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Milano Fashion Week, debutta Zegna. Gildo Zegna: “Portiamo in passerella le generazioni”

La settimana della moda a Milano apre con la sfilata di Zegna. Ambientata in un armadio immaginario pieno di oggetti reali provenienti dal guardaroba di famiglia di Gildo Zegna, presidente esecutivo del Gruppo, e Paolo Zegna, entrambi membri della terza generazione della famiglia Zegna, questa collezione nasce da un amore profondo per il tessere e l’indossare.

All’interno di questo armadio, una teca da museo conserva “Abito n. 1”: il primo abito realizzato negli anni Trenta, su misura, per il conte Ermenegildo Zegna, in 100% lana australiana. Il Gruppo Ermenegildo Zegna ha con il nuovo anno dato il via a un nuovo capitolo per l’azienda, inaugurando un passaggio storico per il gruppo.

Gildo Zegna, alla guida del gruppo da oltre vent’anni, ha passato il testimone operativo a Gianluca Tagliabue, prima cfo e coo, che dal 1° gennaio 2026 ha assunto la carica di ceo. Gian Franco Santhià, prima group control & chief accounting officer, ha invece assunto la carica di group cfo e riporterà al group ceo.

Ma la novità più simbolica, già annunciata nel novembre 2025, è l’ingresso ufficiale della quarta generazione Zegna ai vertici del brand. Edoardo e Angelo Zegna diventeranno co-ceo del marchio. “Un’idea di continuità con le generazioni, non solo nella governance, ma anche nei capi”, queste le parole di Gildo Zegna che abbiamo incontrato nel dietro le quinte dello show per la nuova collezione.

Con la nuova collezione cosa volete raccontare?

Un’idea di continuità, generazioni, non solo nella governance, ma anche nei capi: portare in passerella capi di mio nonno, di mio padre, io torno indietro con gli anni, ma con una modernità incredibile. Il nostro direttore creativo Alessandro Sartori ha saputo reinterpretare i capi del mio passato in termini di tagli, di look, con aggiustamenti incredibili.

Se dovesse trovare una parola che racchiude questa collezione?

Direi continuità.

Che tipo di uomo vuole rappresentare?

Un uomo che apprezza l’eccellenza, la qualità e una modernità di stile internazionale. Tutto questo, con l’aggiunta di una forte caratteristica individuale: vuole essere se stesso pur portando dei capi molto particolari che gli permettono di differenziarsi dagli altri. È un uomo a cui non interessa più di tanto apparire, vuole sentirsi lui diverso, credo sia questo il vero tocco di genio.

Perché Zegna dopo tanti anni è ancora forte non solo qui in Italia, ma in tutto il mondo?

Il perché è chiaro, direi che siamo una delle industrie più importanti del Made in Italy, la maggior parte dei prodotti che facciamo viene realizzata in Italia da cento anni, questa è la cosa importante. Siamo stimati come famiglia, sia per l’industria della moda che del tessile, credo che questa sia la nostra vera forza per pensare a un futuro positivo.

È un settore, il suo, che oggi presenta qualche difficoltà?

Tra quelli che fanno moda in Italia c’è chi fa bene e chi fa meno bene, vinca il migliore. C’è tanta volontà, c’è tanta creatività, ci sono i mezzi e anche per questo voglio essere positivo: ce la faremo. Tanta la voglia di cambiare, di fare bene. Rimango comunque positivo: la forte capacità del Made in Italy e, in questo caso, l’imprenditorialità italiana possono farcela.

L’articolo Milano Fashion Week, debutta Zegna. Gildo Zegna: “Portiamo in passerella le generazioni” è tratto da Forbes Italia.

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Vivere come un miliardario costa sempre di più

Quando il martello finale è calato all’asta Keeneland Yearling September dell’autunno scorso, i compratori facoltosi hanno battuto tutti i record alla più grande asta di purosangue al mondo, spendendo 532 milioni di dollari in cavalli da corsa, facendo salire il prezzo medio di un puledro a quasi 650.000 dollari, il più alto di sempre e il 23% in più rispetto al 2024. Una delle principali ragioni di tale generosità? Tra le agevolazioni fiscali del vasto One Big Beautiful Bill Act del presidente Trump c’era una disposizione che permetteva di dedurre il 100% dell’acquisto di un cavallo da corsa già nel primo anno di proprietà.

“[La legge] è stata una grande cosa per molte persone, sapere che possono girare e dedurre una somma consistente di ciò che stanno spendendo, a seconda di come appare il resto della loro situazione fiscale”, afferma Eric Mitchell, redattore di BloodHorse, pubblicazione equina. “Ripetutamente, lo abbiamo sentito da persone che stavano comprando all’asta”.

Mitchell afferma che questo tipo di crescita in Kentucky, il centro della riproduzione di purosangue del Paese, è paragonabile alla metà degli anni ’80, quando l’aliquota fiscale federale era alta, ma gli schemi di protezione fiscale e le deduzioni per le perdite erano abbondanti.

Quanto costa vivere come un miliardario

I cavalli da corsa non sono l’unico aspetto dello stile di vita dei miliardari a diventare più costoso. Dal 1982, Forbes monitora beni ultra-lussuosi e servizi di alto livello frequentati dai più ricchi tra i ricchi, dai mocassini Gucci agli yacht da crociera, per creare il nostro Cost of Living Extremely Well Index (CLEWI), sostanzialmente un indice dei prezzi al consumo per miliardari. Quest’anno, il CLEWI è aumentato del 5,5%, rispetto al 4,7% dell’anno scorso — il doppio dell’IPC, che è cresciuto del 2,7% nel 2025. In altre parole, l’inflazione è stata circa il doppio per i miliardari rispetto alla gente comune nel 2025.

Ovviamente, se lo possono permettere. I 3.148 miliardari nel mondo possiedono una ricchezza combinata record di 18.700 miliardi di dollari. Il miliardario medio vale ora 5,9 miliardi di dollari, in crescita del 5% rispetto al 2024, grosso modo in linea con l’aumento del CLEWI. Ora ci sono 19 centimiliardari con fortune di 100 miliardi di dollari o più, rispetto a uno solo sei anni fa. Con l’esplosione della popolazione dei miliardari, le aziende che si rivolgono a questo set super-ricco stanno incassando.

La spesa di lusso è stata di quasi 1.700 miliardi di dollari a livello mondiale nel 2025, circa la stessa del 2024, secondo uno studio di Bain & Company e Altagamma. Ma la base di consumatori si è ridotta a circa 340 milioni di acquirenti, contro i 400 milioni del 2022, poiché la spesa maggiore proviene sempre più dai più benestanti.

Sale il costo di beni ed esperienze di lusso

Esperienze come ristoranti di alto livello e servizi di ospitalità sono state particolarmente richieste dai consumatori di fascia alta nel 2025. Prendiamo, ad esempio, i servizi di concierge di lusso. I clienti che cercano qualcuno che si occupi di compiti come prenotare voli privati, biglietti vip per concerti o pianificare un safari africano, stanno facendo aumentare il costo di questi servizi. La società canadese Pure Entertainment afferma che un abbonamento annuale costa 200.000 dollari, rispetto ai circa 180.000 dello scorso anno. Il ceo Steve Edo spiega che l’aumento è dovuto a una maggiore domanda da parte di clienti europei e mediorientali, spesso più disposti a pagare prezzi premium per un servizio di viaggio, vedendo le opzioni più costose come indicatori di qualità.

“Più costano alcuni servizi, più sono felici”, afferma Edo, pur notando che meno clienti in Asia e Nord America condividono lo stesso sentimento.

Anche gli yacht stanno diventando più costosi da costruire, poiché l’inflazione ha colpito sia i costi dei materiali sia quelli del finanziamento — ma i miliardari continuano a indulgere. Il prezzo di una barca a vela britannica Oyster 595, ad esempio, è ora quasi 4,2 milioni di dollari, un aumento del 7% rispetto a un anno fa. “La proprietà è sempre più guidata dall’esperienza”, afferma Stefan Zimmermann Zschocke, ceo di Oyster Yachts. “I clienti sono attratti dall’opportunità di esplorare il mondo”.

Altri articoli di alto valore inclusi nel paniere CLEWI che sono aumentati molto nell’ultimo anno includono jet privati (+3%), piscine olimpioniche (+6%) e fucili da tiro sportivo (+26%). Una cena al ristorante francese tre stelle Le Bernardin ora costa il 5% in più, mentre il caviale Ossetra è aumentato del 9%.

Ma il portafoglio dei miliardari non viene colpito da tutte le parti. Una dozzina di camicie su misura della londinese Turnbull & Asser costa ancora poco meno di 12.000 dollari, invariato rispetto allo scorso anno. Un set di lenzuola in cotone satinato della italiana Frette rimane a 3.700 dollari. E una Rolls-Royce Phantom con passo lungo costa ancora circa 600.000 dollari, grosso modo come un anno fa.

I manager di tenuta

Un lusso monitorato dal CLEWI costa addirittura meno oggi rispetto al 2024: un manager di tenuta. Lo stipendio minimo per chi viene assunto per supervisionare una tenuta nell’area di San Francisco tramite British American Household Staffing — che fornisce tutto, dalle babysitter e governanti agli assistenti personali, chef privati e autisti — è ora di 380.000 dollari all’anno, circa 20.000 in meno rispetto al 2024. La Bay Area sta vivendo un mercato più debole per i manager di tenute, afferma Anita Rogers, ceo di British American Household Staffing, poiché molti manager hanno lasciato la città durante la pandemia e non sono tornati, e molti ultra-ricchi californiani hanno lasciato lo Stato d’Oro.

Altre regioni degli Stati Uniti, così come Europa e Medio Oriente, hanno però registrato performance migliori. Dopo tutto, per i miliardari alcune spese sono imprescindibili, a prescindere dal costo. “Abbiamo avuto una coppia durante il Covid, l’uomo aveva venduto la sua azienda per 2,4 miliardi”, racconta Rogers. “Ho dovuto scavalcare il cancello [della sua nuova tenuta]. Non sapeva come aprirlo”.

L’articolo Vivere come un miliardario costa sempre di più è tratto da Forbes Italia.

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Vino italiano, il 2026 tra stagnazione dei consumi e nuovi equilibri

Il 2026 sarà un anno cruciale per il vino italiano. Non tanto per la crescita — che resterà modesta — quanto per la ridefinizione dei suoi equilibri. Dopo la vendemmia 2024, la più bassa dal 1961 con appena 225,8 milioni di ettolitri a livello mondiale, il 2025 ha segnato un leggero recupero, ma senza riportare la produzione sopra le medie storiche. Il clima estremo è diventato la nuova costante, e la scarsità relativa sarà il tratto distintivo del prossimo biennio.

Sul fronte dei consumi, i dati Iwsr confermano una stagnazione globale: la crescita prevista per le bevande alcoliche nel 2026 è pari a zero, sia in volume sia in valore. Il vino non fa eccezione. In un contesto in cui la “marea” non solleva più tutte le barche, la conquista del mercato dipenderà dalla precisione con cui i produttori sapranno leggere la domanda e costruire proposte coerenti, credibili, leggibili.

Per l’Italia, i segnali sono misti ma strutturalmente positivi. La vendemmia 2025 si è chiusa su circa 47,4 milioni di ettolitri, con buoni livelli qualitativi. Tuttavia, il mercato resta fragile: gli Stati Uniti, primo sbocco, rallentano, mentre Germania e Canada sostengono l’export con maggiore regolarità. L’Italia mantiene il primato di esportatore mondiale in volume e uno dei valori più alti in assoluto, oltre 8 miliardi di euro, ma la crescita non è più garantita: bisogna difendere margini e posizionamento.

Le bollicine

Nel mare calmo della stagnazione globale, le bollicine continuano a muoversi con corrente propria. Il Prosecco Doc ha chiuso il 2024 a 660 milioni di bottiglie, per un valore complessivo stimato di 3,6 miliardi di euro. È un risultato che conferma la forza dell’Italia nel premium sparkling, ma che richiede una riflessione: la categoria si polarizza. Da una parte l’offerta promozionale, dall’altra le cuvée identitarie — legate a parcelle, tempi di sosta, gestione agronomica e stili di vinificazione più precisi. Il futuro premia quest’ultima direzione, quella della specificità. Franciacorta e Trentodoc, in questo senso, continuano a crescere in reputazione, trainate dal desiderio di autenticità e trasparenza di processo.

Al di fuori del mondo spumante, l’Italia possiede un vantaggio competitivo nei bianchi “contemporanei”: vini chiari, salini, agili, con gradazioni moderate e trame fini. Verdicchio, Pinot Bianco, Fiano, Falanghina, ma anche i blend altoatesini e friulani rispondono perfettamente alla nuova estetica del bere, dominata dall’equilibrio e dall’usabilità gastronomica. Si consolida anche il rosé di nuova generazione — gastronomico, longevo, con un profilo tecnico sempre più preciso. Chiaretto, Cerasuolo d’Abruzzo e i rosati siciliani incarnano un’Italia capace di interpretare il colore come linguaggio, non come stagionalità.

I nuovi trend

Sul versante agricolo, i segnali sono più complessi. Il 2025 ha registrato un crollo dei prezzi delle uve in molte denominazioni — fino al 40% per alcune aree di pregio —, con un effetto a catena sul reddito agricolo e sulla percezione del valore. Il rischio è un progressivo divario fra denominazioni capaci di controllare l’offerta, con politiche di valorizzazione e comunicazione, e zone più esposte alla volatilità. La lezione è chiara: il volume senza narrazione non genera valore.

Sul fronte delle innovazioni, il segmento no/low-alcohol non è più una curiosità ma un laboratorio di ricerca reale. Le previsioni indicano una crescita media annua fra il 7 e il 9% fino al 2026, con il vino aromatico e frizzante come terreno più adatto alla sperimentazione. La sfida sarà mantenere integrità sensoriale e texture, difendendo la percezione qualitativa anche in presenza di gradazioni più basse.

Nel fine wine, dopo due anni difficili, si intravedono segnali di stabilizzazione. Gli indici Liv-ex hanno smesso di scendere, e l’Italia — con un Italy 100 pressoché stabile — conferma il suo ruolo di “bene rifugio” all’interno del mercato globale. Tuttavia, la domanda si fa più selettiva: funzionano le etichette “ready to drink”, i back-vintage mirati e le micro-allocazioni distribuite nel tempo. I grandi rossi italiani dovranno riscoprire la virtù della misura, puntando su trasparenza estrattiva e proporzione più che su potenza o concentrazione.

Un capitolo decisivo del 2026 sarà quello della regolazione. Il nuovo Ppwr europeo entrerà in applicazione il 12 agosto 2026, con obiettivi stringenti su riciclo e riuso degli imballaggi. In parallelo, in Italia il contributo ambientale Conai per il vetro (EPR) salirà a 40 euro per tonnellata dal 1° gennaio 2026. Il peso della bottiglia diventerà, oltre che una questione ambientale, un fattore economico concreto: alleggerire non è più una scelta etica, ma un vantaggio competitivo. Parlare di sostenibilità senza toccare il vetro sarà ormai una contraddizione.

La geografia dei mercati

Se guardiamo alla geografia dei mercati, gli Stati Uniti restano prudenti, con importatori sempre più selettivi e avversi a tenere stock. Germania e Canada, al contrario, mostrano una domanda più stabile, sostenuta da una fascia media solida e da una cultura del consumo consapevole. Il Regno Unito continua a rappresentare un bacino interessante per le bollicine, mentre in Asia e Sud America emergono segnali ancora timidi ma potenzialmente promettenti.

La mappa dei canali cambia: l’importatore torna protagonista. Oggi il 78% delle esportazioni italiane passa attraverso questo filtro professionale, mentre arretrano gdo e vendita diretta all’estero. Questo significa che il rapporto B2B tornerà a essere il cuore strategico delle cantine esportatrici. Non basterà più “esserci”: servirà costruire materiali chiari, linguaggi unificati e portafogli coerenti, capaci di raccontare con semplicità una gamma ordinata. Parallelamente, l’enoturismo e il Dtc restano leve difensive di margine e di cash flow, ma non sostitutive.

La strategia per l’Italia, nel 2026, sarà una sola: semplificare per valorizzare. Ridurre il numero di etichette, definire meglio le identità stilistiche, nominare con chiarezza le differenze tecniche (lieviti, tempo sui lieviti, parcella, gestione del legno) e restituire leggibilità a portafogli troppo stratificati. Allo stesso tempo, serve una gestione più disciplinata dei prezzi: evitare le promozioni eccessive, proteggere la percezione di valore, concentrarsi su bundle intelligenti per canale, programmare le uscite in modo più razionale.

Il vino italiano arriva al 2026 con gli asset giusti: bollicine forti, bianchi contemporanei, rossi di profondità e una rete produttiva capillare. Ma la differenza non la farà la quantità: la farà la capacità di comunicare chiarezza, coerenza e identità verificabile. È la transizione da un modello di abbondanza indistinta a uno di qualità leggibile, dove il consumatore capisce cosa sta comprando, perché vale e da dove viene.

In questo scenario, l’Italia ha l’occasione di trasformare la fragilità in vantaggio: meno vino, ma più riconoscibile. Meno rumore, più voce. E un orizzonte che, pur incerto, premia chi sa tenere la rotta con disciplina, visione e autenticità.

 

L’articolo Vino italiano, il 2026 tra stagnazione dei consumi e nuovi equilibri è tratto da Forbes Italia.

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