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Così Trieste rafforza l’asse marittimo Italia-Usa con il ritorno di Dragon

Mentre le due sponde dell’Atlantico attraversano una fase di tensione nei rapporti transatlantici, alimentata anche dalle iniziative del presidente americano Donald Trump – non ultima quella legata alla volontà di rafforzare il controllo statunitense sulla Groenlandia – da Trieste arriva un segnale di segno opposto. Un progetto concreto di connessione tra Italia e Stati Uniti che passa dalla logistica, dai traffici marittimi e dal ruolo strategico del porto giuliano.

Dalle prossime settimane, il terminal container del Molo Settimo dello scalo triestino entrerà stabilmente nella rotazione del servizio “Dragon”, il collegamento oceanico del gruppo che unisce Asia, Europa e costa orientale degli Stati Uniti. Una notizia rilevante per il porto di Trieste, che rafforza la propria presenza sulle principali rotte intercontinentali in una fase delicata per i traffici.

Stando alle informazioni fornite da MSC, questa è la rotazione: Busan, Ningbo, Shanghai, Nansha, Yantian, Singapore, Trieste, Gioia Tauro, Genova, La Spezia, Sines, New York, Boston, Norfolk, Charleston, Freeport, Grand Bahama-Busan. Il servizio Dragon migliorerà gli attuali tempi di transito di cinque giorni e garantirà un accesso senza interruzioni anche a Koper (Capodistria; Slovenia), Rijeka (Fiume; Croazia), Venezia, Ravenna e Ancona: ossia sarà un’ulteriore dimostrazione di come Trieste rappresenti un accesso più fluido anche ad altri scali dell’alto Adriatico e dell’Europa balcanica. Una potenzialità evidente, che si riflette anche nelle analisi di implementazione del corridoio Imec verso Medio Oriente e India, attraverso l’aggancio operativo con la Three Seas Initiative che coinvolge parte dell’Europa orientale e settentrionale.

Come spiega il neopresidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale, Marco Consalvo, il valore del nuovo servizio sta soprattutto nella sua struttura: “Il collegamento diretto con Trieste si concretizzerà con una nave settimanale fissa dai primi di aprile. L’obiettivo di rilancio dei container rispetto ai dati 2025 è concreto; l’introduzione del servizio Dragon va nella direzione di un progressivo recupero dei volumi degli anni passati”.

Una scelta che potrebbe dunque consentire allo scalo giuliano di recuperare centralità dopo un 2025 chiuso con una movimentazione di 681 mila TEU, in calo del 19 per cento rispetto all’anno precedente. Le navi impiegate sul servizio Dragon avranno una capacità compresa tra 15 e 19 mila TEU e, a regime, garantiranno un volume di traffico – solo da MSC – stimato tra i 500 e i 650 mila TEU. Un livello che apre la prospettiva di colmare il gap accumulato rispetto al 2024 e di immaginare un 2026 in forte crescita.

Non solo, perché c’è anche una prospettiva più ampia, legata alla dimensione geopolitica: da un lato il link con l’Asia, dall’altro il collegamento diretto con il Nord America. L’inclusione di Trieste nel servizio rafforza inoltre le prospettive industriali e produttive del Nord-Est italiano, offrendo una nuova e più efficiente via di export verso gli Stati Uniti. Con Washington che guarda alla dimensione economico-commerciale come motore delle relazioni politico-diplomatiche.

La prima nave del servizio, la MSC Thais, inaugurerà la rotazione con arrivo a Busan il 18 febbraio, lungo una rotta che tocca i principali hub asiatici, mediterranei e della East Coast americana. Un avvio che coincide, peraltro, con la visita della presidente del Consiglio Giorgia Meloni nel Paese, una missione in cui torna centrale anche la dimensione marittima — sia sul piano della sicurezza sia come ulteriore convergenza che “non è frutto di una coreografia studiata, ma di una serendipità significativa”, come ha scritto Vas Shenoy a proposito di un altro incrocio, a Muscat, tra Meloni e la nave indiana Kaundinya.

Dal mondo degli operatori, il giudizio è complessivamente positivo, pur con alcune cautele. Francesco Parisi, presidente della storica casa di spedizioni Parisi e alla guida di Trieste Summit, sottolinea come il ritorno di un servizio oceanico diretto dall’Asia-Pacifico rappresenti un passaggio chiave: “Trieste torna ad avere due servizi su tre diretti, come prima dello smantellamento del consorzio 2M nella primavera del 2025”. Parisi evidenzia anche il valore simbolico e operativo di un collegamento diretto con la costa orientale degli Stati Uniti, il primo dopo molti anni, pur segnalando come la circumnavigazione dell’Africa, anziché il passaggio da Suez, resti un limite strutturale.

Una valutazione condivisa anche da Stefano Visentin, presidente di Aspt Astra — l’associazione degli spedizionieri del porto di Trieste — e vicepresidente di Trieste Summit. Visentin auspica che al miglioramento dei transit time verso gli Stati Uniti si accompagnino noli competitivi rispetto ai porti del Nord Europa e che il servizio possa tornare a transitare dal Canale di Suez. “La rotta africana, infatti, continua a penalizzare il servizio sia in westbound sia in eastbound, dove permangono uno o due trasbordi”.

Nel complesso, il segnale che arriva da Trieste è chiaro: mentre la politica transatlantica attraversa una fase di incertezza, la logistica costruisce ponti concreti. E il porto giuliano, già candidato a essere uno dei nodi chiave della geoeconomia italiana, si rafforza con la ricostruzione di una relazione economica Italia–Stati Uniti che passa sempre più dal mare.

C’è inoltre un ulteriore elemento: “La sicurezza nazionale oggi si gioca anche sulla tenuta delle infrastrutture e delle catene logistiche”, ha detto il viceministro Edoardo Rixi nel suo intervento all’incontro “Shield, sicurezza e difesa per l’Italia e l’Europa”, organizzato oggi da Sda Bocconi. “Le minacce ibride impongono un cambio di paradigma: investire in porti, trasporti e grandi opere significa rafforzare la sicurezza e la competitività del Paese. Il lavoro avviato con il G7 a Milano e il contributo di un’istituzione come la SDA Bocconi dimostrano quanto sia strategica l’alleanza tra Governo, accademia e sistema produttivo”.

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Groenlandia, responsabilità tra Usa e Ue per evitare di favorire Russia e Cina

“Ho sentito il presidente americano Donald Trump ed ho espresso le mie perplessità”, dice questa mattina la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in un momento di particolare tensione nelle relazioni tra Stati Uniti ed Europa attorno al dossier “Groenlandia”. Il messaggio, che arriva dalla Corea del Sud, chiede di evitare l’escalation abbassando i toni. Un lavora che l’Italia sta cercando di spingere anche in sede Ue.

La convocazione di una riunione straordinaria degli ambasciatori dell’Unione Europea nel tardo pomeriggio di oggi, domenica 18 gennaio, per valutare una risposta coordinata all’annuncio statunitense di nuove tariffe contro alcuni Paesi membri, segna l’ingresso della crisi sulla Groenlandia in una nuova fase. Non più soltanto uno scontro retorico o una disputa diplomatica, ma un dossier che incrocia commercio, sicurezza economico (e non solo) e coesione transatlantica, costringendo Bruxelles a una risposta “intelligente, coordinata e possibilmente non ulteriormente incendiaria” a Washington, dice una fonte dai corridoio europei.

Il detonatore è stato l’annuncio di Trump, che sabato ha fatto sapere che nuovi dazi colpiranno una serie di Paesi alleati – tra cui Francia, Germania, Danimarca e Regno Unito – accusati di aver rafforzato la propria presenza militare in Groenlandia come forma di deterrenza contro gli Stati Uniti. Una misura che riapre una frattura commerciale che l’Europa riteneva superata dopo la tornata di dazi di inizio presidenza, e che collega esplicitamente il terreno economico a quello strategico, nel momento in cui l’Artico torna a essere uno spazio di competizione crescente e la Groenlandia gioca un ruolo per l’asse transatlantico e per il Western Hemisphere che Trump intende proteggere come missione identitaria della “sua” National Security Strategy.

Da Bruxelles, il presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha parlato della necessità di una risposta comune, ribadendo che l’Unione europea difenderà il diritto internazionale e l’integrità territoriale dei suoi Stati membri – nel caso la Danimarca, che p sovrana sulla Groenlandia. La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha avvertito che una spirale tariffaria rischia di danneggiare la prosperità condivisa e di indebolire il fronte occidentale, messaggio arrivato anche della Hr/Vp Kaja Kallas, che ha citato esplicitamente Cina e Russia come i favoriti dalle divisioni transatlantiche. Diversi leader europei hanno sottolineato come la sicurezza della Groenlandia possa e debba essere affrontata all’interno dei meccanismi Nato, che racchiude sia gli Usa che diversi Paesi europei.

Il dato politico, tuttavia, va oltre la contingenza. La riunione degli ambasciatori segnala che la questione groenlandese non è più un tema periferico, ma un banco di prova per la capacità dell’Occidente di gestire divergenze strategiche senza trasformarle in crisi sistemiche. È su questo crinale – tra deterrenza, dialogo e interessi divergenti – che si gioca ora la partita più delicata.

La Groenlandia non è un dossier complesso, ma…

Sul piano analitico, la narrativa che giustifica un cambio di status dell’isola regge poco. Come ha osservato Richard Fontaine, Ceo del Anas, la Groenlandia non è un dossier intrinsecamente complesso: lo diventa solo se lo si carica di obiettivi che esulano dalla realtà dei fatti. Gli Stati Uniti dispongono già, grazie agli accordi con la Danimarca, di ampi margini operativi in termini di basi, tra radar e presenza militare di ogni possibile genere. La difesa dell’Artico e il monitoraggio delle attività di Cina e Russia possono essere rafforzati senza bisogno di “possedere” il territorio, spiega l‘esperto americano. L’idea che la sicurezza richieda l’annessione statunitense, o che la deterrenza passi dall’invio simbolico di piccoli contingenti multinazionali come quelli europei, finisce per produrre l’effetto opposto: politicizzare e radicalizzare un dossier che potrebbe essere gestito in modo pragmatico.

Anche l’argomento secondo cui la Groenlandia rischierebbe di “cadere” sotto l’influenza di potenze rivali appare debole se non accompagnato da scelte coerenti. Secondo Fontaine, se davvero Mosca e Pechino rappresentassero una minaccia imminente, la risposta più lineare sarebbe rafforzare i dispositivi esistenti e il coordinamento Nato, non aprire un contenzioso politico con Copenaghen e con gli alleati europei. Le alleanze, ragiona, si fondano proprio sulla difesa reciproca di territori che non si possiedono: è questa la logica che ha retto l’ordine post-1945 e che continua a garantire stabilità.

Un’ulteriore chiave di lettura arriva dall’intervista pubblicata sabato dal Corriere della Sera con protagonista l’ex ambasciatrice statunitense in Danimarca Carla Sands. Sands, forte della sua esperienza diretta sul dossier groenlandese e attualmente nel team dell’America First Policy Institute, ha ricordato come l’interesse americano sia legato soprattutto alla sicurezza e alle risorse strategiche, non a una conquista formale. Le sue parole aiutano a distinguere tra l’obiettivo sostanziale – evitare che l’isola finisca sotto un’influenza ostile di Cina o Russia – e la retorica che rischia di irrigidire le posizioni. In questo senso, l’accento posto sul possibile percorso di lungo periodo verso una maggiore autonomia groenlandese suggerisce che il nodo non sia “a chi appartiene” il territorio, ma come garantirne stabilità e sviluppo senza forzature.

Alla ricerca della responsabilità

È in questo spazio che si inserisce la posizione italiana, improntata a responsabilità e controllo, con le perplessità espresse da Meloni. Durante la presentazione del Documento strategico sull’Artico, il 16 gennaio 2026, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha messo in guardia contro approcci frammentati e simbolici, osservando che l’idea di piccoli contingenti europei dispiegati sull’isola non somiglia a una strategia credibile. Il punto, ha sottolineato, è tenere unito il mondo occidentale e preservare il quadro di cooperazione. A posteriori, quelle parole suonano quasi profetiche: il giorno dopo, l’annuncio dei dazi americani contro quei contingenti ha mostrato quanto rapidamente una gestione muscolare possa produrre contraccolpi politici ed economici.

Il paradosso è che entrambe le strade estreme – l’idea di “conquistare” la Groenlandia e quella di usarla come palcoscenico per segnali di deterrenza – finiscono per alimentarsi a vicenda. Il rischio è che l’una legittimi l’altra, in una dinamica che favorisce solo gli attori interessati a dividere l’Occidente. Fonti diplomatiche spiegano che la via d’uscita è più sottile, ma anche più realistica: un dialogo strutturato che consenta a Washington di rivendicare un rafforzamento della sicurezza artica, e a Trump di ottenere “qualcosa che possa essere raccontato come una vittoria”, e all’Europa di mantenere lo status quo, garantendo al tempo stesso che l’isola resti saldamente ancorata allo spazio euro-atlantico.

In quest’ottica, il compromesso non è una resa, ma uno strumento politico. Permette a Trump di presentare un risultato tangibile al proprio elettorato – maggiore attenzione all’Artico, più investimenti in sicurezza, tagliare fuori i rivali dell’emisfero occidentale – e agli europei di evitare una deriva che metterebbe in discussione sovranità e alleanze cruciali come quella con gli Usa. La Groenlandia è strategica, e proprio per questo va sottratta alla logica della provocazione. Meno benzina sul fuoco, più diplomazia: è l’unico modo per spegnere una scintilla prima che diventi crisi.

Il rischio del confronto è anche racchiuso nel messaggio che emerge da alcuni recenti sondaggi, come quello di Ecfr. Gli scontri – verbali, postulali, pratici – legati alle posizioni complicate prese da Trump rischiano di allontanare le opinioni pubbliche europee dagli Stati Uniti, con un riflesso ancora più problematico: creare spazi dove la narrazione e la disinformazione cinese si nuove per piegare gli europei e altri alleati statunitense verso Pechino.

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