tests of rendezvous and proximity operations payloads. 
  • Pieces of webbing material, known as Zylon, which comprise the straps of NASA’s HIAD (Hypersonic Inflatable Aerodynamic Decelerator) aeroshell, launched to low Earth orbit aboard the Space Force’s X-37B Orbital Test Vehicle for a trip that will help researchers characterize how the material responds to long-duration exposure to the harsh vacuum of space. 
  • The DUPLEX CubeSat developed by CU Aerospace deployed from the International Space Station to demonstrate two commercial micro-propulsion technologies for affordable small spacecraft propulsion systems. 

Harnessing NASA’s brand power in real life, online

As one of the most recognized global brands and most followed on social media, NASA amplified its reach through force-multiplying engagement activities that generate excitement and support for the agency’s missions and help foster a Golden Age of innovators and explorers.

From collaborations with sport organizations and players to partnerships with world-renowned brands, these activities provide low-cost, high-impact avenues to engage an ever-expanding audience and reinforce NASA’s position as the world’s premier space agency. Engagement highlights from 2025 include: 

  • Second Lady Usha Vance also kicked off her summer reading challenge at NASA’s Johnson Space Center in Houston, encouraging youth to seek adventure, imagination, and discovery in books, a sentiment close to NASA and everyone the agency inspires.
  • Reached nearly 5 million people through participation in hybrid and in-person events across the agency, including the White House’s Summer Reading Challenge, Open Sauce 2025, the Expedition 71 and 72 postflight visits, featuring NASA astronauts recently returned from missions aboard the space station, and more. 
  • Participated in a variety of space policy conferences to include Space Symposium and the International Aeronautical Congress highlighting America’s leadership in human exploration to the Moon and Mars, responsible exploration under the Artemis Accords, and support for the commercial space sector.

In 2025, NASA also consolidated its social media accounts to improve clarity, compliance, and strategic alignment. After streamlining the number of active accounts, the agency grew its total following on these accounts by more than eight million, reaching nearly 367 million followers. 

 
Other digital highlights included:

  • In 2025, NASA expanded access to its NASA+ streaming service by launching a free, ad-supported channel on Prime Video and announcing a new partnership with Netflix to stream live programming, including rocket launches and spacewalks, making its missions more accessible to global audiences and inspiring the next generation of explorers. As of November 2025, viewers have streamed more than 7.7 million minutes of NASA content on the Prime Video FAST channel.
  • NASA’s SpaceX Crew-9 return from the space station drew over 2.5 million live viewers, making it the agency’s most-watched event of 2025.
  • NASA aired live broadcasts for 17 launches in 2025, which have a combined 3.7 million views while live. NASA’s SpaceX Crew-10 and NISAR launches have the most views on YouTube, while crewed launches (Crew-10, Crew-11, and Axiom Mission 4) were the most-viewed while the broadcast was live. 
  • The agency’s YouTube livestreams in 2025 surpassed 18.8 million total live views. The agency’s YouTube channel has more than 50.4 million total views for the year. 
  • The agency’s podcasts were downloaded more than 2 million times in 2025 by more than 750,000 listeners.
  • Increased content production nearly tenfold for its science-focused website in Spanish, Ciencia de la NASA, and grew the website’s page views by 24% and visitor numbers by 25%. NASA’s Spanish language social media accounts experienced a 17% growth in followers in 2025.
  • The number of subscribers to NASA’s flagship and Spanish newsletters total more than 4.6 million. 
  • NASA earned a spot on The Webby 30, a curated list celebrating 30 companies and organizations that have shaped the digital landscape. 
  • More than 2.9 million viewers watched 38,400 hours of NASA’s on-demand streaming service NASA+ in 2025. November marked two years since NASA+ debuted. 
  • Premiered “Planetary Defenders,” a new documentary that follows the dedicated team behind asteroid detection and planetary defense. The film debuted at an event at the agency’s headquarters with digital creators, interagency and international partners, and now is streaming on NASA+, YouTube, and X. In its first 24 hours, it saw 25,000 views on YouTube – 75% above average – and reached 4 million impressions on X.  
  • “Cosmic Dawn,” a feature-length documentary following the creation of the James Webb Space Telescope, was released this year. The film has been viewed 1.6 million times on the agency’s YouTube channel.

Among agency awards:

  • NASA’s broadcast of the April 8, 2024, total solar eclipse won multiple Emmy Awards.
  • Received six Webby Awards and six People’s Voice Awards across platforms — recognition of America’s excellence in digital engagement and public communication. 

Learn more about NASA’s missions online at:

https://www.nasa.gov

-end-

Bethany Stevens / Cheryl Warner
Headquarters, Washington
202-358-1600
bethany.c.stevens@nasa.gov / cheryl.m.warner@nasa.gov

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Le straordinarie proprietà del Kuzu

Il Kuzu o Kudzu è una leguminosa rampicante selvatica che cresce nelle montagne dell’est asiatico.Viene usata da oltre due millenni dalla Medicina Tradizionale Cinese come rimedio naturale per moltissimi problemi, in particolare per quelli che interessano l’apparato gastro-intestinale.La pianta è molto simile ad una liana, che cresce velocemente e sviluppa un apparato radicale molto forte che ...continua a leggere "Le straordinarie proprietà del Kuzu"
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Comunicato: Fermiamo i treni della guerra!

Comunicato stampa dei Ferrovieri contro la guerra e del Coordinamento Antimilitarista Livornese in merito ai lavori sulla linea ferroviaria Pisa-Livorno e in merito al potenziamento della base militare di Camp Darby per il trasporto di armi e munizioni. Come Ferrovieri contro la guerra e Coordinamento Antimilitarista Livornese intendiamo fornire ulteriori precisazioni e integrazioni rispetto alla […]
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Valsusa, Territori Occupati

Di fronte alla prospettiva di dover vivere per chissà quanti anni
a ridosso di un cantiere militarizzato,
si pensa all’alternativa di vendere.
E andarsene piuttosto che vedere la tua casa
occupata (che ho detto mioddio perdono,
sono gli squòtter che occupano!)
abitata da chi ti ci ha cacciato.
Ricorda niente?
Esatto,
Territori Occupati.

Il chilometro “elastico”. Da questa notte per raggiungere la stazione di Susa da San Giuliano è necessario circumnavigare l’area sgomberata, col risultato di trovarsi a percorrere un itinerario lungo più di 12 km (in linea d’aria sono 2,4 km!).

Arrivano nella notte le notizie dalla Valsusa, pronte per mandar di traverso il caffè appena svegli. La polizia ha sgomberato San Giuliano, storico presidio NoTav dove alcuni militanti avevano allestito mobilhomes e tende per poter pernottare.

Nulla di nuovo e nessuna meraviglia.

Il terreno è quello acquisito tempo addietro da oltre un migliaio di persone, ognuno una piccola parte, per rendere complicato l’esproprio annunciato. All’interno dell’area soggetta a esproprio si trovano anche alcune case abitate e al momento non ci è chiaro se verranno espropriati anche questi immobili o se il cantiere vi crescerà intorno.  Fra un commento e l’altro all’interno del nostro gruppo iniziamo a chiederci se e come sia possibile che “lo Stato” possa agire dentro un terreno privato attraverso le “forze dell’ordine”, senza che queste siano chiamate a intervenire dai proprietari. Domande un po‘ naïf se vogliamo ma nel momento in cui si spaccano i maroni da decenni prima con terroni, rom & sinti e poi con gli “extracomunitari” (forse si riferivano agli americani che comprano case in Sicilia) accusati di prendere con la forza le case “agli ‘taliani”, che si faccia spallucce nel momento in cui la polizia in assetto di guerra sgombera il “sacro terreno privato” lo troviamo un segnale quantomeno strano. Perfino La Stampa, mai tenera col movimento, fa notare che i terreni verranno sì espropriati mercoledì prossimo 9 ottobre 2024, ma che il clima del presidio era pacifico e che la situazione sarebbe precipitata in caso di azioni delle “forze dell’ordine”.
Un cambio di paradigma significativo: il presidio NoTav è stato sgomberato in via preventiva tra la notte di domenica 6 ottobre 2024 e questa mattina, mentre era radicato su un terreno ancora oggi di proprietà privata.
La cosa che lascia perplessi è un’“opinione pubblica” così attenta alla roba, alla proprietà, alla “casa occupata”, che fa spallucce al potere poliziesco, il quale fa quel che fa.
Preoccupa che gli abitanti e le autorità di Susa (il Sindaco, cascato dalle nuvole, è al mare), ancorché puntualmente informati da tempo dagli esperti del movimento, non sembrano pensare che siano fatti loro, nemmeno di fronte a esistenze che verranno rese schifosamente difficili per anni dall‘ennesimo cantiere inutile.
Vite già complicate dallo sgombero necessario per far spazio alla rotaia, dicono, mentre da stamattina si devono percorrere dodici chilometri e mezzo per colmare lo spazio di quei 2-3 che separano San Giuliano dalla stazione di Susa.

Abbiamo ragione di pensare che anche a causa della gestione militarizzata dell’emergenza covid degli ultimi anni, del suo linguaggio narrativo, ci sia stata una rimilitarizzazione dell’immaginario.
Un atto di forza evidente, davanti al quale sembra che la maggior parte dell’opinione pubblica si sia abituata.
Nonostante decenni di guerre preventive finite malissimo, l’opinione pubblica fatica – anzi, si ostina – a non capire che il paradigma è Gaza, che sarà Gaza per tutti. E *non possiamo* capirlo a fondo perché è troppo enorme, non saremo mai pronti a capirlo.
Si subisce il rapporto di forza in modo acritico, passivo, rassegnato, al limite fideistico.

Facciamo un po’ ridere, oggi, a scrivere di gas lacrimogeni CS vietati dalla convenzione di Ginevra e usati dai reparti di polizia italiani, quando il paradigma di riferimento che ci siamo dati è Gaza, quando gli orchi hanno fame e chiedono di fare più figli, quando è ormai palese che contro uno stato che si comporta illegalmente, la legalità può soltanto perdere.

L'articolo Valsusa, Territori Occupati sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.

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Mattie: la discarica perc*lata

 

Ieri ci siamo imbattuti in questa buona notizia che volentieri segnaliamo.

Molto brevemente, Regione Piemonte e Città Metropolitana di Torino volevano realizzare, di concerto con ACSEL, uno stoccaggio di rifiuti contenenti amianto a Camposordo di Mattie, luogo di una preesistente discarica. Erano già partite le valutazioni di impatto ambientale, sintomo della volontà di un’approvazione repentina.

Il 31 maggio Luna Nuova ha fatto percolare la notizia prima che potessero farlo i liquami contaminati, vanificando in tal modo l’effetto sorpresa.

Una mobilitazione dal basso contro l’avvelenamento del territorio ha spinto sui comuni interessati dal progetto e soci della stessa ACSEL, portando al gioioso epilogo di ieri: dopo 3 ore e mezza di assemblea i sindaci all’unanimità hanno rispedito il progetto al mittente.

L’abbiamo scritto più volte, ne siamo convinti e lo ribadiamo: la mobilitazione non è fatta di sole sconfitte.
Appuntiamolo a memoria: ogni tanto si vince, oggi una volta in più.

L'articolo Mattie: la discarica perc*lata sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.

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VANCE, IL REPUBBLICANO NUOVO


La corsa di J. D. Vance verso Donald Trump non è stata breve né facile: l’endorsement che gli ha fatto conquistare l’Ohio, il noto autore di Hillbilly Elegy lo ha dovuto sospirare. Ma una volta espiati i precedenti da Never Trumper, la nomina di candidato vice del Tycoon poteva in effetti calzargli a pennello per una serie di ragioni. Per la campagna elettorale orchestrata da Luke Thompson – aggressiva, spericolata ma efficace – che ne ha messo in luce tutto il potenziale. Per l’abilità con cui racconta il redneck e le sue frustrazioni profonde, ma in una favola che rispolvera il più classico sogno americano e con un linguaggio che parla anche al laureato suburbano.

Soprattutto, però, per la sua capacità di attrarre fondi, dati anche i legami con settori dell’economia verso cui Trump, evidentemente, ha uno sguardo sempre più attento. C’è il mondo delle criptovalute ad esempio, con cui Vance ha entusiastici rapporti e le cui aspettative nei confronti di Trump – dopo quattro anni di bastonature democratiche – sembrano alte. E c’è una Silicon Valley sempre meno dem.



Elon Musk
Tecno-ottimisti per Trump

“Certo” – commenta l’informatissimo Teddy Schleifer – “il vostro vicepresidente medio di Google crede ancora nel cambiamento climatico o nei visti H-1B, e andrà a San Francisco per protestare contro il divieto anti-islamico. Ai livelli più alti e più ricchi dell’industria, però, i creatori di tendenze culturali hanno ingoiato la pillola rossa”. Anche perché, a differenza che nel 2016, oggi essere presi di mira da persone di sinistra sui social potrebbe essere commercialmente un vantaggio. Ma al di là di un crescente fastidio per il fanatismo ricattatorio di marca woke, ciò che irrita i magnati del tecno-ottimismo è la stretta fiscale sulle startup o la prospettiva di una IA rigidamente controllata. La proposta di un’imposta sulle plusvalenze non realizzate, ad esempio, è stata la goccia di troppo per Marc Andreessen e Ben Horowitz, fondatori di una delle più importanti società di venture capital della Silicon Valley. E analoghi sono i discorsi che si fanno al Cicero Institute di John Lonsdale o dalle parti del suo amico Elon Musk, che oggi incassa contro Biden anche l’appoggio di un megadonatore democratico come Jeff Skoll. Siamo nel mondo della Little Tech Agenda che scalpita sotto i tacchi del GAFAM. Dove Meta o Google – che da anni mantengono, insieme alle loro posizioni dominanti, il baraccone della censura progressista – vengono liquidati come modelli obsoleti. E in cui libertà d’espressione fa rima con libertà dalla stretta politica che si traduce in tasse e burocrazia. Una prospettiva integralmente libertaria e liberista, quindi. Ma non massimalista. Anzi, strategicamente molto scaltra.



Lina Khan, presidente della Federal Trade Commission

Ci si potrebbe stupire ad esempio che la corte trumpiana – pur unita dalla richiesta di un laissez faire radicale – stia imparando a tollerare figure come Lina Khan, l’agguerrita presidente della Federal Trade Commission. Che sostiene da tempo l’idea di una legge sull’antitrust potenziata. Non focalizzata solo su prezzi e tariffe, ma su natura e qualità dei servizi, sul pluralismo dell’offerta, sull’equilibrio tra piccole e grandi aziende. In realtà si capisce che quella suggestione oggi si insinui anche in ambienti conservatori, dove matura la consapevolezza che il modello progressista non si sconfigge depotenziandone le casematte. Semmai, anzi, rafforzandole e sfruttandole.



I conservatori non possono disarmare unilateralmente o non usare il potere del governo per promuovere il loro programma. Lo dice l’esperienza: la struttura amministrativa porterebbe avanti la propria agenda, spesso in contrasto con quella conservatrice, anche sotto un governo conservatore. A meno che non mettano in mano alla burocrazia il potere di promuovere un programma di libertà, non fermeranno la sua marcia anti-libero mercato e di sinistra


Così si legge nel voluminoso Project 2025, patrocinato dalla Heritage Foundation. Ritorcere contro i democratici gli odiati residui post New Deal è il momento tattico fondamentale. Ben venga dunque un antitrust che colpisca gli oligopoli a dispetto dei cavilli. In quanto pericolosi non solo per il consumatore di merci ma anche per il cittadino, fruitore del mercato delle idee. Quindi ben vengano le bordate (quantomeno rumorose) della Khan al GAFAM e il modello teorico che le sostiene. Perché “è ora di smantellare Google”, come dice senza mezzi termini Vance. Il quale del resto appoggia la proposta di revisione della Sezione 230 del Communication Decency Act, che tanto dispiacerebbe a Microsoft. E da tempo è investitore di Rumble, piattaforma alternativa a YouTube.





Giovani Repubblicani crescono

Questa Silicon Valley sempre più plurale, pro-crypto, pro-business, ma disposta alla strategia politica, in Vance trova l’uomo ideale. Perché è essenzialmente uno di loro, ed è capace di tradurne le aspirazioni in parole d’ordine efficaci. Oltretutto non ha ancora quarant’anni, guarda al lungo periodo e ha una vasta rete di relazioni. Non ultima, peraltro, l’amicizia col magnate visionario (e suo megafinanziatore) Alex Thiel, con cui Trump evidentemente mira a ricucire rapporti da tempo gelidi (ne abbiamo parlato qui).Inoltre, Vance incarna un nuovo tipo di attivista repubblicano. Quello rappresentato da gruppi come il Rockbridge Network, di cui è co-fondatore. Una rete di facoltosi sostenitori del GOP che ama la discrezione (il New York Times parlò di Secret Coalition). Ma che in uno dei rari documenti resi pubblici, risalente al 2021, già dichiarava a chiare lettere la propria mission: “sostituire l’attuale ecosistema repubblicano di think tank, organizzazioni mediatiche e gruppi di attivisti che hanno contribuito al declino del Partito con persone e istituzioni più orientate all’azione, più efficaci e focalizzate sulla vittoria”. Concretamente: rinnovare la rete dei media conservatori e le modalità di comunicazione, lavorare su contenziosi strategici, formare nuovo personale politico, strutturarsi capillarmente sui territori. Cultura di governo, non solo vittorie elettorali. E vittorie con largo margine, per assicurarsi spazi egemonici sufficienti. Ma soprattutto declinazione di strategie, obiettivi e risorse come in una sorta di political venture capital, dove ogni donatore è un azionista. Un modello potrebbe offrirlo il fondo d’investimento anti-woke Capital 1789 di Christopher Buskirk e Omeed Malik (non senza i fondi di Mercer e del solito Thiel). L’obiettivo allora era rompere il muro dei tradizionali donatori, scettici su Trump. E lo è verosimilmente anche oggi, dato che i Rockbridge – di solito restii ad invitare candidati in corsa alle loro iniziative – qualche mese fa hanno voluto il Tycoon in un incontro a porte chiuse. Ma oltre questo, c’è la volontà di rimettere in gioco forze giovani per destrutturare le obsolete liturgie repubblicane. “La si potrebbe pensare” avrebbe detto uno dei partecipanti “come una sorta di ambiziosa coalizione di destra che mescola dinamismo americano, nuova tecnologia spaziale, infrastrutture di sicurezza nazionale e innovazione con la politica repubblicana. Tutto molto più cool, sotto ogni punto di vista, rispetto ai tradizionali eventi e alle coalizioni repubblicane che ovviamente non sono cool per definizione“.Di “tecno-populismo” ha parlato subito la stampa liberal. In realtà la prospettiva di Vance – forse contraddittoria, a tratti propagandistica – è esplosiva. E ispirata da un’elaborazione non improvvisata. Nulla di paragonabile alla rete Koch o al Growth Club, polverosi monumenti al GOP che fu, con cui pure ovviamente Trump non disdegna interlocuzioni. Questa è la cifra che distingue Vance da quelli che la stampa dava come i suoi principali concorrenti, Nikki Haley o Tim Scott. Con lui, Trump ha fatto una scelta di campo, anche in questo senso. Vance, in sostanza, si candida ad essere il volto di un trumpismo che ormai sembra definitivamente uscito dalla fase delle malattie infantili.






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Come si dominano i fondali

Per la versione integrale della carta, scorri fino a fine articolo. La carta inedita a colori della settimana è dedicata al dominio dei fondali marini, su cui giacciono le reti energetiche e delle telecomunicazioni. L’infografica illustra l’articolato dispositivo militare indispensabile a ottenere la supremazia negli abissi e di conseguenza la protezione delle reti strategiche, dai gasdotti ai cavi Internet. Il know-how […]
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CHE SIGNIFICA LA ‘MOSSA’ IRANIANA

Anche se il quadro del conflitto in Medio Oriente si presenta estremamente articolato e complesso, nonché foriero di pericolose escalation, è impossibile non osservare come l’Asse della Resistenza – ed in particolar modo l’Iran ed Hezbollah – abbia sinora mostrato una grande capacità di gestione strategica e tattica del conflitto, calibrando con grande attenzione ogni mossa. Ragion per cui ha destato non poco stupore il molteplice attacco iraniano dell’altro giorno, proprio perché sembra essere una rottura di quella capacità di equilibrio sinora manifestata. Ma è davvero così?

Consideriamo innanzi tutto gli aspetti principali dell’attacco. Ad essere stati colpiti sono obiettivi ostili in Siria (ISIS) ed Iraq (Mossad), due paesi più che amici, e Pakistan (Jaish Ul-Adl), un paese con cui Teheran ha buoni rapporti – in questi giorni, era addirittura programmata una esercitazione navale congiunta.
Di là dal fatto che l’Iraq, e soprattutto il Pakistan, abbiano protestato in modo significativo, cosa peraltro quasi obbligata sotto il profilo politico-diplomatico, resta il fatto che questi attacchi sono stati portati a termine senza che vi fosse un tentativo di reazione; infatti in alcun caso è stato attivato il sistema di difesa anti-missile. Ciò significa che, certamente per quanto riguarda la Siria (e quindi la Russia) ed il Pakistan, i paesi sul cui territorio si trovavano i bersagli sono stati preavvertiti. Per quanto riguarda l’Iraq, il cui governo sicuramente era stato allertato, c’è da aggiungere una ulteriore considerazione: i missili balistici utilizzati hanno compiuto un volo di oltre 1200 km, poiché sono stati volutamente lanciati da una posizione lontana, nel sud dell’Iran, laddove trovandosi il bersaglio nel kurdistan iracheno sarebbe stato assai più semplice colpire a partire dall’omologa regione iraniana.
Questa scelta ha avuto un doppio valore, politico e militare, ovvero dimostrare la capacità iraniana di colpire con grande precisione ed a grande distanza (messaggio rivolto soprattutto ad Israele), ma anche che i sistemi di intercettazione e difesa anti-missile statunitensi, largamente presenti sia in Iraq che in Siria, sono stati colti di sorpresa/bypassati.

Per quanto riguarda l’attacco alla base del Mossad ad Erbil, va aggiunto che (nonostante la regione del kurdistan iracheno sia una enclave largamente autonoma, e fortemente legata sia agli USA che ad Israele) è evidente che ha mostrato anche la capacità di penetrazione dell’intelligence di Teheran.
La questione dell’attacco sul Belucistan pakistano, alla luce della forte reazione di Islamabad, appare più complessa, ma anche qui – oltre alla mancata attivazione delle difese anti-missile – va tenuto conto della particolare natura dello stato pakistano, al cui interno sicuramente agiscono poteri (interni ed esterni) anche assai diversi e conflittuali. Le forze armate, ed i servizi segreti (ISI), sono molto ben collegati con gli Stati Uniti, sin dai tempi della guerriglia anti-sovietica in Afghanistan, ma anche abbastanza permeati da influenza fondamentaliste islamiche, mentre il governo (anche in funzione anti-indiana, storicamente filo russa) ci tiene a mantenere un rapporto privilegiato con Washington. Vale appena la pena di ricordare come, proprio su mandato statunitense, sia stato liquidato il presidente scomodo Imran Khan… È assai probabile, quindi, che alcune delle forze interne non abbiano gradito la mossa iraniana, ed abbiano imposto una reazione adeguata. È di oggi la notizia che il Pakistan ha effettuato una serie di attacchi mirati contro i “nascondigli terroristici” in Iran; specularmente a Teheran, Islamabad ha dichiarato che rispetta la sovranità dell’Iran, e la sua è una azione esclusivamente antiterroristica. Ed anche in questo caso, le difese iraniane non sono state attivate…

Tornando quindi alla questione iniziale, se siamo di fronte o no ad un venir meno della moderazione iraniana, aggiungendo al quadro la rivendicazione dell’attacco a due navi israeliane nell’Oceano Indiano, ma anche l’assenza di mosse dirette contro gli USA, credo si possa affermare che siamo di fronte a qualcos’altro.
L’Iran ha davanti a sé grandi prospettive, derivanti non solo dagli stretti rapporti con la Russia e la Cina, entrambe capofila della spinta al multipolarismo, ma anche dai grandi vantaggi che la sua posizione geografica strategica offre nella prospettiva dei corridoi euroasiatici. Non ha pertanto interesse ad arrivare allo scontro con gli Stati Uniti, e preferisce di gran lunga esercitare – come sta efficacemente facendo – una forte pressione finalizzata ad espellerne le basi militari dalla regione, senza arrivare al conflitto aperto. Ma, al tempo stesso, e proprio nella prospettiva di cui prima, avverte sia la necessità di affermare il proprio ruolo di potenza regionale di primo piano, sia che sono maturate le condizioni interne ed internazionali perché ciò avvenga.
In questo senso, la mossa iraniana va letta come un segnale alle altre potenze regionali – Arabia saudita e Turchia innanzi tutto – nonché allo storico nemico israeliano, perché comincino a misurarsi con l’idea che l’Iran (a più di quarant’anni dalla rivoluzione khomeinista), non solo non è liquidabile né emarginabile, ma è un soggetto geopolitico con cui devono fare i conti, e con cui è meglio cercare una pacifica convivenza piuttosto che inseguire il sogno di rovesciarne il governo. Vedremo chi e come recepirà il messaggio.

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Il Sudafrica accusa Israele di genocidio al Tribunale internazionale dell’Aia e altre notizie interessanti

ISRAELE DAVANTI AL TRIBUNALE INTERNAZIONALE DELL’AIA  Al Palazzo della Pace dell’Aia, di fronte alla Corte internazionale di giustizia (Cig), Israele si appresta a rispondere in due udienze alle accuse di “genocidio” verso la popolazione della Striscia di Gaza. L’istanza mossa il 29 dicembre 2023 dal Sudafrica ha generato una forte indignazione nello Stato ebraico, custode della memoria della Shoah […]
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Blinken incontra Abu Mazen in Cisgiordania, l’Ecuador sprofonda nel caos e altre notizie interessanti

BLINKEN IN CISGIORDANIA  Dopo aver incontrato ieri il primo ministro di Israele Binyamin Netanyahu, il segretario di Stato Usa Antony Blinken si è recato a Ramallah (Cisgiordania) per intrattenere colloqui con il leader dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) Maḥmūd ʿAbbās, meglio noto come Abu Mazen. L’alto funzionario americano è stato accolto nel capoluogo della West Bank da diversi contestatori inneggianti slogan pacifisti, […]
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Bologna, 17 gennaio: Le intelligenze dell’intelligence

Mercoledì 17 gennaio, a Bologna si terrà la presentazione del numero 11/23 “Le intelligenze dell’intelligence“. Intervengono: Federico Petroni, consigliere redazionale di Limes e coordinatore didattico della Scuola di Limes. Giorgio Cuscito, consigliere redazionale di Limes.  Modera: Fabrizio Talotta, presidente di Geopolis. L’incontro è realizzato in collaborazione con Sala Borsa e Associazione Geopolis. L’appuntamento è alle h18 in Sala Borsa, Piazza del Nettuno 3, Bologna. Ingresso […]
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La carenza di missili per l’Ucraina, le dimissioni della premier di Francia e altre notizie interessanti

GUERRA D’UCRAINA  Il portavoce dell’Aeronautica militare dell’Ucraina Jurіj Іgnat ha ammesso pubblicamente la carenza (quasi esaurimento) di missili guidati antiaerei per fronteggiare il lancio di missili e droni della Federazione Russa su tutto il territorio nazionale. Le dispute politiche interne a Stati Uniti e Unione Europea hanno ritardato nelle ultime settimane l’erogazione di vitali forniture […]
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Il tour di Blinken in Medio Oriente, il ricovero segreto di Austin e altre notizie interessanti

BLINKEN IN MEDIO ORIENTE  Il segretario di Stato Usa Antony Blinken è volato negli Emirati Arabi Uniti per cercare una soluzione alla guerra tra Israele e Ḥamās (Hamas) che sta infiammando la regione. Prima di recarsi nello Stato Ebraico, durante il suo tour di cinque giorni in Medio Oriente il capo della diplomazia americana incontrerà anche gli omologhi di Arabia […]
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Chi vuole allargare la guerra in Medio Oriente (e perché)

Per tutta la prima fase del rinnovato conflitto palestinese, a partire dall’attacco della Resistenza del 7 ottobre, la stampa israeliana ha martellato sul pericolo costituito da Hezbollah; del resto, quando Israele tentò di invadere (nuovamente) il Libano, nel 2006, prese una bella batosta proprio dalla milizia sciita, che all’epoca era assai meno potente. Non a caso, oltre 230.000 israeliani sono stati fatti sfollare dal nord del paese, proprio per timore degli attacchi dal Libano, e l’IDF mantiene lì gran parte dei suoi sistemi antimissile Iron Dome.

Il governo israeliano è ben consapevole che un confronto con Hezbollah è potenzialmente devastante, anche perché mobiliterebbe immediatamente, ad un livello ben maggiore dell’attuale, tutte le formazioni dell’Asse della Resistenza; non solo in Libano, ma anche in Iraq, in Yemen ed in Siria. Già ora si ritiene che nel paese dei cedri vi siano alcune migliaia di combattenti iracheni. E chiaramente il supporto americano – che certamente non mancherebbe – non potrebbe andare molto oltre un appoggio aereo-navale: le poche migliaia di militari statunitensi presenti nell’area sono praticamente quasi ovunque circondati da forze ostili.

Di fondo, quindi, per quanto potrebbe piacergli, a Tel Aviv sanno bene che una guerra con Hezbollah avrebbe un costo assai elevato; ma, oltre al desiderio di eliminare quella che considerano una spina nel fianco, l’ambizione maggiore è riuscire a colpire l’Iran, almeno in modo tale da rinviare il più possibile la possibilità di costruire un ordigno nucleare, e di effettuare un first-strike contro Israele. Ma anche l’Iran non è più quello di qualche anno fa, ed un conflitto con Teheran avrebbe costi enormi per Israele. A meno, ovviamente, di trascinarvi dentro anche gli USA. O meglio, il calcolo israeliano prevede comunque di subire grossi danni, ma grazie all’intervento americano – ritiene – il potenziale bellico (nucleare e non) iraniano verrebbe annientato, e quindi il gioco varrebbe la candela.

Il punto è che a Washington non sono affatto dell’idea di farsi coinvolgere in un conflitto del genere, adesso. Intanto, perché paralizzerebbe le rotte commerciali e farebbe salire alle stelle il prezzo del petrolio: Bab el Mandeeb ed Hormuz verrebbero immediatamente chiusi totalmente al traffico marittimo. Poi perché stanno ancora cercando come uscire dal pantano ucraino, e Israele dipende al 100% dai rifornimenti statunitensi. Per non parlare del fatto che in quell’area gli USA hanno moltissime basi militari, che si trasformerebbero in un attimo in altrettanti obiettivi. E non per i razzetti con cui le punzecchiano le milizie irachene, ma con gli ipersonici iraniani. E non solo le basi in Iraq e Siria, ma quelle strategiche a Gibuti ed in Qatar. Gli USA vogliono distruggere il regime degli ayatollah almeno quanto gli israeliani, ma non adesso.

Il problema è che Israele è in un cul-de-sac. La campagna genocida nella Striscia di Gaza ha chiaramente fallito l’obiettivo di provocare un esodo dei palestinesi verso l’Egitto o altrove, non solo perché non se ne vanno, ma anche perché il progetto di una nuova Nakba appare inaccettabile persino ai migliori amici di Israele. La guerra contro la Resistenza poi è un fallimento totale. A quasi tre mesi dal 7 ottobre, l’IDF non è riuscita né a prendere il controllo della Striscia, né a distruggere la rete infrastrutturale di Hamas e degli altri gruppi armati, né tanto meno a liberare anche un solo prigioniero. Al contrario, le perdite – per quanto cerchino di nasconderle – sono elevatissime, sia in termini di uomini che di mezzi. Nei primi tre giorni dell’anno, l’IDF ha ammesso la perdita di oltre 70 militari ed ufficiali. Un disastro, preludio alla sconfitta conclamata.

Da qui, l’urgenza spostare non solo l’attenzione, ma l’intero asse del conflitto. Tutta la banda di fanatici estremisti che governa il paese sa bene di avere i giorni contati, e che la fine della guerra significa anche la loro fine politica; tanto più se dovesse finire appunto con una sconfitta. Uno shock per l’intera Israele, che all’inizio si scaricherebbe proprio sui vertici politici e militari.
Dunque, mentre gli Stati Uniti ritirano dal Mediterraneo orientale la squadra navale guidata dalla portaerei G. Ford, e balbettano alle porte del mar Rosso con la fallimentare ‘missione navale internazionale’, ecco che vengono messi a segno in brevissimo tempo tre attacchi miratissimi (anche e soprattutto in senso politico): un attacco aereo in Siria uccide un alto generale dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, poi l’uccisione del numero due di Hamas a Beirut, nel cuore di un quartiere controllato da Hezbollah, ed infine il devastante attentato terroristico in Iran (oltre 100 morti) a pochi passi dalla tomba del generale Soleimani e nel giorno dell’anniversario dell’attentato in cui fu ucciso. L’intento di provocare una reazione è smaccatamente evidente, e lo scopo è proprio quello di rilanciare per coprire il fatto che Israele sta perdendo.

Una mossa azzardatissima, che rischia di scatenare un conflitto potenzialmente devastante bel oltre l’ambito regionale, e che darebbe fuoco alle polveri in un’area di interesse strategico mondiale, in cui tra l’altro militari russi e americani si trovano a pochi chilometri gli uni dagli altri (in Siria). Senza dimenticare che, se per gli USA è inimmaginabile lasciar distruggere Israele, per la Russia (ma anche per la Cina) è inaccettabile lasciar distruggere l’Iran; che, non va dimenticato, è non solo un importante partner militare – soprattutto per Mosca – ed un membro dei BRICS+, ma anche uno snodo fondamentale nelle rotte commerciali euroasiatiche che Russia e Cina stanno sviluppando.

Scatenare un conflitto in quell’area, in cui si intrecciano molteplici interessi strategici, sarebbe una vera e propria follia. Ma Israele ha sempre mostrato di essere totalmente disinteressata al resto del mondo, e di considerare solo e soltanto quello che crede il proprio interesse. Per di più, in questa fase lo stato ebraico si trova in una congiuntura particolare, con un governo fanatico ma fragile, con le forze armate che hanno perso in 48 ore l’aura di invincibilità e che annaspano in palese difficoltà, e con un paese stordito e spaventato, che si rifugia nel fanatismo religioso e nel razzismo esasperato come antidoto alla paura.

Siamo insomma ad un passaggio in cui le possibilità di evitare un disastro epocale sono quasi esclusivamente in carico a coloro che consideriamo barbari, autocrati e terroristi, poiché è dalla loro lungimiranza, dalla loro capacità di non cadere nelle gravissime provocazioni, che dipende l’esplosione o meno del conflitto più prossimo ad una guerra mondiale.
Fortunatamente per noi, Khamenei, Nasrallah, Haniyeh, Jibril e gli altri, hanno sinora dimostrato di possedere questa capacità. Resta da vedere sin dove si spingerà Israele, se questo non dovesse bastare, e quanto loro sapranno e potranno non prestare il fianco al nemico.

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IL RITORNO DELLA GUERRA ‘RISOLUTIVA’

La guerra di Corea è probabilmente l’ultima che gli Stati Uniti abbiano combattuto con l’intento strategico e la volontà di vincerla sul campo. Come sappiamo, è finita in un pareggio. Da quel momento in avanti, gli USA – che pure sono certamente il paese più guerrafondaio dell’era moderna – hanno fatto delle forze armate, e quindi della guerra, essenzialmente uno strumento di deterrenza, volto a contenere i nemici comunisti – URSS, Repubblica Popolare Cinese – nella loro espansione politico-ideologica oltre i confini (rispettivamente) dell’est europeo e della Cina continentale.
A partire dalla fine degli anni cinquanta del novecento, gli Stati Uniti non hanno mai preso seriamente in considerazione l’ipotesi di uno scontro diretto con una delle due potenze socialiste; hanno ovviamente ingaggiato un confronto per cercare di raggiungere la supremazia nucleare, ed altrettanto ovviamente hanno elaborato strategie e tattiche in funzione di un ipotetico scontro di tal genere, ma si è trattato di pure ipotesi di scuola. Sul piano concreto, questa possibilità non è mai stata veramente considerata possibile, né tantomeno desiderabile.

Fintanto che è esistita l’Unione Sovietica, questa ha anzi costituito uno dei pilastri su cui si è fondata l’egemonia americana sull’Europa occidentale. Fedele agli accordi spartitori di Yalta, Washington non è mai intervenuta direttamente contro Mosca, anche quando (Berlino ‘53, Budapest ‘56, Praga ‘68) ne avrebbe avuto un ottimo pretesto. E quando il confronto militare c’è stato, si è collocato in periferia, ed è sempre stato indiretto. Vietnam ed Afghanistan docet.
Se guardiamo alla storia dell’espansionismo militare statunitense, ed alla infinita serie di guerre e guerricciole che ha alimentato, dalla seconda metà del secolo scorso in avanti, ci rendiamo però conto di come le vittorie militari, quelle sul campo di battaglia e quelle strategiche, non solo non si sono quasi mai concretizzate, ma probabilmente non erano nemmeno messe in conto.
La grande strategia egemonica americana si è basata sulla deterrenza, piuttosto che sulla vittoria.
Tutti i paesi che, per una ragione o per un’altra, si sono trovati a dover confrontarsi militarmente con gli USA, hanno pagato un prezzo elevatissimo, che ha quasi sempre comportato la devastazione pressoché completa. E quanto più alta e duratura è stata la sfida all’egemone, tanto più è stato duro il prezzo da pagare.

Oltre ai già citati Vietnam ed Afghanistan, ricordiamo l’Iraq, la Siria, la Libia… Tutte guerre che, da un punto di vista strategico, possiamo considerare perdute. Ma che sono costate a quei paesi un prezzo tale che, a distanza di decenni, non ha consentito loro di riprendersi.
Questo è l’assioma su cui si è costruita la strategia imperialista americana: semplicemente, la deterrenza del potere distruttivo.
Nei confronti delle potenze avverse – Russia e Cina – la strategia prevedeva il contenimento (da qui l’enorme rete di basi militari lungo i confini di questi due paesi), nella convinzione che prima o poi sarebbe avvenuta la loro caduta per strangolamento, o che – nella peggiore delle ipotesi – sarebbero rimaste confinate nei propri spazi.
Ragione per cui le forze armate degli Stati Uniti non si sono mai veramente preparate a scontrarsi con le forze armate sovietiche o con quelle cinesi – men che meno con entrambe.

Il conflitto in Ucraina, da questo punto di vista, rappresenta un giro di boa. Gli Stati Uniti, e la loro armata imperiale allargata, la NATO, non si erano mai impegnati in questa misura in un confronto diretto con una delle potenze antagoniste. Non si erano mai impegnati in un conflitto che non fosse marcatamente asimmetrico. Non si erano mai impegnati in una guerra d’attrito prolungata.
E lo hanno fatto senza prima mettersi in condizione di condurre e sostenere un conflitto di tal genere.
Non erano pronti strategicamente (capacità di produzione bellica industriale, riserve di armi e munizioni), non erano pronti al combattimento (sistemi d’arma mai effettivamente testati sul campo, misconoscenza delle capacità del nemico), non erano pronti sotto il profilo dottrinario (strategie e tattiche, strutturazione delle forze armate, sostanzialmente identiche a quelle dei precedenti conflitti asimmetrici).
La battuta d’arresto era inevitabile.

Il conflitto russo-ucraino segna, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, il passaggio ad una fase in cui la deterrenza viene destrutturata, la devastazione si registra nel campo occidentale, e l’inadeguatezza della potenza imperiale si manifesta nella sua piena evidenza.
Questo passaggio, parzialmente oscurato dal difficile scontro politico interno nel paese egemone, richiede pertanto una radicale riconversione complessiva delle politiche imperiali, che deve necessariamente investire sia il piano logistico-strutturale che quello più squisitamente operativo militare. Un processo, questo, che non può chiaramente essere portato a termine in breve tempo, e che quindi apre ad una stagione di interludio, in cui la capacità dello strumento militare non è più in grado di esercitare la propria storica funzione deterrente, e non è ancora in grado di passare ad una in cui la deterrenza viene sostituita dalla capacità di sconfiggere il nemico sul campo.

Il mutamento del quadro geopolitico e strategico complessivo, di cui questa crisi militare statunitense è in parte il prodotto, ma che ne è al tempo stesso causa, finisce pertanto col determinare una estrema instabilità – di cui ciò che accade in Palestina è la manifestazione più evidente – che a sua volta va ad incidere sui tempi e sui modi con cui gli USA cercheranno di rispondere alla crisi.
Ciò che possiamo vedere già adesso, comunque, è la direzione di massima intrapresa. E che potremmo riassumere nel passaggio dalla guerra come deterrenza alla guerra come soluzione.
La prossima guerra Washington la deve vincere, deve sconfiggere il nemico e metterlo in ginocchio. E poiché non sarà un paese debole, ma una delle grandi potenze belliche del pianeta, e quindi tra l’altro dotato di armamenti nucleari tali da distruggere l’America, non sarà per niente facile.
Lo schema, con ogni probabilità, sarà lo stesso della seconda guerra mondiale. Il grosso delle truppe lo dovrà mettere l’Europa, e sarà questo il campo di battaglia.

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LA CATABASI IMPERIALE

Benché sia una delle cose che capitano più di frequente, non bisognerebbe mai dimenticare la lezione di von Clausewitz, la guerra come proseguimento della politica con altri mezzi. Dunque non solo la guerra – ogni guerra – è già di per sé un atto politico, ma i suoi obiettivi, benché si cerchi di conseguirli attraverso lo strumento militare, sono e restano di natura politica. Dunque, una guerra che fallisce i suoi obiettivi politici è una guerra persa, anche se ha prevalso in ogni battaglia.

La guerra ucraina, ad esempio, è cominciata con obiettivi politici ovviamente diversi, per l’una e l’altra parte; ma soprattutto, ad un certo punto ha visto la Russia modificare i suoi, o meglio ancora, l’ha vista modificare la strategia militare attraverso cui conseguirli. Tra questi obiettivi, le conquiste territoriali sono sempre state secondarie, mentre il focus principale è sempre stato sulla smilitarizzazione dell’Ucraina (e la sua denazificazione). Obiettivo che Mosca ha dovuto alfine perseguire attraverso la via più radicale, ovvero la distruzione materiale delle forze armate ucraine. Obiettivo ormai quasi completamente conseguito, ed ottenuto applicando una tattica ed una strategia basata sul logoramento massivo del nemico. Non una blitzkrieg, né una campagna distruttiva devastante, seguita da un’azione conclusiva delle truppe di terra. Entrambe queste strade, a parte ogni altra considerazione, non avrebbero in realtà inferto il colpo duraturo che era invece necessario infliggere. Quindi, per quanto questo procedere abbia un costo più elevato, è stata scelta una via basata sul fattore tempo. Più tempo, più logoramento della forza nemica, maggiori risultati; e soprattutto, di più lunga durata. Mosca ha scommesso ancora una volta sulla propria capacità di sfruttare questo fattore meglio di chiunque altro, ed ha vinto la scommessa.

A ben vedere, ciò che sta accadendo in Palestina è assai simile. Anche se i rapporti di forza appaiono invertiti, rispetto al fronte ucraino, la strategia messa in atto dal Fronte della Resistenza (in senso ampio, non solo quella palestinese) ricalca in qualche modo quella adottata dai russi in Ucraina.
Le forze della Resistenza sanno che il nemico ha bisogno di concludere in fretta, per una serie di motivi che vanno dagli aspetti economici agli equilibri interni ed internazionali. Per questo, l’asse USA-Israele sta mettendo in campo uno sforzo considerevole, cercando di ottenere delle vittorie quantomeno tattiche, che le consentano di accelerare la conclusione del conflitto – o quanto meno di congelarlo temporaneamente per riprendere fiato.
Ovviamente, il problema gigantesco con cui devono confrontarsi gli israelo-americani, ancor prima della Resistenza armata, è la mancanza di obiettivi politici reali, e quindi di una strategia elaborata in funzione di questi. E per reali si intende realisticamente perseguibili, quindi politici in senso proprio, e non certo i sogni messianici con cui li stanno sostituendo. Per tacere poi del fatto che i due poli dell’asse hanno oltretutto interessi ed obiettivi non sovrapponibili, anche se per molti versi coincidenti.

Va tenuto presente che l’operazione della Resistenza è molto più vasta di quanto appaia. Non solo c’è un completo coordinamento tra le formazioni politico-militari della Resistenza palestinese, che hanno una Joint Operations Room (il centro di comando e coordinamento delle varie brigate) operativo su Gaza. Da tempo è presente in Libano un ulteriore centro di coordinamento, in cui sono rappresentate – oltre alle formazioni palestinesi – anche alcune delle milizie irachene e siriane, ed ovviamente Hezbollah. Non ci sono notizie certe sulla presenza anche di Ansarullah (Yemen). In tal modo, tutte le forze della Resistenza possono coordinare le proprie azioni a livello strategico, calibrando la pressione su Israele e sugli USA, ed alternandola tra i vari fronti aperti – Gaza, confine israelo-libanese, mar Rosso…
L’intento è quello di tenere impegnate le forze israeliane in una guerra d’attrito, il cui livello d’intensità varia nel tempo – così da risultare tatticamente imprevedibile – e nello spazio; può acuirsi a Shuja’iya come a Khan Younis, a Metula oppure ad Eilat, sulle alture del Golan o a Kiryat Shmona.
Tutte le formazione che fanno parte del Fronte della Resistenza sono in grado di sviluppare un attacco assai più intenso e massiccio contro il territorio israeliano, ma non è questo l’intento – poiché qualsiasi accelerazione produrrebbe una reazione altrettanto intensa e massiccia; l’obiettivo è invece risparmiare al massimo possibile le proprie forze, e puntare sul logoramento di Tsahal su tempi medio lunghi.

La situazione per le forze israeliane, nonostante i bombardamenti genocidi sulla Striscia di Gaza facciano da cortina fumogena, è di crescente difficoltà. Le perdite, in uomini e mezzi, cominciano a diventare significative, e soprattutto emerge sempre più la difficoltà – da parte dell’IDF – nel gestire tatticamente il confronto. Sul fronte libanese, sono costretti a tenere impegnate una parte significativa delle forze di terra e dell’aviazione; e nonostante abbiano schierate ben 8 delle 12 batterie di Iron Dome (di cui due certamente già distrutte o danneggiate), la minaccia dei missili di Hezbollah è così significativa che gran parte degli insediamenti e delle città vicine al confine sono state evacuate – con i conseguenti danni all’economia, e le crescenti tensioni interne.
Il blocco dello stretto di Bab el-Mandeeb per le navi dirette in Israele, oltre agli attacchi verso Eilat e gli insediamenti vicini, sono praticamente senza difesa, a difficilmente l’operazione navale Prosperity Guardian riuscirà a risolverli, se non a prezzo di mettere seriamente in pericolo le flotte NATO, e rischiare un blocco totale anche sullo Stretto di Hormuz – un disastro per le economie occidentali.

La situazione non è certo migliore nella Striscia di Gaza, dove le truppe israeliane devono confrontarsi con un nemico sfuggente, di cui non riescono a prendere le misure, e che mantiene intatta la capacità non solo di resistere ai tentativi di penetrazione, ma anche di sviluppare offensive tattiche. I periodici lanci di missili verso Ashkelon o Tel Aviv, le sanguinose imboscate contro le unità IDF, il continuo martellamento – a distanza ravvicinata – contro i corazzati israeliani, testimoniano il permanere di una significativa potenza di fuoco, e soprattutto di un inalterato coordinamento tattico.
Le fonti informative israeliane testimoniano che il numero dei morti e dei feriti è tenuto coperto, e viene comunicato solo parzialmente. Il ritiro della Brigata Golani, forse la migliore unità dell’IDF, per via delle perdite subite, così come il mancato conseguimento degli obiettivi tattici dati continuamente per raggiunti (la rete di tunnel sotterranei è chiaramente ancora perfettamente operativa, non è stato scoperto un solo centro comando, un solo deposito di armi, una sola delle fabbriche che producono i missili…), non sono che i più evidenti segni di tale difficoltà.

A più di due mesi dall’inizio dei combattimenti, non solo l’IDF non è ancora penetrato in tutte le aree urbane della Striscia, ma continua ad essere impegnato in scontri a fuoco anche laddove la penetrazione è avvenuta. Nessuno dei prigionieri è stato liberato manu militari – i due soli tentativi sono tragicamente falliti, e l’unico caso di cui avrebbero potuto menar vanto è stato azzerato da una applicazione ottusa delle regole d’ingaggio. Da almeno un paio di settimane viene data per imminente la morte di Yahya Sinwar, che invece continua a sfuggire.
Nonostante tutta la potenza di cui dispone (aviazione, carri armati e corazzati, artiglieria, intelligence elettronica…), Tsahal non riesce a prevalere.
Persino la guerra della comunicazione vede chiaramente in vantaggio le forze della Resistenza, che documentano inequivocabilmente in video gli attacchi portati contro le forze israeliane, mentre queste inanellano figure barbine una dopo l’altra, mostrando filmati propagandistici per di più malamente costruiti su veri e propri set.

Esattamente come in Ucraina, quindi, anche in Palestina le forze che combattono contro l’imperialismo USA-NATO mettono in campo una strategia di logoramento delle forze avversarie, ed in entrambe i casi puntano sul fattore tempo per mettere in difficoltà il nemico. Che, oltretutto, si trova oggi ad essere impegnato su due fronti, con le difficoltà dell’uno che si riverberano sull’altro, mentre i suoi avversari agiscono separatamente.
A riprova che la geografia è ineludibile, e che la politica non può prescinderne. Ed oggi la situazione globale è che i tradizionali strumenti del dominio imperiale anglo-americano, la potenza talassocratica e la proiezione a grande distanza, hanno fatto il loro tempo e risultano inadeguati. L’impero è costretto a combattere guerre assai problematiche ed impegnative, su fronti diversi; e sia la potenza navale, che quella derivante dalla più estesa rete di basi militari della storia, rischiano di risolversi in un problema più che in un atout. Per la semplice ragione che i nemici non sono più così deboli da poter essere rapidamente schiacciati (ma anzi possono a loro volta colpire), e che sanno scegliere le strategie e le tattiche più efficaci per combattere.

L’impero ha perso la sua arma più potente, la capacità di deterrenza. E, costretto ad usare la forza in tempi e modi che non gli sono congeniali, arretra. I suoi nemici, invece, lo sfidano, non arretrano più dinanzi alla minaccia. Ingaggiano il combattimento, ne impongono i tempi ed i modi. E per vincere, gli basta resistere un minuto in più.

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LA GUERRA PERDUTA

Quella che si sta combattendo in Medio Oriente, e che per via del delirio che si è impossessato delle classi dirigenti occidentali potrebbe ancora sfociare in una terribile guerra regionale-mondiale, è qualcosa che le leadership sioniste israeliane rifiutano di riconoscere come tale, e con loro l’intero occidente, che alla loro narrativa si abbevera.
Quello che Israele non sa né vuole capire, anzitutto perché ha una classe dirigente assolutamente mediocre, un mix di bigotti fanatici e grassi squali della politica, è che spezzettare la Storia, frammentarla in segmenti separati secondo il proprio comodo, non solo non serve realmente a frantumarla, ma impedisce di coglierne il senso, la direzione; misconoscere il passato inibisce la capacità di comprendere il futuro, di averne una visione.

Sin dalla fondazione dello stato di Israele – che, non va dimenticato, è uno specifico progetto del sionismo – la popolazione autoctona palestinese è sempre stata considerata esclusivamente come un problema [1], negandone in nuce l’umanità. Un problema perché possedeva la terra che loro bramavano, perché era troppo numerosa, perché non chinava abbastanza la testa. Da lì a considerarli apertamente animali il passo è stato più breve di quanto si creda.
Salvo rare, quanto lodevoli ma inascoltate eccezioni, le leadership israeliane sono sempre state vittime di questa distorsione prospettica, che li ha poi portate – appunto – ad una lettura della propria storia nazionale in cui gli arabi sono soltanto un ostacolo, bestie feroci che rendono difficile stabilire la pace nella terra promessa. Questa incapacità di guardare la storia anche dalla parte palestinese, ha fatto sì che non vedessero la Storia, ma solo una serie di incresciosi contrattempi.

Per Israele, il 7 ottobre 2023 è solo l’ultimo – questi maledetti animali, che non accettano la soma e invece di lavorare per noi ci aggrediscono! – e nella sua visione monca ad esso non può che seguire una punizione esemplare. Magari anche risolutiva.
Israele pensa ora di poter completare il lavoro iniziato nel 1948, e poi portato avanti nel 1967. Per ristabilire l’ordine naturale delle cose.
Per questo non riesce a comprendere due cose fondamentali: quella che si sta combattendo è una guerra di liberazione (come quella algerina, come quella indocinese, come quella sudafricana…), e quel 7 ottobre è la data che segna la svolta, dopo la quale nulla sarà mai più come prima.
Non importa quante bestie feroci uccidi, se dimentichi che sono fiere.

Le potenze coloniali diventano feroci, quando il loro dominio viene messo in discussione. Ed i popoli che si vogliono liberare pagano sempre un prezzo enorme. Gli algerini ebbero 2 milioni di morti, quasi un quinto della popolazione. I vietnamiti 3 milioni di morti. Ma alla fine i francesi dovettero andarsene.
Il dominio coloniale finisce quando la potenza dominante paga un prezzo che non riesce più a sostenere. Ed è questa la differenza. Per i dominanti, il prezzo massimo accettabile è molto basso, ma per i dominati, che lottano per la propria libertà e per quella delle generazioni future, sarà sempre molto più alto.
Liquidare la Resistenza palestinese come una questione di terrorismo – dimenticando tra l’altro di aver fondato Israele facendo larghissimo ricorso a questa pratica… – è ciò che impedirà agli israeliani di capire la Storia di cui fanno parte. E quindi di affrontarla.

Come diceva il non compianto Henry Kissinger, a proposito della guerra del Vietnam, “abbiamo combattuto una guerra militare; i nostri avversari ne hanno combattuto una politica. Abbiamo cercato il logoramento fisico; i nostri avversari miravano al nostro esaurimento psicologico. In questo modo abbiamo perso di vista una delle massime cardinali della guerra partigiana: la guerriglia vince se non perde. L’esercito convenzionale perde se non vince.” E l’IDF, non sta affatto vincendo. Non può vincere. La Resistenza non ha bisogno di infliggere al nemico una sconfitta militare tale che, in sé, ne determini il crollo. Non ha bisogno di vincerlo strategicamente sul campo di battaglia. È sufficiente che riesca a mantenere nel tempo la sua capacità di combattimento, che riesca ad infliggere delle sconfitte tattiche.
L’operazione al-Aqsa flood è l’equivalente palestinese di Dien Bien-Phu per i vietminh, dell’offensiva del Tet per i vietcong.

L’approccio storico-culturale con cui Israele affronta il conflitto, ancor prima che quello strategico e tattico, è il limite insormontabile per Tel Aviv. Ed è la causa da cui derivano gli errori che sta commettendo nella guerra. Non capisce che affrontare le formazioni della Resistenza come se fossero delle gang criminali non la porterà da nessuna parte. Non capisce che imporre domani l’amministrazione militare a Gaza è un enorme favore ad Hamas, che sarà sgravata dall’onere del governo e potrà concentrarsi nella lotta. Non capisce che l’ondata di attacchi militari in Cisgiordania, e l’ulteriore delegittimazione dell’ANP (che è il governo dei suoi ascari), sono un assist per Hamas, che vuole più di ogni cosa riunificare i fronti di Resistenza. Non capisce che minacciare continuamente i suoi vicini non farà che spingerli a saltarle addosso al primo momento di debolezza.
Non capisce che non è più il 1967 né il 1973, e che il suo nemico non sono gli eserciti giordano, siriano ed egiziano, ma un fronte di guerriglia esteso, capace di mettere in campo almeno altrettanti uomini di quanti ne può mobilitare Israele.

L’illusione di potenza, il disconoscimento dei cambiamenti che intervengono nel mondo intorno a noi, sono costante causa di sanguinose avventure. Paradigmatica, sotto questo profilo, è la storia dell’avventura ucraina. Benché sia stata lungamente studiata e preparata, si è – prevedibilmente, verrebbe da dire – risolta in un disastro. È vero che ha troncato, almeno per qualche decennio a venire, i proficui rapporti tra Europa e Russia, ma non solo non ha affatto indebolito quest’ultima, ma ne ha addirittura determinato il rafforzamento – e più in generale, proprio in termini geopolitici, ha prodotto la saldatura politica, economica e militare tra i principali nemici annoverati dagli USA: la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord.
Una delle tante connessioni esistenti [2], infatti, tra la guerra in Ucraina e quella in Palestina, è che entrambe sono state affrontate dalle potenze occidentali con la convinzione di poterle quantomeno gestire, se non vincerle. E che invece hanno entrambe segnato un giro di boa, quel punto della Storia oltre il quale tutto cambia, per sempre.

Oltretutto, ed anche questo sembra incredibilmente sfuggire alla leadership israeliana, la strategia politico-militare adottata per fronteggiare la crisi innescata dall’attacco del 7 ottobre, rischia seriamente di minare alle fondamenta l’esistenza stessa dello stato di Israele in quanto stato ebraico.
Aver scelto infatti la via genocidaria, come strumento presuntamente risolutivo sia del terrorismo palestinese che della minaccia demografica araba, significa al tempo stesso aver portato all’estremo possibile la strategia millenaristica del sionismo. Al di là dell’ecatombe nucleare – che travolgerebbe Israele quanto e più che i suoi nemici – non c’è più un oltre possibile: il genocidio è il limite estremo raggiungibile. E quando si rivelerà inefficace (e ancora una volta, nessuno meglio degli ebrei dovrebbe sapere che non può essere diversamente), metterà in crisi l’idea fondativa di Israele, la sua ideologia nazionale.

Il sogno di una patria esclusiva, degli ebrei e solo per gli ebrei, così come l’illusione perpetrata per ottant’anni che tale sogno fosse effettivamente realizzabile, crollerà. Quando la società israeliana avrà sedimentato nella propria coscienza l’impossibilità materiale, concreta, di realizzarlo – perché i palestinesi non si arrenderanno mai, non smetteranno mai di essere di più, non accetteranno mai di vivere come bestie – allora tutto cambierà anche lì. Certo, non domani. Ci vorranno forse dieci anni (e saranno anni sanguinosi e dolorosi), ma sul medio periodo questo significherà la morte politica del progetto sionista. La liberazione della Palestina libererà dalle sue ossessioni anche Israele. La sua guerra è perduta.


1 – La parola d’ordine su cui il sionismo costruì dapprima l’idea, e poi lo stato israeliano, era la famosa doppia menzogna “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Doppia perché quella terra era abitata dal popolo di Palestina da migliaia di anni, e perché – molto semplicemente – gli ebrei non sono un popolo, ma semplicemente i seguaci di una religione. E seppure questa religione è assai esclusiva (gli ebrei non fanno proselitismo, si è tali per nascita), resta il fatto che i suoi adepti si sono sparsi per il mondo da oltre duemila anni, durante i quali l’etnicità semitica si è sicuramente annacquata assai più di quanto non sia accaduto agli arabi palestinesi – che sono a loro volta semiti. Non a caso, gran parte degli attuali leader israeliani sono polacchi, russi, rumeni… E tra gli ebrei che vivono in Israele ci sono ben due comunità per nulla semitiche, quella dei falascià (ebrei di origine etiope) e quella degli ebrei di origine indiana.
2 – Su questo aspetto di entrambe i conflitti, cfr. “Due guerre”, Giubbe Rosse News e “Info-warfare: la ‘terza guerra’”, Giubbe Rosse News

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Fedeli alla linea (di comando)

Sabato 11 maggio alle ore 15 presso CSOA COX 18 in Via Conchetta 18, Milano

LOST, le Lunghe Ombre della Scienza e della Tecnica e Unit hacklab presentano:

Fedeli alla linea (di comando)

registrazione audio a cura di cox18stream e Archivio Primo Moroni

Introduzione al terminale e alla riga di …

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BIDEN ABBASSA LA CRESTA. DA “CI SARANNO CONSEGUENZE” A ” VOGLIAMO COMPETERE”

ALL’INTERVENTO A MUSO DURO DEL NUOVO MINISTRO DEGLI ESTERI QUIN GANG , IL GOVERNO USA ABBASSA I TONI E CERCA DI RAFFREDDARE LA POLEMICA. SI RIVELA LA TIGRE DI CARTA PROFETIZZATA DA MAO.

Il tono minaccioso e la lista delle posizioni criticabili della Cina rispetto alla guerra Ucraina ( mancata condanna della Russia all’ONU, rafforzamento della collaborazione economica russo-cinese, possibilità di invio di armi e munizioni ai russi) si sono dissolte come neve al sole.

Il tono irritante del dipartimento di stato e i solenni avvertimenti a non toccare Taiwan anche. Lo sceriffo si é reso conto di avere a che fare con un osso duro ed é diventato più conciliante. Niente più oscure minacce di ritorsioni: qua la mano !

Nel link sottostante troverete il testo che Biden finse di snobbare, inducendo molti alla imitazione, e che adesso dovrà imparare a memoria. E’ il decalogo cinese per essere coerenti col concetto di pace.

https://corrieredellacollera.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=35641&action=edit

In effetti, la storia degli Stati Uniti é caratterizzata dalla violenza e dall’espansione il suo budget assomma al 40% di quello di tutti i paesi del mondo messi insieme ed hanno 800 basi militari sparse in paesi esteri, senza contare le flotte. Difficile dire che lo fanno per la pace.

Aver fatto notare queste verità che sono sotto gli occhi di tutti, la Cina si é vista sbeffeggiare dal presidente Joe Biden che ha snobbato il documento, implacabile ma pacato. Poco dopo il nuovo ministro degli Esteri cinese, ha cambiato il tono ed ha dichiarato che se gli USA continueranno con questi comportamenti miranti a soggiogare, prima psicologicamente, poi economicamente, la Cina, ” lo scontro sarebbe inevitabile”. Una notizia d’agenzia ha fatto circolare la cifra dei coscritti possibili: 20 milioni.

Gli USA – che sono già stati impressionati dal richiamo alle armi di trecentomila uomini fatto dalla Russia e memori della definizione di “unwise” data da Henri Kissinger all’atteggiamento bullesco di affrontare due crisi in contemporanea – hanno cambiato tono e smesso di cercare di stanare la Cina. Ancor oggi non sono riusciti a capire fino a che punto il celeste impero sia coinvolto con l’impero del male. Il timone punta a neutrale.

XI JINPING ha infatti confermato che non c’é stata nessuna cessione di armi ai duellanti, non ha dedicato una sola riga all’Europa e si é concentrato sui temi anticinesi degli USA: Taiwan, TIK TOK vessata quotidianamente, Huawei, le strumentali campagne per i diritti umani a favore degli Uiguri ( una delle sedici etnie presenti in Cina); la costruzione di una catena strategica attorno alla Cina ( AUKUS) , mirante a mortificarla nel suo mare, l’appoggio dato alla Filippine per il contenzioso per le isole Spratly, il riarmo accelerato giapponese. Tutte questioni sollevate ( o risollevate) dagli USA nell’ultimo anno miranti a indebolire XI.

La superiorità intellettuale cinese ha fatto fronte a tutte questi ostacoli affrontati senza ai usare toni aggressivi.

In questo secondo link troverete un estratto di un documento americano che tratta a un dipresso degli stessi temi del cinese, ma lo fa concentrandosi sulla Russia, al punto che affronta la situazione globale senza mai nominare Cina e India, nel tentativo di affrontare un avversario alla volta. Forse pensano che i cinesi siano tanto sciocchi da non averci pensato.

https://corrieredellacollera.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=35317&action=edit

L’ultimo link é al più completo documento Rand sulla Russia: Extending Russia ci ho messo un pò a capire che intendevano l’espansione delle spese russe a causa di guerre e rivolte ( indicate analiticamente) fino al punto da provocarne il crollo. Ed é qui che risalta il concetto di competitive advantage, ossia ottenere un vantaggio competitivo provocando una proxy war ( guerra per procura). Non si sono resi conto che , a partire da oggi, molti, sentendo parlare di competition la prenderanno per un sinonimo di guerra. Dovranno spolverare il vocabolario.

https://www.rand.org/pubs/research_reports/RR3063.html

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Presentazioni autodifesa e cisti

manituana c1

Usciamo dai laboratori dell'hacklab _TO ed entriamo nel camper per lo straordinario tour di presentazioni di alcuni dei progetti che ci hanno fatto faticare in questi ultimi mesi!

Tutti questi incontri e tutti (i numerosi) che verranno sono warm-up in vista dello splendido hackmeeting che quest'anno si terrà a Firenze presso il Next Emerson dal 30 Maggio al 2 Giugno!

Siateci!

6 Aprile, alle 16:30 @CELS

Presentazione di cisti.org

9 Aprile, alle 17:00 @MANITUANA

Corso di autodifesa digitale

11 Aprile, alle 17:00 @AULA C1

Presentazione di cisti.org

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