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Il sequestro della Marinera e la sfida americana al diritto del mare

Il recente abbordaggio della petroliera russa nel Nord Atlantico segna un punto di svolta nelle relazioni internazionali marittime. L’operazione statunitense, giustificata dalla necessità di implementare delle sanzioni, ma inquadrata nella nuova National Security Strategy 2025, solleva questioni fondamentali sulla tenuta del sistema giuridico internazionale e sui rischi di un ritorno a pratiche unilaterali che minacciano l’ordine marittimo globale, oltre a manifestare forti rischi di escalation militare.

Il sequestro della petroliera Marinera, precedentemente nota come Bella 1, avvenuto il 7 gennaio 2026 nel Nord Atlantico tra Islanda e Regno Unito, rappresenta un caso paradigmatico delle crescenti tensioni tra applicazione unilaterale di sanzioni economiche e rispetto del diritto internazionale del mare. L’operazione, condotta da forze speciali statunitensi dopo un inseguimento di oltre due settimane attraverso l’Atlantico, pone interrogativi cruciali sul futuro dell’ordine giuridico marittimo e sulle implicazioni geopolitiche di una prassi che, se normalizzata, potrebbe destabilizzare profondamente gli equilibri internazionali.

La vicenda assume particolare rilevanza alla luce della National Security Strategy 2025 pubblicata dalla Casa Bianca il 4 dicembre scorso, documento che rivela le vere motivazioni strategiche dell’azione americana ben oltre le giustificazioni formali addotte. La strategia riafferma la Dottrina Monroe attraverso un cosiddetto Trump Corollary, dichiarando l’intenzione di negare a competitori extra-emisferici la capacità di posizionare forze o controllare asset strategicamente vitali nell’emisfero occidentale. In questo quadro, il sequestro della Marinera non appare come un semplice atto di enforcement sanzionatorio, ma come parte di una più ampia riconfigurazione della proiezione di potenza americana nel suo emisfero di influenza.

Le basi giuridiche del diritto internazionale marittimo

Il diritto del mare si fonda su un principio cardine sancito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare del 1982, nota come UNCLOS. L’articolo 92 della Convenzione stabilisce con chiarezza che le navi in alto mare sono soggette alla giurisdizione esclusiva dello Stato di bandiera, principio che affonda le sue radici nel diritto consuetudinario internazionale e rappresenta uno dei pilastri dell’ordine marittimo globale. Questo sistema, costruito faticosamente nel dopoguerra, garantisce la libertà di navigazione e la certezza giuridica necessarie al commercio internazionale.

La Convenzione prevede eccezioni limitate e tassative al principio della giurisdizione esclusiva. L’articolo 110 consente l’abbordaggio in alto mare esclusivamente in caso contrasto alla pirateria, tratta di schiavi, trasmissioni abusive non autorizzate, o quando vi sia fondato motivo di ritenere che la nave sia priva di nazionalità. Evidentemente, la violazione di sanzioni economiche unilaterali non figura tra le fattispecie che legittimano l’uso della forza in acque internazionali secondo il diritto del mare, a meno di una autorizzazione specifica proveniente o dallo Stato di bandiera, o dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

La Russia ha, di fatti, immediatamente contestato il sequestro richiamando proprio questi principi. Il Ministero dei Trasporti russo ha dichiarato che in conformità alle norme della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare del 1982, in acque internazionali vige il regime di libertà di navigazione e nessuno Stato ha il diritto di usare la forza contro navi regolarmente registrate nelle giurisdizioni di altri Stati. Mosca ha precisato che la Marinera aveva ricevuto permesso temporaneo di navigare sotto bandiera russa il 24 dicembre 2025, registrazione comunicata formalmente agli Stati Uniti il 31 dicembre.

Le argomentazioni statunitensi e la dottrina della nave apolide

La difesa giuridica americana si articola sulla qualificazione della Marinera come nave priva di nazionalità. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha definito la nave come un vascello della flotta ombra venezuelana, dichiarandola apolide dopo aver battuto una bandiera falsa. Questa argomentazione si fonda sulla tesi che il cambio di bandiera, avvenuto mentre la nave era inseguita dalle autorità americane, costituisse un atto fraudolento privo del legame sostanziale tra nave e Stato di registro richiesto dall’articolo 91 dell’UNCLOS.

La dottrina statunitense sostiene infatti che, quando una nave utilizza più bandiere per convenienza o effettua cambi di registro in circostanze sospette, essa possa essere trattata come priva di nazionalità e quindi soggetta alla giurisdizione universale. Washington ha inoltre richiamato il mandato di sequestro emesso da un tribunale federale americano, basato su precedenti violazioni delle sanzioni statunitensi da parte della Bella 1, sanzionata nel giugno 2024 per presunto trasporto di petrolio per conto del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane.

Tuttavia, questa costruzione giuridica presenta fragilità evidenti sul piano del diritto internazionale. Il concetto di legame sostanziale, pur presente nella Convenzione, non è definito in modo preciso e la prassi internazionale ha sempre riconosciuto ampia discrezionalità agli Stati nel determinare le condizioni di registrazione delle proprie navi. La rapidità del cambio di bandiera, per quanto sospetta, non costituisce di per sé prova di frode se, come nel caso di specie la Russia, lo Stato di registro ha formalmente accettato la nave nel proprio registro navale e ne ha dato comunicazione agli altri Stati.

Le vere motivazioni strategiche secondo la National Security Strategy 2025

Oltre le giustificazioni giuridiche formali, la National Security Strategy 2025 rivela le autentiche motivazioni dell’azione americana. Il documento definisce come interesse nazionale vitale degli Stati Uniti garantire che l’emisfero occidentale rimanga ragionevolmente stabile e ben governato, prevenendo migrazioni di massa, facilitando la cooperazione governativa contro i cartelli della droga e impedendo incursioni straniere ostili o proprietà di asset chiave. La strategia identifica esplicitamente il controllo delle vie marittime cruciali e delle catene di approvvigionamento strategico come priorità fondamentale per impedire ad attori stranieri di danneggiare l’economia americana.

In questo contesto, il sequestro della Marinera appare come applicazione pratica del principio secondo cui gli Stati Uniti non tollerano più la presenza o il controllo di asset strategici da parte di competitori extra-emisferici nella loro sfera di influenza. Il petrolio venezuelano, risorsa strategica dell’emisfero occidentale, diventa oggetto di contesa non solo per ragioni sanzionatorie, ma come strumento di riaffermazione del dominio regionale americano. La cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, avvenuta il 4 gennaio 2026, conferma che il blocco navale non è un’azione isolata ma parte di una strategia complessiva di riproposizione della supremazia statunitense nell’emisfero.

In sostanza, la National Security Strategy 2025 riorienta gli Stati Uniti verso l’emisfero occidentale e riafferma la Dottrina Monroe con un Trump Corollary, essenzialmente asserendo una presenza neo-imperialista. Questa riconfigurazione strategica potrebbe anche comportare il trasferimento di risorse militari da teatri considerati meno rilevanti, come l’Europa e il Medio Oriente, verso l’emisfero occidentale e l’Indo-Pacifico, segnalando una ridefinizione delle priorità geopolitiche americane.

Le criticità per l’ordine internazionale

L’accettazione della prassi americana costituirebbe tuttavia un pericoloso precedente per il sistema giuridico internazionale marittimo. Se ogni potenza ritenesse legittimo disconoscere la bandiera di navi straniere sulla base di proprie valutazioni unilaterali circa la legittimità del cambio di registro, il principio della giurisdizione esclusiva dello Stato di bandiera verrebbe svuotato di significato. Le conseguenze sarebbero devastanti per la certezza giuridica e la prevedibilità delle relazioni marittime internazionali.

Il caso solleva questioni di asimmetria di potere particolarmente rilevanti per le medie potenze e per l’Unione Europea. Se gli Stati Uniti possono sequestrare navi in alto mare invocando violazioni delle proprie sanzioni unilaterali, altri Stati potrebbero rivendicare lo stesso diritto rispetto alle proprie normative interne. Questa frammentazione del diritto del mare, finirebbe per compromettere gravemente la libertà di navigazione, principio fondamentale non solo per il commercio globale ma anche per la proiezione di potenza delle marine militari europee e della stessa Italia, da dove il confronto diretto con la presenza statunitense diventa impari.

Per l’Italia, nazione con una lunga tradizione marittima e interessi commerciali globali, il precedente della Marinera presenta rischi concreti. Il nostro Paese beneficia enormemente del sistema di libertà di navigazione garantito dall’UNCLOS e dalla certezza giuridica che ne deriva. Un mondo in cui le maggiori potenze possono unilateralmente sequestrare navi in alto mare sulla base di proprie sanzioni domestiche, è un mondo in cui gli operatori marittimi italiani ed europei si troverebbero esposti a rischi giuridici imprevedibili, con conseguenze negative per la competitività del nostro sistema portuale e della nostra flotta mercantile.

Sul piano geopolitico più ampio, la vicenda tende ad accelerare la tendenza alla multipolarizzazione conflittuale degli spazi marittimi. In effetti, la Russia aveva dispiegato forze navali, incluso un sottomarino, per scortare la nave, segnalando la determinazione di Mosca a contrastare l’azione americana. Sebbene le forze russe non siano arrivate in tempo, l’episodio dimostra come le tensioni su questioni marittime possano rapidamente provocare escalation in cui singoli incidenti possono condurre verso confronti militari diretti tra grandi potenze.

La questione assume inoltre particolare delicatezza sotto il punto di vista dell’unità di intenti per il vecchio continente. Il Regno Unito ha fornito supporto logistico e di sorveglianza all’operazione americana, ma altri Stati membri dell’Unione Europea, inclusa l’Italia, non sono stati consultati su un’azione che stabilisce un precedente potenzialmente lesivo dei loro interessi marittimi di lungo periodo. Questa asimmetria rivela le fragilità dell’autonomia strategica europea, anche in materia di diritto del mare, oltre alla necessità di una posizione più coesa e assertiva dell’Unione su questioni che toccano interessi fondamentali comuni.

In conclusione, il sequestro della Marinera rappresenta molto più di una controversia giuridica su sanzioni economiche. Esso segna un possibile punto di svolta nell’ordine marittimo internazionale, dove le norme consolidate del diritto del mare rischiano di essere subordinate agli obiettivi strategici unilaterali delle grandi potenze. Per l’Italia e per l’Europa, la vicenda impone una riflessione urgente sulla necessità di difendere il sistema multilaterale basato su regole, anche quando ciò comporti divergenze rispetto alle scelte del principale alleato atlantico. La tutela della libertà di navigazione e della certezza giuridica in alto mare non è questione tecnica ma interesse strategico vitale per una Nazione marittima come l’Italia, ma anche un modo per evitare pericolose escalation fra potenze marittime e militari. È quanto mai opportuno che ciascuna nazione faccia quindi valere le proprie posizioni nelle sedi appropriate, dal Tribunale Internazionale del Diritto del Mare alle istituzioni europee e atlantiche.

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Il ruolo dell’Europa nella difesa del diritto internazionale

Unilateralismo armato e ordine multilaterale: l’Europa di fronte alla crisi venezuelana

Dietro l’attacco al Venezuela in assenza di legittimazione internazionale si cela il disegno egemonico e revisionista dell’ordine internazionale del presidente Trump, che apre a nuovi scenari di insicurezza e instabilità. Da Tucidide ad Habermas, il monito per l’umanità è ribellarsi alla logica del ‘più forte’ e dell’arbitrio: spetta ora all’Europa sfidare i nuovi imperialismi e rilanciare l’ordine internazionale fondato sulle regole del multilateralismo.

La lezione di Tucidide

Nella Storia della guerra del Peloponneso, Tucidide affida al Dialogo dei Meli una delle più lucide e spietate radiografie del potere: di fronte agli Ateniesi, portatori di una democrazia che si scopre imperiale, i Meli invocano giustizia, neutralità e diritto, ma ricevono in risposta una verità brutale, destinata a superare i secoli: «i forti fanno ciò che possono, i deboli soffrono ciò che devono». Questa lezione antica è  ritornata oggi, senza mediazioni, non solo con l’ottusa guerra di aggressione all’Ucraina di Putin, ma anche nell’azione unilaterale degli Stati Uniti di Trump: l’attacco al Venezuela e le minacce sempre più esplicite a Colombia, Messico  e persino alla danese Groenlandia segnano un punto di rottura. Con l’attacco e la cattura di Nicolás Maduro, la presidenza Trump sancisce la piena normalizzazione dell’uso della forza al di fuori di ogni cornice multilaterale, riaffermando una concezione del potere che si colloca deliberatamente al di sopra delle istituzioni internazionali. E quello che è più grave è che il silenzio e la cautela di molti leader europei – divisi tra timide perplessità e sostanziali avalli – contribuisce a rendere ancora più fragile l’architettura giuridica costruita nel secondo dopoguerra, lasciando emergere una logica di dominio che ricorda più Melos che San Francisco.

Può valere qui la ricostruzione degli analisti di Abc, una testata australiana quindi distante da ogni possibile condizionamento, nel descrivere l’approccio ideologico di Trump e dei suoi smodati consiglieri. Trump ha finito per rendere esplicite le vere ragioni dell’azione americana: l’accesso alle risorse energetiche, in primo luogo il petrolio, ma soprattutto la convinzione che gli Stati Uniti possano agire perché ne hanno la forza. Così il vice capo di gabinetto Stephen Miller sulla CNN ha liquidato il diritto e le «formalità internazionali» come astrazioni irrilevanti, affermando che il mondo reale è governato da «leggi di ferro, dalla forza e dal potere», e che «una superpotenza deve comportarsi come tale». La stessa logica emerge con ancora maggiore nettezza nelle parole di Trump in un’intervista al New York Times: «Non ho bisogno del diritto internazionale. … La mia moralità personale è l’unica cosa che mi limita».In questa visione, il diritto non è un vincolo esterno e oggettivo, ma uno strumento subordinato alla decisione sovrana, confermando una concezione del potere che si fonda sulla discrezionalità del più forte.

L’ideologia del potere sovrano e la strumentalizzazione del diritto

Che Nicolás Maduro fosse un dittatore indifendibile è fuori discussione: da oltre un decennio il suo regime ha demolito le istituzioni democratiche, represso il dissenso, manipolato le elezioni e prodotto un esodo di massa di oltre 8 milioni di venezuelani senza precedenti nella storia recente dell’America Latina. Tuttavia, la sua responsabilità penale doveva essere accertata nelle sedi del diritto internazionale, non sul campo di battaglia di un’operazione unilaterale. La Corte Penale Internazionale aveva già avviato indagini per crimini contro l’umanità; bastava sostenerle. L’argomentazione giuridica costruita dai consiglieri di Trump sulla lotta al narcoterrorismo – fondata sul concetto di lawfare e sull’estensione indebita della sicurezza nazionale a giustificazione di una “contromisura” armata – rappresenta una mistificazione del diritto, una sua riduzione a strumento politico. Il richiamo alla guerra ibrida e al narcotraffico, pur non privo di elementi fattuali, non soddisfa i criteri di necessità, proporzionalità e immediatezza di una reazione armata ad un esplicito attacco armato (che non è di certo il narco traffico) richiesti dal diritto internazionale consuetudinario e dalla Carta delle Nazioni Unite: un principio fondamentale chiarito dalla storica sentenza Nicaragua c. Stati Uniti (1986). In questa forzatura concettuale riaffiora l’ombra lunga di Carl Schmitt, il ‘giurista’ teorico del nazismo che pretese di legittimare gli abusi e i crimini del regime con la teoria dello stato di eccezione: il diritto sospeso in nome di una decisione sovrana che pretende di salvarlo negandolo. Parlare dunque di diritto internazionale con i parametri di Trump non ha senso: si erige a gendarme del mondo e giudice globale dissolvendo ogni distinzione tra azioni di polizia e atti di guerra, tra cooperazione giudiziaria internazionale e guerra, declinata ora in una folle riedizione della guerra preventiva stavolta contro i narco-Stati. E quanto il potere sovrano diventi arbitrio lo si vede anche nel ‘doppio standard’ praticato da Trump. Per Maduro ha scatenato una guerra, mentre ha graziato l’ex presidente dell’Honduras Juan Orlando Hernández condannato con le stesse accuse per traffico di droga, cospirazione per importazione di cocaina negli Stati Uniti e altri crimini legati al narcotraffico. Si spiega il perché: il ritorno in Honduras dell’ex presidente alleato di Trump sarebbe servito a fermare l’emigrazione e a contrastare il consolidamento in quel paese di orientamenti progressisti che si oppongono a politiche neoliberiste e conservatrici.

A rendere chiara la vera posta in gioco che va ben oltre la lotta al narcotraffico sono state le stesse dichiarazioni di Trump: l’interesse strategico ed economico sul petrolio venezuelano. Il Venezuela possiede le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo, concentrate soprattutto nella Faja dell’Orinoco: riserve in gran parte di greggio extra-pesante, difficili e costose da estrarre, ma decisive nel medio-lungo periodo per l’equilibrio energetico globale. La nazionalizzazione delle compagnie petrolifere straniere operata da Hugo Chávez nei primi anni Duemila – che colpì duramente gli interessi delle major statunitensi – segnò una frattura profonda nei rapporti con Washington e aprì lo spazio all’ingresso massiccio di Cina e Russia nel settore energetico venezuelano. Pechino e Mosca hanno fornito capitali, tecnologia e sostegno politico in cambio di concessioni petrolifere e forniture a lungo termine, sottraendo risorse e influenza agli Stati Uniti. In questa prospettiva, l’intervento di Trump non è affatto un atto punitivo contro un regime autoritario, ma una mossa geopolitica volta a riappropriarsi del controllo di un nodo energetico strategico e a spezzare l’asse Caracas-Pechino-Mosca, riequilibrando a favore americano il mercato petrolifero e le sfere di influenza nel continente.

La geopolitica del più forte e le conseguenze per l’Europa

Sul piano geopolitico, tuttavia, la logica del più forte non garantisce affatto il successo. L’America Latina conserva una memoria storica viva delle ingerenze esterne, dei colpi di Stato e delle imposizioni economiche sostenute dagli Stati Uniti nel corso del Novecento. Se esiste un’élite filostatunitense, essa è minoritaria rispetto a una società attraversata dalle sensibilità anti-coloniali delle rivoluzioni bolivariane e castriste, e da un radicato risentimento verso gli aiuti ai regimi e i colpi di stato indotti dagli Stati Uniti durante la Guerra fredda. L’azione di Trump rischia così di rafforzare, anziché indebolire, l’attrazione esercitata da Cina e Russia nel Sud globale, potenze che – pur autoritarie – si presentano come difensori della sovranità contro l’arbitrio occidentale. Così è lo stesso rilancio della dottrina Monroe, ribattezzata dallo stesso Donald Trump in “Donroe”, a inscrivere l’azione venezuelana in una più ampia deriva neo-imperiale che finisce col legittimare, per simmetria, anche le pretese di Putin su Ucraina ed Europa orientale e di Xi Jinping su Taiwan e l’indo-pacifico.

L’Europa ora deve guardarsi anche alle pretese territoriali di Trump sulla Groenlandia, regione autonoma del Regno di Danimarca, nazione membro dell’Unione Europea e della Nato. I leader europei almeno in questo caso non sono rimasti inermi: il Consiglio europeo ha dichiarato che “la Groenlandia appartiene al suo popolo” e che le esigenze di sicurezza sulla regione artica devono essere garantite collettivamente all’interno della NATO, e  rispettando i principi della Carta delle Nazioni Unite in materia di sovranità e integrità territoriale degli Stati. Ancora più ferma è stata la posizione assunta dal Presidente Macron che non ha esitato a lanciare un monito all’ Europa, diretto probabilmente anche a Trump. Nel suo discorso annuale agli ambasciatori all’Élysée, il presidente francese ha avvertito che gli Stati Uniti «si stanno gradualmente allontanando da alcuni dei loro alleati» e si stanno «svincolando dalle regole internazionali». Per Macron, dunque, il mondo sta evolvendo verso un sistema in cui le grandi potenze cercano di «spartirsi il pianeta», delegittimando regole e istituzioni multilaterali sulla base della  «legge del più forte». Ed è stato esplicito nel denunciare la  crescente «aggressività neocoloniale» nelle relazioni internazionali da parte di attori – chiaro il riferimento anche agli Stati Uniti –  che erodono i principi del multilateralismo e della cooperazione internazionale. Da qui l’invito all’Europa di erigersi in un netto rifiuto del «nuovo colonialismo e del nuovo imperialismo», ma anche del disfattismo anti-europeo: l’impegno per l’Europa è dunque per proseguire nel percorso dell’autonomia strategica e nel ritorno all’ordine internazionale fondato sul diritto.

L’Europa tra responsabilità politica e difesa del diritto internazionale

In Italia si farebbe bene a superare in questo caso un abusato sentimento anti-francese (in passato forse anche giustificato da politiche con interessi divergenti sulla Libia e in ambito economico-finanziario) per cogliere l’interesse nazionale ed europeo che mai come stavolta può certo dirsi “comune”. Occorre essere determinati nel contrastare la normalizzazione dell’unilateralismo armato di Trump, perché il rischio è l’ingresso in una fase di instabilità strutturale, in cui le regole comuni non vincolano più i forti e la guerra torna a essere uno strumento ordinario di governo del mondo. Il monito di Macron non può che essere condiviso da chi ricerca libertà e democrazia in Europa. Il modello che promana dalla politica di Trump e dei sui sostenitori va colto nella sua pericolosa deriva ideologica che lo accomuna ai disegni neo- imperiali di Putin e di Xi Jinping. Gli autocrati ragionano secondo logiche di potere e mirano a spartirsi nuove aree di influenza, a discapito delle identità storiche e culturali degli altri popoli. Bisogna perciò avere il coraggio di smascherare la nuova idolatria del “potere sovrano”: non siamo semplicemente di fronte a una crisi dell’ordine internazionale liberale, ma a una riemersione di categorie pre-giuridiche, in cui il potere si autolegittima e la violenza diventa criterio ultimo di decisione. Riemergono così due matrici teoriche, la teoria del potere sovrano di Carl Schmitt e la dottrina geopolitica dello spazio vitale (Lebensraum), che non a caso hanno segnato i momenti bui dei totalitarismi del Novecento e del nazismo. Se dunque vogliamo evitare analoghe derive occorre raccogliere lo stesso appello, lanciato stavolta da un sociologo e un filosofo del diritto contemporaneo, Jürgen Habermas. Un suo saggio del novembre scorso offre una prospettiva illuminante: di fronte al ritorno della logica della forza e all’indebolimento delle alleanze tradizionali, l’Europa non può più limitarsi a subire le decisioni altrui e a confidare ancora nella protezione di altri attori globali. Deve “fare da sola”, assumendo la responsabilità politica proporzionata al proprio peso economico, demografico e culturale, perseguendo due obiettivi: la sicurezza comune e la difesa dell’ordine internazionale fondato sul diritto. Solo sviluppando una capacità autonoma di difesa e rafforzando le istituzioni multilaterali, l’Unione Europea potrà opporsi alla logica del più forte e alla competizione senza regole, preservando uno spazio internazionale in cui diritto, cooperazione e razionalità prevalgono sulla violenza e sull’arbitrio dei sovrani. In altre parole, l’Europa ha la possibilità di incarnare ancora un’alternativa alla politica fondata sulla forza, evitando che il sopruso, come a Melos, riguardi oggi l’intero ordine mondiale.

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