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È il momento per l’Europa di sganciarsi dall’impero americano. Meloni con Trump per interesse

Cosa dovrebbe fare l’Europa per respingere l’attacco di Trump alla Groenlandia e a tutta l’Europa? Dovrebbe fare la pace con la Russia e sganciarsi, prudentemente ma decisamente, dall’impero americano. Dovrebbe riconoscere che siamo in un’epoca post-UE e post-Nato: la Nato e la Ue non esistono più, almeno per come le abbiamo conosciute. Occorre una politica completamente nuova.

Il governo italiano invece fa finta di nulla: mentre Donald Trump vuole conquistare la Groenlandia, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni fa finta che le pretese coloniali del presidente americano possano essere risolte con dei negoziati, magari a base di cene con spaghetti e mandolino. Come donna, come cristiana, come madre, Meloni non ha avuto il coraggio di condannare pubblicamente né l’omicidio della povera Renee Good da parte delle squadracce di Trump né il criminale Netanyahu, grande amico di Trump. La sua vicinanza ideologica con l’autocrate è quasi totale, e la sua qualità morale è quasi allo stesso livello di quella di Trump.

Ma oltre a questo c’è soprattutto una questione di interesse: Meloni sa che Trump è la sua principale assicurazione per mantenere la poltrona. E’ convinta che finché c’è Trump potrà continuare a governare l’Italia anche se il suo partito ha ottenuto solo il 14% degli aventi diritto al voto, e anche se l’intera coalizione di centro-destra ha raccolto 12,3 milioni di voti (26,7% del corpo elettorale), ovvero 6 milioni in meno rispetto a chi ha deciso di non votare o ha votato scheda bianca (18,4 milioni). Il suo governo di minoranza elettorale attualmente si barcamena ambiguamente tra Trump e UE, ma non potrà farlo per molto.

L’Unione Europea – trainata da Francia, Germania, Olanda, Svezia, Finlandia, e gli altri paesi che hanno voluto difendere simbolicamente la Groenlandia mandandoci qualche soldato – sembra finalmente decisa a contrastare i nuovi dazi imposti da Trump. La UE vuole ricorrere a un mezzo molto efficace, l’Anti coercion instrument. Lo strumento anti-coercizione è stato approvato dalla UE nel dicembre 2023 ma finora non è mai stato utilizzato: ha la funzione di “contrastare Paesi terzi che esercitano una pressione economica deliberata sull’Unione, o un suo Stato membro, per condizionarli nelle scelte politiche ed economiche minacciando di applicare misure che incidono sul commercio o sugli investimenti contro l’Ue o un suo Stato”.

Permette alla Commissione Europea di imporre contro l’avversario un’ampia gamma di misure di ritorsione oltre all’aumento dei dazi, come: restrizioni al commercio di servizi digitali e finanziari, restrizioni all’accesso agli appalti pubblici e agli investimenti diretti esteri (ad esempio il divieto di acquisire imprese o partecipare al capitale), l’applicazione di controlli sulle esportazioni, la limitazione dei diritti di proprietà intellettuale, la limitazione degli investimenti esteri, il divieto di servizi, l’applicazione di dazi sulle piattaforme digitali.

Ma l’aspetto più importante è che la Commissione UE può applicare queste misure anche se vengono approvate solo a maggioranza qualificata dal Consiglio Europeo: non è dunque richiesta l’unanimità dei governi europei. Anche se Meloni vota contro, nulla può fare se – come è probabile – la maggioranza dei paesi europei approva le misure di ritorsione anti-Trump. Probabilmente il suo governo si spaccherà se verranno adottate misure anti-Trump.

Ma l’Europa ha un problema più grande: i leader dei paesi europei dovrebbero finalmente riconoscere che è l’America a volere aggredire e colonizzare l’Europa, non la Russia. Putin è un tiranno e certamente non è un santo: ma non ha alcuna intenzione e nessuno interesse a aggredire Copenaghen, Londra, Parigi e Roma. L’Europa, e soprattutto la sinistra europea, dovrebbero finalmente riconoscere che in Ucraina Putin si è difeso dall’espansione della Nato ai suoi confini.

Putin è un dittatore ma in Ucraina ha difeso la sicurezza russa messa in pericolo dai colpi di Stato americani, dai finanziamenti americani a Zelensky e ai governi corrotti di Kiev e, ovviamente, dall’impegno della Nato a inglobare l’Ucraina. La Nato in Ucraina è un pericolo mortale per la Russia perché i missili lanciati da Kiev possono colpire in pochi minuti Mosca senza potere essere intercettati. L’Europa deve dunque cambiare completamente registro con la Russia: non possiamo continuare a pagare il gas e il petrolio americano quattro volte di più di quello russo per fare piacere a Trump. Si obietterà che Putin è un dittatore: ma molti paesi con i quali abbiamo buoni rapporti commerciali, energetici e politici sono governati da sanguinosi dittatori.

Se l’Europa non vuole soccombere deve cominciare a sganciarsi dall’America e deve anche avviare una politica di disarmo bilanciato e controllato con la Russia.

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L’amore-timore della destra italiana per Trump è una mafioseria escatologica

I fiancheggiatori della mafia e i consumati uomini di mondo a rimorchio o contratto del potere mafioso irridono gli sfigati che fanno i fenomeni e rifiutano di pagare il pizzo agli esattori del capo mandamento. E se poi succede loro qualcosa di brutto, non si può dire che non se la siano cercata. Allo stesso modo, la destra politico-giornalistica, in Italia, di fronte alla notizia dei nuovi dazi imposti dal presidente statunitense Donald Trump contro i Paesi contrari all’annessione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti, censura la «stupida provocazione» (Mario Sechi, direttore di Libero) dell’Europa, quando non festeggia direttamente (Claudio Borghi, senatore della Lega) la punizione inflitta ai Paesi disobbedienti e i vantaggi immaginari che le barriere tariffarie contro Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Svezia, Norvegia, Finlandia e la recalcitrante Danimarca procurerebbero all’economia italiana.

Come c’era da aspettarsi, i più moderati e prudenti e i meno fessi della compagnia ora propongono la linea della responsabilità, che nella neolingua sovranista e para-sovranista significa cercare di aggiustare le cose e minimizzare le conseguenze di breve periodo dell’ira americana, senza metterne minimamente in questione la legittimità e la direzione e senza preoccuparsi delle conseguenze di medio e lungo periodo della progressiva e accelerata distruzione dell’ordine politico occidentale.

Fanno penosamente testo le parole con cui Giorgia Meloni ha dichiarato di non condividere la scelta americana, ma di addebitarne la causa a un equivoco – «un problema di comprensione e di comunicazione» – circa le vere intenzioni dei Paesi Ue che avevano annunciato di volere rafforzare la propria presenza militare in Groenlandia. Non di opporsi all’annessione americana – non sia mai, garantisce Meloni – ma di collaborare con gli Stati Uniti alla difesa dell’Artico. 

Nella geopolitica della malafede, Meloni ha dovuto, per l’ennesima volta, mostrare di credere a qualcosa che non esiste, cioè alle presunte preoccupazioni di sicurezza americane, per eludere l’unico problema che è sul tavolo e che è costituito dall’ordine di Trump che gli si consegni, senza tante storie, l’isola più grande del mondo.

C’è una ragione per cui la destra italiana deve continuare a fingere che Trump abbia molte ragioni per pretendere un’estensione della sovranità americana sulla Groenlandia e comunque non abbia tutti i torti nell’addebitare agli alleati europei la sottovalutazione dei rischi della penetrazione russa e cinese tra i ghiacci del Polo. 

Non c’entra niente la realtà. La sovranità sull’isola non avrebbe alcun effetto sull’operatività militare americana, che già oggi non è subordinata ad alcun limite, se non a quelli derivanti dalla comune appartenenza di Stati Uniti e Danimarca all’Alleanza Atlantica. La chiusura di molte installazioni americane e la riduzione da molte migliaia ad alcune centinaia di unità dei contingenti presenti in Groenlandia dopo la fine della Guerra Fredda sono state decise dagli Usa in modo libero e sovrano e non sono state loro imposte da nessuno. Le stesse minacce militari russe e cinesi sono molto meno incombenti di come siano rappresentate (si veda, sul punto, l’analisi di Giorgio Orio Stirpe).

La ragione per cui nello schieramento governativo bisogna in ogni caso dare tutta o molta ragione a Trump e fingere di credere che le sue reazioni dipendano da qualche increscioso e risolvibile equivoco è che la destra italiana è in parte persuasa e in parte assuefatta all’idea che il trumpismo, con tutto quello che porta con sé, sia il nuovo reale e il nuovo razionale della Storia e l’inevitabile contrappasso della pretesa di imprigionare gli stati nazione nella gabbia delle regole multilaterali, che hanno guidato negli ultimi decenni tutti i processi di integrazione economica e politica, a partire da quello europea.

Per la destra italiana – tutta, senza eccezioni – Trump è il messia di cui aveva invocato la venuta o la Nemesi che attendeva si sarebbe abbattuta sulla hybris dell’Occidente. L’amore e il timore per il capo dei capi del mondo è una paranoia escatologica, proprio come la mafioseria di quella Sicilia, a cui il potere dei mammasantissima continua ad apparire giusto o comunque inappellabile destino e in cui l’unico auspicio legittimo è che la violenza sia benevola e non faccia troppe vittime.

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Speravo che Meloni si mettesse al servizio dei cittadini: non è così per i disabili

Quando i cittadini di un paese sono costretti a scegliere fra curarsi o mangiare, significa che il sistema paese ha fallito e a questo punto ci sono solo due soluzioni:

1 – Chi lo governa questo paese deve creare un piano strutturale per aiutare le persone in difficoltà.
2 – Se chi ci governa non è in grado, o non vuole per scelte politiche o personali di cambiare l’importanza delle priorità di questo paese deve riconoscere il proprio fallimento e lasciare spazio ad altri.

Come ho già detto più volte nei miei articoli, far politica significa mettersi al servizio dei cittadini: non è certo facendo pagare gli ausili alle famiglie delle persone disabili o dando 400 € al mese alle persone che assistono un proprio caro che si supporta e si tutela chi è in difficoltà, o mi sbaglio? Non è assolutamente vero che non ci sono i soldi e che non si poteva fare di più, perché se l’interesse a investire in un determinato settore, porta dei vantaggi politici ed economici le coperture economiche si trovano.

Da molti anni mi occupo di tematiche sociali e sinceramente non ho mai capito perché il settore del welfare è uno degli ambiti più penalizzati a livello di copertura economica. Investire nel sociale può avere due vantaggi:
– Il popolo vive meglio E se sta meglio, produce di più;
– Se chi governa fa realmente star bene il popolo ne guadagna a livello di voti e di consensi.

Anni fa mi confrontavo molto spesso con gli uffici che collaborano con il ministero dell’Economia e Finanza perché ritenevo che 256 € al mese di invalidità civile fossero una cosa scandalosa. Quando il Comitato 16 novembre organizzava proteste sotto il ministero dell’Economia e Finanza, da Bassano del Grappa via telefono, tenevo i rapporti con i manifestanti che erano fuori al freddo e intubati e contemporaneamente dialogavo con gli uffici del ministero affinché i rappresentanti del Comitato fossero ricevuti e soprattutto ascoltati. Grazie anche alla sensibilità dei funzionari del Ministero che ci hanno aiutato a far sentire la nostra voce, siamo riusciti ad avere qualche piccolo aumento nella pensione di invalidità, il ministro dell’epoca se non sbaglio era Giulio Tremonti.

Speravo il governo Meloni riuscisse a dare una svolta epocale a questo paese, come effettivamente aveva annunciato, ma purtroppo non è così, anzi, mi sembra stia facendo come li icneumone che paralizza la propria preda senza ucciderla, ha lasciato il popolo con misure rivolte al sostegno per chi è in difficoltà ridotte al minimo.
Io continuerò sempre a dare voce al popolo e ai bisogni reali del paese, vi invito a non arrendervi mai.

Per segnalarmi le vostre storie scrivete a: raccontalatuastoria@lucafaccio.it e redazioneweb@ilfattoquotidiano.it

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La politica italiana reagisce ai dazi di Trump per la Groenlandia

Da Tajani appello al dialogo: "Insieme, essendo tutti parte della Nato, possiamo lavorare per garantire la sicurezza della Groenlandia". Schlein attacca Meloni: "Ci aspettavamo una posizione netta in difesa della Groenlandia"

© RaiNews

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E’ LA VALMY ASIATICA. LA CINA SI FA PORTAVOCE DI DUE TERZI DEL MONDO: DALLA RUSSIA ALL’INDIA, DALL’AZERBAJAN ALLO YEMEN.

Nel ventesimo anniversario dell’attacco all’Irak, Il Presidente cinese XI Jinping ha piazzato tre “ banderillas” sul dorso del toro americano distratto dal panno rosso: la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita, la visita di Stato a Mosca ad onta del “ mandato d’arresto” CPI a Putin e la visita in Cina dell’ex presidente di Taiwan.

A conclusione, la ciliegina sulla torta : “ Nessun paese può dettare l’ordine mondiale,” vecchio o nuovo che sia. Non si poteva dir meglio.

L’annuncio della ripresa dei rapporti diplomatici tra sauditi e iraniani con la mediazione cinese, mi ha ricordato la battaglia di Valmy contro la prima coalizione.

Non successe praticamente nulla, cannoneggiamenti lontani, una scaramuccia con quattrocento morti, ma gli storici l’hanno identificata come il momento in cui la rivoluzione francese fece il suo ingresso in Europa.

Il compromesso Iran-Arabia ha identica valenza. Ha dato diritto di cittadinanza alla politica di rifiuto dell’uso della forza, alla scelta indiana della neutralità e rivitalizzato i paesi non allineati a partire dall’Azerbaijan ultima recluta. La prossima tentazione potrebbe averla la Turchia.

Con questa mossa. La Cina é comparsa sul palcoscenico del mondo mediorientale come autorevole arbitro imparziale, partner affidabile e patrono dell’idea di sicurezza collettiva. Non c’é stato bisogno di sconfessare le politiche dei vari Kerry, Bush, Obama, Clinton, Trump, Biden. A ricordarli, é rimasto solo Netanyahu, sconfessato dall’ex capo del Mossad Efraim Halevy ( su Haaretz) che propone un appeasement con l’Iran con toni che riecheggiano Kissinger.

Con la visita a Mosca XI Jinping ha delegittimato la pagliacciata della Camera Penale Internazionale, ormai specializzatasi nei mandati di arresto a carico dei nemici degli Stati Uniti ( Hissen Habré, Gheddafi, Milosevic, ) e gestita da un mercante di cavalli pakistano tipo Mahboub Ali.

Poi, con la prossima visita di dieci giorni dell’ex presidente di Taiwan, Ma Ying Jeou, ha mostrato di non aver bisogno di dar voce al cannone per affermare la consustanziazione tra l’isola e il continente e di considerare superato l’uso della forza in politica estera, inutile l’accerchiamento dell’AUKUS nel Pacifico, assennando con questo un colpo contemporaneo anche alla mania russa di imitare servilmente gli americani anche – e sopratutto- nei difetti.

Da giovedì, Putin dovrà scegliere tra l’accettazione dei dodici punti del piano di pace cinese e l’isolamento internazionale. La strategia sarà però quella cinese che considera la guerra uno strumento obsoleto e non la brutalità cosacca vista finora.

Come potrà l’ONU rifiutare il ruolo di sede arbitrale del mondo che la Cina gli offre senza squalificarsi definitivamente ? I paesi del Vicino e Medio Oriente, dopo i pesantissimi tributi di sangue pagati per decenni, sono ormai tutti consapevoli e convinti della inutilità delle guerre – dirette come con lo Yemen o per procura come con la Siria- e della cruda realtà delle rapine fatte a turno a ciascuno di loro:Iran, Irak, Libia, Siria, con la violenza e agli altri paesi dell’area con forniture , spesso inutili, a prezzi stratosferici: Katar, Arabia Saudita, o col selvaggio impadronirsi di risorse minerarie come col Sudan e la Somalia.

Certo, senza il conflitto in atto che ha predisposto alcuni schieramenti ( specie africani) e senza la capacità di mobilitazione di quindici milioni di uomini, la voce della Cina non risuonerebbe alta come rischia di accadere, ma anche con questo accorgimento, assieme alla discrezione assoluta di cui hanno goduto i colloqui di Pechino, l’effetto sarebbe minore, ma ugualmente evocativo in un mondo che non sente il bisogno di una dittatura a matrice primitiva.

Ora Biden, tra un peto e l’altro, dovrà decidersi a leggere i dodici punti di XI e smettere di litigare con Trump sul costo di una puttana, oppure affrontare il mondo intero col sostegno di Sunak e Meloni.

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