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Il mito cinese, e la disfatta venezuelana dell’asse delle autocrazie

Per anni il Venezuela ha investito massicciamente in hardware militare di fabbricazione cinese, etichettando con orgoglio le proprie difese come le più moderne del Sud America. Il cuore del progetto di difesa aerea costruito in Cina e poi venduto al regime di Nicolás Maduro era imperniato sui cosiddetti radar anti-stealth, progettati per localizzare e contrastare i cacciabombardieri stealth (invisibili) statunitensi. Era stato immaginato fin dall’inizio come un efficace «scudo cinese» in grado di proteggere il regime di Maduro da un attacco aereo statunitense. Quando, però, all’inizio dell’anno, gli Stati Uniti hanno lanciato l’operazione Absolute Resolve, con la clamorosa cattura del dittatore, la linea difensiva venezuelana è crollata in pochi minuti.

L’azione militare statunitense ha messo in luce la clamorosa discrepanza esistente fra la narrazione cinese sull’efficacia dei propri sistemi di armamento e la realtà sul terreno. Il Venezuela aveva acquisito il sistema radar a lungo raggio JY-27 Wide Mat, di fabbricazione cinese, per proteggersi esattamente da operazioni offensive come quella di inizio gennaio. E sono proprio i radar cinesi i primi asset della difesa venezuelana a essere stati neutralizzati nelle fasi iniziali dell’operazione militare.

Da tempo i media cinese esaltavano i radar JY-27, come veri e propri «cacciatori di velivoli invisibili» in grado di rilevare in anticipo gli spostamenti degli F-22 e degli F-35 a distanze di centinaia di chilometri. La propaganda cinese, accompagnata dalle massicce azioni di disinformazione nei confronti di governi e opinione pubblica occidentale, ha raccontato di traguardi tecnologici inesistenti nel settore militare: il millantato «aggancio» da parte dei radar cinesi dei caccia americani, verso cui poter poi guidare i missili terra-aria, si è rivelato essere una grande illusione.

I velivoli da guerra elettronica EA-18G Growler hanno saturato l’etere fin dai primi muniti dell’azione militare, accecando i sensori di produzione cinese e nel giro di poche ore. I missili antiradar statunitensi hanno individuato e distrutto tutti i siti radar in territorio venezuelano.La difesa «cinese» non è stata in grado di rilevare neppure un singolo velivolo statunitense. L’accecamento dei sensori venezuelani ha lasciato paralizzata l’intera rete di comando della difesa aerea fornita dalla Cina nella fase iniziale dell’operazione. Un vasto blackout elettrico ha ulteriormente aggravato il caos, interrompendo nodi di comando e controllo e collegamenti dati in tutto il Paese. Il Venezuela disponeva anche dei sistemi missilistici terra-aria forniti dalla Russia (batterie S-300V e Buk-M2), che avrebbero dovuto operare in tandem con i radar cinesi, formando una difesa aerea stratificata. La «formidabile» difesa russo-cinese è stata messa fuori combattimento in pochi minuti determinando così la superiorità aerea statunitense che ha permesso a quasi 150 velivoli di operare indisturbati nel cielo venezuelano. Secondo fonti dell’opposizione venezuelana, oltre il 60% dei siti radar di Caracas erano già fuori servizio a causa della carenza di pezzi di ricambio e di un supporto tecnico «minimo» fornito dalla Repubblica popolare cinese.

Una volta stabilita la superiorità aerea statunitense, le forze terrestri venezuelane equipaggiate con mezzi cinesi non hanno avuto miglior sorte: prive di copertura aerea e di sorveglianza in tempo reale, sono diventate bersagli facili. Molte delle attrezzature militari fornite da Pechino al regime di Maduro si sono rivelate inefficaci: i carri leggeri anfibi VN-16 e i veicoli da combattimento per la fanteria VN-18 della cinese Norinco; i sistemi lanciarazzi multipli SR-5, molto pubblicizzati in Cina; i missili antinave cinesi C-802A non hanno retto l’impatto tecnologico dell’offensiva statunitense e sono stati neutralizzati in poche ore.

Ma accanto al flop delle forniture belliche cinesi che hanno reso sempre meno credibile la capacità di Pechino di proporsi come fornitore di armamenti «alternativo» all’Occidente, la breve azione militare statunitense e la cattura di Maduro hanno rappresentato un duro colpo geopolitico e militare all’intero asse delle autocrazie. Il Venezuela di Hugo Chávez e Maduro da oltre vent’anni rappresentava il vero pilastro latino-americano del sempre più assertivo network delle dittature. Una delegazione di alto livello cinese era a Caracas per incontrare Maduro nella notte del blitz americano e la Repubblica popolar cinese, accanto alle forniture belliche, importava oltre l’80% del greggio venezuelano con l’acquisizione di 764.000 dei 921.000 barili di petrolio che ogni giorno venivano prodotti nel Paese. Il meccanismo cinese, fissato fin dai tempi di Chávez, era quello dei loans for oil: ingenti prestiti, valutati in oltre 60 miliardi di dollari fra il 2010 e il 2025, garantiti dalle future esportazioni di petrolio.

L’accordo con la Russia era il secondo pilastro della politica estera della repubblica boliviana del Venezuela: nel maggio del 2025 il patto strategico fra i due paesi era stato rinnovato con un rafforzamento della cooperazione in settori chiave come energia, difesa, tecnologia, commercio e sicurezza. Mosca ha spesso usato Caracas per le sue spericolate operazioni diplomatiche, come accaduto dopo la breve guerra Georgia del 2008, quando l’azione militare russa fece nascere dal territorio georgiano le due auto proclamate repubbliche dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, prontamente (e unicamente) riconosciute da Caracas.

Infine, l’Iran per il quale Caracas rappresentava un luogo sicuro per una molteplicità di attività covert dal riciclaggio, al narcotraffico, al commercio di armamenti, alle forniture di petrolio, alla condivisione di intelligence. Senza dimenticare la pluralità di rapporti fra il Venezuela e la rete dei proxy di Teheran, a cominciare da Hezbollah, fortemente radicato nel Paese con campi di addestramento e numerose azioni di fund-raising illegale.

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