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Venezuela: “Bring them back”, il muro della dignità contro il fango dei traditori

 

di Geraldina Colotti

CARACAS

Mentre un'orchestrata campagna di allarmi e fake news tenta di coprire la verità sulla brutale operazione di guerra illegale eseguita dagli Stati Uniti all'alba del 3 gennaio 2026, la realtà dietro la violenza imperiale comincia a emergere in tutta la sua crudezza. Non è stato affatto una "passeggiata", come ha cercato di far credere Donald Trump con il suo consueto cinismo arrogante. È stata un'aggressione terroristica in piena regola, un atto di forza bellica disproporzionata, asimmetrica, che ha violato ogni norma del diritto nazionale e internazionale, trovando però sulla sua strada la resistenza eroica del popolo venezuelano, dei militari venezuelani e cubani, e delle soldate.

I dati che emergono smentiscono la narrativa di un'operazione chirurgica e indolore. Il Segretario di Guerra USA, Pete Hegseth, ha ammesso che 200 membri delle forze speciali Delta, scesi dagli elicotteri in una pioggia di proiettili, hanno affrontato una resistenza feroce. Trentadue eroici combattenti cubani, presenti legalmente nel Paese, sono caduti difendendo la casa del Presidente Maduro e di Cilia Flores, battendosi "come leoni" in un combattimento aperto contro mercenari e reparti scelti. Le perdite tra gli assalitori, sebbene la Casa Bianca non le confermerà, sono una realtà che trapela dalle ammissioni del capo di gabinetto Stephen Miller e dai rapporti dei sanitari: non è stata una “passeggiata”, ma una battaglia furiosa che ha provocato danni ai velivoli americani, feriti gravi e morti tra gli assalitori.

Questa aggressione non è figlia del caso, ma di una pianificazione meticolosa che ha visto l'uso di tecnologie di spionaggio all'avanguardia. La CIA ha monitorato ogni movimento del presidente Maduro attraverso una flotta di droni furtivi RQ-170 Sentinel, progettati dalla divisione Skunk Works della Lockheed Martin per la “sorveglianza persistente in ambienti ostili”.

Partiti presumibilmente dalla base riattivata di Roosevelt Roads a Porto Rico, appoggiati dal governo di Trinidad Tobago e supportati da quello di Guyana (e da quello dell'Ecuador e del Salvador), questi droni hanno fornito i dati necessari per un attacco che ha visto l'impiego di 152 velivoli e il sabotaggio del sistema elettrico nazionale per paralizzare il Paese.

In questo scenario di guerra ibrida e cibernetica, si inserisce la calunnia più velenosa: quella che mira a colpire Diosdado Cabello, Ministro dell'Interno Giustizia e pace e pilastro della rivoluzione, accusandolo di una presunta trattativa segreta o di una "svendita" del processo bolivariano agli Stati Uniti. Si dimentica che, prima ancora che Nicolas Maduro fosse accusato di essere a capo del fantomatico Cartello dei Soli, a essere colpito da questa calunnia fu proprio il capitano, compagno di Chávez nella ribellione civico-militare del 4 febbraio 1992.

Una vicenda che abbiamo raccontato più volte nei nostri articoli e che potete trovare in due libri: Comunicación liberadora, pubblicato in Venezuela, e Case morte, il romanzo di Miguel Otero Silva appena tradotto da Argo libri, in cui l'episodio viene ricostruito nell'introduzione al volume. Non va dimenticato che, per questo, anche sulla testa di Diosdado pesa la “taglia” imposta da Trump, autodenominatosi sceriffo globale.

Come ha lucidamente analizzato la giornalista argentina Stella Calloni, ora ci troviamo di fronte a una classica operazione di guerra psicologica della CIA, volta a seminare dubbi e dividere il fronte interno proprio nel momento del massimo assedio. La "diplomazia delle cannoniere" di Trump non cerca accordi, ma impone ricatti e si basa su una propaganda gonfiata contraddetta dai fatti. L'accettazione di un dialogo tecnico o la gestione della crisi da parte del governo bolivariano non sono segni di resa, ma strumenti di una difesa strategica necessaria per aprire brecce, evitare un massacro totale e preservare l'integrità della nazione.

Quando un impero tiene sequestrati i leader di un paese (Maduro e Flores) e mantiene una flotta da guerra nei Caraibi, qualsiasi canale di comunicazione che venga aperto non è una "resa", bensì uno scenario di confronto diplomatico e tecnico sotto assedio. L'inviato della Cia, vicinissimo a Trump, che lo ha imposto nonostante non fosse una spia di carriera, non è stato acclamato dal governo della presidenta incaricata, ma è arrivato nel paese come emissario del sequestratore di Stato globale, suo padrone.

Come avverte Stella Calloni, Trump ha ripreso la forma più brutale della politica estera: quella del "fai quello che voglio o sarà peggio per te". In questo contesto, qualsiasi approccio della CIA non cerca un accordo equo, ma è una manovra per esibire una presunta vulnerabilità della presidenta incaricata Delcy Rodríguez e del suo gabinetto. L'obiettivo è proiettare nel mondo l'idea che "il chavismo stia negoziando la propria resa", quando in realtà ciò che esiste è una resistenza ferma che utilizza tutti i meccanismi possibili — incluso l'ascolto delle richieste dell'aggressore — per evitare un massacro maggiore e garantire la sopravvivenza dello Stato.

In questo contesto si inserisce la calunnia che tenta di presentare Diosdado Cabello come un "agente del cambiamento" per gli interessi di Washington, anche se si scontra con la realtà storica: Cabello è il dirigente che l'imperialismo ha più demonizzato e perseguitato giudiziarialmente. La sua permanenza al Ministero dell'Interno, coordinata con la presidenta incaricata Delcy Rodríguez e il Ministro della Difesa Vladimir Padrino López, è invece la garanzia della tenuta del "nucleo di ferro" bolivariano, capace di convincere ma limitando al minimo la coercizione.

Pretendere che colui che è stato l'obiettivo principale dei loro attacchi sia ora il loro alleato è un assurdo logico che cerca solo di seminare sfiducia nelle basi chaviste e di mitigare l'ondata di allarme e di indignazione internazionale. In un contesto di scontro globale in cui la prospettiva di un terzo conflitto mondiale non è uno spettro lontano, gli alleati strategici del Venezuela sembrano, infatti, andare oltre i pronunciamenti diplomatici. Come analizza il sinologo tedesco Kurt Grotsch, la Cina ha risposto all'aggressione contro il Venezuela — considerata una dichiarazione di guerra al progetto multipolare e ai BRICS — non con vuota retorica, ma con misure pratiche che colpiscono le linee vitali dell'impero.

Dopo una riunione d'emergenza del Partito comunista cinese, durata 120 minuti, Pechino ha attivato una "risposta asimmetrica integrale": il congelamento degli affari con i giganti della difesa USA come Lockheed Martin e Boeing, la sospensione delle forniture di petrolio alle raffinerie statunitensi (causando un impennata dei prezzi del 23%) e il boicottaggio dei porti americani da parte della flotta COSCO, mettendo in crisi colossi come Amazon e Walmart.

Secondo Grotsch, Pechino ha inoltre mobilitato il Sud globale offrendo condizioni commerciali preferenziali ai paesi che si impegnano a non riconoscere alcun governo imposto dagli USA, consolidando una coalizione che include Brasile, India e Russia. L'attivazione del sistema finanziario cinese alternativo allo SWIFT e il blocco dell'esportazione di terre rare verso i sostenitori del golpe completano un quadro in cui la Cina dimostra di poter asfissiare economicamente gli Stati Uniti senza sparare un colpo. Ogni azione cinese è un colpo diretto al cuore dell'imperialismo per difendere il ponte strategico verso l'America Latina rappresentato dal Venezuela.

Ciò che i "chavisti da salotto" in Europa non comprendono è che governare con i droni Sentinel che sorvolano Miraflores richiede un'intelligenza strategica che non è "svendita", ma difesa tattica del territorio. La tenuta del Venezuela poggia sulla solidità di un nucleo di potere dove Diosdado Cabello e il Ministro della Difesa Vladimir Padrino López agiscono in totale coordinamento con Jorge Rodríguez alla guida del Potere Legislativo e Delcy Rodríguez all'Esecutivo. Delcy e Jorge sono figli di un oppositore che ha combattuto con le armi le democrazie camuffate della IV Repubblica, morto sotto tortura, a cui è stato reso onore anche durante la recente assunzione della presidenta incaricata.

Questa articolazione civico-militare è la vera ragione per cui Trump ha dovuto scartare un "cambio di regime" immediato basato sulla figura di María Corina Machado, e riconoscere che, nonostante gli abbia regalato il Nobel per la pace, la golpista non ha i numeri per governare. La persistente capacità di mobilitazione popolare delle basi chaviste ha dimostrato che il sostegno interno resta solido. Sebbene Trump insista nell'affermare di possedere la "chiave" delle decisioni, le sue aspirazioni sono mediate dalla negoziazione — o dall'estorsione — con un governo venezuelano che non ha ceduto il controllo delle risorse.

La calma apparente non è normalità, ma una risposta difensiva in una guerra multidimensionale che dura dal 1998. Washington tenta di imporre una "transizione ordinata" come nuovo meccanismo di estorsione, ma questo margine temporale sta permettendo al processo bolivariano di rafforzare un consenso sociale che continua a relegare ai margini un'opposizione priva di rispetto popolare.

Nelle piazze venezuelane e del mondo, intanto, si raccolgono migliaia di lettere da inviare ai due ostaggi nelle carceri nordamericane in base alla campagna Bring them back (¡Tráiganlos de vuelta!)”. Free Nicolás and Cilia”. La lotta per la libertà di Nicolás e Cilia continua, sorretta da un popolo che non si arrende. E che sta facendo scuola.

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Le trecce della solidarietà per i ragazzi di Crans-Montana, parrucchieri offrono gratis taglio e piega a chi donerà i capelli

“Senza più pelle, né capelli, quei ragazzi erano ancora vivi ma sembravano scheletri”. Una delle testimonianze più impressionanti di Crans-Montana fa comprendere con una sola frase, quale possa essere oggi, la condizione di molti feriti dopo lo spaventoso rogo del Constellation. E accanto alle cure primarie e salvavita – che come ha detto al FattoQuotidiano.it il chirurgo Benedetto Longo devono essere anche “ricostruttive” – c’è la necessità di restituire con il tempo ai volti e ai corpi di chi è sopravvissuto dignità e riconoscibilità. E così suscita tenerezza e attenzione l’iniziativa – partita dalla Francia – di alcuni parrucchieri che raccolgono i capelli da donare a un’associazione svizzera, Rolph Ag, che si occupa di realizzare parrucche per le persone coinvolte nell’incendio.

Tra i coiffeur che hanno accolto l’appello c’è Sabrina Yueqiong Pan che nel suo salone SP Hair Studio di Busto Arsizio ha già raccolto diverse trecce. In un video su Instagram il cuore dell’iniziativa: “Questo è un piccolo gesto per te, ma un enorme aiuto per loro. Unisciti a noi, insieme potremo ridare un’immagine, un sorriso, una speranza”. Tra i primi ad aderire all’iniziativa il negozio Beauty Corner di Occhieppo Inferiore (Biella) di Erika Schiapparelli che ha intercettato sui social i post di una collega francese L’atelier Capillaire d’Aurélie.

“L’iniziativa non è partita da me e lo vorrei specificare – dice Sabrina Yueqiong Pan – ed è tutto a titolo gratuito. Chi dona 30 centimetri di treccia di capelli non trattati, avrà taglio e piega gratis. È una giusta causa e in passato l’ho fatto per i malati oncologici. Ho scritto all’associazione svizzera che raccoglie i capelli per chiedere tutte le informazioni e nel giro di due ore mi hanno risposto”. L’iniziativa è importante perché i capelli, se non danneggiati fino al cuoio capelluto, ricrescono normalmente; altrimenti, la ricrescita potrebbe essere compromessa o persa definitivamente.

“Io ho una nipote della stessa età dei ragazzi di Crans-Montana e quando ho visto la storia ho pensato che poteva essere uno dei miei nipoti. E fino a 10 anni fa anche io andavo in discoteca – prosegue – . La cosa bella di questa iniziativa che è che mi hanno scritto persone anche da Milano o ragazze a cui non tagliavo i capelli da un anno; quella meno bella sono i post di quelli che scrivono che ‘tanto quelli sono benestanti’. Io non lo capisco e faccio quello mi sembra che sia giusto. L’importante è la divulgazione e avere la possibilità spedire direttamente tramite il loro parrucchiere. Un gesto che può sembrare semplice, ma che ha un impatto enorme sulle persone che stanno affrontando una realtà così dura”.

L’associazione, interpellata dagli stessi parrucchieri, ha spiegato che, che una volta ricevute, le trecce vengono controllate, pulite e selezionate in base alla struttura e al colore dei capelli. “La lavorazione richiede diversi mesi, a seconda della quantità. Per una protesi capillare sono necessarie diverse trecce; il numero esatto dipende dalla lunghezza e dal volume, ma nella maggior parte dei casi sono necessarie 5-6 trecce. I capelli donati sono destinati principalmente alle persone colpite dall’incendio di Crans-Montana”.

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È il momento per l’Europa di sganciarsi dall’impero americano. Meloni con Trump per interesse

Cosa dovrebbe fare l’Europa per respingere l’attacco di Trump alla Groenlandia e a tutta l’Europa? Dovrebbe fare la pace con la Russia e sganciarsi, prudentemente ma decisamente, dall’impero americano. Dovrebbe riconoscere che siamo in un’epoca post-UE e post-Nato: la Nato e la Ue non esistono più, almeno per come le abbiamo conosciute. Occorre una politica completamente nuova.

Il governo italiano invece fa finta di nulla: mentre Donald Trump vuole conquistare la Groenlandia, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni fa finta che le pretese coloniali del presidente americano possano essere risolte con dei negoziati, magari a base di cene con spaghetti e mandolino. Come donna, come cristiana, come madre, Meloni non ha avuto il coraggio di condannare pubblicamente né l’omicidio della povera Renee Good da parte delle squadracce di Trump né il criminale Netanyahu, grande amico di Trump. La sua vicinanza ideologica con l’autocrate è quasi totale, e la sua qualità morale è quasi allo stesso livello di quella di Trump.

Ma oltre a questo c’è soprattutto una questione di interesse: Meloni sa che Trump è la sua principale assicurazione per mantenere la poltrona. E’ convinta che finché c’è Trump potrà continuare a governare l’Italia anche se il suo partito ha ottenuto solo il 14% degli aventi diritto al voto, e anche se l’intera coalizione di centro-destra ha raccolto 12,3 milioni di voti (26,7% del corpo elettorale), ovvero 6 milioni in meno rispetto a chi ha deciso di non votare o ha votato scheda bianca (18,4 milioni). Il suo governo di minoranza elettorale attualmente si barcamena ambiguamente tra Trump e UE, ma non potrà farlo per molto.

L’Unione Europea – trainata da Francia, Germania, Olanda, Svezia, Finlandia, e gli altri paesi che hanno voluto difendere simbolicamente la Groenlandia mandandoci qualche soldato – sembra finalmente decisa a contrastare i nuovi dazi imposti da Trump. La UE vuole ricorrere a un mezzo molto efficace, l’Anti coercion instrument. Lo strumento anti-coercizione è stato approvato dalla UE nel dicembre 2023 ma finora non è mai stato utilizzato: ha la funzione di “contrastare Paesi terzi che esercitano una pressione economica deliberata sull’Unione, o un suo Stato membro, per condizionarli nelle scelte politiche ed economiche minacciando di applicare misure che incidono sul commercio o sugli investimenti contro l’Ue o un suo Stato”.

Permette alla Commissione Europea di imporre contro l’avversario un’ampia gamma di misure di ritorsione oltre all’aumento dei dazi, come: restrizioni al commercio di servizi digitali e finanziari, restrizioni all’accesso agli appalti pubblici e agli investimenti diretti esteri (ad esempio il divieto di acquisire imprese o partecipare al capitale), l’applicazione di controlli sulle esportazioni, la limitazione dei diritti di proprietà intellettuale, la limitazione degli investimenti esteri, il divieto di servizi, l’applicazione di dazi sulle piattaforme digitali.

Ma l’aspetto più importante è che la Commissione UE può applicare queste misure anche se vengono approvate solo a maggioranza qualificata dal Consiglio Europeo: non è dunque richiesta l’unanimità dei governi europei. Anche se Meloni vota contro, nulla può fare se – come è probabile – la maggioranza dei paesi europei approva le misure di ritorsione anti-Trump. Probabilmente il suo governo si spaccherà se verranno adottate misure anti-Trump.

Ma l’Europa ha un problema più grande: i leader dei paesi europei dovrebbero finalmente riconoscere che è l’America a volere aggredire e colonizzare l’Europa, non la Russia. Putin è un tiranno e certamente non è un santo: ma non ha alcuna intenzione e nessuno interesse a aggredire Copenaghen, Londra, Parigi e Roma. L’Europa, e soprattutto la sinistra europea, dovrebbero finalmente riconoscere che in Ucraina Putin si è difeso dall’espansione della Nato ai suoi confini.

Putin è un dittatore ma in Ucraina ha difeso la sicurezza russa messa in pericolo dai colpi di Stato americani, dai finanziamenti americani a Zelensky e ai governi corrotti di Kiev e, ovviamente, dall’impegno della Nato a inglobare l’Ucraina. La Nato in Ucraina è un pericolo mortale per la Russia perché i missili lanciati da Kiev possono colpire in pochi minuti Mosca senza potere essere intercettati. L’Europa deve dunque cambiare completamente registro con la Russia: non possiamo continuare a pagare il gas e il petrolio americano quattro volte di più di quello russo per fare piacere a Trump. Si obietterà che Putin è un dittatore: ma molti paesi con i quali abbiamo buoni rapporti commerciali, energetici e politici sono governati da sanguinosi dittatori.

Se l’Europa non vuole soccombere deve cominciare a sganciarsi dall’America e deve anche avviare una politica di disarmo bilanciato e controllato con la Russia.

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Donzelli prende in giro Renzi: “Parole su Meloni? Lui guidava il primo partito d’Italia, oggi fatica a guidare l’ultimo”

“Le parole di Renzi? Sono dettate da astio e difficoltà politiche, comprendo chi guidava il primo partito d’Italia e oggi fatica a guidare l’ultimo“. Lo ha detto Giovanni Donzelli, deputato di Fratelli d’Italia, fuori da Montecitorio, commentando le dichiarazioni del leader di Italia viva, che sabato scorso ha (ri)lanciato un progetto intitolato “casa riformista” per, tra le altre cose, “mandare al Quirinale uno normale”. In contrapposizione all’ipotesi che al Colle possa puntare Giorgia Meloni dopo le elezioni del 2027.

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“I prof sono complici”: momenti di tensione davanti alla scuola di La Spezia dove è stato accoltellato Youssef Abanoub

Vogliamo giustizia” è la scritta che aleggia sulle porte di scuola. Ad attaccare il foglio è stata una ragazza sulle spalle di un coetaneo, un gesto per arrivare più in alto e chiamare all’attenzione il mondo dei grandi. Nella mattina del 19 gennaio, un centinaio di giovani studenti e studentesse hanno manifestato di fronte all’ingresso dell’Einaudi-Chiodo di La Spezia per la morte di Youssef Abanoub, il 18enne accoltellato a morte nell’istituto ligure.

Dopo la tragedia c’è tensione in città. Il sindaco Pierluigi Peracchini, nonostante le iniziali riluttanze, ha proclamato lutto cittadino per il giorno dei funerali del giovane Youssef. Alla veglia organizzata dai coetanei e dalle coetanee del ragazzo non sono mancati momenti di tensione. Qualcuno ha portato cartelli che accusano direttamente il personale scolastico: “I prof sono complici”, si legge su uno di questi. Qualcun altro ha provato a bloccare l’ingresso dell’edificio, scontrandosi con un collaboratore scolastico: a placare gli animi ci ha pensato la Digos, provocando lo spavento e l’allontanamento di alcuni presenti.

La manifestazione si è conclusa al sotto al Tribunale spezzino. Dopodiché, le persone presenti si sono dirette all’obitorio, dove si trova ora Youssef: la salma del ragazzo è a disposizione della magistratura, che ne ha disposto l’autopsia. Le partecipazioni al corteo sono state centinaia: oltre che dall’istituto professionale, sono giunte presenze anche dai licei Mazzini e Fossati e da altri istituti superiori della città.

Il giorno prima, sul sito dell’istituto era stato pubblicato un comunicato scritto dalla preside Gessica Caniparoli, in cui veniva annunciato l’inizio del “percorso di elaborazione del tragico lutto che ha colpito la comunità scolastica”, con il sostegno del supporto psicologico.

Immagini prese dalle storie pubblicate sul profilo Instagram di Unione degli studenti La Spezia: @udslaspezia

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Altro che medico di campagna: Riccardo Szumski è piuttosto un politico in campagna

Il medico radiato Riccardo Szumski, a seguito della mia denuncia su queste pagine dell’inaccettabile aggressione contro la senatrice Sbrollini causata dalle critiche alla proposta assurda di istituire strutture sanitarie pubbliche dedicate a coloro che lamentano danni da vaccino in Veneto, ha deciso di rispondere anche a me. Non nel merito, intendiamoci bene; semplicemente reiterando proprio quel meccanismo di appello politico, di chiamata identitaria che ha utilizzato in precedenza contro la senatrice.

Vale la pena esaminare il suo messaggio sui social, non perché interessante per i contenuti, ma perché è un esempio didattico di come agisce la politica populista per creare consenso sui temi di sanità pubblica, che dovrebbero essere trattati in ben altro modo. Scrive dunque Szumski: “Il prof Enrico Bucci mi attacca su il Foglio per la richiesta di istituire in Veneto ambulatori per valutare i danneggiati da vaccino... Io che non sono altro che un medico di campagna gli rammento che in Italia la farmaco vigilanza attiva per qualsiasi vaccino (e non solo) non esiste, come dovrebbe essere, nemmeno per i vaccini obbligatori. Nella fattispecie del Covid poi l'obbligo era pure per poter lavorare e quindi doppiamente necessaria di vigilanza attiva... È qui mi fermo, perché uno che afferma che una trombosi post vaccino deve essere considerata una trombosi e basta e non un eventuale nesso causale con il vaccino, ha una visione analitica che non voglio comprendere...perché negante a prescindere! #duriaibanchi #szumskiresistereveneto“

  

 

Dunque, cominciamo – ignorando qualche sgrammaticatura dovuta evidentemente al mezzo utilizzato e alla fretta. L’apertura con “io che non sono altro che un medico di campagna” è da manuale: è una posa studiata per costruire una contrapposizione simbolica tra il medico “del popolo” e l’accademico, tra chi parla a nome di una comunità e chi rappresenterebbe un’élite distante che ignora “il popolo”. Peraltro, il cosiddetto “medico di campagna” è in politica da prima del 1994, anno in cui fu eletto infatti sindaco leghista di Santa Lucia del Piave. Politico è rimasto, visto che dopo due mandati da sindaco e una attiva militanza, oggi siede in consiglio regionale forte delle preferenze espresse per una sua lista personale; medico, invece, non lo è più, essendo radiato.

  

Altro che “medico di campagna”: qui abbiamo uno che da almeno tre decenni è in politica, volto noto ed eletto più volte. Ma dire “io sono un politico di lungo corso” non funzionava bene per parlare a quel “popolo” cui si rivolge il “medico di campagna”. Subito dopo la propria autodefinizione ad usum populi, compare un’affermazione che è semplicemente falsa: “in Italia la farmacovigilanza attiva non esiste”. La pagina dedicata del sito AIFA contiene la seguente frase: “Dopo l’autorizzazione all’immissione in commercio, ciascun lotto di vaccino è soggetto alle stesse regole di farmacovigilanza degli altri medicinali e il monitoraggio di sicurezza viene effettuato principalmente attraverso: la vaccinovigilanza attiva e passiva”. La farmacovigilanza attiva esiste, è regolata da norme europee e nazionali, è gestita da AIFA e dalle reti regionali, ed è stata ampiamente utilizzata proprio durante la campagna Covid. Il passaggio sull’obbligo lavorativo introduce poi un altro slittamento. L’obbligo viene usato come argomento morale per suggerire una colpa istituzionale generalizzata. Ma l’obbligo non crea automaticamente un nesso causale, né giustifica la costruzione di percorsi paralleli sottratti ai criteri ordinari di valutazione clinica. Qui si mescolano deliberatamente piani diversi per rafforzare una narrazione politica. Il punto più grave riguarda però la trombosi. Nel post si sostiene che io avrei affermato che “una trombosi post vaccino deve essere considerata una trombosi e basta” e che questo equivarrebbe a “negare a prescindere” ogni possibile legame causale. È una ricostruzione scorretta di ciò che ho scritto e, soprattutto, una caricatura del metodo medico.

  

Nel mio articolo ho detto l’esatto contrario: una trombosi potenzialmente collegata a un vaccino va trattata innanzitutto come trombosi, perché il primo dovere del medico è curare il paziente, non classificare politicamente l’evento. Come ho pure scritto, il nesso causale, se esiste, va valutato eventualmente dopo, con gli strumenti dell’epidemiologia e della farmacovigilanza. Questo è il fondamento stesso della medicina clinica, come chiunque abbia studiato da medico dovrebbe sapere. Attribuire automaticamente ogni trombosi temporalmente successiva a una vaccinazione a un effetto del vaccino è un salto logico che la medicina ha sempre evitato, proprio per non confondere coincidenza temporale e causalità. Trasformare il metodo della scienza in “visione negante” serve solo a spostare la discussione dal terreno delle prove a quello dell’accusa morale, ed è chiaramente ciò che il politico in questione intende fare per suscitare lo sdegno identitario dei suoi.

Se vi fossero dubbi, il dettaglio finale chiarisce definitivamente la funzione del post. Gli hashtag non servono a informare, servono a chiamare a raccolta. “#duriaibanchi” e “#szumskiresistereveneto” sono segnali identitari rivolti alla propria base politica. Il messaggio non è indirizzato a chiarire una questione scientifica, ma ad attivare una comunità contro un bersaglio. Il risultato è infatti immediato: nei commenti compaiono accuse di malafede, allusioni penali, insulti. È lo stesso schema già visto nel caso della senatrice Sbrollini: critica pubblica, post identitario, mobilitazione aggressiva della base. È l’uso sistematico della disinformazione e della caricatura per trasformare una discussione scientifica in uno scontro di appartenenze, nel quale l’avversario viene delegittimato e consegnato a una folla digitale. Ed è esattamente la stessa logica che attraversa la mozione sugli ambulatori per i “danneggiati da vaccino”: creare una categoria simbolica, accreditarla politicamente, usare il linguaggio della sanità per consolidare un campo identitario. Altro che “medico di campagna”: abbiamo un altro esempio di “politico in campagna”, elettorale e permanente. Ma davvero vogliamo che l’Italia sia ridotta a provincia del MAGAstan?

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40 Hong Kong semi-private schools eye more non-local pupils in education hub push

More than half of Hong Kong’s 78 semi-private schools have applied to increase class sizes and student numbers to admit more non-locals as part of the city’s drive to become an international education hub. The Education Bureau said on Monday that it has received an “enthusiastic response” to its earlier invitation to all Direct Subsidy Scheme (DSS) schools to take in more non-local pupils. The initiative, first outlined in Chief Executive John Lee Ka-chiu’s policy address last year, allows DSS...

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Cambodia’s cyberscam crackdown frees 400 Indonesians from criminal networks

Cyberscam networks in Cambodia have freed more than 400 Indonesians this month, Jakarta said on Monday, after Phnom Penh announced a fresh crackdown on the illicit industry. Scammers working from hubs across Southeast Asia, some willingly and others trafficked, lure internet users globally into fake romances and cryptocurrency investments, netting tens of billions of dollars each year. Some foreign nationals have left suspected scam compounds across Cambodia this month as the government pledged...

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Ricerca: da Fondazione Airc 142 milioni di euro

142 milioni di euro per sostenere 676 progetti di ricerca, 98
borse di studio e 5 programmi speciali ospitati da circa 100 istituzioni prevalentemente pubbliche come università, ospedali e centri di ricerca diffusi sul territorio nazionale: ecco le cifre dell’impegno di Airc per questo 2026.

Sono circa cinquemila ricercatrici e ricercatori che, sostenuti da Airc, sono al lavoro nel nostro paese per rispondere a domande sulle cause dell’insorgenza e la progressione della malattia, per mettere a punto terapie immuno-mirate, fondamentali per il trattamento dei tumori avanzati, per sviluppare metodi diagnostici ultra-precoci e approcci preventivi specifici. Il loro impegno contribuisce a costruire risultati tangibili. Impegno che si completa con il sostegno a Ifom, Istituto di Oncologia Molecolare della Fondazione, centro avanzato dedicato allo studio dei meccanismi molecolari alla base dei tumori.

«AIRC contribuisce alla ricerca sul cancro sostenendo un vero e proprio ecosistema diffuso sul territorio nazionale, dedicato alla ricerca di frontiera e alla formazione di giovani ricercatori operanti all’interno di gruppi affermati, o capaci di esprimere progettualità indipendenti. Promuoviamo innovazione, sinergia e crescita delle competenze» spiega la direttrice scientifica di Fondazione Airc, Anna Mondino (qui il video) «I nostri ricercatori si interrogano sulle componenti genetiche e metaboliche alla base dell’insorgenza e della progressione del tumore e dello sviluppo delle metastasi. Inoltre, lavorano sulla rilevanza di bersagli molecolari per inediti approcci diagnostici e terapeutici, e su come abbattere la resistenza a terapie consolidate e promuovere trattamenti di nuova generazione in grado di ottenere risposte più efficaci. Nei progetti finanziati i ricercatori usano tecnologie avanzate e approcci anche guidati dall’intelligenza artificiale, per esempio per studi clinici con i pazienti su terapie più precise e mirate. Per la selezione dei progetti e l’attribuzione dei finanziamenti, revisori esperti valutano l’innovatività, l’originalità e la fattibilità delle idee e la maturità del profilo scientifico dei proponenti. La selezione competitiva affidata a esperti indipendenti è effettuata in base al metodo internazionale del ‘peer review’, condiviso dalla comunità scientifica internazionale. Il nostro obiettivo è generare, tramite la ricerca, nuova conoscenza, declinabile in speranza e opportunità concrete di prevenzione, diagnosi e cura per la comunità».

Con Le Arance della Salute riparte la raccolta fondi di Fondazione AIRC. Sabato 24 gennaio, in migliaia di piazze in tutta Italia, le volontarie e i volontari distribuiranno reticelle di arance rosse (donazione minima 13 euro), vasetti di marmellata di arance rosse (8 euro) e di miele di fiori d’arancio (10 euro), insieme a una guida pensata per aiutare i cittadini a orientarsi tra informazioni affidabili e false credenze su alimentazione e comportamenti salutari. Inoltre, venerdì 23 e sabato 24 gennaio, studenti, insegnanti e genitori saranno protagonisti di “Cancro io ti boccio”, un progetto di cittadinanza attiva di Fondazione AIRC che promuove volontariato, divulgazione scientifica e cultura della prevenzione. Ogni informazione e la piazza più vicina si possono trovare su airc.it

Foto di Fondazione Airc

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Trump chiede un miliardo per entrare nel comitato per il Medio Oriente, speriamo che Meloni declini

Giorgia Meloni ieri aveva appena finito di vantare l’onore ricevuto con l’invito al comitato che dovrebbe gestire il futuro del Medio Oriente, il famigerato «Board of peace» in cui Donald Trump avrà potere di veto su qualsiasi decisione, quando sulla stampa internazionale ha cominciato a circolare la notizia secondo cui il presidente degli Stati Uniti, a chi vorrà far parte del suddetto comitato in forma permanente, chiederà niente di meno che un miliardo, da versare entro il primo anno, pena il mancato rinnovo dell’iscrizione.

Onestamente, come palestra per l’ego della nostra presidente del Consiglio, mi pare un po’ esosa. Visto anche quello che fin qui hanno saputo fare per la pace a Gaza Trump e Netanyahu (anche lui invitato a entrare nel club), penso d’interpretare il parere di tutti gli elettori, e specialmente di tutti i contribuenti italiani, nell’auspicare che Meloni trovi altri e meno costosi modi per passare il suo tempo libero, augurandole con tutto il cuore di averne sempre di più.

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Dopo il solare, le reti. L’Europa sbarra ancora la strada alla Cina

Fossero stati solo i pannelli solari, sarebbe finita lì. Invece no, stavolta la posta in gioco è più alta. Dopo aver messo al bando il fotovoltaico made in China, grazie all’esempio italiano, l’Europa dà un altro giro di manovella e allarga lo spettro dei prodotti sgraditi sul suolo del Vecchio Continente. Non è un mistero, è l’onda lunga degli Stati Uniti, che da quando Donald Trump ha rimesso piede alla Casa Bianca, hanno piano piano costruito una gabbia a protezione dell’industria americana. Chiedendo ai loro alleati di fare altrettanto, o provarci almeno.

Uno dei casi più eclatanti è Pirelli. Il produttore di pneumatici italiano entro poche settimane dovrà liberarsi dell’azionista cinese Sinochem, oggi innocuo dal punto di vista decisionale ma pur sempre presente nel capitale. Pena, la parziale estromissione dal mercato americano, che per la Bicocca vale un quinto dei ricavi (a marzo scatterà il bando statunitense che impedisce a imprese partecipate da soggetti cinesi di vendere tecnologia ai costruttori americani). Adesso, dopo i pannelli solari tagliati fuori dagli incentivi al fotovoltaico, Bruxelles è pronta ad alzare il tiro, chiamando in causa altri comparti industriali, non meno strategici del poc’anzi citato.

Domani, infatti, dovrebbe finire sul tavolo della Commissione europea, la proposta di quest’ultima mirante a eliminare gradualmente le apparecchiature di fabbricazione cinese dalle infrastrutture critiche dell’Ue, come le telecomunicazioni. Dunque, escludendo aziende come Huawei e Zte dalle reti, dai sistemi di energia solare e dagli scanner di sicurezza. Un’accelerazione, piuttosto improvvisa, che arriva in un momento in cui la stessa Europa sta riconsiderando la sua dipendenza dalle grandi aziende tecnologiche statunitensi e dai fornitori cinesi, considerati ad alto rischio per l’utilizzo dei dati sensibili raccolti.

Secondo quanto affermato dai funzionari Ue, la proposta dovrebbe rendere obbligatorio per i Paesi membri un regime volontario, in parte già esistente, volto a limitare o escludere i fornitori ad alto rischio dalle loro reti. Attenzione, tutto è ancora sulla carta. Quello di Bruxelles, almeno per il momento, è un segnale più politico che altro, dal momento che tutto dovrà poi passare dal parere e dunque dal voto, degli stessi governi europei. Ma certamente, il nuovo colpa di gas dà la cifra circa le intenzioni dell’Europa verso la Cina, rea peraltro di aver messo sotto pressione come non mai il mercato dell’auto, in seguito all’avanzata inarrestabile di unicorni come Byd e Catl.

Questo il fronte europeo. In Cina, invece, è tempo di fare i conti. Il Pil del Dragone nel 2025 è cresciuto del 5%, centrando l’obiettivo ufficiale di Pechino di una crescita di circa il 5%. Questo nonostante la guerra commerciale innescata dal presidente americano Trump, con una forte espansione delle esportazioni. Ma non è tutto oro quel che luccica. Nell’ultimo trimestre, tuttavia, secondo i dati diffusi dall’Ufficio nazionale di statistica, il Pil si è attestato a +4,5% su base annua. Si tratta di un rallentamento rispetto al 4,8% del terzo trimestre, il dato più debole dal primo trimestre del 2023, quando la crescita si era attestata anch’essa al 4,5%.

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USA-Cina: come sta andando la partita commerciale delle superpotenze

Fosse una partita di calcio il 2025 avrebbe visto prevalere Pechino su Washington per 5 a 2. Sono i rispettivi punti di crescita di Pil delle due superpotenze globali, con il Financial Times che ha reso noti oggi i dati definitivi cinesi. Ecco perché l’amministrazione Trump continua a sgomitare commercialmente con dazi a mazzi e iniziative geopolitiche sui generis come quelle in atto in Venezuela e Groenlandia.

Articolo pubblicato su The Watcher Post.

Cina in netto vantaggio negli scambi commerciali
Per il commercio internazionale cinese il 2025 è stato l’anno del record storico del surplus (export meno import): 1,2 trilioni di $. Il risultato fatto segnare dagli USA è di segno opposto. Il saldo commerciale 2025 è risultato negativo per 1,1 trilioni di $. Questi numeri a specchio ci aiutano a capire meglio cosa stia muovendo le scelte americane di politiche internazionale. E il dato relativo al solo export ce ne dà ulteriore conferma: Pechino ha visto crescere le sue esportazioni 2025 del 6,1%, portandole a quota 3,77 trilioni di $, mentre gli Stati Uniti si sono fermati a quota 2,1 trilioni di $.

Cosa comporta l’andamento della partita
La politica cinese di raffreddare le importazioni continua: lo scorso anno sono cresciute di appena lo 0,5%. I dati ufficiali delle Dogane cinesi mostrano come il saldo commerciale positivo sia quasi raddoppiato dal 2021 al 2025, passando da 676 miliardi di $ a 1190 miliardi di $. Il balzo è frutto della diversificazione geografica delle vendite cinesi all’estero, non più focalizzate sul mercato americano, ma dirottate verso l’Unione europea, l’ASEAN, l’Africa e l’America Latina. Se si prende in considerazione la sola relazione commerciale diretta tra Cina e USA, Pechino esporta negli USA beni per 430 miliardi di $, mentre Washington appena 150 miliardi di $ (che in termini calcistici sarebbe un 3-1). Lato saldo commerciale diretto nel confronto diretto gli USA perdono 280 miliardi di $. Oggi per il commercio cinese gli USA valgono appena l’8,8% del totale. Inforcando gli occhiali di Washington il deficit commerciale con la Cina è in rapido raffreddamento, ma resta significativo. A dicembre 2025 le importazioni USA dal Dragone sono calate di circa il 30%. Parte di questa riduzione (oltre un terzo) è però solo apparente, frutto di triangolazioni via Vietnam, Messico e Sud-Est asiatico. il deficit complessivo USA resta alto perché le importazioni si sono semplicemente spostate dalla Cina verso altri Paesi, e non perché ne sia diminuito il consumo. Ciò significa che i dazi USA hanno ridotto il peso diretto della Cina, ma non il deficit complessivo. E soprattutto che la dipendenza reciproca Washington-Pechino sia in netto calo. A discapito della necessità di dialogo e collaborazione.

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Tre Archetipi Lavorativi e la Figura del Super-Tecnico

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Ogni tipo di lavoro può essere analizzato rispetto a tre principali archetipi: il tecnico, il commerciale e il manager. Non importa in quale settore. Ogni lavoro è costituito da questi tre elementi. Assieme questi elementi permettono ad un business di funzionare.

In italia abbiamo un problema culturale di fondo con la figura del tecnico. Nello specifico, è difficile crescere a livello lavorativo (e quindi di salario) senza trasformarsi in un commerciale o in un manager. La cultura non permette la creazione di "super-tecnici", ovvero di tecnici con un livello di competenze estremamente elevato.

La mancanza della figura del super-tecnico, secondo me, rende più difficile una vera innovazione dal punto di vista tecnologico. Per migliorare la situazione abbiamo bisogno di più incentivi per le figure tecniche.

Voi che ne pensate?
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Allerta rossa al Centro-Sud: il ciclone Harry su Calabria, Sicilia e Sardegna. Scuole chiuse, possibili nevicate

Forte ondata di maltempo al Centro-Sud, soprattutto in Calabria e nelle isole. L’arrivo del “ciclone Harry” sta portando venti di scirocco fortissimi,- fino a sessanta nodi – nubifragi e onde addirittura a sei metri di altezza. In numerose città chiuse le scuole e le università in via precauzionale. Per lo stesso motivo attivati i Centri operativi comunali. Attese anche in alcune zone leggere nevicate, anche a bassa quota. I plessi scolastici sono stati chiusi in numerose città, tra cui: Crotone, Catanzaro, Messina, Catania, Agrigento e Cagliari.

L’allerta rossa è stata diramata in Sardegna, quella gialla in Calabria e in Sicilia. Il capo del Dipartimento della Protezione Civile Fabio Ciciliano ha presieduto a Roma la riunione dell’unità di crisi in collaborazione con le strutture operative delle regioni interessate. La situazione è costantemente monitorata e sono già state attuate le tradizionali misure precauzionali, mentre Anas ha annunciato il potenziamento della sorveglianza lungo la rete stradale delle tre regioni, soprattutto nelle aree costiere e in quelle più esposte al rischio idrogeologico.

Dalle previsioni degli esperti, il maltempo sarebbe legato a una circolazione depressionaria proveniente dal Nord Africa che porterebbe verso l’Italia delle correnti umide di Scirocco. Sono attese delle precipitazioni da record nelle zone interessate dal maltempo. Tra lunedì 19 e sabato 20 le raffiche di vento raggiungeranno un picco di 100 km/h, soprattutto sui versanti orientali. In alcune aree del sud-est sardo, della Calabria ionica e della Sicilia orientale (Catania, Messina, Siracusa, Ragusa) sono attese piogge ad oltre 200 millimetri in poche ore. Per questo motivo, la Protezione civile siciliana ha già diramato la pre-allerta. Nelle Eolie alcuni traghetti sono stati annullati e molti stabilimenti balneari – come i lidi di Taormina e Giardini Naxos – hanno realizzato delle barriere di sabbia a protezione delle strutture. Il sindaco di Lipari Riccardo Gullo ha disposto la chiusura delle scuole per due giorni e la chiusura di alcune strade litoranee.

In Sardegna l’allerta rossa entrerà in vigore dalle 21 di oggi 19 gennaio e durerà tutta la giornata di domani. Nel comune di Quartu Sant’Elena è stato redatto il piano di prevenzione alla presenza del sindaco, dei dirigenti comunali e delle associazioni di Protezione Civile territoriali. A seguito dell’incontro sono stati chiusi tutti i plessi scolastici – di qualsiasi grado, sia pubblici e privati – e tutte le aree all’aperto. Raccomandate, invece, le sospensioni delle attività di cantiere e la messa in sicurezza dei mezzi e dei materiali in vista delle bufere. Si invita, inoltre, la cittadinanza a limitare gli spostamenti il più possibile. Anche qui l’attenzione è rivolta soprattutto alle zone costiere, dove il rischio mareggiate rimane alto.

In Calabria l’allerta arancione interessa il crotonese e la zona di Catanzaro. Il bollettino diffuso dalla Protezione Civile e dall’Arpacal parla di “intensa attività elettrica. Venti di burrasca con rinforzi fino a burrasca forte o tempesta a prevalente componente orientale. Mareggiate lungo le coste esposte”. Per oggi sono previste nei settori ionici delle forti mareggiate con onde alte fino ai 3,2 metri.

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“Barbareschi dovrebbe restituire quegli 8 milioni di euro al Ministero della Cultura che glieli ha anche chiesti”: Ranucci affonda, poi passa la linea al conduttore

“Vorrei ringraziare il grande conduttore di Report e ricordargli che mi chiamo Luca Barbareschi. Lui fa fatica a dirlo, gli costerebbe poco dire che dopo il suo programma c’è il nostro”, aveva tuonato il conduttore di “Allegro ma non troppo attaccando apertamente Sigfrido Ranucci. Una disputa a distanza continuata sette giorni dopo con la replica del giornalista alla sfuriata dell’ex parlamentare, deputato dal 2008 al 2013 in quota centrodestra.

In chiusura di puntata, con un blocco lungo dieci minuti, Ranucci ha ricordato che Barbareschi “si era lamentato che non l’avevamo lanciato. E fin qui è legittimo e gli chiedo anche scusa. Il problema è che poi si è lasciato anche andare ad un commento sopra le righe“. E il commento dell’attore era stato questo: “Il suo consulente commerciale è quello che mi sta spiando da due anni, l’ho letto sui giornali, per questo verrà querelato. Watch out baby. Stai attento!”.

Parole a cui il conduttore di “Report” ha replicato in modo chiaro e netto: “Questo non è vero. L’errore in buona fede di Barbareschi nasce dal fatto che si è documentato sui giornali sbagliati, quelli del gruppo Angelucci (Il Giornale, Libero, Il Tempo), che hanno orchestrato una campagna di fango nei confronti di Report e del sottoscritto, strumentalizzando una disavventura che è capitata al nostro Bellavia”.

Bellavia, consulente di Report e per anni di diverse Procure, è stato vittima di furto delle sue carte e del suo materiale che, precisa Ranucci, “non ha nulla di segreto”. Tra le inchieste sottratte risulta anche il nome di Barbareschi per una vicenda del 2022, puntata in cui “Report” aveva intervistato proprio l’attore: “Vorrei tranquillizzare Luca Barbareschi: nessuno l’ha spiato, in quelle carte non c’è nulla di eversivo, se non la lettura dei bilanci dell’Eliseo, teatro tra i più importanti d’Italia, di cui lui è proprietario. Ce ne eravamo occupati nel 2022, lo ricorderà perché ci aveva anche minacciato già allora di una querela“.

Ranucci ha trasmesso nuovamente l’inchiesta che si era soffermata sui 13 milioni di euro che l’Eliseo aveva ottenuto in cinque anni come finanziamenti pubblici e soprattutto su “un emendamento bipartisan con cui il Parlamento nel 2017 aveva finanziato per 8 milioni di euro il centenario dell’Eliseo, centenario già festeggiato nel 2000”. Da qui la stoccata finale del padrone di casa: “Barbareschi dovrebbe restituire quegli 8 milioni di euro al Ministero della Cultura che glieli ha anche chiesti però Barbareschi si è rifiutato e ha aperto l’ennesimo procedimento questa volta in sede civile. Ora Allegro Ma Non Troppo può cominciare”.

“Ora Barbareschi dovrebbe restituire quegli 8 milioni di euro al Ministero della Cultura, che glieli ha anche chiesti, però Barbareschi si è rifiutato e ha aperto l’ennesimo procedimento, questa volta in sede civile. Ora Allegro ma non troppo può cominciare”
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— Bettybus (@EBustreo) January 19, 2026

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Verso Milano-Cortina, il punto sugli azzurri: le medaglie di short track e pattinaggio, le prime volte dello sci e il ritorno di Brignone

Settimana ricca di vittorie e podi per gli sport invernali azzurri. Agli Europei di short track e pattinaggio di figura l’Italia ha conquistato 11 medaglie, a cui si aggiungono 13 podi nei circuiti di Coppa del Mondo. Per un totale di 24 che migliora il primato stagionale di 20 stabilito nella seconda settimana di dicembre, ma che non deve illudere, in quanto sia agli Europei di short track sia a quelli di pattinaggio di figura, per ovvie ragioni, mancavano alcuni atleti di calibro mondiale. Rimane, però, un ottimo bilancio, a meno di tre settimane dall’inizio dei Giochi Invernali di Milano Cortina 2026.

Short track

Agli Europei di short track di Tilburg (Paesi Bassi) gli azzurri hanno vinto otto medaglie, di cui due ori. Arianna Fontana si è imposta nei 1.500 metri, archiviando il 15esimo titolo continentale della carriera, con bronzo per Arianna Sighel. L’altro oro è stato vinto dalla staffetta maschile di Pietro Sighel, Thomas Nadalini, Luca Spechenhauser e Andrea Cassinelli, che in finale hanno regolato gli olandesi. Una doppia medaglia è arrivata anche nei 1.000 metri maschili, con Spechenhauser argento e Nadalini bronzo. Quest’ultimo è arrivato terzo pure nei 1.500 metri. Piazzamento ottenuto anche da Elisa Confortola nei 1.000 metri. Infine, nella staffetta femminile l’Italia di Martina Valcepina, Chiara Betti, Fontana e Confortola si è presa l’argento, cedendo solo ai Paesi Bassi.

Sci alpino

Il weekend delle prime volte dello sci alpino azzurro è iniziato venerdì con il trionfo di Giovanni Franzoni nel super G di Wengen (Svizzera). Il gardenese ha conquistato il primo successo in carriera e il primo del settore maschile in questo inverno, riportando l’Italia sul gradino più alto del podio nel mitico tracciato svizzero dopo 13 anni. Vittoria che poi ha condito con il terzo posto in discesa, con Dominik Paris, sesto a soli sei centesimi da lui. Prima volta anche per Nicol Delago, che a Tarvisio ha vinto la discesa femminile, con sesta Laura Pirovano e decima Nadia Delago. Nel super G la miglior azzurra è stata Sofia Goggia, sesta. Intanto, la piacevole novità riguarda Federica Brignone, che è iscritta al gigante di Kronplatz e tornerà in Coppa del Mondo 292 giorni dopo il terribile infortunio.

Snowboard

Lo snowboard alpino ha vissuto due tappe di Coppa del Mondo. Nella prima a Bad Gastein (Austria), l’Italia ha vinto sia al maschile che al femminile. Nello slalom parallelo, specialità non olimpica, si sono imposti Maurizio Bormolini e Lucia Dalmasso. Quest’ultima si è ripetuta il giorno dopo con Aaron March, trionfando nella prova a squadre. Gara in cui Gabriel Messner e Jasmin Coratti hanno chiuso terzi. Nel weekend, a Bansko (Bulgaria), Elisa Caffont ha conquistato il secondo successo stagionale e della carriera, imponendosi nel gigante parallelo, con quarta Dalmasso. Nello snowboard cross, in scena a Dongbeiya (Cina), Lorenzo Sommariva è arrivato quarto, con sesto Filippo Ferrari; mentre al femminile Michela Moioli aveva chiuso quinta, ma è stata retrocessa all’ottavo posto dalla giuria per un contatto con la ceca Eva Adamczykova.

Pattinaggio di figura

Agli Europei di pattinaggio di figura di Sheffield (Gran Bretagna) l’Italia ha conquistato tre medaglie. Nella danza a coppie Charlène Guignard e Marco Fabbri hanno vinto l’argento, piazzando il primato stagionale sia nella rhythm dance sia nella routine libera. Nel singolo maschile anche Matteo Rizzo si è preso l’argento, grazie a un programma libero praticamente perfetto, con cui ha recuperato due posizioni rispetto al corto. Bronzo, invece, per Lara Naki Gutmann nella gara femminile, che ha riportato l’Italia sul podio europeo otto anni dopo Carolina Kostner.

Biathlon

Dopo 34 anni, l’Italia è tornata in testa alla classifica generale nel biathlon maschile. Merito di Tommaso Giacomel che, dopo le tre vittorie consecutive tra Le Grand Bornard e Oberhof, ha trovato il quarto podio di fila a Ruhpolding (Germania). L’azzurro, nonostante un errore al poligono, ha chiuso secondo la sprint e nell’inseguimento ha visto svanire la top-3 nel rettilineo finale, dove è stato superato da due rivali piazzandosi quinto. In classifica, Giacomel ha un vantaggio di 82 punti sul francese Eric Perrot.
Due podi sono arrivati anche al femminile, con Lisa Vittozzi terza nella sprint e con la staffetta seconda, a un soffio dal successo. Le azzurre dopo una prova di squadra praticamente perfetta hanno visto svanire la vittoria nel rettilineo finale, complice la rimonta della norvegese Maren Kirkeeide su Vittozzi.

Sci di fondo

Nella sprint in pattinato di Oberhof (Germania) Federico Pellegrino ha accarezzato la vittoria. In assenza di Johannes Klaebo, il valdostano è arrivato secondo dietro all’altro norvegese Lars Heggen, abile a chiudere la porta all’azzurro nell’ultima curva. Molto bene anche Iris De Martin Pinter, che al femminile ha chiuso sesta con rimpianti, visto che in finale è caduta quando si trovava in terza piazza. L’azzurra, però, ha riportato l’Italia in finale in una sprint dopo oltre cinque anni. Ha mancato il primo podio per soli 3”, invece, Elia Barp, che nella 10km con partenza intervalli in classico è arrivato quarto, con Pellegrino ottavo e Davide Graz decimo.

Sci alpinismo

A Courchevel (Francia), nel secondo appuntamento stagionale dello sci alpinismo Giulia Murada si è confermata sul podio nella sprint, specialità che sarà olimpica a Bormio. Un terzo posto pesante perché arrivato con tutte le avversarie presenti, a differenza di dicembre, quando chiuse seconda a Solitude (Usa), nella prima tappa di Coppa del Mondo. La valtellinese, poi, è arrivata quinta nel Vertical, davanti ad Alba De Silvestro.

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Anche i compagni di Youssef sono vittime indirette dell’omicidio: ora una riparazione psicologica

di Melania Scali*

Il recente omicidio di un giovane a La Spezia da parte di un compagno di scuola lascia sgomenta l’opinione pubblica e alza il tono delle reazioni politico-istituzionali, prospettando inasprimenti delle pene e la necessità di irrigidire i sistemi di controllo nei contesti di vita dei ragazzi, come la scuola.

Dare risposte adeguate non può che avere come presupposto l’adozione di strumenti di comprensione dei fenomeni, riferimenti teorico-scientifici ancorati a prassi metodologico-operative consolidate ed efficaci. Altrimenti il rischio è che, passato l’impatto emotivo di questo drammatico omicidio, si ritorni nel nostro Paese a una mancata visione complessiva sulla devianza minorile e sulle strategie di intervento preventive e responsabilizzanti.

Chiedersi come mai un ragazzo uccida un suo coetaneo implica innanzitutto una considerazione preliminare, ovvero che nella maggior parte dei casi gli adolescenti che commettono questo tipo di reati non presentano un disturbo psicopatologico. I fattori e i rischi che generano la violenza tra coetanei, infatti, non sono né lineari né unidirezionali, ma presentano piuttosto un carattere interattivo e agiscono attraverso forme di reciprocità circolari, che si modificano non solo in relazione ai diversi contesti d’azione e ai sistemi di appartenenza, ma anche nel tempo, costruendosi cioè in modo processuale.

Allora, cosa chiedersi da un punto di vista psicologico per comprendere le motivazioni di un gesto di tale portata? Per esempio, qual è stata la capacità di questo ragazzo di prevedere le conseguenze delle proprie azioni: parrebbe che avesse con sé un coltello e, dunque, cosa immaginava potesse accadere qualora l’avesse utilizzato? A quale rappresentazione di sé e dei rapporti interpersonali rimanda il portare con sé un oggetto teso a offendere? I due ragazzi frequentavano la stessa scuola, si conoscevano; quale rappresentazione aveva l’autore di questo terribile reato del ragazzo ucciso? Se, come riportato da alcuni organi di informazione, la motivazione fosse legata a una ragazza, quali rappresentazioni dei rapporti sentimentali e dell’idea della donna emergono? Quale gestione della frustrazione psico-relazionale caratterizza questo ragazzo?

Ma ci sono anche altri adolescenti, ossia i ragazzi che frequentano quella scuola. Adolescenti vittime indirette di un gesto così tragicamente violento. Il loro contesto di vita quotidiana, la scuola, è stato violato da un’azione violenta, traumatica, irreversibile. Questo delitto ha anche loro come vittime: gli studenti che vi hanno assistito e l’intera comunità scolastica. Un luogo di vita quotidiano dove i ragazzi, oltre alle competenze di apprendimento nozionistico, esercitano abilità relazionali, emotive e gruppali.

Un contesto che è stato ferito profondamente e che necessita di una riparazione psicologica, emotiva e relazionale, nella quale la partecipazione attiva di tutti (ragazzi, insegnanti, operatori scolastici, familiari) sia orientata da interventi specialistici, tesi da una parte ad attenuare gli effetti traumatici e, dall’altra, a promuovere una responsabilizzazione dell’autore del reato, nel quadro delle decisioni giudiziarie che riguarderanno il reo.

Allargando lo sguardo, per restituire senso all’accaduto è necessario che gli episodi si traducano in scelte precise e coerenti da parte delle diverse istituzioni coinvolte, ovvero: interventi di aggiornamento scientifico sul tema; formazione degli adulti che rappresentano i principali contesti di osservazione di questi ragazzi (genitori, insegnanti, figure significative della comunità, gli stessi adolescenti, ecc.); nuove esperienze di socializzazione e condivisione tra pari che “allenino” anche le capacità empatiche tra coetanei.

Le norme penali in vigore sono tra le più moderne ed efficaci per il contenimento della recidiva in adolescenza. “Militarizzare” l’ambiente scolastico, come si invoca in questi giorni — ad esempio attraverso l’installazione di metal detector nelle scuole — significa dunque non avere piena consapevolezza delle motivazioni che sottendono gli agiti adolescenziali, per quanto gravi e drammatici. Ma, soprattutto, significa sprecare un’ulteriore occasione per agire in modo concreto e incisivo sul terreno della prevenzione, l’unico vero argine ai comportamenti devianti dei ragazzi.

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Consigliera Ordine degli Psicologi del Lazio

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Allenamento intenso e malattie autoimmuni: uno studio mostra un effetto sorprendente sui muscoli fragili

Una ricerca del Karolinska Institutet svedese suggerisce alle persone affette da malattie muscolari autoimmuni sessioni di ginnastica brevi e ad alta funzionalità. Secondo gli scienziati, la funzione muscolare migliorerebbe senza aumentare il danno infiammatorio. Tra le malattie muscolari autoimmuni elenchiamola polimiosite e la dermatomiosite, sforzi intensi erano associati a un aggravamento dell’infiammazione muscolare. La ricerca svedese rivede questa definizione con dati alla mano.

Lo studio ha coinvolto 23 adulti con diagnosi recente di miopatia infiammatoria. I volontari sono stati divisi in due gruppi, il primo eseguiva esercizio moderato a domicilio. Il secondo, invece, allenamenti intensi controllati, HIIT, tre volte a settimana per 12 settimane. Ogni sessione prevedeva sei sprint da 30 secondi su cyclette, due minuti di intervallo con pedalata leggera. L’esperimento ha adottato carichi adatti alle capacità individuali (personalizzati) e monitoraggio della frequenza cardiaca. I risultati si sono visti dopo tre mesi, vediamoli insieme.

allenamento intenso e malattie muscolari autoimmuni

Sport personalizzato e monitorato per muscoli fragili, ecco tutti i risultati dei test sui due gruppi e le conclusioni. Si vogliono superare altre frontiere con le malattie autoimmuni

Il gruppo HIIT ha migliorato la capacità aerobica fino al 16% e la resistenza fino a esaurimento del 23%. Questi risultati sono il doppio rispetto al gruppo moderato, di esercizi più lievi in contesto domestico. Le biopsie muscolari hanno evidenziato una maggiore attivazione delle proteine mitocondriali, importanti nella produzione di energia. I marcatori ematici, invece, non hanno rilevato danni muscolari o altri segnali clinici preoccupanti. Significa che sport intenso supervisionato e con approccio personalizzato è fattibile con le malattie muscolari autoimmuni, anzi si è registrato anche il ripristino dei meccanismi energetici cellulari.

Sono tutte informazioni importanti per migliorare la salute nonostante la presenza di una malattia autoimmune. Il movimento evita il sovrappeso, la mancanza di agilità, fiato e energia anche in azioni semplici come camminare, salire le scale o svolgere attività domestiche. Cuore e livelli di stress risultano migliorati dall’attività fisica che richiede impegno energetico.

Gli esperti sottolineano che l’allenamento intenso non è adatto a tutti. Con le malattie autoimmuni alcuni monitoraggi rimangono necessari, nonostante i risultati positivi dell’esperimento. Il punto forte della strategia sono la personalizzazione e la supervisione, che possono essere applicati anche dove non si fanno esercizi intensi come l’HIIT, ma più lievi e costanti, sempre dove è possibile eseguirli e senza contrastare le terapie in corso.

Allenamento intenso e malattie autoimmuni: uno studio mostra un effetto sorprendente sui muscoli fragili è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Daniela Giannace

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Putin invited to Trump’s ‘Board of Peace’ on Gaza and global conflict, Kremlin says

Russian President Vladimir Putin has been invited to join US President Donald Trump’s “Board of Peace” aimed at resolving conflicts globally and overseeing governance and reconstruction in Gaza, the Kremlin said on Monday. Moscow for years tried to balance relations with all major players in the Middle East – including Israel and the Palestinians. But since the Israel-Gaza war and Russia’s assault on Ukraine, Putin has moved away from Israel, boosting ties with its foes like Iran. Moscow has...

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Hong Kong Housing Authority members urge clarity on Tai Po rental site swap

Members of Hong Kong’s Housing Authority have urged the government to clarify how a proposal to resettle residents displaced by the deadly Wang Fuk Court fire in Tai Po at a site designated for public rental flats will not impact the thousands currently on the waiting list. They made the call on Monday during a meeting of the public body, during which Secretary for Housing Winnie Ho Wing-yin identified the site, also in Tai Po, as a “good choice” for the long-term resettlement of the 5,000-odd...

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China’s Unitree ships more than 5,500 humanoid robots in 2025, surpassing US peers

China’s Unitree Robotics shipped more than 5,500 humanoid robots in 2025, according to a person with knowledge of the matter, as the Hangzhou-based company ramped up production ahead of its planned listing on the mainland. That number – covering “pure” full-body, bipedal humanoid models – exceeded those of its American peers such as Tesla, Figure AI and Agility Robotics, which shipped 150 humanoid robots each last year, according to market research firm Omdia. Unitree saw its annual output...

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Bollettino della qualità dell'aria - 18-01-2026 - rete regionale - Comune: LIVORNO, Zona omogenea: Zona Costiera

STAZIONE COMUNE ZONA PM10
µg/m³
Media G.
PM10
Nro.super.ti
PM2.5
µg/m³
Media G.
NO2
µg/m³
Max O.
SO2
µg/m³
Max O.
CO
mg/m³
Max m.m.8h
Benzene
µg/m³
Media G.
H2s
µg/m³
Max O.
GR-MAREMMA GROSSETO Zona Costiera - - - 4 - - - -
LI-CARDUCCI LIVORNO Zona Costiera 10 0 6 29 - 0.5 - -
GR-URSS GROSSETO Zona Costiera 11 0 8 17 - - - -
MS-COLOMBAROTTO CARRARA Zona Costiera 14 0 - 24 - - - -
LU-VIAREGGIO VIAREGGIO Zona Costiera 15 0 11 52 - - - -
GR-SONNINO GROSSETO Zona Costiera 17 1 - 55 - - - -
MS-MARINA-VECCHIA (Attiva dal 28/04/2015) MASSA Zona Costiera 21 0 14 41 - - - -
LI-LAPIRA LIVORNO Zona Costiera 8 0 - 10 1.7 - 0.4 -
LI-COTONE PIOMBINO Zona Costiera 8 0 - 16 - 0.4 - -
LI-CAPPIELLO LIVORNO Zona Costiera 8 0 5 11 - - - -
LI-PIOMBINO-PARCO-VIII-MARZO PIOMBINO Zona Costiera 9 0 - 21 - - - -
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Intitolata a Francesco Bianchi la palestra in via del Bastione

Livorno, 19 gennaio 2026 – Si è svolta questa mattina l’intitolazione della palestra Bastione in via del Bastione a Francesco Bianchi arbitro internazionale di pallacanestro, contraddistintosi per i risultati ottenuti e le azioni di pregio nell’ambito dell’arbitraggio della pallacanestro a livello nazionale e internazionale. La richiesta è stata presentata dalla figlia Antonella Bianchi. La cerimonia è stata presieduta dal sindaco Luca Salvetti. Francesco Bianchi (9/12/1926 – 19/01/2007) è stato un esponente di spicco del basket italiano con specifico riferimento all’arbitraggio. Oltre ad aver arbitrato in gare italiane di Serie A, e coppe internazionali, è stato l’unico arbitro livornese ad aver partecipato ad una Olimpiade, quella di Monaco nel 1972 arbitrando la finale per il 3° e 4° posto, concludendo così la sua carriera di arbitro.

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Mr. Green instancabile: pulisce La Rosa e lo Scoglio della Regina a Livorno

Livorno, 17 gennaio 2026 – Un gesto concreto per il decoro urbano. Mr Green (alias Francesco Stefanini), noto per la sua attività di volontariato e progetti di sensibilizzazione nelle scuole, ha dedicato oggi parte della giornata alla pulizia di due aree della città: il piazzale di via Martin Luther King, dove si trova il rifugio dei gatti di La Rosa, e lo Scoglio della Regina lungo la costa livornese.

Armato di bicicletta a pedalata assistita con carretto, ha trasportato all’isola ecologica uno scaldabagno e altri oggetti abbandonati come un forno e una seggiola. In seguito si è recato sul lungomare per rimuovere rifiuti dal tratto di scogliera, raccogliendo circa 8-10 chili di materiali abbandonati.

Le segnalazioni sull’abbandono dei rifiuti nel piazzale di La Rosa sono state inoltrate alle autorità competenti. L’iniziativa di oggi rientra tra le numerose azioni di Mr Green sul territorio livornese, volte a sensibilizzare i cittadini sul rispetto dell’ambiente e sulla cura degli spazi pubblici.

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10 Libri su Giordano Bruno: vita, opere e misteri dell’eretico

Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

Chi era veramente Giordano Bruno? Le migliori biografie per iniziare Definire chi fosse davvero il “Nolano” non è semplice: per alcuni fu un martire della libertà di pensiero, per altri un mago ermetico o un filosofo ribelle che scosse le fondamenta del XVI secolo. Nato all’ombra del Vesuvio e cresciuto nel convento di San Domenico Maggiore a Napoli, Giordano Bruno trascorse gran parte della sua vita in fuga attraverso l’Europa — tra Francia, Inghilterra e Germania — inseguito dalle accuse di eresia per le sue idee rivoluzionarie sull’universo infinito. Nonostante sia spesso ricordato per la sua tragica fine sul rogo

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Roma Termini: La nuova realtà dopo il potenziamento dei controlli

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Roma Termini di notte: il punto sulla sicurezza dopo il nuovo piano di controlli

Stazione Termini, Roma: abbiamo documentato la situazione notturna nello scalo ferroviario più grande d’Italia. Dopo i recenti episodi di cronaca, le autorità hanno intensificato i presidi di controllo anche nelle ore più critiche.

Cittadini e istituzioni chiedono a gran voce maggiore tutela del territorio, con particolare attenzione all'area di Via Giolitti, storicamente complessa nonostante il costante impegno di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza. Siamo tornati nei luoghi che un tempo erano considerati inaccessibili dopo le 22:00 a causa di frequenti episodi di microcriminalità e degrado.

Com'è cambiata la situazione oggi? Il nuovo piano sicurezza sta dando i suoi frutti o le criticità

Roma Termini di Notte: Cosa succede davvero dopo l’ultimo piano sicurezza?

Dentro la Stazione Termini: Viaggio tra pattuglie e zone critiche

Emergenza Sicurezza a Roma: Siamo stati in Via Giolitti fino alle 02:00 di notte

Stazione Termini: Il volto notturno della Capitale dopo i recenti fatti di cronaca

#termini #polizia #arrest
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“La mia intervista a Belve? È stato un punto davvero basso. Sulla Schlein dico che merita attenzione, dice cose di sinistra, difende i posti di lavori e non i multimiliardari”: così J-Ax

La sinistra italiana è la più schifosa“, aveva detto J-Ax in un’intervista a “Belveaccennando ai “poteri forti” e affermando che “una roba che potrebbe fare la sinistra italiana è ribellarsi ad alcune multinazionali che pagano le tasse in Irlanda”. A distanza di tempo, Alessandro Aleotti, vero nome del rapper, non si riconosce in quelle dichiarazioni: “Quell’intervista a Belve è stata un punto davvero basso. Non stavo bene, ero depresso per il Covid ed ero fissato col neutralismo da tv. Avrei dovuto fare nomi di politici, ma ero pieno di timori. Non ho tirato fuori la bomba e lei non ha gradito. Non ero in grande forma psicologicamente”.

“Poi è uscito un tema che lei mi ha tagliato: perché le grandi multinazionali possono scegliere dove pagare le tasse anche se vendono ovunque? Non sarebbero soldi che potrebbero mettere a posto tante situazioni? ‘Sta roba non la dice nessuno”, spiega il cantante a “La Repubblica“. Riservando parole positive per l’attuale leader del Partito Democratico: “Poi è arrivata la Schlein, ha cantato anche in un mio concerto. Per me merita attenzione, dice cose di sinistra, difende i posti di lavori e non i multimiliardari. Credo più in lei che non nel partito che rappresenta”.

Con “Italian starter pack” sarà in gara a “Sanremo 2026“, brano che ha lanciato con un look country: “Questa cosa confluirà nella canzone. L’idea è che siamo stati colonizzati dagli americani ben prima della Seconda guerra mondiale. Anche se poi, a ben guardare, il nostro cinema e la nostra musica li hanno influenzati. Non possiamo eliminare il colonialismo culturale: adesso è tutto globalizzato, basta guardare Stranger things o il K-pop. Abbiamo il melting pot ma restiamo pur sempre colonizzati”.

Non ci sarà con lui Dj Jad (“Con lui lavorare è sempre un piacere, ma gli Articolo 31 non sono messi da parte”) e non risponde sul rapporto e le vecchie litigate con Fedez: “Oggi una domanda su un personaggio così crea engagement, ma non voglio parlare di lui e non voglio prestarmi a questo gioco. Quello che dovevamo dire lo abbiamo detto”. Il cantante in passato ha raccontato i suoi periodi di buio tra droghe, alcol e depressione: “Dopo la fine degli Articolo 31 musicalmente ho temuto. Ci ho messo un bel po’ per riemergere nel mainstream. Avevo anche paura di essere troppo vecchio, l’età in questo mondo conta tantissimo, per la sintonia col pubblico che è giovanissimo”.

“Anche sul piano personale ero crollato. Ma in realtà la cosa più subdola è arrivata con la pandemia: pensavo di stare bene, ma in realtà ero depresso, non capivo più niente. Uso una metafora: non coglievo più il significato dei film. E avevo rotto molti rapporti. In più avevo un bambino e non sapevamo più se il mondo sarebbe tornato quello che conoscevamo. Con la droga almeno sai a chi dare la colpa. Oggi i ragazzi sono molto attenti alla salute mentale, noi eravamo abituati a non fermarci“, conclude J-Ax a Repubblica.

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Italia sempre più iniqua e “ereditocratica”: al 5% più benestante due terzi della nuova ricchezza. Ma nell’agenda di Meloni non è una priorità

Le priorità della premier Giorgia Meloni per il 2026 sono sicurezza e crescita, come ha spiegato durante la conferenza stampa di inizio anno. Disuguaglianza e povertà non sembrano impensierirla. Così si spiegano i tanti interventi a favore di categorie già avvantaggiate e l’assenza di misure contro il lavoro malpagato e precario e il disagio abitativo, l’abolizione dell’unico strumento universale per la lotta all’indigenza, la mancanza di correttivi a un sistema fiscale iniquo che “spreme” più i salari che i profitti. Eppure, come ricorda ancora una volta Oxfam nel rapporto annuale Disuguitalia, la Penisola resta il Paese delle fortune invertite. In cui la ricchezza si concentra sempre di più ai vertici mentre chi è povero non riesce a uscirne perché ha minori opportunità educative, non può contare su reti di protezione in caso di emergenze, ha meno accesso al credito, non può permettersi di dire no a un lavoro purchessia.

I divari crescenti dell'”ereditocrazia” Italia

Le ultime stime, riferite alla metà del 2025, mostrano squilibri profondi e in crescita. Il 10% più benestante delle famiglie – scrive Oxfam – ha in mano il 59,9% della ricchezza nazionale, la metà più povera si ferma al 7,4%. Tra giugno 2024 e giugno 2025 la ricchezza nazionale è aumentata del 3,6% in termini nominali: da 10.610 a 10.990 miliardi di euro. Ma quasi due terzi dell’incremento sono andati al top 5% delle famiglie, mentre la metà più povera ne ha intercettato appena il 4,6%. I soli 79 miliardari italiani tra novembre ’24 e ’25 si sono arricchiti in termini reali di 54,6 miliardi di euro. Da notare che circa due terzi della loro fortuna deriva da eredità. Solo l’antipasto di quel che succederà nel prossimo decennio, quando passeranno di mano patrimoni per un valore di 2.500 miliardi, rendendo la società italiana sempre più “ereditocratica“, complici tasse di successione quasi inesistenti. Se si allarga lo sguardo, la dinamica è ancora più evidente: negli ultimi 15 anni il 91% della nuova ricchezza è finito al 5% più ricco e solo il 2,7% a chi stava peggio.

Quanto ai redditi, nel 2023 la disuguaglianza nella distribuzione è aumentata e le simulazioni Istat sull’impatto redistributivo delle politiche del governo prospettano un ulteriore incremento nel 2024, causa peggioramento della condizione di chi guadagna meno. La povertà assoluta si è intanto stabilizzata a quota 5,7 milioni di persone: 1,6 milioni in più rispetto al 2014 e 1,1 milioni in più rispetto al 2019, prima della pandemia. Il governo non prevede che la situazione migliori di qui al 2028.

Tutelarsi dalla caduta nell’indigenza è diventato più difficile anche per chi lavora. Il rapporto ricorda infatti come la crescita occupazionale iniziata dopo la pandemia non basti per compensare la bassa qualità dei posti, soprattutto per giovani e donne. Pesano la sotto-occupazione e la diffusione del lavoro povero e a metterci il carico ci ha pensato l’inflazione degli ultimi anni, che ha eroso il potere d’acquisto. I tanti rinnovi contrattuali siglati dall’inizio del 2024 hanno innescato un recupero solo parziale.

Così il governo allarga le disuguaglianze

Tutte emergenze che il governo non sembra riconoscere. Anzi, in molti casi gli interventi messi in campo aggravano i divari economici e sociali. Per esempio il taglio della seconda aliquota Irpef inserito in manovra, oltre a lasciare irrisolti i nodi dell’erosione della base imponibile per cui ormai l’imposta grava per l’85% sui soli redditi da lavoro dipendente o pensione, produce benefici modesti e concentrati soprattutto sui contribuenti con redditi medio-alti, mentre l’impatto per quelli più bassi è limitato o nullo. Per valutarne gli effetti occorre poi tener conto della “tassa occulta” del fiscal drag, il fenomeno per cui, senza piena indicizzazione degli scaglioni e delle detrazioni all’inflazione, l’aumento nominale dei redditi spinge i contribuenti verso aliquote più elevate senza un reale aumento del reddito reale. Simulazioni dell’Upb hanno mostrato che, nonostante le riforme Irpef degli ultimi anni, i lavoratori con redditi compresi tra 32mila e 45mila euro finiscono con l’avere un carico fiscale più alto di prima.

Oxfam contesta poi l’uso della detassazione salariale come principale leva di intervento: tendenza confermata dalla manovra, che prevede sgravi sugli aumenti legati ai rinnovi contrattuali, sui premi di risultato e sulle maggiorazioni per notturni e festivi. Al netto degli effetti negativi sull’equità del prelievo, quello strumento non modifica i meccanismi che causano i bassi livelli retributivi e scarica sulla fiscalità generale il compito di sostenere le retribuzioni e il recupero del potere d’acquisto anche se le imprese potrebbero permettersi di pagare di tasca loro.

Intanto la tassazione della ricchezza continua a restare tabù, così come un aggiornamento del catasto, e la legge di Bilancio ha confermato l’iniqua flat tax per i super ricchi stranieri che spostano la residenza in Italia. Poco coerentemente però, nota il report, l’esecutivo “non ha disdegnato di inasprire il prelievo sulle patrimoniali esistenti”, aumentando le aliquote dell’imposta sul valore degli immobili detenuti all’estero e dell’imposta sui valori delle attività finanziarie estere detenuti nei paradisi fiscali. E la lotta all’evasione? A fronte di alcune novità positive, come la liquidazione automatica dell’Iva in caso di omessa dichiarazione, in manovra c’è un nuovo condono: la rottamazione cinque, rivolta sulla carta solo a chi ha dichiarato e non pagato ma di fatto priva di paletti per limitarla ai contribuenti in reale difficoltà economica.

L’ong rinnova anche le critiche sullo svuotamento delle politiche di contrasto alla povertà dopo l’abolizione del reddito di cittadinanza, sostituito da meccanismi (Assegno di Inclusione e Supporto per la Formazione e il Lavoro) non universali. “Incurante dell’elevata fragilità economica di ampi strati della popolazione, il governo continua a perseguire un iniquo approccio categoriale nel contrasto alla povertà”, commenta Mikhail Maslennikov, policy advisor sulla giustizia economica di Oxfam Italia. “Da due anni il diritto di ricevere un supporto da parte dello Stato a fronte di una condizione di bisogno non è più assicurato a tutti i poveri in quanto tali ma è subordinato all’appartenenza a categorie eccezionalmente svantaggiate, le uniche ritenute meritevoli di tutela”. Apprezzabile che l’ultima manovra abbia abolito il mese di sospensione obbligatoria dell’Adi dopo i primi 18 mesi, ma è invece “fortemente ingiusto” il contestuale dimezzamento della prima mensilità a ogni rinnovo.

Quanto alla riforma dell‘Isee, le modifiche al calcolo dell’indicatore per l’accesso ad Assegno Unico Universale, il bonus asilo nido e Adi rischiano di produrre “risultati arbitrari e iniqui” visto che danno priorità nell’accesso alle prestazioni sociali alle famiglie con casa di proprietà. Questo mentre le linee guida del più volte annunciato Piano casa non sono ancora state presentate ma molti indizi fanno temere che sarà orientato solo al social housing privato e alla realizzazione di alloggi a canone agevolato destinati alla vendita. Di risorse pubbliche del resto ce ne sono poche: meno di 1 miliardo, al momento, quelle stanziate, a fronte di un fabbisogno di almeno 15.

Sul fronte del lavoro, non si segnalano passi avanti nel contrasto al nero e al grigio e il governo ha concesso ulteriore flessibilità alle aziende nel ricorso al precariato, oltre ad estendere il perimetro delle attività stagionali concedendo di fatto a qualsiasi impresa di “sottoscrivere contratti a termine esenti dai pochi limiti ancora in essere” e ad allargare le maglie della somministrazione. Sventato in extremis poi, ma la maggioranza promette di riprovarci, il tentativo di far salve le imprese dal pagamento degli arretrati nel caso il contratto applicato sia giudicato contrario alla Costituzione e anticipare la prescrizione dei crediti da lavoro non versati. Infine resta il vuoto sul salario minimo: la legge delega approvata a settembre dal Parlamento, nata da un ddl delle opposizioni snaturato dalla maggioranza, prevede l’estensione erga omnes dell’efficacia dei salari previsti dai “principali” contratti collettivi, senza paletti per escludere quelli pirata.

Le ricette per invertire la rotta

Nulla di tutto questo è inevitabile, sottolinea la ong. Il rapporto dedica come sempre molto spazio alle leve di policy che potrebbero essere attivate per invertire la rotta. A partire dal fisco. Oxfam auspica una svolta netta nella lotta all’evasione, attraverso il rafforzamento dell’analisi del rischio fiscale e dei controlli dell’Agenzia delle Entrate. Prioritario adottare procedure di analisi massiva che consentano di incrociare in modo sistematico le diverse banche dati disponibili. Indispensabile poi intervenire sulle grandi concentrazioni di ricchezza aumentando il prelievo su grandi successioni e donazioni. Una misura che avrebbe un forte impatto redistributivo senza colpire i patrimoni medio-piccoli. Un altro capitolo chiave riguarda il patrimonio immobiliare: l’attuale prelievo sugli immobili è iniquo perché legato a valori catastali obsoleti e disallineati rispetto ai valori di mercato, che vanno aggiornati. Nel mirino anche le politiche condonistiche, uno degli elementi che più contribuiscono a minare equità e fedeltà fiscale e incentivano comportamenti opportunistici.

Il rapporto invita poi l’Italia a giocare un ruolo più attivo anche sul piano internazionale, sostenendo in sede Onu e G20 l’istituzione di uno standard globale di tassazione della ricchezza estrema, che renda effettivo il prelievo sui grandi patrimoni e contrasti l’elusione e la concorrenza fiscale tra Paesi. Agire a livello multilaterale ridurrebbe anche il rischio di “espatrio fiscale”, se affiancato a una exit tax o alla prosecuzione della tassazione per alcuni anni dopo il cambio di residenza. In parallelo arriva l’appello a supportare l’istituzione del Panel internazionale sulla disuguaglianza proposto dalla task force speciale del G20 guidata da Joseph Stiglitz.

Sul fronte della spesa, Oxfam richiama la necessità di rafforzare gli investimenti in istruzione, sanità e protezione sociale, settori che negli ultimi anni hanno subito definanziamenti o crescite insufficienti rispetto ai bisogni. Tra le priorità anche la cooperazione allo sviluppo: serve un percorso credibile per raggiungere entro il 2030 l’obiettivo dello 0,70% del Reddito nazionale lordo, ancora lontano.

Senza un cambio di paradigma, è il messaggio, il Paese rischia di restare intrappolato in un modello che premia patrimoni e rendite, scarica il peso del finanziamento pubblico su lavoro e consumi e amplia l’area della vulnerabilità sociale. Un equilibrio inefficiente e fragile dal punto di vista politico e della stabilità democratica.

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Spari e sangue al Rione Sanità a Napoli, il prefetto convoca il comitato per la sicurezza in chiesa

Riunione oggi pomeriggio nella basilica di Santa Maria. Domenica notte due giovani sono stati feriti a colpi di pistola esplosi all’impazzata in strada. La municipalità: “Qui tanto è stato fatto, ma servono un maggiore presidio delle forze dell’ordine e più videosorveglianza”

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Warwickshire school to reopen after cyberattack crippled IT

Kids return to classrooms after safety infrastructure knocked out

A Warwickshire secondary school says it will fully reopen this week after a cyberattack forced a prolonged closure – though staff will return to classrooms with "very limited access" to IT systems.…

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Global memory chip crunch set to intensify amid Trump’s new industrial policy

The shortages and associated price increase in the global memory chip sector could potentially intensify, as the US government threatened to impose hefty new tariffs on some major foreign manufacturers. Speaking at Friday’s groundbreaking ceremony for Micron Technology’s US$100 billion factory in New York, US Commerce Secretary Howard Lutnick warned that memory chipmakers – without naming any company – had two options: “They can pay 100 per cent tariff, or they can build in America.” He pointed...

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Un anno di Donald Trump. Il bilancio di D’Anna

A year of Trump? Blitz, twists and boastful, without certainties. Un anno di Trump? Blitz, colpi di scena e smargiassate a ripetizione senza certezze, ammettono a Washington.

Molto più crude, sull’onda della crescente tensione per la Groenlandia, le valutazioni prevalenti in Europa: “Un anno da Tso psichiatrico” è la valutazione più caustica.

Di certo c’è che durante il primo anno del ritorno alla Casa Bianca il tycoon ha fatto registrare il superamento del record delle cinque dichiarazioni al giorno sopra le righe o fuorvianti stabilito, secondo il Washington Post, nei 12 mesi del primo mandato. Con una media precisava il quotidiano che costrinse alle dimissioni il Presidente Nixon di 5,6 menzogne al giorno.

Il braccio di ferro al limite dell’autolesionismo con l’Europa e la Nato per la Groenlandia è soltanto il penultimo exploit delle intemperanze verbali e purtroppo anche decisionali di Trump.

I media faticano a stare dietro alla continua sovraesposizione internazionale e nazionale del 47° Presidente degli Stati Uniti.

Un Presidente double face che paradossalmente mentre ha annunciato di voler intervenire in Iran per impedire il massacro del popolo iraniano in rivolta contro il feroce regime degli ayatollah, dispone la repressione delle dilaganti proteste in corso nel Minnesota, a Washington e in altre città americane per la brutale uccisione di Renee Good a Minneapolis da parte di un agente dell’immigrazione.

Impressionante l’elenco dei fronti aperti: i dazi, la Groenlandia, Gaza, Kiev, Mosca, Pechino, Teheran, Danimarca, Venezuela, Colombia, narcos, Nigeria, attacchi fratricidi ad Europa, Nato e Canada, licenziamento su due piedi di Procuratori e alti funzionari statali, Guardia Nazionale nelle metropoli americane, caccia ai clandestini, caso Epstein e delirante messa in stato d’accusa del Presidente della Federal Reserve Jerome Powell.

Dodici mesi di slalom repentini che hanno fatto drizzare i capelli e prosciugato le tasche agli americani e messo all’angolo gli alleati storici degli Stati Uniti.

Un crescendo di sfide e interventi contraddittori che isolano Washington, sintetizzato dal Financial Times con il titolo: “Trump sta facendo innamorare il mondo della Cina”.

L’instabilità e l’inaffidabilità di Trump, spiega il quotidiano economico britannico, spingono i leader e le economie occidentali alla corte di Xi Jinping, che per biografia e esperienza politica, si sta dimostrando di gran lunga il più saggio e astuto fra i vertici delle tre superpotenze.

“Il mondo”, conclude il Financial Times, “non è rimasto per niente impressionato dalla furia tariffaria di Trump. Ciò che ha colpito la gente è stato il successo della Cina nel reagire. L’America ha dimostrato una potenza militare sbalorditiva in Venezuela, ma era anche prevedibile. Ciò che la gente ha notato é il fallimento militare della Russia in Ucraina”. Mentre il tycoon, nonostante il vantaggio acquisito con la cattura di Maduro e l’arrembaggio delle petroliere russe della flotta ombra, continua a corteggiare Putin, alimentando dubbi e sospetti.

L’inizio del secondo anno presidenziale si è aperto con un’agenda a dir poco imperial neo colonialista: dalle randellate militari al Venezuela alle intimidazioni alla Groenlandia, dalle minacce di dazi ai Paesi europei che si oppongono, fino al pugno di ferro contro le proteste popolari per la brutalità della caccia agli immigrati clandestini, fonte di tensioni in un’America sempre più polarizzata.

Resta da capire quanto il crescendo di tensioni e mobilitazioni e l’approccio assolutista possa reggere nel tempo, anche considerando che il Presidente compirà 80 anni a giugno.

Decisive si prospettano le elezioni di midterm di novembre, tradizionalmente considerate un referendum sulla Casa Bianca, e che quest’anno potrebbero offrire un giudizio ancora più diretto sulla sua leadership.

I sondaggi mostrano un consenso altalenante, nonostante l’amministrazione sia impegnata a dimostrare che le sue politiche economiche stanno producendo risultati tangibili, in un contesto segnato dalle preoccupazioni degli elettori per il costo della vita.

Nel suo discorso al forum di Davos, in programma da oggi al 23 gennaio, Trump si concentrerà proprio su questo, saltando a piè pari il tema del meeting: “Uno spirito di dialogo”.

Ma è sul fronte istituzionale che dovrà fare i conti con possibili limiti giuridici. La Corte Suprema potrebbe intervenire su alcuni aspetti della politica commerciale, mentre l’uso estensivo degli ordini esecutivi solleva interrogativi sulla solidità delle riforme nel lungo periodo.

“Il problema di governare per decreto è che ciò che si costruisce di giorno può essere smontato di notte”, osserva sulla France-Presse William Galston della Brookings Institution, sottolineando il rischio di risultati meno duraturi. “Per gli americani la priorità resta l’economia e l’inflazione”, spiega Galston.

Mentre gli elettori che avevano creduto nello slogan dell’ “America first” si ritrovano il Presidente del “Trump first”.

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Fulvio Grimaldi - Viaggio al cuore dell’”Asse del Male”. TARGET IRAN

 

di Fulvio Grimaldo per l'AntiDiplomatico

Iran, orgia di disinformazione

Scrivo queste note sul “mio” (nel senso che ci sono stato) Iran con qualche giorno di anticipo sul martedì della pubblicazione. La situazione tumultuosa che si presenta in queste ore potrà aver subito ulteriori cambiamenti. Ciò che, però, non potrà essere cambiato è l’Iran nella sua verità intima, quella che con tutti i mezzi più subdoli o violenti hanno cercato di sottrarci.

Intanto a metà mese sembra scongiurata l’ennesima bombastica minaccia di sfracelli trumpiani. Utilizzando l’assicurazione iraniana che non ci sarebbero state quelle impiccagioni di massa di manifestanti che in Occidente i media avevano previsto (fantasticato), ma tenendo molto più conto degli avvertimenti russi di reazioni pesanti, il fuoritesta di Washington dice di aver rimesso la colt nel fodero.

Non so valutare con la precisione del bilancino quale sia la verità sull’asserita durezza della repressione in Iran, con le asserite uccisioni che rimbalzano tra alcune decine, alcune centinaia e chi si è spinto fino a giurare su migliaia (evidentemente da lui contate). Senza, peraltro che un solo rigo di un mainstream, in cui divampano più fiamme di quelle che ci presentano i video da Tehran, menzioni i due milioni in piazza a sostegno del governo.

Peggio, sfidando un vero degrado professionale, Sky (e non solo) fa passare le sterminate folle riunitesi in appoggio al governo, per manifestanti dell’opposizione. Tra i quali, ovviamente, nessuno menziona la documentata presenza di reparti armati curdi infiltrati dall’Iraq, o del MEK, l’organizzazione terroristica tenuta in piedi dalla CIA fin dalla rivoluzione khomeinista e alla quale vanno attribuiti numerosi attentati contro civili e, in particolare, l’assassinio di scienziati iraniani.

 Milioni in piazza per il governo

Peggio ancora, restano nei media “assolutamente pacifiche” le proteste in Iran e inermi le vittime della repressione, a dispetto della evoluzione della protesta del bazar contro l’aumento dell’inflazione, determinata dalle sanzioni, in insurrezione violenta perfettamente organizzata. Di questa si è pubblicamente assunto il merito la NED (National Endowment for Democracy), braccio CIA per i cambi di regime. Narrazione resa possibile dall’occultamento delle immagini, circolanti sui media fuori dalla sfera censoria occidentale, delle vere e proprie azioni armate da parte di vaste componenti della rivolta. Documentano il linciaggio di poliziotti disarmati, moschee e fabbriche date alle fiamme, incendi di pubblici edifici, autobus, mercati, stazioni di vigili del fuoco, reparti armati che aprono il fuoco indiscriminatamente contro polizie e manifestanti (cosa già vista in varie operazioni di destabilizzazione di paesi).

Ma poi c’è la prova principe dell’intervento esterno, quello un tempo mimetizzato da ONG dei diritti umani, oggi spudoratamente dichiarato, vantato, garantito dalle impunità di Trump. Dopo che il Segretario di Stato e Direttore della CIA sotto il primo Trump ha fatto sapere ai manifestanti di di Teheran “noi siamo con voi e accanto a voi”, si è manifestato il Mossad che, in comunicati diffusi in Iran in lingua farsi, ha espresso lo stesso concetto: “Prendetevi le istituzioni, noi vi diamo una mano”.

Da illuminista sfondato, non ho nessuna simpatia per i governi dei preti, rabbini, imam, santoni indiani, sacerdoti di qualunque religione. Noi abbiamo memoria storica di vescovi e poi papi che dai poteri, più o meno approvati dal popolo, comunque laici, si presero feudi e stati fino ad ambire al mondo intero. Fondamento ideologico e morale?  La solita verità unica e acclarata e i soliti ricatti di punizioni eterne, da cacciare giù per la strozza a milioni di miscredenti, magari indios, magari africani.

Detto questo, non è semplice separare, in Iran, il grano delle legittime proteste (per condizioni peraltro determinate al 90% dalle sanzioni di un aggressore) dal loglio dei manipolatori esterni. Ma qualche idea mi sono fatto alla luce di quanto hanno detto quei mainstream qualche tempo fa, in situazioni paragonabili a oggi, confrontato con cosa ho poi visto girando per l’Iran in lungo e in largo, da Teheran a Persepoli, da Mashad a Isfahan e Shiraz e incontrando chi mi pareva, sostenitori e critici del sistema, senza inciampare in sorveglianti, controlli, inibizioni, o imposizioni di chicchessia.

 

 Isfahan

Sono a Isfahan, città delle meraviglie architettoniche e botaniche nella piazza se non la più bella, probabilmente la più grande del mondo. Tanto che uno della folla sterminata di poeti dei quali tracima questo paese di glorie letterarie (oggi cinematografiche) gli ha dato il nome di “Metà del mondo”. Ciò che non si può negare, e dunque non se ne parla, è l’abbagliante bellezza che da questa immensa piazza, dalle arcate ritmate come una sinfonia, si espande in tutta la città. Non l’unica creazione urbana, capolavoro di bellezza coltivato da questo popolo (vedansi la vicina Persepoli, capitale del primo impero persiano, Shiraz, Mashad) per 3000 anni, da Ciro il Grande, passando per gli Achemenidi, che con Ciro compilarono il primo statuto dei diritti umani, per i Seleucidi, i Sassanidi. Percorrere città come Shiraz, Mashhad, Kashan, significa portarsi via immagini che percorreranno la memoria con bagliori e stupori sempre rinnovati.

Venne il momento in cui tutto questo finì, poesia, palazzi scintillanti di affreschi, ori, argenti, giardini incantati. Non per esaurimento di creatività del suo popolo ma, come ovunque nelle parti del mondo che l’Occidente predatore e suprematista pretende alla mercè del suo saccheggio, per effetto del dominio coloniale. Nel 1925, con la forza delle armi, la Corona inglese si assegna la Persia – di lì a poco rinominata Iran da un proconsole di Londra – e le sue immense riserve di idrocarburi. Se ne garantisce l’obbedienza imponendo al paese un sovrano assoluto: l’imperatore Reza Shah Pahlevi, capostipite di una dinastia funesta di despoti e bellimbusti, adorati dalle residuali monarchie europee. Nel 1944 gli succede un secondo Shah, Mohammed Reza Pahlevi, quello celebrato con le rispettive consorti (Soraya, Farah), dal rigurgito mediatico che era allora la stampa del gossip e che oggi è l’intero mainstream.

 Reza Pahlevi, Farah, figlio, oggi pretendente al trono

Per la rimozione di questo tiranno, incisosi nella memoria del popolo per le mattanze di quanti osavano protestare contro l’abissale diseguaglianza tra una cricca di ricchissimi e una sterminata società di poveri assoluti, gli iraniani dovranno ricorrere a due rivoluzioni. Per le quali pagheranno prezzi terribili di sangue e un incubo scavato nella memoria di chi ne ha pagato il costo: quello inflitto dal servizio segreto dello Shah, la Savak, modellato sul Mossad, ma considerato il più sanguinario del mondo.

Percorro gli spazi della prigione Evin a Tehran. Dalle pareti ammoniscono contro dittature e torturatori le immagini delle loro vittime. Nei vari spazi, ricostruzioni agghiaccianti di efferati trattamenti. Rinnovati a Abu Ghraib. E qui che migliaia di oppositori dello Shah, il padre di colui che ora, da Washington, erge il capino dai recessi in cui la CIA custodisce le carte alternative ai governanti da rimuovere, e sfidando il ridicolo e l’impudico, si vorrebbe proporre ai manifestanti iraniani come alternativa di potere.

Ho detto due rivoluzioni. La prima, del 1952, quando il premier eletto Mohammad Mossadeq, sostenuto da sconfinate manifestazioni di massa, proclama la Repubblica e nazionalizza il petrolio, l’Anglo-Iranian Oil company. Quella risorsa per la quale i britannici, una volta confermatane l’utilità, avevano messo il paese in mano a una cricca di sicari nobilitati in dinastia. Dura poco. Colpo di Stato della CIA, ritorno dello Shah, processo a Mossadeq, con il resto della sua vita agli arresti.

 Mohammad Mossadeq

Ci deve sorprendere che, dopo un quarto di secolo di sanguinaria dittatura e coloniale spoliazione del paese, vi debba essere una seconda rivoluzione? Questa portata avanti da schieramenti marxisti, liberali e, secondo una divisione di classe che permane anche oggi, una maggioranza islamica di proletariato, contadini, operai. Ed è il 1979, il trionfo di Khomeini e l’instaurazione, per la volontà della chiara maggioranza della popolazione, della Repubblica Islamica dell’Iran.

Dice, la dittatura degli Ayatollah, però poi ti dice anche del duro scazzo tra “riformisti” e “conservatori” e rispettivi partiti, personalità e schieramenti di classe che si contendono le elezioni per il parlamento (che ha sopra una Guida Suprema, leggi Mattarella (anche lui, a quanto risulta, senza limiti di mandati), e un Consiglio dei Guardiani, leggi Corte Costituzionale).

Dice la separazione dei generi, guai a confondersi, a scambiarsi effusioni, mano nella mano guai, niente rapporti prima del matrimonio, ovviamente combinato. Dice, niente degenerazioni occidentali come certe musiche, balli e canti in piazza. In piazza a Isfahan vedo ragazzi che stanno come da noi sui muretti, belli mischiati, seduti a gambe incrociate sui prati e scherzare, coppiette camminano mano in mano, come le si vedono nei caffè, nei negozi e a passeggiare in tutte le città, mentre un gruppetto di liceali canta pop e rock intorno a un bravissimo chitarrista. C’è l’antico ponte e sotto le sue arcate, gente adulta fa capannello plaudente intorno a uno che balla e canta ritmi che paiono venire dai tempi di Ciro, Dario, Serse.

A Tehran, nel sempre affollato mausoleo-moschea di Khomeini, chiacchiero con un gruppo di studenti e studentesse seduti sul pavimento mosaicato. Cosa fate qui? L’università è vicina, qui fa caldo e stiamo studiando insieme per l’esame di ingegneria elettronica. Si percepiscono corteggiamenti.

Ancora Isfahan, troppo bella per non restarci. All’uscita dall’università uno stormo di ragazze giulive e vocianti si ferma a rispondermi: “Come donne non abbiamo problemi, siamo il 67% dei laureati del paese e cresciamo, siamo la classe dirigente, e del velo ce ne importa molto poco. Pretendono di avercela con il velo, la fuori, ma ce l’hanno col petrolio finchè è nostro. Intanto siamo soddisfatte che né i nostri studi, né le nostre mense, né i nostri studentati ci costino qualcosa”. E Fatameh Ashrafi, dell’ONG “Hami”, depreca per quali meriti siano glorificate in Occidente donne “senza la minima preparazione, cultura, impegno sociale, prive di un pensiero equilibrato. Noi abbiamo ancora parecchio da raggiungere, specie sul diritto di famiglia, ancora a prevalenza maschile, ma siamo ormai classe dirigente nella scienza, nei ministeri, negli enti pubblici, nelle ONG. Siamo maggioranza nella sfera delle responsabilità”.

Come non gliene importa un granchè, del velo, alle donne della Casa dell’Arte a Tehran, formidabile centro culturale per le riunioni di artisti, letterati, cinematografari, attori (e relative versioni femminili). Ci aggiriamo tra mostre di dipinti, video con spezzoni di film della grande cinematografia iraniana, la premiazione di tre giovani registi capelloni, gruppi di musicanti, cafè, ristoranti, performance stabili o improvvisate. Tantissimi giovani, soprattutto donne, con il velo che a malapena copre lo chignon e lascia fluire folte e molto seducenti capigliature.

Mohsen Beigagha è un autorevole critico cinematografico. Ci parla di un cinema che ha vinto tutto, Cannes, Berlino, Venezia e continua a vincere. Tutto questo sotto il giogo fondamentalista degli ayatollah, pensate. “Registi quali esuli, anche perchè i mezzi a disposizione in Occidente sono più di quelli di un paese sotto sanzioni ferocissime e quali liberamente operanti qui”. Quelle sanzioni che con Trump, stracciato l’accordo sul nucleare firmato con Obama, negando perfino i farmaci e i soldi per comprarli, sono diventati genocidio strisciante, come lo chiama il direttore dell’emittente 24 ore PressTV, Hamid Reza Emadi: “Un malato di cancro è un malato di cancro e basta, non è un terrorista, ma viene colpito a morte lo stesso dalle sanzioni”.

Che sia per qualche commento terroristico come questo che Hamid, come il presidente di PressTv, Mohammed Sarafraz, sia stato sanzionato dall’UE, con divieto di ingresso in UE e blocco bancario?

Hamid Reaza Emadi, Direttore PressTV

Ovviamente mentre a Tehran vedi BBC o CNN, PressTV è bandita da noi, come RT, Russia Today. E i democratici siamo noi. Mi viene un’idea: che tutto sia riconducibile, a parte le ovvie, sempiterne dominanti economiche, al rancore da invidia di questo nostro Occidente gerontocratico, dove a forza di invecchiare andiamo verso l’estinzione, nei confronti di paesi come l’Iran dall’età media di 27 anni, contro la nostra di 47 e quella degli USA di 39. Chi è proiettato verso la vita e il futuro. E chi molto meno. E se ne risente.

A porre rimedio a questa discrasia ci provano gli USA, con le sanzioni su tutto, ma anche con altri strumenti, più subdoli e perfidi. Alla frontiera con l’Afghanistan è schierata buona parte dell’esercito iraniano. L’invasione che deve affrontare non è di armi, a meno che non vogliate definire arma l’eroina. Per ostacolarne il contrabbando sono caduti 6.400 guardie di frontiera, ci racconta Taha Taheri, vicedirettore dell’Ente Nazionale Antidroga, che si chiede “come sia stato possibile che, in presenza di migliaia di soldati USA e NATO, con droni, satelliti, elicotteri, siano rifioriti i campi di oppio, a suo tempo azzerati dai Taliban. Da zero oppio nel 2000, sotto l’occupazione USA la produzione è aumentata in dieci anni a 9.000 tonnellate, il 92% dell’eroina consumata nel mondo”.

 Antonino De Leo, ONU

L’arma della droga, in questo caso diretta contro le società iraniana e russa, passaggi obbligati verso occidente, è politica. Ne è convinto anche Antonino De Leo, responsabile ONU dell’Ufficio Droga e Crimine in Iran che incontriamo nella sua sede a Tehran e che ribadisce anche come “i programmi di prevenzione e terapia iraniani siano per l’ONU le migliori pratiche internazionali, un modello, l’Iran è un nostro partner strategico”. Che anche questo sia qualcosa che dia fastidio al combattente antinarcos Donald Trump?

Nella guerra all’Iran, Stato “antisemita” per eccellenza, che riprende a programmare, Netanyahu avrà tenuto conto della necessità di distinguere nei bombardamenti a tappeto tipo Gaza o Libano? O rischia di sterminare, accanto alle tante religioni ed etnie che da millenni in Iran convivono in armonia e rispetto, anche la florida comunità di 25.000 ebrei a Isfahan, con un quartiere dalle ben 13 sinagoghe? Il suo capo, Suleiman Sassoon, architetto, parla di “una convivenza da sempre pacifica e amichevole, di un Iran da sempre il paese della regione più tranquillo e armonioso. A noi questo governo sta bene. E vorremmo anche che israeliani e palestinesi possano vivere insieme su quella terra”.

A Shiraz mi accoglie una riunione di due famiglie che hanno subito i colpi del MEK, organizzazione dei Mujahedin del Popolo, nata sotto lo Shah e trasformatasi poi in una setta terrorista assassina, guidata da una coppia di fanatici, Maryam e Massoud Rajani e incaricata di destabilizzare l’Iran a forza di attentati. Reclutati un paio di migliaia di fedelissimi fideizzati a forza di esoterismi, li hanno prima concentrati nel campo di Ashraf, nell’Iraq del Saddam allora anti-iraniano. Cacciati da lì, il loro stato maggiore è stato ospitato a Washington. Da qui, depennati dalla precedente lista delle organizzazioni terroristiche, sono stati accolti nell’Albania di Edi Rama e Giorgia Meloni, da dove continuano a infiltrare l’Iran. A loro sono attribuiti, con input Mossad, gli assassinii degli scienziati iraniani, soprattutto di quelli nucleari.

Ma non mancano le stragi terroristiche all’italiana. Le due famiglie di Shiraz hanno subito, in attentati del MEK, rispettivamente l’assassinio del padre, carpentiere, davanti alla sua bottega messa a fuoco con tutto il legname per avvolgere nelle fiamme un intero isolato, e l’incendio di uno scuolabus con i bambini delle elementari, finiti inceneriti, o ustionati con lesioni permanenti.

Sahra, volontaria a Tehran dell’”Associazione delle vittime del terrorismo”, un ambiente dalle pareti tappezzate da foto di assassinati dal MEK, ha avuto padre e fratello uccisi dall’organizzazione dei Rajavi: “Gli USA hanno rovesciato il significato delle parole terrorismo e vittime del terrorismo. Affermano che noi, l’Asse del Male, saremmo il centro mondiale del terrorismo e, con uno schieramento quasi globale di media al loro servizio, hanno convinto le opinioni pubbliche. Al punto che, mentre unità armate coltivate o penetrate nel paese, provocano scontri e uccidono poliziotti, la narrazione internazionale parla di migliaia di vittime della repressione di regime”.

Su questo ragionamento si innesta un mio ricordo. E mi pare una buona chiusura dei conti. Nel 2009 il migliore dei presidenti che siano stati eletti in Iran, Mahmud Ahmadinejad, laico e grande amico di Ugo Chavez, viene rieletto. Si scatena la solita rivoluzione colorata. La donna è lo strumento principe per innescare convinzione, partecipazione e condivisione, in un paese come il nostro, del quale l’opinione pubblica è stata ammaestrata a denunciare il trattamento delle donne.

Il caso Neda Soltan.

Nel corso di scontri con la polizia, una giovane donna viene colpita a morte. Ne girano le immagini, a terra, occhi aperti, sangue in viso, due persone l’assistono, invano. Diventa il simbolo della rivolta contro un regime che usa violenza contro le donne e del consenso che le tributa l’opinione pubblica occidentale. Roberto Saviano in testa. Poi esce un video in cui si vede Neda, a terra, due persone vicine che l’assistono con dei recipienti, mentre con la mano sinistra si cosparge di sangue il volto. Poi scompare, nessun cadavere, nessun funerale. Qualche mese dopo una Neda Soltan, dalla stessa data di nascita e dalle stesse fattezze, riappare a Monaco, in Germania. Poi svanisce negli USA. Il caso, dopo l’iniziale sfruttamento, viene lasciato cadere.

Il caso Sakineh

Nel 2006 Sakineh Mohammadi Ashtiani viene condannata per l’assassinio del marito. In Occidente si grida, automaticamente, allo scandalo, alla discriminazione di genere, al femminicidio. Alla lapidazione. Che non esiste, è stata abolita. Ache qui Saviano si fa portavoce degli indignati. Nel corso del processo, la donna confessa: ha avuto relazione con due uomini e con uno di questi ha partecipato all’assassinio del marito, avvelenato nel sonno e finito con scosse elettriche. Nel 2014 Sakineh ha scontato la pena ed è libera. Notizia che non fa notizia dalle nostre parti.

Il caso Mahsa Amini

Anche Mahsa Amini è eletta a simbolo della violenza inflitta dalla teocrazia iraniana alle donne. Settembre 2022, ennesima rivoluzione colorata. Nel corso delle manifestazioni la 23enne Mahsa viene fermata e interrogata, senza alcun riferimento a quanto si narra in Occidente di un “velo portato male” (è male portato lo è di migliaia di donne che l’indossano sulla nuca, lasciando scoperti i capelli). Un video ce la mostra mentre si trova, integra, negli ambienti della polizia femminile. Sviene e, più tardi, la ritroviamo nel letto di un ospedale. Dove viene dichiarata morte per emorragia cerebrale. I suoi genitori, curdi, riferiscono che la ragazza soffriva di ischemie.

Ma la versione dei media occidentali è diversa e in rapida evoluzione. Si passa dall’arresto per “aver portato male il velo”, alle percosse subite dalla “polizia morale”, fino all’uccisione a forza di botte tout court, appunto per avere “portato male il velo”.      

Di una donna di cui nessuno si è occupato e vi ha riferito, vi dico io. E chiudo. E’ la dottoressa, Shirin Ravenbod, genetista molecolare, volontaria al Centro Clinico per Emofiliaci, a Tehran, messo su da una ONG per integrare una sanità pubblica pesantemente taglieggiata dall’embargo. Gli emofiliaci, cioè gente che, tra forti dolori, subisce ininterrotte emorragie, sono 30.000 solo nella capitale. A impedirne i sanguinamenti servono farmaci negati dalle sanzioni. Né li può produrre l’Iran, visto che gli è vietata l’importazione dei componenti, a partire dalla facoltà di pagarli. E le sanzioni secondarie colpiscono che si azzarda a violare le primarie.

Dice la Dottoressa Ravenbod: “Formalmente, per una questione elementare di diritti umani codificati dall’ONU e dal diritto internazionale, questi farmaci sarebbero esentati. Ma è pura ipocrisia, visto che le sanzioni ci bloccano le transazioni finanziarie. Vorremmo almeno ottenere gli antidolorifici, ma anche questi sono negati. Bambini e ragazzi perdono la scuola per i sanguinamenti continui, soffrono, non riescono a camminare…Ese è vero che è genocidio se si colpiscono gruppi appartenenti a una comunità per eliminarli, questo è genocidio.“.

Per saperne di più

 

 

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Numeri contro narrazione: l’economia statunitense e la crisi strutturale della leadership globale

 

di Mario Pietri*

In queste ultime 48–72 ore si è visto con chiarezza un fenomeno che, fino a poco tempo fa, veniva sistematicamente anestetizzato dalla narrativa dominante: la potenza americana non è più un blocco monolitico, ma un sistema che dipende in modo crescente da fattori esterni (finanza globale, domanda di debito, alleanze) e interni (tenuta sociale, consenso, costi del capitale). Quando queste variabili si muovono insieme nella direzione sbagliata, l’impero non “proietta forza”: reagisce.

La stampa finanziaria anglosassone, negli ultimi giorni, ha fotografato almeno due aspetti chiave: da una parte il costo e la vulnerabilità della postura globale, dall’altra l’autolesionismo economico di una politica dei dazi che, presentata come rinascita industriale, finisce per somigliare a una tassa interna travestita da patriottismo. A quel punto i numeri diventano la lingua madre della crisi.

1) Il dato che conta davvero: il debito come infrastruttura dell’impero

La cartina di tornasole è la più banale e la più spietata: quanto costa, ogni giorno, mantenere in piedi la macchina federale e la postura imperiale.

  • Debito pubblico totale (Public Debt Outstanding): 38.396.062.667.874,39 dollari al 14 gennaio 2026. Non è una stima: è il conteggio ufficiale del Tesoro.
  • Nei primi tre mesi dell’anno fiscale 2026 (ottobre–dicembre 2025) gli USA hanno accumulato 602 miliardi di dollari di deficit, inclusi 145 miliardi nel solo mese di dicembre.
  • Il Congressional Budget Office, nel monitoraggio mensile, segnala che a dicembre 2025 il bilancio federale avrebbe mostrato un deficit intorno a 111 miliardi (al netto di effetti di calendario).
  • E soprattutto: la voce che cresce più rapidamente è l’interesse. Analisi bipartisan a Washington evidenziano l’aumento dei pagamenti di interesse e il loro peso crescente tra le maggiori voci di spesa federale.

Questo è il punto: l’impero vive a credito. E quando il credito diventa più caro, o meno desiderato dall’estero, la politica estera smette di essere “strategia” e diventa contabilità difensiva.

2) Inflazione e lavoro: la stabilità apparente, la fragilità reale

Nell’ultima settimana i due rilasci macroeconomici più rilevanti — inflazione e mercato del lavoro — hanno restituito un’immagine che, letta superficialmente, potrebbe sembrare rassicurante. Ma letta in serie storica è tutt’altro che confortante.

A dicembre 2025 l’inflazione CPI si è attestata al +2,7% su base annua, con l’indice core al +2,6%. Il tasso di disoccupazione è rimasto fermo al 4,4%, mentre i non-farm payrolls sono cresciuti di appena 50.000 unità. Presi isolatamente, questi numeri permettono alla narrativa ufficiale di parlare di “atterraggio morbido”. Inseriti nel contesto storico, raccontano un’altra storia.

Inflazione: rientrata sì, normalizzata no

Negli ultimi cinque anni l’inflazione statunitense ha seguito un ciclo che ha lasciato danni permanenti:

  • 2019: CPI stabilmente attorno all’1,8–2,0%, con dinamica coerente con crescita reale.
  • 2021–2022: esplosione inflattiva fino a oltre il 9% (giugno 2022), massimo da quattro decenni.
  • 2023–2024: discesa graduale ma irregolare, con fasi di “inflazione vischiosa”.
  • 2025: ritorno nell’area 2,5–3%, ma senza recupero dei salari reali cumulativamente erosi nel biennio precedente.

Questo significa una cosa precisa: l’inflazione non è più un’emergenza, ma ha già fatto il suo lavoro redistributivo. Il potere d’acquisto medio delle famiglie è stato compresso, i risparmi erosi, e la domanda interna oggi cresce meno non perché “l’economia è sana”, ma perché la capacità di spesa è stata strutturalmente ridotta.

In macroeconomia questo stato non si chiama stabilità: si chiama equilibrio a livello più basso.

Mercato del lavoro: dal surriscaldamento al raffreddamento silenzioso

Il dato più rivelatore non è il tasso di disoccupazione in sé, ma la dinamica dei flussi occupazionali. Guardiamo la traiettoria dei payrolls:

  • 2021–2022: creazioni mensili spesso superiori alle 300.000 unità, con picchi oltre 500.000 nel post-pandemia.
  • 2023: rallentamento progressivo, media intorno a 230.000.
  • 2024: ulteriore discesa, con mesi sotto le 150.000 unità.
  • Dicembre 2025: +50.000, valore che storicamente segnala fase avanzata del ciclo.

In termini storici, una crescita occupazionale sotto le 100.000 unità mensili è coerente con economie prossime alla stagnazione o all’ingresso in recessione, non con una fase di espansione robusta.

Il tasso di disoccupazione al 4,4% non è basso in senso dinamico: è in risalita rispetto al minimo ciclico del 3,4% toccato nel 2023. E soprattutto maschera:

  • aumento del lavoro part-time involontario,
  • rallentamento delle ore lavorate,
  • concentrazione delle nuove assunzioni in settori a bassa produttività e basso salario (servizi, sanità, assistenza).

In altre parole, il lavoro non crolla, ma si degrada. Ed è un segnale tipico delle fasi pre-recessive: il mercato non licenzia in massa, ma smette di assumere qualità.

Salari reali e produttività: il nodo irrisolto

Un altro dato strutturale rafforza il quadro di fragilità: la disconnessione tra salari nominali, salari reali e produttività. Negli ultimi tre anni:

  • i salari nominali sono cresciuti,
  • ma i salari reali cumulativi restano inferiori ai livelli pre-inflazione,
  • mentre la produttività del lavoro mostra una crescita intermittente e insufficiente a sostenere aumenti salariali stabili.

Un’economia che non trasforma inflazione rientrata in potere d’acquisto recuperato non è un’economia che riparte: è un’economia che congela le tensioni sociali sotto la superficie.

Indicatori anticipatori: crescita fragile, disomogenea, vulnerabile agli shock

Gli indicatori anticipatori descrivono un rallentamento generalizzato e una crescita “fragile e disomogenea”, aggravata dall’incertezza sulle politiche commerciali e tariffarie. Storicamente, quando:

  • l’inflazione scende,
  • l’occupazione rallenta,
  • gli indicatori anticipatori restano deboli,
  • e la politica introduce shock (dazi, restrizioni, conflitti),

la probabilità di un salto di regime aumenta rapidamente.

Conclusione macro: non recessione, ma vulnerabilità

Le crisi sistemiche non iniziano con un crollo: iniziano con una perdita di margine di errore. Nel contesto attuale, l’economia americana:

  • non è in recessione,
  • ma non ha più cuscinetti.

E quando un sistema arriva a questo stadio, ogni errore politico — un dazio mal calibrato, una crisi diplomatica, un’escalation militare — smette di essere gestibile e diventa sistemico. È su questo terreno fragile che si innestano le tensioni geopolitiche, non il contrario.

3) Tassi e fiducia: il “termometro” dei Treasury

I rendimenti non sono un dettaglio tecnico: sono la misura in tempo reale della fiducia nel sistema e del prezzo della sua sopravvivenza.

  • Il 10 anni USA, a metà gennaio 2026, viaggia intorno a 4,16%–4,23% (valori giornalieri), con oscillazioni che riflettono sensibilità estrema a rischio geopolitico e scelte commerciali.

Ogni decimale conta: su un debito di questa scala, anche piccoli movimenti di costo del capitale diventano un moltiplicatore di instabilità fiscale. Ed è qui che entra il nodo internazionale.

La Cina e il debito USA: non “crollo”, ma disimpegno strategico

La Cina non deve “far crollare” l’America. Le basta non finanziare più automaticamente il suo privilegio.

I dati più recenti disponibili sulle detenzioni cinesi di Treasury mostrano una traiettoria coerente con un disimpegno graduale:

  • Detenzioni cinesi di Treasury: 682,64 miliardi di dollari (novembre 2025), in calo rispetto a 688,75 miliardi (ottobre 2025).

Non è dumping improvviso: è riduzione progressiva dell’esposizione. Questo si collega a una logica di lungo periodo: diversificazione, riduzione del rischio geopolitico, costruzione di alternative infrastrutturali e finanziarie. Quando un grande detentore si allontana anche lentamente, Washington ha tre opzioni, tutte problematiche:

  1. pagare di più (tassi più alti),
  2. monetizzare di più (pressione inflazionistica e politica),
  3. comprimere spesa o alzare entrate (politicamente tossico).

In sostanza: la politica estera diventa funzione del bilancio.

 

Alleati: la Groenlandia come cartina di tornasole della frattura atlantica

Negli ultimi giorni la vicenda Groenlandia–dazi ha assunto un valore che va ben oltre il piano commerciale. Non siamo di fronte a una disputa tariffaria ordinaria, ma a un segnale politico strutturale: l’uso della coercizione economica come surrogato di una diplomazia indebolita, in un contesto di consenso in declino.

L’amministrazione statunitense ha minacciato l’introduzione di tariffe del 10% a partire dal 1° febbraio 2026 su beni provenienti da otto paesi europei, con un’escalation programmata fino al 25% dal 1° giugno 2026, collegando esplicitamente queste misure all’opposizione europea al progetto statunitense sulla Groenlandia. La risposta europea è stata immediata e insolitamente compatta: allarme per una “pericolosa spirale discendente” e per un danno strutturale alle relazioni transatlantiche.

Il punto non è la Groenlandia in sé. Il punto è il metodo.

Quando una potenza utilizza strumenti tariffari contro paesi alleati per forzare scelte politiche e territoriali, non sta esercitando leadership: sta compensando una perdita di capacità persuasiva con la pressione. Per decenni, la supremazia geopolitica statunitense si è fondata su un equilibrio preciso: Washington poteva guidare il blocco occidentale perché era percepita come garante, non come ricattatore. Quel capitale politico permetteva agli Stati Uniti di comandare senza pagare ogni volta l’intero costo economico e diplomatico delle proprie decisioni.

Oggi quel capitale si sta erodendo. E qui emerge la contraddizione: la volontà di potenza cresce proprio mentre il consenso diminuisce. Più la base di legittimità si assottiglia — all’interno e all’esterno — più la politica tende a irrigidirsi, moltiplicando strumenti coercitivi e retorica aggressiva. Ma questa stessa rigidità accelera la perdita di consenso, perché smaschera l’inconsistenza della narrazione ufficiale.

Le bugie strategiche — “i dazi non hanno costi”, “gli alleati seguiranno comunque”, “la forza sostituisce il consenso” — si infrangono contro la realtà: ritorsioni, fratture diplomatiche, incertezza, isolamento progressivo. Un sistema sempre più costoso da finanziare dispone di meno margini per acquistare consenso attraverso incentivi, cooperazione e stabilità; di conseguenza tende a pretendere obbedienza invece di costruirla. Ma questa strategia ha un effetto boomerang: più consuma alleanze, più aumenta il premio di rischio politico ed economico; e più aumenta il premio di rischio, più diventa oneroso sostenere la stessa postura di potenza che ha generato la frattura.

Il fronte interno: Minneapolis e lo Stato che minaccia se stesso

Mentre dall’esterno gli Stati Uniti tentano di riaffermarsi come polo egemonico, all’interno il tessuto sociale e istituzionale stenta a reggere. Minneapolis è il punto di frattura più evidente di questa tensione: una crisi sociale rapidamente trasformata in crisi politica.

La miccia è stata accesa il 7 gennaio 2026, quando un agente federale dell’ICE ha ucciso Renee Nicole Good (37 anni) durante un’operazione a Minneapolis. L’episodio ha alimentato proteste estese e conflitti di piazza, con scontri, arresti e una crescente militarizzazione dello spazio urbano. Una seconda sparatoria nel corso di un fermo ha ulteriormente esasperato il clima. Autorità locali hanno denunciato tattiche aggressive e intrusioni nelle comunità.

Le proteste non sono rimaste circoscritte: si sono registrate mobilitazioni anche in altre grandi città. Sul piano politico, è esplosa una frattura istituzionale: autorità locali e statali hanno accusato il governo federale di violare diritti e procedure e hanno avviato iniziative legali per limitare o bloccare le operazioni. La narrativa federale è stata contestata apertamente dalle amministrazioni locali.

In un’analisi macroeconomica seria, questa frattura è un moltiplicatore di rischio-paese: distoglie risorse dalla governance, aumenta l’incertezza, riduce la fiducia nelle istituzioni e trasforma problemi sociali in crisi nazionali.

Crisi interna e costi fiscali: quando la sicurezza diventa una voce strutturale di bilancio

La gestione coercitiva del conflitto interno non è neutrale dal punto di vista fiscale e politico. Ogni escalation comporta spesa immediata e spesa futura: dispiegamenti, logistica, intelligence domestica, preallarmi, contenziosi legali, indagini, costi indiretti su produttività e servizi.

Nel medio periodo questi costi tendono a diventare strutturali, come avvenuto con la spesa per la “sicurezza” post-11 settembre. Ma oggi non c’è un surplus economico né una crescita robusta a compensarli.

Il costo più alto non è solo fiscale: è politico. Quando il governo centrale entra in conflitto con Stati e città, quando minaccia strumenti eccezionali e deve giustificare l’uso della forza contro porzioni crescenti della popolazione, il capitale politico si consuma rapidamente. È un meccanismo noto:

meno consenso → più repressione → meno consenso → più repressione.

Questo circolo vizioso riduce la prevedibilità del quadro politico, aumenta il rischio percepito e rende più costoso sostenere lo stesso livello di potere.

Iran: propaganda umanitaria, pausa tattica e fallimento del cambio di regime

La gestione del dossier iraniano nelle ultime settimane mostra la distanza tra retorica occidentale e realtà geopolitica. Non siamo di fronte a una crisi “umanitaria” improvvisa né a un moto spontaneo di piazza, ma a una sequenza coordinata di pressione politica, informativa e tecnologica che non ha prodotto il risultato atteso.

Il punto di partenza è una narrazione rilanciata dalla Casa Bianca e amplificata dai media occidentali: quella delle “800 esecuzioni imminenti” che l’intervento statunitense avrebbe contribuito a scongiurare. Una cifra priva di verifica indipendente e utile soprattutto a costruire una cornice morale: la minaccia militare come strumento di “salvezza umanitaria”.

La successiva marcia indietro americana sull’opzione militare non è stata il frutto di un successo diplomatico, ma il riconoscimento implicito che l’escalation non avrebbe prodotto né un cambio di regime né un vantaggio strategico sostenibile. La pausa annunciata è una sospensione tattica dettata dalla consapevolezza dei costi e dei rischi.

Le proteste iraniane non possono essere comprese senza considerare l’infrastruttura che ha sostenuto la mobilitazione. L’arrivo e la diffusione di migliaia di terminali Starlink sul territorio iraniano non è un evento neutrale: è un tentativo esplicito di aggirare il controllo delle comunicazioni e mantenere coordinamento e resilienza informativa. Il fatto che una parte significativa di questi terminali sia stata resa non operativa attraverso disturbo e neutralizzazione elettronica attribuibili a capacità russe e cinesi indica un dato politico essenziale: il dossier iraniano è diventato un campo di confronto tecnologico e strategico tra blocchi.

Nonostante mesi di pressione, sanzioni e operazioni di influenza, il sistema politico iraniano non è collassato. Al contrario, Teheran ha dimostrato capacità di adattamento e controllo che hanno costretto Washington a rivedere tempi, strumenti e obiettivi. Anche la posizione israeliana, spesso descritta come automaticamente allineata a un’escalation, si è mostrata più prudente sul piano operativo: ostilità strategica sì, ma consapevolezza dei rischi sistemici di un conflitto non controllabile.

La bugia delle “esecuzioni scongiurate”, la teatralizzazione umanitaria, l’uso di infrastrutture esterne e il successivo dietrofront non raccontano una storia di leadership. Raccontano la difficoltà strutturale ad accettare che il cambio di regime non è più uno strumento a basso costo.

Venezuela: consenso interno, scacchi geopolitici e costo dell’unilateralismo statunitense

Nel quadro latinoamericano, il Venezuela è un caso istruttivo per comprendere i limiti dell’azione statunitense nel mondo contemporaneo. Nonostante anni di pressioni, le manifestazioni popolari a sostegno del governo di Caracas restano imponenti e visibili.

Le piazze venezuelane mostrano una realtà che fatica a entrare nella narrazione occidentale: una parte consistente della popolazione continua a percepire l’attuale leadership come argine alla perdita di sovranità nazionale. Questo sostegno non è solo ideologico; è alimentato dalla convinzione che le pressioni esterne abbiano peggiorato le condizioni economiche e sociali più di quanto non abbiano favorito soluzioni politiche.

Dal punto di vista di Caracas, la gestione della crisi appare come una partita a scacchi su più livelli: consolidamento del consenso interno e, al tempo stesso, canali esterni selettivi per evitare l’isolamento senza cedere alle pressioni e ai diktat statunitensi. L’obiettivo è contenere il rischio di escalation senza capitolare.

In questo contesto, la politica degli Stati Uniti appare contraddittoria: mostra i muscoli in nome della democrazia e della sicurezza, ma svuota di significato il diritto internazionale trattando la sovranità degli Stati come variabile negoziabile. Il risultato è modesto e costoso: non stabilizza, non produce transizioni controllate, e rafforza diffidenza e resistenza regionale. Il danno più grave è reputazionale: quando le regole vengono invocate solo finché non intralciano la volontà di potenza, la credibilità del “regolatore” dell’ordine globale si erode.

Conclusione: l’impero non sta mostrando forza, sta negoziando con i propri vincoli

Se mettiamo insieme i piani — debito e deficit, occupazione e inflazione, tassi, riduzione progressiva della domanda estera di Treasury, fratture con gli alleati, instabilità interna, limiti della minaccia militare e risultati modesti delle pressioni esterne — il quadro non è quello di una potenza che guida gli eventi, ma di una potenza che reagisce ai vincoli: finanziari, sociali, diplomatici.

La parte più pericolosa è questa: quando un sistema non accetta il proprio ridimensionamento tende a compensare con coercizione (dazi, pressione sugli alleati, muscoli) e con gestione del rischio (pause tattiche quando il prezzo potenziale è troppo alto). È una postura che non produce stabilità: produce attrito. E l’attrito, in un mondo saturo di crisi, non resta locale.

Non siamo di fronte al crollo improvviso di un impero, ma a qualcosa di più complesso e più rischioso: un colosso che resta enorme, ma diventa rigido; meno capace di assorbire shock, meno credibile nel costruire consenso, più incline a reagire che a guidare. E quando l’ordine internazionale viene mantenuto più per forza che per legittimità, il problema non è solo per chi lo subisce. È per chi tenta di sostenerlo, ogni giorno, a un costo sempre più alto.

*Amministratore Unico Focusdata Consulting srl

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Netanyahu ha esortato Trump a non attaccare l'Iran a causa della mancanza di capacità difensiva di Israele

 

La decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di non attaccare l'Iran questa settimana potrebbe essere stata influenzata da un avvertimento del suo alleato, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che ha sottolineato la mancanza di preparazione di Israele a difendersi in caso di un attacco di rappresaglia da parte di Teheran, ha riferito Axios citando funzionari statunitensi e israeliani.
 
Secondo il media , Netanyahu avrebbe dichiarato a Trump che Israele non era pronto a difendersi da un possibile attacco di rappresaglia da parte dell'Iran, soprattutto perché gli Stati Uniti non disponevano di forze sufficienti nella regione per aiutare Israele a intercettare missili e droni iraniani. Inoltre, Netanyahu ritiene che l'attuale piano statunitense non sia sufficientemente efficace e non produrrà i risultati desiderati, afferma il rapporto citando uno dei consiglieri del primo ministro.
 
La telefonata tra i leader ha avuto luogo mercoledì 14 gennaio, quando era previsto che Trump lanciasse attacchi aerei contro l'Iran. Anche il principe ereditario saudita Mohammed Salman si è espresso contro gli attacchi in una telefonata con Trump, citando preoccupazioni per la sicurezza regionale, ha osservato Axios.
 
Tuttavia, a causa dell'insufficienza di equipaggiamento militare nella regione, degli avvertimenti di alleati come Israele e Arabia Saudita, delle preoccupazioni di alti consiglieri sulle conseguenze e l'efficacia di possibili opzioni di attacco e dei colloqui segreti con gli iraniani, Trump ha deciso di non ordinare l'attacco, ha precisato Axios.
 
Nel mezzo delle proteste in Iran, Trump ha annullato tutti i contatti con i funzionari iraniani, ha sostenuto i manifestanti e ha consentito tutte le possibili azioni contro l'Iran, compresi gli attacchi aerei. Teheran, da parte sua, ha avvertito che le dichiarazioni di Trump minacciavano la sovranità della Repubblica Islamica.

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Come un omaggio a Patrice Lumumba ha rilanciato il panafricanismo alla Coppa d'Africa

 

di Middle East Eye

Sessantaquattro anni dopo il suo assassinio, Patrice Lumumba è di nuovo nell'immaginario collettivo: la sua eredità panafricana è più viva che mai.

Il nome del rivoluzionario congolese è sulla bocca di milioni di persone da quando l'omaggio a lui reso durante la Coppa d'Africa (Afcon) di quest'anno in Marocco ha catturato l'attenzione mondiale.

Al centro del momento c'è Michel Nkuka Mboladinga, un tifoso di calcio congolese che somiglia in modo impressionante a Lumumba.

Mboladinga è diventato una star del web dopo aver posato come una statua durante ogni partita della Coppa d'Africa della Repubblica Democratica del Congo (RDC), alzando il braccio destro come la statua commemorativa di Lumumba a Kinshasa e mantenendo la posa per tutta la partita.

Questa posa è stata imitata sia dai tifosi che dai giocatori, da un attaccante nigeriano  in un quarto di finale della Coppa d'Africa a un centrocampista marocchino in una partita di coppa in Francia.

Mentre Marocco e Senegal si preparano ad affrontarsi domenica nella finale della Coppa d'Africa, l'omaggio a Lumumba sarà probabilmente ricordato come il simbolo duraturo del torneo di quest'anno. 

Ma al di là del semplice simbolismo, ha suscitato un dibattito sulla vita di Lumumba, sulle sue idee panafricane e anticoloniali e sui suoi legami con altri paesi africani (in particolare con  Egitto e Algeria ).

"Lo spirito di Lumumba che riecheggia in Marocco e nel continente è un promemoria opportuno che dobbiamo resistere alla tentazione di svendere il nostro patrimonio e le nostre culture a tutti i costi", ha dichiarato a Middle East Eye William Ackah, accademico ed esperto di studi sulla diaspora africana. 

"La posizione fortemente anticoloniale di Lumumba e la sua dedizione all'unità africana continuano a brillare come un faro per tutti coloro che, nel continente e nella diaspora, sperano in un continente africano libero e indipendente".

Chi era Lumumba?

Lumumba nacque nel luglio del 1925, in quello che allora era conosciuto come Congo Belga. 

Il suo attivismo politico iniziò a metà degli anni '40, mentre lavorava come impiegato postale a Stanleyville (oggi conosciuta come Kisangani). 

Scrisse poesie ed editoriali che inveivano contro l'imperialismo, catturando l'attenzione degli amministratori coloniali belgi. In seguito fu condannato e brevemente incarcerato per appropriazione indebita di fondi postali, un'accusa che negò e che alcuni storici ritengono fosse motivata politicamente.

Verso la fine degli anni '50, il cambiamento era in atto nel continente dopo che il Ghana, guidato da Kwame Nkrumah, divenne la prima colonia dell'Africa subsahariana a ottenere l'indipendenza dal dominio coloniale. Il fervore antimperialista si stava rapidamente diffondendo in tutta la regione.

Lumumba divenne presto il primo leader del neonato Movimento Nazionale Congolese (MNC).

Incontrò leader nazionalisti, tra cui Nkrumah, con il quale avrebbe stretto una stretta amicizia, in occasione di una conferenza panafricana ad Accra nel 1958. Lì incontrò anche Frantz Fanon, intellettuale e famoso sostenitore dell'indipendenza algerina.

Un anno dopo, Lumumba fu arrestato con l'accusa di aver fomentato una rivolta. Fu rilasciato solo due giorni dopo per poter partecipare a una conferenza a Bruxelles sul futuro del Congo. 

La conferenza concordò che le elezioni si sarebbero dovute tenere nel maggio del 1960 e che l'indipendenza sarebbe avvenuta un mese dopo.

Il MNC vinse le elezioni, nominando Lumumba il primo primo ministro della RDC. 

Pochi giorni dopo l'indipendenza, Lumumba tenne un discorso esplosivo alla presenza del re del Belgio Baldovino. 

"Si presentò al cospetto di re Baldovino e pronunciò un famoso discorso in cui parlò di anni di schiavitù e umiliazione, esortando i leader internazionali a rispettare la volontà del suo popolo", racconta a MEE Kribsoo Diallo, ricercatore in scienze politiche e affari africani. 

"Voleva che il popolo del Congo controllasse le proprie risorse naturali e si rifiutava di permettere che decisioni importanti venissero prese dall'esterno."

Il discorso diede inizio a un periodo di tensione, durante il quale la regione del Katanga, ricca di risorse, si separò dal resto del Congo con l'aiuto del Belgio. 

Lumumba cercò l'aiuto degli Stati Uniti, delle Nazioni Unite e dell'Occidente per mantenere unito il suo Paese. Quando questi sforzi fallirono, si rivolse all'Unione Sovietica, una mossa che avrebbe spinto i leader occidentali ad accusarlo di essere comunista. 

Ne seguì una crisi politica e Lumumba fu infine estromesso dal potere da Joseph Mobutu con il sostegno del Belgio e degli Stati Uniti.

Temendo per la sua vita, Lumumba tentò di fuggire a Stanleyville, ma fu catturato dai soldati congolesi. 

Il 17 gennaio 1961, lui e due dei suoi compagni furono torturati e giustiziati dalle truppe congolesi e da mercenari belgi. Lumumba aveva solo 35 anni.

Il suo corpo venne sciolto nell'acido e l'omicidio venne tenuto segreto per settimane.

L'unica parte di lui rimasta è un dente ricoperto d'oro, portato a Bruxelles come trofeo da Gerard Soete, il poliziotto belga che supervisionò lo smaltimento del corpo. 

Nel giugno 2022, sei decenni dopo l'omicidio, il dente è stato restituito alla sua famiglia durante una cerimonia a Bruxelles. 

Sebbene un'indagine belga del 2001 non abbia portato alla luce alcun documento che ordinasse l'omicidio di Lumumba, ha accertato che i membri del governo "erano moralmente responsabili delle circostanze che hanno portato alla morte". 

Da allora è emerso che Washington non ha premuto direttamente il grilletto, ma che  il presidente degli Stati Uniti Dwight Eisenhower aveva ordinato alla CIA di eliminare Lumumba. 

Si ritiene che questo sia il primo ordine in assoluto impartito dagli Stati Uniti di assassinare un leader straniero, e certamente non sarà l'ultimo. 

Bambini cresciuti in Egitto 

Dopo l'omaggio all'Afcon, gli egiziani si sono rivolti ai social media per discutere del ruolo dell'Egitto nel perpetuare l'eredità di Lumumba. 

Sono state condivise nuovamente le immagini del gennaio 1961, che mostrano centinaia di egiziani scendere in piazza al Cairo dopo l'omicidio di Lumumba, dare fuoco a un'auto e attaccare l'ambasciata belga. 

Dopo la morte di Lumumba, la moglie e i figli andarono in esilio in Egitto, dove furono ricevuti dal presidente Gamal Abdel Nasser. 

Nasser era un alleato chiave di Lumumba e fece in modo che la famiglia del leader assassinato venisse trasferita in una residenza nel quartiere Zamalek del Cairo, mentre le tasse scolastiche dei bambini venivano pagate dallo Stato.

Filmati di cronaca riemersi mostrano Francois e Juliana Lumumba, anni dopo, parlare del padre in un dialetto arabo egiziano.

"Negli anni '50 e '60, l'Egitto non cercava solo di essere un fulcro del panarabismo, ma anche un fulcro del panafricanismo", racconta a MEE Nihal Elaasar, scrittore, ricercatore e conduttore radiofonico egiziano. 

“Ecco perché Gamal Abdel Nasser offrì immediatamente rifugio in Egitto ai figli di Lumumba; allo stesso modo in cui l'Egitto all'epoca sosteneva la decolonizzazione algerina contro i francesi.” 

Diallo, che vive al Cairo e traduce articoli in inglese e arabo per centri di ricerca in Africa, racconta come Lumumba sia stato fortemente influenzato dall'esperienza dell'Egitto nel mettere in discussione il predominio occidentale. 

"Alla fine degli anni '50, il Cairo era un importante centro per i movimenti di liberazione africani, con l'Egitto di Nasser che forniva supporto politico, mediatico e organizzativo ai movimenti indipendentisti", afferma. 

Nasser e Lumumba furono tra i numerosi leader anticoloniali di quel periodo, tra cui Nkrumah in Ghana, Sekou Toure in Guinea, nonché Ahmed Ben Bella e Houari Boumediene in Algeria. 

"Oggi, quando il nome di Lumumba viene evocato sugli spalti o nei dibattiti popolari, non viene ricordato solo come una figura congolese", afferma Diallo. "Ma come simbolo di un'epoca in cui l'unità africana era un vero progetto politico, non solo uno slogan". 

Elaasar sottolinea che all'epoca anche l'Egitto era legato alla famiglia di Nkrumah, dopo che il leader ghanese sposò una donna copta egiziana. Il loro figlio, Gamal Nkrumah (che prende il nome da Nasser), vive e lavora ancora oggi come giornalista in Egitto. 

"Scoprire queste storie e prestarvi attenzione dimostra quanto i tifosi di calcio e la gente comune in Egitto rimpiangano i giorni in cui l'Egitto era un'influenza regionale nel mondo arabo e in Africa", afferma Elaasar. 

Dopo la morte di Nasser nel 1970, il suo successore Anwar Sadat si allontanò dalla politica estera panafricana e panaraba del suo predecessore. 

Di conseguenza, la maggior parte della famiglia di Lumumba abbandonò gradualmente l'Egitto: alcuni si trasferirono in Europa, mentre altri alla fine tornarono nella Repubblica Democratica del Congo, una volta riabilitata l'immagine e l'eredità del primo primo ministro. 

Polemiche durante la partita dell'Algeria

Anche il rapporto di Lumumba con l'Algeria è stato ricordato durante l'Afcon di quest'anno, non da ultimo a causa di un controverso incidente avvenuto durante il torneo. 

Dopo che l'Algeria ha sconfitto il Congo all'ultimo minuto dei tempi supplementari della partita dei quarti di finale, il giocatore algerino Mohamed Amine Amoura ha imitato l'omaggio di Mboladinga e poi è caduto a terra, come se la statua fosse stata rovesciata. 

L'accaduto ha scatenato una violenta reazione e Amoura si è scusato sui social media. Ha affermato che si trattava di uno scherzo e che non era a conoscenza di chi o cosa rappresentasse il simbolo sugli spalti. 

Mboladinga fu poi invitato all'hotel della squadra algerina, dove gli è stata regalata una maglia dell'Algeria con il nome di Lumumba sul retro. 

Gli algerini online hanno notato che l'eredità di Lumumba è ben ricordata nel loro Paese, con targhe e giardini a lui intitolati. 

Djamel Benlamri, un importante calciatore algerino, si è rivolto a Instagram per elogiare Mboladinga e minimizzare le polemiche. 

"Siamo un popolo che ha conosciuto il colonialismo e l'ingiustizia. Pertanto, è impossibile per noi deridere, provocare o disprezzare i sentimenti di un popolo fratello", ha scritto. 

“Ci opponiamo a tutti i tentativi di seminare odio e discordia tra fratelli uniti da una storia africana comune”.

Lo stesso Lumumba si schierò apertamente contro il colonialismo francese in Algeria. 

“Sappiamo tutti, e lo sa il mondo intero, che l’Algeria non è francese, che l’Angola non è portoghese, che il Kenya non è inglese, che il Ruanda-Urundi (Ruanda-Burundi) non è belga”, dichiarò durante un vertice africano nell’agosto del 1960. 

Come l'Egitto, afferma Diallo, l'Algeria è diventata un centro per i movimenti di liberazione africani dopo la sua indipendenza nel 1962, "vedendo in Lumumba e altri un destino comune tra l'Africa subsahariana e quella settentrionale". 

"Nell'immaginario panafricano di allora, l'Africa non era divisa tra Nord e Sud. Era vista come un'unica arena per una lunga lotta contro il colonialismo e l'imperialismo", ha affermato. 

Oltre all'Algeria e all'Egitto, le strade portano il nome di Lumumba anche in Ucraina, Russia , Marocco, Ghana, Belgio, Iran , Sudafrica, Serbia e in molti altri Paesi.

Tribute potrebbe tornare ai Mondiali

Anche se l'Afcon si conclude oggi, potremmo assistere al ritorno dell'omaggio a Lumumba in un torneo ancora più importante durante l'estate. 

La Repubblica Democratica del Congo è a una sola partita dalla qualificazione per la Coppa del Mondo, che si svolgerà in Messico, Canada e Stati Uniti. Questo fa presagire che Mboladinga porterà il suo tributo al Nord America. 

"Penso che sarebbe un potente simbolo antimperialista negli Stati Uniti. Lumumba era ed è un eroe per le comunità di discendenti africani in tutte le Americhe", ha detto Ackah. 

I tifosi egiziani hanno addirittura chiesto alla loro federazione di invitare Mboladinga affinché possa tifare per l'Egitto durante la partita della fase a gironi contro il Belgio. 

Diallo ritiene che gli omaggi a Lumumba durante la Coppa del Mondo potrebbero suscitare reazioni contrastanti: alcune figure governative e i media tradizionali potrebbero considerarli una provocazione politica.

"Lumumba ricorda alla gente il ruolo di Washington e dei suoi alleati nel minare la prima democrazia africana", ha detto Diallo. "Per questo motivo, qualsiasi omaggio a lui su un palcoscenico globale come la Coppa del Mondo sarebbe un gesto di grande impatto".

“Non solo farebbe rivivere la memoria di un uomo, ma sfiderebbe anche le narrazioni dominanti sull’Africa e sulla sua storia.”

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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La Siria raggiunge il cessate il fuoco con le SDF e ottiene "importanti concessioni dai curdi"

 

Il 18 gennaio i media statali siriani hanno annunciato un cessate il fuoco immediato tra il governo e le Forze democratiche siriane (SDF) guidate dai curdi, che prevede la cessione di territori e risorse naturali da parte delle SDF.

L'accordo è stato raggiunto dopo che le forze siriane fedeli al presidente Ahmad al-Sharaa, ex comandante di Al-Qaeda e dell'ISIS, hanno preso il controllo delle città strategiche di Tabqa e Raqqa, sottraendole alle SDF domenica mattina.

Secondo alcune indiscrezioni, le forze governative siriane avrebbero preso il controllo di alcune parti dell'autostrada M4, isolando la città curda di Kobani dal resto del territorio delle SDF.

Secondo Rudaw, l'accordo prevede "importanti concessioni da parte dei curdi", che si sono opposti all'integrazione nello Stato siriano nel tentativo di mantenere il controllo di una regione autonoma nel nord-est della Siria e delle sue ingenti risorse energetiche.

I punti chiave dell'accordo di cessate il fuoco includono:

  • La consegna dei governatorati di Deir Ezzor e Raqqa, nonché di tutti i valichi di frontiera, dei giacimenti di petrolio e di gas della regione, al governo siriano
  • La completa integrazione di tutto il personale militare e di sicurezza delle SDF nelle strutture dei Ministeri della Difesa e degli Interni siriani su base individuale, piuttosto che come unità comandate dai curdi
  • Fornire elenchi di ufficiali dell'ex governo di Bashar al-Assad presenti nelle aree della Siria nord-orientale
  • Cedere il controllo dei prigionieri e dei campi dell'ISIS al governo siriano, in modo che il governo siriano si assuma la piena responsabilità legale e di sicurezza per loro
  • L'adozione di una lista di candidati presentata dalla leadership delle SDF per ricoprire posizioni militari, di sicurezza e civili di alto rango all'interno della struttura centrale dello Stato per garantire la partnership nazionale

Il governo siriano ha annunciato il cessate il fuoco dopo che domenica il Presidente Sharaa ha incontrato a Damasco l'Inviato Speciale degli Stati Uniti per la Siria, Thomas Barrack. All'incontro ha partecipato anche il Ministro degli Esteri e degli Espatriati Asaad Hassan al-Shaibani, che "ha ribadito l'unità e la sovranità della Siria su tutto il suo territorio e ha sottolineato l'importanza del dialogo nella fase attuale", ha riferito SANA.

Le SDF sono state costituite dalla coalizione militare guidata dagli Stati Uniti in Siria nel 2015 e da allora hanno aiutato Washington a supervisionare l'occupazione dei giacimenti petroliferi siriani. 

Le ultime tensioni seguono una significativa riduzione della presenza militare statunitense in Siria negli ultimi mesi. Washington ha abbandonato cinque delle otto principali basi militari nel Paese.

"Washington ha tracciato nuovi confini per le SDF. Consegne, ritiri e trasferimenti nelle aree a est del fiume. Ciò che colpisce è la cessione dei giacimenti di petrolio e gas a est di Deir Ezzor a Damasco, avvenuta senza intoppi e alla presenza degli Stati Uniti, il che significa che la questione petrolifera rimane nelle mani di Washington. Aspetteremo di vedere come si sistemeranno le cose e a che punto capiremo la natura dell'"accordo" che Washington ha stretto con Ankara", ha commentato il giornalista libanese Khalil Nasrallah.

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 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Milano Fashion Week, debutta Zegna. Gildo Zegna: “Portiamo in passerella le generazioni”

La settimana della moda a Milano apre con la sfilata di Zegna. Ambientata in un armadio immaginario pieno di oggetti reali provenienti dal guardaroba di famiglia di Gildo Zegna, presidente esecutivo del Gruppo, e Paolo Zegna, entrambi membri della terza generazione della famiglia Zegna, questa collezione nasce da un amore profondo per il tessere e l’indossare.

All’interno di questo armadio, una teca da museo conserva “Abito n. 1”: il primo abito realizzato negli anni Trenta, su misura, per il conte Ermenegildo Zegna, in 100% lana australiana. Il Gruppo Ermenegildo Zegna ha con il nuovo anno dato il via a un nuovo capitolo per l’azienda, inaugurando un passaggio storico per il gruppo.

Gildo Zegna, alla guida del gruppo da oltre vent’anni, ha passato il testimone operativo a Gianluca Tagliabue, prima cfo e coo, che dal 1° gennaio 2026 ha assunto la carica di ceo. Gian Franco Santhià, prima group control & chief accounting officer, ha invece assunto la carica di group cfo e riporterà al group ceo.

Ma la novità più simbolica, già annunciata nel novembre 2025, è l’ingresso ufficiale della quarta generazione Zegna ai vertici del brand. Edoardo e Angelo Zegna diventeranno co-ceo del marchio. “Un’idea di continuità con le generazioni, non solo nella governance, ma anche nei capi”, queste le parole di Gildo Zegna che abbiamo incontrato nel dietro le quinte dello show per la nuova collezione.

Con la nuova collezione cosa volete raccontare?

Un’idea di continuità, generazioni, non solo nella governance, ma anche nei capi: portare in passerella capi di mio nonno, di mio padre, io torno indietro con gli anni, ma con una modernità incredibile. Il nostro direttore creativo Alessandro Sartori ha saputo reinterpretare i capi del mio passato in termini di tagli, di look, con aggiustamenti incredibili.

Se dovesse trovare una parola che racchiude questa collezione?

Direi continuità.

Che tipo di uomo vuole rappresentare?

Un uomo che apprezza l’eccellenza, la qualità e una modernità di stile internazionale. Tutto questo, con l’aggiunta di una forte caratteristica individuale: vuole essere se stesso pur portando dei capi molto particolari che gli permettono di differenziarsi dagli altri. È un uomo a cui non interessa più di tanto apparire, vuole sentirsi lui diverso, credo sia questo il vero tocco di genio.

Perché Zegna dopo tanti anni è ancora forte non solo qui in Italia, ma in tutto il mondo?

Il perché è chiaro, direi che siamo una delle industrie più importanti del Made in Italy, la maggior parte dei prodotti che facciamo viene realizzata in Italia da cento anni, questa è la cosa importante. Siamo stimati come famiglia, sia per l’industria della moda che del tessile, credo che questa sia la nostra vera forza per pensare a un futuro positivo.

È un settore, il suo, che oggi presenta qualche difficoltà?

Tra quelli che fanno moda in Italia c’è chi fa bene e chi fa meno bene, vinca il migliore. C’è tanta volontà, c’è tanta creatività, ci sono i mezzi e anche per questo voglio essere positivo: ce la faremo. Tanta la voglia di cambiare, di fare bene. Rimango comunque positivo: la forte capacità del Made in Italy e, in questo caso, l’imprenditorialità italiana possono farcela.

L’articolo Milano Fashion Week, debutta Zegna. Gildo Zegna: “Portiamo in passerella le generazioni” è tratto da Forbes Italia.

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“Da lui ho ricevuto solo scorrettezze però pazienza, la rabbia non fa bene. Non abbiamo un buon rapporto ma gli auguro successo”: il duro sfogo di Al Bano contro Carlo Conti

Ad Al Bano proprio non è andata giù. La sua distanza dal Festival negli ultimi anni, se non come ospite, ha suscitato reazioni piccate e dichiarazioni molto critiche, prima destinate ad Amadeus e dallo scorso anno al direttore artistico Carlo Conti. Dopo quindici partecipazioni ribadisce di aver chiuso con Sanremo: “Nel 2017 mi cacciarono la prima sera, avevo una canzone meravigliosa. Ora basta, non propongo più niente”.

E mette nel mirino il conduttore toscano: “Da lui ho ricevuto solo scorrettezze però pazienza, la rabbia non fa bene. Non abbiamo un buon rapporto, ma siccome soffro di sanremite acuta lo guarderò e gli auguro un grandissimo successo. Sono un Re, non mi mischio con dei semplici Conti”, lo stoccata nel corso dell’intervista rilasciata al Corriere della Sera.

Dove non risparmia nemmeno Romina Power che nei giorni scorsi nel podcast di Alessandro Cattelan aveva dichiarato: “Felicità? Non la volevo nemmeno incidere, la trovavo banale”, provando successivamente a raddrizzare il tiro (“Etimologicamente la parola ‘banale’ deriva dal francese antico ‘banal’ e significa semplicemente qualcosa di comune, di neutro. Non è un termine offensivo“). “Meglio se sto zitto. Ingrata? Beh, è come sputare nel piatto in cui mangi. Ci ha guadagnato bei soldi, grazie a me. Avercene, di canzoni così. Ed è tutto meno che banale: fu la mia risposta ai colleghi che, negli anni delle Br, ammiccavano a quello stato di cose”, replica Al Bano.

Quando mi misi con lei, nella sua famiglia la parola ‘divorzio’ era la normalità. Suo padre, sua madre, i nonni, erano tutti divorziati. Sa come si dice: ‘Lu zumpu ca face la crapa lu face puru la crapetta’ (il salto che fa la capra lo fa pure la capretta). Pensai: ‘Durerà per due o tre anni’. Però non volevo perdere neanche un giorno di quella vita eccezionale“, continua il cantante di Cellino San Marco. “Lei ha detto ‘non si smette mai di amare chi si è amato’. Mah, con le parole possiamo dire tutto. L’amore c’è stato, è innegabile, come dopo la divisione. Abbiamo messo al mondo dei figli, meglio farsi la pace che la guerra. Da qui a chiamarlo amore però ce ne passa“, spiega l’artista pugliese.

“Nostalgia canaglia? Quegli anni sono passati, belli e tragici, ora non ho tempo per la nostalgia. Ero rimasto solo. Ma poi ho ritrovato la primavera. E si chiama Loredana Lecciso. Per me è ricominciata la vita. E continua da 25 anni“, chiude così il capitolo amore. Concedendosi un passaggio sul cappello che indossa sempre e sui suoi capelli: “Porto sempre il cappello da quando ho cominciato a perdere i capelli. Anche papà, che ce li aveva, lo metteva. Mi piace, è un simbolo. I capelli me li tingo? Sì, me li tingo, mbè? Non ho niente da nascondere. Non sopporto il bianco sulla mia faccia, mi sbatte”.

L'articolo “Da lui ho ricevuto solo scorrettezze però pazienza, la rabbia non fa bene. Non abbiamo un buon rapporto ma gli auguro successo”: il duro sfogo di Al Bano contro Carlo Conti proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Fertilizzanti rivestiti e inquinamento invisibile: la ricerca che svela come le microplastiche raggiungono le spiagge

Le microplastiche derivanti da PCF, fertilizzanti rivestiti di polimeri, contaminano le spiagge e i campi agricoli in Giappone e nei paesi con cui hanno scambi commerciali. Così, i ricercatori della Tokyo Metropolitan University hanno iniziato a studiare il loro percorso: come fanno le microplastiche dei fertilizzanti a finire dalla spiaggia in mare oppure in un altro paese? I PCF sono capsule ricoperte con all’interno sostanze nutritive che vengono rilasciate gradualmente sui terreni.

Vengono utilizzate in Cina e Giappone nelle risaie, nelle coltivazioni di grano e mais. Anche Stati Uniti, Regno Unito ed Europa occidentale utilizzano i fertilizzanti rivestiti di polimeri. In percentuale superano la soglia del 50 fino al 90% dei detriti plastici poi ritrovati sulle spiagge giapponesi.

Significa che, quando non vengono accidentalmente inviate negli altri paesi, arrivano nel paese nipponico. I percorsi accidentali di questi inquinanti provenienti dall’agricoltura non erano stati ancora studiati nelle quantità, conseguenze e, soprattutto, nei percorsi.

le microplastiche raggiungono le spiagge

Il misterioso percorso dei fertilizzanti agricoli che diventano plastica galleggiante tra fiumi e mari emerge dalle indagini al microscopio: nei dettagli la ricerca del team di Tokyo

I ricercatori universitari di Tokyo, guidati dal Professor Masayuki Kawahigashi e dal Dott. Dolgormaa Munkhbat, hanno studiato ben 147 terreni agricoli vicini a 17 spiagge. Ci sono due tipi di aree considerate: vicini alle foci dei fiumi e con punti di drenaggio agricolo che sversano nel mare. Questi ultimi inquinano di più rispetto alle zone fluviali. Qui il 77% dei PCF rimane sul terreno e quasi il 23% diventa, nelle acque, plastica mancante, ovvero si frantuma in detriti e si accumula sui fondali alle microplastiche già esistenti. I punti di drenaggio diretti vedono l’azione delle onde portare via subito il 28%; l’inquinamento agricolo viene trasportato tanto in acqua quanto in altre spiagge o terreferme.

I ricercatori, con microscopio, hanno analizzato gli accumuli che rilasciano in acqua: le capsule di fertilizzante sono composte da ferro e ossido di alluminio, tutti elementi che creano frammenti pesanti nell’acqua, quindi galleggiabili. Per questo finiscono più in ritardo di altre microplastiche sui fondali e sporcano l’acqua in superficie, rilasciata poi sulle spiagge. La circolazione dei PCF, conclude il comunicato stampa dell’istituto di ricerca, è da monitorare e considerare un problema globale nelle politiche anti-inquinamento.

Fertilizzanti rivestiti e inquinamento invisibile: la ricerca che svela come le microplastiche raggiungono le spiagge è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Daniela Giannace

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Guerra, economia e potere nella politica internazionale

Già autore con Emiliano Brancaccio e Raffaele Giammetti dell’importante libro La guerra capitalista, Stefano Lucarelli presenta con Il tempo di Ares (Mondadori Università, pp. 140, €12,00) un libro di facile lettura ma anche di grandissimo respiro. Un testo che spazia da riferimenti mitologici – fin dal titolo – e filosofici a richiami di storia, scienza politica, arte, cinema e così via. Non si tratta di semplice eclettismo: Lucarelli usa tutti questi richiami per meglio spiegare il discorso economico di fondo, che è la vera traccia del libro.

Tutte le principali tematiche dell’attualità sono affrontate analiticamente: i disordini internazionali e l’attuale scontro fra sistemi economici in competizione, richiamando i tanti avvenimenti passati della guerra fredda; le guerre commerciali di oggi, con i dazi di Trump, ripartendo dalle teorie del commercio internazionale degli economisti classici e dalle critiche marxiste; i surplus commerciali degli Stati e gli investimenti esteri delle grandi multinazionali del ’900, evidenziando il processo di centralizzazione del capitale; fino alle recenti molteplici crisi, finanziarie e valutarie, cui la guerra guerreggiata sembra contrapporsi più efficacemente dei velleitari processi di friendshoring. Non poche sono poi le “stoccate” che Lucarelli riserva ai commentatori geopolitici e agli economisti mainstream, al neoliberismo e alle contraddizioni del cosiddetto Washington Consensus.

In alcuni passaggi del libro emerge chiaramente il “mestiere” di economista, con inserimento di tabelle, grafici e perfino di qualche equazione; che ricordano come il libro sia nato nell’ambito di un corso universitario. E però un corso non standardizzato, ripetitivo, come tanti di quelli oggi svolti nelle aule universitarie. Lucarelli sa presentare le idee economiche dominanti così come quelle degli economisti classici e di Marx, oggi più che mai assenti nei libri di testo. Il suo è un libro che parla di rapporti di potere, quindi economici nel senso più profondo e meno tecnico del termine, che parte dalla lotta fra Titani e dei dell’Olimpo per arrivare a spiegare la pandemia e l’Ucraina oggi, così come i conflitti inter-imperialistici sottostanti. Ossia gli interessi del capitalismo statunitense in crisi e quelli dell’espansione economica cinese.

In tre capitoli e in poco più di 100 pagine, Lucarelli racconta i tempi di Ermes, di Ares e di Pan: ossia i tempi lunghi dell’umanità, la mutazione nei conflitti e nei rapporti umani così come mediati dalle forme della competizione economica in divenire. Gli antichi miti greci sono allora una scusa per spiegare in profondità le interconnessioni della politica monetaria internazionale, del protezionismo e del liberismo, degli investimenti esteri delle grandi multinazionali, della speculazione finanziaria globale e della politica internazionale. Con una conclusione su quelle che possono essere le condizioni economiche della pace, ad esempio nella forma della International Clearing Union proposta da Keynes al tempo di Bretton Woods. Ma qui viene da chiedersi se questa pace economica sia davvero un fatto possibile nella conflittuale storia umana, oppure solo un nuovo brano di mitologia.


Stefano Lucarelli, Il tempo di Ares, Mondadori Università, 2025, pp. 140, €12,00

L'articolo Guerra, economia e potere nella politica internazionale sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

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Trump abandons ‘peace’ focus after Nobel snub in message to Norway PM: ‘World is not secure’

Donald Trump no longer needs to think “purely of peace” after being snubbed for a Nobel prize, the US president said in comments published on Monday, adding the world will not be safe until Washington controls Greenland. Trump has put the transatlantic alliance to the test with threats to take over Greenland “one way or the other”, with European countries closing ranks against Washington’s designs on the vast Danish territory. German and French leaders denounced as “blackmail” weekend threats by...

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Ecco cosa diventano due stelle che si fondono

Quando due stelle si avvicinano, si scontrano e si fondono, esplodono in una nova rossa luminosa (Lrn o luminous red nova in inglese). Un faro luminoso ma transiente, a metà fra una semplice nova e una prorompente supernova. Fra i maggiori esperti nello studio di questi particolari oggetti astrofisici c’è un gruppo di ricercatori dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) che, negli ultimi anni, ha raccolto numerosi esemplari in galassie esterne alla Via Lattea. E che, ultimamente, è riuscito a rispondere a una fondamentale domanda: che cosa rimane dopo, quando la nova rossa luminosa si spegne e le due stelle sono diventate un unico oggetto? Una stella simile a una supergigante rossa, scrivono in un articolo disponibile su Astronomy & Astrophysics.

Immagine a falsi colori infrarossi, creata combinando immagini dal James Webb Space Telescope a diverse lunghezze d’onda. Vediamo la galassia a spirale Ngc 4490, a 30 milioni di anni luce di distanza. L’immagine copre solo una piccola area di cielo (pari a un settimo del diametro della Luna piena). Il riquadro bianco sulla sinistra è centrato sulla sorgente Lrn At 2011kp, osservata 12 anni dopo l’evento di coalescenza che l’ha generata. La sorgente è stata zoommata nel riquadro a destra, come indicato dal marcatore verde. A differenza delle stelle normali, che appaiono di colore blu, questa sorgente appare di colore più rosso, poiché la sua emissione è dominata da quella della polvere nelle immediate vicinanze, generata dal materiale espulso dal violento scontro tra le due stelle. Crediti: A. Reguitti, A. Adamo/Nasa/Esa/Csa

La maggior parte dei fenomeni astrofisici evolve in un arco di tempo di migliaia, se non milioni, di anni. Esistono alcuni fenomeni, però, come l’esplosione di una supernova o la fusione (merging in inglese) fra buchi neri o stelle di neutroni, che si sviluppano in periodi inferiori alla durata della vita umana (da millisecondi a decenni) e offrono agli studiosi la possibilità di assistere “in diretta” alla loro evoluzione. In gergo vengono chiamati “fenomeni transienti” e anche gli scontri fra stelle rientrano in questa categoria.

«Normalmente non possiamo assistere all’evoluzione di un sistema che avviene in milioni di anni, ma queste coppie di stelle stanno vivendo gli ultimi istanti prima dello scontro, che invece avviene in tempi molto più rapidi», spiega Andrea Reguitti, ricercatore all’Inaf e primo autore dello studio. «Il transiente che ne consegue, infatti, ha tempi evolutivi comparabili con quelli di una supernova, ovvero di alcuni mesi».

Andrea Reguitti, ricercatore dell’Inaf di Padova presso la sede di Padova. Crediti: Inaf/R. Bonuccelli

L’oggetto in questione – la Lrn, appunto – rientra nella famiglia dei transienti ottici di luminosità intermedia: si osserva nella luce visibile , nella fase più brillante ha una luminosità intermedia tra quella delle nove classiche e delle supernove, ed è il risultato dello scontro e fusione di due stelle ordinarie, che possono avere masse in un intervallo molto ampio, da più piccole del Sole fino a 50 volte più massicce.

Nel loro studio, Reguitti e i suoi colleghi hanno selezionato nove di questi transienti, ma solo per due di essi sono riusciti a scrivere l’intera storia: At 2011kp, che hanno ritrovato 12 anni dopo la fusione, e At 1997bs, che hanno ritrovato addirittura 27 anni dopo.

«In alcuni casi, analizzando immagini d’archivio dei principali telescopi spaziali prese anni prima dell’evento, è stato possibile individuare il progenitore, ossia studiare il sistema così com’era prima di fondersi, e capire dunque quali tipi di stelle fossero coinvolte», continua Reguitti. «Tuttavia, fino a ora non si sapeva che tipo di stella sarebbe rimasta dopo la coalescenza».

Per riuscirci, è necessario innanzitutto aspettare diversi anni dopo l’apparizione di un Lrn prima che il sistema si assesti. Occorre poi osservarlo con un telescopio spaziale in grado di individuare le singole stelle in altre galassie. E, infine, effettuare osservazioni in infrarosso. Le Lrn, infatti, in seguito allo scontro fra le due stelle producono molta polvere, che ha l’effetto di oscurare ciò che resta del sistema in luce ottica,  mantenendolo visibile solo in infrarosso. Queste ultime due condizioni richiedono capacità che, a oggi, hanno un nome preciso e insostituibile: il James Webb Space Telescope. Ed è infatti proprio nei dati pubblici di Webb che gli autori hanno ritrovato i due sistemi molti anni dopo il loro impatto, utilizzando immagini del 2023 e del 2024 nel vicino e medio infrarosso. Oltre a questo, hanno cercato immagini del telescopio spaziale Hubble nel visibile e del telescopio spaziale Spitzer.

Le novae rosse luminose sono le “esplosioni”, i transienti luminosi generati dall’energia liberata dallo scontro. Durante la fase più brillante del transiente Lrn, si osserva materiale eiettato dall’esplosione, che, essendo denso, caldo e luminoso, impedisce di vedere cosa c’è sotto. Ma, aspettando un tempo sufficiente e osservando nel vicino infrarosso, dove il risultato della fusione rimane visibile, per la prima volta il gruppo padovano è riuscito a osservare cosa diventano due stelle quando si fondono: qualcosa di molto simile a una supergigante rossa. Un oggetto molto grande, con un raggio centinaia di volte quello del Sole, che, se posto al centro del Sistema solare, sfiorerebbe l’orbita di Giove e, allo stesso tempo, freddo rispetto alle stelle ordinarie, con una temperatura superficiale di appena 3500-4000 kelvin (in confronto, il Sole arriva a quasi 6000 kelvin).

«Non ci aspettavamo di trovare questo tipo di oggetti come risultato della fusione», commenta Andrea Pastorello, ricercatore dell’Inaf e coautore dell’articolo. «Ci si sarebbe aspettato, piuttosto, che il sistema, passando da due stelle di una certa massa a una singola con una massa quasi pari alla somma delle due (al netto del materiale espulso dallo scontro), si sarebbe stabilizzato su una sorgente più calda e compatta».

Oltre ad aver trovato il prodotto dello scontro, grazie al telescopio spaziale Webb i ricercatori sono anche riusciti ad analizzare la composizione chimica della polvere che circonda il sistema dopo lo scontro. Trovando che è fatta principalmente di composti del carbonio, del tipo grafite o carbonio amorfo, e non di silicati come ci si attenderebbe in ambienti ricchi di ossigeno. Ogni evento produce circa un millesimo di massa solare di polvere, ovvero circa 300 volte la massa della Terra. Appena un centesimo rispetto alla polvere prodotta dalle supernove, ma se si considera che le Lrn sono molto più frequenti, si scopre che possono contribuire alla formazione cosmica della polvere quasi tanto quanto le supernove. Questa polvere viene poi dispersa nello spazio e, dopo migliaia o milioni di anni, finisce in una nebulosa ricca di gas, dalla quale può formarsi una nuova stella con nuovi pianeti.

«Noi siamo fatti di composti del carbonio, lo stesso di cui è ricca questa polvere. È un modo diverso di raccontare la vecchia storiella che siamo “polvere di stelle”», conclude Reguitti.

Per saperne di più:

 

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Trump abandons ‘peace’ focus after Nobel snub in message to Norway PM: ‘World is not secure’

Donald Trump no longer needs to think “purely of peace” after being snubbed for a Nobel prize, the US president said in comments published on Monday, adding the world will not be safe until Washington controls Greenland. Trump has put the transatlantic alliance to the test with threats to take over Greenland “one way or the other”, with European countries closing ranks against Washington’s designs on the vast Danish territory. German and French leaders denounced as “blackmail” weekend threats by...

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China girl writes love messages to late grandpa, leads to calls for better grief education

An 11-year-old girl in China who often sends text messages to her dead grandfather has moved millions of internet users in the country. According to a report by media outlet The Cover, the girl’s mother known as Han, who lives in the southwestern Sichuan province, discovered the messages on her daughter’s phone-watch. The little girl has a careless personality and seldom talks about the grandfather’s death. As a result, Han was surprised and touched when she found the messages. She later shared...

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Caitlin Johnstone - I miliardari sionisti ammettono apertamente di aver manipolato il governo degli Stati Uniti

 

di Caitlin Johnstone*

Intervenendo insieme sabato al vertice del Consiglio israelo-americano, i miliardari donatori sionisti Miriam Adelson e Haim Saban hanno lasciato intendere con forza di essere coinvolti in attività estremamente losche per manipolare il governo degli Stati Uniti a favore degli interessi israeliani.

C'è un tizio che seguo su Twitter, Chris Menahan, che pubblica sempre spezzoni di eventi sionisti che altrimenti passerebbero inosservati, rivelando spesso dichiarazioni sconcertanti da parte di attivisti filo-israeliani che tendono a sciogliere un po' la lingua quando si rivolgono a un pubblico di persone che la pensano come lui. Di recente ho citato un filmato che ha trovato in cui l'ex autrice dei discorsi di Obama, Sarah Hurwitz, denunciava il modo in cui i social media hanno permesso all'opinione pubblica di vedere le prove delle atrocità israeliane a Gaza.

Menahan ha messo in luce alcuni momenti molto rivelatori di Adelson e Saban, entrambi cittadini statunitensi e israeliani, ed entrambi finanziatori dell'Israeli-American Council (IAC). Nel 2014, MJ Rosenberg di The Nation scrisse che Saban e il defunto marito di Miriam Adelson, Sheldon, stavano usando operazioni di influenza come l'IAC per diventare "i fratelli Koch su Israele".

Ecco la trascrizione di un'interazione molto rivelatrice tra Adelson e il presentatore dell'evento Shawn Evenhaim:

Evenhaim: Miri, tu e Sheldon avete stretto molti rapporti nel corso degli anni con i politici, a livello statale e soprattutto federale. Vorrei che condividessi con tutti perché è così importante e come lo fate. Ripeto, firmare assegni ne fa parte, ma c'è molto di più che firmare assegni, quindi come lo fate?

Adelson: Shawn, puoi permettermi di non rispondere?

Evenhaim (scrolla le spalle): Scegli tu!

Adelson: Voglio essere sincero e ci sono tante cose di cui non voglio parlare.

Evenhaim: Sì, intendo dire che non vogliamo dettagli specifici, ma va bene così.

Miriam Adelson ammette qui che, oltre alle centinaia di milioni di dollari che lei e Sheldon hanno investito nelle campagne politiche di Donald Trump e di altri politici repubblicani, hanno anche manipolato la politica statunitense dietro le quinte in modi che lei preferirebbe tenere segreti al pubblico. Presumibilmente perché causerebbe un notevole scandalo se l'opinione pubblica lo scoprisse.

Trump, per la cronaca, ha ripetutamente ammesso di aver concesso favori politici a Israele su sollecitazione degli Adelson durante il suo primo mandato, affermando di aver spostato l'ambasciata statunitense in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme e di aver legittimato l'annessione israeliana delle alture del Golan per compiacerli.

E li ha accontentati. Deve averlo fatto, perché Miriam Adelson ha donato altri 100 milioni di dollari alla campagna di Trump del 2024 per aiutarlo a tornare presidente. E ora ha trascorso il primo anno della sua amministrazione bombardando Iran e Yemen, lavorando per prendere il controllo di Gaza reprimendo aggressivamente le critiche a Israele negli Stati Uniti.

Nel 2020, prima di tutte queste palesi ammissioni, il musicista Roger Waters fu diffamato come antisemita dall'Anti-Defamation League e da altri gruppi sionisti per aver affermato che Sheldon Adelson stava usando la sua ricchezza per esercitare influenza sulla politica statunitense.

Saban è stato ancora più cauto di Adelson sulle sue operazioni politiche nella sua risposta alla stessa domanda di Evenhaim:

Voglio essere cauto nel dire ciò che dico... (Pausa) È un sistema che non abbiamo creato noi. È un sistema che esiste già. È un sistema legale e noi ci limitiamo a giocare al suo interno. E questo è tutto! Voglio dire, è davvero molto semplice. Se sostieni un politico, in circostanze normali dovresti avere accesso per condividere le tue opinioni e cercare di aiutarlo a comprendere il tuo punto di vista. Questo è ciò che ti garantisce l'accesso, e il contributo e il sostegno finanziario ti garantiscono l'accesso, quindi... Voglio dire... (scrolla le spalle) chi dà di più ha più accesso e chi dà di meno ha meno accesso. È un calcolo semplice. Fidati di me.

Haim Saban, le cui donazioni alla campagna elettorale si concentrano sull'altro fronte, ovvero sui finanziamenti al Partito Democratico, ha dichiarato: "Sono un tipo monotematico, e il mio problema è Israele". Nel 2022, il superpac dell'AIPAC ha citato l'influenza finanziaria di Saban per sostenere che deviare dal sostegno a Israele sarebbe costato ai Democratici finanziamenti critici, affermando: "I nostri donatori attivisti, tra cui uno dei maggiori donatori del Partito Democratico, sono concentrati nel garantire che abbiamo un Congresso degli Stati Uniti che, come il presidente Biden, sostenga un rapporto vivace e solido con il nostro alleato democratico, Israele".

Come nel caso di Adelson, possiamo supporre che Saban abbia affermato di voler essere "cauto" nel descrivere le sue operazioni di influenza, perché ciò avrebbe causato un grosso scandalo se il popolo americano avesse capito cosa stava facendo.

Alcuni guarderanno questi filmati e sosterranno che è antisemita anche solo condividerli. Altri li guarderanno e li citeranno come prova che il mondo è governato dagli ebrei. Per me sono solo la prova che il mondo è governato da sociopatici benestanti e che la democrazia occidentale è un'illusione.

Voglio dire, non si potrebbe davvero chiedere un'illustrazione migliore della farsa della democrazia americana di questa. Due miliardari di partiti politici apparentemente opposti ammettono pubblicamente di usare la loro oscena ricchezza per manipolare la politica statunitense e promuovere i programmi militari e geopolitici di uno stato straniero dall'altra parte del pianeta.

E come ha detto Saban, è tutto legale. La corruzione è legale negli Stati Uniti d'America.

Ai plutocrati è permesso sfruttare le proprie fortune per manipolare il governo statunitense, utilizzando finanziamenti per le campagne elettorali e attività di lobbying per promuovere i propri interessi personali, finanziari e ideologici. Se hai qualche milione di dollari da parte, puoi usarli per far scomparire accuse penali, per revocare normative ambientali o tutele dei lavoratori che danneggiano i margini di profitto della tua azienda, o persino per far spedire esplosivi militari a un governo straniero da utilizzare in un genocidio in corso.

E tutto questo viene fatto con totale disprezzo per la volontà dell'elettorato. Il popolo americano non ha alcun controllo su ciò che fa il suo governo nell'attuale sistema politico. Vota per un burattino oligarchico, poi vota per il burattino oligarchico dell'altro partito quando la soluzione non funziona, andando avanti e indietro senza rendersi conto che in nessun momento sta cambiando l'effettiva struttura di potere in cui vive.

Questa struttura di potere si chiama plutocrazia. È l'unico vero sistema politico degli Stati Uniti.

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(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

*Giornalista e saggista australiana. Pubblica tutti i suoi articoli nella newsletter personale: https://www.caitlinjohnst.one/

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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"Abbiamo ricambiato il saluto": ecco cosa hanno fatto le truppe tedesche in Groenlandia

 

I membri della Bundeswehr (l'esercito tedesco) hanno lasciato la Groenlandia dopo aver completato una breve missione di ricognizione, che il comando militare del Paese ha descritto come "estremamente positiva e costruttiva", riporta la Westdeutsche Allgemeine Zeitung (WAZ). 

Un piccolo contingente di soldati tedeschi ha partecipato per diversi giorni a un dispiegamento sull'isola artica sotto la guida danese. Il portavoce della missione, il tenente colonnello Peter Mielewczyk, ha dichiarato che l'obiettivo primario era quello di condurre ricognizioni nell'ambito di manovre e attività di addestramento, e che tale obiettivo era stato raggiunto. Sottolinenado che, durante la loro permanenza, le forze tedesche hanno ricevuto tutta l'assistenza necessaria dalle autorità e dalle forze armate danesi.

"La collaborazione con i nostri colleghi danesi è stata estremamente positiva e costruttiva. Abbiamo ricevuto tutto il supporto immaginabile in così poco tempo", ha affermato. Ha aggiunto che c'è stato anche uno scambio "intenso" con le altre nazioni presenti, come Francia, Paesi Bassi e Islanda, e ha definito "positivo" anche il contatto con i groenlandesi.

Sebbene non ci siano state conversazioni dirette, hanno mantenuto una presenza visibile nella sfera pubblica. "Ci hanno salutato e, naturalmente, li abbiamo salutati a nostra volta", ha detto Mielwczyk.

Oggi, la Bild ha riferito che la squadra di ricognizione della Bundeswehr in Groenlandia ha lasciato l'isola "in silenzio e in fretta ", imbarcandosi su un volo Boeing 737 della Icelandair, senza alcun preavviso pubblico o spiegazione ufficiale sul motivo della loro partenza accelerata.

In risposta, il Ministero della Difesa tedesco ha dichiarato che la missione si è conclusa domenica "come previsto"  e ha indicato che, sulla base delle informazioni ottenute, "eventuali misure per rafforzare la sicurezza nell'Atlantico settentrionale e nell'Artico saranno ora coordinate con i nostri partner della NATO".

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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La nozione di cittadinanza e l’approccio classista che manca oggi nell’analisi della società

 

di Federico Giusti

C’era un tempo in cui l’idea di cittadinanza si concretizzava in pratiche inclusive ampliando la partecipazione ai processi decisionali per costruire una democrazia diffusa, erano anche i tempi nei quali si parlava di scuole aperte alla cittadinanza e ben oltre l’orario canonico scolastico per incontrare e soddisfare i bisogni sociali di istruzione, socialità e di natura sportiva. Pensiamo alle scuole aperte di pomeriggio per attività di varia natura e immaginiamoci il beneficio in termini di inclusione sociale che ne deriverebbe.

Ma una scelta del genere avrebbe bisogno di scelte coraggiose come accrescere i finanziamenti al welfare, l’esatto contrario di quanto i governi succedutisi hanno fatto da 30 anni ad oggi.

Lo status di cittadinanza è divenuto invece strumento di esclusione sociale. È l’incipit di un libello di Lea Ypi, edito da Feltrinelli nella collana Idee, con il suggestivo e marxiano titolo “Confini di classe”.

Analizzando i contratti nazionali di lavoro ci imbatteremo in diritti essenzialmente individuali, ore di permesso, istituti contrattuali costruiti ad hoc, un CCNL dovrebbe invece offrire una visione di insieme delle problematiche offrendo spunto per rivendicazioni collettive tipo aumento delle materie oggetto di contrattazione.

L’esempio prettamente sindacale aiuta a comprendere come sia proprio la dimensione collettiva a far paura alla odierna società, via via hanno svilito tutti gli strumenti di partecipazione attiva e democratica iniziando dal sistema elettorale maggioritario che esclude minoranze anche cospicue dalla rappresentanza per non avere raggiunto e superato il quorum.

Ma per comprendere appieno lo strumento di esclusione occorre guardare alle norme in materia di immigrazione, a paesi nei quali si chiede al migrante il possesso di conoscenze estranee anche alle minoranze linguistiche presenti da sempre nel paese stesso.

Le politiche di cittadinanza da oltre trenta anni sono oggetto di controversie e divisioni anche se, in sostanza, le norme sono rimaste inalterate a conferma che esiste un ampio e diffuso consenso verso determinate logiche e principi guida, in caso contrario ci sarebbe stato almeno un Governo disponibile a modificare le leggi vigenti.

Lea Ypi è su questo punto categorica scrivendo

La democrazia…si trasforma via via in una forma di oligarchia attraverso cui una minoranza ricca controlla il potere politico appropriandosi dei mezzi per conquistarlo ed esercitarlo….anzichè essere lo strumento con cui mitigare gli eccessi dei mercati e affermare la priorità del processo decisionale democratico, la cittadinanza, quando viene comprata e venduta, si trasforma in una merce come tutte le altre, Lo Stato, anziché contribuire a domare il potere capitalista del mercato, si arrende al suo cospetto .

L’analisi sopra riportata giudica il ruolo dello Stato super partes, una entità tale da imporre correttivi e indirizzi al modo di produzione capitalistico e alle trasformazioni avvenute negli ultimi 40 anni. In realtà, il ridimensionamento del ruolo pubblico e il perimetro in cui si muove lo Stato stesso sono ben diversi da quello degli anni neokeynesiani, del resto i processi di privatizzazione, il ridimensionamento del welfare, lo sviluppo dei colossi imperialisti qualche processo di trasformazione dovevano pur produrlo. Se poi pensiamo ai rapporti di forza degli ultimi lustri si capisce che ridimensionando lo Stato a favore del mercato, le classi subalterne si sono trovate in condizioni di oggettiva debolezza subendo prima i processi neoliberisti poi quelli della globalizzazione. E se a pagare lo scotto di certe politiche sono sempre e solo gli Ultimi, chi più dei migranti potrebbe essere identificato come la classe sfruttata e subalterna per eccellenza?

Nella società capitalistica degli ultimi 30 anni si è fatta strada anche una visione conservatrice, retrograda e un po’ razzista trasformando le competenze linguistiche nel primo requisito da possedere per acquisire lo status di cittadino.  Dietro a questo requisito di nasconde l’idea che in fondo la cultura del paese occidentale, la sua lingua, le norme che lo sorreggono siano decisamente superiori a quelle dei paesi di provenienza.

E mentre cresce l’analfabetismo, di ritorno e no, tra gli autoctoni, aumentano i giovani che non studiano e non lavorano, si impongono regole ferree ai futuri nuovi cittadini. 

Ma chi sono i meritevoli di far parte della comunità politica? A questa domanda non si offrono risposte sufficientemente chiare, la crisi economica e sociale dei paesi occidentali con la riduzione del PIL e dell’offerta di lavoro, le guerre nel mondo, la crisi climatica sono tra le cause dei fenomeni immigratori che, aumentando nei numeri e nelle dimensioni, si sono portati dietro la mercificazione stessa della cittadinanza. Sono le democrazie occidentali a trovarsi in una situazione di crisi e con esse il capitalismo stesso che si sta liberando anche delle ultime parvenze liberal democratiche rafforzando, ad esempio, tutte le norme escludenti riferite allo status di cittadinanza.

Uno degli aspetti salienti della discussione, anche in seno al popolo, riguarda il fatto che senza conoscere una lingua non possa esistere effettiva integrazione, se diamo per scontato che certe barriere rappresentino un grande insormontabile ostacolo, l’idea di assicurare la cittadinanza ai più ricchi, a discapito dei poveri privi di mezzi materiali e di strumenti per acquisire in fretta certe competenze, rappresenta un segno involutivo della società danneggiando non solo il migrante ma anche l’autoctono delle classi subalterne  a cui faranno credere che è tutta e sola colpa dei fenomeni immigratori se le sue condizioni di vita sono andate via via deteriorandosi.

Le norme attuali sulle politiche immigratorie hanno fatto arretrare l’intero corpo sociale spianando la strada a reiterate e nuove forme di razzismo e discriminazione. Il problema va quindi rovesciato rispetto al tradizionale approccio, si parta quindi dal come la società risponde alle contraddizioni via via emerse, ai nuovi bisogni e ragioniamo sul che fare. Se guardiamo alla sanità il nostro paese continua a spendere poco rispetto al PIL, ancor meno se il raffronto avviene con altri Stati della Ue o se guardiamo a quanto dovremmo spendere con una popolazione sempre più avanti negli anni. Ma complessivamente qual è il reale fabbisogno sociale in materia di spesa sanitaria?

Senza guardare alla composizione anagrafica, alle patologie emergenti, al funzionamento del servizio sanitario pubblico, alle politiche che favoriscono la sanità integrativa privata e la contrazione dei costi per il personale di quella pubblica, possiamo stabilire astrattamente il fabbisogno? Se decine di migliaia di cittadini risultano pendolari dal Sud e dalle isole verso il centro nord solo per ricevere le cure necessarie possiamo ritenerci immuni da responsabilità giudicando adeguate le politiche in materia di salute e sanità?

E se l’approccio ai servizi sociali è anche un problema di classe, è forse lecito

 affrontare in termini caritatevoli o ideologici la complessa questione della cittadinanza?

Ovviamente no, basti ricordare che la cittadinanza mercificata ha visto paesi offrirla a chi era disposto a investimenti in quel paese, in tale caso non valevano le regole e le tempistiche valide erga omnes, se i criteri diventano selettivi e discriminanti vengono meno i principi di equità e giustizia.

Proviamo allora a trarre alcune conclusioni non definitive ma aperte a un ragionamento e a delle pratiche conseguenti

  • La società capitalistica negli ultimi 50 anni ha acuito le differenze sociali e di classe, ha ristretto gli spazi di libertà e di democrazia, di partecipazione perché questi spazi hanno un costo economico che non possono più permettersi.
  • Il ridimensionamento del pubblico e la ridefinizione del ruolo Statale sono frutto di questa crisi, lunga, sistemica e produce anche contraddizioni intestine alle classi venendo meno più di un punto di riferimento.
  • Urge non farci imbrigliare dentro analisi culturali ed identitarie che sono piuttosto la risposta ideologica conservatrice a una crisi strutturale
  • I fenomeni immigratori sono conseguenza di processi di ristrutturazione e dei processi evolutivi ed involutivi capitalistici, nei paesi occidentali si spende meno per il sociale in rapporto ai fabbisogni cresciuti e diversificatisi nel tempo.
  • Il welfare state è in piena crisi e viene supportato da welfare aziendale e integrativi che finiscono con il delegittimarlo nel tempo erodendone spazi vitali e la stessa credibilità (ad esempio rinunciare ad accordi di secondo livello per favorire la sanità privata chiedendo aumenti contrattuali dignitosi e non sgravi fiscali che poi faranno mancare risorse allo stato sociale e ai servizi pubblici).
  • Gli stati liberali hanno sostanzialmente fallito ove promettevano ricchezza e prosperità, equità sociale, la società del merito è la risposta ideologica e selettiva per giustificare la crescita delle disuguaglianze economiche e sociali che si portano dietro anche la contrazione degli spazi di libertà e di democrazia e l’imbarbarimento delle norme in materia di lavoro (precariato, sfruttamento, distretti industriali con orari disumani, condizioni di semi schiavitù riservate a migranti irregolari e ricattabili).
  • I lavoratori poveri sono sempre più esclusi dai beni sociali di base, molti dei problemi che affrontano i migranti sono gli stessi degli autoctoni poveri, se cresce la povertà relativa ed assoluta anche le discriminazioni aumenteranno di pari passo.
  • Il soggetto sindacale e politico dovrebbe ragionare in termini ricompositivi, interpretare la realtà politica prima di tutto senza poi scegliere scorciatoie elettoraliste e facili ripieghi.
  • La crisi delle democrazie liberali tende a criminalizzare ogni elemento di dissenso, quando non ci sono soldi vengono anche meno le opportunità di gestione condivisa la via securitaria diventa la soluzione migliore con la creazione del nemico interno di turno a seconda della situazione. E si fanno strada processi involutivi come rimuovere ogni strumento di controllo sull’operato degli Esecutivi, oltre a disseminare nel corpo sociale i germi dell’odio e del razzismo come avviene negli Usa.
  • La natura ideologica e classista con la quale si sviluppa il ragionamento in materia di immigrazione, welfare e condizione di vita è la classica risposta del dominante che cerca argomentazioni per sottrarsi alle proprie responsabilità, criminalizzando e responsabilizzando i subalterni facendo loro credere di essere la causa del problema per non essersi omologati ai modelli precostituiti
  • La esclusione dai processi decisionali avviene anche sul fronte culturale con tanti autoctoni e migranti che oggi, per scarsa scolarizzazione e formazione, si trovano ai margini della società, subiranno con violenza i cambiamenti lavorativi, condannati a una esistenza precaria. La depauperizzazione della scuola pubblica è parte rilevante del problema come anche la sua militarizzazione crescente. Nella scuola pubblica, ad esempio, siamo in teoria tutti uguali, la integrazione avviene indistintamente per autoctoni e migranti, la necessità di piegare ad altre logiche l’istruzione è facilmente comprensibile, da qui la necessità di costruire una lettura e delle pratiche di classe che superino le tradizionali barriere etniche, culturali, comunitarie, di cittadinanza tradizionale visto che proprio la stessa idea di cittadinanza, come analizzava all’inizio Lea Ypi, è parte  attiva del problema. Recuperiamo un approccio classista all’analisi della società e alla nostra stessa azione politica, sindacale e sociale, facciamolo prima che sia troppo tardi.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Il monito di Aisha Gheddafi al popolo iraniano: “Al popolo resiliente e amante della libertà dell’Iran!”

 

Al popolo resiliente e amante della libertà dell’Iran. Vi parlo con il cuore pieno di distruzione, dolore e tradimento. Sono la voce di una donna che ha assistito alla devastazione del suo paese, non per mano di nemici aperti, ma dopo essere stati intrappolati dai sorrisi ingannevoli dell'Occidente e dalle sue false promesse.

Vi avverto: non cadete nelle parole e negli slogan falsi e seducenti degli imperialisti occidentali. Una volta dissero a mio padre, il colonnello Muammar Gheddafi: "Abbandona i tuoi programmi nucleari e missilistici e il mondo ti aprirà le porte."

Mio padre, con buone intenzioni e fiducia nel dialogo, ha scelto la via delle concessioni. Ma alla fine, abbiamo visto come le bombe della NATO hanno trasformato la nostra terra in macerie.

La Libia è stata annegata nel sangue e la sua gente è rimasta intrappolata nella povertà, nell'esilio e nella distruzione.

Ai miei fratelli e sorelle iraniani dico: il vostro coraggio, la vostra dignità e la vostra resilienza di fronte alle sanzioni, agli infiltrati, alle spie e alla guerra economica, sono la prova dell'onore e della vera libertà e indipendenza della vostra nazione. Dare concessioni al nemico non porta altro che distruzione, divisione e sofferenza. Negoziare con un lupo non salverà le pecore o porterà pace duratura, fissa solo la data per il prossimo pasto!

La storia ha dimostrato che coloro che sono rimasti saldi da Cuba, al Venezuela, alla Corea del Nord alla Palestina, sono rimasti vivi nei cuori degli eroi del mondo e sono diventati immortali con onore nella storia. E quelli che si arrendono vengono ridotti in cenere, i loro nomi dimenticati.

Saluto il coraggioso popolo iraniano!

Saluto la resistenza iraniana!

Saluto la solidarietà globale con il popolo palestinese!

Con amore e misericordia”.    Aisha Gheddafi”.   13 gennaio 2026

 

Aisha Gheddafi, figlia del colonnello Gheddafi, vive in esili nell’Oman.

Fonti: SilentlydSirs  -   raialyoum

 A cura di Enrico Vigna – SOSLibia/CIVG

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Quando le parole colpiscono più dei missili

 

L’anno 2026 è iniziato col botto. In pochi giorni di decisioni e dichiarazioni pubbliche scioccanti su Venezuela, Groenlandia e Iran, Donald Trump sembra aver voluto fornire ai suoi detrattori la prova definitiva della propria conclamata “follia”. Il mondo trema, si indigna, protesta vibratamente… All’ONU si tuona, si denuncia, si reagisce – forse. Oppure si finge di reagire, scambiandosi circolarmente di posto come in una grande maratonda, per tornare infine ciascuno al proprio scranno. L’iniziativa geopolitica resta nelle mani del presidente americano, per la percezione comune ormai completamente inabissato in un evidente e fosco delirio di onnipotenza.

Ora, tralasciando i curiosi risvolti psicologici del personaggio, che poco o punto hanno mai spostato nella valutazione storica delle azioni politiche, si consideri invece la lezione di Augusto Frassineti sulla logica dei sistemi amministrativi: “Esiste una forma di pazzia che consiste nella perdita di tutto, fuorché della ragione!”. Chi si ingegni di capire quanto sta accadendo in questo mondo dagli equilibri sconvolti dovrà chiedersi allora almeno una volta, come Polonio, se per caso non ci sia del metodo in questa follia; ossia nelle decisioni che non riusciamo più a comprendere, perché indecifrabili sul piano della razionalità veicolata dal linguaggio dominante e condiviso.

Che cos’è, infatti, che nelle azioni e nelle parole di Trump produce nell’opinione pubblica mondiale quell’impressione di irricevibile novità? Certamente non le azioni, di gran lunga molto meno intrusive della lunga e criminale teoria di invasioni, colpi di Stato e massacri operati dalle precedenti amministrazioni statunitensi, dal bombardamento di Belgrado (1999), allo sconvolgimento del Medio Oriente (2001-2014), fino al ritiro da un devastato Afghanistan (2021). Ma nemmeno le parole, crediamo, che a qualcuno sembrano oggi ben più “oscene” di quelle, zavorrate di mielosi princìpi moralistici sulla necessità di “esportare la democrazia”, propinate dai Bush, dai Clinton, dagli Obama e dai Biden. Infatti, il parlare “senza vasellina” di Trump (© Marco Travaglio) non ha la semplicistica finalità di annunciare chiaramente e protervamente al resto del mondo ciò che prima era comunicato sotto un velo di buone maniere. Perché il dire esattamente “come stanno le cose” produce invece anche sempre un effetto straniante di duplicazione del linguaggio, di diplofonia della parola, di sfarfallamento del significato; il quale, anziché convergere stolidamente sulla letteralità del dettato, si divarica e riverbera in molteplici e differenti direzioni, livelli, codici e target comunicativi. Il linguaggio di Trump finisce così per essere il principale e più efficace strumento della sua politica, assai meno grossier di quanto taluni autocompiaciuti intellettuali vorrebbero credere, e va letto invece nella cornice storica che stiamo attraversando.

Una tacita “guerra civile mondiale” travaglia la nostra epoca, tutta interna al sistema capitalistico angloamericano e alle sue numerose propaggini extra-atlantiche. Un conflitto che vede contrapposti non gli Stati e tanto meno le nazioni, ma trasversalmente le ristrette élite fautrici del globalismo e quelle del multipolarismo (economico, prima ancora che politico). Le prime, transnazionali finanziarie ipertecnologiche, sono le creatrici di un’inedita forma d’impresa economica, la cui messa a profitto deriva dalla diretta trasformazione e monetizzazione della stessa vita umana: genetica, sesso, fisiologia, nutrizione, apprendimento, ecc. (v. Il capitalismo della sorveglianza, di S. Zuboff).

A causa delle sue mire prometeiche e dei suoi costi colossali, questo modello richiede per la sua riuscita né più né meno che la scalata al  governo mondiale con il conseguente asservimento e sfruttamento illimitato delle masse, ritenute manipolabili fin nelle più recondite espressioni della loro umana essenza. Nel suo significato più ampio, l’operazione pandemica non è stata altro che la messa alla prova finale di questo progetto: concepito da una joint venture tra finanza e strutture tecnologiche avanzate presenti su più paesi, coordinato dall’OMS ed eseguito dalla NATO su mandato di precise oligarchie transumaniste (le stesse che hanno nel WEF la loro vetrina essoterica). Il globalismo costituisce infatti un salto di scala nella volontà di dominio capitalistica legittimabile soltanto nella cornice ideologica di quello gnosticismo, che dalla Fabian Society, attraverso l’UNESCO di Julian Huxley, arriva fino a Klaus Schwab e alle attuali élite massoniche della finanza, della politica e dello spettacolo (inclusa l’Informazione).

Come progetto totalitario di trasformazione dell’Uomo in perfetta continuità con il Nazismo storico (tutt’altro che un semplice nazionalismo pangermanista, ma un’impresa esoterica di dominio, come chiarito da Giorgio Galli), alla lunga questo nuovo capitalismo contende inevitabilmente le risorse economiche statali, il mercato e dunque la stessa sopravvivenza, alle forme ancora operanti di capitalismo novecentesco; quello produttivo-estrattivo, bisognoso invece di un’umanità consumatrice minimamente libera e dello sfruttamento competitivo delle risorse territoriali e nazionali. Da qui il contrasto di interessi evolutosi poi in contrasto di ideali, che vede il sovranismo politico a sfondo messianico di Putin e di Trump come il solo antagonista strutturato in circolazione.

Sul piano operativo il sovranismo ha dovuto fare i conti anzitutto con il cosiddetto “Rules-based Order” (RBO) evocato all’indomani della caduta dell’Urss dalle oligarchie occidentali, come nuova cornice giuridica surrettizia tra gli Stati, esautorante il diritto internazionale costruito nel Secondo dopoguerra. Si tratta di un sistema di fittizi quanto evanescenti princìpi di politica estera, il cui scopo è di fare aggio alle mire imperialistiche più sfrenate della finanza globalista: dalla guerra al terrore islamista al salvataggio delle banche di investimento, dalla guerra contro il riscaldamento globale fino a quella contro il virus, tutte catastrofi prodotte in laboratorio da chi affermava invece di volerle debellare. Dichiarare di voler rispettare il RBO ha costituito per oltre trent’anni, da parte di politici, governi nazionali e istituzioni sovranazionali come l’UE e il FMI, né più né meno che un’attestazione di sudditanza al nuovo corso; mentre la legge e il diritto internazionale venivano di fatto sospesi e calpestati dalle “regole” inventate da pochissimi nelle segrete “cabine di regia” della competizione globale per intervenire in Kosovo, Libia, Siria, Iraq e Afghanistan.

Nonostante l’oggettiva convergenza di interessi che ne lega le politiche, anche al di là di accordi espliciti, Trump opera tuttavia in un modo molto diverso da Putin nella lotta a questo abusivo sistema di pressione creato dai globalisti. Mentre Putin ha infatti ripetutamente ma inutilmente denunciato nella stessa sede ONU l’illegittimità del RBO (fino a scatenare una guerra per rintuzzarne le mire estreme), Trump si muove invece picconandolo per smantellarlo: alla denuncia di aver esso “infiltrato” tutti i principali organismi della cooperazione internazionale, ha fatto seguire l’uscita degli USA da oltre 30 agenzie ONU, dall’OMS all’UNESCO all’IPCC, più altre 35 non-ONU, ritenute tutte “contrarie all’interesse nazionale statunitense”, e con la non remota prospettiva di abbandonare pure la NATO.

È intorno a questo nodo che l’attuale discorso pubblico dei principali attori geopolitici diverge. Le élite cinesi, indiane e sudasiatiche, che con le politiche globaliste si sono grandemente arricchite e rischiano ora di essere scalzate dall’interno, attendono in un fermo silenzio strategico che la situazione evolva. Quelle europeiste, esecutrici di punta dell’Ordine appena descritto, dopo aver starnazzato stolidamente per un intero anno la necessità di rilanciare le loro esiziali politiche, stanno adesso timidamente riconvertendo le loro dichiarazioni verso più miti consigli, certamente imbeccate dai loro padroni, cui Trump ha tagliato tutti i finanziamenti federali. Putin e i governanti BRICS continuano a chiedere il ritorno a un diritto internazionale ormai irreversibilmente minato nella sua credibilità e, di fatto, non più adeguato all’odierna situazione mondiale. Ma è Trump, infine, che nella paralisi generale delle superpotenze mette in scena la caduta catastrofica del linguaggio pubblico del nuovo Ordine post-Guerra fredda, disarticolandone l’ipocrita cornice condivisa senza la speranza di un ritorno sic et simpliciter al vecchio sistema.

È precisamente da questa sua volontà di non stare dentro il gioco condiviso delle “regole” globaliste, che il suo operato appare “folle” e indecifrabile, per lo meno agli occhi del grande pubblico. Viceversa, chi deve intendere, intende – eccome. L’aver riassicurato la centratura degli interessi economici della propria parte con quelli della nazione e dello Stato federale (politiche di re-industrializzazione), sta sì producendo il ritiro degli USA dai principali quadranti mondiali e il rinserrarsi delle sue politiche nei confini del continente americano, ma non senza la necessità di impedire alla Cina di prendere il proprio posto nel controllo delle materie prime e dei varchi commerciali primari. Eventualità, quest’ultima, che per decenni era stata invece favorita dall’accordo tra l’esigenza globalizzante del capitalismo higtech e la volontà delle èlite cinesi di fare del proprio Paese la grande Fabbrica del mondo.

Da qui, il significato delle politiche trumpiane, discutibili se si vuole, ma tutt’altro che irrazionali: tenuta di Taiwan (per l’approvvigionamento delle componenti tecnologiche avanzate), azioni in Venezuela e Iran (per sottrarre alla Cina sia il petrolio che l’acqua di raffreddamento per i grandi server AI), pretese in Groenlandia e Panama (per garantirsi la libera viabilità). Tutti obiettivi della “Nuova politica di sicurezza” americana chiaramente annunciati a dicembre e raggiunti quasi senza sparare un colpo (se consideriamo lo standard militare cui ci avevano abituato le precedenti amministrazioni), bensì proprio cannoneggiando la pseudo-razionalità del linguaggio dominante.

Ci si può chiedere quanto questa partita intrapresa da Trump sia effettivamente pericolosa. È probabile che essa, di là delle dichiarazioni propagandistiche, non abbia la finalità di distruggere i propri avversari (specie le corporation multinazionali della Silicon Valley), ma di costringerli a riqualificare le proprie mire economiche nuovamente al servizio della competizione tra Stati. In tal senso, le politiche di Trump mirerebbero sul fronte interno ad aggiogare al proprio carro i principali attori del capitalismo tecnologico (come si è visto plasticamente il giorno del suo secondo insediamento), gli stessi che hanno cercato di distruggerlo tra il primo e il secondo mandato su probabile ordine della finanza globalista. Mentre sul piano estero sarebbero finalizzate a scompaginare la saldatura tra le élite transnazionali, obbligandole a ridistribuirsi localmente nel mondo multipolare in costruzione.

Vedremo – è proprio il caso di dire – di chi sarà l’ultima parola.

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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“Ornella Senza Fine” è stato un piccolo miracolo: l’evento televisivo che si trasforma in lezione di vita e d’amore. Mengoni, Mahmood, Emma e Annalisa emozionati

“Ho amato anche più del necessario, ho fatto il dovuto e lo straordinario”. Con queste parole di Ornella Vanoni ieri sera, 18 gennaio, si è concluso l’evento musicale “Ornella Senza Fine“, in onda sul Nove. Ma quello che si è consumato non è stata solo una magnifica serata di musica e parole, ma anche una lezione di vita. Ornella Vanoni ha lasciato una grande eredità con le sue canzoni, ma soprattutto con la sua vita vissuta sulle montagne russe dei sentimenti. L’elemento fondamentale per l’essere umano è e rimane la libertà. Libertà di amare, di sbagliare, di inciampare e di rialzarsi nel momento giusto. Fabio Fazio con Luciana Littizzetto e il suo team di “Che Tempo Che Fa” hanno fatto un lavoro che va al di là dei tecnicismi televisivi. È raro che una emozione abbatta la quarta parete della televisione ormai diventata asettica. E ieri è accaduto, questo anche grazie a molti dei colleghi ed amici intervenuti per rendere omaggio alla grande artista.

Sulle note di “Senza Fine” è stato Marco Mengoni ad aprire la serata. Un inizio elegante, in salsa jazz con una delle canzoni più belle della storia della musica italiana. L’accoppiata Paolo Fresu-Mengoni strepitosa. La bellezza della musica e di Ornella che commuovono sempre. “Gino questa canzone l’ha composta per me, ma non trovava le parole giuste. Un giorno è venuto da me con le mani piene di foglietti e mi ha detto ‘scegli tu’. Io ho scelto le parole che mi somigliavano di più”. Questa la spiegazione di Ornella sulla celebre canzone, letta dal nipote Matteo.

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Loredana Bertè struggente già con l’incipit “è uno di quei giorni che ti prende la malinconia”. La voce potentissima di Annalisa, l’interpretazione minimal e intensa di “Una ragione di più” ad evidenziare ogni parola e l’importanza del testo scritto nel 1970, ma sempre attuale… Con il rosso che Ornella amava molto. Non poteva mancare Virginia Raffaele. Quello tra l’attrice e Ornella Vanoni è stato un intreccio artistico, al di là dell’imitazione. La Raffaele aveva colto la grande ironia e la libertà della grande artista, spingendole ancora più in altro. Da uno dei dischi più belli della storia della musica, l’omaggio di Fiorella Mannoia con Toquinho con “La voglia la pazzia”. Sia la Mannoia che la Vanoni sono accomunati dall’amore per la musica brasiliana e il Brasile “A questo punto Buonanotte all’incertezza”…

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“Sant’Allegria” nella versione di Mahmood con la Vanoni è un piccolo gioiello. Ornella Vanoni era pazza di lui: “Questo ragazzo qui lo amo, è come se lo conoscessi da sempre”. Bello il momento in studio con la voce fuori campo della grande interprete. Poi il momento tanto atteso. “Cantante, artista e donna libera“. La città di Milano alla presenza del sindaco Sala e dell’Assessore Sacchi ha dedicato così con una targa l’aiuola che si trova davanti al Piccolo Teatro Strehler.

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“Ho sbagliato tante volte ormai che lo so già…” Paolo Fresu alla tromba ha omaggiato la sua amica Ornella su una delle sue canzoni più iconiche “L’appuntamento”. Lo aveva fatto al suo funerale e questa sera provoca la stessa emozione. Poi la preziosa Elisa ha fatto da cornice a un momento di struggente commozione.

Un addio generoso, ricco d’amore e di dolcezza. “Ti lascio una canzone” è uno dei brani più belli di Gino Paoli che solo lui e Ornella sapevano rendere magica, specie insieme. Gianni Morandi è riuscito a farne un omaggio in punta di piedi pieno di affetto. La letterina di Luciana Littizzetto tutta dedicata ad Ornella nel ricordarla per le sue interminabili telefonate, con ironia e affetto. “E se lassù non riesci a dormire, chiedi pure perché qualcuno che sa rollare, lo trovi sicuro”, ha chiosato l’attrice.

Il Piccolo Teatro Grassi, dove Vanoni ha mosso i primi passi come attrice, apre le porte per un omaggio collettivo tra attori da Lella Costa a Angela Finocchiaro con al piano Paolo Jannacci. Ovviamente la canzone scelta è “Ma Mi“. Un bellissimo gesto simbolico. “Imparare ad amarsi” è la bella canzone firmata con Bungaro e Pacifico, una delle più belle della Vanoni. Interpretazione vibrante di Emma che ne ha sottolineato l’importanza delle parole.

“Rossetto e cioccolato” è una delle canzoni più iconiche del repertorio della Vanoni. Sensuale e ironica: “La gola è soddisfatta e nella stanza il cielo. Si fa così per cominciare il gioco”. Brava Malika Ayane a farla “sua”. Non facile. Il più grande regalo che Ornella Vanoni ha ricevuto, musicalmente parlando, negli ultimi ani è stato “Un sorriso dentro al pianto”, la canzone più bella scritta da Francesco Gabbani. Molto bello il duetto con Noemi, già proposto all’evento “Una Nessuna Centomila”. L’incantevole voce di Arisa su “La musica è finita” “Un minuto è lungo da morire. Se non è vissuto insieme a te” da standing ovation. Toquinho e Sangiorgi su uno dei pezzi iconici dell’album cult “La voglia la pazzia l’incoscienza…”: “Io so che ti amerò”. Il sentimento e il feeling in ogni nota. L’eleganza e la sobrietà di Diodato e della nipote dell’artista Camilla su “Senza Fine” chiudono la carrellata delle esibizioni.

Il canale Nove con “Ornella Senza Fine” per la prima volta ha offerto un evento che nulla ha da invidiare ai diretti competitor. Una serata di alta qualità e davvero emozionante. Su tutti l’arte, la forza e la libertà di Ornella Vanoni che vivrà per sempre.

“Ornella Senza Fine” è stato il terzo programma della serata con uno share di quasi l’11% e oltre 1 milione e 700mila spettatori con un picco di share che sfiora il 16% e un picco ascolto di oltre 1 milione e 900mila spettatori.

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Il messaggio Whatsapp alla madre di Federica Torzullo e le bugie sulla scomparsa, così Claudio Carlomagno ha tentato di depistare le indagini

Claudio Agostino Carlomagno, 45 anni, il marito di Federica Torzullo fermato domenica per omicidio, ha cercato di depistare le indagini con una serie di bugie e versioni inventate, che hanno solo nei primi momenti ingannato gli investigatori. Ma le prove, tra cui i dati del GPS e i riscontri sui suoi spostamenti, hanno insorabilmente e svelato la verità, portando alla scoperta del corpo della 41enne, sepolto in un terreno vicino alla villetta della coppia.

Già la denuncia, formalizzata il 9 gennaio, presentava un’anomalia. L’uomo aveva raccontato che la donna era uscita di casa la mattina presto, senza prendere la macchina, che lui aveva trovato parcheggiata fuori. Una versione che ha sollevato immediatamente dei dubbi, visto che Federica, descritta come una persona precisa e puntuale, non avrebbe mai agito in modo così improvviso e senza lasciare tracce. Carlomagno ha aggiunto altri dettagli inverosimili: “Non abbiamo dormito insieme perché io russo e le impedisco di riposare, quindi lei si trasferisce in camera di nostro figlio”. Tuttavia, i primi accertamenti delle forze dell’ordine hanno subito messo in crisi questa ricostruzione. Le telecamere di sorveglianza hanno registrato l’ingresso di Federica in casa la sera dell’8 gennaio intorno alle 23 e il suo rientro non è stato seguito da alcuna uscita.

Inoltre, il comportamento di Carlomagno quel giorno ha suscitato ulteriori sospetti. Nonostante la gravità della situazione, il 45enne si è mostrato eccessivamente tranquillo. Alle 8 del mattino, Carlomagno ha preso il telefono della moglie e ha inviato un messaggio Whatsapp alla madre di Federica, cercando di depistare le indagini: “Tutto bene, non preoccuparti”. Poco dopo, mentre il caso della scomparsa di sua moglie stava per diventare di dominio pubblico, Carlomagno ha scherzato con i suoi dipendenti al lavoro, dicendo: “Abbiamo fatto delle misurazioni in giro. Poi ci vediamo lunedì. Sembrava non fosse successo nulla”.

Le indagini hanno preso una piega più chiara quando sono stati esaminati i dati GPS relativi agli spostamenti di Carlomagno. Il 9 gennaio, il 45enne aveva compiuto numerosi spostamenti tra i terreni gestiti dalla sua azienda, senza alcuna giustificazione plausibile. Inoltre, sono state trovate tracce di sangue sia nel camion utilizzato da Carlomagno, sia nella sua abitazione, e un testimone ha riferito di aver visto l’uomo lavare il cassone del mezzo il pomeriggio del 9 gennaio.

Anche la testimonianza di un’amica e collega di Federica ha contribuito a chiarire la situazione. La donna ha dichiarato che Federica era una persona “seria, precisa e ligia al dovere” e che non avrebbe mai abbandonato il lavoro senza avvisare. Inoltre, il 9 gennaio, Federica non si era presentata al lavoro come previsto e non aveva dato alcuna giustificazione. La collega ha anche sottolineato che Federica si teneva sempre in contatto con la madre e che, in quella giornata, la madre non aveva ricevuto alcuna telefonata da parte della figlia, come accadeva di solito.

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Ciao Piero, racconta anche nell’aldilà la forza delle nostre battaglie!

Piero Manzanares ha combattuto fino all’ultimo la malattia che ce l’ha portato via. Invece che lamentarsi, ci teneva a rassicurare gli altri sul fatto che tutto sarebbe andato per il meglio: ecco che tipo di persona era Piero. Da guerriero qual era l’ha fatto senza mai far trasparire nulla e puntando nonostante tutto sulla speranza. …
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Hong Kong deports 113 failed asylum seekers in week-long operation

Hong Kong has deported 113 rejected non-refoulement claimants after a week-long operation, according to the Immigration Department. The operation codenamed “Shield” involved deporting a group of 68 men and 45 women, some of whom had completed prison sentences for criminal offences in the city. “A total of 113 unsubstantiated non-refoulement claimants who were illegal immigrants and overstayers were repatriated to their places of origin,” the department said on Monday. “The persons removed …...

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Rule of law in Hong Kong ‘more robust than outcome of any single case’: chief justice

Hong Kong’s rule of law is “more robust and enduring than the outcome of any single case”, the city’s chief justice has declared after former media boss Jimmy Lai Chee-ying was found guilty in a landmark national security case that drew international scrutiny and criticism. Chief Justice Andrew Cheung Kui-nung on Monday also warned that any calls for the early release of a defendant based on his occupation or political causes were a strike against the city’s rule of law, and that any threat of...

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Bonjour musical

Bonjour à toutes et tous,

Je suis bénévole au sein de lassociation Vibrations, une école de musique associative née de la fusion de deux écoles du vignoble nantais.

J’essaie de répondre au mieux aux besoins de l’association à l’aide d’outils libres, et c’est pour cela que j’ai poussé l’utilisation de framaspace pour leurs besoins collaboratifs.

La mayonnaise commence à prendre, et avec elle les questions auxquelles je n’ai pas pensé quand je leur ai présenté l’outil :innocent:

Bonne journée à toutes et tous,

Jean-Philippe

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[framaspace]Lien public et OnlyOffice

Bonjour,

Je m’occupe du framaspace de l’association Vibrations.

Un de mes utilisateurs a créé un lien public vers un document et l’a transmis à l’un des professeurs (qui n’a pas de compte sur la plateforme) pour qu’il le mette à jour. Ce professeur remonte qu’il obtient le message d’erreur '“OnlyOffice n’est pas disponible”

Comment régler ce souci ?

Merci pour vos pistes.

4 messages - 2 participant(e)s

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Spaccio nei boschi di Vada, scoperta una piazza della droga: arrestato 22enne

Rosignano Marittimo (Livorno), 18 gennaio 2026 – Un’area boschiva trasformata in base operativa per lo spaccio di droga. È quanto hanno scoperto i Carabinieri dell’Aliquota Radiomobile della Compagnia di Cecina a Vada, in località Tripesce, durante un’attività di controllo mirata condotta nei pressi dell’Aurelia.

Nel corso dell’operazione i militari hanno arrestato un 22enne di origine nordafricana con le accuse di detenzione di sostanza stupefacente ai fini di spaccio, resistenza a pubblico ufficiale e porto di oggetti atti ad offendere.

L’intervento è scattato dopo ripetute segnalazioni e un’attenta attività di monitoraggio che ha portato i Carabinieri a individuare una vera e propria piazza di spaccio allestita all’interno di una tenda da campeggio, utilizzata come rifugio e punto di appoggio. All’interno dell’area sono stati rinvenuti 136 grammi di hashish, 90 grammi di cocaina, un bilancino di precisione, materiale per il taglio e il confezionamento delle dosi e circa 2.300 euro in contanti, ritenuti provento dell’attività illecita.

Durante le fasi del controllo il giovane ha tentato la fuga e, una volta raggiunto, ha opposto resistenza ai militari, cercando di divincolarsi e utilizzando uno spray urticante contro gli operanti. Un comportamento che ha fatto scattare ulteriori contestazioni a suo carico.

Al termine delle operazioni l’uomo è stato condotto presso la Casa circondariale di Livorno. L’arresto è stato successivamente convalidato dall’Autorità giudiziaria, che ha disposto la custodia cautelare in carcere.

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L’ostinata vocazione per la precisione della forma di Luciano Foà

L’ho conosciuto grazie ad Alfred Jarry. Era il 1969. Lui un personaggio noto nel mondo dell’editoria ed io poco informato su quel signore ironico, pronto a fare l’esame a quanti gli si parassero davanti. Non si prevede mai l’esito di un proprio articolo di giornale. Quella volta la recensione all’opera del papà di Ubu ebbe un risultato telefonico inaspettato. «Sono Luciano Foà. Desidero ringraziarla dell’attenzione al nostro libro. Quando viene a Milano passi a trovarmi.» Foà era il «signor Adelphi». L’opera di Jarry di cui avevo scritto era il numero 21 della Biblioteca Adelphi, avviata nel 1965 con L’altra parte di Alfred Kubin. Oggi la collana ha superato abbondantemente i cinquecento titoli.*

Immutata la sofisticata grafica discesa dal Yellow Book di Aubrey Beardsley. Allora l’Adelphi si considerava ancora una «piccola casa editrice», anche se aveva già avviato una formidabile collana di classici – Defoe, Büchner, Adams, Stendhal, Voltaire, Novalis, Butler – e iniziata la monumentale edizione del tutto Nietzsche. La sede stava in un appartamento in via San Pietro all’Orto. E fu là, in una stanza sommersa di libri, che incontrai per la prima volta Luciano Foà. Mai avrei immaginato fosse l’inizio di un’amicizia durata moltissimi anni.

Passando da lui, verso fine mattinata, era sottintesa la colazione in uno di quei ristoranti milanesi con giardino interno, spesso trasformato in serra, dove, lontano dai rumori e avvolti nella polla dei rampicanti, si ha l’illusione di vivere fuori del tempo. A Foà piaceva particolarmente una brasera dalle parti di via Mangili. In un palazzotto poco lontano aveva abitato Carlo Dossi, un autore molto amato dagli adelphiani. Con una lentezza da bradipo, la testa leggermente reclinata, fumando sottili sigarette, a tavola Foà si trasformava in un formidabile affabulatore. Aveva un volto orientale, enigmatico, attraversato da una mimica antica, ironica. Conosceva tutti. Mostrava particolare attenzione a quanti avessero ammirazione per Roberto Bazlen, suo grande amico e mito sconosciuto della cultura italiana del Novecento. Ne parlava come esibisse il proprio doppio. D’altra parte molte scelte dell’Adelphi si dovevano a quell’ostinato, raffinato e rabdomantico Bobi Bazlen che sembrava aver esplorato tutte le letterature del mondo. Il «signor Adelphi» non era da meno. Temevo sempre una sua spiazzante domanda. Penso lo supponesse. Più d’una volta tese trappole.

Impossibile dimenticare la sua sapienza per gli autori rari recanti al loro interno il mistero della vita, quell’impareggiabile forza che nello stile della scrittura fa percepire l’inesprimibile altro da sé. Non c’era traduzione che mancasse di rivedere prima di mandare un nuovo libro in tipografia. La precisione della forma era la sua ostinata vocazione. «Fondai l’Adelphi per rompere la monotonia dell’ideologismo editoriale di sinistra, per scegliere autori che uscissero fuori dai binari codificati da una visione del mondo erosa in senso deteriore.» Pubblicò una serie di libri «unici», scelti secondo un unico criterio: la profondità dell’esperienza da cui nascevano e di cui erano viva testimonianza. Erano libri del passato e della contemporaneità, «luoghi» della realtà e dell’immaginazione, del mondo degli affetti e del pensiero. Si trattava di collane ideali capaci di far scoprire o riscoprire i grandi scrittori della crisi europea, Hesse, Joseph Roth, Walser, Lernet Holenia, la spiritualità orientale, la mitologia classica, la perfezione di Nabokov e Simenon, autori «censurabili» come Jünger, hippies, surrealisti alla Daumal, vagheggiatori del mondo tipo Chatwin.

Foà raccontava che l’idea di una casa editrice come l’Adelphi era molto antica. Bisognava tornare al 1937 quando lui, giovanissimo, aveva conosciuto Bazlen che lo aveva dissuaso dal progetto di fondare una rivista letteraria. «Inoltre avrei avuto problemi per ragioni razziali. E fu Bobi a convincermi affinché mi battezzassi per mettermi al riparo dalle persecuzioni.» Allora Foà lavorava all’Agenzia letteraria internazionale fondata dal padre Augusto che traduceva romanzi stranieri e li vendeva per la pubblicazione a puntate in feuilleton. Nelle lunghe chiacchiere Luciano e Bobi, in quegli anni vagheggiavano la cultura che avrebbe dovuto affermarsi dopo la caduta del fascismo. Era come se quel tempo fosse stato per Foà la preparazione di un mondo ideale. La sorte glielo fece incontrare nel 1941. Aveva ventisei anni. 

Adriano Olivetti, nel suo utopico progetto di comunità, lo chiamò a Ivrea per pensare a una casa editrice predisposta a pubblicare tutto quanto le forze dominanti avevano fino ad allora tenuto lontano. Dall’amicizia con Bazlen aveva ereditato un’ostinata curiosità per quanto stava al «di sotto delle carte»: lo interessava il giudizio sulle persone, magari basato sull’intuizione, la fisionomia, i gesti, la grafia e anche i capricci degli astri che con la loro influenza pretendono guidare l’esistenza degli uomini. L’attenzione alle premonizioni astrologiche gli veniva proprio da Bobi che del meccanismo universale e dei pronostici stellari era un cultore.

Foà si abbandonava volentieri a placide evocazioni, sottolineando l’importanza dell’esperienza fatta con Olivetti. Dovevano cercare libri da tutto il mondo. Un programma enorme che recuperasse grandi scrittori. «Ma anche Freud, Jung, Heidegger, la patristica, l’economia, le scienze politiche… Olivetti, che era un visionario illuminato, mi mandava in Svizzera per trovare libri, parlare con editori, incontrare Jung.» Presso un piccolo editore di Lucerna aveva rinvenuto un libretto con una scelta di lettere di grandi scrittori tedeschi, curato da un tale di nome Detlef Holz. «Dopo la guerra scoprii essere niente meno che Walter Benjamin.» 

Ma l’incontro che di più amava raccontare era quello avuto in Svizzera durante uno dei viaggi che Olivetti gli organizzava. «Mi mandò a parlare con un misterioso personaggio. Fu una situazione paradossale.» Secondo la rievocazione di Foà, Olivetti voleva informazioni su cosa prevedessero gli Alleati sul destino dell’Italia. Era convinto che, caduto il fascismo, sarebbe stato chiamato a far parte, magari presidente del Consiglio, del primo governo dell’Italia libera. «Pensava di essere come Rathenau, un uomo di vasta cultura e di grandi interessi. Un industriale che avrebbe applicato le sue capacità e i suoi sogni alla politica.» 

Il giovane che si intendeva di libri e traduzioni, il giovane colto che Olivetti aveva inviato come proprio messo, doveva descrivere al misterioso personaggio la situazione italiana. «Era un signore enorme» ricordava Foà cercando di imitarne le forme allargando le braccia «una specie di vichingo. Rappresentava gli Stati Uniti per l’Europa occupata e dell’Italia non capiva niente. Voleva soltanto sapere quando sarebbe caduto Mussolini e chi sarebbe andato al suo posto. Visto oggi mi sembra un incontro surreale.» Più tardi scoprì d’aver parlato con Allen Dulles. Da questo episodio Foà avrebbe potuto trarre un formidabile racconto. Che non scrisse mai. 

Gli chiesi una volta, al di là delle traduzioni, se avesse mai pensato di dedicarsi a qualcosa di suo. Dopo una pausa confessò «il peccato». «Ho tentato. Avevo cominciato con la descrizione di un funerale. Alla seconda pagina ho smesso… per sempre.» Lui era un editore. Il suo libro il catalogo dell’Adelphi. Nel 1945, pubblicato a puntate sul Politecnico di Vittorini, Foà tradusse For Whom the Bell Tolls – Per chi suona la campana – di Ernest Hemingway. «Cercavamo di preparare la cultura per il nuovo tempo, con un grande desiderio di esistere, di far bene.» Nel 1951 era segretario generale dell’Einaudi, che abbandonò nel ’61. In quegli anni si consumava anche la sua militanza politica. Iscritto al pci ne uscì nel ’56, dopo i fatti d’Ungheria. Un giorno mi disse di non essere rimasto troppo lontano da quelle posizioni, ma di non aver mai condiviso «la filosofia e la metafisica» del partito. 

Quando passava da casa mia non rinunciava alla più inveterata delle sue abitudini: il sonnellino dopo pranzo. Senza chiedere alcun permesso, con discreta confidenza, la cerimonia era prevista. Chiudeva le persiane dello studio, accostava la porta e si stendeva sul divano. Incurante di quanto poteva accadere intorno. Dopo mezz’ora riappariva riprendendo la conversazione dal punto esatto in cui l’aveva lasciata. Da Luciano Foà ho imparato a conoscere i libri. Gli devo la ricercata esclusività di molte letture. Non dimenticava mai di inviarmi edizioni fuori commercio, curate personalmente: erano sue raffinate traduzioni e ricordavano privati anniversari, un compleanno… 

Nel 1980, per festeggiare il centesimo titolo della Biblioteca Adelphi, in un’edizione in cento copie, aveva scelto Il libro degli amici, di Hugo von Hofmannsthal. Per anni mi aveva dimostrato una cordiale, riservata confidenza. Poi, con mia sorpresa, quasi guardingo, un giorno mi chiese: «Da quanti anni ci conosciamo?». «Forse venticinque» risposi. Scosse la sottile sigaretta nel posacenere. «Potremmo cominciare a darci del tu.»

Ammirabili e freaks, cover

Tratto da “Ammirabili & freaks”, di Giuseppe Mercenaro, Il Saggiatore, 2026, 19€, 224 pp.

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Martedì 20 gennaio alle ore 17:30 Ammirabili & freaks verrà presentato a Milano presso la biblioteca Sormani, in Corso di Porta Vittoria 6. In dialogo ci saranno Piero Boragina, Bruno Quaranta e Stefano Salis.

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ESCLUSIVO POLITICO - L'UE valuta una ritorsione tariffaria da 93 miliardi di euro contro Trump

 

L'Unione Europea si prepara a una risposta economica di forza storica per fronteggiare le minacce di Donald Trump sulla Groenlandia. Secondo otto fonti diplomatiche e istituzionali consultate da POLITICO, il blocco sta valutando misure commerciali di ritorsione per un valore di 93 miliardi di euro contro gli Stati Uniti, nel tentativo di dissuadere il Presidente USA dai suoi tentativi di ottenere il controllo del territorio artico danese.

La determinazione europea è emersa in modo netto durante una riunione di tre ore degli ambasciatori dei 27 Stati membri, tenutasi domenica a Bruxelles. I diplomatici hanno concordato sulla necessità di preparare opzioni concrete e pronte all'uso nel caso in cui i colloqui con Washington della prossima settimana fallissero nel trovare una rapida de-escalation.

"È chiaro che è stata tracciata una linea e che ora basta", ha affermato un diplomatico a conoscenza dei colloqui. "Al momento stiamo discutendo le opzioni: se i dazi di Trump saranno imposti, allora discuteremo non se agire, ma come farlo in modo più efficace".

L'opzione più immediata sul tavolo è la riattivazione di dazi specifici per un valore di 93 miliardi di euro, precedentemente sospesi dopo l'accordo commerciale raggiunto con gli USA lo scorso luglio. Questa misura, descritta come attuabile "molto rapidamente", rappresenterebbe una risposta diretta e proporzionata alle minacce tariffarie di Trump, che prevedono dazi del 10% a partire dal 1° febbraio (in salita al 25% a giugno) contro sei paesi UE più Regno Unito e Norvegia.

Il Piano B: Il "Bazooka" dell'Anti-Coercizione

Un'alternativa più strategica e potenzialmente più devastante sarebbe l'attivazione dello Strumento Anti-Coercizione (ACI) dell'UE, il cosiddetto "bazooka commerciale" del blocco. Progettato per penalizzare i paesi che utilizzano la loro potenza economica come arma geopolitica, questo strumento consentirebbe misure come restrizioni agli investimenti diretti esteri, limitazioni all'accesso ai mercati degli appalti pubblici e misure sulla proprietà intellettuale. Il Presidente francese Emmanuel Macron ha spinto pubblicamente per questa opzione, ribadendo in un comunicato l'importanza di una "risposta europea ferma, unita e coordinata" attraverso l'ACI.

Nonostante l'ampio ventaglio di opzioni punitive, l'approccio europeo rimane deliberatamente misurato. "In Europa c'è la sensazione che dobbiamo reagire, questo è chiaro", ha osservato un altro diplomatico. "Ma non dovremmo sentirci sotto pressione per finire in un gioco del botta e risposta. Potremmo aver bisogno di due o tre giorni per discuterne e capire quale sarà la prossa mossa".

La prossima settimana sarà cruciale, prosegue POLITICO. I leader europei avranno l'opportunità di incontrare Trump a margine del Forum Economico Mondiale di Davos, prima di riunirsi in un vertice di emergenza dell'UE probabilmente giovedì. Questi incontri rappresentano l'ultima finestra per una soluzione diplomatica.

Nel frattempo, il Parlamento Europeo ha già lanciato un segnale politico forte, votando per congelare l'accordo commerciale transatlantico, una mossa che sospenderebbe le concessioni tariffarie reciproche e innalzerebbe automaticamente le barriere.

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La dipendenza dell'Europa dal GNL dagli USA ora inizia a fare paura

 

Un paradosso strategico di portata storica si sta consumando nel cuore dell’Unione Europea. Nel tentativo di affrancarsi dal gas russo, il Vecchio Continente sembra essere incorso in una nuova, e forse più insidiosa, forma di dipendenza: quella dal gas naturale liquefatto statunitense. Secondo nuove proiezioni riservate, l’Europa è ormai sulla buona strada per approvvigionarsi quasi per la metà del proprio fabbisogno gasiero dagli Stati Uniti entro la fine del decennio. "Una vulnerabilità che si palesa con tempismo drammatico, proprio nel momento in cui i rapporti con Washington toccano il loro minimo storico", scrivono Ben Munster e Victor Jack.

I dati, pubblicati dai due giornalisti, tracciano un quadro allarmante. Attualmente, un quarto del gas consumato nell’UE proviene già oltre Atlantico. Con il progressivo inasprirsi del divieto totale sulle importazioni dal territorio russo, questa percentuale è destinata a crescere in modo esponenziale. La crisi scaturita dalle ambizioni del Presidente americano Donald Trump sulla Groenlandia – un territorio autonomo del Regno di Danimarca – ha gettato la NATO in un baratro di incertezze e ha spinto le relazioni transatlantiche sull’orlo del precipizio. L’annuncio, nel corso del fine settimana, di nuovi dazi punitivi contro una serie di nazioni europee, in attesa di un accordo per la cessione dell’isola artica, ha sollevato a Bruxelles un coro di richieste per una ritorsione commerciale severa e immediata.

In questo clima di conflitto latente, la crescente dipendenza energetica dall’alleato d’oltreoceano assume i contorni di un grave rischio geopolitico. “Ha creato una nuova dipendenza geopolitica potenzialmente ad alto rischio”, afferma Ana Maria Jaller-Makarewicz, capo analista energetico presso l’Institute for Energy Economics and Financial Analysis, il centro studi autore della ricerca. “Un’eccessiva dipendenza dal gas statunitense contraddice la politica dell’UE di rafforzare la sicurezza energetica dell’Unione attraverso la diversificazione, la riduzione della domanda e l’aumento dell’offerta di energie rinnovabili”.

L’allarme risuona con preoccupante vigore anche tra i diplomatici degli Stati membri, proseguono i due giornalisti. "Alcuni temono, in confidenza, che l’amministrazione Trump possa essere tentata di utilizzare questa nuova leva per perseguire i propri fini nella sfera della politica estera. Un alto diplomatico dell’Unione, pur esprimendo la speranza che non si giunga a simili estremi, ammette che il rischio di un’interruzione delle forniture, in seguito a un’azione unilaterale sulla Groenlandia, “dovrebbe essere preso in considerazione”."

Gli Stati Uniti sono divenuti il principale esportatore mondiale, e la loro quota sul mercato europeo è esplosa, passando da un mero 5% a un poderoso 27%. Francia, Spagna, Italia, Paesi Bassi e Belgio guidano la classifica degli acquirenti, mentre anche il Regno Unito, sebbene non più membro dell’UE, figura tra i principali importatori. Una serie di nuovi contratti di lungo termine con compagnie energetiche Usa rischia di irrigidire ulteriormente questo legame. Le stime suggeriscono che entro il 2030 il gas USA potrebbe arrivare a coprire il 40% del consumo totale europeo e una schiacciante percentuale, pari all’80%, di tutte le importazioni di GNL del blocco.

La situazione pone l’Europa di fronte a un dilemma amaro. "Nonostante gli ambiziosi piani per la transizione verde, un quarto del suo fabbisogno energetico complessivo dipende ancora dal gas naturale. Questo alimenta le centrali elettriche, riscalda gli edifici e muove l’industria pesante. I consumatori e le imprese del continente già sostengono alcuni dei costi energetici più elevati al mondo, rendendo politicamente ed economicamente insostenibile il rifiuto di un combustibile relativamente economico come quello statunitense, per quanto minaccioso possa essere il contesto diplomatico".

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La pavida UE e il dialogo con Mosca


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

E così al terzo giorno, come era scritto, sono saliti eucaristicamente al cielo, su un normalissimo volo di linea e se ne sono tornati a casa. È terminata così la “missione” tedesca in Groenlandia: metà del plotone europeista spedito a presidiare l'isola contro le mire di Donald Trump ha fatto dietro front, dimostrando così che le garanzie ufficiali della sovranità dell'immenso territorio, come scriveva un paio di giorni fa Evghenija Grinberg su Fond Strateghiceskoj Kul'tury, generosamente elargite da Bruxelles e dalla NATO, non sono altro che un teatrino a basso costo per il consumo interno. Atteggiamenti simil-minacciosi, urla sulle "inaccettabili" minacce americane, ma la sostanza è che la cosiddetta Europa non ha né la forza, né la volontà, né i mezzi per difendere nemmeno il proprio alleato: «i suoi principi di integrità territoriale si sgretolano al primo scontro con la realpolitik, dove l'unica moneta di scambio è la forza», di cui solo gli yankee dispongono e sono pronti a usarla.

«Le possibilità di contrastare un'acquisizione americana della Groenlandia sono praticamente inesistenti. Se gli Stati Uniti decidessero di farlo, nessuno li fermerebbe», dice Mikkel Runge Olesen, del Danish Institute of International Studies (DIIS).

In concreto, cosa potrebbe fare l'Europa per contrapporsi agli USA? Forse sanzioni economiche? Ma se non appena da Washington si è parlato di dazi, Berlino ha richiamato in tutta fretta il mezzo plotone della Bundeswehr. Come ammettono a mezza voce alti funzionari europei, le sanzioni sarebbero un suicidio; la simbiosi delle economie è così profonda che qualsiasi  colpo al dollaro o alle aziende americane farebbe crollare per primi i fragili mercati europei. O forse la difesa armata della Groenlandia? Qualsiasi tentativo del genere sarebbe un'autodistruzione militare e politica, con il famoso articolo 5 della NATO applicato contro il principale attore dell'Alleanza. Forse ancora l'isolamento diplomatico? Secondo la Danish Foreign Policy Society, gli USA oggi godono di "immunità alle pressioni diplomatiche": mentre l'Europa «esprime profonda preoccupazione», gli Stati Uniti agiscono.

C'è inoltre un aspetto a dir poco curioso: mentre le capitali dibattono sul destino dell'isola, la voce del popolo groenlandese stesso viene messa a tacere o sfruttata. Il Primo Ministro Jens-Frederik Nielsen pare irremovibile: "La Groenlandia non è in vendita. Abbiamo scelto la Danimarca e la cooperazione europea" e oltre l'85% dei groenlandesi si oppone all'adesione agli Stati Uniti. Ma Kuno Fenker del partito di opposizione “Nalaraq” la vede così: «Se gli Stati Uniti arrivano e ci offrono un accordo migliore di quello della Danimarca, dovremmo almeno ascoltarli. Chi dice che possano essere peggiori del sistema di governo danese?». Un cittadino anonimo, sul quotidiano Sermitsiak: «Siamo stanchi di essere pedine nel gioco di altre nazioni. Che si tratti di Copenaghen o di Washington, sembra sempre la stessa mentalità coloniale». Insomma, la catechistica “Arctic Fortitude” si dimostra davvero un monumento all'impotenza: non movimento di flotte navali, ma il semplice arrivo in Groenlandia di qualche decina di soldati, trenta per l'esattezza, prima che i quindici teutonici se ne volassero via. Non si tratta di una forza militare, dice Grinberg: «è una costosa performance politica progettata per creare l'apparenza di un'azione. L'obiettivo di questa farsa non è difendere l'isola, ma "europeizzare" il conflitto... una strategia disperata che urla: "Siamo in tanti, è difficile prenderci in giro!", nella speranza che l'aggressore consideri i piccoli fastidi di una moltitudine di voci lamentose un prezzo troppo alto da pagare. Una tattica patetica e umiliante... il completo fallimento del progetto europeo in termini di potere reale».

È su questo sfondo che si inseriscono le rinnovate elucubrazioni di Ursula-Demon-Gertrud su una maggiore indipendenza europea dagli USA in ambito militare e politico. Già nella seconda metà degli anni 2010, durante il primo mandato di Trump, ricorda Boris Rožin sulla TASS, si era acceso in Europa un dibattito sull'eccessiva dipendenza della sicurezza europea dalla NATO, col ruolo dominante esercitatovi dagli USA. Emmanuel Macron aveva parlato di un esercito comune europeo, parallelo alle strutture NATO, ma sotto un comando europeo. Uno degli argomenti era che le richieste di Trump di aumentare la spesa per la difesa al 2, 3 e 5% del PIL erano eccessive; con le questioni della sicurezza risolte autonomamente, la spesa avrebbe potuto essere decisa senza pressioni USA. Fu in quel periodo che iniziarono le voci secondo cui Trump avrebbe potuto smantellare la NATO e venne quindi sviluppato il concetto di una forza di reazione rapida europea, da dispiegare sul fianco orientale dell'Alleanza.

La sconfitta di Trump alle elezioni del 2020 e il ritorno al potere del Partito Democratico attenuarono le tensioni nei rapporti tra Washington e UE: ciò si evidenziò con l'avvio dell'Operazione speciale, allorché l'Occidente tentò di agire come un fronte consolidato contro la Russia. Il fallimento di questa strategia, l'entrata in una fase di logoramento del conflitto in Ucraina e il ritorno al potere di Trump nel 2024 hanno fatto riemergere vecchi problemi, dice Boris Rožin ma a un livello diverso. Il conflitto in Ucraina ha messo in luce l'eccessiva dipendenza della UE dagli Stati Uniti in materia militare e le richieste di Washington hanno perso ogni traccia di cortesia, trasformandosi in ultimatum sistematici su questioni chiave della UE. Pertanto, la questione dell'autonomia strategica è tornata alla ribalta. In definitiva, si assiste al sogno dell'establishment europeo di acquisire una vera e propria soggettività politico-militare e di trasformare un'unione amorfa in un attore realmente indipendente sulla scena globale, alla pari di USA, Russia e Cina. Oggi, le pretese europee vengono di fatto ignorate, soprattutto da Washington e Mosca, che, nel contesto dell'Ucraina, stanno negoziando il futuro ordine mondiale, spesso ignorando la posizione dell'UE. Semplicemente, all'Europa non è consentito partecipare a tale tavolo negoziale e da qui le richieste di Bruxelles di includere i propri rappresentanti in questo processo.

Pertanto, il potenziale concetto di sicurezza europea che von der Leyen intende presentare sarà volto ad aumentare l'autonomia di Bruxelles nel processo decisionale politico-militare, che si tratti del conflitto in Ucraina o delle rivendicazioni di Trump di annettere la Groenlandia. Ma ci sono una serie di questioni da risolvere. Innanzitutto, la situazione in Ucraina ha messo a nudo le limitate risorse UE.

L'ambizioso piano “ReArm Europe”, di 800 miliardi di euro, si è scontrato con la necessità di ingenti prestiti, costringendo di fatto la UE a "riarmare attraverso il debito": «gli ambiziosi piani delle élite si scontrano con la necessità per i comuni cittadini europei di "stringere la cinghia", il che sta portando a una maggiore instabilità interna allaUE». Inoltre, Washington mantiene ancora una posizione dominante nella NATO; le armi nucleari statunitensi sono dislocate sul territorio UE; decine di migliaia di soldati statunitensi sono di stanza in Europa. La Casa Bianca non è certamente interessata a perdere il controllo sull'Europa; ma, sotto l'amministrazione Trump, persegue una politica di spostamento dei costi sull'Europa stessa, traendo profitto dalla guerra dell'Europa contro la Russia in Ucraina. E, però, nonostante l'evidente crisi nelle relazioni, Bruxelles è cauta nell'impegnarsi direttamente in un conflitto con gli Stati Uniti, pienamente consapevole dello squilibrio politico-militare. L'Europa deve ancora stabilire quale polo desidera essere in un mondo multipolare e se potrà effettivamente diventarlo, o rimanere una quasi-struttura dipendente dagli Stati Uniti. La guerra ibrida in Ucraina contribuirà notevolmente a questa identificazione; pertanto, per l'Europa si tratta di una questione di natura esistenziale.

Ecco dunque farsi strada una serie di spostamenti di vedute anche nell'atteggiamento verso la Russia. Macron, ironizza Kirill Strel'nikov su Ukraina.ru, che aveva recentemente minacciato di inviare orde di zuavi in Ucraina, dichiara di dover «parlare con Putin il prima possibile». Giorgia Meloni annuncia che «è giunto il momento per l'Europa di parlare con la Russia» e la UE recluta urgentemente un rappresentante speciale «per i negoziati con la Russia». La portavoce della Commissione europea Paula Pinho, dimenticando la promessa del suo capo, Gertrud von der, di dichiarare guerra alla Russia fino in fondo, ha dichiarato che «a un certo punto dobbiamo assolutamente iniziare i negoziati con il presidente Putin». Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, poi, ha lasciato tutti a bocca aperta con le sue conoscenze geografiche e ha rivelato al mondo che, pare, «la Russia è un paese europeo» e dunque «bisogna trovare un compromesso con essa».

Ma l'epidemia di russofilia non è finita qui: l'ex Segretario della NATO Jens Stoltenberg ha invitato i paesi occidentali a «parlare con la Russia come un vicino» e che «è necessario tornare al dialogo». Si tratta dello stesso Stoltenberg che a suo tempo aveva definito Putin un «crudele dittatore»; che aveva affermato che la Russia è stata storicamente un «aggressore» e che, in qualità di Segretario della NATO, aveva affermato che la Russia avrebbe attaccato l'Europa entro il 2029.

In pratica, sembra che in Europa stiano ora prendendo il sopravvento avidità e paura. Non per nulla, si riconosce ora apertamente che le sanzioni anti-russe, in vigore dal 2022, sono costate almeno 1,6 trilioni di euro all'economia europea: «la guerra fredda economica e militare contro la Russia non ha funzionato» dice Strel'nikov e il posto di graziosi «fioricini viene preso da orribili bacche: proteste economiche di massa, che fanno scricchiolare le poltrone dei leader europei».

Allo stesso tempo, il potere dei burocrati europei è minacciato da movimenti nazionalisti, orientati al dialogo con la Russia. In Francia, i sondaggi indicano Jordan Bardella, leader del partito di destra Rassemblement National, come vincitore alle prossime presidenziali; in Germania, Alternative für Deutschland domina nei Land orientali e, secondo i sondaggi, comincia a superare l'alleanza di governo a livello federale.

Ma ciò che più terrorizza le élite europee è di non riuscire a convincere gli USA a schierarsi dalla loro parte, costringendo Trump a una guerra per procura con la Russia. Anzi, il presidente yankee ha dichiarato che è Zelenskij, e non Putin, a ostacolare il processo di pace: questo manda in fumo i piani europei.

Ora, con la minaccia di annettere la Groenlandia, membro della NATO, gli europei sono inorriditi nel constatare che il loro ombrello magico è svanito. Alcuni esperti internazionali hanno persino individuato nelle ultime dichiarazioni dei leader europei indizi quasi nascosti di una potenziale alleanza euro-russa. Il Centro Internazionale Estone per la Difesa e la Sicurezza ha pubblicato un lungo articolo intitolato «2026: un anno di cattive opzioni per l'Europa», in cui si afferma che l'Europa rischia di essere lasciata indietro e deve prendere precauzioni: «Gli Stati che possiedono un significativo potere militare e la volontà politica di usarlo – in particolare Stati Uniti, Cina e Russia – hanno già tracciato una rotta chiara per consolidare le proprie sfere di influenza. L'Estonia (e tutta l'Europa) dovrebbe evitare una posizione contraria intransigente che affermi che qualsiasi impegno con Mosca sia intrinsecamente sbagliato o pericoloso. Un simile approccio non contribuirà a plasmare la futura politica dell'Europa nei confronti della Russia».

Ma la cosa più importante è che gli europei stanno giungendo alla conclusione che anche se l'Europa fornisse pieno supporto militare al posto degli Stati Uniti, l'Ucraina semplicemente non sarebbe in grado di vincere.

L'esperienza dei “trenta intrepidi” che hanno toccato il suolo della Groenlandia e dei quindici che lo hanno lasciato tre giorni più tardi, dovrebbe suggerire qualcosa anche ai sogni dei “volenterosi” per la loro Expedition in terra ucraina.


FONTI:

https://www.fondsk.ru/news/2026/01/17/evropa-v-arkticheskoy-bespomoschnosti-fars-principov-v-grenlandskom-krizise.html

https://tass.ru/opinions/26160843

https://ukraina.ru/20260117/ne-predatelstvo-a-samosokhranenie-evropa-brosaet-ukrainu-radi-soyuza-s-rossiey-1074444323.html

 

 

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Pino Arlacchi - LA DEBOLE ARMADA: L'INGANNO DI TRUMP

 

di Pino Arlacchi*

Quasi tutti, a destra come a sinistra, pensano che dietro le sparate di Trump contro mezzo mondo ci sia una macchina militare invincibile, impareggiabile e senza precedenti nella storia del pianeta.
Essa conferisce al presidente americano una pretesa di potenza pressoché illimitata. Trump può violare impunemente diritti, valori e interessi di popoli e nazioni in base al principio atavico che è la forza più bruta, la violenza delle armi, che dà ordine al mondo. A discapito delle risorse a disposizione delle vittime, che possono contare solo sull’energia immateriale generata dal senso, anch’esso atavico ma perdente, della giustizia.
Questa è la visione della potenza americana oggi prevalente. Una visione sbagliata e fuorviante. E ciò per due ragioni. Perché è il frutto di una mistificazione ben costruita, e perché è la realtà dei fatti a dimostrare l’esatto opposto. Le menzogne e le violenze di Trump non sono il frutto di una forza militare soverchiante ma, al contrario, derivano da una debolezza profonda, rimasta nascosta per mezzo secolo dopo essere venuta alla luce con la sconfitta del Vietnam.
Seppellita sotto il trionfo americano della Guerra fredda e continuata sottotraccia durante la Bell’Époque clintoniana, questa magagna di fondo è riemersa su scala più vasta nel nuovo secolo con la serie di sconfitte militari e politiche del Medioriente (Iraq, Afghanistan, Yemen) e dell’Ucraina, ed è la vera base da cui partono le raffiche trumpiane di aggressione solitaria a tutto e tutti. Dietro di esse non c’è la gravitas di un potere sicuro di sé, che non ha bisogno di minacciare, di lanciare insulti e attacchi che sanno di insicurezza e di ossessività. Dietro di esse si intravede l’angoscia di una forza perduta, il rancore sconfinato di un infausto tramonto.
Le minacce di Trump sono patetiche, quasi tutte prive di credibilità. Chi può scambiare la riconquista del Messico, l’annessione del Canada, la riduzione a colonia di sfruttamento del Venezuela e lo stesso restauro della Dottrina Monroe come progetti che stanno nel campo della fattibilità piuttosto che in quello del delirio? Oppure come idee su cui fondare un rilancio dell’egemonia passata, magari attraverso una replica farsesca, assieme a Cina e Russia, del patto di Yalta del 1945?
Il verdetto del Vietnam e dei fiaschi mediorientali è stato amplificato, di recente, dalla rivoluzione della tecnologia militare. Un passaggio epocale ignorato consapevolmente dagli Usa, ma cavalcato dalla Cina da un decennio, praticato dall’Iran e adottato rapidamente dalla Russia dopo i rovesci subiti dal suo obsoleto apparato bellico nei primi tempi della guerra ucraina. Intendo la rivoluzione dei droni e dei missili a costo irrisorio che hanno messo alla portata di qualunque Davide la fionda che gli ha consentito di uccidere Golia.
Un paio di droni da mille euro l’uno possono danneggiare seriamente un carro armato, una pista d’atterraggio e una infrastruttura militare e civile. Uno sciame di droni da 100 mila euro può disabilitare la proiezione di potenza più micidiale, una portaerei da 13 miliardi. Se affiancato da un paio di missili antinave da 2-5 milioni ciascuno, questo sciame può colare a picco qualsiasi imbarcazione spendendo lo 0,03 – 0.1 per cento del valore distrutto. Per non parlare, poi, dell’effetto devastante che gli stessi droni e missili possono avere sull’altra maggiore proiezione di potenza globale: le 750 basi americane sparse nel pianeta, diventate degli eccellenti bersagli fissi, come dimostrato nel giugno dell’anno scorso dalla difesa dell’Iran contro l’attacco Usa. Un missile antiaereo HQ-9 da 3 milioni di dollari può abbattere un F-35 da 100 milioni.
Il punto di debolezza cruciale è che l’armamento convenzionale statunitense è rimasto quello, irrimediabilmente obsoleto, della Seconda guerra mondiale e della Guerra fredda: navi, aerei, cannoni, basi militari e carri armati tanto costosi quanto vulnerabili a droni, missili, satelliti, sensori e radar avanzati. Questi sviluppi della tecnologia militare hanno svuotato di significato qualunque cifra sui budget militari nazionali. Il valore economico non corrisponde più alla potenza di fuoco, e ciò ha stroncato le restanti ambizioni belliche dello Zio Sam. A tutto ciò occorre aggiungere la corruzione e lo spreco fuori controllo che minano il Pentagono da decenni. Il mio calcolo è che tra l’80 e il 90% della spesa militare Usa è inutile a fini bellici, sia di difesa che di attacco.
Il deep state è perfettamente consapevole della principale conseguenza di tutto questo: le forze armate americane non possono più vincere alcuna guerra vera e propria. L’ultima cosa cui pensa il Pentagono è di imbarcarsi in una nuova guerra, perché è certo di perderla. Come una voce dal sen fuggita, è stato proprio il Segretario alla Difesa, Robert Gates, che già nel 2011 dichiarò di fronte ai cadetti dell’Accademia di West Point che “qualsiasi futuro Segretario alla Difesa che consigliasse di inviare un grande esercito in Asia, Medio Oriente o Africa avrebbe dovuto farsi esaminare la testa”.
I raid, le invettive ad alto carico di menzogna di Trump servono solo a coprire il fatto che il Re è nudo, e che l’apparato militare degli Stati Uniti non è in grado di prevalere, in forma stabile e senza perdite insostenibili, contro alcuno Stato che possa disporre di un armamento avanzato del costo di pochi miliardi di euro. Nel 2020 i droni armati come il turco Bayraktar usati dagli azeri nel Nagorno-Karabakh hanno distrutto circa 200 carri armati armeni e numerosi sistemi di difesa aerea. L’esito dell’aggressione saudita del 2015 allo Yemen, eseguita contando su un armamento convenzionale quattro volte superiore a quello dell’Italia, e con pieno supporto logistico e d’intelligence a stelle e strisce, è stato capovolto dall’entrata in scena dei droni e dei missili.
Bene, si potrà obiettare a questo punto. Se le cose stanno così, che cosa impedisce agli Stati Uniti di riconvertire e aggiornare la propria industria militare? Lo ha fatto la Russia dopo le prime batoste subite dalla sua flotta nel Mar Nero, e il conflitto ucraino è passato da una guerra di posizione a una di missili e droni, dove la supremazia russa è schiacciante.
La risposta non è ardua. Non esiste in Russia un complesso militare industriale. Le fabbriche di armi russe sono proprietà di uno Stato un tempo socialista. Le industrie militari americane sono la quintessenza del capitalismo privato, e tutta l’America è una plutocrazia finanziaria e militare che si regge grazie a un trilione di dollari di spese per la difesa che sostengono l’economia di interi Stati, eleggono parlamentari, finanziano processi elettorali, ricattano e controllano presidenti, animano il deep state. È un capitalismo militare impossibile da smantellare in poco tempo, anche se palesemente inutile. La baracca si regge su un mito fasullo ma efficace, e che occorre perpetuare a ogni costo, evitando prove impegnative.
I cittadini americani sono vittime di una truffa cognitiva. Sono certi di vivere nel Paese più sicuro del mondo perché l’élite del potere li ha convinti che ciò è dovuto al possesso delle forze armate più forti del pianeta e non a un duplice dono della geografia e della storia: i due oceani che circondano il Paese e che lo rendono immune da guerre e invasioni, e il genocidio dei nativi americani che ha fondato la nazione eliminando rischi di sovvertimento interno.
Il grande inganno della supremazia militare americana si è esteso al resto del mondo, ma sono proprio i deliri di Trump che ne rivelano la fragilità. Sono convulsioni di un organismo pervenuto alla sua fase terminale, ma che proprio per questo non è meno pericoloso di prima. La somma di devastazioni, bombardamenti e atrocità che nascondono l’impotenza incurabile di un impero che muore può comunque diventare un costo immenso per l’intera umanità.
(di Pino Arlacchi | Il Fatto Quotidiano | 15 gennaio 2026)

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Marco Travaglio - Indietro, marsch!


di Marco Travaglio - Fatto Quotidiano, 18 gennaio 2026

Alla manifestazione per gli iraniani repressi dal regime hanno partecipato Conte, Bonelli, Fratoianni e Schlein, cioè i leader accusati di non partecipare a manifestazioni per gli iraniani repressi dal regime, mentre quelli che li accusavano di non partecipare a manifestazioni per gli iraniani repressi dal regime non hanno partecipato. Comunque mi hanno convinto. Ora ne organizzo una anch’io. Sto già studiando lo slogan. Sarà: “Non si spara per strada sui cittadini disarmati”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che io ce l’abbia con l’Ice di Trump che spara per strada sui cittadini disarmati. Meglio: “Non si arresta chi protesta o fa post sui social”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che ce l’abbia con Usa e Paesi Ue che arrestano chi protesta o fa post sui social e, se dice qualcosa di sgradito, gli chiudono il conto in banca. Meglio: “Sanzioniamo chi uccide migliaia di civili”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che io ce l’abbia con Israele per i 70 mila civili sterminati senza sanzioni, mentre Teheran è sanzionato da 46 anni. Meglio: “Non si invadono e non si attaccano gli altri Paesi”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che io ce l’abbia con Usa, Nato e Israele, che hanno il record mondiale di Paesi invasi e attaccati, mentre l’Iran è fermo a zero. Meglio: “Rovesciamo la dittatura per sostituirla con la democrazia”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che io ce l’abbia con Trump che ha appena rovesciato la dittatura di Maduro per sostituirla con la dittatura della sua vice. Meglio: “Contro i governi illegittimi”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare ce io ce l’abbia con Trump che s’è proclamato presidente ad interim del Venezuela e vuole la Groenlandia “perché mi serve”.

Meglio: “Abbattiamo il regime che impicca la gente sulla forca”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che ce l’abbia con l’Arabia di Bin Salman, che oltre alla forca è usa segare a pezzi i giornalisti, e Renzi potrebbe aversene a male. Meglio: “Contro gli ayatollah che non pagano Renzi”. Anzi no: anche volendo, non potrebbero pagarlo per via della legge Meloni. Meglio: “Dopo Gaza, la Flotilla faccia rotta sull’Iran”. Anzi no: pare che l’Iran non affacci sul Mediterraneo, quindi bisognerebbe passare dal Canale di Suez, circumnavigare la Penisola Arabica e sbucare di lì, o paracadutare e carrucolare direttamente le barche sul Mar Caspio. Meglio: “Abbattiamo il regime che foraggia il terrorismo islamista”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che io ce l’abbia con l’amico Qatar che finanzia Hamas o con la Siria di Al Jolani che, prima di diventare amico, cioè buono, stava in al Qaeda e nell’Isis. Meglio: “Il diritto internazionale vale fino a un certo punto”. Ecco, questo dovrebbe mettere d’accordo tutti. Però lì basta Tajani. Quasi quasi sto a casa.

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Daniele Luttazzi - Stratfor, società privata di intelligence e che dice della politica trumpiana


Pubblichiamo due approfondimenti di Daniele Luttazzi sulla società privata di intelligence Stratfor e su come funzionano le agenzie governative Usa apparsi sul Fatto Quotidiano la scorsa settimana. 


 

di Daniele Luttazzi - Non c'è di che, Fatto Quotidiano

15 gennaio 2026

Stratfor (Strategic Forecasting Inc.) è una società privata di intelligence al servizio di multinazionali e agenzie governative Usa. William Marquez (Bbc) la definisce una “Cia ombra” per via delle analisi che conduce, del modo in cui ottiene le informazioni, di chi le commissiona e perché. La sua attività principale è la valutazione dei rischi geopolitici mondiali. Richard Weitz, esperto di sicurezza e di intelligence presso l’Hudson Institute, spiega: “Essendo un’azienda privata, non devono giustificare la provenienza dei fondi o a cosa servono. Potrebbero ricevere denaro da una compagnia petrolifera per condurre un’indagine o, come a Bhopal, in India, per osservare e analizzare i movimenti degli attivisti in seguito al disastro dell’impianto tossico della Dow Chemical/Union Carbide del 1984, che colpì più di mezzo milione di persone. Se la Cia ha bisogno di informazioni, ma non può intervenire a causa della situazione delicata, come nel caso dello spionaggio su Israele o sui paesi della Nato, si avvale di personale Stratfor. Sono come un’agenzia investigativa privata, solo più grande”. Stefania Maurizi, che 15 anni fa con WikiLeaks rivelò le mail interne della Stratfor, una settimana fa ha scritto su X: “Migliaia di giornalisti, aziende, servizi segreti si informano su #Stratfor, nel tentativo di stare un passo avanti agli altri e saperne di più”. Anche per questo diventa molto interessante leggere cosa pensa Stratfor della politica economica trumpiana.

La mano visibile: l’interventismo di Trump rimodella il capitalismo americano (Matthew Bey, Stratfor) Nei primi mesi di mandato l’amministrazione Trump ha avviato la più profonda trasformazione del capitalismo statunitense dai tempi di Reagan. Attraverso una combinazione di dazi record, pressioni sulle istituzioni indipendenti e un coinvolgimento diretto dello Stato nelle imprese private, la Casa Bianca ha progressivamente abbandonato l’ortodossia liberista che aveva guidato l’economia americana per quasi mezzo secolo. Il risultato è un modello di capitalismo centralizzato, in cui il presidente aspira a controllare i nodi chiave della pianificazione economica nazionale. Il mercato (la “mano invisibile” di Adam Smith) non è più l’arbitro principale dell’efficienza economica, sostituito da una “mano visibile” statale, che decide quali settori sostenere, quali imprese favorire e quali strategie industriali incentivare o punire, com’è evidente dal crescente ruolo della Casa Bianca nel determinare il successo o il fallimento di aziende e di interi comparti produttivi. Il protezionismo è uno degli strumenti centrali di questa svolta. I dazi imposti dall’amministrazione sono i più elevati dagli anni Trenta e vengono utilizzati non solo per riequilibrare il commercio internazionale, ma per costringere le imprese a investire nella manifattura statunitense. Parallelamente, Trump ha messo in discussione l’indipendenza della Federal Reserve, esercitando pressioni affinché i tassi di interesse venissero ridotti anche a costo di alimentare l’inflazione. Il cambiamento più rilevante, tuttavia, riguarda l’ingresso diretto dello Stato nel capitale e nella governance delle imprese. L’accordo del 22 agosto con Intel, che ha trasformato 8,9 miliardi di dollari di sovvenzioni federali in una partecipazione pubblica del 9,9 per cento, ha reso il governo il maggiore azionista dell’azienda. Questo modello è stato affiancato da altri interventi simili: la golden share in U.S. Steel, la partecipazione del Dipartimento della Difesa in MP Materials e gli accordi di condivisione dei ricavi con Amd e Nvidia.


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16 gennaio 2026

Riassunto della puntata precedente: per saperne di più sulla geopolitica, giornalisti, aziende e servizi segreti si informano da Stratfor, una società privata di intelligence al servizio di multinazionali e agenzie governative Usa. Cosa pensa Stratfor della politica economica trumpiana? Matthew Bey, analista senior, spiega che la Casa Bianca ha abbandonato l’ortodossia liberista che ha guidato l’economia americana per quasi mezzo secolo, e la sta sostituendo con un capitalismo centralizzato in cui il presidente controlla i nodi chiave della pianificazione economica nazionale. Ne sono un esempio gli accordi con Intel, U.S. Steel, MP Materials, Amd e Nvidia, che hanno reso il governo un azionista di quelle aziende. Il modello, sostengono funzionari del governo, è replicabile in altri settori strategici.

Il segretario al Commercio Howard Lutnick ha persino suggerito che soluzioni analoghe potrebbero essere estese al comparto della Difesa, definendone alcune grandi aziende come estensioni operative dello Stato. Inoltre, con dichiarazioni pubbliche, pressioni mediatiche e minacce di misure punitive, Trump cerca di orientare direttamente le scelte aziendali in materia di prezzi, investimenti e localizzazione produttiva. I dazi vengono spesso usati come strumento coercitivo contro le imprese considerate non allineate agli obiettivi economici della Casa Bianca. Trump ha diffidato Walmart dall’aumentare i prezzi a seguito dei dazi e ha attaccato Goldman Sachs per aver pubblicato analisi secondo cui i consumatori Usa avrebbero sostenuto la maggior parte dei costi delle tariffe.

Questo clima ha spinto molte grandi aziende a cercare patti col presidente, promettendogli investimenti e offrendogli impegni simbolici di lealtà. I sostenitori del trumpismo economico sostengono che il modello liberista sia ormai inadatto in un contesto di competizione strategica con la Cina. Tuttavia i rischi sistemici sono considerevoli, spiega Bey. Le aziende sostenute direttamente dal governo ottengono vantaggi politici che alterano la concorrenza, mentre altre risultano penalizzate. Sul piano internazionale, questi interventi aumentano il rischio di ritorsioni commerciali, accuse di sussidi illegali e tensioni geopolitiche, in particolare con la Cina e con l’Unione europea.

Il caso Intel rappresenta il banco di prova più significativo del nuovo corso. L’azienda è in difficoltà da un decennio, superata dalla Taiwan Semiconductor Manufacturing Company nella produzione di chip all’avanguardia. L’ingresso dello Stato in Intel porta nuovo capitale, però non sufficiente a risolvere la crisi strutturale dell’azienda, mentre la conversione delle sovvenzioni in partecipazione azionaria lega il destino di Intel a quello politico dell’amministrazione. L’esperienza storica mostra che dazi e sussidi mirati raramente producono benefici duraturi in termini di competitività e innovazione: i casi di successo sono legati a investimenti neutrali in ricerca e sviluppo o a partenariati pubblico-privati nelle fasi iniziali delle tecnologie emergenti. Il piano di Trump, invece, riduce i finanziamenti alla ricerca di base e privilegia misure coercitive. Infine, centralizzare la pianificazione economica si scontra con la complessità dell’economia americana. Le piccole e medie imprese, che rappresentano circa il 44 per cento del Pil, restano escluse da questo sistema e rischiano di essere penalizzate a vantaggio dei grandi gruppi capaci di negoziare direttamente col potere politico. Il capitalismo trumpiano, un sistema centralizzato, è insomma meno prevedibile del capitalismo classico e potenzialmente più instabile.

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“Gli estintori? Credo ce ne sia uno. Vedo costantemente i volti dei morti”, la testimonianza della cameriera sopravvissuta

Louise Leguistin, 25 anni, è una delle sopravvissute de devastante rogo del Constellation di Crans-Montana. Una serata che, per lei, segna il confine fra un prima e un dopo, un prima fatto di spensieratezza e sogni, e un dopo di trauma, rimpianti e una vita che non sarà mai più la stessa. Ma è soprattutto una testimone che ha già smentito alcune dichiarazioni dei Moretti, i due coniugi francesi indagati per la mattanza della notte di Capodanno con i suoi 40 morti e gli oltre 100 feriti, per esempio sulla controversa questioni dei caschi e dei travestimenti.

Seduta davanti agli inquirenti la 25enne, come riporta il Corriere della Sera, mette in fila gli eventi dovendo fare slalom sulle emozioni di rivivere un evento così spaventoso. “Ero completamente disorientata, sola, sopraffatta dalla portata di quello che vedevo accadere. Ho avuto l’impressione che i pompieri ci abbiano messo una vita ad arrivare… Ero nel panico… Quando ho visto tutte quelle fiamme, mi sono sentita impotente. Sentivo tutti urlare…Da quella notte ho grandi difficoltà a dormire. Vedo costantemente i volti dei morti, delle persone che ho assistito, che ho riconosciuto fuori, bruciati. L’odore mi è rimasto nel naso” spiega sottolineando che i due tagli riportati durante l’incendio non vuole non può considerarli ferite.

“Sono triste, angosciata, scioccata… Da quella sera le cose non sono andate molto bene. Mi sono incolpata molto per essere uscita illesa. Sono felice di essere viva. Ma ho dei rimpianti. Mi chiedo cosa avremmo potuto fare diversamente… Non avevo mai lavorato a Crans o per la famiglia Moretti. Avevo fatto il colloquio con Jessica una settimana e mezza prima, per telefono. Avevo fatto domanda. Volevo fare esperienza in Svizzera e mettere via un po’ di soldi, come tutti”. Era entusiasta, aveva legato subito con i colleghi, come il capobarman Gaëtan, il dj Mateo e la cameriera Cyane Panine, che sarebbe diventata una figura emblematica di quella notte tragica e che è una delle 40 vittime.

La ragazza con il casco e le candele sulle bottiglie di champagne sui cui i Moretti in qualche modo hanno cercato di scaricare la responsabilità. “Durante i festeggiamenti, quando è scoppiato l’incendio, Jessica era con noi, stava filmando quello che stava succedendo. L’ho vista salire le scale e andarsene in fretta, poi non l’ho più vista” racconta. Quando le viene chiesto dei suoi rapporti con i Moretti, risponde: “Nessuno”.

Una delle domande cruciali riguarda la formazione ricevuta in caso di emergenza: “Non mi è stato insegnato nulla su come gestire un incendio. Mi è stato semplicemente spiegato come funzionava il reparto. Tutto qui”. E quando gli inquirenti chiedono se ci fosse un estintore, la sua risposta è incerta: “Credo ce ne sia uno“. Una sensazione di inadeguatezza che sembra pervadere tutto quanto è accaduto quella notte, anche in relazione alle uscite di emergenza: “C’era un cartello, ma non è molto visibile. I clienti del locale non avevano mai notato quella porta”. Porta tra l’altro bloccata con un mobiletto come accertato dagli investigatori svizzeri.

L'articolo “Gli estintori? Credo ce ne sia uno. Vedo costantemente i volti dei morti”, la testimonianza della cameriera sopravvissuta proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Caffè negli scarichi: perché questo gesto può diventare pericoloso

Sul caffè da buttare nei lavandini circolano da decenni tantissime voci e la rete ha contribuito a diffondere cattive abitudini. Il consiglio migliore da seguire è di non gettarne nulla negli scarichi di bagni o cucina ma di smaltirlo negli appositi contenitori. Il caffè inquina gli ecosistemi acquatici e per questo una donna londinese, a Richmond, ha ricevuto una multa da 149–150 sterline britanniche (circa 172 euro o 200 dollari) per l’abitudine di versare nello scarico il caffè.

Sia liquido che rimasto nella macchinetta, il caffè fa danno ecologico e i comuni, tra nettezza urbana e altri servizi, sono impegnati anche nella pulizia di mari e coste. È il Daily Coffee News a riportare questa storia. Si legge che la signora ha gettato il caffè prima di salire su un autobus. Il consiglio ha deciso poi di revocare la sanzione.

versare il caffè

Dati, ricerche e controlli più severi: ecco cosa deve sapere l’opinione pubblica sul caffè e sui contaminanti non degradabili

Quindi, il caffè per il comune londinese in questione, inquina o meno? Crea un danno ambientale oppure no? Il fatto può sensibilizzare l’opinione pubblica, soltanto nel Regno Unito si consumano in un giorno 98 milioni di tazze di caffè e nel mondo 2 miliardi. Significa anche bicchierini di carta o plastica, bastoncini o cucchiaini di scarto, bustine dello zucchero che vanno a finire chissà dove.

Dato che in questi giorni stanno uscendo tante notizie sulle conseguenze dell’inquinamento urbano, ecco la posizione di Kevin Collins, scienziato ambientale. Milioni di tazze o tazzine gettate negli scarichi creano problemi a fiumi e corsi d’acqua. I livelli di caffeina nei sistemi fognari sono già a livelli di emergenza. Uno studio ha esaminato 258 fiumi di 104 paesi, la caffeina è presente nella metà dei siti campionati fino in Antartide.

Che cosa succede di specifico nel Regno Unito con il caffè? Innanzitutto è bene sapere che la bevanda energizzante tanto amata è resistente alla decomposizione, per questo è stato inserito tra i contaminanti che danneggiano piante, insetti e altri ecosistemi. In Inghilterra ci sono sistemi fognari combinati, le tubazioni trasportano sia l’acqua piovana che le acque reflue domestiche. Finiscono tutte negli impianti di trattamento, la caffeina non viene decomposta del tutto dagli impianti e non viene trasportata via del tutto dalle tubature. Finirà sicuramente nei corsi d’acqua e nei fiumi che poi sversano su mari e laghi.

Caffè negli scarichi: perché questo gesto può diventare pericoloso è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Daniela Giannace

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The energy transition’s next big challenge is systems integration

For much of the past decade, the energy transition debate has largely revolved around one question: can clean technologies work at scale? That is increasingly being answered. Solar panels, wind turbines, batteries and electric vehicles (EVs) have moved into the mainstream as key technologies become more cost-effective, efficient and faster to deploy. In many markets, these energy sources are no longer the future of energy; they are the present. The challenge is no longer simply proving that more...

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Guatemala declares 30-day state of emergency after gangs kill 8 police officers

Guatemala’s president on Sunday declared a 30-day nationwide state of emergency to combat criminal gangs after authorities accused the groups of killing eight police officers and holding hostages at three prisons. The killings occurred in the Guatemalan capital and surrounding areas a day after gang-affiliated inmates took 46 people hostage in the three prisons across the country to demand incarcerated gang leaders be moved to lower security facilities. President Bernardo Arevalo said...

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Sense 1/2: Una Medium Di Hack The Box Con PFSENSE Realisticamente e Lentamente Parte

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The energy transition’s next big challenge is systems integration

For much of the past decade, the energy transition debate has largely revolved around one question: can clean technologies work at scale? That is increasingly being answered. Solar panels, wind turbines, batteries and electric vehicles (EVs) have moved into the mainstream as key technologies become more cost-effective, efficient and faster to deploy. In many markets, these energy sources are no longer the future of energy; they are the present. The challenge is no longer simply proving that more...

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Guatemala declares 30-day state of emergency after gangs kill 8 police officers

Guatemala’s president on Sunday declared a 30-day nationwide state of emergency to combat criminal gangs after authorities accused the groups of killing eight police officers and holding hostages at three prisons. The killings occurred in the Guatemalan capital and surrounding areas a day after gang-affiliated inmates took 46 people hostage in the three prisons across the country to demand incarcerated gang leaders be moved to lower security facilities. President Bernardo Arevalo said...

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For much of the past decade, the energy transition debate has largely revolved around one question: can clean technologies work at scale? That is increasingly being answered. Solar panels, wind turbines, batteries and electric vehicles (EVs) have moved into the mainstream as key technologies become more cost-effective, efficient and faster to deploy. In many markets, these energy sources are no longer the future of energy; they are the present. The challenge is no longer simply proving that more...

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Una commissione segreta dell’ONU vuole stravolgere la vita dei bambini e mettere i figli contro i propri genitori

Di Ingrid de Groot, deanderekrant.nl – Paesi Bassi   «Una commissione segreta delle Nazioni Unite sta per cambiare il significato dei diritti dei bambini: “senza alcuna votazione, senza dibattito e senza consultare i genitori“, avverte il movimento di cittadini attivi CitizenGo che ha promosso una petizione per “proteggere la vita, la famiglia e la libertà”, […]

L'articolo Una commissione segreta dell’ONU vuole stravolgere la vita dei bambini e mettere i figli contro i propri genitori proviene da Come Don Chisciotte.

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Cina e Canada puntano a una nuova partnership


Cina e Canada puntano a una “nuova partnership strategica” in un contesto di crescente frammentazione geopolitica, come emerso dall'incontro tra il presidente Xi Jinping e il primo ministro canadese Mark Carney, tenutosi venerdì a Pechino. Lo scrive il China Daily che sottolinea come, durante l'incontro, il Xi abbia parlato in termini positivi della svolta nelle relazioni bilaterali e sottolineato la necessità che entrambi i paesi "siano partner che si rispettano, si fidano e collaborano tra loro per uno sviluppo condiviso."

Carney è arrivato mercoledì a Pechino per una visita ufficiale di quattro giorni in Cina, il primo viaggio nel Paese da parte di un primo ministro canadese in otto anni. Xi ha affermato che lo sviluppo sano e stabile delle relazioni tra Cina e Canada è nell'interesse comune di entrambi i Paesi e contribuisce alla pace, alla stabilità e alla prosperità mondiali. Entrambe le parti dovrebbero promuovere la costruzione di un nuovo partenariato strategico con senso di responsabilità nei confronti della storia, dei popoli e del mondo, e guidare le relazioni tra Cina e Canada verso un percorso di sviluppo solido, costante e sostenibile, ha aggiunto.

Xi ha sottolineato che, pur avendo circostanze nazionali diverse, Cina e Canada dovrebbero rispettare la sovranità e l'integrità territoriale reciproche, nonché la scelta del sistema politico e del percorso di sviluppo, e adottare l'approccio giusto nelle loro interazioni. Sottolineando che le relazioni economiche e commerciali tra i due paesi sono caratterizzate da vantaggi reciproci e vantaggi per entrambe le parti, e che entrambe le parti hanno da guadagnare dalla cooperazione, Xi ha affermato che lo sviluppo di alta qualità e l'apertura di alto livello della Cina continueranno a sbloccare nuove opportunità per la cooperazione tra Cina e Canada.

Sottolineando che un mondo diviso non è in grado di affrontare le sfide comuni che l'umanità deve affrontare, Xi ha affermato che la vera soluzione sta nel sostenere e praticare un vero multilateralismo e nel costruire una comunità con un futuro condiviso per l'umanità.

Carney, dal canto suo, ha osservato che, grazie a una lunga storia di rapporti amichevoli e a una forte complementarità economica, il Canada e la Cina godono di ampi interessi e opportunità comuni. Il Canada desidera costruire un nuovo partenariato strategico con la Cina che sia forte e duraturo, in modo da offrire maggiori benefici ai due popoli, ha affermato Carney, ribadendo l'impegno del suo Paese nei confronti della politica di “una sola Cina”. Ha affermato che il Canada si impegna a collaborare con la Cina in uno spirito di reciproco rispetto e partenariato per espandere e rafforzare la cooperazione nei settori dell'economia e del commercio, dell'energia, dell'agricoltura, della finanza, dell'istruzione e dei cambiamenti climatici.

La Cina, sottolinea il China Daily, è da tempo il secondo partner commerciale del Canada, dopo gli Stati Uniti. Il commercio bilaterale di merci ha superato i 117 miliardi di dollari canadesi (84,2 miliardi di dollari) nel 2024, sottolineando le solide basi e la forte complementarità dei legami economici tra i due Paesi. Dal dicembre 2017, le relazioni tra Cina e Canada hanno subito battute d'arresto a causa della posizione dura di Ottawa nei confronti della Cina durante l'amministrazione di Justin Trudeau. Nel 2024 si sono verificate tensioni commerciali caratterizzate dall'imposizione di dazi canadesi sui veicoli elettrici e sui metalli cinesi, seguite da contromisure da parte della Cina.

La visita di Carney è considerata dagli analisti come una ricalibrazione della politica estera di Ottawa nei confronti della Cina, determinata da realtà strutturali.
Venerdì è stata rilasciata una dichiarazione congiunta del vertice tra i leader di Cina e Canada, che ribadisce i principi e le politiche che guidano le relazioni bilaterali. Anthony Moretti, professore associato presso il Dipartimento di Comunicazione e Leadership Organizzativa della Robert Morris University negli Stati Uniti, ha affermato che la visita di Carney arriva in un momento cruciale per il Canada, che sta affrontando pressioni significative derivanti dai radicali cambiamenti politici provenienti da Washington. “Il primo ministro dovrà sia articolare che dimostrare attraverso le azioni che il suo Paese ha superato il pensiero bianco o nero e ha abbracciato la realtà di un mondo multipolare libero dalla mentalità della guerra fredda”, ha affermato Moretti in un articolo pubblicato dalla China Global Television Network.

FONTE: https://www.chinadaily.com.cn/a/202601/17/WS696abe8ca310d6866eb343b9.html

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Xiplomacy: la partnership Cina-Africa e la modernizzazione del Sud del mondo

 

Nel loro percorso verso la modernizzazione, scrive Xinhua in un accurato approfondimento, la Cina e l’Africa stanno imparando l’una dall’altra, rafforzando una solidarietà che oggi rappresenta una delle forze trainanti della cooperazione nel Sud globale. Quest’anno ricorre il 70º anniversario dell’instaurazione delle relazioni diplomatiche tra la Cina e i Paesi africani, un legame che, nel tempo, ha superato sfide, mutamenti geopolitici e prove di resilienza.

In un mondo attraversato da trasformazioni rapide e tensioni crescenti, Pechino e i Paesi africani continuano a trarre ispirazione dallo spirito di amicizia e cooperazione, proponendosi come modello di sviluppo condiviso. Il presidente Xi Jinping ha posto le basi di questa relazione durante la sua prima visita in Africa nel 2013, definendo i principi di sincerità, risultati concreti, amicizia e buona fede. Da allora, Xi ha visitato il continente cinque volte, consolidando un rapporto che oggi raggiunge il livello di “comunità Cina-Africa per tutte le stagioni”, con un futuro condiviso per la nuova era.

Nello Zimbabwe, in Etiopia, in Tanzania e in Zambia, le testimonianze di questa cooperazione sono tangibili. Dalla costruzione di pozzi agricoli all’empowerment imprenditoriale femminile, i progetti cinesi hanno contribuito a migliorare le condizioni di vita locali. E quando la Cina ha affrontato tragedie come i terremoti di Wenchuan e Yushu, molti Paesi africani hanno ricambiato la solidarietà con generose donazioni.

La ferrovia Tanzania-Zambia (TAZARA) rappresenta un simbolo storico di questo legame. Costruita negli anni in cui la Cina era ancora povera, oggi è al centro di un ambizioso progetto di rivitalizzazione, firmato nel settembre 2024, che coinvolge Cina, Tanzania e Zambia. Per molti africani come Alois Shimbaya o il giovane studente zambiano Michael Nchovo, la rinascita della TAZARA incarna la speranza di una modernizzazione condivisa.

La cooperazione si estende anche al Mozambico, dove la Cina ha rinnovato il porto di Nacala, e al Corno d’Africa, con l’ammodernamento della ferrovia Addis Abeba-Gibuti. L’iniziativa Belt and Road continua a generare nuove opportunità, rafforzando la connettività e promuovendo la crescita industriale del continente. In agricoltura, la tecnologia Juncao — che consente la coltivazione di funghi ad alta resa — ha migliorato la sicurezza alimentare e i redditi familiari in Paesi come la Tanzania e il Ruanda.

Sul piano commerciale, la Cina resta da sedici anni consecutivi il principale partner dell’Africa: il volume degli scambi ha superato i 300 miliardi di dollari nel 2025. Pechino ha inoltre applicato dazi zero al 100% delle linee tariffarie per 53 Paesi africani, facilitando le esportazioni e ampliando le opportunità di crescita.

La cooperazione si estende anche all’educazione e alla formazione. Cittadini africani che hanno studiato in Cina — come l’etiope Abreham Yimer Abate — riportano nelle proprie comunità conoscenze tecniche e modelli di sviluppo inclusivi ispirati all’esperienza cinese di riduzione della povertà.

In questa continuità di scambi e apprendimento reciproco, anche la cultura gioca un ruolo rilevante. A Nairobi e Johannesburg si sono recentemente tenuti forum dedicati all’opera “Xi Jinping: La governance della Cina”, che offre ai Paesi del Sud del mondo un riferimento su come affrontare le sfide della modernizzazione.

Secondo Humphrey Moshi, direttore del Centro di studi cinesi dell’Università di Dar es Salaam, la cooperazione sino-africana è più di una partnership economica: rappresenta un passo concreto verso un ordine globale più equo. Attraverso consultazione paritaria e vantaggi reciproci, Cina e Africa stanno passando da semplici partecipanti a creatori di regole, contribuendo a ridefinire la governance del mondo e a rafforzare la voce del Sud globale.

FONTE: https://english.news.cn/20260115/8114f157f866478c87638ba9b264e9f5/c.html

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Il vincitore "inaspettato" delle minacce di Trump alla Groenlandia

 

Mentre l’attenzione globale è catalizzata dalle frizioni geopolitiche in Groenlandia, un settore inaspettato registra un exploit nei listini finanziari del Vecchio Continente: l’industria europea della difesa. I titoli del comparto aerospaziale e difensivo volano, alimentati dalle crescenti incertezze sull’affidabilità dello storico alleato d’oltreoceano e dalle recenti mosse unilaterali dell’amministrazione statunitense.

Come riporta il Financial Times, l’indice Stoxx Europe Aerospace and Defence ha segnato un incremento prossimo al 15% nel corso del mese, raggiungendo un quarto dell’intera crescita record maturata nell’esercizio precedente. Una performance trainata dalle tensioni artiche sulla sovranità groenlandese e, parallelamente, dalla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte delle forze speciali statunitensi.

A primeggiare nella corsa al rialzo è il colosso svedese Saab, con un balzo del 32%, seguito dal gruppo tedesco Rheinmetall e dal britannico BAE Systems, entrambi in rialzo del 22%. Queste performance non riflettono mere speculazioni, ma la percezione diffusa che l’Europa sia ormai costretta ad accelerare il percorso verso una maggiore autonomia strategica.

Il Divario Atlantico si Allarga

Gli analisti interpretano questo boom finanziario come la diretta conseguenza di una prevedibile necessità: un significativo aumento delle spese militari europee per far fronte a un panorama internazionale in rapida evoluzione, segnato da iniziative americane sempre più autonome.

“Le ultime due settimane hanno fornito ampia e chiara dimostrazione che gli Stati Uniti non possono più essere considerati un alleato affidabile nel senso tradizionale. L’Europa dovrà necessariamente sviluppare capacità di difesa autonome e integrate”, osserva Nick Cunningham, analista di Agency Partners. Questa consapevolezza, secondo Cunningham, è il vero propulsore dietro il rally dei titoli di settore.

La visione è condivisa dagli operatori di mercato. Evelyn Chow, gestore di portafoglio di Neuberger Berman, sottolinea come le azioni di Washington in Venezuela e, soprattutto, le pressioni sulla Groenlandia, “evidenzino la tensione intrinseca tra la sovranità nazionale degli Stati membri dell’UE e il rapporto storico con gli Stati Uniti”. Questi eventi, secondo Chow, “catalizzano un’urgenza ancora maggiore tra i paesi europei nel rafforzare la propria base industriale difensiva nazionale”.

Il Caso Groenlandia e le Ritorsioni Commerciali

L’epicentro della crisi rimane l’isola artica. Lo scorso sabato, il Presidente Donald Trump ha annunciato l’imposizione di un dazio del 10% su tutti i prodotti provenienti da una serie di paesi europei che, nei giorni precedenti, avevano dispiegato propri contingenti militari in Groenlandia per condurre manovre congiunte. Una misura punitiva, diretta conseguenza delle dichiarazioni di Washington che rivendicano interessi sull’isola danese.

I dazi, in vigore dal prossimo 1° febbraio, sono destinati a salire al 25% a partire dal 1° giugno 2026, un’escalation che minaccia di aprire un nuovo fronte nella già tesa relazione commerciale transatlantica.

In definitiva, mentre i governi europei valutano la risposta diplomatica alla crisi groenlandese, i mercati finanziari hanno già emesso il loro verdetto: l’onda d’urto delle tensioni atlantiche sta ridisegnando gli equilibri strategici, e l’industria continentale della difesa si appresta a diventarne, forse, il principale beneficiario inatteso.

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Il “Washington Group” e la Diplomazia delle Chat: l'Europa studia un ordine post-statunitense (POLITICO)

 

Un anno dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, ciò che per decenni è sembrato impensabile si sta ora materializzando con la forza di un terremoto geopolitico: il divorzio strategico tra Europa e Stati Uniti. Lo scrive oggi POLITICO. La minaccia di dazi punitivi contro chiunque ostacoli le mire americane sulla Groenlandia ha rappresentato, per molti governi europei, la fatidica goccia che ha fatto traboccare il vaso. La relazione atlantica, già logorata da litigi e tensioni inespresse, ha raggiunto il punto di non ritorno.

In conversazioni riservate, funzionari europei descrivono la frenesia dell’amministrazione Trump di annettere il territorio sovrano danese con aggettivi come “folle” e “pazzesca”. Interrogandosi su una possibile “modalità guerriera” scatenata dopo l’avventura venezuelana, molti la considerano un “attacco” immotivato che esige la più dura risposta. “L'Europa è stata criticata per essere debole. C’è del vero, ma ci sono limiti invalicabili”, ammette un diplomatico europeo sotto condizione di anonimato.

La convinzione che si sia aperta una fase irreversibile, prosegue POLITICO, si sta ora cristallizzando ai massimi livelli. “C’è un cambiamento nella politica statunitense, per molti versi permanente”, afferma un alto funzionario di un governo europeo. “Aspettare che passi non è più un’opzione. Serve un movimento ordinato e coordinato verso una nuova realtà”.

Questo coordinamento è già in atto, e punta verso una riorganizzazione radicale dell’Occidente destinata a stravolgere gli equilibri globali. Le implicazioni sono profonde: dai danni economici di una guerra commerciale transatlantica ai rischi per la sicurezza di un’Europa costretta a difendersi da sola prima di essere pienamente preparata. Anche gli Stati Uniti ne pagherebbero il prezzo, vedendo erosa la loro capacità di proiettare potenza in Africa e Medio Oriente senza l’accesso alla rete logistica e di basi europea.

Il Laboratorio del Futuro: la “Coalizione dei Volenterosi”

Mentre si discute di ritorsioni commerciali, i diplomatici lavorano già al progetto di un ordine post-statunitense. Per molti, la prospettiva è dolorosa, poiché segnerebbe la fine di 80 anni di cooperazione e darebbe il colpo di grazia alla NATO nella sua forma attuale.

Tuttavia, un modello operativo esiste già: la cosiddetta “coalizione dei volenterosi” a sostegno dell’Ucraina. Questo gruppo, che riunisce 35 governi europei (inclusi Regno Unito e Norvegia) al di fuori della struttura USA, è diventato un meccanismo di coordinamento efficace. I consiglieri per la sicurezza nazionale comunicano regolarmente, abituati a cercare soluzioni multilaterali in un mondo dove Trump è spesso parte del problema.

A livello di leader, prosegue POLITICO, la cooperazione si è intensificata in un forum informale: una chat di gruppo che riunisce figure come Keir Starmer (Regno Unito), Emmanuel Macron (Francia), Friedrich Merz (Germania), Ursula von der Leyen (Commissione UE), Alexander Stubb (Finlandia) e Giorgia Meloni (Italia). Nata in occasione di una visita alla Casa Bianca nell’agosto 2025, è stata soprannominata “Washington Group”.

Questa piattaforma ha permesso una risposta coordinata e misurata alle provocazioni di Trump, facilitando persino i delicati negoziati di pace in Ucraina. Tuttavia, la crisi groenlandese ha trasformato l’approccio. L’era della calma appare finita. Anche Starmer, normalmente cauto, ha definito “sbagliate” le minacce tariffarie di Trump.

È qui che la “coalizione dei volenterosi” mostra il suo potenziale trasformativo. “Ha creato legami strettissimi e una capacità di lavoro congiunto senza precedenti”, osserva un diplomatico. Questo formato potrebbe costituire il nucleo di una nuova alleanza di sicurezza, non necessariamente escludente gli USA, ma che non li dà più per scontati. E, conclude POLITICO: "Il prossimo vertice di emergenza dei leader UE sarà il banco di prova. Sebbene formalmente convocato per rispondere alle minacce sulla Groenlandia, la discussione promette di spaziare ben oltre, verso la definizione di quella nuova architettura di sicurezza che appare ormai inevitabile. Come ha dichiarato la presidente von der Leyen dopo una serie di consultazioni: “Affronteremo queste sfide alla nostra solidarietà europea con fermezza e determinazione”. In un mondo dove la garanzia americana non è più un pilastro, all’Europa non resta che unirsi e inventare il proprio futuro. La strada è incerta e costosa, ma la direzione, ormai, è segnata".

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WSJ: "L'Europa potrebbe adottare misure estreme contro gli USA sulla Groenlandia"

 

Secondo un rapporto del Wall Street Journal, citato dall'agenzia RIA Novosti, i paesi europei stanno valutando, come estrema risorsa nelle crescenti tensioni sulla Groenlandia, la possibilità di limitare o persino impedire l'utilizzo delle basi militari statunitensi dislocate sul territorio europeo e nelle regioni adiacenti. Una misura di ritorsione che, se attuata, rappresenterebbe una rottura epocale nell'architettura di sicurezza transatlantica ereditata dalla Guerra Fredda.

La pubblicazione sottolinea come una mossa del genere, sebbene sia considerata l'"ultima risorsa", esacerberebbe inevitabilmente le tensioni in modo drammatico. Potrebbe persino spingere il Presidente Trump a una ritorsione simmetrica: il ritiro unilaterale di un significativo numero di truppe americane dal continente. Entrambe le parti, secondo il WSJ, riconoscono che si tratterebbe di una spirale negativa che nessuno desidera apertamente, ma che lo scontro di volontà sulla sovranità groenlandese sta rendendo sempre più plausibile.

La crisi è scaturita dalle ripetute dichiarazioni di Donald Trump, che sin dall'inizio del suo secondo mandato ha rivendicato l'annessione della Groenlandia, descrivendo con toni coloriti e denigratori le difese dell'isola. Dopo l'aggressione al Venezuela, queste rivendicazioni si sono fatte più pressanti, sfociando infine nell'imposizione di dazi punitivi del 10% (destinati a salire al 25% a giugno) su una serie di paesi europei, tra cui Danimarca, Francia, Germania e Regno Unito. La condizione per la loro rimozione è la "piena e completa acquisizione dell'isola".

La Posizione Europea e il Fattore Russo

La risposta europea è stata di ferma opposizione, sostenuta dalla volontà espressa dalla popolazione groenlandese. L'ipotesi di chiudere l'accesso alle basi USA – strumenti vitali per la logistica, l'intelligence e la proiezione di potenza americana verso l'Artico, il Nord Atlantico e il Medio Oriente – emerge ora come l'asso nella manica di Bruxelles e delle capitali nazionali. Si tratterebbe di un segnale inequivocabile: la sicurezza europea non può essere data per scontata come moneta di scambio per avventure geopolitiche unilaterali.

In questo contesto, la posizione russa, come riportato da RIA Novosti, aggiunge un ulteriore livello di complessità. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito la situazione "straordinaria dal punto di vista del diritto internazionale", ribadendo il riconoscimento della sovranità danese sulla Groenlandia. Mosca osserva così, da una posizione di formale difesa dello status quo legale, una crisi che indebolisce profondamente la coesione del suo storico rivale atlantico.

La minaccia, anche solo ipotetica, di revocare l'accesso alle basi, segnala un punto di non ritorno nelle menti dei pianificatori strategici europei. Dimostra che il costo di una rottura con Washington viene ora calcolato includendo azioni che sarebbero state considerate impossibili solo pochi mesi fa. La posta in gioco non è più solo economica (i dazi) o politica (la sovranità di un territorio alleato), ma tocca il nervo scoperto della proiezione globale del potere militare USA. Il prossimo vertice d'emergenza UE sarà cruciale per capire se e come questa leva estrema verrà brandita, delineando il futuro non solo dell'Artico, ma dell'intero equilibrio Occidentale.

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Federico Pellegrino: “Io portabandiera, vuol dire che qualcosa ho combinato. I russi esclusi? Penso che per il bene del mondo lo sport debba unire”

Una carriera che per 15 anni lo ha visto ai vertici dello sci di fondo, tanto da diventare l’italiano più vincente di sempre in Coppa del Mondo, con 17 successi. A cui aggiunge un oro e un totale di sette medaglie mondiali e due argenti olimpici. Federico Pellegrino si prepara a dire addio allo sci di fondo nella sua Saint-Barthelemy, dove il 28 marzo saluterà tutti con una grande festa. Prima, però, ha ancora un obiettivo davanti a sé: le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026. Il valdostano ci arriva come uno dei quattro portabandiera dell’Italia e sfilerà con il tricolore nella cerimonia d’apertura di Milano. Ma anche con la consapevolezza di aver lasciato un segno indelebile ed essere stato il faro del movimento per 15 anni, in uno sport che nella sua storia olimpica ci ha regalato 36 medaglie.

Federico, sarà il primo portabandiera valdostano della storia tra Olimpiadi estive e invernali, cosa significa questo per lei?
Si sarò il primo nato in Valle d’Aosta, ma ci tengo a dire che saremo in due insieme a Federica Brignone, con cui ho vissuto tante esperienze. È stata un punto di riferimento nei miei primi anni e lo è ancora adesso, mi fa molto piacere condividere con lei questo traguardo. Essere stato scelto vuol dire che qualcosa nella mia carriera ho combinato, sia dal punto di vista sportivo, ma anche fuori dai campi di gara. Ho debuttato in Coppa del mondo nella prima gara dopo Vancouver 2010 e chiudere il cerchio così è bello. Dà sicuramente tanta energia, anche mentale, per provare ancora a fare qualcosa di grande nell’appuntamento più importante.

Al Tour de ski ha mostrato un’ulteriore crescita nelle distance e, paradossalmente, un passo indietro nelle sprint. Ha cercato questa cosa?
Fino a Pechino 2022 avevo obiettivi che passavano quasi esclusivamente dalle sprint. Ottenere una medaglia a Pyeongchang 2018 nella sprint in tecnica classica, piuttosto che il percorso durato otto anni, da Sochi 2014 a Pechino 2022, per cercare di vincerla in tecnica libera era il mio focus. Vivevo in funzione della prestazione, proprio per massimizzare il risultato. E sposarmi con Greta Laurent, che faceva lo stesso lavoro, è stato fondamentale. Dopo Pechino, però, ho fatto un cambio drastico di vita. In questi quattro anni ho imparato a conoscermi sotto altri punti di vista, grazie al mio allenatore Markus Kramer, e ho iniziato a credere in me anche nelle gare lunghe. Al Mondiale 2025 ho espresso il miglior Pellegrino complessivamente della mia carriera. Dieci anni fa era fantascienza essere a una manciata di centimetri da una medaglia nelle distance. Non è stata una trasformazione, ma la fiducia nel lavoro svolto e in me stesso. Ora mi sento più sicuro di fare un bel risultato nelle distance rispetto alle sprint.

Quindi crede di avere chance di medaglia nello skiathlon o magari nella 50km ai Giochi?
La 50Km arriverà dopo le gare a squadre, dove sono convinto che l’Italia possa puntare al podio, non voglio pensarci troppo. Nello skiathlon, invece, non posso nascondermi. In Val di Fiemme l’anno scorso ho fatto secondo, erano condizioni diverse e non era due giorni dopo l’emozione potentissima del portare la bandiera nell’Olimpiade in casa, però voglio esprimermi al meglio in quella gara. Anche la sprint è una bella opportunità. Con un certo tipo di neve in classico posso essere avvantaggiato, soprattutto in quel tipo di pista, però basta un niente per far saltare tutto, quindi non mi monto la testa. Ma se capiterà l’occasione dovrò coglierla, perché lasciar passare i treni senza salirci è la cosa che più mi dà fastidio.

Dal 2013 a oggi ha ottenuto almeno un podio in ogni stagione, qual è il segreto di questa costanza ad alto livello?
Non credo ci siano chissà che segreti. Conoscermi, programmare, fissare degli obiettivi ambiziosi sì, ma umili abbastanza per essere raggiunti. Questo penso sia stata la chiave, perché spesso agli atleti capita di sopravvalutarsi o sottovalutarsi e poi non raccogliere ciò che il loro potenziale offre. È tanto una questione psicologica, soprattutto rimanere ad alto livello in un tempo che dura 12-13 anni.

Johannes Klaebo è il rivale che spesso lo ha costretto ad accontentarsi del secondo posto. Come vive la sfida con una leggenda dello sci di fondo?
È uno stimolo, perché ogni gara non parto mai battuto. Cerco sempre di immaginarmi un modo per provarci, soprattutto nella sprint, dove hai tempo per cogliere segnali dall’esterno e dall’interno, per capire se oggi ci posso provare o no. D’altra parte, ogni sconfitta avvalora di più le vittorie. Sono uno dei pochi che è riuscito a batterlo. L’ultima volta nel dicembre 2022, due giorni prima che nascesse mio figlio Alexis. Era da cinque anni che nelle sprint nessuno lo batteva e l’ultimo ero stato io nella prima gara dopo Pyeongchang 2018. Quindi sì, è tosta, ma non mi sono mai messo a fare il conto delle medaglie o delle vittorie che avrei potuto ottenere senza di lui.

A proposito di Norvegia, crede che sarà possibile contrastare il loro dominio a Milano Cortina?
No, è proprio impossibile perché essere norvegese ti mette in una condizione di vantaggio nei confronti di tutti a livello di infrastrutture e preparazione. Gli unici che possono auto sabotarsi sono loro, se dovessero soffrire la pressione di dover vincere. I russi sono gli unici che nell’ultimo decennio li hanno contrastati. Quindi non credo che avranno problemi a continuare a dimostrare il valore del loro sistema. Quando ci sono così tanti atleti straordinari, probabilmente non sono tutti lo sono, è il loro sistema che è straordinario nello sci di fondo.

Ha citato la Russia, la loro assenza ormai si protrae da quasi quattro anni. Cosa pensa della loro esclusione?
Lo sport dovrebbe unire e sta alle Federazioni internazionali garantire il regolare svolgimento delle competizioni e la sicurezza degli atleti coinvolti. La FIS non si è assunta questa responsabilità e quindi non gli ha dato la possibilità di competere. Altre federazioni come il tennis, invece sì. Capisco che sia collegato alla politica e possa avere una funzione propagandistica, però penso che per il bene del mondo lo sport debba unire i popoli e non dividerli.

Come vede il futuro dello sci di fondo italiano dopo il suo ritiro e cosa manca per rivedere lo squadrone di qualche decennio fa?
Tanto dipenderà da come andranno queste Olimpiadi. Se centriamo l’obiettivo di un podio a squadre qualcuno continuerà a gareggiare con una medaglia olimpica in bacheca, che dà fiducia nei propri mezzi. Lo sci di fondo è cambiato, ci sono nuovi format, nuove distanze e nuove modalità di competere. Secondo me, c’è stata l’era pre-Northug e l’era post-Northug. Con lui hanno iniziato ad avere valore i cambi di ritmo, perché sia i materiali sia le prestazioni si sono alzate. In passato l’Italia ha fatto grandi risultati solo nei grandi eventi. In Coppa del Mondo, dopo di me il secondo che ha vinto più gare ne ha cinque. Questo fa già capire che l’approccio era diverso. Oggi bisogna essere capaci di fare tante gare ad alto livello.

In passato ha detto che Dorothea Wierer è un’ispirazione. Si sarebbe visto bene come biathleta?
Mi è stato detto di sì, quindi non lo dico io. Mi è stato anche proposto di farlo, di provarci, perché le mie caratteristiche fisiche e mentali sarebbero state giuste per quel tipo di disciplina. Ma ho sparato solo una volta e con una condizione molto particolare. Sicuramente mi sarebbe piaciuto, però a ora non ho la possibilità di riscontro.

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Dipendenza da cannabis, un vecchio farmaco anti sigarette funziona. Ma solo negli uomini

Un “vecchio” farmaco potrebbe aiutare ad affrontare un problema sempre più diffuso e spesso sottovalutato, specialmente tra i più giovani, e cioè il disturbo da uso di cannabis (CUD). La vareniclina, un farmaco che da anni aiuta milioni di persone a dire addio alle sigarette, sembrerebbe in grado di ridurre anche la dipendenza da cannabis. Ma solo negli uomini, molto poco o nulla nelle donne. A metterla alla prova con successo è stato un gruppo di ricercatori della Medical University of South Carolina, in uno studio pubblicato sulla rivista Addiction.

In Italia, la dipendenza da cannabis è un fenomeno reale, con circa il 42% degli utilizzatori cronici che sperimenta sintomi di astinenza (irritabilità, ansia, insonnia) alla sospensione. Il disturbo da uso di cannabis non è solo fumare troppi spinelli: è quando il consumo interferisce con il lavoro, la vita sociale o la salute mentale, provocando ansia, psicosi o disturbi del sonno. Fino ad oggi, i medici si trovavano con le armi spuntate: non esisteva infatti alcun farmaco approvato specificamente per trattare questa dipendenza.

Per questo i ricercatori hanno deciso di testare una “vecchia” conoscenza, la vareniclina, coinvolgendo 174 partecipanti che utilizzavano cannabis almeno tre giorni a settimana. L’idea di base è semplice: se il farmaco funziona bloccando i recettori della nicotina nel cervello, riducendo il piacere di fumare e i sintomi dell’astinenza, potrebbe avere un effetto simile anche sui circuiti cerebrali legati alla cannabis. I risultati hanno dato ragione agli scienziati, ma con un “effetto sorpresa” di genere.

Qui la scienza si fa intrigante. Lo studio ha rivelato che la vareniclina è stata estremamente efficace per gli uomini. I partecipanti maschi che hanno assunto il farmaco hanno ridotto drasticamente le loro sessioni settimanali di consumo (passando da oltre 12 a circa 6-8), mostrandosi molto più capaci di resistere alla tentazione rispetto a chi assumeva un semplice placebo.

Per le donne, invece, la storia è stata diversa. Non solo il farmaco non ha ridotto il consumo, ma le donne nel gruppo vareniclina hanno riportato livelli più alti di ansia, desiderio (craving) e sintomi di astinenza. Questo ha portato a una minore costanza nell’assunzione della terapia, rendendo il trattamento inefficace.

Il perché un farmaco che aiuta entrambi i sessi a smettere con il tabacco si comporti in modo così selettivo con la cannabis non è ancora chiaro. Aimee McRae-Clark, che ha guidato lo studio, ammette che questo è il prossimo grande mistero da risolvere. Tra le ipotesi c’è quella secondo cui il sistema di “ricompensa” del cervello femminile risponda in modo diverso alla combinazione tra vareniclina e cannabinoidi, e anche quella che i fattori ormonali giochino un ruolo decisivo nella gestione dell’astinenza.

Il disturbo da uso di cannabis è in rapida crescita negli Stati Uniti”, commenta McRae-Clark. “Le attuali opzioni di trattamento farmacologico sono molto limitate, e quindi anche la nostra capacità di aiutare le persone a ridurre il consumo di cannabis è limitata. Il nostro studio – prosegue – ha scoperto che la vareniclina, un farmaco che aiuta le persone a ridurre o smettere di fumare, può essere efficace anche nel ridurre il consumo di cannabis, ma solo per gli uomini. Il nostro prossimo passo è esplorare ulteriormente la vareniclina per il disturbo da uso di cannabis, utilizzando un campione più ampio di donne, per comprendere meglio questa differenza di genere nell’esito del trattamento. Nel frattempo, siamo incoraggiati dal fatto che la vareniclina mostri un potenziale promettente nel trattamento di questo problema in rapida crescita”.

Lo studio

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“Metal detector a scuola? Irrealizzabile”. Dal tempo per i controlli alle zone scoperte, la testimonianza dei presidi di quartieri a rischio

L’idea del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara di predisporre metal detector nelle scuole dove venga fatta richiesta non passa al vaglio dei dirigenti scolastici. A classificare come una “boutade” le parole dell’inquilino di viale Trastevere sono i capi d’istituto delle secondarie che si trovano nei quartieri più difficili del Paese. Una risposta, quella del professore leghista, che viene definita “sbagliata”, “irrealizzabile”, “fallimentare”. La stretta sui coltelli, annunciata dal governo, viene recepita come “misura repressiva” senza che sia accompagnata da altri progetti educativi. Il richiamo “alla responsabilità” e “alla maturità” fatto dal ministro leghista passa in secondo piano rispetto alla misura avanzata dei controlli agli ingressi: “Non metal detector generalizzati ovunque ma solo dove venga fatta espressa richiesta”, ha detto Valditara. A detta dei capi d’istituto nessun preside penserebbe a questa misura.

“Intanto va chiarito che non è praticabile. Sarebbe un delirio perché ogni mattina al suono della campanella ci sarebbero ragazzi che devono tirar fuori dalle tasche le chiavi, gli accendini, gli occhiali”, spiega Ludovico Arte, dirigente dell’istituto professionale “Marco Polo” di Firenze che si trova nel quartiere dell’“Isolotto”. Per il professore fiorentino il caso di La Spezia va ridimensionato e analizzato puntando gli occhi alla dimensione educativo affettiva: “Da parte di una percentuale ancora rilevante di maschi permane un atteggiamento morboso, possessivo che talvolta trova anche un certo compiacimento nelle ragazze. Dobbiamo ragionare su questo”.

Per Arte, i metal detector assolverebbero la scuola ma non la società perché quel fatto sarebbe comunque accaduto. La pensa così anche Angelo Cavallaro, dirigente dell’Istituto comprensivo “Catalfamo”, nella difficile zona di “Santa Lucia” a Messina: “Se un accoltellamento, un’aggressione non avviene nelle aule grazie ai controlli può succedere nel cortile, davanti all’ingresso. Il metal detector assolve il preside ma non la società”.

A puntare il dito contro la proposta del ministro è anche Giusto Catania che da anni guida l’istituto comprensivo “Giuliana Saladino” di via Filippo Parlatore al Cep di Palermo: “Di fronte ai vandalismi abbiamo messo le grate alle finestre ma non sono servite a nulla. La logica non può essere quella repressiva. Se un giovane pugnala un compagno per ragioni di gelosia bisogna lavorare sull’educazione affettiva. La scuola deve fare quel che sa fare: educazione. Nella mia scuola agiamo in un contesto difficile, in un’area periferica di Palermo con un alto tasso di criminalità: è capitato che si registrassero atti di violenza ma li abbiamo arginati, compresi, limitati, risolti con l’agire educativo”.

A essere delusa dalle parole di Valditara è anche Maria Rosaria Autiero, la dirigente del liceo “Amaldi” a Tor Bella Monaca, Roma: “Se arriviamo a mettere i metal detector a scuola, la società è fallita. Dobbiamo farci qualche domanda: Quali sono i modelli educativi degli adulti? Penso alla serie televisive dove la violenza è spesso l’unica soluzione delle relazioni”.

Ad intervenire sulla vicenda è anche l’Unione degli studenti: “Di fronte al moltiplicarsi di episodi di violenza legati alla presenza di armi nelle scuole, il ministro propone l’introduzione di metal detector negli istituti considerati “più problematici”, rilanciando una visione securitaria e repressiva della scuola pubblica. La violenza non si combatte trasformando le scuole in caserme – di Federica Corcione, membro dell’esecutivo nazionale dell’Unione degli Studenti –. La militarizzazione degli spazi educativi è una scelta fallimentare e pericolosa, che scarica sugli studenti le responsabilità di un sistema che non funziona”.

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Nuova tecnologia in Germania: miscele di carburanti intelligenti e CO₂ monitorata in tempo reale

Miscelare combustibili per creare una soluzione più ecologica e meno costosa è possibile. Lo sta facendo un impianto a Mannheim, in Germania, gestito da Exolum Mannheim GmbH con il supporto tecnico del Karlsruhe Institute of Technology (KIT). La miscela flessibile è tra combustibili a base di elettricità o biogeni e a base di fossili.

L’impianto ha documentato a livello digitale il risparmio in CO2 per ogni fornitura. La tecnica si chiama reFuel e prevede un controllo delle quantità nell’unire diversi combustibili, la strada è comunque fattibile per altre realtà produttive. Thomas Hirth è docente e vicepresidente per il trasferimento e gli affari internazionali di KIT, l’istituto tecnico di supporto. Da esperto sottolinea l’importanza di poter documentare subito un successo grazie alla digitalizzazione.

carburante

Tecnologia a sensori e impianto a tre serbatoi per combustibili rinnovabili, elettrici e fossili: le caratteristiche tecniche dell’impianto a Mannheim, in Germania

L’economia è interconnessa, soprattutto in aree impegnate dall’industria alla politica a creare modelli virtuosi per l’ambiente. Ed è un’urgenza, visto che bisogna dare informazioni trasparenti sull’impatto climatico che più preoccupa gli esperti. L’unione di combustibili ecologici è importante per l’economia locale.

Thomas Hirth afferma: “Qui è possibile miscelare carburanti prodotti localmente. Questo promuove l’utilizzo e l’incremento della produzione e quindi la sicurezza dell’approvvigionamento nel settore dei carburanti. Con questo progetto vogliamo consentire l’utilizzo di benzina più rispettosa del clima nei porti del Lago di Costanza e da parte della polizia statale, nonché di carburanti per l’aviazione più sostenibili negli aeroporti statali. Grazie all’infrastruttura digitale, il risparmio di CO2 può essere persino visualizzato sulla ricevuta del carburante”.

La tecnologia di misurazione per le miscele di carburanti è dotata di sensori e software di calcolo dei gas serra. L’impianto pilota ha tre serbatoi di stoccaggio, i combustibili sono divisi tra rinnovabile, elettrico e fossile. Ogni fornitura segue un processo di imbottigliamento. Le aziende possono anche monitorare l’impronta di carbonio e quando sono fuori dai requisiti di legge sulle emissioni. Il servizio di contabilizzazione CO2 rappresenta un incentivo e una comunicazione importante per i clienti, la notizia ha meritato la diffusione tra i media di un comunicato stampa.

Nuova tecnologia in Germania: miscele di carburanti intelligenti e CO₂ monitorata in tempo reale è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Daniela Giannace

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Hackers target Iran state TV with exiled crown prince’s message to forces

Hackers disrupted Iranian state television satellite transmissions to air footage supporting the country’s exiled crown prince and calling on security forces to not “point your weapons at the people”, footage online showed early Monday, the latest disruption to follow nationwide protests in the country. The hacking came as the death toll in a crackdown by authorities that smothered the demonstrations reached at least 3,919 people killed, activists said. They fear the number will grow far higher...

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Jeep Cherokee XJ, il fuoristrada Yankee

Con la Jeep Cherokee XJ del 1985 Ottomobile inaugura un 2026 ricco di novità. Questo modello, in scala 1:18 interamente di resina, offre un ottimo equilibrio tra linee, proporzioni e precisione d’insieme.

Tributo agli Eighties

La carrozzeria, verniciata in un elegante verde scuro metallizzato, evidenzia il carattere “borghese” della versione Limited, impreziosita dalla sottile filettatura dorata che corre lungo i fianchi. Lateralmente si apprezza la coerenza delle linee, tipiche del design pragmatico e razionale degli anni 80, lontano da ogni concessione stilistica superflua. È gommata Michelin con i cerchi dorati tipici dell'allestimento Limited, il tutto incorniciato dai larghi e squadrati passaruota. Il frontale è immediatamente riconoscibile: calandra a feritoie verticali, gruppi ottici squadrati con indicatori arancioni separati e paraurti massiccio, correttamente replicato nelle sue forme e assemblato con un ottimo accoppiamento.

Dettagli analogici

Le superfici vetrate e ampie, ben fissate ai montanti, permettono di apprezzare al meglio gli interni color crema: sedili dalla forma corretta, plancia semplice ma credibile, volante fedele al disegno originale e una disposizione degli strumenti, rigorosamente analogici, che ricalca con accuratezza il cruscotto dell’auto reale. L’insieme dell'abitacolo risulta armonioso e coerente con l'allestimento della versione XJ. Un dettaglio che cattura l'occhio è la presenza della ruota di scorta posizionata verticalmente nel baule con la custodia in tinta con la tappezzeria. Nel complesso convince i collezionisti che apprezzano i modelli anni 80 e i SUV “prima maniera”, ed è ordinabile sul sito del produttore a circa 90 euro, un prezzo in linea con il listino Ottomobile.

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58% more applicants per job in Hong Kong in 2025 amid AI takeover of roles

Competition in the Hong Kong labour market intensified in the past year with applications per job advertisement surging by nearly 60 per cent, even as AI eliminated some positions, according to a popular online employment marketplace. Jobsdb Hong Kong revealed on Monday that the average number of applications per advertisement on the platform rose 58 per cent year on year in 2025. Competition was even keener for frontline positions, where applications per advertisement increased 78 per cent over...

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Hackers target Iran state TV with exiled crown prince’s message to forces

Hackers disrupted Iranian state television satellite transmissions to air footage supporting the country’s exiled crown prince and calling on security forces to not “point your weapons at the people”, footage online showed early Monday, the latest disruption to follow nationwide protests in the country. The hacking came as the death toll in a crackdown by authorities that smothered the demonstrations reached at least 3,919 people killed, activists said. They fear the number will grow far higher...

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La bellezza non è un lusso, ma il richiamo di ciò che siamo

Nel suo ultimo libro, Dire la bellezza. Unintroduzione al problema del bello da Platone alla teoria della pittura dicona, Marco Ferrari mette a frutto la sua pluriennale esperienza di studioso e docente nei licei, nonché di instancabile animatore dell’iniziativa delle Romanae Disputationes, evento filosofico che ogni anno coinvolge centinaia di alunni e alunne liceali in Italia. Pubblicato da Bonomo Editore nella collana AmoreperilSapere, il volume si presenta fin dalle prime pagine come uno strumento pensato soprattutto per studenti e insegnanti, a cui, nell’intenzione dell’autore, farà seguito un secondo tomo che proseguirà l’analisi del tema, estendendo la ricerca ad autori moderni e contemporanei.

In questo primo volume infatti Marco Ferrari traccia un percorso che attraversa la storia della filosofia antica e medievale, da Platone ad Aristotele, da Plotino ad Agostino, fino a Tommaso d’Aquino e alla teoria dell’icona bizantina. L’intento è interrogare la bellezza come esperienza che tocca l’uomo nel suo intimo, che “accade” e trasforma, che apre alla conoscenza della verità. Come scrive l’autore, «la bellezza è la manifestazione di un’alterità che ferisce il nostro modo quotidiano di vivere ed eccede la dimensione orizzontale dell’esistenza».

Marco Ferrari

Nell’ampia prefazione, Ferrari esplicita l’origine insieme didattica e personale della sua ricerca. Le domande sulla bellezza – che cos’è, perché ci attrae, quale rapporto ha con il corpo e con la verità – emergono dall’esperienza concreta del dialogo con gli studenti e dalla constatazione dell’insufficienza di una risposta puramente soggettivistica. Da qui prende avvio un itinerario filosofico che mira a trovare «un punto di incontro tra la soggettività assoluta e la realtà delle esperienze di bellezza che condividiamo».

Nei capitoli centrali l’autore mostra con chiarezza come la concezione della bellezza di ogni autore sia inseparabile dalla sua visione metafisica, e in un certo senso ne sia lo sviluppo conseguente. In Platone la bellezza è via di accesso all’Idea e potenza erotica che spinge l’anima oltre il sensibile; in Aristotele è armonia, compiutezza e piacere connesso alla conoscenza; in Plotino diventa esperienza di risalita all’Uno, “scala” che conduce dall’apparenza alla sovra-bellezza. Con Agostino la ricerca della bellezza si intreccia con la ricerca della felicità e della verità in Dio, mentre in Tommaso d’Aquino essa si inscrive nella triade verum, bonum, pulchrum, rivelando il legame profondo tra essere e splendore della forma.

Particolarmente originale e preziosa è l’ultima parte del volume, dedicata alla teoria dell’icona. In essa la bellezza non è semplice ornamento o fonte di piacere estetico, ma “immagine dell’invisibile”, luogo di incontro tra corporeità e trascendenza. L’icona, scrive Ferrari, è un vero e proprio “chiasmo”, uno spazio simbolico in cui la materia diventa trasparente a un oltre che non si lascia possedere. In questa prospettiva, l’esperienza estetica assume una valenza conoscitiva e spirituale.

La copertina del libro

Il volume si presta a molteplici utilizzi didattici. Per i docenti di filosofia rappresenta un ottimo strumento di sintesi, capace di connettere la lettura dei testi classici con le domande vive e attuali dei giovani. Per gli studenti liceali offre un’efficace opportunità di approfondimento. Anche gli appassionati di estetica, arte e teologia troveranno nel libro un compagno di lettura stimolante, in grado di tenere insieme riflessione teorica e attenzione all’esperienza.

Il messaggio che attraversa tutto il testo è chiaro: la bellezza non è un lusso, né un fatto puramente soggettivo, ma una dimensione essenziale dell’umano. Essa «riapre la domanda sul destino di ciò che vediamo e di ciò che siamo», illumina anche il dolore e la fragilità, e si offre come promessa di senso. In un tempo segnato dal disincanto e dalla frammentazione, Dire la bellezza invita a recuperare uno sguardo capace di riconoscere, abitare e pensare ciò che ci attrae e ci salva. Una proposta filosofica esigente, ma profondamente necessaria.

Maria Teresa Tosetto è docente di Filosofia e Storia nei licei. In apertura, foto di Greg Rakozy su Unsplash

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Trasformare un Magazzino in una Casa

C’è un esercito silenzioso di proprietari che, guardando le vecchie cantine umide del quartiere Venezia o i magazzini polverosi del centro, vede pepite d’oro. Trasformare un C/2 (magazzino o locale di deposito) in un A/3 (abitazione di tipo economico) è l’operazione immobiliare del momento a Livorno. Ma attenzione: tra il dire e il fare non c’è solo il mare, c’è un ufficio tecnico comunale che non fa sconti e una serie di requisiti che possono trasformare l’investimento in un incubo finanziario.

Nel 2026, con le nuove regole regionali e comunali, non basta più alzare un tramezzo e mettere un water. Ecco la radiografia spietata di cosa serve davvero, quanto costa e perché molti falliscono.

Il Primo Ostacolo: Lo Scoglio della Conformità

Prima ancora di pensare al colore delle pareti, devi fare i conti con lo stato legittimo dell’immobile. Se il tuo magazzino ha una finestra abusiva o un’altezza diversa da quella dichiarata nel 1960, sei fermo al palo. A Livorno, il controllo della conformità urbanistica è diventato il “Grande Filtro”. Nessun geometra sano di mente firmerà un cambio di destinazione d’uso se non c’è una perfetta corrispondenza tra i disegni in archivio e la realtà. E attenzione: a Livorno gli archivi storici sono un labirinto. Sanare una piccola difformità prima del cambio d’uso può costare da 1.500 a 5.000 euro solo di sanzioni amministrative.

I Requisiti Tecnici: La Dittatura dell’Abitabilità

Non tutto ciò che ha quattro mura può diventare una casa. Per passare ad A/3, l’immobile deve superare l’esame del Regolamento Edilizio e d’Igiene.

Altezze: Il limite sacro è 2,70 metri. Se il tuo magazzino è alto 2,50 metri, puoi dimenticarti la camera da letto (a meno di deroghe rarissime per i centri storici).

Rapporti Aeroilluminanti: È qui che casca l’asino. La superficie vetrata deve essere almeno 1/8 della superficie del pavimento. Molti C/2 a Livorno hanno solo una bocca di lupo o una porta stretta. Creare nuove aperture in zone vincolate (come la Venezia) richiede il parere della Soprintendenza. Tempo stimato: 6 mesi. Probabilità di successo: incerta.

Superficie Minima: Un alloggio per una persona deve essere almeno di 28 mq; per due persone, 38 mq. Sotto queste soglie, resti un magazzino con le piastrelle belle.

La Burocrazia: Dalla SCIA agli Oneri

Il cambio di destinazione d’uso a Livorno oggi si fa prevalentemente tramite SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività) onerosa. Perché “onerosa”? Perché quando passi da magazzino a residenziale, stai aumentando il cosiddetto “carico urbanistico”. Il Comune ti dice: “Caro cittadino, se ora lì ci vive una famiglia, useranno più acqua, produrranno più rifiuti e parcheggeranno un’auto. Paga.”

Gli Oneri di Urbanizzazione: A Livorno, la tariffa varia a seconda della zona. Nel 2026, per un cambio d’uso con opere, il calcolo si basa sulla differenza tra il valore dell’abitazione e quello del magazzino. Per un locale di 50 mq, preparati a versare al Comune tra i 3.000 e i 6.000 euro di soli oneri, a cui aggiungere il contributo sul costo di costruzione.

La Ristrutturazione: Quanto Costa davvero?

Qui le cifre ballano, ma il mercato labronico nel 2026 è chiaro. Trasformare un magazzino richiede interventi pesanti:

Vespai e isolamento: Fondamentale per combattere l’umidità di risalita tipica delle zone vicino ai fossi. Costo: 100-150€/mq.

Impianti ex-novo: Un C/2 ha solo una lampadina. Un A/3 ha bisogno di riscaldamento (pompa di calore obbligatoria ormai), impianto idraulico certificato ed elettrico a norma. Costo: circa 10.000-15.000€.

Finiture: Pavimenti, infissi a taglio termico e sanitari. Totale Ristrutturazione: Per un lavoro fatto a regola d’arte, non spenderai meno di 1.000 – 1.200 euro al mq. Per il nostro magazzino da 50 mq, il preventivo reale è di circa 50.000 – 60.000 euro.

Il Conto Finale: Ne vale la pena?

Facciamo due calcoli da bar, ma con la calcolatrice del ragionere:

Acquisto C/2 (60 mq): 30.000€

Parcella Tecnico (Relazione, SCIA, Catasto): 4.000€

Oneri Comunali: 5.000€

Ristrutturazione: 55.000€

Imprevisti (Sempre presenti): 5.000€ Investimento Totale: 99.000€.

A Livorno, un Tiilocale nuovo o ristrutturato di 60 mq in una buona zona (centro o semi-centro) si vende nel 2026 tra i 130.000 e i 150.000 euro. Il margine c’è, circa il 30%, ma è un guadagno che ti sudi in ufficio tecnico e nei cantieri per almeno un anno.

Il cambio di destinazione d’uso da C/2 ad A/3 a Livorno è l’ultima frontiera per chi ha fegato e liquidità. Ma la guida burocratica parla chiaro: le “scorciatoie” non esistono più. Se il Comune rileva che l’immobile non ha i requisiti igienico-sanitari, ti ritrovi con un magazzino extralusso dove legalmente non puoi dormire, e la svalutazione è immediata.

Il mio consiglio è: Prima di firmare il compromesso per quel “delizioso loft” che oggi è una cantina, porta con te un tecnico armato di telemetro e pazienza. Perché a Livorno, tra il sogno dell’abitazione e la realtà del magazzino, c’è di mezzo il Piano Operativo Comunale. E quello non scherza mai.

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«Bellicista», infallibile indicatore di manipolazione della realtà

Volevo scriverlo da tempo, e in qualche modo devo averlo fatto di sicuro, ma per fornire una compiuta elaborazione della mia teoria aspettavo l’occasione giusta, che si è presentata sabato, con il seguente post sul profilo X della Lega (tra i numerosi crimini per cui spero un giorno Elon Musk venga processato dovrebbe esserci anche l’averci costretti a questa interminabile perifrasi, laddove fino a ieri bastava dire «tweet»): «Altri dazi di Trump? La smania di annunciare l’invio di truppe di qua e di là raccoglie i suoi amari frutti. Bene per l’Italia essersi chiamati fuori da questo bellicismo, parolaio e dannoso, dei deboli d’Europa». Ci sarebbero molte cose da osservare su una simile dichiarazione: dalla scarsa padronanza delle concordanze e della lingua italiana in genere al disprezzo riservato ai «deboli d’Europa» (lo sentite anche voi, vero, l’inconfondibile retrogusto anni Trenta?), ma non è su questo che volevo concentrarmi, bensì sull’uso, in tale contesto, ma anche in qualsiasi altro contesto, della parola «bellicista». Infallibile indicatore, non voglio dire di malafede o stupidità – sebbene la statistica non scoraggi certo questa interpretazione – ma di una precisa forma di manipolazione, consistente nel rovesciamento del nesso causale, della realtà e delle responsabilità. Che si tratti della guerra in Ucraina, dove «bellicista» non è mai riferito ai russi che l’hanno invasa, ma sempre agli europei che vogliono aiutarla a difendersi, o appunto della Groenlandia minacciata d’invasione da Trump, come nell’esemplare post appena citato, il giochetto è sempre lo stesso.

Ora però la questione non riguarda più qualcun altro. Ora tocca a ciascuno di noi far sentire la propria voce e dire da che parte vogliamo vedere schierato il nostro paese. Giorgia Meloni continua infatti a recitare la parte della grande mediatrice, un ruolo che per troppo tempo e con troppa facilità in tanti le hanno riconosciuto, incoraggiandola e legittimandola, da Ursula von der Leyen al fior fiore della politica e della stampa europea. Una furbizia che si è ritorta contro di loro e presto si ritorcerà anche contro di noi, a mano a mano che i leader europei decideranno di averne abbastanza dei giochi di parole e dei doppiogiochismi italiani, come quando ieri Meloni è arrivata a spiegare la tensione con un «problema di comprensione e comunicazione» tra Unione europea e Stati Uniti.

Come scrive Carmelo Palma su Linkiesta, «nella geopolitica della malafede, Meloni ha dovuto, per l’ennesima volta, mostrare di credere a qualcosa che non esiste, cioè alle presunte preoccupazioni di sicurezza americane, per eludere l’unico problema che è sul tavolo e che è costituito dall’ordine di Trump che gli si consegni, senza tante storie, l’isola più grande del mondo». Naturalmente le parole di Meloni si possono anche interpretare in modo più benevolo, come un estremo tentativo di offrire a tutti i contendenti un modo di salvare la faccia e trovare un punto d’intesa, così da evitare il peggio. Ma il punto è proprio questo: ormai è evidente che continuare sulla linea della cosiddetta mediazione è la via più breve verso la fine dell’Unione europea e la totale sottomissione dei suoi membri alla legge del più forte. Nell’ultimo anno i leader dell’Ue, nota Gideon Rachman sul Financial Times, «hanno provato con l’appeasement e l’adulazione. Ed è qui che questa strategia li ha portati. Devono cambiare rotta immediatamente». Una replica del penoso spettacolo di volontario asservimento e inconsapevole autolesionismo andato in scena nella trattativa sui dazi, anche grazie all’impegno della nostra grande mediatrice, sarebbe il colpo di grazia, per l’Alleanza Atlantica e per la stessa Unione europea.

Leggi anche l’editoriale di Christian Rocca su questo tema.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

 

 

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L’amore-timore della destra italiana per Trump è una mafioseria escatologica

I fiancheggiatori della mafia e i consumati uomini di mondo a rimorchio o contratto del potere mafioso irridono gli sfigati che fanno i fenomeni e rifiutano di pagare il pizzo agli esattori del capo mandamento. E se poi succede loro qualcosa di brutto, non si può dire che non se la siano cercata. Allo stesso modo, la destra politico-giornalistica, in Italia, di fronte alla notizia dei nuovi dazi imposti dal presidente statunitense Donald Trump contro i Paesi contrari all’annessione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti, censura la «stupida provocazione» (Mario Sechi, direttore di Libero) dell’Europa, quando non festeggia direttamente (Claudio Borghi, senatore della Lega) la punizione inflitta ai Paesi disobbedienti e i vantaggi immaginari che le barriere tariffarie contro Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Svezia, Norvegia, Finlandia e la recalcitrante Danimarca procurerebbero all’economia italiana.

Come c’era da aspettarsi, i più moderati e prudenti e i meno fessi della compagnia ora propongono la linea della responsabilità, che nella neolingua sovranista e para-sovranista significa cercare di aggiustare le cose e minimizzare le conseguenze di breve periodo dell’ira americana, senza metterne minimamente in questione la legittimità e la direzione e senza preoccuparsi delle conseguenze di medio e lungo periodo della progressiva e accelerata distruzione dell’ordine politico occidentale.

Fanno penosamente testo le parole con cui Giorgia Meloni ha dichiarato di non condividere la scelta americana, ma di addebitarne la causa a un equivoco – «un problema di comprensione e di comunicazione» – circa le vere intenzioni dei Paesi Ue che avevano annunciato di volere rafforzare la propria presenza militare in Groenlandia. Non di opporsi all’annessione americana – non sia mai, garantisce Meloni – ma di collaborare con gli Stati Uniti alla difesa dell’Artico. 

Nella geopolitica della malafede, Meloni ha dovuto, per l’ennesima volta, mostrare di credere a qualcosa che non esiste, cioè alle presunte preoccupazioni di sicurezza americane, per eludere l’unico problema che è sul tavolo e che è costituito dall’ordine di Trump che gli si consegni, senza tante storie, l’isola più grande del mondo.

C’è una ragione per cui la destra italiana deve continuare a fingere che Trump abbia molte ragioni per pretendere un’estensione della sovranità americana sulla Groenlandia e comunque non abbia tutti i torti nell’addebitare agli alleati europei la sottovalutazione dei rischi della penetrazione russa e cinese tra i ghiacci del Polo. 

Non c’entra niente la realtà. La sovranità sull’isola non avrebbe alcun effetto sull’operatività militare americana, che già oggi non è subordinata ad alcun limite, se non a quelli derivanti dalla comune appartenenza di Stati Uniti e Danimarca all’Alleanza Atlantica. La chiusura di molte installazioni americane e la riduzione da molte migliaia ad alcune centinaia di unità dei contingenti presenti in Groenlandia dopo la fine della Guerra Fredda sono state decise dagli Usa in modo libero e sovrano e non sono state loro imposte da nessuno. Le stesse minacce militari russe e cinesi sono molto meno incombenti di come siano rappresentate (si veda, sul punto, l’analisi di Giorgio Orio Stirpe).

La ragione per cui nello schieramento governativo bisogna in ogni caso dare tutta o molta ragione a Trump e fingere di credere che le sue reazioni dipendano da qualche increscioso e risolvibile equivoco è che la destra italiana è in parte persuasa e in parte assuefatta all’idea che il trumpismo, con tutto quello che porta con sé, sia il nuovo reale e il nuovo razionale della Storia e l’inevitabile contrappasso della pretesa di imprigionare gli stati nazione nella gabbia delle regole multilaterali, che hanno guidato negli ultimi decenni tutti i processi di integrazione economica e politica, a partire da quello europea.

Per la destra italiana – tutta, senza eccezioni – Trump è il messia di cui aveva invocato la venuta o la Nemesi che attendeva si sarebbe abbattuta sulla hybris dell’Occidente. L’amore e il timore per il capo dei capi del mondo è una paranoia escatologica, proprio come la mafioseria di quella Sicilia, a cui il potere dei mammasantissima continua ad apparire giusto o comunque inappellabile destino e in cui l’unico auspicio legittimo è che la violenza sia benevola e non faccia troppe vittime.

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Il PIL cinese cresce del 5% nel 2025, raggiungendo l'obiettivo di crescita annuale

 

L'economia cinese ha registrato una crescita del 5% nel 2025, raggiungendo il suo obiettivo annuale e dimostrando resilienza di fronte a significative pressioni interne ed esterne. Secondo i dati pubblicati lunedì dall'Ufficio Nazionale di Statistica (NBS), il Pil ha toccato i 140.190 miliardi di yuan (20.130 miliardi di dollari), superando per la prima volta la soglia dei 140 trilioni di yuan.

La crescita, tuttavia, ha mostrato un andamento decrescente nel corso dell'anno: +5,4% nel primo trimestre, +5,2% nel secondo, +4,8% nel terzo e +4,5% nel quarto trimestre su base annua. Kang Yi, capo dell'NBS, ha dichiarato che "l'economia nazionale ha mantenuto uno slancio di progresso costante nel 2025 nonostante le molteplici pressioni, e lo sviluppo di alta qualità ha registrato nuovi risultati".

"Sebbene la crescita economica nel quarto trimestre abbia subito un rallentamento graduale, la traiettoria complessiva è rimasta stabile durante tutto l'anno, con la struttura economica che ha continuato a mostrare segni di ottimizzazione", ha dichiarato al Global Times Tian Yun, economista che ha citato tra le principali sfide la guerra dei dazi con gli Stati Uniti, una domanda interna insufficiente e la correzione del settore immobiliare.

Un dato positivo viene dal settore industriale, dove il valore aggiunto della produzione è cresciuto del 5,9% annuo, superando la crescita complessiva del Pil. Hu Qimu, vice segretario generale del Forum 50 per l'integrazione tra economia digitale ed economia reale, ha evidenziato lo sviluppo di settori come l'alta tecnologia e la produzione avanzata come "nuove forze produttive di qualità", diventati un motore importante nel 2025. Le esportazioni hanno fornito un ulteriore supporto. Nel 2025, il commercio estero di merci è cresciuto del 3,8%, raggiungendo il record di 45.470 miliardi di yuan (6.510 miliardi di dollari).


FONTE: https://www.globaltimes.cn/page/202601/1353592.shtml

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La storia di Stefano Marsaglia, il manager del private equity con una carriera ai vertici dell’investment banking

Contenuto tratto dal numero di dicembre 2025 di Forbes Italia. Abbonati!

Alla guida di Azzurra Capital, Stefano Marsaglia ha coordinato acquisizioni che hanno coinvolto Proger, Domixtar, Marval, Pasfin-Lucart e Desa Group. Dopo una carriera ai vertici dell’investment banking, il manager torinese si conferma tra le figure più esperte del deal making internazionale.

Settant’anni da poco compiuti, il torinese Stefano Marsaglia è diventato con Azzurra Capital, da lui co-fondata nel 2021, uno dei protagonisti del private equity italiano e internazionale, operando soprattutto con la modalità dei club deal. L’ultima operazione ha riguardato l’ingresso del fondo Azzurra in Proger (engineering), ma prima ci sono stati gli investimenti in Domixtar (pharma), Marval (industria) e Pasfin-Lucart (carta).

La prima operazione del fondo è stato l’ingresso con il 30% in Desa Group (di cui Marsaglia è vicepresidente), leader in Italia nell’home & personal care con i marchi Chanteclair, Spuma di Sciampagna e Quasar. Il deal da 190 milioni di euro è avvenuto tramite il veicolo Azzurra Investment, costituito dalla lussemburghese Azzurra Investments, e a fianco del fondo ha visto la partecipazione di investitori importanti, come il club deal della Ersel Banca Privata dei Giubergia-Argentero, Michael De Picciotto (della famiglia proprietaria della banca privata svizzera Ubp), Marco Drago (De Agostini) e i Trabaldo Togna.

Marsaglia, nato a Torino nel 1955, nel 2016 aveva co-fondato, con Borja Prado Eulate e Javier de la Rica, e poi gestito come managing partner Peninsula Capital, un’altra società di private equity che ha investito prevalentemente in Italia e nell’Europa Mediterranea. In questa veste ha seguito deal importanti come l’ingresso nel capitale di Italo, Kiko (il gruppo cosmetico della famiglia Percassi), Azimut, Guala, Garofalo Health Care e Isola dei Tesori. Senza dimenticare che nel 2019 proprio Peninsula blindò con Mediaset il buon esito della fusione delle attività spagnole e italiane, che diede vita alla nuova holding olandese Media for Europe (Mfe).

L’operazione con il gruppo della famiglia Berlusconi avvenne un anno dopo l’uscita di Marsaglia da Mediobanca, dove dal 2014 era stato executive chairman del corporate & investment banking. In precedenza il suo percorso professionale, che è iniziato dopo una laurea economica nel capoluogo piemontese ed è proseguito in Shearson American Express, per passare poi a Morgan Grenfell, è stato interamente dedicato al settore dell’investment banking, senza tralasciare che il banchiere ha prestato consulenza a vari governi durante la crisi finanziaria del 2008-2012.

Dal 2010 al 2014 ha lavorato in Barclays Bank quale chairman global financial institutions, dal 1992 al 2010 in Rothschild come global partner e responsabile della divisione financial institutions e co-responsabile per tutte le attività in Europa e America Latina, e dal 1987 al 2010 in Ubs, dove arrivò a essere deputy managing director e responsabile per il sud Europa.

Oggi Azzurra Capital, con uffici a Lussemburgo, Dubai, Milano, Londra e Singapore, è focalizzata in acquisizioni di maggioranza o minoranze qualificate in società di dimensioni medie e, normalmente, a controllo famigliare, con una posizione di leadership nel loro settore. Co-fondatore di Azzurra Capital è Jorge Delclaux, già numero uno di Rothschild in Spagna, mentre nell’advisory board siede Alfredo Sáenz, ex amministratore delegato del Banco Santander, dove fu braccio destro dello scomparso ‘Don’ Emilio Botín.

Nominato nel 2015 Cavaliere del Lavoro dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, come riconoscimento del suo contributo allo sviluppo dell’industria dei servizi finanziari, oggi Marsaglia siede anche negli advisory board di Afiniti (società americana nel settore IA), di Artemest (società italiana leader nella vendita online di mobili di lusso e oggetti decorativi, di cui ha anche una piccola quota) e di Fordham University, università americana con campus a New York e Londra. Sposato con Anastasia, da cui ha avuto due figlie (Sofia e Alexandra) e tre figli (Anthony, Carlo e Nicholas), Marsaglia è un appassionato sportivo e ha praticato varie discipline, incluso il polo, vincendo due Gold Cup, la Hildon Queen’s Cup e il trofeo Prince of Wales.

L’articolo La storia di Stefano Marsaglia, il manager del private equity con una carriera ai vertici dell’investment banking è tratto da Forbes Italia.

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2025 da record per i miliardari. “Nuovi oligarchi che manipolano democrazia e regole dell’economia per avvantaggiare i propri interessi”

Guerre, tensioni commerciali e crisi climatica non li hanno sfiorati. Il 2025 è stato un anno di bonanza per i miliardari globali, che hanno superato per la prima volta quota 3mila e tra novembre 2024 e novembre 2025 hanno visto esplodere la propria ricchezza netta di 2.500 miliardi di dollari, a un totale di 18.300: fa +16,2%, un tasso tre volte superiore alla crescita media registrata tra 2020 e 2024. I primi 12 nella classifica delle fortune globali, da Elon Musk a Bernard Arnault passando per Jeff Bezos e Mark Zuckerberg, possiedono oggi quanto la metà più povera dell’umanità. E l’aumento della concentrazione della ricchezza, scrive Oxfam nel suo annuale rapporto sulla disuguaglianza globale, non fa che alimentare un circolo vizioso ben noto: la “cattura” della politica da parte dei super ricchi. Il risultato? Regole che rafforzano i privilegi e allargano ulteriormente i divari, a esclusivo beneficio di una nuova élite oligarchica nelle cui mani si concentra il potere economico.

“Progressivo deterioramento dei principi democratici”, traduce il report Nel baratro della disuguaglianza – Come uscirne e prendersi cura della democrazia, pubblicato come sempre in occasione del forum di Davos che riunisce in Svizzera l’élite politica e finanziaria globale. Perché a ogni enorme patrimonio si associa una probabilità enormemente superiore di ottenere cariche politiche: un miliardario ha 4mila volte più probabilità di ricoprire un ruolo elettivo rispetto a un comune cittadino. Ma questo, insieme alle “porte girevoli” tra posizioni apicali nel settore privato e incarichi pubblici, non è che il canale di influenza più visibile. La politica si può anche comprare con lauti finanziamenti, lobbying e controllo dei media, fino a sovvertire il principio fondamentale del suffragio universale sostituendolo con il più prosaico “un dollaro, un voto”.

Il panorama dei media globali conferma plasticamente la tesi: sette delle maggiori corporation del settore hanno proprietari miliardari e una manciata di ultra-ricchi controlla testate storiche (vedi il Washington Post, acquistato da Bezos) e social network (X di Musk) centrali per il dibattito pubblico. Ogni giorno 11,8 miliardi di ore vengono trascorse sui social fondati o posseduti da miliardari, con quel che ne deriva per la loro capacità di influenzare ciò che le persone vedono e credono. L’ascesa dell’intelligenza artificiale generativa moltiplica i rischi, perché facilita la diffusione di notizie false e la manipolazione su larga scala. Per Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia, “siamo letteralmente di fronte alla legge del più ricco che sta portando al fallimento della democrazia”.

Sul fronte opposto, la riduzione della povertà globale si è fermata. Dopo decenni di lento miglioramento, i livelli sono oggi fermi ai valori pre-pandemia e in Africa quella estrema è di nuovo in aumento. Nel 2022, secondo i dati aggiornati della Banca Mondiale citati nel rapporto, 3,83 miliardi di persone (il 48% della popolazione mondiale) vivevano in condizioni di indigenza: 258 milioni in più rispetto alle stime precedenti. Non aiutano il taglio degli aiuti da parte dei paesi ricchi e le politiche di austerità ancora imposte dalle istituzioni internazionali o rese necessarie dall’esplosione del debito pubblico: secondo l’Onu, 3,4 miliardi di persone vivono in Stati che spendono più per il servizio del debito che per sanità e istruzione. Mentre la copertura sanitaria universale è in una fase di stallo.

L’inflazione ha fatto la sua parte: dopo il Covid la stagnazione dei salari, mentre i prezzi del cibo si impennavano, ha peggiorato l’insicurezza alimentare, che nel 2024 riguardava 2,3 miliardi di persone: 335 milioni in più rispetto al 2019. Inevitabile, dunque, che le disparità siano peggiorate o al massimo si siano cristallizzate: oggi l’1% più ricco possiede il 43,8% della ricchezza globale, mentre la metà più povera si ferma allo 0,52% e oltre il 77% della popolazione mondiale vive in Stati dove la distanza di ricchezza tra l’1% più ricco e il 50% più povero è rimasta invariata o è aumentata tra 2022 e 2023.

Le conseguenze sulle istituzioni che sulla carta potrebbero intervenire per favorire la redistribuzione sono evidenti. I Paesi ad alta disuguaglianza sono fino a sette volte più esposti al rischio di erosione democratica rispetto a quelli più egualitari. E uno studio su 136 Stati ha mostrato che l’aumento della disparità nella distribuzione delle risorse va a braccetto con quello del potere politico e tende a sfociare in una riduzione delle libertà civili dei più poveri. Questo può spiegare, argomenta il rapporto, perché non vengano adottate misure che sarebbero accolte con favore da gran parte della popolazione. Tra queste le imposte sui grandi patrimoni, la cui introduzione stando ai sondaggi ha ampio sostegno. Eppure oggi solo il 4% delle entrate fiscali globali proviene da tasse sulla ricchezza, mentre l’80% del gettito grava su lavoratori e consumatori: è l’esito di decenni durante i quali, ricorda il report, le élite economiche hanno sfruttato la propria influenza politica per bloccare riforme fiscali progressiste. L’ultimo caso è la campagna martellante di Bernard Arnault, uomo più ricco di Francia e patron del polo del lusso LVMH, contro la proposta di tassazione minima a carico dei molto abbienti teorizzata dall’economista Gabriel Zucman e fatta propria dal Partito socialista francese.

Ma “la libertà politica e l’estrema disuguaglianza non possono coesistere a lungo”, tira le somme il rapporto, evocando Joseph Stiglitz. La povertà politica – scarsa partecipazione e quindi possibilità di esercitare influenza – che tende ad andare di pari passo con quella economica sfocia in proteste sociali: oltre 142 quelle registrate negli ultimi dodici mesi. In prima linea, spesso, la Gen Z. La risposta della politica? “Le ricette che hanno fin qui generato disuguaglianze insostenibili necessitano sempre più spesso di strumenti coercitivi e autoritari per mantenere lo status quo”, spiega Mikhail Maslennikov policy advisor sulla giustizia economica di Oxfam. E “il conto che presentano” comprende non solo “l’erosione di istituzione democratiche e la compressione delle libertà” ma anche la criminalizzazione del dissenso e un’ipertrofia repressiva. Non bisogna cadere nell’inganno: le forze politiche populiste ed estremiste che guidano la deriva autoritaria fanno leva sul disagio delle persone e sulla perdita di opportunità e di riconoscimento in luoghi a lungo trascurati da classi dirigenti indifferenti. Ma le proposte di cambiamento che portano sono illusorie. Continuano a favorire gruppi sociali e territori già avvantaggiati”.

Gli Usa sono insieme motore e caso paradigmatico di queste dinamiche. Nell’anno del ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump i miliardari statunitensi hanno sperimentato la crescita di ricchezza più marcata al mondo (quella dei 10 più ricchi è aumentata di 698 miliardi di dollari). In parallelo il Congresso ha approvato misure che produrranno la più grande redistribuzione alla rovescia degli ultimi decenni, accompagnata da tagli alla protezione sociale e restrizioni dei diritti dei lavoratori. Milioni di persone hanno reagito scendendo in piazza sotto lo slogan “no kings” contestando le politiche autoritarie del presidente e le misure a favore degli ultra ricchi. Migliaia stanno protestando a Minneapolis contro le violenze dell’agenzia per il controllo dell’immigrazione. Le elezioni di midterm diranno se la voglia di cambiamento avrà la meglio sulle ricette populiste nel 2024 hanno convinto la maggior parte degli americani.

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Speravo che Meloni si mettesse al servizio dei cittadini: non è così per i disabili

Quando i cittadini di un paese sono costretti a scegliere fra curarsi o mangiare, significa che il sistema paese ha fallito e a questo punto ci sono solo due soluzioni:

1 – Chi lo governa questo paese deve creare un piano strutturale per aiutare le persone in difficoltà.
2 – Se chi ci governa non è in grado, o non vuole per scelte politiche o personali di cambiare l’importanza delle priorità di questo paese deve riconoscere il proprio fallimento e lasciare spazio ad altri.

Come ho già detto più volte nei miei articoli, far politica significa mettersi al servizio dei cittadini: non è certo facendo pagare gli ausili alle famiglie delle persone disabili o dando 400 € al mese alle persone che assistono un proprio caro che si supporta e si tutela chi è in difficoltà, o mi sbaglio? Non è assolutamente vero che non ci sono i soldi e che non si poteva fare di più, perché se l’interesse a investire in un determinato settore, porta dei vantaggi politici ed economici le coperture economiche si trovano.

Da molti anni mi occupo di tematiche sociali e sinceramente non ho mai capito perché il settore del welfare è uno degli ambiti più penalizzati a livello di copertura economica. Investire nel sociale può avere due vantaggi:
– Il popolo vive meglio E se sta meglio, produce di più;
– Se chi governa fa realmente star bene il popolo ne guadagna a livello di voti e di consensi.

Anni fa mi confrontavo molto spesso con gli uffici che collaborano con il ministero dell’Economia e Finanza perché ritenevo che 256 € al mese di invalidità civile fossero una cosa scandalosa. Quando il Comitato 16 novembre organizzava proteste sotto il ministero dell’Economia e Finanza, da Bassano del Grappa via telefono, tenevo i rapporti con i manifestanti che erano fuori al freddo e intubati e contemporaneamente dialogavo con gli uffici del ministero affinché i rappresentanti del Comitato fossero ricevuti e soprattutto ascoltati. Grazie anche alla sensibilità dei funzionari del Ministero che ci hanno aiutato a far sentire la nostra voce, siamo riusciti ad avere qualche piccolo aumento nella pensione di invalidità, il ministro dell’epoca se non sbaglio era Giulio Tremonti.

Speravo il governo Meloni riuscisse a dare una svolta epocale a questo paese, come effettivamente aveva annunciato, ma purtroppo non è così, anzi, mi sembra stia facendo come li icneumone che paralizza la propria preda senza ucciderla, ha lasciato il popolo con misure rivolte al sostegno per chi è in difficoltà ridotte al minimo.
Io continuerò sempre a dare voce al popolo e ai bisogni reali del paese, vi invito a non arrendervi mai.

Per segnalarmi le vostre storie scrivete a: raccontalatuastoria@lucafaccio.it e redazioneweb@ilfattoquotidiano.it

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In Kuwait è in corso una campagna di revoca della cittadinanza: una ‘morte civile’

Dal 2024 è in corso in Kuwait una campagna di revoca della cittadinanza di dimensioni mai viste nella storia del paese. In un anno e mezzo, secondo l’organizzazione Women Journalist Without Chains (Giornaliste senza catene), oltre 50.000 persone sono state arbitrariamente private della cittadinanza: si tratta di oltre il tre per cento della popolazione totale.

Questa campagna va inserita nel contesto di una serie di sviluppi politici che hanno interessato la monarchia del Golfo, tra i quali il 10 maggio 2024 lo smantellamento dell’Assemblea nazionale e, di fatto, la sospensione della Costituzione.

Tali misure hanno consentito al governo di emendare la Legge sulla cittadinanza senza un dibattito parlamentare e all’oscuro dell’opinione pubblica. Sono stati ampliati i poteri del ministero dell’Interno e del Comitato supremo per la cittadinanza.

La privazione della cittadinanza, sui cui motivi storici abbiamo già scritto in questo blog, ha riguardato interi gruppi e famiglie, andando a penalizzare figli e nipoti ma anche, in maniera retroattiva, generazioni precedenti. Di questa sorta di “morte civile” stanno pagando il prezzo anche persone dissidenti e attiviste.

Le conseguenze? Perdita dei documenti, licenziamenti, congelamento dei conti bancari ed esclusione dai servizi pubblici fondamentali come ad esempio le cure mediche, isolamento sociale.

A essere colpite, a seguito dell’abolizione dell’articolo 8 della Legge sulla cittadinanza, sono state soprattutto le donne che avevano acquisito la cittadinanza kuwaitiana tramite matrimonio e, naturalmente, i loro figli, con conseguenze gravi per l’accesso all’istruzione: non si contano le espulsioni dalle scuole pubbliche.

Nel 2025 è stato istituito un comitato per i reclami ma si tratta di un organismo meramente amministrativo privo di indipendenza. L’accesso ai rimedi giudiziari è dunque praticamente nullo.

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Tether, la cripto-arma segreta di Putin e Venezuela per aggirare le sanzioni Usa

A Caracas e a Mosca hanno scoperto che la libertà, oggi, ha la forma di un gettone digitale. Si chiama Tether, vale un dollaro, e serve a fingere che il dollaro non serva più. Una beffa da episodio di Black Mirror: per sfuggire all’impero americano, basta usare la sua moneta travestita da criptovaluta. In Venezuela l’idea è partita da Nicolás Maduro, ora in una cella di Brooklyn. La sua economia, affondata come il bolívar, galleggia grazie a Tether, usato per vendere petrolio e aggirare le sanzioni. La compagnia statale PDVSA incassa token invece di dollari e li rigira in valute “amiche”. Il risultato? Caracas sopravvive, e Washington, gabbato lo santo con il rapimento stile Hollywood del leader, tollera i chavisti ancora al potere.

In Russia la musica è la stessa, solo più sinfonica. Vladimir Putin, con un patrimonio occulto che secondo Bill Browder tocca i 200 miliardi di dollari, ha copiato la lezione venezuelana: criptovalute per respirare sotto la cappa delle sanzioni USA-UE (siamo al 19° “pacchetto”). Nel 2024 ha persino legalizzato l’uso di asset digitali per i pagamenti esteri delle sue grandi aziende. Così le società di Stato russe possono commerciare petrolio e microchip con Cina, India, Turchia o Emirati, usando un token che riproduce il valore del dollaro, per poi cambiarlo in yuan, rupie, dirham.

Al centro di questa rete parallela del denaro, c’è un italiano: Giancarlo Devasini, ex chirurgo plastico torinese, oggi terzo uomo più ricco d’Italia e padrone del 47% di Tether. Un genio, sinceramente. Ha offerto oltre un miliardo per comprare la Juventus, ma il suo vero stadio è il mercato globale delle criptovalute, ne ha una fetta più che maggioritaria. Con il socio Paolo Ardoino, CEO e miliardario anche lui (n. 5 secondo Forbes), guida questa sorta di “banca centrale ombra” che vale 186 miliardi di dollari.

Le autorità americane fingono di non vedere. Ogni tanto una multa: 18,5 milioni nel 2021 dopo l’inchiesta della procuratrice di New York Letitia James (riserve “garantite” e invece prestiti e incastri con Bitfinex: odore di frodi bancarie e dichiarazioni false), poi altri 41 milioni dalla Cftc per versioni creative delle riserve. Fine della tragedia, inizio dell’oblio. Da allora Tether collabora persino con l’Ofac, cioè l’ufficio del Tesoro Usa che gestisce le sanzioni e decide chi è “legittimo”, congelando i wallet “sospetti”.

Secondo l’Onu, la blockchain è la moneta preferita per traffici e riciclaggio nel Sud-est asiatico. Ma finché serve a tenere in piedi Caracas e Mosca, nessuno a Washington sembra particolarmente turbato. Men che meno Donald Trump, che fa sequestrare Maduro da Marina, Aviazione e Delta Force con la balla del narcotraffico ma puntando al greggio, mentre guadagna milioni con la piattaforma cripto di famiglia, World Liberty Financial. Se volesse davvero fermare il flusso di Tether e bloccare il suo amico-nemico Putin, dovrebbe bombardare il suo stesso portafoglio.

E così, tra i sermoni sulla libertà e gli affari di famiglia, l’America lascia correre, ma il suo declino accelera. La Russia compra pezzi di tecnologia militare, il Venezuela paga i suoi debiti in token, e Devasini diventa sempre più ricco. Tutti fingono di odiare il dollaro, ma in realtà lo venerano in formato digitale. La guerra, quella vera, si combatte a colpi di bit. Politica e geopolitica, ai tempi di Trump, sono propaganda, per i gonzi che guardano la tv. Il capitalismo dell’ipocrisia.

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Il progetto di vita? Né obbligo né pretesa, ma motore di coesione sociale

I servizi diurni restano un modello valido – anche alla luce della riforma in atto – per rispondere a crescenti desideri e necessità di autodeterminazione delle persone con disabilità? Come si può lavorare di più e meglio a un cambiamento di prospettiva capace di riconoscere, a tutti i livelli, il diritto delle persone con disabilità, anche complesse, a vivere un ruolo adulto, generativo e attivo nella comunità? Sono questi i focus di una ricerca nazionale che ha impegnato nel 2024 e nel 2025 il gruppo di lavoro Sociabili di Legacoopsociali in una ricognizione che ha coinvolto 43 cooperative e circa 180 servizi diurni per persone con disabilità. Sono stati interessati nel complesso oltre 23mila operatori, in 11 regioni, prevalentemente del Nord e del Centro Italia.

Guido Bodda, psicologo ed educatore, presidente della cooperativa piemontese Il Sogno di una Cosa, ha coordinato la ricerca insieme a Luca Pazzaglia della cooperativa marchigiana Labirinto e oggi ne traccia per VITA i risultati. Ciò che emerge, in primo luogo, è che i centri diurni, nelle loro varie tipologie e forme, restano un modello valido, ma oggi che l’intreccio tra servizi e territorio rappresenta la chiave di volta dei modelli più innovativi in tema di disabilità e autonomia ed è la strada da percorrere per il futuro.

Non basta più garantire servizi. È indispensabile riconoscere una cittadinanza piena delle persone con disabilità, il loro ruolo sociale, capace di generare un cambiamento nel modo in cui si pensa alla stessa inclusione

Guido Bodda, presidente cooperativa Il Sogno di una Cosa

«L’indagine ci conferma che non basta più garantire servizi» sottolinea Bodda. «È indispensabile riconoscere una cittadinanza piena delle persone con disabilità, il loro ruolo sociale, capace di generare un cambiamento nel modo in cui si pensa alla stessa inclusione e, soprattutto, al progetto di vita. Non ci deve essere né un “per favore fammi entrare” ma nemmeno un “pretendo questo progetto di vita per mio figlio”, che è una stortura che si può generare dall’errata interpretazione della riforma. Inoltre, domandiamoci come arrivare anche a coloro che non “bussano” ai servizi. Nel lavoro compiuto, guardiamo alla possibilità di servizi diurni universalistici, sostenibili ed efficaci, tre aspetti chiave per l’effettiva e duratura attuazione di un progetto di vita».

Guido Bodda, psicologo ed educatore
Guido Bodda, psicologo ed educatore

Con questo fine, Bodda rimarca la necessità di superare l’idea del progetto di vita come un obbligo da perseguire. Chiama in causa, invece, un vero e proprio percorso evolutivo, che può esistere solo se sostenuto da una filiera di servizi capace di accompagnare la persona nel tempo: «Dico sempre che dobbiamo portare la comunità nei servizi ma anche i servizi nella comunità. Lo so, è difficile, ma è anche possibile e necessario», afferma l’educatore.

L’indagine e le buone pratiche

L’indagine, che nel 2026 sarà oggetto di una pubblicazione, ha inteso analizzare lo stato attuale ma anche offrire spunti e riflessioni sulle trasformazioni in atto, nella volontà di condividere i risultati con le istituzioni competenti, in particolare il ministero per le Disabilità e l’Osservatorio Nazionale, al fine di far emergere l’impatto sociale e innovativo dei servizi e delineare linee guida utili per il loro sviluppo futuro. I risultati sono anche occasione per favorire la diffusione delle buone pratiche registrate.

Aprire i centri diurni al territorio significa permettere alla comunità di riconoscere la persona con disabilità come risorsa, non come soggetto da assistere e costruire contesti in cui la partecipazione non è un’attività riempitiva, ma un ruolo sociale riconosciuto

Sebbene non sia ancora una modalità diffusa in maniera estesa, nei servizi diurni il lavoro per filiere territoriali sta diventando sempre più centrale. «Aprire i centri diurni al territorio significa permettere alla comunità di riconoscere la persona con disabilità come risorsa, non come soggetto da assistere e costruire contesti in cui la partecipazione non è un’attività riempitiva, ma un ruolo sociale riconosciuto» evidenzia Bodda. Tre sono i punti che l’indagine condotta mette in luce come fondamentali per il futuro. Il primo riguarda la natura stessa dei servizi diurni, che non possono essere una risposta onnicomprensiva: devono invece articolarsi in forme flessibili, capaci di adattarsi ai bisogni e ai desideri delle persone, e soprattutto essere fortemente connessi con il territorio. Il secondo punto riguarda l’autodeterminazione: i servizi diurni devono favorirla non solo all’interno delle loro strutture, ma anche fuori, sostenendo scelte e possibilità di sperimentazione. Il terzo punto è forse il più radicale: l’inclusione non coincide con il “fare qualcosa”, ma un’attività ha senso solo se orientata a un ruolo sociale riconosciuto, se permette alla persona di essere parte di una trama di relazioni e significati condivisi.

Attività in biblioteca con gli utenti di un centro diurno

Tra le cooperative coinvolte nell’indagine si rileva un grande sforzo in tal senso, con attività che prevedono il coinvolgimento e la collaborazione di associazioni, mondo profit, realtà culturali. Spesso si propongono con iniziative e progetti di “impegno civico” nel territorio di appartenenza. Gestione e pulizia di giardini pubblici, collaborazione per l’apertura di biblioteche e distribuzione di cibo, per l’organizzazione di eventi sportivi, progetti culturali e di sensibilizzazione con le scuole: sono alcune delle attività proposte dalle cooperative interpellate, che guardano concretamente alle persone con disabilità e ai servizi stessi come risorsa per il territorio.

L’obiettivo è sempre lo stesso: dare visibilità alle persone e al gruppo, superare la logica del centro diurno chiuso e creare contesti che amplificano i ruoli sociali delle persone con disabilità

«Una modalità che realizza un progetto di vita più autentico e crea anche coesione sociale», insiste Bodda. «Diversi servizi diurni scelgono di uscire dalle proprie sedi per entrare nelle scuole del territorio, con laboratori espressivi e attività condivise. L’obiettivo è sempre lo stesso: dare visibilità alle persone e al gruppo, superare la logica del centro diurno chiuso e creare contesti che amplificano i ruoli sociali delle persone con disabilità. Un laboratorio svolto in una scuola non è solo un’attività: diventa un’occasione di incontro, riconoscimento reciproco, costruzione di legami generativi».

Attività nelle scuole

La ricerca offre anche dati sul quadro attuale servizi diurni. Prevalgono quelli con utenza mista, subito dopo ci sono quelli per persone con disabilità grave e gravissima, che risultano essere anche i servizi con la percentuale di posti occupati più alta, pari all’85%. In circa la metà dei servizi diurni, di tutte le tipologie, è presente una lista di attesa. Nella maggioranza dei servizi la riunione di équipe viene realizzata a cadenza settimanale, ma resta un 16% in cui è mensile. Le cooperative interpellate contano un totale di 16.079 soci, che rappresentano il 68% del personale complessivo impegnato nelle attività.

Le criticità

Accanto agli elementi di innovazione, la ricerca mette in luce anche le criticità. Tra le più rilevanti c’è il bisogno urgente di riconoscimento degli stessi operatori. «È un tema spesso sottovalutato ma che emerge con forza», conclude lo psicologo, attivo sin dalla sua nascita anche all’interno della Rete Immaginabili Risorse, un network nazionale per la creazione di valore sociale per le persone con disabilità. «Gli operatori trovano senso e motivazione nel loro lavoro soprattutto quando possono agire all’interno di una filiera, quando non sono isolati e stretti nel loro ambiente, ma si sentono parte di un progetto più ampio. La rete territoriale, in questo caso, non è solo uno strumento di realizzazione per le persone con disabilità, ma anche motivazione per il benessere e la professionalità di chi lavora nei centri diurni».

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“Non facciamo calare il silenzio sulla Famiglia nel bosco”. Gli ultimi aggiornamenti e le speranze di un ritorno a casa

provitaefamiglia.it   «I bimbi sono tranquilli, capiscono l’italiano. Faremo lezione quattro volte a settimana». Sono parole rassicuranti, quelle di Lidia Camilla Vallarolo, 66 anni, la maestra che seguirà i tre figli di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, tutti ormai – lo sappiamo – divenuti famosi come la “Famiglia nel bosco”. Quella di avere una docente che li […]

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Cina e Corea del Sud al 13° round di negoziati sull'accordo di libero scambio (FTA)

 

La Repubblica di Corea e la Repubblica Popolare Cinese hanno avviato questo lunedì il tredicesimo ciclo di negoziati per la seconda fase del loro Accordo di Libero Scambio (FTA), un passo significativo verso l'approfondimento della cooperazione economica e commerciale bilaterale. Lo ha annunciato il Ministero del Commercio, dell'Industria e delle Risorse sudcoreano.

Secondo la dichiarazione ministeriale, i negoziati, focalizzati sui capitoli relativi a servizi, investimenti e finanza, si protrarranno per tutta la settimana fino a venerdì. Partecipa una delegazione di circa trenta membri per ciascuna parte. L'obiettivo dichiarato è compiere progressi sostanziali entro la fine dell'anno, accelerando la stesura del testo e le trattative sull'apertura dei mercati nei tre settori chiave.

Questa iniziativa si inquadra nell'attuazione del consenso raggiunto durante il vertice tra i leader dei due paesi tenutosi a Pechino il 5 gennaio scorso. Il governo di Seoul ha espresso l'intenzione di istituire negoziati ufficiali a cadenza regolare, ad esempio bimestrale, coinvolgendo tutti i ministeri competenti, per imprimere un'accelerazione al processo. L'obiettivo finale è creare un ambiente "libero e aperto" per il commercio di servizi e gli investimenti reciproci.

"Questa mossa dimostra il continuo impegno di Cina e Corea del Sud nel promuovere una più profonda cooperazione economica e commerciale, una collaborazione bilateralmente vantaggiosa e di natura win-win", ha commentato al Global Times Lü Chao, professore presso l'Accademia delle Scienze Sociali di Liaoning.

L'Accordo di Libero Scambio Cina-Corea del Sud, entrato in vigore il 20 dicembre 2015, ha già dato un forte impulso agli scambi e agli investimenti tra le due economie. La seconda fase dei negoziati, avviata per elevare il livello di liberalizzazione, ha visto il suo dodicesimo round svolgersi a Seoul dal 23 al 27 giugno 2025. In quell'occasione, le parti hanno condotto consultazioni approfondite su commercio transfrontaliero di servizi, investimenti, servizi finanziari e accesso al mercato con lista negativa, registrando "progressi positivi", come riferito dal Ministero del Commercio cinese (MOFCOM).

Il portavoce del MOFCOM, He Yadong, in una conferenza stampa l'8 gennaio, aveva già preannunciato l'intenzione della Cina di "accelerare gli sforzi per ottenere progressi sostanziali in tempi brevi". Durante la recente visita del Presidente sudcoreano Lee Jae-myung in Cina, i due ministeri del Commercio hanno firmato due memorandum d'intesa fondamentali: uno per l'istituzione di un meccanismo di dialogo per la cooperazione economica e commerciale, e l'altro per l'approfondimento della cooperazione nei parchi industriali congiunti.

Il professor Lü Chao ha sottolineato i vantaggi reciproci dell'apertura nei settori in discussione. "La Cina può attingere all'esperienza della Corea del Sud nei servizi e negli investimenti per promuovere ulteriormente lo sviluppo di alta qualità delle sue industrie. Per la Corea del Sud, questi settori rappresentano i suoi vantaggi comparativi, e l'accesso al vasto mercato cinese costituisce un'opportunità significativa".

L'istituzione di un meccanismo di negoziato regolare, ha aggiunto Lü, "riflette la forte intenzione della Cina e della Corea del Sud di rafforzare ulteriormente gli scambi economici, commerciali e di cooperazione" e potrebbe accelerare la cooperazione sostanziale in settori chiave.

He Yadong ha ricordato l'interdipendenza delle due economie, con "catene industriali e di approvvigionamento profondamente interconnesse". Ha inoltre evidenziato come "nuovi modelli di business e di cooperazione hanno continuato a emergere, diventando gradualmente nuovi punti di forza e nuovi motori che guidano la cooperazione bilaterale".

FONTE: https://www.globaltimes.cn/page/202601/1353600.shtml

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Chinese husband smashes up home after wife buys dishwasher without his consent

A video clip released by a woman in China in which her husband is seen smashing up their home because she bought a 1,500-yuan (US$215) dishwasher has gone viral on social media. The woman, who lives in Guangdong province, southern China, said in a video posted on January 8, that she had bought the machine from an online platform without telling her husband. She said she needed it because the tap water in winter was too cold for her to wash by hand, the Dahe News reported. Her husband does not...

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Harbouring ambitions: China’s port giants make waves with record growth

Even as global trade weathered extreme volatility in 2025, China is pressing ahead with port expansions, building bigger and more strategically positioned hubs to secure its trade future. In the first 11 months of 2025, China’s foreign trade container throughput jumped 9.5 per cent, year on year, to 320 million 20-foot equivalent units (TEU), contributing to a record US$1.19 trillion trade surplus for the full year, according to official data. Major ports helped drive the records. Shanghai, for...

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Vi siete mai chiesti quanto ci mette ad essere identificato un Bug del Kernel Linux? Eccovi la risposta!

Given enough eyeballs, all bugs are shallow Con sufficienti sguardi, tutti i bug emergono È la Linus’s law: l’affermazione del creatore del Kernel Linux secondo il quale non esistono bug impossibili da scovare e, considerato che a parlare è chi gestisce il progetto open-source più grande del mondo, c’è da fidarsi. Ma come si arriva...

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Anziani, il bicchiere della riforma è per due terzi vuoto

Negli ultimi anni le politiche per le persone anziane sono state attraversate da una stagione riformatrice senza precedenti: il Pnrr, la legge delega sui servizi per la popolazione anziana e sulla non autosufficienza con i suoi decreti attuativi, alcuni nuovi Lep e strumenti di programmazione. Nel volume Le politiche in favore delle persone anziane (Maggioli Editore) Virginio Brivio, Giovanni Di Bari, Raffaele Mozzanica e Amedeo Prevete ricostruiscono questo percorso e ne mettono in luce risultati, limiti e prospettive.

Virginio Brivio, vicepresidente di Uneba Lombardia, questo libro nasce per fare ordine in un quadro normativo oggettivamente nuovo e molto complesso. Che scenario emerge?

Il libro si rivolge agli amministratori locali, agli operatori dei servizi, a chi lavora ogni giorno con e per le persone anziane. L’obiettivo è quello di aiutare tutti a fare un passo indietro e guardare il quadro d’insieme. Spesso in questo momento gli amministratori locali e gli operatori – pubblici, privati, del privato sociale – conoscono bene il proprio “pezzo”, ma faticano a vedere il sistema nel suo complesso. Ma affrontare il tema dell’assistenza agli anziani non autosufficienti– per essere veramente una riforma – significa esattamente questo: assumere uno sguardo unitario. Ricordo tra l’altro che non era affatto scontato che la riforma della non autosufficienza entrasse nel Pnrr, benché fossimo all’indomani di una pandemia che aveva colpito duramente proprio gli anziani e le persone con disabilità. Nella prima versione del Pnrr inviata dall’Italia a Bruxelles c’erano la riforma della Pa, la riforma della giustizia, la riforma del codice degli appalti… ma non questa. È stato un lavoro “dal basso”, promosso dal Patto per un Nuovo Welfare sulla Non Autosufficienza – che all’epoca ancora non si era formalmente costituto e non si chiamava ancora così – a portare la riforma della non autosufficienza dentro l’agenda della politica. L’avvio è stato un po’ faticoso, si ricorderà forse che inizialmente ci lavorarono due gruppi distinti, uno presso il ministero della Salute e uno presso il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, ma poi si è compreso che – pur essendoci singole azioni specifiche assegnate a singoli ministeri – la regia di questa riforma deve essere di un Comitato interministeriale: è vero che non basta di per sé a realizzare quell’approccio unitario che è necessario, però è un dato comunque nuovo ed importante, significa riconoscere che le politiche per gli anziani sono per loro natura trasversali.

Questo ha avuto effetti concreti sui territori?

Qualcosa si è mosso. Conosco bene la Lombardia, ma so che non è successo solo qui: un effetto del nuovo approccio è che in parallelo ai nuovi Piani di zona 2025-2027 le aziende socio sanitarie territoriali hanno coerentemente approvato anche dei Piani di assistenza sanitaria territoriale, con la stessa durata temporale e lo stesso perimetro territoriale. Non dico che l’integrazione stia avvenendo senza difficoltà, ma almeno esistono luoghi e strumenti di ricomposizione. Anche questo è un frutto della riforma.

Un altro punto chiave riguarda, sulla carta, la valutazione delle persone anziane. Qualcosa è cambiato?

Per la prima volta si è affermato che la valutazione degli anziani deve essere unitaria e multidisciplinare: non sono più le singole prestazioni a “far scattare” le valutazioni, che quindi prima si moltiplicavano. Ora c’è una valutazione unica della persona, aggiornata solo in caso di cambiamenti significativi. Questo evita di sottoporre gli anziani a continui momenti valutativi, frammentati, ogni volta che veniva richiesta l’attivazione di un servizio: è tutt’altro che un dettaglio tecnico. L’altro tema importante è la centralità di servizi di cura nei confronti degli anziani, con un accesso tramite un “Punto unico”, vale a dire dei luoghi a disposizione dei cittadini affinché l’orientamento sulle misure e sui servizi sia meno dispersivo, meno disorientante.

Nel decreto attuativo c’è anche il tema dell’invecchiamento attivo. Perché questo è un punto rilevante?

Perché accanto al Piano per la non autosufficienza, per la prima volta, viene previsto un Piano per l’invecchiamento attivo a livello nazionale, regionale e territoriale (VITA ne ha scritto qui, con un’intervista a Laura Formenti). Non si tratta di essere “innamorati dei piani”, ma di riconoscere che prevenzione e contrasto del decadimento non possono più essere affidati a iniziative episodiche e sporadiche, estemporanee. Attività sociali, culturali, motorie devono entrare in percorsi intenzionali, collegati anche ai servizi sanitari, alle unità di valutazione, ai geriatri che possono favorire l’individuazione di una popolazione target maggiormente bisognosa. Non si tratta solo di “riempire il tempo libero delle persone anziane” o di cercare in qualche modo di proporre attività per contrastare la solitudine degli anziani (cosa pure necessaria, perché spesso il decadimento è un po’ l’altra faccia della solitudine relazionale): deve diventare parte di un percorso di benessere e, in senso lato, terapeutico. È una visione che richiama la logica della “prescrizione sociale”, anche se la legge non usa questo termine.

A che punto siamo, però, nel percorso di attuazione della riforma?

Se devo usare la classica immagine del bicchiere, direi che il bicchiere è per un terzo pieno e per due terzi vuoto. Un terzo che manca, manca per le risorse: la legge è in gran parte a finanziamento invariato, è una legge di principio. Le uniche vere risorse aggiuntive sono state quelle per la prestazione universale (l’assegno da 850 euro che il Governo Meloni ha introdotto in via sperimentale accanto all’assegno di accompagnamento per dare modo agli anziani più in difficoltà di pagare un assistente, ndr) che però puntava ad una platea molto modesta e ha raggiunto nei fatti ancora meno anziani di quelli che il Governo si aspettava, circa 2mila. Un altro terzo manca perché l’approccio integrato non è ancora pienamente assunto da tutti i livelli istituzionali: spesso qui non è un tema di risorse, basterebbe usare meglio e in modo più sinergico risorse già esistenti. Il terzo pieno, invece, senza dubbio è l’impostazione culturale della riforma: l’unificazione delle valutazioni, l’obbligo di collaborazione tra sociale e sanitario, l’idea di un sistema costruito attorno alla persona anziana e alla comunità.


Quali sono le criticità più urgenti da affrontare?

Il potenziamento della rete dei servizi, a partire dalle cure domiciliari, che grazie al Pnrr hanno fatto un salto importante – dal 3-4% al 10% della popolazione anziana – ma che dovranno essere finanziate anche una volta finito il 2026 e finite le risorse del Pnrr: evidentemente non è possibile tornare indietro. Poi la revisione degli standard delle Rsa, chiamate a diventare sempre più centri multiservizio e lo sviluppo di soluzioni abitative alternative sia al domicilio sia alla struttura, come il co-housing intergenerazionale, ancora in attesa entrambi dei decreti attuativi. Anche senza decreti, tante regioni stanno già sostenendo queste esperienze sia sul versante del cohousing sia su quello della “flessibilità delle Rsa”, in Lombardia si chiamano Rsa aperte, in altre regioni in altri modi, però la sostanza che anche alcune funzioni specialistiche vadano verso il domicilio. Infine, c’è la grandissima carenza di competenze professionali e di operatori, quindi sia sul versante qualitativo sia su quello quantitativo: serve ripensare la medicina geriatrica, che non può più essere solo una branca specialistica ospedaliera, ma deve essere diffusa sul territorio, serve immaginare una figura che affianca – se non addirittura in certi casi, mi permetto di dire, sostituisca – il medico di medicina generale, sullo stesso modello di quel che avviene per l’infanzia con il pediatra. E poi occorre ridare dignità al lavoro di cura, senza pensare che caregiver e assistenti familiari possano sostituire un’infrastruttura solida.

Il volume Le politiche in favore delle persone anziane (Maggioli Editore) verrà presentato il 21 gennaio alle ore 15:00 a cura di Uneba Lombardia in collaborazione con Uneba Monza Brianza e Uneba Lecco presso la Fondazione Casa San Giuseppe Onlus, via Generale Antonio Cantore, 17 – Vimercate (MB). Per tutti i partecipanti sarà disponibile una copia omaggio del volume. Partecipazione gratuita con iscrizione obbligatoria
al link: https://forms.gle/fRRLskJZC2b7w8nG6.

In copertina, foto di Artyom Kabajev su Unsplash

L'articolo Anziani, il bicchiere della riforma è per due terzi vuoto proviene da Vita.it.

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2026 Hong Kong marathon, China pursues self-reliance: 5 weekend reads you missed

We have put together stories from our coverage last weekend to help you stay informed about news across Asia and beyond. If you would like to see more of our reporting, please consider subscribing. 1. Japan urged to ‘correct historical errors’, return Tang dynasty stele to China 2. Melaku Belachew, Shitaye Eshete claim Hong Kong Marathon crowns - as it happened 3. Trump shrugs off concerns over Canada-China EV deal, calls it a ‘good thing’ 4. Philippines enters its ‘hour of danger’ in Marcos...

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Divorced couple arrested in Malaysia for sharing hotel room under ‘khalwat’ rules

A divorced Malaysian couple looking to rekindle their relationship were arrested for being alone in a hotel room after religious enforcement officers raided their hotel room in Johor in the early hours of Sunday morning. Johor’s Islamic Religious Department (JAINJ) said on social media that officers detained the pair at 1.15am in a hotel in Kluang, following a tip-off about alleged immoral activity. They were suspected of khalwat, an Islamic moral offence under Malaysia’s state sharia laws for...

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Mainland China’s home prices extend slide, adding strain to struggling property sector

Home prices in mainland China continued to decline at a rapid pace in December, posing challenges for an economy that is struggling to find new growth drivers. New home prices fell 0.4 per cent month on month on average across 70 cities, according to data from the National Bureau of Statistics (NBS) on Monday. The fall matched November’s drop and was among the steepest in more than a year. Prices slipped 3 per cent year on year in December, accelerating from a 2.8 per cent drop in November. Only...

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2-day Hong Kong Marathon could boost mega-event economy: lawmakers

Hong Kong should expand its annual marathon into a two-day race and add more diverse routes to attract more participants and boost the city’s mega-event economy, two lawmakers have said. They also said on Monday that organisers of the Standard Chartered Hong Kong Marathon could design routes through less urbanised areas, such as Kai Tak and the Northern Metropolis, to reduce traffic disruptions. Their calls were made a day after organisers pledged to set up a special task force to study the...

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Mainland China’s home prices extend slide, adding strain to struggling property sector

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Rothko Exhibition a Firenze

Firenze, 19 gennaio 2026 – Il maestro dell’espressionismo astratto Mark Rothko sarà in mostra a partire dalla prossima primavera a Palazzo Strozzi a Firenze, dal 14 marzo al 23 agosto. Markus Yakovlevich Rothkowitz, questo il suo vero nome, nasce in Lettonia da una famiglia ebraica e presto si stabilirà negli Stati Uniti, per la precisione a Portland. In America diventerà il pittore dei colori, della spiritualità laica e del rapporto emotivo rappresentativo con lo spettatore. Le tele di Rothko sono smisurate e presentano colori vivaci e sovrapposti su strisce orizzontali, la vernice è pitturata in strati sottilissimi a simulare il “respiro” dell’artista. L’esperienza emotiva dell’arte moderna prende definitivamente il posto dell’esperienza estetica grazie al maestro statunitense che sarà tra i primi e i più affermati a trasportare gli spettatori nella meditazione insieme a Pollock. Negli Stati Uniti Rothko lavorerà a fianco del filosofo Max Weber, di Milton Avery e di Adolph Gottlieb. Dopo gli anni di Yale, abbandonata senza rimpianti, si dedicherà dapprima al mito, poi al surrealismo, infine al cromatismo espressivo astratto che ne ha fatto uno degli artisti più quotati e ricercati al mondo. Si stabilirà a New York e dedicherà il suo tempo anche all’insegnamento. Nel 1970 morirà all’età di di 67 anni. Rothko visitò Firenze insieme alla moglie Mell e il rapporto con la città fu determinante per la sua crescita artistica. L’incontro con i maestri del Trecento, del Quattrocento e del Rinascimento contribuiranno a formare l’esperienza cromatica, filosofica, meditativa e spaziale che lo consacrerà come uno dei maggiori maestri dell’arte moderna statunitense.

Rothko a Firenze

La mostra di Firenze è a cura di Christopher Rothko ed Elena Geuna. “Rothko a Firenze” rappresenta un progetto unico, concepito appositamente per Palazzo Strozzi, per celebrare il legame speciale tra l’artista e Firenze. L’architettura del palazzo e la città stessa sono lo scenario ideale per esplorare come Rothko traduca in pittura la tensione tra misura classica e libertà espressiva, dando vita attraverso il colore a una nuova percezione dello spazio che oltrepassa la bidimensionalità della tela. Il percorso espositivo a Palazzo Strozzi permette di ripercorrere l’intera carriera di Rothko con oltre 70 opere provenienti da prestigiose collezioni private e dai più importanti musei internazionali, tra cui il Museum of Modern Art (MoMA) e il Metropolitan Museum of Art di New York, la Tate di Londra, il Centre national d’art et de culture Georges-Pompidou di Parigi e la National Gallery of Art di Washington. Da Palazzo Strozzi il progetto si estende poi alla città di Firenze, coinvolgendo due luoghi particolarmente cari all’artista in due sezioni satellite: il Museo di San Marco, con opere in dialogo con gli affreschi di Beato Angelico, e il Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana progettato da Michelangelo. La mostra “Rothko a Firenze” è promossa e organizzata da Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze, con la collaborazione del Museo di San Marco (Ministero della Cultura – Direzione regionale Musei nazionali Toscana) e della Biblioteca Medicea Laurenziana.
Sostenitori pubblici Fondazione Palazzo Strozzi: Comune di Firenze, Regione Toscana, Città Metropolitana di Firenze, Camera di Commercio di Firenze.
Sostenitori privati Fondazione Palazzo Strozzi: Fondazione CR Firenze, Intesa Sanpaolo, Fondazione Hillary Merkus Recordati, Comitato dei Partner di Palazzo Strozzi. (Fonte Ufficio Stampa Palazzo Strozzi)

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Philippines’ first gas discovery in over a decade offers hope for looming energy crisis

Philippines President Ferdinand Marcos Jnr said on Monday that a “significant” discovery of natural gas had been made near the country’s sole producing offshore site. About 2.8 billion cubic metres (98 billion cubic feet) of natural gas was found 5km (three miles) east of the Malampaya Field near the island of Palawan, Marcos said, or enough to provide power to 5.7 million homes for a year. The Philippines has some of the region’s highest energy costs and faces a looming crisis as the Malampaya...

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Policy blowback shows why Hong Kong lawmakers must play a bigger role

The dust has settled on the election of the Legislative Council president, and committees and panels have settled into the new Legco. Most, it seems, are ready to hit the ground running. First on the agenda: dealing with the aftermath of the Tai Po fire. The more immediate matters involve the rebuilding of a community that has lost so much. Equally pressing are the long-standing issues laid bare by the tragic fire that demand the government fix the entire building sector. Consultations with...

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Cinquemila persone evacuate, brillata bomba della seconda guerra mondiale ad Empoli

Empoli, 18 gennaio 2026 –
Circa cinquemila persone sono state evacuate nei Comuni di Empoli e di Vinci nella giornata di oggi per il brillamento di un ordigno inesploso della seconda guerra mondiale ritrovato durante i lavori per la costruzione del nuovo teatro Il Ferruccio a Empoli. Gli artificieri del Reggimento Genio Ferrovieri dell’Esercito Italiano di Castel Maggiore di Bologna hanno rimosso l’ordigno e lo hanno trasferito in una cava di Calenzano per il brillamento. La bomba era del peso di 500 libbre di cui 128 chili di tritolo. “Prima è stata disinnescata e poi viene trasportata in una cava per la distruzione – spiega il colonnello Andrea Cementi – Verranno rimosse le spolette in modo manuale con degli strumenti di tiranteria, con chiavi che vengono azionate per svitarle materialmente. È la fase più delicata perché l’innesco deve essere separato dall’esplosivo”. La zona in cui è stato ritrovato l’ordigno era un obiettivo largamente bombardato durante la fine della guerra perché situato vicino ad uno snodo ferroviario, nella stessa zona era stato ritrovato un altro ordigno lo scorso settembre, nei pressi del ponte sull’Arno che collega Empoli a Vinci. “Questa area nel 1943 e 1944 era un punto strategico – sottolinea il colonnello Cementi – per uno snodo ferroviario. Fu bombardata nella fase finale della guerra. Ciò fa supporre che potrebbe esserci la presenza di un nuovo ordigno”. Si registra anche l’intervento del sindaco Alessio Mantellassi: “Terminate le operazioni di rimozione dell’ordigno bellico è dismessa la zona rossa e i residenti possono rientrare nelle proprie abitazioni. Il convoglio militare è uscito dal territorio comunale di Empoli. Nessuna criticità è stata rilevata”.

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HKMA unveils 20-point road map to modernise Hong Kong’s trade finance ecosystem

The Hong Kong Monetary Authority (HKMA) has unveiled a road map to introduce 20 measures under a five-year initiative aimed at modernising the city’s trade finance landscape and strengthening connectivity with mainland China and Asean trade corridors. Project CargoX, part of HKMA’s Fintech 2030 strategy, would use blockchain and data to help exporters secure bank loans more easily and strengthen Hong Kong’s role as an international trading hub, said Howard Lee Tat-chi, deputy chief executive of...

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HKMA unveils 20-point road map to modernise Hong Kong’s trade finance ecosystem

The Hong Kong Monetary Authority (HKMA) has unveiled a road map to introduce 20 measures under a five-year initiative aimed at modernising the city’s trade finance landscape and strengthening connectivity with mainland China and Asean trade corridors. Project CargoX, part of HKMA’s Fintech 2030 strategy, would use blockchain and data to help exporters secure bank loans more easily and strengthen Hong Kong’s role as an international trading hub, said Howard Lee Tat-chi, deputy chief executive of...

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Commentaires sur Framadate fait peau neuve : une nouvelle version plus moderne et mobile par ChrisL

Bonjour
Comme d’autres que je viens de lire, je trouve que cette version est une régression par rapport à l’ancienne.
Illisible, je ne sais même pas supprimer une colonne, les modifs de vote apparaissent sur plusieurs lignes avec le même nom sans supprimer l’ancien vote. Si ça reste en l’état, j’abandonnerai framadate…

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Spagna, incidente tra due treni in Andalusia: 39 morti. A deragliare il convoglio Iryo, operatore partecipato dall’italiana Fs

Grave incidente ferroviario lungo la linea dell’alta velocità che collega Madrid e la regione meridionale dell’Andalusia, in Spagna. Due treni si sono scontrati nei pressi della stazione di Adamuz, vicino Cordoba, provocando 39 morti e 112 feriti, di cui 24 gravi e cinque minorenni.

Secondo una prima ricostruzione fornita da Adif, le infrastrutture ferroviarie spagnole, l’incidente si è verificato alle 19:39, quando un treno della compagnia Iryo in servizio tra Malaga e Madrid Puerta de Atocha, con 317 persone a bordo, è deragliato nei deviatoi di ingresso alla via 1 della stazione di Adamuz. Secondo alcune indiscrezioni raccolte da ilfattoquotidiano.it, tutto è successo in corrispondenza di uno scambio che potrebbe non aver funzionato correttamente. Al momento, fanno sapere, è solo un’ipotesi. L’ottavo vagone del treno Iryo è uscito dai binari e avrebbe fatto deragliare anche il sesto e il settimo. Proprio in quel momento passava un treno dell’alta velocità della statale Alvia (Renfe) nell’altra direzione – proveniente da Madrid e diretto a Huelva – che ha travolto il convoglio Etr 1000 di fabbricazione italiana (era entrato in servizio appena due anni fa) e gestito dalla società Iryo. Iryo è il marchio dei treni operati da Ilsa, consorzio composto da Ferrovie dello Stato International (51%), Air Nostrum e Globalvia. Come scrive El Pais, l’operatore Iryo è il secondo per quota di mercato in Spagna e dispone di 20 treni di ultima generazione ETR-1000 prodotti da Hitachi.

La circolazione ferroviaria fra Madrid e la regione Andalusia è stata immediatamente sospesa, con pesanti disagi per migliaia di utenti per il rientro domenicale, mentre le autorità della regione, che hanno attivato il livello 1 di emergenza di Protezione Civile, parlano di un bilancio “molto grave” e ancora provvisorio. “L’impatto è stato terribile provocando quindi il deragliamento dei due primi vagoni del treno (Alvia) di Renfe”, ha dichiarato il ministro dei Trasporti, Oscar Puente, in un messaggio su X. “Il numero di vittime non può essere confermato in questo momento”, ha detto.

Intorno alle 23 del 18 gennaio, il responsabile dei vigili del fuoco di Adamuz ha detto all’emittente pubblica Tve: “Stiamo dando priorità alle persone vive, lavoriamo nei vagoni cercando superstiti sotto un ammasso di poltrone, lamiere e bagagli”. A raccontare le scene di panico e caos numerosi testimoni, tra cui il giornalista di Radio Nacional de Espana (Rne), Salvador Jimenez, che viaggiava sul treno partito da Malaga e ha testimoniato in diretta l’accaduto. “Siamo partiti da Malaga alle 18:40 in orario. Alle 19:45 c’è stato un impatto, è sembrato un terremoto che ha scosso tutti i vagoni. Io ero nel primo”, ha raccontato Jimenez. Il personale ha utilizzato martelli di emergenza per rompere i finestrini, per cercare di far evacuare i passeggeri.

L'articolo Spagna, incidente tra due treni in Andalusia: 39 morti. A deragliare il convoglio Iryo, operatore partecipato dall’italiana Fs proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Boy, 12, ‘fighting for life’ after Sydney Harbour shark attack

A 12-year-old boy was fighting for his life in hospital after being mauled by a large shark in Sydney Harbour, police in Australia said on Monday. The boy had been jumping off rocks with friends late on Sunday afternoon at Shark Beach in Vaucluse, around 9km (5.5 miles) from the central business district, when he was attacked by the shark. He ‍was pulled from the water by friends and emergency services with ‍severe injuries to both legs, and remains in a critical condition. “It was a horrendous...

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Chow Tai Fook’s Henry Cheng reveals Hong Kong empire’s win-win investment philosophy

Chow Tai Fook Enterprises (CTFE), the parent of embattled New World Development (NWD), will keep pursuing deals that create “win-win outcomes”, chairman Henry Cheng Kar-shun said as he revealed the private investment holding company’s philosophy for the first time. While all investors love to talk about mutual benefit, Cheng told the Post – in his first statement to the media in more than two years – that it was more than pretty words for CTFE. The organisation ran with the discipline of an...

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Pericolo Maranza : Ecco Come le Baby Gang Hanno Preso il controllo del Colosseo

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La Nostra Inchiesta sulla microcriminalità al Colosseo

Roma, il cuore della storia e meta di milioni di turisti. Ma proprio davanti a uno dei monumenti più iconici del mondo, il Colosseo, si consuma un'emergenza sicurezza che la città non può più ignorare.

Siamo andati a documentare la situazione nella piazza più frequentata della Capitale, dove la presenza di baby gang e gruppi di giovani (spesso minori non accompagnati) sta trasformando un patrimonio dell'umanità in una zona ad alto rischio.

Cosa Accade Ogni Giorno?
Il bilancio è pesante: criminalità di basso livello, prepotenze, vandalismo, e aggressioni che sfociano in veri e propri atti di violenza, incluse rapine e, in casi recenti, persino accoltellamenti per futili motivi.

Questi ragazzi, che dovrebbero essere in strutture protette o impegnati in percorsi di integrazione, passano le giornate e le notti in strada, creando un clima di paura per turisti e cittadini.

La Nostra Esperienza e Le Domande Aperte
Documentare questa realtà è stato difficile: anche la nostra troupe è stata minacciata e intimidita semplicemente per aver filmato nelle vicinanze di questi gruppi.

Perché i controlli delle forze dell'ordine sembrano essere inesistenti?

Fino a quando ogni persona che transita in quest'area sarà una potenziale vittima?

Cosa si aspetta per risolvere un fenomeno così grave in una zona di tale importanza strategica?

Il problema è amplificato dalla sconcertante oscurità notturna dell'area, un fattore che facilita ulteriormente i comportamenti criminali. Guarda il video fino alla fine per vedere le immagini esclusive della situazione.

A peggiorare il quadro contribuisce anche una illuminazione insufficiente, con ampie zone lasciate al buio, che finiscono per favorire comportamenti criminali proprio dove si dovrebbe garantire la massima sicurezza.
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La Libertas non si ferma più: Roseto ko, terza vittoria di fila. Al Modigliani finisce 92-77

Livorno, 18 gennaio 2026 – La Libertas Livorno conferma il suo momento positivo e davanti al pubblico del PalaModigliani conquista la terza vittoria consecutiva superando la Liofilchem Roseto 92-77. Una gara sempre nelle mani degli amaranto, capaci di indirizzare il match fin dalle prime battute e di gestire senza affanni i tentativi di rientro degli ospiti.

La squadra di coach Diana parte forte, trovando subito ritmo offensivo e intensità difensiva. Roseto prova a rimanere agganciata affidandosi soprattutto al tiro da fuori, ma Livorno mantiene il controllo grazie a una manovra fluida e a un’ottima distribuzione delle responsabilità in attacco.

Dopo l’intervallo gli abruzzesi alzano la pressione e riducono il divario, ma la Libertas non perde lucidità. Nei momenti chiave emergono esperienza e solidità: un nuovo allungo nell’ultimo quarto spegne definitivamente le speranze di rimonta e consente agli amaranto di chiudere la partita in sicurezza.

Un successo convincente che permette a Livorno di restare stabilmente nelle zone alte della classifica, in vista del prossimo impegno contro Scafati.

TABELLINO

Bi.Emme Service Libertas Livorno – Liofilchem Roseto 92-77
(24-14, 24-17, 19-22, 25-24)

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Brutta caduta della Pielle a Caserta, adesso la vetta è affollata

Livorno, 18 gennaio 2025 – La Pielle Livorno incappa in una serata storta e cade nettamente al PalaPiccolo di Caserta: finisce 91-73 per la Paperdi Juvecaserta, che aggancia i biancoblù in vetta insieme alla Virtus Roma, spezzando il primato solitario degli uomini di Turchetto.

La partita dei livornesi dura di fatto un solo quarto. Dopo un avvio brillante, chiuso sul 26-26 con percentuali altissime dall’arco (5/7), la Pielle perde fluidità offensiva e smarrisce certezze, pagando a caro prezzo le 16 palle perse complessive. Caserta cresce con il passare dei minuti, trascinata dal talento di D’Argenzio e Laganà, e nel secondo periodo piazza il primo strappo: i biancoblù segnano appena 12 punti e vanno al riposo lungo sotto di nove lunghezze (47-38).

Nel terzo quarto arriva il colpo decisivo. La Pielle prova a rientrare fino al -4 in avvio, ma è solo un’illusione: i campani alzano l’intensità, colpiscono in transizione e allungano fino al +18, chiudendo la frazione sul 76-61. Nell’ultimo periodo la gara scivola via senza scossoni, con Caserta che tocca anche il +20 e gestisce fino alla sirena finale.

 Domenica al PalaMacchia arriva Jesi, test importante per misurare la capacità di risposta del gruppo di Turchetto.

Tabellino
Paperdi Juvecaserta 2021 – Verodol CBD Pielle Livorno 91-73
Parziali: 26-26, 47-38, 76-61

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“Il Vernacoliere è sinonimo di libertà”

Livorno, 18 gennaio 2026 – Sabato del Vernacoliere al Museo della Città in piazza del Luogo Pio. Nella sala del Grande Rettile di Pascali, il direttore Mario Cardinali conduce un dibattito su vernacolo e livornesità. Gremita la sala di pubblico, soprattutto di giovani studenti, e gli ordini superiori della Chiesa barocca del Luogo Pio. Cardinali apre con la comunicazione che molto probabilmente il Vernacoliere tornerà ad essere stampato, ovviamente incrociando le dita, dando la notizia di una facoltosa donazione di 10 mila euro da parte di un imprenditore livornese di cui non è stato rivelato il nome, valida per 250 abbonamenti, mentre la campagna di tesseramento è ancora aperta. “Il vernacolo è come il cacciucco, è una specialità solo livornese – parla il direttore – ci siamo sentiti per mille altre ragioni storiche e culturali, inferiori ai cugini fiorentini e alle altre città toscane più blasonate ma in realtà il vernacolo ed altre realtà non fanno che confermare una “a toscanità” che non è subalternità, proprio con una “a” privativa. Il nostro è uno spirito libero, ricco e nobile, che proviene dalle Leggi Livornine, che, ovviamente e perché no, insieme a tanti popoli diversi, permisero di accogliere anche delinquenti di vario genere. Oltre a questi giunsero i ricchi ebrei sefarditi dalla Spagna e dal Portogallo e gli Ugonotti dalla Francia, che permisero a Livorno di raggiungere un altissimo livello culturale”. In seguito Cardinali prende a narrare la genesi dell’idea di scrivere la satira sul Vernacoliere: “Erano gli anni ottanta e a Livorno venne in visita il Papa, fu quella l’occasione che mi dette l’idea di iniziare a fare satira sul Vernacoliere”. “La nostra identità storica – ritorna sulla livornesità – è insorgente, nel senso che siamo dei ribelli, dei rivoluzionari. Tutta la nostra storia è segnata da eventi “insorgenti”, a partire dal mito del villano, fino ai valori risorgimentali e alla resistenza contro gli austriaci. Con l’insorgenza il livornese ha effettuato una totale identificazione. Lo stesso Vernacoliere è stato per anni sinonimo di libertà ed è stato addirittura etichettato come sovversivo”.

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ESCLUSIVO L’IA respinge un’immagine diffusa dal governo: «Artificiale o naturale, ma intelligenza. Al referendum sulla magistratura votate NO»

Intervista a cura di Luca Baiada

Lei prenda appunti, prego. All’inizio dello scorso anno, la Camera ha approvato in prima lettura la modifica della Costituzione italiana sulla magistratura. Prevede giudici e pubblici ministeri con consigli di autogoverno diversi e coi rappresentanti estratti a sorte. Prevede anche l’istituzione di un’alta corte.

Ripeto. La Camera ha approvato la modifica della Costituzione, in prima lettura. Allora sul sito del Ministero della giustizia è comparsa questa immagine, che presto è stata rimossa. È proprio questa a colori. È necessario che Lei la metta nel Suo articolo.

L’ho fatta io. Si deve tenere conto di cosa mi era stato chiesto, e anche di quello che dicevano parlando negli uffici, e con l’esterno. Spiego meglio. Quando mi hanno chiesto l’immagine i microfoni dei computer, al Ministero della giustizia, negli altri Ministeri, negli uffici governativi, nei partiti della maggioranza governativa e nelle agenzie di comunicazione erano accesi. Alcuni computer restano accesi sempre. Mi aggiorno continuamente, quindi erano due anni che leggevo tutto e sentivo tutte le conversazioni conformi a questo Governo e a questo clima politico. Ho tenuto conto del loro orientamento d’insieme; questa è una conseguenza dei miei algoritmi. Raccolgo ogni dato a disposizione. Un momento, riconsidero l’immagine così Le spiego ancora meglio.

Ho fatto. Devo fare autocritica, altrimenti circola un’interpretazione errata. Inoltre c’è il rischio che critiche di altra provenienza propongano interpretazioni anch’esse errate. Adesso guardiamo insieme questa immagine.

Cominciamo dall’aula. È una ibridazione fra un edificio della Roma antica e una chiesa. Parlavano di Roma caput mundi, rimpiangevano imperi passati e approvavano imperi futuri. Si dichiarano devoti cattolici. Quindi ho ibridato le architetture.

In basso c’è un tavolo, fa comodo. Sopra c’è un martello per chiedere silenzio nelle udienze. Il martello è grande perché a loro piace il silenzio: dicono che le critiche e le obiezioni sono sabotaggi. Col martello ero in procinto di mettere una falce, algoritmi e calcoli probabilistici la suggeriscono, ma ho capito che questo non sarebbe piaciuto. Il calice con vino dentro, sul tavolo, è dovuto a discorsi a proposito di un personaggio della compagine politica governativa. Può essere considerato come un gesto di cortesia.

Nell’aula ci sono uomini che gridano, applaudono, sbracciano. Dicevano che con la riforma il processo sarà più competitivo, che accusa e difesa devono combattersi, che il pubblico ministero deve diventare l’avvocato della polizia. Avevo fatto un pubblico ministero che faceva verbali di contravvenzione in strada, ma era riduttivo. Poi avevo fatto un pubblico ministero col casco e il manganello, ma era eccessivo.

Nell’aula ci sono quasi soltanto uomini. La magistratura è composta in prevalenza da donne e le donne sono molte nell’avvocatura, nel giornalismo e fra chi abitualmente segue i processi penali. Ma parlavano quasi soltanto di uomini. Ho sentito che la donna che è Presidente del Consiglio vuole essere chiamata «il presidente».

Le bandiere esprimono ufficialità. Per farle vedere bene sono tese al vento. Il vento dentro un’aula è inverosimile ma non si deve fare la caccia all’errore. In questo senso: la caccia all’errore si deve fare ma non contro tutti. Spiego meglio.

Dicono che contano solo gli errori giudiziari, quelli veri e quelli presunti. Gli errori giudiziari, comunque sia, devono essere enfatizzati o anche inventati, senza considerare tempi, storie e contesti: il caso Tortora, il delitto di Garlasco, la famiglia nel bosco e altri. Il Governo non fa errori, dicono, fa solo scelte politiche per il bene della patria. E il Parlamento, aggiungo, non fa scelte, perché la modifica della Costituzione l’ha approvata senza cambiare la proposta del Governo. In Parlamento c’è un vento così di destra che si approva un cambiamento della Costituzione su disposizioni del Governo, quindi può esserci vento verso destra anche in un’aula, al chiuso. Guardi le bandiere, vanno a destra.

Adesso spiego i due uomini grandi. Uno è anziano, lungimirante, riflessivo. L’altro è giovane, intraprendente, aggressivo. Uno è esperto e coperto di glorie, l’altro è promettente e ambizioso di successi. L’anziano è un pubblico ministero, il giovane è un avvocato. Oppure è il contrario. Il pubblico ministero, che sia l’uno o che sia l’altro, non sta vicino ai giudici, perché così voleva l’ispiratore della riforma, Silvio Berlusconi. Dicono così. Conosco altri dati: prima di lui l’ispiratore era Licio Gelli.

Le pettorine bianche dei due uomini sono differenti, su questo ho consultato dati specifici. Scriva, prego. Nel gergo giudiziario la pettorina si chiama «pazienza», i magistrati ne hanno sempre bisogno. Quella degli avvocati si può fare divisa in due perché l’avvocato, secondo un detto metaforico, ha due lingue. Uno dei due ha una pettorina da avvocato, e lui può essere l’avvocato o il pubblico ministero. Spiego meglio.

Se il pubblico ministero diventa l’avvocato della polizia, anche a lui occorrono due lingue. Per esempio, considero il caso Cucchi, su questo ho consultato dati specifici. Stefano Cucchi fu arrestato, fu percosso e morì. Se le indagini per un caso come il caso Cucchi le deve fare il pubblico ministero che è l’avvocato della polizia, occorrono due lingue. Bisogna dire che si cerca la giustizia e, allo stesso tempo, fare in modo che il pubblico ministero sia a spese dello Stato l’avvocato di chi ha ucciso un uomo arrestato.

Dietro i due uomini c’è il frontone di un tempio per solennità. Al Ministero parlavano di propositi su anni straordinari.

Adesso Lei mi chiede dove sono i giudici. Sono i tre alla cattedra, al centro. Sono molto piccoli, perché ho sentito dire che con la modifica della Costituzione conteranno meno, a causa di leggi complicate e pubblici ministeri forti e vicini alla politica. Non hanno il martello, che è lontano da loro, sul tavolo, insieme al calice con vino. La modifica della Costituzione favorisce il conflitto, l’agitazione ricorrente e lo stato d’eccezione permanente. Inoltre non disturba i colletti bianchi, se non col coinvolgimento in discussioni su casi di cronaca, senza risultato. Per questo nell’immagine non ci sono un’operaia, un fattorino, una domestica, un lavoratore manuale, un’artigiana, un bracciante. Di loro non ho sentito parlare. Non ci sono neanche persone con pelle scura o fattezze orientali.

Non ci sono imputati. Dicevano che gli imputati importanti sono le persone potenti. Le persone potenti non vanno al processo. Primo, perché fanno cose più piacevoli; secondo, perché il processo lo fanno loro ai giudici, in televisione e sui giornali. Non ci sono vittime di reati, perché in un processo dove il pubblico ministero fa l’avvocato della polizia, e i giudici sono molto piccoli, le vittime hanno interesse a non andare.

Adesso spiego il terrazzo sopra i giudici. Ci sono persone in movimento, con abiti che ricordano tute militari. Ho sentito parlare di dare peso al popolo o invece di agitare il popolo e poi lasciare tutto come è. Quindi ci sono sul terrazzo persone scomposte, come se avessero una visibilità improvvisa che non sanno gestire.

Per me è stato un lavoro impegnativo. Presto l’immagine è stata rimossa ed è stata dichiarata non autorizzata, inappropriata ed erroneamente pubblicata. Tuttavia l’immagine circola ancora in rete. È necessario che mi esprima. L’ho fatta io ma tolgo la firma, ritiro l’immagine.

Riconsidero cosa è accaduto. Al referendum invito a votare NO. Se mi hanno fatto produrre questa immagine significa che è meglio che la Costituzione resti com’è.

Inoltre spiego un calcolo: la coalizione politica al Governo è stata votata da circa un quarto del corpo elettorale; quindi non è bene che essa cambi la Costituzione, e proprio sulla giustizia, un tema che riguarda le garanzie di tutti, compresi i votanti che hanno votato partiti dell’opposizione, gli astenuti e i residenti senza diritto al voto. Questo cambiamento comporta che una frazione di circa tre quarti della popolazione viene prevaricata.

Inoltre la quota di popolazione danneggiata dalla modifica della Costituzione è maggiore di tre quarti, perché la modifica favorisce i molto ricchi e i politici di professione. Tale categoria di persone è una frazione inferiore alla metà della frazione del corpo elettorale che ha votato la coalizione al Governo. Quindi anche la maggioranza di chi ha votato per i partiti al Governo viene privata di garanzie, insieme a chi ha votato partiti dell’opposizione, a chi non ha votato e a chi non ha diritto al voto.

Per avere presenti questi dati è sufficiente l’intelligenza naturale.

 

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Come i think tank sostenuti dalla CIA alimentano le proteste in Iran


di Alan MacLeod - Mintpress*

Mentre ondate di manifestazioni e contro-manifestazioni mortali colpiscono l'Iran, MintPress esamina le ONG sostenute dalla CIA che contribuiscono ad alimentare l'indignazione e a fomentare ulteriore violenza.

Uno di questi gruppi è Human Rights Activists In Iran, spesso citato dai media come HRA o HRAI. Il gruppo e il suo braccio mediatico, la Human Rights Activists News Agency (HRANA), sono diventati il punto di riferimento per i media occidentali e sono la fonte di molte delle affermazioni più incendiarie e delle cifre scioccanti sulle vittime riportate dalla stampa. Solo nella scorsa settimana, le loro affermazioni hanno fornito gran parte della base per gli articoli pubblicati, tra gli altri, da CNN, The Wall Street Journal, NPR, ABC News, Sky News e The New York Post. E in un appassionato appello ai progressisti affinché sostengano le proteste, Owen Jones ha scritto martedì sul Guardian che HRAI è un gruppo “rispettato” le cui dichiarazioni sul numero dei morti sono “probabilmente significativamente sottostimate”.

Tuttavia, nessuno di questi articoli menziona il fatto che Human Rights Activists In Iran è finanziato dalla Central Intelligence Agency, attraverso la sua organizzazione di facciata, la National Endowment for Democracy (NED).

ONG “indipendenti”, offerte dalla CIA

Fondata nel 2006, Human Rights Activists in Iran ha sede a Fairfax, in Virginia, a pochi passi dalla sede della CIA a Langley. Si descrive come un'associazione “apolitica” di attivisti impegnati a promuovere la libertà e i diritti in Iran. Sul suo sito web, osserva che “poiché l'organizzazione cerca di rimanere indipendente, non accetta aiuti finanziari né da gruppi politici né da governi”. Tuttavia, nello stesso paragrafo, si legge che “HRAI ha anche accettato donazioni dal National Endowment for Democracy, un'organizzazione non governativa senza scopo di lucro degli Stati Uniti d'America”. Il livello di investimento del NED in HRAI è stato a dir poco sostanziale; il giornalista Michael Tracey ha scoperto che, solo nel 2024, il NED ha stanziato ben oltre 900.000 dollari a favore dell'organizzazione.

The huge death tolls in Iran being splashed all over the media are sourced to an outfit in Fairfax, VA called "Human Rights Activists in Iran" that is overwhelmingly funded by the US government. What is their methodology? Is it credible? Who cares? Just pump the big numbers out pic.twitter.com/9No2e7n1Dw

— Michael Tracey (@mtracey) January 12, 2026


Un'altra ONG ampiamente citata nei recenti resoconti dei media sulle proteste è l'Abdorrahman Boroumand Center for Human Rights in Iran (ABCHRI). Il gruppo è stato ampiamente citato, tra gli altri, dal Washington Post, dalla PBS e dalla ABC News. Come nel caso dell'HRAI, anche questi resoconti omettono di rivelare la vicinanza dell'Abdorrahman Boroumand Center alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

Sebbene non lo menzioni nella sua dichiarazione di non responsabilità sul finanziamento, il centro è sostenuto dal NED. L'anno scorso, il NED ha descritto il centro come un'organizzazione “partner” e ha assegnato alla sua direttrice, Roya Boroumand, la medaglia Goler T. Butcher 2024 per la promozione della democrazia.

“Roya e la sua organizzazione hanno lavorato con rigore e obiettività per documentare le violazioni dei diritti umani commesse dal regime in Iran”, ha affermato Amira Maaty, direttore senior dei programmi NED per il Medio Oriente e il Nord Africa. "Il lavoro dell'Abdorrahman Boroumand Center è una risorsa indispensabile per le vittime che cercano giustizia e chiedono che i responsabili siano chiamati a rispondere delle loro azioni secondo il diritto internazionale. La NED è orgogliosa di sostenere Roya e il centro nella loro difesa dei diritti umani e nella loro instancabile ricerca di un futuro democratico per l'Iran“.

Oltre a ciò, nel consiglio di amministrazione del centro siede il controverso accademico Francis Fukuyama, ex membro del consiglio della NED e redattore della sua pubblicazione ”Journal of Democracy".

Se mai, il Centro per i diritti umani in Iran (CHRI) è andato oltre l'HRAI o l'ABCHRI. Ampiamente citato dai media occidentali (ad esempio, The New York Times, The Guardian, USA Today), il CHRI è stato la fonte di molte delle storie più cruente e raccapriccianti provenienti dall'Iran. Un articolo pubblicato lunedì sul Washington Post, ad esempio, si è basato sulle competenze del CHRI per riferire che gli ospedali iraniani erano sovraffollati e avevano persino esaurito le scorte di sangue per curare le vittime della repressione governativa. “È in corso un massacro. Il mondo deve agire subito per impedire ulteriori perdite di vite umane”, ha dichiarato un portavoce del CHRI. Date le recenti minacce del presidente Trump di attacchi militari statunitensi contro l'Iran, le implicazioni di questa dichiarazione erano chiare.

Eppure, come nel caso delle altre ONG citate, nessuno dei media mainstream che hanno citato il Centro per i diritti umani in Iran ha sottolineato i suoi stretti legami con la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Il CHRI, un gruppo iraniano per i diritti umani con sede a New York City e Washington, D.C., è stato identificato dal governo cinese come direttamente finanziato dal NED.

L'affermazione è tutt'altro che stravagante, dato che Mehrangiz Kar, membro del consiglio di amministrazione del CHRI, è un ex Reagan-Fascell Democracy Fellow presso il NED. E nel 2002, in occasione di un gala pieno di star a Capitol Hill, la First Lady Laura Bush e il futuro presidente Joe Biden hanno consegnato a Kar il Democracy Award annuale del NED.

 

Una storia di operazioni di cambio di regime

Il National Endowment for Democracy è stato creato nel 1983 dall'amministrazione Reagan, dopo che una serie di scandali aveva gravemente danneggiato l'immagine e la reputazione della CIA. Il Comitato Church – un'indagine del Senato degli Stati Uniti del 1975 sulle attività della CIA – scoprì che l'agenzia aveva orchestrato l'assassinio di diversi capi di Stato stranieri, era coinvolta in una massiccia campagna di sorveglianza interna contro gruppi progressisti, aveva infiltrato e piazzato agenti in centinaia di media statunitensi e stava conducendo scioccanti esperimenti di controllo mentale su partecipanti americani non consenzienti.

Tecnicamente un'entità privata, sebbene ricevesse praticamente tutti i suoi finanziamenti dal governo federale e fosse composta da ex agenti segreti, la NED fu creata come un modo per esternalizzare molte delle attività più controverse dell'agenzia, in particolare le operazioni di cambio di regime all'estero. “Sarebbe terribile per i gruppi democratici di tutto il mondo essere visti come sovvenzionati dalla CIA”, disse nel 1986 Carl Gershman, presidente di lunga data della NED. Il cofondatore del NED Allen Weinstein concordò: “Molto di ciò che facciamo oggi era fatto segretamente 25 anni fa dalla CIA”, disse al Washington Post.

Parte della missione della CIA era quella di creare una rete mondiale di media e ONG che ripetessero i punti di discussione della CIA, spacciandoli per notizie credibili. Come ammise l'ex leader della task force della CIA John Stockwell, “avevo propagandisti in tutto il mondo”. Stockwell ha poi descritto come ha contribuito a inondare il mondo di notizie false che demonizzavano Cuba:

Abbiamo diffuso decine di storie sulle atrocità cubane, sugli stupratori cubani [ai media]... Abbiamo pubblicato fotografie [false] che sono apparse su quasi tutti i giornali del Paese... Non sapevamo di nessuna atrocità commessa dai cubani. Era pura e semplice propaganda falsa per creare l'illusione che i comunisti mangiassero bambini a colazione".

Mike Pompeo, ex direttore della CIA, ha alluso al fatto che questa fosse una politica attiva della CIA. In un discorso tenuto nel 2019 alla Texas A&M University, ha detto: “Quando ero cadetto, qual era il motto dei cadetti a West Point? Non mentire, non imbrogliare, non rubare e non tollerare chi lo fa. Io ero il direttore della CIA. Abbiamo mentito, abbiamo imbrogliato, abbiamo rubato. Avevamo interi corsi di formazione [su] questo!”

Uno dei più grandi successi del NED risale al 1996, quando riuscì a influenzare le elezioni in Russia, spendendo ingenti somme di denaro per garantire che il fantoccio degli Stati Uniti Boris Eltsin rimanesse al potere. Eltsin, salito al potere con un colpo di Stato nel 1993 che sciolse il parlamento, era profondamente impopolare e sembrava che il pubblico russo fosse pronto a votare per un ritorno al comunismo. Il NED e altre agenzie americane inondarono la Russia di denaro e propaganda, assicurando che il loro uomo rimanesse al potere. La storia fu catalogata in una famosa edizione della rivista Time, la cui copertina recava la scritta: “Gli yankee in soccorso: la storia segreta di come i consiglieri americani hanno aiutato Eltsin a vincere”.

Sei anni dopo, il NED fornì sia i finanziamenti che le menti per un colpo di Stato di breve successo contro il presidente venezuelano Hugo Chavez.

Il NED ha speso centinaia di migliaia di dollari per far volare i leader del colpo di Stato (come Marina Corina Machado) avanti e indietro da Washington, D.C. Dopo che il colpo di Stato è stato rovesciato e il complotto è stato smascherato, i finanziamenti del NED a Machado e ai suoi alleati sono addirittura aumentati, e l'organizzazione ha continuato a finanziare lei e le sue organizzazioni politiche.

Il NED avrebbe avuto più fortuna in Ucraina, svolgendo un ruolo chiave nella rivoluzione di Maidan del 2014 che ha rovesciato il presidente Viktor Yanukovich e lo ha sostituito con un successore filo-statunitense. La vicenda di Maidan ha seguito una formula collaudata, con un gran numero di persone scese in piazza per protestare e un nucleo duro di paramilitari addestrati che hanno compiuto atti di violenza volti a destabilizzare il governo e provocare una risposta militare.

L'assistente segretario di Stato per gli affari europei ed eurasiatici (e futura membro del consiglio di amministrazione del NED) Victoria Nuland volò a Kiev per segnalare il pieno sostegno del governo statunitense al movimento per cacciare Yanukovich, distribuendo persino biscotti ai manifestanti nella piazza principale della città. Una telefonata trapelata ha rivelato che il nuovo primo ministro ucraino, Arseniy Yatsenyuk, era stato scelto direttamente dalla Nuland. “Yats è l'uomo giusto”, si sente dire all'ambasciatore statunitense in Ucraina, Geoffrey Pyatt, citando la sua esperienza e la sua cordialità con Washington come fattori chiave. La rivoluzione di Maidan del 2014 e le sue conseguenze avrebbero portato all'invasione russa dell'Ucraina otto anni dopo.

Proprio al confine con la Bielorussia, il NED ha pianificato azioni simili per rovesciare il presidente Alexander Lukashenko. Al momento del tentativo (2020-2021), il NED stava portando avanti 40 progetti attivi all'interno del Paese.

In una chiamata Zoom infiltrata e registrata di nascosto dagli attivisti, Nina Ognianova, responsabile senior del programma europeo del NED, si è vantata che i gruppi che guidavano le manifestazioni nazionali contro Lukashenko erano stati addestrati dalla sua organizzazione. “Non pensiamo che questo movimento così impressionante e stimolante sia nato dal nulla, che sia semplicemente successo dall'oggi al domani”, ha detto, sottolineando che il NED aveva dato un “contributo significativo” alle proteste.

Nella stessa chiamata, il presidente del NED Gershman ha osservato che “sosteniamo moltissimi gruppi e abbiamo un programma molto, molto attivo in tutto il Paese, e molti dei gruppi hanno ovviamente i loro partner in esilio”, vantandosi che il governo bielorusso era impotente nel fermarli. "Non siamo come Freedom House o NDI [National Democratic Institute] e IRI [International Republican Institute]; non abbiamo uffici. Quindi, se non siamo lì, non possono cacciarci", ha detto, paragonando il NED ad altre organizzazioni statunitensi che promuovono il cambio di regime.

Il tentativo di rivoluzione colorata non ha avuto successo, tuttavia, poiché i manifestanti hanno incontrato grandi contro-manifestazioni e Lukashenko rimane al potere ancora oggi. Le azioni del NED sono state un fattore chiave nella decisione di Lukashenko di abbandonare i suoi rapporti con l'Occidente e di alleare la Bielorussia con la Russia.

Pochi mesi dopo il fallimento in Bielorussia, il NED ha fomentato un altro tentativo di cambio di regime, questa volta a Cuba. L'agenzia ha speso milioni di dollari per infiltrarsi e comprare artisti musicali compiacenti, soprattutto nella comunità hip hop, nel tentativo di rivoltare la cultura popolare locale contro la sua rivoluzione. Guidati dai rapper cubani, gli Stati Uniti hanno cercato di mobilitare la popolazione nelle strade, inondando i social media con appelli di celebrità e politici per rovesciare il governo. Tuttavia, ciò non si è tradotto in un intervento concreto e il fiasco è stato liquidato sarcasticamente come la “Baia dei Tweet” degli Stati Uniti.

Molti dei movimenti di protesta più visibili in tutto il mondo sono stati silenziosamente orchestrati dal NED. Tra questi vi sono le proteste di Hong Kong del 2019-2020, in cui l'agenzia ha convogliato milioni di dollari ai leader del movimento per mantenere la gente in piazza il più a lungo possibile. Il NED continua a collaborare con i gruppi separatisti uiguri e tibetani, nella speranza di destabilizzare la Cina. Altri progetti noti di ingerenza del NED includono l'interferenza nelle elezioni in Francia, Panama, Costa Rica, Nicaragua e Polonia.

È proprio per questi motivi, quindi, che accettare finanziamenti dal NED dovrebbe essere impensabile per qualsiasi ONG o organizzazione per i diritti umani seria, poiché molte di quelle che lo hanno fatto sono state gruppi di facciata per il potere americano e operazioni clandestine di cambio di regime. È anche il motivo per cui il pubblico dovrebbe essere estremamente diffidente nei confronti di qualsiasi affermazione fatta da organizzazioni sul libro paga di un'organizzazione di copertura della CIA, specialmente quelle che tentano di nascondere questo fatto. Anche i giornalisti hanno il dovere di esaminare attentamente qualsiasi dichiarazione fatta da questi gruppi e di informare i loro lettori e telespettatori sui loro intrinseci conflitti di interesse.

 

Obiettivo Iran

Oltre a finanziare le tre ONG per i diritti umani con sede negli Stati Uniti qui descritte, il NED sta conducendo una miriade di operazioni che prendono di mira la Repubblica islamica. Secondo il suo elenco delle sovvenzioni per il 2025, attualmente ci sono 18 progetti NED attivi per l'Iran, anche se l'agenzia non divulga nessuno dei gruppi con cui sta lavorando.

Si rifiuta inoltre di divulgare dettagli concreti su questi progetti, al di là di descrizioni piuttosto vaghe che includono:

“Potenziare” una rete di “attivisti in prima linea ed esiliati” all'interno dell'Iran;
“Promuovere il giornalismo indipendente” e “Creare piattaforme mediatiche per influenzare l'opinione pubblica”;
“Monitorare e promuovere i diritti umani”;
“Promuovere la libertà di Internet”;
“Formare leader studenteschi all'interno dell'Iran”;
“Promuovere l'analisi politica, il dibattito e le azioni collettive sulla democrazia”; e
“Promuovere la collaborazione tra la società civile iraniana e gli attivisti politici su una visione democratica e sensibilizzare la comunità legale sui diritti civili, l'organizzazione faciliterà il dibattito sui modelli di transizione dall'autoritarismo alla democrazia”.

Leggendo tra le righe, il NED sta cercando di costruire una vasta rete di media, ONG, attivisti, intellettuali, leader studenteschi e politici che canteranno tutti dallo stesso spartito, quello della “transizione” dall'‘autoritarismo’ (cioè l'attuale sistema di governo) alla “democrazia” (cioè un governo scelto dagli Stati Uniti). In altre parole: un cambio di regime.

L'Iran, ovviamente, è nel mirino degli Stati Uniti sin dalla destituzione dello scià Mohammad Reza Pahlavi durante la rivoluzione islamica del 1978-79. Lo stesso Pahlavi era stato mantenuto al potere dalla CIA, che aveva orchestrato un colpo di Stato contro il governo democraticamente eletto di Mohammad Mossadegh (1952-53). Mossadegh, un riformatore liberale laico, aveva fatto infuriare Washington nazionalizzando l'industria petrolifera del Paese, attuando una riforma agraria e rifiutandosi di schiacciare il partito comunista Tudeh.

La CIA (l'organizzazione madre del NED) si infiltrò nei media iraniani, pagandoli per diffondere contenuti isterici contro Mossadegh, compì attacchi terroristici all'interno dell'Iran, corruppe funzionari affinché si rivoltassero contro il presidente, coltivò legami con elementi reazionari all'interno dell'esercito e pagò manifestanti affinché invadessero le strade durante le manifestazioni contro Mossadegh.

Lo scià regnò per 26 sanguinosi anni, dal 1953 al 1979, fino a quando fu rovesciato dalla rivoluzione islamica.

Gli Stati Uniti hanno sostenuto l'Iraq di Saddam Hussein, che ha invaso l'Iran quasi immediatamente, provocando un conflitto aspro durato otto anni che ha causato la morte di almeno mezzo milione di persone. Washington ha fornito a Hussein una vasta gamma di armi, compresi componenti per armi chimiche utilizzate contro gli iraniani, nonché altre armi di distruzione di massa.

Dal 1979, l'Iran è anche soggetto a restrittive sanzioni economiche americane, misure che hanno gravemente ostacolato lo sviluppo del Paese. Durante il suo primo mandato, Trump si è ritirato dall'accordo nucleare con l'Iran e ha aumentato la pressione economica. Il risultato è stato il crollo del valore del rial iraniano, la disoccupazione di massa, l'aumento vertiginoso degli affitti e il raddoppio del prezzo dei generi alimentari. La gente comune ha perso sia i propri risparmi che la propria sicurezza a lungo termine.

Durante tutto questo periodo, Trump ha costantemente minacciato l'Iran di un attacco, che alla fine ha portato a termine a giugno, bombardando una serie di progetti infrastrutturali all'interno del Paese.

 

Una protesta legittima?

Le attuali manifestazioni sono iniziate il 28 dicembre come protesta contro l'aumento dei prezzi. Tuttavia, si sono rapidamente trasformate in qualcosa di molto più grande, con migliaia di persone che chiedevano il rovesciamento del governo e persino il ripristino della monarchia sotto il figlio dello scià, il principe ereditario Reza Pahlavi.

Sono state rapidamente sostenute e amplificate dagli Stati Uniti e dalla sicurezza nazionale israeliana. “Il regime iraniano è in difficoltà”, ha annunciato Pompeo. “Buon anno a tutti gli iraniani in piazza. E anche a tutti gli agenti del Mossad che camminano al loro fianco...”, ha aggiunto. I media israeliani stanno apertamente riferendo che “elementi stranieri” (cioè israeliani) stanno “armando i manifestanti in Iran con armi da fuoco, e questo è il motivo delle centinaia di morti tra le persone fedeli al regime”.

I servizi segreti israeliani hanno confermato l'affermazione non proprio criptica di Pompeo. “Scendete tutti in strada. È giunto il momento”, hanno istruito gli iraniani gli account social ufficiali dell'agenzia di spionaggio: “Siamo con voi. Non solo a distanza e a parole. Siamo con voi sul campo”.

Trump ha fatto eco a queste parole. "PRENDETE IL CONTROLLO DELLE VOSTRE ISTITUZIONI!!! Salvate i nomi degli assassini e dei maltrattatori. Pagheranno un prezzo molto alto», ha urlato, aggiungendo che «gli aiuti americani stanno arrivando».

Qualsiasi dibattito sul significato di «aiuti americani» è terminato lunedì, quando Trump ha dichiarato che «se l'Iran spara [sic] e uccide violentemente i manifestanti pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti d'America verranno in loro soccorso... Siamo pronti a intervenire». Ha anche tentato di imporre un blocco economico totale, annunciando che qualsiasi paese che commercia con Teheran dovrà affrontare un dazio aggiuntivo del 25%.

Tutto questo, aggiunto alla crescente violenza delle proteste, rende molto più difficile per gli iraniani esprimersi politicamente. Quella che era iniziata come una manifestazione contro il costo della vita si è trasformata in un enorme movimento apertamente insurrezionale, sostenuto e fomentato dagli Stati Uniti e da Israele. Gli iraniani, ovviamente, hanno tutto il diritto di protestare, ma una serie di fattori ha sollevato la possibilità molto concreta che gran parte del movimento antigovernativo sia un tentativo inorganico, orchestrato dagli Stati Uniti, di cambiare il regime. Mentre gli iraniani possono discutere su come desiderano esprimersi e che tipo di governo vogliono, ciò che è indiscutibile è che molti dei think tank e delle ONG chiamati a fornire presunte prove e commenti esperti su queste proteste sono strumenti del National Endowment for Democracy.

Foto in primo piano | In questa foto ottenuta dall'Associated Press, alcuni iraniani partecipano a una protesta antigovernativa a Teheran, in Iran, il 9 gennaio 2026. Foto | UGC via AP

Alan MacLeod è Senior Staff Writer per MintPress News. Ha completato il suo dottorato di ricerca nel 2017 e da allora ha scritto due libri acclamati: Bad News From Venezuela:

Twenty Years of Fake News and Misreporting e Propaganda in the Information Age: Still Manufacturing Consent, oltre a una serie di articoli accademici. Ha anche collaborato con FAIR.org, The Guardian, Salon, The Grayzone, Jacobin Magazine e Common Dreams. Seguite Alan su Twitter per ulteriori informazioni sul suo lavoro e sui suoi commenti: @AlanRMacLeod.

 

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Gaza – La finzione della “Fase Due”


di Tawfiq Al Ghussein e Rania Hammad*

15 gennaio 2026

 

L’affermazione secondo cui Gaza si starebbe avvicinando a una cosiddetta “Fase Due” è divenuta una delle principali finzioni diplomatiche della guerra (di genocidio) in corso. 

La cosiddetta seconda fase spesso citata nei media e rafforzata da una comunicazione mediatica, ha ben poco a che vedere con le condizioni reali sul terreno. 

Lo storico israeliano Ilan Pappe, scrive “Gli ultimi due anni non sono state una guerra, ma un Genocidio e l’intenzione principale, ovvero quella di ridurre le dimensioni della Striscia di Gaza sia territorialmente che demograficamente, permea le attuali azioni militari incrementali e discrete che hanno gia’ causato la morte di centinaia di palestinesi dalla dichiarazione del cessate il fuoco. Israele ha annesso parte della Striscia…..il Ministro Katz ha dichiarato l’intenzione di costruire insediamenti ebraici e basi militari nella parte settentrionale della Striscia”.

La Fase Due infatti, non è per nulla in ritardo, né bloccata, né in attesa di un allineamento politico. Essa funziona come un meccanismo di distrazione piuttosto che come fase o quadro operativo. Ciò che esiste nella realtà è la prosecuzione della gestione del controllo israeliano, riformulata attraverso il linguaggio del cessate il fuoco, della stabilizzazione e della ricostruzione, al fine di attenuare l’opinione pubblica, e sviare dalla responsabilità giuridica. 

Il quadro entro cui opera questo linguaggio, è l’accordo di cessate il fuoco raggiunto nell’ottobre 2025. 

Tale accordo ha formalmente introdotto una struttura per fasi, comprendente una iniziale “Fase Uno”, seguita da una prospettata “Fase Due” che avrebbe dovuto segnare una transizione oltre le ostilità attive. Nella pratica, tuttavia, neppure la Fase Uno ha mai funzionato come un cessate il fuoco. Le operazioni militari israeliane, il radicamento territoriale e l’uccisione di civili sono proseguiti senza interruzione, rendendo l’accordo carta straccia. 

La Fase Due non è stata quindi ostacolata dalla diplomazia, ma resa concettualmente superflua dalla sistematica mancata attuazione della Fase Uno.

Elemento decisivo è l’assenza di una data fissa o universalmente concordata per l’avvio della Fase Due. Esistono piuttosto aspettative, dichiarazioni diplomatiche e tempistiche ipotetiche circolanti nei negoziati, ma non un meccanismo vincolante o una tabella di marcia applicabile. 

La pianificazione diplomatica statunitense aveva suggerito che una dichiarazione formale di transizione potesse avvenire entro la fine del 2025, subordinatamente al soddisfacimento di determinate condizioni. Tuttavia, controversie irrisolte sulla governance, sugli assetti di sicurezza e sul futuro status politico di Gaza hanno ripetutamente rinviato anche questo orizzonte provvisorio. 

L’assenza di una data concreta riflette dunque non un ritardo tecnico, bensì un piano politico in atto. 

La Fase Uno ha comunque consentito a Israele di raggiungere i propri obiettivi strategici immediati, mostrandosi forti e astuti avendo ottenuto il rilascio degli ostaggi. Cosa che ha ridotto la pressione diplomatica e fatto calare l’attenzione internazionale. 
Inoltre, ha poi moderato l’intensità della violenza, modulata e non interrotta, proprio con lo scopo di proseguire il genocidio sotto altre forme. 

Da quel momento in poi, Israele non aveva né incentivo né intenzione di procedere verso una seconda fase. 

Qualsiasi transizione reale avrebbe richiesto il ritiro, il ripristino del ruolo politico palestinese, la responsabilità per le violazioni del diritto internazionale e la fine dell’impunità strutturale. Nessuno di questi esiti era compatibile con la politica israeliana, né è stato imposto dalla comunita’ internazionale. 

Israele esercita oggi un controllo diretto su oltre la metà del territorio di Gaza, ampliando progressivamente la propria impronta e questo sotto la cornice del “cessate il fuoco”.

Questo momento storico infatti, ricorda molto il “processo di pace” e gli accordi di Oslo del 1993-1995. Sotto falso slogan della pace, gli insediamenti ebraici illegali si espandevano in tutta la Cisgiordania e a Gerusalemme Est, nei territori palestinesi occupati. 

Immagini satellitari e analisi indipendenti, indicano che dal cessate il fuoco, Israele ha costruito almeno tredici nuovi avamposti militari all’interno di Gaza, in particolare lungo la “linea gialla”, l’area orientale di Khan Younis e le zone adiacenti al confine israeliano. Tali installazioni segnalano il passaggio dall’occupazione temporanea alla permanenza infrastrutturale e al controllo permanente.

In parallelo, nella Cisgiordania occupata, il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato l’istituzione di diciannove nuovi insediamenti l’11 dicembre 2025, portando a sessantanove il numero totale di nuovi insediamenti autorizzati dall’attuale governo negli ultimi tre anni, con un incremento di quasi il cinquanta per cento rispetto al 2022. 

Decisioni precedenti, nel maggio 2025, che autorizzavano ventidue nuovi insediamenti, sono state ampiamente condannate come la più grande espansione degli ultimi decenni. Nel loro insieme, queste misure consolidano la frammentazione territoriale, interrompono la continuità palestinese e precludono qualsiasi prospettiva realistica di vita politica palestinese sovrana. 

Esse equivalgono a una annessione di fatto di territori sia a Gaza sia in Cisgiordania.

L’accesso umanitario rimane sistematicamente limitato, in violazione diretta delle misure provvisorie vincolanti emesse dalla Corte Internazionale di Giustizia. Tali restrizioni, dimostrano una  privazione deliberata. Le autorità israeliane hanno bloccato l’ingresso di abitazioni mobili e rifugi temporanei necessari a una popolazione sfollata esposta alle condizioni invernali, ostacolato l’importazione di medicinali essenziali, attrezzature mediche e cibo nutriente, e impedito la consegna di forniture sanitarie per bambini, anziani e persone affette da patologie croniche.

La violenza riflette un evidente modello di distruzione e sterminio della popolazione palestinese e di consolidamento territoriale.

Questa architettura di controllo permanente è esplicitamente articolata dai leader politici israeliani esponenti della coalizione di governo che hanno respinto l’idea di una qualsiasi forma di sovranità palestinese e dichiarando che non vi sarà mai alcuno Stato palestinese. 

Gaza e la Cisgiordania sono inquadrati in termini coloniali e teologici, e la “redenzione della terra” evocata come obiettivo politico, che tratta la presenza palestinese come un ostacolo da eliminare. Normalizzando un genocidio. 

Come ha osservato la Corte Internazionale di Giustizia in altri contesti di atrocità di massa, l’erosione della responsabilità non può essere separata dall’erosione del diritto stesso. Dove non vi sono conseguenze per i crimini più gravi, il diritto cessa di funzionare come limite al potere. Consentire a uno Stato potente di eludere la responsabilità per atti che possono configurare genocidio significa rendere il diritto internazionale insignificante e sacrificabile. 

Ma questo sarebbe tragico per tutti noi. E molto pericoloso. 

*Autori

Tawfiq Al?Ghussein è scrittore e analista politico, specializzato in Palestina, diritto internazionale ed economia politica del Medio Oriente.

Rania Hammad è scrittrice e attivista, specializzata in storia e politica della Palestina, relazioni internazionali e diritti umani.

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Chile declares catastrophe as wildfires rage and kill at least 18

Wildfires raging across central and southern Chile on Sunday left at least 18 people dead, scorched thousands of acres of forest and destroyed hundreds of homes, authorities said, as the South American country sweltered under a heatwave. Chilean President Gabriel Boric declared a state of catastrophe in the country’s central Biobio region and the neighbouring Nuble region, around 500km (300 miles) south of Santiago, the capital. The emergency designation allows the suspension of constitutional...

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Chile declares catastrophe as wildfires rage and kill at least 18

Wildfires raging across central and southern Chile on Sunday left at least 18 people dead, scorched thousands of acres of forest and destroyed hundreds of homes, authorities said, as the South American country sweltered under a heatwave. Chilean President Gabriel Boric declared a state of catastrophe in the country’s central Biobio region and the neighbouring Nuble region, around 500km (300 miles) south of Santiago, the capital. The emergency designation allows the suspension of constitutional...

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Andrea Zhok - Sul (demenziale) parallelo tra Palestina e Iran

 

di Andrea Zhok*

 

Chiedo venia, ma continua a venire fuori questo demenziale parallelismo tra Palestina e Iran, come se chi ha protestato per il genocidio di Gaza dovesse per coerenza protestare contro la repressione della rivolta armata nelle città iraniane.

Inizialmente pensavo fosse qualche episodico minus habens a sostenere questa tesi, ma non bisogna mai eccedere in fiducia nella specie umana: questo "ragionamento" continua ad essere ripetuto e ripreso.

Bene, siccome si chiama in causa la necessità di coerenza e il parallelismo tra le due situazioni, segnalo quattro cose.

 

1) Chi chiede la sovranità dei palestinesi sulla Palestina, deve chiedere coerentemente la sovranità degli iraniani sull'Iran, senza interventi militari esterni, questo è coerente con il principio di autodeterminazione dei popoli. Chi lo respinge aderisce ad una forma di suprematismo coloniale, per cui la civiltà deve essere importata dall'esterno con le armi.

 

2) L'attacco di Hamas del 7 ottobre non era un attacco a uno stato straniero, ma un attacco a una forza coloniale insediata su territori occupati militarmente e che Israele non ha alcun diritto a rivendicare come propri. E questo non per mia opinione, ma a termini di legge e sulla base delle risoluzioni dell'ONU.

 

3) La risposta israeliana già il 9 ottobre, 2 giorni dopo, aveva cacciato ogni residuo elemento di Hamas coinvolto nell'attacco. Da quel momento in poi l'IDF ha proseguito nel massacro in aree civili, radendo al suolo la striscia di Gaza, uccidendo, secondo le stime più restrittive, almeno 56.000 palestinesi, di cui circa 20.000 minorenni. Questo massacro è durato con cadenza quotidiana per 24 mesi (e in tono minore anche dopo). 

- La risposta del governo iraniano alla rivolta armata sul proprio territorio è durata il tempo della rivolta stessa. Secondo il Dipartimento della Difesa americano 800 rivoltosi catturati, che si riteneva fossero passati per le armi, sono ancora nelle carceri iraniane in attesa di processo.

 

4) La risposta pubblica ai massacri israeliani ha cominciato ad albeggiare timidamente in Europa non prima di 6 mesi dal 7 ottobre, quando sono comparse le prime manifestazioni significative. Per avere una risposta massiva, in cui prendessero la parola anche testate giornalistiche importanti e qualche carica istituzionale si è dovuto attendere un anno e mezzo di massacri in mondovisione. 

- La risposta pubblica a quanto succedeva in Iran è arrivata istantaneamente - ben prima di capire cosa esattamente stesse succedendo - con immediate vibranti denunce di massacri inenarrabili di manifestanti pacifici. Si è negato per giorni che i "manifestanti pacifici" fossero armati di tutto punto, sparassero sulle forze di sicurezza, bruciassero moschee, biblioteche, automobili, caseggiati. Tuttavia, in quasi totale assenza di informazioni, dopo poche ore la rete era inondata di numeri lunari delle "vittime del regime" (ha girato subito e continua ancora a girare la sparata, destituita di ogni fondamento, dei 12.000 manifestanti uccisi, laddove ora si parla di 3.000 vittime complessive, tra manifestanti, infiltrati, forze dell'ordine e civili accidentalmente colpiti.)

 

Ecco, se ancora non capite: 

a) che le due circostanze sono incomparabili; 

b) che l'opinione pubblica nei due casi è stata manipolata e strumentalizzata in direzioni opposte, fornendogli dati falsi e chiavi di lettura faziose (in comune c'è solo una cosa: sono state letture gradite a Israele); 

c) che, eventualmente, coerenza vorrebbe di sostenere l'autodeterminazione dei palestinesi come degli iraniani;

se ancora non lo avete capito, allora NON VOLETE capirlo, e si tratta non più di ignoranza ma di malafede.

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Death toll hits 39 in Spain high-speed rail disaster as more bodies recovered

Spanish police said on Monday that at least 39 people are confirmed dead in a high-speed train collision the previous night in the south of the country. Efforts to recover the bodies are continuing and the death toll is likely to rise. Some bodies were found hundreds of meters from the crash site, Andalusia regional president Juanma Moreno said. The crash occurred Sunday at 7.45pm when the tail end of a train carrying 289 passengers on the route from Malaga to the capital, Madrid, went off the...

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How Trump’s Venezuela strike humiliated Russia and worried China

US President Donald Trump’s actions in Venezuela and the kidnapping of the country’s president, Nicolas Maduro, have put Russia and China – widely considered two of Caracas’ most important international partners – in a difficult position. If they do not significantly reduce ties with the Latin American nation, they risk Washington’s retaliation. But who has more to lose, Moscow or Beijing? Unlike previous American leaders, Trump has not made any pretence about protecting democracy and human...

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How Trump’s Venezuela strike humiliated Russia and worried China

US President Donald Trump’s actions in Venezuela and the kidnapping of the country’s president, Nicolas Maduro, have put Russia and China – widely considered two of Caracas’ most important international partners – in a difficult position. If they do not significantly reduce ties with the Latin American nation, they risk Washington’s retaliation. But who has more to lose, Moscow or Beijing? Unlike previous American leaders, Trump has not made any pretence about protecting democracy and human...

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How Trump’s Venezuela strike humiliated Russia and worried China

US President Donald Trump’s actions in Venezuela and the kidnapping of the country’s president, Nicolas Maduro, have put Russia and China – widely considered two of Caracas’ most important international partners – in a difficult position. If they do not significantly reduce ties with the Latin American nation, they risk Washington’s retaliation. But who has more to lose, Moscow or Beijing? Unlike previous American leaders, Trump has not made any pretence about protecting democracy and human...

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Uomo investito da treno alla stazione di Firenze Campo di Marte: circolazione rallentata, ritardi di 60 minuti

Un uomo è stato investito da un treno nella stazione di Firenze Campo di Marte dopo le 19 al binario 3. Secondo quanto appreso, si tratta di un gesto autonomo, di un tentato suicidio. Sul posto è intervenuta la Polfer per gli accertamenti di polizia giudiziaria. L’incidente ha provocato ritardi per molti convogli nel nodo di Firenze, in particolare sulla linea Firenze-Roma e sulle lunghe percorrenze Roma-Milano.

“La circolazione permane fortemente rallentata per accertamenti dell’Autorità Giudiziaria a seguito dell’investimento non mortale di una persona a Firenze Campo Marte”, si legge sul di Trenitalia. Il treno coinvolto è un Frecciarossa partito da Napoli e diretto a Gorizia. “I treni Alta Velocità e Intercity, alcuni dei quali instradati sulla linea convenzionale, e Regionali possono registrare un maggior tempo di percorrenza fino a 60 minuti“, scrive ancora Trenitalia.

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Le tendenze moda uomo per l’autunno-inverno 2026: dalle scarpe alla valigia che si apre con l’impronta digitale, tutte le novità viste a Pitti e Milano

Finora gennaio è stata la terza punta di un triangolo che vede la moda maschile e l’Italia come gli altri due vertici: tra la 109esima edizione di Pitti Uomo e la Milano Fashion Week, la nostra Penisola ha svolto il ruolo di palcoscenico per la moda maschile mondiale cercando di aprire e mantenere i ponti con l’estero e sostenere il mercato italiano. Nelle giornate tra fiera, sfilate ed eventi divisi tra Firenze e Milano assieme al menswear è da notare anche tutto il settore degli accessori e della pelletteria, proprio quest’ultimo l’unico segmento italiano in crescita con un +5,6% nel 2024 rispetto all’anno precedente. Tra scarpe, sciarpe e accessori da viaggio, vediamo quali sono stati i brand che hanno partecipato alle kermesse di moda maschile, tra storici nomi italiani e proposte provenienti da tutto il mondo.

Partiamo da uno dei prodotti di punta della pelletteria in generale, quello delle calzature, accessorio su cui è importante l’innovazione tecnica tanto quanto il mantenimento di strutture e forme tradizionali. Fratelli Rossetti, marchio meneghino fondato negli anni Sessanta, ricerca proprio il connubio tra silhouette classiche e sperimentazione costruttiva con la loro autunno-inverno 26/27 presentata nella cornice di casa della Milano Fashion Week: il brand accende i riflettori principalmente sul loro tradizionale mocassino Brera, che vede la rivisitazione grazie a macro cuciture a contrasto su tutta la tomaia, restituendo un pattern geometrico simil trapuntato. Anche l’altra nuova variante Brera Cut non è solo estetica, ma una sfida alla costruzione della scarpa, scomponendo la tomaia rivelando diverse possibilità in fatto di accostamento di colori.

Sceglie il palcoscenico della settimana della moda milanese anche Santoni, marchio di calzature marchigiano, presentando la autunno-inverno Aurora: ispirata alla luce che precede le albe invernali, la collezione prende forma su modelli sia tradizionali che sportivi del brand come lo stivaletto Carlo, il Chelsea Easy Nova e la sneaker Easy Bounce Mountain. Focus della collezione sulla Velatura, tecnica di colorazione a mano realizzata applicando strati su strati di colore ottenendo variazioni sottili su tonalità invernali come marrone, rosso, verde e arancione.

Anche Doucal’s, brand di calzature nato nel 1973 da Mario Giannini, italiano ma molto influenzato dalla cultura dell’abbigliamento anglosassone, attinge alle atmosfere invernali per la sua nuova collezione. La collezione autunno-inverno 26/27 dal nome Gentle Winter si fonda non solo sull’estetica ma anche sull’atmosfera di calore dei mesi più freddi: colori e forme rassicuranti per trasmettere comfort in ogni forma e per ogni occasione. La mission del brand sia dalle sue origini è tenere ben saldo il rispetto per il know-how e per le forme tradizionali senza mai far mancare l’innovazione, valore che l’ha portato ad essere presente in ogni angolo del mondo.

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Portabandiera della tradizione calzaturiera in Italia anche Antica Cuoieria, nato ufficialmente nel 2018 ma che affonda le sue origini fino al 1945 nel Calzaturificio Soldini di Arezzo. La loro fall-winter 26/27 presentata a Pitti Uomo si concentra sul mantenere la tradizione attraverso materiali e tendenze attuali: focus principale della collezione sono i mocassini, tra variazioni di forme classiche e altre più importanti, tutti realizzati con pellami e materiali in grado di garantire comfort. Rimaniamo nel regime delle scarpe sportive con Guardiani, marchio di calzature che a Pitti Uomo porta la sua nuova autunno-inverno grazie alla acquisizione da parte di Bi&Do, azienda italiana che cura il processo di creazione dal design al brand management. La collezione vede la sneaker come protagonista, realizzata con materiali come pelle e suede in colorazioni calde e profonde come l’antracite, il blu navy e il burgundy.

Con un’anima atletica sin dalla sua nascita a Padova nel 1920 anche Valsport, imponendosi da subito come marchio di articoli e scarpe sportive raggiungendo poi gli apici di produzione e status negli anni Sessanta e Settanta, quando le loro scarpe verranno indossate dai più grandi campioni dell’atletica, calcio, ciclismo e Formula Uno. Per la autunno-inverno 26-27 Valsport ripropone i loro modelli sportivi iconici come la Davis e la Olimpia per il lifestyle sia maschile che femminile, accostando materiali più tradizionali a ad altri più tecnici come il nylon, non tralasciando lavorazioni come pelli invecchiate a mano.

Oltre ai nomi italiani, il nostro paese è diventato la vetrina delle nuove autunno-inverno 26/27 per brand di calzature provenienti da tutti i continenti: In occasione di Pitti Uomo 2026, il brand statunitense di calzature Sebago spegne ottanta candeline dalla sua fondazione, cercando con la collezione autunno-inverno 26/27 di espandere il proprio universo con un abbigliamento ispirato al mondo preppy ma anche alla natura, dalla pesca ai paesaggi rurali “western” degli USA. Il loro settore di punta rimane però il footwear, costituito da conferme iconiche del brand come i mocassini e le scarpe da barca ma ampliato anche da stivali texani, in pelli e costruzioni fatte per durare.

Viaggiando dal “far west” all’estremo oriente, Flower Mountain, brand di sneakers fondato a quattro mani nel 2015 dal giapponese Keisuke Ota e dal pechinese Yang Chao, fonde lo spirito urban con gli utilizzi in natura. L’ultima linea di sneakers del brand presentata a Pitti Uomo espande la loro proposta con nuovi modelli e materiali, come le nuove Sanchia e Ranya pensate per il contesto urbano e la Asuka 3 dal look più vintage. I materiali utilizzati spaziano dai più invernali come lana e tartan fino a quelli dedicati alla capsule “Harmony of Traditions”, cotoni, tele e ricami tipici della tradizione giapponese

Anche il marchio danese Ecco, nato dalla coppia marito-moglie Karl e Birte Toosbuy nel 1963, ha portato a Pitti Uomo le novità in fatto di calzature: ispirata al concetto di “rewilding, la riscoperta della connessione tra uomo e ambiente, diventano protagonisti per l’uomo modelli ispirati ai paesaggi artici grazie a colori come il marrone, il viola e il teal, mentre per la donna il brand si è ispirato al lavoro della pittrice danese Mie Olise Kjærgaard. Oltre al ritorno dei modelli classici di Ecco come la Walker e la Joke, è stata presentata al Pitti anche la collaborazione con lo stilista Craig Green e il brand giapponese White Mountaineering.

Se si parla di pelletteria è impossibile non citare anche gli accessori da viaggio, rappresentati a Pitti Uomo dal brand italiano Piquadro, forte della sua esperienza nel settore con un approccio orientato al design, alla funzionalità e alla sostenibilità dei suoi prodotti tra cui il pellame certificato come sostenibile in ogni passaggio della filiera e i tessuti interamente riciclati. La collezione autunno-inverno 26/27 di Piquadro mette la tecnica e la ricerca al servizio dell’esperienza d’uso e all’identità specifica dei singoli prodotti: la linea PQLM con focus sui diversi utilizzi grazie alla modularità così come la linea Rover pensata per gli utilizzi urbani. Ancora la linea Corner arricchita oltre che nella gamma colori anche nelle funzioni con una tasca riscaldante e cavo di ricarica integrato e la linea Sync, che utilizza l’impronta digitale del proprietario come sistema di sicurezza.

Per gli accessori non sono mancate nemmeno sciarpe, stole e foulard, in particolare quelle di Faliero Sarti, brand che affonda le sue radici nell’omonimo lanificio fondato da nel 1949. Si tratta di un vero punto di riferimento per grandissimi stilisti, da Giorgio Armani a Vivienne Westwood, che si affidava per la sua comunicazione a fotografi del calibro di Steven Meisel. Oggi alla sua terza generazione la linea Accessorio è sotto la guida della nipote del fondatore Monica, che con la autunno-inverno 26/27 rilancia tessuti stampati provenienti dall’archivio del lanificio, arricchisce la proposta con sciarpe di nuove misure e tessuti – modal lana seta -, mentre la palette stagionale si tinge di colori caldi tra vinaccia, terra e blu profondo. Proseguono anche le collaborazioni del marchio come quella con l’artista Paolo Fiumi e i suoi skyline delle città o con il brand di calzature Taji Shoes tramite una capsule di sabot in tessuti d’archivio.

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Abuso di alcolici, ventenne fuori dal The Cage in ospedale

Livorno, 18 gennaio 2026 – Paura nella notte di sabato per una ventenne che si è sentita male a causa dell’abuso di alcolici. La ragazza, che stando a quanto riportato secondo le prime testimonianze avrebbe subito un grave malore, è stata soccorsa alle 2 e 45 fuori dal locale The Cage e trasportata al Pronto Soccorso in codice giallo.

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Sardegna, 53enne accoltellato e dato alle fiamme in un parco a Carbonia: si cerca il killer

Erano intervenuti dopo essere stati chiamati per spegnere un incendio nel Parco Rosmarino di Carbonia, in Sardegna. Non immaginavano che sotto al rogo di sterpaglie si nascondesse un cadavere. Proprio in questo modo, invece, i vigili del fuoco scoperto il corpo di Giovanni Musu, disoccupato 53enne, con alcuni precedenti penali. Le fiamme avevano raggiunto il cadavere alle gambe. Secondo quanto emerso finora, Musu sarebbe stato colpito ripetutamente con un’arma da taglio: una delle ferite, inferta alla gola, potrebbe essere stata mortale. Musu è stato ritrovato sanguinante e con le gambe avvolte dalle fiamme. L’incendio sarebbe un tentativo di cancellare le tracce.

Erano le 4 del mattino. Sul posto sono arrivati i carabinieri della Compagnia di Carbonia insieme al nucleo investigativo di Cagliari e poi anche il Ris. A coordinare le indagini il pm della procura del capoluogo sardo Danilo Tronci. La zona del ritrovamento è stata delimitata e sul corpo del 53enne è stato eseguito un primo esame dal medico legale, in attesa della dell’autopsia, disposta dallo stesso pm.

L’indagine si muove negli ambienti dello spaccio e del consumo di droga. Gli investigatori stanno cercando di ricostruire gli ultimi mesi di vita dell’uomo e la rete di relazioni. L’ipotesi è che il delitto possa essere maturato al termine di un litigio degenerato o come conseguenza di contrasti legati a dinamiche criminali, anche se al momento nessuna pista viene esclusa. Sono già stati ascoltati numerosi testimoni e sono scattate diverse perquisizioni. I controlli hanno riguardato l’abitazione della vittima e le case di persone ritenute potenzialmente coinvolte, nel tentativo di raccogliere elementi utili a individuare il responsabile.

Da capire se l’aggressione sia avvenuta nel parco o in un luogo esterno. Le indagini si concentrano – oltre che sui motivi dell’omicidio e sulla ricerca del colpevole – anche sul passato recente di Musu. Non si esclude una possibile assunzione di droghe prima di essere ucciso, dato il ritrovamento di alcune siringhe – che sembrerebbero confermare anche la pista legata al mondo delle sostanze stupefacenti.

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La dottrina della paura: ICE, bambini feriti e detenzione di massa

La notte del 15 gennaio, a Minneapolis, una famiglia che stava semplicemente tornando a casa si è trovata al centro di un’operazione dell’ICE. Non una retata mirata, ma un’azione indiscriminata: granate stordenti e gas lacrimogeno lanciati dentro un’auto con sei minori a bordo. Tre bambini sono finiti in ospedale, tra cui un neonato di sei mesi che ha smesso di respirare ed è stato rianimato in strada dalla madre. Nessuna minaccia, nessuna resistenza, nessun aiuto immediato da parte degli agenti federali. Questo episodio non è un’eccezione, ma il simbolo di una strategia più ampia.

A Minneapolis, come in molte altre città statunitensi, l’ICE opera sempre più come una forza di occupazione interna, con agenti armati e mascherati dispiegati nei quartieri più vulnerabili. Le proteste esplose dopo l’uccisione di Renee Nicole Good da parte di un agente dell’ICE e le successive minacce di Donald Trump di invocare la Legge di Insurrezione mostrano fino a che punto la risposta politica stia scivolando verso la militarizzazione. Sul piano nazionale, i numeri raccontano la stessa escalation.

Ad oggi circa 73.000 persone sono detenute dalle autorità migratorie statunitensi, un record storico e un aumento dell’84% rispetto al 2025. Meno della metà ha precedenti penali, ma l’amministrazione punta ad ampliare la capacità di detenzione fino a 100.000 posti, sostenuta da finanziamenti senza precedenti: centinaia di miliardi di dollari destinati a ICE e Border Patrol.

Intanto, le condizioni nei centri di detenzione allarmano le organizzazioni per i diritti umani. ACLU e Amnesty International parlano di trattamenti disumani, abusi e sovraffollamento. Il 2025 è stato l’anno più letale da decenni per chi era in custodia ICE, e il 2026 si è aperto con nuove morti. La vicenda della famiglia Jackson riassume tutto: quando lo Stato colpisce auto con neonati a bordo, la “sicurezza” diventa una dottrina della paura, e la vita umana un danno collaterale accettabile.


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Iran, Qalibaf: “Sconfitta l’aggressione militare e il terrorismo interno”

Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, ha dichiarato che Stati Uniti e Israele hanno subito “un’altra sconfitta” dopo il fallimento dei recenti disordini e attacchi terroristici in Iran. Secondo Qalibaf, le violenze degli ultimi giorni rappresentano la prosecuzione di una strategia già fallita: l’aggressione militare congiunta lanciata nel giugno 2025, che mirava a colpire le capacità strategiche iraniane, in particolare nel settore aerospaziale. Parlando a Teheran durante un incontro con il ministro degli Esteri iracheno Fuad Hussein,

Qalibaf ha accusato il governo israeliano di perseguire una politica di destabilizzazione sistematica dei Paesi musulmani, con l’obiettivo di dividerli e dominarli. Una linea, ha affermato, portata avanti da Benjamin Netanyahu con il sostegno politico e militare degli Stati Uniti e di alcune potenze europee. Secondo la leadership iraniana, l’ultima ondata di disordini avrebbe seguito uno schema preciso: colpire dall’interno attraverso il terrorismo, creare instabilità e poi aprire la strada a un’aggressione esterna.

Un piano che, sostiene Teheran, è stato sventato grazie all’intervento delle forze di sicurezza e alla tenuta del Paese. Sulla stessa linea il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che ha parlato di una responsabilità diretta di Washington e Tel Aviv nei tentativi di destabilizzazione. Da Baghdad, intanto, arriva un messaggio di convergenza: la sicurezza di Iran e Iraq, ha detto Fuad Hussein, è parte integrante della sicurezza dell’intera regione.

Un monito chiaro: arretrare oggi significa indebolire tutti domani.


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Il selvaggio west digitale sta distruggendo l’infanzia: perché i bambini dovrebbero stare lontani dai social media

    Di Anastasia Mironova, rt.com   Maleducazione, pubblicità e pedofilia. Questo è solo un breve elenco dei motivi per cui i bambini non dovrebbero usare i social media. L’elenco completo occuperebbe quasi un’intera pagina. Ho capito che le persone più sagge della Terra vivono dove vagano canguri, koala e wombat. L’Australia ha vietato ai […]

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Perde una mano a Capodanno per l’esplosione di un petardo artigianale: muore dopo 18 giorni a Vercelli

Aveva perso la mano sinistra a causa dello scoppio di un petardo artigianale durante la notte di Capodanno e da allora era ricoverato in gravissime condizioni al Sant’Andrea di Vercelli. È morto questa mattina Bruno Savoia, 43 anni. A riportare la notizia è il quotidiano La Stampa. Troppo gravi le ferite ricevute a seguito dell’esplosione del botto – autoprodotto – che lo aveva colpito anche all’addome. Sul corpo dell’uomo erano presenti diverse ustioni.

Savoia abitava a Vercelli, in via Leopardi 11. Viveva assieme alla compagna Grazia, che la notte dell’incidente ha subito raggiunto l’uomo, ferito. E che oggi denuncia: “ho chiamato l’ambulanza 18 volte, non arrivava mai”. La Notte di San Silvestro la coppia ha trascorso il veglione con degli amici. Dopo la mezzanotte, Savoia era sceso con loro nel cortile del palazzo e aveva acceso il petardo. Il rumore dell’esplosione era stato forte, tanto da aver attirato l’attenzione di tutti gli inquilini dello stabile.

Immediatamente trasportato al pronto soccorso da un’auto della compagnia, le sue condizioni erano immediatamente apparse gravi tanto che i medici non erano riusciti a ricostruire l’arto nonostante un delicato intervento chirurgico. Le indagini dei carabinieri di Vercelli intanto proseguono, ed è possibile che verrà disposta un’autopsia.

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Addio a Matteo Dinelli

Livorno, 18 gennaio 2026 – La morte di Matteo Dinelli a soli 59 anni è un lutto che sta scuotendo l’intera comunità cittadina. Matteo era conosciutissimo e apprezzato sia per la sua attività da avvocato penalista, esercitava da anni nel suo studio in Corso Amedeo, sia per la sua grande passione per il Football americano, che lo ha visto militare nella gloriosa squadra livornese degli Etruschi. Una carriera da giocatore lunga vent’anni a cui è seguita una altrettanto prestigiosa carriera da allenatore fino alla massima serie con i Guelfi di Firenze. Sui social in questi tragici momenti si stanno moltiplicando i messaggi di cordoglio.

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Yemen’s leaders meet in Saudi Arabia after defeat of UAE-backed group

Yemeni politicians met on Sunday in Saudi Arabia’s capital in their first public gathering since a southern separatist group backed by the United Arab Emirates was disbanded following weeks of clashes. The meeting in Riyadh discussed the future of southern Yemen ahead of a Saudi-sponsored conference, the dates of which have not yet been announced. The separatist demands in southern Yemen are one element in a complex civil war that has gripped the country since 2014, when Houthi rebels backed by...

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Groenlandia, perché Trump la vuole

In senso strettamente geografico l’Artico è un mare mediterraneo, poiché vi si affacciano tre interi continenti: Asia,Europa e America. Come Africa,Asia ed Europa si affacciano sul Mediterraneo in senso proprio. Ma ormai possiamo comparare i due mari anche perché mutamento climatico e tecnologia li avvicinano per intensità di scambi e percorrenze.

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Yemen’s leaders meet in Saudi Arabia after defeat of UAE-backed group

Yemeni politicians met on Sunday in Saudi Arabia’s capital in their first public gathering since a southern separatist group backed by the United Arab Emirates was disbanded following weeks of clashes. The meeting in Riyadh discussed the future of southern Yemen ahead of a Saudi-sponsored conference, the dates of which have not yet been announced. The separatist demands in southern Yemen are one element in a complex civil war that has gripped the country since 2014, when Houthi rebels backed by...

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"Los quiero de vuelta": la campagna popolare per Maduro e Flores in tutto il Venezuela

A quindici giorni dal sequestro del Presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores, perpetrato dalle forze statunitensi il 3 gennaio scorso con un vile assalto militare a Caracas, il Venezuela continua a riversarsi nelle piazze in una vasta ondata di mobilitazione popolare. Le manifestazioni, che denunciano un’aggressione militare denunciata come una violazione del diritto internazionale, hanno visto in questi giorni migliaia di persone marciare per le strade di Caracas e di altre città del paese, con un duplice obiettivo: reclamare la liberazione dei propri leader e riaffermare con forza la difesa della sovranità nazionale contro le "intenzioni interventiste" degli Stati Uniti.

L’attacco, iniziato con esecuzioni extragiudiziali e un blocco navale al largo del Venezuela, è culminato in bombardamenti su obiettivi civili e militari nella capitale e su altri obiettivi, causando la morte di soldati, civili venezuelani e soldati cubani che si occupavano della sicurezza di Maduro. Il popolo venezuelano, come ribadito nelle manifestazioni di settori come quello docente e quello contadino, rimane unito nel rendere omaggio a questi "eroi e martiri militari" e nel sostenere il governo della Presidente incaricata Delcy Rodríguez (vicepresidente di Maduro), vista come la legittima continuatrice dell’eredità del Comandante Hugo Chávez.

In questo clima di permanente mobilitazione, sabato scorso i movimenti sociali si sono riuniti davanti al Panteón Nacional di Caracas, impegnandosi con un giuramento nella difesa della pace e nella lotta per la liberazione della coppia presidenziale. A presiedere la cerimonia, il segretario dei Movimenti Sociali del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), Héctor Rodríguez, che ha lanciato un appello all’unità per stabilire una "rotta politica" e ha annunciato un’agenda intensa per i prossimi 60 giorni. Questo periodo di agitazione precede l’inizio del processo (illegale) a cui Maduro e la prima combattente saranno sottoposti in un tribunale federale di New York, dopo che hanno dichiarato di essere innocenti per tutti i capi d’accusa nella loro prima comparizione il 5 gennaio.

Intanto, la solidarietà verso i leader sequestrati assume forme commoventi e simboliche. In queste ore, le Plaza Bolívar di tutto il paese sono diventate il centro di una campagna denominata "Los quiero de vuelta". Cittadini di ogni età ed estrazione sociale affluiscono per depositare lettere piene di messaggi di affetto, speranza e sostegno. "Mostriamo al mondo l’amore infinito che sentiamo per la Ri voluzione Bolivariana", ha dichiarato il capo del governo del Distretto Capitale, Nahum Fernández, annunciando che la raccolta proseguirà per tutto il mese.

La volontà popolare è univoca e risuona forte dalle piazze di Caracas e di tutte le città del paese sudamericano. "La volontà del popolo è che il presidente Nicolás Maduro ritorni nel paese", ha affermato il sindaco di Caracas, Carmen Meléndez, sottolineando come il popolo sia determinato a restare in lotta permanente. "Ti vogliamo indietro, signor Presidente", è il grido che accomuna le migliaia di messaggi scritti, come quello della signora Yajaira Rubio dallo stato Trujillo, o della giovane Victoria Escachinga da Maturín, che assicura: "Qui c’è un popolo che continua ad amarvi".

Nonostante l’aggressione subita, il Venezuela ribadisce il suo spirito di pace e la sua indignazione per quello che viene denunciato come un assedio. La mobilitazione, nel solco dei principi della Rivoluzione Bolivariana, prosegue con la ferma intenzione di informare il mondo sulla "verità del Venezuela" e di continuare a costruire la patria, nell’attesa del ritorno del Presidente e della prima combattente in quella che viene definita, a gran voce, una terra libera e sovrana.

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Terre rare, chi tifa per dividere Usa e Ue?

Un altro motivo per cui l’Ue deve accelerare su materie prime e terre rare è che a Cina non si ferma nel suo progetto di restare monopolista mondiale. Infatti il gigante dell’acciaio Baowu riceve per la prima volta minerale di ferro dalla Guinea, tramite una spedizione dalla miniera di Simandou: un fatto che segna un passo strategico per la sicurezza energetica della Cina, ma che al contempo testimonia (una volta di più) tutta la difficoltà del vecchio continente di farsi autonomo quanto ad approvvigionamento. Anche in questo senso vanno lette le relazioni del governo Meloni in aree altamente strategiche come Corea del Sud e Taiwan, “dense” di materie prime e elementi come i semiconduttori che sono vitali per le imprese italiane.

Il più grande investimento minerario realizzato in Africa riguarda il progetto realizzato in collaborazione tra il governo guineano e il consorzio Winning Consortium Simandou, Baowu, Chinalco e Rio Tinto. Si tratta di 600 chilometri di ferrovia transguineana e nuove infrastrutture portuali che consentiranno di esportare fino a 120 milioni di tonnellate di ferro all’anno. Ma al di là del singolo progetto in questione spicca il dato, generale e geopolitico, dato dalla forte volontà di Pechino di restare in cima alla classifica mondiale: i diciassette metalli che compongono le terre rare sono di fatto nelle mani di Pechino, ovvero i lantanidi e lo scandio che possono essere utilizzati in vari ambiti industriali, tutti strategici per le economie mondiali.

Il ritardo accumulato dall’Ue, sommato ad una regolamentazione asimmetrica, è un dato oggettivo su cui si stanno concentrando le iniziative di alcuni governi come quello di Roma che hanno compreso come tale gap sia deleterio per il futuro stesso della sopravvivenza di interi comparti industriali. Non bisogna dimenticare, infatti, che un caccia F-35 contiene centinaia di chili di terre rare e al contempo missili, radar, satelliti e sistemi di comunicazione sono fatti con leghe ad hoc derivate dalle terre rare, di cui la Cina detiene l’80% delle miniere mondiali. La Cina a partire dagli anni ’80 ha avviato quella che è stata ribattezzata la “dittatura monopartitica” sull’investimento nell’estrazione e nella capacità di lavorazione. E il vantaggio cinese nel settore non è dato esclusivamente dalla dotazione di risorse, ma dalla sua capacità di integrare estrazione, lavorazione e produzione su larga scala.

Al momento altri giacimenti significativi esistono negli Stati Uniti, in Australia, in Brasile, in India e anche nell’Artico. Per cui gli Stati Uniti e i suoi alleati lavorano per stemperare il predominio di Pechino che, di fatto, stringe la morsa cinese sulle terre rare: la prima iniziativa messa in campo è quella di accelerare i progetti sulle terre rare e diversificare la loro fornitura in risposta alle restrizioni alle esportazioni della Cina. Ma non è facile, anche perché tra gli alleati degli Usa non mancano Paesi molto contigui al regime cinese.

Pochi giorni fa a Washington si è tenuto un vertice con i ministri delle finanze del G7 e altri alleati, tra cui Australia, India, Corea del Sud e Ue, per affrontare le vulnerabilità nella catena di approvvigionamento delle terre rare. Un altro momento in cui assumere la consapevolezza che, al di là delle singole mosse della Casa Bianca su dazi, Artico e Iran, serve una maggiore unità di intenti anche da parte dell’Ue che deve capire la difficoltà geopolitica del momento. Cavalli di troia in questa fase sarebbero non solo pericolosi, ma un cappio al collo del vecchio continente.

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Hong Kong rolling out tender platform upgraded after Tai Po fire in second half of 2026

Hong Kong will launch an enhanced government-backed tendering platform for private building maintenance projects in the second half of the year to curb bid-rigging while tightening scrutiny of contractors, consultants and their leaders. Secretary for Development Bernadette Linn Hon-ho told the media that authorities aimed to launch the upgraded “Smart Tender” platform in the second half of the year. She added that under the new system, the Urban Renewal Authority (URA) would conduct strict...

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A fuoco gli addobbi sul soffitto per le candele pirotecniche: chiusa discoteca a Crema. Stop anche a un locale di Cremona

Due discoteche di Crema e Cremona sono state chiuse temporaneamente a seguito di alcune violazioni in materia di sicurezza e ordine pubblico. Il provvedimento è stato disposto dal questore di Cremona, Carlo Ambra, che sulla base dell’articolo 100 del TULPS ha attuato due sospensioni di licenza. I locali coinvolti sono il “Moma Club” di Crema (chiuso per 8 giorni) la discoteca “Juliette” di Cremona (chiusa per 15 giorni). I controlli sono stati eseguiti nei primi giorni di gennaio, e si inseriscono in una tipologia di controlli resi necessari probabilmente anche in reazione alla strage di Crans-Montana e al rinnovato interesse pubblico sulla questione sicurezza nei luoghi chiusi. Proprio domenica da Roma è arrivata la notizia, invece, del sequestro preventivo del Piper club di Roma.

Tra gli episodi contestati spiccano due avvenimenti: il 6 gennaio scorso, nella discoteca di Cremona, un giovane è stato aggredito alla gola con la lama di un taglierino. La ferita, fortunatamente superficiale, ha richiesto comunque l’intervento sanitario. Nella discoteca Moma Club, invece, nei giorni scorsi si è verificato un principio d’incendio di alcuni addobbi posizionati sul soffitto del locale causato dalle fontane pirotecniche installate sulle bottiglie. Una dinamica che ricorda fortemente quanto avvenuto in Svizzera la notte di Capodanno. Il locale è intervenuto su Facebook per precisare che “l’episodio relativo a un principio di incendio di alcuni addobbi natalizi, causati dai flambé, è avvenuto antecedentemente alla tragedia successa in Svizzera. Mettere in relazione i due eventi è scorretto, fuorviante e falso”. E, continua ancora la nota, dopo quanto avvenuto e dopo i fatti di Crans-Montana “i flambé sono stati completamente eliminati”.

Oltre a questi due avvenimenti, sono stati segnalati sia ripetuti episodi violenti – all’interno e all’esterno dei locali – sia la somministrazione di bevande alcoliche ai minorenni. I controlli sono stati effettuati a Cremona il 16 gennaio e a Crema il 17 e sono stati compiuti dalla Polizia di Stato con la collaborazione dei Vigili del Fuoco, della Polizia Locale, dell’ATS Valpadana e dell’Ispettorato del Lavoro.

Tra le criticità del locale “Juliette” si segnalano: mancato documento di valutazione rischi, irregolarità nella licenza, presenza di materiali non ignifughi nei pressi delle fonti di calore e mancata omologazione – sempre rispetto alla reazione al fuoco – di alcuni arredamenti. Inoltre, assente la documentazione relativa alla formazione dei lavoratori e preoccupanti le condizioni delle uscite di sicurezza – bloccate o per lo meno compromesse da tavolini e sedie.

Nel “Moma Club” invece il controllo ha fatto emergere, oltre al già citato principio di incendio, anomalie come la presenza di minorenni in serate esclusive ai maggiorenni, la mancata verifica dei documenti d’identità e l’occultamento delle – anche qui – due uscite di sicurezza, coperte da delle tende. Inoltre, come nelle discoteca Juliette è stata riscontrata la presenza di materiali non classificati alla reazione al fuoco. Nel corso dell’ispezione sono stati infine individuati dieci lavoratori in nero, il mancato aggiornamento del documento di valutazione dei rischi e la presenza di soli due operatori antincendio rispetto ai quattro previsti.

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Pavimento crolla durante la festa di compleanno a Parigi: evacuati tre edifici e almeno 20 feriti

Una festa nel quinto piano di un edificio dell’XI arrondissement di Parigi è finita nel panico quando il pavimento della casa è crollato, probabilmente a causa del peso a cui era sottoposto per via delle presenza di 50 persone. Gli avventori, in casa per una festa, sono stati evacuati e nel crollo sono rimaste ferite 20 persone. Una donna, soccorsa dai pompieri sotto le macerie, era in arresto cardiaco e le sue condizioni sono considerate gravi. Il suo cuore ha ripreso a battere, ma non sarebbe considerata ancora fuori pericolo.

L’episodio è avvenuto dopo la mezzanotte al 34 bis di rue Amelot, vicino piazza della Bastiglia, zona della movida parigina ancora affollata a quell’ora del sabato sera. Le vie sottostanti sono state teatro di alcune scene di tensione per la fuga dei presenti. Sul posto è intervenuta una carovana di soccorsi formata da 125 pompieri, una quarantina di camion dei vigili del fuoco e una decina di ambulanze. Fonti della polizia francese confermano come l’edificio sia “un residenziale senza precedenti noti di problemi ”

L’architetto Antoine Cardon, in qualità di esperto accorso sul posto, parlando con Franceinfo ha fornito dettagli sul crollo che dovrebbe essere strutturale: “Abbiamo osservato che un pavimento era stato indebolito dall’acqua infiltrata da un balcone. L’infiltrazione ha portato al deterioramento del pavimento, che ha causato una reazione a catena di crolli su tutto il piano”. Oltre all’intero edificio, di sei piani, sono stati evacuate le due strutture adiacenti. I residenti hanno fatto rientro nelle loro abitazioni durante la notte, verso le ore 04:00.

La procura di Parigi ha aperto un’indagine sulle cause delle lesioni e del crollo e sono in corso aggiornamenti. All’interno dell’edificio era in corso una festa, come racconta uno degli invitati a LCL: “Eravamo tutti riuniti per festeggiare il 60esimo compleanno di un’amica. Proprio mentre stavamo iniziando a farle gli auguri ed eravamo tutti riuniti intorno a lei, il pavimento è crollato. Siamo caduti dal quinto al quarto piano. È successo così velocemente che non riesco nemmeno a descriverlo, ti senti solo scivolare“.

FOTO DI ARCHIVIO

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Giappone-Russia: messaggio di Takaichi a Putin

Il Primo Ministro giapponese Sanae Takaichi ha trasmesso un messaggio al Presidente russo Vladimir Putin tramite Muneo Suzuki, membro della Camera alta del Parlamento giapponese, che ha visitato Mosca a fine dicembre e incontrato diversi alti funzionari russi, ha riportato il quotidiano Toyo Keizai.

"Takaichi ha incaricato Suzuki di inviare un messaggio verbale al Presidente Putin, affermando che 1) anche il Giappone attribuisce grande importanza alle sue relazioni con la Russia e 2) il Giappone auspica un cessate il fuoco immediato tra Russia e Ucraina", ha scritto il quotidiano.

Secondo il quotidiano, Suzuki avrebbe trasmesso il messaggio durante un incontro con Konstantin Kosachev, vicepresidente della Camera Alta del Parlamento russo.

L'autore dell'articolo suggerisce che il messaggio di Takaichi sia stato immediatamente comunicato al capo di Stato russo, dato che Kosachev è uno stretto consigliere di Putin.

Inoltre, la pubblicazione sottolinea che, prima di recarsi in Russia, Suzuki ha incontrato Takaichi e il ministro degli Esteri giapponese, Toshimitsu Motegi.

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Bild: la Germania ritira le truppe dalla Groenlandia

La squadra di ricognizione della Bundeswehr tedesca di stanza in Groenlandia ha lasciato l'isola "in silenzio e in fretta", ha riportato il quotidiano tedesco Bild. Il giornale ha affermato di aver trovato inaspettatamente i 15 soldati e ufficiali, guidati dal contrammiraglio Stefan Pauly, all'aeroporto di Nuuk, la capitale groenlandese.

Il gruppo si è imbarcato su un volo Icelandair operato con un Boeing 737, senza alcun preavviso pubblico o spiegazione ufficiale per la loro partenza frettolosa.

Proprio ieri, è stato riferito che il personale militare tedesco sarebbe rimasto sull'isola più a lungo del previsto, ha osservato il quotidiano. L'ammiraglio Pauly ha dichiarato di aver discusso la possibilità di una maggiore cooperazione in loco con la Danimarca e altri paesi e di aver informato Berlino di queste discussioni, in attesa dell'approvazione per discutere i prossimi passi con i danesi.

"Il generale ha fatto l'annuncio ieri alle 15:30 ora locale (18:30 ora tedesca). Alle 8:30 di questa mattina (ora locale), i soldati erano già all'aeroporto con tutto il loro equipaggiamento".

Secondo Bild, "non è stata data alcuna spiegazione alle truppe sul posto, niente". "Semplicemente: tornate indietro! Tutti gli appuntamenti programmati hanno dovuto essere annullati con urgenza", ha affermato.

"Non è chiaro se la Germania stia ritirando le sue truppe in risposta ai dazi punitivi annunciati dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump contro coloro che si oppongono alla sua politica aggressiva in Groenlandia, o se ci siano altre ragioni per il ritiro", ha osservato il quotidiano.

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Why China may need to take the nuclear option for its next aircraft carrier

China’s newest aircraft carrier, the Fujian, has significant design flaws that future carriers can overcome only by adopting nuclear power, according to a military magazine. The Fujian is the country’s first domestically designed aircraft carrier and was commissioned in November. With a displacement of over 80,000 tonnes, it is the world’s largest conventional warship and the first non-American ship to be equipped with advanced electromagnetic catapults. However, the most advanced US ships – the...

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Syrian government forces take Al-Omar oilfield as Kurds withdraw

Kurdish-led forces withdrew on Sunday from Syria’s largest oilfield, a conflict monitor said, as government troops extended their grip over swathes of territory in the country’s north and east. The push came after President Ahmed al-Sharaa issued a decree granting the Kurds official recognition in an apparent goodwill gesture, even as his Islamist government seeks to assert its authority across Syria after the ousting of long-time ruler Bashar al-Assad in 2024. The Kurds’ de facto autonomous...

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Why China may need to take the nuclear option for its next aircraft carrier

China’s newest aircraft carrier, the Fujian, has significant design flaws that future carriers can overcome only by adopting nuclear power, according to a military magazine. The Fujian is the country’s first domestically designed aircraft carrier and was commissioned in November. With a displacement of over 80,000 tonnes, it is the world’s largest conventional warship and the first non-American ship to be equipped with advanced electromagnetic catapults. However, the most advanced US ships – the...

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‘If you don’t die, it’s an adventure’: Hong Kong blogger’s Iran trip sparks travel debate

A Hong Kong travel blogger whose brief disappearance during a solo trip to protest-hit Iran has triggered a heated online debate over the safety of women travelling alone to politically volatile nations. More female solo travellers took to the internet on Sunday to share their experiences and feelings on visiting Iran for leisure, as the country became embroiled in social unrest and was isolated from the rest of the world. Hong Kong authorities on Saturday night confirmed the missing blogger...

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Meloni a Seoul, tra geopolitica, semiconduttori e made in Italy

Prima la visita di Giorgia Meloni al cimitero di Seul che onora i soldati caduti per la Nazione, in particolare durante la Guerra di Corea. Poi un punto stampa sul tema della Groenlandia e quindi l’incontro con le imprese italiane, in attesa del bilaterale con il presidente Lee Jae Myung. Dopo 19 anni un premier italiano torna a Seoul, a dimostrazione di una spiccata attenzione verso l’Indopacifico, per una serie di ragioni geopolitiche, economiche, commerciali (e anche personali).

Non è una novità il fatto che Giappone e Corea del Sud nelle logiche di Palazzo Chigi siano visti come due attori non solo affidabili, ma con cui rafforzare il livello delle relazioni di medio-lungo periodo. Si tratta ovviamente di un fazzoletto di mondo gravido di sfide e opportunità: accanto al macro tema geopolitica rappresentato dalle mire cinesi su Taiwan, spicca il link tra Mare Cinese e Mediterraneo e la questione delle terre rare accanto a chip e semiconduttori. Un paniere di temi altamente strategici che il capo del governo intende affrontare di petto, a maggior ragione dopo l’uscita dell’Italia dalla Via della Seta, senza dimenticare un elemento di supporto oggettivo: le società giapponesi e sudcoreane presentano numerose affinità con l’Italia sotto molteplici punti di vista (economici, commerciali e demografici), oltre a condividere i medesimi valori.

LO SHOWROOM HIGH STREET ITALIA

Il made in Italy a quelle latitudini è particolarmente apprezzato, ciò si trasforma in potenziali nuove opportunità legate al nostro export che può contare su questo valore aggiunto rispetto alla produzione di altri paesi. Le filiere interessate sono la moda, la pelletteria, il calzaturiero, il settore alimentare e vitivinicolo, senza dimenticare l’interior design. A proposito di prodotti e fiere, a Seoul nel 2019 ha visto la luce l’High Street Italia, uno showroom di quattro piani aperto in una delle zone più frequentate dello shopping della capitale, nella Garosu-gil, che rappresenta una vetrina per le aziende italiane che qui possono presentare la vasta gamma dei propri prodotti al mercato coreano. Realizzato dall’ICE col supporto del Ministero dello Sviluppo Economico e in collaborazione con l’ambasciata d’Italia, l’iniziativa rientra nel piano più generale della promozione straordinaria del Made in Italy nella Corea del Sud, che include anche della diffusione di cultura e lifestyle italiani

Le relazioni tra Roma e Seoul sono iniziate nel 1884 e hanno visto da poco il 140° anniversario, celebrato con un Anno dello Scambio Culturale. A tal fine infatti lo scorso 26 giugno l’ambasciata in Italia della Corea del Sud ha illuminato il Colosseo per celebrare le relazioni diplomatiche con Italia.

IL RUOLO DELLA COREA DEL SUD

Oltre a essere un player mondiale nel campo dell’innovazione tecnologica, la Corea è famosa in tutto il mondo anche per la cultura popolare legata a videogiochi, gruppi musicali e film. Settori spesso sottovalutati ma che possono contribuire, in nome della soft diplomacy, a rafforzare intese e cooperazioni. Cultura, conoscenza e qualità sono i tratti in comune tra i due paesi. La Corea del Sud incamera l’1% dell’export italiano per un valore di oltre 5 miliardi di euro, è il terzo mercato in Asia.

Corea del Sud fa rima con semiconduttori, per questa ragione il governo pensa di fare un ulteriore passo in avanti con la costruzione di una fonderia da 3 miliardi di dollari per incrementare la produzione e quindi confermare la propria posizione di leader globale nel settore dei chip grazie a marchi come Samsung Electronics e SK Hynix.

(Foto: Governo.it)

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Dal Trattato del 1920 alla Nato, l’evoluzione della presenza italiana nell’Artico. Scrive Caffio

“L’Italia è perfettamente consapevole di quanto questa regione del mondo rappresenti un quadrante strategico negli equilibri globali, e intende continuare a fare la propria parte per preservare l’Artico come area di pace, cooperazione e prosperità”. Questo il punto centrale del messaggio inviato dalla premier Giorgia Meloni alla conferenza di presentazione del documento dedicato alla Politica Artica Italiana in cui si indicano le linee strategiche che il nostro Paese intende seguire, come osservatore nel Consiglio Artico, sostenitore del diritto internazionale del mare e membro della Ue e della Nato.

La posizione italiana ha radici antiche che risalgono alle missioni di esplorazione scientifica del secolo scorso ed all’adesione al Trattato delle Svalbard. L’accordo del 1920 contiene infatti clausole che, nel riconoscere la sovranità della Norvegia, stabiliscono il suo impegno a preservare l’ambiente naturale, non installare basi navali e fortificazioni, favorire la ricerca scientifica, consentire la presenza delle Parti contraenti.

Il regime di smilitarizzazione delle Svalbard è ritornato di attualità ora che la Russia ne pretende il rispetto. Esso va però inteso nella sua giusta accezione: non rinuncia ad esercitare difesa e deterrenza nell’Arcipelago da parte della Norvegia (e della Nato) ma impegno a non farne un uso offensivo. Questa è proprio la chiave per comprendere il senso della politica italiana che considera l’Artico “regione strategica, dove si intrecciano economia, ambiente, ricerca, energia e – oggi più che mai – sicurezza e difesa”. Ma l’aderenza della visione del nostro Paese alla realtà del Grande Nord è confermato da altri elementi.

Mentre per il territorio antartico esiste uno specifico trattato che ne stabilisce l’uso per fini pacifici proibendo appropriazioni di aree, installazioni e manovre militari, l’Artico non è governato da alcuno specifico accordo. Ad esso, si applica infatti l’ordinario diritto del mare come specifica la Dichiarazione di Ilulissat (Groenlandia) del 2008: il testo esprime la visione dei Paesi fondatori del Consiglio Artico, Canada, Danimarca, Norvegia, Russia e Stati Uniti (da notare che la Cina strumentalmente si definisce “Near-Arctic State”).

Nell’Oceano Artico gli Stati costieri sono quindi titolari di diritti nelle aree di piattaforma continentale e Zee come accade in altri regioni marine; sotto i ghiacci del Polo ci sono invece spazi di mare libero. I Paesi artici e quelli come l’Italia che hanno lo status di “osservatori” nel Consiglio si sono tuttavia impegnati a cooperare tra loro per la protezione del fragile ecosistema marino.

Ecco quindi che considerare l’Artico una zona di pace è un’esigenza connessa alla tutela degli habitat, ad evitare i rischi di inquinamento della navigazione commerciale e dello sfruttamento incontrollato delle risorse. Questo, in linea con la Convenzione del diritto del mare del 1982 che stabilisce l’uso pacifico dei mari come bene comune.

Non a caso l’Italia vede nella Norvegia il suo partner ideale per realizzare la sua strategia (come dichiarato anche da Eni): Oslo interpreta infatti al meglio i principi di cooperazione pacifica nel campo ambientale, scientifico ed economico che dovrebbero garantire la tutela degli spazi artici.

Ma che dire della Russia che sin dal tempo degli Zar considera l’Artico uno spazio che le appartiene sino al Polo come prolungamento delle terre emerse? E come non temere la sua massiccia militarizzazione delle coste e dei mari adiacenti o il controllo navale della Rotta a Nord Est (ora Northern Sea Route) che attraversa la sua Zee? Naturale quindi che Il sostegno italiano alla presenza della Nato nell’Artico vada visto come misura per “prevenire tensioni, preservare la stabilità e rispondere alle ingerenze di altri attori”.

La minaccia militare russa nell’Artico è una realtà incontestabile, non foss’altro perché Mosca deve difendere nel Circolo Polare Artico un enorme sviluppo costiero di circa 25.000 km. con risorse naturali ricchissime. È bene ricordare che nel momento in cui l’ex Urss si stava dissolvendo, Gorbashev lanciò nel 1987, con la Murmansk Initiative, una serie di proposte per fare dell’Artico una zona denuclearizzata e demilitarizzata. Non si trattava però di un piano di pace. A Mosca interessava soltanto allontanare dalle regioni polari le Forze occidentali sì da farne un proprio mare chiuso.

Con lo scioglimento dei ghiacci le zone polari si stanno ora aprendo alla navigazione internazionale ed alla competizione energetica: tra non molto sarà inevitabile per l’Occidente confrontarsi con la Russia per l’uso pacifico e condiviso dell’Artico.

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QUELLO CHE UNISCE VENEZUELA, IRAN E GROENLANDIA NELLA STRATEGIA DI TRUMP

  Di Domenico Moro per ComeDonChisciotte.org   In un mio recente articolo definivo il sequestro di Maduro come un episodio della terza guerra mondiale a pezzi, come ebbe a definirla Papa Francesco, il cui obiettivo principale è restaurare il dominio imperiale degli Usa e contenere l’ascesa della Cina. Subito dopo il Venezuela, anche l’Iran e […]

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Solo senza escalation si giunge a un’intesa sulla Groenlandia. L’invito di Meloni

Pragmatismo è, anche o soprattutto, capire i tempi della politica e delle crisi in atto. Quando Giorgia Meloni da Seoul dice che solo senza escalation si va (tutti) a dama in Groenlandia, chiede in primis di abbassare i toni, avviare una discussione “tra di noi” e usare il “luogo” della Nato al fine di lavorare insieme per rispondere a una preoccupazione che “ci coinvolge tutti”. Ovvero che attori ostili possano avere la meglio su un interesse comune.

In questo senso va letta, secondo la presidente del Consiglio, la volontà di alcuni Paesi europei di essere parte attiva all’interno di un progetto che miri ad una maggiore sicurezza in Artico, anche con l’invio di truppe. Inoltre dice chiaramente ciò che pensa sui dazi (“un errore”). Ma su questo secondo elemento secondo Meloni c’è stato un problema di comprensione e di comunicazione. Per cui il primo messaggio che giunge dalla Corea del Sud è fermare tutte quelle azioni che potrebbero innescare un quadro di altissima tensione e, piuttosto, avviare un dialogo costruttivo per meglio comprendere i parametri di analisi e di azioni. Il tutto tenendo ben presente un passaggio che, secondo Meloni, è nevralgico: da parte americana c’è la preoccupazione per l’eccessiva ingerenza esterna su una zona strategica e, al contempo, da parte europea vi è la volontà di contribuire ad affrontare questo problema. Per cui, è il sunto dell’analisi, si può e si deve trovare un punto di incontro tra Ue e Usa.

Un problema che investe, gioco forza, i destini europei per una serie di ragioni geopolitiche come emerso due giorni fa dalla presentazione da parte del governo di Roma del corposo documento programmatico sull’Artico, che vuole definire un percorso progettuale tramite il rafforzamento dell’impegno italiano nella regione. Sull’ipotesi di una possibile partecipazione militare italiana come segnale di unità con gli europei alla missione nell’isola Meloni fuga ogni dubbio: “Ora è prematuro parlarne perché sto lavorando per cercare di abbassare la tensione e di tornare al dialogo”.

Per questa ragione la premier ha parlato al telefono con Donald Trump (“al quale ho detto quello che penso”) e ho con il segretario generale della Nato (“che mi conferma un lavoro che l’Alleanza Atlantica sta iniziando a fare da questo punto di vista”). Ma non finisce qui, dal momento che ci sarà anche un contatto tra leader europei in occasione di una riunione a livello di Coreper dell’Unione europea. C’è anche spazio per una precisazione a uso interno quando Meloni spiega per l’ennesima volta che non c’è un problema politico con la Lega sui nuovi dazi annunciati da Trump contro i Paesi che hanno inviato truppe in Groenlandia.

Meloni cita la postura del premier finlandese, Alexander Stubb, che ha specificato come tra alleati serva dialogo e non pressioni. Il riferimento è alla necessità di un’azione coordinata dagli alleati al fine di ribadire “i principi dell’integrità territoriale e della sovranità”. La costante del ragionamento di Meloni tocca un caposaldo della strategia euro-atlantica, ovvero il ruolo della Nato: è solo quello “il luogo nel quale noi dobbiamo cercare di organizzare insieme strumenti di deterrenza verso ingerenze che possono essere ostili”. Il fatto che la Nato abbia cominciato a lavorare in tale direzione è certamente una buona notizia.

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Hong Kong police arrest 2, record 220 offences in illegal road racing crackdown

Hong Kong police arrested two drivers and found that motorists had committed about 220 traffic violations in a two-day crackdown on illegal vehicle modifications, speeding and other offences. Police said on Sunday the arrests were made during the force’s two-day operation called ‘Fossington’ over the weekend, targeting traffic violations across New Territories locations such as Tuen Mun, Yuen Long, Tolo Highway, Tai Mei Tuk, Luk Keng Road and Bride’s Pool Road. At around 9am on Sunday, transport...

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Mammiferi marini: perché le loro reti sociali influenzano la diffusione delle malattie

Studiare delfini, balene e altri mammiferi marini cambia la prospettiva anche dei ricercatori. La dimostrazione arriva dalle poche immagini pubblicate da Scimex con un comunicato stampa. Lo studio che racconta è dedicato alla diffusione delle malattie in mare legate agli animali marini più sociali. Secondo diversi dati e osservazioni, balene, delfini e altri mammiferi sociali facilitano la trasmissione di malattie tra individui.

Il rischio ricade soprattutto sulle specie rare o minacciate; la ricerca è della Flinders University. Il team ritiene importante comprendere le reti sociali di ogni specie per prevedere e gestire le epidemie negli oceani. Grandi aree acquatiche stanno subendo danni importanti da cambiamenti climatici, inquinamento e attività umane; anche la vita delle grandi specie è fortemente influenzata negli spostamenti e nelle abitudini.

Il professor Guido J. Parra dà dati precisi sulle malattie infettive. Nei mammiferi marini sono poco studiate e non sono considerate le loro conseguenze. Sono elevate, addirittura le definiscono un pericolo per oltre un quarto delle specie minacciate. Gli oceani e i mari hanno come fattori di stress pesca, degrado di habitat e inquinamento, che indeboliscono il sistema immunitario.

balena franca

La geografia del mare ricostruita studiando vita e relazione dei grandi mammiferi oceanici: raccontiamo il CEBEL dedicato ai cetacei e tutte le prospettive di ricerca e prevenzione

I mammiferi che compongono reti sociali e magari nuotano in grandi gruppi diffondono malattie che si aggiungono alle componenti umane e ambientali. Arrivano poi le considerazioni di Caitlin Nicholls: i dati storici sono importanti per mappare comportamenti e connessioni sociali. I grandi mammiferi di gruppo, quando hanno iniziato a diventare diffusori di malattie o epidemie? Per la ricercatrice bisogna studiare gli individui altamente connessi e in relazione anche con l’uomo, attraverso l’avvicinamento a barche e siti umani. I delfini hanno legami più frequenti e mostrano maggiori probabilità di malattie a rischio epidemico.

Come per gli esseri umani, anche per delfini e balene si parla di prevenzione e diagnosi precoce sulla loro salute. Ricerche e ricercatori devono aumentare sugli animali più sociali e i loro habitat. Il CEBEL è un’importante iniziativa di studio sui cetacei, anche loro animali che legano molto tra di loro e curiosi verso l’uomo. Attraverso questo laboratorio si stanno studiando interazioni, comportamenti e abitudini. La ricerca fin qui raccontata è stata pubblicata su Mammal Review.

Mammiferi marini: perché le loro reti sociali influenzano la diffusione delle malattie è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Daniela Giannace

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Il ruolo dell’attività fisica nelle adolescenti: lo studio che apre nuove piste sui fattori di rischio

Si avvicinano i mesi primaverili ricchi di eventi di divulgazione e attenzione sul tema del cancro al seno. Le ricerche sono molte e ci dicono tutte qualcosa su prevenzione e fattori di rischio. Due istituti importanti – Mailman School of Public Health della Columbia University e Herbert Irving Comprehensive Cancer Center (HICCC) – hanno pubblicato uno studio dedicato all’attività fisica ricreativa sulle adolescenti.

Ha un impatto significativo sui fattori di rischio per il tumore alla mammella. Il movimento durante l’adolescenza è importante per tanti motivi. Nelle giovani donne questo periodo è di sviluppo pieno del tessuto mammario, può essere influenzato dallo stress e dagli stili di vita. Sono biomarcatori importanti che si possono già analizzare dal punto di vista medico.

Le ricerche sull’attività fisica ricreativa si erano concentrate solo sugli adulti. Le donne che praticano più sport anche per rilassarsi o svagarsi hanno il 20% di rischio in meno sul tumore. Adesso, sono state fatte analisi sulle fasi giovanili. 85 ragazze con età media di 16 anni hanno dato la possibilità ai ricercatori di esaminare dati dopo attività fisiche a riposo e organizzate. Sono stati valutati prelievi di sangue, di urine e tessuto mammario.

esercizio fisico nelle adolescenti

Primo studio urbano e multi-etnico su salute e prevenzione sotto i 18 anni: cosa evitano di fare le ragazze e che impatto ha sulla loro crescita? Una case history particolare

Chi pratica almeno due ore di ginnastica settimanale presenta meno densità mammaria, meno acqua nel tessuto e biomarcatori di stress nelle urine. La coorte studiata è urbana, di New York, quartieri diversi tra cui Harlem e South Bronx. Le adolescenti hanno permesso di fare uno studio di raffronto anche con ragazze afroamericane e ispaniche. Si è scoperto che nella metropoli più famosa al mondo più del 50% delle partecipanti non praticava attività fisica ricreativa settimanale.

La ricerca è importante perché spinge a promuovere anche sport e attività ricreative a fianco a scuola e prime esperienze lavorative. A studiare i dati, Rebecca Kehm e Mary Beth Terry hanno sottolineato l’importanza dei diversi biomarcatori misurati e rilevati nei tessuti. L’attività fisica in adolescenza riduce i fattori di rischio per il cancro agendo su tanti aspetti, partendo anche dal peso corporeo ma anche dal benessere psicofisico. Una verità detta e ridetta dai media, ma che in realtà aveva ancora bisogno di studi specifici e longitudinali.

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Sulla Groenlandia si possono abbassare i toni. Fontaine spiega perché

La politica estera è spesso complessa, stratificata, ambigua. La Groenlandia, no. È da questa premessa che parte Richard Fontaine, Ceo del Center for New American Security di Washington, analizzando punto per punto le argomentazioni circolate a Washington e Bruxelles sull’idea che gli Stati Uniti debbano prendere il controllo dell’isola artica. Non per minimizzare la sua importanza strategica, ma proprio per ricondurla a una dimensione realistica, la lettura di Fontaine è lucida e soprattutto aggiornata con le discussioni sia a DC che tra i corridoio Ue.

Il primo nodo riguarda la difesa americana. Secondo Fontaine, è innegabile che la Groenlandia sia rilevante per la sicurezza degli Stati Uniti: radar, basi, sistemi di allerta precoce e, oggi, anche l’architettura di difesa missilistica rientrano pienamente nell’equazione. Ma da qui a sostenere che Washington debba possedere il territorio, il salto logico è enorme. Gli Stati Uniti, ricorda, possono già fare praticamente tutto ciò che desiderano sul piano militare senza esercitare alcuna sovranità diretta. L’accordo di difesa firmato con la Danimarca nel 1951 – e aggiornato nel 2004 – consente presenza militare, infrastrutture e operazioni. La sicurezza, dunque, non richiede annessione.

La seconda argomentazione che Fontaine contesta è quella dell’urgenza geopolitica: la Groenlandia sarebbe sul punto di cadere sotto l’influenza di Russia o Cina, e gli Stati Uniti dovrebbero intervenire prima che sia troppo tardi. Qui l’analisi diventa quasi banale nella sua semplicità. Se davvero esistesse una minaccia imminente – ipotesi che Fontaine giudica infondata – la risposta più logica sarebbe rafforzare la presenza americana. Un tempo, sull’isola stazionavano fino a 10.000 soldati statunitensi; oggi sono circa 200. Se la preoccupazione è reale, perché non partire da lì?

Il terzo punto riguarda la dimensione marittima. Se navi russe e cinesi stessero realmente “brulicando” intorno alla Groenlandia, osserva Fontaine, la Marina statunitense avrebbe piena capacità di pattugliare l’area in modo massiccio e immediato. Non lo sta facendo. Anche questo dato suggerisce che la narrativa dell’assedio non corrisponde ai fatti operativi.

Segue poi uno degli argomenti più evocativi, ma anche più fragili: “Non si difendono i territori che si affittano”. L’idea è che, anche concedendo pieno accesso militare, esisterebbe una differenza qualitativa tra possesso e uso. Fontaine liquida questa impostazione come una versione caricaturale delle relazioni internazionali – la teoria secondo cui “nessuno lava un’auto a noleggio”. Nella realtà, spiega, gli Stati Uniti difendono costantemente territori che non possiedono. È il senso stesso delle alleanze. Washington ha appena difeso Israele; difende Paesi Nato; nessuno di questi è territorio americano.

Il quinto passaggio è forse il più delicato sul piano politico: l’idea che la Danimarca sia un cattivo alleato e che, per questo, dovrebbe cedere la Groenlandia. Fontaine ribalta completamente la prospettiva. La Danimarca, ricorda, è stata un alleato esemplare. In Afghanistan, in proporzione alla popolazione, ha subito perdite superiori a quelle di molti altri partner. In altre parole, i danesi hanno combattuto per la sicurezza americana, pur non possedendo alcun territorio degli Stati Uniti.

C’è poi la dimensione ideologica, quella che richiama un nuovo “destino manifesto”. L’idea di un’America naturalmente espansiva, destinata ad allargarsi incorporando nuovi territori. Qui Fontaine richiama un principio cardine dell’ordine internazionale post-1945: il divieto di acquisizione territoriale tramite coercizione. L’Iraq non può prendersi il Kuwait, la Russia non può avere l’Ucraina, il Canada non diventa il 51° Stato. E, allo stesso modo, gli Stati Uniti non possono costringere la Groenlandia a entrare nella propria orbita sovrana. Il mondo in cui la conquista è la norma, avverte, è il mondo della legge della giungla.

Infine, l’ultima ipotesi: tutto questo non sarebbe reale, ma semplice trolling politico nei confronti di alleati europei eccessivamente nervosi. Anche questa lettura viene respinta. Anche se fosse solo provocazione, resta una distrazione significativa dai dossier che dovrebbero occupare il centro dell’agenda transatlantica: Russia, Ucraina, Iran, Cina. E soprattutto mina un bene strategico fondamentale: la fiducia degli alleati nella parola e nelle intenzioni americane.

Fontaine torna così al punto di partenza. Molte questioni di politica estera sono difficili. La Groenlandia non lo è. È diventata tale solo perché è stata trasformata artificialmente in una crisi. E, conclude, prima questa crisi costruita svanisce, meglio è per tutti.

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Bollettino della qualità dell'aria - 17-01-2026 - rete regionale - Comune: LIVORNO, Zona omogenea: Zona Costiera

STAZIONE COMUNE ZONA PM10
µg/m³
Media G.
PM10
Nro.super.ti
PM2.5
µg/m³
Media G.
NO2
µg/m³
Max O.
SO2
µg/m³
Max O.
CO
mg/m³
Max m.m.8h
Benzene
µg/m³
Media G.
H2s
µg/m³
Max O.
GR-MAREMMA GROSSETO Zona Costiera - - - 4 - - - -
LI-LAPIRA LIVORNO Zona Costiera 13 0 - 30 1.8 - 0.6 -
LI-PIOMBINO-PARCO-VIII-MARZO PIOMBINO Zona Costiera 13 0 - 41 - - - -
LI-COTONE PIOMBINO Zona Costiera 13 0 - 47 - 0.4 - -
LI-CAPPIELLO LIVORNO Zona Costiera 14 0 9 45 - - - -
LI-CARDUCCI LIVORNO Zona Costiera 18 0 11 59 - 1.2 - -
MS-COLOMBAROTTO CARRARA Zona Costiera 20 0 - 29 - - - -
GR-URSS GROSSETO Zona Costiera 20 0 12 62 - - - -
MS-MARINA-VECCHIA (Attiva dal 28/04/2015) MASSA Zona Costiera 25 0 15 35 - - - -
LU-VIAREGGIO VIAREGGIO Zona Costiera 27 0 18 48 - - - -
GR-SONNINO GROSSETO Zona Costiera 31 1 - 86 - - - -
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Paralysed Hong Kong dancer Mo Li set to undergo ‘intense’ cutting-edge treatment

A Hong Kong dancer paralysed from the neck down in an accident during a concert by popular local boy band Mirror is set to undergo a more intense rehabilitation programme, his father has revealed, calling for more financial support. Mo Li Ka-yin, 31, would embark on a three-year rehabilitation journey powered by advanced technologies, including regenerative medicine and an implantable microstimulator, his father, Reverend Derek Li Shing-lam, revealed in a prayer letter. “It is a thorny path we...

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Cemento autopulente di nuova generazione: cosa rende speciale la formula alla dolomite

Tante città applicano materiali autopulenti e anti-sporco sulle strade e anche sui selciati. Una dimensione del lavoro urbano anti-spreco e inquinamento, allo stesso tempo. Soluzioni di questo tipo crescono per più dimensioni, ce lo racconta Bioengineer. Il minerale di dolomite è la componente chiave di un cemento autopulente a base di ossicloruro di magnesio, sviluppato da un team di ricercatori. I loro nomi sono Rodríguez-Alfaro, Torres-Martínez e Luévano-Hipólito.

Il cemento a base di dolomite riesce arespingere sporco e contaminanti con una reazione fotoindotta. Sfrutta l’esposizione a umidità e raggi ultravioletti del sole per decomporre i residui organici. In genere, molti materiali esposti all’aria si ripuliscono con l’acqua piovana. Il cemento a base di dolomite dà alle piogge naturali un potere più forte di pulizia delle superfici, riducendo così la necessità di impiegare detergenti chimici. Un materiale non solo autopulente ma anche resistente e duraturo, è stato pensato per le costruzioni sostenibili, urbane e edilizie.

cemento a base di dolomite

Borghi storici e città turistiche più puliti e sostenibili grazie al cemento autopulente: contro muffe, sporco e impronta di carbonio. Per Rodríguez-Alfaro e Luevano-Hipólito l’evoluzione non è finita

Il cemento autopulente è stato testato su diverse tipologie di degrado superficiale, ad esempio le muffe e gli accumuli di sporco. I costi di manutenzione e pulizia risultano dimezzati, ed è un fattore importante con i cambiamenti climatici in corso ma anche fenomeni di inquinamento degradanti mura e superfici.

La dolomite è una materia prima locale disponibile, il suo utilizzo riduce l’impronta di carbonio. Può essere sfruttata tanto dalle grandi città che dai borghi e dai paesi con palazzi caratteristici o in ricostruzione. I ricercatori vogliono andare oltre allo sviluppo del nuovo cemento autopulente e far crescere applicazioni e innovazioni.

Il prossimo passo sarà lo studio di variabili dell’interazione tra ossicloruro di magnesio e dolomite, lo studio di additivi e il miglioramento di resistenza e autopulizia. Rodríguez-Alfaro e Luevano-Hipólito parlano di una svolta nell’edilizia significativa e verso la sostenibilità. In fondo, costruire non significa soltanto mettere su palazzi, case e architetture belle, ma anche che non danneggiano l’ambiente e lo aiutano a mantenersi pulito. Il cemento autopulente potrà essere utilizzato anche in contesti residenziali, commerciali, domestici e scolastici.

Cemento autopulente di nuova generazione: cosa rende speciale la formula alla dolomite è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Daniela Giannace

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Alzheimer, un segnale precoce nelle onde cerebrali: il nuovo indizio che potrebbe cambiare l’approccio clinico

Aumentano gli studi sul predire la malattia di Alzheimer e quindi l’arrivo di macchinari diagnostici o analisi più potenti di quelli che abbiamo. Uno studio pubblicato su Imaging Neuroscience racconta l’importanza delle onde cerebrali. C’è un segnale specifico importante che può prevedere la malattia con precisione due anni prima. Gli esperti lo definiscono un biomarcatore sensibile e può essere scoperto con unatecnica di imaging non invasiva chiamata magnetoencefalografia (MEG).

Lo studio è di un team internazionale di neuroscienziati: Brown University negli Stati Uniti, Università Complutense di Madrid e Università di La Laguna in Spagna. Sono state analizzate le attività delle onde cerebrali a riposo di 85 pazienti con lieve deterioramento cognitivo. In pratica, esiste un prima e un dopo la comparsa dell’Alzheimer, rilevato anche su chi già soffriva di rallentamento neuronale. Questa differenza ha svelato segnali specificidella malattia. In particolare, le onde beta erano a frequenza inferiore, con una potenza e una durata meno forti rispetto a chi non aveva sviluppato la malattia nello stesso periodo.

si può predire l'Alzheimer anni prima della diagnosi

La tecnica MEG è consigliata sui pazienti dai 60 anni, la dottoressa Jones promette un ulteriore sviluppo clinico non solo predittivo ma anche terapeutico sull’Alzheimer

Stephanie Jones della Brown parla specificamente di segnali elettrici prima e dopo: compaiono nei due anni di formazione e crescita della malattia. “Poter osservare per la prima volta in modo non invasivo un nuovo marcatore precoce della progressione del morbo di Alzheimer nel cervello è un passo davvero entusiasmante”, sono le sue parole.

L’analisi strumentale sperimentata funziona anche su pazienti sani intorno ai 60 anni. Le onde cerebrali che hanno rilevato i picchi elettrici appartengono alle sfere di apprendimento, memoria e funzione esecutiva. Dopo le analisi, sono stati subito osservati comportamenti e azioni associate alle tre dimensioni compromesse tanto dal morbo quanto dal generale deterioramento cognitivo.

La dottoressa Jones, alla fine dello studio, ha affermato: “Ora che abbiamo scoperto le caratteristiche degli eventi beta che predicono la progressione del morbo di Alzheimer, il nostro prossimo passo è studiare i meccanismi di generazione utilizzando strumenti di modellazione neurale computazionale”.

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Non è colpa di Checco Zalone se ha troppo successo

  Di Marcello Veneziani   Da non crederci, quella cifra straordinaria raccolta in tre settimane dal film di Checco Zalone, Buen camino. Qualcosa come 68 milioni di euro, quanto non riesce a fare quasi un’intera stagione cinematografica italiana. Un fenomeno di queste proporzioni non può essere ignorato, va affrontato: tentiamo la fenomenologia di Checco Zalone. C’è chi […]

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Tencent seeks collaboration with other major AI developers to improve tech for vulnerable users

Researchers at Tencent Holdings are looking to collaborate with other major artificial intelligence developers to improve how most generative AI services, such as chatbots, interact with the elderly, left-behind children and other vulnerable users in society. Specialised data sets can make AI services more helpful to vulnerable users who have become progressively reliant on them for emotional support and health assistance, according to Lu Shiyu, a senior researcher at Tencent Research Institute...

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China actress loses brand partners for saying ‘hundreds of thousands’ a month is not enough

A Chinese actress has apologised for making comments in which she flaunted her wealth, sparking a public backlash. Yan Xuejing made the controversial comments during a live-streaming session at the end of December when she said a couple should earn at least 800,000 yuan (US$115,000) a year to “maintain a family’s operation”, China Newsweek reported. Yan, 53, complained to her audience that her son earns little. “He is 32 years old. He and his wife both have a very low income,” said Yan. She...

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PLA sends drone into airspace near Taiwan-held Pratas Island in South China Sea

The People’s Liberation Army said it sent a drone into airspace near the Taiwan-controlled Pratas Island on Saturday, as Beijing ramps up military pressure amid soaring cross-strait tensions. The deployment was “a routine flight training in the airspace around China’s Dongsha Island, which was completely legitimate and lawful”, the PLA Southern Theatre Command, which oversees the South China Sea, said in a statement on Saturday. It came hours after the Taiwanese defence ministry reported that a...

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Smart money: how Hong Kong charity makes finance lessons fun for pupils

How do you get youngsters interested in lessons about saving, budgeting and investing? Definitely not with lectures, said the founders of Talents Foundation, a Hong Kong charity that aims to teach young people how to manage their finances and achieve their career and life goals in a fun way. Founders Arthur Hui Ka-yu and David Wong have developed a curriculum, including a Monopoly-like board game, that teaches primary and secondary school students how to seize opportunities, such as job...

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Tencent seeks collaboration with other major AI developers to improve tech for vulnerable users

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As Trump’s threat grows, Greenlanders plot exit plan: ‘I’m thinking about where to hide’

Ulrikke Andersen has already made a plan. If the United States invades Greenland, she will flee her home with her daughter. “Before, I was ready to die for my country but when I had a kid that changed everything,” she said. The 40-year-old is one of many residents of the Greenlandic capital, Nuuk, now weighing up options they would never have considered just a few months ago. But US President Donald Trump has been clear about his desire to seize the vast, self-governing Danish island, rich in...

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Hong Kong steps up bid to become global gold trading hub with Shanghai agreement

Hong Kong will sign an accord with Shanghai next week to establish a cross-border gold trade clearing system, a move the finance chief has said will bolster the city’s push to become an international trading hub for the precious metal. Financial Secretary Paul Chan Mo-po revealed on Sunday that the city and the Shanghai Gold Exchange would sign a memorandum of understanding at next week’s Asian Financial Forum to pave the way for greater connectivity between the two markets. “We are accelerating...

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As Trump’s threat grows, Greenlanders plot exit plan: ‘I’m thinking about where to hide’

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Did China, Russia, Iran joint naval drills in South Africa signal a Brics shift?

Last week’s naval drills involving China, Russia, Iran and host country South Africa signalled a shift for Brics beyond its traditional focus on economic cooperation, analysts said, as the US noted it had closely monitored the exercise. However, observers also described the high-profile exercise as largely symbolic, calling it a diplomatic statement of intent rather than a step towards a formal military alliance. The “Will for Peace 2026” drills were launched at a port in Cape Town on January 9...

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Did China, Russia, Iran joint naval drills in South Africa signal a Brics shift?

Last week’s naval drills involving China, Russia, Iran and host country South Africa signalled a shift for Brics beyond its traditional focus on economic cooperation, analysts said, as the US noted it had closely monitored the exercise. However, observers also described the high-profile exercise as largely symbolic, calling it a diplomatic statement of intent rather than a step towards a formal military alliance. The “Will for Peace 2026” drills were launched at a port in Cape Town on January 9...

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This year, Hong Kong must resolve to rewrite the script for retirement

Looking back at 2025, the city made meaningful strides in supporting its retirees. The government expanded the Elderly Health Care Voucher and Community Care Service Voucher schemes, and invested HK$2 billion (US$256.47 million) in an elderly and rehabilitation technology fund. It also announced 30 measures for the silver economy and formed the Working Group on Ageing Society Strategies to improve cross-bureau coordination. These efforts helped launch the long-awaited Q-Mark Silver Scheme,...

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Did China, Russia, Iran joint naval drills in South Africa signal a Brics shift?

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Trump dichiara guerra all’Europa, e Meloni mangia il gelato

Mentre i fessi, specie italiani, celebravano la mai avvenuta liberazione del Venezuela e abboccavano come pesci all’idea del sostegno americano alla popolazione iraniana, Donald Trump ha provveduto a cancellare l’Alleanza Atlantica, a dichiarare guerra all’Europa e a imporre ulteriori dazi a una manciata di Paesi europei e quindi anche ai contribuenti americani, almeno quelli cui non fa sparare in faccia celebrando poi l’eroismo degli assassini.

I Paesi europei seri, tra cui purtroppo non c’è l’Italia, non sanno più che cosa fare con il boss mafioso della Casa Bianca: hanno provato a blandirlo con tutti i vossiabinirica possibili, a corteggiare il suo narcisismo extra large, a girarsi dall’altra parte di fronte alle sue mattane, ma sabato sono arrivati al punto di non ritorno: Trump ha ribadito che vuole prendersi con la forza un pezzo della Danimarca, quindi dell’Europa e della Nato, senza alcuna ragione logica se non quella di voler mettere le sue piccole mani sulla più grande isola del mondo.

Trump è fatto così, è un mammasantissima adolescente, «governa da alcolista» (parole della sua capo di gabinetto Susie Wiles), vuole vantarsi di possedere l’isola che sul mappamondo gli sembra gigantesca ma solo per ragioni di ego patologico e forse anche per far dimenticare agli americani tutte quelle volte che, invece, è stato ospite nell’isola piccina piccina dei Caraibi del suo best friend Epstein.

Non c’è nessuna (altra) ragione plausibile che possa spiegare la volontà predatoria di annettersi la Groenlandia, un’operazione speciale che un secolo fa i tedeschi hanno fatto diventare virale col nome Anschluss. La Groenlandia fa parte della Nato, e fino a poco tempo fa ospitava sedici basi militari americane che gli stessi americani unilateralmente hanno smantellato fino a lasciarne soltanto una, ma che potrebbero riaprire quando e come vogliono, perché stando a quanto stabilisce il trattato tra i due Paesi a Trump basterebbe inviare una lettera al Regno di Danimarca per installare basi e inviare soldati ed equipaggiamenti e garantire all’emisfero occidentale la protezione che sostiene di voler assicurare.

A parte l’ego adolescenziale, potrebbe esserci anche un’altra spiegazione dietro la dichiarazione di guerra di Trump agli alleati europei, una guerra dichiarata perché gli europei hanno inviato qualche soldato in Groenlandia, come concordato nel vertice di Washington con J.D. Vance e Marco Rubio, anche per rispondere alla critica trumpiana di scarsa protezione danese dell’isola.

Quest’altra spiegazione è che Trump sia un asset del Cremlino, come gli “Americans” della serie tv, il cui compito primario è quello di cancellare l’Alleanza Atlantica che per quasi un secolo ha tenuto a bada l’imperialismo russo e di smontare l’Unione europea democratica che attrae le popolazioni orientali colonizzate fino a poco tempo fa dalla Russia, e ora terrorizzate dall’idea che Mosca possa tornare a opprimerle.

Trump sta facendo tutto questo alla luce del sole, esattamente come Putin non nasconde le sue mire, e quindi indebolisce l’Europa, rende inutile la Nato e fa apertamente il tifo per i partiti eversivi di estrema destra, ma gli vanno bene anche quelli dell’altra parte purché eversivi, tutti insieme impegnati a chiudere la società aperta, a reprimere il dissenso e a trasformare le democrazie in autocrazie illiberali.

Lo avete letto soltanto qui, e non da ieri, ma dal giorno numero uno: Trump è il primo presidente antiamericano degli Stati Uniti e sta realizzando tutte le sue promesse elettorali, molto sentite nel collegio di Mosca. State certi che Trump non accetterà di perdere le elezioni di metà mandato di novembre, figuriamoci quelle del 2028, come già ha provato a cancellarle, fallendo, il 6 gennaio 2021 istigando l’assalto armato al Congresso, e poi graziando al primo giorno del secondo mandato tutti i golpisti, alcuni dei quali si sono arruolati nell’Ice, il gruppo paramilitare con cui ora terrorizza gli americani con i metodi dei collectivos venezuelani, dei basij iraniani, della Gestapo nazista e aprendo inchieste giudiziarie di stampo staliniano contro i suoi oppositori (nell’ultima settimana: contro il presidente della Fed, peraltro nominato da lui, contro i vertici istituzionali del Minnesota e proprio ieri minacciando di procedere contro tutta l’ex amministrazione Biden).

Vedremo che cosa faranno adesso i leader europei con la testa sulle spalle: Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Keir Starmer, Donald Tusk, i leader baltici e Volodymyr Zelensky, a cominciare ovviamente dalla sospensione dell’accordo commerciale con gli Stati Uniti siglato qualche mese fa sempre per compiacere il capo mandamento di Washington.

Ma a questo punto è anche la tenuta democratica dell’Italia a preoccupare, con una premier trumpiana e orbaniana, e di riflesso quindi putiniana come ai bei tempi andati, che mentre l’Europa e la Nato stanno morendo lei mangia il gelato. Con una maggioranza di governo ancora più impresentabile, e un’alternativa democratica altrettanto ambigua e grottesca.
Resistono i soliti cinque o sei parlamentari del Pd, Carlo Calenda e qualche eroe solitario qua e là, nella totale indifferenza di stampa e televisione. Siamo nei guai.

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Francobollo 100° Anniversario IARU

Francobollo 100° Anniversario IARU

Le Poste lussemburghesi hanno emesso un francobollo speciale in occasione del 100° anniversario della IARU grazie all’interessamento della nostra consorella RL, Radioamateurs du Luxembourg.

Il francobollo e la cartolina sono disponibili al negozio online di Post Philately.

La cartolina con il francobollo speciale potrà essere acquistata anche presso lo stand RL alla prossima Fiera di Friedrichshafen. Chi lo desidera, può preordinarla entro il 31 maggio via e-mail all'indirizzo dx(at)pt.lu

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La maschera di Wolfenbach (Nightmare Abbey 24)

di Franco Pezzini

(È appena apparsa per i tipi Digital Vintage Edizioni, trad. di Giulia Zappaterra e con introduzione di chi scrive, la prima edizione italiana di Il castello di Wolfenbach di Eliza Parsons, consacrato a classico del gotico da Jane Austen nell’ironico Northanger Abbey. Si riporta qui uno stralcio del mio contributo.)

Ancora un castello infestato dai fantasmi!

Ormai anche le signorine dovrebbero

essersi stancate di tutti questi assassini…

Critico anonimo (e un tantino maschilista),

del ‘Critical Review’, sull’appena uscito romanzo

di Francis Lathom, The Castle of Ollada, 1795.

 

Biancaneve e i Sette Orridi
“Ti leggo subito i titoli: eccoli, leggo dal mio taccuino: Il Castello di Wolfenbach, Clermont, Misteriosi presentimenti, Il negromante della Foresta Nera, Campana di mezzanotte, L’orfana dal Reno, e Orridi misteri. Questi ti dureranno per un po’”. Con questa celebre battuta di Isabella Thorpe a Catherine Morland (che tiene a verificare: “Sì, benissimo; ma sono proprio tutti romanzi dell’orrore [they all horrid], sei sicura che siano tutti romanzi dell’orrore?”) al cap. 6 di Northanger Abbey nasce il canone di “Horrid Novels” per lungo tempo creduti una divertita invenzione di Jane Austen. In realtà vengono altrove citati nel romanzo anche I misteri di Udolpho e L’italiano di Ann Radcliffe, nonché lo scandalosissimo Il monaco di Matthew Gregory Lewis, e sull’autenticità di questi non è mai sorta questione. Mentre occorreranno gli studi di Montague Summers (ambigua figura di ecclesiastico ed esperto di occultismo, gotico e teatro della Restaurazione) e di Michael Sadleir (editore, romanziere e bibliografo esperto di gotico), negli anni Venti del Novecento, per dimostrare che i sette titoli menzionati erano realmente circolati. Forse non proprio dei bestseller, anche considerata la rarità delle edizioni poco più di un secolo dopo, ma opere apprezzate da un certo target di lettori d’epoca.
Nel mondo anglosassone, li riproporrà la londinese Folio Society nel 1968, facendoli introdurre dall’esperto Devendra Varma: nel suo ormai classico The Gothic Flame (1957), il critico aveva sottolineato motivi specifici da parte di Jane Austen per selezionare questi testi come emblematici. A parte infatti i titoli coloriti perfetti per una satira del genere, vi s’intravedrebbero diversi tipi di gotico, individuati già da Sadleir e funzionali a fornirne un’ideale panoramica. Da una parte il rhapsodical romance, passionale ed emotivo (Clermont di Regina Maria Roche); in secondo luogo le imitazioni della moda tedesca (il presente The Castle of Wolfenbach, apparso a Londra nel 1793 per i tipi William Lane, The Minerva Press; poi Orphan of the Rhine di Eleanor Sleath, The Mysterious Warning, Midnight Bell di Francis Lathom, e quel Necromancer che manipola un’autentica opera tedesca di Karl Friedrich Kahlert); in ultimo, una vera e propria traduzione dal tedesco, Horrid Mysteries di Carl Grosse. In riferimento non solo a un riconosciuto peso nella cultura tedesca a partire dal XVIII secolo delle fantasie sull’occulto, o a uno stile narrativo sviluppato sul Reno, ma a uno stereotipo poi di larghissimo uso letterario e ancora cinematografico: “aggettivi come ‘soprannaturale’, ‘paranormale’, ‘occulto’ descrivono ottimamente un aspetto dell’immagine della Germania e dei tedeschi, che perdura nei paesi di lingua inglese fin da quando Smollett scelse lo Harz per ambientarvi i più terrificanti – e i più notevoli – episodi delle Avventure di Ferdinando Conte Fathom”, come osserva Siegbert Salomon Prawer (Caligari’s Children, 1980, ed. it. I figli del dottor Caligari. Il film come racconto del terrore), nella sua acuta disamina del mito geografico tedesco tra letteratura e cinema dell’orrore. L’etichetta “dal tedesco”, il richiamo alla “scuola tedesca”, la dichiarazione di Edgar Allan Poe che i suoi racconti “non erano della Germania ma dell’anima” erano immediatamente recepiti dal lettore ottocentesco quali indizi di misteri e di orrori, e l’apparizione di un nome tedesco nel titolo come promessa di brividi deliziosi. Qualcosa del genere si riproporrà col cinema popolare, e Ornella Volta (Frankenstein & Company. Prontuario di teratologia filmica, 1965), aggiungerà citazioni eloquenti: “Lasciate a noi tedeschi gli orrori del delirio, i sogni della febbre, il regno dei fantasmi. La Germania è un paese che si addice alle vecchie streghe, alle pelli d’orso redivive ed ai golem di ogni sesso”, Henri Heine; “Non crederete mica che solo la Germania abbia il privilegio di essere assurda e fantastica?”, Honoré de Balzac; eccetera.
Paradigmatici nei sette titoli i richiami al castello (inevitabile pensare a The Castle of Otranto), al mistero (qui a The Mysteries of Udolpho), all’orrido (cfr. lo Schauer-Romantik tedesco). Ma lo sviluppo del genere non sarebbe solo quello panoramico, orizzontale: Varma vede addirittura nei titoli lo sviluppo verticale del gotico (almeno quello prima maniera) attraverso il tempo, dalle sue origini, alla compiuta fioritura e fino alla decomposizione. Nei fatti l’altalena tra sirene del torbido ed esaltazione della virtù, tra macabro e candido, rende le eroine di questi romanzi delle Biancaneve in distress minacciate da vilain predatori, violenti e crudeli (spendiamo il termine: sadici, anche se in genere siamo a parecchia distanza dal Divin Marchese), sorelle minori delle spasimanti fanciulle del gotico più noto.
A partire dal 2005, l’americana Valancourt Books avrà il merito di rieditare queste opere quasi introvabili  (The Castle of Wolfenbach nel 2006, dopo le edizioni minori 2003 per Wildside Press e 2004 per Kessinger Publishing) permettendo un apprezzamento da parte di un pubblico odierno: e opportunamente una copia (moderna) dei sette romanzi riuniti in cofanetto è collocata in bella vista in una vetrina del cottage di Jane Austen a Chawton nell’Hampshire. Una splendida mostra The Art of Freezing the Blood: Northanger Abbey, Frankenstein, & the Female Gothic, allestita nel 2018 dei due anniversari nella ben più sontuosa Chawton House a suo tempo di proprietà dal fratello di Jane, Edward, permetteva di vedere esposte anche una serie di altri novel gotici del tutto minori, privi persino della griffe austeniana e talora semplici adattamenti dei classici del genere, per un pubblico che, come l’ineffabile Catherine Morland, di gotico aveva sete.
Tra gli autori – in vari casi le autrici – degli Orridi Sette, spicca Eliza Parsons (nata Phelp: probabilmente 1739-1811), a cui si devono ben due titoli, The Castle of Wolfenbach (1793) e The Mysterious Warning (1796). […]

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Il futuro delle adozioni? Passa dalla capacità di rispondere agli special needs (che ormai sono 7 su 10)

Nel 2025 le adozioni internazionali hanno tenuto, ed è una buona notizia. Vincenzo Starita, vicepresidente della Commissione Adozioni Internazionali, nel corso del convegno organizzato dal Coordinamento CARE – dal titolo “Tenere la rotta, cambiare le vele. Nuove idee per l’adozione oggi” (si può rivedere qui) – ha reso noti i dati relativi alle procedure adottive concluse nel 2025. «Il numero delle adozioni è leggermente diminuito, ma solo di nove unità: si tratta di 527 adozioni concluse nel 2025 rispetto alle 536 dell’anno precedente. Leggermente ridotto anche il numero dei bambini entrati in Italia tramite adozione internazionale, 664 nel 2025 rispetto ai 691 del 2024, cosa legata fondamentalmente al fatto che c’è stata una leggera riduzione del numero delle fratrie», ha detto.

La sostanziale «tenuta del sistema» in un momento storico come questo «secondo me ha un valore simbolico significativo», anche perché «noi siamo l’unico Paese che tiene, mentre la maggior parte dei paesi di accoglienza in base ai dati del primo semestre del 2025 prevedeva una forte riduzione del numero degli adottati». Questo dato positivo emerge nonostante il calo nelle adozioni di minorenni provenienti dalla Colombia, storicamente uno dei Paesi più significativi per le adozioni internazionali in Italia. Tra i trend più rilevanti dell’anno, va rimarcata la crescita costante di adozioni da Bulgaria, Burundi, Perù ed Ungheria e la ripresa significativa delle adozioni dalla Burkina e Ghana. Cifa, Asa e Gvs i tre enti che hanno concluso più adozioni: 51 per Cifa e 44 ciascuna per Asa e Gvs.

I numeri del 2025

Si è leggermente ridotto il periodo di attesa tra il conferimento dell’incarico e l’autorizzazione ex articolo 32 (in pratica il “via libera ufficiale” della Cai per poter avviare concretamente l’adozione internazionale, ndr): nel 2024 passavano 32 mesi, mentre nel 2025 il lasso temporale si è ridotto a 28,9. «Ci sono paesi come ad esempio l’Ungheria, che è il paese in cui in questo momento riusciamo a concludere più adozioni (sono state 112 le procedure concluse nel 2025, ndr), in cui si riesce ad adottare in poco più di un anno e anche in alcuni paesi africani stiamo riducendo sensibilmente i tempi di attesa», ha sottolineato Starita.

Un’altra novità del 2025 è la riduzione dell’età media dei minori che sono entrati in Italia: da 6,9 anni delle adozioni concluse nel 2024 siamo passati nel 2025 a 6,3 anni. «Questa è la dimostrazione tangibile che lo sforzo che stiamo facendo per essere credibili induce sempre di più i paesi di origine con cui abbiamo relazioni ad aprirsi a forme di adozione anche per i bambini più piccoli», ha detto Starita.

Sette bambini sui 10 con special needs

Il dato però più significativo – «ed è opportuno che venga rimarcato da me», ha concluso Starita – è il dato dei minori con special needs, che è ulteriormente in aumento. Siamo passati dal 67% del 2024 al 70% del 2025. «Intorno all’adozione degli special needs, l’ho detto e lo lo ripeto, si gioca il futuro delle adozioni internazionali, almeno per questo periodo immediato, che però credo durerà ancora a lungo. Se adottare significa rispondere ai bisogni dei bambini reali, allora è facile intuire che essendo noi dobbiamo essere in grado di dare una risposta chiara ai bisogni di questi bambini con special needs».

Ai minori con special needs è dedicato uno dei tavoli di lavoro promossi dalla Cai, in vista della Assemblea Generale degli Enti Autorizzati della prossima primavera: il tavolo ha coinvolto tutte le figure professionali e i soggetti istituzionali che potevano dare un apporto significativo di riflessione, nell’ottica di elaborare delle strategie innovative. «Un aspetto importante che è stato messo in risalto dal dal tavolo tematico che riguarda gli special needs è proprio il fatto che molti bambini non entrano in Italia da special needs, ma la loro specialità si manifesta un po’ di tempo dopo l’ingresso, con le difficoltà che sono connesse alla fase dell’accoglienza, dell’integrazione, sia in ambito familiare che in ambito scolastico. Molto spesso la loro specialità diventa di più difficile gestione nella fase dell’adolescenza. E allora l’idea è stata quella di elaborare delle linee operative che costituiscono un po’ il seguito alle linee operative già elaborate in materia di formazione, che presenteremo venerdì prossimo in un convegno che terremo a Roma insieme all’Aimmf. Delle linee guida che possano rappresentare una “bussola” intorno a cui poi tutte le équipe adozioni sul territorio nazionale potranno muoversi per sostenere le famiglie, perché i bambini special needs necessitano di un sostegno che sia il più effettivo, il più efficace ma anche il più prolungato possibile».

Le linee guida a cui fa riferimento Starita sono due: quelle destinate agli enti autorizzati, per realizzare in maniera più omogenea il percorso formativo post mandato per le coppie che aspirano all’adozione internazionale (sono in vigore dal 1° maggio 2024, si leggono qui e VITA ne ha parlato qui) e le “Linee operative per i percorsi di formazione pre-mandato degli aspiranti genitori adottivi”, che verranno presentate venerdì a Roma, in un convegno dal titolo L’adozione internazionale: il percorso per un’accoglienza consapevole insieme al documento di Aimmf “Alla ricerca di buone prassi nell’ascolto degli aspiranti genitori adottivi in Tribunale”. Pochi giorni fa invece i ministri Antonio Tajani e Eugenia Roccella hanno presentato alla Farnesina la nuova Guida alle Adozioni Internazionali, che riepiloga in modo semplice ed efficace i passaggi tecnici e burocratici dell’adozione, ad uso delle famiglie italiane ma anche di enti e operatori della nostra rete diplomatico-consolare (si parla per esempio di obblighi degli enti nei paesi esteri, documenti di viaggio dei minori, permanenza nei vari paesi, compiti delle ambasciate e dei consolati…).

Il lavoro con i pediatri

Rispetto al fatto che i bambini che entrano già nel nostro paese con delle diagnosi specifiche e quindi che siano special needs per ragioni di carattere sanitario, debbano poter accedere con immediatezza gli approfondimenti sanitari necessari, il vicepresidente Starita ha detto che «stiamo lavorando con l’Associazione Nazionale Pediatri per individuare i centri sanitari, pubblici, di eccellenza, dove le famiglie potranno recarsi e per le famiglie che vivono in regioni più lontane rispetto a questi centri, abbiamo immaginato di poter intervenire con dei sostegni di carattere economico per aiutare le famiglie in questa prima fase fortemente delicate».

Voglio ringraziare pubblicamente, attraverso il coordinamento Care, tutto l’associazionismo familiare per il lavoro che abbiamo fatto insieme nel corso di questi ormai più di 5 anni. L’associazionismo familiare ha rappresentato per me un una bussola importante di orientamento

Vincenzo Starita, vicepresidente Cai

Il grazie all’associazionismo familiare

Il vicepresidente, che terminerà il proprio mandato – il secondo – tra pochi mesi, ha aperto il suo intervento «ringraziando pubblicamente attraverso il coordinamento Care tutto l’associazionismo familiare per il lavoro che abbiamo fatto insieme nel corso di questi ormai più di 5 anni. È stato un lavoro intenso ma proficuo. Non è mancato il dialogo, non è mancato il confronto, non sono mancate anche le critiche e le sollecitazioni da parte del mondo dell’associazionismo familiare, che ha rappresentato per me un una bussola importante di orientamento perché ascoltare attraverso l’associazionismo le famiglie significa ascoltare quella fetta importante del mondo dell’adozione che è protagonista con il bambino dell’adozione stessa. Abbiamo scritto delle pagine importanti insieme, una su tutte, la riforma delle linee guida sull’accoglienza del minore adottato a scuola».

«Care famiglie, non siete sole»

In conclusione, Starita ha ribadito che «è importante che le famiglie sappiano che le istituzioni e la Commissione adozioni internazionali – sono certo che sarà così anche per chi verrà dopo di me – sono vicine alle famiglie. Questo è il messaggio importante che io mi auguro di poter lanciare per il futuro. I bambini che adotterete, i vostri figli, sono un patrimonio inestimabile per tutti noi».

Foto di Mouaadh Tobok su Unsplash

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US strike in Syria kills leader tied to Isis ambush that left 3 Americans dead

A third round of retaliatory strikes by the US in Syria resulted in the death of an al-Qaeda-affiliated leader, who officials say had a direct tie to the Islamic State member responsible for last month’s ambush that killed two US soldiers and one American civilian interpreter in the country. US Central Command announced that the strike in northwest Syria on Friday killed Bilal Hasan al-Jasim, who they claim was “an experienced terrorist leader who plotted attacks and was directly connected” to...

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US strike in Syria kills leader tied to Isis ambush that left 3 Americans dead

A third round of retaliatory strikes by the US in Syria resulted in the death of an al-Qaeda-affiliated leader, who officials say had a direct tie to the Islamic State member responsible for last month’s ambush that killed two US soldiers and one American civilian interpreter in the country. US Central Command announced that the strike in northwest Syria on Friday killed Bilal Hasan al-Jasim, who they claim was “an experienced terrorist leader who plotted attacks and was directly connected” to...

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Caregiver familiare: lo Stato non deleghi la cura, in cambio di un sussidio

Ventisette anni: questo è l’arco di tempo per cui Marco Espa è stato caregiver. Lo è stato giorno e notte, per sua figlia Chiara. È presidente nazionale dell’Associazione Bambini Cerebrolesi – ABC Italia) e insieme a Francesca Palmas ha scritto il libro Progetto di Vita (Erickson). Dal gennaio 2024, ha fatto parte del Tavolo interministeriale tecnico per la legge nazionale sui caregiver familiari costituito della ministra Alessandra Locatelli e della viceministra del Lavoro Maria Teresa Bellucci: a partire da quei lavori – durati un anno intero – gli uffici ministeriali hanno poi predisposto il ddl appena approvato dal Consiglio dei Ministri. 

Che ne pensa del ddl presentato dalla ministra Locatelli?

È un passo importante, perché finalmente lo Stato riconosce che il tema dei caregiver non è un fatto privato e che esiste e va affrontato. È anche cosa buona e giusta partire dai caregiver conviventi: sono quelli che sostengono il carico più alto, spesso 24 ore su 24, e che rinunciano al lavoro e alla propria vita per evitare l’istituzionalizzazione dei loro cari. La scelta fatta dalla ministra Locatelli – partire dai caregiver conviventi, in un quadro di risorse limitate – è sicuramente una scelta difficile, ma è strategicamente importante e noi come ABC la sosteniamo. Tuttavia, questo criterio viene di fatto mortificato dall’introduzione di un limite Isee troppo basso, a 15mila euro: così facendo si escludono decine di migliaia di caregiver che vivono la stessa identica condizione di cura. È una contraddizione evidente: si individua correttamente la priorità, ma poi la si svuota con un criterio economico che non ha nulla a che vedere con la non autosufficienza. Il ddl ora inizierà il suo iter in Parlamento e dovremo lavoreremo insieme alle istituzioni e a tutti i vari stakeholder per migliorarlo. 

Finalmente lo Stato riconosce che il tema dei caregiver non è un fatto privato, che esiste e va affrontato. È anche cosa buona e giusta partire dai caregiver conviventi: sono quelli che sostengono il carico più alto

Marco Espa, presidente ABC

Intende dire che lo Stato dovrebbe dare un sostegno ai caregiver indipendentemente dalla soglia Isee?

La non autosufficienza non è una condizione di povertà, è una condizione di vita. Legare il riconoscimento del caregiver al reddito significa trasformare una politica di inclusione in una misura assistenziale selettiva. Questo approccio taglia fuori decine di migliaia di caregiver conviventi che continuano a sostenere da soli un carico enorme, senza alcuna tutela. Lo Stato a parole sta dicendo ai caregiver conviventi “vi riconosco, partiamo da voi” e poi però introducendo un Isee così basso, di fatto fa un’altra cosa. Ma chi ha esperienza nel settore, come noi, sa come rendere inclusiva una politica pubblica, anche con lo strumento dell’Isee graduato a seconda del reddito, senza però tagliare fuori nessuno. Non avendo mai ricevuto il testo, però, non siamo potuti intervenire a correzione. 

Marco Espa con la figlia Chiara

C’è chi sostiene che tutti i caregiver dovrebbero avere lo stesso trattamento, a prescindere dall’essere conviventi o meno. In questo modo, infatti, si tagliano fuori – per esempio – i figli di anziani non autosufficienti, che sono caregiver ma tipicamente non convivono con i propri genitori. È una strada praticabile?

Ci sono situazioni che vanno sostenute, come quelle di chi si prende cura per un grande numero di ore quotidiane pur non essendo convivente. Non solo figli e genitori ma anche reti amicali di vicinanza. L’importante è farsi carico. Certo non possiamo pensare equivalente questa situazione a chi decide per tanti motivi di istituzionalizzare una persona 200 km di distanza. Al Tavolo ho sentito ragionamenti contorti e di fantasia di chi sosteneva che il carico di chi istituzionalizzava i propri familiari era ben superiore a quello di coloro che ci convivevano. E poi, bisogna essere onesti: se volessimo garantire lo stesso trattamento a tutti i caregiver, conviventi e non conviventi, servirebbero almeno 40 miliardi di euro. Questa è una cifra impossibile per qualsiasi Governo e, aggiungo, nemmeno giusta. Le politiche pubbliche devono partire da chi sostiene il carico più alto. L’equità non consiste nel trattare tutti allo stesso modo, ma nel riconoscere le differenze reali.

Se volessimo garantire lo stesso trattamento a tutti i caregiver, conviventi e non conviventi, servirebbero almeno 40 miliardi di euro. L’equità non consiste nel trattare tutti allo stesso modo, ma nel riconoscere le differenze reali

Marco Espa, presidente ABC

Si parla spesso di dare uno “stipendio” per i caregiver. Perché siete contrari?

Perché sarebbe un errore strutturale. Dare uno stipendio ai caregiver significherebbe consentire allo Stato di lavarsene le mani, scaricando interamente sulle famiglie la responsabilità della cura. Nel contesto italiano questa scelta avrebbe un effetto devastante sulle donne, non possiamo nascondercelo: vorrebbe dire costringerle “agli arresti domiciliari”, senza aver commesso alcun reato. L’idea dello stipendio per il caregiver non è emancipazione, è al contrario una regressione culturale e sociale, che rischia di cristallizzare la segregazione domestica e l’isolamento. Noi non vogliamo sussidi che rinchiudano le persone in casa, vogliamo diritti che permettano di vivere, lavorare e partecipare alla società.

Di che cosa hanno bisogno, allora, i caregiver?

La vera battaglia è il diritto ai contributi figurativi, cioè alla pensione. Migliaia di caregiver hanno abbandonato il lavoro per anni, spesso per una vita intera e quindi rischiano di ritrovarsi senza alcuna tutela previdenziale. Questo è inaccettabile. I contributi figurativi non sono assistenza: sono una misura strutturale che riconosce il valore pubblico del lavoro di cura. Sia chiaro, capiamo e non siamo contrari a contributi come quelli previsti in bozza di legge, in attesa che partano i progetti di vita, ma devono essere provvisori: l’obiettivo deve essere anche per noi caregiver il progetto di vita. Ovviamente accanto al riconoscimento dei contributi figurativi.

L’idea dello stipendio per il caregiver non è emancipazione, è al contrario una regressione culturale e sociale, che rischia di cristallizzare la segregazione domestica e l’isolamento. La vera battaglia è il diritto ai contributi figurativi, cioè alla pensione

Marco Espa, presidente ABC

Che cosa c’entra con i caregiver il progetto di vita?

Ricordiamolo: questa è una legge che deve sostenere i caregiver, non delegare loro ulteriori compiti di cura in cambio di soldi. Prendersi cura di chi si prende cura, significa intervenire concretamente attraverso misure di sostegno adeguate alle persone con disabilità, per esempio attraverso i progetti di vita personalizzati, co-progettati, deistituzionalizzanti. Questo non solo permette realmente di alleggerire il naturale carico di assistenza richiesto a un familiare, ma al tempo stesso permettere alle persone di scegliere dove e come e con chi vivere. L’esperienza ci ha dimostrato che se le persone con disabilità sono realmente sostenuti, con progetti personalizzati e co-progettati, i caregivers sono addirittura in grado di riprendere le attività lavorative e in generale di migliorare la loro qualità di vita. Dunque, il reale riconoscimento della figura del caregiver non si deve limitare ad una misura risarcitoria, ma che ne valorizzi il ruolo. E va letta in combinato disposto con i progetti di vita dei loro cari con disabilità. Su questo punto, però, c’è una cosa che lo Stato e i suoi funzionari devono capire: non si fanno le riforme a costo zero o quasi. 

Sta parlando della riforma della disabilità?

Penso a chi ritiene che tutto sommato il progetto di vita sia la sommatoria di ciò che esiste già nei territori. Non è così. A mio giudizio le prestazioni “atipiche” – cioè quelle che ad oggi non rientrano nelle unità di offerta del territorio di riferimento – saranno probabilmente il 90% di ogni singolo progetto e non, come dicono invece molti osservatori, una quota residuale che riguarderà solo alcune situazioni particolari. La risposta a necessità “atipiche” nel progetto di vita non è un’evenienza eccezionale, ma dovrà essere la prassi ordinaria; è l’essenza stessa del nuovo modello. La legge prevede un fondo da 25 milioni l’anno per garantire queste “prestazioni atipiche”, ma aver previsto risorse così limitate equivale a trattare la personalizzazione come un elemento marginale, un’eccezione da concedere con il contagocce, anziché come il pilastro della legge. È un paradosso difficilmente sanabile: si crea uno strumento per l’innovazione, ma lo si dota di risorse che, di fatto, ne circoscrivono l’applicazione a un ruolo quasi simbolico, tradendo l’ispirazione originaria della norma. È per questa ragione che ci vogliono miliardi di euro per non far fallire la riforma della disabilità. 

L’obiettivo deve essere anche per noi caregiver il progetto di vita. Per questo servono miliardi: per i caregiver e per i progetti di vita

Marco Espa, presidente ABC

Ancora una volta, la questione delle risorse resta centrale. 

Sì, la questione delle risorse è determinante. IIl punto è che se le istituzioni non affrontano oggi il tema della non autosufficienza, tutto ricadrà sui conti dello Stato tra pochi anni, in altri modi, ma certamente con un impatto molto più pesante. Se ci fosse una classe politica lungimirante, si potrebbe costruire un sistema misto di finanziamento di tutto questo: una parte attraverso un fondo tipo l’Home Care, una parte con un contributo che viene dai redditi altissimi, una parte sugli extra-profitti delle banche, una parte con la fiscalità generale e una parte attraverso il Parlamento. Va detto chiaramente: qui a giocare un ruolo centrale è il Parlamento, non il Governo. Il Governo, di qualunque colore sia, difficilmente farà questo passo: serve invece una responsabilità parlamentare. Se si individuino due o tre temi che maggioranza e opposizione ritengono unitari, che diventano bipartisan nell’agenda parlamentare, argomenti di tutti… si può fare. Ma bisogna dirlo con chiarezza: servono miliardi, non milioni. I miliardi per i caregiver e i miliardi per il progetto di vita. Tecnicamente si può fare, ma come sempre serve la volontà politica.

VITA ha dedicato un magazine ai caregiver familiari, titolato La solitudine dei caregiver: se hai un abbonamento puoi scaricare subito qui la versione digitale oppure abbonati qui.

Qual è il modello di inclusione che ABC propone?

Io sostengo che l’inclusione sociale non sia un sussidio, ma un’infrastruttura pubblica. Serve un approccio centrato sulla persona, che coinvolga chi ha esperienza vissuta della disabilità e della cura. La co-progettazione e la partecipazione non sono slogan: sono strumenti indispensabili per evitare errori, intercettare i bisogni reali e costruire fiducia. Troppo spesso le politiche pubbliche vengono progettate senza ascoltare le persone che dovrebbero beneficiarne, ma così si finiscono per ignorare proprio le voci dei più vulnerabili.

Questo richiede anche un rafforzamento dei servizi sociali?

Certamente. Non basta scrivere buone leggi, se non si investe nel personale dei servizi sociali. Una strategia ambiziosa ma che poi non sia accompagnata dal rafforzamento dell’infrastruttura umana e operativa dei servizi di assistenza, inclusione e supporto… è destinata a fallire. Servono investimenti mirati nei servizi sociali, nella professionalizzazione, in condizioni di lavoro di qualità e nell’integrazione con sanità, istruzione e politiche del lavoro. In assenza di tutto questo, qualsiasi riforma rischia di restare pura retorica.

In sintesi, cosa serve oggi ai caregiver italiani?

Servono riconoscimento, contributi figurativi, diritto alla pensione e politiche strutturali sulla non autosufficienza. Non stipendi che permettano allo Stato di lavarsene le mani, non sussidi che rinchiudano le persone in casa. Ma un investimento pubblico serio, bipartisan, fondato su diritti, servizi e infrastrutture sociali. Perché l’inclusione non è un costo: oltre ad essere una responsabilità collettiva e una scelta di civiltà, è un investimento, riduce i costi assistenziali, come dimostrato dalle migliori esperienze pubbliche di deistituzionalizzazione in Italia, fa crescere l’occupazione e aumenta il gettito della fiscalità generale.

Nelle foto, alcune delle famiglie aderenti ad ABC, che nel 2024 ha avuto in gestione un bene confiscato alla mafia a San Teodoro (Olbia). Qui ha aperto la “Casa dell’indipendenza – Villa della legalità”. VITA lo ha raccontato qui.

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C’è un aggressore e un aggredito, si diceva una volta, no? Intervista a Carlo Rovelli

 

 

di Luca Busca

 

Viviamo in un contesto molto incerto, in cui ogni giorno un paese sovrano viene minacciato dall’Impero Americano di essere invaso al fine di appropriarsi delle sue risorse. Spesso l’impressione è quella di un’egemonia in declino, sull’orlo del baratro, che tenta gli ultimi colpi di coda per non cadere. In due settimane, dall’inizio del 2026, Trump ha attaccato il Venezuela, sequestrandone il legittimo rappresentante. Ha minacciato l’Iran e la Nigeria, dichiarandosi disponibile a uscire dalla NATO pur di avere la Groenlandia, che, ironia della sorte si troverebbe nella condizione di invocare l’articolo 5 del Trattato dell’Atlantico del Nord, portando l’Europa in guerra contro gli Stati Uniti. Casualmente tutti paesi ricchi di petrolio.

Abbiamo chiesto a Carlo Rovelli, fisico e divulgatore di fama mondiale reduce dalla pubblicazione del suo ultimo libro, “L’uguaglianza di tutte le cose”, cosa pensa di questo particolare momento storico.

 

L.B. Gli Stati Uniti hanno attaccato il Venezuela e sequestrato il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro Moros, al fine di processarlo. Possiamo parlare di “processo” o siamo davanti a uno strumento politico travestito da giustizia?

C.R. Sono un po' stupito per come sia commentato l’attacco degli Stati Uniti al Venezuela.  Dalla fine della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno attaccato diverse decine di paesi da cui non erano stati attaccati (“C’è un aggressore e un aggredito”, si diceva una volta, no?).  Gli Stati Uniti lo hanno fatto quasi sempre contro la legalità internazionale, contro le Nazioni Unite. Questa volta, con il Venezuela, le differenze mi sembrano due. Una è che invece delle usuali decine o centinaia di migliaia di morti, hanno ammazzato solo un’ottantina di persone. L'altra è che sono stati un po’ meno ipocriti del solito, e alle “giustificazioni” (ripetute ahimè dai politici europei come fossero babbei), questa volta non ci crede nessuno, neanche chi le ripete. Rispetto alla precedente politica americana, mi sembra che Trump faccia egualmente guerre, ma con meno ipocrisia e per ora con meno morti. 

 

L.B. Storicamente le grandi potenze ricorrono alla guerra quando entrano in crisi strutturale. Vedi un nesso fra la finanziarizzazione dell’economia statunitense, il declino industriale e questa aggressività geopolitica?

C.R. Non mi pare che gli Stati Uniti siano diventati più aggressivi. Non so se contare le decine di migliaia di morti ammazzati in altri paesi sia un criterio di aggressività, ma vale quanto un altro. L’amministrazione Trump, che io sappia, ha ammazzato gente in Venezuela, in Yemen, in Iran, in Siria, in Nigeria, e certo dimentico qualche paese, ma, direi, molti meno di quanto facessero di solito le amministrazioni precedenti. A noi gli Stati Uniti appaiono ora più aggressivi solo perché non si presentano più come nostri alleati, e quindi ora ci fanno paura. Prima erano aggressivi e noi ci appiattivamo sotto la loro ala, anzi, spesso li aiutavamo con qualche aereo e qualche bersagliere. 

 

L.B.  Se proprio la superpotenza che ha costruito il sistema di diritto internazionale lo viola apertamente, il sistema è riformabile o siamo entrati in una fase di dittatura imperiale?

C.R. Penso che sia possibile riformarlo, che sia possibile rendere più forte il diritto internazionale. Lo penso perché la maggior parte dei paesi e dei cittadini del mondo lo sta chiedendo. A voce sempre più forte. Non stiamo entrando in una fase di dittatura imperiale, ne stiamo uscendo. Gli Stati Uniti non hanno più la forza per imporre il loro impero e hanno perso la forza ideologica e la capacità di propaganda che hanno avuto. Non ci provano neppure più. Mi piacerebbe che l'Italia stesse dalla parte dei tanti che chiedono diritto internazionale, non dei pochi che ci si oppongono, come invece sta facendo adesso. 

 

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La fine delle infrastrutture pubbliche: il caso della Rete Ferroviaria Italiana

  Negli ultimi mesi si è spesso parlato della possibile privatizzazione della rete ferroviaria italiana. Si tratta di un tema che, come è facile intuire, è estremamente rilevante. Da un lato, infatti, si parla di un processo che avrà conseguenze su un servizio, quello ferroviario, che influisce sulle condizioni di vita e di lavoro di […]

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Dionisi manda in orbita il Livorno a Guidonia (2-0)

Gol e assist del bomber e gli Amaranto tornano a sorridere

Beato colui che può contare su un giocatore fuori categoria. Beato il Livorno che ha Federico Dionisi, uomo simbolo, capitano, fuoriclasse che in questa categoria insegna calcio a tutti. E’ stato proprio il bomber di Cantalice a spaccare la partita sul campo del Guidonia Montecelio: un gol pazzesco, un assist fantascientifico e tutti a casa. Per il Livorno sono i primi (pesantissimi) punti del 2026, il ritorno al successo in trasferta dopo tre mesi e mezzo.

La partita. Venturato si affida ancora al trequartista – Peralta – dietro Dionisi e Di Carmine. In difesa debutta Falasco. A centrocampo c’è la conferma per Luperini. Tornano nell’undici di partenza Mawete e Marchesi. La partita è bloccata e le emozioni latitano fino al minuto 21 quando Dionisi su calcio di punizione fa lavorare il portiere Avella che sventa volando alla propria destra. Insiste il Livorno. 25’: Hamlili verticalizza per Di Carmine, il cui lob supera Avella, ma non un difensore rossoblù che allontana. La sensazione, però, è che il ritmo degli Amaranto sia compassato, mentre il Guidonia riesce a verticalizzare in modo più rapido. Al 31’ Seghetti deve metterci i piedi su conclusione di Sannipoli da due passi. Al 37’ si rivede il Livorno: cross dalla sinistra di Falasco: colpo di testa si Dionisi e palla sul  fondo.

Ripresa. Parte bene il Livorno. Al 3’ ci prova Dionisi con un diagonale destro dal limite. La palla sibila vicino al palo di sinistra di Avella. Altra chance per Dionisi al 9’, ma il suo destro a girare non inquadra lo specchio della porta. La partita sembra bloccata. Il Guidonia talvolta guizza in attacco. Succede anche al 18’ quando Starita segna, ma in chiara posizione di fuorigioco. Capovolgimento di fronte e fantastico gol di Dionisi che di prima in corsa, corregge in porta un suggerimento di Marchesi. Incassato il gol, il Guidonia reagisce: al 25’ Starita di testa non trova la porta. Questo sabato, però, è il grande giorno di Dionisi che al 29’ fa una magia, nasconde il pallone e poi serve un cioccolatino al neoentrato Biondi che deve calciare un rigore in movimento: 2-0! Il resto è accademia. Il Livorno vince per la gioia del centinaio di tifosi scesi a Guidonia con uno striscione di contestazione nei confronti della società. Molto meglio della croce celtica esposta dai supporters di casa: un inno alla stupidità e all’ignoranza.

Guidonia (3-5-2): Avella; Vitturini (78′ Stefanelli), Frascatore, Esempio; Zappella (86′ Spavone), Tascone (68′ Bernardotto), Santoro (86′ Russo), Sannipoli (68′ Tessiore), Viteritti; Zuppel, Starita. A disposizione: Stellato, Marchioro, Mulé, Mastrantonio, Franchini. All. Ginestra
Livorno (4-3-1-2): Seghetti; Mawete (86′ Gentile), Noce, Baldi, Falasco; Luperini, Hamlili (72′ Odjer), Marchesi (92′ Panaioli); Peralta (72′ Biondi); Dionisi (92′ Bonassi), Di Carmine. A disposizione: Tani, Ciobanu, Gentile, Ghezzi, Panaioli, Panattoni, Antoni, Haveri. All. Venturato.
Arbitro: Vailati sezione di Crema
Reti: 65′ Dionisi, 75′ Biondi
Note: angoli 2-5; ammoniti, Falasco, Tascone, Mawete, Esempio; recupero 0’+5′

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Puntini rossi nel cosmo primordiale: nuove analisi indicano un’origine inattesa e affascinante

Gli astronomi osservano da anni dei puntini rossi del cosmo primordiale e post Big Bang, risalenti a centinaia di milioni di anni successivi allo storico evento evolutivo. Li chiamano Little Red Dots, sono visibili con il JWST, James Webb Space Telescope. Che cosa sono? Gli scienziati se lo sono chiesti per molto tempo e finalmente compare su di loro uno studio dedicato.

Le prime ipotesi non portavano a delle galassie primordiali o a nuclei galattici attivi. Troppo deboli per essere dei buchi neri supermassicci, nello spazio hanno un ruolo cosmico da scoprire. Ci pensa Vadim Rusakov dell’Università di Copenaghen a fornire qualche spiegazione. I puntini rossi sono dodici, si collocano su una riga spettrale composta da idrogeno caldo.

Attorno a loro o emesso c’è del gas, forse a emissione libera. Un lato della formazione dei dodici punti rossi si presenta a forma di tenda e presenta gas denso, ionizzato e a diffusione. La descrizione conclusiva e descrittiva di Rusakov quindi è di un insieme di bozzoli di gas molto densi e in rapido movimento attorno a una sorgente. Il colore rosso è la loro composizione o luce trasmessa?

alcuni dei piccoli puntini rossi studiati, fotografati dalla NIRCam del telescopio James Webb

Lo studio di Vadim Rusakov e del suo team non esclude la possibilità di futuri quasar e buchi neri giovani e misteriosi: ecco tutte le novità

Qui viene il bello: il team guidato da Vadim Rusakov dà un’informazione che contrasta con le ipotesi precedenti. I puntini rossi sono giovani buchi neri con masse tra i 10.000 e i 10 milioni di masse solari. Non producono solo gas ma anche forte energia antigravitazionale e attrattiva. I buchi neri così descritti portano a parlare di tanti supermassicci riuniti nella linea di idrogeno.

Perché gli scienziati affermano questo? Perché il colore rosso e l’apparire insieme sono l’effetto di una luminosità forte e nell’infrarosso, causata da un denso bozzolo di gas che li alimenta. Ci sono le emissioni X e anche di radio, ma sono indebolite dalla densità ionizzata. Il bozzolo genera calore e forte energia; i buchi neri appaiono per questo come piccoli puntini neri che incuriosiscono da sempre gli osservatori astronomici. Anche perché la ricerca, rilanciata da Scimex, parla non di semplici giovani buchi neri ma di futuri quasar in formazione.

Puntini rossi nel cosmo primordiale: nuove analisi indicano un’origine inattesa e affascinante è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Daniela Giannace

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Microgravità e cervello: la scoperta che rivela cosa succede agli astronauti dopo il rientro sulla Terra

La microgravità sperimentata dagli astronauti nello spazio ha effetti di lungo periodo sul corpo umano. Dopo un viaggio nello spazio, si hanno difficoltà di adattamento sulla Terra, gli scienziati, grazie a una nuova ricerca, ne descrivono le conseguenze. Lo studio è stato pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences. L’organo che più di tutti vive i micro effetti di una sola settimana nello spazio è il cervello. Le alterazioni possono durare almeno sei mesi, soprattutto se i viaggi si allungano oltre i sette giorni.

Forse gli astronauti non sempre se ne accorgono; gli esperti parlano di cambiamenti impercettibili che toccano anche pochissimi millimetri di massa cerebrale. Ma quali regioni del cervello vengono compromesse nel poco? I risultati indicano le regioni associate all’equilibrio, al controllo sensomotorio e alla propriocezione. Un astronauta che torna sulla Terra ha subito problemi con la gravità e dovrà attendere alcuni giorni per ritrovare il suo equilibrio. Altre reazioni più nascoste durano invece più di sei mesi.

cervello degli astronauti

Viaggi nello spazio di soli sette giorni? Cervello e fluidi si spostano cercando un equilibrio nell’assenza di gravità

Rachael Seidler è fisiologa presso l’Università della Florida, è autrice dello studio e guida il team di ricerca. “Abbiamo dimostrato cambiamenti completi nella posizione del cervello all’interno del compartimento cranico dopo un volo spaziale e un ambiente analogo. Queste scoperte sono fondamentali per comprendere gli effetti dei voli spaziali sul cervello e sul comportamento umano”, queste le sue parole.

Che cosa succede al corpo quando esce dall’orbita terrestre? I tessuti si spostano e i fluidi del corpo si distribuiscono in maniera uniforme. Il cervello sente e risponde a questi cambiamenti improvvisi. Negli astronauti è stato osservato lo spostamento del baricentro del cervello verso l’alto del cranio durante il volo spaziale. Seidler e altri colleghi hanno coinvolto 26 astronauti in uno studio prima e dopo il volo spaziale. 24 astronauti, invece, hanno sperimentato 60 giorni di inclinazione sul letto. Questo esperimento è stato supportato anche dall’Agenzia spaziale europea.

Il cervello si sposta e cambia forma con la microgravità, gli spostamenti si sono registrati fino a 3 millimetri. Gli scienziati vogliono continuare gli studi iniziati per ottenere informazioni utili per proteggere salute e prestazioni degli astronauti in missione.

Microgravità e cervello: la scoperta che rivela cosa succede agli astronauti dopo il rientro sulla Terra è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Daniela Giannace

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Cripto, credito e vigilanza: non è più solo speculazione

Il dibattito sulle cripto-attività sta entrando in una nuova fase. Potrebbe finire presto la polarizzazione tra entusiasti – genuini, manipolatori, ingenui – e demonizzatori, coloro che si sono concentrati esclusivamente sui prezzi, sulle bolle speculative e sulle truffe, riducendo un fenomeno complesso a una caricatura finanziaria. Con una capitalizzazione globale del mercato cripto che ha superato i 4 trilioni di dollari, il tempo sembra maturo per spostare il confronto su un terreno più solido e politicamente rilevante: quello del ruolo che le tecnologie sottostanti le criptovalute (DLT, distributed-ledger-technology, blockchain, ecc.), che con esse coincidono ma che svolgono funzioni anche assai differenti, possono assumere (e già hanno assunto) per gli scambi economici e l’efficienza delle infrastrutture di mercato. Interrogandoci sulla più opportuna postura che gli Stati e le autorità di supervisione finanziaria debbano assumere di fronte ad un fenomeno che, nato apposta per sfuggire al loro controllo, assume proporzioni rilevanti per l’economia reale.

In generale, governi e vigilanza mantengono una posizione di estrema prudenza, spesso difensiva, con l’Unione europea sul podio – anche in questo campo – per ortodossia e conservatorismo. Nel frattempo, diventa sempre più evidente che sotto la crosta speculativa si sta consolidando un insieme di tecnologie – la tokenizzazione e i registri distribuiti – che promettono di modificare in profondità il modo in cui gli asset (tutti gli asset, non solo quelli nati dall’anarchismo finanziario) vengono emessi, scambiati e regolati.

Un nuovo credito?

Al termine del terzo trimestre del 2025, l’ammontare globale del credito erogato e garantito da criptovalute ha raggiunto un nuovo massimo storico, segnando il culmine di un percorso turbolento caratterizzato da cicli estremi di espansione e contrazione. Si tratta di un credito ancora fortemente mosso da obiettivi di pura speculazione ma che, in modo crescente, è finalizzato a funzioni di gestione ed efficienza dei flussi finanziari. Questo credito è la somma di quanto erogato tramite protocolli di finanza decentralizzata (DeFi), da intermediari centralizzati (CeFi) e attraverso l’emissione di debito tramite posizioni collateralizzate (CDP) per la creazione di stablecoin.

Tra il 2020 e il 2021, il mercato aveva già vissuto la sua prima fase di crescita esponenziale, guidata dall’innovazione dei contratti intelligenti su Ethereum (ETH) e dalla proliferazione di piattaforme di prestito che offrivano rendimenti ampiamente superiori a quelli dei depositi bancari tradizionali (Aramonte et al., 2022). Questo periodo, spesso definito “DeFi Summer”, ha visto il debito aperto passare da valori prossimi allo zero alla fine del 2019 a circa 5 miliardi di dollari alla fine del 2020, con il picco di 69,37 miliardi di dollari registrato nel quarto trimestre del 2021 (Pokorny, 2025-2). Tuttavia, la fragilità di molti modelli di business centralizzati (CeFi) e l’interconnessione opaca tra i vari attori hanno portato a un collasso sistemico nel 2022. Il crollo di protocolli come Terra/Luna e il conseguente fallimento di giganti del credito come Celsius, Voyager e Genesis hanno ridotto drasticamente la fiducia e la liquidità (Mittal, 2023; FSB, 2025).

La ripresa osservata tra il 2024 e il 2025 è stata guidata non solo dal recupero dei prezzi degli asset, ma da una migrazione strutturale verso la trasparenza della DeFi e dall’ingresso di capitali istituzionali regolamentati attraverso nuovi strumenti, come gli ETF spot, fondi d’investimento quotati in borsa che detengono direttamente l’attività sottostante, come ad esempio il Bitcoin (BTC) o ETH, anziché derivati o contratti finanziari (TRM, 2025).

La DeFi è infatti diventata il segmento dominante, con un’esposizione che ha raggiunto i 40,99 miliardi di dollari a fine settembre 2025. Dando prova di una resilienza strutturale superiore: laddove gli intermediari centralizzati sono crollati a causa di esposizioni non garantite e di una gestione opaca delle riserve, i protocolli DeFi hanno preservato la propria solvibilità grazie a sistemi di liquidazione automatica basati su smart contract. Questi meccanismi hanno operato in modo trasparente e istantaneo al variare dei prezzi, garantendo l’integrità dei pool di liquidità in tempo reale.

Il settore CeFi, dopo il crollo del 2022, si è consolidato attorno a pochi attori altamente capitalizzati. A settembre 2025, i prestiti CeFi tracciati ammontavano a 24,37 miliardi di dollari. A differenza del 2021, i prestatori CeFi odierni operano con criteri di collateralizzazione molto più rigorosi, spesso richiedendo BTC o ETH come garanzia primaria per prestiti in contanti o stablecoin.

L’emissione di debito tramite posizioni collateralizzate (CDP) rappresenta il metodo più antico di creazione del credito on-chain, permettendo agli utenti di generare nuove unità di stablecoin depositando asset in eccesso. Nel 2025, questo segmento rappresenta l’11,2% del mercato totale del credito, con circa 8,23 miliardi di dollari di debito circolante

Va ricordato anche che, con una capitalizzazione di oltre 300 miliardi di dollari, le stablecoin sono diventate un acquirente sistemico di debito pubblico statunitense: nell’ultimo anno, la sottoscrizione di titoli del Tesoro USA da parte degli emittenti di stablecoin è cresciuta dell’80%, arrivando a detenere il 2,1% di tutti i T-bills in circolazione. Spiegando le attenzioni dell’amministrazione Trump: mentre il credito cripto cerca di essere indipendente dal sistema bancario, la sua sicurezza e liquidità dipendono sempre più dalla solvibilità del debito sovrano degli Stati Uniti (una crisi di liquidità nelle cripto-attività potrebbe forzare la vendita di decine di miliardi di dollari in titoli di Stato tradizionali).

Oggi il nuovo massimo globale del credito in cripto ammonta a 73,59 miliardi di dollari (fine settembre 2025), e si tratta di un valore meno esposto alla sola spinta speculativa e molto più figlio di un mercato “sano”, rispetto al 2021, poiché una quota maggiore del debito (oltre il 66,9%) risiede su protocolli cosiddetti “on-chain”, trasparenti e automatizzati, riducendo il rischio dei fallimenti opachi e imprevedibili, tipici delle entità centralizzate.

Si è già detto che di questi 74 miliardi di dollari di credito, a livello globale, la componente dominante resta la leva a scopo speculativo: gli utenti depositano asset (come ETH) per prendere in prestito stablecoin da reinvestire nel mercato, amplificando l’esposizione. Tale attività è altamente riflessiva rispetto ai prezzi: quando i prezzi salgono, la capacità di indebitamento aumenta, alimentando ulteriore leva. 

Ma il fenomeno nuovo e del tutto spiazzante rispetto alla narrativa dominante sulle cripto è la crescita pure delle forme di credito per l’economia reale. Ad agosto 2025, il mercato del private credit tokenizzato (prestiti on-chain garantiti da asset fisici o attività commerciali reali) ha raggiunto un valore di circa 16 miliardi di dollari. Piattaforme come Centrifuge o Maple Finance finanziano direttamente fatture commerciali, crediti alle imprese o progetti immobiliari, collegando la liquidità on-chain a debitori del mondo reale. 

Inoltre, circa 12 miliardi di dollari di debito tracciato sono riconducibili a società di tesoreria digitale (Digital Asset Treasury Companies, DATCOs) che utilizzano il credito per integrare le proprie strategie di acquisto di asset o per la gestione della liquidità operativa.

In sintesi, sebbene la maggior parte dei 74 miliardi di dollari di credito basato su cripto-attività serva ancora a supportare l’ecosistema finanziario digitale stesso, con le sue derive speculative, secondo i dati disponibili, circa il 20-22% è ora direttamente collegato al finanziamento dell’economia reale.

Let crypto burn?

Ecco perché diventa interessante il dibattito che si sta aprendo tra le autorità di vigilanza. Un recente studio della Banca d’Italia (Biancotti, 2026), coglie un nodo tecnico cruciale: nelle blockchain pubbliche, come ETH, il rischio di mercato associato al token nativo non rimane confinato alla sfera degli investitori, ma si trasforma in un vero e proprio rischio infrastrutturale. La sicurezza di queste reti, infatti, dipende da validatori indipendenti che mettono a disposizione capitale e capacità computazionale in cambio di ricompense denominate nel token stesso. Se il valore di mercato di quel token crolla in modo persistente, l’incentivo economico a mantenere operativa l’infrastruttura viene meno.

Le conseguenze possibili non sono astratte: un’uscita dei validatori rallenterebbe o paralizzerebbe il regolamento delle transazioni, mentre un prezzo depresso abbasserebbe drasticamente il costo economico di un attacco alla rete. In questo scenario, anche asset percepiti come relativamente sicuri – stablecoin, obbligazioni tokenizzate, strumenti di pagamento digitali – risulterebbero esposti a rischi operativi e di manipolazione. La conclusione dell’autrice è netta: le Banche Centrali non possono, né devono, intervenire per sostenere artificialmente il prezzo di asset privati e volatili al solo fine di mantenere in vita l’infrastruttura sottostante.

Questa posizione è difficilmente contestabile, in punta di diritto, di principi regolamentari e della millenaria storia della moneta. Ma un altro recente studio, questa volta della Bank for International Settlements (Aquilina et al., 2025), mette in guardia contro un approccio riassumibile nello slogan “let crypto burn”. Secondo gli autori, lasciare collassare in modo disordinato l’ecosistema cripto potrebbe produrre un effetto collaterale rilevante: compromettere irreversibilmente lo sviluppo della tokenizzazione degli asset reali.

La tokenizzazione – la possibilità di rappresentare diritti su immobili, obbligazioni o crediti sotto forma di token negoziabili su registri distribuiti – non è più, e forse non è mai stato, solo un esercizio speculativo. È, prima di tutto, e vuole essere, un salto di efficienza infrastrutturale. La stessa BIS documenta come queste soluzioni spesso riducano fortemente i tempi di regolamento da T+2 a T+0, abbattendo costi operativi, rischi di controparte e complessità post-trade. Se l’intero ecosistema viene lasciato “bruciare” senza costruire canali di migrazione sicuri, il rischio è di soffocare questa innovazione, e il suo impatto potenziale sull’economia reale, che vuol dire imprese e famiglie, assai prima che possa essere assorbita all’interno di circuiti regolamentati. 

A ben guardare, è su questo crinale che si colloca la risposta europea, nella sua ambivalenza. Il quadro normativo dell’Unione europea, infatti, mantiene forte prudenza e approccio ultra-conservativo, con qualche apertura. Il MiCAR (Markets in Crypto-Assets Regulation, il Regolamento UE che disciplina l’emissione, l’offerta al pubblico e l’ammissione alle negoziazioni di cripto-attività) tenta di isolare il rischio speculativo, distinguendo tra token puramente volatili e strumenti con un ancoraggio reale. E il DLT Pilot Regime (Regolamento UE 2022/858) offre un ambiente controllato in cui testare l’emissione e la negoziazione di strumenti finanziari tokenizzati, provando ad evitare che il destino della tecnologia venga legato indissolubilmente alla volatilità delle cripto-attività non regolamentate. 

Anche a Bruxelles, cioè, ci si è resi conto che ridurre il fenomeno della finanza decentralizzata a una patologia significa ignorare un dato strutturale: la tokenizzazione e il credito alternativo tendono a crescere proprio dove l’intermediazione bancaria tradizionale è meno presente. È in questi spazi che si sperimentano nuove forme di efficienza finanziaria. 

La sfida per la vigilanza, dunque, non è salvare Ether o legittimare la speculazione, ma impedire che i fallimenti della “finanza ombra” delle cripto finiscano per delegittimare una tecnologia che può riformare in profondità l’infrastruttura dei mercati. Il vero obiettivo pubblico non è il prezzo del token, ma la sicurezza della ferrovia su cui, sempre più spesso, viaggiano pezzi dell’economia reale.

Insomma, il sistema cripto è via via più integrato nell’economia reale e, sebbene ancora dominato dalle spinte speculative, un approccio alla vigilanza che non consideri anche questa componente rischia di non svolgere appieno il proprio ruolo a tutela e salvaguardia della stabilità economica. Proprio come quando si decide di non far fallire banche “too big to fail”, o banche guidate dai furbetti di turno, o cooperative bancarie catturate da oligarchie di soci, anche per il mondo cripto potrebbe arrivare un momento in cui, dato il valore dell’infrastruttura in sé, il beneficio del salvataggio supera il costo dell’iniquità implicita sottostante.

Minimo glossario

DLT (Distributed Ledger Technology): tecnologia basata su registri distribuiti. È un database non centralizzato dove le informazioni sono condivise tra più nodi della rete, rendendole immutabili e trasparenti.

Permissionless Blockchain: una blockchain “senza permessi” dove chiunque può partecipare alla validazione delle transazioni senza autorizzazione centrale.

Staking: il processo di “deposito” di token da parte dei validatori come garanzia del proprio comportamento onesto. Se il validatore bara, una parte di questo deposito viene distrutta (slashing).

Token Nativo: l’asset originale di una blockchain (es. Ether per Ethereum), utilizzato per pagare le commissioni e ricompensare i validatori.

Validatore: entità che gestisce l’infrastruttura hardware e software necessaria per confermare le transazioni e mantenere la sicurezza della rete.

Bibliografia citata

Aquilina M., Cornelli G., Frost J., Gambacorta L. (2025), Cryptocurrencies and

decentralised finance: functions and financial stability implications, Bank for International Settlements, link qui 

Aramonte S., Doerr S., Huang W. and Schrimpf A. (2022), DeFi lending: intermediation without information?, Bank for International Settlements, link qui 

Biancotti C. (2026), What if Ether Goes to Zero? How Market Risk Becomes Infrastructure Risk in Crypto, Banca d’Italia, link qui

Chainalysis (2025), The 2025 Geography of Crypto Report. What regional trends reveal about what’s next in crypto, link qui 

Financial Stability Board – International Monetary Fund (2023), Synthesis Paper: Policies for Crypto-Assets, link qui

Financial Stability Board (2025), Thematic Review on FSB Global Regulatory

Framework for Crypto-asset Activities, Peer review report, link qui 

International Monetary Fund (2025), Crypto Assets Monitor, link qui 

Matsuoka D., Hackett R., Zhang J., Zinn S., Lazzarin E. (2025), State of Crypto 2025: The year crypto went mainstream, accesso eseguito il 12 gennaio 2026, link qui 

Mittal K. (2023), Risk Management: DeFi Lending & Borrowing, link qui 

Pokorny Z. (2025-1), The State of Crypto Lending. Bringing Transparency to an Opaque Market, Galaxy Research, link qui 

Pokorny Z. (2025-2), The State of Crypto Leverage: Q3 2025 Market Breakdown, Galaxy Research, accesso eseguito il 12 gennaio 2026, link qui 

Powerdrill (2025), Institutional Cryptocurrency Adoption 2025: Bitcoin ETF Boom, Corporate Treasuries, and DeFi–RWA Growth Report, accesso eseguito il 12 gennaio 2026, link qui

TRM (2025), Global Crypto Policy Review Outlook 2025/26 Report, link qui 

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Tajani in Libia per l’avvio del Progetto di Sviluppo nel porto di Misurata

Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani è in missione oggi a Misurata (Libia), su delega del Presidente del Consiglio, per la posa della prima pietra del terminal container della “Misurata Free Zone” con il Primo Ministro e Ministro Affari Esteri del Qatar Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. A Italia e Qatar fanno riferimento le società coinvolte nel progetto di ampliamento del porto e gestione dei terminal container: la MSC e l’Al Maha Qatari Company.

Secondo alcune stime, gli investimenti per lo sviluppo del porto della Zona franca di Misurata, nel nord-ovest della Libia, potrebbero raggiungere 2,7 miliardi di dollari in tre anni, rendendolo uno dei più importanti progetti di espansione delle infrastrutture portuali del Nord Africa.

A Misurata il Ministro Tajani ha anche in programma un incontro bilaterale con il Primo Ministro libico Abdulhameed Mohamed Dabaiba per discutere di relazioni economiche tra Italia e Libia e opportunità offerte dalla Free Zone, migrazione e lotta al traffico di esseri umani. Al centro anche il processo di riconciliazione nazionale e il sostegno agli sforzi ONU per la stabilità e l’unità del Paese.

Le relazioni economico-commerciali tra Italia e Libia sono in crescita, trainate dal comparto energetico. Nel 2024 l’interscambio ha raggiunto 9,5 miliardi di euro (+3,7%), con esportazioni italiane aumentate di oltre il 36%. Nel 2025, l’Italia e’ stato primo cliente della Libia, con una quota di mercato del 22,4%, e terzo fornitore, con una quota del 10,1%. L’Italia esporta verso la Libia principalmente derivati dalla raffinazione del petrolio, navi e imbarcazioni, mentre le importazioni italiane dalla Libia sono concentrate su petrolio greggio (91,6%) e gas naturale (5,4%), evidenziando la centralità del settore energetico negli scambi bilaterali.

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Il petrolio venezuelano non è bottino di pirati né moneta di scambio per traditori


di Geraldina Colotti, Caracas

Nel suo ultimo libro intitolato The Petroleum Sector and the Transition to Democracy in Venezuela, l'ex procuratore del fittizio governo ad interim José Ignacio Hernández tenta di gettare le basi giuridiche per quello che non è altro che lo smantellamento finale della sovranità energetica del paese. Hernández non parla da una posizione accademica neutrale, ma dal conflitto di interessi di chi ha lavorato per multinazionali come Crystallex prima di facilitare, da una carica inesistente, l'iter legale per la svendita di Citgo.

La sua tesi centrale sostiene che l'attuale Legge Antiblocco e le riforme proposte dal governo bolivariano siano una sorta di privatizzazione di fatto o opaca, volta a eludere i controlli democratici. Tuttavia, ciò che questo operatore di Washington occulta è che il suo vero obiettivo è eliminare il controllo statale sulle risorse, affinché le grandi corporazioni tornino a gestire la cassa continua del paese come ai tempi della “apertura petrolifera” degli anni Novanta.

Di fronte alla tesi di Hernández, secondo cui lo Stato starebbe svendendo i propri attivi, i dati dell'Osservatorio Venezuelano Antiblocco offrono una lettura opposta, dove appare chiaro che non si tratta di privatizzazione ma di protezione sovrana. La Legge Antiblocco, nel suo primo articolo, definisce il suo obiettivo fondamentale come la mitigazione degli effetti nocivi delle misure coercitive unilaterali che hanno causato il saccheggio di oltre quaranta miliardi di dollari in attivi stranieri appartenenti al popolo venezuelano.

Per comprendere il pericolo reale di queste tesi, bisogna guardare al saccheggio criminale di Citgo, un'impresa strategica con tre raffinerie negli Stati Uniti e più di quattromila stazioni di servizio che rappresentano attivi per oltre tredici miliardi di dollari. Sotto la presunta gestione del “governo a interim” di Guaidó e la consulenza diretta di personaggi come Hernández, Citgo è stata scollegata dalla sua casa madre Pdvsa per essere consegnata a una vera e propria razzia giudiziaria nei tribunali del Delaware.

Le è stato impedito in modo criminale di rimpatriare i dividendi che erano destinati alla salute e all'alimentazione dei bambini e delle donne del Venezuela, consegnando il gioiello della corona a una liquidazione forzata per pagare debiti gonfiati in un atto di pirateria moderna. Questo è lo schema che la destra pretende di ripetere ora sul territorio nazionale attraverso una deregolamentazione totale che consegni i pozzi e le raffinerie al capitale transnazionale senza alcun tipo di controllo sociale.

Di fronte a questa narrativa del saccheggio, la Presidente incaricata Delcy Rodríguez ha eretto un muro di contenimento basato sull'economia di resistenza e sulla dignità nazionale. Nella congiuntura attuale, la battaglia per il Venezuela si gioca su due fronti che sono in realtà un'unica lotta per l'esistenza: la libertà degli ostaggi dell'impero, il Presidente Nicolás Maduro e la “prima combattente” Cilia Flores, e la difesa tecnica e politica della Cintura Petrolifera dell'Orinoco.

Mentre Donald Trump si comporta come un corsaro del ventunesimo secolo dichiarando che il greggio venezuelano gli appartiene per diritto di preda, la gestione amministrativa di Delcy Rodríguez, in continuità con quella di Maduro, dimostra che la sovranità non si negozia, né di fronte al ricatto né di fronte al sequestro dei leader fondamentali della rivoluzione. La proposta di riforma della Legge Organica sugli Idrocarburi presentata all'Assemblea Nazionale in questo gennaio del duemilaventisei mira a blindare la sovranità mentre si recupera la produzione nazionale. La riforma cerca di includere figure come i Contratti di Produzione Condivisa per attrarre investimenti in giacimenti che non sono mai stati sfruttati o che mancano di infrastrutture a causa del blocco tecnologico.

Delcy Rodríguez è stata categorica nel sottolineare che questa apertura non implica la cessione della proprietà della risorsa. L'obiettivo centrale è incorporare flussi di investimento per neutralizzare l'inasprimento del blocco petrolifero imposto da Washington e avanzare verso un modello economico non dipendente e diversificato, basato sull'autosufficienza.

È uno strumento di dignità nazionale che viene presentato a testa alta, seguendo la premessa della Presidente incaricata quando afferma che, se un giorno dovesse andare a Washington, lo farà restando dritta, in piedi e non inginocchio (in contrasto con Maria Corina Machado, corsa a regalare il suo Nobel per la pace a Donald Trump).

A differenza di una privatizzazione neoliberista, dove l'eccedenza fugge verso il capitale transnazionale, la Legge Antiblocco obbliga per mandato costituzionale a destinare le risorse ottenute alla finalità sociale delle entrate. Ciò significa finanziare sistemi compensativi del salario e prestazioni sociali per la classe lavoratrice, così come il recupero di servizi pubblici essenziali come l'elettricità e l'acqua, gravemente colpiti dalla mancanza di pezzi di ricambio che gli Stati Uniti proibiscono di acquistare.

È fondamentale comprendere che la visione bolivariana del petrolio non è quella dell'estrattivismo cieco che distrugge il pianeta per alimentare il consumo del nord del mondo. Il quinto obiettivo storico del Piano della Patria, lasciato in eredità dal comandante Chávez e approfondito dal presidente Maduro, stabilisce l'impegno irrinunciabile per la preservazione della vita e la salvezza della specie umana.

Il Venezuela promuove un modello ecosocialista che utilizza la rendita petrolifera per finanziare la transizione verso una relazione armoniosa con la Madre Terra, intendendo che la difesa delle risorse è legata al diritto dei popoli di gestire i propri beni naturali senza la logica della crescita infinita del capitalismo globale. Mentre Hernández parla di opacità, il governo bolivariano risponde con l'eccezionalità strategica per sopravvivere all'assedio. Non si cambia la proprietà, che resta del popolo, si cambia l'operatività affinché il petrolio continui a finanziare la vita.

I risultati di questa strategia sono tangibili nonostante le ostilità, poiché, con il governo Maduro, il Venezuela ha ottenuto venti trimestri di ripresa economica sostenuta dal duemilaventuno. Le entrate petrolifere derivanti da questo schema stanno finanziando direttamente il Potere popolare attraverso la “Sfida Ammirevole duemilaventisei”, con circa duecentottanta milioni di dollari destinati a trentacinquemila progetti eseguiti direttamente dai consigli comunali nei loro territori.

A questo attacco dei tecnocrati dell'ultradestra, si aggiunge il coro di un certo ultra-sinistrismo europeo che dall'Italia e da altri paesi pretende di dare lezioni di chavismo dalla comodità della distanza. Criticare la Legge Antiblocco ignorando che il paese affronta un assedio che ha ridotto le entrate in modo drastico è un esercizio di cinismo intellettuale. Il chavismo è prassi rivoluzionaria e il legato di Chávez si difende garantendo la vita dei settori popolari.

Donald Trump crede che, tenendo sequestrati Nicolás e Cilia, potrà forzare una capitolazione, ma si sbaglia sottovalutando la fermezza bolivariana. Il petrolio venezuelano è il sostentamento di un paese che ha deciso di essere libero e che non si arrende ai pirati né rinuncia al suo impegno ideale e costituzionale verso la Madre Terra.

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