Modalità di lettura

Khamenei dell’Iran afferma che Stati Uniti e Israele sono collegati alla violenza mortale delle proteste: «Migliaia di morti»

Le strade dell’Iran sono rimaste relativamente tranquille negli ultimi giorni, dopo due settimane di proteste su vasta scala che hanno scosso il Paese a causa della grave crisi economica in corso e in seguito alle minacce di intervento da parte di Washington, che ha annunciato possibili attacchi contro siti governativi.

 

Quando le manifestazioni e i disordini si sono trasformati in vere e proprie rivolte con scontri violenti contro la polizia, causando vittime da entrambe le parti in diverse località, le autorità di Teheran hanno imposto un blackout totale di Internet e dei servizi di messaggistica, convinte che tale misura avrebbe ostacolato o rallentato qualsiasi tentativo straniero di sfruttare le proteste a fini destabilizzanti.

 

Dopo otto giorni di completa interruzione della rete, l’Iran ha iniziato sabato a allentare gradualmente le restrizioni, ripristinando innanzitutto il servizio di messaggistica breve (SMS) su tutto il territorio nazionale. I media statali hanno descritto un piano progressivo per il ritorno alla normalità di Internet e dei servizi di comunicazione.

 

Al Jazeera riporta dichiarazioni di autorità statali secondo cui cellule terroristiche e una cospirazione straniera sono state smantellate, e la situazione è ora sotto controllo: citando funzionari, l’emittente qatarina ha riferito che la decisione di allentare il blackout è stata presa dopo la stabilizzazione della sicurezza e l’arresto di figure chiave collegate a «organizzazioni terroristiche» responsabili della violenza durante le proteste contro l’aumento dei prezzi e le difficoltà economiche, scoppiate il 28 dicembre in diverse città iraniane.

 

Le autorità hanno sostenuto che il blackout di Internet ha «indebolito notevolmente le connessioni interne delle reti di opposizione all’estero» e ha interrotto le operazioni delle «cellule terroristiche».

 

In questo contesto, anche la Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, è intervenuta, accusando attori legati agli Stati Uniti e a Israele di essere responsabili dell’uccisione di «diverse migliaia» di persone durante le proteste antigovernative.

Aiuta Renovatio 21

«Coloro che sono legati a Israele e agli Stati Uniti hanno causato danni ingenti e ucciso diverse migliaia di persone», ha dichiarato sabato. Gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali hanno respinto ripetutamente le accuse iraniane di «complotto straniero». Alcuni di loro sono stati uccisi «in modo brutale e disumano», ha aggiunto Khamenei senza fornire ulteriori dettagli, durante un incontro pubblico trasmesso dalla televisione di Stato.

 

Si tratta della prima volta che un’alta autorità iraniana parla esplicitamente di vittime in termini di «migliaia». In precedenza, alcuni gruppi di monitoraggio con sede negli Stati Uniti e certi media americani avevano avanzato stime di 12.000 morti, una cifra ritenuta enorme e che ha suscitato scetticismo.

 

Riguardo all’ipotesi di un complotto straniero, il Financial Times sembra essere il primo organo di informazione mainstream a riportare testimonianze su gruppi ben organizzati e vestiti di nero che hanno alimentato caos e violenza contro la polizia durante le proteste…

 

«C’erano gruppi di uomini vestiti di nero, agili e veloci. Davano fuoco a un bidone della spazzatura e poi si spostavano rapidamente verso il bersaglio successivo». «Sembravano dei commando». «Erano sicuramente organizzati, ma non so chi ci fosse dietro di loro».

 

L’Iran ha affermato che centinaia di poliziotti e membri delle forze di sicurezza sono stati uccisi o feriti, e ha diffuso video che mostrerebbero presunti «manifestanti» armati intenti a fomentare un’insurrezione contro le posizioni governative. Non sorprende che servizi di intelligence israeliani o occidentali possano tentare di infiltrare e deviare le proteste verso obiettivi di destabilizzazione del regime.

 

Tuttavia, dimostrare tale scenario resta estremamente difficile nel mezzo della nebbia della guerra e dell’intensa propaganda diffusa da tutte le parti coinvolte.

 

Come riportato da Renovatio 21, la settimana scorsa il Khamenei ha dichiarato che l’«arrogante» Trump sarà «rovesciato».

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di Khamenei.ir via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International 


 

L'articolo Khamenei dell’Iran afferma che Stati Uniti e Israele sono collegati alla violenza mortale delle proteste: «Migliaia di morti» proviene da RENOVATIO 21.

  •  

Groenlandia, Bruxelles teme una «pericolosa spirale discendente»

Gli ambasciatori dei 27 Stati membri dell’Unione Europea si riuniranno domenica per una riunione di emergenza, in seguito all’annuncio del presidente Donald Trump di imporre un’ondata di dazi crescenti su otto Paesi europei della NATO che si oppongono a un «acquisto totale e completo» della Groenlandia da parte degli Stati Uniti.

 

I colloqui straordinari seguono una ferma dichiarazione di solidarietà con la Danimarca da parte dei principali leader del blocco, i quali hanno avvertito che i dazi minacciati da Trump «minerebbero le relazioni transatlantiche e rischierebbero di innescare una pericolosa spirale discendente».

 

In post identici pubblicati sui social media, il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen hanno respinto qualsiasi contestazione della sovranità danese sulla Groenlandia.

 

«L’integrità territoriale e la sovranità sono principi fondamentali del diritto internazionale», hanno dichiarato. «L’UE esprime piena solidarietà alla Danimarca e al popolo della Groenlandia».

Aiuta Renovatio 21

I dazi, annunciati da Trump sabato, colpiscono Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia, Paesi che hanno recentemente inviato piccoli contingenti militari in Groenlandia. I leader europei hanno precisato che l’esercitazione guidata dalla Danimarca è stata coordinata in anticipo e «non rappresenta una minaccia per nessuno».

 

«Abbiamo costantemente sottolineato il nostro comune interesse transatlantico per la pace e la sicurezza nell’Artico, anche attraverso la NATO», hanno aggiunto.

 

L’Alta rappresentante per la politica estera dell’UE, Kaja Kallas, ha dichiarato che «se la sicurezza della Groenlandia è a rischio, possiamo affrontare la questione all’interno della NATO». Ha poi osservato ironicamente che «Cina e Russia devono divertirsi», poiché traggono vantaggio dalle divisioni interne all’alleanza. Il Segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha invece scelto di non commentare la controversia in corso.

 

Nelle scorse settimane, Trump ha rilanciato e intensificato i suoi sforzi per annettere o acquisire la Groenlandia, un obiettivo che persegue sin dal suo primo mandato. Sostiene che tale acquisizione sia essenziale per la sicurezza nazionale statunitense, al fine di contrastare l’influenza cinese e russa nell’Artico – un’asserzione respinta sia da Pechino che da Mosca.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di © European Union, 2026 via Wikimedia pubblicata su licenza  Creative Commons Attribution 4.0 International

L'articolo Groenlandia, Bruxelles teme una «pericolosa spirale discendente» proviene da RENOVATIO 21.

  •  

Trump impone dazi sui Paesi della NATO per la Groenlandia

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che applicherà dazi doganali a otto Paesi europei membri della NATO che si oppongono ai suoi progetti di acquisizione della Groenlandia. Le sanzioni resteranno in vigore fino a quando non si concretizzerà un «acquisto completo e totale» del territorio autonomo danese, ha precisato.

 

Nelle scorse settimane, Trump ha più volte sostenuto che gli Stati Uniti devono annettere la Groenlandia per ragioni di «sicurezza nazionale» e per contrastare una presunta minaccia proveniente da Cina e Russia. Il presidente ha manifestato una determinazione sempre maggiore a ottenere il controllo dell’isola con ogni mezzo necessario, senza escludere l’uso della forza.

 

Sabato, Trump ha dato seguito alle sue minacce annunciando l’imposizione di dazi su otto nazioni europee della NATO, inclusa la Danimarca. Una tariffa del 10% scatterà il 1° febbraio e salirà al 25% a partire da giugno, rimanendo attiva finché non verrà raggiunto un «acquisto completo e totale» della Groenlandia.

Aiuta Renovatio 21

L’annuncio è stato pubblicato dal presidente sulla sua piattaforma Truth Social, dove ha rinnovato le accuse secondo cui Pechino o Mosca starebbero per impadronirsi dell’isola. Sia Russia che Cina hanno smentito categoricamente tali affermazioni, che sono state contestate anche dalle autorità locali.

 

«Nessuno metterà le mani su questo sacro pezzo di terra, soprattutto perché è in ballo la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e del mondo intero. Oltre a tutto il resto, Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia si sono presentati in Groenlandia per scopi misteriosi», ha scritto Trump. Tutti i Paesi citati saranno colpiti dai dazi, che resteranno «dovuti e pagabili» fino alla conclusione di un accordo.

 

Sebbene la maggior parte degli Stati europei della NATO abbia evitato finora uno scontro pubblico diretto con Washington sulle intenzioni di Trump, le nazioni coinvolte hanno comunque inviato un contingente militare limitato in Groenlandia come gesto di sostegno alla Danimarca.

 

Sia le autorità danesi sia quelle groenlandesi hanno respinto fermamente l’ipotesi di cedere l’isola agli Stati Uniti, ribadendo che il futuro del territorio spetta esclusivamente alla sua popolazione. Nel 2008 i residenti hanno votato per conservare lo status di autonomia all’interno del Regno di Danimarca.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

L'articolo Trump impone dazi sui Paesi della NATO per la Groenlandia proviene da RENOVATIO 21.

  •  

Putin: Groenlandia es parte de Dinamarca – Por Diego Fusaro

Por Diego Fusaro

Groenlandia es parte de Dinamarca: con estas sencillas, irrefutables y sensatas palabras, Vladimir Putin, presidente de la Federación Rusa, se pronuncia sobre la controvertida cuestión de Groenlandia.

Como es bien sabido, Donald Trump, el presidente de la civilización del dólar, decidió hace tiempo apoderarse de Groenlandia y anexionarla a Estados Unidos: «Necesitamos Groenlandia», declaró Trump, admitiendo con franqueza su lema jus sive potentia. Por su parte, la Unión Europea está decididamente desorientada: como colonia sin dignidad,
arrastrada por Washington, se ve naturalmente inducida a aceptar cadavéricamente las decisiones de su amo; pero esta vez, por primera vez, la pretensión trumpiana constituiría un ataque militar imperialista estadounidense contra la propia Europa. No es casualidad que Francia y Alemania ya hayan enviado sus tropas a Groenlandia. La paradoja de la situación reside en que Trump, quien en teoría debería ser amigo de Europa, en realidad le declara la guerra, mientras que Putin, quien en teoría debería ser su principal enemigo, la defiende, al menos en teoría, señalando lo obvio: que Groenlandia forma parte de Dinamarca.

Durante meses, se nos ha dicho que Rusia quería invadir Europa, y luego resulta que la invasión proviene de Washington, país que los medios occidentales siempre han celebrado como bastión de la libertad, la democracia y los derechos  humanos. Quizás ahora todo quede más claro para el mundo: el enemigo es y sigue siendo Washington, y ciertamente no Moscú. Los eurófilos de Bruselas tienen dificultades para comprenderlo, pero en cualquier caso, ya han cambiado de tono, tras haber admitido recientemente la necesidad de dialogar con Putin, quien hasta el día anterior era considerado el enemigo irreconciliable contra el que era necesario declarar la guerra.

Fuente
Traducción: Carlos X. Blanco

  •  

Trump: «mi sono convinto da solo» a non bombardare l’Iran

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha sottolineato con fermezza che la scelta di non procedere con il bombardamento dell’Iran è stata esclusivamente sua e non ha subito pressioni da parte di alcun Paese terzo.

 

Trump aveva lanciato ripetute minacce di intervento militare contro la Repubblica Islamica nel pieno delle violente proteste che stanno attraversando l’Iran. I disordini sono esplosi a fine dicembre, inizialmente scatenati dalle gravi difficoltà economiche e dall’inflazione galoppante, per poi evolversi in un movimento di protesta antigovernativa su scala nazionale, con un bilancio di centinaia di morti. Rivolgendosi direttamente ai manifestanti all’inizio della settimana, il presidente aveva dichiarato: «Gli aiuti stanno arrivando».

 

Mercoledì l’agenzia Reuters aveva riportato che un attacco statunitense contro l’Iran appariva «imminente». L’operazione, tuttavia, non si è mai concretizzata e, in seguito, vari media americani hanno riferito che alti rappresentanti di Qatar, Arabia Saudita, Oman, Egitto e Israele avevano chiesto a Trump di rinunciare al piano.

 

Interpellato venerdì dai giornalisti su tali indiscrezioni, Trump ha replicato: «Nessuno mi ha convinto. Mi sono convinto da solo».

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Secondo quanto affermato dal presidente, un fattore decisivo è stato il «grande impatto» prodotto dall’inversione di rotta da parte dell’Iran, che aveva inizialmente annunciato processi sommari e impiccagioni rapide per alcuni dei manifestanti più violenti arrestati, salvo poi annullare tutto.

 

«Ieri avevate programmato oltre 800 impiccagioni. Non hanno impiccato nessuno. Hanno annullato le impiccagioni», ha spiegato Trump. «Rispetto molto il fatto che abbiano annullato tutto», ha aggiunto.

 

Mercoledì il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, intervistato da Fox News, aveva dichiarato che non ci sarebbero state «impiccagioni né oggi né domani». Araghchi ha inoltre sostenuto che la calma è tornata nelle città iraniane, con il governo che mantiene il pieno controllo della situazione, e ha attribuito i disordini a Israele e a interferenze esterne.

 

Alla domanda se la sua promessa di sostegno ai manifestanti iraniani resti ancora valida, Trump ha risposto: «Vedremo».

 

Nonostante la rinuncia all’attacco aereo, gli Stati Uniti hanno comunque inviato almeno una portaerei verso il Medio Oriente, come riportato venerdì da Fox News sulla base di fonti militari. Secondo l’emittente, Washington dispone già nella regione di tre cacciatorpediniere e tre navi da combattimento litoranee.

 

All’inizio della settimana gli Stati Uniti hanno inoltre varato nuove sanzioni contro l’Iran, colpendo cinque funzionari della sicurezza accusati di aver partecipato alla «violenza e alla crudele repressione» dei manifestanti, una prigione del Paese e altri 18 individui ed entità sospettati di aver aiutato Teheran a aggirare le restrizioni sul commercio di petrolio.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

L'articolo Trump: «mi sono convinto da solo» a non bombardare l’Iran proviene da RENOVATIO 21.

  •  

Putin parla con il presidente iraniano Pezeshkian

Il presidente russo Vladimir Putin ha avuto una conversazione telefonica con il suo omologo iraniano Masoud Pezeshkian, mentre la Repubblica Islamica è ancora attraversata da vaste proteste popolari scoppiate nelle ultime settimane.

 

I disordini sono iniziati verso la fine del mese scorso, provocati principalmente dall’impennata dell’inflazione e dal crollo verticale del valore del rial iraniano. Le manifestazioni si sono presto trasformate in scontri violenti con le forze dell’ordine, con un bilancio – secondo diverse fonti – di centinaia di vittime. Le autorità di Teheran hanno accusato Stati Uniti e Israele di essere i veri artefici delle rivolte.

 

In una nota diffusa venerdì dal Cremlino si legge che Pezeshkian «ha informato Vladimir Putin sui continui sforzi del governo iraniano per normalizzare la situazione nel Paese».

 

I due capi di Stato hanno concordato sulla necessità di una «de-escalation delle tensioni in Iran e nella regione nel suo complesso il prima possibile», sottolineando che «ogni problema emergente deve essere risolto esclusivamente attraverso mezzi politici e diplomatici».

Aiuta Renovatio 21

Putin e Pezeshkian hanno inoltre riaffermato «il loro reciproco impegno a rafforzare ulteriormente il partenariato strategico tra Russia e Iran», con particolare attenzione ai progetti economici congiunti in corso.

 

La portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, intervenendo questa settimana, ha dichiarato che Mosca «condanna fermamente le interferenze straniere destabilizzanti» negli affari interni iraniani. Secondo la diplomatica, alcune potenze estere avrebbero cercato di trasformare una protesta inizialmente pacifica in «disordini crudeli e insensati», con l’obiettivo di provocare un cambio di regime a Teheran.

 

La Zakharova ha definito «assolutamente inaccettabili» le minacce statunitensi di ricorrere alla forza contro la Repubblica Islamica, avvertendo che un intervento militare contro l’Iran rischierebbe di destabilizzare l’intero Medio Oriente.

 

La stessa portavoce ha inoltre attribuito le attuali difficoltà economiche iraniane principalmente alle sanzioni imposte dall’Occidente.

 

Negli ultimi giorni il presidente statunitense Donald Trump ha rivolto ripetute minacce all’Iran, esortando i manifestanti a impadronirsi delle istituzioni statali. All’inizio della settimana il leader americano ha dichiarato che la sua amministrazione stava «valutando alcune opzioni molto forti» per intervenire contro Teheran.

 

L’Iran rappresenta da lungo tempo un alleato strategico della Russia: i due Paesi hanno formalizzato un accordo di partenariato strategico in occasione della visita di Pezeshkian a Mosca lo scorso gennaio.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) 

L'articolo Putin parla con il presidente iraniano Pezeshkian proviene da RENOVATIO 21.

  •  

Líder supremo de Irán: «La nación iraní ha acabado con la sedición alentada por el presidente de EEUU»

El líder supremo de Irán, el ayatolá Alí Jameneí, responsabilizó al presidente de Estados Unidos, Donald Trump, de las muertes y daños causados en su país, y reprochó sus insultos vertidos contra la República Islámica.

«El presidente de EEUU se refirió a este grupo que destruyó propiedades, incendió y mató personas en Irán como «el pueblo de Irán»; es decir, lanzó una gran calumnia contra el pueblo de Irán. Consideramos al presidente de EEUU culpable por esta acusación. Consideramos culpable al presidente de Estados Unidos por las bajas, los daños y las calumnias que infligió a la nación iraní. El presidente de EEUU les envió un mensaje a los sediciosos: «Les apoyamos, les apoyamos militarmente», es decir, el propio presidente de EEUU se involucró en la sedición. Estos son crímenes. En el pasado, ocurrían sediciones en Irán en las que generalmente intervenían medios de comunicación y políticos de segundo nivel de EEUU o países europeos. La particularidad de esta sedición fue que el propio presidente de EEUU intervino en ella y alentó a los agitadores», expresó Jameneí en un discurso ante miles de personas.

El líder supremo aseguró que «La nación iraní ha acabado con la sedición; ahora también debe acabar con los sediciosos» y añadió que «La reciente sedición fue una sedición estadounidense. Los estadounidenses la planificaron y actuaron. El objetivo del reciente complot estadounidense es engullir Irán». «Desde el inicio de la Revolución Islámica hasta hoy, el dominio de EEUU sobre Irán ha desaparecido. Ellos están pensando en volver a colocar a Irán bajo su dominio militar, político y económico», explicó.

Jameneí hace estas declaraciones tras las recientes protestas antigubernamentales, que estallaron a finales de diciembre, impulsadas por EEUU e Israel, sobre la base de problemas económicos, en buena parte producto de las sanciones norteamericanas, problemas a los que también se refirió: «La situación económica no es buena, La vida de la gente es realmente difícil. Yo lo sé. Los funcionarios del país y del gobierno deben trabajar el doble y con mayor seriedad para conseguir bienes básicos, insumos para el ganado, alimentos necesarios y las necesidades generales de la gente».

Por su parte, el ministro de Exteriores de Irán, Seyed Abbas Araghchi, aseguró que la situación en el país lleva varios días estabilizada, después de que se llevara a cabo una operación contra terroristas que instigaban los disturbios.

  •  

Aldilà del giardino di casa. Venezuela e Groenlandia – politiche di aggressione USA e interessi del capitale

Pare opportuno che una riflessione sui fatti del Venezuela debba andare ben oltre la classica visione del “giardino di casa” che per più un secolo ha ben dimostrato la natura degli interessi del capitalismo statunitense e le azioni a difesa dei suoi investimenti nel continente Sud Americano. Le vicende venezuelane non riguardano solo i rapporti tra nord e sud America, ma devono essere valutati per il loro impatto globale. Intervenire a Caracas in realtà nasconde l’intenzione di colpire molto più lontano; il vero obiettivo è ben più consistente che non un “caudillo” sudamericano, i veri scenari in gioco si trovano a migliaia di chilometri di distanza. Nel marzo dello scorso anno un articolo pubblicato sul n. 6 di Umanità Nova esponeva delle considerazioni sull’importanza strategica dell’area artica e sull’interesse che in quel momento l’amministrazione statunitense aveva pubblicamente manifestato per la regione. Interesse oggi rinnovato con forza da Trump e riproposto proprio a ridosso dall’intervento militare nel Venezuela, suscitando clamore e preoccupazione in campo internazionale. Quanto osservato quasi un anno fa sulle colonne di U.N. costituisce ancora oggi materiale più che attuale per le analisi geoeconomiche e geopolitiche relativamente agli interessi statunitensi legati alle nuove rotte artiche, alle materie prime rare e alla posizione strategica della piattaforma groenlandese e canadese per le intercettazioni dei missili nucleari. Tuttavia riproporre la questione del controllo dell’Artico in concomitanza con l’operazione scattata in Venezuela non è una semplice coincidenza. Il blitz militare in Venezuela non è “solo” una dimostrazione della volontà di espansione della potenza statunitense, come è stato comunemente interpretato dai media, ma un’azione che si collega a scenari più ampi.

Cerchiamo di procedere con ordine. Innanzitutto è bene sottolineare che la questione del narcotraffico è del tutto fuorviante ed ha solo un fondamento propagandistico. L’operazione in Venezuela è stata derubricata ad intervento di polizia internazionale contro il narcotraffico con il pretesto della difesa dell’interesse nazionale, evitando in tal modo il necessario passaggio al Congresso per l’autorizzazione di operazioni belliche extraterritoriali. Soprattutto si è collaudata una scorciatoia per eventuali successive ad analoghe operazioni, quali potrebbero essere eventuali interventi in Colombia o a Cuba (anche se in questo caso è probabile che l’opzione possa cadere più su azioni di destabilizzazioni interne che su interventi diretti). Tale scelta per un sistema democratico liberale, sia pur presidenziale, come quello statunitense, da un punto di vista politico è estremamente pericolosa, poiché espone al totale arbitrio dell’esecutivo, cioè del Presidente, con la possibilità del replicarsi di interventi militari mascherati da operazioni di polizia a difesa dell’interesse nazionale. Da ricordare, tra l’altro, che vicende come quella libica, irachena e afghana, dove è stato abbattuto un regime e spesso un dittatore ostile, simbolo internazionale dell’opposizione alla politica statunitense, hanno nel tempo innescato uno scenario nettamente peggiore del precedente, ben più complicato anche per gli stessi interessi americani, dove spesso gli U.S.A. sono risultati alla lunga perdenti. Abbattuto con successo e clamore mediatico il “dittatore”, sottoposto alla gogna di un “processo democratico” il nemico di sempre, si scopre poi, a giustizia eseguita, che ha lasciato in eredità un vuoto politico e sociale assoluto che viene inesorabilmente riempito da una miriade di improvvisati “capibanda” e “milizie”, di fatto una frantumazione. L’ attuale Libia ne è l’eclatante esempio, con una situazione che rende anche gli stessi interessi americani difficili da difendere e sottoposti a continue negoziazioni.

Vedremo presto se la situazione venezuelana riproduce scenari simili. Intanto, per comprendere quanto sta avvenendo, bisogna superare la lettura più banale e andare oltre l’orizzonte strategico del “giardino di casa”, cercando di comprendere le conseguenze internazionali di quanto accaduto a Caracas. Innanzitutto occorre ampliare lo sguardo alla posizione che la Cina occupa nell’economia globale e soprattutto alla dimensione economica che potrebbe raggiungere Pechino se ai livelli attuali dovesse aggiungere i vantaggi logistici commerciali delle nuove rotte artiche.

In questa prospettiva dichiarazioni di Trump, come “la Groenlandia ci serve per la sicurezza nazionale”, trovano reale fondamento e non possono che abbinarsi all’operazione venezuelana. Ambedue gli obiettivi si basano infatti sulla comune volontà di togliere energia alla macchina produttiva cinese, il vero competitor del capitalismo statunitense. In quest’ottica per gli USA è importante gestire direttamente la più grande riserva petrolifera mondiale, il Venezuela, e sovrintendere al contempo alle rotte artiche, la via più breve e sicura per il transito delle merci cinesi e orientali in genere. In sintesi, controllare le più grandi riserve petrolifere mondiali, quelle venezuelane, e controllare quella che sarà una delle vie logistiche più importanti del commercio globali tra Est ed Ovest, l’Artico.

È evidente che l’operazione anti Maduro ha per scopo lo sfruttamento delle maggiori riserve petrolifere mondiali, quali sono attualmente quelle venezuelane; e d’altra parte Trump stesso ha affermato che le industrie statunitensi estrarranno direttamente in loco. Quindi la posta in gioco è il possesso materiale di quello che sarà disponibile in futuro e l’obiettivo preciso dell’operazione è quello di mettere un freno all’espansionismo della macchina produttiva cinese e della sua influenza commerciale globale. Mettere sotto controllo le future rotte artiche, che avvantaggiano in prima battuta il commercio cinese, diventa dunque una priorità geostrategica. Va da sé che un’eventuale “operazione Groenlandia” non godrebbe dei vantaggi mediatici e propagandistici di quella anti Maduro, ma andrebbe incontro a evidenti, contraddizioni geopolitiche. Si tratterebbe infatti di una prima violazione territoriale interna alla NATO, di non facile soluzione e non sicuro gradimento da parte dell’opinione pubblica occidentale.

Al momento è incontestabile la supremazia militare statunitense, ma gli indubbi progressi tecnologici e scientifici cinesi, pur non consentendoci di fare previsioni, rendono altamente probabili, in tempi non lunghissimi, la possibilità di colmare il gap tra Cina ed USA. La questione di fondo è che Pechino ha un passo più veloce nell’innovazione: è qui che in sostanza il capitalismo mondiale prenderà le misure sul ruolo che i singoli paesi avranno nello scacchiere mondiale. Oggi la competizione sul mercato globale viene giocata da due competitori. Da una parte, Trump si presenta sulla scena con l’imposizione dei dazi, la politica delle cannoniere, ma soprattutto con il taglio dei finanziamenti pubblici alle sue migliori università; ostacola fortemente gli ambienti e le menti che dovrebbero essere protagoniste dell’intellighenzia, della ricerca, sia che si tratti di stranieri o di connnazionali non “allineati” alla sua politica, rinnegando il principio sacro del capitalismo secondo cui prima di tutto c’è il business, prima devi dimostrare di saper guadagnare, poi puoi dirmi come la pensi. Dall’altra parte, Pechino mostra un’altra faccia: un sistema scolastico ferocemente selettivo, che sceglie le “sue menti migliori”, le mette al servizio dello Stato e delle sue classi dirigenti impegnate in uno sfruttamento senza precedenti, vincendo la sfida per l’innovazione ed il futuro. Il capitalismo cinese è più pragmatico, lo ha imparato da millenni. Durante il “grande balzo” Deng Xiao Ping, il padre della Cina moderna, rispolverò l’antico detto mandarino, oggi più che mai attuale: “non importa che il gatto sia bianco o nero, l’importante è che acchiappi il topo”. Il che significa che gli affari si concludono con tutti i governi o gli interlocutori privati, il cui colore non interessa, perché l’importante è che l’affare vada a buon fine. Purtroppo chi paga il conto sono sempre gli sfruttati, e l’aguzzino è sempre lo Stato

Daniele Ratti

L'articolo Aldilà del giardino di casa. Venezuela e Groenlandia – politiche di aggressione USA e interessi del capitale proviene da .

  •  

‘Kill Switch’: Irán apaga Starlink de Musk por primera vez, según Forbes

Las autoridades iraníes han brindado un duro golpe al proceso de desestabilización impulsado por Israel y EEUU, al lograr el bloqueo del acceso a Internet por satélite Starlink, una herramienta fundamental, informó este lunes Forbes.

«No habíamos visto esto antes. El apagón digital de Irán ha desplegado inhibidores militares, supuestamente suministrados por Rusia, para bloquear el acceso a internet de Starlink. Esto supone un cambio radical para la conectividad de emergencia que suelen usar manifestantes y activistas antirrégimen cuando se interrumpe el acceso a internet». sostiene el informe.

Según el reporte, se ha bloqueado más del 80 % del tráfico y el nivel de conexión a la Red se sitúa ahora en torno al 1 % del habitual.

Este avance técnico, que degradó el tráfico satelital desde un 30 % inicial hasta niveles del 80–90 % en zonas clave, marca un hito en la capacidad de Teherán para defender su control sobre el flujo de información frente a herramientas de desestabilización externas.

«Channel 4 News describe las actividades de Rusia como una «carrera tecnológica con Starlink», que, según afirma, «es conocida por desplegar camiones que emiten ruido de radio para interrumpir las señales satelitales». Hasta el momento no se ha confirmado qué tecnologías se están implementando», señala Forbes.

Tras el apagón total de internet móvil y fijo decretado el 8 de enero, miles de terminales Starlink, introducidas de contrabando y estimadas en decenas de miles, funcionaron como puente para coordinar manifestaciones y difundir imágenes. El gobierno recurrió al jamming de señales GPS (ya activo desde la guerra de 12 días con Israel en junio de 2025) y a la disrupción directa de enlaces de órbita baja mediante equipos de alta potencia proporcionados por China, según expertos como Amir Rashidi, del Miaan Group. Esta tecnología de grado militar supera al jamming básico y provoca pérdidas masivas de paquetes, haciendo inviable la transmisión continua.

Las señales GPS son básicas para un funcionamiento óptimo de la red de internet satelital de la compañía de Musk, cuyos receptores Starlink utilizan GPS para localizar y conectarse a los satélites.

En el tablero multipolar, el episodio refleja la disputa por la soberanía tecnológica. Irán percibe a Starlink, controlado por una empresa estadounidense, como un vector de injerencia externa, similar a su uso en Ucrania o a intentos previos en Irán en 2022. La respuesta refuerza a los bloques emergentes que buscan alternativas a infraestructuras dominadas por Occidente, desde satélites propios hasta cables submarinos chinos. Las empresas occidentales, como el caso Samsung y el espionaje israelí muestran que el mundo corporativo no es “neutral” sino que responde a intereses geopolíticos de sus países de origen.

Durante la Guerra de los 12 Días con Israel, se registraron fallas deliberadas en la red de internet nacional, que coincidió con la activación de haces de Starlink, según lo confirmó el propio Musk al publicar en la red social X: “Los haces están encendidos”, apenas un día después del inicio de la ofensiva israelí.

La coordinación entre empresas privadas y operaciones militares genera preocupación en Irán, que denuncia un nuevo patrón de guerra híbrida y sabotaje tecnológico.

  •  

Trump: «No necesito el derecho internacional. Mi propia mente es lo único que puede detenerme»

Donald Trump afirmó en una entrevista con The New York Times, que su poder como comandante en jefe está limitado únicamente por su «propia moralidad», relegando a un segundo plano las normas del derecho internacional y otros mecanismos de control que suelen servir de contrapeso a la hora de ordenar ataques contra otros países.

Al ser preguntado específicamente sobre si existían restricciones a su autoridad para desplegar la fuerza militar a nivel global, el presidente de Estados Unidos respondió de manera contundente: «Sí, hay una cosa. Mi propia moralidad. Mi propia mente es lo único que puede detenerme».

«No necesito el derecho internacional», agregó.

Dejando abierta la puerta a una interpretación unilateral de las obligaciones internacionales del país, Trump también reconoció la existencia de ciertas limitaciones que enfrenta dentro de EE.UU.

  •  

Tucker Carlson: «Es evidente que nos estamos moviendo hacia una Guerra Mundial»

Estados Unidos se está preparando para una guerra mundial, afirma el periodista estadounidense Tucker Carlson, en base a la decisión del Gobierno del presidente Donald Trump de elevar el presupuesto de defensa para el año fiscal 2027 hasta la cifra récord de 1,5 billones de dólares. Carlson argumenta que no existe una justificación alternativa para un incremento tan descomunal.

«En términos generales, obviamente, ese es el tipo de presupuesto de un país para su Ejército cuando prevé una guerra mundial o regional. No hay otra razón para hacerlo», declaró el presentador.

El presidente de Estados Unidos, Donald Trump, anunció un aumento del 50 % en el presupuesto militar para 2027, hasta alcanzar un récord de 1,5 billones de dólares. Afirmó que los fondos provendrán de los aranceles cobrados a otros países. En su publicación en Truth Social, Trump sostuvo que este nivel permitirá construir el «Ejército soñado» y garantizar la seguridad nacional.

Para Carlson, la naturaleza de esta partida presupuestaria es inequívocamente ofensiva. «No es un presupuesto para mantener la paz. Es un presupuesto de guerra, un gran presupuesto de guerra», sentenció. Un cambio que también estaría detrás de la reciente modificación del nombre del Departamento de Defensa por Departamento de Guerra.

«Por lo tanto, creo que es lógico esperar, y todos los indicios apuntan a ello, a que pronto vamos a tener una gran guerra. Una gran guerra pronto», afirmó.

«Es evidente que nos estamos moviendo en esa dirección, hacia una guerra mundial», concluyó.

  •  

PDVSA confirma que negocia con EEUU, tras el anuncio de Trump sobre la entrega de «entre 30 y 50 millones de barriles»

La estatal Petróleos de Venezuela S.A. (PDVSA) confirmó este miércoles que mantiene negociaciones con Estados Unidos para concretar la venta de “volúmenes de petróleo”. El anuncio ocurre horas más tarde del anuncio del presidente norteamericano Donald Trump sobre un acuerdo con el gobierno venezolano para la entrega de entre 30 y 50 millones de barriles de petróleo a Estados Unidos.

“Este proceso se desarrolla bajo esquemas similares a los vigentes con empresas internacionales, como Chevron, y está basado en una transacción estrictamente comercial, con criterios de legalidad, transparencia y beneficio para ambas partes», señaló la empresa en un comunicado difundido en sus redes sociales.

Las conversaciones se desarrollan en medio de la flexibilización de ciertas sanciones y buscan definir las condiciones para el envío de crudo venezolano al mercado estadounidense después de años de restricciones.

Las nuevas políticas sobre la comercialización del petróleo venezolano, que implicarían desviar cargamentos que originalmente tenían como destino China, transcurren tras el operativo militar que secuestró en Caracas a Nicolás Maduro y derivó en la asunción de la presidencia interina por Delcy Rodríguez.

El anuncio de Trump, realizado a través de la red social Truth Social, implica que el crudo será vendido a precio de mercado y que los fondos obtenidos estarán bajo control de su administración, con el compromiso de destinarlos a iniciativas que beneficien tanto a la población venezolana como a los intereses de Washington.

“Ese dinero será controlado por mí, como presidente de Estados Unidos, para asegurar que se utilice en beneficio de los pueblos de Venezuela y Estados Unidos”, afirmó Trump en su declaración.

Por su parte, el secretario de Energía de Estados Unidos, Chris Wright, en la conferencia de energía de Goldman Sachs manifestó: “Vamos a comercializar el crudo que sale de Venezuela, primero este petróleo almacenado que estaba represado, y luego, indefinidamente, de aquí en adelante, venderemos la producción que salga de Venezuela en el mercado. Estados Unidos será el proveedor de diluyente que tendrá que bajar allá para permitir esa producción. Vamos a hacer que eso vuelva a fluir. Y a medida que avancemos con el gobierno, habilitaremos la importación de repuestos, equipos y servicios, para evitar que la industria colapse, estabilizar la producción y luego, lo más rápido posible, empezar a verla crecer nuevamente. Y por supuesto, a largo plazo, crear las condiciones para que las grandes empresas estadounidenses, que estuvieron allí antes —quizás no lo estaban, pero quieren ir—, regresen nuevamente”.

  •