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“Governo inadempiente col Pnrr, rischio collasso della giustizia italiana”: l’Anm vuole essere audita alla Commissione Ue

L’Associazione nazionale magistrati ha chiesto di essere audita dalla Commissione europea. Il motivo? Il sindacato delle toghe vuole illustrare la “situazione allarmante“, dovuta al “rischio di collasso della Giustizia italiana per l’inadempimento del governo italiano agli impegni assunti in sede europea con riguardo all’Ufficio per il processo“. Mentre infuria lo scontro tra magistratura ed esecutivo in vista del referendum sulla separazione delle carriere, c’è un altro fronte che si apre tra toghe e politica: quello dell’attuazione del Pnrr in tema di giustizia. La richiesta di audizione è contenuta nel documento approvato dal Consiglio direttivo centrale dell’Associazione nazionale dei magistrati.

“Il personale sta lasciando gli uffici”

Ricordando che l’Ufficio per il processo è stato “incluso nel Pnrr quale misura di natura strutturale, destinata a modificare in modo permanente l’organizzazione del lavoro degli uffici giudiziari e dei giudici italiani”, l’Anm sottolinea che “a gennaio 2026 a meno di sei mesi dal termine del progetto, nessun bando è stato pubblicato o reso noto per la stabilizzazione dei funzionari addetti all’Ufficio per il processo, che nel frattempo stanno lasciando gli uffici giudiziari per altre opportunità di lavoro”. Eppure nel rendiconto al 31 ottobre scorso dell’Unità di missione del ministero della Giustizia sull’attuazione degli interventi del Pnrr, il governo ha dato atto “che la misura sull’Ufficio per il processo e Capitale Umano prevede l’assunzione e la permanenza in servizio di 10mila unità di personale Pnrr (addetti all’Ufficio per il Processo e personale tecnico-amministrativo), con l’obiettivo di creare un vero e proprio staff di supporto al magistrato e alla giurisdizione – con compiti di studio, ricerca, redazione di bozze di provvedimenti – e pone, altresì, le fondamenta di una struttura al servizio dell’intero Ufficio giudiziario, con funzioni di raccordo con le cancellerie e le segreterie, anche con mansioni tipicamente amministrative quale naturale preparazione e completamento dell’attività giurisdizionale, di assistenza al capo dell’ufficio ed ai presidenti di sezione indirizzi giurisprudenziali e di banca datì”.

“Nessun bando pubblicato per assumere funzionari”

Eppure, aggiunge il sindacato della toghe,”la stessa relazione riferisce che al 31 ottobre 2025, il personale effettivamente in servizio si era ridotto a 8.930 unità. È infatti accaduto che in assenza di qualsivoglia progetto concreto di stabilizzazione del personale assunto con i fondi del Pnrr, oltre mille funzionari, tra i più capaci, appositamente formati ed inseriti nei progetti dell’Ufficio per il processo, abbiano lasciato l’amministrazione della Giustizia per altre opportunità di lavoro”. “L’11 agosto del 2025 – prosegue l’Anm – il ministero della Giustizia ha annunciato che entro il mese di ottobre avrebbe avviato una procedura comparativa per la stabilizzazione dei funzionari addetti all’Ufficio per il processo. A gennaio 2026, a meno di sei mesi dal termine del progetto, nessun bando è stato pubblicato o reso noto per la stabilizzazione dei funzionari Addetti all’Ufficio per il processo”.

Rischio per processi su diritto di asilo

Dunque, sottolinea il sindacato dei magistrati, “il governo non ha stanziato i fondi necessari a reclutare 10mila unità di funzionari” previsti dal progetto del Pnrr in cui il governo italiano si è impegnato verso l’Unione europea. Quindi, è l’allarme, si rischia così “di disperdere risorse e progettualità, di essere costretti ad abbandonare un ormai consolidato metodo di lavoro in team e di dissipare, in breve tempo i progressi raggiunti nell’attuazione del Pnrr”. Il sindacato delle toghe specifica che “la situazione è particolarmente grave nelle Sezioni specializzate per la protezione internazionale che sono chiamate ad attuare il sistema comune europeo dell’asilo e nelle quali un team di supporto al giudice è indispensabile per assicurare le funzioni minime del processo in materia di asilo”. L’Associazione ricorda che la stessa relazione dell’Unità di Missione per il Pnrr per la Giustizia evidenzi come i tribunali e le corti italiani abbiano “raggiunto con ampio anticipo rispetto al termine del progetto (30 giugno 2026) il target della riduzione del 25% del Disposition Time (rispetto alla baseline del 2019) dei processi penali nei tre gradi di giudizio e sono prossimi a raggiungere nei tempi concordati l’abbattimento dell’arretrato dei procedimenti civili di durata ultra-triennale”. A questo punto, dunque, resta “invece incerta la possibilità di raggiungere l’ultimo target, ossia la riduzione del 40% del Disposition Time (rispetto alla baseline del 2019) dei processi civili nei tre gradi di giudizio”.

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Referendum, Alessandro Barbero spiega perché voterà No: “Si rischiano magistrati agli ordini del governo. Peso della politica superiore nei Csm”

“Ci ho messo un po’ a decidere di girare questo video in cui spiego le ragioni per cui voterò no”. Inizia così l’intervento con cui Alessandro Barbero spiega pubblicamente le ragioni del suo voto no al referendum sulla separazione delle carriere. Sono 4 minuti e mezzo di video, inviato dallo storico al Comitato “Società civile per il no”, guidato da Giovanni Bachelet, che lo ha pubblicato sul suo canale Youtube. Barbero mette in fila i motivi che lo hanno spinto a schierarsi contro la riforma del ministro Carlo Nordio. Parte da un elemento: “Il referendum non è sulla separazione delle carriere fra pubblici ministeri e giudic. La separazione di fatto c’è già. Già adesso il magistrato che prende servizio decide in quale dei due ruoli lavorare e può cambiare una sola volta nella vita e pochissimi lo fanno”, spiega lo storico, riferendosi al fatto che oggi i passaggi di ruolo tra pm e giudici avvengano con percentuali da prefisso telefonico (Nel 2023 8giudici su 6.665, lo 0,12%, diventati pm. Ventisei pm su 2.186, l’1,19%, diventati giudici).

E infatti il cuore della questione, dice il professore, è un altro. Al centro della riforma “c’è la distruzione del Consiglio superiore della magistratura, così come era stato voluto dall’assemblea Costituente. E allora spieghiamoci: il Csm è l’organo di autogoverno dei magistrati con funzioni anche disciplinari, cioè fa qualcosa che prima sotto il regime fascista faceva il ministro della Giustizia. Quindi, era il governo, cioè la politica, che sorvegliava la magistratura e che nel caso la sanzionava”. Con il suo inconfondibile tono, reso celebre da centinaia di puntate di podcast storici, Barbero improvvisa una lezione di storia costituente: “I padri costituenti vedevano benissimo che la separazione dei poteri è una garanzia indispensabile di democrazia, che il cittadino non è sicuro se si trova davanti inquirenti e giudici che prendono ordini dal governo e che possono essere puniti dal governo. Per questo la Costituzione prevede che il Csm sia composto per due terzi da magistrati ordinari eletti dai colleghi e per un terzo da professori di giurisprudenza e avvocati di grande esperienza, i cosiddetti membri laici eletti dal Parlamento”. Il Csm, dunque, “è la garanzia che la magistratura sarà sì in contatto col potere politico, ascolterà le ragioni del governo, ma sarà libera nelle sue scelte, non dovrà obbedire agli ordini”.

Se passerà il Sì, avverte Barbero, la riforma indebolirà il Csm con il rischio di una deriva autoritaria. “Intanto perché prevede che sia sdoppiato, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, e che al di sopra dei Csm ci sia un altro organo disciplinare separato, anch’esso composto da rappresentanti dei magistrati e da membri di nomina politica. Ma soprattutto la riforma prevede che in tutti questi organi i membri togati, cioè quelli che rappresentano i magistrati e che finora erano eletti dai colleghi, siano tirati a sorte. La giustificazione di questa misura pazzesca che non si usa in nessun organo di grande responsabilità, è che la magistratura e politicizzata, cosa considerata orribile, e che quando vota la magistratura elegge i rappresentanti delle sue diverse correnti e questo si vorrebbe evitarlo”. Il vero nodo, dunque, è rappresentato dal sorteggio ibrido: puro per i componenti togati dei Csm, cioè i rappresentanti dei magistrati, temperato per i laici, gli esponenti della politica, che saranno sorteggiati sulla base di un elenco compilato dal Parlamento. Solo che di questa lista non si è ancora specificata la consistenza numerica, che potrà essere di poco superiore (o addirittura identica) al numero di posti da coprire. Di fatto quindi la politica – a differenza della magistratura – continuerà a scegliere in qualche modo i propri rappresentanti al Consiglio superiore. Dunque avremo due Csm “dove i membri magistrati sono tirati a sorte mentre il governo continua a scegliere quelli che nomina lui“, sintetizza Barbero. “A me sembra che questi organismi saranno per forza di cose organismi dove il peso della componente politica sarà molto superiore. Dove di fatto il governo potrà di nuovo, come in uno stato autoritario, dare ordini ai magistrati e minacciarli di sanzioni. Ora, naturalmente, chi è favorevole alla riforma può benissimo dire, come infatti molti dicono, che va bene così. È proprio questo che vogliamo. Uno stato moderno ed efficiente deve funzionare così. Io la penso diversamente e per questo voterò no. E alla fine ho deciso che poteva aver senso che provassi a spiegare pubblicamente le ragioni per cui lo farò”.

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La forza bruta di Trump e Musk

 

di Michele Blanco

L’occidente nel corso degli ultimi 500 anni doveva convincere i popoli del mondo che era la parte “migliore” del mondo per leggi, economia e forza militare, anche quando costruiva imperi coloniali e di sfruttamento bestiale dei popoli che ha conquistato. Nel fare questo ha utilizzato i servizi della gleba europea, più spesso aveva schiavi esterni, sotto forme di dominio differente. Dal 1945 in avanti l’occidente ha puntato a rappresentare la forma più elevata di rapporto potere-popolo, la democrazia che doveva essere il modello per tutti, anche per popoli che non avevano mai conosciuto la democrazia rappresentativa. Anche le monarchie erdeditarie diventano democratiche, come quella inglese che possedeva territori immensi, dall’Australia all’India, al Canada. O quella della piccola Danimarca, nazione con meno abitanti della Lombardia che finora ha posseduto l’immensa isola di Groenlandia, fin dagli antichi insediamenti vichinghi.

Oggi questa iperbolica invenzione di gestione di due identità, popolo e territorio, sta completamente liquefandosi, come ci ha descritto Zygmunt Bauman. D’altra parte se la società, anche degli Stati democratici, il suo insieme di valori: Morali, economici, politici, sono liquidi lo diventa inevitabilmente anche la sua forma di governo. Oggi nel secondo mandato presidenziale dell’era Trump l’occidente, ex democratico, corre per una nuova forma di governo, che potremmo definire come la “Crazia”, dove non c’è più il popolo ma solo il potere, in cui il popolo passa da attore politico a spettatore, ovviamente pagante, come si paga tutto in questo mondo formatosi dopo l’avvento dell’ideologia del neoliberismo, oggi arrivata al suo ultimo terribile stadio.

Questa fusione di vocaboli (crasi) tra demos e crateos è una evoluzione del potere della comunicazione, anch’essa separata dall’informazione, che viene sostituita da piattaforme di contenuti assolutamente manipolati e preconfezionati. Il demos interessa solo in quanto utente, cliente pagante di una piattaforma o di un mezzo di comunicazione, come il caso di Starlink per il popolo iraniano.  Non in quanto partecipante attivo. Per iperbole era più democratico Goebbels, che rendeva partecipanti attivi, tramite la propaganda, la maggioranza dei tedeschi. Oggi le maggioranze non servono, gli artefici elettorali servono a questo, a rendere vincenti delle minuscole minoranze, con il mito della governance che sostituisce la rappresentanza politica nata alla base dei principi nati con la Rivoluzione Francese. Dal cogito ergo sum al sum quindi voto.

Oggi in Occidente, in tutti gli Stati democratici ormai solo formalmente, sempre meno aventi diritto vanno a votare, rendendo inutile lo stesso concetto di demos, sostituito dai focus e dai sondaggi. È la governance dei focus group, delle piccole nicchie elettorali, che costano complessivamente poco, rispetto agli interessi collettivi che vengono, ormai, completamente elusi. Questo lascia enormi margini di risorse per fare altro, per gestire interessi particolari. 

Facciamo un esempio, il dividendo che vuole Musk, esentasse possibilmente, dai suoi azionisti è di mille miliardi di dollari, praticamente quanto 40 finanziarie italiane da destinare ad una sola persona, cioè a lui. E questo nemmeno a fronte di enormi utili, ma solo per puro e semplice esercizio di potere. Il potere dell’immaginario collettivo, come una serie televisiva su Netflix da guardare, volete lo spazio ve lo do, anche se ancora non c’è, volete America First o il peggior bar di Caracas, ve lo concedo. Ci viene pure la Groenlandia, perché la vogliamo. Certo il Canada sarà più duro da comprare, e si romperebbe definitivamente il rapporto con una nazione militare da molti anni alleata, il Regno Unito. E sarebbe la fine della Nato. Ma oggi tutto è possibile. Su Netflix à la carte trovi che tutto è già stato scritto.

I popoli occidentali fanno da spettatori, ovviamente paganti, mentre gli Stati orientali e molti del sud del mondo continuano a cercare strade nuove, ideologicamente, quell’ideologia, la costruzione del pensiero critico e costruttivo, che noi cosiddetti occidentali abbiamo perso. L’abbiamo sostituita con un ircocervo folle, una vera e propria fusione di potere senza controllo democratico e la pura pazzia: La Crazia. Non è nemmeno una novità, abbiamo avuto già Nerone, il quale incendiò Roma. A breve qualcuno, nella sua folle vanità, inizierà ad appiccare il fuoco, che oggi potrebbe essere anche una guerra nucleare.

A tutti noi toccherà bruciare o provare a spegnere il fuoco prima possibile.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Il referendum sulla giustizia non sarà un test sul governo Meloni, conviene a tutti

Per ora non c’è, nella testa degli italiani, il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Le mattane di Donald Trump o il carovita insostenibile (l’Istat ha certificato ieri che dal 2021 i prezzi sono aumentati del ventiquattro per cento) sono ben più presenti. 

Il 22 marzo è lontano, la materia è tecnica, ostica, poco adatta a trasformarsi in una discussione da bar o da social. Qui non siamo di fronte a un bivio etico immediato come furono il divorzio o l’aborto, quando la scelta si iscriveva senza troppe mediazioni nella coscienza civile del Paese, né a un chiaro contrasto politico come all’epoca del referendum sulla scala mobile. 

Stavolta il terreno è più scivoloso, e proprio per questo meno manicheo: esistono buone ragioni per votare Sì, così come argomenti seri per votare No. Anche politicamente il copione è meno scontato di quanto si possa pensare di primo acchito. Si dice che non sarà un referendum sul governo. Ed è vero. 

Non lo sarà perché né Giorgia Meloni né Elly Schlein hanno alcun interesse a trasformarlo in un test sull’esecutivo. A sinistra, chi coltivava l’idea di usarlo come un’arma impropria per assestare una spallata al governo è stato rapidamente ricondotto all’ordine. Anche perché, nel frattempo, lo scenario è cambiato. Votare Sì non significa automaticamente votare per la destra. E, specularmente, votare No non equivale a una professione di fede progressista. 

È una linea di frattura che attraversa gli schieramenti, li scompone, li ricombina. Lo dimostra la nascita della “Sinistra per il Sì”, promossa dall’associazione riformista Libertàeguale di Enrico Morando, Stefano Ceccanti, Claudio Petruccioli che ha tenuto a Firenze un’iniziativa introdotta da un giurista del calibro di Augusto Barbera, presidente emerito della Corte costituzionale, già deputato del Pci. Un fior di riformista.

Non sono soli. I dirigenti di Italia Viva stanno già facendo campagna per il Sì (Matteo Renzi, con la consueta civetteria tattica, si pronuncerà solo alla fine), e così Azione, i Liberaldemocratici, i radicali, Più Europa (dopo un’iniziale propensione per il No). Quindi un pezzo, per quanto minoritario, del campo largo non seguirà Elly Schlein. 

Questo è un fatto dovuto anche alla previsione che nella nuova legge elettorale verranno cancellati i collegi uninominali, rendendo così il vincolo di coalizione molto più debole. A destra invece nessuna defezione ufficiale ma il quadro è chiaro: in caso di vittoria del Sì, la destra non potrà rivendicarne l’esclusiva proprio perché una fetta del campo largo voterà per la conferma della legge. Certo, verrà messo agli atti che il popolo avrà approvato una riforma targata Nordio-Meloni ma una loro narrazione trionfalistica sarebbe fuori luogo. Anzi, c’è un’ipotesi divertente: un Sì che prevale di misura, grazie ai voti decisivi dei riformisti. Per la destra sarebbe un piccolo sfregio simbolico. 

E, paradossalmente, anche un regalo a Elly Schlein, che potrebbe assorbire l’urto di una sconfitta proprio appellandosi a quel rimescolamento delle carte che rende questo referendum tutto fuorché un regolamento di conti tra maggioranza e opposizione. A meno di una clamorosa vittoria dei No – al momento improbabile – politicamente non avrebbe vinto nessuno. Un referendum sterilizzato.

L'articolo Il referendum sulla giustizia non sarà un test sul governo Meloni, conviene a tutti proviene da Linkiesta.it.

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Democrazia statunitense e come dovrebbe essere

 

di Michele Blanco

Tutti, ormai,  dovremmo sapere che nella società statunitense è da sempre presente un tasso di violenza veramente eccessivo, con poco rispetto per i diritti degli stessi cittadini, soprattutto a quelli non appartenenti ai gruppi etnici discendenti dagli anglosassoni, tedeschi e similari. Le forze dell’ordine negli USA hanno spesso e volentieri avuto la mano pesante sulle persone indifese, soprattutto se questi erano afroamericani (come accaduto nel caso di George Floyd). Eppure quello che è successo a Renee Nicole Good, donna bianca, cristiana e madre di tre figli, è qualcosa che probabilmentenon era mai accaduto prima. La povera Renee è stata uccisa, senza motivo, a sangue freddo nella città di Minneapolis da una pattuglia dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement).
 
Questo episodio vergognoso fa veramente mettere in dubbio che gli USA siano effettivamente una democrazia. Non è  possibile che nel 2026 possa esistere legalmente una "polizia" statale  che abbia il potere, concessogli da uno Stato che si autodefinisce democratico, di esercitare atti di squadrismo nei confronti di persone “immigrate”, o presunte tali; ma, in questo  caso, è  sconcertante soprattutto perché,  si tratta di un omicidio intenzionale nei confronti di una signora, madre di famiglia,  disarmata, che si trovava seduta immobile nella propria auto. Infatti, per fortuna, nei giorni successivi anche molti repubblicani filo-Trump hanno commentato il tragico evento con parole di grande sdegno e assoluta preoccupazione. Giustamente ci sono stati oltre mille eventi e manifestazioni in tutti gli Stati Uniti che hanno visto grandi proteste al grido: “Ice, Out for Good” (Ice, fuori per sempre).
 
Ma purtroppo  a farci capire l'assoluta gravità dell’accaduto, della pericolità del sistema politico  statunitense, sono arrivati immediatamente i commenti, assurdi e triviali di esponenti del governo statunitense, come il vicepresidente J. D. Vance, il quale ha dichiarato che si è trattato di un “attacco alle forze dell’ordine”. In poche parole — secondo Vance — l’agente dell'agenzia federale dell’Ice avrebbe agito da criminale assassino a sangue freddo,  per legittima difesa, visto e considerato che, sue testuali parole, la signora Good è da considerarsi semplicemente “una vittima dell’ideologia di sinistra”.
 
In sostanza, la tesi assurda e  estremista del governo Trump-Vance-Rubio è questa: Renee se l’è cercata perché era un’attivista di sinistra. Penso che se fosse stata di destra sarebbe stata uccisa allo stessomodo ovviamente. Ma la gravità, assurdità di queste ignobili dichiarazioni ci deve far riflettere,  oltre a farci indignare. In primo luogo si tratta  di un  precedente politico e culturale che queste giustificazioni vergognose, farlocche e estremiste “di parte". L’escalation di violenza da guerra civile, dopo questo tragico fatto, non è più un’ipotesi politologica. È esattamente la realtà tremenda di oggi. Continuare a denunciare questa deriva assassina e barbara dello stato di diritto nelle cosiddette democrazie occidentali, è un compito politico, civile e spirituale trasversale, che dovrebbe essere percepito come tale da chiunque creda che sia arrivato il momento di mettere da parte ogni forma di assurda ideologia divisiva e inutilmente bellicista.
 
Certo che l’accettazione della violenza all'interno della società fa parte della storia degli Stati Uniti d’America fin dall’inizio. Ed è, purtroppo una loro caratteristica inconfutabile. Anche con i Democratici al governo abbiamo sempre assistito ininterrottamente a episodi razzisti da parte delle forze di polizia di una ferocia intollerabile. Quindi non si tratta di criminalizzare solo l’operato suprematista di Trump, che ovviamente é  assolutamente da condannare, per assolvere l’ipocrisia di Biden o della Harris.
 
Anzi, è tutto l’opposto. Per questo mi fa veramente irritare leggere che i MAGA sarebbero migliori perché almeno esplicitano la loro violenza colonialista apertamente e non sono dei falsi perbenisti come quei sepolcri imbiancati Democratici, solo di nome, difensori del diritto internazionale solo quando gli fa comodo a loro. È ridicolo sentire commenti, così superficiali, che se critichi la politica di Trump allora vuol dire che sei automaticamente a favore della cancel culture o di qualsiasi altra esagerazione del politicamente corretto. Come se dentro questo bipolarismo decadente una terza via da percorrere non sia possibile.
 
Questa assurda e inutile logica polarizzante, nonostante abbia una certa presa sull’opinione pubblica, esattamente come il tifo calcistico o televisivo, ad un’analisi ponderata e più seria resta comunque assurda e facilmente smontabile. La violenza, quella fatta da organi dello Stato è  sempre la peggiore, infatti, è violenza punto e basta. E chiunque eserciti questa prepotenza antidemocratica su qualsiasi altro, peggio ancora se lo fa in modo spudorato e disinvolto, è  assolutamente da condannare senza nessuna possibilità d'appello. Non esistono scusanti di fronte all’uso della violenza; e questo, soprattutto per chi si impegna nel costruire un mondo più pacifico e disarmato, dovrebbe essere il punto fondamentale da cui partire. 
 
Nel mondo contemporaneo, in particolare in questi ultimissimi anni, avvertiamo una continua e forte sensazione di accelerazione della storia con grandi e continui mutamenti che sembrano travolgerci già mentre li stiamo osservando senza riuscire nemmeno a capirli, nella loro velocità e grande complessità. Ma la cosa veramente triste è che questi cambiamenti sono peggiorativi della realtà, continue guerre sparse per l’intero pianeta e tantissime violazioni del diritto internazionale, fino ad arrivare al terribile Genocidio dei palestinesi; con moltissime e complesse crisi economiche, ambientali, epidemiche e finanziarie che ci hanno fatto capire di essere molto più vulnerabili di quanto pensavamo.
 
Con Trump ci tocca subire un’ondata di inaudita brutalità disumana, fino all’ incredibile rapimento di un capo di Stato eletto democraticamente dal suo popolo. Questa brutalità trumpiana sembra essere irrefrenabile: “Voglio la Groelandia, voglio il petrolio, voglio i minerali delle terre rare” e nessuno lo contraddice. Quindi assistiamo ad un’assenza spaventosa di visione politica democratica innovativa, nuova, inedita, coraggiosa e realmente pacifica, che abbia davvero l’ardire di mettere in discussione l’intero teatrino della politica bellica contemporanea. Se per eccesso di realismo cadiamo anche noi nella retorica che dice sostanzialmente che in politica esistono solo i “rapporti di forza” e nient’altro, allora possiamo dare le chiavi del nostro futuro in mano a tutti coloro che stanno già dimostrando d’essere i più cinici e i più spietati (vedi, per esempio, i nostri leader europei).
 
Allora invertiamo immediatamente questa rotta suicidaria, che ci mantiene costantemente nel “rischio di un imminente catastrofe”, come scriveva profeticamente il sociologo Ulrich Beck. La scelta che dobbiamo fare non è fra la maschera dell’orrore (Dem) e l’orrore in sé (Rep); altrimenti saremmo comunque spacciati. Esiste sempre una terza via quando la polarizzazione diventa così esasperante. Intanto non dobbiamo piegarci alla legge del più forte. Dobbiamo tornare a usare la ragione umana per provare a inaugurare un nuovo mondo democratico e inclusivo non violento che parta dalla partecipazione politica informata di tutti i cittadini del nostro pianeta. 

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 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Come ti costruisco il golpe. Ultimo casus belli

Forse il ministro Pinotti (così come Gentiloni), pensa che i carabinieri giuri fedeltà ai ministri, o ai presidenti, dimenticando che la bandiera non ha nomi, ha solo colori, che sono quelli della nostra nazione. Dimenticano, ministri e presidenti vari, che non esistono tra i carabinieri giullari di corte pronti ad eseguire ordini su chi indagare e chi no. Perchè se un reato esiste, non si cerca l’amico dell’amico per insabbiare, ma si cerca il responsabile di un delitto come la nostra giurisprudenza insegna.
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