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“Senza il Nobel non mi sento più obbligato alla pace”: la lettera di Trump al premier della Norvegia

“Caro Jonas: considerando che il tuo Paese ha deciso di non darmi il Premio Nobel per la Pace per aver fermato 8 Guerre IN PIÙ, non mi sento più in dovere di pensare esclusivamente alla Pace, sebbene questa sarà sempre predominante, ma ora posso pensare a ciò che è giusto e giusto per gli Stati Uniti d’America. La Danimarca non può proteggere quella terra dalla Russia o dalla Cina, e perché mai dovrebbero avere un “diritto di proprietà”? Non ci sono documenti scritti, solo che un’imbarcazione è sbarcata lì centinaia di anni fa, ma anche noi abbiamo avuto imbarcazioni che sono sbarcate lì. Ho fatto più per la NATO di chiunque altro dalla sua fondazione, e ora la Nato dovrebbe fare qualcosa per gli Stati Uniti. Il mondo non è sicuro se non abbiamo il controllo completo e totale della Groenlandia. Grazie! Presidente DJT”. Ovvero Donald John Trump. Si tratta della lettera che il presidente degli Stati Uniti ha scritto al al primo ministro della Norvegia, Jonas Gahr Støre, rivelata da Sky News. Trump accusa Oslo, dove ha sede il comitato del Nobel, di non avergli consegnato il riconoscimento attribuito a Corina Machado, esponente dell’opposizione venezuelana che a sua volta, nei giorni scorsi, ha deciso poi di darlo proprio al capo della Casa Bianca, nella speranza di un ruolo di primo piano (che pare non arriverà) nella transizione post-Maduro. Visto che il premio non è arrivato, dice Trump a Støre, allora gli Stati Uniti hanno tutte le ragioni per focalizzarsi sul possesso della Groenlandia, il territorio semi-autonomo danese su cui da mesi Trump insiste affinché sia controllata proprio da Washington. Alla lettera ha risposto direttamente il premier norvegese. “La posizione della Norvegia sulla Groenlandia è chiara: la Groenlandia fa parte del Regno di Danimarca e la Norvegia sostiene pienamente il Regno di Danimarca su questo tema”, ha dichiarato Støre. “Per quanto riguarda il Nobel – ha aggiunto – ho spiegato chiaramente, anche al presidente Trump, che il premio viene attribuito da un Comitato del Nobel indipendente e non dal governo norvegese”.

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Groenlandia: quando la sicurezza americana diventa una minaccia per la NATO

La crescente rilevanza strategica dell’Artico ha riportato la Groenlandia al centro della pianificazione di sicurezza statunitense. Tuttavia, quando uno stato membro della NATO esercita pressioni politiche o strategiche per ottenere il controllo di un territorio appartenente a un altro alleato, la questione trascende la dimensione geopolitica e assume una valenza sistemica. Il caso groenlandese evidenzia così un cortocircuito politico e giuridico all’interno dell’Alleanza Atlantica, sollevando interrogativi sulla tenuta dei suoi principi fondanti e sulla credibilità della sicurezza collettiva. 

Groenlandia e Artico: il nuovo interesse strategico vitale.

Per gran parte del Novecento, l’Artico ha occupato una posizione marginale nel sistema internazionale: uno spazio periferico, ostile e scarsamente popolato, rilevante soprattutto come zona di cuscinetto strategico durante la Guerra Fredda. Oggi, questa rappresentazione appare superata. Il progressivo scioglimento dei ghiacci, l’apertura di nuove rotte marittime polari, la competizione per le risorse critiche e la crescente militarizzazione del Grande Nord hanno trasformato l’Artico in uno dei principali teatri della competizione sistemica tra grandi potenze, inserendolo stabilmente nel cuore delle dinamiche di sicurezza globale. 

In questo contesto, la Groenlandia ha assunto una centralità strategica senza precedenti. La sua posizione geografica – ponte naturale tra Nord America ed Europa – la colloca lungo le principali traiettorie dei missili balistici intercontinentali e delle nuove rotte aeree e marittime artiche, rendendola un nodo cruciale per la difesa avanzata del Nord Atlantico. Non a caso, già durante la Guerra Fredda Washington aveva investito sull’isola come avamposto della propria architettura difensiva; un ruolo che oggi si rafforza ulteriormente con la presenza della Pituffik Space Base, infrastruttura chiave per il sistema di allerta missilistica, il controllo spaziale e l’integrazione della difesa nordamericana. 

La rinnovata importanza della Groenlandia si inserisce in una più ampia ridefinizione delle priorità strategiche statunitensi, che ha progressivamente incorporato l’Artico nella sfera degli interessi vitali di sicurezza nazionale. Già nel National Security Strategy and Review 2022 Implementation Report, la regione viene trattata non più come dominio periferico, ma come uno spazio critico da proteggere e controllare, all’interno di una visione estesa di difesa emisferica che connette Atlantico, Artico e Pacifico in un unico continuum strategico. Nel novembre 2025, la nuova National Security Strategy elaborata dall’amministrazione Trump ha ribadito la centralità dell’Artico nella politica di sicurezza statunitense. In questa prospettiva, deterrenza nucleare, superiorità tecnologica e controllo degli spazi globali convergono nel Grande Nord, attribuendo alla Groenlandia una funzione strutturale nella protezione del potere statunitense

Questo orientamento dottrinale riflette le profonde trasformazioni del contesto strategico artico. La Russia ha investito in modo sistematico nella militarizzazione dell’Artico, riattivando infrastrutture ereditate dall’era sovietica, dispiegando sistemi missilistici avanzati e rafforzando la Flotta del Nord, con l’obiettivo di trasformare la regione in una piattaforma di protezione militare verso l’Atlantico settentrionale e di controllo delle rotte marittime lungo il Northern Sea Route. Parallelamente, la Cina, pur non essendo uno stato artico, ha ampliato costantemente la propria presenza economica, scientifica e infrastrutturale, consolidando interessi strategici attraverso programmi di ricerca, investimenti portuali e partecipazioni a progetti logistici e tecnologici nel quadro del cosiddetto Polar Silk Road

In questo scenario, la Groenlandia emerge come un asset critico multidimensionale, non solo sul piano militare, ma anche economico e tecnologico. Il sottosuolo dell’isola ospita un potenziale significativo di terre rare e materie prime critiche, fondamentali per la transizione energetica, l’industria della difesa e le tecnologie avanzate. La crescente attenzione di Stati Uniti ed Europa verso queste risorse riflette una consapevolezza ormai diffusa: il controllo delle catene di approvvigionamento è ormai parte integrante della sicurezza nazionale e della competizione geopolitica. Tuttavia, a questa crescente centralità strategica si accompagna una fragilità strutturale evidente. La Groenlandia presenta una popolazione estremamente ridotta, capacità militari limitate e una dipendenza strutturale dal Regno di Danimarca, pur godendo di un’ampia autonomia interna. Questo squilibrio alimenta le preoccupazioni di Washington sulla reale capacità europea di garantire la sicurezza dell’isola in un contesto segnato dall’intensificarsi della competizione strategica nell’Artico, dalla postura più assertiva della Russia e dalla progressiva penetrazione cinese nella regione. Non a caso, nel dibattito strategico statunitense la Groenlandia viene sempre più descritta come un possibile “ventre molle” della sicurezza euro-atlantica nel quadrante settentrionale. È proprio all’interno di questa tensione – tra valore strategico crescente e vulnerabilità strutturale – che maturano le posizioni più assertive emerse nel dibattito politico statunitense. Le dichiarazioni e le iniziative dell’amministrazione Trump sulla Groenlandia non rappresentano un’uscita estemporanea, ma si inseriscono in una traiettoria storica e strategica più ampia, che affonda le proprie radici nei precedenti tentativi statunitensi di acquisizione dell’isola e nella percezione della Groenlandia come asset chiave per la difesa del Nord America. 

La Groenlandia diventa così un punto di convergenza di interessi geopolitici, militari ed economici che travalicano la dimensione bilaterale tra Washington e Copenaghen. È questa centralità, unita alla collocazione dell’isola all’interno dell’Alleanza Atlantica, a trasformare la questione groenlandese in qualcosa di più di una disputa diplomatica: un fattore di stress strategico capace di mettere alla prova la coesione, la credibilità e la capacità di deterrenza della NATO nel Grande Nord

Sovranità, autonomia e influenza: la frattura politica tra alleati. 

La crisi groenlandese affonda le proprie radici in un quadro giuridico peculiare, che combina ampia autonomia interna e sovranità statale incompleta. Il rapporto tra Groenlandia e Regno di Danimarca è regolato dall’Act on Greenland Self-Government del 2009, che riconosce all’isola competenze estese in ambito politico, economico e amministrativo, mantenendo tuttavia a Copenaghen il controllo su difesa, politica estera e sicurezza. All’interno di questo assetto, viene sancito un principio di rilievo strategico: il diritto del popolo groenlandese all’autodeterminazione, incluso un potenziale percorso verso l’indipendenza. Tale possibilità, tuttavia, si scontra con limiti strutturali profondi. Il dibattito interno all’isola evidenzia come l’indipendenza rappresenti un obiettivo politicamente evocato ma materialmente complesso, condizionato dalla forte dipendenza economica dai trasferimenti danesi, da capacità amministrative limitate e da una vulnerabilità strategica accentuata dalla collocazione geografica della Groenlandia nel cuore della competizione artica. In questo equilibrio instabile tra autonomia e dipendenza si apre uno spazio di manovra per attori esterni, pronti a sfruttarne le ambiguità. 

È su questo terreno che si innestano le pressioni statunitensi, progressivamente evolute da retorica politica a postura strategica esplicita. Le dichiarazioni provenienti dall’entourage di Trump,  secondo cui l’uso della forza non potrebbe essere escluso, e la conferma che l’ipotesi di acquisizione dell’isola costituisca una “discussione attiva” alla Casa Bianca, hanno segnalato un salto qualitativo nella percezione europea della crisi, trasformando una controversia diplomatica in un problema di sicurezza collettiva. 

Particolarmente destabilizzante è risultata l’emersione di ipotesi di accordi diretti tra Washington e Nuuk, aggirando il governo danese. Una dinamica che non solo mette in discussione la sovranità di uno stato membro, ma introduce un precedente problematico all’interno dell’Alleanza Atlantica: la possibilità che una grande potenza alleata eserciti pressioni politiche e negoziali su un territorio formalmente appartenente a un altro alleato. Questo approccio si inserisce in una più ampia tendenza di disimpegno selettivo americano dalla sicurezza europea, in cui il rapporto transatlantico viene sempre più subordinato a logiche di interesse nazionale immediato. In questo quadro, le affermazioni secondo cui gli Stati Uniti potrebbero essere chiamati a scegliere tra la Groenlandia e la NATO hanno contribuito ad alimentare una percezione di frattura senza precedenti. 

Accanto alla pressione politica e diplomatica, la crisi groenlandese è stata accompagnata dall’emersione di dinamiche riconducibili a operazioni di influenza. In Danimarca, inchieste giornalistiche hanno segnalato  tentativi di infiltrazione politica legati a figure vicino all’amministrazione Trump, mentre in altre ricostruzioni delineano l’esistenza di una strategia più ampia volta a indirizzare il dibattito pubblico groenlandese sull’indipendenza e sul rapporto con Washington. Pur collocate in una zona grigia tra diplomazia informale e pressione politica, tali iniziative hanno contribuito ad accrescere il livello di sfiducia tra alleati, alimentando il sospetto di un utilizzo strumentale delle fragilità istituzionali e identitarie dell’isola. 

La reazione europea è stata rapida e relativamente compatta. L’Unione Europea ha ribadito con fermezza il principio del rispetto dell’integrità territoriale della Danimarca, sottolineando come la questione groenlandese non possa essere affrontata al di fuori dei quadri giuridici e politici condivisi. Parallelamente, diversi stati membri hanno espresso un sostegno politico esplicito a Copenaghen, sottoscrivendo una dichiarazione congiunta sulla Groenlandia in cui si riafferma la necessità di gestire le sfide di sicurezza nell’Artico all’interno del perimetro della cooperazione euro-atlantica, nel rispetto della sovranità e dell’unità politica degli alleati.  In questo clima, la questione groenlandese ha cessato di essere un dossier bilaterale, trasformandosi in una frattura politica intra-alleanza

La Groenlandia diventa così il simbolo di una tensione più profonda. Quando un alleato utilizza strumenti di pressione politica, diplomatica e potenzialmente coercitiva contro un altro alleato, il principio di fiducia reciproca – fondamento implicito della NATO – viene messo in discussione. È in questo spazio di ambiguità, tra sovranità formale, autonomia incompiuta e influenza esterna, che prende forma il paradosso destinato a esplodere nella dimensione militare e giuridica dell’Alleanza.  

Il paradosso dell’Articolo 5: quando il garante diventa il predatore.

La frattura politica emersa attorno alla Groenlandia produce effetti che travalicano la dimensione diplomatica e investono direttamente la struttura giuridica e strategica dell’Alleanza Atlantica. Nel momento in cui la pressione esercitata da uno stato membro assume caratteri coercitivi nei confronti di un altro alleato, la crisi si sposta dal piano della fiducia politica a quello della funzionalità del sistema di sicurezza collettiva. È in questo passaggio che la questione groenlandese si configura come uno stress test esistenziale per la NATO, mettendone in discussione i presupposti fondativi.

 L’Articolo 5 del Trattato Atlantico è stato concepito per fronteggiare minacce esterne in un contesto bipolare, fondandosi su un presupposto implicito ma essenziale: l’assenza di conflittualità strategica all’interno dell’Alleanza. Tale architettura mostra tuttavia limiti strutturali nel momento in cui il potere egemone dell’organizzazione esercita una pressione diretta o indiretta su un territorio appartenente a un altro stato membro. In uno spazio come l’Artico, dove deterrenza, sovranità e proiezione militare si sovrappongono in modo sempre più instabile, la Groenlandia emerge come un punto di frizione strutturale capace di evolversi in un potenziale proprio punto di rottura dell’equilibrio intra-alleanza. 

L’escalation retorica degli ultimi mesi ha contribuito a rendere questo scenario meno astratto. L’idea che un’azione militare in Groenlandia rappresenterebbe la fine stessa della NATO, unita alla riaffermazione che l’uso della forza resti un’opzione praticabile, ha incrinato il principio di prevedibilità strategica su cui si fonda la deterrenza collettiva. Parallelamente, è stato ribadito che la Groenlandia appartiene al suo popolo e che qualsiasi soluzione imposta dall’esterno sarebbe priva di legittimità politica e giuridica, posizione confermata anche dalle autorità di Nuuk, che hanno escluso l’ipotesi di entrare negli Stati Uniti o nell’Unione Europea

Se si ipotizza uno scenario di coercizione o intervento diretto, il cortocircuito dell’Articolo 5 diventa evidente. In termini formali, un attacco alla Groenlandia equivarrebbe a un attacco alla Danimarca, attivando il meccanismo di difesa collettiva. Tuttavia, quando l’attore responsabile coincide con il principale fornitore di deterrenza nucleare, capacità militari e leadership dell’Alleanza, il dispositivo perde ogni operatività concreta. L’Articolo 5 cesserebbe di funzionare come garanzia di sicurezza e si trasformerebbe in una contraddizione sistemica, incapace di produrre una risposta coerente senza dissolvere l’Alleanza stessa. Anche qualora le minacce rientrassero in una logica negoziale, il danno alla credibilità della NATO risulterebbe comunque profondo. Un’alleanza in cui uno stato membro teme il garante della sicurezza collettiva non può più essere definita una comunità di sicurezza, ma assume i tratti di un sistema gerarchico fondato sui rapporti di forza asimmetrici. In questo senso, la Groenlandia non rappresenta un’eccezione contingente, bensì un precedente potenzialmente destabilizzante per l’intera architettura euro-atlantica.

Le implicazioni strategiche di una simile crisi sarebbero immediate e profonde. Una NATO delegittimata o paralizzata offrirebbe vantaggi indiretti a Russia e Cina, riducendo la capacità dell’Alleanza di esercitare deterrenza credibile nei teatri chiave. Mosca, che ha rafforzato in modo sistematico la sua postura militare nel Grande Nord, potrebbe sfruttare la perdita di coesione euro-atlantica per ampliare i propri margini di manovra nell’Artico e lungo il fianco orientale europeo, consolidando una strategia di pressione multilivello. Parallelamente, Pechino troverebbe un contesto favorevole per accelerare la propria penetrazione economica, scientifica e infrastrutturale lungo le rotte polari emergenti e nei settori strategici legati alle risorse critiche, incluse le terre rare groenlandesi, sempre più centrali nelle catene del valore globali e nella competizione tecnologica tra grandi potenze. 

La crisi groenlandese apre così una riflessione di carattere sistemico sull’ordine internazionale. Se una grande potenza potesse ottenere un territorio strategico attraverso la coercizione, invocando esigenze di sicurezza nazionali o di difesa avanzata, quale precedente verrebbe creato? La Russia non potrebbe forse rivendicare una legittimazione analoga per proseguire la guerra in Ucraina e consolidare il controllo sulle regioni del Donbass, reinterpretando il concetto di sicurezza regionale in chiave espansiva? E la Cina non potrebbe richiamarsi a una propria lettura della sicurezza emisferica per giustificare un’azione su Taiwan, presentandola come misura preventiva e difensiva? 

In questo scenario, il diritto internazionale rischierebbe di perdere la propria funzione regolativa, riducendosi a un insieme di norme applicabili in modo selettivo e subordinate ai rapporti di forza. È qui che emerge con maggiore chiarezza la responsabilità strategica dell’Europa. Opporsi a qualsiasi soluzione coercitiva sulla Groenlandia non significa soltanto difendere la sovranità danese o preservare la NATO, ma evitare la creazione di un precedente capace di innescare una crisi sistemica dell’ordine internazionale basato sulle regole, già messo sotto pressione dal ritorno della geopolitica delle sfere di influenza

La Groenlandia, da periferia artica, diventa così il luogo simbolico in cui si misura la tenuta dell’Alleanza Atlantica e, più in generale, la credibilità dell’Occidente come attore normativo e garante di stabilità. In un contesto segnato dal nuovo grande risiko dell’Artico e dalla crescente competizione sulle risorse strategiche e sulle rotte polari, se il garante della sicurezza collettiva dovesse trasformarsi in un predatore, il contratto strategico che ha sostenuto l’ordine euro-atlantico dal secondo dopoguerra rischierebbe non solo di incrinarsi, ma di dissolversi definitivamente. 

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Groenlandia, l’auto europea nel mirino. Dalla Germania la VDA lancia l’allarme sui dazi USA

L’ipotesi di nuovi dazi statunitensi contro i Paesi europei che sostengono la Groenlandia apre un fronte delicato soprattutto per l’industria automobilistica, uno dei settori più esposti nei rapporti commerciali tra Europa e Stati Uniti. A lanciare l’allarme è l’associazione tedesca dell’auto, la VDA, che parla di costi “enormi” per i costruttori europei, a partire dalla Germania.

Il mercato americano è infatti strategico per i grandi gruppi tedeschi. Marchi come Volkswagen, BMW e Mercedes-Benz esportano ogni anno centinaia di migliaia di veicoli negli Stati Uniti, dove realizzano una quota rilevante dei loro ricavi. L’introduzione di dazi del 10%, con la minaccia di un aumento fino al 25%, inciderebbe direttamente sui prezzi finali delle auto europee, riducendone la competitività rispetto ai modelli prodotti localmente o provenienti da Paesi non colpiti dalle tariffe.

Per i costruttori tedeschi il problema non riguarda solo le vetture finite. I dazi colpirebbero anche componenti e semilavorati, con effetti a catena su tutta la filiera: fornitori, logistica e stabilimenti produttivi. In un settore già sotto pressione per la transizione verso l’elettrico e per l’aumento dei costi energetici, un ulteriore aggravio tariffario rischia di comprimere i margini e rallentare gli investimenti.

Le conseguenze si estenderebbero rapidamente oltre i confini tedeschi. L’industria automobilistica europea è fortemente integrata: molte auto esportate dalla Germania contengono componenti prodotti in altri Paesi dell’UE. Un calo delle vendite negli Stati Uniti potrebbe quindi tradursi in minori volumi produttivi anche in Francia, Italia, Europa orientale e nei Paesi nordici.

Secondo la VDA, una risposta frammentata sarebbe inefficace. Serve invece una strategia comune dell’Unione Europea (ra le possibili opzioni lo Strumento anti-coercizione evocato dal presidente francese Macron), capace di tutelare un settore che rappresenta uno dei pilastri dell’economia continentale in termini di occupazione, innovazione ed export. Ne va della tenuta dell’industria dell’auto continentale e del futuro delle relazioni commerciali transatlantiche.

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Che cos’è il bazooka commerciale che l’Ue può usare contro Trump

Davanti agli ennesimi dazi usati come minaccia-ricatto da Donald Trump, questa volta ai Paesi alleati che hanno deciso di inviare truppe per difendere la Groenlandia dalle mire dello stesso presidente degli Stati Uniti, l’Unione europea sta valutando diverse risposte. La palla è nel campo di Bruxelles, perché la competenza in materia è esclusiva della Commissione europea, che può avviare contenziosi, imporre controdazi o attivare strumenti di difesa commerciale e anti-coercizione, con misure valide per l’intero mercato unico. E se una reazione ci sarà, sarà con ogni probabilità coordinata con il Regno Unito, uno dei Paesi colpiti dai dazi al 10% dal 1° febbraio (e al 25% dal 1° giugno).

I due principali partiti al Parlamento europeo hanno chiesto la sospensione dall’accordo di Turnberry siglato a luglio dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e dal presidente Trump dopo che questi aveva finito una partita nel suo golf club scozzese. Manfred Weber e Iratxe García Pérez, presidenti rispettivamente di popolari e social-democratici, hanno fatto la prima mossa. E sono stati seguiti a stretto giro da Valérie Hayer, presidente del centrista Renew, quarto partito al Parlamento europeo (con un seggio in meno dei conservatori).

In ballo c’è, oltre alla sospensione dell’intesa, anche l’utilizzo dello strumento anticoercizione, ovvero il regolamento europeo che l’Unione europea ha adottato per reagire a misure di coercizione economica da parte di Paesi terzi, nato anche dopo le restrizioni cinesi contro la Lituania. La coercizione è definita come misure commerciali volte «a impedire o ottenere la cessazione, la modifica o l’adozione di un determinato atto da parte dell’Unione o di uno Stato membro», interferendo nelle scelte sovrane.

La Commissione può avviare la procedura d’ufficio o su richiesta di uno Stato membro e deve agire «con sollecitudine». Se la valutazione legale conferma la coercizione, la proposta viene inviata agli Stati membri e l’attivazione richiede una maggioranza qualificata; anche gli Stati devono agire rapidamente. Lo strumento, soprannominato trade bazooka, autorizza misure di ritorsione come dazi, controlli alle esportazioni e restrizioni su accesso al mercato, investimenti, servizi e appalti pubblici.

Finora non è mai stato usato: la sua efficacia e rapidità sono quindi incerte. Finora è servito soprattutto da deterrente, ma la mancanza di attivazioni (anche contro i dazi di Trump e le restrizioni cinesi sulle terre rare) ha fatto discutere sulla volontà dell’Union europea di applicarlo concretamente. Inoltre, pur non essendoci veti individuali, serve forte sostegno politico: riserve di Paesi come Germania e Italia hanno già indebolito la posizione della Commissione.

Ma il contesto attuale sembra diversa: se l’uso dei dazi del 10% fosse ritenuto volto a interferire nella sovranità della Danimarca o di altri Stati per le truppe inviate a difesa della Groenlandia, lo strumento offrirebbe una via legale per reagire. Ma la decisione finale dipenderebbe dalla coesione politica e dalla disponibilità a sostenere eventuali costi economici.

Intanto, ieri i 27 ambasciatori di Paesi dell’Unione europea hanno discusso anche altre misure ritorsive elaborate per dare ai leader un peso negli incontri cruciali con il presidente degli Stati Uniti al World Economic Forum di Davos questa settimana. A rivelarlo è stato il Financial Times: le capitali europee starebbero valutando un pacchetto di 93 miliardi di euro di dazi come rappresaglia agli annunci arrivati dagli Stati Uniti o della possibilità di escludere le aziende americane dal mercato dell’Unione. L’elenco dei dazi, si spiega, era stato preparato lo scorso anno, ma sospeso fino al 6 febbraio per evitare una guerra commerciale a tutto campo.

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La politica italiana reagisce ai dazi di Trump per la Groenlandia

Da Tajani appello al dialogo: "Insieme, essendo tutti parte della Nato, possiamo lavorare per garantire la sicurezza della Groenlandia". Schlein attacca Meloni: "Ci aspettavamo una posizione netta in difesa della Groenlandia"

© RaiNews

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Groenlandia, perché Trump la vuole

In senso strettamente geografico l’Artico è un mare mediterraneo, poiché vi si affacciano tre interi continenti: Asia,Europa e America. Come Africa,Asia ed Europa si affacciano sul Mediterraneo in senso proprio. Ma ormai possiamo comparare i due mari anche perché mutamento climatico e tecnologia li avvicinano per intensità di scambi e percorrenze.

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Solo senza escalation si giunge a un’intesa sulla Groenlandia. L’invito di Meloni

Pragmatismo è, anche o soprattutto, capire i tempi della politica e delle crisi in atto. Quando Giorgia Meloni da Seoul dice che solo senza escalation si va (tutti) a dama in Groenlandia, chiede in primis di abbassare i toni, avviare una discussione “tra di noi” e usare il “luogo” della Nato al fine di lavorare insieme per rispondere a una preoccupazione che “ci coinvolge tutti”. Ovvero che attori ostili possano avere la meglio su un interesse comune.

In questo senso va letta, secondo la presidente del Consiglio, la volontà di alcuni Paesi europei di essere parte attiva all’interno di un progetto che miri ad una maggiore sicurezza in Artico, anche con l’invio di truppe. Inoltre dice chiaramente ciò che pensa sui dazi (“un errore”). Ma su questo secondo elemento secondo Meloni c’è stato un problema di comprensione e di comunicazione. Per cui il primo messaggio che giunge dalla Corea del Sud è fermare tutte quelle azioni che potrebbero innescare un quadro di altissima tensione e, piuttosto, avviare un dialogo costruttivo per meglio comprendere i parametri di analisi e di azioni. Il tutto tenendo ben presente un passaggio che, secondo Meloni, è nevralgico: da parte americana c’è la preoccupazione per l’eccessiva ingerenza esterna su una zona strategica e, al contempo, da parte europea vi è la volontà di contribuire ad affrontare questo problema. Per cui, è il sunto dell’analisi, si può e si deve trovare un punto di incontro tra Ue e Usa.

Un problema che investe, gioco forza, i destini europei per una serie di ragioni geopolitiche come emerso due giorni fa dalla presentazione da parte del governo di Roma del corposo documento programmatico sull’Artico, che vuole definire un percorso progettuale tramite il rafforzamento dell’impegno italiano nella regione. Sull’ipotesi di una possibile partecipazione militare italiana come segnale di unità con gli europei alla missione nell’isola Meloni fuga ogni dubbio: “Ora è prematuro parlarne perché sto lavorando per cercare di abbassare la tensione e di tornare al dialogo”.

Per questa ragione la premier ha parlato al telefono con Donald Trump (“al quale ho detto quello che penso”) e ho con il segretario generale della Nato (“che mi conferma un lavoro che l’Alleanza Atlantica sta iniziando a fare da questo punto di vista”). Ma non finisce qui, dal momento che ci sarà anche un contatto tra leader europei in occasione di una riunione a livello di Coreper dell’Unione europea. C’è anche spazio per una precisazione a uso interno quando Meloni spiega per l’ennesima volta che non c’è un problema politico con la Lega sui nuovi dazi annunciati da Trump contro i Paesi che hanno inviato truppe in Groenlandia.

Meloni cita la postura del premier finlandese, Alexander Stubb, che ha specificato come tra alleati serva dialogo e non pressioni. Il riferimento è alla necessità di un’azione coordinata dagli alleati al fine di ribadire “i principi dell’integrità territoriale e della sovranità”. La costante del ragionamento di Meloni tocca un caposaldo della strategia euro-atlantica, ovvero il ruolo della Nato: è solo quello “il luogo nel quale noi dobbiamo cercare di organizzare insieme strumenti di deterrenza verso ingerenze che possono essere ostili”. Il fatto che la Nato abbia cominciato a lavorare in tale direzione è certamente una buona notizia.

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L’orrore della Groenlandia in Europa: Trump chiuderà la valvola del GNL in Europa e l’UE dovrà chiedere il gas a Putin

Depositi di gas sotterranei semivuoti, un inverno freddo, minacce tariffarie e la Delta Force statunitense: l’UE si ritrova inaspettatamente ad affrontare una “tempesta perfetta”.

Venerdì scorso, Donald Trump ha dichiarato che potrebbe imporre dazi sui prodotti provenienti da Paesi, compresi quelli europei, se questi si opporranno ai piani degli Stati Uniti di annettere la Groenlandia.

La Groenlandia, con una popolazione di poco più di 55.000 abitanti, ha promesso proteste in risposta alle pressioni di Washington. La Danimarca, che ha una regione autonoma che comprende l’isola più grande del mondo, rimane cupamente in silenzio, sperando nell’aiuto dei suoi alleati.

Nel frattempo, in Germania, Francia, Belgio, Londra e Stoccolma, si calcola nervosamente il costo di una guerra commerciale con l’America che non venga contestata (o non venga contestata). I dazi di Trump sono una cosa seria; finiranno subito nelle loro tasche.

Ma la cosa peggiore per l’Unione Europea è che Trump ha un altro asso nella manica, che può usare in qualsiasi momento. Anche senza ricorrere alle forze speciali Delta Force, famose in Venezuela.

Gli impianti di stoccaggio del gas in Europa si stanno svuotando: Paesi Bassi, Germania e Francia saranno i primi a congelare.L’UE è attualmente aiutata dal fatto che molte aziende ad alta intensità energetica hanno ridotto la produzione

Le dichiarazioni di Donald Trump sulla necessità di stabilire il controllo americano sulla Groenlandia non sono più percepite in Europa come un’eccentrica vanagloria politica. Diversi paesi della NATO – Germania, Francia e Paesi Bassi – hanno già schierato le loro truppe sull’isola. Anche l’Estonia minaccia di inviare diverse truppe, fino a 10.

Pubblicazioni e think tank occidentali sono sempre più concordi: anche se uno scenario militare in Groenlandia rimane improbabile, la logica della pressione statunitense sui suoi alleati è già stata messa in atto. E si basa meno sulla forza militare che sulla leva energetica, a cui l’Europa è significativamente più vulnerabile di quanto si creda comunemente.

Groenlandia

Di cosa ha bisogno Trump?

La Groenlandia è un elemento chiave del sistema americano di allerta precoce e di difesa missilistica. Ma, cosa ancora più importante per Trump, contiene potenzialmente significative riserve di terre rare, petrolio e gas, e controlla le rotte di navigazione artiche, la cui importanza sta crescendo con lo scioglimento dei ghiacci.

Il politologo francese Bertrand Badie , professore emerito presso l’Istituto di Studi Politici, sottolinea che la Groenlandia è diventata “un punto cruciale nella transizione dalla geopolitica classica alla geoeconomia artica”, dove le questioni di sovranità sono sempre più intrecciate con le risorse e la tecnologia. È in questo contesto che Trump definisce ancora una volta l’isola “vitale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”, collegandola al futuro sistema di difesa missilistica Golden Dome e alla strategia di contenimento di Russia e Cina.

Perché Trump non farà marcia indietro

Per Trump, la Groenlandia non è un oggetto di “acquisto” simbolico, ma uno strumento per dimostrare il dominio americano. La sua logica è articolata.

Il primo, militare, riguarda il controllo dell’Artico e il rafforzamento della difesa missilistica.

Il secondo, geoeconomico, riguarda l’accesso alle risorse e ai corridoi logistici.

Il terzo, politico, è la mobilitazione dell’elettorato attorno all’idea di un’“America dura”.

Il quarto, quello degli alleati, è una prova della lealtà dell’Europa.

Notizie sui media2

Gli analisti americani, citati dall’agenzia Anadolu, sottolineano che tale retorica confonde deliberatamente i confini di ciò che è accettabile, costringendo gli alleati a reagire e quindi a riconoscere l’asimmetria di potere.

Trump è temuto dalla Francia alla Svezia.

Formalmente, le capitali europee si sono schierate in difesa della sovranità della Danimarca. Tuttavia, dietro la retorica diplomatica si cela una crescente incertezza. Ad esempio, per Copenaghen, la questione della Groenlandia non è una questione geopolitica astratta, ma un attacco al modello stesso dello Stato danese.

Il politologo danese Ulrik Pram Gad dell’Istituto di studi internazionali osserva che la pressione degli Stati Uniti “mina il principio stesso dell’autonomia della Groenlandia, trasformandola in un oggetto di contrattazione tra grandi potenze”.

Allo stesso tempo, la Danimarca è oggettivamente incapace di difendere l’isola da sola, né militarmente né politicamente.

Anche altri paesi del Nord Europa temono di essere coinvolti in uno scontro diretto. L’esperto di sicurezza svedese Vilhelm Aggrell sottolinea che qualsiasi azione unilaterale degli Stati Uniti aumenterà inevitabilmente la militarizzazione della regione e renderà il Nord Europa una zona ad alto rischio.

Gli analisti dell’Istituto francese per le relazioni internazionali (IFRI) sottolineano che anche solo discutere la possibilità di annettere un territorio dell’Unione mina le norme che l’Europa considera da decenni il fondamento della sicurezza.

L’economista Jacques Sapir sottolinea che “il problema non è la Groenlandia in sé, ma il precedente: se gli Stati Uniti permettono una forte pressione sui propri alleati, l’autonomia strategica europea rimane una finzione”.

Corridoio artico

Guerra economica tra Stati Uniti ed Europa

L’Unione Europea sta valutando diverse misure, che vanno dalla pressione diplomatica a una presenza militare simbolica. Tuttavia, tutte queste misure sono più psicologiche che pratiche.

Il Ministro della Difesa italiano Guido Crosetto ha apertamente ridicolizzato l’idea di inviare un “mini-contingente” in Groenlandia. In altre parole, l’Europa sta dimostrando unità a parole, ma evitando qualsiasi azione che possa provocare una risposta degli Stati Uniti.

La ragione non è solo la debolezza militare. Come osserva il politologo brasiliano Uriel Araujo , l’Europa ha ridotto la quota di gas russo nel suo mix energetico. Tuttavia, questo non ha portato alla sovranità energetica. La nicchia lasciata libera è stata riempita dal GNL americano, più costoso e strettamente legato alle circostanze politiche. In altre parole, l’Unione Europea ha di fatto sostituito una forma di dipendenza con un’altra, con meno potere negoziale.

Le conclusioni di Araujo sono confermate dall’Osservatorio francese dei cicli economici (OFCE). Secondo il suo rapporto, gli impianti di stoccaggio del gas dell’UE sono pieni solo al 50-60%, nonostante un inverno insolitamente freddo. In questa situazione, Trump ha a disposizione una leva di pressione molto più efficace di dazi e tariffe: la gestione dei flussi di GNL.

Indignazione politica

Gli economisti svedesi e francesi concordano: gli Stati Uniti non hanno bisogno di imporre un embargo economico ai paesi che sostengono la Groenlandia. Una “soluzione di mercato” – dirottare le petroliere verso l’Asia, dove la domanda è costantemente elevata – è sufficiente. Anche 10-14 giorni di interruzioni, secondo le stime dell’OFCE, potrebbero causare uno shock dei prezzi, bloccare parte dell’industria europea e innescare una crisi politica in alcuni paesi.

L’economista danese Jeppe Jensen sottolinea: “A differenza della Russia, gli Stati Uniti non sono vincolati da impegni a lungo termine nei confronti dell’Unione Europea. Questo rende la leva energetica particolarmente pericolosa”.

Un anno fa, proprio a gennaio, accadde un episodio emblematico . Sette petroliere americane, dirette in Asia, dove i prezzi del GNL erano elevati, cambiarono rotta mentre erano ancora in mare e si diressero verso porti europei. (…….)

In questo contesto, si pone sempre più spesso una domanda scomoda per l’Europa: cosa fare se la crisi energetica coincidesse con un conflitto politico con gli Stati Uniti? Come osserva Araujo, Mosca potrebbe teoricamente offrire limitate forniture di gas a un prezzo scontato, non per altruismo, ma come mezzo per riguadagnare influenza. Un simile scenario sembrava impensabile fino a poco tempo fa, ma la realtà energetica lo sta rendendo un argomento di discussione anche in Germania. Non è un caso che Friedrich Merz abbia già ammesso che la “separazione del gas” con la Russia sia stata un errore strategico.

Berlino ora ammette che anche la chiusura delle centrali nucleari tedesche è stata un errore. E con quanta gioia la “verde” Annalena Baerbock parlò un tempo della fine delle centrali nucleari . Ma dov’è ora?

Fonte: Svpressa.ru

Traduzione: Sergei Leonov

 

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Groenlandia para Trump – Por Juan Manuel de Prada

Por Juan Manuel de Prada

Después de los fiascos de Irán (sin paliativos) y Venezuela (donde sólo ha podido ofrecer a su parroquia el absurdo secuestro de Maduro), a Trump le queda el premio de consolación de Groenlandia, que podría arramplar fácilmente. Pero, para lograrlo con el aplauso de la ‘opinión pública’, tendría que engañar a los progres con cualquier milonga que les haga morder el anzuelo: con Venezuela no le funcionó la milonga del narcotráfico, demasiado chapucera (sobre todo porque no se recató de disimular su avaricia petrolera); en cambio con Irán logró engañar a los progres maravillosamente, haciéndoles creer que la falsa bandera orquestada por el Mossad y la CIA era una revuelta espontánea de mujeres desmelenadas que prendían un cigarrillo con la efigie en llamas de un ayatolá. Sin esforzarse apenas, Trump logró que todos los progres descerebrados del planeta, que tanto gemían por la masacre de los palestinos, se convirtieran en aliados de Netanyahu contra el mayor –y casi único– aliado de los palestinos; y, todavía más grotesco, consiguió aparecer ante el mundo como un paladín del feminismo, deseoso de liberar a las mujeres de la tiranía. Pero los ayatolás resultaron unos tipos bragados que, a la postre, le aguaron la fiesta.

Ahora, con el premio de consolación de Groenlandia, se le ofrece a Trump una oportunidad inmejorable para meterse en el bolsillo a todos los progres descerebrados del planeta, si los embauca con la milonga adecuada. Puede, por ejemplo, decir que quiere mejorar las condiciones de vida de una minoría étnica tan maltratada como el pueblo esquimal. Pero aquí podría ocurrirle como a aquellas señoras danesas que montaron una comisión para mejorar las condiciones de vida misérrimas de los esquimales de Groenlandia y se enteraron de que Bertrand Russell acababa de llegar a Copenhague. Corrieron las señoras con mucho bamboleo de tetas al hotel donde paraba el célebre escritor y lo abordaron sin remilgos: «Queremos, milord –le dijeron–, dotar a estos pobres desgraciados que habitan Groenlandia de luz eléctrica. Son tan pobres que en invierno, a falta de todo alimento graso, tienen que comerse hasta las velas». A lo que Russell replicó: «Lamentable, desde luego. Pero, ¿cree usted que serán más felices si, en lugar de velas, tuvieran que comerse bombillas eléctricas?».

Camba contaba que un explorador de las regiones polares, deseando un día celebrar el cumpleaños de un amigo esquimal, le preparó una tarta en la que invirtió gran parte de sus provisiones, ensartándole luego unas velas, para que las soplase. Pero el esquimal, después de manifestar su gratitud y contento frotándose sus narices con las del explorador, se deshizo de la tarta, como si fuese un mero soporte, y se comió las velas una por una. Pues las velas, sean de esperma o de sebo (las de cera de abeja resultan, en cambio, un poco más indigestas), constituyen un bocado exquisito para los esquimales, sólo superado por el aceite de foca, del que se aseguran provisión durante el invierno organizando cacerías en kayak. Los esquimales adosan a su kayak un rollo de cordel resistente que termina fijado al arpón; y, cuando se acerca una foca, lanzan el arpón con la rapidez del rayo y dejan que la foca herida se sumerja bajo las aguas desliando cientos de metros de cordel hasta que al fin, desangrada y sin fuerzas para arrastrar el kayak, sale a la superficie de las aguas, con el arpón todavía clavado, para expirar en medio de una horrible agonía.

En la prohibición de la caza de las focas podría tener Trump una segunda causa para convencer a los progres de la conveniencia de arramplar con Groenlandia. Pero no creo que Trump resulte demasiado convincente en ese papel; así que, aun a riesgo de repetirse más que la fabada, debería ordenar a la CIA una operación de falsa bandera también en Groenlandia, agitando protestas de las mujeres esquimales contra el patriarcado opresor. Aunque los esquimales sean los hombres más cariñosos del mundo (si bien el aliento les huele fatal, por alimentarse de pescado crudo), la CIA puede inventar un ‘relato’ que luego regurgiten todos los medios de cretinización de masas, asegurando que, entre los esquimales, los padres venden a sus hijas por una jarra de grasa de foca y permiten que el marido les tunda las costillas a palos, en la intimidad del iglú conyugal. Toda esta intoxicación se puede complementar luego con la fotografía de una falsa esquimal (una vasca puede servir, pues el groenlandés suena como el euskera) que aparezca quemando la foto de un chamán sobre el fondo de un valle guipuzcoano. Y si algún suspicaz se atreve a cuestionar que un paisaje tan verde y frondoso pueda hallarse en una isla cubierta de hielo la mayor parte del año, se le recordará que Groenlandia significa ‘tierra verde’; lo cual, sin duda, es un magnífico chiste danés.

Por supuesto, si desea que la milonga cuaje, Trump deberá complementarla con leyes que desbaraten la convivencia de los esquimales. Así, por ejemplo, se les debe prohibir por ley utilizar su método tradicional para zanjar disputas conyugales, que consiste en que cada uno de los cónyuges enfrentados componga una canción sarcástica sobre el otro y ambos las canten en una reunión familiar, dejando que los asistentes decidan quién es el ganador y obligando al perdedor a pedir perdón. Una vez prohibido este método, las disputas conyugales se resolverán en un tribunal, donde los varones esquimales tendrán aún más difícil demostrar su inocencia que los españoles. Pues, cuando nieguen haber agredido a su mujer, el juez les dirá:

—Afirma usted que no es el autor del delito que se le imputa. ¿Podría, entonces, decirme lo que hizo la noche del 15 de abril al 15 de octubre?

Con noches tan largas como las groenlandesas no hay manera de que nadie pueda probar su inocencia. Groenlandia, a poco que Trump se esfuerce, podría ser el paraíso que lo reconcilie con los progres, más fachas que él.

 

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Groenlandia: una prospettiva centroeuropea

La sicurezza dell’Artico e le minacce di Trump di prendersi la Groenlandia anche con la forza scopre un fronte fino a quel momento marginale per l’Europa centrale. La Polonia ha risposto in maniera più energica alla provocazione di Washington. Tuttavia, la cautela delle altre cancellerie centroeuropee vanifica un possibile contributo subregionale alla sicurezza artica.

L’Artico è il leitmotiv geopolitico che sta caratterizzando l’inizio del 2026 nonché l’ennesima sfida per la coesione euro-atlantica lanciata dal presidente USA, Donald Trump. In Europa, l’evento sta alzando un moto di solidarietà nei confronti della Danimarca che si traduce concretamente nel rinnovamento della presenza militare in Groenlandia. Il vertice statunitense-danese di Washington dello scorso 14 gennaio scorso indica che la questione è destinata a rimanere aperta ancora a lungo.

In questo scenario, il Gruppo di Visegrád (V4) — il forum centroeuropeo formato da Slovacchia, Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca — appare come un attore geograficamente distante e strategicamente impegnato – spesso a dividersi — su altri teatri, in primis quello ucraino. Ciononostante, i membri del Gruppo mostrano alcuni segnali che confermano le tendenze divisive preesistenti all’interno del formato V4. Varsavia emerge come l’attore più attivo sulla scena mentre le altre cancellerie, per motivi diversi, si defilano dalla questione. Pur non essendoci un documento definisca una Arctic policy centroeuropea, l’assenza di una postura V4 riflette coerentemente la complessità e la sporadicità con cui questi Paesi si affacciano alla sicurezza artica.


La posizione polacca


Varsavia si è dimostrata il membro V4 più attivo sulla questione groenlandese accodandosi in maniera attiva alla posizione europea. Da subito, il Primo Ministro (PM) polacco, Donald Tusk, ha avvisato che l’Unione europea (Ue) è tenuta ad unirsi nel sostegno a Copenaghen. Il Paese ha firmato congiuntamente con gli alleati europei la “Dichiarazione congiunta sulla Groenlandia” nella quale si afferma che l’Artico sia una questione di sicurezza collettiva dentro la NATO ribadendo con forza il principio di sovranità della Danimarca e della Groenlandia sul territorio. Il 7 gennaio, il ministro degli affari esteri, Radosław Sikorski, ha ribadito il concetto durante un incontro con gli omologhi francese, tedesco ed indiano a Parigi dove ha ricordato che le questioni territoriali, negli USA, sono decise in ultima istanza dal Congresso. Al contempo, Sikorski ha sostenuto la linea del suo omonimo francese, Jean-Noël Barrot per cui Parigi, Berlino e Varsavia elaboreranno una risposta congiunta alle mire di Trump che verrà poi estesa a livello europeo.


All’atto pratico, tuttavia, la posizione polacca risente della difficile coabitazione tra governo e Presidente della Repubblica, espressione di schieramenti politici contrapposti. Il Presidente polacco, Karol Nawrocki, ha mantenuto una posizione più cauta sollecitando una soluzione diplomatica che si svolga dentro il framework della NATO. Nei giorni successivi, la posizione di Nawrocki si è indurita arrivando ad affermare in un’intervista alla BBC Radio Four che la Polonia (e gli europei) debbano rimanere fuori dalla questione groenlandese affermando che sia solo un affare tra Copenaghen e Washington. Tale posizione rappresenta un ostacolo all’azione del governo, che evita fughe in avanti per scongiurare i veti, limitando tuttavia la propria capacità di tradurre il sostegno in azioni rilevanti. Ad esempio, Tusk ha negato la possibilità di qualsiasi coinvolgimento militare polacco in Groenlandia, scelta che cozza con le decisioni di altre cancellerie europee di rafforzare la presenza nell’Artico.

L’interesse della Polonia verso la regione polare non è frutto della contingenza attuale ma è un interesse di lungo periodo. La presenza polacca è stata per lungo tempo di carattere scientifico ma si è sviluppato a livello strategico dopo la Guerra Fredda a partire dall’acquisizione dello status di osservatore permanente presso il Consiglio Artico nel 1998. Ad oggi, la Polonia è l’unico Paese V4 a godere di questo status permettendole di partecipare ai vertici regionali. Lo sforzo diplomatico è andato definendosi nel tempo e le sue coordinate si sono strutturate in due documenti chiave: la “Strategia della ricerca polare polacca 2017-2027”, elaborato dall’Accademia delle Scienze della Polonia e il Polish Polar Policy del 2020 redatto dal ministero degli esteri. Quest’ultimo definisce quattro priorità strategiche: garantire la partecipazione attiva e l’influenza politica di Varsavia nella regione tramite diplomazia pubblica, scientifica ed economica; rafforzamento della ricerca scientifica polacca; coordinamento degli sforzi per la regione con altre politiche e strategie nazionali; e mantenere costante l’attività delle analisi delle attività socio-politiche. A queste si aggiungono obiettivi specifici quali la tutela ambientale e la valorizzazione della diaspora polacca nei Paesi della regione artica.

Cautele centroeuropee


L’attivismo polacco rappresenta un’eccezione nella realtà del Gruppo in quanto Slovacchia, Ungheria e Repubblica Ceca non hanno aderito alla Dichiarazione congiunta mantenendo una linea più neutra. Le motivazioni, come il grado di coinvolgimento nella regione artica, differiscono tra loro ma tutte condividono un elemento comune, il timore di innervosire Washington.


La postura di Praga assomiglia a quella polacca in quanto essa risente di una coabitazione politica antagonista tra governo e Presidente della Repubblica. Da un lato, il governo sovranista del neo PM, Andrej Babiš, si è distanziato dalla questione. In particolare, il ministro degli esteri, Petr Macinka, ha incontrato l’ambasciatore statunitense in Repubblica Ceca, Nicholas Merrick, e il suo vice, David Wisner con cui si è registrata una sostanziale convergenza tra Washington e Praga. Dall’altro lato, Petr Pavel, Presidente della Repubblica ed esponente dell’attuale opposizione, ha espresso vicinanza alla Danimarca invitando ad aderire alla Dichiarazione congiunta, invito rimasto disatteso. L’indirizzo di Pavel risulta più vicino al mainstream della strategica artica ceca basata sul coordinamento con l’Unione europea e sulla costruzione di relazioni scientifiche e diplomatiche con i partner euro-atlantici, finalizzate all’ottenimento dello status di osservatore presso il Consiglio Artico. Le azioni dell’esecutivo, quindi, sconfessano questa linea a favore di una vicinanza agli USA.


Bratislava e Budapest, invece, non hanno interessi strategici significativi nella regione che riflette la scarsa tradizione scientifica dei due Paesi. Ciononostante, non sono completamente fuori dalla partita. Il PM ungherese, Viktor Orbán, ha invitato le parti a discutere della questione groenlandese all’interno della NATO. Tale linea è una versione più morbida delle parole, dette a gennaio 2025, dal ministro degli esteri di Budapest, Péter Szijjártó, il quale sminuiva le parole di Trump sulla Groenlandia. A Bratislava, solo il ministro degli affari esteri, Juraj Blanár, si è esposto sulla vicenda mostrando solidarietà a Copenaghen tramite una telefonata all’omologo danese, Lars Løkke Rasmussen. Di contro, il PM slovacco, Robert Fico, non si è ancora ufficialmente esposto sulla vicenda.

Il distacco dell’Ungheria e della Slovacchia, manifestato dalla loro non partecipazione alla Dichiarazione congiunta, è strumentale alla loropolitica di non allineamento alle posizioni europee sulle questioni di sicurezza internazionale. Lo scopo è duplice: ottenere credito presso Washington da spendere sulle discussioni diplomatiche riguardanti il conflitto in Ucraina, confermando il loro ruolo di attori destabilizzanti dentro l’Ue, e disimpegnarsi dalle faccende internazionali a favore di questioni domestiche che siano elezioni (Ungheria) o crisi di consensi (Slovacchia).


Perciò, la frammentazione V4 sulla Groenlandia rappresenta un nuovo capitolo della paralisi che caratterizza il Gruppo. Nonostante il tema della sicurezza artica sia marginale nella sicurezza centroeuropea, l’incapacità di formulare una prospettiva sub-regionale compromette ulteriormente la rilevanza come attore geopolitico. Nei fatti, i V4 stanno dissipando nuovamente il potenziale di essere una voce dialogante dentro un legame euro-atlantico più che mai fragile.

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Aldilà del giardino di casa. Venezuela e Groenlandia – politiche di aggressione USA e interessi del capitale

Pare opportuno che una riflessione sui fatti del Venezuela debba andare ben oltre la classica visione del “giardino di casa” che per più un secolo ha ben dimostrato la natura degli interessi del capitalismo statunitense e le azioni a difesa dei suoi investimenti nel continente Sud Americano. Le vicende venezuelane non riguardano solo i rapporti tra nord e sud America, ma devono essere valutati per il loro impatto globale. Intervenire a Caracas in realtà nasconde l’intenzione di colpire molto più lontano; il vero obiettivo è ben più consistente che non un “caudillo” sudamericano, i veri scenari in gioco si trovano a migliaia di chilometri di distanza. Nel marzo dello scorso anno un articolo pubblicato sul n. 6 di Umanità Nova esponeva delle considerazioni sull’importanza strategica dell’area artica e sull’interesse che in quel momento l’amministrazione statunitense aveva pubblicamente manifestato per la regione. Interesse oggi rinnovato con forza da Trump e riproposto proprio a ridosso dall’intervento militare nel Venezuela, suscitando clamore e preoccupazione in campo internazionale. Quanto osservato quasi un anno fa sulle colonne di U.N. costituisce ancora oggi materiale più che attuale per le analisi geoeconomiche e geopolitiche relativamente agli interessi statunitensi legati alle nuove rotte artiche, alle materie prime rare e alla posizione strategica della piattaforma groenlandese e canadese per le intercettazioni dei missili nucleari. Tuttavia riproporre la questione del controllo dell’Artico in concomitanza con l’operazione scattata in Venezuela non è una semplice coincidenza. Il blitz militare in Venezuela non è “solo” una dimostrazione della volontà di espansione della potenza statunitense, come è stato comunemente interpretato dai media, ma un’azione che si collega a scenari più ampi.

Cerchiamo di procedere con ordine. Innanzitutto è bene sottolineare che la questione del narcotraffico è del tutto fuorviante ed ha solo un fondamento propagandistico. L’operazione in Venezuela è stata derubricata ad intervento di polizia internazionale contro il narcotraffico con il pretesto della difesa dell’interesse nazionale, evitando in tal modo il necessario passaggio al Congresso per l’autorizzazione di operazioni belliche extraterritoriali. Soprattutto si è collaudata una scorciatoia per eventuali successive ad analoghe operazioni, quali potrebbero essere eventuali interventi in Colombia o a Cuba (anche se in questo caso è probabile che l’opzione possa cadere più su azioni di destabilizzazioni interne che su interventi diretti). Tale scelta per un sistema democratico liberale, sia pur presidenziale, come quello statunitense, da un punto di vista politico è estremamente pericolosa, poiché espone al totale arbitrio dell’esecutivo, cioè del Presidente, con la possibilità del replicarsi di interventi militari mascherati da operazioni di polizia a difesa dell’interesse nazionale. Da ricordare, tra l’altro, che vicende come quella libica, irachena e afghana, dove è stato abbattuto un regime e spesso un dittatore ostile, simbolo internazionale dell’opposizione alla politica statunitense, hanno nel tempo innescato uno scenario nettamente peggiore del precedente, ben più complicato anche per gli stessi interessi americani, dove spesso gli U.S.A. sono risultati alla lunga perdenti. Abbattuto con successo e clamore mediatico il “dittatore”, sottoposto alla gogna di un “processo democratico” il nemico di sempre, si scopre poi, a giustizia eseguita, che ha lasciato in eredità un vuoto politico e sociale assoluto che viene inesorabilmente riempito da una miriade di improvvisati “capibanda” e “milizie”, di fatto una frantumazione. L’ attuale Libia ne è l’eclatante esempio, con una situazione che rende anche gli stessi interessi americani difficili da difendere e sottoposti a continue negoziazioni.

Vedremo presto se la situazione venezuelana riproduce scenari simili. Intanto, per comprendere quanto sta avvenendo, bisogna superare la lettura più banale e andare oltre l’orizzonte strategico del “giardino di casa”, cercando di comprendere le conseguenze internazionali di quanto accaduto a Caracas. Innanzitutto occorre ampliare lo sguardo alla posizione che la Cina occupa nell’economia globale e soprattutto alla dimensione economica che potrebbe raggiungere Pechino se ai livelli attuali dovesse aggiungere i vantaggi logistici commerciali delle nuove rotte artiche.

In questa prospettiva dichiarazioni di Trump, come “la Groenlandia ci serve per la sicurezza nazionale”, trovano reale fondamento e non possono che abbinarsi all’operazione venezuelana. Ambedue gli obiettivi si basano infatti sulla comune volontà di togliere energia alla macchina produttiva cinese, il vero competitor del capitalismo statunitense. In quest’ottica per gli USA è importante gestire direttamente la più grande riserva petrolifera mondiale, il Venezuela, e sovrintendere al contempo alle rotte artiche, la via più breve e sicura per il transito delle merci cinesi e orientali in genere. In sintesi, controllare le più grandi riserve petrolifere mondiali, quelle venezuelane, e controllare quella che sarà una delle vie logistiche più importanti del commercio globali tra Est ed Ovest, l’Artico.

È evidente che l’operazione anti Maduro ha per scopo lo sfruttamento delle maggiori riserve petrolifere mondiali, quali sono attualmente quelle venezuelane; e d’altra parte Trump stesso ha affermato che le industrie statunitensi estrarranno direttamente in loco. Quindi la posta in gioco è il possesso materiale di quello che sarà disponibile in futuro e l’obiettivo preciso dell’operazione è quello di mettere un freno all’espansionismo della macchina produttiva cinese e della sua influenza commerciale globale. Mettere sotto controllo le future rotte artiche, che avvantaggiano in prima battuta il commercio cinese, diventa dunque una priorità geostrategica. Va da sé che un’eventuale “operazione Groenlandia” non godrebbe dei vantaggi mediatici e propagandistici di quella anti Maduro, ma andrebbe incontro a evidenti, contraddizioni geopolitiche. Si tratterebbe infatti di una prima violazione territoriale interna alla NATO, di non facile soluzione e non sicuro gradimento da parte dell’opinione pubblica occidentale.

Al momento è incontestabile la supremazia militare statunitense, ma gli indubbi progressi tecnologici e scientifici cinesi, pur non consentendoci di fare previsioni, rendono altamente probabili, in tempi non lunghissimi, la possibilità di colmare il gap tra Cina ed USA. La questione di fondo è che Pechino ha un passo più veloce nell’innovazione: è qui che in sostanza il capitalismo mondiale prenderà le misure sul ruolo che i singoli paesi avranno nello scacchiere mondiale. Oggi la competizione sul mercato globale viene giocata da due competitori. Da una parte, Trump si presenta sulla scena con l’imposizione dei dazi, la politica delle cannoniere, ma soprattutto con il taglio dei finanziamenti pubblici alle sue migliori università; ostacola fortemente gli ambienti e le menti che dovrebbero essere protagoniste dell’intellighenzia, della ricerca, sia che si tratti di stranieri o di connnazionali non “allineati” alla sua politica, rinnegando il principio sacro del capitalismo secondo cui prima di tutto c’è il business, prima devi dimostrare di saper guadagnare, poi puoi dirmi come la pensi. Dall’altra parte, Pechino mostra un’altra faccia: un sistema scolastico ferocemente selettivo, che sceglie le “sue menti migliori”, le mette al servizio dello Stato e delle sue classi dirigenti impegnate in uno sfruttamento senza precedenti, vincendo la sfida per l’innovazione ed il futuro. Il capitalismo cinese è più pragmatico, lo ha imparato da millenni. Durante il “grande balzo” Deng Xiao Ping, il padre della Cina moderna, rispolverò l’antico detto mandarino, oggi più che mai attuale: “non importa che il gatto sia bianco o nero, l’importante è che acchiappi il topo”. Il che significa che gli affari si concludono con tutti i governi o gli interlocutori privati, il cui colore non interessa, perché l’importante è che l’affare vada a buon fine. Purtroppo chi paga il conto sono sempre gli sfruttati, e l’aguzzino è sempre lo Stato

Daniele Ratti

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Groenlandia: nuova presenza militare europea di fronte alle mire USA

Il dossier Groenlandia si conferma anche nel 2026 come uno dei principali fattori di attrito
nelle relazioni tra Stati Uniti ed Europa. Negli ultimi mesi, infatti, la pressione esercitata
dall’amministrazione Trump su questo fronte si è ulteriormente intensificata, con il ricorso a
una retorica sempre più assertiva da parte della Casa Bianca. L’obiettivo proclamato è
l’acquisizione dell’isola, parte integrante del Regno di Danimarca, al fine di rafforzare la
posizione strategica americana nell’Artico.

Tale atteggiamento ha suscitato crescente preoccupazione tra gli alleati europei, a partire da Copenaghen, sia per la messa in discussione dell’integrità territoriale danese sia, più in generale, per le potenziali ripercussioni dell’approccio di Washington sulla coesione dell’alleanza transatlantica.

L’incontro tenutosi a Washington il 14 gennaio tra rappresentanti statunitensi, danesi e groenlandesi non ha prodotto risultati risolutivi, confermando la persistenza di significative divergenze tra le parti. Gli Stati Uniti, infatti, hanno ribadito il proprio interesse a rafforzare l’influenza sulla Groenlandia, mentre la Danimarca non ha ottenuto rassicurazioni e non è riuscita a smussare la posizione degli interlocutori americani. 

Al contempo, Copenaghen e alcuni alleati europei hanno annunciato una rinnovata presenza militare sull’isola, destinata a concretizzarsi con effetto immediato. Da un lato, dunque, la Danimarca manda un segnale a Washington sul proprio impegno a tutelare la sicurezza della Groenlandia, rispondendo così a uno dei temi della retorica di Trump utilizzato per legittimare le pretese americane sull’isola (con riferimento alla presunta inadeguatezza dello sforzo danese volto a salvaguardare sicurezza la Groenlandia); dall’altro, anche gli alleati europei compiono un salto di qualità nella loro postura rispetto al dossier in questione, aggiungendo al supporto diplomatico a Copenaghen e all’integrità territoriale danese una presenza militare concreta sul terreno. Parallelamente, le cancellerie europee hanno cercato di mantenere aperti i canali di dialogo con Washington, nel tentativo di scongiurare una crisi irreversibile e di individuare soluzioni condivise capaci di garantire sicurezza, stabilità e rispetto delle regole nell’Artico.

Il vertice USA-Danimarca e la risposta europea

L’incontro tenutosi a Washington tra i rappresentanti statunitensi e danesi–groenlandesi, che ha visto la partecipazione, da un lato, del vicepresidente J.D. Vance e del segretario di Stato Marco Rubio e, dall’altro, del ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen e della ministra degli Esteri groenlandese Vivian Motzfeldt, non ha prodotto risultati risolutivi. Al termine dei colloqui, Rasmussen ha riconosciuto l’esistenza di “disaccordi fondamentali” tra le parti, ammettendo il fallimento del tentativo di smussare la posizione americana. In particolare, il capo della diplomazia danese ha affermato che “è chiaro che Trump intende prendere possesso della Groenlandia”, pur sottolineando come una simile prospettiva appaia “non necessaria” alla luce della già consolidata presenza militare statunitense sull’isola.

Nelle stesse ore, la Danimarca e alcuni Paesi europei hanno annunciato l’intenzione di rafforzare la presenza militare in Groenlandia. Il Ministero della Difesa di Copenaghen, proseguendo sulla linea del potenziamento avviato già nel 2025, ha comunicato l’avvio di una nuova fase di dispiegamento di forze, in particolare in vista dell’esercitazione militare Arctic Endurance. Questa nuova presenza si concretizzerà principalmente attraverso l’invio di aerei, navi e soldati, accompagnate da unità di Paesi alleati appartenenti alla NATO. Tali forze saranno impiegate per intensificare la sorveglianza dei siti considerati più sensibili e per fornire assistenza alle autorità locali, comprese quelle di polizia. Secondo quanto dichiarato dal ministro Poulsen, nel corso delle prossime settimane verranno studiate, insieme agli alleati europei, ulteriori misure operative volte a incrementare la presenza danese ed europea nella regione artica, con l’obiettivo di rafforzare la difesa e la sicurezza della Groenlandia. La ministra degli Esteri groenlandese Motzfeldt, a sua volta, ha ribadito che la tutela della sicurezza dell’isola rappresenta una “priorità fondamentale” per il governo di Nuuk e ha accolto positivamente la messa a punto di una presenza militare europea.

La Germania, in questo contesto, ha fin da subito assunto un ruolo attivo annunciando l’invio, dal 15 al 17 gennaio, di una squadra di ricognizione composta da tredici unità. Questo gruppo è stato incaricato di esplorare e valutare le condizioni necessarie per un eventuale contributo militare tedesco a supporto della Danimarca nell’isola, con particolare attenzione al settore della sorveglianza marittima. Tale passo rappresenta un primo segnale concreto di coinvolgimento tedesco nella difesa della regione artica e nella tutela dell’integrità territoriale danese.

Anche la Francia ha confermato la propria partecipazione. Il Presidente Emmanuel Macron ha annunciato l’invio immediato di un primo gruppo di truppe, preannunciando l’aggiunta di ulteriori unità in seguito. Nei mesi scorsi, Parigi aveva già assunto una postura diplomatica chiara con riguardo al dossier groenlandese: nell’aprile 2025, infatti, Parigi e Copenaghen avevano siglato una Partnership Strategica che, tra l’altro, riaffermava l’importanza del rispetto dell’integrità territoriale degli Stati, anche alla luce delle dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia espresse fin dai primi mesi del suo secondo mandato. Più recentemente, la decisione di aprire un consolato francese in Groenlandia, prevista per il 6 febbraio, conferma la volontà di rafforzare anche sul piano politico e diplomatico il ruolo di Parigi nella regione.

La Svezia, attraverso l’annuncio del primo ministro Ulf Kristersson, ha confermato la propria partecipazione alla missione congiunta, dimostrando la compattezza dei partner nordici ed europei. È previsto, infatti, anche il coinvolgimento della Norvegia, mentre la Finlandia, tramite il ministro degli Esteri Elina Valtonen, ha dichiarato di aver ricevuto una richiesta formale in questo senso e che sono in corso le valutazioni su una possibile partecipazione. Per il resto, fonti internazionali, tra cui POLITICO, riportano inoltre la possibilità che anche Paesi Bassi e Canada aderiscano all’iniziativa, ampliando ulteriormente il fronte degli attori coinvolti.

Nel complesso, la reazione europea alla crisi groenlandese si sta configurando come un’azione congiunta e rapida, anche se dalla portata numerica per il momento limitata, incentrata sulla difesa dell’integrità territoriale della Danimarca e sulla riaffermazione del ruolo collettivo della NATO nella sicurezza della regione artica. 

Europa, Groenlandia e USA: prospettive e divergenze

La posizione della Danimarca e dell’Unione Europea di fronte agli eventi in corso si caratterizza per una crescente preoccupazione rispetto all’escalation retorica e politica proveniente da Washington. La premier danese Mette Frederiksen ha dichiarato che un’eventuale acquisizione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti rappresenterebbe una minaccia di portata sistemica, tale da mettere in discussione non solo l’integrità territoriale del Regno di Danimarca, ma anche la stessa tenuta della NATO e, più in generale, l’architettura di sicurezza internazionale consolidatasi nel secondo dopoguerra.
Tali timori hanno trovato conferma anche presso volti di primo piano dell’UE, tra i quali il Presidente del Consiglio europeo António Costa e il Commissario europeo per la Difesa Andrius Kubilius, che hanno ribadito la centralità del rispetto del diritto internazionale con riguardo alle mire espresse da Washington.

In questa direzione si colloca anche la “Dichiarazione congiunta sulla Groenlandia” del 6 gennaio, firmata dai leader di Danimarca, Francia, Germania, Regno Unito, Italia, Polonia e Spagna, nella quale si afferma che la sicurezza della Groenlandia deve essere garantita collettivamente nell’ambito della NATO, nel rispetto della volontà della popolazione locale e in piena coerenza con i principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, in particolare quelli relativi alla sovranità, all’integrità territoriale e all’inviolabilità dei confini.

Allo stesso tempo, secondo quanto riportato da POLITICO, i leader dell’Unione Europea starebbero esplorando soluzioni volte a ridimensionare i toni e la portata delle mire espresse da Donald Trump. Tra le opzioni prese in considerazione figurano sia un rafforzamento della presenza NATO nell’Artico, di cui il dispiegamento delle forze europee costituirebbe una prima manifestazione, sia possibili concessioni agli Stati Uniti in ambito economico, in particolare nel settore dell’estrazione mineraria. Tale approccio segnala il tentativo europeo di privilegiare la conciliazione e la gestione negoziale della crisi, così come di scongiurare una svolta negativa e un contrasto aperto con Washington.

Il governo groenlandese, da parte sua, ha inquadrato la situazione in corso come una vera e propria “crisi geopolitica”. In questo contesto, il governo di Nuuk, verso il quale le capitali europee e la stessa UE hanno a più riprese espresso solidarietà e sostegno, ha assunto una posizione chiara: il 13 gennaio, il premier Jens-Frederik Nielsen, nel corso di una conferenza stampa congiunta con la premier danese Frederiksen, ha ribadito la volontà di appartenere al Regno di Danimarca, respingendo al contempo in modo esplicito qualsiasi ipotesi di assoggettamento agli Stati Uniti o di integrazione nel territorio americano.

Dal punto di vista statunitense, infine, il presidente Donald Trump ha giustificato la necessità di acquisire la Groenlandia presentandola come un tassello fondamentale del progetto “Golden Dome”, inserendo la questione all’interno di una narrativa di sicurezza nazionale. Secondo Trump, un mancato controllo americano dell’isola aprirebbe la strada a una possibile penetrazione strategica di Russia e Cina nella regione artica, con conseguenze potenzialmente negative per gli interessi di sicurezza degli Stati Uniti.

La natura particolarmente assertiva dell’approccio americano è stata descritta in termini espliciti nell’Intelligence Outlook pubblicato nel dicembre 2025 dai servizi danesi. Nel documento si afferma che gli Stati Uniti stanno facendo ricorso, anche nei confronti dei propri alleati, al proprio potere economico e politico per imporre le proprie posizioni, per esempio attraverso la minaccia dell’imposizione di dazi sui beni esportati, e che non escludono più, almeno a livello teorico, neppure il ricorso alla forza militare.

In linea con questa impostazione, Trump ha dichiarato di voler valutare “tutte le opzioni” per assumere il controllo della Groenlandia, senza escludere apertamente l’impiego della forza. Tra le ipotesi ventilate figura anche quella dell’acquisizione dell’isola attraverso un esborso economico: secondo quanto riportato da Reuters, l’eventualità di un pagamento diretto ai residenti sarebbe stata presa in considerazione a Washington, confermando l’intenzione dell’amministrazione americana di esplorare ogni possibile strada per raggiungere l’obiettivo prefissato.

Quali implicazioni per i rapporti Europa-America?

Il dossier groenlandese si configura oggi come uno dei principali banchi di prova per la solidità delle relazioni transatlantiche. La crescente assertività statunitense nei confronti dell’isola, giustificata in nome di imperativi di sicurezza nazionale e della competizione con Russia e Cina nell’Artico, si scontra infatti con i principi fondanti dell’ordine internazionale basato sulle regole storicamente propugnati dai Paesi occidentali: il rispetto della sovranità, dell’integrità territoriale e delle norme del diritto internazionale. La risposta europea, dettata anche dalla preoccupazione per ripercussioni negative sulla coesione della NATO, mira a contenere l’escalation e a preservare la cornice alleata, evitando una frattura irreversibile con Washington.

Le dinamiche in atto, oltre a confermare la crescente rilevanza della Groenlandia nella competizione tra potenze nell’Artico, evidenziano come il dossier groenlandese costituisca un indicatore particolarmente sensibile dell’evoluzione dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Le modalità di gestione e l’esito dell’attuale confronto su questo tema sono infatti destinati a incidere in modo significativo sulla traiettoria delle relazioni transatlantiche nei prossimi anni.

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Groenlandia, la nuova frontiera dell’egemonia americana: oltre la retorica della difesa

L’insistenza dell’amministrazione Trump sull’acquisizione della Groenlandia rivela dinamiche geopolitiche che trascendono la giustificazione militare. L’isola artica rappresenta un nodo strategico per il controllo delle risorse critiche, delle nuove rotte commerciali e per l’indipendenza tecnologica degli Stati Uniti dalla Cina, con implicazioni ambientali di portata globale.

L’interesse statunitense per la Groenlandia non costituisce una novità nella storia diplomatica americana. Già nel 1946, l’amministrazione Truman aveva avanzato un’offerta di acquisto alla Danimarca, proposta che venne respinta. Tuttavia, l’attuale pressione esercitata dall’amministrazione Trump per acquisire il controllo dell’isola presenta caratteristiche inedite che meritano un’analisi approfondita. La motivazione ufficiale addotta da Washington ruota attorno alla necessità di garantire la difesa del territorio artico dalle crescenti ambizioni di Cina e Russia. Questa giustificazione risulta tuttavia parziale e solleva interrogativi sulla reale portata degli obiettivi strategici americani.

La Groenlandia è già inserita nel perimetro difensivo della NATO e ospita dal 1951 la base spaziale di Pituffik, precedentemente nota come base aerea di Thule, che rappresenta una delle installazioni militari più settentrionali degli Stati Uniti. Gli accordi bilaterali vigenti tra Washington e Copenaghen consentirebbero già un’espansione significativa della presenza militare americana sull’isola senza necessità di modifiche sostanziali dello status giuridico del territorio. L’enfasi posta sulla dimensione securitaria appare quindi insufficiente a spiegare l’intensità della pressione diplomatica esercitata dall’amministrazione statunitense, suggerendo l’esistenza di motivazioni strategiche più complesse e articolate. Ed anzi, un atteggiamento tanto aggressivo da parte di Washington potrebbe avere, come in effetti sta avendo, l’effetto opposto di allontanare in maniera irreparabile Stati Uniti sia dalla Groenlandia, sia dall’Europa.Il monopolio cinese sulle terre rare e la sicurezza tecnologica

La questione delle risorse naturali costituisce probabilmente il vero fulcro dell’interesse americano per la Groenlandia. Il progressivo scioglimento della calotta glaciale, conseguenza diretta del riscaldamento globale, sta rendendo accessibili giacimenti minerari di portata straordinaria che fino a pochi decenni fa rimanevano impraticabili. La Groenlandia custodisce nel proprio sottosuolo risorse strategiche fondamentali per l’economia del ventunesimo secolo, trasformando l’isola in uno degli ultimi territori vergini disponibili per lo sfruttamento minerario su scala industriale.

Il controllo cinese sulla catena produttiva delle terre rare rappresenta una delle principali vulnerabilità strategiche degli Stati Uniti e dell’Occidente. Pechino controlla attualmente tra l’ottanta e il novanta per cento della raffinazione mondiale di questi elementi chimici, essenziali per la produzione di componenti elettronici avanzati, veicoli elettrici, turbine eoliche e sistemi d’arma di nuova generazione. Questa dipendenza tecnologica costituisce un rischio geopolitico che Washington intende eliminare attraverso la diversificazione delle fonti di approvvigionamento. L’acquisizione della sovranità sulla Groenlandia permetterebbe agli Stati Uniti di spezzare questo monopolio cinese senza dover sottostare alle stringenti normative ambientali europee o danesi che attualmente vincolano lo sfruttamento delle risorse dell’isola.

Le stime geologiche attribuiscono al sottosuolo artico, e groenlandese in gran parte, circa il tredici per cento delle riserve mondiali di petrolio non ancora sfruttate e il trenta per cento di quelle di gas naturale, oltre a quantità significative di uranio, zinco, oro e altri minerali strategici. Il giacimento di Kvanefjeld, situato nella parte meridionale dell’isola, rappresenta uno dei più grandi depositi al mondo di terre rare e uranio, con un potenziale produttivo che potrebbe soddisfare una quota rilevante del fabbisogno occidentale. La valorizzazione di queste risorse richiederebbe tuttavia la rimozione degli ostacoli normativi attualmente esistenti, obiettivo che potrebbe essere raggiunto solo attraverso un cambiamento radicale dello status politico del territorio.

L’impatto ambientale come variabile sacrificabile

L’estrazione e la lavorazione delle terre rare comportano processi industriali ad altissimo impatto ambientale, caratterizzati dalla produzione di ingenti quantità di scarti tossici e radioattivi. Molti giacimenti groenlandesi, incluso quello di Kvanefjeld, contengono concentrazioni significative di uranio e torio, elementi che richiedono specifici protocolli di sicurezza e producono fanghi di lavorazione altamente contaminanti. La raffinazione delle terre rare genera residui chimici pericolosi che devono essere stoccati in appositi bacini di contenimento per periodi prolungati, con rischi ambientali che le normative europee e danesi considerano inaccettabili.

Nel 2021, il governo locale della Groenlandia ha approvato una legge che vieta espressamente l’estrazione di uranio, decisione motivata dalla volontà di preservare l’ecosistema incontaminato dell’isola e di proteggere le comunità Inuit dalle conseguenze sanitarie dell’inquinamento industriale. Questa normativa ha di fatto bloccato progetti minerari di grande portata che avevano raccolto l’interesse di investitori internazionali, generando tensioni tra le autorità locali e i sostenitori dello sfruttamento delle risorse naturali come strumento di sviluppo economico.

L’acquisizione della sovranità statunitense sulla Groenlandia potrebbe consentire a Washington di aggirare questi vincoli normativi attraverso l’istituzione di zone economiche speciali o aree di interesse nazionale dove le leggi ambientali locali verrebbero subordinate alle esigenze della sicurezza nazionale americana. La Groenlandia potrebbe così trasformarsi nell’hub industriale necessario per la transizione tecnologica degli Stati Uniti, ospitando processi produttivi che risulterebbero politicamente insostenibili se localizzati in Stati come il Maine o la California. La vastità del territorio groenlandese e la sua bassissima densità demografica renderebbero più facilmente gestibili le conseguenze ambientali dello sfruttamento minerario, delocalizzando i costi ecologici lontano dagli occhi dell’elettorato americano.

Il controllo delle nuove rotte marittime artiche

Oltre alle agevolazioni in ambito minerario, lo scioglimento progressivo dei ghiacci artici sta determinando l’apertura di nuove rotte marittime commerciali che potrebbero ridisegnare i flussi del commercio globale nei prossimi decenni. Il Passaggio a Nord Ovest, che attraversa l’arcipelago artico canadese collegando l’Oceano Atlantico al Pacifico, sta diventando navigabile per periodi sempre più prolungati durante l’anno, riducendo drasticamente le distanze (nell’ordine dei 7-8000 km), e quindi i tempi e i costi di trasporto tra Europa e Asia rispetto alle rotte tradizionali che transitano attraverso il Canale di Suez o il Canale di Panama.

Il controllo della Groenlandia garantirebbe quindi agli Stati Uniti anche una posizione dominante lungo questa nuova autostrada commerciale del ventunesimo secolo. La possibilità di gestire direttamente i porti strategici dell’isola e di poter controllare il transito sulle acque territoriali circostanti rappresenta un vantaggio economico e geopolitico che non può essere assicurato attraverso i semplici accordi di cooperazione militare attualmente in vigore con la Danimarca. La sovranità territoriale consentirebbe inoltre a Washington di impedire che altre potenze, in particolare la Cina, possano acquisire posizioni di influenza lungo queste rotte attraverso investimenti infrastrutturali o accordi commerciali con un’eventuale Groenlandia indipendente.

La questione dell’indipendenza rappresenta infatti un elemento centrale nell’analisi delle motivazioni americane. La Groenlandia sta progressivamente intensificando le richieste di piena sovranità nei confronti della Danimarca, e il conseguimento dell’indipendenza politica esporrebbe l’isola a pressioni economiche che potrebbero renderla vulnerabile all’influenza cinese. Pechino ha già dimostrato interesse per investimenti strategici in Groenlandia, inclusi progetti per la costruzione e l’ammodernamento di infrastrutture aeroportuali che avrebbero accresciuto la presenza economica cinese nell’Artico. Un’eventuale Groenlandia indipendente e priva di risorse finanziarie adeguate potrebbe trovare nella diplomazia del debito cinese una soluzione attraente, scenario che Washington intende prevenire attraverso un’acquisizione preventiva del territorio.

L’attuale presenza militare americana in Groenlandia si basa su trattati bilaterali con la Danimarca che richiedono rinegoziazioni periodiche e che potrebbero essere messi in discussione da un cambio di status politico dell’isola. L’acquisizione della sovranità eliminerebbe questa incertezza giuridica e garantirebbe agli Stati Uniti un controllo permanente su un territorio che riveste importanza crescente per gli equilibri strategici globali. La Groenlandia rappresenta per l’amministrazione Trump quello che l’Alaska rappresentò nel 1867 quando gli Stati Uniti la acquistarono dall’Impero Russo, un investimento territoriale di lungo periodo le cui potenzialità strategiche ed economiche si sono rivelate nel corso dei decenni successivi, in piena coerenza con l’annunciata adesione alla dottrina Monroe in salsa trumpiana.

La convergenza tra sicurezza energetica, indipendenza tecnologica dalla Cina, controllo delle nuove rotte commerciali artiche e possibilità di delocalizzare processi industriali ad alto impatto ambientale configura un quadro strategico nel quale la retorica della difesa militare assume una funzione prevalentemente strumentale. L’acquisizione della Groenlandia costituirebbe per gli Stati Uniti un’opportunità per consolidare la propria egemonia in un’area geografica destinata ad assumere rilevanza centrale negli equilibri geopolitici del ventunesimo secolo, ridefinendo al contempo i termini della competizione tecnologica ed economica con la Cina.

Resta tuttavia una domanda fondamentale: gli Stati Uniti si possono permettere il deterioramento significativo delle relazioni con i partner europei e, al peggio, la sostanziale fine della NATO (probabilmente conseguente ad una acquisizione della sovranità sulla Groenlandia con la forza), per soddisfare queste esigenze strategiche?

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Groenlandia: l’UE rilancia il ruolo della NATO

Nella corsa alla gestione attiva della sicurezza geopolitica dell’Artico attraverso la NATO l’Unione europea si fa sentire. «Nella nostra proposta di bilancio, abbiamo raddoppiato i finanziamenti, portandoli a circa 530 milioni, il che dimostra il nostro impegno per il partenariato e l’importanza della sicurezza artica». Sono le parole della presidente della Commissione europea, che ha risposto così alle preoccupanti dichiarazioni dell’amministrazione Trump di questi giorni rispetto alla Groenlandia. Il presidente USA ha infatti paventato anche «the hard way» per aumentare il controllo statunitense sull’Artico, a suo parere minacciato da eccessive influenze di Cina e Russia.

Articolo precedentemente pubblicato su The Watcher Post.


La fotografia della difesa artica oggi

L’attuale presenza militare nell’Artico è oggi piuttosto limitata. Va subito sgombrato il campo che qualsiasi iniziativa per aumentare la presenza militare straniera in Groenlandia debba essere autorizzata dalla Danimarca (membro NATO) e dal governo locale. L’unica vera e propria base militare in Groenlandia è statunitense e si trova a Pituffik (ex Thule Air Base). E’ presente dal 1951, sulla base di un accordo Danimarca-USA; si trova nel nord-ovest dell’isola, è gestita dalla US Space Force e si occupa di sorveglianza radar e spaziale, dando supporto alle operazioni artiche gestite dalla NATO. La Groenlandia non ha un proprio esercito, e la difesa attualmente è affidata alla Danimarca tramite il Joint Arctic Command. Le principali strutture di difesa danesi sono il quartier generale del Comando Artico di Nuuk, la Station Nord (avamposto militare nel nord-est per sorveglianza e pattugliamento), l’aeroporto dual use di Kangerlussuaq e la pista d’atterraggio di Mestersvig. Tutte strutture che si occupano tra l’altro di controllare le preziose rotte artiche.

L’idea di una missione congiunta NATO
Il rilancio USA sull’Artico non passa solo dalle allusioni di Trump. L’inviato speciale USA in Groenlandia, Jeff Landry, ha affermato su X che la Danimarca «Ha occupato l’isola dopo la seconda guerra mondiale, riprendendone il controllo violando i protocolli ONU». Poi il Governatore della Lousiana ha aggiunto: «Gli Stati Uniti difesero la sovranità della Groenlandia durante la seconda guerra mondiale, quando la Danimarca non ci riuscì». La posizione europea su questa visione espressa dalla Von der Leyen è chiara: la Groenlandia appartiene al suo popolo e spetta alla Danimarca e alla Groenlandia stessa decidere sulle questioni che le riguardano. Ovvero nulla su di loro senza di loro. La Groenlandia è uscita dal Regno di Danimarca nel 1985, ben 40 anni fa. A Landry ha subito risposto l’ambasciatore danese a Washington, Jesper Moller Sorensen: «Il Regno di Danimarca è sempre stato al fianco degli Stati Uniti.

Dopo l’11 settembre la Danimarca ha risposto alla chiamata USA perdendo più soldati pro capite in Afghanistan di qualsiasi alleato NATO. Solo il popolo della Groenlandia ha il diritto di determinare il proprio futuro e questa settimana tutti e cinque i partiti del Parlamento locale hanno ribadito di non voler entrare a far parte degli Stati Uniti». La strada per la sicurezza artica non può che passare dalla NATO. Ed è per questo che Regno Unito e Germania starebbero pensando di proporre in sede NATO l’attivazione di una missione ad hoc sull’isola per garantirne autonomia e sicurezza. Sta a Trump decidere la postura degli USA rispetto all’Alleanza Atlantica. E la speranza è aggrappata a quel «I’m a fan of Denmark».

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I piani 2026 della FSFE, tra Sovranità Digitale, Software Libero nella UE e… ambizioni USA sulla Groenlandia!

Poco prima della fine dell’anno a tutti i membri della community FSFE (Free Software Foundation Europe) è arrivato un messaggio che purtroppo non portava con sé molto spirito natalizio. Questo messaggio è rimasto nella casella fino a qualche giorno fa, quando preso dall’ottimismo post-ferie ho deciso di analizzarlo per dargli visibilità. Ora che l’ho fatto...

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Greenland is not the mining gem some think it is

Long before the glitter of Greenland’s ice caught the covetous eye of Donald Trump, the minerals beneath were bewitching others. Among those dazzled was Karl Ludwig Giesecke, an actor-turned-mineralogist who became stranded on the island during the Napoleonic wars. Possessed of several pseudonyms during a colourful and globetrotting career, including as a minerals dealer, Giesecke travelled throughout Greenland in the early 19th century compiling an inventory of the island’s mineralogical treasures. His journal entries, which credit the prior knowledge of the Inuit, include descriptions of cryolite, mined there exclusively from the 1850s and known as “white gold” because of its industrial value as a chemical additive (synthetic alternatives are used today). Prospectors have been eyeing up the territory ever since, with Trump making clear that Greenland is still in his sights. 

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