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Il latitante “dimenticato” in Turchia rientra in Italia: Luciano Camporesi atteso a Fiumicino

Sta rientrando in Italia il latitante Luciano Camporesi, dopo aver trascorso mesi in un centro di accoglienza in Turchia in attesa del rilascio, da parte delle competenti autorità consolari, di un valido documento di identità. È il suo avvocato Gioacchino Genchi ad annunciare che Camporesi, accompagnato dalla polizia turca, è stato imbarcato a Istanbul in un volo per l’Italia e atterrerà oggi a Fiumicino dove sarà preso in consegna dalla polizia italiana.

Qualcosa, evidentemente, si è mosso dalle parti del ministero degli Esteri e del ministero della Giustizia. Nei giorni scorsi la vicenda è stata raccontata dal Fatto Quotidiano: l’Italia si è “dimenticata” di estradare Camporesi, rimasto bloccato in Turchia senza documenti, libero ma in “confinamento amministrativo”. Nato 51 anni fa a Rimini, era ricercato dal 2018 quando è sfuggito all’operazione “Pollino” dove, su richiesta della Dda di Reggio Calabria, il gip aveva disposto un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per traffico internazionale di droga gestito dalle cosche della Locride. Condannato in primo grado a 22 anni e 9 mesi di carcere, Camporesi deve adesso essere processato in secondo grado. La sua posizione è stata stralciata da quella degli altri imputati coinvolti nella maxi-inchiesta antidroga.

Durante la sua latitanza, il presunto trafficante di droga era stato arrestato in Turchia perché trovato in possesso di un documento di identità falso. Scontato un anno e mezzo di carcere, nel penitenziario di massima sicurezza ad Ankara, è stato trasferito in un centro per migranti irregolari, prima ad Antalya e poi di nuovo ad Ankara.
Mentre in Italia, la Dda di Reggio Calabria lo aspettava per processarlo, Camporesi è stato per 14 mesi l’unico italiano recluso in una delle 82 strutture per migranti finanziate dall’Unione Europea, pagate anche dalla collettività italiana.

Il tutto “in attesa del rilascio, da parte delle competenti autorità consolari, di un valido documento di identità”, ha spiegato il suo legale Genchi in una memoria inviata nelle settimane scorse alla Procura generale di Reggio Calabria, anticipando l’intenzione del suo assistito di costituirsi. Cosa che dovrebbe avvenire da qui a poco. Quando Camporesi scenderà dall’aereo, sarà arrestato dalla polizia di stato e accompagnato in carcere.

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CHE SIGNIFICA LA ‘MOSSA’ IRANIANA

Anche se il quadro del conflitto in Medio Oriente si presenta estremamente articolato e complesso, nonché foriero di pericolose escalation, è impossibile non osservare come l’Asse della Resistenza – ed in particolar modo l’Iran ed Hezbollah – abbia sinora mostrato una grande capacità di gestione strategica e tattica del conflitto, calibrando con grande attenzione ogni mossa. Ragion per cui ha destato non poco stupore il molteplice attacco iraniano dell’altro giorno, proprio perché sembra essere una rottura di quella capacità di equilibrio sinora manifestata. Ma è davvero così?

Consideriamo innanzi tutto gli aspetti principali dell’attacco. Ad essere stati colpiti sono obiettivi ostili in Siria (ISIS) ed Iraq (Mossad), due paesi più che amici, e Pakistan (Jaish Ul-Adl), un paese con cui Teheran ha buoni rapporti – in questi giorni, era addirittura programmata una esercitazione navale congiunta.
Di là dal fatto che l’Iraq, e soprattutto il Pakistan, abbiano protestato in modo significativo, cosa peraltro quasi obbligata sotto il profilo politico-diplomatico, resta il fatto che questi attacchi sono stati portati a termine senza che vi fosse un tentativo di reazione; infatti in alcun caso è stato attivato il sistema di difesa anti-missile. Ciò significa che, certamente per quanto riguarda la Siria (e quindi la Russia) ed il Pakistan, i paesi sul cui territorio si trovavano i bersagli sono stati preavvertiti. Per quanto riguarda l’Iraq, il cui governo sicuramente era stato allertato, c’è da aggiungere una ulteriore considerazione: i missili balistici utilizzati hanno compiuto un volo di oltre 1200 km, poiché sono stati volutamente lanciati da una posizione lontana, nel sud dell’Iran, laddove trovandosi il bersaglio nel kurdistan iracheno sarebbe stato assai più semplice colpire a partire dall’omologa regione iraniana.
Questa scelta ha avuto un doppio valore, politico e militare, ovvero dimostrare la capacità iraniana di colpire con grande precisione ed a grande distanza (messaggio rivolto soprattutto ad Israele), ma anche che i sistemi di intercettazione e difesa anti-missile statunitensi, largamente presenti sia in Iraq che in Siria, sono stati colti di sorpresa/bypassati.

Per quanto riguarda l’attacco alla base del Mossad ad Erbil, va aggiunto che (nonostante la regione del kurdistan iracheno sia una enclave largamente autonoma, e fortemente legata sia agli USA che ad Israele) è evidente che ha mostrato anche la capacità di penetrazione dell’intelligence di Teheran.
La questione dell’attacco sul Belucistan pakistano, alla luce della forte reazione di Islamabad, appare più complessa, ma anche qui – oltre alla mancata attivazione delle difese anti-missile – va tenuto conto della particolare natura dello stato pakistano, al cui interno sicuramente agiscono poteri (interni ed esterni) anche assai diversi e conflittuali. Le forze armate, ed i servizi segreti (ISI), sono molto ben collegati con gli Stati Uniti, sin dai tempi della guerriglia anti-sovietica in Afghanistan, ma anche abbastanza permeati da influenza fondamentaliste islamiche, mentre il governo (anche in funzione anti-indiana, storicamente filo russa) ci tiene a mantenere un rapporto privilegiato con Washington. Vale appena la pena di ricordare come, proprio su mandato statunitense, sia stato liquidato il presidente scomodo Imran Khan… È assai probabile, quindi, che alcune delle forze interne non abbiano gradito la mossa iraniana, ed abbiano imposto una reazione adeguata. È di oggi la notizia che il Pakistan ha effettuato una serie di attacchi mirati contro i “nascondigli terroristici” in Iran; specularmente a Teheran, Islamabad ha dichiarato che rispetta la sovranità dell’Iran, e la sua è una azione esclusivamente antiterroristica. Ed anche in questo caso, le difese iraniane non sono state attivate…

Tornando quindi alla questione iniziale, se siamo di fronte o no ad un venir meno della moderazione iraniana, aggiungendo al quadro la rivendicazione dell’attacco a due navi israeliane nell’Oceano Indiano, ma anche l’assenza di mosse dirette contro gli USA, credo si possa affermare che siamo di fronte a qualcos’altro.
L’Iran ha davanti a sé grandi prospettive, derivanti non solo dagli stretti rapporti con la Russia e la Cina, entrambe capofila della spinta al multipolarismo, ma anche dai grandi vantaggi che la sua posizione geografica strategica offre nella prospettiva dei corridoi euroasiatici. Non ha pertanto interesse ad arrivare allo scontro con gli Stati Uniti, e preferisce di gran lunga esercitare – come sta efficacemente facendo – una forte pressione finalizzata ad espellerne le basi militari dalla regione, senza arrivare al conflitto aperto. Ma, al tempo stesso, e proprio nella prospettiva di cui prima, avverte sia la necessità di affermare il proprio ruolo di potenza regionale di primo piano, sia che sono maturate le condizioni interne ed internazionali perché ciò avvenga.
In questo senso, la mossa iraniana va letta come un segnale alle altre potenze regionali – Arabia saudita e Turchia innanzi tutto – nonché allo storico nemico israeliano, perché comincino a misurarsi con l’idea che l’Iran (a più di quarant’anni dalla rivoluzione khomeinista), non solo non è liquidabile né emarginabile, ma è un soggetto geopolitico con cui devono fare i conti, e con cui è meglio cercare una pacifica convivenza piuttosto che inseguire il sogno di rovesciarne il governo. Vedremo chi e come recepirà il messaggio.

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Il Sudafrica accusa Israele di genocidio al Tribunale internazionale dell’Aia e altre notizie interessanti

ISRAELE DAVANTI AL TRIBUNALE INTERNAZIONALE DELL’AIA  Al Palazzo della Pace dell’Aia, di fronte alla Corte internazionale di giustizia (Cig), Israele si appresta a rispondere in due udienze alle accuse di “genocidio” verso la popolazione della Striscia di Gaza. L’istanza mossa il 29 dicembre 2023 dal Sudafrica ha generato una forte indignazione nello Stato ebraico, custode della memoria della Shoah […]
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E’ LA VALMY ASIATICA. LA CINA SI FA PORTAVOCE DI DUE TERZI DEL MONDO: DALLA RUSSIA ALL’INDIA, DALL’AZERBAJAN ALLO YEMEN.

Nel ventesimo anniversario dell’attacco all’Irak, Il Presidente cinese XI Jinping ha piazzato tre “ banderillas” sul dorso del toro americano distratto dal panno rosso: la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita, la visita di Stato a Mosca ad onta del “ mandato d’arresto” CPI a Putin e la visita in Cina dell’ex presidente di Taiwan.

A conclusione, la ciliegina sulla torta : “ Nessun paese può dettare l’ordine mondiale,” vecchio o nuovo che sia. Non si poteva dir meglio.

L’annuncio della ripresa dei rapporti diplomatici tra sauditi e iraniani con la mediazione cinese, mi ha ricordato la battaglia di Valmy contro la prima coalizione.

Non successe praticamente nulla, cannoneggiamenti lontani, una scaramuccia con quattrocento morti, ma gli storici l’hanno identificata come il momento in cui la rivoluzione francese fece il suo ingresso in Europa.

Il compromesso Iran-Arabia ha identica valenza. Ha dato diritto di cittadinanza alla politica di rifiuto dell’uso della forza, alla scelta indiana della neutralità e rivitalizzato i paesi non allineati a partire dall’Azerbaijan ultima recluta. La prossima tentazione potrebbe averla la Turchia.

Con questa mossa. La Cina é comparsa sul palcoscenico del mondo mediorientale come autorevole arbitro imparziale, partner affidabile e patrono dell’idea di sicurezza collettiva. Non c’é stato bisogno di sconfessare le politiche dei vari Kerry, Bush, Obama, Clinton, Trump, Biden. A ricordarli, é rimasto solo Netanyahu, sconfessato dall’ex capo del Mossad Efraim Halevy ( su Haaretz) che propone un appeasement con l’Iran con toni che riecheggiano Kissinger.

Con la visita a Mosca XI Jinping ha delegittimato la pagliacciata della Camera Penale Internazionale, ormai specializzatasi nei mandati di arresto a carico dei nemici degli Stati Uniti ( Hissen Habré, Gheddafi, Milosevic, ) e gestita da un mercante di cavalli pakistano tipo Mahboub Ali.

Poi, con la prossima visita di dieci giorni dell’ex presidente di Taiwan, Ma Ying Jeou, ha mostrato di non aver bisogno di dar voce al cannone per affermare la consustanziazione tra l’isola e il continente e di considerare superato l’uso della forza in politica estera, inutile l’accerchiamento dell’AUKUS nel Pacifico, assennando con questo un colpo contemporaneo anche alla mania russa di imitare servilmente gli americani anche – e sopratutto- nei difetti.

Da giovedì, Putin dovrà scegliere tra l’accettazione dei dodici punti del piano di pace cinese e l’isolamento internazionale. La strategia sarà però quella cinese che considera la guerra uno strumento obsoleto e non la brutalità cosacca vista finora.

Come potrà l’ONU rifiutare il ruolo di sede arbitrale del mondo che la Cina gli offre senza squalificarsi definitivamente ? I paesi del Vicino e Medio Oriente, dopo i pesantissimi tributi di sangue pagati per decenni, sono ormai tutti consapevoli e convinti della inutilità delle guerre – dirette come con lo Yemen o per procura come con la Siria- e della cruda realtà delle rapine fatte a turno a ciascuno di loro:Iran, Irak, Libia, Siria, con la violenza e agli altri paesi dell’area con forniture , spesso inutili, a prezzi stratosferici: Katar, Arabia Saudita, o col selvaggio impadronirsi di risorse minerarie come col Sudan e la Somalia.

Certo, senza il conflitto in atto che ha predisposto alcuni schieramenti ( specie africani) e senza la capacità di mobilitazione di quindici milioni di uomini, la voce della Cina non risuonerebbe alta come rischia di accadere, ma anche con questo accorgimento, assieme alla discrezione assoluta di cui hanno goduto i colloqui di Pechino, l’effetto sarebbe minore, ma ugualmente evocativo in un mondo che non sente il bisogno di una dittatura a matrice primitiva.

Ora Biden, tra un peto e l’altro, dovrà decidersi a leggere i dodici punti di XI e smettere di litigare con Trump sul costo di una puttana, oppure affrontare il mondo intero col sostegno di Sunak e Meloni.

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