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La brutale polizia anti immigrazione è il vero volto dell’America di Trump

Negli Stati Uniti non passa giorno senza che si parli dell’Ice, l’agenzia federale per il controllo dell’immigrazione e delle frontiere (Immigration and Customs Enforcement). Se ne parla per i metodi violenti, per i rastrellamenti nelle città, per gli arresti e le espulsioni di migranti irregolari, per le campagne di reclutamento e per l’enorme budget a disposizione. Da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca per un secondo mandato, un anno fa, l’Ice è diventata una presenza costante nel dibattito pubblico e nella cronaca quotidiana.

Il 2026 si è aperto con un caso che ha acceso proteste e polemiche in tutto il Paese: l’omicidio a Minneapolis, in Minnesota, di Renee Nicole Good, uccisa da un agente durante un’operazione in strada. Secondo la versione ufficiale dell’agenzia, Good avrebbe tentato di investire l’agente con la sua auto, costringendolo a sparare per legittima difesa. Ma questa ricostruzione è stata contestata dai testimoni e smentita anche da diversi video.

Prima ancora che emergessero elementi incriminanti, l’amministrazione Trump è corsa a difendere l’agente. Il presidente e la sua cerchia ristretta hanno descritto la vittima come una criminale e l’agente come un eroe, ribadendo che l’uso della forza era giustificato. La medaglia per la dichiarazione più inquietante l’ha vinta il vicepresidente J.D. Vance, il quale ha assicurato che l’agente gode di «immunità assoluta» per aver «semplicemente fatto il suo lavoro». Ma tutto il Dipartimento per la Homeland Security (la Sicurezza Interna) ha fatto quadrato promettendo agli agenti che nessuna autorità locale, statale o politica potrà impedirgli di svolgere i loro compiti.

È in questo contesto di totale legittimazione politica che bisogna leggere anche le recenti iniziative dell’Ice, non solo nelle operazioni di polizia, ma nella più ampia strategia di reclutamento e mobilitazione.

Lo scorso 3 gennaio, mentre il mondo guardava l’incursione degli Stati Uniti in Venezuela, l’Ice annunciava di aver reclutato più di dodicimila nuovi agenti in poco meno di un anno. «Con questi nuovi patrioti nel team, saremo in grado di realizzare ciò che molti considerano impossibile e di mantenere la promessa del presidente Trump di rendere l’America di nuovo sicura», ha scritto il Dipartimento della Homeland Security nel suo comunicato. È un aumento del centoventi per cento della forza lavoro totale dell’agenzia. Una crescita smisurata e senza precedenti. Peraltro condizionata da grossi incentivi: i nuovi contratti prevedono un bonus di cinquantamila dollari alla firma e fino a sessantamila dollari per ripagare i debiti studenteschi.

Per trovare nuovi agenti, l’Ice ha abbassato le barriere all’ingresso: ha aumentato l’età massima per fare richiesta, ha tagliato i tempi di addestramento da tredici a otto settimane, e le nuove reclute vengono subito portate in strada anche se non hanno ricevuto una formazione adeguata. Eppure si tratta di un’agenzia che fornisce ai propri dipendenti maschere, equipaggiamento antisommossa e pistole semiautomatiche SIG Sauer P320 (ma presto inizieranno a equipaggiare delle Glock 19). Non è materiale da affidare a chiunque.

Nei post diffusi sui social per il reclutamento l’enfasi va proprio sulla semplicità con cui un cittadino americano può entrare nell’Ice. «Servite il vostro Paese! Difendete la vostra cultura! Non è richiesta una laurea triennale!», scrive un utente nei commenti al post su X.

Non è escluso che una campagna di assunzione così massiccia e rapida abbia portato nell’agenzia rappresentanti di gruppi suprematisti e neonazisti che gravitano attorno al movimento Make America Great Again a sostegno di Trump. Da giorni i Democratici interrogano Kristi Noem, Segretaria per la Homeland Security, su quanti dei nuovi volti dell’Ice abbiano ricevuto la grazia da Trump un anno fa – quasi tutti condannati per l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Per ora non c’è mai stata una risposta chiara.

AP/Lapresse

L’Ice ha moltiplicato le sue attività nell’ultimo anno grazie a uno stanziamento di fondi fuori scala rispetto alle altre agenzie federali. Il bilancio annuale dell’Ice è di una decina di miliardi di dollari, a cui però si sono aggiunti i settantacinque miliardi in quattro anni (su un totale di 165 destinati a tutto il Dipartimento della Homeland Security) del “One Big Beautiful Bill”. Così è diventata l’agenzia più ricca degli Stati Uniti, più dell’Fbi o della Dea, con un budget annuale totale di circa 27,7 miliardi di dollari.

Di quei settantacinque miliardi stanziati, quarantacinque sono destinati a creare centri di detenzione per aggiungere ottantamila nuovi posti. I restanti trenta miliardi servono per le assunzioni, le operazioni di espulsione e all’ammodernamento delle strutture e delle tecnologie informatiche.

L’Immigration and Customs Enforcement è un’agenzia giovane. È nata nel 2003 per svolgere indagini legate al terrorismo e alla criminalità transnazionale. Solo col tempo il suo baricentro si è spostata verso l’immigrazione irregolare, fino a diventare progressivamente lo strumento operativo privilegiato delle politiche di espulsione. Ma non era mai stata al centro della scena politica.

Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, l’Ice ha assunto un protagonismo inedito. Nel 2025, secondo i dati diffusi dall’amministrazione, cinquecentomila persone sono state espulse dal Paese – e i numeri reali potrebbero essere anche più alti.

A colpire l’opinione pubblica è la brutalità di certe operazioni. Rastrellamenti urbani, arresti sul luogo di lavoro, retate in scuole e chiese, persone ammanettate in strada. In alcuni casi sono stati fermati per errore anche cittadini statunitensi. Guardando foto e video dell’Ice in servizio sembra di assistere a scene di guerriglia urbana. Con gruppi di uomini armati in giro per le strade, apparentemente senza regole da rispettare. Solo un’eccessiva libertà di azione su mandato diretto del presidente.

AP/Lapresse

Formalmente l’Ice resta vincolata a linee guida che prescrivono l’uso minimo della forza e la de-escalation. Ma nella pratica, come dimostrano episodi come quello di Minneapolis, il messaggio politico che arriva dall’alto va in direzione opposta. Le inchieste giudiziarie faticano a tenere il passo delle operazioni, i ricorsi legali sono limitati, e diversi Stati federali hanno iniziato a contestare in tribunale la presenza massiccia di agenti sui loro territori, denunciandone l’incostituzionalità. È il segno di una frattura ormai aperta tra il potere centrale e le autorità locali.

Donald Trump sta costruendo una forza che risponde prima di tutto a lui e ai suoi collaboratori più fedeli. Nell’ultimo anno, l’Ice è sembrata sempre meno a un’agenzia federale tradizionale e sempre più una formazione paramilitare politicizzata. Non è una definizione folkloristica: l’Ice si comporta un apparato armato e finanziato ben più del dovuto, legittimato a operare in modo preventivo contro i nemici politici del presidente, protetto dall’alto da una promessa di immunità.

Sono i metodi dei peggiori regimi del pianeta. L’uso della forza come routine amministrativa, abusi di potere difesi pubblicamente dalla politica, perfino le vittime innocenti come Renee Nicole Good vengono delegittimate e screditate. È una strategia del terrore, rivolta non solo agli immigrati ma all’intera società americana sull’orlo di una guerra civile.

A questo punto non è escluso che Trump stia preparando il terreno anche in vista delle prossime scadenze elettorali. Ha già evocato l’uso massiccio delle forze federali in contesti di protesta e disordine, e pochi giorni fa ha lasciato intendere che se fosse per lui non ci sarebbero le elezioni di midterm. Forse l’Ice ha non è più soltanto la polizia dell’immigrazione, è il volto di un’America più dura, più militarizzata, e sempre meno democratica.

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