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Il baseload nucleare non è necessario per le reti elettriche europee del futuro

di Marco Bella

Il modo più rapido ed economico per produrre energia elettrica è oramai tramite le rinnovabili. I prezzi dei pannelli fotovoltaici per kW sono calati di venti volte tra il 1975 e il 2010, e si sono ridotti di oltre il 90% negli ultimi 15 anni. Nel frattempo, l’efficienza è passata dal 12-13% al 20-25% di oggi.

Data Page: Solar photovoltaic module price”, part of the following publication: Hannah Ritchie, Pablo Rosado, and Max Roser (2023) – “Energy”. Data adapted from IRENA, Nemet, Farmer and Lafond. Retrieved from https://archive.ourworldindata.org/20250909-093708/grapher/solar-pv-prices.html [online resource] (archived on September 9, 2025).

La Cina da sola ha installato qualcosa come 256 GW di fotovoltaico solo nei primi sei mesi del 2025, più di quanto abbiano mai installato gli USA. Vuol anche dire che considerando un fattore di capacità del 15%, solo questi nuovi impianti costruiti in appena sei mesi daranno circa 330 TWh di energia, un valore paragonabile a tutta la produzione da nucleare cinese (450 TWh annui), con la differenza che il parco reattori cinese è stato costruito in oltre trenta anni, non in sei mesi. Dieci anni fa, la critica principale alle rinnovabili era che non avrebbero mai dato abbastanza energia. Oggi le argomentazioni sono cambiate: qualcuno continua a dire ancora che “serve il nucleare in Italia e in Europa” per garantire il cosiddetto “baseload” o carico di base. Un recente articolo scientifico pubblicato da una ventina di scienziati energetici tedeschi sfata anche questo mito: per avere una produzione stabile e continua in Europa e completamente decarbonizzata (senza emettere CO2) non serve nuovo carico di base, sia che provenga da nucleare, da energia geotermica (una fonte ancora trascurata ma comunque interessantissima) o da fonti fossili con la cattura della CO2 emessa. Nel loro articolo, dal titolo eloquente “Baseload power plants are not essential for future power systems” (Le centrali elettriche che producono “carico di base” o baseload non sono essenziali per le reti elettriche del futuro”, analizzano degli scenari al 2045 e dimostrano che le reti europee possono stare comunque in piedi senza installare nuovo carico di base.

Questo perché la sovrapproduzione delle rinnovabili in alcune ore del giorno può essere trasferita poi al picco serale tramite batterie, interconnessioni tra le reti e produzione di idrogeno da rinnovabili. La loro analisi si concentra in particolare su un mese (febbraio in Germania) quando c’è poco vento e poca luce. Eppure, anche in questo caso non sarebbe necessario avere nuovo carico di base. Con le rinnovabili, si può avere sicurezza energetica, e decarbonizzazione.

Se mi citate quanto successo in Spagna, ricordiamo che il nucleare non garantisce la stabilità di rete, visto che la Spagna produce ancora adesso il 20% della sua energia da nucleare (11% al momento dell’evento), eppure questo non è servito ad evitare il blackout. Con il presunto ritorno al nucleare il nostro paese andrebbe semplicemente contro la il corso della storia e dell’economia, dato che il nucleare è la fonte energetica più costosa possibile, proprio a causa degli enormi costi di capitale necessari. Nell’articolo, il CAPEX (Capital Expenditure, il costo di capitale necessario per costruire gli impianti) per gli ultimi reattori europei costruiti è stimato in circa 15.000 euro per kW e oltre. Gli autori ricordano anche che tutti i reattori costruiti in occidente dopo il 2000 hanno visto costi salire alle stelle e ritardi. Insomma, non serve citare Chernobyl o Fukushima, oppure Three Miles Island (l’incidente senza vittime del 1979 che davvero ha dato un colpo fatale all’industria nucleare), o la gestione dei rifiuti nucleari. Il nucleare oggi in Europa semplicemente non conviene e non è necessario. E se ne può fare benissimo a meno, come anche delle fonti fossili anche con cattura della CO2.

Ricordiamo anche “l’elefante nella stanza”, quello che i nuclearisti decidono volutamente di ignorare altrimenti il loro castello di carte crollerebbe: visti quali sono stati i tempi di costruzione degli ultimi reattori in Europa (Olkiluoto 16 anni, Flamanville 17 anni, Hinkley Point C almeno 15 anni per il primo reattore) è improbabile che per il 2045 in Italia si accenda anche solo una lampadina da nucleare, visto che non abbiamo né i siti e nemmeno un quadro regolatorio.

La produzione di energia elettrica è come il trasporto aereo: sia le mongolfiere che gli aerei volano, tutte e due dietro hanno un lavoro ingegneristico affascinante, ma oggi le mongolfiere sono un’attrazione turistica e sono utili solo per alcune applicazioni (per esempio possono salire molto più in alto degli aerei) ma il trasporto delle persone avviene praticamente in modo esclusivo con gli aerei. Ecco: nel giro di qualche anno il nucleare rappresenterà le mongolfiere e le rinnovabili saranno quello che oggi è il trasporto aereo. Che direste di un governo che anziché gli aeroporti per gli aerei volesse costruire gli aeroscali per dirigibili e mongolfiere? Ecco, è esattamente quello che sta succedendo in Italia, dove si stanno per buttare soldi pubblici riesumando soluzioni vecchie come il nucleare anziché ascoltare la scienza. Pensatela come volete, ma prima di scrivere presunti “debunking” di questo post (avessi trovato uno che dimostrava che anche un solo dato fosse sbagliato…)  leggete l’articolo completo degli scienziati tedeschi che tra l’altro è liberamente accessibile.

 

 

 

L’AUTORE

Marco Bella – Già deputato, ricercatore in Chimica Organica. Dal 2005 svolge le sue ricerche presso Sapienza Università di Roma, dal 2015 come Professore Associato.

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Piccolo è bello

di Isaac J.P. Barrow

Ernst Friedrich Schumacher pubblicò nel 1973 il suo libro “Piccolo è bello. Uno studio sull’economia se la gente contasse davvero”, una raccolta di saggi pensata come critica all’economia tradizionale e alla visione del mondo basata sulla crescita illimitata e sul gigantismo produttivo. Il titolo e il principio alla base dell’opera richiamano l’idea che sistemi più piccoli e di scala umana risultino più efficaci e sostenibili di quelli grandi e centralizzati. Schumacher scriveva in un’epoca priva delle tecnologie attuali, con una critica rivolta soprattutto alla disumanizzazione del lavoro, e oggi l’automazione intelligente apre la possibilità di recuperare tempo umano proprio attraverso le macchine.

Oggi quell’intuizione assume un valore ancora più profondo, perché la tecnologia e l’intelligenza artificiale permettono di costruire sistemi produttivi efficienti senza rinunciare alla scala umana. Nel 2024 le fabbriche di tutto il mondo hanno installato oltre 540.000 robot industriali e il totale dei robot operativi ha superato i 4,2 milioni, con una crescita intorno al 10% su base annua secondo l’International Federation of Robotics. Oltre il 70% delle imprese manifatturiere utilizza ormai qualche forma di automazione, segno che la trasformazione riguarda il cuore stesso della produzione globale.

Rockwell Automation, produttore di macchine statunitense, ha fabbriche in cui le macchine anticipano i bisogni, spostano materiali senza intervento umano e riconfigurano le linee in tempo reale in base alle variazioni della domanda. A Singapore una struttura di questo tipo è già in funzione, compatta e altamente automatizzata, come laboratorio di un nuovo modo di produrre. Questo scenario globale dell’automazione si riflette in numeri come quelli della Cina, dove si installano circa 280.000 robot industriali ogni anno, più della metà delle nuove installazioni mondiali, con effetti diretti sulla produttività e sulla capacità di presidiare le catene del valore. In Europa l’80% delle nuove installazioni robotiche del 2024 si concentra nei paesi dell’Unione, segnale di una strategia industriale che punta su efficienza, resilienza e prossimità produttiva.

Quando i robot svolgono decine di compiti e l’intelligenza artificiale riorganizza la produzione in tempo reale, la catena di montaggio tradizionale perde la sua centralità. La riduzione dei costi dell’hardware e il valore crescente dell’intelligenza digitale spingono verso una rete di impianti piccoli, distribuiti e interconnessi, capaci di operare vicino ai centri di consumo e alle comunità locali.

La crisi delle catene globali di fornitura e le tensioni geopolitiche hanno mostrato la vulnerabilità di un sistema fondato su pochi grandi hub produttivi. In questo contesto emergono i vantaggi di strutture più piccole, con costi di trasporto più bassi, emissioni ridotte e minori rischi sistemici.

Il principio “piccolo è bello” si sta trasformando in un modello produttivo concreto, dove microimpianti intelligenti dialogano tra loro, ottimizzano materiali e flussi energetici in tempo reale e rispondono con agilità alle esigenze dei clienti. L’industria di domani prende la forma di una rete di microfabbriche robotizzate, integrate nei territori e nelle comunità, più resilienti agli shock globali e più allineate alle esigenze delle persone.

La visione formulata da Schumacher nel 1973 trova oggi una realizzazione pratica attraverso tecnologie che consentono di unire efficienza industriale e scala umana. In questo senso il futuro dell’industria appare più vicino, più distribuito e più intelligente, a contatto con il territorio circostante.

 

 

L’AUTORE

Isaac J.P. Barrow – Professore sociologo specializzato in dinamiche sociali globali. Tutta la sua carriera si è concentrata su globalizzazione e tecnologie digitali. Ha svolto ricerche in vari paesi ed è autore di studi su identità culturali e disuguaglianze. Ha collaborato con organizzazioni internazionali ed è considerato un esperto di politiche sociali ed inclusione.

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