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Tajani a Strasburgo per incontri con Metsola, Wadephul e Parlamentari italiani

Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani sarà oggi a Strasburgo, dove incontrerà la Presidente del Parlamento Europeo Roberta Metsola, il Ministro degli Esteri della Germania, Johann Wadephul e Parlamentari italiani al Parlamento Europeo.

Tajani discuterà con la Presidente Metsola di temi europei, per un confronto sul Quadro finanziario pluriennale UE in via di negoziato, sulla competitività europea attraverso investimenti in tecnologie innovative, e sulla richiesta avanzata dall’Italia, insieme con altri Stati Membri, di procedere con urgenza alla semplificazione normativa, soprattutto per rafforzare la crescita industriale e l’attrattività del mercato unico europeo. Tajani e Metsola discuteranno anche del processo di allargamento dell’UE. All’indomani della sua missione in Libia, il titolare della Farnesina si soffermerà sul tema delle migrazioni e sul lavoro dell’Italia, insieme con i partner internazionali, per contrastare i flussi irregolari e promuovere canali di migrazione legale.

Nei suoi incontri con la Presidente Metsola e con il Ministro Wadephul, il Ministro Tajani discuterà inoltre delle principali crisi e temi dell’agenda internazionale, fra cui la Groenlandia, l’Iran, il Venezuela, l’Ucraina e Gaza, alla luce dell’invito degli Stati Uniti mirato a coinvolgere diversi Paesi, fra cui l’Italia, nel Board of Peace. Temi che saranno sollevati anche nell’incontro con i Parlamentari italiani rappresentati al Parlamento Europeo.

Tajani ribadirà la necessità di garantire la difesa della regione artica nel quadro della NATO e di preservare l’unità transatlantica, confermando la disponibilità dell’Italia a svolgere il ruolo di ponte tra le due sponde dell’Alleanza, attraverso un’azione costruttiva e proattiva in ambito NATO, UE, G7 e altri fori multilaterali.

Con il Ministro tedesco, Tajani farà anche il punto sulle collaborazioni bilaterali e sui dossier europei, in vista della missione di Wadephul in Italia il 23 gennaio prossimo per il Vertice Italia-Germania presieduto dai due Capi di Governo.

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Tajani a Strasburgo per incontri con Metsola e Wadephul

Il Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, sarà oggi a Strasburgo, dove incontrerà la Presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola, e il Ministro degli Esteri della Germania, Johann Wadephul.

Tajani discuterà con la Presidente Metsola di temi europei, per un confronto sul Quadro finanziario pluriennale UE in via di negoziato, sulla competitività europea attraverso investimenti in tecnologie innovative, e sulla richiesta avanzata dall’Italia, insieme con altri Stati Membri, di procedere con urgenza alla semplificazione normativa, soprattutto per rafforzare la crescita industriale e l’attrattività del mercato unico europeo. Tajani e Metsola discuteranno anche del processo di allargamento dell’UE: Tajani confermerà il convinto sostegno italiano, attraverso iniziative concrete volte a semplificare e rendere più efficienti i negoziati di adesione. All’indomani della sua missione in Libia, il titolare della Farnesina si soffermerà sul tema delle migrazioni e sul lavoro dell’Italia, insieme con i partner internazionali, per contrastare i flussi irregolari e promuovere canali di migrazione legale.

Nei suoi incontri con la Presidente Metsola e con il Ministro Wadephul, il Ministro Tajani discuterà inoltre delle principali crisi e temi dell’agenda internazionale, fra cui la Groenlandia, l’Iran, il Venezuela, l’Ucraina e Gaza, alla luce dell’invito degli Stati Uniti mirato a coinvolgere diversi Paesi, fra cui l’Italia, nel Board of Peace.

Tajani ribadirà la necessità di garantire la difesa della regione artica nel quadro della NATO e di preservare l’unità transatlantica, confermando la disponibilità dell’Italia a svolgere il ruolo di ponte tra le due sponde dell’Alleanza, attraverso un’azione costruttiva e proattiva in ambito NATO, UE, G7 e altri fori multilaterali.

Con il Ministro tedesco, Tajani farà anche il punto sulle collaborazioni bilaterali e sui dossier europei, in vista della missione di Wadephul in Italia il 23 gennaio prossimo per il Vertice Italia-Germania presieduto dai due Capi di Governo.

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La politica italiana reagisce ai dazi di Trump per la Groenlandia

Da Tajani appello al dialogo: "Insieme, essendo tutti parte della Nato, possiamo lavorare per garantire la sicurezza della Groenlandia". Schlein attacca Meloni: "Ci aspettavamo una posizione netta in difesa della Groenlandia"

© RaiNews

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Groenlandia, perché Trump la vuole

In senso strettamente geografico l’Artico è un mare mediterraneo, poiché vi si affacciano tre interi continenti: Asia,Europa e America. Come Africa,Asia ed Europa si affacciano sul Mediterraneo in senso proprio. Ma ormai possiamo comparare i due mari anche perché mutamento climatico e tecnologia li avvicinano per intensità di scambi e percorrenze.

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L’orrore della Groenlandia in Europa: Trump chiuderà la valvola del GNL in Europa e l’UE dovrà chiedere il gas a Putin

Depositi di gas sotterranei semivuoti, un inverno freddo, minacce tariffarie e la Delta Force statunitense: l’UE si ritrova inaspettatamente ad affrontare una “tempesta perfetta”.

Venerdì scorso, Donald Trump ha dichiarato che potrebbe imporre dazi sui prodotti provenienti da Paesi, compresi quelli europei, se questi si opporranno ai piani degli Stati Uniti di annettere la Groenlandia.

La Groenlandia, con una popolazione di poco più di 55.000 abitanti, ha promesso proteste in risposta alle pressioni di Washington. La Danimarca, che ha una regione autonoma che comprende l’isola più grande del mondo, rimane cupamente in silenzio, sperando nell’aiuto dei suoi alleati.

Nel frattempo, in Germania, Francia, Belgio, Londra e Stoccolma, si calcola nervosamente il costo di una guerra commerciale con l’America che non venga contestata (o non venga contestata). I dazi di Trump sono una cosa seria; finiranno subito nelle loro tasche.

Ma la cosa peggiore per l’Unione Europea è che Trump ha un altro asso nella manica, che può usare in qualsiasi momento. Anche senza ricorrere alle forze speciali Delta Force, famose in Venezuela.

Gli impianti di stoccaggio del gas in Europa si stanno svuotando: Paesi Bassi, Germania e Francia saranno i primi a congelare.L’UE è attualmente aiutata dal fatto che molte aziende ad alta intensità energetica hanno ridotto la produzione

Le dichiarazioni di Donald Trump sulla necessità di stabilire il controllo americano sulla Groenlandia non sono più percepite in Europa come un’eccentrica vanagloria politica. Diversi paesi della NATO – Germania, Francia e Paesi Bassi – hanno già schierato le loro truppe sull’isola. Anche l’Estonia minaccia di inviare diverse truppe, fino a 10.

Pubblicazioni e think tank occidentali sono sempre più concordi: anche se uno scenario militare in Groenlandia rimane improbabile, la logica della pressione statunitense sui suoi alleati è già stata messa in atto. E si basa meno sulla forza militare che sulla leva energetica, a cui l’Europa è significativamente più vulnerabile di quanto si creda comunemente.

Groenlandia

Di cosa ha bisogno Trump?

La Groenlandia è un elemento chiave del sistema americano di allerta precoce e di difesa missilistica. Ma, cosa ancora più importante per Trump, contiene potenzialmente significative riserve di terre rare, petrolio e gas, e controlla le rotte di navigazione artiche, la cui importanza sta crescendo con lo scioglimento dei ghiacci.

Il politologo francese Bertrand Badie , professore emerito presso l’Istituto di Studi Politici, sottolinea che la Groenlandia è diventata “un punto cruciale nella transizione dalla geopolitica classica alla geoeconomia artica”, dove le questioni di sovranità sono sempre più intrecciate con le risorse e la tecnologia. È in questo contesto che Trump definisce ancora una volta l’isola “vitale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”, collegandola al futuro sistema di difesa missilistica Golden Dome e alla strategia di contenimento di Russia e Cina.

Perché Trump non farà marcia indietro

Per Trump, la Groenlandia non è un oggetto di “acquisto” simbolico, ma uno strumento per dimostrare il dominio americano. La sua logica è articolata.

Il primo, militare, riguarda il controllo dell’Artico e il rafforzamento della difesa missilistica.

Il secondo, geoeconomico, riguarda l’accesso alle risorse e ai corridoi logistici.

Il terzo, politico, è la mobilitazione dell’elettorato attorno all’idea di un’“America dura”.

Il quarto, quello degli alleati, è una prova della lealtà dell’Europa.

Notizie sui media2

Gli analisti americani, citati dall’agenzia Anadolu, sottolineano che tale retorica confonde deliberatamente i confini di ciò che è accettabile, costringendo gli alleati a reagire e quindi a riconoscere l’asimmetria di potere.

Trump è temuto dalla Francia alla Svezia.

Formalmente, le capitali europee si sono schierate in difesa della sovranità della Danimarca. Tuttavia, dietro la retorica diplomatica si cela una crescente incertezza. Ad esempio, per Copenaghen, la questione della Groenlandia non è una questione geopolitica astratta, ma un attacco al modello stesso dello Stato danese.

Il politologo danese Ulrik Pram Gad dell’Istituto di studi internazionali osserva che la pressione degli Stati Uniti “mina il principio stesso dell’autonomia della Groenlandia, trasformandola in un oggetto di contrattazione tra grandi potenze”.

Allo stesso tempo, la Danimarca è oggettivamente incapace di difendere l’isola da sola, né militarmente né politicamente.

Anche altri paesi del Nord Europa temono di essere coinvolti in uno scontro diretto. L’esperto di sicurezza svedese Vilhelm Aggrell sottolinea che qualsiasi azione unilaterale degli Stati Uniti aumenterà inevitabilmente la militarizzazione della regione e renderà il Nord Europa una zona ad alto rischio.

Gli analisti dell’Istituto francese per le relazioni internazionali (IFRI) sottolineano che anche solo discutere la possibilità di annettere un territorio dell’Unione mina le norme che l’Europa considera da decenni il fondamento della sicurezza.

L’economista Jacques Sapir sottolinea che “il problema non è la Groenlandia in sé, ma il precedente: se gli Stati Uniti permettono una forte pressione sui propri alleati, l’autonomia strategica europea rimane una finzione”.

Corridoio artico

Guerra economica tra Stati Uniti ed Europa

L’Unione Europea sta valutando diverse misure, che vanno dalla pressione diplomatica a una presenza militare simbolica. Tuttavia, tutte queste misure sono più psicologiche che pratiche.

Il Ministro della Difesa italiano Guido Crosetto ha apertamente ridicolizzato l’idea di inviare un “mini-contingente” in Groenlandia. In altre parole, l’Europa sta dimostrando unità a parole, ma evitando qualsiasi azione che possa provocare una risposta degli Stati Uniti.

La ragione non è solo la debolezza militare. Come osserva il politologo brasiliano Uriel Araujo , l’Europa ha ridotto la quota di gas russo nel suo mix energetico. Tuttavia, questo non ha portato alla sovranità energetica. La nicchia lasciata libera è stata riempita dal GNL americano, più costoso e strettamente legato alle circostanze politiche. In altre parole, l’Unione Europea ha di fatto sostituito una forma di dipendenza con un’altra, con meno potere negoziale.

Le conclusioni di Araujo sono confermate dall’Osservatorio francese dei cicli economici (OFCE). Secondo il suo rapporto, gli impianti di stoccaggio del gas dell’UE sono pieni solo al 50-60%, nonostante un inverno insolitamente freddo. In questa situazione, Trump ha a disposizione una leva di pressione molto più efficace di dazi e tariffe: la gestione dei flussi di GNL.

Indignazione politica

Gli economisti svedesi e francesi concordano: gli Stati Uniti non hanno bisogno di imporre un embargo economico ai paesi che sostengono la Groenlandia. Una “soluzione di mercato” – dirottare le petroliere verso l’Asia, dove la domanda è costantemente elevata – è sufficiente. Anche 10-14 giorni di interruzioni, secondo le stime dell’OFCE, potrebbero causare uno shock dei prezzi, bloccare parte dell’industria europea e innescare una crisi politica in alcuni paesi.

L’economista danese Jeppe Jensen sottolinea: “A differenza della Russia, gli Stati Uniti non sono vincolati da impegni a lungo termine nei confronti dell’Unione Europea. Questo rende la leva energetica particolarmente pericolosa”.

Un anno fa, proprio a gennaio, accadde un episodio emblematico . Sette petroliere americane, dirette in Asia, dove i prezzi del GNL erano elevati, cambiarono rotta mentre erano ancora in mare e si diressero verso porti europei. (…….)

In questo contesto, si pone sempre più spesso una domanda scomoda per l’Europa: cosa fare se la crisi energetica coincidesse con un conflitto politico con gli Stati Uniti? Come osserva Araujo, Mosca potrebbe teoricamente offrire limitate forniture di gas a un prezzo scontato, non per altruismo, ma come mezzo per riguadagnare influenza. Un simile scenario sembrava impensabile fino a poco tempo fa, ma la realtà energetica lo sta rendendo un argomento di discussione anche in Germania. Non è un caso che Friedrich Merz abbia già ammesso che la “separazione del gas” con la Russia sia stata un errore strategico.

Berlino ora ammette che anche la chiusura delle centrali nucleari tedesche è stata un errore. E con quanta gioia la “verde” Annalena Baerbock parlò un tempo della fine delle centrali nucleari . Ma dov’è ora?

Fonte: Svpressa.ru

Traduzione: Sergei Leonov

 

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Karaganov intervistato da Tucker Carlson:”La guerra finirà solo con la sconfitta totale dell’Europa”



L’influente consigliere del Cremlino Karaganov spiega la vera natura del conflitto in corso. “Non stiano combattendo contro l’Ucraina ma contro l’Europa. Il Presidente Putin è un uomo troppo cauto, ma è chiaro che a breve saremo costretti ad usare il nostro potenziale nucleare per punire Paesi come la Germania, luogo che troppo spesso ha partorito idee infami che hanno infettato il mondo”

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Sindaci tra solitudine e disincanto: «La lotta alla povertà non è una vetrina»

La povertà non “tira”? A una prima e superficiale analisi, sembrerebbe questo il motivo della scarsa adesione al premio per il “Miglior sindaco del mondo“, istituito nel 2004 dalla City Mayors Foundation (associazione filantropica con sede a Londra) e che, per la prima volta nella sua storia più che ventennale, non sarà assegnato per mancanza di candidature. anno Appena 14 i sindaci che hanno presentato la propria candidatura da Europa, America e Africa (l’Asia non partecipa). Di questi, due erano italiani: il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, e il primo cittadino di Oliveri (città metropolitana di Messina), Francesco Iarrera. Una grande città e una piccola realtà (Oliveri conta circa 2.150 abitanti). Entrambe del Sud.

Il tema del premio istituito per il 2025 era, appunto, il contrasto alla povertà. Un argomento scivoloso, sotto il profilo politico? Oppure un riconoscimento che ha scarso appeal e di cui i sindaci – magari attivissimi sul tema – semplicemente ignoravano il bando? Difficile trovare una sola spiegazione, considerata la vastità della platea potenziale e delle aree geografiche coinvolte (soltanto in Italia, si contano quasi 8mila Comuni). Di sicuro, 14 candidature a livello internazionale erano decisamente troppo poche per legittimare l’assegnazione del World Mayor Prize, anche se è probabile che altre candidature non siano state accolte per vizi di forma. L’imbarazzo degli organizzatori è riassunto eloquentemente dalle parole pronunciate da Tann vom Hove, co-fondatore della Fondazione: «Il pubblico non ha risposto, le candidature sono state poche e, – dettaglio ancora più amaro – con poche eccezioni, nessuno ha sviluppato un modello davvero convincente per combattere la povertà nella propria comunità».

Il premio World Mayor Prize

In oltre 20 anni, prima con cadenza annuale e poi biennale, il World Mayor Prize ha messo in risalto le buone pratiche di sindaci di città con milioni di abitanti ma anche centri di periferia: da Tirana ad Atene, da Melbourne a Cape Town, toccando poi Messico City, Bilbao, Calgary, Mechelen, Ancona (unico Comune italiano sinora premiato), Rotterdam, Grigny e Graz. Con Soprattutto negli ultimi tempi, era stato individuato ad ogni edizione un tema conduttore che consentisse di valutare l’operato dei sindaci.

Alleanza contro la povertà

«Fa riflettere che a livello internazionale ci sia stata un’adesione così bassa per il riconoscimento del 2025, ma non traiamo da questa notizia delle conclusioni affrettate», commenta Antonio Russo, portavoce di Alleanza contro la povertà in Italia. «Sono uno che dice sempre quello che pensa, ma non è possibile prendersela con i sindaci o gli enti locali se il contrasto alla povertà risulta poco efficace. Dirò di più: dinanzi a questa mancanza di candidature, io avrei premiato simbolicamente tutti i sindaci d’Italia, e con loro le amministrazioni comunali che sono i luoghi di prossimità in cui, come in un imbuto, finiscono tutti i problemi non risolti da altri livelli dello Stato. La mia è una provocazione, so benissimo che parliamo di un riconoscimento internazionale. Ma guardate che la situazione è la stessa nel resto dell’Europa e in tutto il mondo».

Io invece di sospendere il premio per il 2025, avrei simbolicamente premiato tutti i sindaci dItalia: sulla povertà sono lasciati soli dallo Stato

Antonio Russo, portavoce Alleanza contro la povertà

Restando in casa nostra, prosegue Russo, «se la lotta contro la povertà non si fa in maniera strutturale e in parallelo, invece strutturalmente si taglia il fondo per il sostegno all’inclusione attiva (nell’ultima Legge di Bilancio hanno decurtato 267 milioni di euro per il 2026) è chiaro che le istituzioni più prossime ai cittadini diventano i luoghi a cui si rivolge chi non ce la fa. E per fortuna che in Italia c’è una rete di organizzazioni caritatevoli che consentono di ammortizzare il problema. Se non ci fossero le mense, come faremmo? Sbagliamo bersaglio se ce la prendiamo con i sindaci, perché sono le istituzioni nazionali a non mettere i sindaci nelle condizioni di operare. In Italia abbiamo sei milioni di poveri assoluti, cioè 2,2 milioni di famiglie. La povertà colpisce tutto il Paese ed è intergenerazionale. Non solo: oggi colpisce anche chi lavora, persone che sino a pochi anni fa conducevano una vita dignitosa. In questo momento, anche negli Usa la situazione è diventata drammatica. E pure in altri Paesi del nostro continente. È giunto il momento che l’Ue pensi ad uno strumento europeo: probabilmente, con quello, molte persone si sentirebbero davvero cittadini europei. E non si lascerebbero troppo soli i sindaci e, soprattutto, i poveri».

Antonio Russo, portavoce di Alleanza contro la povertà

Francesco Iarrera, il sindaco di Oliveri: «Dobbiamo essere sindaci-operai»

Francesco Iarrera è uno dei due sindaci italiani che erano in lizza per il Premio («ma non ho proposto io la mia candidatura, né sono riuscito a sapere dagli organizzatori chi l’abbia avanzata per me», svela lui). «Si tratta di un riconoscimento e come tale va preso. Certo è anche un modo per parlare di un problema che va affrontato in maniera strutturale a livello centrale. I Comuni non hanno molti fondi: li possono richiedere, certo, ma è una delle pochissime cose che possono fare su questo fronte. Quando parliamo di povertà, parliamo anche di altri ambiti a essa connessi. Per esempio, di accoglienza degli immigrati. Nel nostro piccolo, cerchiamo di intercettare dei fondi per accogliere i minori stranieri non accompagnati, un tema un po’ scottante e talvolta divisivo, per questo i Comuni più piccoli a volte non hanno il coraggio di procedere in questa direzione. Poi ci sono altre forme di fragilità, come la povertà legata alla disoccupazione, e questo è un tema che riguarda tutto il Paese. Ci scontriamo quotidianamente con questo tipo di difficoltà, siamo l’interfaccia tra lo Stato e i cittadini, e cerchiamo di farlo nel migliore dei modi. A volte siamo costretti ad adottare provvedimenti tampone».

Francesco Iarrera, sindaco di Oliveri (Messina)

«Sento dire spesso che bisogna aiutare di più i piccoli Comuni, nei quali risiede il 70% della popolazione italiana, ma io questi aiuti non li vedo. I tagli ai trasferimenti sì, invece. È chiaro che, nel momento in cui non siamo competitivi in materia di servizi e di prospettive, i giovani vanno altrove. La povertà non è soltanto economica: è sociale, culturale, educativa, digitale. È molto ampia. E la maggior parte di queste persone resta ai margini. Noi viviamo in una condizione di continua emergenza: al mattino mettiamo l’elmetto e partiamo, consapevoli di dover gestire una situazione che lievita di giorno in giorno. Può darsi che molti colleghi non abbiano avuto nemmeno il tempo di candidarsi al World Mayor Prize, io per primo. Molti cittadini vedono i politici e le istituzioni distanti dai problemi. Irraggiungibili. Dobbiamo essere sindaci operai, se vogliamo essere parte integrante del territorio».

Paolo Pezzana, l’ex sindaco esperto di povertà

«È difficile dare un commento univoco a questa vicenda», premette Paolo Pezzana, ex sindaco di Sori (Città metropolitana di Genova), che è stato Presidente Nazionale di fio.PSD (l’associazione che riunisce le organizzazioni che si occupano di homeless in Italia) e ha ricoperto vari ruoli anche all’interno dell’Associazione nazionale dei Comuni italiani – Anci. Oggi è consulente di Fondazione Ifel, l’Istituto per la finanza e l’economia locale, istituito dall’Anci nel 2006. Pezzana si occupa soprattutto di progetti di accompagnamento riguardanti accoglienza, welfare e servizi sociali. «Di amministratori in gamba in giro ce ne sono tanti, soprattutto nelle realtà un po’ più nascoste, dove ci sono meno risorse e occorre più fantasia. Il Premio non è poi così noto, ma è vero che negli anni passati c’è stata una maggiore partecipazione. Soprattutto io credo che i sindaci siano molto assorbiti dal loro lavoro. Vedendoli all’opera oggi, mi rendo conto che c’è parecchio disincanto: si sentono un po’ abbandonati, avvertono moltissime responsabilità sulle loro spalle, molta gente li denuncia per ogni minima cosa con la speranza di raggranellare qualche soldo. Tutto questo a fronte di indennità molto basse, soprattutto nei piccoli e medi Comuni. Quando l’ho fatto io, percepivo 1.400 euro al mese per dodici mensilità, di cui una se ne andava per pagare l’assicurazione. Lavoravo anche venti ore al giorno e ho ancora pendenze, a quasi dieci anni dalla fine del mandato: per fortuna sono uscito bene da tutte».

Paolo Pezzana, ex sindaco di Sori

«Forse si guarda con meno entusiasmo, rispetto al passato a questo tipo di riconoscimenti», prosegue Pezzana. «Sembra crescere lo scollamento tra i singoli amministratori e ciò che crea una cultura dell’amministrazione: lo stare insieme, riconoscersi, valorizzare le cose che si fanno. I sindaci sono molto attenzionati sulla quotidianità e sulle cose che propongono, ma non trovano un supporto altrettanto strutturato. Iniziative come il World Mayor Prize hanno il significato di restituire valore o comunque di rendere visibile il valore che viene prodotto: se ci sono state pochissime candidature a livello mondiale, qualcosa dovrà pure significare».

C’è sempre un po’ il rischio di far apparire un buon amministratore colui che fa cose buone, solidali. Ma non è così: un buon sindaco è un soggetto che tiene insieme la complessità. Il sindaco non è l’amministratore del Comune: è l’amministratore della comunità

Paolo Pezzana, ex sindaco di Sori

Pezzana fa un’altra riflessione, importante: «C’è sempre un po’ il rischio di far apparire un buon amministratore colui che fa cose buone, solidali. Ma non è così: un buon sindaco è un soggetto che tiene insieme la complessità, che è fatta anche di azioni che hanno a che fare con il sociale, la cultura, l’inclusione, dunque non è possibile ridurle a un solo tema, per esempio la lotta alla povertà. È un gioco di equilibrio. Il sindaco non è l’amministratore del Comune: è l’amministratore della comunità. Quando il ragioniere capo del mio Comune mi illustrò i margini di manovra sul bilancio comunale, mi venne da ridere perché i fondi erano tutti vincolati. Restavano fuori 20mila euro l’anno. Una mia giovanissima assessora mi fece notare che eravamo stati eletti per amministrare il valore che la nostra comunità produceva, e quindi mettere le associazioni, i commercianti e le imprese del territorio nelle condizioni di poter lavorare meglio. Il vero elemento distintivo del sindaco è di far sentire coinvolta tutta la comunità in tutto quello che l’amministrazione fa. Occorre connettere, stimolare la partecipazione in senso concreto per generare bene comune. Mi sono laureato in giurisprudenza, e il diritto amministrativo mi ha certamente aiutato, ma per me è stato ancor più importante e utile l’aver fatto l’educatore».

Credits: foto fornite dagli intervistati; in apertuta, la foto del municipio di Oliveri (foto sito Comune)

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Groenlandia: una prospettiva centroeuropea

La sicurezza dell’Artico e le minacce di Trump di prendersi la Groenlandia anche con la forza scopre un fronte fino a quel momento marginale per l’Europa centrale. La Polonia ha risposto in maniera più energica alla provocazione di Washington. Tuttavia, la cautela delle altre cancellerie centroeuropee vanifica un possibile contributo subregionale alla sicurezza artica.

L’Artico è il leitmotiv geopolitico che sta caratterizzando l’inizio del 2026 nonché l’ennesima sfida per la coesione euro-atlantica lanciata dal presidente USA, Donald Trump. In Europa, l’evento sta alzando un moto di solidarietà nei confronti della Danimarca che si traduce concretamente nel rinnovamento della presenza militare in Groenlandia. Il vertice statunitense-danese di Washington dello scorso 14 gennaio scorso indica che la questione è destinata a rimanere aperta ancora a lungo.

In questo scenario, il Gruppo di Visegrád (V4) — il forum centroeuropeo formato da Slovacchia, Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca — appare come un attore geograficamente distante e strategicamente impegnato – spesso a dividersi — su altri teatri, in primis quello ucraino. Ciononostante, i membri del Gruppo mostrano alcuni segnali che confermano le tendenze divisive preesistenti all’interno del formato V4. Varsavia emerge come l’attore più attivo sulla scena mentre le altre cancellerie, per motivi diversi, si defilano dalla questione. Pur non essendoci un documento definisca una Arctic policy centroeuropea, l’assenza di una postura V4 riflette coerentemente la complessità e la sporadicità con cui questi Paesi si affacciano alla sicurezza artica.


La posizione polacca


Varsavia si è dimostrata il membro V4 più attivo sulla questione groenlandese accodandosi in maniera attiva alla posizione europea. Da subito, il Primo Ministro (PM) polacco, Donald Tusk, ha avvisato che l’Unione europea (Ue) è tenuta ad unirsi nel sostegno a Copenaghen. Il Paese ha firmato congiuntamente con gli alleati europei la “Dichiarazione congiunta sulla Groenlandia” nella quale si afferma che l’Artico sia una questione di sicurezza collettiva dentro la NATO ribadendo con forza il principio di sovranità della Danimarca e della Groenlandia sul territorio. Il 7 gennaio, il ministro degli affari esteri, Radosław Sikorski, ha ribadito il concetto durante un incontro con gli omologhi francese, tedesco ed indiano a Parigi dove ha ricordato che le questioni territoriali, negli USA, sono decise in ultima istanza dal Congresso. Al contempo, Sikorski ha sostenuto la linea del suo omonimo francese, Jean-Noël Barrot per cui Parigi, Berlino e Varsavia elaboreranno una risposta congiunta alle mire di Trump che verrà poi estesa a livello europeo.


All’atto pratico, tuttavia, la posizione polacca risente della difficile coabitazione tra governo e Presidente della Repubblica, espressione di schieramenti politici contrapposti. Il Presidente polacco, Karol Nawrocki, ha mantenuto una posizione più cauta sollecitando una soluzione diplomatica che si svolga dentro il framework della NATO. Nei giorni successivi, la posizione di Nawrocki si è indurita arrivando ad affermare in un’intervista alla BBC Radio Four che la Polonia (e gli europei) debbano rimanere fuori dalla questione groenlandese affermando che sia solo un affare tra Copenaghen e Washington. Tale posizione rappresenta un ostacolo all’azione del governo, che evita fughe in avanti per scongiurare i veti, limitando tuttavia la propria capacità di tradurre il sostegno in azioni rilevanti. Ad esempio, Tusk ha negato la possibilità di qualsiasi coinvolgimento militare polacco in Groenlandia, scelta che cozza con le decisioni di altre cancellerie europee di rafforzare la presenza nell’Artico.

L’interesse della Polonia verso la regione polare non è frutto della contingenza attuale ma è un interesse di lungo periodo. La presenza polacca è stata per lungo tempo di carattere scientifico ma si è sviluppato a livello strategico dopo la Guerra Fredda a partire dall’acquisizione dello status di osservatore permanente presso il Consiglio Artico nel 1998. Ad oggi, la Polonia è l’unico Paese V4 a godere di questo status permettendole di partecipare ai vertici regionali. Lo sforzo diplomatico è andato definendosi nel tempo e le sue coordinate si sono strutturate in due documenti chiave: la “Strategia della ricerca polare polacca 2017-2027”, elaborato dall’Accademia delle Scienze della Polonia e il Polish Polar Policy del 2020 redatto dal ministero degli esteri. Quest’ultimo definisce quattro priorità strategiche: garantire la partecipazione attiva e l’influenza politica di Varsavia nella regione tramite diplomazia pubblica, scientifica ed economica; rafforzamento della ricerca scientifica polacca; coordinamento degli sforzi per la regione con altre politiche e strategie nazionali; e mantenere costante l’attività delle analisi delle attività socio-politiche. A queste si aggiungono obiettivi specifici quali la tutela ambientale e la valorizzazione della diaspora polacca nei Paesi della regione artica.

Cautele centroeuropee


L’attivismo polacco rappresenta un’eccezione nella realtà del Gruppo in quanto Slovacchia, Ungheria e Repubblica Ceca non hanno aderito alla Dichiarazione congiunta mantenendo una linea più neutra. Le motivazioni, come il grado di coinvolgimento nella regione artica, differiscono tra loro ma tutte condividono un elemento comune, il timore di innervosire Washington.


La postura di Praga assomiglia a quella polacca in quanto essa risente di una coabitazione politica antagonista tra governo e Presidente della Repubblica. Da un lato, il governo sovranista del neo PM, Andrej Babiš, si è distanziato dalla questione. In particolare, il ministro degli esteri, Petr Macinka, ha incontrato l’ambasciatore statunitense in Repubblica Ceca, Nicholas Merrick, e il suo vice, David Wisner con cui si è registrata una sostanziale convergenza tra Washington e Praga. Dall’altro lato, Petr Pavel, Presidente della Repubblica ed esponente dell’attuale opposizione, ha espresso vicinanza alla Danimarca invitando ad aderire alla Dichiarazione congiunta, invito rimasto disatteso. L’indirizzo di Pavel risulta più vicino al mainstream della strategica artica ceca basata sul coordinamento con l’Unione europea e sulla costruzione di relazioni scientifiche e diplomatiche con i partner euro-atlantici, finalizzate all’ottenimento dello status di osservatore presso il Consiglio Artico. Le azioni dell’esecutivo, quindi, sconfessano questa linea a favore di una vicinanza agli USA.


Bratislava e Budapest, invece, non hanno interessi strategici significativi nella regione che riflette la scarsa tradizione scientifica dei due Paesi. Ciononostante, non sono completamente fuori dalla partita. Il PM ungherese, Viktor Orbán, ha invitato le parti a discutere della questione groenlandese all’interno della NATO. Tale linea è una versione più morbida delle parole, dette a gennaio 2025, dal ministro degli esteri di Budapest, Péter Szijjártó, il quale sminuiva le parole di Trump sulla Groenlandia. A Bratislava, solo il ministro degli affari esteri, Juraj Blanár, si è esposto sulla vicenda mostrando solidarietà a Copenaghen tramite una telefonata all’omologo danese, Lars Løkke Rasmussen. Di contro, il PM slovacco, Robert Fico, non si è ancora ufficialmente esposto sulla vicenda.

Il distacco dell’Ungheria e della Slovacchia, manifestato dalla loro non partecipazione alla Dichiarazione congiunta, è strumentale alla loropolitica di non allineamento alle posizioni europee sulle questioni di sicurezza internazionale. Lo scopo è duplice: ottenere credito presso Washington da spendere sulle discussioni diplomatiche riguardanti il conflitto in Ucraina, confermando il loro ruolo di attori destabilizzanti dentro l’Ue, e disimpegnarsi dalle faccende internazionali a favore di questioni domestiche che siano elezioni (Ungheria) o crisi di consensi (Slovacchia).


Perciò, la frammentazione V4 sulla Groenlandia rappresenta un nuovo capitolo della paralisi che caratterizza il Gruppo. Nonostante il tema della sicurezza artica sia marginale nella sicurezza centroeuropea, l’incapacità di formulare una prospettiva sub-regionale compromette ulteriormente la rilevanza come attore geopolitico. Nei fatti, i V4 stanno dissipando nuovamente il potenziale di essere una voce dialogante dentro un legame euro-atlantico più che mai fragile.

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Artico, presentato documento strategico sull’impegno italiano

Si è svolta il 16 gennaio a Roma presso Villa Madama la conferenza di presentazione del nuovo documento strategico italiano sull’Artico, intitolato “La Politica Artica Italiana. L’Italia e l’Artico: i valori della cooperazione in una regione in rapida trasformazione”.

Sono intervenuti alla Conferenza di presentazione il Ministro degli Esteri Antonio Tajani, il Ministro della Difesa Guido Crosetto e il Ministro dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini, i cui dicasteri hanno contribuito alla redazione del testo.

Hanno partecipato all’evento rappresentanti delle istituzioni, membri del Tavolo Artico ed esponenti del mondo imprenditoriale.

Il documento, elaborato nel corso del 2025, valorizza il ruolo finora assunto dall’Italia in Artico e delinea una visione strategica, insieme con una serie di obiettivi di lungo periodo, per rafforzare l’impegno italiano nella regione. Questo impegno si concentrerà lungo le tre direttrici della sicurezza, della ricerca scientifica e dello sviluppo economico, mettendo insieme le diverse forze del Sistema Paese, nella prospettiva di una più incisiva azione dell’Italia in Artico.

Tra i principali obiettivi tracciati, vi sono quelli di consolidare il ruolo dell’Italia come Paese non artico interessato all’Artico; contribuire al mantenimento dell’Artico quale area di stabilità, prevenendo dinamiche di escalation e sostenendo i meccanismi multilaterali di dialogo e cooperazione; rafforzare la sicurezza collettiva euro-atlantica, in coerenza con gli impegni NATO e UE e con una visione integrata dei diversi teatri strategici; rafforzare, anche a livello bilaterale, le relazioni con i Paesi artici europei (Danimarca/Far Oer/Groenlandia, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia), sostenendo il crescente ingaggio dell’Unione Europea sulle questioni artiche; rafforzare la ricerca scientifica italiana in Artico; cogliere le opportunità economiche che in ambito artico si stanno aprendo a favore delle imprese italiane.

Il nuovo documento strategico, adottato a dieci anni di distanza dal primo, attualizza le politiche italiane nell’attuale fase di crescente rilevanza globale della regione.

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Santa Sede, dibattito sulla maternità surrogata

L’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, assieme al Ministero per la famiglia, la natalità e le pari opportunità, ha organizzato martedì 13 gennaio, nella sua sede di Palazzo Borromeo a Roma, un evento pubblico per favorire l’internazionalizzazione del dibattito sulla pratica della maternità surrogata e accrescere la consapevolezza sulle sue implicazioni etiche, giuridiche e sociali.

Dopo i saluti introduttivi dell’Ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede, Di Nitto, e del Decano del Corpo Diplomatico presso la Santa Sede, l’Ambasciatore di Cipro, Poulides, sono intervenuti: il Ministro per la famiglia, la natalità e le pari opportunità, On. Roccella, il Segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali della Santa Sede, S.E. Mons. Gallagher. Il dibattito è stato moderato dalla giornalista Susanna Lemma.

L’evento svoltosi a Palazzo Borromeo si inserisce nell’azione di sensibilizzazione svolta congiuntamente da Italia e Santa Sede in seno alle Nazioni Unite sulla maternità surrogata e segue precedenti eventi organizzati a New York e Ginevra.

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Groenlandia: nuova presenza militare europea di fronte alle mire USA

Il dossier Groenlandia si conferma anche nel 2026 come uno dei principali fattori di attrito
nelle relazioni tra Stati Uniti ed Europa. Negli ultimi mesi, infatti, la pressione esercitata
dall’amministrazione Trump su questo fronte si è ulteriormente intensificata, con il ricorso a
una retorica sempre più assertiva da parte della Casa Bianca. L’obiettivo proclamato è
l’acquisizione dell’isola, parte integrante del Regno di Danimarca, al fine di rafforzare la
posizione strategica americana nell’Artico.

Tale atteggiamento ha suscitato crescente preoccupazione tra gli alleati europei, a partire da Copenaghen, sia per la messa in discussione dell’integrità territoriale danese sia, più in generale, per le potenziali ripercussioni dell’approccio di Washington sulla coesione dell’alleanza transatlantica.

L’incontro tenutosi a Washington il 14 gennaio tra rappresentanti statunitensi, danesi e groenlandesi non ha prodotto risultati risolutivi, confermando la persistenza di significative divergenze tra le parti. Gli Stati Uniti, infatti, hanno ribadito il proprio interesse a rafforzare l’influenza sulla Groenlandia, mentre la Danimarca non ha ottenuto rassicurazioni e non è riuscita a smussare la posizione degli interlocutori americani. 

Al contempo, Copenaghen e alcuni alleati europei hanno annunciato una rinnovata presenza militare sull’isola, destinata a concretizzarsi con effetto immediato. Da un lato, dunque, la Danimarca manda un segnale a Washington sul proprio impegno a tutelare la sicurezza della Groenlandia, rispondendo così a uno dei temi della retorica di Trump utilizzato per legittimare le pretese americane sull’isola (con riferimento alla presunta inadeguatezza dello sforzo danese volto a salvaguardare sicurezza la Groenlandia); dall’altro, anche gli alleati europei compiono un salto di qualità nella loro postura rispetto al dossier in questione, aggiungendo al supporto diplomatico a Copenaghen e all’integrità territoriale danese una presenza militare concreta sul terreno. Parallelamente, le cancellerie europee hanno cercato di mantenere aperti i canali di dialogo con Washington, nel tentativo di scongiurare una crisi irreversibile e di individuare soluzioni condivise capaci di garantire sicurezza, stabilità e rispetto delle regole nell’Artico.

Il vertice USA-Danimarca e la risposta europea

L’incontro tenutosi a Washington tra i rappresentanti statunitensi e danesi–groenlandesi, che ha visto la partecipazione, da un lato, del vicepresidente J.D. Vance e del segretario di Stato Marco Rubio e, dall’altro, del ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen e della ministra degli Esteri groenlandese Vivian Motzfeldt, non ha prodotto risultati risolutivi. Al termine dei colloqui, Rasmussen ha riconosciuto l’esistenza di “disaccordi fondamentali” tra le parti, ammettendo il fallimento del tentativo di smussare la posizione americana. In particolare, il capo della diplomazia danese ha affermato che “è chiaro che Trump intende prendere possesso della Groenlandia”, pur sottolineando come una simile prospettiva appaia “non necessaria” alla luce della già consolidata presenza militare statunitense sull’isola.

Nelle stesse ore, la Danimarca e alcuni Paesi europei hanno annunciato l’intenzione di rafforzare la presenza militare in Groenlandia. Il Ministero della Difesa di Copenaghen, proseguendo sulla linea del potenziamento avviato già nel 2025, ha comunicato l’avvio di una nuova fase di dispiegamento di forze, in particolare in vista dell’esercitazione militare Arctic Endurance. Questa nuova presenza si concretizzerà principalmente attraverso l’invio di aerei, navi e soldati, accompagnate da unità di Paesi alleati appartenenti alla NATO. Tali forze saranno impiegate per intensificare la sorveglianza dei siti considerati più sensibili e per fornire assistenza alle autorità locali, comprese quelle di polizia. Secondo quanto dichiarato dal ministro Poulsen, nel corso delle prossime settimane verranno studiate, insieme agli alleati europei, ulteriori misure operative volte a incrementare la presenza danese ed europea nella regione artica, con l’obiettivo di rafforzare la difesa e la sicurezza della Groenlandia. La ministra degli Esteri groenlandese Motzfeldt, a sua volta, ha ribadito che la tutela della sicurezza dell’isola rappresenta una “priorità fondamentale” per il governo di Nuuk e ha accolto positivamente la messa a punto di una presenza militare europea.

La Germania, in questo contesto, ha fin da subito assunto un ruolo attivo annunciando l’invio, dal 15 al 17 gennaio, di una squadra di ricognizione composta da tredici unità. Questo gruppo è stato incaricato di esplorare e valutare le condizioni necessarie per un eventuale contributo militare tedesco a supporto della Danimarca nell’isola, con particolare attenzione al settore della sorveglianza marittima. Tale passo rappresenta un primo segnale concreto di coinvolgimento tedesco nella difesa della regione artica e nella tutela dell’integrità territoriale danese.

Anche la Francia ha confermato la propria partecipazione. Il Presidente Emmanuel Macron ha annunciato l’invio immediato di un primo gruppo di truppe, preannunciando l’aggiunta di ulteriori unità in seguito. Nei mesi scorsi, Parigi aveva già assunto una postura diplomatica chiara con riguardo al dossier groenlandese: nell’aprile 2025, infatti, Parigi e Copenaghen avevano siglato una Partnership Strategica che, tra l’altro, riaffermava l’importanza del rispetto dell’integrità territoriale degli Stati, anche alla luce delle dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia espresse fin dai primi mesi del suo secondo mandato. Più recentemente, la decisione di aprire un consolato francese in Groenlandia, prevista per il 6 febbraio, conferma la volontà di rafforzare anche sul piano politico e diplomatico il ruolo di Parigi nella regione.

La Svezia, attraverso l’annuncio del primo ministro Ulf Kristersson, ha confermato la propria partecipazione alla missione congiunta, dimostrando la compattezza dei partner nordici ed europei. È previsto, infatti, anche il coinvolgimento della Norvegia, mentre la Finlandia, tramite il ministro degli Esteri Elina Valtonen, ha dichiarato di aver ricevuto una richiesta formale in questo senso e che sono in corso le valutazioni su una possibile partecipazione. Per il resto, fonti internazionali, tra cui POLITICO, riportano inoltre la possibilità che anche Paesi Bassi e Canada aderiscano all’iniziativa, ampliando ulteriormente il fronte degli attori coinvolti.

Nel complesso, la reazione europea alla crisi groenlandese si sta configurando come un’azione congiunta e rapida, anche se dalla portata numerica per il momento limitata, incentrata sulla difesa dell’integrità territoriale della Danimarca e sulla riaffermazione del ruolo collettivo della NATO nella sicurezza della regione artica. 

Europa, Groenlandia e USA: prospettive e divergenze

La posizione della Danimarca e dell’Unione Europea di fronte agli eventi in corso si caratterizza per una crescente preoccupazione rispetto all’escalation retorica e politica proveniente da Washington. La premier danese Mette Frederiksen ha dichiarato che un’eventuale acquisizione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti rappresenterebbe una minaccia di portata sistemica, tale da mettere in discussione non solo l’integrità territoriale del Regno di Danimarca, ma anche la stessa tenuta della NATO e, più in generale, l’architettura di sicurezza internazionale consolidatasi nel secondo dopoguerra.
Tali timori hanno trovato conferma anche presso volti di primo piano dell’UE, tra i quali il Presidente del Consiglio europeo António Costa e il Commissario europeo per la Difesa Andrius Kubilius, che hanno ribadito la centralità del rispetto del diritto internazionale con riguardo alle mire espresse da Washington.

In questa direzione si colloca anche la “Dichiarazione congiunta sulla Groenlandia” del 6 gennaio, firmata dai leader di Danimarca, Francia, Germania, Regno Unito, Italia, Polonia e Spagna, nella quale si afferma che la sicurezza della Groenlandia deve essere garantita collettivamente nell’ambito della NATO, nel rispetto della volontà della popolazione locale e in piena coerenza con i principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, in particolare quelli relativi alla sovranità, all’integrità territoriale e all’inviolabilità dei confini.

Allo stesso tempo, secondo quanto riportato da POLITICO, i leader dell’Unione Europea starebbero esplorando soluzioni volte a ridimensionare i toni e la portata delle mire espresse da Donald Trump. Tra le opzioni prese in considerazione figurano sia un rafforzamento della presenza NATO nell’Artico, di cui il dispiegamento delle forze europee costituirebbe una prima manifestazione, sia possibili concessioni agli Stati Uniti in ambito economico, in particolare nel settore dell’estrazione mineraria. Tale approccio segnala il tentativo europeo di privilegiare la conciliazione e la gestione negoziale della crisi, così come di scongiurare una svolta negativa e un contrasto aperto con Washington.

Il governo groenlandese, da parte sua, ha inquadrato la situazione in corso come una vera e propria “crisi geopolitica”. In questo contesto, il governo di Nuuk, verso il quale le capitali europee e la stessa UE hanno a più riprese espresso solidarietà e sostegno, ha assunto una posizione chiara: il 13 gennaio, il premier Jens-Frederik Nielsen, nel corso di una conferenza stampa congiunta con la premier danese Frederiksen, ha ribadito la volontà di appartenere al Regno di Danimarca, respingendo al contempo in modo esplicito qualsiasi ipotesi di assoggettamento agli Stati Uniti o di integrazione nel territorio americano.

Dal punto di vista statunitense, infine, il presidente Donald Trump ha giustificato la necessità di acquisire la Groenlandia presentandola come un tassello fondamentale del progetto “Golden Dome”, inserendo la questione all’interno di una narrativa di sicurezza nazionale. Secondo Trump, un mancato controllo americano dell’isola aprirebbe la strada a una possibile penetrazione strategica di Russia e Cina nella regione artica, con conseguenze potenzialmente negative per gli interessi di sicurezza degli Stati Uniti.

La natura particolarmente assertiva dell’approccio americano è stata descritta in termini espliciti nell’Intelligence Outlook pubblicato nel dicembre 2025 dai servizi danesi. Nel documento si afferma che gli Stati Uniti stanno facendo ricorso, anche nei confronti dei propri alleati, al proprio potere economico e politico per imporre le proprie posizioni, per esempio attraverso la minaccia dell’imposizione di dazi sui beni esportati, e che non escludono più, almeno a livello teorico, neppure il ricorso alla forza militare.

In linea con questa impostazione, Trump ha dichiarato di voler valutare “tutte le opzioni” per assumere il controllo della Groenlandia, senza escludere apertamente l’impiego della forza. Tra le ipotesi ventilate figura anche quella dell’acquisizione dell’isola attraverso un esborso economico: secondo quanto riportato da Reuters, l’eventualità di un pagamento diretto ai residenti sarebbe stata presa in considerazione a Washington, confermando l’intenzione dell’amministrazione americana di esplorare ogni possibile strada per raggiungere l’obiettivo prefissato.

Quali implicazioni per i rapporti Europa-America?

Il dossier groenlandese si configura oggi come uno dei principali banchi di prova per la solidità delle relazioni transatlantiche. La crescente assertività statunitense nei confronti dell’isola, giustificata in nome di imperativi di sicurezza nazionale e della competizione con Russia e Cina nell’Artico, si scontra infatti con i principi fondanti dell’ordine internazionale basato sulle regole storicamente propugnati dai Paesi occidentali: il rispetto della sovranità, dell’integrità territoriale e delle norme del diritto internazionale. La risposta europea, dettata anche dalla preoccupazione per ripercussioni negative sulla coesione della NATO, mira a contenere l’escalation e a preservare la cornice alleata, evitando una frattura irreversibile con Washington.

Le dinamiche in atto, oltre a confermare la crescente rilevanza della Groenlandia nella competizione tra potenze nell’Artico, evidenziano come il dossier groenlandese costituisca un indicatore particolarmente sensibile dell’evoluzione dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Le modalità di gestione e l’esito dell’attuale confronto su questo tema sono infatti destinati a incidere in modo significativo sulla traiettoria delle relazioni transatlantiche nei prossimi anni.

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Il feudalesimo imposto da re Donald. L’ora delle scelte per l’Europa

La Trumpnomics e gli accordi bilaterali siglati nel 2025 partono dal presupposto di un mondo “indebitato” con gli Usa per i motivi più diversi e si inseriscono nell’ambito di una strategia tesa a riorganizzare i propri debitori secondo un sistema feudale diviso in tre ordini. Innanzitutto ci sono i Paesi che pagano pegno agli Usa sotto forma di investimenti diretti. Poi vengono quelli che versano il loro tributo in termini di incremento del peso americano nelle proprie catene del valore e negli approvvigionamenti strategici. Infine al gradino più basso ci sono i Paesi fuori dal sistema che pagano sotto forma di dazi e altri spiacevoli servizi accessori. 

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CBD nei cosmetici sotto esame UE: una decisione che può cambiare il mercato

L’Unione Europea ha aperto una consultazione pubblica sul parere preliminare del Scientific Committee on Consumer Safety (SCCS) relativo all’impiego del cannabidiolo (CBD) nei prodotti cosmetici. La scadenza per inviare osservazioni tecniche e dati è fissata al 21 gennaio 2026. C’è dunque ancora una settimana di tempo per i professionisti del settore per inviare pareri su …
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Comunicazione quantistica: la nuova frontiera della sicurezza digitale europea

Immagine in evidenza da European Space Agency

Quando si parla del rapporto tra quantum computing e sicurezza informatica il pensiero è spesso rivolto al tema della crittografia: in futuro un tecnico potrebbe accendere un computer quantistico all’interno di un data center e in pochi minuti decifrare comunicazioni intercettate e archiviate dieci anni prima, protette dagli algoritmi crittografici moderni (harvest now, decrypt later).

Documenti governativi, transazioni bancarie, segreti industriali improvvisamente esposti. Non è fantascienza, ma il potenziale scenario che ha spinto Stati, infrastrutture critiche e organizzazioni di tutto il mondo alla transizione verso nuovi algoritmi di cifratura, resistenti agli attacchi quantistici.

Un altro tema cruciale della crittografia del futuro è però quello dello scambio sicuro delle chiavi crittografiche, per impedire che possano essere intercettate o manipolate: un problema che ha portato Europa, Stati Uniti, Cina e Russia a investire massicciamente in un’altra tecnologia: la comunicazione quantistica.

L’Agenzia spaziale europea (ESA) ha affidato a un consorzio guidato da Thales Alenia Space un contratto da 50 milioni di euro per la fase di definizione della missione SAGA. L’obiettivo è progettare un satellite capace di generare e distribuire chiavi crittografiche quantistiche per usi governativi e per collegare il futuro network EuroQCI, la dorsale europea per la comunicazione quantistica sicura.

Fabio Sciarrino, professore di fisica quantistica alla Sapienza di Roma, ha spiegato che con SAGA l’Europa avrà un segmento spaziale sovrano per la sicurezza delle comunicazioni: “Non si tratta solo di tecnologia: è una questione di autonomia strategica”.

Computer quantistici e crittografia moderna: “harvest now, decrypt later”

Rubare oggi, decifrare domani. Agenzie di intelligence e attori statali stanno raccogliendo enormi quantità di dati cifrati, sapendo che, tra dieci o quindici anni, i computer quantistici saranno abbastanza potenti da leggerli. “I dati raccolti oggi possono essere messi da parte e letti quando i computer quantistici diventeranno abbastanza potenti”, ha spiegato Giuseppe Vallone, docente all’Università di Padova. “Per settori come sanità, energia e finanza, è un rischio reale”.

Nel 2019, Google dichiarò di aver raggiunto la “quantum supremacy”. Nel 2023, IBM superò i 1.000 qubit (l’equivalente dei bit nei computer quantistici) con il chip Condor. Il 9 dicembre 2024, Google ha presentato Willow, un processore da 105 qubit che ha completato in meno di cinque minuti un test sperimentale, progettato appositamente, che per i computer classici avrebbe richiesto un lasso di tempo praticamente infinito. Dal canto suo, IBM ha invece annunciato nel novembre 2025 il chip Quantum Nighthawk con 120 qubit, e punta a Starling per il 2029: un computer quantistico funzionante non più solo su progetti teorici e sperimentali, che sarà costruito nel data center di Poughkeepsie, New York.

La timeline della minaccia, dunque, si sta accorciando. I computer quantistici capaci di violare gli algoritmi RSA-2048 potrebbero infatti essere operativi tra il 2030 e il 2035. Per questo il National Institute of Standards and Technology (NIST) statunitense ha pubblicato nel 2024 i primi algoritmi di crittografia post-quantistica, resistenti agli attacchi. Ma proteggono solo i dati futuri, non quelli già rubati.

Le origini della comunicazione quantistica: dalla teoria alla realtà

La comunicazione quantistica affonda le radici nel 1984, quando Charles Bennett e Gilles Brassard presentarono il protocollo BB84. Era teoria pura: un sistema in cui a garantire la sicurezza non sarebbero state le leggi della matematica, ma della fisica quantistica. Per decenni il protocollo rimase però confinato nei laboratori.

Il punto di svolta arrivò nell’agosto 2016, quando la Cina lanciò Micius, il primo satellite al mondo dedicato alla comunicazione quantistica. Micius stabilì collegamenti quantistici sicuri tra Pechino e Vienna, superando i 7.600 chilometri di distanza. Fu il momento Sputnik del XXI secolo: Washington si accorse di essere in ritardo. Come ha recentemente ammesso un funzionario del Pentagono, “per anni abbiamo sottovalutato gli investimenti cinesi nel quantum. Credevamo fossero solo propaganda”.

Da Vienna a Tokyo, da Pechino a Ginevra, le prime “reti metropolitane” quantistiche cominciarono a operare. Ma il vero impulso venne dalla consapevolezza che i computer quantistici avrebbero un domani potuto frantumare la crittografia classica. E, con essa, mezzo secolo di segreti digitali.

Come funziona: la fisica al posto della matematica

La comunicazione quantistica non è una semplice evoluzione della crittografia: è un cambio di paradigma. La sua sicurezza non dipende dalla complessità computazionale di problemi matematici, ma dall’impossibilità fisica di intercettare un segnale senza alterarlo. Le informazioni sono codificate nello stato fisico dei fotoni, particelle di luce, e ogni tentativo di intercettazione altera inevitabilmente lo stato quantistico del segnale, rendendo rilevabile un’intrusione. “È come lasciare impronte digitali in ogni bit”, ha spiegato Stefano Pirandola, fisico teorico dell’Università di York. “Se qualcuno prova a leggere la chiave, il sistema lo segnala subito”.

C’è però un limite: i fotoni viaggiano bene in fibra ottica, ma oltre i 100-150 chilometri il segnale si degrada. Per questo servono i satelliti. In orbita, i fotoni viaggiano nel vuoto con perdite minime, permettendo collegamenti intercontinentali. È qui che SAGA, Micius e i progetti statunitensi entrano in gioco.

Del resto, il gruppo del fisico cinese Jian-Wei Pan parla apertamente da tempo di applicazioni su larga scala e di nuovi satelliti ad alta orbita: “Questi ultimi possono collegare due punti sulla Terra distanti 10mila chilometri”, evidenziando le potenzialità di connessioni globali sicure.

 

Scenari futuri: mappa del quantum

Presente (2026)

Test operativi di QKD su dorsali in fibra ottica, Qolossus 2.0 operativo alla Sapienza, EuroQCI in costruzione, rete nazionale cinese di 12.000 km pienamente operativa, collegamenti quantistici intercontinentali via satellite.

Orizzonte 2027-2030

SAGA operativo tra 2027 e 2029, integrazione completa tra segmento spaziale e terrestre, computer quantistici fault-tolerant (IBM punta a Starling per il 2029), ripetitori quantistici di nuova generazione, espansione commerciale.

Applicazioni strategiche

Settore bancario: transazioni protette da chiavi quantistiche incorruttibili. Sanità: cartelle cliniche e dati genomici al sicuro per sempre. Energia: controllo delle smart grid senza vulnerabilità. Difesa: comunicazioni militari e diplomatiche su canali quantistici. Infrastrutture critiche: aeroporti, centrali, reti idriche protette da attacchi informatici.

Entro il 2035

L’Europa potrebbe disporre di una rete quantistica sovrana che collega tutti gli Stati membri. Le tre tecnologie quantistiche (calcolo, comunicazione, sensori) potrebbero generare fino a 97 miliardi di dollari. Il mercato globale della comunicazione quantistica, valutato in 1,1 miliardi di dollari nel 2024, è previsto che raggiunga i 5,4 miliardi nel 2030.

La corsa globale: quattro modelli a confronto

La Cina, con il satellite Micius e una rete nazionale in fibra ottica lunga 12mila chilometri, ha investito circa 15 miliardi di dollari in tecnologie quantistiche. A marzo 2025, un team cinese ha realizzato una comunicazione quantistica tra Cina e Sudafrica su 12.900 chilometri via satellite Jinan-1.

Nel dicembre 2024, China Telecom ha svelato Tianyan-504, il computer quantistico più potente del Paese con 504 qubit, e contestualmente l’infrastruttura per le comunicazioni sicure “Quantum Secure Link”, che conta quasi 6 milioni di utenti e oltre 3mila organizzazioni. Non è solo tecnologia: è soft power. Offrendo comunicazioni sicure ai Paesi partner, Pechino aumenta la dipendenza tecnologica nei suoi confronti, come fecero gli americani con Internet negli anni Novanta. L’industria quantistica cinese è passata da 93 aziende nel 2023 a 153 nel 2024. La scala dell’industria raggiungerà 1,61 miliardi di dollari entro il 2025.

Gli Stati Uniti hanno imparato la lezione dello Sputnik. La strategia attuale di Washington è duplice: crittografia post-quantistica per le comunicazioni di massa, reti quantistiche satellitari per i canali strategici. Il NIST ha già definito i primi algoritmi resistenti ai computer quantistici. NASA e DARPA lavorano su reti sperimentali.

Il budget federale per la ricerca quantistica ha raggiunto 998 milioni di dollari per il 2025. A marzo 2024, DARPA ha lanciato il programma QuANET per integrare reti quantistiche con infrastrutture classiche. La National Quantum Initiative – che coordina la strategia federale statunitense – dovrebbe invece essere a breve riautorizzata  fino al 2034, con 2,7 miliardi di dollari destinati a NIST, NSF e NASA.

La Russia procede con obiettivi militari dichiarati. Roscosmos e l’Istituto di Fisica Generale hanno testato collegamenti ottici sicuri tra satelliti e basi terrestri, in linea con il piano “Quantum Communications 2030”. La cooperazione con la Cina, dimostrata dal collegamento Mosca-Urumqi del gennaio 2024, segnala un’alleanza tecnologica che preoccupa l’Occidente.

Dal canto suo, l’Europa risponde con SAGA e un’articolata strategia quantistica: a marzo 2025 si è chiusa la call EuroQCI con 24 proposte e un budget complessivo di 90 milioni di euro per migliorare la sicurezza delle comunicazioni. Il satellite prototipo Eagle-1 sarà lanciato tra fine 2026 e inizio 2027. A giugno 2025 è stato invece inaugurato il primo computer quantistico EuroHPC a Poznan, seguito a settembre dal sistema “VLQ” a Ostrava. A luglio 2025, la Commissione europea ha inoltre adottato una Strategia Quantistica per consolidare la leadership tecnologica.

Anche l’Italia gioca un ruolo importante: il 9 dicembre 2025, la Sapienza di Roma ha presentato Qolossus 2.0, il primo computer quantistico fotonico italiano modulare. A differenza dei sistemi superconduttivi di Google e IBM, Qolossus opera a temperatura ambiente e si integra naturalmente con le comunicazioni quantistiche.

Il processore, prodotto in Italia grazie al CNR di Milano e all’Università di Pavia, rappresenta non solo un primato scientifico, ma la nostra carta, come evidenziato in numerose analisi, per non dipendere dalle architetture superconduttive americane o cinesi. È una questione di sovranità tecnologica. La scalabilità dei sistemi fotonici potrebbe cambiare le regole del gioco. “La tecnologia è pronta”, ha spiegato Sciarrino. “Ma la politica e i finanziamenti devono correre alla stessa velocità”.

Ci sono però alcuni ostacoli ancora da superare. Il punto debole sono i trusted nodes, nodi intermedi che devono decifrare e ricifrare le chiavi. Se compromessi, l’intera catena sarebbe a rischio. “I ripetitori quantistici, che eliminerebbero questo problema, sono però ancora sperimentali”, prosegue Sciarrino.

Altri ostacoli riguardano la vulnerabilità ai disturbi ambientali, la sincronizzazione tra stazioni terrestri e satelliti in movimento e i costi ancora proibitivi per applicazioni commerciali di massa. I progressi però sono rapidi. In Italia, per esempio, test sul campo hanno dimostrato la distribuzione di chiavi sulla dorsale Torino-Matera, coprendo 1.800 chilometri.

In sintesi: la Cina ha capito per prima che chi controlla le comunicazioni sicure può costruire alleanze strategiche. Gli Stati Uniti rispondono con pragmatismo, mescolando soluzioni matematiche e fisiche. SAGA ed EuroQCI rappresentano invece la terza via europea. Tutto questo non rappresenta però un traguardo, ma il punto di partenza di una nuova sfida tecnologica che potrebbe determinare le gerarchie del XXI secolo.

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I gravi impatti dell’accordo Ue-Mercosur

L’accordo UE-Mercosur, approvato a maggioranza qualificata dai Paesi membri dell’Unione, rappresenta un precedente senza pari nella storia commerciale europea: è il primo trattato passato senza consenso unanime nel Consiglio Ue, ma con l’opposizione di Francia, Polonia, Austria, Ungheria e Irlanda, e l’astensione del Belgio. L’intesa che vincolerà, dopo 25 anni di negoziati, il mercato comune europeo all’area di libero scambio condivisa da Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay, viene presentata dai suoi contraenti, e dai partiti socialisti europei e brasiliani, come un’alternativa strategica imperdibile nella fase attuale. Al punto tale che la Commissione vorrebbe farlo approvare provvisoriamente addirittura prima che il Parlamento europeo lo ratifichi.

Decisivo il sostegno della presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni che ha assicurato, dopo un iniziale rigetto, il voto determinante all’accordo dopo aver ottenuto dalla Commissione europea maggiori garanzie e un anticipo di 45 miliardi di euro sui fondi PAC 2028 già stanziati, per sostenere, tra due anni, eventuali perdite straordinarie del settore agricolo. Spaccando con l’alleata di Governo, la Lega, che ha mantenuto una posizione contraria allineata con molte delle organizzazioni agricole, Meloni ha dichiarato di aver scelto “una linea di buon senso a sostegno dell’agricoltura europea portata avanti con determinazione”. Al suo fianco Ursula von der Leyen, che ha difeso l’intesa come “risposta europea a un mondo sempre più ostile e caratterizzato da tensioni commerciali, tariffarie e geopolitiche”, insistendo sulla necessità di consolidare la presenza dell’UE in America Latina. In continuità con la linea sviluppista assunta non da ieri, anche i democratici europei e italiani hanno difeso l’accordo come economicamente vantaggioso e geopoliticamente necessario. Tuttavia, la maggioranza dei corpi intermedi nel loro ideale bacino elettorale e culturale, organizzazioni sindacali, ambientaliste, di cooperazione, indigene e ecclesiali, in Europa come nel Mercosur, ha affermato e confermato dopo il voto la propria radicale contrarietà a questa ennesima liberalizzazione senza rete. 

I benefici economici promessi dalla Commissione, come la riduzione di circa 4 miliardi di euro dei dazi sulle esportazioni UE e l’espansione prevista degli scambi commerciali fino a 111 miliardi di euro, rischiano di rimanere puramente teorici, e incommensurabili rispetto anche alle sole conseguenze economiche sui prezzi interni, la redditività delle imprese e l’occupazione in Europa.

Il cuore della opposizione si concentra sui prezzi alla produzione agroalimentare. L’apertura del mercato europeo a carne bovina, pollame, zucchero, riso ed etanolo dai Paesi Mercosur comporterà una pressione immediata sui prezzi interni, stimata in una diminuzione del 3-5% per le filiere più sensibili, con effetti più marcati sulle aziende di piccola e media dimensione, già fragili per i costi energetici e normativi. Per il lattiero-caseario e per i produttori di vini e prodotti Dop/Igp, l’espansione del mercato può comportare un aumento della concorrenza e una riduzione dei margini, pur offrendo opportunità di accesso per le imprese più grandi a nicchie di alta qualità. Soprattutto, si continua a erodere la capienza del mercato europeo, che è l’unico mercato di sbocco per i più piccoli, con prodotti a prezzo più basso. L’impatto occupazionale stimato, combinando effetti diretti e indiretti, potrebbe tradursi in una perdita di 100.000-120.000 posti di lavoro in Europa, con l’Italia particolarmente esposta a chiusura di aziende familiari e riduzione di occupazione rurale.

Coldiretti ha sottolineato che “chi vuole esportare in Europa deve rispettare gli stessi standard produttivi, ambientali e sanitari”, e l’intero settore ha respinto l’anticipo dei fondi PAC e il fondo di crisi da 6,3 miliardi, perché non affrontano le criticità strutturali legate all’apertura del mercato e alla competizione con prodotti sudamericani ottenuti con costi inferiori grazie a standard produttivi e ambientali meno rigorosi. Se l’Italia è tra i Paesi europei che, con 900 mila controlli doganali sulle merci all’ingresso nel 2025, è tra i meno permeabili, nel perimetro dell’Unione nel sono stati controllati almeno i documenti di appena 82 carichi in entrata ogni milione: lo 0,0082% del totale. E il trattato, ‘semplificando’ i controlli reciproci, li ridurrà ancora di più tra le due parti.

Anche sul fronte ambientale e della sicurezza dei prodotti le criticità nei Paesi del Mercosur sono sempre più gravi. In Brasile, ad esempio, le recentissime leggi 15.190/2025 e 15.300/2025 hanno semplificato e indebolito le licenze ambientali per progetti “strategici” come trivellazioni petrolifere nella Foz do Amazonas, con incidenti confermati di fuoriuscita di fluidi di perforazione che hanno inquinato falde acquifere e campi. Lo Stato del Pará ha posticipato la tracciabilità obbligatoria del bestiame dal 2025 al 2030, prolungando il rischio sicurezza e qualità della carne esportata in Europa. Infine, l’avvenuta recente ritrattazione di studi scientifici sulla sicurezza del glifosato, pesticida utilizzato in quantità massicce nell’area del Mercosur, evidenzia ulteriori rischi per la salute pubblica e la qualità dei prodotti importati. Senza dimenticare che circa il 30% di erbicidi e pesticidi legali in quei Paesi da noi sono vietati da molti anni.

Per facilitare la firma del trattato, sul versante europeo, è stato concordato tra le parti il rinvio dell’applicazione della Direttiva europea Foreste (Eudr) per tracciare e colpire legname e derivati da deforestazione, ed è stato salutato positivamente  l’indebolimento delle altre due leggi-quadro sulla Certificazione di sostenibilità (Corporate Sustainability Reporting Directive – Csrd) e sulla tracciabilità sociale delle filiere (Corporate Sustainability Due Diligence – Cs3d), che, nel quadro dell’operazione più generale delle cosiddette “semplificazioni” normative europee, ne stanno indebolendo gli standard di produzione e la loro effettiva verifica. Senza dimenticare che l’espansione dell’agribusiness nell’area amazzonica ne sta letteralmente soffocando gli abitanti, esposti, come ha dimostrato uno studio di Greenpeace Brazil, a un livello di emissioni e inquinamento dell’aria maggiore rispetto a quelli prodotti nelle grandi megalopoli del Sud. 

Le organizzazioni della società civile ed ambientaliste europee, anche per queste ragioni, hanno criticato duramente l’accordo. Secondo Jean Blaylock della European Trade Justice Coalition  “i leader europei stanno scegliendo di prioritizzare i profitti delle grandi imprese, a scapito di lavoratori e piccoli agricoltori, violando diritti indigeni e distruggendo la natura”.

Greenpeace e ClientEarth evidenziano aumenti prevedibili delle emissioni di gas serra e della deforestazione in Amazzonia, Cerrado e Pantanal, mettendo in contraddizione la narrativa climatica dei sostenitori del trattato. Le organizzazioni indigene denunciano che circa l’83% della biodiversità mondiale nelle aree amazzoniche e del Cerrado è minacciata dall’espansione agricola incentivata dal trattato, senza garanzie vincolanti sulla consultazione preventiva o sui diritti territoriali. Jan Königshausen della Society for Threatened Peoples ha sottolineato che l’accordo “esternalizza la distruzione ambientale e i conflitti sociali verso chi ha contribuito meno alle crisi, senza offrire protezioni reali”. I sindacati, tra cui Etuc e i coordinamenti del Cono Sur, confermano che il trattato non tutela adeguatamente i lavoratori e favorisce forme di dumping sociale: la pressione sui prezzi e la liberalizzazione possono ridurre salari e peggiorare condizioni di lavoro. I piccoli e medi produttori in Belgio, Francia, Polonia, Grecia, e anche in Italia, sono tornati a bloccare strade e città con i trattori, dimostrando che il dissenso sociale e politico non si è attenuato e che l’accordo rischia di generare tensioni durature. In un contesto in cui i cittadini reclamano maggiore tutela delle produzioni locali, dell’ambiente e dei diritti sociale, ciò che fa maggiore impressione a chi scrive è il sostegno compatto e senza sfumature dei socialdemocratici europei e nostrani a questo tipo di operazione. Sembrano voler rimuovere che alle elezioni europee del 2024 la partecipazione è stata poco più del 50 %, con quasi metà degli aventi diritto che non ha votato, segno di disillusione verso istituzioni percepite come lontane dalle preoccupazioni economiche e sociali della popolazione, soprattutto nei territori rurali.

Quasi più dei propri colleghi di centrodestra, i socialdemocratici rivendicano ragioni geopolitiche dipingendo l’accordo UEMercosur come una leva strategica per competere con la Cina e gli Stati Uniti sullo scacchiere globale. Ma sono proprio queste ragioni le più deboli e illusorie dell’intera operazione. La Cina è, infatti, attualmente, il principale partner commerciale del Mercosur, con una quota stimata di circa 26,7 % del commercio esterno del blocco nel 2023, oltre al legame politico cementato nei Brics col Brasile. Pechino mira a raggiungere 500 miliardi di dollari di scambi bilaterali entro il 2025, accompagnati da investimenti cinesi nella regione dell’ordine di 250 miliardi di dollari, ben superiore alla quota dell’Ue, che si attesta attorno al 16,8 % e degli Stati Uniti, che vantano circa 13,9 % del commercio del Mercosur, ma anche una presenza militare e strategica importante nell’area, a partire dal legame a doppio filo tra il presidente argentino Milei e il movimento Maga americano. In termini assoluti, il valore degli scambi tra UE e Mercosur nel 2024 ha superato i 111 miliardi di euro complessivi, di cui circa 55,2 miliardi di dollari in esportazioni europee verso il Mercosur, ma 56 miliardi di dollari in importazioni da esso. Questi numeri mostrano una relazione commerciale importante ma relativamente contenuta rispetto ai rapporti della Cina con l’area, dove l’Europa, pur essendo uno dei principali investitori esteri nel Mercosur con uno stock di circa 390 miliardi di dollari, non ha però tradotto questa presenza finanziaria in una parità di influenza rispetto a Pechino o, in larga misura, agli Stati Uniti.

L’idea che un accordo commerciale possa compensare questa disparità geopolitica ignora la natura strutturale dei vincoli economici: il reddito medio annuo nei Paesi Mercosur è relativamente basso, circa 10.000 dollari pro capite, e non indica una domanda sufficiente per sostituire in modo significativo i consumatori statunitensi o cinesi nei mercati di esportazione globali. In questo contesto, la firma dell’accordo rischia di triangolare l’accesso strategico dei grandi attori globali nel mercato europeo attraverso le proprie partecipazioni nelle economie del Mercosur, piuttosto che consolidare un vantaggio europeo: da un lato, gli Stati Uniti mantengono relazioni commerciali e tecnologiche stabili con importanti partner della regione, nonostante le oscillazioni di politica commerciale (come le imposizioni tariffarie statunitensi su alcune importazioni di prodotti agricoli brasiliani nel 2025); dall’altro, la Cina continua a rafforzare il suo ruolo come principale mercato di destinazione per molte esportazioni sudamericane, incluse materie prime e prodotti agricoli, riflettendo una presenza che supera quella dell’UE in termini di quota di scambi.

Inoltre, l’imporsi a livello globale di parlamenti e governi con orientamenti forti verso politiche neoliberali o negazioniste del clima si sta traducendo in tutto il mondo in standard di produzione e di rispetto dei diritti ambientali e sociali molto diversi da quelli che storicamente avremmo definito ‘europei’. Questo contesto mette in discussione la narrativa europea secondo cui l’accordo rafforzerebbe la capacità dell’UE di promuovere valori condivisi nell’area, anzi: sembra in misura crescente voler schiacciare sotto la realtà materiale della grande maggioranza delle merci in entrata nel mercato europeo, anche il ricordo della aspirazione a imporre una condizionalità ambientale e sociale alla circolazione di beni e investimenti nei nostri Paesi.

Le conseguenze di questa dinamica sono molteplici. Da un lato, l’accordo consegna alle grandi potenze economiche un accesso strategico ai mercati sudamericani attraverso l’intermediazione o la competizione con l’UE, senza che quest’ultima possa stabilire una posizione autonoma di influenza. Dall’altro, la liberalizzazione dei mercati rischia di indebolire la sovranità europea nella definizione delle proprie politiche agricole, sociali e ambientali, poiché l’apertura comporta vincoli a lungo termine che limitano la capacità di adottare misure protezionistiche o di sostenere standard elevati senza ripercussioni su altri segmenti dell’accordo.

In aggiunta, la procedura politica che ha portato all’approvazione dell’accordo — tramite maggioranza qualificata in Consiglio, senza consenso unanime — solleva preoccupazioni sulla legittimità democratica delle scelte di politica commerciale europee. Questo approccio riduce il ruolo dei Parlamenti nazionali e delle valutazioni democratiche su una materia di enorme impatto economico e sociale, creando un precedente per l’adozione di altri accordi strategici senza un pieno mandato politico condiviso. Tutti argomenti ai quali i socialdemocratici europei dovrebbero essere sensibili, ma che restano del tutto assenti sia dalle loro analisi, sia dal dibattito generale che oscilla tra l’eccitazione per dei presunti guadagni futuri all’emozione per vagheggiate comunanze ideali, consumate, in realtà, sulle macerie materiali di quegli antichi intenti.

Monica Di Sisto è responsabile dell’osservatorio italiano su clima e commercio Fairwatch 

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Groenlandia: l’UE rilancia il ruolo della NATO

Nella corsa alla gestione attiva della sicurezza geopolitica dell’Artico attraverso la NATO l’Unione europea si fa sentire. «Nella nostra proposta di bilancio, abbiamo raddoppiato i finanziamenti, portandoli a circa 530 milioni, il che dimostra il nostro impegno per il partenariato e l’importanza della sicurezza artica». Sono le parole della presidente della Commissione europea, che ha risposto così alle preoccupanti dichiarazioni dell’amministrazione Trump di questi giorni rispetto alla Groenlandia. Il presidente USA ha infatti paventato anche «the hard way» per aumentare il controllo statunitense sull’Artico, a suo parere minacciato da eccessive influenze di Cina e Russia.

Articolo precedentemente pubblicato su The Watcher Post.


La fotografia della difesa artica oggi

L’attuale presenza militare nell’Artico è oggi piuttosto limitata. Va subito sgombrato il campo che qualsiasi iniziativa per aumentare la presenza militare straniera in Groenlandia debba essere autorizzata dalla Danimarca (membro NATO) e dal governo locale. L’unica vera e propria base militare in Groenlandia è statunitense e si trova a Pituffik (ex Thule Air Base). E’ presente dal 1951, sulla base di un accordo Danimarca-USA; si trova nel nord-ovest dell’isola, è gestita dalla US Space Force e si occupa di sorveglianza radar e spaziale, dando supporto alle operazioni artiche gestite dalla NATO. La Groenlandia non ha un proprio esercito, e la difesa attualmente è affidata alla Danimarca tramite il Joint Arctic Command. Le principali strutture di difesa danesi sono il quartier generale del Comando Artico di Nuuk, la Station Nord (avamposto militare nel nord-est per sorveglianza e pattugliamento), l’aeroporto dual use di Kangerlussuaq e la pista d’atterraggio di Mestersvig. Tutte strutture che si occupano tra l’altro di controllare le preziose rotte artiche.

L’idea di una missione congiunta NATO
Il rilancio USA sull’Artico non passa solo dalle allusioni di Trump. L’inviato speciale USA in Groenlandia, Jeff Landry, ha affermato su X che la Danimarca «Ha occupato l’isola dopo la seconda guerra mondiale, riprendendone il controllo violando i protocolli ONU». Poi il Governatore della Lousiana ha aggiunto: «Gli Stati Uniti difesero la sovranità della Groenlandia durante la seconda guerra mondiale, quando la Danimarca non ci riuscì». La posizione europea su questa visione espressa dalla Von der Leyen è chiara: la Groenlandia appartiene al suo popolo e spetta alla Danimarca e alla Groenlandia stessa decidere sulle questioni che le riguardano. Ovvero nulla su di loro senza di loro. La Groenlandia è uscita dal Regno di Danimarca nel 1985, ben 40 anni fa. A Landry ha subito risposto l’ambasciatore danese a Washington, Jesper Moller Sorensen: «Il Regno di Danimarca è sempre stato al fianco degli Stati Uniti.

Dopo l’11 settembre la Danimarca ha risposto alla chiamata USA perdendo più soldati pro capite in Afghanistan di qualsiasi alleato NATO. Solo il popolo della Groenlandia ha il diritto di determinare il proprio futuro e questa settimana tutti e cinque i partiti del Parlamento locale hanno ribadito di non voler entrare a far parte degli Stati Uniti». La strada per la sicurezza artica non può che passare dalla NATO. Ed è per questo che Regno Unito e Germania starebbero pensando di proporre in sede NATO l’attivazione di una missione ad hoc sull’isola per garantirne autonomia e sicurezza. Sta a Trump decidere la postura degli USA rispetto all’Alleanza Atlantica. E la speranza è aggrappata a quel «I’m a fan of Denmark».

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Il ruolo dell’Europa nella difesa del diritto internazionale

Unilateralismo armato e ordine multilaterale: l’Europa di fronte alla crisi venezuelana

Dietro l’attacco al Venezuela in assenza di legittimazione internazionale si cela il disegno egemonico e revisionista dell’ordine internazionale del presidente Trump, che apre a nuovi scenari di insicurezza e instabilità. Da Tucidide ad Habermas, il monito per l’umanità è ribellarsi alla logica del ‘più forte’ e dell’arbitrio: spetta ora all’Europa sfidare i nuovi imperialismi e rilanciare l’ordine internazionale fondato sulle regole del multilateralismo.

La lezione di Tucidide

Nella Storia della guerra del Peloponneso, Tucidide affida al Dialogo dei Meli una delle più lucide e spietate radiografie del potere: di fronte agli Ateniesi, portatori di una democrazia che si scopre imperiale, i Meli invocano giustizia, neutralità e diritto, ma ricevono in risposta una verità brutale, destinata a superare i secoli: «i forti fanno ciò che possono, i deboli soffrono ciò che devono». Questa lezione antica è  ritornata oggi, senza mediazioni, non solo con l’ottusa guerra di aggressione all’Ucraina di Putin, ma anche nell’azione unilaterale degli Stati Uniti di Trump: l’attacco al Venezuela e le minacce sempre più esplicite a Colombia, Messico  e persino alla danese Groenlandia segnano un punto di rottura. Con l’attacco e la cattura di Nicolás Maduro, la presidenza Trump sancisce la piena normalizzazione dell’uso della forza al di fuori di ogni cornice multilaterale, riaffermando una concezione del potere che si colloca deliberatamente al di sopra delle istituzioni internazionali. E quello che è più grave è che il silenzio e la cautela di molti leader europei – divisi tra timide perplessità e sostanziali avalli – contribuisce a rendere ancora più fragile l’architettura giuridica costruita nel secondo dopoguerra, lasciando emergere una logica di dominio che ricorda più Melos che San Francisco.

Può valere qui la ricostruzione degli analisti di Abc, una testata australiana quindi distante da ogni possibile condizionamento, nel descrivere l’approccio ideologico di Trump e dei suoi smodati consiglieri. Trump ha finito per rendere esplicite le vere ragioni dell’azione americana: l’accesso alle risorse energetiche, in primo luogo il petrolio, ma soprattutto la convinzione che gli Stati Uniti possano agire perché ne hanno la forza. Così il vice capo di gabinetto Stephen Miller sulla CNN ha liquidato il diritto e le «formalità internazionali» come astrazioni irrilevanti, affermando che il mondo reale è governato da «leggi di ferro, dalla forza e dal potere», e che «una superpotenza deve comportarsi come tale». La stessa logica emerge con ancora maggiore nettezza nelle parole di Trump in un’intervista al New York Times: «Non ho bisogno del diritto internazionale. … La mia moralità personale è l’unica cosa che mi limita».In questa visione, il diritto non è un vincolo esterno e oggettivo, ma uno strumento subordinato alla decisione sovrana, confermando una concezione del potere che si fonda sulla discrezionalità del più forte.

L’ideologia del potere sovrano e la strumentalizzazione del diritto

Che Nicolás Maduro fosse un dittatore indifendibile è fuori discussione: da oltre un decennio il suo regime ha demolito le istituzioni democratiche, represso il dissenso, manipolato le elezioni e prodotto un esodo di massa di oltre 8 milioni di venezuelani senza precedenti nella storia recente dell’America Latina. Tuttavia, la sua responsabilità penale doveva essere accertata nelle sedi del diritto internazionale, non sul campo di battaglia di un’operazione unilaterale. La Corte Penale Internazionale aveva già avviato indagini per crimini contro l’umanità; bastava sostenerle. L’argomentazione giuridica costruita dai consiglieri di Trump sulla lotta al narcoterrorismo – fondata sul concetto di lawfare e sull’estensione indebita della sicurezza nazionale a giustificazione di una “contromisura” armata – rappresenta una mistificazione del diritto, una sua riduzione a strumento politico. Il richiamo alla guerra ibrida e al narcotraffico, pur non privo di elementi fattuali, non soddisfa i criteri di necessità, proporzionalità e immediatezza di una reazione armata ad un esplicito attacco armato (che non è di certo il narco traffico) richiesti dal diritto internazionale consuetudinario e dalla Carta delle Nazioni Unite: un principio fondamentale chiarito dalla storica sentenza Nicaragua c. Stati Uniti (1986). In questa forzatura concettuale riaffiora l’ombra lunga di Carl Schmitt, il ‘giurista’ teorico del nazismo che pretese di legittimare gli abusi e i crimini del regime con la teoria dello stato di eccezione: il diritto sospeso in nome di una decisione sovrana che pretende di salvarlo negandolo. Parlare dunque di diritto internazionale con i parametri di Trump non ha senso: si erige a gendarme del mondo e giudice globale dissolvendo ogni distinzione tra azioni di polizia e atti di guerra, tra cooperazione giudiziaria internazionale e guerra, declinata ora in una folle riedizione della guerra preventiva stavolta contro i narco-Stati. E quanto il potere sovrano diventi arbitrio lo si vede anche nel ‘doppio standard’ praticato da Trump. Per Maduro ha scatenato una guerra, mentre ha graziato l’ex presidente dell’Honduras Juan Orlando Hernández condannato con le stesse accuse per traffico di droga, cospirazione per importazione di cocaina negli Stati Uniti e altri crimini legati al narcotraffico. Si spiega il perché: il ritorno in Honduras dell’ex presidente alleato di Trump sarebbe servito a fermare l’emigrazione e a contrastare il consolidamento in quel paese di orientamenti progressisti che si oppongono a politiche neoliberiste e conservatrici.

A rendere chiara la vera posta in gioco che va ben oltre la lotta al narcotraffico sono state le stesse dichiarazioni di Trump: l’interesse strategico ed economico sul petrolio venezuelano. Il Venezuela possiede le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo, concentrate soprattutto nella Faja dell’Orinoco: riserve in gran parte di greggio extra-pesante, difficili e costose da estrarre, ma decisive nel medio-lungo periodo per l’equilibrio energetico globale. La nazionalizzazione delle compagnie petrolifere straniere operata da Hugo Chávez nei primi anni Duemila – che colpì duramente gli interessi delle major statunitensi – segnò una frattura profonda nei rapporti con Washington e aprì lo spazio all’ingresso massiccio di Cina e Russia nel settore energetico venezuelano. Pechino e Mosca hanno fornito capitali, tecnologia e sostegno politico in cambio di concessioni petrolifere e forniture a lungo termine, sottraendo risorse e influenza agli Stati Uniti. In questa prospettiva, l’intervento di Trump non è affatto un atto punitivo contro un regime autoritario, ma una mossa geopolitica volta a riappropriarsi del controllo di un nodo energetico strategico e a spezzare l’asse Caracas-Pechino-Mosca, riequilibrando a favore americano il mercato petrolifero e le sfere di influenza nel continente.

La geopolitica del più forte e le conseguenze per l’Europa

Sul piano geopolitico, tuttavia, la logica del più forte non garantisce affatto il successo. L’America Latina conserva una memoria storica viva delle ingerenze esterne, dei colpi di Stato e delle imposizioni economiche sostenute dagli Stati Uniti nel corso del Novecento. Se esiste un’élite filostatunitense, essa è minoritaria rispetto a una società attraversata dalle sensibilità anti-coloniali delle rivoluzioni bolivariane e castriste, e da un radicato risentimento verso gli aiuti ai regimi e i colpi di stato indotti dagli Stati Uniti durante la Guerra fredda. L’azione di Trump rischia così di rafforzare, anziché indebolire, l’attrazione esercitata da Cina e Russia nel Sud globale, potenze che – pur autoritarie – si presentano come difensori della sovranità contro l’arbitrio occidentale. Così è lo stesso rilancio della dottrina Monroe, ribattezzata dallo stesso Donald Trump in “Donroe”, a inscrivere l’azione venezuelana in una più ampia deriva neo-imperiale che finisce col legittimare, per simmetria, anche le pretese di Putin su Ucraina ed Europa orientale e di Xi Jinping su Taiwan e l’indo-pacifico.

L’Europa ora deve guardarsi anche alle pretese territoriali di Trump sulla Groenlandia, regione autonoma del Regno di Danimarca, nazione membro dell’Unione Europea e della Nato. I leader europei almeno in questo caso non sono rimasti inermi: il Consiglio europeo ha dichiarato che “la Groenlandia appartiene al suo popolo” e che le esigenze di sicurezza sulla regione artica devono essere garantite collettivamente all’interno della NATO, e  rispettando i principi della Carta delle Nazioni Unite in materia di sovranità e integrità territoriale degli Stati. Ancora più ferma è stata la posizione assunta dal Presidente Macron che non ha esitato a lanciare un monito all’ Europa, diretto probabilmente anche a Trump. Nel suo discorso annuale agli ambasciatori all’Élysée, il presidente francese ha avvertito che gli Stati Uniti «si stanno gradualmente allontanando da alcuni dei loro alleati» e si stanno «svincolando dalle regole internazionali». Per Macron, dunque, il mondo sta evolvendo verso un sistema in cui le grandi potenze cercano di «spartirsi il pianeta», delegittimando regole e istituzioni multilaterali sulla base della  «legge del più forte». Ed è stato esplicito nel denunciare la  crescente «aggressività neocoloniale» nelle relazioni internazionali da parte di attori – chiaro il riferimento anche agli Stati Uniti –  che erodono i principi del multilateralismo e della cooperazione internazionale. Da qui l’invito all’Europa di erigersi in un netto rifiuto del «nuovo colonialismo e del nuovo imperialismo», ma anche del disfattismo anti-europeo: l’impegno per l’Europa è dunque per proseguire nel percorso dell’autonomia strategica e nel ritorno all’ordine internazionale fondato sul diritto.

L’Europa tra responsabilità politica e difesa del diritto internazionale

In Italia si farebbe bene a superare in questo caso un abusato sentimento anti-francese (in passato forse anche giustificato da politiche con interessi divergenti sulla Libia e in ambito economico-finanziario) per cogliere l’interesse nazionale ed europeo che mai come stavolta può certo dirsi “comune”. Occorre essere determinati nel contrastare la normalizzazione dell’unilateralismo armato di Trump, perché il rischio è l’ingresso in una fase di instabilità strutturale, in cui le regole comuni non vincolano più i forti e la guerra torna a essere uno strumento ordinario di governo del mondo. Il monito di Macron non può che essere condiviso da chi ricerca libertà e democrazia in Europa. Il modello che promana dalla politica di Trump e dei sui sostenitori va colto nella sua pericolosa deriva ideologica che lo accomuna ai disegni neo- imperiali di Putin e di Xi Jinping. Gli autocrati ragionano secondo logiche di potere e mirano a spartirsi nuove aree di influenza, a discapito delle identità storiche e culturali degli altri popoli. Bisogna perciò avere il coraggio di smascherare la nuova idolatria del “potere sovrano”: non siamo semplicemente di fronte a una crisi dell’ordine internazionale liberale, ma a una riemersione di categorie pre-giuridiche, in cui il potere si autolegittima e la violenza diventa criterio ultimo di decisione. Riemergono così due matrici teoriche, la teoria del potere sovrano di Carl Schmitt e la dottrina geopolitica dello spazio vitale (Lebensraum), che non a caso hanno segnato i momenti bui dei totalitarismi del Novecento e del nazismo. Se dunque vogliamo evitare analoghe derive occorre raccogliere lo stesso appello, lanciato stavolta da un sociologo e un filosofo del diritto contemporaneo, Jürgen Habermas. Un suo saggio del novembre scorso offre una prospettiva illuminante: di fronte al ritorno della logica della forza e all’indebolimento delle alleanze tradizionali, l’Europa non può più limitarsi a subire le decisioni altrui e a confidare ancora nella protezione di altri attori globali. Deve “fare da sola”, assumendo la responsabilità politica proporzionata al proprio peso economico, demografico e culturale, perseguendo due obiettivi: la sicurezza comune e la difesa dell’ordine internazionale fondato sul diritto. Solo sviluppando una capacità autonoma di difesa e rafforzando le istituzioni multilaterali, l’Unione Europea potrà opporsi alla logica del più forte e alla competizione senza regole, preservando uno spazio internazionale in cui diritto, cooperazione e razionalità prevalgono sulla violenza e sull’arbitrio dei sovrani. In altre parole, l’Europa ha la possibilità di incarnare ancora un’alternativa alla politica fondata sulla forza, evitando che il sopruso, come a Melos, riguardi oggi l’intero ordine mondiale.

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Greenland is not the mining gem some think it is

Long before the glitter of Greenland’s ice caught the covetous eye of Donald Trump, the minerals beneath were bewitching others. Among those dazzled was Karl Ludwig Giesecke, an actor-turned-mineralogist who became stranded on the island during the Napoleonic wars. Possessed of several pseudonyms during a colourful and globetrotting career, including as a minerals dealer, Giesecke travelled throughout Greenland in the early 19th century compiling an inventory of the island’s mineralogical treasures. His journal entries, which credit the prior knowledge of the Inuit, include descriptions of cryolite, mined there exclusively from the 1850s and known as “white gold” because of its industrial value as a chemical additive (synthetic alternatives are used today). Prospectors have been eyeing up the territory ever since, with Trump making clear that Greenland is still in his sights. 

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Psichedelici in corsia: il modello svizzero che sta facendo scuola in Europa

Negli ultimi anni la Svizzera ha tracciato una strada unica in Europa nell’impiego clinico degli psichedelici come strumenti terapeutici per condizioni psichiatriche severe. Nel sistema svizzero il cosiddetto “limited access program” consente a medici autorizzati di impiegare sostanze normalmente proibite a fini terapeutici, quando il paziente soffre di patologie gravi e refrattarie ai trattamenti convenzionali. …
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L’eterno ritorno di Chat Control

Immagine in evidenza da stopchatcontrol.fr

Si torna a parlare di lotta agli abusi sui minori, privacy e crittografia end-to-end, dopo che, il 26 novembre, il Consiglio UE ha votato a favore dell’approvazione del nuovo testo del Child Sexual Abuse Regulation (CSAR), più comunemente conosciuto come Chat Control. La proposta di legge, di cui si discute ormai da più di tre anni, è volta a limitare la diffusione di materiale pedopornografico online attraverso nuove disposizioni per le piattaforme e i fornitori di servizi digitali, inclusa la possibilità di effettuare una scansione preventiva e costante dei contenuti che gli utenti si scambiano, per esempio, su WhatsApp, Telegram o Gmail, al fine di rilevare attività di adescamento di minori o movimento di materiale pedopornografico.

La proposta, che da tempo cerca un equilibrio tra la necessità di proteggere i minori da abusi sessuali e quella di tutelare i diritti fondamentali dei cittadini europei (a partire dalla privacy), ha sollevato non poche critiche da parte dei funzionari di governo, degli esperti di sicurezza, delle società di servizi coinvolte e, non da ultimi, degli utenti stessi. E ora, dopo il voto favorevole ottenuto dopo numerosi rinvii, il senso di preoccupazione sta rapidamente crescendo. Proprio per questo, è importante fare chiarezza sul cosiddetto Chat Control: cos’è, quali regolamentazioni prevede, quali sono i reali rischi per la privacy, e come potrebbe cambiare la nostra vita.

Chat Control: cos’è e cosa prevede

Era l’11 maggio 2022 quando, per la prima volta, la Commissione Europea presentava una nuova proposta legislativa “per prevenire e combattere gli abusi sessuali sui minori in rete”. Una manovra presentata come necessaria a causa della crescente diffusione di materiale pedopornografico in rete rilevata a partire dal 2021 – anno in cui, stando ai dati riportati dalla Commissione, sono stati segnalati “85 milioni di immagini e video che ritraggono abusi sessuali su minori” – e l’incapacità del sistema attualmente in vigore – il cosiddetto Chat Control 1.0, che prevede la segnalazione di abusi tramite monitoraggio volontario dei fornitori di servizi digitali – di proteggere adeguatamente i minori.

Per contenere quanto più possibile la situazione, in quell’occasione la Commissione ha proposto “una legislazione per affrontare efficacemente l’abuso sessuale su minori online, anche richiedendo ai prestatori di

rilevare materiale pedopornografico noto e […] la creazione di un Centro dell’UE di prevenzione e lotta contro l’abuso sessuale su minori”.

Una serie di norme, in sostanza, che consentirebbero a un’ampia gamma di fornitori di servizi Internet, compresi i servizi di hosting e di messaggistica, di accedere e scansionare le conversazioni private degli utenti al fine di “individuare, segnalare e rimuovere il materiale pedopornografico dai loro servizi”, o rilevare episodi di “adescamento di minori” (grooming). Un’operazione che le compagnie dovrebbero attuare attraverso “tecnologie che siano il meno invasive possibile per la privacy, in linea con lo stato dell’arte del settore, e che limitino il più possibile il tasso di errore dei falsi positivi”.

Allo stato attuale, il cosiddetto Chat Control richiede ai “prestatori di servizi di hosting e prestatori di servizi di comunicazione interpersonale” di individuare, esaminare e valutare “per ciascun servizio che offrono, il rischio di un suo uso a fini di abuso sessuale su minori online”. E poi di prendere “misure di attenuazione ragionevoli e adeguate al rischio individuato […] per ridurlo al minimo”.

Tra queste misure, come anticipato, rientra anche la scansione delle conversazioni private degli utenti: uno strumento che le piattaforme e i fornitori di servizi possono utilizzare ai fini della valutazione del rischio e della sua attenuazione. Tuttavia, la proposta prevede che, se dopo la valutazione e le misure adottate dal fornitore sussiste ancora un rischio significativo che il servizio possa essere utilizzato per abusi sui minori, le autorità nazionali designate possano avvalersi di questo strumento per indagare sulla diffusione di materiale pedopornografico. In questo caso, possono chiedere all’autorità giudiziaria o amministrativa di “emettere un ordine di rilevazione che impone a un prestatore di servizi di hosting o a un prestatore di servizi di comunicazione interpersonale rientrante nella giurisdizione dello Stato membro in questione di prendere le misure […] per rilevare casi di abuso sessuale su minori online in un servizio specifico”.

Anche in questo caso, però, la proposta della Commissione Europea specifica che le autorità devono avvalersi di tecnologie che non siano invasive nei confronti degli utenti coinvolti, ma che siano anzi “efficaci nel rilevare la diffusione di materiale pedopornografico noto o nuovo o l’adescamento di minori, a seconda dei casi” e “non in grado di estrarre dalle comunicazioni in questione informazioni diverse da quelle strettamente necessarie per rilevare […] pattern rivelatori di diffusione di materiale pedopornografico noto o nuovo o di adescamento di minori”.

Data la delicatezza della scansione, soprattutto nelle comunicazioni private e crittografate, il regolamento prevede una serie di garanzie, quali la limitazione della durata degli ordini, il controllo umano delle tecnologie di rilevamento, la riduzione al minimo dei dati trattati e l’accesso a meccanismi di ricorso per gli utenti e i fornitori. Pertanto, per garantire che il regolamento venga rispettato, la proposta introduce anche il Centro dell’UE per la prevenzione e la lotta contro gli abusi sessuali sui minori, che svolgerà un ruolo di supporto alle autorità e alle piattaforme fornendo banche dati di indicatori affidabili e tecnologie di rilevamento adeguate, contribuendo a ridurre i falsi positivi e gli impatti invasivi.

Le origini e le evoluzioni della proposta di legge

La proposta avanzata dalla Commissione Europea nel 2022 non dichiarava apertamente che i telefoni dei cittadini europei sarebbero stati scansionati alla ricerca di materiale pedopornografico, ma introduceva il concetto di “obblighi di rilevamento” che i fornitori di servizi dovevano rispettare, anche nel caso in cui questi proteggessero la privacy degli utenti con la crittografia end-to-end.

Questo significava, quindi, che le autorità coinvolte nella rilevazione potessero ricorrere alla scansione lato client, ossia all’analisi di contenuti digitali presenti sui dispositivi degli utenti prima ancora che venissero crittografati e inviati o ricevuti.

Com’è noto, la proposta ha sin da subito scatenato le critiche di governi ed esperti di sicurezza e privacy, tanto che nel 2023 il Parlamento Europeo ha escluso sia la crittografia end-to-end sia i messaggi di testo dall’ambito di applicazione degli obblighi, limitando questi ultimi ai casi di ragionevole sospetto e impedendo di fatto la scansione indiscriminata. Pertanto, solo se i fornitori non rispettano le norme per la sicurezza dei minori, le autorità competenti possono emettere un ordine di scansione e rilevamento di materiale pedopornografico dai dispositivi degli utenti.

Nel corso degli anni, però, la proposta ha subìto decine di modifiche e aggiornamenti. L’1 luglio 2025, il Consiglio dell’Unione Europea ha presentato una proposta in cui si afferma chiaramente che, per i servizi dotati di crittografia end-to-end (che impedisce a chiunque di leggere i messaggi, esclusi soltanto mittente e destinatario) come WhatsApp, Signal e Telegram, il rilevamento avviene “prima della trasmissione dei contenuti” – ossia prima che questi vengano crittografati – installando un software preposto alla scansione, ma con una clausola di “consenso dell’utente”.

Allo stato attuale, Chat Control rimane soltanto una proposta. Per far sì che diventi una legge a tutti gli effetti è necessario l’avvio di triloghi – “un negoziato interistituzionale informale che riunisce rappresentanti del Parlamento europeo, del Consiglio dell’Unione europea e della Commissione europea” – che mettano d’accordo le parti. Se la linea attuale del Consiglio dovesse essere approvata, questo comporterebbe l’installazione di un software che controlli i contenuti prima della crittografia per i servizi end-to-end; al contrario, se prevalesse la linea del Parlamento, non verrebbe effettuata alcuna scansione preventiva dei contenuti.

Proprio per questo, lo scorso 14 ottobre era stato fissato come data per il voto del Consiglio UE sul Child Sexual Abuse Regulation (Csar): un giorno in cui i ministri dei diversi paesi membri avrebbero espresso il proprio parere sulla proposta. A una settimana dalla data, dopo aver subito forti pressioni da parte dell’opinione pubblica, la Germania si era dichiarata contraria al disegno di legge, costringendo l’intero Consiglio a rimandare il voto finale sull’approvazione.

“Il monitoraggio ingiustificato delle chat deve essere un tabù in uno Stato di diritto. La comunicazione privata non deve mai essere soggetta a sospetti generalizzati. Né lo Stato deve obbligare a scansionare in massa i messaggi alla ricerca di contenuti sospetti prima di inviarli. La Germania non accetterà tali proposte a livello UE (…). Nemmeno i crimini peggiori giustificano la rinuncia ai diritti civili fondamentali”, ha dichiarato Stefanie Hubig, ministra federale della Giustizia e della Tutela dei consumatori, commentando la scelta della Germania, che ha stravolto l’agenda legislativa della Commissione Europea.

La svolta danese

Dopo tante controversie, lo scorso novembre la presidenza danese del Consiglio dell’Unione europea ha introdotto un’importante revisione alla proposta del Child Sexual Abuse Regulation (CSAR), in cui le “disposizioni relative agli obblighi di rilevamento (articoli da 7 a 11) sarebbero eliminate dal testo”.

In questo modo, il regolamento mantiene il monitoraggio delle chat private degli utenti, senza renderlo obbligatorio, ma trasformandolo in uno strumento che le aziende tecnologiche possono utilizzare a propria discrezione. Anche se, come si legge nella proposta della presidenza danese, “i fornitori di servizi ad alto rischio, in cooperazione con il Centro dell’UE, potrebbero comunque essere tenuti ad adottare misure per sfruttare le tecnologie adeguate per mitigare il rischio di abusi sessuali sui minori individuati sui loro servizi”.

La modifica della Danimarca ha segnato un momento importante nell’evoluzione di Chat Control, che lo scorso 26 novembre ha ottenuto l’approvazione dei rappresentanti dei 27 paesi membri dell’Unione Europea, dando così inizio all’ultima fase che precede l’approvazione del regolamento: la discussione tra Parlamento Europeo, Consiglio dell’Unione Europea e Commissione Europea.

“Ogni anno vengono condivisi milioni di file che ritraggono visivamente abusi sessuali su minori. Dietro ogni singolo video e immagine c’è un minore che ha subito gli abusi più orribili e tremendi. Ciò è del tutto inaccettabile”, ha commentato Peter Hummelgaard, ministro danese della Giustizia, dopo la votazione svoltasi a Bruxelles. “Sono pertanto lieto che gli Stati membri abbiano finalmente concordato una via da seguire che prevede una serie di obblighi per i prestatori di servizi di comunicazione al fine di combattere la diffusione di materiale di abuso sessuale su minori”. 

Allo stato attuale, secondo quanto approvato dai paesi membri dell’UE, “i fornitori di servizi online saranno tenuti a valutare il rischio che le loro piattaforme possano essere utilizzate impropriamente per diffondere materiale di abuso sessuale su minori o per adescare minori. Sulla base di tale valutazione, dovranno attuare misure di attenuazione per contrastare tale rischio. Tali misure potrebbero includere la messa a disposizione di strumenti che consentano agli utenti di segnalare casi di abuso sessuale su minori online, di controllare quali contenuti che li riguardano sono condivisi con altri e di predisporre impostazioni predefinite a tutela della vita privata dei minori”.

L’interesse del Consiglio è quello di arrivare ai triloghi il prima possibile, considerando che ad aprile 2026 scadrà la legislazione temporanea che consente alle app di eseguire la scansione alla ricerca di materiale pedopornografico. “Il Consiglio ha finalmente adottato la sua posizione sul regolamento CSA”, ha commentato in un post pubblicato su X il deputato spagnolo Javier Zarzalejos, leader delle negoziazioni in Parlamento. “Abbiamo bisogno di un quadro legislativo obbligatorio e a lungo termine con solide garanzie. Il tempo sta per scadere e ogni minuto che perdiamo senza una legislazione efficace significa più bambini danneggiati”.

La nuova proposta non sembra però incontrare né il sostegno delle forze dell’ordine, preoccupate che i contenuti illegali rimarranno nascosti nelle applicazioni con crittografia end-to-end, né gli attivisti a difesa della privacy, preoccupati che il rilevamento – seppur volontario – possa trasformarsi in uno strumento di sorveglianza di massa.

I rischi di Chat Control

E qui arriviamo a un altro dei punti deboli della proposta della Commissione ampiamente criticato dagli attivisti, l’alto tasso di falsi positivi. I sistemi di scansione automatica, infatti, spesso segnalano come illegali contenuti che non lo sono affatto, come le foto di bambini sulla spiaggia scattate durante le vacanze familiari. Secondo la polizia federale della Svizzera, per esempio, l’80% di tutte le segnalazioni elaborate da programmi informatici si rivelano infondate. E stando ai dati raccolti in Irlanda, invece, solo il 20% delle segnalazioni ricevute dal National Center for Missing and Exploited Children (NCMEC) nel 2020 sono state confermate come effettivo “materiale pedopornografico”. Il rischio, quindi, è che i cittadini vengano coinvolti in indagini sull’abuso di minori senza aver mai commesso alcun reato e, per di più, vedendo compromessa la propria privacy.

E non è tutto. Molti critici, infatti, temono anche il cosiddetto “function creep”: una volta che esisterà un sistema per la scansione di tutti i messaggi degli utenti, i futuri governi potrebbero essere tentati di estenderne l’applicazione ad altri settori, come il terrorismo o, nel peggiore dei casi, censurando il dissenso politico. “Una volta che viene implementato una tecnologia di questo genere, significa che avremo un sistema che controlla tutte le nostre comunicazioni e decide se sono legali o no”, ha commentato Udbhav Tiwari, VP strategy and global affairs di Signal, nel corso del webinar Stop Chat Control tenutosi lo scorso 30 settembre. “Il suo funzionamento dipende esclusivamente da come e con quali dati viene addestrato”.

Un’opinione condivisa dai governi di Repubblica Ceca, Paesi Bassi e Olanda, che hanno espresso un voto contrario lo scorso 26 novembre. E così pure – o quasi – dall’Italia, che ha deciso di astenersi dalla votazione, sottolineando la preoccupazione che una forma di sorveglianza delle comunicazioni potrebbe ledere i diritti costituzionali della persona.

“I titoli dei giornali sono fuorvianti: Chat Control non è morto, è solo stato privatizzato”, ha commentato Patrick Breyer, ex eurodeputato oggi alla guida del movimento Fight Chat Control. “Quello che il Consiglio ha approvato oggi è un cavallo di Troia. Consolidando la scansione di massa ‘volontaria’, stanno legittimando la sorveglianza di massa senza mandato e soggetta a errori di milioni di europei da parte delle aziende statunitensi”.

Il termine “volontario” per definire il rilevamento proposto dalla presidenza danese, secondo Breyer, sarebbe ingannevole: “Il testo mira a rendere permanente la normativa temporanea ‘Chat Control 1.0’”, che consente a fornitori come Meta o Google di scansionare le chat private degli utenti, indiscriminatamente e senza un mandato del tribunale. Nulla di troppo diverso, quindi, rispetto alla proposta originaria. Chat Control, secondo gli attivisti, è e continua a essere uno strumento pericoloso per la sicurezza e la privacy dei cittadini.

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Enshittification: il progressivo degrado delle piattaforme digitali

Immagine in evidenza: rielaborazione della copertina di Enshittification di Cory Doctorow

Da alcuni anni conosciamo il cosiddetto “capitalismo della sorveglianza”: un modello economico basato sull’estrazione, controllo e vendita dei dati personali raccolti sulle piattaforme tecnologiche. Lo ha teorizzato Shoshana Zuboff nel 2019 in un libro necessario per comprendere come Meta, Amazon, Google, Apple e gli altri colossi tech abbiano costruito un potere senza precedenti, capace di influenzare non solo il mercato e i comportamenti degli utenti, ma anche, tramite il lobbying, le azioni dei decisori pubblici di tutto il mondo.

L’idea che queste grandi piattaforme abbiano sviluppato una sorta di potere sulle persone tramite la sorveglianza commerciale, com’è stata teorizzata da Zuboff, è però un mito che è il momento di sfatare. Così almeno la pensa Cory Doctorow, giornalista e scrittore canadese che negli ultimi anni ha pubblicato due libri particolarmente illuminanti sul tema. 

In “Come distruggere il capitalismo della sorveglianza”, uscito nel 2024 ed edito da Mimesis, Doctorow spiega come molti critici abbiano ceduto a quella che il professore del College of Liberal Arts and Human Science Lee Vinsel ha definito “criti-hype”: l’abitudine di criticare le affermazioni degli avversari senza prima verificarne la veridicità, contribuendo così involontariamente a confermare la loro stessa narrazione. In questo caso, in soldoni, il mito da contestare è proprio quello di poter “controllare” le persone per vendergli pubblicità. 

“Penso che l’ipotesi del capitalismo della sorveglianza sia profondamente sbagliata, perché rigetta il fatto che le aziende ci controllino attraverso il monopolio, e non attraverso la mente”, spiega Doctorow a Guerre di Rete. Il giornalista fa l’esempio di uno dei più famosi CEO delle Big Tech, Mark Zuckerberg: “A maggio, Zuckerberg ha rivelato agli investitori che intende recuperare le decine di miliardi che sta spendendo nell’AI usandola per creare pubblicità in grado di aggirare le nostre capacità critiche, e quindi convincere chiunque ad acquistare qualsiasi cosa. Una sorta di controllo mentale basato sull’AI e affittato agli inserzionisti”. 

Effettivamente, viste le perdite che caratterizzano il settore dell’intelligenza artificiale – e nel caso di Meta visto anche il fallimento di quel progetto chiamato metaverso, ormai così lontano da non essere più ricordato da nessuno – è notevole che Zuckerberg sia ancora in grado di ispirare fiducia negli investitori. E di vendergli l’idea di essere un mago che, con cappello in testa e bacchetta magica in mano, è in grado di ipnotizzarci tutti. “Né Rasputin [il mistico russo, cui erano attribuito poteri persuasivi, ndr] né il progetto MK-Ultra [un progetto della CIA per manipolare gli stati mentali negli interrogatori, ndr] hanno mai veramente perfezionato il potere mentale, erano dei bugiardi che mentivano a sé stessi o agli altri. O entrambe le cose”, dice Doctorow. “D’altronde, ogni venditore di tecnologia pubblicitaria che incontri un dirigente pubblicitario sfonda una porta aperta: gli inserzionisti vogliono disperatamente credere che tu possa controllare la mente delle persone”. 

Il caro vecchio monopolio

Alla radice delle azioni predatorie delle grandi piattaforme, però, non ci sarebbe il controllo mentale, bensì le pratiche monopolistiche, combinate con la riduzione della qualità dei servizi per i miliardi di utenti che li usano. Quest’ultimo è il concetto di enshittification, coniato dallo stesso Doctorow e che dà il nome al suo saggio appena uscito negli Stati Uniti. Un processo che vede le piattaforme digitali, che inizialmente offrono un servizio di ottimo livello, peggiorare gradualmente per diventare, alla fine, una schifezza (la traduzione di shit è escremento, per usare un eufemismo).

“All’inizio la piattaforma è vantaggiosa per i suoi utenti finali, ma allo stesso tempo trova il modo di vincolarli”, spiega il giornalista facendo l’esempio di Google, anche se il processo di cui parla si riferisce a quasi tutte le grandi piattaforme. Il motore di ricerca ha inizialmente ridotto al minimo la pubblicità e investito in ingegneria per offrire risultati di altissima qualità. Poi ha iniziato a “comprarsi la strada verso il predominio” –sostiene Doctorow – grazie ad accordi che hanno imposto la sua casella di ricerca in ogni servizio o prodotto possibile. “In questo modo, a prescindere dal browser, dal sistema operativo o dall’operatore telefonico utilizzato, le persone finivano per avere sempre Google come impostazione predefinita”.

Una strategia con cui, secondo Doctorow, l’azienda di Mountain View ha acquisito qua e là società di grandi dimensioni per assicurarsi che nessuno avesse un motore di ricerca che non fosse il suo. Per Doctorow è la fase uno: offrire vantaggi agli utenti, ma legandoli in modo quasi invisibile al proprio ecosistema.

Un’idea di quale sia il passaggio successivo l’abbiamo avuta assistendo proprio a ciò che è successo, non troppo tempo fa, al motore di ricerca stesso: “Le cose peggiorano perché la piattaforma comincia a sfruttare gli utenti finali per attrarre e arricchire i clienti aziendali, che per Google sono inserzionisti ed editori web. Una porzione sempre maggiore di una pagina dei risultati del motore di ricerca è dedicata agli annunci, contrassegnati con etichette sempre più sottili, piccole e grigie. Così Google utilizza i suo i dati di sorveglianza commerciale per indirizzare gli annunci”, spiega Doctorow. 

Nel momento in cui anche i clienti aziendali rimangono intrappolati nella piattaforma, come prima lo erano stati gli utenti, la loro dipendenza da Google è talmente elevata che abbandonarla diventa un rischio esistenziale. “Si parla molto del potere monopolistico di Google, che deriva dalla sua posizione dominante come venditore. Penso però che sia più correttamente un monopsonio”.

Monopoli e monopsoni

“In senso stretto e tecnico, un monopolio è un mercato con un unico venditore e un monopsonio è un mercato con un unico acquirente”, spiega nel suo libro Doctorow. “Ma nel linguaggio colloquiale dell’economia e dell’antitrust, monopolista e monopsonista si riferiscono ad aziende con potere di mercato, principalmente il potere di fissare i prezzi. Formalmente, i monopolisti di oggi sono in realtà oligopolisti e i nostri monopsonisti sono oligopsonisti (cioè membri di un cartello che condividono il potere di mercato)”.

E ancora scrive: “Le piattaforme aspirano sia al monopolio che al monopsonio. Dopo tutto, le piattaforme sono ”mercati bilaterali” che fungono da intermediari tra acquirenti e venditori. Inoltre, la teoria antitrust basata sul benessere dei consumatori è molto più tollerante nei confronti dei comportamenti monopsonistici, in cui i costi vengono ridotti sfruttando lavoratori e fornitori, rispetto ai comportamenti monopolistici, in cui i prezzi vengono aumentati. In linea di massima, quando le aziende utilizzano il loro potere di mercato per abbassare i prezzi, possono farlo senza temere ritorsioni normative. Pertanto, le piattaforme preferiscono spremere i propri clienti commerciali e aumentano i prezzi solo quando sono diventate davvero troppo grandi per essere perseguite”.

Così facendo, l’evoluzione del motore di ricerca si è bloccata e il servizio ha poi iniziato a peggiorare, sostiene l’autore. “A un certo punto, nel 2019, più del 90% delle persone usava Google per cercare tutto. Nessun utente poteva più diventare un nuovo utente dell’azienda e quindi non avevano più un modo facile per crescere. Di conseguenza hanno ridotto la precisione delle risposte, costringendo gli utenti a cercare due o più volte prima di ottenerne una decente, raddoppiando il numero di query e di annunci”.

A rendere nota questa decisione aziendale è stata, lo scorso anno, la pubblicazione di alcuni documenti interni durante un processo in cui Google era imputata. Sui banchi di un tribunale della Virginia una giudice ha stabilito che l’azienda creata da Larry Page e Sergey Brin ha abusato di alcune parti della sua tecnologia pubblicitaria per dominare il mercato degli annunci, una delle sue principali fonti di guadagno (nel 2024, più di 30 miliardi di dollari a livello mondiale).

“E così arriviamo al Google incasinato di oggi, dove ogni query restituisce un cumulo di spazzatura di intelligenza artificiale, cinque risultati a pagamento taggati con la parola ‘ad’ (pubblicità) in un carattere minuscolo e grigio su sfondo bianco. Che a loro volta sono link di spam che rimandano ad altra spazzatura SEO”, aggiunge Doctorow facendo riferimento a quei contenuti creati a misura di motore di ricerca e privi in realtà di qualunque valore informativo. Eppure, nonostante tutte queste criticità, continuiamo a usare un motore di ricerca del genere perché siamo intrappolati nei suoi meccanismi.

Il quadro non è dei migliori. “Una montagna di shit”, le cui radici  – afferma lo studioso – vanno cercate nella distruzione di quei meccanismi di disciplina che una volta esistevano nel capitalismo. Ma quali sarebbero questi lacci che tenevano a bada le grandi aziende? La concorrenza di mercato – ormai eliminata dalle politiche che negli ultimi 40 anni hanno favorito i monopoli; una regolamentazione efficace – mentre oggi ci ritroviamo con leggi e norme inadeguate o dannose, come ad esempio la restrizione dei meccanismi di interoperabilità indotta dall’introduzione di leggi sul copyright; e infine il potere dei lavoratori – anche questo in caduta libera a seguito dell’ondata di licenziamenti nel settore tecnologico.

La “enshittification“, secondo Doctorow, è un destino che dovevamo veder arrivare, soprattutto perché giunge a valle di scelte politiche precise: “Non sono le scelte di consumo, ma quelle politiche a creare mostri come i CEO delle Big Tech, in grado di distruggere le nostre vite online perché portatori di pratiche commerciali predatorie, ingannevoli, sleali”.

Non basta insomma odiare i giocatori e il gioco, bisogna anche ricordare che degli arbitri disonesti hanno truccato la partita, convincendo i governi di tutto il mondo ad abbracciare specifiche politiche.
Quando si parla di tecnologia e delle sue implicazioni a breve, medio e lungo periodo è difficile abbracciare una visione possibilista e positiva. Un po’ come succede per le lotte per la giustizia sociale e per il clima: il muro che ci si ritrova davanti sembra invalicabile. Una grossa difficoltà che, secondo Doctorow, è data dalla presenza di monopoli e monopsoni. 

Ma la reazione alle attuali crisi politiche globali mostra che un cambiamento è possibile. “Negli ultimi anni c’è stata un’azione di regolamentazione della tecnologia superiore a quella dei 40 anni precedenti”, spiega Doctorow. Non solo: la seconda elezione di Donald Trump si starebbe rivelando una benedizione sotto mentite spoglie, sia per il clima sia per il digitale. “Ha acceso un fuoco sotto i leader di altri Paesi ex alleati, stimolando grandi e ambiziosi programmi per sfuggire al monopolio statunitense. Pensiamo ai dazi sui pannelli solari cinesi imposti da Trump nella prima amministrazione, per esempio. Una misura che ha spinto i produttori di Pechino a inondare i paesi del Sud del mondo con i loro pannelli economici, a tal punto che intere regioni si sono convertite all’energia solare”, afferma Doctorow, che considera questa strada percorribile anche per ottenere una tecnologia più libera.

Per non vedere tutto nero

Sfuggire alle Big Tech americane non dovrebbe significare semplicemente  rifugiarsi in un servizio alternativo (mail, cloud, social media, ecc.), anche perché il processo non è così semplice. “Non si copia e incolla la vita delle persone: le email, i file, i documenti custoditi nei cloud di Microsoft, Apple o Google. Nessun ministero, azienda o individuo lo farà”. Motivo per cui, secondo Doctorow, Eurostack è una possibile alternativa, ma che ha ancora tanta strada da fare.

Eurostack è un’iniziativa europea nata recentemente in risposta all’esigenza di costruire una sovranità digitale del Vecchio continente, indipendente dalle aziende tecnologiche straniere (specialmente USA). Coinvolge attivisti digitali, comunità open source, istituzioni europee e alcuni politici. “L’Ue potrebbe ordinare alle grandi aziende tech statunitensi di creare strumenti di esportazione, così che gli europei possano trasferire facilmente i propri dati in Eurostack, ma possiamo già immaginare come andrà a finire. Quando l’Ue ha approvato il Digital Markets Act, Apple ha minacciato di smettere di vendere iPhone in Europa, e ha presentato 18 ricorsi legali”, ricorda Doctorow. 

Se la risposta di un’azienda statunitense all’introduzione di una direttiva europea è questa, la soluzione allora non può essere che radicale. “L’unica via possibile è abrogare l’articolo 6 della direttiva sul diritto d’autore: l’Ue dovrebbe rendere legale il reverse engineering di siti web e app statunitensi in modo che gli europei possano estrarre i propri dati e trasferirli in Eurostack. Un modello aperto, sovrano, rispettoso della privacy, dei diritti dei lavoratori e dei consumatori”.

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IL RITORNO DELLA GUERRA ‘RISOLUTIVA’

La guerra di Corea è probabilmente l’ultima che gli Stati Uniti abbiano combattuto con l’intento strategico e la volontà di vincerla sul campo. Come sappiamo, è finita in un pareggio. Da quel momento in avanti, gli USA – che pure sono certamente il paese più guerrafondaio dell’era moderna – hanno fatto delle forze armate, e quindi della guerra, essenzialmente uno strumento di deterrenza, volto a contenere i nemici comunisti – URSS, Repubblica Popolare Cinese – nella loro espansione politico-ideologica oltre i confini (rispettivamente) dell’est europeo e della Cina continentale.
A partire dalla fine degli anni cinquanta del novecento, gli Stati Uniti non hanno mai preso seriamente in considerazione l’ipotesi di uno scontro diretto con una delle due potenze socialiste; hanno ovviamente ingaggiato un confronto per cercare di raggiungere la supremazia nucleare, ed altrettanto ovviamente hanno elaborato strategie e tattiche in funzione di un ipotetico scontro di tal genere, ma si è trattato di pure ipotesi di scuola. Sul piano concreto, questa possibilità non è mai stata veramente considerata possibile, né tantomeno desiderabile.

Fintanto che è esistita l’Unione Sovietica, questa ha anzi costituito uno dei pilastri su cui si è fondata l’egemonia americana sull’Europa occidentale. Fedele agli accordi spartitori di Yalta, Washington non è mai intervenuta direttamente contro Mosca, anche quando (Berlino ‘53, Budapest ‘56, Praga ‘68) ne avrebbe avuto un ottimo pretesto. E quando il confronto militare c’è stato, si è collocato in periferia, ed è sempre stato indiretto. Vietnam ed Afghanistan docet.
Se guardiamo alla storia dell’espansionismo militare statunitense, ed alla infinita serie di guerre e guerricciole che ha alimentato, dalla seconda metà del secolo scorso in avanti, ci rendiamo però conto di come le vittorie militari, quelle sul campo di battaglia e quelle strategiche, non solo non si sono quasi mai concretizzate, ma probabilmente non erano nemmeno messe in conto.
La grande strategia egemonica americana si è basata sulla deterrenza, piuttosto che sulla vittoria.
Tutti i paesi che, per una ragione o per un’altra, si sono trovati a dover confrontarsi militarmente con gli USA, hanno pagato un prezzo elevatissimo, che ha quasi sempre comportato la devastazione pressoché completa. E quanto più alta e duratura è stata la sfida all’egemone, tanto più è stato duro il prezzo da pagare.

Oltre ai già citati Vietnam ed Afghanistan, ricordiamo l’Iraq, la Siria, la Libia… Tutte guerre che, da un punto di vista strategico, possiamo considerare perdute. Ma che sono costate a quei paesi un prezzo tale che, a distanza di decenni, non ha consentito loro di riprendersi.
Questo è l’assioma su cui si è costruita la strategia imperialista americana: semplicemente, la deterrenza del potere distruttivo.
Nei confronti delle potenze avverse – Russia e Cina – la strategia prevedeva il contenimento (da qui l’enorme rete di basi militari lungo i confini di questi due paesi), nella convinzione che prima o poi sarebbe avvenuta la loro caduta per strangolamento, o che – nella peggiore delle ipotesi – sarebbero rimaste confinate nei propri spazi.
Ragione per cui le forze armate degli Stati Uniti non si sono mai veramente preparate a scontrarsi con le forze armate sovietiche o con quelle cinesi – men che meno con entrambe.

Il conflitto in Ucraina, da questo punto di vista, rappresenta un giro di boa. Gli Stati Uniti, e la loro armata imperiale allargata, la NATO, non si erano mai impegnati in questa misura in un confronto diretto con una delle potenze antagoniste. Non si erano mai impegnati in un conflitto che non fosse marcatamente asimmetrico. Non si erano mai impegnati in una guerra d’attrito prolungata.
E lo hanno fatto senza prima mettersi in condizione di condurre e sostenere un conflitto di tal genere.
Non erano pronti strategicamente (capacità di produzione bellica industriale, riserve di armi e munizioni), non erano pronti al combattimento (sistemi d’arma mai effettivamente testati sul campo, misconoscenza delle capacità del nemico), non erano pronti sotto il profilo dottrinario (strategie e tattiche, strutturazione delle forze armate, sostanzialmente identiche a quelle dei precedenti conflitti asimmetrici).
La battuta d’arresto era inevitabile.

Il conflitto russo-ucraino segna, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, il passaggio ad una fase in cui la deterrenza viene destrutturata, la devastazione si registra nel campo occidentale, e l’inadeguatezza della potenza imperiale si manifesta nella sua piena evidenza.
Questo passaggio, parzialmente oscurato dal difficile scontro politico interno nel paese egemone, richiede pertanto una radicale riconversione complessiva delle politiche imperiali, che deve necessariamente investire sia il piano logistico-strutturale che quello più squisitamente operativo militare. Un processo, questo, che non può chiaramente essere portato a termine in breve tempo, e che quindi apre ad una stagione di interludio, in cui la capacità dello strumento militare non è più in grado di esercitare la propria storica funzione deterrente, e non è ancora in grado di passare ad una in cui la deterrenza viene sostituita dalla capacità di sconfiggere il nemico sul campo.

Il mutamento del quadro geopolitico e strategico complessivo, di cui questa crisi militare statunitense è in parte il prodotto, ma che ne è al tempo stesso causa, finisce pertanto col determinare una estrema instabilità – di cui ciò che accade in Palestina è la manifestazione più evidente – che a sua volta va ad incidere sui tempi e sui modi con cui gli USA cercheranno di rispondere alla crisi.
Ciò che possiamo vedere già adesso, comunque, è la direzione di massima intrapresa. E che potremmo riassumere nel passaggio dalla guerra come deterrenza alla guerra come soluzione.
La prossima guerra Washington la deve vincere, deve sconfiggere il nemico e metterlo in ginocchio. E poiché non sarà un paese debole, ma una delle grandi potenze belliche del pianeta, e quindi tra l’altro dotato di armamenti nucleari tali da distruggere l’America, non sarà per niente facile.
Lo schema, con ogni probabilità, sarà lo stesso della seconda guerra mondiale. Il grosso delle truppe lo dovrà mettere l’Europa, e sarà questo il campo di battaglia.

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LA GUERRA PERDUTA

Quella che si sta combattendo in Medio Oriente, e che per via del delirio che si è impossessato delle classi dirigenti occidentali potrebbe ancora sfociare in una terribile guerra regionale-mondiale, è qualcosa che le leadership sioniste israeliane rifiutano di riconoscere come tale, e con loro l’intero occidente, che alla loro narrativa si abbevera.
Quello che Israele non sa né vuole capire, anzitutto perché ha una classe dirigente assolutamente mediocre, un mix di bigotti fanatici e grassi squali della politica, è che spezzettare la Storia, frammentarla in segmenti separati secondo il proprio comodo, non solo non serve realmente a frantumarla, ma impedisce di coglierne il senso, la direzione; misconoscere il passato inibisce la capacità di comprendere il futuro, di averne una visione.

Sin dalla fondazione dello stato di Israele – che, non va dimenticato, è uno specifico progetto del sionismo – la popolazione autoctona palestinese è sempre stata considerata esclusivamente come un problema [1], negandone in nuce l’umanità. Un problema perché possedeva la terra che loro bramavano, perché era troppo numerosa, perché non chinava abbastanza la testa. Da lì a considerarli apertamente animali il passo è stato più breve di quanto si creda.
Salvo rare, quanto lodevoli ma inascoltate eccezioni, le leadership israeliane sono sempre state vittime di questa distorsione prospettica, che li ha poi portate – appunto – ad una lettura della propria storia nazionale in cui gli arabi sono soltanto un ostacolo, bestie feroci che rendono difficile stabilire la pace nella terra promessa. Questa incapacità di guardare la storia anche dalla parte palestinese, ha fatto sì che non vedessero la Storia, ma solo una serie di incresciosi contrattempi.

Per Israele, il 7 ottobre 2023 è solo l’ultimo – questi maledetti animali, che non accettano la soma e invece di lavorare per noi ci aggrediscono! – e nella sua visione monca ad esso non può che seguire una punizione esemplare. Magari anche risolutiva.
Israele pensa ora di poter completare il lavoro iniziato nel 1948, e poi portato avanti nel 1967. Per ristabilire l’ordine naturale delle cose.
Per questo non riesce a comprendere due cose fondamentali: quella che si sta combattendo è una guerra di liberazione (come quella algerina, come quella indocinese, come quella sudafricana…), e quel 7 ottobre è la data che segna la svolta, dopo la quale nulla sarà mai più come prima.
Non importa quante bestie feroci uccidi, se dimentichi che sono fiere.

Le potenze coloniali diventano feroci, quando il loro dominio viene messo in discussione. Ed i popoli che si vogliono liberare pagano sempre un prezzo enorme. Gli algerini ebbero 2 milioni di morti, quasi un quinto della popolazione. I vietnamiti 3 milioni di morti. Ma alla fine i francesi dovettero andarsene.
Il dominio coloniale finisce quando la potenza dominante paga un prezzo che non riesce più a sostenere. Ed è questa la differenza. Per i dominanti, il prezzo massimo accettabile è molto basso, ma per i dominati, che lottano per la propria libertà e per quella delle generazioni future, sarà sempre molto più alto.
Liquidare la Resistenza palestinese come una questione di terrorismo – dimenticando tra l’altro di aver fondato Israele facendo larghissimo ricorso a questa pratica… – è ciò che impedirà agli israeliani di capire la Storia di cui fanno parte. E quindi di affrontarla.

Come diceva il non compianto Henry Kissinger, a proposito della guerra del Vietnam, “abbiamo combattuto una guerra militare; i nostri avversari ne hanno combattuto una politica. Abbiamo cercato il logoramento fisico; i nostri avversari miravano al nostro esaurimento psicologico. In questo modo abbiamo perso di vista una delle massime cardinali della guerra partigiana: la guerriglia vince se non perde. L’esercito convenzionale perde se non vince.” E l’IDF, non sta affatto vincendo. Non può vincere. La Resistenza non ha bisogno di infliggere al nemico una sconfitta militare tale che, in sé, ne determini il crollo. Non ha bisogno di vincerlo strategicamente sul campo di battaglia. È sufficiente che riesca a mantenere nel tempo la sua capacità di combattimento, che riesca ad infliggere delle sconfitte tattiche.
L’operazione al-Aqsa flood è l’equivalente palestinese di Dien Bien-Phu per i vietminh, dell’offensiva del Tet per i vietcong.

L’approccio storico-culturale con cui Israele affronta il conflitto, ancor prima che quello strategico e tattico, è il limite insormontabile per Tel Aviv. Ed è la causa da cui derivano gli errori che sta commettendo nella guerra. Non capisce che affrontare le formazioni della Resistenza come se fossero delle gang criminali non la porterà da nessuna parte. Non capisce che imporre domani l’amministrazione militare a Gaza è un enorme favore ad Hamas, che sarà sgravata dall’onere del governo e potrà concentrarsi nella lotta. Non capisce che l’ondata di attacchi militari in Cisgiordania, e l’ulteriore delegittimazione dell’ANP (che è il governo dei suoi ascari), sono un assist per Hamas, che vuole più di ogni cosa riunificare i fronti di Resistenza. Non capisce che minacciare continuamente i suoi vicini non farà che spingerli a saltarle addosso al primo momento di debolezza.
Non capisce che non è più il 1967 né il 1973, e che il suo nemico non sono gli eserciti giordano, siriano ed egiziano, ma un fronte di guerriglia esteso, capace di mettere in campo almeno altrettanti uomini di quanti ne può mobilitare Israele.

L’illusione di potenza, il disconoscimento dei cambiamenti che intervengono nel mondo intorno a noi, sono costante causa di sanguinose avventure. Paradigmatica, sotto questo profilo, è la storia dell’avventura ucraina. Benché sia stata lungamente studiata e preparata, si è – prevedibilmente, verrebbe da dire – risolta in un disastro. È vero che ha troncato, almeno per qualche decennio a venire, i proficui rapporti tra Europa e Russia, ma non solo non ha affatto indebolito quest’ultima, ma ne ha addirittura determinato il rafforzamento – e più in generale, proprio in termini geopolitici, ha prodotto la saldatura politica, economica e militare tra i principali nemici annoverati dagli USA: la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord.
Una delle tante connessioni esistenti [2], infatti, tra la guerra in Ucraina e quella in Palestina, è che entrambe sono state affrontate dalle potenze occidentali con la convinzione di poterle quantomeno gestire, se non vincerle. E che invece hanno entrambe segnato un giro di boa, quel punto della Storia oltre il quale tutto cambia, per sempre.

Oltretutto, ed anche questo sembra incredibilmente sfuggire alla leadership israeliana, la strategia politico-militare adottata per fronteggiare la crisi innescata dall’attacco del 7 ottobre, rischia seriamente di minare alle fondamenta l’esistenza stessa dello stato di Israele in quanto stato ebraico.
Aver scelto infatti la via genocidaria, come strumento presuntamente risolutivo sia del terrorismo palestinese che della minaccia demografica araba, significa al tempo stesso aver portato all’estremo possibile la strategia millenaristica del sionismo. Al di là dell’ecatombe nucleare – che travolgerebbe Israele quanto e più che i suoi nemici – non c’è più un oltre possibile: il genocidio è il limite estremo raggiungibile. E quando si rivelerà inefficace (e ancora una volta, nessuno meglio degli ebrei dovrebbe sapere che non può essere diversamente), metterà in crisi l’idea fondativa di Israele, la sua ideologia nazionale.

Il sogno di una patria esclusiva, degli ebrei e solo per gli ebrei, così come l’illusione perpetrata per ottant’anni che tale sogno fosse effettivamente realizzabile, crollerà. Quando la società israeliana avrà sedimentato nella propria coscienza l’impossibilità materiale, concreta, di realizzarlo – perché i palestinesi non si arrenderanno mai, non smetteranno mai di essere di più, non accetteranno mai di vivere come bestie – allora tutto cambierà anche lì. Certo, non domani. Ci vorranno forse dieci anni (e saranno anni sanguinosi e dolorosi), ma sul medio periodo questo significherà la morte politica del progetto sionista. La liberazione della Palestina libererà dalle sue ossessioni anche Israele. La sua guerra è perduta.


1 – La parola d’ordine su cui il sionismo costruì dapprima l’idea, e poi lo stato israeliano, era la famosa doppia menzogna “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Doppia perché quella terra era abitata dal popolo di Palestina da migliaia di anni, e perché – molto semplicemente – gli ebrei non sono un popolo, ma semplicemente i seguaci di una religione. E seppure questa religione è assai esclusiva (gli ebrei non fanno proselitismo, si è tali per nascita), resta il fatto che i suoi adepti si sono sparsi per il mondo da oltre duemila anni, durante i quali l’etnicità semitica si è sicuramente annacquata assai più di quanto non sia accaduto agli arabi palestinesi – che sono a loro volta semiti. Non a caso, gran parte degli attuali leader israeliani sono polacchi, russi, rumeni… E tra gli ebrei che vivono in Israele ci sono ben due comunità per nulla semitiche, quella dei falascià (ebrei di origine etiope) e quella degli ebrei di origine indiana.
2 – Su questo aspetto di entrambe i conflitti, cfr. “Due guerre”, Giubbe Rosse News e “Info-warfare: la ‘terza guerra’”, Giubbe Rosse News

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