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Dopo il solare, le reti. L’Europa sbarra ancora la strada alla Cina

Fossero stati solo i pannelli solari, sarebbe finita lì. Invece no, stavolta la posta in gioco è più alta. Dopo aver messo al bando il fotovoltaico made in China, grazie all’esempio italiano, l’Europa dà un altro giro di manovella e allarga lo spettro dei prodotti sgraditi sul suolo del Vecchio Continente. Non è un mistero, è l’onda lunga degli Stati Uniti, che da quando Donald Trump ha rimesso piede alla Casa Bianca, hanno piano piano costruito una gabbia a protezione dell’industria americana. Chiedendo ai loro alleati di fare altrettanto, o provarci almeno.

Uno dei casi più eclatanti è Pirelli. Il produttore di pneumatici italiano entro poche settimane dovrà liberarsi dell’azionista cinese Sinochem, oggi innocuo dal punto di vista decisionale ma pur sempre presente nel capitale. Pena, la parziale estromissione dal mercato americano, che per la Bicocca vale un quinto dei ricavi (a marzo scatterà il bando statunitense che impedisce a imprese partecipate da soggetti cinesi di vendere tecnologia ai costruttori americani). Adesso, dopo i pannelli solari tagliati fuori dagli incentivi al fotovoltaico, Bruxelles è pronta ad alzare il tiro, chiamando in causa altri comparti industriali, non meno strategici del poc’anzi citato.

Domani, infatti, dovrebbe finire sul tavolo della Commissione europea, la proposta di quest’ultima mirante a eliminare gradualmente le apparecchiature di fabbricazione cinese dalle infrastrutture critiche dell’Ue, come le telecomunicazioni. Dunque, escludendo aziende come Huawei e Zte dalle reti, dai sistemi di energia solare e dagli scanner di sicurezza. Un’accelerazione, piuttosto improvvisa, che arriva in un momento in cui la stessa Europa sta riconsiderando la sua dipendenza dalle grandi aziende tecnologiche statunitensi e dai fornitori cinesi, considerati ad alto rischio per l’utilizzo dei dati sensibili raccolti.

Secondo quanto affermato dai funzionari Ue, la proposta dovrebbe rendere obbligatorio per i Paesi membri un regime volontario, in parte già esistente, volto a limitare o escludere i fornitori ad alto rischio dalle loro reti. Attenzione, tutto è ancora sulla carta. Quello di Bruxelles, almeno per il momento, è un segnale più politico che altro, dal momento che tutto dovrà poi passare dal parere e dunque dal voto, degli stessi governi europei. Ma certamente, il nuovo colpa di gas dà la cifra circa le intenzioni dell’Europa verso la Cina, rea peraltro di aver messo sotto pressione come non mai il mercato dell’auto, in seguito all’avanzata inarrestabile di unicorni come Byd e Catl.

Questo il fronte europeo. In Cina, invece, è tempo di fare i conti. Il Pil del Dragone nel 2025 è cresciuto del 5%, centrando l’obiettivo ufficiale di Pechino di una crescita di circa il 5%. Questo nonostante la guerra commerciale innescata dal presidente americano Trump, con una forte espansione delle esportazioni. Ma non è tutto oro quel che luccica. Nell’ultimo trimestre, tuttavia, secondo i dati diffusi dall’Ufficio nazionale di statistica, il Pil si è attestato a +4,5% su base annua. Si tratta di un rallentamento rispetto al 4,8% del terzo trimestre, il dato più debole dal primo trimestre del 2023, quando la crescita si era attestata anch’essa al 4,5%.

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