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“Renee Good uccisa per aver esercitato il diritto di protestare. L’ICE deve levare le tende da Minneapolis”: Bruce Springsteen furioso con Donald Trump

Bruce Springsteen mentre era ospite ospite all’evento di beneficenza per malati di Parkinson Light of the Dayal Count Basie Theater a Red Bank, nel New Jersey, il 17 gennaio, ha criticato duramente l’amministrazione Trump. Nel mirino il dispiegamento dell’Ice a Minneapolis e per l’uccisione di Renee Good, alla quale ha dedicato durante lo spettacolo la sua canzone “The Promised Land”, scritta nel 1978.

“Ho scritto questa canzone come un’ode al senso di possibilità americano, per il Paese meraviglioso ma imperfetto che siamo e per il Paese che possiamo diventare. -. ha detto il Boss – Viviamo in tempi incredibilmente critici. Gli Stati Uniti, gli ideali e i valori che hanno rappresentato per 250 anni sono messi alla prova come mai prima in epoca moderna. Quei valori e quegli ideali non sono mai stati tanto in pericolo come lo sono adesso”.

“Gli ideali e i valori degli Stati Uniti sono messi alla prova come non mai. – ha affermato – Se siete contrari ad avere agenti con il viso coperto che invadono un città americana usando tattiche da Gestapo contro i cittadini, se credete che non si merita di essere uccisi per esercitare il proprio diritto a manifestare, allora mandate un messaggio a questo presidente e ditegli, come ha fatto il sindaco della città, di mandare via gli agenti dell’Ice”.

E ancora: “Come ha detto il sindaco della città: l’Ice deve levare le tende da Minneapolis. Questa canzone è per voi e per la memoria di Renee Good, madre di tre figli e cittadina americana”.

Il celebre cantautore non è la prima volta che critica Trump e i rapporti tra i due non sono di certo idilliaci. Durante il suo ultimo tour, che ha toccato anche lo stadio San Siro di Milano, ha attaccato il presidente Usa etichettandolo come un violento attacco alla democrazia e alla libertà di espressione. Dal canto suo il presidente americano ha risposto a muso duro insultando l’artista: “È una prugna secca, stia zitto”.

Al Time Bruce Springsteen ha affondato il colpo: “È la personificazione vivente dello scopo del venticinquesimo emendamento della Costituzione e dell’impeachment. Se il Congresso avesse un minimo di coraggio, lo consegnerebbe alla spazzatura della storia”.

La risposta del presidente Usa? “È una prugna secca, stia zitto. È sopravvalutato e non mi è mai piaciuta la sua musica”.

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Trump teme caos ed escalation in Iran, per questo esita

Alla Casa Bianca è stato chiarito dai vertici di Central Intelligence Agency e Pentagono che un intervento militare di vasta portata contro l’Iran difficilmente produrrebbe l’effetto di disarticolare il sistema di potere della Repubblica islamica. Al contrario, un’azione armata su larga scala rischierebbe di innescare una spirale di instabilità regionale, con conseguenze difficilmente controllabili. È proprio questo scenario, condiviso dagli altri apparati di sicurezza statunitensi e partner mediorientali, ad aver rallentato le decisioni di Donald Trump, frenato dal timore che un’operazione diretta possa precipitare l’Iran in un caos ancora più profondo.

Secondo le valutazioni presentate al presidente, una offensiva estesa richiederebbe un significativo rafforzamento del dispositivo militare americano in Medio Oriente, sia per sostenere le operazioni sia per proteggere le forze statunitensi e gli alleati, Israele in testa, da possibili ritorsioni iraniane. Gli stessi dossier avrebbero però messo in evidenza come nemmeno una campagna bellica massiccia garantirebbe la caduta del regime, aumentando invece il rischio di un conflitto allargato. L’Iran dispone di uno dei più grandi apparati militari del Medio Oriente, fondato su numeri elevati e su una forte componente ideologica. L’esercito regolare, l’Artesh, conta circa 350.000 militari attivi e 350.000 riservisti, distribuiti tra forze terrestri, marina, aeronautica e difesa aerea, con compiti di protezione del territorio e delle infrastrutture strategiche. Il centro del potere armato resta però nelle mani del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Pasdaran), che schierano circa 190.000 effettivi. Al loro interno operano la componente aerospaziale, responsabile di missili balistici e droni, e la Forza Quds, impegnata all’estero con 5.000-15.000 uomini. Sul piano interno il regime può inoltre contare sulla Basij, una milizia paramilitare con 1-2 milioni di membri registrati, di cui 300.000.600.000 realmente mobilitabili in tempi rapidi. Nel complesso, l’Iran dispone di circa 540.000 militari attivi e può superare 1,2-1,5 milioni di uomini in caso di mobilitazione, su una popolazione di circa 89 milioni. Un peso numerico enorme, compensazione a limiti tecnologici e addestrativi attraverso repressione interna e guerra asimmetrica.

Opzioni militari più limitate, basate su azioni circoscritte e mirate, potrebbero offrire un sostegno simbolico ai manifestanti iraniani, rafforzandone temporaneamente la determinazione. Tuttavia, secondo i consiglieri della Casa Bianca, simili iniziative non sarebbero in grado di scalfire l’apparato repressivo di Teheran né di modificarne in modo strutturale il comportamento. In questo contesto, Trump non ha ancora assunto una decisione definitiva su quale strada intraprendere. Ha però chiesto che le risorse militari necessarie siano pronte qualora optasse per un’operazione di maggiore intensità. L’amministrazione ha fatto sapere di aver trasmesso messaggi diretti al regime iraniano, avvertendo che la prosecuzione delle uccisioni dei manifestanti comporterebbe conseguenze severe. Allo stesso tempo, è stato ribadito che solo il presidente, affiancato da un ristrettissimo gruppo di consiglieri, sta valutando le opzioni sul tavolo tuttavia, dal punto di vista della comunicazione quanto accaduto fin qui è un disastro completo tra annunci roboanti e altrettante retromarcie. 

Washington ha inoltre riferito di essere venuta a conoscenza di un presunto piano iraniano che prevedeva l’esecuzione di centinaia di persone, un’ipotesi che alla fine non si sarebbe concretizzata. È stata confermata anche una recente conversazione tra Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Secondo fonti informate, Israele avrebbe espresso forti riserve sull’efficacia di un’azione militare diretta, temendo che non porti a un rapido collasso del regime. Nel frattempo, all’interno dell’apparato di sicurezza statunitense sarebbero circolati materiali sensibili, inclusi video riservati che documenterebbero la morte di manifestanti iraniani durante la repressione. Queste immagini sarebbero state esaminate mentre il presidente e i vertici della Casa Bianca valutavano le diverse opzioni operative. Anche se isolata Teheran ha intensificato i contatti con diversi Paesi della regione – tra cui Turchia, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Oman – per avvertire che qualsiasi iniziativa militare contro l’Iran provocherebbe una risposta diretta contro obiettivi statunitensi. Tra i bersagli più sensibili figura la base aerea di Al Udeid, in Qatar, principale snodo militare degli Stati Uniti nel Golfo. Secondo fonti informate, proprio il rischio di una rappresaglia iraniana contro Al Udeid avrebbe spinto Washington ad adottare misure precauzionali, inclusa la temporanea ridislocazione di parte del personale militare. Nel frattempo, diversi alleati regionali degli Stati Uniti hanno intensificato gli sforzi diplomatici per dissuadere Trump dal ricorso alla forza. Ankara, Doha e Riad hanno espresso con forza la loro contrarietà a un’escalation armata, temendo ripercussioni destabilizzanti sull’intera area.

Nonostante queste pressioni, il Pentagono starebbe predisponendo il trasferimento di una portaerei statunitense dal Pacifico al Medio Oriente, segnale che indica come l’opzione militare resti comunque aperta. I tempi tecnici suggeriscono che un’eventuale offensiva richiederebbe diversi giorni di preparazione. Le discussioni interne alla Casa Bianca mostrano tutta la complessità di tradurre la linea dura annunciata da Trump in una strategia efficace. È proprio il timore che un intervento contro l’Iran finisca per aggravare il disordine interno e incendiare l’intero Medio Oriente ad aver imposto una pausa alle decisioni della Casa Bianca, congelando per ora le scelte più drastiche.

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L’amore-timore della destra italiana per Trump è una mafioseria escatologica

I fiancheggiatori della mafia e i consumati uomini di mondo a rimorchio o contratto del potere mafioso irridono gli sfigati che fanno i fenomeni e rifiutano di pagare il pizzo agli esattori del capo mandamento. E se poi succede loro qualcosa di brutto, non si può dire che non se la siano cercata. Allo stesso modo, la destra politico-giornalistica, in Italia, di fronte alla notizia dei nuovi dazi imposti dal presidente statunitense Donald Trump contro i Paesi contrari all’annessione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti, censura la «stupida provocazione» (Mario Sechi, direttore di Libero) dell’Europa, quando non festeggia direttamente (Claudio Borghi, senatore della Lega) la punizione inflitta ai Paesi disobbedienti e i vantaggi immaginari che le barriere tariffarie contro Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Svezia, Norvegia, Finlandia e la recalcitrante Danimarca procurerebbero all’economia italiana.

Come c’era da aspettarsi, i più moderati e prudenti e i meno fessi della compagnia ora propongono la linea della responsabilità, che nella neolingua sovranista e para-sovranista significa cercare di aggiustare le cose e minimizzare le conseguenze di breve periodo dell’ira americana, senza metterne minimamente in questione la legittimità e la direzione e senza preoccuparsi delle conseguenze di medio e lungo periodo della progressiva e accelerata distruzione dell’ordine politico occidentale.

Fanno penosamente testo le parole con cui Giorgia Meloni ha dichiarato di non condividere la scelta americana, ma di addebitarne la causa a un equivoco – «un problema di comprensione e di comunicazione» – circa le vere intenzioni dei Paesi Ue che avevano annunciato di volere rafforzare la propria presenza militare in Groenlandia. Non di opporsi all’annessione americana – non sia mai, garantisce Meloni – ma di collaborare con gli Stati Uniti alla difesa dell’Artico. 

Nella geopolitica della malafede, Meloni ha dovuto, per l’ennesima volta, mostrare di credere a qualcosa che non esiste, cioè alle presunte preoccupazioni di sicurezza americane, per eludere l’unico problema che è sul tavolo e che è costituito dall’ordine di Trump che gli si consegni, senza tante storie, l’isola più grande del mondo.

C’è una ragione per cui la destra italiana deve continuare a fingere che Trump abbia molte ragioni per pretendere un’estensione della sovranità americana sulla Groenlandia e comunque non abbia tutti i torti nell’addebitare agli alleati europei la sottovalutazione dei rischi della penetrazione russa e cinese tra i ghiacci del Polo. 

Non c’entra niente la realtà. La sovranità sull’isola non avrebbe alcun effetto sull’operatività militare americana, che già oggi non è subordinata ad alcun limite, se non a quelli derivanti dalla comune appartenenza di Stati Uniti e Danimarca all’Alleanza Atlantica. La chiusura di molte installazioni americane e la riduzione da molte migliaia ad alcune centinaia di unità dei contingenti presenti in Groenlandia dopo la fine della Guerra Fredda sono state decise dagli Usa in modo libero e sovrano e non sono state loro imposte da nessuno. Le stesse minacce militari russe e cinesi sono molto meno incombenti di come siano rappresentate (si veda, sul punto, l’analisi di Giorgio Orio Stirpe).

La ragione per cui nello schieramento governativo bisogna in ogni caso dare tutta o molta ragione a Trump e fingere di credere che le sue reazioni dipendano da qualche increscioso e risolvibile equivoco è che la destra italiana è in parte persuasa e in parte assuefatta all’idea che il trumpismo, con tutto quello che porta con sé, sia il nuovo reale e il nuovo razionale della Storia e l’inevitabile contrappasso della pretesa di imprigionare gli stati nazione nella gabbia delle regole multilaterali, che hanno guidato negli ultimi decenni tutti i processi di integrazione economica e politica, a partire da quello europea.

Per la destra italiana – tutta, senza eccezioni – Trump è il messia di cui aveva invocato la venuta o la Nemesi che attendeva si sarebbe abbattuta sulla hybris dell’Occidente. L’amore e il timore per il capo dei capi del mondo è una paranoia escatologica, proprio come la mafioseria di quella Sicilia, a cui il potere dei mammasantissima continua ad apparire giusto o comunque inappellabile destino e in cui l’unico auspicio legittimo è che la violenza sia benevola e non faccia troppe vittime.

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La politica italiana reagisce ai dazi di Trump per la Groenlandia

Da Tajani appello al dialogo: "Insieme, essendo tutti parte della Nato, possiamo lavorare per garantire la sicurezza della Groenlandia". Schlein attacca Meloni: "Ci aspettavamo una posizione netta in difesa della Groenlandia"

© RaiNews

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Putin: Groenlandia es parte de Dinamarca – Por Diego Fusaro

Por Diego Fusaro

Groenlandia es parte de Dinamarca: con estas sencillas, irrefutables y sensatas palabras, Vladimir Putin, presidente de la Federación Rusa, se pronuncia sobre la controvertida cuestión de Groenlandia.

Como es bien sabido, Donald Trump, el presidente de la civilización del dólar, decidió hace tiempo apoderarse de Groenlandia y anexionarla a Estados Unidos: «Necesitamos Groenlandia», declaró Trump, admitiendo con franqueza su lema jus sive potentia. Por su parte, la Unión Europea está decididamente desorientada: como colonia sin dignidad,
arrastrada por Washington, se ve naturalmente inducida a aceptar cadavéricamente las decisiones de su amo; pero esta vez, por primera vez, la pretensión trumpiana constituiría un ataque militar imperialista estadounidense contra la propia Europa. No es casualidad que Francia y Alemania ya hayan enviado sus tropas a Groenlandia. La paradoja de la situación reside en que Trump, quien en teoría debería ser amigo de Europa, en realidad le declara la guerra, mientras que Putin, quien en teoría debería ser su principal enemigo, la defiende, al menos en teoría, señalando lo obvio: que Groenlandia forma parte de Dinamarca.

Durante meses, se nos ha dicho que Rusia quería invadir Europa, y luego resulta que la invasión proviene de Washington, país que los medios occidentales siempre han celebrado como bastión de la libertad, la democracia y los derechos  humanos. Quizás ahora todo quede más claro para el mundo: el enemigo es y sigue siendo Washington, y ciertamente no Moscú. Los eurófilos de Bruselas tienen dificultades para comprenderlo, pero en cualquier caso, ya han cambiado de tono, tras haber admitido recientemente la necesidad de dialogar con Putin, quien hasta el día anterior era considerado el enemigo irreconciliable contra el que era necesario declarar la guerra.

Fuente
Traducción: Carlos X. Blanco

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L’indignazione del comitato per il Nobel dopo che Machado ha consegnato la medaglia a Trump: “Non si può condividere il premio”

“Un vincitore del Premio Nobel per la Pace non può condividere il premio con altri, né trasferirlo una volta annunciato”. Il Comitato per il Premio Nobel per la Pace ha espresso forte indignazione in merito al gesto di María Corina Machado, che ha consegnato la sua medaglia a Donald Trump, definendo l’atto come una violazione delle norme che regolano il premio. La dichiarazione ufficiale del Comitato ha sottolineato con fermezza che un vincitore del Premio Nobel non può trasferire il premio ad altre persone né condividerlo, e che una volta che il premio è stato assegnato, esso non può essere revocato. Nonostante non abbia fatto riferimento esplicito né a Machado né a Trump, il Comitato ha ribadito che la decisione è definitiva e non può essere modificata dalle azioni del vincitore. Il 3 gennaio il blitz Usa, voluto da Trump, ha portato alla cattura di Nicola Maduro.

Il Comitato ha poi specificato che la medaglia, il diploma e il premio in denaro che accompagnano il Nobel sono simboli che appartengono al vincitore, ma che, sebbene questi oggetti possano essere donati o venduti, l’identità del destinatario del premio rimane immutata nella storia. Tra i vari esempi, il comitato ha citato il caso di Kofi Annan, che ha donato la propria medaglia all’Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra, e quello del giornalista Dmitry Muratov, che ha venduto la propria medaglia per sostenere i bambini ucraini. Gesti molto diversi da quelli dell’attivista e con un valore totalmente differente.

Il gesto di Machado, leader dell’opposizione venezuelana, è stato visto come un “momento emozionante” e simbolico, in quanto, secondo le sue parole, ha deciso di donare la medaglia a Trump per riconoscere il suo impegno a favore della libertà in Venezuela e in tutta la regione. Tuttavia, la sua spiegazione non ha placato le polemiche. Donald Trump, dal canto suo, ha espresso un tono di rispetto nei confronti di Machado, definendola una “donna molto gentile” e sottolineando che l’atto di ricevere la medaglia è stato per lui un “gesto molto carino”. Il presidente statunitense – che più volte ha sostenuto di meritare il premio (che Barack Obama ottenne “sulla fiducia” nel 2009, ndr) ha affermato di essere rimasto colpito dal suo impegno e ha voluto esternare la sua gratitudine per aver ricevuto il premio.

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Solo senza escalation si giunge a un’intesa sulla Groenlandia. L’invito di Meloni

Pragmatismo è, anche o soprattutto, capire i tempi della politica e delle crisi in atto. Quando Giorgia Meloni da Seoul dice che solo senza escalation si va (tutti) a dama in Groenlandia, chiede in primis di abbassare i toni, avviare una discussione “tra di noi” e usare il “luogo” della Nato al fine di lavorare insieme per rispondere a una preoccupazione che “ci coinvolge tutti”. Ovvero che attori ostili possano avere la meglio su un interesse comune.

In questo senso va letta, secondo la presidente del Consiglio, la volontà di alcuni Paesi europei di essere parte attiva all’interno di un progetto che miri ad una maggiore sicurezza in Artico, anche con l’invio di truppe. Inoltre dice chiaramente ciò che pensa sui dazi (“un errore”). Ma su questo secondo elemento secondo Meloni c’è stato un problema di comprensione e di comunicazione. Per cui il primo messaggio che giunge dalla Corea del Sud è fermare tutte quelle azioni che potrebbero innescare un quadro di altissima tensione e, piuttosto, avviare un dialogo costruttivo per meglio comprendere i parametri di analisi e di azioni. Il tutto tenendo ben presente un passaggio che, secondo Meloni, è nevralgico: da parte americana c’è la preoccupazione per l’eccessiva ingerenza esterna su una zona strategica e, al contempo, da parte europea vi è la volontà di contribuire ad affrontare questo problema. Per cui, è il sunto dell’analisi, si può e si deve trovare un punto di incontro tra Ue e Usa.

Un problema che investe, gioco forza, i destini europei per una serie di ragioni geopolitiche come emerso due giorni fa dalla presentazione da parte del governo di Roma del corposo documento programmatico sull’Artico, che vuole definire un percorso progettuale tramite il rafforzamento dell’impegno italiano nella regione. Sull’ipotesi di una possibile partecipazione militare italiana come segnale di unità con gli europei alla missione nell’isola Meloni fuga ogni dubbio: “Ora è prematuro parlarne perché sto lavorando per cercare di abbassare la tensione e di tornare al dialogo”.

Per questa ragione la premier ha parlato al telefono con Donald Trump (“al quale ho detto quello che penso”) e ho con il segretario generale della Nato (“che mi conferma un lavoro che l’Alleanza Atlantica sta iniziando a fare da questo punto di vista”). Ma non finisce qui, dal momento che ci sarà anche un contatto tra leader europei in occasione di una riunione a livello di Coreper dell’Unione europea. C’è anche spazio per una precisazione a uso interno quando Meloni spiega per l’ennesima volta che non c’è un problema politico con la Lega sui nuovi dazi annunciati da Trump contro i Paesi che hanno inviato truppe in Groenlandia.

Meloni cita la postura del premier finlandese, Alexander Stubb, che ha specificato come tra alleati serva dialogo e non pressioni. Il riferimento è alla necessità di un’azione coordinata dagli alleati al fine di ribadire “i principi dell’integrità territoriale e della sovranità”. La costante del ragionamento di Meloni tocca un caposaldo della strategia euro-atlantica, ovvero il ruolo della Nato: è solo quello “il luogo nel quale noi dobbiamo cercare di organizzare insieme strumenti di deterrenza verso ingerenze che possono essere ostili”. Il fatto che la Nato abbia cominciato a lavorare in tale direzione è certamente una buona notizia.

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Trump es tan demócrata como nosotros – Por Juan Manuel de Prada

Por Juan Manuel de Prada

La reciente ‘intervención’ de Estados Unidos en Venezuela ha desatado una comprensible oleada de indignación entre gentes cándidas (pero también entre gentes malignas que se fingen cándidas para mantener engañadas a las masas) por constituir una «violación del derecho internacional» y un «acto de fuerza injustificable» cuya finalidad última no es otra sino rapiñar las riquezas naturales del país ‘intervenido’. Me gustaría analizar la naturaleza de dos conceptos –’violación del derecho’, ‘acto de fuerza’– que en estos días han manoseado hasta la náusea los loritos sistémicos, como si fuesen la negación misma de la democracia; cuando lo cierto es que son su alma constitutiva.

Desde luego, Trump nos ha ofrecido una prueba apabullante de lo que Nietzsche llamaba «voluntad de poder». Puesto que existe un gobernante incómodo o levantisco que dificulta sus planes, lo depone; puesto que apetece las riquezas naturales venezolanas, las toma. Trump nos confronta con una realidad política en la que los conflictos se solucionan mediante la voluntad del más fuerte, que puede violar el derecho o ejercer la fuerza; y lo hace, además, descarnadamente, pues, aunque su cohorte se inventó la excusa del combate contra el ‘narcoterrorismo’ para justificar la ‘intervención’, lo cierto es que Trump no ha querido engañar a nadie y ha reconocido por activa y por pasiva la razón puramente material de su ‘intervención’, sin farfollas buenistas, sin invocaciones hipocritonas a los derechos humanos o a la democracia. A simple vista, se trata de una actitud furiosamente antidemocrática; pero lo es porque renuncia a la retórica característica de las democracias, pues en su esencia no hace sino asumir su modus operandi, llevándolo hasta el paroxismo.

En las democracias entendidas como fundamento de gobierno (o sea, en las democracias modernas) ha dejado de existir el ‘derecho’ como determinación de la justicia. Es decir, en las democracias no se pretende alcanzar la verdad de las cosas para dar solución a los problemas conforme a lo que la verdad de las cosas impone. En las democracias modernas el ‘derecho’ se ha convertido en la expresión de una voluntad de poder que se impone a través de mayorías; de este modo, la justicia queda expuesta a las conveniencias y prepotencias (a los cambios de ánimo, incluso) de quien detenta el poder de turno. Lo que hoy llamamos ‘derecho’ no es más que pura ‘juridicidad’ o positivismo, conversión de los deseos o apetitos del más fuerte en ley, instrumento de coerción para imponer la voluntad del que manda. El ‘derecho’ en democracia es un instrumento de poder en manos del más fuerte (quien dispone de una mayoría parlamentaria), que se ejerce sobre los más débiles (quienes están en minoría, o simplemente no tienen voz ni voto); es el ‘mandato del soberano’, que impone lo que le conviene. Así, en democracia, una ley puede imponer exacciones desmesuradas a una minoría de la población, ante el regocijo de la mayoría apesebrada; también puede reglamentar la vida (o la muerte) de quienes no tienen voz ni voto (así ocurre, por ejemplo, con las leyes de inmigración, o con las leyes de aborto).

Esta brutal inhumanidad se disfraza luego de farfollas retóricas; pero lo cierto es que la democracia entendida como fundamento de gobierno se funda en la ley del más fuerte, que impone su voluntad sobre el más débil. Es la pura voluntad de poder quien ‘crea’ o reconfigura el bien y el mal, ignorando o destruyendo un orden moral objetivo; es la pura voluntad de poder la que ‘crea’ o modifica la sociedad, según las reglas del constructivismo que define lo que es sexo, género o familia; es la pura voluntad de poder la que, disfrazándose de ley, ‘crea’ el derecho y determina la justicia. Y, para más recochineo, a esta voluntad de poder la llaman ‘Estado de derecho’. Que no significa, como los ingenuos piensan, que el poder político está sometido a la ley, sino exactamente lo contrario; significa que el poder político está dotado de una capacidad demiúrgica para promulgar las leyes que benefician sus propósitos, aun los más sórdidos y utilitaristas, como se describe en el célebre verso de Juvenal: «Hoc volo, sic iubeo, sit pro ratione voluntas» (‘Así lo quiero, así lo mando, sirva mi voluntad de razón’). O sea, pura concupiscencia de poder, puro acto de fuerza. En realidad, Trump es tan demócrata como cualquiera de nosotros, aunque sea un demócrata sin modales; o un demócrata tan urgente que, en lugar de ‘crear’ derecho a su conveniencia para ‘superar’ el vigente que no le conviene (como hace cualquier gobernante demócrata), se salta el derecho vigente, que es algo mucho más rápido y funcional.

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Groenlandia para Trump – Por Juan Manuel de Prada

Por Juan Manuel de Prada

Después de los fiascos de Irán (sin paliativos) y Venezuela (donde sólo ha podido ofrecer a su parroquia el absurdo secuestro de Maduro), a Trump le queda el premio de consolación de Groenlandia, que podría arramplar fácilmente. Pero, para lograrlo con el aplauso de la ‘opinión pública’, tendría que engañar a los progres con cualquier milonga que les haga morder el anzuelo: con Venezuela no le funcionó la milonga del narcotráfico, demasiado chapucera (sobre todo porque no se recató de disimular su avaricia petrolera); en cambio con Irán logró engañar a los progres maravillosamente, haciéndoles creer que la falsa bandera orquestada por el Mossad y la CIA era una revuelta espontánea de mujeres desmelenadas que prendían un cigarrillo con la efigie en llamas de un ayatolá. Sin esforzarse apenas, Trump logró que todos los progres descerebrados del planeta, que tanto gemían por la masacre de los palestinos, se convirtieran en aliados de Netanyahu contra el mayor –y casi único– aliado de los palestinos; y, todavía más grotesco, consiguió aparecer ante el mundo como un paladín del feminismo, deseoso de liberar a las mujeres de la tiranía. Pero los ayatolás resultaron unos tipos bragados que, a la postre, le aguaron la fiesta.

Ahora, con el premio de consolación de Groenlandia, se le ofrece a Trump una oportunidad inmejorable para meterse en el bolsillo a todos los progres descerebrados del planeta, si los embauca con la milonga adecuada. Puede, por ejemplo, decir que quiere mejorar las condiciones de vida de una minoría étnica tan maltratada como el pueblo esquimal. Pero aquí podría ocurrirle como a aquellas señoras danesas que montaron una comisión para mejorar las condiciones de vida misérrimas de los esquimales de Groenlandia y se enteraron de que Bertrand Russell acababa de llegar a Copenhague. Corrieron las señoras con mucho bamboleo de tetas al hotel donde paraba el célebre escritor y lo abordaron sin remilgos: «Queremos, milord –le dijeron–, dotar a estos pobres desgraciados que habitan Groenlandia de luz eléctrica. Son tan pobres que en invierno, a falta de todo alimento graso, tienen que comerse hasta las velas». A lo que Russell replicó: «Lamentable, desde luego. Pero, ¿cree usted que serán más felices si, en lugar de velas, tuvieran que comerse bombillas eléctricas?».

Camba contaba que un explorador de las regiones polares, deseando un día celebrar el cumpleaños de un amigo esquimal, le preparó una tarta en la que invirtió gran parte de sus provisiones, ensartándole luego unas velas, para que las soplase. Pero el esquimal, después de manifestar su gratitud y contento frotándose sus narices con las del explorador, se deshizo de la tarta, como si fuese un mero soporte, y se comió las velas una por una. Pues las velas, sean de esperma o de sebo (las de cera de abeja resultan, en cambio, un poco más indigestas), constituyen un bocado exquisito para los esquimales, sólo superado por el aceite de foca, del que se aseguran provisión durante el invierno organizando cacerías en kayak. Los esquimales adosan a su kayak un rollo de cordel resistente que termina fijado al arpón; y, cuando se acerca una foca, lanzan el arpón con la rapidez del rayo y dejan que la foca herida se sumerja bajo las aguas desliando cientos de metros de cordel hasta que al fin, desangrada y sin fuerzas para arrastrar el kayak, sale a la superficie de las aguas, con el arpón todavía clavado, para expirar en medio de una horrible agonía.

En la prohibición de la caza de las focas podría tener Trump una segunda causa para convencer a los progres de la conveniencia de arramplar con Groenlandia. Pero no creo que Trump resulte demasiado convincente en ese papel; así que, aun a riesgo de repetirse más que la fabada, debería ordenar a la CIA una operación de falsa bandera también en Groenlandia, agitando protestas de las mujeres esquimales contra el patriarcado opresor. Aunque los esquimales sean los hombres más cariñosos del mundo (si bien el aliento les huele fatal, por alimentarse de pescado crudo), la CIA puede inventar un ‘relato’ que luego regurgiten todos los medios de cretinización de masas, asegurando que, entre los esquimales, los padres venden a sus hijas por una jarra de grasa de foca y permiten que el marido les tunda las costillas a palos, en la intimidad del iglú conyugal. Toda esta intoxicación se puede complementar luego con la fotografía de una falsa esquimal (una vasca puede servir, pues el groenlandés suena como el euskera) que aparezca quemando la foto de un chamán sobre el fondo de un valle guipuzcoano. Y si algún suspicaz se atreve a cuestionar que un paisaje tan verde y frondoso pueda hallarse en una isla cubierta de hielo la mayor parte del año, se le recordará que Groenlandia significa ‘tierra verde’; lo cual, sin duda, es un magnífico chiste danés.

Por supuesto, si desea que la milonga cuaje, Trump deberá complementarla con leyes que desbaraten la convivencia de los esquimales. Así, por ejemplo, se les debe prohibir por ley utilizar su método tradicional para zanjar disputas conyugales, que consiste en que cada uno de los cónyuges enfrentados componga una canción sarcástica sobre el otro y ambos las canten en una reunión familiar, dejando que los asistentes decidan quién es el ganador y obligando al perdedor a pedir perdón. Una vez prohibido este método, las disputas conyugales se resolverán en un tribunal, donde los varones esquimales tendrán aún más difícil demostrar su inocencia que los españoles. Pues, cuando nieguen haber agredido a su mujer, el juez les dirá:

—Afirma usted que no es el autor del delito que se le imputa. ¿Podría, entonces, decirme lo que hizo la noche del 15 de abril al 15 de octubre?

Con noches tan largas como las groenlandesas no hay manera de que nadie pueda probar su inocencia. Groenlandia, a poco que Trump se esfuerce, podría ser el paraíso que lo reconcilie con los progres, más fachas que él.

 

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Líder supremo de Irán: «La nación iraní ha acabado con la sedición alentada por el presidente de EEUU»

El líder supremo de Irán, el ayatolá Alí Jameneí, responsabilizó al presidente de Estados Unidos, Donald Trump, de las muertes y daños causados en su país, y reprochó sus insultos vertidos contra la República Islámica.

«El presidente de EEUU se refirió a este grupo que destruyó propiedades, incendió y mató personas en Irán como «el pueblo de Irán»; es decir, lanzó una gran calumnia contra el pueblo de Irán. Consideramos al presidente de EEUU culpable por esta acusación. Consideramos culpable al presidente de Estados Unidos por las bajas, los daños y las calumnias que infligió a la nación iraní. El presidente de EEUU les envió un mensaje a los sediciosos: «Les apoyamos, les apoyamos militarmente», es decir, el propio presidente de EEUU se involucró en la sedición. Estos son crímenes. En el pasado, ocurrían sediciones en Irán en las que generalmente intervenían medios de comunicación y políticos de segundo nivel de EEUU o países europeos. La particularidad de esta sedición fue que el propio presidente de EEUU intervino en ella y alentó a los agitadores», expresó Jameneí en un discurso ante miles de personas.

El líder supremo aseguró que «La nación iraní ha acabado con la sedición; ahora también debe acabar con los sediciosos» y añadió que «La reciente sedición fue una sedición estadounidense. Los estadounidenses la planificaron y actuaron. El objetivo del reciente complot estadounidense es engullir Irán». «Desde el inicio de la Revolución Islámica hasta hoy, el dominio de EEUU sobre Irán ha desaparecido. Ellos están pensando en volver a colocar a Irán bajo su dominio militar, político y económico», explicó.

Jameneí hace estas declaraciones tras las recientes protestas antigubernamentales, que estallaron a finales de diciembre, impulsadas por EEUU e Israel, sobre la base de problemas económicos, en buena parte producto de las sanciones norteamericanas, problemas a los que también se refirió: «La situación económica no es buena, La vida de la gente es realmente difícil. Yo lo sé. Los funcionarios del país y del gobierno deben trabajar el doble y con mayor seriedad para conseguir bienes básicos, insumos para el ganado, alimentos necesarios y las necesidades generales de la gente».

Por su parte, el ministro de Exteriores de Irán, Seyed Abbas Araghchi, aseguró que la situación en el país lleva varios días estabilizada, después de que se llevara a cabo una operación contra terroristas que instigaban los disturbios.

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Gaza, la pace di carta: scatta la “Fase 2”, ma nella Striscia si continua a morire

Nonostante l’avvio della cosiddetta “fase 2” del piano di pace promosso da Donald Trump a ottobre e validato dalle Nazioni Unite a novembre, nella Striscia di Gaza si continua a morire. A causa dei combattimenti e dei bombardamenti che non si sono mai realmente interrotti sebbene sia stato firmato un cessate il fuoco, ma anche a causa di un nemico più silenzioso delle bombe, che si infila sotto le tende e dentro ai rifugi di fortuna dove vive la quasi totalità della popolazione gazawa: il freddo. «Da un punto di vista logistico, la protezione della popolazione continua a essere in una situazione drammatica. Le condizioni meteorologiche avverse, con vento e forti piogge, continuano da almeno due mesi e dato che le persone vivono in tende fragili oppure sotto teli tirati tra le macerie e siccome non c’è più un sistema fognario, quando piove si allaga tutto e poi si rimane addosso coi vestiti bagnati, spiega a VITA Roberto Scaini, responsabile medico delle operazioni di Medici senza frontiere, che in questo momento si trova a Gaza City, dove l’ong continua a operare in attesa del rinnovo della licenza di permanenza nella Striscia da parte del governo israeliano.

La popolazione palestinese – e con essa gli operatori umanitari – deve fare i conti non solo con le macerie causate da due anni di bombardamenti a tappeto (secondo un rapporto Onu di ottobre, oltre l’80% degli edifici della Striscia era danneggiato o distrutto), ma anche con quelle “nuove”, accumulatesi dopo il cessate il fuoco. Secondo un’inchiesta del New York Times (realizzata grazie alle immagini satellitari di Planet Labs), da ottobre l’esercito israeliano ha distrutto almeno 2.500 strutture ancora in piedi. La motivazione addotta dall’Idf è che si tratta di tunnel o dei loro accessi e di case-trappola minate e pronte a saltare. In ogni caso, tra questo e il prosieguo dei combattimenti – in corso anche mentre Scaini è al telefono con il nostro giornale – i civili sono costretti a continuare a vivere in campi profughi.

Nuovi bisogni medici

«Va detto che da quando c’è stato il cessate il fuoco, si è registrato un aumento del volume di aiuti che entrano, ma siccome si è consentito che i bisogni rimanessero scoperto così a lungo, la risposta umanitaria rimane largamente insufficiente», sottolinea Scaini. Nonostante la continua distribuzione di tende e coperte, l’Onu stima che circa un milioni di persone (praticamente la metà della popolazione della Striscia) è in una condizione di emergenza per quanto riguarda la possibilità di avere un riparo sicuro. Le conseguenze si fanno sentire: in seguito ai violenti temporali degli scorsi giorni, tra l’8 e il 12 gennaio l’Ufficio per gli Affari umanitari delle Nazioni Uniti ha contato almeno sei morti per ipotermia o per il crollo di una struttura.

«In questa nuova fase, i bisogni medici della popolazione sono cambiati», spiega l’operatore di Medici senza frontiere. Se prima facevamo soprattutto interventi chirurgici di urgenza per i feriti, ora i problemi sono quelli di una popolazione che patisce il freddo e che vive in scarse condizioni igieniche: aumentano le malattie respiratorie, così come malattie della pelle come la parassitosi o la scabbia», racconta Scaini. «Al tempo stesso, il problema della malnutrizione sta lentamente migliorando, anche se ci sono ancora tanti bambini che nascono sottopeso, magari da parti precoci. E se non ce la fanno, non sono anche loro vittime della guerra?».

Un’infermiera di Medici senza frontiere misura la circonferenza del braccio di un bambino affetto da malnutrizione fin dalla nascita (Nour Alsaqqa/Medici senza frontiere)

È in questo contesto che si inserisce l’avvio della “fase 2” del piano di pace approntato dagli Stati Uniti con il benestare della comunità internazionale. Il Comitato tecnico palestinese si è riunito per la prima volta il 16 gennaio al Cairo. «La cosa più importante ora è istituire un fondo a livello mondiale, una Banca per la ricostruzione e gli aiuti alla Striscia di Gaza», ha detto intervistato da Cairo News il capo del Comitato, Ali Shaath. «I Paesi donatori hanno fornito sostegno finanziario al Comitato e hanno stabilito un bilancio per due anni, ma dopo due anni di guerra, i cittadini di Gaza hanno bisogno di più aiuti». Per questo, ha rivolto un appello alla comunità internazionale «affinché il popolo palestinese sia supportato e superi la difficile situazione in cui vive».

Troppo stanchi per l’entusiasmo

Dal canto suo, la popolazione, testimonia Scaini, ha accolto con molta cautela la notizia di questo nuovo passaggio politico-diplomatico. «Non ho notato alcun entusiasmo, le persone aspettano di vedere dei risultati concreti. Per esempio, è da diverse settimane che si parla dell’apertura del valico di Rafah [nel sud della Striscia, al confine con l’Egitto, ndr] e del fatto che sarà un momento di svolta, ma finora i cancelli sono rimasti sempre chiusi». Lentamente, però, i gazawi stanno cercando ci costruire una nuova normalità. «Rispetto a quando sono arrivato qui due mesi fa, vedo più ottimismo. C’è molto movimento di persone che erano sfollate al Sud e ora tornano verso Nord e poi sorgono delle nuove piccole attività economiche e di commercio. Non è niente di pazzesco, sono semplici tende con beni alimentari o di prima necessità, ma è una piccola transizione dalla sopravvivenza alla vita vera e propria, per quanto precaria a causa della situazione internazionale», rileva Scaini.

Proprio sulla precarietà della situazione pesano non solo i dubbi sulla volontà di Hamas di rispettare gli accordi – in questo senso, il 16 gennaio il portavoce di Hamas, Hazem Qassem, ha dichiarato al quotidiano qatariota Al-Arabi Al-Jadeed che «Hamas è pienamente pronta a trasferire la gestione della Striscia di Gaza a un comitato tecnocratico indipendente» – ma anche la minaccia, svelata dal Wall Street Journal, di una nuova offensiva israeliana. Secondo quanto raccolto dal quotidiano newyorkese e poi confermato dal Times of Israel, l’esercito di Tel Aviv avrebbe preparato un piano per attaccare Hamas a marzo soprattutto nella zona di Gaza City, con l’obiettivo di spostare la linea gialla – che oggi separa la zona controllata da Israele dove è in vigore il cessate il fuoco e quella controllata da Hamas – verso Ovest, cioè verso la costa, mettendo più alle strette il gruppo terroristico. «Sarebbe drammatico un ritorno alle ostilità, si perderebbe tutto quel poco che si è guadagnato finora e soprattutto sarebbe un enorme danno psicologico per una popolazione che solo ora sta iniziando ad affrontare quelli causati da due anni di guerra», commenta Scaini.

In apertura: Un campo profughi vicino a Zawaida, nel centro della Striscia di Gaza, martedì 13 gennaio. (AP Photo/Abdel Kareem Hana/LaPresse)

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Corsa verso l’abisso. L’uccisione di Renee Good: il volto del trumpismo

Un fischio, poi un altro e un altro ancora: l’ICE è arrivata. Poi arriva la lunga esplosione: fiuuuuuuuu! L’ICE ha preso qualcuno.

Questi sono i codici che i gruppi di pronto intervento a sostegno degli immigrati stanno usando per avvisare i loro vicini e colleghi quando viene avvistata l’ICE e quest’ultima rapisce qualcuno.

Gli agenti federali sono armati in modo militare. Contro di loro, la gente comune ha fischietti, coraggio sconfinato e l’acronimo S.A.L.U.T.E. per le informazioni da raccogliere: le dimensioni (Size) degli schieramenti di agenti federali, le azioni (Actions) che stanno intraprendendo, la posizione (Location) specifica, le uniformi che indossano, il tempo e l’equipaggiamento, o il tipo di armi.

Durante i corsi di formazione organizzati in tutto il Paese, i soccorritori simulano come dimostrare solidarietà agli immigrati e superare la paura per sfidare il terrore. L’attivismo dal basso e l’azione diretta hanno giocato un ruolo fondamentale nella storia popolare degli Stati Uniti, una storia di lotte che hanno portato all’abolizione della schiavitù, assicurato la libertà di organizzazione sindacale e conquistato libertà civili.

La trentasettenne Renee Nicole Good era una paladina della solidarietà e della lotta per la libertà. Come moltissimi altri statunitensi provenienti da ogni ceto sociale, fungeva da occhi e orecchie dei suoi vicini latini e somali, avvisandoli della presenza dell’ICE e di altri agenti federali.

Good, madre di tre figli, faceva parte di un gruppo informale di pronto intervento, ICE Watch, composto dai genitori della scuola paritaria frequentata da suo figlio. “È stata addestrata su come comportarsi con questi agenti dell’ICE: cosa fare, cosa non fare, è un addestramento molto approfondito”, ha detto un genitore al New York Post, un tabloid conservatore che ha cercato di dare un’immagine negativa del suo attivismo. “Ascoltare i segnali, conoscere i propri diritti, fischiare quando si vede un agente dell’ICE”.

L’amministrazione Trump ha descritto Renee Nicole Good come una “terrorista interna”. Ma le persone che conoscevano Good la hanno descritta come una cristiana dichiarata, vedova di un veterano, una donna queer, una cantante e una poeta. “Quello che ho visto nel suo lavoro è stata una scrittrice che stava cercando di illuminare la vita degli altri”, ha detto un’insegnante, descrivendo il suo interesse per la vita degli anziani, dei veterani e di persone provenienti da diversi paesi ed epoche.

Come molti di noi che hanno una vita frenetica ma trovano il tempo per stare accanto agli altri, aveva accompagnato il figlio di sei anni a scuola poco prima che l’ICE la uccidesse. L’analisi delle riprese video da tre angolazioni effettuata dal New York Times mostra che Good sembra allontanare il suo SUV dagli agenti federali mentre l’agente dell’ICE Jonathan Ross cammina davanti al veicolo. Quindi quest’ultimo spara tre colpi a bruciapelo contro il veicolo, uccidendola in pieno giorno non lontano dalla sua abitazione, come si vede nelle riprese.

La sua compagna era sulla scena con lei. “Mercoledì, 7 gennaio, ci siamo fermate per aiutare i nostri vicini. Avevamo dei fischi. Avevano le pistole”, ha detto Rebecca Good in una dichiarazione venerdì. “Abbiamo cresciuto nostro figlio insegnandogli che, indipendentemente dalla propria provenienza o dal proprio aspetto fisico, tutti meritano compassione e gentilezza”.

Lo scorso settembre, il cuoco Silverio Villegas-Gonzalez è stato ucciso a colpi di pistola durante un controllo stradale a Chicago, poco dopo aver accompagnato i suoi due figli all’asilo, mentre presumibilmente tentava di fuggire. Il bracciante agricolo Jaime Alanís García si è rotto il collo a luglio, quando è caduto dal tetto di una serra nella contea di Ventura, in California, mentre tentava di sfuggire alla caccia degli agenti dell’ICE, ed è morto dopo il ricovero in ospedale. Trentadue persone sono morte mentre erano sotto la custodia dell’ICE nel 2025 – l’anno più letale per l’agenzia, ormai trasformata in una forza paramilitare, dalla sua fondazione nel 2003.

A differenza di Villegas-Gonzalez e Garcia, entrambi lavoratori immigrati provenienti dall’America Latina, Good era una cittadina statunitense bianca. Non avrebbe dovuto essere nella lista delle persone che l’ICE ha brutalizzato impunemente a causa della loro origine o del loro status di immigrati. Ma lei si è rifiutata di rimanere a guardare l’ingiustizia e ha protetto i suoi vicini. Non era tenuta a schierarsi, ma lo ha fatto. In realtà, alcuni membri della sua famiglia avrebbero preferito che non lo facesse.

Spesso diciamo che la solidarietà è una pratica molto importante, e Good ha agito, esercitando i diritti che tutti noi abbiamo, indipendentemente dallo status di immigrati, di documentare l’attività violenta della polizia e di esprimere la propria opinione.

Un attivista sindacale ha collegato la sua azione solidale alle lotte operaie. “Nel nostro sindacato abbiamo la tradizione di indossare abiti rossi ogni giovedì per onorare un membro molto speciale della CWA (Communications Workers of America), Gerry Horgan, ucciso mentre esercitava il suo diritto fondamentale di scioperare e partecipare a un picchetto. Proprio come Gerry, Renee Nicole Good è stata uccisa mentre esercitava il suo diritto di esprimersi e di essere solidale con la sua comunità, diritto che dovrebbe essere protetto dalla Costituzione”.

Noi siamo ciò che facciamo. Se la scelta che dobbiamo affrontare è tra Good e ICE, la popolazione di Minneapolis sceglie Good. Si stima che circa 10.000 persone abbiano partecipato a una veglia a lume di candela il 7 gennaio per onorare la sua vita.

La violenza scatenata dall’amministrazione Trump sul suolo statunitense non riuscirà a raggiungere i suoi obiettivi dichiarati.

Nessun personaggio nell’amministrazione USA ha mai avuto tanto potere come Stephen Miller, il consigliere per la sicurezza interna di Trump. Esercita una straordinaria autorità su una fascia insolitamente ampia delle branche di governo, dall’immigrazione alla giustizia penale fino anche alle operazioni militari sul suolo americano. Gran parte di ciò che caratterizza l’era Trump – rapimenti mascherati per le strade degli Stati Uniti, scontri tra gli scagnozzi dell’ICE e i manifestanti, pattuglie militari per le strade degli Stati Uniti – è stato creato da Miller.

Eppure, ora che siamo a un anno dall’inizio del secondo mandato del presidente Trump, è chiaro che, sotto molti aspetti importanti, Miller non sta riuscendo a realizzare i suoi piani autoritari più elaborati. Le espulsioni sono molto indietro rispetto alle sue aspettative. Non è riuscito a convincere Trump a esercitare il potere dittatoriale che tanto desidera vedere. E ha scatenato un movimento culturale in difesa degli immigrati che è più potente di quanto avesse previsto.

Il sogno di Miller di 3.000 arresti giornalieri rimane questo: un sogno. Miller spera di deportare un milione di persone all’anno, ma con il tasso attuale non si avvicinerà a questo. Mentre l’amministrazione sta ancora aumentando il personale dell’ICE, e le deportazioni potrebbero aumentare, molti esperti si aspettano che Miller resti molto al di sotto dell’obiettivo di un milione di deportazioni all’anno nel corso dell’intero mandato di Donald Trump.

Ma l’obiettivo del governo USA va oltre il numero delle deportazioni.

Molti settori produttivi sarebbero nei guai se il governo andasse davvero avanti con le sue deportazioni di massa annunciate. La caccia ai migranti e il modo brutale e arbitrario in cui viene effettuata (gli arresti dei migranti sono fatti davanti alle telecamere come per pubblicizzare la loro pericolosità) sembra progettata per diffondere la paura e per dividere la classe operaia. La paura (dei migranti, del crimine, della violenza, delle minoranze, dei poveri, del decadimento morale e altro) è costantemente alimentata e giustapposta all’immagine rassicurante del potente leader fiducioso e della sua squadra di guerrieri senza paura. L’amministrazione Trump diffonde paura ovunque. Nella popolazione in genere per creare la paura dell’estraneo infiltrato all’interno della comunità nazionale, che farà la fine del capro espiatorio, e perseguitando questo capro espiatorio la maggioranza della popolazione viene compattata dalla paura su un terreno comune. Così si forma una falsa comunità e si evita il pericolo di una classe operaia unificata.

L’esperienza del nazismo in Germania ci mostra quanto sia importante il processo di esclusione di un capro espiatorio interno nel forgiare la volksgemeinschaft, la comunità del popolo. Quella che sta combattendo l’amministrazione Trump è una una battaglia ideologica per creare una comunità nazionale, una “volksgemeinschaft” che è disposta a combattere e morire per il capitale. Si tratta di un attacco alle spinte verso l’unità e l’autonomia della classe operaia, un elemento fondamentale della preparazione alla guerra, che non è solo preparazione militare, ma soprattutto attacco alle forze antimilitariste e internazionaliste.

Di fronte all’arroganza dell’amministrazione e alla marcia verso la guerra, è incoraggiante vedere quanto rapidamente siano apparse reazioni spontanee e intense contro i raid dell’ICE a Los Angeles, New York e Chicago. Anche l’organizzazione di quartiere (allertando una rete di attivisti solidali quando agenti dell’ICE entrano in un’area) si è diffusa nelle città. Lo stesso assassinio di Renee Good è frutto della reazione governativa a questa mobilitazione dal basso, mentre le reazioni che ha provocato in tante città americane testimonia la profondità del movimento.

Il governo Trump usa qualsiasi pretesto per espandere i suoi mezzi repressivi e per abituare la popolazione alla presenza dei militari nelle strade. Anche questa è la preparazione alla guerra. Trump ha detto che le grandi città sarebbero un buon campo di addestramento per i militari. È convinto che una terribile repressione entusiasmerà il suo esercito MAGA e intimidirà i suoi avversari. È la costruzione della nazione per salvare la civiltà occidentale. Nel frattempo quella civiltà produce la bolla dell’IA, la bolla delle criptovalute, il banking ombra e molti altri fenomeni che portano all’abisso. Trump potrebbe essere l’Hoover, il presidente repubblicano della crisi del 1929, dei nostri giorni. Ma è stato il successore “progressista” di Hoover, il democratico Franklin Delano Roosevelt che si è rivelato il più grande ostacolo alla crescita della coscienza di classe autonoma del proletariato.

Avis Everhard

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Aldilà del giardino di casa. Venezuela e Groenlandia – politiche di aggressione USA e interessi del capitale

Pare opportuno che una riflessione sui fatti del Venezuela debba andare ben oltre la classica visione del “giardino di casa” che per più un secolo ha ben dimostrato la natura degli interessi del capitalismo statunitense e le azioni a difesa dei suoi investimenti nel continente Sud Americano. Le vicende venezuelane non riguardano solo i rapporti tra nord e sud America, ma devono essere valutati per il loro impatto globale. Intervenire a Caracas in realtà nasconde l’intenzione di colpire molto più lontano; il vero obiettivo è ben più consistente che non un “caudillo” sudamericano, i veri scenari in gioco si trovano a migliaia di chilometri di distanza. Nel marzo dello scorso anno un articolo pubblicato sul n. 6 di Umanità Nova esponeva delle considerazioni sull’importanza strategica dell’area artica e sull’interesse che in quel momento l’amministrazione statunitense aveva pubblicamente manifestato per la regione. Interesse oggi rinnovato con forza da Trump e riproposto proprio a ridosso dall’intervento militare nel Venezuela, suscitando clamore e preoccupazione in campo internazionale. Quanto osservato quasi un anno fa sulle colonne di U.N. costituisce ancora oggi materiale più che attuale per le analisi geoeconomiche e geopolitiche relativamente agli interessi statunitensi legati alle nuove rotte artiche, alle materie prime rare e alla posizione strategica della piattaforma groenlandese e canadese per le intercettazioni dei missili nucleari. Tuttavia riproporre la questione del controllo dell’Artico in concomitanza con l’operazione scattata in Venezuela non è una semplice coincidenza. Il blitz militare in Venezuela non è “solo” una dimostrazione della volontà di espansione della potenza statunitense, come è stato comunemente interpretato dai media, ma un’azione che si collega a scenari più ampi.

Cerchiamo di procedere con ordine. Innanzitutto è bene sottolineare che la questione del narcotraffico è del tutto fuorviante ed ha solo un fondamento propagandistico. L’operazione in Venezuela è stata derubricata ad intervento di polizia internazionale contro il narcotraffico con il pretesto della difesa dell’interesse nazionale, evitando in tal modo il necessario passaggio al Congresso per l’autorizzazione di operazioni belliche extraterritoriali. Soprattutto si è collaudata una scorciatoia per eventuali successive ad analoghe operazioni, quali potrebbero essere eventuali interventi in Colombia o a Cuba (anche se in questo caso è probabile che l’opzione possa cadere più su azioni di destabilizzazioni interne che su interventi diretti). Tale scelta per un sistema democratico liberale, sia pur presidenziale, come quello statunitense, da un punto di vista politico è estremamente pericolosa, poiché espone al totale arbitrio dell’esecutivo, cioè del Presidente, con la possibilità del replicarsi di interventi militari mascherati da operazioni di polizia a difesa dell’interesse nazionale. Da ricordare, tra l’altro, che vicende come quella libica, irachena e afghana, dove è stato abbattuto un regime e spesso un dittatore ostile, simbolo internazionale dell’opposizione alla politica statunitense, hanno nel tempo innescato uno scenario nettamente peggiore del precedente, ben più complicato anche per gli stessi interessi americani, dove spesso gli U.S.A. sono risultati alla lunga perdenti. Abbattuto con successo e clamore mediatico il “dittatore”, sottoposto alla gogna di un “processo democratico” il nemico di sempre, si scopre poi, a giustizia eseguita, che ha lasciato in eredità un vuoto politico e sociale assoluto che viene inesorabilmente riempito da una miriade di improvvisati “capibanda” e “milizie”, di fatto una frantumazione. L’ attuale Libia ne è l’eclatante esempio, con una situazione che rende anche gli stessi interessi americani difficili da difendere e sottoposti a continue negoziazioni.

Vedremo presto se la situazione venezuelana riproduce scenari simili. Intanto, per comprendere quanto sta avvenendo, bisogna superare la lettura più banale e andare oltre l’orizzonte strategico del “giardino di casa”, cercando di comprendere le conseguenze internazionali di quanto accaduto a Caracas. Innanzitutto occorre ampliare lo sguardo alla posizione che la Cina occupa nell’economia globale e soprattutto alla dimensione economica che potrebbe raggiungere Pechino se ai livelli attuali dovesse aggiungere i vantaggi logistici commerciali delle nuove rotte artiche.

In questa prospettiva dichiarazioni di Trump, come “la Groenlandia ci serve per la sicurezza nazionale”, trovano reale fondamento e non possono che abbinarsi all’operazione venezuelana. Ambedue gli obiettivi si basano infatti sulla comune volontà di togliere energia alla macchina produttiva cinese, il vero competitor del capitalismo statunitense. In quest’ottica per gli USA è importante gestire direttamente la più grande riserva petrolifera mondiale, il Venezuela, e sovrintendere al contempo alle rotte artiche, la via più breve e sicura per il transito delle merci cinesi e orientali in genere. In sintesi, controllare le più grandi riserve petrolifere mondiali, quelle venezuelane, e controllare quella che sarà una delle vie logistiche più importanti del commercio globali tra Est ed Ovest, l’Artico.

È evidente che l’operazione anti Maduro ha per scopo lo sfruttamento delle maggiori riserve petrolifere mondiali, quali sono attualmente quelle venezuelane; e d’altra parte Trump stesso ha affermato che le industrie statunitensi estrarranno direttamente in loco. Quindi la posta in gioco è il possesso materiale di quello che sarà disponibile in futuro e l’obiettivo preciso dell’operazione è quello di mettere un freno all’espansionismo della macchina produttiva cinese e della sua influenza commerciale globale. Mettere sotto controllo le future rotte artiche, che avvantaggiano in prima battuta il commercio cinese, diventa dunque una priorità geostrategica. Va da sé che un’eventuale “operazione Groenlandia” non godrebbe dei vantaggi mediatici e propagandistici di quella anti Maduro, ma andrebbe incontro a evidenti, contraddizioni geopolitiche. Si tratterebbe infatti di una prima violazione territoriale interna alla NATO, di non facile soluzione e non sicuro gradimento da parte dell’opinione pubblica occidentale.

Al momento è incontestabile la supremazia militare statunitense, ma gli indubbi progressi tecnologici e scientifici cinesi, pur non consentendoci di fare previsioni, rendono altamente probabili, in tempi non lunghissimi, la possibilità di colmare il gap tra Cina ed USA. La questione di fondo è che Pechino ha un passo più veloce nell’innovazione: è qui che in sostanza il capitalismo mondiale prenderà le misure sul ruolo che i singoli paesi avranno nello scacchiere mondiale. Oggi la competizione sul mercato globale viene giocata da due competitori. Da una parte, Trump si presenta sulla scena con l’imposizione dei dazi, la politica delle cannoniere, ma soprattutto con il taglio dei finanziamenti pubblici alle sue migliori università; ostacola fortemente gli ambienti e le menti che dovrebbero essere protagoniste dell’intellighenzia, della ricerca, sia che si tratti di stranieri o di connnazionali non “allineati” alla sua politica, rinnegando il principio sacro del capitalismo secondo cui prima di tutto c’è il business, prima devi dimostrare di saper guadagnare, poi puoi dirmi come la pensi. Dall’altra parte, Pechino mostra un’altra faccia: un sistema scolastico ferocemente selettivo, che sceglie le “sue menti migliori”, le mette al servizio dello Stato e delle sue classi dirigenti impegnate in uno sfruttamento senza precedenti, vincendo la sfida per l’innovazione ed il futuro. Il capitalismo cinese è più pragmatico, lo ha imparato da millenni. Durante il “grande balzo” Deng Xiao Ping, il padre della Cina moderna, rispolverò l’antico detto mandarino, oggi più che mai attuale: “non importa che il gatto sia bianco o nero, l’importante è che acchiappi il topo”. Il che significa che gli affari si concludono con tutti i governi o gli interlocutori privati, il cui colore non interessa, perché l’importante è che l’affare vada a buon fine. Purtroppo chi paga il conto sono sempre gli sfruttati, e l’aguzzino è sempre lo Stato

Daniele Ratti

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Quo vadis Venezuela? A fianco di ogni popolo, contro ogni governo

L’enorme pressione militare sul Venezuela ha dato i suoi frutti. Senza ricorrere all’invasione di terra, è bastato al governo USA esercitare un’accorta operazione di corruttela su gangli del regime individuati come malleabili e abbordabili per effettuare una specie di colpo di Stato. Sequestrati Maduro e consorte senza che le truppe d’assalto statunitensi versassero una solo goccia di sangue, Trump ha dato il via libera ad un governo costituito dalla stessa élite dell’epoca maduriana. L’ex presidente che diventa presidente, il fratello che apre le porte delle carceri agli oppositori che lui stesso e i suoi accoliti avevano messo dentro, il ministro delle risorse energetiche che stringe i patti con chi vuole mettere le mani sull’oro nero, qualcuno che fa finta di inneggiare al presidente deposto. Insomma una scena da cabaret, se non fosse per il centinaio di morti (tra i quali i trentadue miliziani cubani che costituivano la guardia del corpo: evidentemente Maduro si fidava ben poco dei suoi).

Passati i primi giorni di attesa attraversati dal timore e dalla paura, mentre all’estero i venezuelani festeggiavano per la caduta del presidente, gruppi di manifestanti si sono riversati nelle strade delle principali città del paese per denunciare l’aggressione statunitense e rivendicare l’indipendenza nazionale.

Provenienti dalle periferie, dai sobborghi della capitale, agitando gli emblemi della ‘rivoluzione bolivariana’, erano e sono la dimostrazione più evidente della profonda frattura che divide il Venezuela.

Quando nel 1998 Hugo Chavez – che già nel 1992 fu protagonista di un fallito colpo di Stato per rovesciare il presidente Carlos Pérez accusato di corruzione – vinse con un largo margine le elezioni, affermò di voler governare opponendosi a tutti i segmenti del potere tradizionale della società venezuelana per avviare una rivoluzione del sistema politico nazionale, abbracciando una piattaforma anti-neoliberale.

Chavez non veniva dal nulla, ma era il frutto di una società attraversata da una profonda divisione di classe legata all’ineguale distribuzione dei proventi della vendita del petrolio in una fase di vertiginosa crescita del suo prezzo nel mercato internazionale. Nell’ultimo ventennio del Novecento il Venezuela godeva del più alto tasso di reddito pro capite dell’intero continente, ma questa ricchezza andava ad alimentare sprechi e corruzione, creando ricchezze sempre più ingenti e facendo sprofondare nella povertà settori della popolazione già emarginati per il colore della pelle, per la mancanza d’istruzione, per la precarietà del lavoro.

Le cosiddette terapie d’urto neoliberali, in voga nel periodo, aggravarono la situazione generando conflitti sociali, fuga dei capitali all’estero e aumento del debito estero. In soli 11 anni la percentuale di coloro che vivevano sotto la soglia di povertà passò dal 36% del 1984 al 66% del 1995; quelli che vivevano in condizioni di estrema povertà passarono dall’11% al 36%.

È questo il contesto che portò alla vittoria elettorale Hugo Chavez, che rivolse l’attenzione sua e del suo governo alla lotta contro la povertà e l’emarginazione dei settori più deboli della popolazione. Le prime misure adottate riguardarono l’introduzione per la prima volta nella storia del paese del sistema di sanità universale, l’assicurazione di un pasto giornaliero in migliaia di scuole, la scolarizzazione diffusa, l’inserimento nel processo decisionale politico di vasti segmenti della società tradizionalmente esclusi (donne, popolazioni indigene, persone omosessuali), la riforma agraria tesa a distribuire ai contadini la terra incolta dei grandi proprietari terrieri, la riforma delle aree urbane stabilendo il diritto di proprietà sulle occupazioni illegali e promuovendo l’autogoverno delle comunità tramite l’istituzione di comitati territoriali costituiti da non più di 200 famiglie provenienti dai quartieri poveri. Una serie di misure di stampo sostanzialmente socialdemocratico, ma che in un paese come il Venezuela, governato da due partiti borghesi, assolutamente indifferente alle condizioni di vita dell’80% della popolazione, rappresentarono una rottura nell’ordine delle cose.

Per finanziare queste misure Chavez istituì, per la prima volta nella storia del paese, una serie di tasse per quanti godevano di redditi significativi. Ovviamente le parti più ricche della società non accolsero favorevolmente questa decisione, mentre il ceto medio non ebbe nessuna ricaduta positiva dalle politiche chaviste.

L’11 aprile 2002 un colpo di Stato, orchestrato dalle forze di opposizione in combutta con la presidenza USA, occupata allora da Bush, cercò di scalzare Chavez dal potere. Per 47 ore il presidente venne deposto e sostituito da Pedro Carmona, capo della federazione commerciale, ma imponenti manifestazioni popolari e l’appoggio di settori dell’apparato militare lo rimisero al suo posto.

Il fallimento del golpe rafforzò Chavez, anziché indebolirlo e mise le basi del regime, che venne riconfermato con le elezioni del 2000, 2006 e 2012. Elezioni sulle quali sono state presentate molte denunce relative a irregolarità di vario tipo. La morte di Chavez aprì le porte al suo successore, Maduro, con i risultati che abbiamo visto e dei quali abbiamo scritto nell’articolo di UN del 16 novembre.

Trump deve avere imparato la lezione ricevuta da Bush nel 2002, operando in modo diretto piuttosto che delegare a settori dell’opposizione interna la gestione del golpe contro Maduro.

D’altronde si è trovato ad operare in una situazione in cui l’élite madurista ha dimostrato da tempo di aver messo la sordina all’eredità di Hugo Chavez, proteggendo sostanzialmente i propri privilegi, a scapito delle condizioni di vita non solo dei milioni che hanno dovuto abbandonare il paese sia per motivi economici che politici, ma anche degli stessi loro primitivi sostenitori, spesso e frequentemente repressi nel corso degli scioperi e delle manifestazioni di protesta contro il regime (ricordiamoci delle violenze poliziesche del 2017 con 120 morti nelle piazze).

Il ricorso, sempre più frequente, alla repressione delle opposizioni, l’emarginazioni dei settori critici dello stesso chavismo, la messa fuori legge di partiti come il Partito Comunista, l’arroccarsi in difesa di uno Stato sempre più legato ai proventi del petrolio, l’adozione di forme di governo sempre più dittatoriali accompagnate da politiche economiche fallimentari hanno progressivamente indebolito l’immagine stessa di Maduro, trasformandolo in un capo espiatorio per la salvezza degli interessi dei suoi ex sodali.

Trump vuole il petrolio e soprattutto vuole che non vada in Cina. Preferisce mercanteggiare con il governo chavista piuttosto che si scateni un conflitto tra le correnti venezuelane, tra la borghesia e i ceti popolari, inaugurando una scenario di tipo libanese.

Sta ora, una volta di più, alle componenti storicamente più sfruttate che hanno beneficiato di una politica di redistribuzione della ricchezza sociale, difendere quanto ottenuto. Lo possono fare se solo abbandonano la fiducia nei loro governanti, che proprio in questi giorni hanno dimostrato quanto hanno a cuore i propri interessi invece degli interessi di coloro che agitano in piazza le bandiere chaviste.

E gli stessi che ora si sbracciano per la fine di Maduro stiano molto attenti, perché ottenere la liberazione da un potere esterno comporta sempre la subordinazione agli interessi dello Stato dominante, in una situazione di tipo coloniale.

È un’indicazione questa che dovrebbe essere presente soprattutto in una fase come questa, di ripresa di pratiche di guerra su scala mondiale.

Se vogliamo perseguire la libertà di tutti i popoli bisogna abbandonare le scelte di campo a favore di questo o di quello Stato, di questo o di quel governo.

Nemici di ogni Stato e di ogni governo gli anarchici hanno sempre reclamato il diritto di vivere e di svilupparsi nella piena libertà di tutti i gruppi sociali ed etnici come di tutti gli esseri umani. Ed è per quello che, oggi come allora, siamo a fianco di ogni popolo che lotta per la sua libertà, quella vera, costruita con l’autodeterminazione e nell’autogestione, contro ogni potere interno ed esterno.

In Venezuela, in Palestina, in Iran, in Sudan, in Siria, ovunque.

Massimo Varengo

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Il feudalesimo imposto da re Donald. L’ora delle scelte per l’Europa

La Trumpnomics e gli accordi bilaterali siglati nel 2025 partono dal presupposto di un mondo “indebitato” con gli Usa per i motivi più diversi e si inseriscono nell’ambito di una strategia tesa a riorganizzare i propri debitori secondo un sistema feudale diviso in tre ordini. Innanzitutto ci sono i Paesi che pagano pegno agli Usa sotto forma di investimenti diretti. Poi vengono quelli che versano il loro tributo in termini di incremento del peso americano nelle proprie catene del valore e negli approvvigionamenti strategici. Infine al gradino più basso ci sono i Paesi fuori dal sistema che pagano sotto forma di dazi e altri spiacevoli servizi accessori. 

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Non sarà Trump a liberare l’Iran

In Iran, scrisse nelle sue memorie sulla rivoluzione khomeinista del 1979 l’ambasciatore britannico Anthony Parson, non abbiamo fallito per mancanza di informazione ma di immaginazione. Ecco forse non bisogna ripetere lo stesso errore adesso che stiamo chiedendoci cosa accadrà e ci sembra di essere impotenti di fronte alle stragi nelle città iraniane.

La domanda è se un intervento esterno possa aiutare l’opposizione ad abbattere un regime al potere da oltre 45 anni in un Paese di 90 milioni di abitanti, 1,6 milioni di chilometri quadrati con le quarte riserve al mondo di petrolio e le seconde di gas che, messe a regime, potrebbero rifornire i consumi di tutta l’Unione europea. Già in poche righe c’è tutto: attaccare l’Iran significa attaccare una potenza nel cuore pulsante del Medio oriente.

L’unico stato della regione che occupa con il nome di Persia più o meno gli stessi confini da tremila anni e da sempre i nostri libri di storia greco-romana. Non c’è iraniano, pro o anti-regime, che non sia cosciente di questo: il nazionalismo è il vero collante di un Paese che ha sempre visto il mondo arabo e i vicini come ostili.

Gli interventi esterni nell’ultimo mezzo secolo abbondante hanno avuto esiti tragici e contrari al loro obiettivo. Il colpo di stato anglo-americano del 1953 contro il leader laico e democratico Mossadeq (nazionalizzatore del petrolio) riportò lo Shah Pahlevi al potere dittatoriale della corona ma aprì la strada al processo rivoluzionario.

Nel settembre 1980 l’Iraq di Saddam Hussein attaccò l’Iran con il sostegno di tutti gli stati arabi (tranne la Siria), dell’Unione sovietica, degli Usa e gran parte dell’Europa. Tutti pensavano che Teheran, priva dell’esercito dello Shah e dell’aiuto americano, in pieno marasma rivoluzionario, sarebbe crollata in poche settimane. Il risultato fu una guerra di otto anni con un milione di morti che invece di indebolire rafforzò il regime di Khomeini e la repressione interna.

Gli interventi militari esterni occidentali in Medio oriente sono stati dei fallimenti, dall’Afghanistan, all’Iraq alla Libia. Gli iraniani li hanno osservati da vicino pagando un prezzo: il crollo dell’Iraq ha rappresentato l’ascesa dell’Isis, un gruppo radicale sunnita che era diventato una minaccia mortale per gli sciiti iraniani. L’Isis fu fermato a un’ora di auto da Baghdad dai pasdaran e dalle milizie del generale iraniano Qassem Soleimani, poi fatto fuori da un missile proprio da Trump.

Una parte degli iraniani, soprattutto della diaspora estera, punta su un intervento esterno come ha evocato Trump perché pensa che questa sia l’unica possibilità di rovesciare un regime. Molti altri sono contrari perché c’è il rischio di alimentare la propaganda del regime sulla «mano straniera», una carta che la Guida suprema Khamenei ha già giocato sin dai primi giorni delle proteste accusando Usa e Israele. Dopo quanto accaduto a Maduro in Venezuela, si affaccia l’ipotesi di un’operazione speciale per sequestrare anche lui. Potrebbe non bastare perché se è vero che la Guida ha l’ultima parola, l’Iran non è una dittatura ma un sistema autocratico e repressivo assai vasto, oliato da anni di guerre.

Minato dalle sanzioni, dopo i disastri subiti da Hamas, Hezbollah e la caduta del siriano Assad, il sistema ha fallito per la sua inefficienza sotto il profilo economico e dell’influenza regionale (tranne che in Iraq e Yemen) ma l’apparato militare e poliziesco è ancora funzionante.
Siamo sicuri che i vicini di Teheran vogliano davvero un Iran democratico? La Turchia di Erdogan, membro della Nato, ha degli accordi con gli ayatollah, ma l’Iran è un Paese storicamente concorrente e dotato di risorse enormi. Gli stati del Golfo poi sono tutte monarchie sunnite assolute e non si sa quanto guarderebbero con simpatia una democrazia ai loro confini.

Ma soprattutto Trump è intenzionato a lanciare un’azione in larga scala contro l’Iran? Il presidente americano oggi esaminerà varie opzioni dai cyber attacchi a obiettivi militari e civili, a nuove sanzioni e anche bombardamenti (in coordinamento con Israele). Ma non pare che voglia rischiare di rimanere impantanato in qualche conflitto di lungo termine. Come dimostra il Venezuela, Trump punta a interventi mirati, spettacolari, che non è detto portino alla democrazia o a un cambio di regime. Al petrolio invece sì, ci tiene molto, quello conta tantissimo.

Informando l’opinione pubblica che l’Iran potrebbe essere disposto a negoziare, Trump fa capire che i pozzi iraniani di oro nero, che riforniscono la Cina, sono un obiettivo principale. Come e ancora più del Venezuela, l’Iran è una questione internazionale. La Cina, maggiore acquirente del petrolio iraniano, ha dichiarato il suo appoggio al regime mentre Russia, Cina e Iran stanno tenendo esercitazioni navali congiunte in Sudafrica (Brics). In Iran e in Medio Oriente come diceva Lord Curzon ogni goccia di petrolio equivale a una goccia di sangue.

Ma allora come fermare la strage degli iraniani? Forse ci vuole appunto un po’ di immaginazione politica e di consapevolezza su come aiutarli, anche all’estero, a elaborare un piattaforma politica e una dirigenza che superi le loro divisioni. L’Iran democratico è ancora da immaginare e progettare. Ma un giorno potrebbe sorprendere gli ayatollah e magari pure Trump.

Articolo pubblicato dal manifesto il 12 gennaio 2026

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Trump: «No necesito el derecho internacional. Mi propia mente es lo único que puede detenerme»

Donald Trump afirmó en una entrevista con The New York Times, que su poder como comandante en jefe está limitado únicamente por su «propia moralidad», relegando a un segundo plano las normas del derecho internacional y otros mecanismos de control que suelen servir de contrapeso a la hora de ordenar ataques contra otros países.

Al ser preguntado específicamente sobre si existían restricciones a su autoridad para desplegar la fuerza militar a nivel global, el presidente de Estados Unidos respondió de manera contundente: «Sí, hay una cosa. Mi propia moralidad. Mi propia mente es lo único que puede detenerme».

«No necesito el derecho internacional», agregó.

Dejando abierta la puerta a una interpretación unilateral de las obligaciones internacionales del país, Trump también reconoció la existencia de ciertas limitaciones que enfrenta dentro de EE.UU.

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Tucker Carlson: «Es evidente que nos estamos moviendo hacia una Guerra Mundial»

Estados Unidos se está preparando para una guerra mundial, afirma el periodista estadounidense Tucker Carlson, en base a la decisión del Gobierno del presidente Donald Trump de elevar el presupuesto de defensa para el año fiscal 2027 hasta la cifra récord de 1,5 billones de dólares. Carlson argumenta que no existe una justificación alternativa para un incremento tan descomunal.

«En términos generales, obviamente, ese es el tipo de presupuesto de un país para su Ejército cuando prevé una guerra mundial o regional. No hay otra razón para hacerlo», declaró el presentador.

El presidente de Estados Unidos, Donald Trump, anunció un aumento del 50 % en el presupuesto militar para 2027, hasta alcanzar un récord de 1,5 billones de dólares. Afirmó que los fondos provendrán de los aranceles cobrados a otros países. En su publicación en Truth Social, Trump sostuvo que este nivel permitirá construir el «Ejército soñado» y garantizar la seguridad nacional.

Para Carlson, la naturaleza de esta partida presupuestaria es inequívocamente ofensiva. «No es un presupuesto para mantener la paz. Es un presupuesto de guerra, un gran presupuesto de guerra», sentenció. Un cambio que también estaría detrás de la reciente modificación del nombre del Departamento de Defensa por Departamento de Guerra.

«Por lo tanto, creo que es lógico esperar, y todos los indicios apuntan a ello, a que pronto vamos a tener una gran guerra. Una gran guerra pronto», afirmó.

«Es evidente que nos estamos moviendo en esa dirección, hacia una guerra mundial», concluyó.

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PDVSA confirma que negocia con EEUU, tras el anuncio de Trump sobre la entrega de «entre 30 y 50 millones de barriles»

La estatal Petróleos de Venezuela S.A. (PDVSA) confirmó este miércoles que mantiene negociaciones con Estados Unidos para concretar la venta de “volúmenes de petróleo”. El anuncio ocurre horas más tarde del anuncio del presidente norteamericano Donald Trump sobre un acuerdo con el gobierno venezolano para la entrega de entre 30 y 50 millones de barriles de petróleo a Estados Unidos.

“Este proceso se desarrolla bajo esquemas similares a los vigentes con empresas internacionales, como Chevron, y está basado en una transacción estrictamente comercial, con criterios de legalidad, transparencia y beneficio para ambas partes», señaló la empresa en un comunicado difundido en sus redes sociales.

Las conversaciones se desarrollan en medio de la flexibilización de ciertas sanciones y buscan definir las condiciones para el envío de crudo venezolano al mercado estadounidense después de años de restricciones.

Las nuevas políticas sobre la comercialización del petróleo venezolano, que implicarían desviar cargamentos que originalmente tenían como destino China, transcurren tras el operativo militar que secuestró en Caracas a Nicolás Maduro y derivó en la asunción de la presidencia interina por Delcy Rodríguez.

El anuncio de Trump, realizado a través de la red social Truth Social, implica que el crudo será vendido a precio de mercado y que los fondos obtenidos estarán bajo control de su administración, con el compromiso de destinarlos a iniciativas que beneficien tanto a la población venezolana como a los intereses de Washington.

“Ese dinero será controlado por mí, como presidente de Estados Unidos, para asegurar que se utilice en beneficio de los pueblos de Venezuela y Estados Unidos”, afirmó Trump en su declaración.

Por su parte, el secretario de Energía de Estados Unidos, Chris Wright, en la conferencia de energía de Goldman Sachs manifestó: “Vamos a comercializar el crudo que sale de Venezuela, primero este petróleo almacenado que estaba represado, y luego, indefinidamente, de aquí en adelante, venderemos la producción que salga de Venezuela en el mercado. Estados Unidos será el proveedor de diluyente que tendrá que bajar allá para permitir esa producción. Vamos a hacer que eso vuelva a fluir. Y a medida que avancemos con el gobierno, habilitaremos la importación de repuestos, equipos y servicios, para evitar que la industria colapse, estabilizar la producción y luego, lo más rápido posible, empezar a verla crecer nuevamente. Y por supuesto, a largo plazo, crear las condiciones para que las grandes empresas estadounidenses, que estuvieron allí antes —quizás no lo estaban, pero quieren ir—, regresen nuevamente”.

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Attacco al Venezuela: Trump ordina il bombardamento. È l’inizio di una catastrofe?

Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

Dopo Maduro i guerrafondai continueranno con la litania invaso invasore? I caccia USA bombardano Caracas e numerose basi militari in Venezuela. L’amministrazione Trump ha dato l’ordine di bombardare diversi siti in Venezuela, comprese basi militari nel Paese. Numerose esplosioni sono avvenute alle 2 di notte, ora locale (le 7 del mattino in Italia), nella capitale del Venezuela, Caracas, e in altre località negli Stati di Miranda, Aragua e La Guaira. Ad essere state colpite, secondo le prime notizie, sono state delle basi militari, e in particolare la caserma più importante del Paese, Fort Tiuna, e la base aerea di La

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Économie : comprendre l’intervention américaine au Venezuela

Il ne s’agit pas de minorer les aspects idéologiques ou géopolitiques de l’intervention américaine – réaffirmer la doctrine Monroe, asseoir des sphères d’influence impériales.

Mais c’est bien le pétrole qui constitue le mobile essentiel de ce coup de force : l’accaparement et l’extraction des plus importantes réserves d’or noir du monde, longtemps exploitées avec une profitabilité inouïe par les multinationales américaines et leurs actionnaires.

Maduro était un dictateur brutal et corrompu, mais Trump s’entend très bien avec de nombreux dictateurs brutaux et corrompus, cela ne génère chez lui nulle hostilité.

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VANCE, IL REPUBBLICANO NUOVO


La corsa di J. D. Vance verso Donald Trump non è stata breve né facile: l’endorsement che gli ha fatto conquistare l’Ohio, il noto autore di Hillbilly Elegy lo ha dovuto sospirare. Ma una volta espiati i precedenti da Never Trumper, la nomina di candidato vice del Tycoon poteva in effetti calzargli a pennello per una serie di ragioni. Per la campagna elettorale orchestrata da Luke Thompson – aggressiva, spericolata ma efficace – che ne ha messo in luce tutto il potenziale. Per l’abilità con cui racconta il redneck e le sue frustrazioni profonde, ma in una favola che rispolvera il più classico sogno americano e con un linguaggio che parla anche al laureato suburbano.

Soprattutto, però, per la sua capacità di attrarre fondi, dati anche i legami con settori dell’economia verso cui Trump, evidentemente, ha uno sguardo sempre più attento. C’è il mondo delle criptovalute ad esempio, con cui Vance ha entusiastici rapporti e le cui aspettative nei confronti di Trump – dopo quattro anni di bastonature democratiche – sembrano alte. E c’è una Silicon Valley sempre meno dem.



Elon Musk
Tecno-ottimisti per Trump

“Certo” – commenta l’informatissimo Teddy Schleifer – “il vostro vicepresidente medio di Google crede ancora nel cambiamento climatico o nei visti H-1B, e andrà a San Francisco per protestare contro il divieto anti-islamico. Ai livelli più alti e più ricchi dell’industria, però, i creatori di tendenze culturali hanno ingoiato la pillola rossa”. Anche perché, a differenza che nel 2016, oggi essere presi di mira da persone di sinistra sui social potrebbe essere commercialmente un vantaggio. Ma al di là di un crescente fastidio per il fanatismo ricattatorio di marca woke, ciò che irrita i magnati del tecno-ottimismo è la stretta fiscale sulle startup o la prospettiva di una IA rigidamente controllata. La proposta di un’imposta sulle plusvalenze non realizzate, ad esempio, è stata la goccia di troppo per Marc Andreessen e Ben Horowitz, fondatori di una delle più importanti società di venture capital della Silicon Valley. E analoghi sono i discorsi che si fanno al Cicero Institute di John Lonsdale o dalle parti del suo amico Elon Musk, che oggi incassa contro Biden anche l’appoggio di un megadonatore democratico come Jeff Skoll. Siamo nel mondo della Little Tech Agenda che scalpita sotto i tacchi del GAFAM. Dove Meta o Google – che da anni mantengono, insieme alle loro posizioni dominanti, il baraccone della censura progressista – vengono liquidati come modelli obsoleti. E in cui libertà d’espressione fa rima con libertà dalla stretta politica che si traduce in tasse e burocrazia. Una prospettiva integralmente libertaria e liberista, quindi. Ma non massimalista. Anzi, strategicamente molto scaltra.



Lina Khan, presidente della Federal Trade Commission

Ci si potrebbe stupire ad esempio che la corte trumpiana – pur unita dalla richiesta di un laissez faire radicale – stia imparando a tollerare figure come Lina Khan, l’agguerrita presidente della Federal Trade Commission. Che sostiene da tempo l’idea di una legge sull’antitrust potenziata. Non focalizzata solo su prezzi e tariffe, ma su natura e qualità dei servizi, sul pluralismo dell’offerta, sull’equilibrio tra piccole e grandi aziende. In realtà si capisce che quella suggestione oggi si insinui anche in ambienti conservatori, dove matura la consapevolezza che il modello progressista non si sconfigge depotenziandone le casematte. Semmai, anzi, rafforzandole e sfruttandole.



I conservatori non possono disarmare unilateralmente o non usare il potere del governo per promuovere il loro programma. Lo dice l’esperienza: la struttura amministrativa porterebbe avanti la propria agenda, spesso in contrasto con quella conservatrice, anche sotto un governo conservatore. A meno che non mettano in mano alla burocrazia il potere di promuovere un programma di libertà, non fermeranno la sua marcia anti-libero mercato e di sinistra


Così si legge nel voluminoso Project 2025, patrocinato dalla Heritage Foundation. Ritorcere contro i democratici gli odiati residui post New Deal è il momento tattico fondamentale. Ben venga dunque un antitrust che colpisca gli oligopoli a dispetto dei cavilli. In quanto pericolosi non solo per il consumatore di merci ma anche per il cittadino, fruitore del mercato delle idee. Quindi ben vengano le bordate (quantomeno rumorose) della Khan al GAFAM e il modello teorico che le sostiene. Perché “è ora di smantellare Google”, come dice senza mezzi termini Vance. Il quale del resto appoggia la proposta di revisione della Sezione 230 del Communication Decency Act, che tanto dispiacerebbe a Microsoft. E da tempo è investitore di Rumble, piattaforma alternativa a YouTube.





Giovani Repubblicani crescono

Questa Silicon Valley sempre più plurale, pro-crypto, pro-business, ma disposta alla strategia politica, in Vance trova l’uomo ideale. Perché è essenzialmente uno di loro, ed è capace di tradurne le aspirazioni in parole d’ordine efficaci. Oltretutto non ha ancora quarant’anni, guarda al lungo periodo e ha una vasta rete di relazioni. Non ultima, peraltro, l’amicizia col magnate visionario (e suo megafinanziatore) Alex Thiel, con cui Trump evidentemente mira a ricucire rapporti da tempo gelidi (ne abbiamo parlato qui).Inoltre, Vance incarna un nuovo tipo di attivista repubblicano. Quello rappresentato da gruppi come il Rockbridge Network, di cui è co-fondatore. Una rete di facoltosi sostenitori del GOP che ama la discrezione (il New York Times parlò di Secret Coalition). Ma che in uno dei rari documenti resi pubblici, risalente al 2021, già dichiarava a chiare lettere la propria mission: “sostituire l’attuale ecosistema repubblicano di think tank, organizzazioni mediatiche e gruppi di attivisti che hanno contribuito al declino del Partito con persone e istituzioni più orientate all’azione, più efficaci e focalizzate sulla vittoria”. Concretamente: rinnovare la rete dei media conservatori e le modalità di comunicazione, lavorare su contenziosi strategici, formare nuovo personale politico, strutturarsi capillarmente sui territori. Cultura di governo, non solo vittorie elettorali. E vittorie con largo margine, per assicurarsi spazi egemonici sufficienti. Ma soprattutto declinazione di strategie, obiettivi e risorse come in una sorta di political venture capital, dove ogni donatore è un azionista. Un modello potrebbe offrirlo il fondo d’investimento anti-woke Capital 1789 di Christopher Buskirk e Omeed Malik (non senza i fondi di Mercer e del solito Thiel). L’obiettivo allora era rompere il muro dei tradizionali donatori, scettici su Trump. E lo è verosimilmente anche oggi, dato che i Rockbridge – di solito restii ad invitare candidati in corsa alle loro iniziative – qualche mese fa hanno voluto il Tycoon in un incontro a porte chiuse. Ma oltre questo, c’è la volontà di rimettere in gioco forze giovani per destrutturare le obsolete liturgie repubblicane. “La si potrebbe pensare” avrebbe detto uno dei partecipanti “come una sorta di ambiziosa coalizione di destra che mescola dinamismo americano, nuova tecnologia spaziale, infrastrutture di sicurezza nazionale e innovazione con la politica repubblicana. Tutto molto più cool, sotto ogni punto di vista, rispetto ai tradizionali eventi e alle coalizioni repubblicane che ovviamente non sono cool per definizione“.Di “tecno-populismo” ha parlato subito la stampa liberal. In realtà la prospettiva di Vance – forse contraddittoria, a tratti propagandistica – è esplosiva. E ispirata da un’elaborazione non improvvisata. Nulla di paragonabile alla rete Koch o al Growth Club, polverosi monumenti al GOP che fu, con cui pure ovviamente Trump non disdegna interlocuzioni. Questa è la cifra che distingue Vance da quelli che la stampa dava come i suoi principali concorrenti, Nikki Haley o Tim Scott. Con lui, Trump ha fatto una scelta di campo, anche in questo senso. Vance, in sostanza, si candida ad essere il volto di un trumpismo che ormai sembra definitivamente uscito dalla fase delle malattie infantili.






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E’ LA VALMY ASIATICA. LA CINA SI FA PORTAVOCE DI DUE TERZI DEL MONDO: DALLA RUSSIA ALL’INDIA, DALL’AZERBAJAN ALLO YEMEN.

Nel ventesimo anniversario dell’attacco all’Irak, Il Presidente cinese XI Jinping ha piazzato tre “ banderillas” sul dorso del toro americano distratto dal panno rosso: la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita, la visita di Stato a Mosca ad onta del “ mandato d’arresto” CPI a Putin e la visita in Cina dell’ex presidente di Taiwan.

A conclusione, la ciliegina sulla torta : “ Nessun paese può dettare l’ordine mondiale,” vecchio o nuovo che sia. Non si poteva dir meglio.

L’annuncio della ripresa dei rapporti diplomatici tra sauditi e iraniani con la mediazione cinese, mi ha ricordato la battaglia di Valmy contro la prima coalizione.

Non successe praticamente nulla, cannoneggiamenti lontani, una scaramuccia con quattrocento morti, ma gli storici l’hanno identificata come il momento in cui la rivoluzione francese fece il suo ingresso in Europa.

Il compromesso Iran-Arabia ha identica valenza. Ha dato diritto di cittadinanza alla politica di rifiuto dell’uso della forza, alla scelta indiana della neutralità e rivitalizzato i paesi non allineati a partire dall’Azerbaijan ultima recluta. La prossima tentazione potrebbe averla la Turchia.

Con questa mossa. La Cina é comparsa sul palcoscenico del mondo mediorientale come autorevole arbitro imparziale, partner affidabile e patrono dell’idea di sicurezza collettiva. Non c’é stato bisogno di sconfessare le politiche dei vari Kerry, Bush, Obama, Clinton, Trump, Biden. A ricordarli, é rimasto solo Netanyahu, sconfessato dall’ex capo del Mossad Efraim Halevy ( su Haaretz) che propone un appeasement con l’Iran con toni che riecheggiano Kissinger.

Con la visita a Mosca XI Jinping ha delegittimato la pagliacciata della Camera Penale Internazionale, ormai specializzatasi nei mandati di arresto a carico dei nemici degli Stati Uniti ( Hissen Habré, Gheddafi, Milosevic, ) e gestita da un mercante di cavalli pakistano tipo Mahboub Ali.

Poi, con la prossima visita di dieci giorni dell’ex presidente di Taiwan, Ma Ying Jeou, ha mostrato di non aver bisogno di dar voce al cannone per affermare la consustanziazione tra l’isola e il continente e di considerare superato l’uso della forza in politica estera, inutile l’accerchiamento dell’AUKUS nel Pacifico, assennando con questo un colpo contemporaneo anche alla mania russa di imitare servilmente gli americani anche – e sopratutto- nei difetti.

Da giovedì, Putin dovrà scegliere tra l’accettazione dei dodici punti del piano di pace cinese e l’isolamento internazionale. La strategia sarà però quella cinese che considera la guerra uno strumento obsoleto e non la brutalità cosacca vista finora.

Come potrà l’ONU rifiutare il ruolo di sede arbitrale del mondo che la Cina gli offre senza squalificarsi definitivamente ? I paesi del Vicino e Medio Oriente, dopo i pesantissimi tributi di sangue pagati per decenni, sono ormai tutti consapevoli e convinti della inutilità delle guerre – dirette come con lo Yemen o per procura come con la Siria- e della cruda realtà delle rapine fatte a turno a ciascuno di loro:Iran, Irak, Libia, Siria, con la violenza e agli altri paesi dell’area con forniture , spesso inutili, a prezzi stratosferici: Katar, Arabia Saudita, o col selvaggio impadronirsi di risorse minerarie come col Sudan e la Somalia.

Certo, senza il conflitto in atto che ha predisposto alcuni schieramenti ( specie africani) e senza la capacità di mobilitazione di quindici milioni di uomini, la voce della Cina non risuonerebbe alta come rischia di accadere, ma anche con questo accorgimento, assieme alla discrezione assoluta di cui hanno goduto i colloqui di Pechino, l’effetto sarebbe minore, ma ugualmente evocativo in un mondo che non sente il bisogno di una dittatura a matrice primitiva.

Ora Biden, tra un peto e l’altro, dovrà decidersi a leggere i dodici punti di XI e smettere di litigare con Trump sul costo di una puttana, oppure affrontare il mondo intero col sostegno di Sunak e Meloni.

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