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di Luca Busca
Viviamo in un contesto molto incerto, in cui ogni giorno un paese sovrano viene minacciato dall’Impero Americano di essere invaso al fine di appropriarsi delle sue risorse. Spesso l’impressione è quella di un’egemonia in declino, sull’orlo del baratro, che tenta gli ultimi colpi di coda per non cadere. In due settimane, dall’inizio del 2026, Trump ha attaccato il Venezuela, sequestrandone il legittimo rappresentante. Ha minacciato l’Iran e la Nigeria, dichiarandosi disponibile a uscire dalla NATO pur di avere la Groenlandia, che, ironia della sorte si troverebbe nella condizione di invocare l’articolo 5 del Trattato dell’Atlantico del Nord, portando l’Europa in guerra contro gli Stati Uniti. Casualmente tutti paesi ricchi di petrolio.
Abbiamo chiesto a Carlo Rovelli, fisico e divulgatore di fama mondiale reduce dalla pubblicazione del suo ultimo libro, “L’uguaglianza di tutte le cose”, cosa pensa di questo particolare momento storico.
L.B. Gli Stati Uniti hanno attaccato il Venezuela e sequestrato il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro Moros, al fine di processarlo. Possiamo parlare di “processo” o siamo davanti a uno strumento politico travestito da giustizia?
C.R. Sono un po' stupito per come sia commentato l’attacco degli Stati Uniti al Venezuela. Dalla fine della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno attaccato diverse decine di paesi da cui non erano stati attaccati (“C’è un aggressore e un aggredito”, si diceva una volta, no?). Gli Stati Uniti lo hanno fatto quasi sempre contro la legalità internazionale, contro le Nazioni Unite. Questa volta, con il Venezuela, le differenze mi sembrano due. Una è che invece delle usuali decine o centinaia di migliaia di morti, hanno ammazzato solo un’ottantina di persone. L'altra è che sono stati un po’ meno ipocriti del solito, e alle “giustificazioni” (ripetute ahimè dai politici europei come fossero babbei), questa volta non ci crede nessuno, neanche chi le ripete. Rispetto alla precedente politica americana, mi sembra che Trump faccia egualmente guerre, ma con meno ipocrisia e per ora con meno morti.
L.B. Storicamente le grandi potenze ricorrono alla guerra quando entrano in crisi strutturale. Vedi un nesso fra la finanziarizzazione dell’economia statunitense, il declino industriale e questa aggressività geopolitica?
C.R. Non mi pare che gli Stati Uniti siano diventati più aggressivi. Non so se contare le decine di migliaia di morti ammazzati in altri paesi sia un criterio di aggressività, ma vale quanto un altro. L’amministrazione Trump, che io sappia, ha ammazzato gente in Venezuela, in Yemen, in Iran, in Siria, in Nigeria, e certo dimentico qualche paese, ma, direi, molti meno di quanto facessero di solito le amministrazioni precedenti. A noi gli Stati Uniti appaiono ora più aggressivi solo perché non si presentano più come nostri alleati, e quindi ora ci fanno paura. Prima erano aggressivi e noi ci appiattivamo sotto la loro ala, anzi, spesso li aiutavamo con qualche aereo e qualche bersagliere.
L.B. Se proprio la superpotenza che ha costruito il sistema di diritto internazionale lo viola apertamente, il sistema è riformabile o siamo entrati in una fase di dittatura imperiale?
C.R. Penso che sia possibile riformarlo, che sia possibile rendere più forte il diritto internazionale. Lo penso perché la maggior parte dei paesi e dei cittadini del mondo lo sta chiedendo. A voce sempre più forte. Non stiamo entrando in una fase di dittatura imperiale, ne stiamo uscendo. Gli Stati Uniti non hanno più la forza per imporre il loro impero e hanno perso la forza ideologica e la capacità di propaganda che hanno avuto. Non ci provano neppure più. Mi piacerebbe che l'Italia stesse dalla parte dei tanti che chiedono diritto internazionale, non dei pochi che ci si oppongono, come invece sta facendo adesso.

di Geraldina Colotti
In un momento cruciale per il Venezuela, segnato dal sequestro del presidente Nicolás Maduro e della “prima combattente”, la deputata Cilia Flores da parte delle forze speciali statunitensi, Gladys Requena, figura storica della rivoluzione, analizza la situazione attuale. Requena, dirigente delle Red de Mujeres de Vargas e rappresentante presso la Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FEDIM), delinea la strategia di resistenza fondata sull'organizzazione popolare e sulla prospettiva di governo fino al 2030.
Dalla sua prospettiva, quella di dirigente politica e femminista, come si deve intendere quel che sta accadendo e su quali basi disegnare un'agenda di lotta?
È fondamentale il modo in cui guardiamo al processo rivoluzionario per poter collocare l'analisi dei fatti che stiamo vivendo. Questo ci permette di disegnare l'agenda di lotta, di mobilitazione, di organizzazione e di formazione del nostro popolo. Questo drammatico momento deve essere un'opportunità per parlare in profondità di cosa significhi la nostra lotta contro l'imperialismo nordamericano. Lo abbiamo sempre compreso attraverso le lezioni che ci sono arrivate dalla rivoluzione cubana, nicaraguense e da quel che è accaduto nel Cile di Allende. Ora, con gli eventi più recenti e contemporanei, vediamo le cosiddette guerre giuridiche e i golpe parlamentari. Questi procedimenti ci insegnano che l'imperialismo non è affatto un nemico di poco conto. Ha risorse e meccanismi per agire in molti modi, e i popoli devono prepararsi ad affrontarlo in termini integrali. Non dobbiamo averne paura, ma disegnare la strategia corretta per avanzare nel processo rivoluzionario e al contempo nel riportare Nicolás e Cilia con noi, perché li riporteremo con la forza del nostro popolo.
In questo contesto di assedio, quanto è importante mantenere costante la mobilitazione popolare e quali sbocchi ci si possono attendere?
Dal 1999, è iniziato un progetto nuovo in Venezuela basato sulla mobilitazione del popolo organizzato e cosciente. Abbiamo rifondato la Repubblica, ma questo processo è ancora in costruzione; è di lungo respiro e ha attraversato varie fasi che, dal golpe contro Hugo Chávez, nel 2002, hanno portato a questo nuovo metodo di aggressione armata diretta e di sequestro del presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores. Dobbiamo continuare a prepararci e preparare le generazioni future, perché l'imperialismo non riposa. Gli interessi delle grandi corporazioni economiche, per le quali governano Trump e tutti i presidenti degli Stati Uniti, e quelli dei paesi loro sudditi, sono puntati sul Venezuela, sui Caraibi e sull'intera America latina. Vogliono abbattere Cuba perché è un faro per i popoli che hanno deciso di essere liberi. Sanno che, nonostante le difficoltà vissute in Argentina, Cile, Paraguay o Uruguay, quei popoli sono svegli e assetati di sovranità e pace. La nostra lotta è per l'autodeterminazione e contro l'ingerenza internazionale. Vogliamo decidere in che modo governarci. In Venezuela abbiamo vinto quasi tutte le elezioni, tranne due, e questo dimostra la nostra forza democratica. Ora guardiamo al 2030, come diceva il comandante Chávez. Deve essere l'anno della nostra indipendenza definitiva, a 200 anni dal 1830: il riscatto storico di quel tragico 1830, anno del "tradimento", della fine del sogno bolivariano. Bolívar muore a Santa Marta, e le oligarchie locali, come quella guidata da José Antonio Páez in Venezuela, separano il paese dalla Gran Colombia. Come diceva Chávez, anche se non vedremo la patria come la sogniamo, ci basta sapere che pulsa il nostro sangue negli occhi di chi la vedrà. Supereremo presto questo momento con il ritorno di Nicolás e Cilia, ma la lotta continua.
C'è un tema centrale che riguarda la sovranità sulle risorse naturali, in primo luogo il petrolio, su cui l'imperialismo vuole mettere le mani direttamente. Com'è da intendersi in questo quadro la prospettiva bolivariana Qual è la visione bolivariana su questo, specialmente riguardo al petrolio e alla solidarietà internazionale?
Le risorse naturali dovrebbero un bene comune al servizio di tutta l'umanità e per questo trattate con adeguato rispetto. Il Comandante Chávez, con il suo grande apporto alla costruzione di una nuova geometria internazionale e con i diversi Piani della Patria, ha inteso mettere le risorse naturali al servizio dei popoli e non delle oligarchie. Non c'è egoismo nel progetto bolivariano. Se il popolo nordamericano ha bisogno di petrolio, che il suo governo lo compri, non c'è problema, ma non può pretendere di soggiogarci perché chi lo guida si sente padrone del petrolio venezuelano. Questa è la sciocchezza più grande della storia. Il nostro progetto è "nostroamericano", si fonda sulla solidarietà e sulla complementarietà. È una visione egemonica dei diritti umani in cui le risorse sono al servizio di chi ne ha bisogno, mediante scambi solidari come quelli effettuati con Haiti e Cuba. Da soli non costruiamo il socialismo; saremmo isolati. Il nostro è un progetto che vincola tutto il Sud globale con uno sguardo umanista, non invasivo e di non espropriazione.
Il presidente Maduro aveva ipotizzato scenari di approfondimento della rivoluzione in caso fosse stato ucciso. Ora che è stato preso in ostaggio dagli Stati uniti, come è da intendersi questa indicazione?
Tra la guerra e la pace non possiamo che scegliere la pace. Tra sovranità o dipendenza, scegliamo la sovranità. Tra libertà e schiavitù, scegliamo la libertà. In questi 13 anni dalla scomparsa del comandante Chávez, la rivoluzione ha guadagnato moltissimo in termini di organizzazione. Nicolás si è aggrappato al progetto di Chávez e ha saputo territorializzare il governo. Oggi le autorità locali sono integrate in una struttura globale di governo popolare; abbiamo fatto grandi passi avanti con le comunas e le “mappe dei sogni” costruite dal popolo. Tutto questo è scritto nei Piani della Patria, dal 2013 fino al 2031, che sono tutti interconnessi. Con le Sette Trasformazioni (7T), Maduro ha trasformato il piano da dichiarativo a esecutivo, auditabile e supervisionato. Abbiamo una diplomazia di pace e siamo interconnessi con CELAC e Petrocaribe. L'aggressione continuerà perché non c'è stato presidente USA che non sia stato aggressore, ma come dicono i cubani dal 1977: sappiano i nordamericani che non abbiamo un briciolo di paura. Il piano è intatto e il chavismo resterà a lungo, con Nicolás Maduro come suo architetto.
Come si sta muovendo l'opposizione estremista che vorrebbe imporre la sua “transizione” guidata da Trump?
L'opposizione che fa vita parlamentare nell'Assemblea Nazionale, ha preso nettamente le distanze da Maria Corina Machado, rimanendo nell'ambito democratico, e ha dichiarato di voler lavorare, pur con un progetto antagonista a quello socialista, per gli interessi della patria. Jorge Rodríguez, presidente del Parlamento, ha fatto un appello categorico affinché pensino bene da che parte stare, e ha invitato all'unità nazionale. Dal punto di vista costituzionale, abbiamo nominato Delcy Rodríguez come presidente incaricata. Il sequestro di un presidente non è tipizzato come "mancanza assoluta" nella nostra Costituzione; nessuno lo aveva previsto. È diverso dal caso della malattia di Chávez. Qui la mancanza di Nicolás è temporanea. La Costituzione prevede un termine di 90 giorni, prorogabile dall'Assemblea. Non c'è stata una qualifica di mancanza assoluta perché il presidente non si è dimesso né è malato. La designazione di Delcy, avallata dal Tribunale Supremo di Giustizia, serve a mantenere la pace, la sovranità e le garanzie costituzionali per evitare che il fascismo scateni il caos. Spero che l'opposizione parlamentare non cada nel gioco dei settori estremisti e che possiamo fare un blocco comune per la difesa della nazione.
Cosa risponde a chi sostiene che la rivoluzione si sia lasciata sorprendere da questo attacco asimmetrico?
L'asimmetria e la sproporzione di mezzi bellici impiegati, è innegabile. Anche l'Iran, con i suoi sistemi di difesa, è stato colto di sorpresa. Dobbiamo assumere questa asimmetria e dare battaglia con la coscienza di trovarsi in una posizione asimmetrica. Dobbiamo fare guerriglia comunicativa perché i media servono gli interessi corporativi. Non dobbiamo temere chi ha più risorse. La battaglia giuridica va certamente data perché è di significato globale, ma Nicolás e Cilia sanno bene che non possono riporre la loro sorte in una risoluzione dell'Unione Europea. La questione è più profonda: serve un nuovo ordine internazionale. Il sistema attuale, nato nel 1945, è vetusto e risponde solo ai grandi capitali. Se funzionasse, Trump sarebbe già in prigione per il genocidio a Gaza o per le invasioni. I popoli devono passare sopra questi sistemi e proporre un sistema contro-egemonico di giustizia mondiale.
Ci stiamo incontrando in una grande marcia delle donne in appoggio al governo bolivariano. Oggi, la rivoluzione continua a essere anche femminista o c'è stato un arretramento?
Chávez si dichiarò femminista e comprese la nostra agenda di liberazione lungo il cammino. Noi donne inserimmo l'agenda politica nella Costituente del 1999. Il linguaggio di genere e la Carta dei Diritti Umani (articoli da 19 a 135) sono conquiste trasversali nate da quella comprensione. Sono nati l'Istituto Nazionale della Donna, il Ministero, il Banco dello Sviluppo della Donna. Nicolás Maduro ha allargato questo panorama, ha approfondito il femminismo socialista. Ha creato programmi come il Parto Umanizzato e ha sostenuto l'economia delle donne attraverso il sistema Patria, nonostante il calo del 90% delle entrate petrolifere dovuto alle sanzioni. Ha capito che sui figli e sulle spalle delle donne, spesso sole a capo del nucleo familiare, poggia la vittoria della rivoluzione. Le donne imprenditrici sono rinate in questo periodo. La forza della rivoluzione è la lotta permanente; nessuno cada nell'inganno della “normalità”. La nostra forza è la mobilitazione, ed è ciò che l'impero teme di più.

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