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Trump invita la Ue a entrare nel Board of Peace per Gaza. “Un miliardo per diventarne membri permanenti”

Un invito allargato all’Unione europea, così come alla Russia di Putin, alla Turchia e al Qatar. La richiesta di adesione viene Trump ed è finalizzata all’accesso del Board of peace for Gaza che supervisionerà l’accordo di cessate il fuoco nella Striscia. Ad accettare finora sono stati l’Argentina di Milei, l’Ungheria di Orban e il presidente del Kazakistan Kassym-Jomart Tokayev. Per essere membri permanenti, ha rivelato un funzionario Usa, il presidente avrebbe posto come condizione un contributo da un miliardo di dollari, mentre un’adesione di tre anni non prevede alcun requisito di contributo. Denaro che, ha riferito la stessa fonte a Reuters, sarà destinato alla ricostruzione di Gaza. “Abbiamo ricevuto un invito” da parte degli Stati Uniti a far parte del Board of peace Usa per Gaza “e lo apprezziamo molto”, “la presidente è in stretto contatto con tutti i leader europei su tutte le questioni geopolitiche. Ci saranno discussioni continue questa settimana. La priorità per noi è raggiungere la pace. E vogliamo contribuire a un approccio globale per porre fine al conflitto a Gaza”, ha dichiarato il portavoce della Commissione europea Olof Gill nel briefing quotidiano con la stampa precisando che l’invito era rivolto alla presidente von der Leyen. “Gli Stati Uniti – spiega il portavoce del Servizio europeo per l’Azione esterna, Anouar El Anouni – ci hanno invitato a far parte del Board of peace. Apprezziamo tale invito e condividiamo l’obiettivo di raggiungere la pace. In particolare, per quanto riguarda il contributo sulla scena globale per porre fine alla guerra, e siamo pronti a discutere con gli Stati Uniti e altri partner su come raggiungere congiuntamente questo obiettivo. Inoltre, siamo in stretto contatto con i nostri partner su questo argomento, più specificamente per quanto riguarda il contributo che l’Ue potrebbe apportare in questo contesto. Disponiamo di competenze uniche e di una serie di strumenti multidimensionali, che rispondono alle esigenze multidimensionali nel contesto della situazione a Gaza. Siamo pronti a utilizzare tutti gli strumenti a nostra disposizione in termini di sicurezza, diplomatici e umanitari, per quanto riguarda le questioni di sicurezza“.

La reazione di Israele – Ma a bocciare il Board di Trump, e in particolare l’inclusione di Turchia e Qatar, è lo stesso governo Netanyahu. Nei giorni scorsi anche Tel Aviv aveva ricevuto l’invito a farne parte, ma in una dichiarazione l’esecutivo ha fatto sapere che “l’annuncio sulla composizione del comitato esecutivo di Gaza, che è subordinato al Comitato per la Pace, non è stato coordinato con Israele ed è contrario alla sua politica”, motivo per cui è stato “ordinato al ministro degli Esteri di contattare il segretario di Stato Usa su questa questione”. Nella dichiarazione non si spiegano le ragioni di queste obiezioni, ma in precedenza Israele si era opposta a qualsiasi ruolo della Turchia nel dopoguerra di Gaza, mentre nel comitato esecutivo siede il ministro degli Esteri turco e Trump ha invitato il presidente Recep Tayyip Erdogan nel Board of Peace, che nelle intenzioni del tycoon dovrebbe occuparsi di tutte le crisi del pianeta non solo di Gaza. Tra i più granitici oppositori all’invito a Turchia e Qatar c’è il ministro israeliano di ultradestra Bezalel Smotrich: “Abbiamo pagato tutti questi prezzi solo per trasferire Gaza da un nemico all’altro? Turchi e qatarioti ancora oggi sostengono Hamas e non sono diversi da loro nel desiderio di distruggere lo Stato di Israele. Erdogan è Sinwar. Il Qatar è Hamas. Non c’è differenza”. E ha aggiunto: “È tempo di ringraziare il presidente Trump per il suo incredibile sostegno allo Stato di Israele e per la sua buona volontà, e sono convinto che stia agendo con buone intenzioni – ha aggiunto Smotrich – ma il suo piano è dannoso per lo Stato di Israele e chiedo di annullarlo. Gaza è nostra e il suo futuro influenzerà il nostro futuro più di quello di chiunque altro. Pertanto, ci assumiamo la responsabilità di ciò che sta accadendo lì, imponiamo un regime militare e portiamo a termine la missione. È giunto il momento di assaltare Gaza con tutta la forza, di distruggere Hamas militarmente e civilmente, di aprire il valico di Rafah con o senza il consenso egiziano e di consentire ai residenti di Gaza di andarsene e cercare il loro futuro altrove, dove non metteranno a repentaglio il futuro dei nostri figli”, ha concluso il ministro.

Lo statuto del Board of Peace – La Casa Bianca ha spiegato che il piano di Trump comprende tre organismi: il Board of Peace, presieduto da Trump, il comitato palestinese di tecnocrati che hanno il compito di governare Gaza e il comitato esecutivo di Gaza che avrà un ruolo consultivo. Lo statuto del Board of Peace è stato inviato a decine di capi di Stato insieme a una lettera d’invito a far parte del Consiglio. A rivelarlo è stato il sito del quotidiano israeliano Haaretz, sottolineando che l’organismo istituito per gestire la ricostruzione di Gaza contiene misure che lo posizionano in concorrenza con le Nazioni Unite. Non a caso lo statuto si apre sottolineando la necessità di “un organismo internazionale per la costruzione della pace più agile ed efficace”, aggiungendo che una pace duratura richiede “il coraggio di abbandonare… istituzioni che troppo spesso hanno fallito”. Sempre secondo il documento, il Consiglio lavorerà per “ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate dal conflitto”, al posto di altre organizzazioni. E pensando che il bilancio dell’Onu sfiora appena i 4 miliardi, basterebbero 4 Paesi che desiderano essere permanenti per esercitare potere e influenza con un impatto senza precedenti sulle istituzioni internazionali. Lo statuto considera la presidenza un ruolo personale piuttosto che legato alla presidenza degli Stati Uniti, affermando che “Donald J. Trump sarà il primo presidente del Board of peace”, senza alcun riferimento alla carica di presidente, a un mandato fisso, o a cambiamenti politici. Lo statuto inoltre lega i privilegi di appartenenza degli Stati ai contributi finanziari, prevedendo un’esenzione speciale per i principali donatori: mentre la maggior parte degli Stati membri è limitata a mandati triennali, lo statuto infatti stabilisce che “il mandato triennale non si applica agli Stati membri che versano più di 1 miliardo di dollari in fondi in contanti al Board of peace entro il primo anno dall’entrata in vigore dello statuto”, consentendo di fatto ai sostenitori più facoltosi di mantenere i propri seggi a tempo indeterminato, a discrezione del presidente.

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“Senza il Nobel non mi sento più obbligato alla pace”: la lettera di Trump al premier della Norvegia

“Caro Jonas: considerando che il tuo Paese ha deciso di non darmi il Premio Nobel per la Pace per aver fermato 8 Guerre IN PIÙ, non mi sento più in dovere di pensare esclusivamente alla Pace, sebbene questa sarà sempre predominante, ma ora posso pensare a ciò che è giusto e giusto per gli Stati Uniti d’America. La Danimarca non può proteggere quella terra dalla Russia o dalla Cina, e perché mai dovrebbero avere un “diritto di proprietà”? Non ci sono documenti scritti, solo che un’imbarcazione è sbarcata lì centinaia di anni fa, ma anche noi abbiamo avuto imbarcazioni che sono sbarcate lì. Ho fatto più per la NATO di chiunque altro dalla sua fondazione, e ora la Nato dovrebbe fare qualcosa per gli Stati Uniti. Il mondo non è sicuro se non abbiamo il controllo completo e totale della Groenlandia. Grazie! Presidente DJT”. Ovvero Donald John Trump. Si tratta della lettera che il presidente degli Stati Uniti ha scritto al al primo ministro della Norvegia, Jonas Gahr Støre, rivelata da Sky News. Trump accusa Oslo, dove ha sede il comitato del Nobel, di non avergli consegnato il riconoscimento attribuito a Corina Machado, esponente dell’opposizione venezuelana che a sua volta, nei giorni scorsi, ha deciso poi di darlo proprio al capo della Casa Bianca, nella speranza di un ruolo di primo piano (che pare non arriverà) nella transizione post-Maduro. Visto che il premio non è arrivato, dice Trump a Støre, allora gli Stati Uniti hanno tutte le ragioni per focalizzarsi sul possesso della Groenlandia, il territorio semi-autonomo danese su cui da mesi Trump insiste affinché sia controllato proprio da Washington. Alla lettera ha risposto direttamente il premier norvegese. “La posizione della Norvegia sulla Groenlandia è chiara: la Groenlandia fa parte del Regno di Danimarca e la Norvegia sostiene pienamente il Regno di Danimarca su questo tema”, ha dichiarato Støre. “Per quanto riguarda il Nobel – ha aggiunto – ho spiegato chiaramente, anche al presidente Trump, che il premio viene attribuito da un Comitato del Nobel indipendente e non dal governo norvegese”.

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Il binario rotto e l’allarme dei macchinisti per le vibrazioni: le ipotesi sull’incidente dei treni in Andalusia

Un pezzo di rotaia saltato via, all’altezza di una saldatura tra due tratti di binario, potrebbe spiegare la dinamica del disastro ferroviario di Adamuz, in Andalusia, nel quale si contano decine di morti. A causare il deragliamento di un treno di Iryo, compagnia ferroviaria partecipata da FS International, che ha provocato a sua volta la fuoriuscita dai binari di un convoglio di Renfe, l’operatore statale spagnolo, sarebbe stata la rottura di una saldatura di due rotaie.

C’è una frame di un video diffuso dalla Guardia Civil a testimoniare un vuoto di circa una trentina di centimetri dell’infrastruttura. È lì che il convoglio Alta Velocità di Iryo, un treno con quattro anni di anzianità e revisionato solo pochi giorni fa, è uscito dalla rotaia. Tre vagoni – dal sesto all’ottavo – sono deragliati finendo nella “corsia” opposta dove, venti secondi dopo, è arrivato il treno di Renfe provocando un devastante impatto a 200 chilometri orari.

A quanto apprende Ilfattoquotidiano.it, la saldatura tra due pezzi di binario sarebbe saltata: il passaggio delle prime carrozze dell’Iryo – sulle ruote ci sarebbero dei segni – avrebbe allargato lo spazio fino a quando l’ottava non ha più avuto un “appoggio”, deragliando e portando con sé anche la sesta e la settima. Una dinamica che – per certi versi – ricorda quella dell’incidente di Pioltello.

Quel vuoto di circa 30 centimetri tra i binari rappresenta il “punto zero” dal quale è partita l’inchiesta degli investigatori spagnoli. Se l’innesco dell’incidente verrà confermato bisognerà poi procedere a ritroso, anche perché in quel tratto negli scorsi mesi erano stati eseguiti lavori. L’inchiesta dovrà accertare, nel caso, se avevano interessato la posa dei binari, soggetti a variazioni di “tiro” al cambio delle temperature, e se le saldature erano state controllate con gli ultrasuoni.

Negli ultimi mesi in quella zona erano stati segnalati diversi disguidi che avevano costretto il gestore dell’infrastruttura Adif, cioè il corrispettivo spagnolo di Rfi, a rallentare la marcia dei treni. L’ultimo risaliva al 23 dicembre, quando Adif aveva spiegato che tra Adamuz e Cordova c’era stato un “guasto a uno degli scambi”. Tutto ciò nonostante, come detto dal ministro dei Trasporti Oscar Puente, la linea fosse stata interessata da lavori a maggio con un investimento da 700 milioni di euro. Un mese dopo, il Partito Popolare aveva presentato un’interrogazione per chiedere chiarimenti riguardo ai guasti in quel tratto lungo la linea dell’Alta Velocità. Non solo: sui social circola una lettera dell’8 agosto firmata dal sindacato dei macchinisti Semaf.

Si dicono preoccupati le “vibrazioni” lungo quattro tratte dell’Alta Velocità, compreso la Madrid-Siviglia-Malaga, cioè quella del deragliamento parlando di una “degradazione profonda e veloce del materiale rotabile” a causa dell’alto numero di treni di passaggio. E aggiungevano: “I nostri colleghi di diverse compagnie ferroviarie lo hanno segnalato al Responsabile della circolazione di Adif, senza ottenere alcuna misura” per ridurre i rischi. Al momento, ovviamente, è prematuro collegare in via diretta l’allarme dei macchinisti alla causa dell’incidente. Ma la segnalazione di agosto dimostra come quella tratta fosse già stata oggetto di discussioni tra Adif, l’Agenzia per la sicurezza ferroviaria spagnola e i lavoratori.

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Treni deragliati in Spagna, le immagini aree del disastro – Video

Le immagini dall’alto mostrano il disastro provocato dal deragliamento di due treni sulla linea dell’alta velocità Madrid-Andalusia, che ha provocato decine di vittime e centinaia di feriti. La tragedia è avvenuta all’altezza di Adamuz (Cordova). Nel video si vedono le squadre di emergenza e una quarantina di militari dell’Unità di protezione civile dell’Esercito mentre lavorano per estrarre i superstiti dalle lamiere.

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Guerra, economia e potere nella politica internazionale

Già autore con Emiliano Brancaccio e Raffaele Giammetti dell’importante libro La guerra capitalista, Stefano Lucarelli presenta con Il tempo di Ares (Mondadori Università, pp. 140, €12,00) un libro di facile lettura ma anche di grandissimo respiro. Un testo che spazia da riferimenti mitologici – fin dal titolo – e filosofici a richiami di storia, scienza politica, arte, cinema e così via. Non si tratta di semplice eclettismo: Lucarelli usa tutti questi richiami per meglio spiegare il discorso economico di fondo, che è la vera traccia del libro.

Tutte le principali tematiche dell’attualità sono affrontate analiticamente: i disordini internazionali e l’attuale scontro fra sistemi economici in competizione, richiamando i tanti avvenimenti passati della guerra fredda; le guerre commerciali di oggi, con i dazi di Trump, ripartendo dalle teorie del commercio internazionale degli economisti classici e dalle critiche marxiste; i surplus commerciali degli Stati e gli investimenti esteri delle grandi multinazionali del ’900, evidenziando il processo di centralizzazione del capitale; fino alle recenti molteplici crisi, finanziarie e valutarie, cui la guerra guerreggiata sembra contrapporsi più efficacemente dei velleitari processi di friendshoring. Non poche sono poi le “stoccate” che Lucarelli riserva ai commentatori geopolitici e agli economisti mainstream, al neoliberismo e alle contraddizioni del cosiddetto Washington Consensus.

In alcuni passaggi del libro emerge chiaramente il “mestiere” di economista, con inserimento di tabelle, grafici e perfino di qualche equazione; che ricordano come il libro sia nato nell’ambito di un corso universitario. E però un corso non standardizzato, ripetitivo, come tanti di quelli oggi svolti nelle aule universitarie. Lucarelli sa presentare le idee economiche dominanti così come quelle degli economisti classici e di Marx, oggi più che mai assenti nei libri di testo. Il suo è un libro che parla di rapporti di potere, quindi economici nel senso più profondo e meno tecnico del termine, che parte dalla lotta fra Titani e dei dell’Olimpo per arrivare a spiegare la pandemia e l’Ucraina oggi, così come i conflitti inter-imperialistici sottostanti. Ossia gli interessi del capitalismo statunitense in crisi e quelli dell’espansione economica cinese.

In tre capitoli e in poco più di 100 pagine, Lucarelli racconta i tempi di Ermes, di Ares e di Pan: ossia i tempi lunghi dell’umanità, la mutazione nei conflitti e nei rapporti umani così come mediati dalle forme della competizione economica in divenire. Gli antichi miti greci sono allora una scusa per spiegare in profondità le interconnessioni della politica monetaria internazionale, del protezionismo e del liberismo, degli investimenti esteri delle grandi multinazionali, della speculazione finanziaria globale e della politica internazionale. Con una conclusione su quelle che possono essere le condizioni economiche della pace, ad esempio nella forma della International Clearing Union proposta da Keynes al tempo di Bretton Woods. Ma qui viene da chiedersi se questa pace economica sia davvero un fatto possibile nella conflittuale storia umana, oppure solo un nuovo brano di mitologia.


Stefano Lucarelli, Il tempo di Ares, Mondadori Università, 2025, pp. 140, €12,00

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“Soli, al buio e circondati dai morti. Vetri e valigie ci sono caduti addosso”: i racconti dei sopravvissuti all’incidente di Adamuz

“Ero a bordo e ho sentito un impatto molto forte. Il treno è uscito dai binari e, inclinandosi di lato, tutte le valigie hanno iniziato a caderci addosso, insieme ai vetri, a tutto”. Sono drammatiche le testimonianze dei passeggeri che erano a bordo dei treni Iryo e Alvia, coinvolti in un incidente all’altezza di Cordoba che ha ucciso 39 persone nella sera del 18 gennaio. A raccontare a Cadena Ser cosa è successo è Yuri: “C’era gente gravemente ferita, a una ragazza si è aperta la testa”. La giornalista ha raccontato di essere arrivata con una delle prime ambulanze che dal luogo del disastro sono partite verso l’ospedale Reina Sofia di Cordoba, la struttura che ha ricevuto il maggior numero di feriti. “Sono molto colpita psicologicamente per tutto ciò che ho visto e per quello che ho dovuto passare in quel vagone”, ha detto la ragazza. Alla sua voce si aggiunge quella di María Jiménez che, parlando alla Radio Nacional de España, ha detto: “Sembrava un film dell’orrore”. Era a bordo della carrozza quattro dell’Iryo – e non in quelle successive che sono deragliate – e ha riferito di avere avuto un attacco di panico. “È il tipo di esperienza che pensi di non dover mai provare “.

Juan José e Gerardo sono di Huelva, città dell’Andalusia, dove era diretto il treno di Renfe, colpito dal convoglio Iryo. “Abbiamo sentito una tremenda scossa in frenata – hanno raccontato ad Abc -, siamo corsi fuori e siano riusciti a usare i nostri cellulari. Per i tre vagoni prima di noi è stato terrificante”. Secondo quanto riportato dal giornalista Francisco Poyato, i due sono riusciti a recuperare i loro effetti personali grazie ai cellulari. Il giornalista Chema Rodríguez ha descritto su El Mundo uno scenario spaventoso, con immagini di sedili scaraventati via, feriti che attraversano i binari e persone che escono dai tetti e dai finestrini dei vagoni. “Ci vorrà un po’ prima che io possa salire di nuovo su un treno “, ha dichiarato una donna all’inviato del quotidiano.

“Mia figlia mi ha chiamata alle 19,45 piangendo, sconvolta, dicendo che il treno era deragliato. Al momento non c’era copertura. Io sono venuto qui in stazione, direttamente alla Renfe (l’ente di gestione ferroviario, ndr). “Non sapevano nulla. Hanno chiamato il 112 e avvisato che c’era stato un incidente. Hanno cominciato a chiamare il macchinista del treno, i controllori, nessuno rispondeva. Quello che mi ha lasciato basita è che hanno chiuso l’ufficio e sono corsi via e ci hanno lasciato qui senza notizie. Mi è sembrata una follia”, ha raccontato nella notte la madre di una ragazza che viaggiava nel vagone numero 4 del treno di lunga percorrenza Alvia. In dichiarazioni all’emittente pubblica Tve, la donna ha raccontato i drammatici momenti delle prime notizie ricevute dell’incidente dalla figlia sopravvissuta. “Mia figlia mi ha detto che erano riusciti a uscire dal vagone, ma che c’erano molti morti. I passeggeri erano soli, al buio, non erano ancora arrivati i soccorsi né la polizia. Grazie a Dio lei l’ha potuto raccontare. Ora è al centro di emergenza allestito per il triage ai feriti”.

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Siria, l’esercito di Damasco avanza nel nord del Paese: migliaia di sfollati curdi verso la città di Qamishli

Migliaia di sfollati curdi sti stanno spostando verso Qamishli, principale città curda nel nord-est della Siria, dopo che l’esercito governativo ha conquistato vaste aree del nord del Paese. L’avanzata delle forze di Damasco ha portato alla perdita di territori che per oltre un decennio erano rimasti sotto il controllo delle forze curde, garantendo di fatto un’ampia autonomia. Nella città si sono svolte manifestazioni contro l’estensione del controllo dell’esercito siriano.

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Treni deragliati in Spagna, 39 morti. “Tra le ipotesi un giunto saltato dei binari”. Ministro dei Trasporti: “Incidente estremamente strano”

Un incidente tragico, costato la vita a 39 persone, e che ne ha lasciate ferite 152 – di cui 48 in ospedale e trenta in gravi condizioni -, avvenuto “inspiegabilmente” – dice il ministro dei Trasporti Oscar Puente – in un rettilineo, su una tratta rinnovata di recente. La Spagna indaga sull’incidente avvenuto la sera del 18 gennaio, alle 19.39, tra due treni sulla linea dell’alta velocità Madrid-Andalusia all’altezza di Adamuz (Cordova). Solo sul treno Iryo, diretto da Malaga a Madrid – che era stato revisionato il 15 gennaio, solo quattro giorni fa – ci sono stati almeno 21 morti e 22 feriti, secondo fonti della compagnia, che ha messo a disposizione un numero per i familiari dei passeggeri (900001402). Anche Renfe ha attivato un numero verde per notizie sui passeggeri del treno Alvia (900101020), che si stava dirigendo a Huelva. I vigili sono rimasti tutta la notte con le squadre di emergenza e una quarantina di militari dell’Unità di protezione civile dell’Esercito a lavorare per estrarre i superstiti dalle lamiere. Secondo quanto emerge, per i tecnici spagnoli il deragliamento potrebbe essere legato a un giunto che prima dell’incidente è saltato creando uno spazio tra due sezioni di binario che via via si è allargato al passaggio dei treni. L’ipotesi è che le prime carrozze dell’Iryo siano passate mentre lo spazio si allargava finché, arrivate all’ottava, è avvenuto il deragliamento. L’ottava carrozza avrebbe portato con sé anche la sesta e la settima. A bordo dei due convogli c’erano circa 500 persone, 300 sul treno Iryo Málaga-Madrid e 184 en sull’Alvia Madrid-Huelva. Tra i ricoverati ci sono 11 adulti e un minore in terapia intensiva. Sono invece 74 i feriti che sono già stati dimessi. Il governatore dell’Andalusia Juan Manuel Moreno Bonilla, intervistato dalla radio nazionale spagnola Rne, ha dichiarato che “la violenza dell’impatto è stata tale che abbiamo trovato persone decedute a centinaia di metri dal luogo dell’incidente ferroviario“.

Le linea rinnovata e i dubbi del ministro – Puente ha spiegato che i primi due vagoni dell’Alvia, con 63 passeggeri complessivi a bordo, “sono precipitati in un terrapieno” di circa cinque metri. “Tra i due convogli, l’Alvia è quello che ha avuto la peggio” nel deragliamento. Puente non ha dato indicazioni sulle possibili cause, ma ha rilevato che “l’incidente è stato estremamente strano”, in quanto si è verificato “su un tratto retto, su una linea rinnovata di recente” e ha coinvolto un treno di Iryo “praticamente nuovo”. “Lo stato della via ferroviaria era buono”, ha ribadito. “Stiamo parlando di materiali nuovi”, ha aggiunto, ricordando che sulla tratta Andalusia-Madrid sono stati investiti “700 milioni di euro e i lavori di sostituzione dei cambi dell’infrastruttura si sono conclusi a maggio, secondo Adif“, il gestore statale delle ferrovie. “Speriamo che l’inchiesta aiuti a chiarire le case dell’incidente, ha anche detto il titolare dei Trasporti. Quanto ai tempi di ripristino della linea di alta velocità, il ministro ha avvertito che “resterà interrotta almeno domani e probabilmente per un mese”. “Non solo bisogna ritirare il materiale, ma c’è un’inchiesta” aperta sulla sciagura “che richiede di intervenire sul terreno in tutta la sua profondità”, ha segnalato. Puente ha annunciato infine la creazione di una commissione d’inchiesta “completamente indipendente” per “stabilire cosa è successo e fare in modo che non accada mai più”.

La dinamica dell’incidente – La tragedia è avvenuta all’altezza di Adamuz, vicino Cordova, sud dell’Andalusia: un treno Iryo, con 317 passeggeri, diretto da Malaga a Madrid stazione Puerta de Atocha, è deragliato invadendo un altro binario e colpendo un convoglio diretto che circolava in direzione opposta, da Madrid a Huelva, deragliato a sua volta. Complessivamente sono state oltre un centinaio le persone ferite in maniera lieve medicate nell’ospedale da campo che è stato allestito ieri sera dai servizi di emergenza nel Posto Medico Avanzato in un edificio di Adif, nella stazione di Adamuz. Nella zona dell’incidente sono state mobilitate 4 unità del Dispositivo di terapia intensiva, 6 ambulanze con unità di rianimazione, due veicoli di appoggio logistico, cinque ambulanze convenzionali e 2 della Croce Rossa.

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Treno deragliato in Spagna, le prime immagini del disastro: i passeggeri cercano di uscire dai vagoni

Scontro tra due treni dell’Alta velocità in Spagna, nel sud dell’Andalusia. I morti accertati sono 39 morti e 75 i feriti – alcuni in gravissime condizioni – ma si teme una strage di dimensioni ancora maggiori. Almeno tre vagoni, infatti, sono precipitati in un terrapieno e il numero di vittime è indefinito. La tragedia è avvenuta all’altezza di Adamuz, vicino Cordova, sud dell’Andalusia: un treno Iryo diretto a Madrid, stazione Puerta de Atocha, è deragliato, invadendo un altro binario e colpendo un convoglio diretto a Huelva deragliato a sua volta.

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Siria, Al Sharaa si prende l’intero nord est: i curdi si arrendono e firmano l’accordo, finisce l’esperienza del Rojava

Svolta storica nel nord-est della Siria, dove le fazioni agli ordini del leader siriano Ahmad Sharaa, sostenuto da Stati Uniti e Turchia, mettono la parola fine alla decennale esperienza semi-autonomista curda del cosiddetto “Rojava“, strappando senza quasi combattere alle forze curdo-siriane il controllo dei territori a est dell’Eufrate, ricchi di petrolio, acqua e grano e centrali per l’equilibrio regionale. L’offensiva delle forze di Damasco, avviata nei giorni scorsi contro le roccaforti curde di Aleppo, si è conclusa con la presa delle due principali città sull’Eufrate, Raqqa e Deir ez-Zor, nodi chiave per il controllo dei pozzi petroliferi e delle risorse idriche.

Dopo la sconfitta ad Aleppo nei primi giorni di gennaio, le forze curde non avevano opposto particolare resistenza all’avanzata verso est. Sotto forti pressioni statunitensi e dopo aver ottenuto da Damasco il riconoscimento dei diritti civili dei curdi siriani (non accadeva dal 1962 in questi termini), l’azione militare si è limitata a fare da cornice alla firma, in serata, di un accordo da più parti definito storico. Come richiesto da tempo da Washington, il governo di Sharaa assume così il controllo dell’intero nord-est: risorse naturali, istituzioni, confini e valichi, oltre alle prigioni dove sono detenuti circa 20mila sospetti dell’Isis e ai campi che ospitano da anni donne e minori di decine di nazionalità diverse considerati legati allo Stato islamico. La “lotta al terrorismo” quindi prosegue secondo la narrativa Usa, ma cambia il partner locale: non più le forze curdo-siriane che liberarono Raqqa e resistettero a Kobane dieci anni fa, bensì i nuovi governativi agli ordini di Sharaa, fino all’estate scorsa considerato un “terrorista” dal Dipartimento di Stato per i suoi trascorsi qaedisti.

L’accordo è stato siglato a Damasco da Sharaa, dal capo delle forze curdo-siriane Mazlum Abdi e dal mediatore Usa Thomas Barrack, che ha definito l’intesa “un punto di svolta cruciale”. Restano da chiarire numerose questioni, a partire da come avverrà l’annunciata integrazione delle forze curde nell’esercito governativo: su base individuale, senza “battaglioni curdi”. Il testo non affronta il destino delle migliaia di combattenti donne curde, che saranno probabilmente escluse da un esercito dominato dalla componente araba e culturalmente maschilista. Invariata la divisione amministrativa del nord-est, ma dopo oltre dieci anni cambiano le bandiere: via i manifesti di Ocalan e spazio ai vessilli della “Siria liberata” filo-turca. Damasco prende il pieno controllo di Raqqa e Deir ez-Zor, mentre ai curdi potrebbe restare la gestione civile del governatorato di Hasake, incastonato tra Turchia e Iraq.

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Elon Musk si avvicina a un patrimonio netto di 800 miliardi di dollari dopo l’ultimo round di xAI

Elon Musk è a un passo dal diventare la prima persona di sempre con un patrimonio di 800 miliardi di dollari. All’inizio di questo mese xAI Holdings di Musk ha raccolto 20 miliardi di dollari da investitori privati con una valutazione di 250 miliardi di dollari, come appena confermato da Forbes.

Il patrimonio di Musk

Si tratta di un forte aumento rispetto alla valutazione di 113 miliardi di dollari che Musk aveva dichiarato lo scorso marzo, quando ha fuso la sua startup di intelligenza artificiale xAI con la sua società di social media X (ex Twitter). Forbes stima che l’operazione abbia incrementato di 62 miliardi di dollari il valore della partecipazione del 49% di Musk in xAI Holdings, portandola a 122 miliardi. Di gran lunga la persona più ricca del mondo, Musk vale ora un record di 780 miliardi di dollari, secondo la lista dei miliardari in tempo reale di Forbes.

Tra gli altri investitori miliardari in xAI che hanno beneficiato in modo significativo dell’operazione figurano il principe saudita Alwaleed Bin Talal Alsaud, uno dei primi investitori di Twitter, il cofondatore di Twitter Jack Dorsey e il cofondatore di Oracle Larry Ellison, che nel 2022 contribuì con 1 miliardo di dollari all’acquisizione di Twitter da 44 miliardi di dollari da parte di Musk.

Forbes stima che il principe Alwaleed possieda una quota dell’1,6% di xAI Holdings del valore di 4 miliardi di dollari (escludendo una partecipazione più ampia detenuta dalla sua società quotata Kingdom Holding Company), portando il suo patrimonio netto a 19,4 miliardi di dollari. Dorsey ed Ellison, invece, possiedono ora ciascuno una quota stimata dello 0,8% del valore di 2,1 miliardi di dollari, che aumenta le loro fortune rispettivamente a 6 miliardi e 241 miliardi di dollari.

I record di Musk

L’ultimo round di finanziamento di xAI arriva mentre la società sta spendendo in modo aggressivo nella corsa agli armamenti dell’intelligenza artificiale, bruciando 7,8 miliardi di dollari di liquidità nei primi nove mesi del 2024, secondo documenti interni visionati da Bloomberg. Il chatbot Grok di xAI è stato criticato nelle ultime settimane per aver generato immagini false di donne reali in bikini e lingerie, anche in una causa intentata giovedì da Ashley St. Clair, madre di uno dei figli di Musk.

Musk ha già raggiunto numerosi traguardi di patrimonio netto nell’ultimo anno. In ottobre è diventato la prima persona di sempre a valere 500 miliardi di dollari, dopo che il prezzo delle azioni Tesla è quasi raddoppiato nei cinque mesi successivi all’annuncio di Musk di voler fare un passo indietro dal suo ruolo di capo del Department of Government Efficiency (DOGE) del presidente Trump per dedicare più tempo alla casa automobilistica elettrica.

Poi, il 15 dicembre, Musk è diventato la prima persona di sempre a valere 600 miliardi di dollari, dopo che investitori privati hanno valutato la sua azienda spaziale SpaceX 800 miliardi di dollari, rispetto ai 400 miliardi di agosto. Quattro giorni dopo, Musk è diventato la prima persona di sempre a valere 700 miliardi di dollari, dopo che la Corte Suprema del Delaware ha ribaltato una sentenza di un tribunale inferiore che aveva annullato un’assegnazione di stock option Tesla ora del valore di 126 miliardi di dollari a favore di Musk.

Nonostante quella sentenza, Tesla resta il secondo asset più prezioso di Musk, dopo la sua partecipazione del 42% in SpaceX, che vale 336 miliardi di dollari. Oltre alle stock option Tesla, Musk possiede anche il 12% delle azioni ordinarie del produttore di veicoli elettrici, portando il valore complessivo delle sue partecipazioni in Tesla a 307 miliardi di dollari.

Non inclusa in questa cifra: il pacchetto retributivo da record che Tesla ha assegnato a Musk a novembre, che potrebbe garantirgli fino a 1.000 miliardi di dollari aggiuntivi in azioni (al lordo delle imposte e dei costi per sbloccare le azioni vincolate) se Tesla dovesse raggiungere obiettivi di performance definiti “Mars shot”, come l’aumento di oltre otto volte della capitalizzazione di mercato nei prossimi dieci anni.

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La classifica dei più ricchi del mondo

Musk è ora più ricco di un record di 510 miliardi di dollari rispetto alla seconda persona più ricca del mondo, il cofondatore di Google Larry Page, che ha un patrimonio stimato di 270 miliardi di dollari. Solo un’altra persona, Larry Ellison, ha raggiunto i 400 miliardi di dollari di patrimonio, e non per molto tempo.

Da quando ha toccato quel traguardo a settembre, arrivando a meno di 40 miliardi di dollari da Musk, la fortuna di Ellison è diminuita di 159 miliardi di dollari, facendolo scendere dal secondo al quinto posto nella lista dei miliardari in tempo reale di Forbes. La sola partecipazione di Musk in xAI Holdings vale più dell’intero patrimonio stimato di 109 miliardi di dollari della sedicesima persona più ricca del mondo, Michael Bloomberg.

L’articolo Elon Musk si avvicina a un patrimonio netto di 800 miliardi di dollari dopo l’ultimo round di xAI è tratto da Forbes Italia.

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Portogallo, il socialista Seguro domina il primo turno delle presidenziali: andrà al ballottaggio con il populista Ventura

Le elezioni presidenziali in Portogallo hanno dato ragione ai pronostici che assegnavano al candidato di Chega André Ventura e a quello socialista Antònio José Seguro i primi due posti e, di conseguenza, il ballottaggio dell’8 febbraio, ma il verdetto delle urne ha invertito le posizioni. Seguro ha infatti vinto con il 31,14%, incassando 1.752.325 voti, mentre Ventura, che secondo i sondaggi avrebbe dovuto stracciare la concorrenza, si è fermato al 23,48%, raccogliendo 1.321.387 preferenze. Staccati Joao Cotrim Figueiredo (Iniciativa Liberal) con il 15,99% e l’indipendente Gouveia e Melo, l’ammiraglio al quale fu affidata la gestione della vaccinazione del Covid, con il 12,34%. Umiliante la sconfitta del socialdemocratico Marques Mendes, sostenuto dal premier Luìs Montenegro, quinto con il 12,09%.

E’ stata la notte della riscossa dei socialisti, usciti con le ossa rotte dalle elezioni del 2025. Il voto delle presidenziali non ha lo stesso valore pratico di quelle legislative, ma il significato di questo voto indica che, dopo aver toccato il fondo, il PS ha rialzato la testa. Seguro ha superato la soglia del 30% ed è un risultato rilevante, considerato che la rincorsa partiva da lontano. I socialisti nel 2025 erano sprofondati al terzo posto nelle politiche, sorpassati non solo dai socialdemocratici, ma anche dall’estrema destra populista di Chega. Seguro è un socialista pragmatico, che guarda al centro, senza però dimenticare gli elementi cardine della sinistra. Ha impostato la sua campagna elettorale parlando dei problemi del paese, su tutti quelli di un servizio sanitario in grave difficoltà e di un costo della vita che sta erodendo le tasche delle persone. Ventura ha puntato invece sulla questione immigrazione, copiando dalla destra italiana uno slogan di sicuro effetto: prima i portoghesi.

Ventura, scottato da un secondo posto che lo vede ora rincorrere Seguro, ha già alzato la voce: “Questo voto è una sveglia per la destra. Dobbiamo unirci per impedire che il nuovo Presidente della Repubblica sia un socialista. Il paese mi ha dato la leadership della destra”. Dai socialdemocratici arrivano però segnali contrastanti. Ci sono spaccature. Il candidato socialista ha invitato “democratici, progressisti e umanisti a unirsi alla mia candidatura per sconfiggere l’estremismo e coloro che seminano odio e divisione. Siamo un solo popolo, una sola nazione, un solo Portogallo plurale e inclusivo, rispettoso delle libertà di tutti. Se sarò eletto, sarò il Presidente di tutto il paese, fedele alla Costituzione. Lavorerò ogni giorno affinché il popolo portoghese abbia accesso a un’assistenza sanitaria tempestiva. Mi batterò contro le disuguaglianze e contro la carenza degli alloggi”.

Il segretario generale del Partito Comunista Paulo Raimundo e il Blocco di Sinistra hanno annunciato il sostegno a Seguro. Per farcela, il candidato socialista dovrà però pescare tra i moderati che non approvano la destra reazionaria di Ventura. Il premier Montenegro ha scelto pilatescamente di non decidere: “Il partito socialdemocratico non appoggerà nessuno dei due candidati. Non daremo alcuna direttiva. Ricordo che il mio partito è stato scelto per guidare il paese e che governiamo la maggior parte dei consigli comunali. Accetto il verdetto dei portoghesi sulla nostra candidatura di Marques Mendes. Mi assumo la responsabilità di questo risultato”.

Sono parole a caldo, dopo lo spoglio dei voti e dopo le prime analisi. La battaglia vera inizia ora. Durerà tre settimane e spaccherà in due un Portogallo sballottato tra il populismo reazionario e la difesa dei valori democratici, figli del 25 aprile 1974. La partita si gioca qui, su questo terreno.

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In Kuwait è in corso una campagna di revoca della cittadinanza: una ‘morte civile’

Dal 2024 è in corso in Kuwait una campagna di revoca della cittadinanza di dimensioni mai viste nella storia del paese. In un anno e mezzo, secondo l’organizzazione Women Journalist Without Chains (Giornaliste senza catene), oltre 50.000 persone sono state arbitrariamente private della cittadinanza: si tratta di oltre il tre per cento della popolazione totale.

Questa campagna va inserita nel contesto di una serie di sviluppi politici che hanno interessato la monarchia del Golfo, tra i quali il 10 maggio 2024 lo smantellamento dell’Assemblea nazionale e, di fatto, la sospensione della Costituzione.

Tali misure hanno consentito al governo di emendare la Legge sulla cittadinanza senza un dibattito parlamentare e all’oscuro dell’opinione pubblica. Sono stati ampliati i poteri del ministero dell’Interno e del Comitato supremo per la cittadinanza.

La privazione della cittadinanza, sui cui motivi storici abbiamo già scritto in questo blog, ha riguardato interi gruppi e famiglie, andando a penalizzare figli e nipoti ma anche, in maniera retroattiva, generazioni precedenti. Di questa sorta di “morte civile” stanno pagando il prezzo anche persone dissidenti e attiviste.

Le conseguenze? Perdita dei documenti, licenziamenti, congelamento dei conti bancari ed esclusione dai servizi pubblici fondamentali come ad esempio le cure mediche, isolamento sociale.

A essere colpite, a seguito dell’abolizione dell’articolo 8 della Legge sulla cittadinanza, sono state soprattutto le donne che avevano acquisito la cittadinanza kuwaitiana tramite matrimonio e, naturalmente, i loro figli, con conseguenze gravi per l’accesso all’istruzione: non si contano le espulsioni dalle scuole pubbliche.

Nel 2025 è stato istituito un comitato per i reclami ma si tratta di un organismo meramente amministrativo privo di indipendenza. L’accesso ai rimedi giudiziari è dunque praticamente nullo.

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Tether, la cripto-arma segreta di Putin e Venezuela per aggirare le sanzioni Usa

A Caracas e a Mosca hanno scoperto che la libertà, oggi, ha la forma di un gettone digitale. Si chiama Tether, vale un dollaro, e serve a fingere che il dollaro non serva più. Una beffa da episodio di Black Mirror: per sfuggire all’impero americano, basta usare la sua moneta travestita da criptovaluta. In Venezuela l’idea è partita da Nicolás Maduro, ora in una cella di Brooklyn. La sua economia, affondata come il bolívar, galleggia grazie a Tether, usato per vendere petrolio e aggirare le sanzioni. La compagnia statale PDVSA incassa token invece di dollari e li rigira in valute “amiche”. Il risultato? Caracas sopravvive, e Washington, gabbato lo santo con il rapimento stile Hollywood del leader, tollera i chavisti ancora al potere.

In Russia la musica è la stessa, solo più sinfonica. Vladimir Putin, con un patrimonio occulto che secondo Bill Browder tocca i 200 miliardi di dollari, ha copiato la lezione venezuelana: criptovalute per respirare sotto la cappa delle sanzioni USA-UE (siamo al 19° “pacchetto”). Nel 2024 ha persino legalizzato l’uso di asset digitali per i pagamenti esteri delle sue grandi aziende. Così le società di Stato russe possono commerciare petrolio e microchip con Cina, India, Turchia o Emirati, usando un token che riproduce il valore del dollaro, per poi cambiarlo in yuan, rupie, dirham.

Al centro di questa rete parallela del denaro, c’è un italiano: Giancarlo Devasini, ex chirurgo plastico torinese, oggi terzo uomo più ricco d’Italia e padrone del 47% di Tether. Un genio, sinceramente. Ha offerto oltre un miliardo per comprare la Juventus, ma il suo vero stadio è il mercato globale delle criptovalute, ne ha una fetta più che maggioritaria. Con il socio Paolo Ardoino, CEO e miliardario anche lui (n. 5 secondo Forbes), guida questa sorta di “banca centrale ombra” che vale 186 miliardi di dollari.

Le autorità americane fingono di non vedere. Ogni tanto una multa: 18,5 milioni nel 2021 dopo l’inchiesta della procuratrice di New York Letitia James (riserve “garantite” e invece prestiti e incastri con Bitfinex: odore di frodi bancarie e dichiarazioni false), poi altri 41 milioni dalla Cftc per versioni creative delle riserve. Fine della tragedia, inizio dell’oblio. Da allora Tether collabora persino con l’Ofac, cioè l’ufficio del Tesoro Usa che gestisce le sanzioni e decide chi è “legittimo”, congelando i wallet “sospetti”.

Secondo l’Onu, la blockchain è la moneta preferita per traffici e riciclaggio nel Sud-est asiatico. Ma finché serve a tenere in piedi Caracas e Mosca, nessuno a Washington sembra particolarmente turbato. Men che meno Donald Trump, che fa sequestrare Maduro da Marina, Aviazione e Delta Force con la balla del narcotraffico ma puntando al greggio, mentre guadagna milioni con la piattaforma cripto di famiglia, World Liberty Financial. Se volesse davvero fermare il flusso di Tether e bloccare il suo amico-nemico Putin, dovrebbe bombardare il suo stesso portafoglio.

E così, tra i sermoni sulla libertà e gli affari di famiglia, l’America lascia correre, ma il suo declino accelera. La Russia compra pezzi di tecnologia militare, il Venezuela paga i suoi debiti in token, e Devasini diventa sempre più ricco. Tutti fingono di odiare il dollaro, ma in realtà lo venerano in formato digitale. La guerra, quella vera, si combatte a colpi di bit. Politica e geopolitica, ai tempi di Trump, sono propaganda, per i gonzi che guardano la tv. Il capitalismo dell’ipocrisia.

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Spagna, incidente tra due treni in Andalusia: 39 morti. A deragliare il convoglio Iryo, operatore partecipato dall’italiana Fs

Grave incidente ferroviario lungo la linea dell’alta velocità che collega Madrid e la regione meridionale dell’Andalusia, in Spagna. Due treni si sono scontrati nei pressi della stazione di Adamuz, vicino Cordoba, provocando 39 morti e 112 feriti, di cui 24 gravi e cinque minorenni.

Secondo una prima ricostruzione fornita da Adif, le infrastrutture ferroviarie spagnole, l’incidente si è verificato alle 19:39, quando un treno della compagnia Iryo in servizio tra Malaga e Madrid Puerta de Atocha, con 317 persone a bordo, è deragliato nei deviatoi di ingresso alla via 1 della stazione di Adamuz. Secondo alcune indiscrezioni raccolte da ilfattoquotidiano.it, tutto è successo in corrispondenza di uno scambio che potrebbe non aver funzionato correttamente. Al momento, fanno sapere, è solo un’ipotesi. L’ottavo vagone del treno Iryo è uscito dai binari e avrebbe fatto deragliare anche il sesto e il settimo. Proprio in quel momento passava un treno dell’alta velocità della statale Alvia (Renfe) nell’altra direzione – proveniente da Madrid e diretto a Huelva – che ha travolto il convoglio Etr 1000 di fabbricazione italiana (era entrato in servizio appena due anni fa) e gestito dalla società Iryo. Iryo è il marchio dei treni operati da Ilsa, consorzio composto da Ferrovie dello Stato International (51%), Air Nostrum e Globalvia. Come scrive El Pais, l’operatore Iryo è il secondo per quota di mercato in Spagna e dispone di 20 treni di ultima generazione ETR-1000 prodotti da Hitachi.

La circolazione ferroviaria fra Madrid e la regione Andalusia è stata immediatamente sospesa, con pesanti disagi per migliaia di utenti per il rientro domenicale, mentre le autorità della regione, che hanno attivato il livello 1 di emergenza di Protezione Civile, parlano di un bilancio “molto grave” e ancora provvisorio. “L’impatto è stato terribile provocando quindi il deragliamento dei due primi vagoni del treno (Alvia) di Renfe”, ha dichiarato il ministro dei Trasporti, Oscar Puente, in un messaggio su X. “Il numero di vittime non può essere confermato in questo momento”, ha detto.

Intorno alle 23 del 18 gennaio, il responsabile dei vigili del fuoco di Adamuz ha detto all’emittente pubblica Tve: “Stiamo dando priorità alle persone vive, lavoriamo nei vagoni cercando superstiti sotto un ammasso di poltrone, lamiere e bagagli”. A raccontare le scene di panico e caos numerosi testimoni, tra cui il giornalista di Radio Nacional de Espana (Rne), Salvador Jimenez, che viaggiava sul treno partito da Malaga e ha testimoniato in diretta l’accaduto. “Siamo partiti da Malaga alle 18:40 in orario. Alle 19:45 c’è stato un impatto, è sembrato un terremoto che ha scosso tutti i vagoni. Io ero nel primo”, ha raccontato Jimenez. Il personale ha utilizzato martelli di emergenza per rompere i finestrini, per cercare di far evacuare i passeggeri.

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Lituania: Legge sulla sicurezza calpesta diritti civili assicurando lo strapotere dei servizi



L’emendamento alla Legge sull’intelligence, approvata con 68 voti favorevoli, 8 astenuti e nessun voto contrario, conferisce enormi poteri ai servizi, riducendo a lumicino diritti civili. Tra i nuovi poteri concessi ai piedipiatti: ottenere segretamente impronte digitali, campioni vocali, odore e altri prelievi da una persona; utilizzare materiali o altri metodi di marcatura di esseri umani ai fini della loro identificazione; e acquisire equipaggiamento speciale, esplosivi e materiali esplosivi oltre alle armi d’ordinanza. Tutto ciò senza alcuna autorizzazione di un giudice, la quale potrebbe essere concessa a posteriori, 24 ore dopo. La procedura non riguarda solo i cittadini lituani, o extracomunitari, ma è applicabile anche a tutti i cittadini dell’UE residenti, soggiornanti o semplicemente in transito sul territorio lituano.

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Il mondo che stanno preparando

Le mosse degli Stati Uniti non dovrebbero stupire nessuno: l’imperialismo americano non nasce oggi ma affonda nella vecchia convinzione di sentirsi “eccezionali”, moralmente superiori e chiamati a guidare il mondo. Dietro agli slogan ricivettati dai media sul ritorno della dottrina Monroe si nascondono interessi materiali che conosciamo bene: risorse, mercati, tecnologia, supremazia militare. La crisi in Venezuela è solo l’ennesima tappa di un progetto di avvicinamento allo scontro globale, che non consiste solo nella sequela di conflitti più o meno vicini a casa, da quelli più seguiti nei momenti di maggior clamore, come l’Ucraina o la Palestina, a quelli sempre rimasti sotto traccia, di serie B, ma consiste piuttosto nell’agitare un mercato saturo, stanco, e di ridare fiducia ed entusiasmo ad una economia globale discostando l’attenzione della società prossima all’orlo del precipizio ambientale. Una soluzione facile e trasversale, e la paghiamo noi, ovviamente, non chi decide.

E mentre si bombarda altrove, qui si prepara il terreno: tagli allo stato sociale, paura, patriottismo d’accatto e retorica militarista, perché a qualcuno serve che restiamo l’uno contro l’altro, impauriti, zitti e produttivi. E nel frattempo cosa succede agli altri poveri diavoli come noi in terre di conflitto? Muoiono o fuggono, mentre i soliti pochi continuano ad arricchirsi ed a vivere in un’altra dimensione (economica, fisica e mentale) totalmente distaccati dalla realtà che viviamo noi. A loro non interessa il nostro lavoro, né la nostra salute, né la nostra libertà. Interessa che continuiamo a generare valore. E allora la domanda è semplice: se non noi, chi difenderà ciò che resta del lavoro, della libertà e dell’umanità? Pensiamo davvero che lo farà una classe politica che campa di autoconservazione e che non manca mai di consegnare i nostri soldi e le nostre speranze al miglior offerente? Pensiamo davvero che lo faranno l’indignazione e la frustrazione sfogate sui social? Siamo dentro una fase storica in cui sono saltate le barriere di autodifesa dei popoli. Si sta smantellando ciò che conoscevamo come stato sociale e si sta preparando un assetto economico che considera normale” la guerra, perché la guerra è uno dei pochi motori di profitto che non si inceppa mai. Qui torna utile un pensiero che lastoria ha provato a cancellare: l’anarchismo cresciuto dentro le lotte dei lavoratori, degli sfruttati del secolo scorso, che ci ricorda che il mutuo appoggio non è una fantasia romantica, ma la condizione reale per vivere senza padroni e senza eserciti. Che la solidarietà non è debolezza, ma difesa collettiva. Che la libertà non è concessa dall’alto, ma costruita dal basso o non esiste. Non abbiamo bisogno di eroi, ma di persone che smettano di sentirsi sole, uniti possiamo cambiare questo mondo per renderlo migliore. Perché se non lo facciamo noi, non lo farà nessun altro.

 

FAI – Federazione Anarchica Italiana

Sez. “M. Bakunin” – Jesi

Sez. “F. Ferrer” – Chiaravalle

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Iran, una ong smentisce Israele sulla notizia della morte di Erfan Soltani: “È vivo”. Ancora accesso filtrato di internet

Mentre dentro e fuori l’Iran la tensione rimane altissima, lo scontro è anche sulle informazioni che arrivano da un Paese dove le comunicazioni sono ancora molto complicate dopo il blackout imposto dal regime. Nelle scorse ore, l’ong Hengaw, specializzata in difesa dei diritti umani, ha smentito la notizia diffusa da Israele sulla morte di Erfan Soltani, giovane diventato un simbolo delle ultime proteste contro gli ayatollah. L’organizzazione umanitaria infatti, ha diffuso su X un comunicato con la foto del ragazzo dove si dice che alla famiglia “è stata concessa una breve visita di persona oggi” e si conferma “che è attualmente vivo e in condizioni fisiche stabili”. L’aggiornamento arriva dopo che un account ufficiale su X del governo israeliano in farsi aveva reso noto che secondo alcune fonti Soltani sarebbe stato “brutalmente ucciso mentre era in custodia della Repubblica islamica”.

Accesso “fortemente filtrato” a internet

Intanto, secondo i media locali, le autorità iraniane stanno valutando di ripristinare “gradualmente” l’accesso a internet dopo il blocco delle comunicazioni. L’agenzia Afp ha anche fatto sapere di esser riuscita a connettersi a internet dall’ufficio di Teheran, sebbene la maggioranza dei provider web e mobili restino interrotti. I dati sul traffico indicano un ritorno significativo di alcuni servizi online, tra cui Google, il che suggerisce che sia stato abilitato un accesso fortemente filtrato, a conferma delle segnalazioni degli utenti su un ripristino parziale” della rete, ha spiegato NetBlocks in un post sui social. Le chiamate internazionali sono possibili da martedì 13 e la messaggistica di testo è stata ripristinata ieri 17 gennaio. L’Iran avvierà il ripristino “graduale” dell’accesso a Internet, bloccato dall’8 gennaio 2026 a causa delle proteste nazionali iniziate il 28 dicembre, ha riferito all’Ansa una fonte informata. Anche i social network Instagram, Telegram, X, Facebook e YouTube erano stati vietati in Iran alcuni anni fa, spingendo gli utenti a utilizzare le Vpn, ma anche le Vpn sono state vietate dall’8 gennaio.

Media: “Potrebbero essere più di 16mila i morti”

Secondo un rapporto redatto da medici iraniani e citato dal Sunday Times, “le vittime nella repressione delle proteste in Iran supererebbe i 16.500 morti”. Il rapporto afferma nello specifico che la maggior parte delle vittime sono giovani sotto i 30 anni e che altre 330.000 persone sono rimaste ferite, con gran parte delle uccisioni avvenute nell’arco di due giorni. “Questo è un livello di brutalità completamente nuovo”, ha dichiarato al Times il professor Amir Parasta, chirurgo oculista iraniano-tedesco che ha contribuito a creare la rete di medici che ha messo a punto il documento. “Questa volta stanno usando armi di livello militare e quello che stiamo vedendo sono ferite da arma da fuoco e da schegge alla testa, al collo e al torace”. Il rapporto afferma che i dati sono stati raccolti dal personale di otto importanti ospedali oculistici e 16 pronto soccorso in tutto l’Iran. Afferma che i medici sono stati in grado di comunicare utilizzando la tecnologia vietata Starlink durante il blocco di Internet. Il rapporto segnala anche un elevato numero di lesioni agli occhi: le forze di sicurezza avrebbero fatto ricorso anche a fucili da caccia, con almeno 700 persone che hanno perso la vista.

EXCLUSIVE – Hengaw

Hengaw has learned that the family of Erfan Soltani has been granted a brief in-person visit with him today, Sunday, January 18, 2026, and has confirmed that he is currently alive and in stable physical condition.

This development comes after days of extreme… pic.twitter.com/kwcSHVeVMG

— Hengaw Organization for Human Rights (@Hengaw_English) January 18, 2026

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L’indignazione del comitato per il Nobel dopo che Machado ha consegnato la medaglia a Trump: “Non si può condividere il premio”

“Un vincitore del Premio Nobel per la Pace non può condividere il premio con altri, né trasferirlo una volta annunciato”. Il Comitato per il Premio Nobel per la Pace ha espresso forte indignazione in merito al gesto di María Corina Machado, che ha consegnato la sua medaglia a Donald Trump, definendo l’atto come una violazione delle norme che regolano il premio. La dichiarazione ufficiale del Comitato ha sottolineato con fermezza che un vincitore del Premio Nobel non può trasferire il premio ad altre persone né condividerlo, e che una volta che il premio è stato assegnato, esso non può essere revocato. Nonostante non abbia fatto riferimento esplicito né a Machado né a Trump, il Comitato ha ribadito che la decisione è definitiva e non può essere modificata dalle azioni del vincitore. Il 3 gennaio il blitz Usa, voluto da Trump, ha portato alla cattura di Nicola Maduro.

Il Comitato ha poi specificato che la medaglia, il diploma e il premio in denaro che accompagnano il Nobel sono simboli che appartengono al vincitore, ma che, sebbene questi oggetti possano essere donati o venduti, l’identità del destinatario del premio rimane immutata nella storia. Tra i vari esempi, il comitato ha citato il caso di Kofi Annan, che ha donato la propria medaglia all’Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra, e quello del giornalista Dmitry Muratov, che ha venduto la propria medaglia per sostenere i bambini ucraini. Gesti molto diversi da quelli dell’attivista e con un valore totalmente differente.

Il gesto di Machado, leader dell’opposizione venezuelana, è stato visto come un “momento emozionante” e simbolico, in quanto, secondo le sue parole, ha deciso di donare la medaglia a Trump per riconoscere il suo impegno a favore della libertà in Venezuela e in tutta la regione. Tuttavia, la sua spiegazione non ha placato le polemiche. Donald Trump, dal canto suo, ha espresso un tono di rispetto nei confronti di Machado, definendola una “donna molto gentile” e sottolineando che l’atto di ricevere la medaglia è stato per lui un “gesto molto carino”. Il presidente statunitense – che più volte ha sostenuto di meritare il premio (che Barack Obama ottenne “sulla fiducia” nel 2009, ndr) ha affermato di essere rimasto colpito dal suo impegno e ha voluto esternare la sua gratitudine per aver ricevuto il premio.

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Cuba, l’omaggio dell’Avana ai 32 militari uccisi nel raid Usa in Venezuela: decine di migliaia in marcia sul lungomare

Decine di migliaia di cubani hanno partecipato alla lunga marcia per rendere omaggio ai 32 militari uccisi in Venezuela durante l’operazione militare degli Usa e per mandare un messaggio alla Casa Bianca e al presidente Donald Trump. È avvenuto venerdì 16 gennaio all’Avana, in un corteo organizzato in “difesa della sovranità di Cuba e della Rivoluzione”. “Honor y gloria”, lo slogan scelto per chiamare le persone a raccolta nella “Marcia del popolo combattente”, snodatasi dalla Tribuna Antimperialista lungo il Malecón, il lungomare avanero.

I cittadini hanno cominciato a riempire le strade della città sin dalle prime ore del mattino. Il palco della manifestazione è stato montato in un luogo simbolico: alle spalle all’ambasciata statunitense. Da qui il presidente della Repubblica e segretario generale del Partito comunista cubano Miguel Díaz-Canel Bermúdez, nella classica tenuta verde oliva, si è scagliato contro “l’aggressione terrorista” compiuta a Caracas lo scorso 3 gennaio dalle forze speciali Usa. “Cuba è terra di pace” ha detto. “Non minaccia né sfida, ma se aggrediti siamo in milioni disposti a
combattere con la stessa fierezza dei nostri compatrioti caduti”.

In prima fila i 32 cartelli con impressi i nomi e i volti dei soldati impegnati nel Paese bolivariano alleato dell’Avana, tumulati nelle varie province di provenienza, dove si sono svolte altrettante celebrazioni di massa nei giorni scorsi. Un discorso pronunciato sotto un cielo grigio, tra gli applausi e le risposte corali dei presenti. Fra loro militari, studenti, lavoratori, cittadini comuni, giovani e anziani. Alcuni “spinti” dal Partito comunista che controlla il Paese, altri sinceramente fedeli al socialismo e alla Revolución, nonostante la grave crisi economica che attanaglia l’isola ormai da molti anni. “Qui non si arrende nessuno”, il grido ripetuto durante il corteo, quando il serpentone umano stretto tra i cordoni di sicurezza ha riempito il lungomare di bandiere cubane e venezuelane. Qualcuno ha il vessillo rosso con la falce e il martello, altri il volto di Fidel Castro, accostato a José Martí (eroe della Patria cubana nella lotta d’indipendenza contro gli spagnoli) e a Hugo Chávez, alla cui figura risale il legame venticinquennale tra il socialismo cubano e quello venezuelano.

Tra gli obiettivi principali degli slogan scanditi dai manifestanti ci sono Trump e soprattutto Rubio, figlio di cubani dal dente particolarmente avvelenato nei confronti del governo dell’isola. “Cuba è sovrana e
decide da sola il proprio destino“, è il concetto gridato al passaggio davanti all’ambasciata Usa, riaperta nell’era Obama in un clima di speranza e tornata oggi cupa sede dell’imperialismo “Yanqui”, come viene definito qui.

Volti seri, corrucciati ma anche sorridenti, tra tamburi e cori di scherno. Come quello di Mijaín López, pentacampione olimpico di lotta greco-romana che ha salutato il corteo al fianco del presidente, stringendo
mani e regalando selfie. Dopotutto per molti la manifestazione, scioltasi tra le strade verdi del Vedado, è stata anche una festa.

Nonostante il clima di tensione che ha spinto le autorità dell’isola ad attivare esercitazioni militari, la vita in questi giorni scorre in modo tranquillo, con le difficoltà ormai croniche dettate da una crisi che non accenna a dare tregua. Carenze energetiche in primis. Una situazione deflagrata con lo scoppio della pandemia, che ha falcidiato l’economia cubana, già colpita da centinaia di sanzioni statunitensi. Una lotta quotidiana imposta a buona parte della popolazione, divisa tra difesa della bandiera e una ricerca di ossigeno che spinge anche a emigrare.

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Pavimento crolla durante la festa di compleanno a Parigi: evacuati tre edifici e almeno 20 feriti

Una festa nel quinto piano di un edificio dell’XI arrondissement di Parigi è finita nel panico quando il pavimento della casa è crollato, probabilmente a causa del peso a cui era sottoposto per via delle presenza di 50 persone. Gli avventori, in casa per una festa, sono stati evacuati e nel crollo sono rimaste ferite 20 persone. Una donna, soccorsa dai pompieri sotto le macerie, era in arresto cardiaco e le sue condizioni sono considerate gravi. Il suo cuore ha ripreso a battere, ma non sarebbe considerata ancora fuori pericolo.

L’episodio è avvenuto dopo la mezzanotte al 34 bis di rue Amelot, vicino piazza della Bastiglia, zona della movida parigina ancora affollata a quell’ora del sabato sera. Le vie sottostanti sono state teatro di alcune scene di tensione per la fuga dei presenti. Sul posto è intervenuta una carovana di soccorsi formata da 125 pompieri, una quarantina di camion dei vigili del fuoco e una decina di ambulanze. Fonti della polizia francese confermano come l’edificio sia “un residenziale senza precedenti noti di problemi ”

L’architetto Antoine Cardon, in qualità di esperto accorso sul posto, parlando con Franceinfo ha fornito dettagli sul crollo che dovrebbe essere strutturale: “Abbiamo osservato che un pavimento era stato indebolito dall’acqua infiltrata da un balcone. L’infiltrazione ha portato al deterioramento del pavimento, che ha causato una reazione a catena di crolli su tutto il piano”. Oltre all’intero edificio, di sei piani, sono stati evacuate le due strutture adiacenti. I residenti hanno fatto rientro nelle loro abitazioni durante la notte, verso le ore 04:00.

La procura di Parigi ha aperto un’indagine sulle cause delle lesioni e del crollo e sono in corso aggiornamenti. All’interno dell’edificio era in corso una festa, come racconta uno degli invitati a LCL: “Eravamo tutti riuniti per festeggiare il 60esimo compleanno di un’amica. Proprio mentre stavamo iniziando a farle gli auguri ed eravamo tutti riuniti intorno a lei, il pavimento è crollato. Siamo caduti dal quinto al quarto piano. È successo così velocemente che non riesco nemmeno a descriverlo, ti senti solo scivolare“.

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Il futuro delle adozioni? Passa dalla capacità di rispondere agli special needs (che ormai sono 7 su 10)

Nel 2025 le adozioni internazionali hanno tenuto, ed è una buona notizia. Vincenzo Starita, vicepresidente della Commissione Adozioni Internazionali, nel corso del convegno organizzato dal Coordinamento CARE – dal titolo “Tenere la rotta, cambiare le vele. Nuove idee per l’adozione oggi” (si può rivedere qui) – ha reso noti i dati relativi alle procedure adottive concluse nel 2025. «Il numero delle adozioni è leggermente diminuito, ma solo di nove unità: si tratta di 527 adozioni concluse nel 2025 rispetto alle 536 dell’anno precedente. Leggermente ridotto anche il numero dei bambini entrati in Italia tramite adozione internazionale, 664 nel 2025 rispetto ai 691 del 2024, cosa legata fondamentalmente al fatto che c’è stata una leggera riduzione del numero delle fratrie», ha detto.

La sostanziale «tenuta del sistema» in un momento storico come questo «secondo me ha un valore simbolico significativo», anche perché «noi siamo l’unico Paese che tiene, mentre la maggior parte dei paesi di accoglienza in base ai dati del primo semestre del 2025 prevedeva una forte riduzione del numero degli adottati». Questo dato positivo emerge nonostante il calo nelle adozioni di minorenni provenienti dalla Colombia, storicamente uno dei Paesi più significativi per le adozioni internazionali in Italia. Tra i trend più rilevanti dell’anno, va rimarcata la crescita costante di adozioni da Bulgaria, Burundi, Perù ed Ungheria e la ripresa significativa delle adozioni dalla Burkina e Ghana. Cifa, Asa e Gvs i tre enti che hanno concluso più adozioni: 51 per Cifa e 44 ciascuna per Asa e Gvs.

I numeri del 2025

Si è leggermente ridotto il periodo di attesa tra il conferimento dell’incarico e l’autorizzazione ex articolo 32 (in pratica il “via libera ufficiale” della Cai per poter avviare concretamente l’adozione internazionale, ndr): nel 2024 passavano 32 mesi, mentre nel 2025 il lasso temporale si è ridotto a 28,9. «Ci sono paesi come ad esempio l’Ungheria, che è il paese in cui in questo momento riusciamo a concludere più adozioni (sono state 112 le procedure concluse nel 2025, ndr), in cui si riesce ad adottare in poco più di un anno e anche in alcuni paesi africani stiamo riducendo sensibilmente i tempi di attesa», ha sottolineato Starita.

Un’altra novità del 2025 è la riduzione dell’età media dei minori che sono entrati in Italia: da 6,9 anni delle adozioni concluse nel 2024 siamo passati nel 2025 a 6,3 anni. «Questa è la dimostrazione tangibile che lo sforzo che stiamo facendo per essere credibili induce sempre di più i paesi di origine con cui abbiamo relazioni ad aprirsi a forme di adozione anche per i bambini più piccoli», ha detto Starita.

Sette bambini sui 10 con special needs

Il dato però più significativo – «ed è opportuno che venga rimarcato da me», ha concluso Starita – è il dato dei minori con special needs, che è ulteriormente in aumento. Siamo passati dal 67% del 2024 al 70% del 2025. «Intorno all’adozione degli special needs, l’ho detto e lo lo ripeto, si gioca il futuro delle adozioni internazionali, almeno per questo periodo immediato, che però credo durerà ancora a lungo. Se adottare significa rispondere ai bisogni dei bambini reali, allora è facile intuire che essendo noi dobbiamo essere in grado di dare una risposta chiara ai bisogni di questi bambini con special needs».

Ai minori con special needs è dedicato uno dei tavoli di lavoro promossi dalla Cai, in vista della Assemblea Generale degli Enti Autorizzati della prossima primavera: il tavolo ha coinvolto tutte le figure professionali e i soggetti istituzionali che potevano dare un apporto significativo di riflessione, nell’ottica di elaborare delle strategie innovative. «Un aspetto importante che è stato messo in risalto dal dal tavolo tematico che riguarda gli special needs è proprio il fatto che molti bambini non entrano in Italia da special needs, ma la loro specialità si manifesta un po’ di tempo dopo l’ingresso, con le difficoltà che sono connesse alla fase dell’accoglienza, dell’integrazione, sia in ambito familiare che in ambito scolastico. Molto spesso la loro specialità diventa di più difficile gestione nella fase dell’adolescenza. E allora l’idea è stata quella di elaborare delle linee operative che costituiscono un po’ il seguito alle linee operative già elaborate in materia di formazione, che presenteremo venerdì prossimo in un convegno che terremo a Roma insieme all’Aimmf. Delle linee guida che possano rappresentare una “bussola” intorno a cui poi tutte le équipe adozioni sul territorio nazionale potranno muoversi per sostenere le famiglie, perché i bambini special needs necessitano di un sostegno che sia il più effettivo, il più efficace ma anche il più prolungato possibile».

Le linee guida a cui fa riferimento Starita sono due: quelle destinate agli enti autorizzati, per realizzare in maniera più omogenea il percorso formativo post mandato per le coppie che aspirano all’adozione internazionale (sono in vigore dal 1° maggio 2024, si leggono qui e VITA ne ha parlato qui) e le “Linee operative per i percorsi di formazione pre-mandato degli aspiranti genitori adottivi”, che verranno presentate venerdì a Roma, in un convegno dal titolo L’adozione internazionale: il percorso per un’accoglienza consapevole insieme al documento di Aimmf “Alla ricerca di buone prassi nell’ascolto degli aspiranti genitori adottivi in Tribunale”. Pochi giorni fa invece i ministri Antonio Tajani e Eugenia Roccella hanno presentato alla Farnesina la nuova Guida alle Adozioni Internazionali, che riepiloga in modo semplice ed efficace i passaggi tecnici e burocratici dell’adozione, ad uso delle famiglie italiane ma anche di enti e operatori della nostra rete diplomatico-consolare (si parla per esempio di obblighi degli enti nei paesi esteri, documenti di viaggio dei minori, permanenza nei vari paesi, compiti delle ambasciate e dei consolati…).

Il lavoro con i pediatri

Rispetto al fatto che i bambini che entrano già nel nostro paese con delle diagnosi specifiche e quindi che siano special needs per ragioni di carattere sanitario, debbano poter accedere con immediatezza gli approfondimenti sanitari necessari, il vicepresidente Starita ha detto che «stiamo lavorando con l’Associazione Nazionale Pediatri per individuare i centri sanitari, pubblici, di eccellenza, dove le famiglie potranno recarsi e per le famiglie che vivono in regioni più lontane rispetto a questi centri, abbiamo immaginato di poter intervenire con dei sostegni di carattere economico per aiutare le famiglie in questa prima fase fortemente delicate».

Voglio ringraziare pubblicamente, attraverso il coordinamento Care, tutto l’associazionismo familiare per il lavoro che abbiamo fatto insieme nel corso di questi ormai più di 5 anni. L’associazionismo familiare ha rappresentato per me un una bussola importante di orientamento

Vincenzo Starita, vicepresidente Cai

Il grazie all’associazionismo familiare

Il vicepresidente, che terminerà il proprio mandato – il secondo – tra pochi mesi, ha aperto il suo intervento «ringraziando pubblicamente attraverso il coordinamento Care tutto l’associazionismo familiare per il lavoro che abbiamo fatto insieme nel corso di questi ormai più di 5 anni. È stato un lavoro intenso ma proficuo. Non è mancato il dialogo, non è mancato il confronto, non sono mancate anche le critiche e le sollecitazioni da parte del mondo dell’associazionismo familiare, che ha rappresentato per me un una bussola importante di orientamento perché ascoltare attraverso l’associazionismo le famiglie significa ascoltare quella fetta importante del mondo dell’adozione che è protagonista con il bambino dell’adozione stessa. Abbiamo scritto delle pagine importanti insieme, una su tutte, la riforma delle linee guida sull’accoglienza del minore adottato a scuola».

«Care famiglie, non siete sole»

In conclusione, Starita ha ribadito che «è importante che le famiglie sappiano che le istituzioni e la Commissione adozioni internazionali – sono certo che sarà così anche per chi verrà dopo di me – sono vicine alle famiglie. Questo è il messaggio importante che io mi auguro di poter lanciare per il futuro. I bambini che adotterete, i vostri figli, sono un patrimonio inestimabile per tutti noi».

Foto di Mouaadh Tobok su Unsplash

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Putin: “Pronti per una pace duratura in Ucraina con garanzie di sicurezza per tutti”



Vladimir Putin: “Le Nazioni Unite svolgono il ruolo chiave e fondamentale negli affari mondiali, e questo ruolo va rafforzato. La NATO ha più volte ingannato la Russia, violando le proprie promesse pubbliche di non avanzamento ad Est, rappresentando la minaccia alla sicurezza del nostro stato. La Russia ha promosso delle iniziative per costruire una nuova, affidabile e giusta architettura europea e sicurezza globale, in base alle quali potrebbe risolversi pacificamente il conflitto in Ucraina. Kiev e le potenze occidentali, i suoi sostenitori, non sono pronti alla soluzione pacifica. Le relazioni con le potenze occidentali in generale, e con l’Italia in particolare, sono ai minimi storici. La Russia è pronta al ripristino delle relazioni con esse ai massimi livelli. Il compito degli ambasciatori, compreso quello dell’Italia, di contribuire proficuamente alla normalizzazione delle relazioni bilaterali.”

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Gaza, la pace di carta: scatta la “Fase 2”, ma nella Striscia si continua a morire

Nonostante l’avvio della cosiddetta “fase 2” del piano di pace promosso da Donald Trump a ottobre e validato dalle Nazioni Unite a novembre, nella Striscia di Gaza si continua a morire. A causa dei combattimenti e dei bombardamenti che non si sono mai realmente interrotti sebbene sia stato firmato un cessate il fuoco, ma anche a causa di un nemico più silenzioso delle bombe, che si infila sotto le tende e dentro ai rifugi di fortuna dove vive la quasi totalità della popolazione gazawa: il freddo. «Da un punto di vista logistico, la protezione della popolazione continua a essere in una situazione drammatica. Le condizioni meteorologiche avverse, con vento e forti piogge, continuano da almeno due mesi e dato che le persone vivono in tende fragili oppure sotto teli tirati tra le macerie e siccome non c’è più un sistema fognario, quando piove si allaga tutto e poi si rimane addosso coi vestiti bagnati, spiega a VITA Roberto Scaini, responsabile medico delle operazioni di Medici senza frontiere, che in questo momento si trova a Gaza City, dove l’ong continua a operare in attesa del rinnovo della licenza di permanenza nella Striscia da parte del governo israeliano.

La popolazione palestinese – e con essa gli operatori umanitari – deve fare i conti non solo con le macerie causate da due anni di bombardamenti a tappeto (secondo un rapporto Onu di ottobre, oltre l’80% degli edifici della Striscia era danneggiato o distrutto), ma anche con quelle “nuove”, accumulatesi dopo il cessate il fuoco. Secondo un’inchiesta del New York Times (realizzata grazie alle immagini satellitari di Planet Labs), da ottobre l’esercito israeliano ha distrutto almeno 2.500 strutture ancora in piedi. La motivazione addotta dall’Idf è che si tratta di tunnel o dei loro accessi e di case-trappola minate e pronte a saltare. In ogni caso, tra questo e il prosieguo dei combattimenti – in corso anche mentre Scaini è al telefono con il nostro giornale – i civili sono costretti a continuare a vivere in campi profughi.

Nuovi bisogni medici

«Va detto che da quando c’è stato il cessate il fuoco, si è registrato un aumento del volume di aiuti che entrano, ma siccome si è consentito che i bisogni rimanessero scoperto così a lungo, la risposta umanitaria rimane largamente insufficiente», sottolinea Scaini. Nonostante la continua distribuzione di tende e coperte, l’Onu stima che circa un milioni di persone (praticamente la metà della popolazione della Striscia) è in una condizione di emergenza per quanto riguarda la possibilità di avere un riparo sicuro. Le conseguenze si fanno sentire: in seguito ai violenti temporali degli scorsi giorni, tra l’8 e il 12 gennaio l’Ufficio per gli Affari umanitari delle Nazioni Uniti ha contato almeno sei morti per ipotermia o per il crollo di una struttura.

«In questa nuova fase, i bisogni medici della popolazione sono cambiati», spiega l’operatore di Medici senza frontiere. Se prima facevamo soprattutto interventi chirurgici di urgenza per i feriti, ora i problemi sono quelli di una popolazione che patisce il freddo e che vive in scarse condizioni igieniche: aumentano le malattie respiratorie, così come malattie della pelle come la parassitosi o la scabbia», racconta Scaini. «Al tempo stesso, il problema della malnutrizione sta lentamente migliorando, anche se ci sono ancora tanti bambini che nascono sottopeso, magari da parti precoci. E se non ce la fanno, non sono anche loro vittime della guerra?».

Un’infermiera di Medici senza frontiere misura la circonferenza del braccio di un bambino affetto da malnutrizione fin dalla nascita (Nour Alsaqqa/Medici senza frontiere)

È in questo contesto che si inserisce l’avvio della “fase 2” del piano di pace approntato dagli Stati Uniti con il benestare della comunità internazionale. Il Comitato tecnico palestinese si è riunito per la prima volta il 16 gennaio al Cairo. «La cosa più importante ora è istituire un fondo a livello mondiale, una Banca per la ricostruzione e gli aiuti alla Striscia di Gaza», ha detto intervistato da Cairo News il capo del Comitato, Ali Shaath. «I Paesi donatori hanno fornito sostegno finanziario al Comitato e hanno stabilito un bilancio per due anni, ma dopo due anni di guerra, i cittadini di Gaza hanno bisogno di più aiuti». Per questo, ha rivolto un appello alla comunità internazionale «affinché il popolo palestinese sia supportato e superi la difficile situazione in cui vive».

Troppo stanchi per l’entusiasmo

Dal canto suo, la popolazione, testimonia Scaini, ha accolto con molta cautela la notizia di questo nuovo passaggio politico-diplomatico. «Non ho notato alcun entusiasmo, le persone aspettano di vedere dei risultati concreti. Per esempio, è da diverse settimane che si parla dell’apertura del valico di Rafah [nel sud della Striscia, al confine con l’Egitto, ndr] e del fatto che sarà un momento di svolta, ma finora i cancelli sono rimasti sempre chiusi». Lentamente, però, i gazawi stanno cercando ci costruire una nuova normalità. «Rispetto a quando sono arrivato qui due mesi fa, vedo più ottimismo. C’è molto movimento di persone che erano sfollate al Sud e ora tornano verso Nord e poi sorgono delle nuove piccole attività economiche e di commercio. Non è niente di pazzesco, sono semplici tende con beni alimentari o di prima necessità, ma è una piccola transizione dalla sopravvivenza alla vita vera e propria, per quanto precaria a causa della situazione internazionale», rileva Scaini.

Proprio sulla precarietà della situazione pesano non solo i dubbi sulla volontà di Hamas di rispettare gli accordi – in questo senso, il 16 gennaio il portavoce di Hamas, Hazem Qassem, ha dichiarato al quotidiano qatariota Al-Arabi Al-Jadeed che «Hamas è pienamente pronta a trasferire la gestione della Striscia di Gaza a un comitato tecnocratico indipendente» – ma anche la minaccia, svelata dal Wall Street Journal, di una nuova offensiva israeliana. Secondo quanto raccolto dal quotidiano newyorkese e poi confermato dal Times of Israel, l’esercito di Tel Aviv avrebbe preparato un piano per attaccare Hamas a marzo soprattutto nella zona di Gaza City, con l’obiettivo di spostare la linea gialla – che oggi separa la zona controllata da Israele dove è in vigore il cessate il fuoco e quella controllata da Hamas – verso Ovest, cioè verso la costa, mettendo più alle strette il gruppo terroristico. «Sarebbe drammatico un ritorno alle ostilità, si perderebbe tutto quel poco che si è guadagnato finora e soprattutto sarebbe un enorme danno psicologico per una popolazione che solo ora sta iniziando ad affrontare quelli causati da due anni di guerra», commenta Scaini.

In apertura: Un campo profughi vicino a Zawaida, nel centro della Striscia di Gaza, martedì 13 gennaio. (AP Photo/Abdel Kareem Hana/LaPresse)

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Karaganov intervistato da Tucker Carlson:”La guerra finirà solo con la sconfitta totale dell’Europa”



L’influente consigliere del Cremlino Karaganov spiega la vera natura del conflitto in corso. “Non stiano combattendo contro l’Ucraina ma contro l’Europa. Il Presidente Putin è un uomo troppo cauto, ma è chiaro che a breve saremo costretti ad usare il nostro potenziale nucleare per punire Paesi come la Germania, luogo che troppo spesso ha partorito idee infami che hanno infettato il mondo”

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Sindaci tra solitudine e disincanto: «La lotta alla povertà non è una vetrina»

La povertà non “tira”? A una prima e superficiale analisi, sembrerebbe questo il motivo della scarsa adesione al premio per il “Miglior sindaco del mondo“, istituito nel 2004 dalla City Mayors Foundation (associazione filantropica con sede a Londra) e che, per la prima volta nella sua storia più che ventennale, non sarà assegnato per mancanza di candidature. anno Appena 14 i sindaci che hanno presentato la propria candidatura da Europa, America e Africa (l’Asia non partecipa). Di questi, due erano italiani: il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, e il primo cittadino di Oliveri (città metropolitana di Messina), Francesco Iarrera. Una grande città e una piccola realtà (Oliveri conta circa 2.150 abitanti). Entrambe del Sud.

Il tema del premio istituito per il 2025 era, appunto, il contrasto alla povertà. Un argomento scivoloso, sotto il profilo politico? Oppure un riconoscimento che ha scarso appeal e di cui i sindaci – magari attivissimi sul tema – semplicemente ignoravano il bando? Difficile trovare una sola spiegazione, considerata la vastità della platea potenziale e delle aree geografiche coinvolte (soltanto in Italia, si contano quasi 8mila Comuni). Di sicuro, 14 candidature a livello internazionale erano decisamente troppo poche per legittimare l’assegnazione del World Mayor Prize, anche se è probabile che altre candidature non siano state accolte per vizi di forma. L’imbarazzo degli organizzatori è riassunto eloquentemente dalle parole pronunciate da Tann vom Hove, co-fondatore della Fondazione: «Il pubblico non ha risposto, le candidature sono state poche e, – dettaglio ancora più amaro – con poche eccezioni, nessuno ha sviluppato un modello davvero convincente per combattere la povertà nella propria comunità».

Il premio World Mayor Prize

In oltre 20 anni, prima con cadenza annuale e poi biennale, il World Mayor Prize ha messo in risalto le buone pratiche di sindaci di città con milioni di abitanti ma anche centri di periferia: da Tirana ad Atene, da Melbourne a Cape Town, toccando poi Messico City, Bilbao, Calgary, Mechelen, Ancona (unico Comune italiano sinora premiato), Rotterdam, Grigny e Graz. Con Soprattutto negli ultimi tempi, era stato individuato ad ogni edizione un tema conduttore che consentisse di valutare l’operato dei sindaci.

Alleanza contro la povertà

«Fa riflettere che a livello internazionale ci sia stata un’adesione così bassa per il riconoscimento del 2025, ma non traiamo da questa notizia delle conclusioni affrettate», commenta Antonio Russo, portavoce di Alleanza contro la povertà in Italia. «Sono uno che dice sempre quello che pensa, ma non è possibile prendersela con i sindaci o gli enti locali se il contrasto alla povertà risulta poco efficace. Dirò di più: dinanzi a questa mancanza di candidature, io avrei premiato simbolicamente tutti i sindaci d’Italia, e con loro le amministrazioni comunali che sono i luoghi di prossimità in cui, come in un imbuto, finiscono tutti i problemi non risolti da altri livelli dello Stato. La mia è una provocazione, so benissimo che parliamo di un riconoscimento internazionale. Ma guardate che la situazione è la stessa nel resto dell’Europa e in tutto il mondo».

Io invece di sospendere il premio per il 2025, avrei simbolicamente premiato tutti i sindaci dItalia: sulla povertà sono lasciati soli dallo Stato

Antonio Russo, portavoce Alleanza contro la povertà

Restando in casa nostra, prosegue Russo, «se la lotta contro la povertà non si fa in maniera strutturale e in parallelo, invece strutturalmente si taglia il fondo per il sostegno all’inclusione attiva (nell’ultima Legge di Bilancio hanno decurtato 267 milioni di euro per il 2026) è chiaro che le istituzioni più prossime ai cittadini diventano i luoghi a cui si rivolge chi non ce la fa. E per fortuna che in Italia c’è una rete di organizzazioni caritatevoli che consentono di ammortizzare il problema. Se non ci fossero le mense, come faremmo? Sbagliamo bersaglio se ce la prendiamo con i sindaci, perché sono le istituzioni nazionali a non mettere i sindaci nelle condizioni di operare. In Italia abbiamo sei milioni di poveri assoluti, cioè 2,2 milioni di famiglie. La povertà colpisce tutto il Paese ed è intergenerazionale. Non solo: oggi colpisce anche chi lavora, persone che sino a pochi anni fa conducevano una vita dignitosa. In questo momento, anche negli Usa la situazione è diventata drammatica. E pure in altri Paesi del nostro continente. È giunto il momento che l’Ue pensi ad uno strumento europeo: probabilmente, con quello, molte persone si sentirebbero davvero cittadini europei. E non si lascerebbero troppo soli i sindaci e, soprattutto, i poveri».

Antonio Russo, portavoce di Alleanza contro la povertà

Francesco Iarrera, il sindaco di Oliveri: «Dobbiamo essere sindaci-operai»

Francesco Iarrera è uno dei due sindaci italiani che erano in lizza per il Premio («ma non ho proposto io la mia candidatura, né sono riuscito a sapere dagli organizzatori chi l’abbia avanzata per me», svela lui). «Si tratta di un riconoscimento e come tale va preso. Certo è anche un modo per parlare di un problema che va affrontato in maniera strutturale a livello centrale. I Comuni non hanno molti fondi: li possono richiedere, certo, ma è una delle pochissime cose che possono fare su questo fronte. Quando parliamo di povertà, parliamo anche di altri ambiti a essa connessi. Per esempio, di accoglienza degli immigrati. Nel nostro piccolo, cerchiamo di intercettare dei fondi per accogliere i minori stranieri non accompagnati, un tema un po’ scottante e talvolta divisivo, per questo i Comuni più piccoli a volte non hanno il coraggio di procedere in questa direzione. Poi ci sono altre forme di fragilità, come la povertà legata alla disoccupazione, e questo è un tema che riguarda tutto il Paese. Ci scontriamo quotidianamente con questo tipo di difficoltà, siamo l’interfaccia tra lo Stato e i cittadini, e cerchiamo di farlo nel migliore dei modi. A volte siamo costretti ad adottare provvedimenti tampone».

Francesco Iarrera, sindaco di Oliveri (Messina)

«Sento dire spesso che bisogna aiutare di più i piccoli Comuni, nei quali risiede il 70% della popolazione italiana, ma io questi aiuti non li vedo. I tagli ai trasferimenti sì, invece. È chiaro che, nel momento in cui non siamo competitivi in materia di servizi e di prospettive, i giovani vanno altrove. La povertà non è soltanto economica: è sociale, culturale, educativa, digitale. È molto ampia. E la maggior parte di queste persone resta ai margini. Noi viviamo in una condizione di continua emergenza: al mattino mettiamo l’elmetto e partiamo, consapevoli di dover gestire una situazione che lievita di giorno in giorno. Può darsi che molti colleghi non abbiano avuto nemmeno il tempo di candidarsi al World Mayor Prize, io per primo. Molti cittadini vedono i politici e le istituzioni distanti dai problemi. Irraggiungibili. Dobbiamo essere sindaci operai, se vogliamo essere parte integrante del territorio».

Paolo Pezzana, l’ex sindaco esperto di povertà

«È difficile dare un commento univoco a questa vicenda», premette Paolo Pezzana, ex sindaco di Sori (Città metropolitana di Genova), che è stato Presidente Nazionale di fio.PSD (l’associazione che riunisce le organizzazioni che si occupano di homeless in Italia) e ha ricoperto vari ruoli anche all’interno dell’Associazione nazionale dei Comuni italiani – Anci. Oggi è consulente di Fondazione Ifel, l’Istituto per la finanza e l’economia locale, istituito dall’Anci nel 2006. Pezzana si occupa soprattutto di progetti di accompagnamento riguardanti accoglienza, welfare e servizi sociali. «Di amministratori in gamba in giro ce ne sono tanti, soprattutto nelle realtà un po’ più nascoste, dove ci sono meno risorse e occorre più fantasia. Il Premio non è poi così noto, ma è vero che negli anni passati c’è stata una maggiore partecipazione. Soprattutto io credo che i sindaci siano molto assorbiti dal loro lavoro. Vedendoli all’opera oggi, mi rendo conto che c’è parecchio disincanto: si sentono un po’ abbandonati, avvertono moltissime responsabilità sulle loro spalle, molta gente li denuncia per ogni minima cosa con la speranza di raggranellare qualche soldo. Tutto questo a fronte di indennità molto basse, soprattutto nei piccoli e medi Comuni. Quando l’ho fatto io, percepivo 1.400 euro al mese per dodici mensilità, di cui una se ne andava per pagare l’assicurazione. Lavoravo anche venti ore al giorno e ho ancora pendenze, a quasi dieci anni dalla fine del mandato: per fortuna sono uscito bene da tutte».

Paolo Pezzana, ex sindaco di Sori

«Forse si guarda con meno entusiasmo, rispetto al passato a questo tipo di riconoscimenti», prosegue Pezzana. «Sembra crescere lo scollamento tra i singoli amministratori e ciò che crea una cultura dell’amministrazione: lo stare insieme, riconoscersi, valorizzare le cose che si fanno. I sindaci sono molto attenzionati sulla quotidianità e sulle cose che propongono, ma non trovano un supporto altrettanto strutturato. Iniziative come il World Mayor Prize hanno il significato di restituire valore o comunque di rendere visibile il valore che viene prodotto: se ci sono state pochissime candidature a livello mondiale, qualcosa dovrà pure significare».

C’è sempre un po’ il rischio di far apparire un buon amministratore colui che fa cose buone, solidali. Ma non è così: un buon sindaco è un soggetto che tiene insieme la complessità. Il sindaco non è l’amministratore del Comune: è l’amministratore della comunità

Paolo Pezzana, ex sindaco di Sori

Pezzana fa un’altra riflessione, importante: «C’è sempre un po’ il rischio di far apparire un buon amministratore colui che fa cose buone, solidali. Ma non è così: un buon sindaco è un soggetto che tiene insieme la complessità, che è fatta anche di azioni che hanno a che fare con il sociale, la cultura, l’inclusione, dunque non è possibile ridurle a un solo tema, per esempio la lotta alla povertà. È un gioco di equilibrio. Il sindaco non è l’amministratore del Comune: è l’amministratore della comunità. Quando il ragioniere capo del mio Comune mi illustrò i margini di manovra sul bilancio comunale, mi venne da ridere perché i fondi erano tutti vincolati. Restavano fuori 20mila euro l’anno. Una mia giovanissima assessora mi fece notare che eravamo stati eletti per amministrare il valore che la nostra comunità produceva, e quindi mettere le associazioni, i commercianti e le imprese del territorio nelle condizioni di poter lavorare meglio. Il vero elemento distintivo del sindaco è di far sentire coinvolta tutta la comunità in tutto quello che l’amministrazione fa. Occorre connettere, stimolare la partecipazione in senso concreto per generare bene comune. Mi sono laureato in giurisprudenza, e il diritto amministrativo mi ha certamente aiutato, ma per me è stato ancor più importante e utile l’aver fatto l’educatore».

Credits: foto fornite dagli intervistati; in apertuta, la foto del municipio di Oliveri (foto sito Comune)

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Trump scarica Zelensky per l’ennesima volta – Il Controcanto – Rassegna stampa del 16 gennaio 2026



Il pendolo Trump torna ad avvicinarsi alle posizioni di Putin lasciando sempre più nello sconforto l’oramai consunto Zelensky. Il Corriere della Sera prova a magnificare le parole del Ministro Crosetto oramai vicino ad accettare la sconfitta totale. La Repubblica commenta l’arrivo di una ventina di scalatori europei in Groenlandia con il compito di difendere l’isola dal possibile arrivo degli americani di Trump. Buona fortuna. Il Fatto sottolinea il doppiopesismo del Presidente Mattarella, silente sul massacro di Gaza ma deciso nel denunciare i presunti crimini iraniani

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Il movimento ad un punto di svolta. Insurrezione in Iran

Nel momento in cui chiudiamo questo numero di Umanità Nova la situazione in Iran è in evoluzione. In quasi venti giorni il movimento di protesta sorto in Iran a fine dicembre da profonde ragioni sociali, forte dell’esperienza rivoluzionaria delle classi sfruttate e della delegittimazione del potere ierocratico, si è trasformato in un movimento insurrezionale di massa. Giungono notizie di distretti industriali in cui i lavoratori in sciopero hanno preso il controllo degli impianti produttivi, come ad Arak, così come si ha notizie di alcune città su cui il governo avrebbe perso il controllo.

Nonostante la spietata repressione governativa e il black out quasi totale di internet e social media, giungono resoconti, comunicati da gruppi anarchici coinvolti nel movimento di queste settimane.

Pubblichiamo qui un articolo di Zaher Baher del Kurdish-Speaking Anarchist Forum (KAF) membro dell’Internazionale di Federazioni Anarchiche, un forum che riunisce compagnx di lingua curda che vivono in gran parte in esilio. Già a pochi giorni dall’inizio delle proteste Zaher scriveva in un articolo “La società iraniana ha caratteristiche specifiche che danno forma a queste rivolte. Un’ampia porzione della popolazione è giovane e in larga parte disoccupata. Il paese è stato governato per più di quattro decadi da un regime clericale dittatoriale. Allo stesso tempo, c’è una classe lavoratrice cosciente e con esperienza di lotta in molti settori, in particolare nell’industria del petrolio e del gas. Decadi di repressione e di fallimento delle organizzazioni politiche hanno lasciato la popolazione profondamente disillusa ma anche ricca di esperienza”. Questo articolo, redatto il 09/01/2026, dà il senso della portata del movimento in corso che si trova in un momento cruciale, offrendo una chiave di lettura sui possibili sviluppi futuri.

Ciò che sta accadendo oggi è la continuazione di rivolte precedenti, incluse le proteste studentesche del 1999 e 2003, il Movimento Verde del 2009-2010, le proteste generalizzate e gli scioperi del 2018-2019, le proteste per l’aumento del costo dei carburanti del 2019-2020, e il Movimento Donna, Vita, Libertà del 2022-2023.

Secondo fonti informate le manifestazioni si sono diffuse ad oltre 150 città e 600 paesi in tutte le 31 province dell’Iran durante gli ultimi 12 giorni, incluse le province occidentali di Ilam, Kermanshah e Lorestan. Viene riportato che molte aree urbane, tra cui la città di Abadan, non sarebbero più sotto il controllo del governo e sarebbero nelle mani del popolo.

La protesta che è iniziata il 27 dicembre è stata accesa dal brusco declino della valuta nazionale. Questo sviluppo ha reso più difficile per il governo affrontare le preoccupazioni sollevate dai cittadini e dai manifestanti. Inoltre, il governo ha annunciato la fine del tasso di cambio agevolato per gli importatori, una decisione che ha già causato un forte aumento dei prezzi dei generi alimentari.

Ieri sera, giovedì, le proteste si sono estese alle principali città, come Teheran e Mashhad, raggiungendo i distretti settentrionali e molte altre città e paesi. Centinaia di migliaia di persone sono scese in strada. Allo stesso tempo, nella maggior parte delle principali città e paesi del Kurdistan, i residenti hanno indetto uno sciopero e negozi, scuole, ospedali, uffici comunali, servizi pubblici e altre istituzioni sono stati chiusi mentre la gente si radunava all’esterno. Sebbene le autorità abbiano bloccato l’accesso a internet, foto e video della folla e della repressione della polizia sui manifestanti sono comunque riusciti a raggiungere i social media.

Fortunatamente, la rivolta non è guidata da alcun partito politico e non ha una leadership centrale. Sebbene Reza Pahlavi [per i monarchici iraniani erede della dinastia degli scià deposta nel 1979] abbia cercato di allinearsi ad essa inviando messaggi e rilasciando dichiarazioni dall’estero, egli non detiene una posizione forte all’interno dell’Iran. La maggior parte dei suoi collaboratori e sostenitori risiede in Europa, Canada, Stati Uniti e altri paesi.

Quello che è successo ieri sera ha dato un forte impulso alle manifestazioni e alle speranze della gente, portando la rivolta in una fase delicata e difficile. È questo il momento in cui si decideranno i prossimi passi di questo movimento, che non può rimanere così com’è adesso. O continuerà con più forza, attirando più partecipanti da altre città e paesi, oppure potrebbe andare verso una calma temporanea. Non descriverò mai questo movimento come un fallimento, perché non può essere sconfitto se le persone coinvolte ora, o quelle che verranno dopo di loro, continueranno la lotta e metteranno a frutto la preziosa esperienza acquisita. Allo stesso tempo, alcune delle loro richieste stanno trovando risposta e, in un certo senso, il movimento ha scosso il regime e creato una frattura significativa che potrebbe portare al suo crollo con un altro forte shock. Questa è la natura delle rivolte e delle rivoluzioni.

Non dimentichiamo che il popolo sta resistendo a un regime oppressivo che non mostra alcuna pietà o compassione nei confronti del popolo iraniano, mentre nella provincia meridionale di Fars e in altre zone coraggiosi manifestanti hanno abbattuto la statua di Qassem Suleimani, ex comandante della Forza Quds delle Guardie Rivoluzionarie, considerato dai sostenitori del governo un eroe nazionale. Era stato descritto come una figura chiave nello sviluppo interno dell’Iran, nonché nella direzione dell’assistenza e di varie forme di sostegno ai gruppi armati alleati in altri paesi.

D’altra parte, il regime comprende che le persone che hanno scosso le fondamenta del suo potere potrebbero alla fine rovesciarlo, quindi ricorre a ogni tattica possibile, compresi l’inganno e la repressione, nel tentativo di sopravvivere. Secondo l’ONG Iran Human Rights (IHR), con sede in Norvegia, giovedì il bilancio delle vittime ha raggiunto quota 45, con oltre 200 feriti e più di 2.400 persone arrestate.

C’è un altro punto da considerare: l’attuale rivolta non è così ampia come il movimento Donna, Vita, Libertà o il Movimento Verde del 2009-2010. È vero che entrambi questi movimenti, in particolare Donna, Vita, Libertà, hanno compiuto passi da gigante. Hanno indebolito in una certa misura la presa delle autorità, hanno dato loro una lezione importante e hanno restituito coraggio e fiducia al popolo iraniano. Ancora più importante, hanno gettato le basi per ciò che sta accadendo ora. La differenza tra allora e adesso è che l’Iran è diventato significativamente più debole dopo il recente conflitto di dodici giorni con Israele, e la popolazione ha acquisito maggiore esperienza nella mobilitazione e nell’adattamento delle proprie tattiche contro la polizia, i Basij e le Guardie Rivoluzionarie.

È impossibile prevedere con certezza se questa rivolta si fermerà a questo punto o porterà alla caduta del regime iraniano. Tuttavia, si può affermare che se il popolo iraniano cercherà solo di cambiare le persone al potere, sostituendo questo regime con un altro, l’oppressione, le difficoltà, la mancanza di libertà e la fame vissute negli ultimi quarantasette anni sotto il governo dei mullah e dei governi precedenti non avranno fine.

Speriamo che il popolo iraniano scelga una strada che non si limiti a sostituire questo regime con un altro, ma che gli consenta invece di assumere il controllo dei propri affari e delle proprie vite, libero da autorità sia centralizzate che decentralizzate. Che possa giungere alla convinzione che la vera libertà per tutti esiste al di fuori del potere del governo e dello Stato e che, se non tutti sono liberi, la libertà degli individui o di qualsiasi comunità non può essere pienamente realizzata.

Zaher Baher

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Corsa verso l’abisso. L’uccisione di Renee Good: il volto del trumpismo

Un fischio, poi un altro e un altro ancora: l’ICE è arrivata. Poi arriva la lunga esplosione: fiuuuuuuuu! L’ICE ha preso qualcuno.

Questi sono i codici che i gruppi di pronto intervento a sostegno degli immigrati stanno usando per avvisare i loro vicini e colleghi quando viene avvistata l’ICE e quest’ultima rapisce qualcuno.

Gli agenti federali sono armati in modo militare. Contro di loro, la gente comune ha fischietti, coraggio sconfinato e l’acronimo S.A.L.U.T.E. per le informazioni da raccogliere: le dimensioni (Size) degli schieramenti di agenti federali, le azioni (Actions) che stanno intraprendendo, la posizione (Location) specifica, le uniformi che indossano, il tempo e l’equipaggiamento, o il tipo di armi.

Durante i corsi di formazione organizzati in tutto il Paese, i soccorritori simulano come dimostrare solidarietà agli immigrati e superare la paura per sfidare il terrore. L’attivismo dal basso e l’azione diretta hanno giocato un ruolo fondamentale nella storia popolare degli Stati Uniti, una storia di lotte che hanno portato all’abolizione della schiavitù, assicurato la libertà di organizzazione sindacale e conquistato libertà civili.

La trentasettenne Renee Nicole Good era una paladina della solidarietà e della lotta per la libertà. Come moltissimi altri statunitensi provenienti da ogni ceto sociale, fungeva da occhi e orecchie dei suoi vicini latini e somali, avvisandoli della presenza dell’ICE e di altri agenti federali.

Good, madre di tre figli, faceva parte di un gruppo informale di pronto intervento, ICE Watch, composto dai genitori della scuola paritaria frequentata da suo figlio. “È stata addestrata su come comportarsi con questi agenti dell’ICE: cosa fare, cosa non fare, è un addestramento molto approfondito”, ha detto un genitore al New York Post, un tabloid conservatore che ha cercato di dare un’immagine negativa del suo attivismo. “Ascoltare i segnali, conoscere i propri diritti, fischiare quando si vede un agente dell’ICE”.

L’amministrazione Trump ha descritto Renee Nicole Good come una “terrorista interna”. Ma le persone che conoscevano Good la hanno descritta come una cristiana dichiarata, vedova di un veterano, una donna queer, una cantante e una poeta. “Quello che ho visto nel suo lavoro è stata una scrittrice che stava cercando di illuminare la vita degli altri”, ha detto un’insegnante, descrivendo il suo interesse per la vita degli anziani, dei veterani e di persone provenienti da diversi paesi ed epoche.

Come molti di noi che hanno una vita frenetica ma trovano il tempo per stare accanto agli altri, aveva accompagnato il figlio di sei anni a scuola poco prima che l’ICE la uccidesse. L’analisi delle riprese video da tre angolazioni effettuata dal New York Times mostra che Good sembra allontanare il suo SUV dagli agenti federali mentre l’agente dell’ICE Jonathan Ross cammina davanti al veicolo. Quindi quest’ultimo spara tre colpi a bruciapelo contro il veicolo, uccidendola in pieno giorno non lontano dalla sua abitazione, come si vede nelle riprese.

La sua compagna era sulla scena con lei. “Mercoledì, 7 gennaio, ci siamo fermate per aiutare i nostri vicini. Avevamo dei fischi. Avevano le pistole”, ha detto Rebecca Good in una dichiarazione venerdì. “Abbiamo cresciuto nostro figlio insegnandogli che, indipendentemente dalla propria provenienza o dal proprio aspetto fisico, tutti meritano compassione e gentilezza”.

Lo scorso settembre, il cuoco Silverio Villegas-Gonzalez è stato ucciso a colpi di pistola durante un controllo stradale a Chicago, poco dopo aver accompagnato i suoi due figli all’asilo, mentre presumibilmente tentava di fuggire. Il bracciante agricolo Jaime Alanís García si è rotto il collo a luglio, quando è caduto dal tetto di una serra nella contea di Ventura, in California, mentre tentava di sfuggire alla caccia degli agenti dell’ICE, ed è morto dopo il ricovero in ospedale. Trentadue persone sono morte mentre erano sotto la custodia dell’ICE nel 2025 – l’anno più letale per l’agenzia, ormai trasformata in una forza paramilitare, dalla sua fondazione nel 2003.

A differenza di Villegas-Gonzalez e Garcia, entrambi lavoratori immigrati provenienti dall’America Latina, Good era una cittadina statunitense bianca. Non avrebbe dovuto essere nella lista delle persone che l’ICE ha brutalizzato impunemente a causa della loro origine o del loro status di immigrati. Ma lei si è rifiutata di rimanere a guardare l’ingiustizia e ha protetto i suoi vicini. Non era tenuta a schierarsi, ma lo ha fatto. In realtà, alcuni membri della sua famiglia avrebbero preferito che non lo facesse.

Spesso diciamo che la solidarietà è una pratica molto importante, e Good ha agito, esercitando i diritti che tutti noi abbiamo, indipendentemente dallo status di immigrati, di documentare l’attività violenta della polizia e di esprimere la propria opinione.

Un attivista sindacale ha collegato la sua azione solidale alle lotte operaie. “Nel nostro sindacato abbiamo la tradizione di indossare abiti rossi ogni giovedì per onorare un membro molto speciale della CWA (Communications Workers of America), Gerry Horgan, ucciso mentre esercitava il suo diritto fondamentale di scioperare e partecipare a un picchetto. Proprio come Gerry, Renee Nicole Good è stata uccisa mentre esercitava il suo diritto di esprimersi e di essere solidale con la sua comunità, diritto che dovrebbe essere protetto dalla Costituzione”.

Noi siamo ciò che facciamo. Se la scelta che dobbiamo affrontare è tra Good e ICE, la popolazione di Minneapolis sceglie Good. Si stima che circa 10.000 persone abbiano partecipato a una veglia a lume di candela il 7 gennaio per onorare la sua vita.

La violenza scatenata dall’amministrazione Trump sul suolo statunitense non riuscirà a raggiungere i suoi obiettivi dichiarati.

Nessun personaggio nell’amministrazione USA ha mai avuto tanto potere come Stephen Miller, il consigliere per la sicurezza interna di Trump. Esercita una straordinaria autorità su una fascia insolitamente ampia delle branche di governo, dall’immigrazione alla giustizia penale fino anche alle operazioni militari sul suolo americano. Gran parte di ciò che caratterizza l’era Trump – rapimenti mascherati per le strade degli Stati Uniti, scontri tra gli scagnozzi dell’ICE e i manifestanti, pattuglie militari per le strade degli Stati Uniti – è stato creato da Miller.

Eppure, ora che siamo a un anno dall’inizio del secondo mandato del presidente Trump, è chiaro che, sotto molti aspetti importanti, Miller non sta riuscendo a realizzare i suoi piani autoritari più elaborati. Le espulsioni sono molto indietro rispetto alle sue aspettative. Non è riuscito a convincere Trump a esercitare il potere dittatoriale che tanto desidera vedere. E ha scatenato un movimento culturale in difesa degli immigrati che è più potente di quanto avesse previsto.

Il sogno di Miller di 3.000 arresti giornalieri rimane questo: un sogno. Miller spera di deportare un milione di persone all’anno, ma con il tasso attuale non si avvicinerà a questo. Mentre l’amministrazione sta ancora aumentando il personale dell’ICE, e le deportazioni potrebbero aumentare, molti esperti si aspettano che Miller resti molto al di sotto dell’obiettivo di un milione di deportazioni all’anno nel corso dell’intero mandato di Donald Trump.

Ma l’obiettivo del governo USA va oltre il numero delle deportazioni.

Molti settori produttivi sarebbero nei guai se il governo andasse davvero avanti con le sue deportazioni di massa annunciate. La caccia ai migranti e il modo brutale e arbitrario in cui viene effettuata (gli arresti dei migranti sono fatti davanti alle telecamere come per pubblicizzare la loro pericolosità) sembra progettata per diffondere la paura e per dividere la classe operaia. La paura (dei migranti, del crimine, della violenza, delle minoranze, dei poveri, del decadimento morale e altro) è costantemente alimentata e giustapposta all’immagine rassicurante del potente leader fiducioso e della sua squadra di guerrieri senza paura. L’amministrazione Trump diffonde paura ovunque. Nella popolazione in genere per creare la paura dell’estraneo infiltrato all’interno della comunità nazionale, che farà la fine del capro espiatorio, e perseguitando questo capro espiatorio la maggioranza della popolazione viene compattata dalla paura su un terreno comune. Così si forma una falsa comunità e si evita il pericolo di una classe operaia unificata.

L’esperienza del nazismo in Germania ci mostra quanto sia importante il processo di esclusione di un capro espiatorio interno nel forgiare la volksgemeinschaft, la comunità del popolo. Quella che sta combattendo l’amministrazione Trump è una una battaglia ideologica per creare una comunità nazionale, una “volksgemeinschaft” che è disposta a combattere e morire per il capitale. Si tratta di un attacco alle spinte verso l’unità e l’autonomia della classe operaia, un elemento fondamentale della preparazione alla guerra, che non è solo preparazione militare, ma soprattutto attacco alle forze antimilitariste e internazionaliste.

Di fronte all’arroganza dell’amministrazione e alla marcia verso la guerra, è incoraggiante vedere quanto rapidamente siano apparse reazioni spontanee e intense contro i raid dell’ICE a Los Angeles, New York e Chicago. Anche l’organizzazione di quartiere (allertando una rete di attivisti solidali quando agenti dell’ICE entrano in un’area) si è diffusa nelle città. Lo stesso assassinio di Renee Good è frutto della reazione governativa a questa mobilitazione dal basso, mentre le reazioni che ha provocato in tante città americane testimonia la profondità del movimento.

Il governo Trump usa qualsiasi pretesto per espandere i suoi mezzi repressivi e per abituare la popolazione alla presenza dei militari nelle strade. Anche questa è la preparazione alla guerra. Trump ha detto che le grandi città sarebbero un buon campo di addestramento per i militari. È convinto che una terribile repressione entusiasmerà il suo esercito MAGA e intimidirà i suoi avversari. È la costruzione della nazione per salvare la civiltà occidentale. Nel frattempo quella civiltà produce la bolla dell’IA, la bolla delle criptovalute, il banking ombra e molti altri fenomeni che portano all’abisso. Trump potrebbe essere l’Hoover, il presidente repubblicano della crisi del 1929, dei nostri giorni. Ma è stato il successore “progressista” di Hoover, il democratico Franklin Delano Roosevelt che si è rivelato il più grande ostacolo alla crescita della coscienza di classe autonoma del proletariato.

Avis Everhard

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Voci da Caracas



A Caracas abbiamo incontrato Ennio Di Marcantonio, cittadino venezuelano di origine italiana che ci ha dato una testimonianza sulla situazione che si vive in Venezuela. Ezequiel Suarez, abitante di Fuerte Tuja, una delle zone bombardate durante l’attacco americano contro la capitale venezuelana.

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Aldilà del giardino di casa. Venezuela e Groenlandia – politiche di aggressione USA e interessi del capitale

Pare opportuno che una riflessione sui fatti del Venezuela debba andare ben oltre la classica visione del “giardino di casa” che per più un secolo ha ben dimostrato la natura degli interessi del capitalismo statunitense e le azioni a difesa dei suoi investimenti nel continente Sud Americano. Le vicende venezuelane non riguardano solo i rapporti tra nord e sud America, ma devono essere valutati per il loro impatto globale. Intervenire a Caracas in realtà nasconde l’intenzione di colpire molto più lontano; il vero obiettivo è ben più consistente che non un “caudillo” sudamericano, i veri scenari in gioco si trovano a migliaia di chilometri di distanza. Nel marzo dello scorso anno un articolo pubblicato sul n. 6 di Umanità Nova esponeva delle considerazioni sull’importanza strategica dell’area artica e sull’interesse che in quel momento l’amministrazione statunitense aveva pubblicamente manifestato per la regione. Interesse oggi rinnovato con forza da Trump e riproposto proprio a ridosso dall’intervento militare nel Venezuela, suscitando clamore e preoccupazione in campo internazionale. Quanto osservato quasi un anno fa sulle colonne di U.N. costituisce ancora oggi materiale più che attuale per le analisi geoeconomiche e geopolitiche relativamente agli interessi statunitensi legati alle nuove rotte artiche, alle materie prime rare e alla posizione strategica della piattaforma groenlandese e canadese per le intercettazioni dei missili nucleari. Tuttavia riproporre la questione del controllo dell’Artico in concomitanza con l’operazione scattata in Venezuela non è una semplice coincidenza. Il blitz militare in Venezuela non è “solo” una dimostrazione della volontà di espansione della potenza statunitense, come è stato comunemente interpretato dai media, ma un’azione che si collega a scenari più ampi.

Cerchiamo di procedere con ordine. Innanzitutto è bene sottolineare che la questione del narcotraffico è del tutto fuorviante ed ha solo un fondamento propagandistico. L’operazione in Venezuela è stata derubricata ad intervento di polizia internazionale contro il narcotraffico con il pretesto della difesa dell’interesse nazionale, evitando in tal modo il necessario passaggio al Congresso per l’autorizzazione di operazioni belliche extraterritoriali. Soprattutto si è collaudata una scorciatoia per eventuali successive ad analoghe operazioni, quali potrebbero essere eventuali interventi in Colombia o a Cuba (anche se in questo caso è probabile che l’opzione possa cadere più su azioni di destabilizzazioni interne che su interventi diretti). Tale scelta per un sistema democratico liberale, sia pur presidenziale, come quello statunitense, da un punto di vista politico è estremamente pericolosa, poiché espone al totale arbitrio dell’esecutivo, cioè del Presidente, con la possibilità del replicarsi di interventi militari mascherati da operazioni di polizia a difesa dell’interesse nazionale. Da ricordare, tra l’altro, che vicende come quella libica, irachena e afghana, dove è stato abbattuto un regime e spesso un dittatore ostile, simbolo internazionale dell’opposizione alla politica statunitense, hanno nel tempo innescato uno scenario nettamente peggiore del precedente, ben più complicato anche per gli stessi interessi americani, dove spesso gli U.S.A. sono risultati alla lunga perdenti. Abbattuto con successo e clamore mediatico il “dittatore”, sottoposto alla gogna di un “processo democratico” il nemico di sempre, si scopre poi, a giustizia eseguita, che ha lasciato in eredità un vuoto politico e sociale assoluto che viene inesorabilmente riempito da una miriade di improvvisati “capibanda” e “milizie”, di fatto una frantumazione. L’ attuale Libia ne è l’eclatante esempio, con una situazione che rende anche gli stessi interessi americani difficili da difendere e sottoposti a continue negoziazioni.

Vedremo presto se la situazione venezuelana riproduce scenari simili. Intanto, per comprendere quanto sta avvenendo, bisogna superare la lettura più banale e andare oltre l’orizzonte strategico del “giardino di casa”, cercando di comprendere le conseguenze internazionali di quanto accaduto a Caracas. Innanzitutto occorre ampliare lo sguardo alla posizione che la Cina occupa nell’economia globale e soprattutto alla dimensione economica che potrebbe raggiungere Pechino se ai livelli attuali dovesse aggiungere i vantaggi logistici commerciali delle nuove rotte artiche.

In questa prospettiva dichiarazioni di Trump, come “la Groenlandia ci serve per la sicurezza nazionale”, trovano reale fondamento e non possono che abbinarsi all’operazione venezuelana. Ambedue gli obiettivi si basano infatti sulla comune volontà di togliere energia alla macchina produttiva cinese, il vero competitor del capitalismo statunitense. In quest’ottica per gli USA è importante gestire direttamente la più grande riserva petrolifera mondiale, il Venezuela, e sovrintendere al contempo alle rotte artiche, la via più breve e sicura per il transito delle merci cinesi e orientali in genere. In sintesi, controllare le più grandi riserve petrolifere mondiali, quelle venezuelane, e controllare quella che sarà una delle vie logistiche più importanti del commercio globali tra Est ed Ovest, l’Artico.

È evidente che l’operazione anti Maduro ha per scopo lo sfruttamento delle maggiori riserve petrolifere mondiali, quali sono attualmente quelle venezuelane; e d’altra parte Trump stesso ha affermato che le industrie statunitensi estrarranno direttamente in loco. Quindi la posta in gioco è il possesso materiale di quello che sarà disponibile in futuro e l’obiettivo preciso dell’operazione è quello di mettere un freno all’espansionismo della macchina produttiva cinese e della sua influenza commerciale globale. Mettere sotto controllo le future rotte artiche, che avvantaggiano in prima battuta il commercio cinese, diventa dunque una priorità geostrategica. Va da sé che un’eventuale “operazione Groenlandia” non godrebbe dei vantaggi mediatici e propagandistici di quella anti Maduro, ma andrebbe incontro a evidenti, contraddizioni geopolitiche. Si tratterebbe infatti di una prima violazione territoriale interna alla NATO, di non facile soluzione e non sicuro gradimento da parte dell’opinione pubblica occidentale.

Al momento è incontestabile la supremazia militare statunitense, ma gli indubbi progressi tecnologici e scientifici cinesi, pur non consentendoci di fare previsioni, rendono altamente probabili, in tempi non lunghissimi, la possibilità di colmare il gap tra Cina ed USA. La questione di fondo è che Pechino ha un passo più veloce nell’innovazione: è qui che in sostanza il capitalismo mondiale prenderà le misure sul ruolo che i singoli paesi avranno nello scacchiere mondiale. Oggi la competizione sul mercato globale viene giocata da due competitori. Da una parte, Trump si presenta sulla scena con l’imposizione dei dazi, la politica delle cannoniere, ma soprattutto con il taglio dei finanziamenti pubblici alle sue migliori università; ostacola fortemente gli ambienti e le menti che dovrebbero essere protagoniste dell’intellighenzia, della ricerca, sia che si tratti di stranieri o di connnazionali non “allineati” alla sua politica, rinnegando il principio sacro del capitalismo secondo cui prima di tutto c’è il business, prima devi dimostrare di saper guadagnare, poi puoi dirmi come la pensi. Dall’altra parte, Pechino mostra un’altra faccia: un sistema scolastico ferocemente selettivo, che sceglie le “sue menti migliori”, le mette al servizio dello Stato e delle sue classi dirigenti impegnate in uno sfruttamento senza precedenti, vincendo la sfida per l’innovazione ed il futuro. Il capitalismo cinese è più pragmatico, lo ha imparato da millenni. Durante il “grande balzo” Deng Xiao Ping, il padre della Cina moderna, rispolverò l’antico detto mandarino, oggi più che mai attuale: “non importa che il gatto sia bianco o nero, l’importante è che acchiappi il topo”. Il che significa che gli affari si concludono con tutti i governi o gli interlocutori privati, il cui colore non interessa, perché l’importante è che l’affare vada a buon fine. Purtroppo chi paga il conto sono sempre gli sfruttati, e l’aguzzino è sempre lo Stato

Daniele Ratti

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Referendum Costituzionale Confermativo dei giorni 22 e 23 marzo 2026

VOTO PER CORRISPONDENZA DEI CITTADINI ITALIANI ALL’ESTERO E OPZIONE PER IL VOTO IN ITALIA

Con decreto del Presidente della Repubblica del 13/01/2026, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 14/01/2026, è stata fissata nei giorni 22 e 23 MARZO 2026 la data del referendum ex art. 138 della Costituzione per la modifica di alcuni articoli della Costituzione (c.d. “Riforma della giustizia”).

Si ricorda che il VOTO è un DIRITTO tutelato dalla Costituzione italiana e che, in base alla Legge 27 dicembre 2001, n. 459, i cittadini italiani residenti o temporaneamente all’estero, iscritti nelle liste elettorali, possono VOTARE PER POSTA, ricevendo il plico elettorale al proprio indirizzo di residenza. A tal fine, si raccomanda di controllare ed eventualmente regolarizzare immediatamente la propria situazione anagrafica e di indirizzo presso l’Ufficio consolare competente (si ricorda che per legge i plichi elettorali devono essere spediti quasi un mese prima della data del voto in Italia), utilizzando preferibilmente il portale online dei servizi consolari Fast It. 

In alternativa al voto per corrispondenza, gli elettori iscritti all’AIRE possono scegliere di votare in Italia presso il proprio comune di iscrizione elettorale, comunicando per iscritto la propria scelta (OPZIONE) al Consolato entro il 10° giorno successivo alla indizione della consultazione. La scelta (opzione) di votare in Italia vale solo per la consultazione referendaria rispetto alla quale è espressa.

L’OPZIONE deve pervenire all’Ufficio consolare non oltre i dieci giorni successivi a quello dell’indizione della consultazione, ovvero ENTRO IL GIORNO 24/01/2026.

Per tale comunicazione si può utilizzare l’apposito modulo scaricabile sia dal sito web del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (www.esteri.it) sia da quello del proprio Ufficio consolare di riferimento.

Il modulo, compilato, firmato e accompagnato da un documento d’identità, può essere consegnato o inviato al proprio Ufficio consolare di riferimento a mano, per posta, per posta elettronica ordinaria, per posta elettronica certificata [PEC]. I relativi indirizzi sono disponibili sul sito del Consolato di riferimento.

La comunicazione dell’opzione può anche essere scritta su carta semplice; in ogni caso per essere valida deve contenere nome, cognome, data e luogo di nascita, luogo di residenza e firma dell’elettore, ed è obbligatorio inviarla insieme a copia di un documento di identità del dichiarante.

La normativa vigente prescrive che sia cura degli elettori verificare che la comunicazione di opzione spedita per posta sia stata ricevuta in tempo utile dal proprio Ufficio consolare. Le richieste pervenute oltre il termine sopra indicato NON potranno essere ritenute valide.

La scelta di votare in Italia può essere successivamente REVOCATA con una comunicazione scritta da inviare o consegnare all’Ufficio consolare con le stesse modalità ed entro la stessa data prevista per l’esercizio dell’opzione.

La Legge NON prevede alcun tipo di rimborso per le spese di viaggio sostenute per il rientro in Italia in occasione del voto, ma solo agevolazioni tariffarie all’interno del territorio italiano.

PER OGNI ULTERIORE CHIARIMENTO CI SI PUO’ RIVOLGERE AL PROPRIO UFFICIO CONSOLARE DI RIFERIMENTO.

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Liberazione del connazionale Luigi Gasperin

Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani annuncia che in Venezuela il cittadino italiano Luigi Gasperin è definitivamente libero. Nella notte è stato reso esecutivo l’ordine di scarcerazione che era già stato emesso ma non era ancora stato recepito da una delle amministrazioni venezuelane. Gasperin è provato ma in condizioni stabili. Ha annunciato che vorrebbe rimanere in Venezuela e tornare alla città di Maturín (Stato Monágas) dove si trova la sua azienda.

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Quo vadis Venezuela? A fianco di ogni popolo, contro ogni governo

L’enorme pressione militare sul Venezuela ha dato i suoi frutti. Senza ricorrere all’invasione di terra, è bastato al governo USA esercitare un’accorta operazione di corruttela su gangli del regime individuati come malleabili e abbordabili per effettuare una specie di colpo di Stato. Sequestrati Maduro e consorte senza che le truppe d’assalto statunitensi versassero una solo goccia di sangue, Trump ha dato il via libera ad un governo costituito dalla stessa élite dell’epoca maduriana. L’ex presidente che diventa presidente, il fratello che apre le porte delle carceri agli oppositori che lui stesso e i suoi accoliti avevano messo dentro, il ministro delle risorse energetiche che stringe i patti con chi vuole mettere le mani sull’oro nero, qualcuno che fa finta di inneggiare al presidente deposto. Insomma una scena da cabaret, se non fosse per il centinaio di morti (tra i quali i trentadue miliziani cubani che costituivano la guardia del corpo: evidentemente Maduro si fidava ben poco dei suoi).

Passati i primi giorni di attesa attraversati dal timore e dalla paura, mentre all’estero i venezuelani festeggiavano per la caduta del presidente, gruppi di manifestanti si sono riversati nelle strade delle principali città del paese per denunciare l’aggressione statunitense e rivendicare l’indipendenza nazionale.

Provenienti dalle periferie, dai sobborghi della capitale, agitando gli emblemi della ‘rivoluzione bolivariana’, erano e sono la dimostrazione più evidente della profonda frattura che divide il Venezuela.

Quando nel 1998 Hugo Chavez – che già nel 1992 fu protagonista di un fallito colpo di Stato per rovesciare il presidente Carlos Pérez accusato di corruzione – vinse con un largo margine le elezioni, affermò di voler governare opponendosi a tutti i segmenti del potere tradizionale della società venezuelana per avviare una rivoluzione del sistema politico nazionale, abbracciando una piattaforma anti-neoliberale.

Chavez non veniva dal nulla, ma era il frutto di una società attraversata da una profonda divisione di classe legata all’ineguale distribuzione dei proventi della vendita del petrolio in una fase di vertiginosa crescita del suo prezzo nel mercato internazionale. Nell’ultimo ventennio del Novecento il Venezuela godeva del più alto tasso di reddito pro capite dell’intero continente, ma questa ricchezza andava ad alimentare sprechi e corruzione, creando ricchezze sempre più ingenti e facendo sprofondare nella povertà settori della popolazione già emarginati per il colore della pelle, per la mancanza d’istruzione, per la precarietà del lavoro.

Le cosiddette terapie d’urto neoliberali, in voga nel periodo, aggravarono la situazione generando conflitti sociali, fuga dei capitali all’estero e aumento del debito estero. In soli 11 anni la percentuale di coloro che vivevano sotto la soglia di povertà passò dal 36% del 1984 al 66% del 1995; quelli che vivevano in condizioni di estrema povertà passarono dall’11% al 36%.

È questo il contesto che portò alla vittoria elettorale Hugo Chavez, che rivolse l’attenzione sua e del suo governo alla lotta contro la povertà e l’emarginazione dei settori più deboli della popolazione. Le prime misure adottate riguardarono l’introduzione per la prima volta nella storia del paese del sistema di sanità universale, l’assicurazione di un pasto giornaliero in migliaia di scuole, la scolarizzazione diffusa, l’inserimento nel processo decisionale politico di vasti segmenti della società tradizionalmente esclusi (donne, popolazioni indigene, persone omosessuali), la riforma agraria tesa a distribuire ai contadini la terra incolta dei grandi proprietari terrieri, la riforma delle aree urbane stabilendo il diritto di proprietà sulle occupazioni illegali e promuovendo l’autogoverno delle comunità tramite l’istituzione di comitati territoriali costituiti da non più di 200 famiglie provenienti dai quartieri poveri. Una serie di misure di stampo sostanzialmente socialdemocratico, ma che in un paese come il Venezuela, governato da due partiti borghesi, assolutamente indifferente alle condizioni di vita dell’80% della popolazione, rappresentarono una rottura nell’ordine delle cose.

Per finanziare queste misure Chavez istituì, per la prima volta nella storia del paese, una serie di tasse per quanti godevano di redditi significativi. Ovviamente le parti più ricche della società non accolsero favorevolmente questa decisione, mentre il ceto medio non ebbe nessuna ricaduta positiva dalle politiche chaviste.

L’11 aprile 2002 un colpo di Stato, orchestrato dalle forze di opposizione in combutta con la presidenza USA, occupata allora da Bush, cercò di scalzare Chavez dal potere. Per 47 ore il presidente venne deposto e sostituito da Pedro Carmona, capo della federazione commerciale, ma imponenti manifestazioni popolari e l’appoggio di settori dell’apparato militare lo rimisero al suo posto.

Il fallimento del golpe rafforzò Chavez, anziché indebolirlo e mise le basi del regime, che venne riconfermato con le elezioni del 2000, 2006 e 2012. Elezioni sulle quali sono state presentate molte denunce relative a irregolarità di vario tipo. La morte di Chavez aprì le porte al suo successore, Maduro, con i risultati che abbiamo visto e dei quali abbiamo scritto nell’articolo di UN del 16 novembre.

Trump deve avere imparato la lezione ricevuta da Bush nel 2002, operando in modo diretto piuttosto che delegare a settori dell’opposizione interna la gestione del golpe contro Maduro.

D’altronde si è trovato ad operare in una situazione in cui l’élite madurista ha dimostrato da tempo di aver messo la sordina all’eredità di Hugo Chavez, proteggendo sostanzialmente i propri privilegi, a scapito delle condizioni di vita non solo dei milioni che hanno dovuto abbandonare il paese sia per motivi economici che politici, ma anche degli stessi loro primitivi sostenitori, spesso e frequentemente repressi nel corso degli scioperi e delle manifestazioni di protesta contro il regime (ricordiamoci delle violenze poliziesche del 2017 con 120 morti nelle piazze).

Il ricorso, sempre più frequente, alla repressione delle opposizioni, l’emarginazioni dei settori critici dello stesso chavismo, la messa fuori legge di partiti come il Partito Comunista, l’arroccarsi in difesa di uno Stato sempre più legato ai proventi del petrolio, l’adozione di forme di governo sempre più dittatoriali accompagnate da politiche economiche fallimentari hanno progressivamente indebolito l’immagine stessa di Maduro, trasformandolo in un capo espiatorio per la salvezza degli interessi dei suoi ex sodali.

Trump vuole il petrolio e soprattutto vuole che non vada in Cina. Preferisce mercanteggiare con il governo chavista piuttosto che si scateni un conflitto tra le correnti venezuelane, tra la borghesia e i ceti popolari, inaugurando una scenario di tipo libanese.

Sta ora, una volta di più, alle componenti storicamente più sfruttate che hanno beneficiato di una politica di redistribuzione della ricchezza sociale, difendere quanto ottenuto. Lo possono fare se solo abbandonano la fiducia nei loro governanti, che proprio in questi giorni hanno dimostrato quanto hanno a cuore i propri interessi invece degli interessi di coloro che agitano in piazza le bandiere chaviste.

E gli stessi che ora si sbracciano per la fine di Maduro stiano molto attenti, perché ottenere la liberazione da un potere esterno comporta sempre la subordinazione agli interessi dello Stato dominante, in una situazione di tipo coloniale.

È un’indicazione questa che dovrebbe essere presente soprattutto in una fase come questa, di ripresa di pratiche di guerra su scala mondiale.

Se vogliamo perseguire la libertà di tutti i popoli bisogna abbandonare le scelte di campo a favore di questo o di quello Stato, di questo o di quel governo.

Nemici di ogni Stato e di ogni governo gli anarchici hanno sempre reclamato il diritto di vivere e di svilupparsi nella piena libertà di tutti i gruppi sociali ed etnici come di tutti gli esseri umani. Ed è per quello che, oggi come allora, siamo a fianco di ogni popolo che lotta per la sua libertà, quella vera, costruita con l’autodeterminazione e nell’autogestione, contro ogni potere interno ed esterno.

In Venezuela, in Palestina, in Iran, in Sudan, in Siria, ovunque.

Massimo Varengo

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Non sarà Trump a liberare l’Iran

In Iran, scrisse nelle sue memorie sulla rivoluzione khomeinista del 1979 l’ambasciatore britannico Anthony Parson, non abbiamo fallito per mancanza di informazione ma di immaginazione. Ecco forse non bisogna ripetere lo stesso errore adesso che stiamo chiedendoci cosa accadrà e ci sembra di essere impotenti di fronte alle stragi nelle città iraniane.

La domanda è se un intervento esterno possa aiutare l’opposizione ad abbattere un regime al potere da oltre 45 anni in un Paese di 90 milioni di abitanti, 1,6 milioni di chilometri quadrati con le quarte riserve al mondo di petrolio e le seconde di gas che, messe a regime, potrebbero rifornire i consumi di tutta l’Unione europea. Già in poche righe c’è tutto: attaccare l’Iran significa attaccare una potenza nel cuore pulsante del Medio oriente.

L’unico stato della regione che occupa con il nome di Persia più o meno gli stessi confini da tremila anni e da sempre i nostri libri di storia greco-romana. Non c’è iraniano, pro o anti-regime, che non sia cosciente di questo: il nazionalismo è il vero collante di un Paese che ha sempre visto il mondo arabo e i vicini come ostili.

Gli interventi esterni nell’ultimo mezzo secolo abbondante hanno avuto esiti tragici e contrari al loro obiettivo. Il colpo di stato anglo-americano del 1953 contro il leader laico e democratico Mossadeq (nazionalizzatore del petrolio) riportò lo Shah Pahlevi al potere dittatoriale della corona ma aprì la strada al processo rivoluzionario.

Nel settembre 1980 l’Iraq di Saddam Hussein attaccò l’Iran con il sostegno di tutti gli stati arabi (tranne la Siria), dell’Unione sovietica, degli Usa e gran parte dell’Europa. Tutti pensavano che Teheran, priva dell’esercito dello Shah e dell’aiuto americano, in pieno marasma rivoluzionario, sarebbe crollata in poche settimane. Il risultato fu una guerra di otto anni con un milione di morti che invece di indebolire rafforzò il regime di Khomeini e la repressione interna.

Gli interventi militari esterni occidentali in Medio oriente sono stati dei fallimenti, dall’Afghanistan, all’Iraq alla Libia. Gli iraniani li hanno osservati da vicino pagando un prezzo: il crollo dell’Iraq ha rappresentato l’ascesa dell’Isis, un gruppo radicale sunnita che era diventato una minaccia mortale per gli sciiti iraniani. L’Isis fu fermato a un’ora di auto da Baghdad dai pasdaran e dalle milizie del generale iraniano Qassem Soleimani, poi fatto fuori da un missile proprio da Trump.

Una parte degli iraniani, soprattutto della diaspora estera, punta su un intervento esterno come ha evocato Trump perché pensa che questa sia l’unica possibilità di rovesciare un regime. Molti altri sono contrari perché c’è il rischio di alimentare la propaganda del regime sulla «mano straniera», una carta che la Guida suprema Khamenei ha già giocato sin dai primi giorni delle proteste accusando Usa e Israele. Dopo quanto accaduto a Maduro in Venezuela, si affaccia l’ipotesi di un’operazione speciale per sequestrare anche lui. Potrebbe non bastare perché se è vero che la Guida ha l’ultima parola, l’Iran non è una dittatura ma un sistema autocratico e repressivo assai vasto, oliato da anni di guerre.

Minato dalle sanzioni, dopo i disastri subiti da Hamas, Hezbollah e la caduta del siriano Assad, il sistema ha fallito per la sua inefficienza sotto il profilo economico e dell’influenza regionale (tranne che in Iraq e Yemen) ma l’apparato militare e poliziesco è ancora funzionante.
Siamo sicuri che i vicini di Teheran vogliano davvero un Iran democratico? La Turchia di Erdogan, membro della Nato, ha degli accordi con gli ayatollah, ma l’Iran è un Paese storicamente concorrente e dotato di risorse enormi. Gli stati del Golfo poi sono tutte monarchie sunnite assolute e non si sa quanto guarderebbero con simpatia una democrazia ai loro confini.

Ma soprattutto Trump è intenzionato a lanciare un’azione in larga scala contro l’Iran? Il presidente americano oggi esaminerà varie opzioni dai cyber attacchi a obiettivi militari e civili, a nuove sanzioni e anche bombardamenti (in coordinamento con Israele). Ma non pare che voglia rischiare di rimanere impantanato in qualche conflitto di lungo termine. Come dimostra il Venezuela, Trump punta a interventi mirati, spettacolari, che non è detto portino alla democrazia o a un cambio di regime. Al petrolio invece sì, ci tiene molto, quello conta tantissimo.

Informando l’opinione pubblica che l’Iran potrebbe essere disposto a negoziare, Trump fa capire che i pozzi iraniani di oro nero, che riforniscono la Cina, sono un obiettivo principale. Come e ancora più del Venezuela, l’Iran è una questione internazionale. La Cina, maggiore acquirente del petrolio iraniano, ha dichiarato il suo appoggio al regime mentre Russia, Cina e Iran stanno tenendo esercitazioni navali congiunte in Sudafrica (Brics). In Iran e in Medio Oriente come diceva Lord Curzon ogni goccia di petrolio equivale a una goccia di sangue.

Ma allora come fermare la strage degli iraniani? Forse ci vuole appunto un po’ di immaginazione politica e di consapevolezza su come aiutarli, anche all’estero, a elaborare un piattaforma politica e una dirigenza che superi le loro divisioni. L’Iran democratico è ancora da immaginare e progettare. Ma un giorno potrebbe sorprendere gli ayatollah e magari pure Trump.

Articolo pubblicato dal manifesto il 12 gennaio 2026

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Non dimentichiamo la rivoluzione bolivariana

Quello che mi preoccupa di quanto sta accadendo in questi giorni non è solo la sorte del Venezuela, mi allarma la sorte della nostra democrazia. Se finiremo per subire il diktat di Trump, lodandolo come ha cominciato a fare Meloni, oppure silenziosamente incassando il rapimento di Maduro in quanto fatto compiuto come quasi tutti gli altri capi di governo europei, sarà meglio smettere di credere che noi stessi viviamo in paesi democratici. Non c’entra tanto il giudizio su cosa ha fatto Trump, che per fortuna ha lasciato molti almeno interdetti, ma il criterio generalmente accettato con cui si definisce cosa e chi sia democratico e cosa e chi no.

Se si accoglie l’idea che Trump forse è stato eccessivo e però Maduro è realmente un pericolo da cacciare dalla scena per poter affidare le sorti della democrazia esattamente a quella compagine di destra che nel 2002, a poco più di un anno dalla elezione democratica di Hugo Chavez come presidente del Venezuela, operò un golpe contro di lui, allora possiamo dire addio anche alla nostra democrazia. Nei fatti, stanno tutti già trattando per avere una nuova leadership del Venezuela, in continuità proprio con i golpisti del 2002.

ACCETTARE l’idea che Maduro sia una minaccia mortale per la democrazia americana e mondiale e che dunque cacciarlo sia un’assoluta priorità è già una scelta compiuta. Salvo i paesi dei Brics, tutti stanno dando per scontato che non deve esserci più alcuna continuità con lo stato bolivariano ancora ufficialmente riconosciuto dall’Onu. Già si stanno facendo i nomi di chi lo dovrà rappresentare, tutti appartenenti all’area di coloro che arrestarono Chavez e però furono obbligati a restituirgli il potere perché sconfitti dalla protesta popolare.

Il popolo dei barrios è composto quasi solo da indios, quelli che le élite venezuelane, ristretta minoranza di discendenza europea, non considera neppure cittadini al punto da meravigliarsi dei tanti voti bolivaristi («chi sono? devono essere schede illegalmente messe nell’urna»). Ricordo bene quando il nome di Jimmy Carter, ex (raro) presidente Usa, membro di una commissione internazionale di sorveglianza sulla correttezza del voto, comparve sui muri di Las Rosas e Las Mercedes, i quartieri ricchi della capitale, accompagnato dalla indicazione «Kgb»: lo accusavano di essere un agente dei servizi sovietici!

C’È QUALCUNO che del golpe del 2002 ha sentito parlare e in questo contesto ricorda cos’è stata la straordinaria esperienza democratica che ha vissuto il Venezuela? Bisognerebbe rimettere in circolazione il bel documentario inglese girato in quei giorni a Caracas a partire dal momento in cui il presidente in carica viene arrestato nel palazzo di Miraflores. Poi le immagini della schiera dei golpisti trionfanti: i rappresentanti della Confindustria, la petrolifera Pdvsa, i sindacalisti corrotti e strapagati, un’estesa burocrazia, autorità ecclesiastiche di alto livello, signore della borghesia con il cappellino, una schiera di ambasciatori occidentali.

Infine, a valanga, le immagini del popolo che scende giù dai barrios sulle colline, una folla incredibile, disarmata ma così estesa che dopo tre giorni i golpisti sono costretti a cedere e a liberare il presidente incarcerato. Era passato poco dall’elezione di Chavez ma quanto il governo aveva cominciato a fare era già bastato a mobilitare quel pezzo di Venezuela che di solito non si vede: il film sembra un affresco di Diego Rivera, l’epopea del popolo nel palazzo di governo di Città del Messico.

SE OSI RICORDARE Chavez, ribattono secchi che Maduro non è Chavez, malauguratamente ucciso da un cancro nel 2013. Lui è un dittatore, anzi il più pericoloso dittatore esistente, «il capo del traffico mondiale di stupefacenti», accusa così ridicola che non vale la pena confutarla. Bisognerebbe interrogare in merito il presidente della Colombia, Petro, il primo capo di stato democratico eletto in quel paese, una delle più belle rare recenti vittorie. Certamente competente, visto che il suo paese è da sempre vittima della più potente rete di spaccio internazionale da cui sta cercando di liberarsi, proprio grazie al nuovo presidente.

Maduro certo non è Chavez, non ha la sua capacità, la sua cultura. È vero che ha preso misure anti democratiche, non perché ha cambiato l’impianto costituzionale ma perché è ricorso a decreti e ha proceduto ad arresti illegittimi. Molte accuse sono vere, ma mi fa orrore pensare che venga giustificato il suo rapimento per queste imperdonabili colpe.

SE È A QUESTA gara di democrazia che vogliamo partecipare, dovremmo riflettere su una questione decisiva: perché a partire da un certo momento c’è stata nella repubblica bolivariana del Venezuela un crescendo di violazione di diritti? Nemmeno uno che ricordi l’embargo omicida imposto dagli Stati uniti, misure pesantissime per un paese pur ricchissimo di materie prime ma con una struttura economica elementare, priva della possibilità di fornire quanto è indispensabile alla sopravvivenza di un popolo.

Cibo, innanzitutto, visto che il petrolio non si mangia. Peggio ancora l’embargo sui medicinali, un ingiustificato atto di una guerra che ha massacrato il paese: una Ong americana ha denunciato la morte di almeno 40mila venezuelani per mancanza di farmaci che avrebbero potuto salvarli. Questa vera e propria strozzatura del paese, analoga a quella imposta da 65 anni a Cuba, ha ovviamente prodotto malavita e ha incoraggiato l’emigrazione. E allora, giusto denunciare i molti errori che nel gestire questa situazione sono stati fatti da Maduro, un leader inadeguato a una situazione così difficile. Ma pesa il disinteresse che il nostro egoismo occidentale produce per tutto quanto non ci colpisce direttamente.

CARACAS ERA diventata la capitale della più interessante rivoluzione democratica dei nostri tempi, ma quasi nessuno in Europa le prestò attenzione, e quasi nessuno oggi ricorda cosa sia stata. Un’ignoranza che impedisce di giudicare il Venezuela di oggi e di valutare correttamente gli errori che di certo Maduro ha compiuto, non tali però da poterlo dipingere come il più pericoloso dittatore della storia. Accuse tra l’altro che ignorano i devastanti colpi che gli Stati uniti hanno inferto al paese in questi anni.

Tutto questo oltreché tristezza mi suscita una rabbia incontenibile anche perché io sono stata su e giù per il centro America negli anni a cavallo del millennio, in quanto vicepresidente della delegazione permanente del parlamento europeo nell’America centrale, un impegno mischiato a quello di inviata del manifesto, come è scritto in capo ai miei tantissimi articoli ritrovati in questi giorni nel nostro archivio.

ERANO GLI ANNI di Porto Alegre, dei Forum no global dove incontrarsi con Chavez o Morales era frequente e normale. Le cose da raccontare sulla fase ahimè bruscamente interrotta dal cancro che stroncò Chavez prima ancora che compisse 60 anni sono tante. Lui stesso si è fatto alcune critiche, innanzitutto non esser riuscito ad avviare un progetto di sviluppo economico del paese per concentrarsi sulla spesa sociale, quella destinata a garantire al popolo dei barrios l’istruzione, la salute, il potere. Perché, diceva, a me interessa in primo luogo il capitale umano. In realtà la sostanza del progetto economico c’era. Proprio quello che ha messo paura agli Stati uniti, lanciato a a Cuzko, antica capitale degli Incas, nel 180mo anniversario della vittoria dei popoli indigeni per liberarsi dallo schiavismo.

L’IDEA ERA creare un mercato comune che abbracciasse tutto il continente meridionale, come aveva fatto l’Europa. Ben più efficace dell’Unione europea – scrisse il grande economista brasiliano Theotonio dos Santos – perché si trattava di una comunità corrispondente a un’identità politico culturale fondata su un dato storico e geografico molto più forte di quello della Ue: l’aver sofferto tutti, ugualmente, della colonizzazione spagnola e portoghese, poi americana. Questo progetto è il peccato che gli Usa non perdonano, quello che mette loro paura e che Washington definisce la «pericolosa minaccia venezuelana alla sicurezza nazionale degli Stati uniti».

Articolo pubblicato sul manifesto del 6 gennaio 2026

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Attacco al Venezuela: Trump ordina il bombardamento. È l’inizio di una catastrofe?

Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

Dopo Maduro i guerrafondai continueranno con la litania invaso invasore? I caccia USA bombardano Caracas e numerose basi militari in Venezuela. L’amministrazione Trump ha dato l’ordine di bombardare diversi siti in Venezuela, comprese basi militari nel Paese. Numerose esplosioni sono avvenute alle 2 di notte, ora locale (le 7 del mattino in Italia), nella capitale del Venezuela, Caracas, e in altre località negli Stati di Miranda, Aragua e La Guaira. Ad essere state colpite, secondo le prime notizie, sono state delle basi militari, e in particolare la caserma più importante del Paese, Fort Tiuna, e la base aerea di La

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Économie : comprendre l’intervention américaine au Venezuela

Il ne s’agit pas de minorer les aspects idéologiques ou géopolitiques de l’intervention américaine – réaffirmer la doctrine Monroe, asseoir des sphères d’influence impériales.

Mais c’est bien le pétrole qui constitue le mobile essentiel de ce coup de force : l’accaparement et l’extraction des plus importantes réserves d’or noir du monde, longtemps exploitées avec une profitabilité inouïe par les multinationales américaines et leurs actionnaires.

Maduro était un dictateur brutal et corrompu, mais Trump s’entend très bien avec de nombreux dictateurs brutaux et corrompus, cela ne génère chez lui nulle hostilité.

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U.S.A.: COA(LI)ZIONE A RIPETERE

L’attacco USA-UK contro lo Yemen mostra ancora una volta come gli Stati Uniti siano irrimediabilmente prigionieri di sé stessi, o meglio ancora dell’immagine di sé che hanno sempre proiettato sul mondo. C’è, in questa mossa assolutamente sciocca, l’ennesimo riverbero della presunzione d’essere il gendarme del mondo, l’ente superiore cui spetta il compito di mantenere il fantomatico “ordine internazionale basato sulle regole” – che poi null’altro è se non un inesistente fantoccio, una copertura che Washington adatta di volta in volta a giustificazione del proprio agire nel proprio esclusivo interesse.
Che queste presunte regole ordinatrici del mondo non siano altro che l’interesse egemonico statunitense, ed in senso più ampio dell’occidente, è cosa chiarissima alla stragrande maggioranza del pianeta, e non certo da oggi, ma una serie di cambiamenti geopolitici intervenuti negli ultimi tempi – uno su tutti, la guerra in Ucraina – hanno mostrato che questo ordine a stelle & strisce è sfidabile, non è più qualcosa cui sia necessario sottomettersi, sia pure obtorto collo.

Questi cambiamenti hanno reso più visibile ciò che si sapeva, a partire dal fatto – appunto – che questo presunto “ordine internazionale basato sulle regole” non solo è una mera invenzione americana, un contenitore vuoto cui di volta in volta gli USA danno il significato che vogliono, ma che è anzi in netto contrasto con l’unico ordine internazionale cui si possa fare legittimamente riferimento, ovvero quello delineato nei trattati internazionali e nella Carta della Nazioni Unite – pur con tutti i suoi limiti. E infatti l’attacco anglo-americano avviene non solo senza alcun mandato dell’ONU, ma in patente violazione delle sue regole.
Ma la illeicità dell’azione militare è, per certi versi, l’aspetto meno rilevante, giacché – come si diceva all’inizio – si tratta di una mossa sciocca, del tutto priva di alcuna efficacia; anzi, capace di sortire esattamente l’effetto opposto a quello dichiarato.
Se, infatti, il blocco imposto dagli Houti sullo stretto di Bab al-Mandeeb, pur relativo esclusivamente alle navi dirette in Israele o ad esso connesse, ha comunque determinato un massiccio spostamento delle rotte commerciali, indipendentemente dalla destinazione, è del tutto evidente che determinare addirittura uno stato di guerra significa amplificare al massimo la minaccia, e spingere ancor di più il traffico marittimo a scegliere rotte alternative.

Del resto, la micro-coalizione messa in piedi da Washington sa perfettamente che, a meno di avventurarsi in una folle invasione terrestre dello Yemen, non è assolutamente in grado di sconfiggere gli Houti, ma solo di infiammare ancor più la regione. E questa impossibilità non deriva semplicemente dal fatto che dietro vi sia la potenza dell’Iran, né tantomeno dalla consapevolezza che gli Houti dispongono di un potentissimo arsenale missilistico, ma dalla semplice constatazione storica: dal 2015, lo Yemen è stato in guerra con i 6 paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, guidati dall’Arabia Saudita, supportati da Marocco, Giordania, Sudan e Pakistan – oltre ovviamente che dagli USA. E questa potente coalizione non è riuscita a piegare il governo yemenita degli Ansarullah, sostenuto da Teheran, ma è quasi arrivata ad esserne sconfitta. Solo la mediazione cinese, che ha posto fine allo storico scontro tra Iran ed Arabia, ha portato poi al cessate il fuoco.
Dunque Washington e Londra sanno benissimo che qualche salva di missili non servirà assolutamente a piegare gli Houti.

Oltretutto, anche a prescindere dal rischio di allargare il conflitto, con contraccolpi potenzialmente devastanti per l’occidente, la piccola squadra navale anglo-americana deve confrontarsi con un problema pratico, ovvero la sua inadeguatezza a sostenere uno scontro prolungato – che è poi il gigantesco problema dell’intero NATOstan. Tutta la struttura dello strumento militare occidentale, infatti, è tarata non soltanto sulle guerre asimmetriche, ma sulla possibilità di risolverle rapidamente, grazie alla potenza soverchiante di un first strike. Quando questa possibilità non sussiste, il sistema entra in crisi.
Innanzi tutto, per restare allo specifico quadrante di guerra, sia la marina statunitense che quella britannica sono abbastanza vecchie, e scontano soprattutto un grandissimo deficit, quello della mancanza di un numero adeguato di navi rifornimento. Anche se gli USA dispongono di numerose basi nell’area medio-orientale, rifornire di munizioni la squadra navale è una operazione complicata; proiettili d’artiglieria e missili dovrebbero essere imbarcati su elicotteri in grado di atterrare su una portaerei, e poi da questa trasferiti alle altre navi. O, semplicemente, ad un certo punto la squadra dovrebbe allontanarsi per rifornirsi in un porto amico.
Tenendo presente che che gli yemeniti potrebbero lanciare ondate di attacchi usando droni da 5.000 $, per abbattere i quali le navi dovrebbero usare missili da 1.000.000 di dollari…

Per quale ragione, quindi, USA e UK hanno portato a termine un attacco pieno di controindicazioni?
Non favorirà la ripresa del traffico marittimo, semmai il contrario.
Non fermerà l’azione yemenita in sostegno della Palestina.
Esporrà le basi statunitensi in M.O., e la stessa flotta, ad un incremento degli attacchi da parte della Resistenza islamica.
Renderà più evidente la strafottenza americana verso le Nazioni Unite e le regole del diritto internazionale.
Alimenterà una possibile escalation del conflitto, col rischio che diventi regionale se non addirittura più vasto.
Sminuirà l’azione dei medesimi Stati Uniti per evitare l’espandersi del conflitto, mostrandone la doppiezza politica (col povero Blinken costretto a sostenere l’inverosimile tesi che bombardare lo Yemen non è una escalation ma il suo contrario…).
La risposta alla domanda è tristemente facile quanto ovvia: coazione a ripetere. Gli USA sono consapevoli di aver perso il loro principale strumento di dominio, la capacità di deterrenza (che si riassume nel poter utilizzare lo strumento bellico soprattutto come minaccia), e cercano disperatamente di ripristinarlo, ripetendo uno schema d’azione consolidato, indifferenti al fatto che i cambiamenti geopolitici l’hanno reso obsoleto ed inefficace.

La coazione a ripetere, il tentativo di ottenere una vittoria rifacendo all’infinito le stesse mosse, non è che un sintomo dell’incapacità dell’impero americano di affrontare i cambiamenti intervenuti nel quadro geopolitico globale. La sua inadeguatezza a comprenderlo ed affrontarlo è causa ed effetto del suo rifiuto di accettare il mutamento. Così come una leadership spaventosamente approssimativa è, allo stesso tempo, il prodotto del declino imperiale e la causa che accelera il declino stesso. Tutto ciò lo rende sempre più inevitabile, ma al tempo stesso moltiplica il rischio che alla fine prevalga la ricerca di un risolutivo Armageddon.

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Chi vuole allargare la guerra in Medio Oriente (e perché)

Per tutta la prima fase del rinnovato conflitto palestinese, a partire dall’attacco della Resistenza del 7 ottobre, la stampa israeliana ha martellato sul pericolo costituito da Hezbollah; del resto, quando Israele tentò di invadere (nuovamente) il Libano, nel 2006, prese una bella batosta proprio dalla milizia sciita, che all’epoca era assai meno potente. Non a caso, oltre 230.000 israeliani sono stati fatti sfollare dal nord del paese, proprio per timore degli attacchi dal Libano, e l’IDF mantiene lì gran parte dei suoi sistemi antimissile Iron Dome.

Il governo israeliano è ben consapevole che un confronto con Hezbollah è potenzialmente devastante, anche perché mobiliterebbe immediatamente, ad un livello ben maggiore dell’attuale, tutte le formazioni dell’Asse della Resistenza; non solo in Libano, ma anche in Iraq, in Yemen ed in Siria. Già ora si ritiene che nel paese dei cedri vi siano alcune migliaia di combattenti iracheni. E chiaramente il supporto americano – che certamente non mancherebbe – non potrebbe andare molto oltre un appoggio aereo-navale: le poche migliaia di militari statunitensi presenti nell’area sono praticamente quasi ovunque circondati da forze ostili.

Di fondo, quindi, per quanto potrebbe piacergli, a Tel Aviv sanno bene che una guerra con Hezbollah avrebbe un costo assai elevato; ma, oltre al desiderio di eliminare quella che considerano una spina nel fianco, l’ambizione maggiore è riuscire a colpire l’Iran, almeno in modo tale da rinviare il più possibile la possibilità di costruire un ordigno nucleare, e di effettuare un first-strike contro Israele. Ma anche l’Iran non è più quello di qualche anno fa, ed un conflitto con Teheran avrebbe costi enormi per Israele. A meno, ovviamente, di trascinarvi dentro anche gli USA. O meglio, il calcolo israeliano prevede comunque di subire grossi danni, ma grazie all’intervento americano – ritiene – il potenziale bellico (nucleare e non) iraniano verrebbe annientato, e quindi il gioco varrebbe la candela.

Il punto è che a Washington non sono affatto dell’idea di farsi coinvolgere in un conflitto del genere, adesso. Intanto, perché paralizzerebbe le rotte commerciali e farebbe salire alle stelle il prezzo del petrolio: Bab el Mandeeb ed Hormuz verrebbero immediatamente chiusi totalmente al traffico marittimo. Poi perché stanno ancora cercando come uscire dal pantano ucraino, e Israele dipende al 100% dai rifornimenti statunitensi. Per non parlare del fatto che in quell’area gli USA hanno moltissime basi militari, che si trasformerebbero in un attimo in altrettanti obiettivi. E non per i razzetti con cui le punzecchiano le milizie irachene, ma con gli ipersonici iraniani. E non solo le basi in Iraq e Siria, ma quelle strategiche a Gibuti ed in Qatar. Gli USA vogliono distruggere il regime degli ayatollah almeno quanto gli israeliani, ma non adesso.

Il problema è che Israele è in un cul-de-sac. La campagna genocida nella Striscia di Gaza ha chiaramente fallito l’obiettivo di provocare un esodo dei palestinesi verso l’Egitto o altrove, non solo perché non se ne vanno, ma anche perché il progetto di una nuova Nakba appare inaccettabile persino ai migliori amici di Israele. La guerra contro la Resistenza poi è un fallimento totale. A quasi tre mesi dal 7 ottobre, l’IDF non è riuscita né a prendere il controllo della Striscia, né a distruggere la rete infrastrutturale di Hamas e degli altri gruppi armati, né tanto meno a liberare anche un solo prigioniero. Al contrario, le perdite – per quanto cerchino di nasconderle – sono elevatissime, sia in termini di uomini che di mezzi. Nei primi tre giorni dell’anno, l’IDF ha ammesso la perdita di oltre 70 militari ed ufficiali. Un disastro, preludio alla sconfitta conclamata.

Da qui, l’urgenza spostare non solo l’attenzione, ma l’intero asse del conflitto. Tutta la banda di fanatici estremisti che governa il paese sa bene di avere i giorni contati, e che la fine della guerra significa anche la loro fine politica; tanto più se dovesse finire appunto con una sconfitta. Uno shock per l’intera Israele, che all’inizio si scaricherebbe proprio sui vertici politici e militari.
Dunque, mentre gli Stati Uniti ritirano dal Mediterraneo orientale la squadra navale guidata dalla portaerei G. Ford, e balbettano alle porte del mar Rosso con la fallimentare ‘missione navale internazionale’, ecco che vengono messi a segno in brevissimo tempo tre attacchi miratissimi (anche e soprattutto in senso politico): un attacco aereo in Siria uccide un alto generale dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, poi l’uccisione del numero due di Hamas a Beirut, nel cuore di un quartiere controllato da Hezbollah, ed infine il devastante attentato terroristico in Iran (oltre 100 morti) a pochi passi dalla tomba del generale Soleimani e nel giorno dell’anniversario dell’attentato in cui fu ucciso. L’intento di provocare una reazione è smaccatamente evidente, e lo scopo è proprio quello di rilanciare per coprire il fatto che Israele sta perdendo.

Una mossa azzardatissima, che rischia di scatenare un conflitto potenzialmente devastante bel oltre l’ambito regionale, e che darebbe fuoco alle polveri in un’area di interesse strategico mondiale, in cui tra l’altro militari russi e americani si trovano a pochi chilometri gli uni dagli altri (in Siria). Senza dimenticare che, se per gli USA è inimmaginabile lasciar distruggere Israele, per la Russia (ma anche per la Cina) è inaccettabile lasciar distruggere l’Iran; che, non va dimenticato, è non solo un importante partner militare – soprattutto per Mosca – ed un membro dei BRICS+, ma anche uno snodo fondamentale nelle rotte commerciali euroasiatiche che Russia e Cina stanno sviluppando.

Scatenare un conflitto in quell’area, in cui si intrecciano molteplici interessi strategici, sarebbe una vera e propria follia. Ma Israele ha sempre mostrato di essere totalmente disinteressata al resto del mondo, e di considerare solo e soltanto quello che crede il proprio interesse. Per di più, in questa fase lo stato ebraico si trova in una congiuntura particolare, con un governo fanatico ma fragile, con le forze armate che hanno perso in 48 ore l’aura di invincibilità e che annaspano in palese difficoltà, e con un paese stordito e spaventato, che si rifugia nel fanatismo religioso e nel razzismo esasperato come antidoto alla paura.

Siamo insomma ad un passaggio in cui le possibilità di evitare un disastro epocale sono quasi esclusivamente in carico a coloro che consideriamo barbari, autocrati e terroristi, poiché è dalla loro lungimiranza, dalla loro capacità di non cadere nelle gravissime provocazioni, che dipende l’esplosione o meno del conflitto più prossimo ad una guerra mondiale.
Fortunatamente per noi, Khamenei, Nasrallah, Haniyeh, Jibril e gli altri, hanno sinora dimostrato di possedere questa capacità. Resta da vedere sin dove si spingerà Israele, se questo non dovesse bastare, e quanto loro sapranno e potranno non prestare il fianco al nemico.

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LA CATABASI IMPERIALE

Benché sia una delle cose che capitano più di frequente, non bisognerebbe mai dimenticare la lezione di von Clausewitz, la guerra come proseguimento della politica con altri mezzi. Dunque non solo la guerra – ogni guerra – è già di per sé un atto politico, ma i suoi obiettivi, benché si cerchi di conseguirli attraverso lo strumento militare, sono e restano di natura politica. Dunque, una guerra che fallisce i suoi obiettivi politici è una guerra persa, anche se ha prevalso in ogni battaglia.

La guerra ucraina, ad esempio, è cominciata con obiettivi politici ovviamente diversi, per l’una e l’altra parte; ma soprattutto, ad un certo punto ha visto la Russia modificare i suoi, o meglio ancora, l’ha vista modificare la strategia militare attraverso cui conseguirli. Tra questi obiettivi, le conquiste territoriali sono sempre state secondarie, mentre il focus principale è sempre stato sulla smilitarizzazione dell’Ucraina (e la sua denazificazione). Obiettivo che Mosca ha dovuto alfine perseguire attraverso la via più radicale, ovvero la distruzione materiale delle forze armate ucraine. Obiettivo ormai quasi completamente conseguito, ed ottenuto applicando una tattica ed una strategia basata sul logoramento massivo del nemico. Non una blitzkrieg, né una campagna distruttiva devastante, seguita da un’azione conclusiva delle truppe di terra. Entrambe queste strade, a parte ogni altra considerazione, non avrebbero in realtà inferto il colpo duraturo che era invece necessario infliggere. Quindi, per quanto questo procedere abbia un costo più elevato, è stata scelta una via basata sul fattore tempo. Più tempo, più logoramento della forza nemica, maggiori risultati; e soprattutto, di più lunga durata. Mosca ha scommesso ancora una volta sulla propria capacità di sfruttare questo fattore meglio di chiunque altro, ed ha vinto la scommessa.

A ben vedere, ciò che sta accadendo in Palestina è assai simile. Anche se i rapporti di forza appaiono invertiti, rispetto al fronte ucraino, la strategia messa in atto dal Fronte della Resistenza (in senso ampio, non solo quella palestinese) ricalca in qualche modo quella adottata dai russi in Ucraina.
Le forze della Resistenza sanno che il nemico ha bisogno di concludere in fretta, per una serie di motivi che vanno dagli aspetti economici agli equilibri interni ed internazionali. Per questo, l’asse USA-Israele sta mettendo in campo uno sforzo considerevole, cercando di ottenere delle vittorie quantomeno tattiche, che le consentano di accelerare la conclusione del conflitto – o quanto meno di congelarlo temporaneamente per riprendere fiato.
Ovviamente, il problema gigantesco con cui devono confrontarsi gli israelo-americani, ancor prima della Resistenza armata, è la mancanza di obiettivi politici reali, e quindi di una strategia elaborata in funzione di questi. E per reali si intende realisticamente perseguibili, quindi politici in senso proprio, e non certo i sogni messianici con cui li stanno sostituendo. Per tacere poi del fatto che i due poli dell’asse hanno oltretutto interessi ed obiettivi non sovrapponibili, anche se per molti versi coincidenti.

Va tenuto presente che l’operazione della Resistenza è molto più vasta di quanto appaia. Non solo c’è un completo coordinamento tra le formazioni politico-militari della Resistenza palestinese, che hanno una Joint Operations Room (il centro di comando e coordinamento delle varie brigate) operativo su Gaza. Da tempo è presente in Libano un ulteriore centro di coordinamento, in cui sono rappresentate – oltre alle formazioni palestinesi – anche alcune delle milizie irachene e siriane, ed ovviamente Hezbollah. Non ci sono notizie certe sulla presenza anche di Ansarullah (Yemen). In tal modo, tutte le forze della Resistenza possono coordinare le proprie azioni a livello strategico, calibrando la pressione su Israele e sugli USA, ed alternandola tra i vari fronti aperti – Gaza, confine israelo-libanese, mar Rosso…
L’intento è quello di tenere impegnate le forze israeliane in una guerra d’attrito, il cui livello d’intensità varia nel tempo – così da risultare tatticamente imprevedibile – e nello spazio; può acuirsi a Shuja’iya come a Khan Younis, a Metula oppure ad Eilat, sulle alture del Golan o a Kiryat Shmona.
Tutte le formazione che fanno parte del Fronte della Resistenza sono in grado di sviluppare un attacco assai più intenso e massiccio contro il territorio israeliano, ma non è questo l’intento – poiché qualsiasi accelerazione produrrebbe una reazione altrettanto intensa e massiccia; l’obiettivo è invece risparmiare al massimo possibile le proprie forze, e puntare sul logoramento di Tsahal su tempi medio lunghi.

La situazione per le forze israeliane, nonostante i bombardamenti genocidi sulla Striscia di Gaza facciano da cortina fumogena, è di crescente difficoltà. Le perdite, in uomini e mezzi, cominciano a diventare significative, e soprattutto emerge sempre più la difficoltà – da parte dell’IDF – nel gestire tatticamente il confronto. Sul fronte libanese, sono costretti a tenere impegnate una parte significativa delle forze di terra e dell’aviazione; e nonostante abbiano schierate ben 8 delle 12 batterie di Iron Dome (di cui due certamente già distrutte o danneggiate), la minaccia dei missili di Hezbollah è così significativa che gran parte degli insediamenti e delle città vicine al confine sono state evacuate – con i conseguenti danni all’economia, e le crescenti tensioni interne.
Il blocco dello stretto di Bab el-Mandeeb per le navi dirette in Israele, oltre agli attacchi verso Eilat e gli insediamenti vicini, sono praticamente senza difesa, a difficilmente l’operazione navale Prosperity Guardian riuscirà a risolverli, se non a prezzo di mettere seriamente in pericolo le flotte NATO, e rischiare un blocco totale anche sullo Stretto di Hormuz – un disastro per le economie occidentali.

La situazione non è certo migliore nella Striscia di Gaza, dove le truppe israeliane devono confrontarsi con un nemico sfuggente, di cui non riescono a prendere le misure, e che mantiene intatta la capacità non solo di resistere ai tentativi di penetrazione, ma anche di sviluppare offensive tattiche. I periodici lanci di missili verso Ashkelon o Tel Aviv, le sanguinose imboscate contro le unità IDF, il continuo martellamento – a distanza ravvicinata – contro i corazzati israeliani, testimoniano il permanere di una significativa potenza di fuoco, e soprattutto di un inalterato coordinamento tattico.
Le fonti informative israeliane testimoniano che il numero dei morti e dei feriti è tenuto coperto, e viene comunicato solo parzialmente. Il ritiro della Brigata Golani, forse la migliore unità dell’IDF, per via delle perdite subite, così come il mancato conseguimento degli obiettivi tattici dati continuamente per raggiunti (la rete di tunnel sotterranei è chiaramente ancora perfettamente operativa, non è stato scoperto un solo centro comando, un solo deposito di armi, una sola delle fabbriche che producono i missili…), non sono che i più evidenti segni di tale difficoltà.

A più di due mesi dall’inizio dei combattimenti, non solo l’IDF non è ancora penetrato in tutte le aree urbane della Striscia, ma continua ad essere impegnato in scontri a fuoco anche laddove la penetrazione è avvenuta. Nessuno dei prigionieri è stato liberato manu militari – i due soli tentativi sono tragicamente falliti, e l’unico caso di cui avrebbero potuto menar vanto è stato azzerato da una applicazione ottusa delle regole d’ingaggio. Da almeno un paio di settimane viene data per imminente la morte di Yahya Sinwar, che invece continua a sfuggire.
Nonostante tutta la potenza di cui dispone (aviazione, carri armati e corazzati, artiglieria, intelligence elettronica…), Tsahal non riesce a prevalere.
Persino la guerra della comunicazione vede chiaramente in vantaggio le forze della Resistenza, che documentano inequivocabilmente in video gli attacchi portati contro le forze israeliane, mentre queste inanellano figure barbine una dopo l’altra, mostrando filmati propagandistici per di più malamente costruiti su veri e propri set.

Esattamente come in Ucraina, quindi, anche in Palestina le forze che combattono contro l’imperialismo USA-NATO mettono in campo una strategia di logoramento delle forze avversarie, ed in entrambe i casi puntano sul fattore tempo per mettere in difficoltà il nemico. Che, oltretutto, si trova oggi ad essere impegnato su due fronti, con le difficoltà dell’uno che si riverberano sull’altro, mentre i suoi avversari agiscono separatamente.
A riprova che la geografia è ineludibile, e che la politica non può prescinderne. Ed oggi la situazione globale è che i tradizionali strumenti del dominio imperiale anglo-americano, la potenza talassocratica e la proiezione a grande distanza, hanno fatto il loro tempo e risultano inadeguati. L’impero è costretto a combattere guerre assai problematiche ed impegnative, su fronti diversi; e sia la potenza navale, che quella derivante dalla più estesa rete di basi militari della storia, rischiano di risolversi in un problema più che in un atout. Per la semplice ragione che i nemici non sono più così deboli da poter essere rapidamente schiacciati (ma anzi possono a loro volta colpire), e che sanno scegliere le strategie e le tattiche più efficaci per combattere.

L’impero ha perso la sua arma più potente, la capacità di deterrenza. E, costretto ad usare la forza in tempi e modi che non gli sono congeniali, arretra. I suoi nemici, invece, lo sfidano, non arretrano più dinanzi alla minaccia. Ingaggiano il combattimento, ne impongono i tempi ed i modi. E per vincere, gli basta resistere un minuto in più.

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